Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 identità e multiculturalismo lezione 2 IDENTITÀ E MULTICULTURALISMO (o INTERCULTURALISMO) 1. Il dato in ipotesi di descrizione: una situazione problematica e ossimorica 1.1 due tendenze «… Le società sviluppate appaiono oggi caratterizzate da due tendenze, a prima vista contrapposte: da un lato, si vanno sempre più affermando processi volti a costituire il mondo come unità globale, con il diffondersi di strutture e modelli culturali di tipo omologante che dissolvono la diversità dei contesti sociali tradizionali [cfr. Robertson 1992; Featherstone 1991]; dall’altro, sulla base del riconoscimento della pari dignità di ogni cultura, si va accentuando la rivendicazione del diritto alla propria diversità, con il rafforzamento delle spinte di tipo particolaristico. Come cercherò di mostrare, queste tendenze sono, in realtà, interdipendenti ed è solo tenendo conto della loro reciproca influenza che si può comprendere il carattere specifico della dinamica attualmente in corso rispetto al problema dell’identità sia individuale che collettiva.» Crespi, Franco 2004 Identità e riconoscimento nella sociologia contemporanea, Laterza, RomaBari p. 13 1.2 termini e problemi recenti 1.2.1. i termini identitari. «Eric Hobsbawm fa notare come la comparsa dei termini «identità», «etnicità» e simili sia quanto mai recente. Nell’Enciclopedia internazionale delle scienze sociali, ancora nei 1968 non compare nessuna voce al termine identità, se non in riferimento a quella psicosociale degli adolescenti, e all’inizio degli anni Settanta nell’ Oxford English Dictionary 1’etnicità appare come parola rara associata a paganesimo e superstizioni pagane. Rossana Rossanda afferma: «ancora trent’anni la, se si fosse chiesto a uno o a una di noi «chi sei ?», avremmo risposto in termini di «che cosa faccio» o «da che parte mi schiero», piuttosto che da dove o da chi provengo.» E conclude affermando che l’etnia è un soggetto moderno o postmoderno di conflitto. È sintomatico che ci si trovi sempre più spesso a parlare di identità proprio mentre la cosiddetta globalizzazione ci sta avvolgendo ogni giorno di più nel suo mantello uniforme. Per dirla con Regis Debray: “gli oggetti si mondializzano, i soggetti si tribalizzano”». Aime, Marco 2004 Eccessi di culture, Einaudi Torino p. 123 1.2.2. il multiculturalismo (società di tutti o di ciascuno) Ambiguo, enigmatico, irriducibilmente e costitutivamente equivoco (Leghissa, Zoletto 2002), il multiculturalismo è oggi al centro di un ampio dibattito transdisciplinare, come uno dei cardini del discorso pubblico sul presente e sul futuro delle società contemporanee. Termine abusato quanto poco problematizzato, nella sua formula più astratta il concetto fa riferimento alla presa di coscienza dell’esistenza di una molteplicità di differenze, quale scenario inedito di un processo — per alcuni auspicabile, per altri minaccioso, per molti inarrestabile — di trasformazione radicale delle società e della politica. In questo senso il multiculturalismo presuppone, pretende di descrivere, spesso intende orientare, i processi sociali connessi a tale nuova dimensione, in cui l’eterogeneità non è più elemento accidentale e instabile, ma è assunta come tratto costitutivo di nuovi assetti, esprimendone tensioni e conflitti — culturali prima e politici poi — come aspettative di riconoscimento. In questi termini, a dispetto di uno scarso livello di chiarezza interpretativa, anzi per la caratteristica di confondere insieme diversi registri (Wieviorka 1998), esso rappresenta elemento e insieme fattore della costruzione della sfera globale della comunicazione. Come parte del lessico ne condivide così l’incertezza epistemologica e, paradosso della mondializzazione, quella “sovraesposizione comunicativa” che diviene direttamente attestazione. 1.2.3. identità e multiculturalismo: reciproco influsso. Quello che si viene configurando è un nuovo “spazio identitario” che nella “quotidianità del sistema globale” (Friedman 2005) si esprime come aspettativa, scelta, cambiamento e gestione di una 1 Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 identità e multiculturalismo lezione 2 pluralità di stili di vita, nell’inedita intensità di circolazione di modelli, flussi e consumi. Alla base ditale ridefinizione, secondo Jonathan Friedman, c’è la dissoluzione delle identità sociali statiche e, di conseguenza, «la comparsa del moderno soggetto individualizzato, privo di una cosmologia o di un’autodefinizione prefissata. Le peculiarità di questo Sé sono la sua separazione in una sfera privata=naturale e pubblica=culturale o sociale, che crea un’ambivalenza fondamentale fra il desiderio di trovare un’adeguata espressione del proprio Sé e la consapevolezza che ogni identità è costruita arbitrariamente, e quindi non è mai autentica.» 1.2.4. Quali differenze “identitarie” nel multiculturalismo (breve ricognizione orientativa) Quello che è certo è che nell’uso il multiculturalismo consente di associare un ampio spettro di non meglio definite “questioni identitarie” alla dimensione della convivenza civile e alla sfera della politica. Parafrasando Wieviorka (1998), si può dire che esso rappresenti contemporaneamente “il problema”, “la risposta” e, di conseguenza, la valutazione dell’“effetto”. Per restituire questa articolazione la letteratura distingue un uso “descrittivo” più marcatamente sociologico, uno “ideologico e normativo” di pertinenza filosofico-giuridica, e uno “programmatico e politico” prettamente politologico (Inglis 1996; Lanzillo 2005; Watson 2000). Un riferimento interpretativo utile è il quadro analitico proposto ancora da Wieviorka (1998), che distingue quattro logiche della differenza: la prima è quella di cui sono portatori i gruppi che preesistevano alla definizione politica delle società nazionali, appunto le minoranze native, gli autoctoni, in cui l’affermazione identitaria combina il “sentimento di anteriorità”, quindi la legittimità sul piano storico, con la coscienza di essere state vittime di pratiche etnocidarie e di processi di inferiorizzazione sociale. La seconda è quella relativa alle “logiche dell’accoglienza”, ovvero alle conseguenze delle migrazioni internazionali, dunque al confronto con le dinamiche di trasformazione e con le particolari configurazioni locali di senso, nel rapporto tra persone, bagagli e capitali culturali diversi, che il migrare comporta (Pompeo 2002). La terza è definita come “logica della riproduzione”, in cui, in analogia con la prima, segmenti sociali portatori di un’esperienza storica singolare cercano di mantenere legami con una cultura concepita in termini patrimoniali, come un’eredità da mantenere viva e la cui sopravvivenza, in un modello che riprende l’ecologismo e la tutela della biodiversità, è minacciata dalla statualità o dal mercato, infine la quarta è quella denominata “logica della produzione” in cui la differenza culturale appare un derivato del processo di invenzione permanente che caratterizzerebbe la globalizzazione, in cui le identità si trasformano e ricompongono, dove non esisterebbe un principio di stabilità definitivo. A questo modello sarebbero riconducibili le rivendicazioni di nuovi soggetti della scena pubblica, dall’universo GLBT, acronimo che definisce la galassia gay, lesbo, bisessuale e transgender, ai “bisogni speciali” di altre community, come nelle diverse abilità. Pompeo Francesco (a cura di) 2007 La società di tutti. Multiculturalismo e politiche dell’identità, Meltemi, Roma (pp. 9-17) 2. Incubatori o sedi di identità 2.1. passaggio storico: l’identità romantica dei popoli (rapsodi e poemi) 2.1.01 Due note - provocazione una generale: «Perché la formazione di uno Stato sovrano nel sistema interstatale dovrebbe creare a sua volta una “nazione”, un “popolo”? …discutibile fino a che punto la “nazione” come sentimento comune avesse radici profonde prima della creazione dello Stato … perché si vuole o si ha bisogno di un passato, di una “identità”? … tramite il senso del passato le persone si convincono ad agire nel presente in modi in cui altrimenti non agirebbero … il presente determina il passato, e non viceversa, come le nostre strutture analitiche logico-deduttive ci inducono a pensare» Wallerstein, Immanuel, Alla scoperta del sistema mondo, manifestolibri, Milano 2005, p.330 ss una realistico-ironica sul Risorgimento italiano: «Ma giugnea fraditanto una carretta tirata da uno scheletro di mulo come quello famelico in galoppo sopra le teste di papi e principi e madame al palazzo Sclàfani in Palermo. Un carrettiere estrano con casacca rossa, fazzoletto e berretto a 2 Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 identità e multiculturalismo lezione 2 cazzarola con visiera, all’impiedi sopra il legno, strappando redini e frustando, vociava: - Uuh, uuh, broeta bestia, marouchì poa te! Sghignazzano altri tre appresso al carro, vestiti come il primo, che con sciabole revolver e carabine tengon prigione in mezzo a loro un gruppo d’alcaresi. Chi sono? Sono i soldati nordici sbarcati con Garibaldi a liberarci dal giogo del Borbone. Sì, sono d’altro lignaggio.» Consolo, Vincenzo 1976 Il sorriso dell’ignoto marinaio, Einaudi, Torino 1992, p.109 2.1.1. Un bilancio sull’Europa delle identità popolari e nazionali Nulla è più «internazionale» della formazione delle identità nazionali. È un paradosso enorme, dal momento che l’irriducibile specificità di ogni identità nazionale è stata pretesto di scontri sanguinosi, eppure identico è il modello, messo a punto nel quadro di intensi scambi internazionali. Le nazioni moderne si sono costituite in modo diverso da come raccontano le storie ufficiali. Le loro origini non si perdono nella notte dei tempi, nelle età oscure ed eroiche descritte dai capitoli iniziali delle storie nazionali. Neppure la lenta formazione di territori in seguito a conquiste e alleanze è stata all’origine delle nazioni, poiché essa altro non è che la storia tumultuosa dei regni o dei principati. La vera nascita di una nazione è il momento in cui un pugno di individui dichiara che essa esiste e cerca di dimostrarlo. I primi esempi non sono anteriori al XVIII secolo, non essendovi nazioni in senso moderno, cioè politico, prima di questa data. L’idea si inserisce, in realtà, nel quadro di una rivoluzione ideologica. La nazione è concepita come una comunità vasta, tenuta insieme da vincoli che non si riferiscono alla dipendenza da uno stesso sovrano, né all’appartenenza a una stessa religione o a una stessa classe sociale: essa non è determinata dal monarca, la sua esistenza è indipendente dai rischi della storia dinastica o militare. La nazione somiglia straordinariamente al popolo della filosofia politica, quei popolo che da solo, secondo i teorici del contratto sociale, può conferire la legittimità del potere, ma è anche qualche cosa di più: il popolo è un’astrazione, la nazione è viva. 7-8 Il processo di formazione identitario consiste nel determinare il patrimonio di ogni nazione e nel diffonderne il culto. La prima fase dell’operazione non è stata così evidente, poiché in realtà gli antenati non avevano redatto un testamento indicante ciò che desideravano trasmettere ai discendenti, ed era oltretutto necessario scegliere fra gli antenati i presunti donatori, ossia trovare ipotetici ascendenti comuni agli alverniati e ai normanni (o agli svevi e ai sassoni, ai siciliani e ai piemontesi). Perché si producesse il nuovo mondo delle nazioni, non era sufficiente inventariarne l’eredità, si doveva piuttosto inventarlo. Ma come? Che cosa era necessario escogitare alfine di dare la testimonianza vivente di un passato prestigioso e l’immagine autorevole della coesione nazionale? Il compito era arduo, di lunga durata e fu svolto collettivamente. Un grande cantiere di sperimentazione, senza capomastro eppure intensamente animato, venne aperto in Europa nel Settecento: esse conobbe l’epoca di maggiore produttività nel secolo successivo e la sua caratteristica fu quella di essere transnazionale. Non vi è stato accordo preventivo o divisione del lavoro; ma ogni singolo gruppo nazionale si mostrava molto attento a quanto facevano i loro simili e rivali, cercando di adattare alle proprie esigenze le idee degli altri e venendo a sua volta imitato, quando aveva scoperto qualcosa di nuovo o era riuscito a migliorare l’esistente. Appena i letterati tedeschi avevano esortato, con successo, i compatrioti a seguire l’esempio inglese nella riesumazione del patrimonio culturale e nazionale, i loro omologhi scandinavi o russi invitavano a prendere esempio dai tedeschi. Qualche decennio più tardi, gli eruditi francesi fustigavano i concittadini che avevano esitato a impegnarsi in un’impresa che, nel frattempo, era stata un banco di prova per russi, spagnoli e danesi. Le esposizioni internazionali, luoghi privilegiati di esibizioni identitarie, sono state, a partire dalla metà dell’Ottocento, occasioni privilegiate di questo commercio simbolico. Le rivalità furono aspre, ma in genere pacifiche, gli accordi frequenti, come pure gli scambi di consigli o anche gli incoraggiamenti agli esordienti. Il risultato della creazione collettiva delle identità nazionali non è un modello unico, ma piuttosto secondo l’espressione provocatoria del sociologo Orvar Löfgren, una sorta di kit per il «fai da te»: una serie di declinazioni dell’«anima nazionale» e un insieme di procedure necessarie alla loro 3 Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 identità e multiculturalismo lezione 2 elaborazione. Oggi siamo in grado di redigere la lista di elementi simbolici e materiali che una nazione degna di questo nome deve offrire: una storia che stabilisca la continuità con i grandi antenati, una serie di eroi prototipi di virtù nazionali, una lingua, dei monumenti culturali, un folclore, dei luoghi sacri e un paesaggio tipico, una mentalità particolare, delle rappresentazioni ufficiali — inno e bandiera — e delle identificazioni pittoresche — costume, specialità culinarie o animale totemico. Le nazioni che di recente hanno avuto diritto al riconoscimento politico, e soprattutto quelle che ancora lo rivendicano, testimoniano, insieme ai segnali che inviano per attestate la propria esistenza, il carattere prescrittivo di questa lista di priorità identitaria. Il «sistema Ikea» di costruzione delle identità nazionali, che permette assemblaggi differenti a partire dalle stesse categorie elementari, appartiene al dominio pubblico mondiale, avendolo l’Europa esportato nello stesso tempo in cui imponeva alle vecchie colonie il proprio modo di organizzazione politica. Il ricorso alla lista identitaria è il mezzo più banale, perché più immediatamente comprensibile, di rappresentare una nazione, che si tratti della cerimonia di apertura dei giochi olimpici, delle accoglienze riservate a un capo di stato straniero, dell’iconografia postale e monetaria o della pubblicità turistica. La nazione nasce da un postulato o da un’invenzione, ma essa vive solo per l’adesione collettiva a questa finzione. I tentativi abortiti sono numerosissimi, mentre i successi sono il frutto di un costante proselitismo che insegna agli individui ciò che sono, li obbliga a conformarsi al modello proposto e li incita a diffondere a loro volta quel sapere collettivo. Il sentimento nazionale è spontaneo solo quando è stato perfettamente interiorizzato ma per ottenere ciò occorre anzitutto averlo insegnato. La messa a punto di una pedagogia è il risultato di osservazioni basate su esperienze condotte in altre nazioni e trasposte quando sembrava opportuno farlo. 