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Beni confiscati: così non funziona

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Beni confiscati: così non funziona
L'inchiesta di Salvo Vitale - 31 marzo 2014
E’ una storia che parte da lontano, cioè dal 1982, quando, quattro mesi dopo l’uccisione di Pio La
Torre, venne approvata la legge Rognoni-La Torre, (in sigla RTL) che consentiva il sequestro e la
confisca dei beni mafiosi. Aggredire i mafiosi nei loro patrimoni era l’obiettivo del nuovo
strumento. Dopo 14 anni, a seguito della raccolta di un milione di firme, organizzata
dall’associazione Libera, veniva approvata la legge 109/96 che disponeva l’uso sociale dei beni
confiscati, una sorta di restituzione ai cittadini di ciò che era stato loro sottratto con la violenza e
l’illegalità. Ultimo atto, nel 2011, l’approvazione della cosiddetta legge Alfano che dava o tentava
di dare una sistemazione definitiva a tutte le norme sull’argomento e creava l’Agenzia Nazionale ai
beni confiscati alla mafia, con sede a Reggio Calabria, che avrebbe dovuto occuparsi gestione dei
beni attraverso l’iter dal sequestro alla confisca. Pur riconoscendo che esistono ancora grossi limiti,
la legge è ritenuta una delle più avanzate al mondo ed è stata presa a modello per la recente
approvazione della normativa europea.
Quello dei beni giudiziari è un vero affare, se si tiene conto che il numero dei beni confiscati è, ad
oggi, di 12.946, cifra in continua evoluzione, di cui 1.708 aziende e che di questi, circa il 42,60%
pari a 5.515 è in Sicilia, particolarmente in provincia di Palermo (1870). Si tratta di un patrimonio
da alcuni approssimativamente stimato in due miliardi di euro, ma La Repubblica (22 marzo 2012)
parla di 22 miliardi di euro, il Giornale di Sicilia (6 febbraio 2014) di 30 miliardi, di cui l’80% nelle
mani delle banche. Di queste aziende solo 35 sono in attivo e solo il 2% genera fatturati. E’ un
immenso patrimonio comprendente supermercati, ristoranti, trattorie, residence, villaggi turistici,
distributori di benzina, fabbriche, impianti minerari, fattorie, serre, allevamenti di polli, agriturismi,
cantine, discoteche, gelaterie, società immobiliari, centri sportivi, pescherecci, stabilimenti balneari
e anche castelli. Quasi tutti falliti. Molte le difficoltà di carattere finanziario, con i lavoratori da
mettere in regola e il pagamento dei contributi arretrati ai dipendenti che i boss facevano lavorare a
nero, Sopravvive solo qualche azienda, alle cui spalle c’è una grande struttura, come Libera, che
può tornare a fatturare, ma, dice Franco La Torre, figlio di Pio, “ finché si tratteranno le aziende di
proprietà delle mafie come aziende normali, il meccanismo messo in moto dallo Stato non
funzionerà mai”. Un fallimento totale di cui nessuno si dichiara responsabile.
Limiti
Quali sono i limiti? Innanzitutto i tempi molto lunghi che passano dal sequestro alla confisca.
Poiché all’atto del sequestro il bene è “congelato”, in genere si fa ricorso, da parte del tribunale
competente, alla nomina di un amministratore giudiziario. E’ questo il primo punto debole: nella
maggior parte dei casi si tratta di persone del tutto incompetenti, senza alcuna capacità manageriale,
di titolari di studi commercialistici o di studi legali di cui spesso le Procure si servono per alcune
indagini, e che sono in buoni rapporti con il magistrato incaricato di fare le nomine.
