Spedizione in abbonamento postale Roma, conto corrente postale n. 649004 Copia € 1,00 Copia arretrata € 2,00 L’OSSERVATORE ROMANO GIORNALE QUOTIDIANO Unicuique suum Anno CLVII n. 25 (47.459) POLITICO RELIGIOSO Non praevalebunt Città del Vaticano mercoledì 1 febbraio 2017 . Sale la protesta contro la politica sull’immigrazione mentre la Casa Bianca rimuove il segretario ad interim alla giustizia Dopo gli ordini esecutivi del presidente statunitense Trump sceglie la linea dura La chiusura non è progresso di GIUSEPPE FIORENTINO WASHINGTON, 31. Non si fermano le proteste e le polemiche sull’ordine esecutivo firmato pochi giorni fa dal presidente statunitense Donald Trump che limita l’immigrazione da sette paesi islamici. Dopo la condanna dell’Onu, che ha definito il provvedimento «illegale e meschino», è arrivata anche l’opposizione dei diplomatici. Questi ultimi, in una nota inviata al dipartimento di stato, hanno espresso perplessità sulle misure di sospensione. Secca la replica della Casa Bianca: «O rispettate il programma o potete Dai vescovi nuovo appello alla difesa della dignità umana WASHINGTON, 31. Un appello in difesa della dignità umana è stato lanciato dai vescovi statunitensi, che sono tornati a criticare in maniera ferma il provvedimento deciso dalla Casa Bianca sul tema dell’accoglienza dei profughi. Critiche già avanzate a caldo da singoli presuli e dal presidente del Comitato episcopale per la migrazione, il vescovo di Austin, Joe Steve Vasquez, e ieri ribadite dai vertici della Conferenza episcopale. In una dichiarazione a firma del presidente e del vicepresidente, rispettivamente il cardinale Daniel N. DiNardo, arcivescovo di Galveston-Houston, e monsignor José Horacio Gómez, arcivescovo di Los Angeles, si fa appunto appello a tutti i fedeli cattolici perché uniscano la propria voce «in difesa della dignità umana». Per i presuli non si tratta certamente di una intromissione in uno dei momenti più delicati della scena pubblica — «il nostro desiderio non è quello di entrare nell’arena politica» — quanto di ribadire il contenuto centrale del vangelo, perché, ricordano, «accogliere lo straniero non è un’opzione tra le tante nella vita cristiana». Citando il concilio Vaticano II, in particolare la dichiarazione Nostra aetate, i presuli sottolineano come il legame tra cristiani e musulmani si fondi «sulla forza indistruttibile della carità e della giustizia», ribadendo altresì che «la Chiesa non rinuncia alla difesa dei nostri fratelli e sorelle di tutte le fedi che soffrono per mano di persecutori spietati». In questo senso, viene ricordato che quanti scappano dallo stato islamico e dalla furia di altre forze estremiste «stanno sacrificando tutto» quello che hanno di più caro «nel nome della pace e della libertà». Si tratta di persone e di famiglie che «sono alla ricerca di sicurezza e protezione per i loro figli». Di qui dunque un rinnovato appello all’accoglienza. Occorre, certo, sempre vigilare attentamente sul pericolo di possibili infiltrazioni terroristiche ma «la nostra nazione — sostengono — deve dare loro il benvenuto come alleati in una lotta comune contro il male». E assicurano che, laddove ci sono persone che patiscono il rifiuto e l’abbandono, «noi leveremo la nostra voce in loro nome». anche andare via» ha detto il portavoce Sean Spicer. «Data la quasi assenza negli ultimi anni di attacchi compiuti da siriani, iracheni, iraniani, libici, somali, sudanesi e yemeniti entrati negli Stati Uniti con un visto, questo divieto avrà scarsi effetti pratici nel miglioramento della sicurezza» spiegano i diplomatici nel memo. L’ordine esecutivo, aggiungono, «va contro i valori costituzionali e americani che noi, come dipendenti federali, abbiamo giurato di difendere». E inoltre «danneggerà immediatamente le relazioni» con paesi i cui governi sono «importanti alleati e partner nella lotta contro il terrorismo a livello regionale e globale». Anche il predecessore di Trump alla Casa Bianca, Barack Obama, è intervenuto nella polemica sottolineando che con il nuovo ordine esecutivo firmato dal presidente «i valori americani sono a rischio». A conferma del clima di tensione interna c’è anche lo scontro con il segretario ad interim della Giustizia, Sally Yates, rimossa dall’incarico dopo aver ordinato ai legali del suo dipartimento di non difendere il decreto di Trump (dopo le accuse di incostituzionalità dei procuratori). Yates «ha tradito il dipartimento di giustizia» ha affermato la Casa Bianca. Al suo posto è stata nominata Dana Boente, procuratore per il distretto orientale della Virginia. Nominata da Obama, Yates si stava preparando a lasciare il suo posto a Jeff Sessions, designato da Trump alla giustizia. Quasi contemporaneamente a Yates, Trump ha rimosso anche il se- gretario ad interim dell’immigrazione e delle dogane, Daniel Ragsdale, anche lui un ex dell’amministrazione Obama. Sarà sostituito da Thomas Homan. Intanto, la Federazione luterana mondiale (Lwf), il Consiglio mon- diale delle chiese (Wcc) e la Act Alliace hanno emesso un comunicato congiunto nel quale sostengono la protesta contro l’ordine esecutivo. «La nostra fede chiede a noi e a tutti i cristiani — si legge nella nota — di amare e accogliere lo straniero». Il Cremlino disposto a trattare con Washington per rafforzare la tregua Mosca apre a zone di sicurezza in Siria DAMASCO, 31. Mosca è pronta a negoziare con Washington la creazione di zone di sicurezza in Siria per cercare di rafforzare l’attuale cessate il fuoco e garantire alla popolazione una strada verso la normalità. La proposta era stata avanzata nei giorni scorsi dal presidente statunitense Donald Trump. «Chiariremo con i colleghi statunitensi i dettagli di questa idea» ha detto ieri in conferenza stampa il ministro degli esteri russo, Serghiei Lavrov, che ha salutato la proposta di Trump come un tentativo «di fare alcuni passi per allentare la carica migratoria» sull’Europa e i paesi confinanti con la Siria. In ogni caso, ha precisato Lavrov, «si dovrebbe pensare a creare zone di residenza per gli sfollati dentro il territorio siriano» oltre a «condividere con il governo di Damasco tutti i dettagli pratici e lo stesso principio della creazione di zone di sicurezza». Sulla questione è intervenuto anche il governo siriano. Damasco ha sottolineato che qualsiasi proposta deve anzitutto ricevere il suo consenso, altrimenti «viola la sovranità nazionale siriana». Lo ha detto ieri a Damasco, citato dall’agenzia governativa Sana, il ministro degli esteri siriano Walid Al Muallim incontrando l’Alto commissario Onu per i rifugiati Filippo Grandi. Intanto, nelle zone non protette dalla tregua, continuano i combattimenti. Sei bombardieri strategici russi Tupolev hanno colpito due postazioni di comando, depositi di armi e altri obiettivi dei jihadisti del cosiddetto stato islamico (Is) nella provincia siriana di Deir Ezzor. «Il 30 gennaio — si legge in una nota del ministero della difesa russo — sei bombardieri a lungo raggio Tu-22M3 sono decollati da un aerodromo in Russia, hanno attraversato lo spazio aereo di Iraq e Iran e hanno compiuto un bombardamento massiccio su nuovi obiettivi dell’Is nella provincia di Deir Ezzor». Nel raid, sostiene Mosca, «sono stati distrutti due centri di comando, depositi di armi e munizioni e un gran numero di attrezzature». Ma il quadro siriano non è solo fatto di cattive notizie. Ci sono an- Tra i rifugiati siriani in Libano Un mercato come gli altri Generazione perduta DE PECHPEYROU A PAGINA 5 S Le manifestazioni di protesta in strada a Washington (Afp) Il traffico di ostaggi e migranti CHARLES ono perfettamente in linea con le promesse fatte durante la campagna elettorale gli ordini esecutivi che Donald Trump ha firmato appena assunta la presidenza degli Stati Uniti. Del muro al confine con il Messico ha fatto il suo cavallo di battaglia nei mesi che hanno preceduto la vittoria su Hillary Clinton. E anche la promessa di limitare l’immigrazione dai paesi a maggioranza islamica è stata tra i punti fondanti del suo programma. In molti avevano considerato tali proposte irrealizzabili o le avevano classificate come esagerazioni tipiche del clima pre-elettorale. E forse anche per questo tutti i sondaggi, senza alcuna eccezione, avevano dato fino all’ultimo giorno Hillary Clinton per vincitrice nella corsa alla Casa Bianca. Invece a vincere è stato Trump. Ma non bisogna pensare che il suo trionfo sia dovuto ai progetti di chiusura. Il candidato repubblicano è potuto entrare nello studio ovale perché ha saputo occupare uno spazio che la classe politica di Washington — non a caso indicata da Trump come il nemico numero uno — non ha saputo sfruttare. Ha elaborato cioè un programma il cui punto veramente qualificante è il recupero della produzione industriale in territorio statunitense, come risposta all’impoverimento causato dalla globalizzazione. Solo un’analisi molto superficiale può tuttavia far pensare che la lotta alle storture di una globalizzazione mal gestita vada di pari pas- Un bambino cammina davanti al muro del cimitero di Aleppo (Reuter) FRANCESCA MANNO CCHI A PAGINA 3 che segnali di speranza, che fanno capire come la popolazione stia cercando di tornare alla normalità della vita quotidiana. Ieri, dopo cinque anni di sanguinosa guerriglia urbana, ad Aleppo ha ripreso a funzionare un treno. Il convoglio ha attraversato i quartieri periferici della seconda città della Siria, che in quattro anni di feroce assedio ha pagato un tributo di 21.500 civili morti (secondo una stima di Human Rights Watch). Il ministro dei trasporti siriano, Ali Hamoud, ha definito il ripristino del servizio ferroviario «una vittoria che ha restituito sicurezza e stabilità alla città intera». so con la chiusura dei confini o con la costruzione di muri sempre più alti. A dimostrarlo è la stessa storia degli Stati Uniti che hanno costruito la loro potenza economica, e quindi la loro influenza politica, grazie al lavoro degli immigrati. Che, peraltro, sono ancora una risorsa preziosa, come testimoniano le reazioni di molti esponenti di primo piano del nuovo capitalismo a stelle e strisce di fronte alla decisione di limitare l’immigrazione. Da Tim Cook di Apple (Steve Jobs era di origine siriana) a Mark Zuckerberg di Facebook, la presa di distanza dall’iniziativa di Trump è stata unanime. Ma se non è una sorpresa che la silicon valley della California post-hippie sia per sua natura lontana dal nuovo presidente, certamente inedito è l’atteggiamento di giganti della finanza come Goldman Sachs, che annovera alcuni suoi uomini di spicco all’interno della nuova amministrazione. Ciò nonostante un messaggio è stato inviato a tutti i dipendenti per sottolineare che l’istituto «non sostiene queste politiche». Tali prese di posizione si spiegano con la semplice constatazione che chiudere le porte agli immigrati significa privare il paese di risorse potenzialmente molto importanti. E bisogna ricordare che l’iniziativa del presidente riguarda le persone provenienti da sette paesi considerati a rischio terrorismo, con l’esclusione di quelli che intrattengono rapporti economici più stretti con gli Stati Uniti. Certo è molto presto per parlare di un Trump isolato, e lo stesso presidente — secondo cui il blocco parziale dell’aeroporto di New York non è stato dovuto alle proteste ma a un problema al sistema della Delta Airlines — si è affrettato a sottolineare che la maggioranza degli statunitensi sta con lui. Ma sicuramente Trump dovrà tenere conto delle reazioni della società civile, giunte anche da parte cattolica, verso un’iniziativa che può non solo rivelarsi nociva per la sfera economica, ma che, per quanto concerne il rifiuto dell’accoglienza dei profughi, sembra davvero andare contro la tradizione statunitense di tutela dei diritti umani. Durissime anche le condanne degli ambienti politici internazionali nei confronti degli ordini esecutivi del presidente. Dall’O nu all’Ue il coro è stato unanime. Ma in un mondo che tollera la persecuzione dei cristiani in Medio oriente, la tragedia dei rohingya o i fili spinati nel cuore dell’Europa davvero nessuno può dirsi innocente. Domani il mensile «donne chiesa mondo» La metafora del rammendo All’arte femminile del rammendo, metafora non di un ripiegamento nel privato ma di un appassionato impegno nella società di oggi, è dedicato il numero di febbraio del mensile «donne chiesa mondo» in allegato con il quotidiano di domani. Dal Libano al Kenya, dalla Francia ai quartieri di Palermo assediati dalla mafia, la rivista presenta le testimonianze di donne che, con pazienza, umiltà e coraggio, dedicano la loro vita a ricucire le lacerazioni sociali provocate dagli esseri umani. Si tratta a volte, come spiega Anna Foa nell’editoriale, di «lacerazioni che mettono in gioco la vita o la morte delle persone, a volte sono strappi in una società dominata dalla mafia e dalla disuguaglianza, altre volte strappi determinati dalla guerra». In ogni caso si tratta di donne che riattualizzano «l’antica abilità femminile del tessere e rammendare per risanare per quanto possono il tessuto della società in cui vivono». L’OSSERVATORE ROMANO pagina 2 mercoledì 1 febbraio 2017 Militari ucraini nella regione del Donbass (Afp) Putin a Budapest per colloqui sull’energia Arrestati trafficanti di esseri umani Globalizzazione del male BRUXELLES, 31. «Una globalizzazione del male». Così il magistrato italiano Ilda Boccassini ha definito la banda internazionale di trafficanti di esseri umani sgominata ieri dalla procura di Milano. Il tragico business non si ferma nonostante le difficili condizioni meteo: in tre giorni sono state soccorse nel canale di Sicilia 1400 persone. Si tratta di migranti che pagano per arrivare sulle coste italiane e poi di nuovo per raggiungere il nord Europa. Intanto, cresce l’allarme per le condizioni di vita nel campo profughi sull’isola greca di Moria: in una settimana si contano tre morti. Sono 34 i trafficanti individuati dalla polizia italiana. Al vertice dell’organizzazione c’erano tre egiziani dai 35 ai 40 anni, descritti dagli investigatori come i «manager dei migranti» che per telefono gestivano il lavoro di quanti organizzavano i viaggi in mare e poi le trasferte in altri paesi europei, intercettando i migranti disperati nei campi di accoglienza o nei dintorni. Ad esempio, verso Ventimiglia sono stati fermati furgoni con 40 persone stipate all’interno in condizioni disumane. Colpisce che gli altri della banda siano somali, afghani, tunisini, eritrei, le stesse nazionalità dei migranti. Sono coinvolti anche tre italiani di circa 35 anni, che si limitavano ai trasporti in auto da Ventimiglia. Sul piano