8-10 (un caso) Nel 1758 un giovane povero e ambizioso, figlio di un fattore scozzese, entra come precettore in una famiglia di Edimburgo. A ventidue anni ha pubblicato alcune poesie che gli sono valse la stima dell’ambiente letterario di Aberdeen, ma aspira a una maggiore gloria ed è certo del fatto che la sua opera sia destinata a entusiasmare l’intera Europa, anche se sotto un altro nome. La famiglia che ha assunto James Macpherson ha rapporti con i letterati scozzesi più in vista, uno dei quali interroga il precettore sulle tradizioni orali delle Highlands e gli chiede di tradurre in inglese qualche leggenda gaelica. Macpherson, desideroso di entrare nelle grazie di un personaggio così autorevole, ubbidisce e fornisce dei testi che circolano nei cenacoli di Edimburgo. Quei primi frammenti suscitano interesse, e a Macpherson viene chiesto di continuare; il giovane poeta, che vorrebbe portare avanti il proprio lavoro, è un po’ restio, ma la sua posizione non gli lascia scelta. Sotto la guida di Hugh Blair, professore di retorica e predicatore, si mette al lavoro e fornisce la materia di un opuscolo pubblicato a Edimburgo nel 1760 coi titolo Frammenti di poesia antica raccolti nelle Highlands di Scozia (Fragments of Ancient Poetry, collected in the Highlands of Scotland and translated from the gaelic or erse language by Jarnes Macpherson). Eseguito l’ordine, il giovane vorrebbe tornare dalla propria musa, ma i suoi protettori non lo considerano ancora libero: ora non è più questione di intrattenere i nobili con qualche ballata popolare, ci vuole un’opera eccezionale, un’epopea venuta da tempi remoti. Gli eruditi settecenteschi sanno bene che cosa è una vera epopea: il canto lirico di un antico aedo che corre devotamente di bocca in bocca, di anima in anima. Un’autentica epopea colta sulle labbra del popolo ha quindi ben altro valore di quella che esce dalla penna di uno scrittore contemporaneo. L’Europa ha di recente prodotto una grande quantità di quelle epopee scritte in versi classici, come la volterriana Henriade, ma il colpo di genio dello scozzese consiste nel proporre all’ammirazione e all’invidia degli altri un’epopea nordica all’altezza dei prestigioso modello omerico: è quanto scrive Blair nella prefazione dei Frammenti di poesia antica. Secondo lui, i testi pubblicati sono appunto i frammenti di un grande poema epico, o più esattamente di due poemi, giacché ogni Iliade che si rispetti deve essere affiancata dalla sua Odissea, e, a grandi linee, ne dà l’annuncio ai lettori: «our epic» ruota intorno a un personaggio centrale, Fingal, di cui un bardo scozzese dei tempi eroici ha cantato le gesta. Una volta annunciata la scoperta, però, resta da creare l’epopea: Macpherson è investito della missione di farsi rapsodo, in senso etimologico, cioè 4 Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 identità e multiculturalismo lezione 2 di cucire insieme i canti popolari raccolti, di colmare le lacune e di confezionare il prodotto previsto da Blair, ma si tira indietro e l’areopago letterario di Edimburgo si riunisce per persuaderlo. Se Macpherson trova il materiale raccolto troppo frammentario, deve pur esisterne dell’altro in qualche sperduto angolo, dove la tra dizione è stata sicuramente meglio preservata. Vada quindi sulle isole e montagne dell’ovest e del nordovest: si provvederà con una sottoscrizione a finanziare il viaggio. Nel settembre 1760 Macpherson parte e fa quel che può, sollecitando nobili e ministri del culto perché gli procurino vecchi manoscritti, impegnandosi a raccogliere narrazioni e canti orali. Al termine del viaggio, in una sosta al villaggio natale, tenta di mettere mano ai materiale raccolto e di farne una sintesi; nel frattempo, i suoi finanziatori si impegnano a trovare i mezzi per fare una pubblicazione all’altezza del tesoro scoperto e decidono di editare l’epopea a Londra, sotto l’alto patronato di lord Bute, nobile scozzese e ministro. Alla fine del 1761 esce Fingal (Fingal, an Ancient Epic Poem, in 6 books, together with several other Poems, composed by Ossian, the son of Fingal translated from the gaelic language bv James Macpherson). Il nome dell’aedo scozzese è stato trovato, e anche il suo rapporto con l’eroe; l’epigrafe, Fortia facta patrum («le gloriose gesta dei padri»), è di stampo virgiliano. Dai primi frammenti, contenuti in 70 pagine di un volume in dodicesimo, siamo passati a una pubblicazione di maggior respiro: il libro non conta meno di 270 pagine formato in quarto. La prefazione è una dotta dissertazione sulla storia degli antichi celti e dei loro druidi che costituisce il contesto del poema ossianico: vi si afferma che la popolazione delle Highlands discende dai caledoni, che avevano valorosamente resistito all’esercito romano, e non da invasori giunti nel V secolo dall’Irlanda. Blair si diffonde in elogi e comunica che a quella Iliade farà seguito un’Odissea. In effetti, nel 1763 Macpherson dà alla luce una seconda epopea, Temora, delle stesse dimensioni della prima: 247 pagine in quarto. Ha fatto quanto gli era stato ordinato, ossia mettere alla base della cultura europea monumenti culturali diversi da quelli greco-romani; la poesia epica dell’antichità era forse irraggiungibile, ma il precettore scozzese ha comunque dato il meglio di sé per dimostrare che non era unica. 19-21 La genialità di Macpherson, aiutato da esperti in materia, è consistita nell’accogliere le tendenze estetiche più moderne attribuendole a un aedo del passato. L’epopea ossianica riveste dunque un alto valore strategico nella riedizione della querelle degli antichi e dei moderni. A coloro che denunciavano la sclerosi del classicismo e si volevano campioni di una nuova estetica, i custodi della tradizione classica opponevano infatti un argomento che ritenevano inconfutabile: l’antichità greco-romana era l’unica fonte delle culture contemporanee e il classicismo ne era il fedele erede. L’epopea di Ossian «dimostra» a titolo definitivo che esistono altre tradizioni fondatrici delle culture europee e che è possibile ritrovarne i capolavori: la modernità è dunque legittimata da una fonte antica, altrettanto venerabile di quella rivendicata dal classicismo. La natura tormentata e cupa dei canti di Fingal, la sensibilità elegiaca dei suoi eroi corrispondono perfettamente a ciò che la giovane generazione ama e vuole diffondere. Essa è ormai fortemente motivata nella propria lotta: la tradizione colta ha scandalosamente occultato a vantaggio esclusivo del classicismo le fonti «barbare» delle culture europee che soltanto il popolo ha saputo preservare. E il decentramento della legittimità culturale è associato a un decentramento della legittimità politica: ciò spiega perfettamente l’appropriazione europea dell’epopea scozzese. [La linea culturale in atto: la distinzione tra tre culture e formazione/invenzione, in forma di scoperta, della cultura popolare e del soggetto popolo. Al modello classico, che fa perno sugli autori greci e latini per tesi, stili di razionalità e canoni estetici, e al modello della cultura cristiana, o meglio ebraico-cristiana, richiamata per gli aspetti teologici e morali, si vuole ora affiancare (in clima politico) una terza componente dichiarata autonoma e originaria: la cultura popolare. Il popolo è depositario orale di una cultura propria (pagana, medievale e barbara); aedi, bardi e trovadori ne sono i cantori; quella cultura è costitutiva di identità e permette il definirsi di un nuovo soggetto, il popolo, che proprio nell’800 prende forma di nazione. Si tratta di una tesi romantica maturata soprattutto in clima antiassolutistico e come espressione di nuova sensibilità (definita “romantica”) mirante a sostenere progetti nazionali, resa 5 Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 identità e multiculturalismo lezione 2 efficace storicamente attraverso una sua opportuna collocazione in età remota, per lo più medievale, opportunamente ripresa e rivalutata.] Il primo periodo di elaborazione delle identità culturali nazionali è particolarmente fertile di “manoscritti autentici” miracolosamente ritrovati dopo secoli di oblio e subito scomparsi: alcuni divorati dalle fiamme, altri sequestrati entro le mura di un convento spagnolo, rubati da un rivale invidioso oppure imbarcati su una nave in partenza per le Americhe. 107 (Un esempio) Nel 1817 un giovane boemo annuncia di avere trovato nella cassa dell’organo di una vecchia chiesa alcuni manoscritti del XIII secolo. Poco dopo egli pubblica i poemi epici e i canti lirici esumati dalla polvere ecclesiale… hanno un successo immediato tanto più clamoroso in quanto portano le prove della antichità prestigiose di un popolo … forte è il sospetto e il dubbio che siano inventati da chi dichiara di averli ritrovati … più forte del sospetto degli eruditi è la volontà di esibire le origini lontane di una propria identità nazionale contro ogni invasione (romana, austriaca …) da parte di movimenti, di patrioti, di nazionalisti…l’inventore (colui che li ha “ritrovati”) dei manoscritti diventa un eroe nazionale … il monumento funebre del “poeta-inventore-ritrovatore” è nel pantheon nazionale, in uno dei luoghi sacri destinato ad accogliere le tombe delle glorie patrie… la polemica dei manoscritti dura… solo quando vi è la convinzione che la identità nazionale sia abbastanza solida e i giochi politici troppo pericolosi perché la nazione debba accollarsi un falso storico, allora si accetta l’idea della loro falsità o “forzatura” 100 In realtà la linea di demarcazione fra le creazioni originali ispirate ai frammenti antichi e la traduzione in lingua contemporanea di testi antichi è sempre poco chiara per i letterati patrioti che, stimolati dagli esempi stranieri, si sono attribuiti il compito di illustrate a tinte vivaci il genio creatore del loro popolo, non ritenendo una frode l’elaborazione di temi non reperibili in fonti troppo recenti o troppo frammentarie. Al pari dei primi archeologi o anatomisti, essi considerano legittima la ricostruzione dell’insieme a partire da pochi frammenti, poiché componendo su ispirazione dell’anima nazionale, non derogano al dovere di autenticità; come Herder ha del resto affermato esplicitamente a proposito della controversia nell’epopea ossianica. 107 Gli studiosi di canti popolari non pubblicano i materiali bruti raccolti, ma fabbricano un prodotto finito, gradevole e ripulito e all’occorrenza ci mettono del loro. Lo stesso procedimento viene adottato per le vestigia storiche, con la prospettiva di riparare gli oltraggi del tempo e di ricostruire, se necessario con materiali nuovi di zecca, ciò che si crede vi fosse stato in precedenza. 142 Thiesse, Anne-Marie 2001 La creazione delle identità nazionali in Europa, Il Mulino, Bologna 2.1.1.1. Passaggio storico filosofico critico: utilità e danno della storia Dalle note critiche (“considerazioni inattuali”) di Nietzsche sulla storia monumentale, antiquaria, critica e il nuovo senso della storia, legate al tema dell’eterno ritorno (I considerazione inattuale) Si oppone alla storia: a. monumentale, che si impossessa del passato, selezionandolo, per creare qualcosa di grande oggi o pensando ad una storia affidata a grandi figure (“uomini a cavallo”) b. degli antiquari che venera il passato per vantare e imporre lunghe tradizioni c. critica di coloro che, afflitti dal presente, ricavano dal passato una storia per giudicare e condannare ( i perenni laudatores temporis acti). Vi contrappone un nuovo stile: a. il metodo genealogico come prassi ermeneutica della liberazione: il metodo di analisi adottato da Nietzsche è la genealogia ermeneutica: la demolizione della presa che le culture del disprezzo esercitano sull’uomo riducendolo a gregge, massa, schiavo, venerazione… si ottiene attraverso la ricostruzione di come queste culture sono diventate valori indiscussi e venerati; la ricostruzione (ermeneutica) della loro affermazione (genealogia) diventa un’arte dello smontaggio, del loro annullamento (nichilismo) e della conseguente liberazione dell’uomo verso l’oltre uomo. b. l’amor fati (vedi sopra): liberarci di tutto ciò che il passato ha caricato sulle nostre spalle non con il rifiuto o con la dimenticanza [resterebbe sempre attivo, alla Freud], ma con il riconoscimento che: a) non poteva essere diversamente b) è passato e non può decidere il presente [lo voglio come passato] 6 Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 identità e multiculturalismo lezione 2 c. l’eterno ritorno: nell’attimo, nel presente dell’atto di volontà, il tempo è consegnato all’azione, all’io voglio, alla volontà di potenza … [nell’attimo e solo nell’attimo si sceglie sempre la totalità del tempo] 2.2 passaggio sociologico: identità nella società multiculturale 2.2.1. descrizione “critica”: “ogni cultura è già di per sé multiculturale” «Il tuo Cristo è ebreo. La tua macchina è giapponese. La tua pizza è italiana. La tua democrazia greca. Il tuo caffè brasiliano, la tua vacanza turca. I tuoi numeri arabi. Il tuo alfabeto latino. Solo il tuo vicino è uno straniero.» Da un manifesto tedesco degli anni Novanta. (Aime, o.c. p. 73) L’accento è sempre posto sulla diversità, quasi mai sugli elementi comuni, che invece sono dati per scontati taciuti, non considerati o ignorati. La diversità fa eccezione, quindi fa notizia. (Aime p.10) Di fatto, ponendo un eccessivo accento sulle diversità culturali, si rischia di costruire barriere, proiettando sugli «altri» differenze che, forse, potrebbero essere superate, attenuate o ignorate. Porre in primo piano la diversità significa accentuare una presunta impermeabilità delle culture di cui gli individui sono portatori. (Aime p.16) Quella dello scontro culturale è una maschera che nasconde le radici della questione presentandoci invece, con l’esasperazione talvolta caricaturale delle maschere, i tratti più estremi di quanto vuole rappresentare. Nasconde l’universalità di molti elementi culturali, patrimonio di popoli e fedi diverse, per dare voce solo alle possibili risposte, che sono umane e pertanto non «naturali», non assolute. Se è vero quanto afferma Clifford Geertz, che «i problemi, essendo esistenziali, sono universali; le loro soluzioni, essendo umane, sono diverse», è anche vero che ogni individuo non dispone di una sola opzione culturale da esercitare. Come sostiene Eric Wolf: «È un errore considerare l’emigrante come il portatore o il protagonista di una cultura omogeneamente integrata che egli può mantenere o rifiutare nel suo complesso […]. Non è più difficile per uno zulù o per un hawaiano imparare o disimparare una cultura di quanto non lo sia per un abitante della Pomerania o della Cina.» Il mito del multiculturalismo finisce allora per essere una riproposizione, in chiave non conflittuale, della diversità culturale, e finisce per porre ancora una volta l’accento sulla differenza piuttosto che sul fatto che ogni cultura è già di per sé multiculturale. Come afferma Davide Zoletto, il multiculturalismo « è un assunto che si basa quantomeno su un doppio errore: che un individuo sia per così dire completamente o ampiamente sovradeterminato da una cultura, e che le nostre società fossero (o che le società in generale possano mai essere) monoculturali prima dell’arrivo dei migranti. » (Aime p. 23-24) Vale la pena rileggere la celebre parodia che Ralph Linton era solito proporre ai suoi studenti nella prima lezione di antropologia culturale: «Il cittadino americano medio si sveglia in un letto costruito secondo un modello che ebbe origine nel vicino Oriente. Egli scosta le lenzuola e le coperte che possono essere di cotone, pianta originaria dell’India; o di lino, pianta originaria del vicino Oriente; o di lana di pecora, animale originariamente domesticato nel vicino Oriente; o di seta, il cui uso fu scoperto in Cina. Tutti questi materiali sono stati filati e tessuti secondo procedimenti inventati nel vicino Oriente. Si infila i mocassini inventati dagli indiani delle contrade boscose dell’Est, e va nel bagno, i cui accessori sono in misto di invenzioni europee e americane, entrambe di data recente. Si leva il pigiama, indumento inventato in India, e si lava con il sapone, inventato dalle antiche popolazioni galliche. Poi si fa la ha barba, rito masochistico che sembra sia derivato dai sumeri o dagli antichi egiziani. Tornato in camera da letto, prende i suoi vestiti da ma sedia il cui modello è stato elaborato nell’ Europa meridionale e si veste. Indossa indumenti la cui forma derivò in origine dai vestiti di pelle dei nomadi delle steppe dell’Asia, si infila le scarpe fatte di pelle tinta secondo un procedimento inventato nell’antico Egitto, tagliate secondo un modello derivato dalle civiltà classiche del Mediterraneo; si mette intorno ai collo una striscia dai colori brillanti che è un vestigio sopravvissuto degli scialli che tenevano sulle spalle i croati del diciassettesimo secolo. […] Andando a fare colazione si ferma a comprare in giornale, pagando con delle monete che sono 7 Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 identità e multiculturalismo lezione 2 un’antica invenzione della Lidia. Al ristorante viene a contatto con tutta nuova serie di clementi presi da altre culture: il suo piatto è fatto di un tipo di terraglia inventato in Cina; il suo coltello è di acciaio, lega fatta per la prima volta nei l’India del Sud, la forchetta ha origini medievali italiane, il cucchiaio è un derivato dell’originale romano. Prende il caffè, pianta abissina, con panna e zucchero. Sia l‘idea di allevare mucche che quella di mungerle ha avuto origine nel vicino Oriente, mentre lo zucchero fu estratto in India per la prima volta. Dopo la frutta e il caffè, mangerà le cialde, dolci fatti secondo una tecnica scandinava, con il frumento, originario dell’Asia minore. […] Quando il nostro amico ha finito di mangiare, si appoggia alla spalliera della sedia e fuma, secondo un’abitudine degli indiani d’America, consumando in pianta addomesticata in Brasile o fumando la pipa, derivata dagli indiani della Virginia o la sigaretta, derivata dal Messico. Può anche fumare un sigaro, trasmessoci dalle Antille, attraverso la Spagna. Mentre fuma legge le notizie del giorno, stampate in un carattere inventato dagli antichi semiti, su di un materiale inventato in Cina e secondo un procedimento inventato in Germania. Mentre legge i resoconti dei problemi che i agitano all’estero, è un buon cittadino conservatore, con un linguaggio indo-europeo, ringrazierà una divinità ebraica di averlo fatto al cento per cento americano. » (Aime, o.c. p. 25-26) 2.2.2. identità e violenza: una relazione in denuncia 2.2.2.1. identità (stereotipi) e violenza, in contesto storico politico Che ci sia o no disparità dipende quindi dal contesto; e se non c’è disparità, ridere della diversità altrui può diventare un elemento di comunicazione che, pur basandosi sugli stereotipi, li caricaturizza rendendoli