Accogliamone 20mila, ma né Berna né il Ticino hanno

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La solidarietà
Accogliamone 20mila,
ma né Berna né il Ticino
hanno risposto di sì
PATRIZIA GUENZI
U
Agenzia Fotogramma
ACCAMPATI
Una famiglia
accampata
alla stazione
di Milano; in
basso, un
gruppo di
profughi
all’esterno
della stazione
Centrale
n’emergenza prevista e prevedibile pure in Ticino, che già nei mesi scorsi aveva mobilitato
le coscienze con una raccolta di firme. Quella
promossa da Azione Posti Liberi Ticino, che aveva inviato a Berna una petizione - oltre 1.500 firme tutte
dal cantone - per accogliere ventimila profughi vittime del sanguinoso conflitto in Siria, provvedendo al
viaggio e concedendo loro un’ammissione provvisoria in attesa che sia ristabilita la pace. Nessuna risposta. “Tutte le organizzazioni umanitarie internazionali giudicano quella della Siria la più grande catastrofe umanitaria a partire dalla seconda guerra
mondiale - osserva l’avvocato Paolo Bernasconi, impegnato da tempo con alcune famiglie ticinesi per
ospitare dei profughi, lavorando in collaborazione
con l’Associazione Hayat di Bedigliora -. La Svizzera
chiude i confini, a differenza della Germania, del Belgio e dei Paesi scandinavi. Da Berna si proclama ‘il
panfilo è pieno’. I barconi dall'Africa all'Italia, quelli sì
che sono pieni, il panfilo del Paese più ricco del mondo non è mai pieno”.
Anche Caritas Svizzera ha sollecitato Berna per accogliere più profughi. “Abbiamo inviato al Consiglio federale una lettera aperta - spiega il portavoce, Stefan
Gribi -, chiedendo di aumentare a 5mila il numero di
rifugiati. A tuttoggi non abbiamo ancora ricevuto
nessuna risposta”. Intanto, il Ticino continua a muoversi. Azione Posti Liberi ha avviato una raccolta di
fondi a favore delle organizzazioni impegnate nell’aiuto ai disperati della Siria che erano accampati
nella stazione Centrale di Milano o in periferia. Per
oggi, domenica, dalle 9 alle 11 nella sala multiuso di
Genestrerio, è stata organizzata una raccolta di mate-
Azione Posti Liberi ha avviato una raccolta di fondi
nel cantone a favore delle organizzazioni impegnate a
sostenere i profughi della Siria in fuga dalla guerra
Agenzia Fotogramma
lano”. La Confederazione, ha sentito dire Abdu,
“non ti dà un tetto sotto cui vivere, non ti aiuta a ricostruirti una vita normale. Se solo ci avessero dato la speranza di poter rinascere allora saremmo
rimasti. Ma gli svizzeri sono stati gli unici, assieme
con gli italiani, ad averci trattato con
umanità. I francesi no, loro non hanno
cuore”. In grembo culla Rachid, 18 mesi,
si domanda, da padre, dove cresceranno i suoi figli, che vita faranno, quale sarà il loro futuro. Il presente è in una culla
dentro un’aula senza porta di una ex
scuola di periferia, che d’inverno si trasforma in dormitorio per senza fissa dimora e che ospita nuclei familiari con
storie da far venire la pelle d’oca.
“Dieci giorni qui ti uccidono l’anima”, sospira Karim, 59 anni ben portati,
quando tira fuori la testa da sotto una
coperta giallo senape con cui si era riparato per
sfuggire al neon acceso sopra la sua branda. “Siamo ospiti e siamo grati a chi ci ospita e ci assiste,
ma non sappiamo cosa fare. Ognuno deve decidere da solo. Sempre che sia in grado di
farlo”.
Ma sono pochi quelli che sanno cosa fare. Non lo sa Mohamed, non lo sa
Abdu, non lo sa nemmeno Hassam. Le
leggi e le convenzioni internazionali li
bloccano in Italia, il loro cuore vorrebbe
essere altrove, a Nord: tra questi due
luoghi c’è mezza Europa. Con diverse
sensibilità, diverse procedure, diversi
sistemi statali. “Già nel passato abbiamo accolto tante persone provenienti
da situazioni complicate come quella
siriana – spiega Marco Fantoni, di Caritas Ticino -. Penso sia arrivato il tempo di fare la
nostra parte, con quello stesso sentimento di partecipata solidarietà che abbiamo già dimostrato”.