politico, il ministro degli esteri italiano, Angelino Alfano, ha annunciato che domani presenterà il decreto denominato «Fondo per l’Africa» che stanzia 200 milioni di euro per il contrasto al traffico dei migranti. E oggi al parlamento italiano c’è stata l’audizione del commissario Ue per l’immigrazione, Dimitris Avramopoulos, che ha annunciato un ulteriore stanziamento di un milione di euro da parte di Bruxelles. «La cooperazione con i paesi terzi, e in particolare col nord Africa è una priorità per la Commissione europea nel suo approccio globale sulla migrazione» ha detto Avramopoulos. Intanto, proseguono gli avvistamenti in mare e gli sbarchi. Duecento persone sono arrivate questa mattina al porto di Augusta, in Sicilia. Sono stati fatti rientrare in Libia, invece, i 700 migranti a bordo di due barconi che ieri erano stati intercettati al largo dello stato africano dalla guardia costiera libica. Erano appena salpati dai dintorni di Sabrata, città della Tripolitiana occidentale. La maggior parte sono originari dell’Africa subsahariana, ma tra loro ci sono anche siriani, palestinesi, egiziani e tunisini. I complici degli scafisti che si trovavano ancora sul litorale hanno sparato contro le guardie impegnate nell’operazione, che hanno risposto al fuoco mettendoli in fuga. Non ci sono stati feriti. Ma è allarme anche per la situazione nel campo per migranti di Moria, sull’isola greca di Lesbos. La morte di un pachistano, ieri, fa seguito a quella di un siriano di 45 anni, sabato scorso, e di un ventiduenne egiziano, il martedì precedente. Sembra si tratti di tutti casi di asfissia nel tentativo di proteggersi dal freddo. Morti dodici militari ucraini Combattimenti nel Donbass KIEV, 31. Si combatte nella zona industriale dell’Ucraina orientale di Avdiivka, vicino Donetsk, nel Donbass, dove si contrappongono le truppe dell’esercito di Kiev e i ribelli separatisti pro-russi. Lo ha denunciato oggi il portavoce della difesa di Kiev, Oleksandr Motuzuanyk. Il quartier generale delle truppe ucraine ha reso noto che nella notte sono stati uccisi tre soldati e altri 20 sono rimasti feriti. L’OSSERVATORE ROMANO GIORNALE QUOTIDIANO Unicuique suum POLITICO RELIGIOSO Non praevalebunt Città del Vaticano [email protected] www.osservatoreromano.va I separatisti dell’autoproclamata repubblica popolare di Donetsk riportano invece la morte di quattro miliziani e il ferimento di altri sette. Ieri, nella stessa zona, sono morti almeno nove militari di Kiev. A causa dell’escalation del conflitto nel Donbass, il presidente ucraino, Petro Poroshenko, ha interrotto la sua visita ufficiale a Berlino, anticipando il ritorno in patria. I combattimenti ad Avdiivka «hanno portato a una situazione di emergenza che rasenta il disastro umanitario», ha dichiarato il portavoce della presidenza, Sviatoslav Tsegolko. A Berlino, Poroshenko ha avuto un colloquio con il cancelliere tedesco, Angela Merkel, che ha sottolineato come non vi sia «un cessate il fuoco» e che per questo è importante procedere sulla base degli accordi di Minsk. Il presidente Poroshenko, dal canto suo, ha ribadito che l’Ucraina «fa affidamento sul sostegno di un’Europa unita». Mattarella ai sindaci dei comuni colpiti dal sisma Bloccato valico con l’ex Repubblica di Macedonia La vicinanza dello stato rimarrà forte Agricoltori greci contro l’austerity ROMA, 31. Il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, è tornato ieri per la sesta volta nelle zone terremotate. Prima di inaugurare il 681° anno accademico dell’università di Camerino, il capo dello stato ha parlato con i sindaci dei comuni devastati dal sisma. «Avete diritto a tutto l’aiuto possibile, aiuto che si cerca di garantire in pieno», ha detto loro Mattarella. «Talvolta — ha aggiunto — leggo sui giornali di rimpalli di responsabilità, ed è sempre utile quando vi siano confronti sulle responsabilità cui far fronte, ma io so che tra i sindaci alberga la ragione, il criterio che ciascuno, confrontandosi con gli altri, verifica anzitutto quello che in proprio si può fare. E quando i sindaci avvertono questa esigenza, hanno diritto al sostegno intenso, pieno, completo da parte delle altre istituzioni». Mi rendo conto — ha detto ancora — «di cosa vuol dire il contatto con la vostra gente di fronte ad allarmi lanciati per l’eventualità di nuove emergenze. Il vostro compito è davvero difficile, questo non viene ignorato. Avete tutto l’appoggio. In questi mesi vi sono stati esempi straordinari di generosità. Ogni volta è richiesto di più e l’impegno che voglio esprimere davanti a voi è che questo di più troverà una soddisfazione, si farà fronte a quelle esigenze sempre maggiori». Il leader libico Al Serraj bussa alle porte della Nato TRIPOLI, 31. Il primo ministro del governo di accordo nazionale libico, Fayez Al Serraj, sarà domani al quartiere generale dell’Alleanza atlantica a Bruxelles. Intanto, la Turchia fa sapere che riaprirà presto la sua ambasciata in Libia. Quella di domani sarà la prima visita di Serraj alla sede della Nato, ma il primo ministro libico ha già avuto un incontro con il segretario generale Jens Stoltenberg a settembre scorso, in occasione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Obiettivo del colloquio sarà fare il punto della situazione della sicurezza in Libia ed esplorare le modalità di un supporto della Nato alle istituzioni per la difesa e la sicurezza libiche. Nel vertice di luglio scorso a Varsavia, i leader dell’Alleanza hanno convenuto sull’urgenza di ristabilire la sicurezza in Libia e sulla disponibilità di un supporto della Nato, ma anche sulla necessità che sia il governo libico a chiederlo. Intanto, la Turchia ha disposto la riapertura della propria ambasciata a Tripoli, che era stata chiusa nel 2014 per motivi di sicurezza. Nelle settimane scorse è stata l’Italia il primo paese occidentale a riaprire la sede diplomatica nella capitale libica. BUDAPEST, 31. Grande attesa in Ungheria per la visita del presidente russo, Vladimir Putin. Il leader del Cremlino sarà infatti giovedì a Budapest per incontrare il presidente, Viktor Orbán. Si tratta — ricordano gli analisti politici — del quarto colloquio bilaterale in quattro anni. Fra i temi in agenda per l’incontro con Putin, al primo posto ci sarà l’energia: il governo di Budapest ha contrattato la costruzione di due nuovi reattori, affidata alla società statale russa Rosatom, per la centrale nucleare di Paks (nel centro dell’Ungheria), con un credito di dieci miliardi di euro erogato dalla Russia. Secondo i partiti di opposizione, l’intesa farà indebitare il paese per i decenni futuri, senza rispondere a un vero bisogno di energia nucleare. A Budapest si parlerà anche di altre questioni energetiche. A riguardo, il ministro degli esteri ungherese, Péter Szijjártó, ha dichiarato che l’Ungheria intende ampliare la collaborazione con Mosca sul gas. Mattarella durante il suo incontro con i sindaci della provincia maceratese (Ansa) ATENE, 31. A causa degli scioperi e delle proteste degli agricoltori greci è stato chiuso al traffico il valico di frontiera tra la Grecia e la ex Repubblica jugoslava di Macedonia a Gevgelija. I media macedoni riferiscono che è possibile attraversare la frontiera solo a piedi, mentre gli automobilisti vengono dirottati su altri valichi. Gli agricoltori greci hanno effettuato blocchi stradali per protestare contro le misure di austerità del governo, in particolare contro l’aumento della tassazione, del prezzo del gas e dei contributi previdenziali. Utilizzando i trattori hanno bloccato il traffico automobilistico e i trasporti commerciali verso Gevgelija, la piccola città di 22.000 abitanti nel sud della ex Repubblica jugoslava di Macedonia. La nuova ondata di proteste è iniziata una settimana fa. Nei giorni scorsi è stata chiusa per alcune ore la strada nazionale tra Serres e Salonicco, nel nord della Grecia. L’intervento delle forze di sicurezza è stato necessario per impedire ad alcuni agricoltori di attraversare con i loro trattori il confine con la Bulgaria, attraverso il valico di Promachonas. E decine di trattori e pick-up hanno bloccato una parte dell’autostrada PatrassoCorinto, vicino Aigio, nel Peloponneso settentrionale. Inoltre, alcuni contadini sono scesi in strada a Zante, Hania, Veria, Creta e diverse località della Grecia centrale e del Peloponneso settentrionale. In alcuni casi le proteste hanno incontrato l’appoggio delle autorità municipali. I sindacati hanno annunciato che la protesta sarà «potente e prolungata». Già nel 2015 e nel 2016 gli agricoltori hanno messo in atto proteste con modalità simili. Al vertice in corso ad Addis Abeba si discute anche del reintegro del Marocco L’Unione africana elegge il nuovo capo della commissione ADDIS ABEBA, 31. L’attuale ministro degli esteri del Ciad, Moussa Faki, è il nuovo presidente della commissione dell’Unione africana (Ua). Faki è stato eletto ieri, nel vertice dei capi di stato e di governo dei 54 paesi dell’Ua, al quale chiede di essere riammesso il Marocco. Nel pomeriggio tiene il suo discorso re Muhammed VI. Tema ufficiale di questo ventottesimo vertice è: «Trarre profitto dal dividendo demografico investendo nella gioventù». Ma, al di là del tema, si sa che si potrebbe concretiz- GIOVANNI MARIA VIAN direttore responsabile Giuseppe Fiorentino vicedirettore Piero Di Domenicantonio zare l’idea della creazione di un’area di libero scambio su tutto il continente. E c’è anche da mettere mano alla riforma dell’Ua che, secondo gli osservatori internazionali e locali, soffre per la mancanza di efficienza e di autonomia finanziaria. Durante le due giornate di vertice si parla, infatti, proprio delle possibili riforme istituzionali. Si parte dalle conclusioni del rapporto di esperti nominati dal presidente ruandese Paul Kagame, al quale è stato affidato l’incarico nel luglio scorso. Servizio vaticano: [email protected] Servizio internazionale: [email protected] Servizio culturale: [email protected] Servizio religioso: [email protected] caporedattore Gaetano Vallini segretario di redazione Servizio fotografico: telefono 06 698 84797, fax 06 698 84998 [email protected] www.photo.va È importante anche la discussione sul reintegro del Marocco nell’organizzazione, dopo 33 anni di assenza. Nel 1984 Rabat decise di ritirarsi dall’Ua in segno di protesta contro l’ammissione della Repubblica democratica araba dei sahrawi, lo stato autoproclamatosi che rivendica la sovranità sul Sahara occidentale. Ora Rabat vuole tornare nell’organizzazione continentale. In questa fase storica, l’influenza della monarchia marocchina si estende praticamente su tutta l’Africa. In particolare, Mohammed VI, figlio di Hassan II e Segreteria di redazione telefono 06 698 83461, 06 698 84442 fax 06 698 83675 [email protected] Tipografia Vaticana Editrice L’Osservatore Romano don Sergio Pellini S.D.B. direttore generale re dal 1999, ha moltiplicato i suoi sforzi, compiendo numerose visite ufficiali nel continente, per puntare su paesi dall’alto potenziale di crescita, a partire da Etiopia, Tanzania e Nigeria. Al vertice partecipano anche ospiti della comunità internazionale, tra cui il neosegretario generale dell’Onu, Antonio Guterres e il presidente dell’Autorità palestinese, Mahmud Abbas. Sono circa 4000 i rappresentanti che gravitano in questi giorni attorno al palazzo dell’Ua. Tariffe di abbonamento Vaticano e Italia: semestrale € 99; annuale € 198 Europa: € 410; $ 605 Africa, Asia, America Latina: € 450; $ 665 America Nord, Oceania: € 500; $ 740 Abbonamenti e diffusione (dalle 8 alle 15.30): telefono 06 698 99480, 06 698 99483 fax 06 69885164, 06 698 82818, [email protected] [email protected] Necrologie: telefono 06 698 83461, fax 06 698 83675 Resta irrisolta la crisi politica a Skopje SKOPJE, 31. È fallito ieri nella ex repubblica jugoslava di Macedonia il tentativo del partito conservatore Vmro-Dpmne di formare un nuovo governo di coalizione con l’Unione democratica per l’integrazione (Dui), che rappresenta la numerosa minoranza albanese del paese balcanico (25 per cento del totale dei due milioni di abitanti). A mezzanotte è infatti scaduto il termine ultimo previsto dalla legge perché Nikola Gruevski, leader del Vmro-Dpmne, al quale era stato affidato l’incarico, annunciasse un eventuale accordo, che però non è arrivato. Vmro-Dpmne ha vinto di stretta misura le elezioni anticipate dell’11 dicembre scorso, aggiudicandosi 51 dei 120 deputati al parlamento di Skopje. Al partito socialdemocratico (opposizione) Sdsm sono andati 49 seggi, al Dui 10. Ora — indicano gli analisti — si attende la decisione del presidente, Gjorge Ivanov, che potrebbe affidare un nuovo incarico a Zoran Zaev, il leader dell’opposizione socialdemocratica, seconda forza in parlamento. Decisivo per ogni coalizione resta, comunque, l’apporto dei partiti della minoranza albanese. Concessionaria di pubblicità Aziende promotrici della diffusione Il Sole 24 Ore S.p.A. System Comunicazione Pubblicitaria Ivan Ranza, direttore generale Sede legale Via Monte Rosa 91, 20149 Milano telefono 02 30221/3003, fax 02 30223214 [email protected] Intesa San Paolo Ospedale Pediatrico Bambino Gesù Società Cattolica di Assicurazione Credito Valtellinese L’OSSERVATORE ROMANO mercoledì 1 febbraio 2017 pagina 3 Per l’attacco terroristico alla moschea a Québec Incriminato uno studente OTTAWA, 31. È stato incriminato per omicidio premeditato e tentato omicidio Alexandre Bissonnette, lo studente di scienze politiche ventisettenne arrestato per l’attacco ieri alla moschea di Québec City. Secondo l’ultimo bilancio sei persone sono morte e diciannove sono rimaste ferite nell’attentato. La notizia dell’incriminazione è arrivata dalla polizia canadese, dopo che il giovane è comparso in tribunale. Il secondo sospettato arrestato ieri, Mohamed Khadir, di origine marocchina, è stato rilasciato e viene considerato esclusivamente un testimone. Bissonnette, che sul suo profilo Facebook, ora rimosso, si professava ammiratore del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e della leader del Fronte nazionale francese Marine Le Pen, è stato arrestato dalle forze speciali canadesi a una ventina di chilometri dal luogo dell’attacco. È stato lui stesso a chiamare la polizia, dicendosi pronto ad arrendersi. Bissonnette studiava antropologia e scienze politiche all’Università Laval, il cui campus si trova a tre chilometri dal centro attaccato domenica sera. Francois Dechamps, che lavora per il gruppo di attivisti Welcome to refugees, ha raccontato che il giovane era noto per le sue posizioni estremiste. «È con dolore e rabbia — ha scritto Dechamps sulla sua pagina Facebook — che abbiamo appreso