accettabili. Gli stereotipi non sempre danno vita a una politica di esclusione: per farlo occorre una strutturazione politica che trasformi un sentimento — anche forte — in azione organizzata e mirata non più verso un singolo individuo, ma verso una categoria di individui, e a tale scopo è indispensabile convincere gli altri di appartenere anch’essi a una categoria omogenea. L’organizzazione e la strutturazione trasformano un disagio, un senso di insoddisfazione, in ideologia politica e quindi in strumento di forza. In molti casi le identità possono tranquillamente rimanere latenti e non attivarsi fino al momento in cui non interviene un fattore scatenante, perlopiù di carattere violento. È la violenza, spesso, a indurre identità — violenza intesa non solo come atto di forza fisica, ma anche come imposizione o classificazione attraverso l’azione politica basata su un rapporto di forza asimmetrico. Assistiamo continuamente a processi di politicizzazione di etnie e di religioni, finendo talvolta per sovrapporre l’immagine che ne deriva ai contenuti originali delle une e delle altre. L’islam diventa in tal modo la religione della guerra santa, quando è invece l’uso politico che ne fanno certi integralisti a fomentare odio e guerra; l’identità etnica sembra essere alle radici dei massacri in Burundi o nei Balcani, mentre le ragioni degli scontri andrebbero cercate nelle politiche recenti e passate; si parla di tribalizzazione della politica, quando al contrario il problema sta nella politicizzazione delle tribù. La pratica dell’identità comporta in molti casi uno snaturamento dei valori fondamentali della cultura a cui fa riferimento. (Aime, o.c. p. 133) Ricordo un’intervista televisiva nella quale il rabbino Elio Toaff, alla domanda «cosa ha sigificato per lei essere ebreo?», rispose di essersi sentito per la prima volta veramente ebreo nel 1939, quando vennero emanate e applicate le leggi razziali dal governo fascista. «Prima - diceva Toaff mi sentivo cittadino italiano di cultura ebraica». Il suo senso di identità venne pertanto indotto da eventi esterni. Con questo, non credo certamente volesse negare il sentimento di appartenenza alla sua comunità religiosa, ma affermare come il passaggio da un’identità percepita a una, seppur per forza, agita, vissuta, fu conseguenza di un atto di forza. Da quel momento, a lui come ad altre migliaia di persone venne tolta la possibilità di scegliere chi e che cosa essere. (Aime p.106) … Anzi, gli ebrei, come ricorda Luzzatto, avendo vissuto esperienze diverse a causa della loro diversa dislocazione, non possono essere incasellati in un’identità collettiva fissa, ma se mai sono ed erano il prodotto di complesse dinamiche locali e relazionali. Il delirio nazista li ha invece condannati, oltre che allo sterminio, a rappresentare una sola entità, per giunta razziale. In questo senso la 8 Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 identità e multiculturalismo lezione 2 Shoah ha creato un “popolo ebraico” al fine di sterminarlo, tentando addirittura di definirne i confini su basi biologiche.( Aime p. 107-108) 2.2.2.2. l’urgenza di una diagnosi. Indicato e descritto il fatto, evidenziato il problema resta aperto (e irrisolto) il cammino della sua diagnosi e della sua eventuale terapia. Il compito difficile di una “sociologia” anche terapeutica (o terapeutica già nella sua diagnosi). Il problema. « Di tanto in tanto sogniamo una «grande semplificazione», ci abbandoniamo a fantasie regressive che trovano principale ispirazione nelle immagini del ventre prenatale e della casa fortino. La ricerca di un riparo è «l’altro» rispetto alla responsabilità, così come trasgressione e ribellione erano «l’altro» rispetto alla conformità. Oggi la brama di un riparo sicuro ha finito col sostituire la ribellione, che ha ormai cessato di essere un’opzione sensata; come afferma Pierre Rosanvallon (in una nuova prefazione al suo classico Le capitalisme utopique), non esiste più una «autorità di comando da deporre e sostituire. Sembra non esserci rimasto più spazio per una rivolta, come il fatalismo sociale vis-à-vis il fenomeno della disoccupazione testimonia ampiamente». I segni di malessere sono molti ed evidenti, e tuttavia — come Pierre Bourdieu ha ripetutamente osservato — la loro ricerca di una legittima manifestazione nel mondo della politica è ancora vana. Privi di un’espressione articolata, vanno dunque letti tra le righe, desunti dagli scoppi di furore xenofobo e razzista: le manifestazioni più comuni di nostalgia da «riparo sicuro». L’alternativa disponibile (e non meno popolare) ai sentimenti neotribali di intolleranza violenta — il rifiuto della politica e il ritiro entro le mura fortificate del privato — non è più una soluzione attraente e soprattutto adeguata alla vera origine del malessere. E dunque a questo punto che la sociologia, col suo potenziale esplicativo che promuove la comprensione, acquista i dovuti riconoscimenti più che in qualsiasi altro periodo della sua storia. Secondo l’antica ma ineguagliata tradizione ippocratica, come Pierre Bourdieu ricorda ai lettori di La misère du monde, la vera medicina parte dal riconoscimento di una malattia invisibile: «fatti di cui il malato non parla o che dimentica di riferire». Ciò che occorre nel caso della sociologia è la «rivelazione delle cause strutturali che i segni e le manifestazioni apparenti rivelano solo attraverso una loro distorsione» [ne dévoilent qu’en les voilant]. Occorre analizzare — spiegare e capire — i patimenti caratteristici dell’ordine sociale che «ha indubbiamente ridotto la grande miseria (sebbene a volte più a parole che nei fatti), moltiplicando al contempo gli spazi sociali [...] offrendo condizioni favorevoli per la crescita senza precedenti di ogni sorta di piccole miserie». Diagnosticare una malattia non significa curarla. Questa regola generale si applica alle diagnosi sociologiche quanto ai referti medici. Notiamo tuttavia che la malattia della società differisce da quella corporea per un aspetto fondamentale: nel caso di un ordine sociale malato, l’assenza di una diagnosi adeguata (ignorata o soffocata dalla tendenza a «interpretare e dunque liquidare» i rischi rilevati da Ulrich Beck) è una causa determinante, forse decisiva, della malattia. Bauman Zygmunt 2000 Modernità liquida, ed. Laterza, Roma-Bari 2002, p. 253-254 3. Note “filosofiche” sul tema identità e multicultura; strumenti concettuali per impostare il problema Avvertenza preliminare, come sostiene Bauman: «Mentre farsi un’identità è un’esigenza fortemente sentita e un esercizio incoraggiato da ogni autorevole medium culturale, avere un’identità solidamente fondata e restarne in possesso ‘per tutta la vita’, si rivela un handicap piuttosto che un vantaggio poiché limita la possibilità di controllare in modo adeguato il proprio percorso esistenziale.» …« Questa eccessiva sovraesposizione dell’identità, di una identità, rischia di trasformarci in esseri unidimensionali, mentre le vicende umane dimostrano che invece siamo degli abilissimi camaleonti culturali.» (Aime, o.c. p. 68, 56) 3.1 il filone metafisico: possibilità e essenza 9 Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 identità e multiculturalismo lezione 2 3.1.1 Aristotele: il divenire delle realtà naturali è dato dalla tensione verso la propria forma o essenza. Si dice naturale (“fisica”) quella realtà che è caratterizzata dal divenire in forza di un principio intrinseco. Non sono perciò “naturali” enti ideali (come gli oggetti della geometria e gli enti celesti) poiché non mutano, e enti artificiali (come il letto, il tavolo) poiché non mutano in forza di se stessi ma per cause esterne o comunque materiali e non formali (l’albero genera l’albero, il letto non genera il letto e la sua corruzione è da attribuire agli elementi materiali naturali di cui è composto). La realtà (la sostanza) naturale è definita da materia e forma, ma secondo una relazione dinamica e non statica: è proprio delle realtà naturali una materia che si presenta come potenza (dunamis) e tensione verso la propria forma o essenza; questa tensione costituisce la base metafisica e fisica del suo perenne divenire; possedere in atto e totalmente la propria forma è cessare di essere realtà naturale. «Degli enti alcuni sono per natura, altri per altre cause. Sono per natura gli animali e le loro parti e le piante e i corpi semplici, come terra, fuoco, aria e acqua (queste e le altre cose di tal genere noi diciamo che sono per natura), tutte cose che appaiono diverse da quelle che non esistono per natura. Infatti, tutte queste cose mostrano di avere in se stesse il principio del movimento e della quiete, alcune rispetto al luogo, altre rispetto all’accrescimento e alla diminuzione, altre rispetto all’alterazione. […] In un senso, quindi, la natura viene così definita: cioè, come la materia che per prima fa da sostrato a ciascun oggetto il quale abbia in se stesso il principio del movimento e del mutamento; ma in un altro senso essa è definita come la specie che è conforme alla definizione. Come, infatti, si dice arte ciò che è conforme all’arte e all’artistico, così anche si dice natura ciò che è conforme a natura e al naturale, e, come a proposito dell’esempio del letto, noi non potremmo dire né che il letto sia conforme all’arte, se esso è solo in potenza e non ha affatto la forma del letto, né che vi sia arte, allo stesso modo dovremmo ragionare anche a proposito degli oggetti che risultano dalla natura: la carne, infatti, o l’osso in potenza non hanno affatto la propria natura né sono per natura prima di prendere la forma specifica, determinando la quale noi diciamo che cosa è carne o osso. Sicché, in questo secondo senso, la natura delle cose che hanno in se stesse il movimento, si potrebbe identificare con la forma e con la specie, la quale ultima è separabile dalla prima solo per logica astrazione. (invece il composto di materia e forma non è natura, ma è per natura; ad esempio, l’uomo). E la forma è più natura che la materia: ciascuna cosa, infatti, allora si dice che è, quando sia in atto, piuttosto che quando sia in potenza. […] Inoltre, è compito della medesima [scienza fisica] conoscere la causa finale e il fine e quante cose sono in virtù di questi. La natura, infatti, è fine e causa finale.» Aristotele, Fisica, tr. A Russo, Laterza, Bari 1973, pp. 27-33 (passim) 3.1.2 Kierkegaard: esistenza é possibilità L’esistenza è sempre concretamente collocata in forme determinate, socialmente definite e note nelle loro coordinate di comportamento e di valore; la domanda «chi è», osserva polemicamente Kierkegaard, è solitamente soddisfatta da risposte che indicano il ruolo sociale di una persona, come ad esempio: «è un amico di famiglia», «è il padre», «è il direttore». Ma non è possibile pensare che le forme sociali nelle quali il singolo è inserito ne definiscano essenzialmente l’esistenza. Ridurre l’esistenza alle sue forme mondane significa sfuggire al compito filosofico di riflettere sull’esistenza stessa. È necessario dunque andare oltre le forme nelle quali l’esistenza è calata; solo così l’esistenza ha modo di mostrarsi nella sua nudità e purezza, nella sua possibilità; il compito della filosofia consiste pertanto nello studiare le condizioni perché la possibilità si realizzi nella scelta e nella decisione. A partire da questa tesi centrale Kierkegaard attua una rivoluzione delle categorie filosofiche dell’esistenza e della realtà. Il possibile non viene più considerato come l’antecedente logico e storico della realtà, ma come la sua essenza; la necessità non può presentarsi come una categoria dell’essere, ma solo come una categoria logica: la realtà infatti nella sua essenza storica è 10 Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 identità e multiculturalismo lezione 2 possibilità; l’esistenza non è un semplice attributo di un’essenza metafisica universale in sé definita secondo forme eterne e necessarie, ma è la vera definizione dell’essere, considerato nella sua storica e autentica singolarità. Non iscritta in un sistema razionale necessario, né ridotta a forme comuni codificate, imposte a ogni individuo come modelli universali di vita, l’esistenza non trova la propria definizione nelle categorie con le quali solitamente l’uomo si orienta nel mondo; sradicata dai sistemi convenzionali di riferimento, l’esistenza diviene l’esperienza della libertà infinita, della possibilità pura, ma anche del totale sradicamento e del nulla. Non è possibile incontrarsi con la propria esistenza singola, scoperta come possibilità, senza un processo di azzeramento e nullificazione delle forme universali con cui la ragione sistematica e le abitudini sociali tendono a classificare, secondo codici generali e modelli precostituiti, ogni singola esistenza; ridurre al nulla le forme mondane significa assistere alla propria mondana nullificazione, vivere contemporaneamente l’esperienza della possibilità infinita e del vuoto totale. Kierkegaard indica questa esperienza con il nome di angoscia; egli ne chiarisce il significato distinguendola dall’esperienza della paura. Mentre la paura, il timore, è il sentimento che l’uomo prova di fronte a un pericolo concreto e a un impegno determinato, l’angoscia è il sentimento di smarrimento totale che l’uomo prova di fronte al nulla. L’angoscia che l’uomo prova di fronte alla propria esistenza come possibilità infinita, lo spinge a trasformare l’angoscia in paura, a riempire l’esistenza di impegni, di responsabilità e di compiti; egli tende così a eludere l’insostenibile sentimento di angoscia che pone l’uomo di fronte alla sua nuda, singola esistenza, con il timore per insuccessi mondani, con la preoccupazione per le cariche assunte e con il compiaciuto sentimento di autostima che accompagna sempre colui che si carica di compiti e di responsabilità. L’angoscia è infatti l’esperienza del nulla e della possibilità e quindi il sentimento dell’esistenza autentica, pura, «ritrovata» dalle forme mondane e posta di fronte alla propria decisione, al proprio infinito e al proprio nulla. Si tratta di una situazione dagli esiti sorprendenti e fondativi: di fronte al nulla, la realtà stessa, nella sua singolarità, appare come una possibilità e come un unicum, vissuta il libera fruizione come dono. «Colui ch’è formato dall’angoscia, è formato mediante possibilità; soltanto chi è formato dalla possibilità, è formato secondo la sua infinità. Perciò la possibilità è la più pesante di tutte le categorie. […] Ecco perché la possibilità forma così assolutamente. Nella realtà nessun uomo è mai divenuto così infelice da non aver potuto serbare un piccolo resto di felicità; e, come dice giustamente la prudenza, chi è furbo sa aiutarsi. Ma colui che ha finito il corso di sventura dato dalla possibilità ha perduto tutto, tutto, come non l’ha mai perduto nessuno nella realtà. Ora se egli non inganna la possibilità che vuole istruirlo, se non abbindola l’angoscia che vuole salvarlo, gli viene restituito tutto come non avviene mai ad un uomo nella realtà, anche se ricevesse dieci volte tanto; perché il discepolo della possibilità ottiene l’infinito, mentre l’anima dell’altro esala l’ultimo respiro nel mondo finito.» Kierkegaard, Søren 1844 Il Concetto dell’angoscia, Sansoni, Firenze 1965, p. 193,195 3.1.3 Heidegger: l’uomo, “l’ente che ha il carattere dell’esserci” è “aver- da- essere” Poiché il problema dell’essere è incessantemente riproposto da un ente storico, temporalmente determinato, l’uomo, Heidegger ritiene necessario impostarne l’indagine a partire da quell’ente che ha la preminenza sugli altri enti in quanto egli solo pone il problema dell’essere, si interroga sul suo senso. L’ontologia deve dunque partire da un’indagine preliminare sull’essere dell’uomo: l’esserci, l’essere determinato qui e ora. L’ontologia di Heidegger si apre quindi con una «Analitica dell’esserci»; poiché lo specifico modo di essere dell’esserci è l’esistenza, l’ex-sistere, il trascendimento, l’oltrepassamento, l’analitica esistenziale dovrà portare alla luce la struttura costitutiva dell’esserci e i suoi esistenziali. Con questa espressione Heidegger intende i tratti costitutivi dell’esistenza. «L’Ente che ci siamo proposti di esaminare è il medesimo che noi stessi siamo. L’essere di questo ente è sempre mio. Nell’essere che è proprio di esso, questo ente si rapporta sempre al proprio 11 Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 identità e multiculturalismo lezione 2 essere. Come ente di questo essere, esso è rimesso al suo aver-da-essere. L’essere è ciò di cui ne va sempre per questo ente. Da questa caratterizzazione dell’esserci derivano due ordini di conseguenze: 1. L’«essenza» di questo ente consiste nel suo aver-da-essere. L’essenza (essentia) di questo ente, per quanto in generale si può parlo lare di essa, dev’essere intesa a partire dal suo essere (existentia). Ecco perché l’ontologia ha il compito di mostrare che, se noi scegliamo per l’essere di questo ente la designazione di esistenza, questo termine non ha e non può avere il significato ontologico del termine tradizionale existentia. Esistenza significa, per l’ontologia tradizionale, qualcosa come la semplice presenza, modo di essere, questo, essenzialmente estraneo a un ente che ha il carattere dell’esserci. A scanso di equivoci: per dire existentia useremo sempre l’espressione interpretativa semplice-presenza, mentre attribuiremo l’esistenza, come determinazione d’essere, esclusivamente all’esserci. L’essenza dell’esserci consiste nella sua esistenza. I caratteri che risulteranno propri di questo ente non hanno quindi nulla a che fare con le «proprietà» semplicemente-presenti di un ente semplicemente-presente, «avente l’aspetto» di essere così o così, ma sono sempre e solo possibili maniere di essere dell’esserci, e null’altro. Ogni esser-così, proprio di questo ente, è primariamente essere. Perciò il termine «esserci», con cui indichiamo tale ente, esprime l’essere e non il che-cosa, come accade invece quando si dice pane, casa, albero. 