Un appello, un ennesimo, affinché anche le autorità cantonali facciano la loro parte in questa emergenza umanitaria che vede in prima linea l’Italia,
ma che ha ripercussioni internazionali, e che potrebbe dare una nuova speranza alle decine di famiglie in fuga dalla guerra accampate nelle aule di
questo vecchio istituto. “La Svizzera è dove ci sono
tanti soldi nelle banche, vero – sorride Jamil, marmista come un altro suo connazionale partito dal campo profughi di
Yarmuk insieme con moglie e
quattro figli –? E allora perché non
ne danno un po’ anche a noi? O
meglio, non soldi, ci diano i documenti, una casa, e magari ci aiutino a trovare un lavoro. Così potremmo dimenticarci di quello
che abbiamo passato e ricominciare a fare quello che abbiamo
fatto fino a quando è cominciata
questa terribile guerra che ci ha
“Ah, da voi ci sono tanti soldi nelle banche! E
allora perchè non aiutano a trovare un lavoro,
per avere dei documenti e una casa”
costretto ad andare via”.
Perché nessuno, di questi duecento donne e uomini che fanno
su e giù per le scale, inseguono i
bambini nei corridoi piastrellati,
rassettano i cameroni, spazzano il
refettorio, stendono sui tavoli tovaglie in plastica decorate con foto di
caramelle o puliscono i bagni, aveva mai pensato prima di lasciare le
proprie case, la propria terra.
Per finire qui, su un marciapiede della periferia Nord Ovest di Milano, in una giornata grigia e fredda, a fumare una
sigaretta fuori dal centro di accoglienza, perché
dentro non si può. Mentre i martelli pneumatici battono sull’asfalto, le auto passano veloci, un’altra
giornata finisce. Un’altra, senza meta. E senza una
speranza a cui aggrapparsi.
riale di prima necessità (pannolini, fazzoletti, mutande, canottiere, coperte, biberon, latte in polvere...) da
consegnare al Centro di accoglienza di Quarto Oggiaro a Milano. Informazioni utili per le donazioni anche
sulla pagina facebook “Emergenza siriani Stazione
Centrale Milano”.
“Una goccia nel mare. La Svizzera non li vuole? Ma almeno le organizzazioni statali e private dovrebbero
offrire aiuti finanziari per le associazioni umanitarie e
di volontari che, in Italia, a pochi chilometri da casa
nostra, affrontano l’emergenza delle famiglie siriane
prive di qualsiasi aiuto”, sottolinea Bernasconi.
“La Catena della Solidarietà non è sul territorio, ma
da marzo 2012 collabora, attraverso le Ong impegnate in Siria, a 29 progetti - spiega la portavoce, Caroline
de Palézieux -. Il conto aperto per le vittime ha già
raccolto oltre 16milioni di franchi”. Sul sito della Catena si avverte che l’aiuto internazionale è pressoché
impossibile all’interno della Siria, ma più volte si sono lanciati appelli per promuovere la raccolta di fondi.
È indubbio che le persone provenienti dalla Siria siano veri profughi e l’accoglienza sia un atto dovuto. E
la Svizzera, che ha sottoscritto delle convenzioni internazionali, non dovrebbe respingerli. “Il fatto che
sia una catastrofe di immani proporzioni lo dimostra
il Comitato internazionale della Croce Rossa (Ccr),
che ha organizzato a Siracusa un centro per rintracciare i membri delle famiglie che nella guerra hanno
perso i loro cari - ricorda Bernasconi-. E se lo fa il Ccr,
perché non può farlo la Croce Rossa?”. Quest’ultima,
interpellata dal Caffè, spiega: “Sosteniamo i rifugiati
siriani che ricevono l’autorizzazione per raggiungere
i parenti in Svizzera, con contributi economici e, se
necessario, garanzie per finanziare i costi dei primi
mesi di soggiorno”, dice il portavoce Beat Wagner. La
sezione di Lugano della Croce Rossa si sarebbe dichiarata disponibile ad accogliere siriani, ma il Cantone non avrebbe dato il via libera. E Bellinzona
avrebbe pure detto no all’Ufficio federale dei rifugiati
che ha avviato un programma di emergenza per accogliere 500 profughi.
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Q@PatriziaGuenzi