che il terrorista è Alexandre Bissonnette, sfortunatamente noto a molti attivisti in Québec per le sue posizioni nazionaliste, pro - Le Pen e antifemministe espresse all’Università Laval e sui social media». È stata intanto resa nota l’identità delle sei persone uccise. Si tratta di Azzeddine Soufiane, di 57 anni, macellaio padre di tre figli, del sessantenne Khaled Belkacemi, professore all’Università Laval, del quarantunenne impiegato Abdelkrim Hassen, anche lui padre di tre Epidemia di febbre gialla in Brasile BRASILIA, 31. Continua a fare paura e a mietere vittime l’epidemia di febbre gialla in Brasile, la peggiore degli ultimi quattordici anni. Nel solo mese di gennaio la malattia ha causato oltre quaranta morti. I casi accertati di ulteriori contagiati sono già più di dieci e quelli sospetti sono oltre cinquecento, secondo quanto rivelato dalle autorità sanitarie locali. Lo stato più colpito è quello di Minas Gerais, ma l’allarme si è diffuso anche nelle confinanti regioni di Espírito Santo, San Paolo, dove finora sono stati confermati sei decessi, e Bahia, tutte nel sud-est. Intanto nel paese continua l’azione di repressione contro la violenza nelle carceri. Agenti delle forze speciali di polizia brasiliana hanno fatto irruzione, nei giorni scorsi, nel penitenziario statale di Alcacuz, nello stato del Rio Grande do Norte, nel nord-est del paese. Il carcere è in mano ai rivoltosi dallo scorso 14 gennaio, quando, in seguito ai primi incidenti, sono morti ventisei reclusi. L’obiettivo del blitz è quello di riprendere il controllo delle ali 4 e 5 della struttura, occupate da detenuti appartenenti a una pericolosa fazione criminale. Una pistola, oltre 500 coltelli artigianali, cellulari e droga sono stati trovati all’interno del penitenziario. Analoghe perquisizioni delle forze dell’ordine stanno intanto avvenendo anche nel carcere di Monte Cristo, a Boa Vista (Roraima), che all’inizio del mese ha registrato una sanguinaria sommossa seguita dall’uccisione di 33 detenuti. figli, di Aboubaker Thabti, di quarantaquattro anni, e di due cittadini di origine guineana: Mamadou Tanou Barry, di 42 anni, e Ibrahima Barry, di 39. La moschea teatro dell’attacco era già stata oggetto di intimidazioni. In particolare un atto irriguardoso è stato registrato lo scorso giugno. I responsabili del centro islamico hanno precisato che quello non era stato il primo episodio del genere. Circa tre settimane dopo, in luglio, nel quartiere erano stati distribuiti anonimamente volantini che sostenevano un legame tra la moschea e i Fratelli musulmani, gruppo estremista nato in Egitto nel 1928. Le accuse sono sempre state respinte dai responsabili del centro islamico. Il premier canadese Justin Trudeau ha affermato che tutto il popolo canadese è al fianco della comunità musulmana dopo l’attacco di ieri a Québec City. «Il crimine orribile della scorsa notte contro la comunità musulmana è stato un atto di terrorismo commesso contro il Canada e contro tutti i canadesi». Rivolto al milione di musulmani che risiedono nel paese, Trudeau ha detto: «Trentasei milioni di cuori battono con i vostri. Piangeremo con voi, vi difenderemo, vi ameremo, e resteremo al vostro fianco». In serata il premier e il capo dell’opposizione Rona Ambrose saranno a Québec City per una veglia. Sul tragico episodio ferma è stata la condanna anche dei vescovi canadesi. «È stato con orrore e shock che noi tutti siamo stati messi al corrente dell’attacco violento e insensato di ieri sera al Centre culturel islamique de Québec», ha detto il presidente della Conferenza episcopale canadese, il vescovo di Hamilton Douglas Crosby. «Tale violenza omicida è da condannare nei termini più forti possibili. Si tratta di una violazione della sacralità della vita umana, di un attacco contro il diritto e la libertà dei membri di tutte le religioni a riunirsi e a pregare in nome delle loro convinzioni più profonde, di una ferita alla pace, all’ordine e alla tranquillità della nostra nazione e delle sue comunità, e della profanazione di una casa di preghiera e di culto», ha aggiunto. «Come uomini di fede — ha concluso — preghiamo intensamente per le anime delle vittime» e per i loro familiari. Cordoglio è stato espresso in tutto il mondo. A Parigi la Tour Eiffel non è stata illuminata durante la notte in omaggio alle vittime della sparatoria. L’annuncio è arrivato con un comunicato del sindaco della città, Anne Hidalgo, che ha condannato «con la più grande fermezza questo atto spaventoso fatto da fanatici che ancora una volta hanno colpito degli innocenti in modo cieco e arbitrario». La storia di Hyam rifugiata siriana in Libano che vorrebbe aiutare i bambini traumatizzati dalla guerra Generazione perduta da Tel Abbas FRANCESCA MANNO CCHI Tel Abbas, Nord Libano. Hyam ha tredici anni. Fino a tre anni fa viveva con sua madre, suo padre e i suoi due fratelli a Qusayr, città siriana a ridosso del confine libanese e molto importante negli equilibri della guerra per la presenza della milizia libanese sciita di Hezbollah. Una mattina una bomba uccide il padre di Hiyam. Il destino di quello che resta della sua famiglia è il destino comune agli altri quattro milioni di profughi siriani: l’esodo. Da allora Hyam vive a Tel Abbas, nella regione di Akkar, tra le montagne libanesi al confine con la Siria, in una delle migliaia di quelle tendopoli dimenticate che sono diventate parte integrante del territorio del paese, nascoste tra le valli o in mezzo alle campagne, e in pieno inverno, sepolte dalla neve. Hiyam ha gli occhi pieni di speranza e un grande zaino verde al bordo del materasso su cui dorme. Vorrebbe fare la psicologa da grande «per aiutare i bambini traumatizzati dalla guerra», dice. Traumatizzati come lei. Quando racconta la guerra, la piccola Hyam lo fa con i particolari della vita quotidiana, perché per i bambini siriani la guerra è stata questo: un elemento tra tanti nella vita di ogni giorno. «Ero in casa con la mamma che stava cucinando i maqi (involtini siriani) ma non avevamo abbastanza ceci così chiesi a mia madre se potessi uscire a comprarli, ma mia madre era contraria, perché sentiva il rumore dei bombardamenti e aveva paura. Ho insistito così tanto che mi ha fatto uscire. “Corri” mi ha detto, “corri più che puoi e torna subito a casa”». Hyam racconta di aver incontrato il cugino lungo la strada e di essersi fermata con lui a guardare le mucche in un campo, a salutare la zia, che abitava in una casa poco distante dalla piccola bottega di alimentari. Ma al negozio di alimentari, Hyam non è arrivata mai. «Improvvisamente abbiamo visto un aereo sulla nostra testa e abbiamo capito. Io ho tappato le orecchie con le mani con tutta la forza che avevo. Del dopo ricordo solo il sangue sul mio braccio e la pelle che non c’era più». Quel giorno una bomba è caduta poco distante da Hyam e da suo cugino, le schegge hanno colpito il braccio della bambina, che nonostante le molte operazioni subite in Libano, non potrà mai più distenderlo completamente. La lunga cicatrice che parte dalla spalla e arriva al polso è il segno che per tutta la vita farà di Hyam una dei milioni di bambini siriani che portano sulla pelle il trauma della guerra. A Qusayr Hyam era la più brava della classe: diligente, curiosa, costante. Racconta che a scuola aveva un piccolo armadietto di colore rosso in cui teneva tutti i libri che avrebbe voluto leggere, già da bambina si interessava di anatomia e biologia. Aveva grandi sogni, studiare medicina e poi specializzarsi. La sua era una famiglia benestante, avevano una grande casa a due piani. D’estate il padre portava lei e i suoi fratelli lungo il fiume Oronte e ognuno di loro esprimeva i propri sogni sul futuro. Oggi Hyam frequenta una scuola informale in Libano, cioè una struttura in cui operatori e volontari di varie ong (libanesi e internazionali) mettono a disposizione il proprio tempo per dare nozioni fondamentali ai bambini rifugiati, impegnare il loro tempo e impedire che diventino vittime di matrimoni precoci, sfruttamento lavorativo e soprattutto reclutamento da parte di gruppi fondamentalisti. Ma le scuole informali non hanno curricula riconosciuti dalla scuola pubblica libanese, dunque i bambini che le frequentano stanno di fatto perdendo anni di insegnamento. Hyam è una dei trecentomila bambini siriani che in Libano sono esclusi dal sistema scolastico. Il Libano conta quasi sei milioni di abitanti; i rifugiati siriani ufficialmente registrati sono un milione e mezzo, ma le organizzazioni umanitarie stimano che da quando l’Unhcr (Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite) ha smesso di registrare i profughi, sotto indicazione del governo di Beirut, il numero sia cresciuto almeno del trenta per cento. Ciò significa che in Libano un abitante su quattro è un profugo siriano. Inoltre, per disincentivare i rifugiati a restare nel paese, il governo libanese non ha mai autorizzato la costruzione di campi profughi ufficiali, così il milione e mezzo di siriani in fuga dalla guerra sta vivendo Alla Knesset parte l’esame della proposta di legge per regolarizzare gli insediamenti Netanyahu andrà da Trump Il premier israeliano Benjamin Netanyahu durante una riunione di governo (Ansa) TEL AVIV, 31. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu sarà in visita a Washington dal presidente statunitense, Donald Trump, il prossimo 15 febbraio. Lo ha annunciato ieri il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer. «Il nostro rapporto con l’unica democrazia del Medio oriente è cruciale per la sicurezza di entrambe le nostre nazioni» ha detto Spicer riferendo che i colloqui tra Trump e Netanyahu saranno incentrati sui temi della cooperazione strategica, tecnologica e militare tra Stati Uniti e Israele. E ovviamente anche sulla questione degli insediamenti. A tale proposito inizia oggi il dibattito alla Knesset sulla proposta di legge per la regolarizzazione di circa 4000 case in Cisgiordania. l’ennesimo inverno da esule all’interno di campi che, in alcuni casi, non hanno nemmeno l’acqua potabile. Dopo cinque anni. Del milione e mezzo di profughi, più della metà sono bambini in età scolare, Hyam è una di loro. Per tre anni e mezzo i siriani non sono stati ammessi nelle scuole libanesi, perdendo gli anni centrali della formazione scolastica. Una delle più gravi conseguenze del conflitto siriano — che ha generato e continua a generare la più grave crisi umanitaria degli ultimi venticinque anni — è che un’intera capito che qualcuno avrebbe dovuto sacrificarsi per la famiglia, e siccome è il primogenito l’ha fatto lui. Aveva un sogno, Mohammed, avrebbe voluto fare il pilota civile perché dall’alto — dice — «tutto sembra più bello». Oggi invece Mohammed fa l’operaio in una ditta edile. Lavora dalle sei del mattino al tramonto, per una manciata di dollari al giorno. Non sempre riceve la paga pattuita, eppure non si ribella, perché sua madre ha bisogno di soldi per sfamare la famiglia. Quando Mohammed esce dal campo, all’alba, per andare a lavora- generazione di bambini, vittime di traumi psicologici e fisici, costretti a vivere in condizione di pericolo e fragilità, sta crescendo senza alcuna educazione. Solo in Libano sono mezzo milione i bambini siriani, dai 6 ai 18 anni, che stanno diventando una generazione perduta. A confermarlo è anche il rapporto The Future of Syria – Refugee Children in Crisis rilasciato da Unhcr, secondo cui più della metà dei bambini siriani che si trovano a vivere temporaneamente in Libano e in Giordania (paesi confinanti con la Siria e che accolgono il maggior numero di profughi) sono esclusi dalla formazione scolastica. Hyam sa che le ore di lezione spese nella scuola informale di Tel Abbas non contribuiranno alla sua formazione scolastica, eppure ogni mattina si sveglia prima di tutti e comincia a studiare. Letteratura, geografia, storia soprattutto perché, dice, «la storia mi insegna quello che è stato e mi aiuta a prevedere quello che sarà». Nel suo libro di storia tiene un disegno fatto a mano, l’ha fatto lei a matita durante una delle tante notti in cui non riusciva a dormire. «Rappresenta il mio amore per la Siria». Il disegno raffigura una mappa stilizzata della Siria, dal centro del paese si estendono due braccia che stringono una bimba. La bimba è Hyam. «In questo disegno c’è il mio amore per il mio paese. Mi manca. E noi manchiamo a lei, alla Siria, perché nessuno di noi ha scelto di andare via. Noi siamo stati costretti a scappare per non morire». Hyam chiude gli occhi. Elenca tre desideri. Desidera studiare ancora nel suo paese, desidera che suo fratello Mohammed, quindici anni, possa smettere di lavorare per mantenere la famiglia, e desidera dormire ancora nel suo letto, a Qusayr. «Poi c’è un desiderio che non si può avverare — dice — cioè che tornino i giorni d’inverno, quando a Qusayr scendeva la neve e mio padre mi accompagnava a scuola a piedi». Oggi il capofamiglia è Mohammed. Quando sono arrivati in Libano Mohammed aveva dodici anni. Ha re, i suoi fratelli dormono ancora. «Vorrei che studiassero» afferma il ragazzo. «Farei di tutto affinché possano continuare a studiare. Il mio sacrificio deve essere l’unico di questa famiglia. Vorrei tanto che mia sorella facesse qualcosa di utile per la società». Hyam, che vuole diventare psicologa per ricucire le ferite dei bambini traumatizzati dalla guerra, Hyam che aiuta la mamma a lavare i vestiti di tutti i fratelli, Hyam che cammina nel fango per arrivare a una scuola che non le darà alcun diploma, Hyam che prega, che sorride ballando, Hyam che sui banchi della sua scuola informale chiude gli occhi e piange pensando al padre ucciso dalla guerra. Test missilistico iraniano TEHERAN, 31. L’Iran ha effettuato il test di un missile balistico. Si tratterebbe di una aperta violazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite. Il lancio — dicono fonti di stampa e di intelligence — è avvenuto domenica su un sito a circa 140 miglia a est di Teheran. Il missile ha volato per 600 miglia prima di esplodere. La risoluzione Onu numero 2231, seguita all’accordo sul nucleare iraniano, stabiliva che Teheran non avrebbe dovuto condurre test su missili balistici per otto anni. Il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, ha chiarito che il Pentagono è consapevole del test di Teheran in violazione delle sanzioni sul programma missilistico, distinte da quelle sul nucleare, revocate dopo l’accordo del 14 luglio 2015. L’OSSERVATORE ROMANO pagina 4 mercoledì 1 febbraio 2017 Don Bosco con un gruppo di ragazzi in una foto d’epoca Nuove prospettive di ricerca per chi vuole approfondire la figura del santo piemontese Don Bosco