2. L’Essere di cui ne va per questo ente nel suo essere, è sempre mio. L’esserci non è perciò da intendersi ontologicamente come un caso o un esemplare di un genere dell’ente inteso come semplice-presenza. Per l’ente così inteso il suo essere è «indifferente» o, meglio ancora, «è» tale che ad esso, nel suo essere, non può risultare né indifferente né non indifferente. Il discorso rivolto all’esserci deve, in conformità alla struttura dell’esser-sempre-mio, propria di questo ente, far ricorso costantemente al pronome personale: «io sono», «tu sei». E di nuovo l’esserci è sempre mio in questa o quella maniera di essere. L’esserci ha già sempre in qualche modo deciso in quale maniera sia sempre mio. L’ente a cui nel suo essere ne va di questo essere stesso, si rapporta al suo essere come alla sua possibilità più propria. L’esserci è sempre la sua possibilità, ed esso non l’«ha» semplicemente a titolo di proprietà posseduta da parte di una semplice-presenza. Appunto perché l’esserci è essenzialmente la sua possibilità questo ente può, nel suo essere, o «scegliersi», conquistarsi, oppure perdersi e non conquistarsi affatto o conquistarsi solo «apparentemente». Ma esso può aver perso se stesso o non essersi ancora conquistato solo perché la sua essenza comporta la possibilità dell’autenticità, cioè dell’appropriazione di sé.» Heidegger, Martin 1927 Essere e Tempo, ed. Longanesi, Milano 1976, p.64-65 3.2 il filone logico: l’alterità dialettica « In molte iniziative tenute nelle scuole la cosiddetta intercultura si riduce spesso alla lettura di fiabe provenienti da diverse parti del mondo. Iniziativa lodevole, ma spesso le fiabe proposte vengono tratte da libri in cui i racconti tradizionali sono stati pesantemente riadattati per farli assomigliare il più possibile alle nostre fiabe non quelle popolari, bensì quelle della tradizione borghese alla Andersen. Si finisce per avere racconti «africani» nelle quali al lupo si sostituisce un leone e al bosco la foresta. Presi da eccessi di buonismo, si rischia poi di sconfinare in una sorta di ecumenismo che per allontanare i primi accenni di razzismo dei ragazzi porta a dire: «Siamo tutti uguali». In questo modo si legittima l’altro solo perché è uguale a noi, non perché è diverso e come tale va rispettato.» Aime, o.c. p. 61 3.2.1 Platone: l’altro come genere sommo Nelle ultime opere di Platone, chiamate “dialettiche”, il dialogo trova la radice ultima, condizione della propria esistenza; essa si colloca nella scoperta logica di dover ammettere il non-essere tra i generi sommi. Una idea possiede una propria e specifica identità ed è se stessa in quanto si distingue e non è un’altra idea. È necessario dunque disporre non solo del genere sommo dell’essere, ma anche del genere del non-essere, della diversità, dell’alterità. Si tratta di un genere e non di una caratteristica. L’alterità non è un tratto particolare dell’essere, e nemmeno il suo assoluto 12 Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 identità e multiculturalismo lezione 2 contrario, ma una sua condizione di esistenza. Ogni relazione è possibile e autentica in base alla capacità di non annullare, ma salvare la diversità. Il “non-essere”(l’alterità, la diversità, l’) come genere sommo è introdotto con toni drammatici come scoperta che genera un vero e proprio trauma logico e che è destinato a diventare quel trauma dialogico che rende possibile la relazione e il confronto in quanto non nega, non assimila ma salva e mantiene l’alterità. La logica diventa allora dialogo, confronto dialettico; la scelta di Platone di scrivere le proprie opere nella forma del dialogo trova forse qui una definitiva spiegazione. Il dialogo “Sofista” raccontando l’evento con toni drammatici mettendo in scena un vero e proprio delitto filosofico: affermare che “il non-essere è” significa “uccidere” Parmenide, “venerando e terribile”, poiché si trasgredisce quel precetto in cui egli colloca l’origine della filosofia «bisogna che il dire e il pensare sia l’essere». « TEETETO Evidentemente è proprio il non essere, ciò appunto che cercavamo a proposito del sofista. FORESTIERO E codesto non essere dunque, come hai detto, non è forse tale da non cederla a nient’altro quanto all’essere? E non s’ha a dire con fiducia che il non essere ha sicuramente una sua propria natura; e, come il grande era grande, il bello bello, e il non grande non grande e il non bello non bello: così anche allo stesso titolo il non essere era ed è non essere, annoverabile, come una forma tra le molte che sono? O rispetto a ciò, Teeteto, abbiamo tuttora qualche diffidenza? TEE. Oh! nessuna. FOR. Ma sai dunque che abbiamo disobbedito a Parmenide al dì là del suo divieto? TEE. E perché? FOR. Perché, proceduti con la nostra indagine anche oltre, noi gli abbiamo dimostrato più di quello che egli ci aveva interdetto di esaminare. TEE. E come? FOR. Difatti egli, se non erro, dice: «Perché questo non può venire mai imposto: che le cose che non sono siano: ma tu da questa via di ricerca allontana il pensiero». TEE. Così difatti egli dice. FOR. E noi invece non solo abbiamo dimostrato che il non essere è, ma del non essere abbiamo chiarito anche la forma che lo costituisce, perché dopo di aver dimostrato che la natura del diverso è, e si trova sminuzzata per tutti quanti gli esseri nei rapporti reciproci; di ciascuna particella di essa, che si contrapponga all’essere abbiamo avuto l’audacia di dire che questa per l’appunto è realmente il non essere. TEE. E mi pare, ospite, che si sia detto proprio il vero. FOR. Nessuno dunque ci obietti che noi, pur dichiarando il non essere come il contrario dell’essere, osiamo dire che è. Giacché noi ad un assoluto contrario dell’essere abbiamo già detto addio da un pezzo, ci sia esso o non ci sia, si possa o anche non si possa affatto darne ragione.» Platone, Sofista, Sansoni, Firenze 1974, p.269-270 2.3.2 Hegel: il determinato è tale nel suo essere altro Ogni realtà determinata, in quanto definita e delimitata nella sua individualità e identità, rimanda al proprio limite e quindi all’altro, a ciò che non è, non come ad una astratta alterità, ma come alla propria alterità, al proprio confine e alla propria definizione ; il rimando all’altro è dunque condizione della sua identità ed esistenza; viceversa, la negazione dell’altro è distruzione della propria identità; la pluralità delle relazioni ad altro è alla radice del dischiudersi di pluralità identitarie. L’alterità, condizione e contesto per definire l’identità, è alla base della nuova logica dialettica sulla quale Hegel costruisce il sistema scientifico della realtà. Alla fine della complessa filosofia di Hegel, la scena è dominata dall’Assoluto, ma la strada per arrivarvi prende le mosse dalla concretezza di ciò che è finito e determinato. La logica dialettica del sistema è definita dalla descrizione, a tappe e quasi in crescendo, di ciò che accade alla mente di fronte ad un “qualcosa”, ad un determinato, sia che si tratti del concetto di qualcosa, o di un qualcosa concreto (questo oggetto e quest’altro) che può essere fisicamente esibito. « [1.] Qualcosa ed altro son tutti e due in primo luogo degli esserci che sono o dei qualcosa. [2.] In secondo luogo ciascun de’ due è anche un altro. È indifferente quale dei due si chiami per il primo, e solo per ciò, qualcosa […] Tutti e due sono in pari maniera altri. A fissar la differenza e quel qualcosa che si deve prendere come affermativo, serve il questo. Ma questo enuncia appunto che un tal distinguere e porre in rilievo l’un qualcosa è un designare soggettivo, che cade fuori dal qualcosa stesso. Tutta la determinatezza cade in questo estrinseco mostrare. […] L’esser altro sembra quindi una determinazione estranea all’esserci così determinato; sembra cioè che l’altro stia 13 Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 identità e multiculturalismo lezione 2 fuori dell’un esserci; da un lato, che un esserci sia determinato come altro solo per mezzo del confronto di un terzo; dall’altro lato, che sia determinato come altro solo a cagione dell’altro che è fuori di lui, mentre per se stesso non sarebbe tale. Nello stesso, come si è notato, ciascun esserci si determina parimenti, anche per la rappresentazione, come un altro esserci, cosicché non resta più un esserci che sia determinato soltanto come un esserci, che non sia fuori di un esserci, e però non sia, esso stesso un altro. [3.] Tutti e due son determinati tanto come qualcosa quanto come altro. Perciò son lo stesso e non v’è ancora una lor differenza. Questa medesimezza delle determinazioni cade però anch’essa soltanto nella riflessione esterna, nel confronto delle due; se non che come l’altro è posto dapprincipio, così esso è bensì per sé in relazione al qualcosa, ma però è anche per sé fuori di esso. […] quindi, l’altro è da prendersi come isolato, come in relazione a se stesso, cioè astrattamente come l’altro. Questo è l’ di Platone, che lo contrappone, come uno dei momenti della totalità, all’uno, attribuendo in questo modo all’altro una sua propria natura. Soltanto così l’altro è inteso come tale, cioè non come l’altro di qualcosa, ma come l’altro in lui stesso, ossia come l’altro di se stesso. […] [4.] Il qualcosa si conserva nel suo non essere; è essenzialmente uno con cotesto non essere, è essenzialmente non uno con esso. Sta dunque in relazione col suo esser altro; non è puramente il suo esser altro. L’esser altro è in pari tempo contenuto in lui, e in pari tempo ancora da lui separato; è esser per altro. L’esserci come tale è un immediato, un irrelativo, ossia è nella determinazione dell’essere. Ma l’esserci in quanto include in sé il non essere, è un essere determinato, negato in sé e quindi anzitutto Altro, — ma poiché insieme nella sua negazione si conserva anche, è soltanto esser per altro. Si conserva nel suo non essere, ed è essere. Non però essere in generale, ma come riferimento a sé contro il suo riferimento ad altro, come eguaglianza con sé contro la sua disuguaglianza. Un tal essere è essere in sé.» Hegel, G.W.F. 1816 Scienza della logica, ed. Laterza, Bari 1968, pp. 112-115 (passim) 2.3.3 Levinas: l’alterità e l’immanente trascendenza « Fuoriuscita da sé che fa appello all’altro, allo straniero. L’incontro avviene tra stranieri, altrimenti sarebbe parentela. Ogni pensiero è subordinato alla relazione etica, all’infinitamente altro in altri, e all’infinitamente altro di cui ho nostalgia. Pensare altri dipende dall’irriducibile inquietudine per l’altro. L’amore non è coscienza. È perché vi è una vigilanza prima del risveglio che il cogito è possibile, in modo che l’etica e prima dell’ontologia. Dietro la venuta dell’umano, vi è già la vigilanza per altri. L’io trascendentale nella sua nudità viene dal risveglio attraverso e per altri. Ogni incontro comincia con una benedizione, contenuta nella parola buongiorno. Questo buongiorno che ogni cogito, che ogni riflessione su di sé presuppone già e che sarebbe la prima trascendenza. Questo saluto rivolto all’altro uomo è un’invocazione. Insisto dunque sulla preminenza della relazione benevola nei confronti d’altri. Quand’anche vi fosse malevolenza da parte dell’altro, l’attenzione, l’accoglimento dell’altro, come sua riconoscenza marca questa anteriorità del bene sul male.» Levinas, Emmanuel 1986 Alterità e trascendenza, ed. il melangolo, Genova 2006, pp. 87-88 3.3 il filone psicologico: livelli e dinamica della psiche «Secondo lo scrittore e saggista martinicano Edouard Glissant è proprio l’idea di trasparenza a essere pericolosa: Io rivendico il diritto all’opacità. La troppa definizione, la trasparenza portano all’apartheid: di qua i neri, di là i bianchi. «Non ci capiamo», si dice, e allora viviamo separati. No, dico io, non ci capiamo completamente, ma possiamo convivere. L’opacità non è un muro, lascia sempre filtrare qualcosa. Un amico mi ha detto recentemente, che il diritto all’opacità dovrebbe essere inserito tra i diritti dell’uomo.» (Aime, o.c. p. 73) 3.3.1 Stoicismo: una logica indiziaria: l’attenzione ai segni di una realtà per natura non evidente 14 Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 identità e multiculturalismo lezione 2 La natura ci offre realtà di per sé evidenti, come quelle che vediamo al momento, assolutamente impossibili da definire, come ad esempio il numero delle gocce d’acqua di un oceano, per il momento non evidenti, solo perché non presenti ora alle sensazioni, per natura non evidenti a causa della loro complessità, come la natura dell’uomo, la logica delle passioni, la salute del corpo, il corso della storia… cioè quegli elementi attorno ai quali ruota nella sua maggior parte il pensiero e l’attenzione dell’uomo. Per queste realtà disponiamo di segni che mandano indizi (segni indiziari); essi richiedono una interpretazione attenta e specifica (una semiotica), dei ragionamenti induttivi, indiziari e ipoteticiche (sillogismi ipotetici), strumenti capaci di avviare alla scoperta e al rispetto di una identità complessa e mai completamente definibile, aperta all’ascolto e all’interpretazione: «Ti dirò quel che mi accade e tu troverai il nome alla malattia» (Seneca, I dialoghi). «…le cose di-per-sé-evidenti non hanno bisogno di segno, poiché si comprendono di per sé; e nemmeno le cose del-tutto-non-evidenti, come quelle che non si comprendono affatto; invece le cose per-il-momento-non-evidenti e quelle per-natura-non-evidenti si comprendono -essi dicono per mezzo di segni; non, però, degli stessi, ma le cose per-il-momento-non-evidenti, per mezzo di segni rammemorativi, e le cose per-natura-non-evidenti, per mezzo di segni indicativi. Dei segni, dunque, secondo costoro, alcuni sono rammemorativi, altri indicativi. […] dicono, indicativo il segno, che, non osservato insieme con la cosa designata in maniera evidente, pure, per la propria natura e costituzione, segnala ciò di cui è segno, così, p.e., i movimenti del corpo sono segni dell’anima.» Sesto Empirico, Schizzi pirroniani, pp. 80-82, tr. di O. Tescari, Laterza, Bari 1988 3.3.2. Freud: la complessità della psiche;topiche di orientamento e tecniche di lettura dell’inconscio «La teoria psicanalitica di Freud si sottrae anch’essa all’unidimensionalità in quanto, se l’accento posto sulla rilevanza dell’inconscio ha il merito di mostrare che la coscienza riflessiva e la razionalità non esauriscono la complessità della persona, Freud non ignora i processi di costruzione dell’identità individuale e sociale che egli analizza in termini del rapporto tra Es, Io e Super-Io, riconoscendo all’Io una parte attiva in tali processi. […] Uscendo dall’unidimensionalità che caratterizza le teorie filosofiche e sociologiche contemporanee occorre quindi adottare uno schema concettuale maggiormente aperto alla complessità.» (Crespi, o.c. p.39). prima topica seconda topica principi inconscio Id / Es preconscio Ego / Io principio del piacere (libido) eros - thanatos gestione del rapporto conscio Super Ego / Super-Io principio della realtà tecniche di rilevamento e lettura dell’inconscio (qui il metodo terapeutico e teorico psicanalitico) ipnosi (e metodo catartico) libere associazioni transfert affettivo (prima denominazione) analitico (seconda denominazione) interpretazione dei sogni psicopatologia della vita quotidiana motti di spirito e la loro relazione con l’inconscio psicologia delle masse e analisi dell’io lo scopo che regge questa variata e ampia impresa ermeneutica con riferimento all’inconscio è di carattere terapeutico: portare alla coscienza è risolvere/gestire la nevrosi; trasformare i conflitti inconsci, che hanno ostacolato un comportamento adeguato, in conflitti coscienti e consentirne la gestione autonoma. 