L’incompetenza di queste persone ha portato al fallimento del 90% delle aziende sotto sequestro,
alla rovina economica di parecchie famiglie che nelle aziende trovavano lavoro e alla crisi
dell’indotto che gira attorno all’azienda, anche perché, e questo è un altro limite, le aziende sotto
sequestro possono e devono riscuotere crediti, ma non possono saldare debiti se non al momento
della sentenza che ne sancisca la definitiva sistemazione. La conclusione a cui si arriva facilmente e
a cui arrivano le parti danneggiate è che con la mafia si lavorava, con l’antimafia c’è la rovina
economica, ed il messaggio è devastante nei confronti di chi dovrebbe rappresentare lo Stato. La
valutazione economica del bene confiscato è fatta da un apposito perito, nominato sempre dal
tribunale, al quale spetta un compenso apri all’1% del valore del bene da valutare. Spetta al titolare
o al proprietario del bene l’onere della prova sulla provenienza del bene, ovvero l’obbligo di dovere
dimostrare che il bene è stato costruito, realizzato, gestito senza violazione della legge. Al giudice
spetta invece dimostrare i reati di cui è accusata la persona penalmente sotto inchiesta. In tal senso
si dà alla magistratura un notevole potere e, molto spesso succede di trovare beni confiscati, senza
che i proprietari abbiano ancora riportato particolari condanne penali per associazione mafiosa,
oppure altri beni sotto sequestro dopo che i loro titolari sono stati assolti, anche in via definitiva. Per
non parlare di debiti e mutui accesi con le banche, che lo stato non si premura di rimborsare e che
quindi finiscono co il lasciare il bene nelle mani delle banche stesse. La dichiarazione di fallimento
e la messa in liquidazione dei beni confiscati è la strada più facile per gli amministratori, perché li
esonera dall’obbligo della rendicontazione e consente loro di “svendere” mezzi, attrezzature,
materiali, anche con fatturazioni non conformi al valore reale dei beni, girando spesso gli stessi beni
ad aziende collaterali legate agli stessi amministratori giudiziari: per fare un esempio banale,
Andrea Modìca da Moach, uno dei più grossi esperti in queste partite di giro a suo favore, degne di
scatole cinesi, liquidatore della Comest dei fratelli Cavallotti, ha messo in vendita un camion con
gru per 600 euro, girandolo alla ditta D’Arrigo di Borgetto, di cui è ugualmente amministratore, e
quando i proprietari hanno denunciato l’imbroglio al giudice per le misure di prevenzione, la cosa è
stata sistemata facendo passare il tutto per una sorta di noleggio.
L’audizione di Caruso
Nell’ audizione alla Commissione Antimafia, fatta il 18 gennaio 2012, il prefetto Caruso, al quale
è stata affidata la gestione dell’Agenzia dei beni confiscati alla mafia che ha sede a Reggio
Calabria, dice: “Altre criticità riguardano la gestione degli amministratori giudiziari, per come si è
svolta fino ad ora…., l’amministratore giudiziario tende, almeno fino ad ora, a una gestione
conservativa del bene. Dal momento del sequestro fino alla confisca definitiva – parliamo di diversi
anni, anche dieci – l’azienda è decotta. Siccome compito dell’Agenzia è avere una gestione non
solo conservativa, ma anche produttiva dell’azienda, abbiamo una difficoltà di gestione e una
difficoltà relativa a professionalità e managerialità che, dal momento del sequestro, posso
individuare e affiancare all’amministratore giudiziario designato dal giudice. In tal modo, quando
dal sequestro si passerà alla confisca di primo grado, sarà possibile ottenere reddito da quella
azienda….. Facendo una battuta, io ho detto che, fino ad ora, i beni confiscati sono serviti, in via
quasi esclusiva, ad assicurare gli stipendi e gli emolumenti agli amministratori giudiziari, perché
allo Stato è arrivato poco o niente. Ometto di dire quanto succede in terre di mafia quando l’azienda
viene sequestrata, con clienti che revocano le commesse e con i costi di gestione che aumentano in
maniera esponenziale. Ricollocare l’azienda in un circuito legale, infatti, significa spendere tanti
soldi, perchè il mafioso sicuramente effettuava pagamenti in nero e, per avere servizi o commesse,
usava metodi oltremodo sbrigativi, sicuramente non legali, e aveva la possibilità di fare cose che in
una economia legale difficilmente si possono fare. Siamo in attesa dell’attuazione dell’albo degli
amministratori giudiziari, nella speranza di avere finalmente persone qualificate professionalmente
alle quali poter rivolgersi e di avere delle gestioni non più conservative ma produttive dell’azienda”.
Il decreto del 6 settembre 2011 n.159 ha , anzi aveva previsto l’istituzione di un albo pubblico degli
amministratori, con l’individuazione delle competenze gestionali, l’indicazione del numero delle
nomine assegnate e delle competenze in denaro incassate, ma questa norma, per quattro anni è stata
accantonata, perché toglie di mano al giudice che dispone delle nomine, il notevole potere di agire a
proprio arbitrio e consente che certi passaggi oggi secretati , restino solo a conoscenza o siano a
disposizione del Presidente dell’Ufficio che dispone le misure di prevenzione e del suo diretto
superiore, il Presidente del tribunale, e non diventino di pubblico dominio. Qualche corso di
formazione per amministratori giudiziari è stato organizzato dall’Afag a Milano, e un master a
Palermo nel 2013, da parte del DEMS, ma tutto è sfumato nel nulla. Solo il 24.1.2014 è stato
finalmente scritto il regolamento per la formazione dell’albo, il quale avrebbe dovuto diventare
diventare operativo dopo l’8 febbraio, ma ancora non se ne sa nulla, addirittura qualcuno
dell’Antimafia Nazionale lo ha ritenuto inopportuno: questo regolamento se nasce, nasce monco,
nel senso che non prevede alcuna norma sulle retribuzioni degli amministratori e non prevede
l’indicazione degli incarichi affidati, i quali, per strane ragioni di privacy, rimangono secretati e
nelle mani dei magistrati. Si sa che il numero degli amministratori giudiziari nominati dal tribunale
è di circa 150, molti dei quali titolari di più incarichi, grazie a chi ne dispone la nomina.