visto da lontano di FRANCESCO MOTTO na certa immagine di don Bosco è stata ampiamente diffusa dal «Bollettino Salesiano», dalla notevole pubblicistica dei salesiani, dal risvolto missionario del colonialismo europeo e soprattutto dalla fondazione di opere salesiane, all’interno delle quali i giovani potevano godere della presenza “palpabile” del santo, attraverso un ampio campionario di statue, busti, quadri, immaginette, feste, murales, frasi celebri, libretti, commemorazioni, discorsi e così via. Ma qual è stata l’immagine di don Bosco percepita fino a mezzo secolo fa al di fuori delle mura salesiane? Alla domanda ha cercato di rispondere il convegno internazionale di storia dell’opera salesiana, promosso dall’ACSSA (Associazione cultori di storia salesiana) in collaborazione con l’ISS (Istituto storico salesiano) che si è svolto a Torino dal 28 ottobre al 1° novembre 2015, del quale sono appena usciti gli Atti, a cura di suor Grazia Loparco e padre Stanislaw Zimniak. Il volume Percezione della figura di don Bosco all’esterno dell’Opera salesiana dal 1879 al 1965 (Roma, LAS, U se aree geografiche; «Il nome di don Bosco lungo le strade. Toponomastica, monumenti, parrocchie, legislazione, memoria orale e altri» che copre tutto il periodo considerato e anche oltre. L’enorme diffusione internazionale dell’immagine di don Bosco ha avuto due momenti topici: la morte in concetto di santità, allorché è Con la sua opera ha fatto presa stato celebrato come educatore e operatore non solo sugli ambienti sociale dalle grandi inintorno a lui tuizioni e realizzazioni e il quinquennio delma su persone e luoghi lontanissimi l’elevazione agli altari per storia, cultura e religione (1929-1934), quando la sua figura ha valicato i confini fino allora rag2016, pagine 909, euro 47), raccoglie giunti dalla presenza salesiana. Pri36 interventi relativi a 18 Paesi di vilegiate furono le aree cattoliche quattro continenti, suddivisi in tre d’Europa e d’America, ma non furosezioni: «Don Bosco in prima lettu- no insensibili le aree con maggiora» che spazia soprattutto fino alla ranza di altre confessioni o di altre canonizzazione del 1934; «Don Bo- religioni, sull’onda del rilancio missco a caratteri di stampa» che per- sionario della Chiesa cattolica mette interessanti raffronti fra diver- dell’epoca. Quali i risultati dell’ampio sondaggio? Interessanti, intriganti e anche problematici, che però non è qui possibile presentare, data la mole di documenti e riflessioni offerte dai relatori, che spaziano dal giornalismo alla letteratura, dalla pedagogia alla catechesi, dall’urbanistica alla legislazione, dalla politica all’associazionismo. Basterà allora dire che la figura di don Bosco che emerge è quella di una persona eccezionale, di un educatore eccellente anche se privo di studi specifici, di un sacerdote zelante per le anime anche se sempre affaccendato in questioni materiali, di un fondatore di grande successo anche se privo di mezzi economici, di un santo moderno anche se figlio del suo tempo. Tasselli di una vita complessa, ben collocati uno accanto all’altro, che formano una sorta di mosaico con cui si può definire la poliedrica figura di un santo che ha raggiunto e fatto presa non solo negli ambienti attorno a lui, o nel suo Paese, ma pure su persone e in luoghi lontanis- simi per storia, cultura, valori, religione, razza, geografia. Nel complesso risultano evidenti una generale ammirazione nei suoi confronti, un’ampia divulgazione popolare della sua figura, una diffusa devozione alla sua persona e una presenza, ancor timida e problematica, in alcuni circoli culturali laici, per lo più cattolici. L’interpretazione storica del personaggio, compiuta quasi sempre in funzione dei bisogni del proprio tempo e del proprio territorio, ha poi portato a un enorme sviluppo internazionale l’Opera da lui fondata, che a sua volta ha continuato a diffondere una certa immagine del fondatore. Sembra però che tale ampia risonanza, forse in quanto eccessivamente polarizzata su un’immagine di don Bosco entusiastica ed oleografica, spesso retorica e priva di spessore storico, non abbia inciso più di tanto sull’identità collettiva delle società e sulla loro opinione pubblica. E non abbia particolarmente influito sulle concrete scelte politico-social-culturali dei Paesi. Anche se rimane vero che ha creato un contesto di maggior attenzione, da parte dei ceti dirigenti, a determinati principi educativi salesiani, e ha dato origine a un maggior rispetto, da parte delle istituzioni pubbliche, della cultura popolare, ispirata a forme espressive salesiane. Non per nulla don Bosco è stato intuito come personaggio significativo da storici del calibro di Gaetano Salvemini e Federico Chabod ed è stato ammirato da letterati del valore di un Henry Daniel-Rops e di un Paul Claudel. La ricerca non è conclusa; pur nella sua ampiezza ha tutto il sapore di un sondaggio. Lancia però fin da ora precisi e concreti segnali a studiosi di scienze sociali — antropologi culturali, sociologi della religione, iconografi, esperti di comunicazione, di semiotica, di simbologia, di agiografia — che potranno approfondire gli studi indagando la figura di don Bosco a tutto campo in un solo Paese o in più Paesi, in un ristretto o in un ampio arco di tempo, secondo varie piste di ricerca, meglio ancora se interdisciplinari. Un’icona di don Bosco proveniente dalla Cappella dei salesiani di Betlemme (particolare) Arte contemporanea in chiesa Dialogo ancora possibile di SILVIA GUIDI «Giusto a fianco dell’immane e sublime scheletro di un’acciaieria abbandonata, si erge maestosa la chiesa. Descriverla, non si può. Ma vale la visita perché mette a fuoco uno dei misteri delle Indias. Lo riassumerei così: quale tragedia immane ha portato coloro che hanno voluto la catte- so, «quale organo si è atrofizzato, quale anima se n’è volata via? Che dio è morto, se il loro sta bene in quella casa?». Una domanda vasta, profonda, argomentata, accorata, che il libro di padre Andrea Dall’Asta (Eclissi. Oltre il divorzio tra arte e Chiesa, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2016, pagine 139, euro 16) non censura ma amplifica, evidenziandone la stre chiese, scrive Dall’Asta, restiamo troppo spesso costernati nel trovarci di fronte a rappresentazioni “di plastica”, a pallide ombre. Torna in mente una frase, severa ma profetica, di Marc Chagall: «L’arte del ventesimo secolo, tranne poche eccezioni — scrive nelle sue Memorie parlando della debolezza creativa del secolo breve, ma anche prefigurando la crisi Mimmo Paladino, «Senza titolo» (2012) installazione nella Cappella delle ballerine della chiesa di San Fedele a Milano drale di Chartres, la Cappella Sistina, le Madonne del Bellini e i crocefissi di Cimabue a volere quella cosa lì?». Stavolta il j’accuse viene da un insospettabile, Alessandro Baricco. Quale luce si è spenta, continua lo scrittore piemontese in uno dei suoi più bei reportage sulle periferie, pubblicato su «Vanity Fair» del 4 novembre scor- drammaticità e l’urgenza. Il volume, infatti, è composto sostanzialmente di interrogativi in cerca di una risposta e di inviti a non accontentarsi di soluzioni parziali, frettolose, superficiali, accostando a qualche esempio positivo tante perplessità su molte opere già esistenti. Quando consideriamo gli interventi contemporanei nelle no- tutt’ora in corso — non è arrivata alla forza, all’estasi di preghiera espresse nelle sculture dei popoli antichi. E non può affatto reggere il confronto con loro». Troppe volte manca l’“estasi”, l’intensità, l’autenticità della preghiera, quell’energia invisibile che infonde carne e sangue alle opere d’arte. Os- servando molte immagini dell’arte liturgica contemporanea, scrive l’autore, riscontriamo forme sin troppo viste, troppo stancamente ripetute. Tutto è già stato troppo detto. Come se non ci fosse più alcuna soglia da attraversare, alcun “oltre” verso il quale dirigersi, in un mondo popolato da «caricature di una spiritualità edulcorata e sentimentale che non mette in gioco nessuno». È come se l’uomo di oggi, scrive l’autore citando Romano Guardini, avesse smarrito la sua identità religiosa più profonda, il suo essere homo simbolicus. Ma un dialogo fruttuoso fra passato e presente è ancora possibile. Tra gli esempi di questo circolo virtuoso di forme e contenuti Dall’Asta cita la chiesa di San Fedele a Milano. In particolare, l’intervento di Mimmo Paladino nella Cappella della Madonna Torriani, oggi chiamata Cappella delle ballerine, in quanto le danzatrici del Teatro della Scala, nel secondo dopoguerra, portavano un fiore la sera del debutto, in omaggio alla Madonna. La cappella, progettata alla fine dell’Ottocento, conserva infatti l’affresco della Madonna dei Torriani, risalente agli inizi del XIV secolo, o Madonna del latte, iconografia molto diffusa in Italia in epoca medievale. Gli antichi ex voto sono andati perduti dopo l’ultimo conflitto mondiale, e si è voluto ricordare la loro presenza con un’installazione di un artista che ama lasciarsi ispirare da questi oggetti nati dalla fede popolare, testimonianze concrete del passaggio della Grazia nella vita dell’uomo. L’opera di Paladino è costituita da una serie di scarpette in bronzo argentato di vario formato. Riconosciamo immediatamente che si tratta di “per grazia ricevuta”, di oggetti votivi. Attraverso le piccole scarpe Paladino riprende infatti le forme tipiche degli ex-voto, che spesso alludevano alla guarigione di un arto, in riferimento a un modo mitico-simbolico che affonda le proprie radici alle origini della storia umana. L’installazione, nota Dall’Asta, evoca in questo modo frammenti di storie vissute e insieme ci immerge in un mondo popolare arcaico. «Le piccole scarpe appaiono costellare uno spazio che si configura come quello della vita. Paladino fa emergere brandelli di un dramma sofferto, ricompone frammenti ritrovati come quelli di una tragedia greca, di cui stiamo ricostruendo la trama. Lacerti di un dolore che sale verso il cielo. E le scarpe sono Quando consideriamo gli interventi contemporanei nei luoghi di culto restiamo costernati nel trovarci di fronte a rappresentazioni “di plastica” disposte come se si arrampicassero verso l’alto, come a segnare un desiderio di risalita». Una luce dall’alto le investe, in senso letterale e spirituale insieme. «L’argento — continua l’autore — può così riflettere la luce sulla parete, come testimonianza di una grazia ricevuta per la salvezza dell’uomo». Il libro si chiude con una domanda: quali saranno i nuovi segni, i nuovi simboli, una nuova carne per la trasmissione della Parola, le diverse forme di bellezza per il futuro? La fiducia che il concilio Vaticano II aveva riposto nel mondo della cultura e dell’arte non può essere oggi disattesa. L’OSSERVATORE ROMANO mercoledì 1 febbraio 2017 pagina 5 Migranti accampati in un magazzino abbandonato a Belgrado (Ap) «Ho amici in paradiso» di CHARLES DE Film coraggioso PECHPEYROU se, invece della droga o delle armi, fosse stata trovata una merce più redditizia e più facile da trasportare da un continente all’altro, dai paesi più poveri del mondo verso la vecchia Europa? E se si trattasse di esseri umani, pur considerati sacri? Questo ragionamento, che sembra da incubo, è stato già applicato da numerosi trafficanti in diversi punti del mondo durante quest’ultimo decennio, deplora Loretta Napoleoni in «Mercanti di uomini» (Milano, Rizzoli, 2016, pagine 350, euro 18,50), libro-inchiesta pubblicato a gennaio. L’autrice denuncia inoltre l’ingenuità, o meglio la complicità dell’Occidente nei confronti di questo “commercio”, finanziato in gran parte dal terrorismo, e che a sua volta lo finanzia. Un commercio dove un prezzo viene dato, come accade per tutti i mercati, alla merce, che qui sono gli esseri umani. Come spesso accade, a dare l’avvio è stato il boom dei prezzi: citando fonti dell’Interpol, chi controllava il racket dell’immigrazione in Costa d’Avorio quindici anni fa guadagnava tra 50 e 100 milioni di dollari l’anno. Nel 2015, solo in Libia la tratta dei migranti ha frutta- E Lungo la rotta centro-mediterranea l’Is ha stabilito nuove regole I trafficanti devono pagare il 50 per cento dei loro guadagni in cambio del diritto di navigazione to circa 300 milioni di euro netti. «Allo stesso modo, oggi è più semplice e lucroso organizzare i viaggi dei Siriani in fuga che sequestrare gli occidentali», afferma Loretta Napoleoni, che ha raccolto tante testimonianze, spesso agghiaccianti, per arricchire la sua argomenta- di EMILIO RANZATO elice Castriota (Fabrizio Ferracane), commercialista colluso con la malavita, accetta di collaborare con la giustizia in cambio di una commutazione della pena cui è stato condannato: invece di andare in carcere, svolgerà i servizi sociali in un istituto che ospita pazienti con disabilità. Proveniente dalla bella vita sulle spalle degli altri, e totalmente allergico alla generosità e all’abnegazione, Felice all’inizio quasi rimpiange la galera. Pian piano, però, anche grazie all’affettuosa amicizia con una psicologa del centro (Valentina Cervi), capirà il valore delle persone che lo circondano e rinnegherà il proprio passato. Ho amici in paradiso, scritto e diretto da Fabrizio Maria Cortese, si regge caparbiamente su una piccolissima produzione, e nasce da un’esperienza personale dello stesso regista all’interno del Centro Don Guanella di Roma, proprio l’istituto che vediamo sullo schermo. Così come sono veri pazienti del centro gli attori non professionisti che recitano con disinvoltura accanto a nomi noti del cinema italiano. Si tratta di un racconto esile ma divertente e soprattutto sincero, confezionato con discreta professionalità tecnica. Ma la qualità maggiore del film è quella di trovare un tono sensibile ed equilibrato, ovvero lontano tanto dall’ipocrisia quanto dal cinismo. Riuscendo a cogliere, pur tra le maglie di un registro leggero e simpatiche escursioni nell’action movie, l’essenza della condizione dei portatori di disabilità, quella cioè di uno svantaggio che può trasformarsi in un modo più ricco con F Sul traffico di ostaggi e migranti che finanzia il jihadismo Un mercato come gli altri zione. Tragicamente, nello stesso modo in cui, qualche anno fa, il fiorente mercato dei rapimenti classificava gli ostaggi in base a criteri ben precisi, «compreso l’impatto del rapimento sull’opinione pubblica», oggi un prezzo viene assegnato a ogni profugo, questa volta dai trafficanti. Tuttavia, se da un lato i governi occidentali erano pronti a sborsare milioni di euro per far tornare un volontario dal Sahel o un soldato dall’Afghanistan, basterà qualche centinaio di