15 Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 identità e multiculturalismo lezione 2 3.3.3. Sviluppi psicanalitici postfreudiani rilettura dell’inconscio: luogo della funzione simbolica non la sola pulsione libidica (attività simbolizzatrice prelinguistica [precategoriale; Lebenswelt] che dispone in modo attivo il soggetto nei confronti dell’esterno; unità disposizionali “insature” base per orientare i piani di scelta individuale) Carl G. Jung: inconscio e archetipi mitologici: manifestazioni archetipiche che nei tratti essenziali restano immutate nelle culture di ogni tempo Franco Fornari: codici affettivi: processi e regole a fondamento di relazioni; presenti tutti con diverse accentuazioni Jaques Lacan: inconscio è discorso, come luogo dell’altro: Es è la specifica alterità immanente di ciascuno nuovi strumenti di lettura dell’inconscio, accanto a quelli Melania Klein: il gioco; si coglie l’attività simbolica di origine inconscia tradizionali; ad evidenziare la funzione simbolizzatrice precategoriale dell’Es Donald Winnicott: oggetti transizionali; non solo oggetti, non solo che sostiene l’attività ludica del bambino forme; oggetti permeati di qualità personali Arno Stern: disegno: libero, non giudicato, non guidato ma promosso, alla ricerca di forme simboliche ricorrenti, originarie, portanti (ha creato uno spazio in cui realizzare con maggiore facilità il gioco della pittura e l’ha chiamato Closlieu) diversa centralità primaria nella già Sigmund Freud: puntare a realizzare il soggetto dell’inconscio al di là dell’alienazione immaginaria costruita dall’io (wo Es war soll Ich werden) prima e seconda topica e Jaques Lacan: il soggetto non è l’io, il soggetto è l’inconscio, in diversa dinamica / finalità terapeutica particolare l’Es: ricostruire la padronanza dell’Io alla sua radice originaria contesto dell’intervento psicoanalitico in nuove età per indicare che costituisce il soggetto, al di là dell’io, è il luogo dell’inconscio Franco Fornari: il disagio nuovo: Edipo in adolescenza: età prepuberale iperprotetta e eterodiretta, età adolescenziale esaltata e “abbandonata” 4. le ragioni di una critica al multiculturalismo 4.1 Prima introduzione al problema in prospettiva di discussione 4.1.1. la contraddizione multiculturale «La società multiculturale, in quanto situazione di compresenza di gruppi culturali diversi all’interno di uno stesso spazio sociale, chiama in causa il multiculturalismo quale possibile risposta ai problemi generati dalla loro convivenza. Dalla considerazione di un dato oggettivo, si passa pertanto all’elaborazione di un progetto di società all’interno del quale è necessario “stabilire regole per la convivenza di tali gruppi su una base di assoluta parità e di reciproco riconoscimento” (Crespi 1996, p. 262). Espresso in questi termini, il concetto di multiculturalismo risulta essere meramente descrittivo nei confronti della realtà, tacendo sulla natura dei rapporti che intercorrono fra le diverse culture. Il problema legato all’affermazione della società multiculturale è infatti quello di conciliare la tutela del particolarismo culturale con lo svolgimento di un graduale processo di contaminazione tra culture diverse, quale garanzia di mutamento sociale e quale difesa nei confronti di possibili degenerazioni integraliste. Da questo punto di vista, il multiculturalismo tradisce la sua natura ideologica: incurante della natura processuale dei fenomeni sociali, i quali non di rado sfuggono a ogni tentativo di razionalizzazione dell’agire che sia aprioristicamente determinato, esso affonda le sue radici nella cultura moderna e nella frattura tra cultura e individuo da essa sancita. Le incognite della società multiculturale sono pertanto riconducibili alle contraddizioni interne al progetto multiculturalista, nonché alla nozione di cultura su cui esso si fonda.» Maria Cristina Marchetti, La contraddizione multiculturale. Identità e identificazione (in Pompeo o.c p. 203) «È qui che entra in campo l’ideologia del multiculturalismo. Il diritto alla diversità, a qualunque diversità culturale, viene giustificato in base al principio della uguaglianza di opportunità per tutte le culture di esistere e di essere praticate senza un giudizio di valore su di esse. L’uguaglianza di opportunità non è di fatto operante, ma si fa finta che lo sia. Si tratta di una ideologia perché permette a culture parziali di difendere o promuovere degli interessi particolari come se potessero 16 Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 identità e multiculturalismo lezione 2 diventare universali: una religione si chiude in se stessa pensando che prima o poi le altre cederanno; si mantengono certi modelli culturali, come quello dell’inferiorità della donna, pensando che gli altri sbaglino. Il multiculturalismo si presenta come ideologia nel momento in cui consacra una forma di coesistenza fra diversità culturali parziali che si pensano come universali mediante una concezione della sfera pubblica secondo cui, per coesistere, occorre che tutte le culture siano relativizzate (nessuna di esse può pretendere di dire la verità). Nella versione proposta da Gian Enrico Rusconi (2000), a nessuno deve essere permesso di parlare di ‘verità’ quando parla in pubblico. Questa posizione ha una sua giustificazione razionale? In apparenza sì, perché l’argomento di ragione che viene avanzato è che ‘ciascuno ha la sua verità’. Ma questa ragione è ultimativa? Non si direbbe. Essa ha un grado di riflessività zero. Infatti, è evidente che la verità — se intesa come effettivo stato delle cose — non può essere diversa a seconda di chi la dica. La ragione addotta vale se si cambia il senso del concetto di verità, cioè se ‘verità’ indica una opinione o un token, cioè un assunto, un simbolo emblematico, che si ritiene dato per scontato. Ma questa definizione di verità non sarebbe, con tutta evidenza, razionale, perché la razionalità implica una indagine che non dà nulla per scontato (Antiseri, 1991). Se lo spazio sociale pubblico diventa privo di valori comuni (perché l’unico valore comune è che tutte le differenze abbiano uguale dignità), l’agire sociale deve essere ispirato al principio del ‘politicamente corretto’ imposto dal relativismo culturale. La lotta per il riconoscimento delle diverse identità genera distanziamenti e fratture. È una nuova tragedia dei beni comuni.» (Donati, Pierpaolo 2008 Oltre il multiculturalismo, Laterza, Roma-Bari, p. 21-22) 4.12. richiamo del concetto di soggettività e relazione (riconoscimento, interazione) «… non ci è stato possibile parlare di identità senza fare riferimento al rapporto con gli altri. L’individuo non è una monade chiusa in se stessa e isolata nella sua autonomia, ma sin dalla sua origine egli si trova in un rapporto costitutivo con altri individui. Si pone qui in evidenza la dimensione dell’intersoggettività, intesa non come incontro di soggetti già formati, bensì come l’essenziale relazionalità a partire dalla quale si rende possibile la stessa formazione della soggettività. Nessuna coscienza di sé potrebbe infatti emergere, nessuna individualità potrebbe costituirsi se non vi fosse all’origine una relazione con gli altri. …Per questa ragione, il problema dell’autocoscienza e dell’identità va considerato in stretta connessione con quello del riconoscimento, dal momento che sia l’identità personale sia l’identità sociale vengono costruendosi solo attraverso l’interazione con gli altri. Come ricorda Lucio Cortella, è soprattutto Hegel ad avere dimostrato la tesi fondamentale che «non si può dare un’unica autocoscienza, giacché il suo costituirsi dipende dal sussistere di un’altra autocoscienza, o meglio dal suo essere riconosciuta da parte di un’altra. La condizione della consapevolezza di sé è il riconoscimento da parte di un’altra autocoscienza» [Cortella 2002, 257]. La richiesta di riconoscimento comporta anche necessariamente la dimensione della reciprocità, infatti la validità del riconoscimento dell’altro ha come condizione che l’autocoscienza dell’altro «nel mentre mi riconosce, sia da me riconosciuta degna di riconoscermi» [ivi, 265]. (Crespi p. XII) (lo sviluppo dell’opera) «Dopo aver indicato, in via molto generale, cosa intendiamo qui per identità e per riconoscimento, possiamo passare a considerare i diversi aspetti e i diversi problemi connessi a queste due dimensioni. In primo luogo, cercherò di mostrare come è venuto ponendosi, nella nostra epoca, il problema dell’identità (cfr. cap.1) e di illustrare brevemente alcune concezioni che sono, a mio avviso, tra le più significative emerse negli ultimi decenni nel dibattito riguardo al concetto di soggetto e di identità (cfr. cap. 2). Successivamente analizzerò due forme tipico-ideali di costituzione dell’identità che presentano entrambe, anche se in modo diverso, inconvenienti derivanti dall’assolutizzazione della forma identitaria (cfr. capp. 3 e 4). Prenderemo quindi in considerazione il tipo ideale di identità personale (cfr. cap. 5), per concludere infine con una proposta, pur sempre problematica, riguardo alla possibilità, nella presente situazione storica, di una 17 Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 identità e multiculturalismo lezione 2 concezione debole dell’identità sociale che consenta di ristabilire una solidarietà generale oggi fortemente compromessa dai fenomeni, solo apparentemente contrastanti, della globalizzazione e del particolarismo multiculturale (cfr. cap. 6). (Crespi p. XVI) Questi diversi aspetti del fenomeno attuale della crisi di identità potranno essere meglio compresi tenendo conto soprattutto delle ulteriori trasformazioni che hanno avuto luogo nella seconda metà del Novecento, a seguito della progressiva differenziazione dei sistemi e sottosistemi sociali, delle tendenze alla globalizzazione e della conseguente intensificazione dei rapporti tra individui appartenenti a culture diverse che ha portato all’affermazione dei principi del multiculturalismo.» (Crespi, o.c. p. 8) 4.03 i tre livelli del riconoscimento (tipologia dei modi di riconoscimento; la semantica relazionale del riconoscimento) 1. identificazione: attribuire una relazione tra ciò che è osservato e la sua rappresentazione simbolica (es. riconosco in chi mi sta di fronte un brasiliano) 2. accettazione veritativa: adesione a ciò che la realtà presenta (es. aderisce pienamente alla cultura brasiliana) 3. riconoscenza: attivare una relazione di riconoscimento e gratitudine per quanto ricevuto o quanto rende possibile (es. apprezzo e colgo l’opportunità dell’incontro con la cultura brasiliana) (ispirazione da P. Ricoeur e integrazione P. Donati [in Oltre il multiculturalismo]) 4.2 una doppia morsa (la convergenza tra gli opposti) 4.2.1. l’incontro che annulla: « Siamo ancora una volta noi, dalla nostra posizione di forza, a decidere che cosa è cultura per gli altri. Ci piacciono i ritmi africani, molto meno gli ambulanti africani o certi atteggiamenti da loro tenuti. Nelle manifestazioni sull’Africa sembra non si possa fare a meno di avere tamburi che suonano, perché è questo che ci piace maggiormente della cultura nera ed è questo che vogliamo valorizzare. Si fa coincidere la cultura con le produzioni «artistiche» delle diverse società, adottando una visione estetizzante della cultura stessa. Nel film di Alain Goumis L’Afrance, il protagonista, un senegalese emigrato in Francia, dice a una ragazza francese: “Cinquant’anni fa dicevano: i negri sono selvaggi, sanno solo suonare il tam tam. Oggi dicono: les blacks sono formidabili, hanno il ritmo nel sangue”». Aime, o.c. p. 60 4.2.2. lo scontro che annulla: «Proprio perché le minoranze attive assumono strategicamente il compito, in sé del tutto meritorio, di difendere coloro che sono più fortemente discriminati nella società, esse finiscono spesso con il considerare i loro membri unicamente nei termini della categoria che definisce la loro discriminazione: il genere, il colore della pelle, le preferenze sessuali e via dicendo. Ne consegue che gli individui, pur così difesi, debbono conformarsi ai modelli propri della minoranza che li rappresenta e ogni loro comportamento difforme a questo riguardo tende ad essere considerato come un tradimento. Come ha giustamente rilevato Kwame A. Appiah, nato in Ghana e professore di studi afro-americani e di filosofia all’Università di Harvard, ciascun individuo dovrebbe poter rivendicare il diritto di essere nero o omosessuale senza per questo doversi necessariamente adeguare a un modello particolare di appartenenza minoritaria che definisca come debba comportarsi un nero o un omosessuale [cfr. Appiah 1994, 163]. Se i gruppi per la difesa dei diritti degli emarginati hanno certamente un’importante funzione strategica contro le forme di discriminazione imperanti, tali gruppi rischiano di dimenticare il loro carattere strumentale diventando, a loro volta, strutture di imposizione autoritaria sugli individui che intendono difendere. Un autentico riconoscimento dell’autonomia individuale può essere ottenuto a livello politico e sociale solo se l’individuo non è costretto a organizzare la sua vita sulla base di criteri prefissati. Quando l’identità individuale viene ricondotta all’appartenenza di gruppo l’identità di quest’ultimo viene ad assumere un carattere assolutizzato che compromette non solo la possibilità di sviluppare un’identità personale. ma anche la prospettiva di integrazione dei diversi soggetti nella società più ampia. Il fatto che l’identità particolaristica tenda ad essere posta al di 18 Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 identità e multiculturalismo lezione 2 sopra dei valori universali dell’essere umano determina un’erosione dei diritti umani fondamentali [cfr. Rockefeller 1994], con il rischio di accentuare le tensioni sociali, al limite fino a forme di fanatismo terroristico, che pongono a repentaglio, non solo le forme democratiche della convivenza, ma anche il mantenimento di un qualunque tipo di ordine sociale. Come ha rilevato Richard Sennett, il fenomeno del multiculturalismo, nella forma distorta nella quale è venuto diffondendosi soprattutto negli Stati Uniti, porta in pratica al fatto che «ogni gruppo si trincera nelle proprie appartenenze identitarie e nei propri stili di vita ed è assolutamente indifferente alle condizioni di vita degli altri. Così il multiculturalismo decreta la fine del discorso pubblico» [Sennett 1998, 12].» (Crespi o.c. p. 20-21) « La difesa a oltranza di una specificità culturale che non trovi più nei soggetti interessati quella vitalità necessaria alle forme culturali per continuare a esistere, costituisce pertanto la componente ideologica del multiculturalismo odierno, che lo rende facilmente assimilabile al fondamentalismo. Da questo punto di vista, il fondamentalismo ha un’origine sociologica prima ancora che politica o religiosa. Esso costituisce infatti la prova tangibile della scarsa vitalità interna di una determinata cultura, costretta per ciò stesso a eliminare il confronto con le altre culture per sopravvivere. Ciò che in questo caso viene a essere distrutto è la struttura latente delle relazioni individuali quale componente attiva della produzione delle forme culturali. La globalizzazione pertanto, al pari della società di massa, non produce cultura, in quanto annulla ogni relazione tra gli individui fondata sul riconoscimento della diversità. È pertanto illusorio pensare di poter trovare in questa tendenza, seppur dominante, un alleato per la realizzazione di una società multiculturale nel senso pieno del termine. Al contrario essa favorisce la riaffermazione di un particolarismo culturale esasperato e istintivo quale antidoto al processo di omologazione in atto su scala planetaria.» (Marchetti, M.C. in Pompeo oc. p.213,214) 4.3 Il carattere distruttivo delle identità assolutizzate «La recente accentuazione del processo di globalizzazione, conseguente alla fine della guerra fredda e alla rottura dell’equilibrio rappresentato dalla divisione del mondo in due blocchi contrapposti, ha ulteriormente aggravato il processo di deterritorializzazione e di frantumazione delle appartenenze sociali. D’altra parte, la rivendicazione del diritto di tutti i popoli, di tutte le minoranze e di tutte le culture a essere riconosciuti su un piano di parità hanno reso sempre più difficile la possibilità di trovare valori universalmente condivisi quali basi della solidarietà sociale. Anche qui, a effetti positivi di liberazione e di aumento delle possibilità di autorealizzazione sia individuale che collettiva, fanno riscontro effetti negativi di sempre maggiore dipendenza degli individui e delle collettività da un ordine globale che, dopo aver posto in crisi il concetto tradizionale di sovranità, più nessuno sembra veramente in grado di controllare. Quale reazione a questa situazione sono emerse soprattutto due tendenze entrambe di segno contrario rispetto alla solidarietà generale: da un lato, l’affermazione di un individualismo esasperato nel quale ciascuno, chiudendosi nella propria sfera privata, sembra perseguire soltanto la soddisfazione dei propri interessi egoistici; dall’altro, l’assolutizzazione di nuove identità sociali di tipo particolaristico, legate all’appartenenza etnica, alla religione, a nuove forme di integralismo nazionale, a minoranze di ogni tipo. Come ho già accennato, tale assolutizzazione ha portato alla manipolazione strumentale del bisogno identitario di grandi masse da parte di centri di interesse e di potere economico politico, con effetti conflittuali devastanti in molte parti del mondo. 