dollari a un trafficante per comprare un migrante abusivamente imprigionato, dal quale poi estirpare denaro. A causa della situazione politica internazionale propizia, questo mercato è diventato più glocal, in mano a tribù o gruppi jihadisti, nota Napoleoni, che da anni studia i legami tra economia e terrorismo. «Sempre più persone fuggono dagli Stati falliti e dai territori sotto controllo islamista, dunque la tratta di migranti è diventata un’attività illecita tentacolare», denuncia la ricercatrice. Rapitori e trafficanti si sono concertati su modelli economici localizzati. «Pirateria e jihadismo criminali sono fioriti in aree, omogenee sul piano culturale e storico, che un tempo facevano parte di nazioni coloniali o postcoloniali». Ma la colpa va attribuita anche ai paesi occidentali, secondo l’autrice: oltre al fatto di aver sovralimentato il mercato dei rapimenti di concittadini pagando somme ingenti — senza mai riconoscerlo ufficialmente — essi hanno permesso ai trafficanti non europei di «esportare nell’Unione europea il modello criminale del “pagamento alla consegna” anche perché è il più funzionale ed efficace per i migranti». Siamo di fronte a un triste esempio di «impollinazione incrociata» tra criminalità europea e non. Tanto che le migrazioni di clandestini all’interno dell’Europa non funzionano molto diversamente da quelle in mezzo al deserto libico o tra Siria e Turchia. «Ricco o povero che sia, il migrante non può fare a meno di rivolgersi a un trafficante», riassume Napoleoni, «anche quando, nell’estate del 2015, l’Unione europea ha aperto momentaneamente i confini, queste figure erano indispensabili per raggiungere gli Stati membri». Ovviamente, i trafficanti adattano prezzi e servizi al potere d’acquisto di chi fugge: fino a 10.000 euro per volare tra Turchia e Europa, 1000 dollari per viaggiare in camion tra Bulgaria e Germania. Poi, ultimamente, un altro fattore si è introdotto nel mercato di uomini, sempre più lucrativo: il co- siddetto Stato islamico. Lungo la rotta centro-mediterranea, oramai meno affollata di quella che passa per Turchia e Grecia, l’Is ha stabilito nuove regole. Ai trafficanti viene richiesto il 50 per cento del guadagno in cambio del diritto di navigazione. Pertanto, l’Is in questo modo fa sì che i contrabbandieri non possano riscuotere dai passeggeri una somma ogni volta maggiore. Un “merito” agli occhi dei migranti, e una “garanzia”, esercitata dai gruppi terroristici, che inoltre non mancano di fare proselitismo durante le permanenze dei migranti sulle coste libiche, aggiunge l’autrice. Ora, dopo questa dettagliata ed argomentata descrizione di un complesso processo economico che si è sviluppato tra traffico di droga, sequestri di stranieri e infine gestione di flussi migratori, il lettore si chiede: cosa bisogna fare per arginare questo dramma? «All’orizzonte non si profilano soluzioni semplici», si rammarica Loretta Napoleoni, ritenendo che «l’apertura dei confini si è rivelata disastrosa per via dell’enorme numero di rifugiati e migranti in ingresso». In Siria, mettere fine ai bombardamenti non impedirà alle persone di fuggire dalle proprie case. Secondo l’Ue, ribadisce l’autrice, l’unica soluzione possibile consiste nel «bloccare i migranti alle porte dell’Europa con l’aiuto di una nazione amica, la Turchia». «Erdogan farà per l’Unione europea ciò che Gheddafi ha fatto per l’Italia e l’Ue fino a qualche anno fa?», si chiede l’autrice. Con il timore comunque che i campi profughi in Turchia diventino vivai di nuovi rapitori, jihadisti e criminali, pronti a entrare nei ranghi del Califfato. cui guardare alla vita, nonché in una preziosa risorsa umana per il resto della società. Viste le ristrettezze economiche, Cortese poteva paradossalmente essere anche meno accorto dal punto di vista registico, ovvero puntare su un cinema dichiaratamente povero, simile a quello di Gianni Di Gregorio (Pranzo di ferragosto), che fa del suo aspetto spartano e orgogliosamente dilettantesco un segno di riconoscimento. Qui invece si rimane su uno stile più impersonale. Ma sono soltanto considerazioni cinematografiche su un lavoro che mette in campo valori ovviamente più importanti. La presenza del giovane Antonio Folletto (in questo periodo anche sui piccoli schermi italiani con la serie I bastardi di Pizzofalcone), nei panni di uno dei portatori di disabilità, contraddice in parte lo spirito dell’operazione. Ma la sua interpretazione è misurata e sentita. E dunque non rovina questo film piccolo ma coraggioso su un argomento importante e poco trattato. Omaggio all’archeologo siriano assassinato di ROSSELLA FABIANI Palmira, Petra, Samarcanda sono soltanto alcune delle più famose città carovaniere che un tempo costituirono i punti di riferimento di una fitta rete di commerci e di relazioni umane. La seta, il cotone, il sale, l’incenso, come pure le idee e le conoscenze, viaggiavano sulle grandi vie commerciali del passato che attraversavano il continente africano per approdare nelle città costiere del Mediterraneo — dall’Algeria alla Libia — oppure facevano rotta verso il Mar Caspio per raggiungere il Centro Asia. Le rotte commerciali attraversavano l’odierno Azerbaigian, la catena del Caucaso, le oasi di Bukhara e di Samarcanda fino a Kashgar, nell’odierna Cina, passando anche per Petra, Gerasa, Seleucia, cresciuta sulle sponde del Tigri, Dura Europos e Palmira. E proprio dedicato alla città di Palmira, patrimonio dell’umanità, martoriata dalla guerra in Siria, uscirà a breve un volume per i tipi di Archeo. Si tratta di un progetto editoriale, fortemente voluto dal direttore di Archeo, Andreas Steiner, e promosso dalla Società Dante Alighieri e dalla Commissione nazionale Unesco. Il volume è la traduzione in italiano della guida archeologica della città scritta dal direttore del Museo di Palmira, Khaled al-As’ad, che è stato ucciso Per far rivivere Palmira dai miliziani jihadisti nel 2015, quando la città passò sotto il controllo del cosiddetto stato islamico. Il progetto è nato dal desiderio di rendere omaggio alla figura dell’archeologo siriano assassinato nel 2015 per avere voluto difendere il patrimonio culturale dalla brutalità distruttiva dei terroristi che fanno riferimento alla galassia islamica radicale chiamata ad-Dawlah al-Islāmiyah fī 'l-Irāq wa-sh-Shām («Stato islamico in Iraq e Siria») con la pubblicazione in traduzione italiana, corredata da un ricco apparato iconografico, della sua guida archeologica di Palmira, scritta insieme al suo collega Adnan Bounni e pubblicata per la prima volta a Damasco nel 1976. Alla “perla” del deserto siriano, Khaled al-As’ad ha dedicato tutta la sua esistenza di studioso. Il nome greco della città, Palmyra (Παλμύρα), è la fedele traduzione del suo nome originale aramaico, Tadmor, che significa palma, così come Tadmur (palma in arabo) è il nome della cittadina sorta in prossimità delle rovine. Leggere oggi il testo di As’ad e Bounni, alla luce dei tragici eventi che hanno sconvolto la città (le ultime distruzioni, rese note il 20 gennaio scorso, hanno portato via il Tetrapilo, il quadriportico all’inizio della Via colonnata, e il proscenio del Teatro romano) e la stessa vita degli autori, è un monito alla memoria, soprattutto quando si incontrano descrizioni di luoghi e di monumenti la cui sopravvivenza alla devastazione della guerra è compromessa. Le pagine scritte da Khaled sulla storia di Palmira, sui suoi monumenti e sulle iscrizioni palmirene, sono un pellegrinaggio nella realtà ideale e materiale di uno dei siti archeologici più famosi del mondo e «una rievocazione piena di gratitudine dell’esistenza di coloro che hanno lavorato con passione e spirito di sacrificio per trasmettere alle generazioni future la sua eredità. È grazie a uomini come questi che, nonostante i massacri e le distruzioni, Palmira non morirà mai», dice Steiner. Oltre alla traduzione del libro di As’ad, il volume in uscita contiene un saggio dell’archeologa dell’università degli Studi di Milano, Maria Teresa Grassi, direttrice, insieme al figlio di Khaled al-As’ad, Waleed, della missione archeologica italo-siriana di Palmira (Pal.M.A.I.S.), che offre al lettore le coordinate storico-archeologiche per comprendere al meglio l’importanza della città nel contesto antico, tardoantico e medievale, e si sofferma sulle vicende della scoperta del sito, sulle ricerche e sugli scavi che vi si sono succeduti per più di un secolo e sulla fortuna di Palmira e della sua celebre sovrana, la regina Zenobia, nell’immaginario culturale dell’O ccidente. A questo saggio segue il contributo di Marco Di Branco, bizantinista e islamista, che inquadra storicamente l’atteggiamento islamico nei confronti dell’arte figurativa e il problema della distruzione di beni culturali. La speranza è quella di poter ripercorrere la Via Colonnata di Palmira, chiamata anche “la sposa del deserto”, con la guida di Khaled al-As’ad alla mano. In tempo di pace. L’arco monumentale di Palmira distrutto nel 2015 L’OSSERVATORE ROMANO pagina 6 mercoledì 1 febbraio 2017 Iniziative della Jeunesse ouvrière chrétienne PARIGI, 31. In Francia ministero dell’Interno, Federazione protestante, Federazione di mutua assistenza protestante, Secours catholique, Conferenza episcopale e Comunità di Sant’Egidio firmeranno prossimamente un protocollo «basato sulla messa in opera di un processo di accoglienza più specificamente riservato ai rifugiati considerati come persone vulnerabili, secondo i criteri dell’Onu». Ad annunciarlo è stato nei giorni scorsi a Parigi il presidente della Federazione protestante di Francia, François Clavairoly, intervenendo all’assemblea generale dell’organizzazione. Quello dell’accoglienza dei rifugiati è stato posto da Clavairoly come primo di quattro improrogabili impegni dei protestanti. «Già l’anno scorso ne avevamo ricordato l’importanza e quanto esso richieda uno sforzo a lungo termine. Si tratta — ha detto il presidente — di uno sforzo compiuto principalmente dalla Federazione di mutua assistenza, dalle associazioni locali, dalle Chiese stesse e dalle fondazioni, nonché da singoli individui. Questo sforzo è stato accompagnato e sostenuto felicemente l’estate scorsa da una campagna lanciata dalla Chiesa protestante unita, intitolata Exilés, l’accueil d’abord, che ha mobilitato numerosi partner e il cui messaggio ha raggiunto non soltanto noi membri ma è andato ben al di là». La firma del protocollo rappresenta quindi «il prolungamento di tutti questi impegni». Ma anche il secondo dei punti fissati da Clavairoly riguarda la solidarietà, per essere più precisi la «Solidarietà protestante», strumento della Fondazione del protestantesimo. Si tratta di una piattaforma che consente di lanciare appelli legati a emergenze o crisi e che è formata dalla Federazione di mutua assistenza protestante, dalla Federazione protestante, dal Servizio protestante di missione e da tre organizzazioni non governative (Medair, Le Sel e Adra). «Questo coinvolgimento porta dei frutti e promette progressi nella raccolta dei fondi. Questa dimensione solidale e internazionale ci ricorda come la Federazione protestante di Francia si inscriva in una rete ben più ampia rispetto a quanto possa apparire e ci renda solidali con numerosi Paesi e Chiese, soprattutto ad Haiti, in Libano, in Siria», ha detto il responsabile. Alla ricerca di un lavoro dignitoso In Francia protocollo d’intesa con i protestanti sui rifugiati Speciale accoglienza Non è da escludere che il protocollo francese segua, quantomeno negli obiettivi, quello firmato il 12 gennaio in Italia dalla Conferenza episcopale (che agirà attraverso la Caritas Italiana e la Fondazione Migrantes), dalla comunità di Sant’Egidio, dal ministero dell’Interno e dalla direzione delle politiche migratorie della Farnesina. L’intesa prevede l’apertura di nuovi corridoi umanitari che permetteranno l’arrivo in Italia, nei prossimi mesi, di cinquecento profughi eritrei, somali e sud-sudanesi, fuggiti dai loro paesi per i conflitti in corso. Secondo l’Alto commissariato dell’O nu per i rifugiati, l’Etiopia oggi è la nazione che accoglie il maggior numero di rifugiati in Africa, più di 670.000 persone: un afflusso di dimensioni tanto ampie è stato determinato da una pluralità di motivi, da ultimo la guerra civile in Sud Sudan scoppiata nel dicembre 2013. L’esperienza dei corridoi umanitari vede in prima fila la Federazio- ne delle Chiese evangeliche in Italia, firmataria il 15 dicembre 2015 di un accordo con il ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, il ministero dell’Interno, la comunità di Sant’Egidio e la Tavola valdese, che prevede l’arrivo, nell’arco di due anni, di mille profughi dal Libano (per lo più siriani fuggiti dalla guerra), dal Marocco (dove approda gran parte di chi proviene dai paesi subsahariani interessati da guerre civili e violenza diffusa) e dall’Etiopia (eritrei, somali e sudanesi). Nel suo messaggio all’assemblea generale, Clavairoly esorta a guardare con fiducia al domani, nonostante il terrorismo, la violenza, conflitti, tensioni: «Al centro della società, il protestantesimo è attore del vivere insieme secondo i criteri evangelici della giustizia, della pace, del perdono e della speranza», in grado — ha concluso — di dare una forza che sollevi, liberi, riconcili, guarisca, benedica. PARIGI, 31. Dalla chiesa di Saint-Joseph ad Asnières-surSeine a quella del Sacré-Coeur a Colombes, alla parrocchia di Saint-Paul a Nanterre: in Francia — in particolare nel dipartimento di Hauts-de-Seine, nella regione dell’Île-de-France — la Jeunesse ouvrière chrétienne è mobilitata da mesi per dare una mano ai giovani nella ricerca di un lavoro “dignitoso”. I piccoli annunci scritti da chi è in cerca di impiego vengono consegnati ogni primo martedì del mese a responsabili del movimento che provvedono ad affiggerli nelle bacheche di tutte le parrocchie della zona di competenza. La Gioventù operaia cristiana, spiega Maïlys Benassi, presidente federale dell’area Nord-Centre degli Hauts-de-Seine, «vuole mettere a disposizione tutta la rete parrocchiale del dipartimento per le aspettative professionali di questi ragazzi. Oltre ai pannelli, che rimangono in permanenza alla vista dei fedeli, periodicamente, al termine della messa, diffondiamo a voce alta le richieste professionali dei nostri giovani iscritti». Come riferisce il quotidiano «La Croix», che ha dedicato all’argomento un ampio servizio nell’edizione del 26 gennaio, l’iniziativa, promossa dalla sede di Colombes, si inserisce nel quadro della campagna nazionale di azione intitolata Dignes et travailleurs, notre défi pour demain, lanciata dall’organizzazione nel settembre