90 Il filosofo della politica Jean Franois Bayart ha giustamente osservato che: «Niente minaccia maggiormente, oggi, la “stabilità dell’ordine sociale” quanto lo scatenamento dell’illusione identitaria. È diventato urgente oppone un ethos filosofico che distingua le rispettive parti del contingente e dell’universale, dal momento che alcuni partiti politici, in Europa e altrove, hanno preso l’iniziativa di ciò che essi chiamano il “conflitto identitario”» [Bayart 1996, 248]. Come rileva Bayart, il presupposto che a un’identità culturale debba corrispondere necessariamente un’identità politica è del tutto illusorio. Nei fatti, «ciascuna di queste identità è nel migliore dei casi una costruzione culturale, una costruzione politica o ideologica, ovvero, in fine, una costruzione 19 Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 identità e multiculturalismo lezione 2 storica» [ivi, 9-10]. Il carattere distruttivo delle identità assolutizzate e la lotta per il riconoscimento…. Un primo aspetto da affrontare, lungo le linee che abbiamo prima indicato, è indubbiamente quello del contenimento delle componenti distruttive derivanti dai processi reattivi di assolutizzazione delle identità sociali. Occorre promuovere la coscienza del carattere riduttivo inerente a ogni definizione identitaria e degli elementi illusori ad essa connessi (sublimazione) in modo da contrastare l’utilizzazione strumentale delle diverse identificazioni sia in senso individualista sia in quello di tipo collettivistico.» (Crespi, o.c. p. 92-93) « Nel libro Contro l’identità, Franco Remotti, attraverso la sua analisi di alcune culture “primitive”, tra le quali si trovano anche esempi di identità flessibili ed aperte, ha messo in evidenza il carattere costruito e fittizio delle identità assolutizzate, ponendo il problema di come «uscire dalla logica dell’identità. (ivi, p.96-97) Egli osserva che per uscire dalla logica dell’identità, per andare «oltre l’identità», occorre riconoscere che l’identità è troppo riduttiva e selettiva e ciò che si perde in essa è “l’apertura all’alterità, anzi il bisogno di alterità che, spesso in modo molto dialettico, si intreccia quasi inestricabilmente con l’esigenza di identità”» (Crespi, o.c. p. 97-98) «La possibilità di riferirsi in negativo al senso come dimensione irriducibile ai significati, e all’esistenza come condizione comune caratterizzata dalla mancanza e dal non-sapere permette di sottolineare il limite di ogni forma di assolutizzazione dei significati stessi e, al tempo stesso, di mostrare che, sul piano pratico, occorre sapere gestire le esigenze contraddittorie tra, da un lato, il bisogno di forme di determinatezza, necessarie a definire, sul piano pratico, regole condivise all’interno di prospettive contingenti atte a fondare la prevedibilità e l’ordine sociale, e, dall’altro, quello altrettanto vitale di non restare rinchiusi in tali forme, assolutizzandole, per mantenersi aperti a sempre nuove possibilità e capaci di costante adattamento al mutare delle condizioni materiali e degli eventi storici. (Crespi, o.c. p. 107-108) Sottolineando, infatti, l’esigenza di non essere identificati con nessuna determinazione, (Michael) Walzer afferma: «Noi abbiamo bisogno di essere tollerati e protetti come cittadini dello Stato e come membri di gruppi e anche come stranieri a entrambe le cose» [Walzer 1998, 125, corsivo mio].» (Crespi, o.c. p. 111) 4.3.1 un nuovo razzismo multiculturale ? («razzismo differenzialista») «Dopo la seconda guerra mondiale e la presa di coscienza degli orrori del nazismo … , secondo Taguieff [1994; 1999], il razzismo ha assunto una nuova veste, prendendo a prestito una serie di argomenti dell’antirazzismo. Diventa infatti centrale l’idea della differenza culturale, e allo screditato termine «razza» si sostituisce quello di «etnia» o anche di «cultura». Taguieff parla dunque di «razzismo differenzialista». In questa chiave, 1e popolazioni immigrate insediate nelle società occidentali vengono così paventate soprattutto come una minaccia per l’identità culturale delle maggioranze autoctone. Come nota Beck, «ci si appiglia strategicamente ad un ipotetico essenzialismo della propria appartenenza etnica per ristabilire confini che stanno svanendo e mescolandosi, tra dentro e fuori, tra noi e loro» [Beck 2003, 11]. Il razzismo differenzialista prende allora la forma di un’esaltazione delle differenze e di una preoccupazione per la loro preservazione. Memorie, tradizioni, modi di vita peculiari possono essere salvaguardati solo al prezzo della separazione da altri gruppi umani, concepiti come portatori di culture diverse. Le identità culturali vengono dunque concepite come rigide, non modificabili, mentre le possibilità di ibridazione o meticciato vengono respinte come inaccettabili (Taguieff parla di «mixofobia», come «orrore della mescolanza tra gruppi umani»). Gli individui vengono poi assegnati collettivamente ad una certa «cultura» sulla base del fattore ascrittivo della nascita in un determinato paese o della discendenza da genitori rispettivamente autoctoni o immigrati. La cultura viene quindi in un certo senso naturalizzata e serve a rinchiudere gli individui in identità immutabili. L’ideale vagheggiato è quello di popoli (o culture) che rimangano nettamente distinti e abitino territori separati (vivano «nel proprio paese») al fine di preservare la ricchezza delle diversità.» 20 Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 identità e multiculturalismo lezione 2 Ambrosini, Maurizio 2008 Un’altra globalizzazione. La sfida delle migrazioni transnazionali, il Mulino, Bologna, pp. 185-186 4.3.2 magliette o pelle (o i legami labili di una società complessa)? «Anzitutto abbiamo visto come non esista una sola identità, e pertanto si possa tranquillamente convivere con diverse «magliette», come sostiene Eric Hobshawm — al quale ci rifacciamo ancora una volta — quando opera una colorita divisione delle identità collettive in «identità pelle» e «identità maglietta». Le prime si fonderebbero su elementi oggettivamente condivisi dai membri di una comunità (colore della pelle, genere biologico, ecc.); è difficile sfuggire da esse in quanto fondate su elementi ascritti e facilmente riconoscibili, anche se non tutti i neri e neppure tutte le donne si radunano sotto bandiere comuni. Però, afferma Hobsbawm, la maggior parte delle identità collettive sono magliette più che pelle, cioè sono — almeno in teoria — opzionali, non ineludibili e intercambiabili senza troppe difficoltà: si tratta insomma di fatti non inerenti all’oggetto stesso, ma dipendenti dalle nostre decisioni. Questa è la raffinata analisi degli studiosi. Ma nel nostro agire quotidiano siamo davvero coscienti di quale sia la nostra pelle e quale invece l’abito indossato? Perché se scambiamo il secondo con la prima (magari perché convinti dall’esterno o dall’alto) e agiamo di conseguenza ci ritroviamo a combattere per una causa che reputiamo giusta e irrinunciabile. Il problema si pone infatti quando i nostri cassetti sono pieni di queste magliette — quella dell’identità di classe, della nazionalità, della fede politica, della passione calcistica — e siamo costretti a decidere quale di esse diventerà la nostra pelle. Come afferma Remotti, ogni tentativo di creare un’identità è un’azione duplice: da un lato si include dall’altro si esclude; in nome di una particolarità si rinuncia, parzialmente o temporaneamente, alla molteplicità. Poiché si tratta di una rinuncia parziale o temporanea, e non necessariamente definitiva, si può dedurre che si tratta di una condizione non permanente (e pertanto non innata) né pervasiva di tutti gli atti della nostra vita. I rapporti tra gruppi diversi devono davvero passare per forza attraverso la cruna dell’identità? Ritengo più opportuno pensare, come sostiene Luciano Li Causi, che due o più gruppi «possano intrattenere tra di loro ogni tipo di relazione, l’etnicità può esservi presente come elemento tra gli altri, o può essere totalmente assente; in questo senso i rapporti sono economici, matrimoniali, politici, ideologici, ecc, con o senza componente etnica, a seconda delle situazioni.» (Aime, o.c. p. 125-126) 4.3.3. Multiculturalismo e libertà culturale «Negli ultimi anni, il multiculturalismo si è guadagnato sempre più spazio in quanto valore importante o, volendo essere più precisi, in quanto slogan efficace (dal momento che i valori che esprime non sono del tutto chiari). La fioritura simultanea di diverse culture all’interno dello stesso paese o della stessa regione può essere giudicata una cosa importante di per sé, ma molto spesso i fautori del multiculturalismo lo difendono sostenendo che esso sia una condizione necessaria per la libertà culturale. È un’affermazione che dev’essere esaminata in modo più approfondito. L’importanza della libertà culturale dev’essere distinta dalla celebrazione di ogni forma di eredità culturale, senza curarsi se le persone coinvolte sceglierebbero quelle particolari pratiche se fosse data loro l’opportunità di sottoporle ad analisi critica e di conoscere adeguatamente altre opzioni e altre scelte esistenti. Anche se si è discusso molto, negli ultimi anni, del ruolo importante e capillare dei fattori culturali nella vita sociale e nello sviluppo umano, l’attenzione si è tendenzialmente concentrata, esplicitamente o implicitamente, sull’esigenza della conservazione culturale (ad esempio, il mantenimento di stili di vita conservatori da parte di individui che non sempre accompagnano il proprio trasferimento geografico in Europa o in America con un adattamento culturale). La libertà culturale può includere, fra le altre priorità, la libertà di contestate l’adesione automatica alle tradizioni antiche, quando le persone — in particolare i giovani — vedono una ragione per cambiare il proprio modo di vivere. (Sen p.115) Perorare la diversità culturale perché è quello che gruppi diversi di persone hanno ereditato dai loro 21 Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 identità e multiculturalismo lezione 2 predecessori non è palesemente un’argomentazione basata sulla libertà culturale (anche se a volte viene presentata come se fosse urna tesi «pro-libertà»). Nascere in una determinata cultura non è ovviamente una manifestazione di libertà culturale, e preservare ciò che ti è stato appiccicato addosso solo in virtù della nascita, difficilmente potrà essere, di per sé, un esercizio di libertà. Non si può giustificare nulla in nome della libertà se non si dà effettivamente alle persone l’occasione di esercitarla, questa libertà, o se quantomeno non si cerca di valutare attentamente in quale modo sarebbe esercitata un’opportunità di scelta qualora essa fosse resa disponibile. La repressione sociale può negare la libertà culturale, ma la violazione della libertà può venire anche dalla tirannia del conformismo, che rende difficile ai membri di una comunità optare per altri stili di vita. (Sen p. 118) […] Come detto in precedenza, la popolazione mondiale non può essere vista esclusivamente in funzione delle affiliazioni religiose, come una federazione di religioni. Per gli stessi motivi, più o meno, una Gran Bretagna multietnica non può essere considerata un insieme di comunità etniche. La visione «federativa», però, ha avuto un grande successo nella Gran Bretagna contemporanea. Nonostante le implicazioni tiranniche insite nel collocare gli individui in rigidi compartimenti ognuno corrispondente a una data «comunità», questa impostazione viene spesso considerata, in maniera piuttosto sconcertante, come alleata della libertà individuale. Esiste perfino una «visione», molto propagandata, del «futuro della Gran Bretagna multietnica» che vede il paese come «una federazione elastica di culture tenute insieme da vincoli comuni di interessi e di affetti e da un senso collettivo dell’essere». Ma è indispensabile che il rapporto di un individuo con la Gran Bretagna venga mediato attraverso la cultura in cui questo individuo è nato? Una persona può decidere di accostarsi a più di una di queste culture predefinite, o, altrettanto plausibilmente, a nessuna. Un individuo può anche decidere che la sua identità etnica o culturale è meno importante, per fare un esempio, delle sue convinzioni politiche, o dei suoi impegni professionali o dei suoi convincimenti letterari. E una scelta che dev’essere fatta da quell’individuo, a prescindere dalla casella che occupa in questa bizzarra «federazione di culture». (Sen p.160-161) L’illusione dell’identità unica, funzionale agli scopi violenti di chi orchestra questi scontri, è abilmente coltivata e fomentata dai signori della persecuzione e del massacro. È più che naturale che quelli che per mestiere fanno gli istigatori di violenza cerchino di creare l’illusione dell’identità unica, da sfruttare per creare una contrapposizione, e non è un mistero che questo tipo di riduzionismo sia un obiettivo perseguito. Quello che si fa fatica a capire, però, è perché questa ricerca di unicità abbia tanto successo, considerando che si tratta di una tesi straordinariamente ingenua in un mondo in cui la pluralità di affiliazioni è un fatto evidente. Considerare una persona esclusivamente in base a una soltanto delle sue numerose identità è ovviamente un procedimento intellettuale estremamente rozzo (come ho cercato di illustrare nei capitoli precedenti), eppure, a giudicare dalla sua efficacia, l’illusione ricercata di un’unicità identitaria è facile da difendere e facile da promuovere. Patrocinare un’identità unica per uno scopo violento assume la forma di isolare un gruppo identitario — direttamente legato allo scopo violento in questione — dagli altri, procedendo quindi a mettere in secondo piano la rilevanza delle altre associazioni e affiliazioni, attraverso un ricorso selettivo all’enfasi e all’istigazione. (Sen p.178) Sen, Amartya 2006 Identità e violenza, Laterza, Roma-Bari « Ma come l’ibridazione globalizzante non cancella le identità, pronte a risorgere e a reinventare se stesse nelle guise più imprevedibili, così non le cancellano l’organizzazione postfordista della produzione e l’estendersi e l’ingolfarsi della comunicazione fino alla completa cecità della comunicazione stessa. Le diverse identità riappaiono, davanti allo sguardo critico, nel momento in cui si consideri la comunicazione sotto l’aspetto di una speciale attribuzione che avviene al suo interno: quella di potere. Attribuire potere a qualcuno o a qualcosa significa con ciò stesso istituire un’asimmetria tra chi si trova in una posizione di vantaggio e chi si trova in una posizione di svantaggio. Così le identità si ridefiniscono, e con esse i termini del conflitto potenziale. Il compito della teoria critica in questo campo non è quello di riproporre le vecchie identità come motori immobili della dinamica sociale, ma di portare alla luce ovunque nel movimento della 22 Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 identità e multiculturalismo lezione 2 comunicazione attribuzioni di potere e asimmetrie. Quello dell’identità, infatti, è un terreno di lotta.» Identità. Voce per un lessico (2001) in Genovese, Rino 2008 Gli attrezzi del filosofo. Difesa del relativismo e altre incursioni. Manifestolibri, Roma p.175 4.4. Identità e differenze culturali, strade percorse per la comunicazione: un bilancio «Esiste un aneddoto piuttosto noto sul principe Petar Potrovic Njegoš, che regnò in Montenegro durante la prima metà del XIX secolo e di venne famoso sia per le battaglie contro i turchi sia per la sua vena epica: quando un ospite inglese, profondamente impressionato da un rituale del luogo, espresse il desiderio di prendervi parte, Njegoš ribatté rudemente: “Che bisogno c’è che anche lei faccia l’idiota? Non bastiamo noi per questi giochi stupidi?”. Slavoj Žižek Per concludere, vorrei tornare su alcune questioni sollevate nell’introduzione a proposito del dibattito sulla società multiculturale, richiamando brevemente quattro tipi di discorso, apparentemente diversi, attorno a identità e differenze culturali. Un primo tipo rinvia all’ideologia della political correctness, intesa come forma parossistica di rispetto per le specificità culturali, riferite a gruppi sociali culturalmente definiti, che si traduce nell’obbligo di astenersi dall’uso di espressioni e locuzioni poco riguardose nei confronti delle identità — da intendersi come prerogative dei suddetti gruppi — in gioco nei processi di interazione, e che genera, come conseguenza forse non intenzionale, separazione e irrigidimento dei confini, ingessa la comunicazione e i traduce ogni problema di equità e giustizia sociali in una questione di buone maniere. Un secondo tipo coincide con una versione ingenua del discorso multiculturalista, riproposta di sovente da politici e amministratori “sensibili” alla valorizzazione delle differenze culturali, oltre che negli interventi di apertura dei convegni dedicati alla società multiculturale, alla comunicazione o alla pedagogia interculturali, ai media multietnici ecc. Vi si ritrovano tre elementi ricorrenti: 1. L’idea che le società contemporanee si contraddistinguano per una complessità culturale inedita rispetto al passato e che tale eterogeneità debba essere tutelata in quanto elemento di arricchimento per tutti. 2. L’affermazione compiaciuta che un mondo ricco di diversità culturali (intese, di norma, come culture specifiche di gruppi nazionali) sia più interessante di una società che tenda all’omologazione: che Belleville sia più affascinante di Pontida e che la world music renda più attraenti le nostre città, anche se i venditori abusivi di djembe ne mettono a repentaglio il decoro. 3. La convinzione che gli immigrati, organizzati in gruppi tendenzialmente nazionali (“magrebini”, “sudamericani”, “africani dell’area subsahariana” permettendo) siano portatori di culture specifiche che dovrebbero essere riconosciute e valorizzate insieme alle lingue che le veicolano. La terza manifestazione del discorso sulle differenze, ben più truce e inquietante delle due viste finora, è rappresentata dall’ideologia dello scontro di civiltà, ovvero dall’accettazione del mantra per il quale, dalla fine della Guerra Fredda, le relazioni internazionali si starebbero strutturando attorno a linee di conflitto, di matrice essenzialmente religiosa, tra civiltà fra loro inconciliabili (occidentale, latinoamericana, islamica, sinica, indù, ortodossa, buddista e giapponese) e, cosa più importante, tutte incompatibili (le altre) con quella “occidentale”. Secondo questa lettura, l’influenza dell’Occidente starebbe scemando e, svanita qualsiasi possibilità di egemonia da parte di pretese di carattere universalistico, l’unica via d’uscita per l’Europa e il Nord-America sarebbe consolidare e difendere la “civiltà occidentale” all’interno dei suoi confini. Un discorso, questo, sempre più al centro delle preoccupazioni di politici e intellettuali nostrani — oltre che di una parte tutt’altro che minoritaria della Chiesa cattolica-romana — e che paventa un lugubre futuro di guerre di religione. Infine, abbiamo il discorso “differenzialista” (Taguieff, 1997), inteso come la versione relativamente recente e “sofisticata” assunta dall’ideologia razzista, in cui il determinismo biologico 23 Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 identità e multiculturalismo lezione 2 che prevede una stretta relazione tra corredo genetico, tratti somatici e tratti culturali e sulla cui base venne istituita una gerarchia tra le razze che legittimò tanto il colonialismo, inteso come funzione civilizzatrice dell’Occidente nei confronti del resto del mondo, quanto le persecuzioni razziali sulla base dell’idea che si dovesse preservare la purezza della razza da ogni rischio di contaminazione viene sostituito dall’idea che le razze, biologicamente indistinguibili, si differenzino per le loro specifiche culture, che dovrebbero essere preservate dai rischi di omologazione e ibridazione. Se l’espressione politica estrema, e più rara, ditale ideologia è costituita dall’apartheid, quella più diffusa e socialmente accettata implica il rifiuto dell’immigrazione in quanto minaccia per l’identità culturale dei singoli stati nazione. Queste quattro “formazioni discorsive”, al di là delle evidenti differenze, poggiano su una comune concezione della cultura, che, come è stato mostrato molto bene da Zoletto (2003, Gli equivoci del multiculturalismo, in aut aut, 312, pp. 6-18), incorpora i seguenti elementi: 1. Un’idea essenzializzante e generalizzante delle culture, intese come sistemi simbolici statici con confini definiti identificabili sulla base di un repertorio di elementi: valori, norme, usi. costumi, manufatti, forme simboliche, credenze religiose ecc. 2. Un’assunzione di sovradeterminazione e monoculturalità, per cui le culture sarebbero entità definite e internamente omogenee che circolano per il pianeta grazie a moltitudini di sherpa da esse plasmati: i famosi “portatori di un bagaglio culturale”; qualunque elemento di differenziazione interno ai gruppi culturali (classe, età, genere ecc.) risulterebbe inoltre irrilevante rispetto all’importanza dei riferimenti culturali come elemento di identificazione. 3. Una concezione ctonia delle culture (Dal Lago, 2006) che, riproducendo coordinate di carattere geopolitico, avrebbero con fini geografici ben definiti (coincidenti, generalmente anche se non necessariamente, con quelli di un qualche stato nazione) e sarebbero strettamente legate a una lingua e a un’etnia. 4. Una componente spiccatamente ideologica che porta a misconoscere l’esistenza di relazioni asimmetriche di potere tra singoli e gruppi sociali, che vengono espunte dal dibattito e sostituite con differenze e identità culturali. 5. Un gioco perverso di stigmatizzazione e autostigmatizzazione, connesso a processi di etero- e autoidentificazione, ove il lessico multiculturale del gruppo sociale dominante (la società di accoglienza, nel caso dei migranti) venga adottato dai gruppi subordinati e minoritari per autodefinirsi (le “comunità etniche/nazionali”). L’ultimo punto rinvia a uno degli esempi più eclatanti di discorso culturalista essenzializzante, che trasforma i migranti in gruppi/minoranze etniche/culturali, ricollocando una figura contraddistinta, per definizione, dalla fluidità entro un contenitore (un’identità) culturale rassicurante, proprio a causa della sua diversità, e nonostante questa. Una trasformazione che cancella ciò che di più importante i migranti simboleggiano, ovvero, come ricorda Dal Lago (ibidem), che il territorio e la cultura possono non essere cosi importanti o indispensabili per la nostra esistenza. Considerare i migranti come “magrebini”, “africani”, “cinesi”, “islamici”, “sudamericani” ecc. significa negare e neutralizzare il carattere indeterminato, composito, variegato e sconcertante dei loro riferimenti culturali. Significa riconsegnarli a patrie immaginarie che proprio per la loro diversità ci rassicurano circa la nostra identità. La stessa idea soggiacente allo scontro di civiltà (“solo a partire da un’identità forte possiamo confrontarci con popolazioni che mantengono riferimenti culturali religiosi ben più solidi dei nostri”) può essere riletta, in questa chiave, come un invito a consolidare i nostri riferimenti identitari e a riconnetterli a un territorio (al contempo geografico e simbolico). Omogeneità culturale e disincentivazione della fluidità delle appartenenze e delle identità, peraltro, hanno rappresentato da sempre, come ci ha ricordato Sayad (1999), la regola degli stati nazione. L’emergere di minoranze etniche, in questo senso, non costituisce affatto un fallimento nella costruzione degli stati nazione, poiché non ne mette in discussione le coordinate di fondo. Ciò che risulta intollerabile per l’identità nazionale non è, infatti, l’esistenza di identità culturali alternative, ma l’assenza di un’identità forte, la multiappartenenza e, quindi, il carattere molteplice, rinegoziabile e rivedibile delle nostre lealtà. I migranti, per riprendere una formula di Sayad, 24 Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 identità e multiculturalismo lezione 2 denaturalizzano, in quanto tali, l’ordine naturalizzato della nazione. Ma tale ordine viene ricreato tramite naturalizzazioni subordinate: le minoranze etniche/culturali, appunto. Se, dunque, ciò che ci sconcerta nei migranti è il carattere composito, opportunistico, negoziale, deterritorializzato dei loro riferimenti culturali, la questione delle differenze, ove riguardi qualcosa di diverso da un “diritto generico all’individuazione” e quindi all’affermazione della differenza in quanto individui, diviene una faccenda complessa e scivolosa, che certo non può essere risolta con un invito al rispetto e alla valorizzazione delle culture. Considerazioni analoghe potrebbero essere fatte anche a proposito dei progetti sviluppati nella scuola per favorire il diffondersi di metodologie di insegnamento basate sull’intercultura e sul mediatore culturale, una delle figure chiave dell’incontro tra culture” (Aime, 2004). Il discorso essenzializzante incorpora comunque un’ulteriore assunzione, di particolare interesse per le questioni che ho affrontato nel volume. Mi riferisco alla reificazione delle culture che deriva dal disconoscimento sia del carattere processuale e contestuale del loro operare e manifestarsi (legato dunque alle specifiche situazioni e alle strategie degli attori rilevanti in gioco) sia della relazione indissolubile che esiste tra cultura e comunicazione. Qualunque cosa siano le culture — e indipendentemente da come le si consideri sul piano epistemologico (essenza, processo, discorso) — esse, infatti, possono esprimersi solo nella comunicazione e, ove quest’ultima abbia luogo nell’ambito di interazioni sociali faccia a faccia, il loro manifestarsi dovrà “fare i conti” con i vincoli specifici che caratterizzano tale dimensione della vita sociale.» Quassoli, Fabio 2006 Riconoscersi. Differenze culturali e pratiche comunicative, ed. Raffaello Cortina, Milano, pp. 201-215 (passim) 5. identità oltre il multiculturalismo: interculturalismo. 5.1 la situazione il problema e l’obiettivo 5.1.1.interculturalismo vs multiculturalismo «‘Multiculturalismo’ è un termine che si è diffuso in Occidente a partire dagli anni Sessanta per indicare il rispetto, la tolleranza e la difesa delle minoranze culturali. Il concetto di multiculturalismo è diventato un immaginario collettivo («tutti differenti, tutti uguali»: Young, 1996) che si presenta come l’ultima versione del concetto di laicità in senso modernizzante: mettere ogni cultura sullo stesso piano ed evitare di parlare di ‘verità’ nella sfera pubblica, perché ogni individuo è portatore di una sua verità e le diverse verità non sono confrontabili fra loro. Il multiculturalismo così diventato una ideologia politica che propugna una cittadinanza inclusiva nei confronti delle culture ‘diverse’.» (Donati, o.c. p.V) «La dottrina del multiculturalismo è nata per promuovere la tolleranza e il reciproco rispetto fra culture differenti, nell’assunto che esse siano inconciliabili. Apparentemente favorisce il riconoscimento del diritto alla diversità culturale; ma in realtà fallisce nel suo intento. Perché? La ragione fondamentale sta nel fatto che l’ideologia del multiculturalismo ha una teoria assai riduttiva del riconoscimento delle diversità/differenze culturali, che comporta la cristallizzazione e un trattamento assai limitativo delle potenzialità che ineriscono alle differenze culturali. Per esempio, il multiculturalismo riconosce il diritto a parlare la propria lingua, perché ritiene che parlare una lingua significhi appartenere a un mondo specifico, e che i mondi linguistici siano ‘intraducibili’; il che può essere vero per molti aspetti, ma in ogni caso produce due effetti negativi. Primo, rinuncia a compiere uno sforzo per far accedere tutte le persone, quale che sia la loro lingua, a quei servizi essenziali che richiedono solo un minimo di conoscenze linguistiche per essere fruiti; secondo, sottovaluta il fatto che, quando si tratta di risolvere dei problemi nella vita pratica, esiste una ragione prelinguistica che può mettere in sintonia le persone, come nei casi in cui si tratta di darsi una mano per soccorrere una persona in difficoltà.» (Donati, o.c. p.XIV) «Sfortunatamente, dopo essere stato adottato come politica ufficiale in vari paesi, il multiculturalismo ha generato effetti più negativi che positivi. Ha creato frammentazione della società, separatezza delle minoranze, relativismo culturale nella sfera pubblica. Come dottrina politica appare sempre più difficile da praticare. Al suo posto si parla oggi di interculturalità. 25 Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 identità e multiculturalismo lezione 2 Tuttavia, anche questa espressione appare piuttosto vaga e incerta. Il presente volume discute quali siano le possibili strade da percorrere per evitare i fallimenti del multiculturalismo, e si chiede se la via della interculturalità sia una soluzione adeguata. La mia tesi è che la teoria della interculturalità ha il vantaggio di mettere l’accento sull’inter, ossia su ciò che sta fra le culture, e indubbiamente aiuta a costruire dei ponti, o più spesso dei cuscinetti, fra le culture. Per esempio, può mettere in luce che certe azioni sono discriminatorie verso chi ha particolari caratteristiche (il colore della pelle, l’etnia), e quindi fare in modo che coloro che sono discriminati possano godere degli stessi diritti degli altri: si pensi a quei test per l’assunzione di manodopera che strutturalmente discriminano le persone di colore o chi, provenendo da culture orientali, non ha gli stessi modi di vivere degli autoctoni. L’interculturalità può aiutare ad accomodare le culture fra loro, a trovare un modus vivendi fra di esse, in nome di un principio di giustizia che riconosca il carattere ingiusto di una esclusione. Ma l’approccio interculturale, genericamente inteso, non possiede ancora gli strumenti concettuali e operativi per comprendere e gestire i problemi della sfera pubblica quando le diverse culture esprimano dei valori radicalmente conflittuali fra loro: per esempio, nel caso di chi rifiuta la trasfusione di sangue anche se ciò porta alla morte, o di chi vuole portare il burqa (l’indumento islamico che copre integralmente la donna), o di chi segue l’usanza di procedere alle mutilazioni sessuali femminili in età infantile per motivi rituali e/o religiosi: tutti casi in cui — per quanto riguarda l’Italia — si interviene di solito con il divieto della legge. Le difficoltà dell’interculturalità derivano da due carenze: 1) una insufficiente riflessività interna alle singole culture (esse sono costrette a mettersi in discussione, ma reagiscono il più delle volte reiterando le proprie credenze, senza un’adeguata capacità autoriflessiva); 2) la mancanza di un’interfaccia relazionale fra le culture (fra i soggetti che ne sono portatori), tale da renderle capaci di gestire le differenze in modo da evitare la guerra reciproca o la separazione senza dialogo.» (Donati, o.c. p. V-VII ) 5.1.2 il problema giuridico-politico delle identità collettive Anche se, a livello politico, «sono sempre attori collettivi quelli che si affrontano, disputando su scopi collettivi e sulla distribuzione di beni collettivi» (Habermas, Jürgen (1996), Lotta di riconoscimento nello stato democratico di diritto, in Taylor, C., Habermas, J, Multiculturalismo, Feltrinelli, Milano 2001, p. 62), l’impostazione giuridica giusnaturalistica moderna, di tradizione liberal-democratica, pone al centro il riconoscimento e la garanzia dei diritti individuali. «Sembra tuttavia – almeno all’apparenza – che il problema debba porsi altrimenti quando ci troviamo di fronte a pretese di riconoscimento che sono avanzate da identità collettive e mirano a equiparare forme di vita culturali diverse.» (Habermas, ivi, 65) in altri termini, il problema «della parificazione giuridica e dell’eguale riconoscimento di gruppi culturalmente definiti, cioè a dire di collettività che si differenziano tra loro per tradizioni, forme di vita, discendenza etnica ecc., e i cui membri vogliono distinguersi dalle altre collettività per conservare e sviluppare una propria identità specifica.» (Habermas, ivi, 80). «Il multiculturalismo assoluto che implica un relativismo assoluto dei valori conduce inevitabilmente a quello scontro di civiltà di cui ha tanto parlato Huntington. Il relativismo dei valori dissolve le fondamenta dei diritti comuni. Perché ci sia comunicazione occorre sempre un certo grado di universalismo, come ha spiegato Habermas, interrogandosi sulle condizioni della comunicabilità. In questo senso, è importante ricordare che ogni essere umano o gruppo sociale è comunque dotato di diritti di natura universale.» (Alain Touraine, intervista) 5.2 proposte per vie di uscita 5.2.1 alcuni postulati (due) 5.2.1.1. l’individuo si definisce nella comunità-società «Le persone (quindi anche i soggetti giuridici) acquistano identità solo tramite socializzazione» 26 Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 identità e multiculturalismo lezione 2 (Habermas, ivi, 70) 5.2.1.2 occorre restare nell’ambito della libertà personale – individuale «… la convivenza giuridicamente equiparata dei diversi gruppi etnici, e delle loro forme di vita culturali, non ha bisogno di essere tutelata da diritti collettivi (cioè da quel tipo di diritti che finirebbero per “sovraccaricare” una teoria dei diritti modellata su soggetti giuridici individuali). Anche se fosse effettivamente possibile concedere simili “diritti di gruppo”, nell’ambito di uno stato democratico di diritto essi sarebbero non solo superflui ma anche normativamente discutibili. Infatti, la tutela di tradizioni e forme-di-vita costitutive dell’identità deve, in ultima istanza, servire unicamente al riconoscimento dei loro membri in quanto individui. Essa non può avere il senso di una tutela biologica della specie compiuta per via amministrativa. Il punto di vista ecologico della conservazione delle specie non può essere trasferito alle culture. Le tradizioni culturali, e le forme di vita in esse articolate, si riproducono di regola per il fatto di convincere tutti coloro le cui strutture della personalità ne risultano influenzate, motivandoli ad assimilarle e a svilupparle in una maniera produttiva. Uno stato di diritto può soltanto rendere possibile questa prestazione ermeneutica necessaria alla riproduzione culturale dei mondi di vita. Invece una “sopravvivenza garantita” dovrebbe necessariamente sottrarre ai partecipanti proprio quella libertà del dire-sì e direno che è oggi preliminare a qualunque acquisizione, o presa in cura, di una data eredità culturale. Nelle condizioni di una cultura fattasi riflessiva, possono mantenersi in vita soltanto le tradizioni e le forme di vita che, pur legando a sé i propri membri, non si sottraggano al loro esame critico e tengano sempre aperta ai discendenti l’opzione o di apprendere da tradizioni diverse o anche di convertirsi e mettersi in marcia verso nuovi lidi. … Nelle società multiculturali, la convivenza giuridicamente equiparata delle forme-di-vita significa garantire a ogni cittadino tutto un ventaglio di possibilità. Per un verso c’è la possibilità d’invecchiare, senza subire umiliazioni, nel mondo tradizionale della propria cultura e di allevare in essa i propri figli, il che significa la possibilità di confrontarsi con questa cultura (così come con qualunque altra), di svilupparla in maniera convenzionale oppure di trasformarla. Per un altro verso c’è la possibilità di dimenticare tacitamente gli imperativi di questa cultura oppure di dichiarare loro guerra in maniera autocritica, continuando a vivere con il rovello di aver rotto i ponti (o addirittura con una sorta d’identità scissa). La trasformazione accelerata delle società moderne fa saltare tutte le forme di vita stazionarie. Le culture restano in vita soltanto se traggono dalla critica e dalla secessione la forza per autotrasformarsi. Tutte le garanzie di tipo giuridico devono sempre presupporre che nessuno sia privato della possibilità di rigenerare questa forza nell’ambito del proprio contesto culturale. D’altro canto questa forza si sviluppa non soltanto attraverso la contrapposizione e la difesa rispetto a persone e a culture straniere, ma anche — almeno nella stessa misura — attraverso il mantenimento di un rapporto di scambio con esse.» (Habermas, ivi, 89-91). 