scorso. Ulteriore impulso è stato dato dai risultati emersi da una recente inchiesta, effettuata dalla stessa Jeunesse ouvrière chrétienne (Joc), che mettono in luce le difficoltà crescenti dei giovani a rendersi autonomi, a entrare nel mondo del lavoro e a trovare un impiego. Un’inchie- sta nata con l’obiettivo di «denunciare le loro situazioni», «urlare i loro sogni» e «far prendere coscienza che avere un lavoro dignitoso è un diritto». Dall’ottobre al dicembre 2016 rappresentanti della Joc hanno incontrato più di tremilaseicento giovani fra i 13 e i 30 anni di età per raccogliere dati utili alla statistica. Sviluppata in collaborazione con l’Union nationale de l’habitat jeune e l’Union nationale des missions locales, la ricerca evidenzia un aumento della disoccupazione e del precariato, difficoltà a trovare uno stage, un contratto fisso o un impiego part-time. Esiste una netta differenza nelle risposte fra i “giovani” e i “giovani senza lavoro”. Il 69 per cento dei primi dice di aver scelto la situazione nella quale si trova e il 64 di essere in grado di portare a termine i propri progetti considerando la sua si- tuazione attuale, mentre il 42 per cento dei secondi afferma di subire la condizione vissuta e il 50 di non avere fiducia nel futuro, percentuale che sale tra coloro che sono disoccupati da molto tempo. Più in generale, i giovani della Joc sono alla ricerca di un posto stabile, sotto forma di un contratto a tempo indeterminato. E un modello economico che tenga conto del fattore umano è preferito alla mera logica del profitto. Di fronte a tale quadro, assume ancora più importanza il ruolo della Chiesa. «In una società che tiene poco conto dei giovani dei centri operai, i cattolici dovrebbero sentirsi maggiormente coinvolti in queste situazioni», osserva la presidente della Jeunesse ouvrière chrétienne, Aina Rinà Rajaonary, che auspica di vedere espandersi tale esperienza in altre città della Francia. Per il cattolicesimo francese La sfida del cambiamento di MARC RASTOIN Negli anni Ottanta, il cardinale Lustiger ricordava spesso che il crollo del cattolicesimo rurale e la trasformazione del cattolicesimo in una religione essenzialmente «urbana» erano due degli eventi più importanti che avevano caratterizzato la Chiesa francese. I contadini immigrati in città spesso hanno perso il loro legame con la Chiesa. Una delle principali conseguenze dell’evoluzione degli ultimi cinquant’anni che possiamo constatare oggi, oltre all’affermarsi del carattere urbano della Chiesa, è la sua perdita, in ampia misura, delle classi popolari e delle low middle class. La Chiesa cattolica è sostenuta soprattutto dalle classi medio-alte, il che è ancora più evidente per le vocazioni sacerdotali: esse provengono soprattutto dalle famiglie benestanti di tradizione cattolica. Nei quartieri popolari, il panorama religioso è caratterizzato da un indifferentismo agnostico, dalla presenza sempre più consistente dell’islam e di alcune comunità evangeliche abbastanza dinamiche. Uno dei principali compiti della Chiesa francese nel futuro sarà quello di accogliere e integrare popolazioni immigrate o non metropolitane cattoliche, siano esse originarie dell’Africa o dell’oltremare francese. Per il momento esse sono poco rappresentate nel clero o nei quadri ecclesiali. La Chiesa francese condivide senza dubbio questa preoccupazione con i vescovi europei, come pure con quelli degli Stati Uniti. A differenza di altre Chiese occidentali, quella francese finora è stata meno colpita dagli scandali di pedofilia fra il clero. Infatti “l’affare di Outreau” (2004), dove innocenti — fra cui un sacerdote — sono stati falsamente accusati, ha fatto in modo che la stampa trattasse le accuse con grande cautela. I casi recenti — nella diocesi di Lione e altrove — hanno indubbiamente indebolito la credibilità della Chiesa come istituzione e hanno evidenziato la necessità di una vigilanza rafforzata: occorre mettersi all’ascolto del Vangelo; i più piccoli, i bambini devono essere la prima preoccupazione della Chiesa. La natura «giacobina» del Paese si riflette anche nel funzionamento della sua Chiesa. È per questo che, a partire dagli anni Ottanta, numerosi vescovi hanno desiderato avere maggiore libertà nei confronti delle “direttive parigine”. Per questo le iniziative sono diventate più locali, con gli inconvenienti e i vantaggi che ne derivano: per esempio, sono stati riaperti alcuni seminari diocesani, mentre diversi seminari interdiocesani sono entrati in crisi. Sono stati convocati numerosi sinodi diocesani; sono stati proposti percorsi catechistici nuovi, ma si è accentuata la diversità delle pratiche (età della cresima, rapporto con l’insegnamento cattolico). È difficile infatti conciliare sussidiarietà e unità pastorale. Questa realtà ha indotto la sociologa Danièle Hervieu-Léger a parlare di «esculturazione» crescente del cattolicesimo francese. È la constatazione che la cultura maggioritaria della società francese si distacca sempre più dalla tradi- per cento della popolazione, ed è in continua diminuzione. I praticanti regolari sono poco più del 4 per cento della popolazione e sono costituiti per lo più da persone che Civiltà Cattolica D all’ultimo numero della Civiltà Cattolica anticipiamo stralci di un focus dedicato alle sfide della Chiesa in Francia. In esso si evidenziano le grandi trasformazioni avvenute negli ultimi cinquant’anni e le opportunità pastorali di una comunità forse non più maggioritaria ma comunque dinamica e attiva. zione cattolica. I sondaggi — sia quelli che riguardano questioni di fede (sulla risurrezione, sulla divinità di Cristo), sia quelli che riguardano questioni di morale (eutanasia, aborto) — confermano questa analisi. Riguardo alla morale, il nucleo dei praticanti cattolici si restringe sempre più a un ambiente socialmente omogeneo. Riguardo alla fede, si nota una grande difficoltà a trasmetterla, in particolare a tutti i giovani di famiglie non praticanti che la Chiesa riesce ancora a raggiungere, soprattutto grazie all’ampia rete dell’insegnamento cattolico, che riguarda circa il 20 per cento della gioventù scolarizzata. Sebbene ci siano buoni percorsi di formazione, la mancanza di dirigenti accentua questa difficoltà. Ed ecco allora le conseguenze di questi cambiamenti. Il numero di francesi che si dichiarano cattolici si aggira attorno al 55 superano i 65 anni. Sul piano delle vocazioni, se il numero dei seminaristi era rimasto basso ma stabile dal 1980 al 2005 (attorno ai 1000), negli ultimi anni si è ridotto notevolmente (attorno ai 700). È significativo che in tutta la Francia ci siano meno di 100 ordinazioni l’anno. Un fatto sembra dunque accertato: la metà della popolazione — costituita da una trentina di milioni di persone — ha perso o sta perdendo ogni legame vivo con la Chiesa. Come vivere questa nuova situazione? Come pensare la relazione della Chiesa con una società sempre più secolarizzata? Come prendere posizione di fronte a uno Stato che, in presenza di una sfida islamica, tende a inasprire le condizioni della laicità? La Chiesa cattolica, che si è confrontata prima di altre Chiese con la secolarizza- zione, costituisce una specie di laboratorio. La Chiesa francese sta vivendo un cambiamento sensibile e spesso doloroso: il passaggio da una maggioranza tranquilla allo status di minoranza che deve vivere in un ambiente sempre più lontano dalla sua fede, dai suoi riti e dai suoi valori. Ma la Chiesa francese non è morta: essa ha in sé molte fonti di vita. Alcune delle sue iniziative evangelizzatrici si stanno diffondendo nel mondo intero. Essa accoglie numerose famiglie profondamente credenti e generosamente aperte alla vita, giovani particolarmente impegnati e pastori zelanti. In che modo essere al tempo stesso aperti e legati alla tradizione? In che modo far posto alla differenza, riuscendo a rimanere uniti? Come impegnarsi con zelo nell’evangelizzazione senza coltivare la nostalgia per il passato? In che modo rimanere fedeli alla propria storia — e ai propri santi — riuscendo a leggere i segni dei nuovi tempi? Ecco alcune delle domande che si impongono alla Chiesa in Francia nell’attuale situazione di cambiamento. L’OSSERVATORE ROMANO mercoledì 1 febbraio 2017 pagina 7 Prosegue la visita del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin Pace e sviluppo per il Madagascar «La Santa Sede segue le attività che si svolgono ogni giorno» in Madagascar «non solo per raggiungere l’obiettivo della coesione sociale, tanto necessaria per un futuro di pace e di sviluppo, ma anche per affrontare le persistenti avversità naturali». È quanto assicurato dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, nel corso della conferenza tenuta lunedì 30 gennaio ad Antananarivo. Proseguendo la visita nel Paese malgascio in occasione del cinquantenario delle relazioni, il porporato ha parlato dell’«azione diplomatica della Santa Sede nell’attuale contesto internazionale» e subito ha rivolto il proprio pensiero «alla grave siccità che già da tre anni colpisce il Sud dell’isola, con effetti legati alla carenza di colture e quindi all’insicurezza alimentare di cui sono vittime soprattutto i gruppi vulnerabili della popolazione». Nell’auditorium Mandrimena della congregazione delle suore del Sacro cuore di Gesù e di Maria — gremito da sacerdoti, religiosi, religiose, docenti e studenti dell’ateneo — erano presenti tra gli altri il cardinale mauriziano Piat, tutti i vescovi del Madagascar, i presidenti del senato e dell’assemblea nazionale, diversi ministri del governo e parlamentari, giudici della corte suprema, ambasciatori accreditati nel paese e molti altri uditori interessati al tema. Nella relazione, seguita con attenzione e vivo interesse e molto apprezzata, il cardinale Parolin ha sottolineato come la Chiesa cattolica presti grande attenzione agli sforzi compiuti dal paese e con le proprie istituzioni incoraggi «le soluzioni adottate nell’interesse della gente, dei suoi diritti fondamentali, e per la salvaguardia dei valori che fanno parte della grande cultura malgascia». Del resto, ha ricordato, «il Madagascar è un paese con secoli di storia e la sua gente sa come la sicurezza, la pace e le riforme economiche e sociali siano importanti e urgenti». Anche perché, ha aggiunto il segretario di Stato, «la geografia rende questa grande isola una terra di incontro e di dialogo tra uomini e donne appartenenti a gruppi etnici, culture e religioni differenti». Ed è proprio in questa diversità, ha auspicato, che la nazione deve continuare a cercare ispirazione per la stabili- Celebrata in Vaticano la festa di don Bosco La stessa missione Don Bosco non appartiene a una leggenda, a un mito o a una teoria: è una persona con una storia concreta, che continua ancora oggi a essere significativa. Lo ha detto don Renato dos Santos, direttore tecnico della Tipografia Vaticana, celebrando — martedì mattina, 31 gennaio, nella cappella del coro della basilica di San Pietro — la messa per la festa liturgica del santo fondatore della famiglia salesiana. Al rito hanno partecipato i responsabili e i dipendenti della Tipografia Vaticana, dell’Osservatore Romano e del Servizio fotografico del giornale. All’omelia il sacerdote — che ha festeggiato il venticinquesimo anniversario di ordinazione — ha sottolineato come Giovanni Bosco andasse ad aiutare i giovani bisognosi proprio dove vivevano, alla periferia di Torino, Valdocco. Li cercava nelle situazioni di disagio e di difficoltà esistenziali per accoglierli e offrire loro rifugio e libertà da tutto ciò che li opprimeva. È la stessa missione, ha ricordato don Dos Santos, alla quale lavorano anche ai nostri giorni in 133 paesi i salesiani che vivono il carisma del santo. Attraverso i suoi progetti educativi, ha proseguito il celebrante, don Bosco ha edificato tantissimi ponti e ha trovato nella gioventù il senso più profondo della sua vita. Commentando poi il brano del vangelo di Matteo proposto dalla liturgia, don dos Santos ha invitato a mettere sempre al centro i piccoli di oggi per assicurare loro un presente dignitoso. Al termine della concelebrazione, monsignor Dario Edoardo Viganò, prefetto della Segreteria per la comunicazione, ha rivolto un saluto al religioso salesiano e gli ha consegnato una pergamena di benedizione per il giubileo sacerdotale firmata da Papa Francesco. Poi ha ringraziato la comunità per il lavoro svolto al servizio del Pontefice. Anche il direttore generale della Tipografia Vaticana editrice L’Osservatore Romano, don Sergio Pellini, all’inizio della messa ha fatto gli auguri a dos Santos a nome di tutti i dipendenti. Hanno concelebrato monsignor Lucio Adrián Ruiz, segretario della Segreteria per la comunicazione, il salesiano Abraham Kavalakatt, direttore commerciale della Tipografia Vaticana, il gesuita Władisław Gryzło, incaricato dell’edizione polacca dell’Osservatore Romano, l’agostiniano Paolo Benedik, della Sagrestia pontificia. Erano presenti, tra gli altri, i membri del consiglio di sovrintendenza e del consiglio dei revisori dei conti, e il vice direttore dell’Osservatore Romano. Per l’occasione, sull’altare è stato collocato tà delle istituzioni e per uno sviluppo pensato in loco ma in grado di utilizzare al meglio gli aiuti esterni. «Penso soprattutto — ha chiarit0 in proposito — ai contributi che arrivano attraverso i canali della cooperazione internazionale». Attingendo quindi alla tradizione locale dell’oratoria Kabary, il cardinale Parolin ha quindi sviluppato il tema della conferenza, soffermandosi in particolare sulla diplomazia della Santa Sede durante il pontificato di Papa Francesco. «Dovrei pronunciare qui un “nobile e grande” discorso — ha detto in proposito — in grado di convincere il pubblico illustre che ho davanti a me. Non so se sarò in grado di farlo, ma lasciatemi dire che cercherò di dimostrare in ogni caso la saggezza, il rispetto, la rettitudine morale e la modestia che sono componenti essenziali del Kabary». In serata, nel giardino della nunziatura apostolica, è stato offerto un ricevimento in occasione del cinquantesimo anniversario e in onore del Papa. In rappresentanza del presidente della Repubblica — che nel pomeriggio di domenica 29 gennaio, dopo aver presenziato alla solenne concelebrazione eucaristica è partito per Addis Abeba, dove si sta svolgendo il vertice dell’Unione africana — sono intervenuti il primo ministro e quasi tutti i ministri del governo. Inoltre, erano presenti tutte le alte autorità dello Stato, il corpo diplomatico accreditato ad Antananarivo, i presuli malgasci, il vescovo Gilbert Aubrit, presidente della Conferenza episcopale dell’Oceano Indiano, preti, religiosi, religiose e amici della rappresentanza pontificia. Lo statuto della Pontificia università cattolica del Perú In dialogo fede e ragione La Congregazione per l’educazione cattolica ha approvato di recente il nuovo statuto della Pontificia università cattolica del Perú, portando a termine il percorso di pieno adeguamento della quasi centenaria e prestigiosa istituzione accademica alla costituzione apostolica Ex corde Ecclesiae. L’approvazione è avvenuta il 3 novembre scorso, data in cui il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, ha autorizzato l’università a utilizzare nuovamente i titoli di “pontificia” e “cattolica”. Questo risultato positivo è stato reso possibile grazie all’adozione, da parte dell’assemblea universitaria, di una serie di modifiche allo statuto apportate dalle autorità accademiche in seguito a un intenso dialogo con il dicastero vaticano per l’educazione cattolica e con la segreteria di Stato, allo scopo di di recepire le indicazioni dell’Ex corde Ecclesiae. Prima dell’adozione degli emendamenti, nel settembre 2016, il cardinale prefetto Giuseppe Versaldi, in visita a Lima, aveva illustrato il lavoro condotto e il contenuto delle modifiche allo statuto proposte dalle autorità universitarie. In quella occasione, il porporato aveva messo in rilievo la collaborazione fra l’équipe del rettorato e i dicasteri della Curia romana, indicandola a esempio di quella capacità di dialogo che Papa Francesco raccomanda come testimonianza cristiana in un mondo lacerato da discordie e divisioni (Evangelii gaudium n. 67). Il nuovo statuto, infatti, è frutto di un clima di dialogo e di fiducia che ha permesso la comprensione dell’autentico spirito della costituzione apostolica del 1990, la quale intende valorizzare il dialogo tra fede e ragione per un reciproco arricchimento al fine di condividere «quel gaudium de veritate , tanto caro a sant’Agostino, cioè la gioia di ricercare la verità, di scoprirla e di comunicarla in tutti i campi della conoscenza» (Ex corde Ecclesiae, n. 1). Tale dialogo «mette in evidenza che la ricerca metodica di ogni ramo del sapere, se condotta in maniera veramente scientifica e secondo le leggi morali, non può mai trovarsi in reale contrasto con la fede» (n. 17). E proprio a partire da questa consa- Nel decennale della morte del cardinale Mario Francesco Pompedda Prima di tutto l’uomo di FRANCESCO MICCICHÈ* Nino Musio, «Don Bosco calzolaio» il reliquiario di don Bosco, esposto per la prima volta durante la canonizzazione del 1° aprile 1934, concesso da monsignor Guido Marini, maestro delle celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice. Un sacerdote, chiamato a esercitare il ministero come giudice, ma incapace di umanità e vicinanza ai fedeli, svuoterebbe di significato evangelico il proprio servizio, rendendolo inefficace e formale, e si ridurrebbe a una maschera tragica, uno scarabocchio da cestinare. Ecco perché nel ricordare, a dieci anni dalla morte, la figura e la personalità del cardinale Mario Francesco Pompedda, insigne giurista e decano della Rota Romana, è importante sottolinearne i tratti caratteristici: una calda e trasparente umanità che, unità a una profonda umiltà, lo rendevano accogliente, comprensivo, partecipe delle gioie e delle sofferenze di quanti, ricorrendo a lui, beneficiavano della sua saggezza nell’affrontare i problemi e della sua capacità di indi- Incontro tra Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso e Wcc Come educare alla pace I membri dell’Ufficio per il dialogo interreligioso e la cooperazione (Irdc) del Consiglio ecumenico delle Chiese (Wcc), insieme ai colleghi del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso (Pcdi), il 30 e il 31 gennaio hanno tenuto l’incontro annuale nella sede del dicastero. In un comunicato le due delegazioni hanno espresso gratitudine per l’opportunità avuta di incontrarsi pochi giorni dopo la conclusione della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Hanno reso grazie a Dio per l’amicizia e per la feconda cooperazione nel promuovere relazioni costruttive con individui e comunità appartenenti ad altre tradizioni religiose. L’agenda principale dell’incontro prevedeva la discussione e la deliberazione in merito alla proposta di un documento congiunto su «Educazione alla pace», sull’esempio di progetti comuni simili del passato. È seguito uno scambio di notizie e di opinioni sulle rispettive attività nell’anno passato e su quelle programmate. Pcdi e l’Irdc hanno convenuto di proseguire la collaborazione, considerata l’urgenza della questione nell’attuale contesto globale. care, alla luce della fede, un valore salvifico alle sofferenze. Tali tratti peculiari sono emersi anche nell’omaggio che lo Studium Romanae Rotae ha dedicato di recente all’antico direttore in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico 2016-2017. Alla presenza, tra gli altri, del sostituto della Segreteria di Stato, arcivescovo Angelo Becciu, e del cardinale Giuseppe Versaldi, sono intervenuti il decano della Rota Romana, Pio Vito Pinto, che ha parlato del cardinale Pompedda e dell’«Animo pastorale di un grande giurista e uomo di Chiesa contemporaneo», e il prelato uditore Giovanni Battista Defilippi che si è invece soffermato su «I germi della riforma di Papa Francesco nell’operare di un maestro della giurisprudenza e del processo». La salus animarum suprema lex è stata — ha evidenziato monsignor Pinto — il motivo ispiratore di tutta la vita del porporato di Ozieri che, con carattere allo stesso tempo fermo e duttile, seppe sempre coniugare aspetti teorici e pratici, partendo dalle situazioni concrete della vita. La sua umanità fu, quindi, il canale attraverso il quale mediare la misericordia di Dio. La sua passione pastorale, ereditata dal Vaticano II, è stata il volto della sua testimonianza sacerdotale: uomo del suo tempo, ma con una marcia in più, seppe cogliere le istanze emergenti più profonde e farne tesoro mettendole al servizio dei fratelli con umiltà, sapienza e carità. Una vita spesa per gli altri, quella di Pompedda, nella quale la dedizione pastorale ha sempre accompagnato la passione per gli studi giuridici che, come ha documentato monsignor Defilippi, lo hanno portato a lungimiranti intuizioni canoniche, tanto da poter essere considerato un precursore dell’attuale riforma del processo matrimoniale canonico voluta da Papa Francesco. Nei due motuproprio — Mitis Iudex Dominus Iesus e Mitis et misericors Iesus — si ritrovano infatti gli elementi portanti della dottrina canonistica elaborata da Pompedda. Innanzitutto la centralità del vescovo diocesano, iudex natus, chiamato a esercitare la paternità spirituale con giustizia e misericordia, facendosi compagno, amico, e caricandosi della croce che grava sulle spalle di quanti si trovano a vivere il disastro di un matrimonio fallito che ritengono in coscienza essere nullo. Al vescovo, coadiuvato dal tribunale diocesano, appartiene il discernimento nel quale deve essere guidato da una empatia non formale, ma sostanziale. Il giudice, cioè, deve avere fiducia verso l’uomo e la donna che a lui si rivolgono per avere quella pace del cuore che vicende strane della vita hanno loro tolto. Ne deriva che l’attenzione alle persone nella loro peculiare situazione esistenziale e psicologica deve essere puntuale e costante, altrimenti il giudice si trasforma in un aguzzino che sforna sentenze che hanno più il sapore del killeraggio piuttosto che della giustizia che libera e dona speranza. L’uomo con le sue fragilità, il suo mondo interiore, le sue paure e le sue speranze, la sua cultura deve stare sommamente a cuore al giudice. Infine, sempre il cardinale Pompedda aveva previsto l’eliminazione dell’obbligo di appello in caso di sentenza affermativa che dà respiro ai ricorrenti. Oggi le sue intuizioni giuridiche sono diventate norme per la Chiesa, chiamata a farsi madre tenera e misericordiosa dei propri figli. *Vescovo emerito di Trapani pevolezza si è potuto adottare un nuovo statuto che, da una parte, salvaguarda la legittima autonomia della istituzione accademica e, dall’altra, permette all’ispirazione cristiana, che la definisce come cattolica, di arricchire l’ambito della conoscenza e di tradurre la verità in opere di bene secondo il necessario riferimento etico, come ricordava Giovanni Paolo II: «Se esiste il diritto di essere rispettati nel proprio cammino di ricerca della verità, esiste ancora prima l’obbligo morale grave per ciascuno di cercare la verità e di aderirvi una volta conosciuta» (Veritatis splendor, n. 34) Fondata nel 1917 con il sostegno dell’arcivescovo di Lima, monsignor Pedro Manuel García y Naranjo, per l’insegnamento delle scienze e delle lettere ispirato alla fede cattolica, l’ateneo annovera nell’assemblea universitaria cinque vescovi rappresentanti della Conferenza episcopale peruviana (Cep), mentre il presidente della Cep ricopre di ufficio l’incarico di gran cancelliere. Tuttavia, proprio per facilitare la realizzazione di quanto approvato dall’assemblea universitaria, Papa Francesco ha nominato gran cancelliere per i prossimi cinque anni lo stesso cardinale prefetto Versaldi. Il proficuo e rispettoso legame con la Santa Sede è inoltre confermato dal processo di nomina del rettore il quale, liberamente scelto dall’assemblea universitaria, viene poi confermato dalla Congregazione per l’educazione cattolica secondo i criteri comunemente accettati e corrispondenti a tutti gli atenei cattolici nel mondo. Procede così più speditamente il cammino — mai del tutto interrotto — di partecipazione della Pontificia università cattolica del Perú alla missione della Chiesa: una Chiesa “in uscita” che, secondo il magistero del Pontefice, «accompagna l’umanità in tutti i suoi processi, per quanto duri e prolungati possano essere» (Evangelii gaudium, n. 24). Lutti nell’episcopato Monsignor Stanisław Padewski, vescovo emerito di Kharkiv-Zaporizhia, in Ucraina, è morto domenica 29 gennaio in Polonia. Nato il 18 settembre 1932 a Nova Huta, regione di Ternopil e arcidiocesi di Lviv dei latini, nel 1945 si era trasferito con la famiglia a Dolny Šląsk, in territorio polacco. Entrato nei frati minori cappuccini a Cracovia il 27 agosto 1950, aveva ricevuto l’ordinazione sacerdotale il 24 febbraio 1957. Tornato in Ucraina negli anni Settanta per aiutare i preti locali, vi si era ristabilito definitivamente nel 1988. Eletto alla sede titolare di Tigia il 13 aprile 1995 e nel contempo nominato ausiliare di Kamyanets-Podilskyi dei latini, aveva ricevuto l’ordinazione episcopale il successivo 10 giugno. Il 10 aprile 1998 era stato trasferito, sempre come ausiliare, a Lviv, e il 4 maggio 2002, con l’erezione della nuova diocesi di Kharkiv-Zaporizhia, ne era stato nominato primo vescovo. Aveva rinunciato al governo pastorale della diocesi il 19 marzo 2009 per motivi di salute e si era ritirato in Polonia nel convento dei cappuccini di Sędziszów Małopolski. Monsignor Cesar C. Raval, vescovo verbita, emerito di Bangued, è morto nelle Filipppine lunedì mattina, 30 gennaio, all’età di 92 anni. Il compianto presule era infatti nato in Laoag il 17 dicembre 1924, ed era stato orinato sacerdote della società del Divin Verbo il 22 maggio 1952. Eletto alla Chiesa titolare di Cerbali e al contempo nominato ausiliare della prelatura territoriale di Bangued il 15 dicembre 1981, aveva ricevuto l’ordinazione episcopale il 18 febbraio 1982. Pochi mesi dopo, il 15 novembre, la prelatura era stata elevata al rango di diocesi, alla cui guida era stato poi nominato il 25 novembre 1988. Aveva rinunciato al governo pastorale di Bangued il 18 gennaio 1992. L’OSSERVATORE ROMANO pagina 8 mercoledì 1 febbraio 2017 Messa a Santa Marta Gesù non guarda le «statistiche» ma ha attenzione per «ognuno di noi». Uno per uno. Lo «stupore dell’incontro con Gesù», quella meraviglia che coglie chi lo guarda e si rende conto che il Signore già aveva «fisso il suo sguardo» su di lui, è stata descritta da Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta martedì 31 gennaio. È stato proprio lo «sguardo» il filo conduttore della meditazione che ha preso le mosse dal brano della lettera agli Ebrei (12, 1-4) nel quale l’autore, dopo aver sottolineato l’importanza del fare «memoria», invita tutti: «Corriamo con perseveranza, tenendo fisso lo sguardo su Gesù». Raccogliendo tale suggerimento, il Ponte- Gesù guarda ciascuno di noi fice ha preso in esame il vangelo del giorno (Marco, 5 21-43) per vedere «cosa fa Gesù». Il particolare più evidente è che «Gesù è sempre in mezzo alla folla». Nel brano evangelico proposto dalla liturgia «la parola “folla”» è ripetuta per ben tre volte. E non si tratta, ha sottolineato il Papa, di un ordinato «corteo di gente», con le guardie «che gli fanno la scorta, affinché la gente non lo toccasse»: piuttosto è una folla che avvolge Gesù, che «lo stringe». E lui «è rimasto lì». E, anzi, «ogni volta che Gesù usciva, c’era più folla». Forse, ha detto Francesco con una battuta, «gli specialisti delle statistiche avrebbero potuto pubblicare: “Cala la popolarità del Rabbi Gesù”». Ma «lui cercava un’altra cosa: cercava la gente. E la gente cercava lui: la gente aveva gli occhi fissi su di lui e lui aveva gli occhi fissi sulla gente». Si potrebbe obbiettare: Gesù volgeva lo sguardo «sulla gente, sulla moltitudine». E invece no, ha precisato il Pontefice: «su ognuno». Perché proprio questa è «la peculiarità dello sguardo di Gesù. Gesù non massifica la gente: Gesù guarda ognuno». La prova si trova, a più riprese, nei racconti evangelici. Nel vangelo del giorno, per esempio, si legge che Gesù chiese: «Chi mi ha toccato?» quando «era in mezzo a quella gente, che lo stringeva». Sembra strano, tant’è che gli stessi discepoli «gli dicevano: “Ma tu vedi la folla che si stringe intorno a te!”». Sconcertati, ha detto il Papa provando a immaginare la loro reazione, hanno pensato: «Ma questo, forse, non ha dormito bene. Forse si sbaglia». E invece Gesù era sicuro: «Qualcuno mi ha toccato!». Infatti, «in mezzo a quella folla Gesù si accorse di quella vecchietta che lo aveva toccato. E la guarì». C’era «tanta gente», ma lui prestò attenzione proprio a lei, «una signora, una vecchietta». Il racconto evangelico continua con l’episodio di Giàiro, al quale dicono che la figlia è morta. Gesù lo rassicura: «Non temere! Soltanto abbi fede!», così come in precedenza alla donna aveva detto: «La tua fede ti ha salvata!». Anche in questa situazione Gesù si ritrova in mezzo alla folla, con «tanta gente che piangeva, urlava nella veglia dei morti» — all’epoca, infatti, ha spiegato il Pontefice, era usanza «“affittare” donne perché piangessero e urlassero lì, nella veglia. Per sentire il dolore...» — e a loro Gesù dice: «Ma, state tranquilli. La bambina dorme». Anche i presenti, ha detto il Papa, forse «avranno pensato: “Ma questo non ha dormito bene!”», tant’è che «lo deridevano». Ma Gesù entra e «resuscita la bambina». La cosa che salta agli occhi, ha fatto notare Francesco, è che Gesù in quel trambusto, con «le donne che urlavano e piangevano», si preoccupa di dire «al papà e alla mamma “Datele da mangiare!”». È l’attenzione al «piccolo», è «lo sguardo di Gesù sul piccolo. Ma non aveva altre cose di cui preoccuparsi? No, di questo». In barba alle «statistiche che avrebbero potuto dire: “Continua il calo della popolarità del Rabbi Gesù”», il Signore predicava per ore e «la gente lo ascoltava, lui parlava ad ognuno». E come «sappiamo che parlava ad ognuno?» si è chiesto il Pontefice. Perché si è accorto, ha osservato, che la bimba «aveva fame» e ha detto: «Datele da mangiare!». Il Pontefice ha continuato negli esempi citando l’episodio di Naim. Anche lì «c’era la folla che lo seguiva». E Gesù «vede che esce un corteo funebre: un ragazzo, figlio unico di madre vedova». Ancora una volta il Signore si accorge del «piccolo». In mezzo a tanta gente «va, ferma il corteo, resuscita il ragazzo e lo consegna alla mamma». Anthony Falbo «Chi mi ha toccato?» E ancora, a Gerico. Quando Gesù entra nella città, c’è la gente che «grida: “Viva il Signore! Viva Gesù! Viva il Messia!”