5.2.2 lo strumento per l’obiettivo è la ragione relazionale 5.2.2.1. cultura in contesto sociale; comunanza e riconoscimento «La differenza fa problema quando non sia inquadrata o inquadrabile in modo significante, perché manca un contesto relazionale di riconoscimento che fornisca una risposta alla dissonanza cognitiva e alle sfide che essa pone. La ragione relazionale viene a dirci che l’aspetto espressivo (culturale) e quello relazionale (la società) non sono separati, ma concretamente sempre interconnessi. La cultura vive nella relazione sociale, non fuori di essa. Se la differenza percepita fa problema, è perché la comunanza, che esiste nella relazione, non emerge prima del sentire la differenza, ma solo dopo di essa. E allora ci si chiede: perché, nell’incontro fra persone di culture diverse, la differenza emerge prima di ciò che è comune? Se, per esempio, un italiano di classe media vedesse un individuo mangiare la carne cruda di un cane, molto probabilmente la prima reazione (reattività istintiva) sarebbe di sentire quel gesto come disgustoso, perché i suoi sensi risponderebbero attraverso un’identità simbolica per la quale quel gesto esprime un atto barbaro. Solo con un atto di riflessività potrebbe arrivare a dire: ‘ma è un uomo come me’ (comunanza attraverso una relazione di riconoscimento). Questa è quella che io 27 Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 identità e multiculturalismo lezione 2 chiamerò la ragione relazionale. E la ragione relazionale che gli fa vedere la comunanza con l’Altro come persona e lo induce a elaborare il perché della differenza, il suo significato, la sua ammissibilità o meno, oppure ancora il rispetto o addirittura la condivisione. (Donati o.c. p. XI) Abbiamo bisogno di un pensiero che, attraverso la riflessività, sia in grado di mostrarci la comunanza, da cui nasce la differenza. Se vedo la comune umanità, allora potrò declinare la differenza in modo tale da distinguere in essa ciò cui posso rinunciare, perché è un motivo irrazionale (non stabilisce alcuna relazione significativa), e ciò che, invece, può costituire una utile base per l’incontro e il dialogo su qualcosa di degno per entrambi, che può specificarsi in modi diversi di essere — senza suscitare l’estraneazione, l’esclusione, il conflitto, lo scontro — semplicemente perché sono ‘valori di scopo’ che rispondono diversamente a un comune ‘valore della dignità’.» (Donati o.c. p. XII) 5.2.2.2. il contesto di metodo della ragione relazionale: le due semantiche della ragione occidentale Occorre « mettere in luce i limiti delle attuali semantiche del riconoscimento, attraverso cui vengono definite e trattate le differenze culturali, per esplorare un’ipotesi: che stia emergendo una nuova semantica, che chiamo relazionale, la quale definisce le identità e le differenze culturali come relazioni sociali. […] Trattare le differenze culturali come relazioni sociali significa affrontare il problema del riconoscimento in termini di circolazione di beni. Il riconoscimento sarà tanto più pieno quanto più questi beni sono dati-ricevuti-contraccambiati come doni.» (Donati o.c. p. XIV-XVI) «L’approccio al riconoscimento dell’Altro come circolazione di doni reciproci porta a indagare il tipo di razionalità che è inerente allo scambio dei doni. Ci si chiede: è razionale edificare la nostra identità culturale attraverso il riconoscimento della nostra differenza (la differenza che ciascuno ha non solo rispetto all’Altro, ma anche rispetto a se stesso) come prodotto di una circolazione di doni? Oppure è irrazionale? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo introdurre il problema di come la ragione umana intervenga nel processo di riflessività e lo configuri. ossia quale forma gli dia. Da questo punto di vista si vede che le due semantiche tipiche della modernità occidentale, cioè quella dialettica e quella binaria, hanno una visione assai limitata della ragione umana: rispettivamente come volontà di realizzare un valore di per sé non-razionale (Wertrationalität — razionalità rispetto al valore) e come razionalità strumentale (Zweckrationalität razionalità rispetto allo scopo), secondo la nota distinzione di Max Weber (1968, Economia e società, pp. 21-22). La razionalità che ha percorso il Novecento è stata una forma quanto mai riduttiva, che ha mutilato le potenzialità della ragione umana. (Donati o.c. p. XVI) È a questo punto che formulo la mia proposta: dobbiamo rivedere la teoria sociologica della razionalità, introducendo il concetto di ragione relazionale. Con tale espressione intendo dire che la ragione umana può e deve essere compresa come un complesso di quattro componenti: la razionalità strumentale (che riguarda i mezzi più adatti per raggiungere uno scopo), la razionalità dell’orientamento a uno scopo (in questo caso Wert è inteso come ‘valore di scopo’, laddove lo scopo è una ‘buona ragione’ che può anche essere una semplice opinione o un’ipotesi di ricerca), la razionalità normativa della relazione (ossia la logica regolativa che è inerente a ogni specifica relazione la quale, se vogliamo ricorrere alla lingua di Weber, può essere chiamata Beziehungsrationalität) e la razionalità del valore (intendendo per ‘valore’ il criterio di valorizzazione della relazione in ciò che essa ha di degno, di ciò che la relazione preserva e promuove come degno di essere perseguito, ossia la ‘razionalità della dignità’ che è in gioco nella relazione: Würderationalität). (Donati o.c. p.XVII) La ragione relazionale può essere definita come la modalità massimamente riflessiva per gestire le differenze culturali nella misura in cui: 1) porta sulla scena le ragioni delle relazioni sociali (non solo le ragioni degli individui e la ragione funzionale del sistema sociale); 28 Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 identità e multiculturalismo lezione 2 2) connette fra loro le componenti della ragione umana; 3) le fa operare relazionalmente fra loro, sia all’interno del complesso stesso della ragione sia ai suoi confini con il non-razionale (il mondo dei puri simboli ideativi). Lo scontro fra identità culturali profondamente differenti può essere evitato non già facendo ricorso a una ideologia o a un immaginario collettivo di tipo multiculturalista (sia esso comunitarista o liberale), secondo il quale dovremmo essere ‘tutti differenti, tutti uguali’. Questa non è solo una promessa illusoria; è anche una premessa errata per l’incontro fra culture diverse. La comprensione delle differenze culturali o è relazionale o non è. Perciò dobbiamo ricorrere a quella forma di razionalità che chiamo ragione relazionale. (Donati o.c. p. XVIII) Nella prospettiva della sociologia relazionale, la riflessività — così come viene indagata e proposta in questo volume — è un interrogarsi, da parte di un soggetto (osservatore individuale o collettivo), nella propria conversazione interiore, sui propri convincimenti, dubbi, emozioni, deliberazioni, ragionamenti, alla luce di come essi si formano nel relazionarsi all’Altro. È un ritornare su se stessi (il soggetto che riflette su se stesso, dentro se stesso) per esaminare come il proprio Io abbia elaborato la conoscenza (rappresentazione, emozione) di un oggetto o di una qualità dell’Altro. Ossia è l’attivazione di un processo di conoscenza sulla nostra conoscenza, tenendo conto di come il referente, l’Altro, influisca sul nostro modo di elaborare internamente la conoscenza, rappresentazione o sentimento che abbiamo di esso. Questo interrogarsi (interrogare se stessi sulla costruzione del proprio Self, del suo orizzonte e modo di vita) è una relazione che è sorta e si è sviluppata con la modernità, ma che la modernità ha poi sempre rimosso in qualche modo, da ultimo con la dottrina di quel multiculturalismo ideologico che non vede la costituzione relazionale delle identità culturali.» (Donati o.c. p.XX) 5.2.3. il tema del bene comune 5.2.3.1. multiculturalismo: i rischi della sua deriva ideologica. «Nella sua definizione originaria, il multiculturalismo è un «modo di incorporazione» degli immigrati in una società in cui prevale un’altra cultura. È un modo diverso da altre soluzioni, quali: assimilazione …ibridazione o meticciato …melting pot …interculturalità …( è una forma di incorporazione che dà attenzione alle differenze culturali al fine di meglio integrare l’immigrato o una minoranza nel sistema liberaldemocratico occidentale)» (nota: Deriva ideologica = irrigidimento e universalizzazione potenziale-auspicabile o progettato di una teoria, con solo momentanea tolleranza di altre teorie o di ragioni ‘comuni’ diverse dalla propria cultura, identitaria, di riferimento) 5.2.3.2. la necessità di edificare un mondo comune «In quanto ideologia, il multiculturalismo non è una soluzione che possa esprimere un progetto di società civile, per il semplice fatto che esclude in linea di principio la possibilità e la necessità di edificare un mondo comune. Le alternative alle fratture della società possono essere cercate in un programma di interculturalità in cui l’inter (ciò che sta fra le culture) deve essere letto, interpretato e agito attraverso un paradigma relazionale. Il senso di tale paradigma è di espandere la ragione dalla persona umana alle relazioni sociali, in modo tale che la ragione possa giocare il ruolo di mediazione fra le culture. Chiamerò questa ragione la ‘ragione relazionale’.» (Donati o.c. p.19) «… il multiculturalismo, laddove riduce la sfera pubblico-politica a neutralità, sia conoscitiva sia morale, verso le differenze (ciò che è proprio dell’ideologia liberale della laicità, pur se con differenze fra le diverse versioni del liberalismo), non promuove alcuna composizione fra le diverse istanze che possa portare alla costruzione di un qualche bene comune: in breve, rinuncia a perseguire un bene prodotto e fruito insieme, in cui tutti i soggetti multiculturali siano coinvolti, il che significa che impone uno stato comune di cose che rimane implicito e latente. […] Come ha osservato Amartya Sen (2006), a distanza di tre decadi la dottrina politica del multiculturalismo è entrata in crisi quasi ovunque. Appare ormai evidente che, concepito come ideologia della differenza, il multiculturalismo non è una risposta adeguata né sul piano etico né sul piano politico al problema della convivenza fra culture diverse. 29 Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 identità e multiculturalismo lezione 2 Tuttavia, se l’ideologia è facilmente criticabile, l’immaginario collettivo lo è assai meno, anche perché è sostenuto dai mass media ed è culturalmente omogeneo ai processi comunicativi propri della globalizzazione. È indubbio, infatti, che le società liberali aperte dell’Occidente non sono in grado di curare le cause che hanno trasformato il multiculturalismo nell’immaginario collettivo per cui ‘tutte le differenze sono uguali’, nel senso che devono avere le stesse opportunità di realizzarsi. Le cause sociologiche che hanno generato il multiculturalismo risiedono nella desertificazione che le società liberali (a regime lib-lab) hanno prodotto nel tessuto connettivo della società, per il fatto che hanno tenacemente perseguito l’obiettivo di immunizzare gli individui dalle relazioni sociali (più precisamente dalle dimensioni di appartenenza e di legame delle relazioni sociali). […] La mia personale opinione è che in fondo, come dottrina politica, il multiculturalismo possa essere letto quale nuova formula di quella che in sociologia è nota come «soluzione hobbesiana al problema dell’ordine sociale» (Parsons, 1968, pp. 121-27), che ora viene applicata ai sistemi culturali (le religioni sono considerate tali) anziché agli individui. Il principio di inclusione politica del liberalismo individualistico accorda i diritti di cittadinanza alle minoranze sulla base di un pluralismo che priva la sfera pubblica di una qualificazione etica. Pertanto è incapace di sviluppare una cittadinanza «profonda» (Clarke, 1996), costruita su un’ampia partecipazione dei cittadini come attori morali che forgiano una sfera pubblica, tale da essere veramente capace di riconoscere un autentico pluralismo sociale, cioè un pluralismo che sia espressione delle libertà positive di incontro interumano (Donati, 2000). A mio avviso, il limite intrinseco del multiculturalismo, sotto ogni punto di vista (epistemologico, morale e politico), la mancanza di relazionalità fra le culture che esso istituzionalizza. È semplicemente cieco (in senso affettivo, cognitivo e morale) di fronte alla cultura come fatto relazionale. […] Il tentativo, così formulato, non può che essere destinato al fallimento, perché la sfera pubblica viene sempre più svuotata di relazioni significative fra i cittadini. (Donati o.c. p.25- 32 ) Tre passaggi in sintesi e conclusione 1. … la libertà personale, per essere assicurata, rimanda al riconoscimento del principio di uguaglianza morale e giuridica delle persone come esseri umani e dei relativi diritti di cittadinanza. La dottrina del multiculturalismo non risolve questi due problemi, perché considera la persona come imbrigliata (embodied e embedded) nella sua cultura di appartenenza e non persegue alcun mondo comune, ma solo il rispetto e la tolleranza ‘a distanza’ fra le culture. Entrambe queste carenze rimandano al deficit di relazionalità proprio del multiculturalismo. In quale direzione cercare 1e alternative al multiculturalismo? (Donati o.c. p.50-51) 2. Una possibile via di uscita ai fallimenti del multiculturalismo è oggi intravista nella interculturalità. Con questo termine si intende, generalmente, una forma di convivenza che si basa sul dialogo e sul confronto aperto fra culture diverse, che rinunciano sia alla dominanza dell’una sull’altra (assimilazione o colonizzazione) sia alla separazione senza comunicazione reciproca (balcanizzazione). Si invoca la comunicazione interculturale come mediazione fra universi cultural i differenti. (Donati o.c. p.55) 3. … l’ipotesi interculturale può essere una strada utile e significativa se riesce a risolvere in modo soddisfacente il deficit di riflessività relazionale presente nel multiculturalismo. Per colmare questo vuoto, la soluzione interculturale deve ricorrere a un paradigma di comprensione del fenomeno culturale che possa farci vedere che cosa c’è di comune fra le singole culture. p.60-61 La laicità guidata da una ‘ragione relazionale’ come alternativa al multiculturalismo e come nuovo ‘mondo comune’. (Donati o.c. p.68) Lo Stato laico non può fare a meno di presupposti di valore, che non tocca a lui proporre, ma che recepisce dai soggetti della società civile portatori di cultura. (Donati o.c. p.57) (nota bene, precisa: valori in senso trascendentale, weberiano; valori in senso kantiano, con riferimento alla natura formale degli imperativi categorici) … lo Stato laico deve adottare «un nucleo duro di valori, di valori cioè irrinunciabili che, in quanto tali, valgono per tutti gli uomini, quale che sia la loro appartenenza a una specifica cultura (libertà, 30 Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 identità e multiculturalismo lezione 2 dignità umana, rispetto della vita, minimo vitale)» (Zamagni). … si possono distinguere i valori delle differenti culture secondo tre criteri di giudizio: la tolleranza, il rispetto, la condivisione. (Donati o.c. p.57) La prospettiva interculturale può essere un’alternativa al multiculturalismo se riesce ad adottare un punto di vista riflessivo che dia una risposta laica al pluralismo culturale senza porre tutte le culture sullo stesso piano, ma definendo un terreno comune, un minimo comune denominatore di regole e di valori. (Donati o.c.p. 73) 31
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