. C’è tanto chiasso... Anche un cieco si mette a gridare; e lui, Gesù, con tanto chiasso che c’era lì, sente il cieco». Il Signore, ha sottolineato il Papa, «si accorse del piccolo, del cieco». Tutto questo per dire che «lo sguardo di Gesù va al grande e al piccolo». Egli, ha detto il Pontefice, «guarda a noi tutti, ma guarda ognuno di noi. Guarda i nostri grandi problemi, le nostre grandi gioie; e guarda anche le cose piccole di noi, perché è vicino. Così ci guarda Gesù». Riprendendo a questo punto le fila della meditazione, il Papa ha ricordato come l’autore della lettera agli Ebrei suggerisca «di correre con perseveranza, tenendo fisso lo sguardo su Gesù». Ma, si è chiesto, «cosa ci succederà, a noi, se faremo questo; se avremo fisso lo sguardo su Gesù?». Ci accadrà, ha risposto, quanto è capitato alla gente dopo la resurrezione della bambina: «Essi furono presi da grande stupore». Accade infatti che «io vado, guardo Gesù, cammino davanti, fisso lo sguardo su Gesù e cosa trovo? Che lui ha fisso il suo sguardo su di me». E questo mi fa sentire «grande stupore. È lo stupore dell’incontro con Gesù». Per sperimentarlo, però, non bisogna avere paura, «come non ha avuto paura quella vecchietta di andare a toccare l’orlo del manto». Da qui l’esortazione finale del Papa: «Non abbiamo paura! Corriamo su questa strada, sempre fisso lo sguardo su Gesù. E avremo questa bella sorpresa: ci riempirà di stupore. Lo stesso Gesù ha fisso il suo sguardo su di me». Anne Goetze dalla serie «Pray to Love» A colloquio con l’arcivescovo Rodríguez Carballo sulla plenaria del dicastero per la vita consacrata ra armonia tra vita spirituale, vita fraterna e missione evangelizzatrice. Fedeltà alla prova di NICOLA GORI Ogni giorno la fedeltà alla vita consacrata viene messa a dura prova dalle sfide del mondo. Per superarle occorrono una solida vocazione e una formazione continua. Lo ribadisce l’arcivescovo José Rodríguez Carballo, segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, in questa intervista a «L’Osservatore Romano» all’indomani della plenaria dedicata alla fedeltà e dell’incontro interdicasteriale sull’aggiornamento del documento Mutuae relationes. Quali sono le sfide da affrontare nella revisione di questo testo? Prima di tutto è bene dire che non si tratta di una semplice revisione dell’attuale documento Mutuae relationes, ma di un testo nuovo. Questa era già l’intenzione dei superiori dei due dicasteri direttamente coinvolti per mandato del Papa, almeno finora: la Congregazione per i vescovi e la Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica. Ma a tale intenzione si deve aggiungere il parere in questo stesso senso di diversi padri della plenaria interdicasteriale che si è svolta proprio il 26 gennaio. Un altro aspetto da considerare è che il nuovo documento terrà conto non soltanto delle relazioni tra pastori e consacrati chierici, ma tra pastori e tutte le forme di vita consacrata, maschile e femminile. Le sfide principali che vedo fanno riferimento a come applicare i principi teologici e giuridici che saranno alla base del nuovo documento — Chiesa di comunione, co-essenzialità tra doni gerarchici e carismatici, la dimensione sponsale della Chiesa e della vita consacrata, la giusta autonomia dei consacrati, la sana tensione tra particolare e universale — alla vita concreta tra i pastori e i consacrati nelle Chiese particolari. Come si realizza questo passaggio dalla teoria alla prassi? Penso che dove si giocano veramente le mutuae relationes è nel quotidiano e quindi nel vivere la mistica dell’incontro, come direbbe Papa Francesco, con tutto quello che comporta. Come ha detto il Pontefice ai vicari e delegati per la vita consacrata: «non esistono relazioni mutue lì dove alcuni comandano e altri si sottomettono, per paura o convenienza». Invece ci sono mutuae relationes dove si coltivano la capacità di ascolto, la reciproca ospitalità, l’apertura nel dialogo, la condivisione delle decisioni, il rispetto reciproco, una profonda conoscenza. Un elemento sul quale nella plenaria si è insistito molto, e che si ripeteva molto nelle proposte giunte al nostro dicastero da parte di più di 150 conferenze di superiori maggiori di tutto il mondo, è la necessità di una formazione adeguata nell’ecclesiologia del Vaticano II. In questo senso si chiede che nei programmi di formazione dei seminari diocesani siano previsti corsi obbligatori di teologia della vita consacrata e del suo posto nella Chiesa, e nelle case di formazione dei consacrati si studi la teologia della Chiesa particolare e la missione del vescovo. Per superare incomprensioni reciproche è necessaria una adeguata formazione su questi aspetti e molta creatività per trovare spazi di vero incontro. Un altro elemento sul quale si è pure insistito è di non trattare la vita consacrata nella sua pura funzionalità. La vita consacrata va apprezzata prima di tutto dagli stessi consacrati e poi anche dai vescovi e sacerdoti diocesani, per quello che è: come segno e profezia. Infine, non si potrà dimenticare un elemento importante che può causare qualche tensione: la questione delle alienazioni da parte dei consacrati e la questione della proprietà. In questo secondo caso sono fondamentali le convenzioni. Quali sono le cause principali di questo fenomeno? Durante la plenaria avete parlato della fedeltà. Quali gli aspetti principali trattati? Non è facile individuarle: non sempre quelle indicate nei documenti che ci inviano per ottenere la dispensa dai voti sono le principali. Spesso vengono indicati problemi di tipo affettivo, seguiti dalle difficoltà nel vivere gli altri voti o la stessa vita fraterna in comunità. Io credo, però, che la prima causa abbia a che fare con la dimensione spirituale o di fede. Quando parliamo di fede non si tratta soltanto dell’adesione alla dottrina, ma di una fede vissuta, che tocca e cambia il cuore e quindi porta a una vita cristiana autentica e, come conseguenza, a una vita consacrata conforme a quanto uno ha abbracciato con la professione. A volte si confonde la fede con la religiosità. L’esperienza ci dice che uno può essere molto religioso e debole nella fede. La fede parte da un vero incontro con Cristo e porta a rafforzare questo incontro durante tutta la vita. Nella vita cristiana e consacrata si danno per scontati diversi aspetti riguardanti la fede ai quali si dovrebbe prestare molta più attenzione. Anche riguardo la spiritualità si dovrebbe fare più attenzione. Non va confusa con il semplice devozionismo, ma deve essere incarnata per diventare figli del cielo e della terra, mistici e profeti, discepoli e testimoni. Se la fede è debole, la spiritualità non è solida e nella vita fraterna in comunità ci sono problemi, facilmente la prima opzione si indebolisce e può venire meno, finendo con implicazioni affettive che fanno sì che prima o dopo si lasci da parte detta opzione. Quindi io sono dell’opinione che le principali cause siano la fragilità nell’esperienza di fede e nella vita spirituale, le difficoltà non risolte nella vita fraterna in comunità e, come conseguenza, problemi di tipo affettivo. Prima di tutto abbiamo constatato che nella grande maggioranza i consacrati vivono con gioia la fedeltà alla loro vocazione. C’è molta santità nella vita consacrata, come ha ricordato il Papa. Una fedeltà che porta non pochi consacrati a testimoniare la loro fede e vocazione fino allo spargimento del sangue. I martiri consacrati che ogni anno danno la vita per Cristo sono la prova migliore della vitalità e della santità della vita consacrata. Non ho dubbi nell’affermare che la vita consacrata nel suo insieme è un corpo che gode di buona salute. Abbiamo poi trattato degli elementi che aiutano la fedeltà e di quelli Si deve tener presente, prima di tutto, un dato che proviene dall’antropologia attuale: l’uomo e la donna di oggi hanno paura a impegnarsi definitivamente; si vuole lasciare sempre una “finestra aperta” per “imprevisti”, cadendo nell’ambivalenza che impedisce di vivere la vita nella sua pienezza. Questo ha molto a che fare con il contesto culturale e sociale in cui viviamo. La nostra è una società liquida che promuove una cultura liquida nella quale una relazione si costruisce a partire dai vantaggi che ognuna delle parti possa ot- Come verrà elaborato il nuovo documento? Questo è ancora da decidere, prevediamo una commissione mista dei due dicasteri. Quello che sembra molto chiaro è la volontà che si attui una metodologia sinodale, prima di tutto tra le due Congregazioni e poi con le conferenze dei superiori generali e con i vescovi. Inoltre la plenaria ha chiesto che si elabori un documento con indicazioni pratiche e pastorali, oltre ai principi teologici e canonici. Per questo consideriamo molto importante ascoltare i protagonisti delle mutuae relationes: vescovi e consacrati. Si possono conoscere alcuni dati circa gli abbandoni? che la ostacolano. Infine abbiamo riflettuto sul doloroso tema degli abbandoni e segnalato alcune iniziative per prevenirli. Quali fattori condizionano la fedeltà? tenere dall’altra e quindi dura quando durano i vantaggi; una cultura frammentata dove non c’è posto per i “grandi racconti” e dove si vuole portare avanti una vita à la carte, che spesso ci fa diventare schiavi della moda; una cultura del benessere e dell’autorealizzazione che facilmente ci fa passare dall’homo sapiens all’homo consumens producendo un grande vuoto esistenziale. A tutti questi condizionamenti vanno aggiunti quelli che provengono dal mondo giovanile, una realtà molto complessa dove, a giudicare da recenti inchieste, la cosiddetta generazione millennial, che succede alla generazione X, viene caratterizzata dall’indifferenza verso la religione e la poca conoscenza della Chiesa e della vita consacrata. In questo contesto, anche se a un certo momento alcuni si “convertono” e fanno opzione per detta forma di sequela, magari manca loro una vera motivazione, per cui nei momenti di difficoltà si cede alla tentazione di andarsene. Un ultimo elemento da tener presente è la stessa vita consacrata che può cadere nel discorso puramente estetico: si formulano alti ideali, ma poi la vita dei consacrati magari non testimonia la bellezza e la bontà di tale forma di sequela Christi. Così la vita consacrata non risponde più alla sua missione profetica, come chiede Papa Francesco, o, secondo le parole di Metz, alla sua missione di essere «terapia di shock per la grande Chiesa». La fedeltà viene condizionata anche dalla non sufficiente chiarezza identitaria consacrata. Non indifferente è la mancanza di un progetto di vita ecologico dove ci sia una ve- Se il Papa parla di «emorragia» vuol dire che il problema è preoccupante, non soltanto per il numero ma anche per l’età in cui si verificano, la grande parte tra i 30 e 50 anni. Le cifre degli abbandoni negli ultimi anni restano costanti. Negli anni 2015 e 2016 abbiamo avuto circa 2300 abbandoni all’anno, compresi i 271 decreti di dimissione dall’istituto, le 518 dispense dal celibato che concede la Congregazione per il clero, i 141 sacerdoti religiosi incardinati pure et simpliciter in diverse diocesi e le 332 dispense dai voti tra le contemplative. Durante la plenaria ci siamo soffermati su tre constatazioni: l’elevato numero di chi lascia la vita consacrata per incardinarsi in una diocesi, il numero non indifferente delle contemplative che lasciano la vita consacrata e il numero di quelli che la abbandonano (225 casi) dicendo che mai hanno avuto vocazione. Si deve constatare che il più alto numero di abbandoni si ha tra le religiose, fatto almeno in parte spiegabile in quanto sono la grande maggioranza dei consacrati. Cosa si può fare per aiutare chi è nel dubbio o per prevenire questi abbandoni? Personalmente penso che si debba puntare prima di tutto sul discernimento, in modo che chi non è chiamato a questa forma di sequela Christi non abbracci questa vita. Nel discernimento si deve curare insieme la dimensione umana, affettiva e sessuale, la dimensione spirituale e di fede e anche quella intellettuale. Si deve prestare attenzione alle motivazioni, senza lasciarsi condizionare dalla tentazione del numero e della efficacia, come ci ha ricordato Papa Francesco. La vita consacrata non è per tutti e non tutti sono per la vita consacrata. Si deve inoltre fare molta attenzione a coloro che passano da un seminario o da un istituto a un altro. Non è possibile un discernimento adeguato senza un accompagnamento appropriato, offerto da persone capaci di trasmettere la bellezza del carisma in un determinato istituto e che siano esperte nel cammino della ricerca di Dio, per poter accompagnare gli altri in questo itinerario. Molte vocazioni si perdono lungo la strada per mancanza di un adeguato accompagnamento umano, spirituale e vocazionale. Poi è fondamentale curare la formazione, a partire dalla formazione permanente, humus di quella iniziale. Questa a sua volta dovrà essere: una formazione personalizzata e in chiave di processo; evangelicamente esigente ma non rigida; umana e motivatrice, inculturata; una formazione alla fedeltà; una formazione a un’affettività sana e feconda.
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