Proprio il prefetto Caruso qualche giorno fa ha messo il dito sulla piaga, disponendo la revoca di
alcuni “amministratori” intoccabili: "Alcuni hanno ritenuto di poter disporre dei beni confiscati
come "privati" su cui costruire i loro vitalizi. Non è normale che i tre quarti del patrimonio
confiscati alla criminalità organizzata siano nelle mani di poche persone che li gestiscono spesso
con discutibile efficienza e senza rispettare le disposizioni di legge. La rotazione nelle
amministrazioni giudiziarie è prevista dalla legge così come la destinazione dei beni dovrebbe
avvenire entro 90 giorni o al massimo 180 mentre ci sono patrimoni miliardari, come l'Immobiliare
Strasburgo già del costruttore Vincenzo Piazza, con circa 500 beni da gestire, da 15 anni nelle mani
dello stesso professionista che, per altro, prendeva al tempo stesso una parcella d'oro (7 milioni di
euro) come amministratore giudiziario e 150 mila euro come presidente del consiglio di
amministrazione. Vi pare normale che il controllore e il controllato siano la stessa persona?". Tutto
ciò ha provocato le rimostranze del re degli amministratori Gaetano Seminara Cappellano, titolare
di uno studio con 35 dipendenti, detto “mister 56 incarichi”, amministratore di 31 aziende, tra cui
proprio la Immobiliare di Via Strasburgo, della quale gli è stata revocata la delega. Il nuovo
incarico è stato affidato al prof. universitario Andrea Gemma, del quale si è subito diffusa la falsa
notizia che lavora nello studio della moglie di Alfano. Nuovi amministratori sono stati nominati al
posto di Andrea Dara (Villa Santa Teresa Bagheria, un impero con 350 dipendenti e un fatturato
annuo di 50 milioni di euro) e Luigi Turchio, amministratore dei beni di Pietro Lo Sicco: l’incarico
per la liquidazione è stato affidato a all'avvocato Mario Bellavista che (come ha lui stesso obiettato)
in un passato lontano è stato difensore di fiducia di Lo Sicco per qualcosa in cui la mafia non
c’entrava: per questo motivo, qualche giorno dopo Bellavista si è dimesso.
Non devono essere piaciute al PD le dichiarazioni del prefetto Caruso il quale, tramite Rosy Bindi e
su sollecitazione di qualche parlamentare siciliano, è stato convocato urgentemente per
un’audizione alla Commissione Antimafia, con l’accusa, già frettolosamente evidenziata da Sonia
Alfano, di mettere in cattiva luce l’operato dei magistrati che si occupano di Antimafia. Anche
L’ANM, la potente associazione dei magistrati, si è schierata contro Caruso sostenendo che, invece
di rilasciare dichiarazioni sull’operato dei magistrati delle misure di prevenzione, avrebbe dovuto
rivolgersi ai magistrati stessi, i quali così avrebbero potuto e dovuto giudicare se stessi. In tempi del
genere, potrebbe sembrare che parlare del cattivo operato di alcuni magistrati, sia come fare un
favore a Berlusconi che sui magistrati ha sempre detto peste e corna. Questo “fare muro” attorno ai
magistrati palermitani, anche quelli che hanno gestito i loro uffici e i loro compiti come una
personale bottega, con scelte e preferenze opinabili, finisce con l’avallare la cattiva gestione del
settore, coperto, come si vede, da protezioni che stanno molto in alto. Qualche illuminato politico
ha dichiarato addirittura che “parlare male dei magistrati significa fare un favore alla mafia”.
Caruso si è difeso sostenendo di non avere a disposizione né uomini, né mezzi, né strumenti legali
per affrontare con successo l’intero argomento dei beni confiscati: , ma tira voce che, se non si dà
una regolata, potrebbe anche perdere il posto: “ In tal senso la Commissione Antimafia è stata a
Palermo il 17, 18. 19 febbraio, per godere di qualche giornata di sole e lasciare le cose come stanno
rimuovendo quel rompiscatole di Caruso. Ciò che emerge, ha detto la Bindi, è che l’Agenzia ai beni
confiscati dovrà subire alcuni interventi”. E, per quanto si può supporre, non si tratterà di interventi
migliorativi, ma punitivi. Interessante una lettera che l’avv. Bellavista ha inviato a Rosy Bindi, nella
quale sostiene che “concentrando l’attenzione sulla mia posizione si sia tentato di sviare la Sua
attenzione dall’opera meritoria del Prefetto Caruso che sta scoperchiando pentole mai aperte…. Mi
meraviglia come Lei, invece di insistere sul nome Bellavista, non abbia chiesto quale magistrato ha
autorizzato alcuni Amministratori a ricoprire 60 o 70 incarichi. Quale magistrato abbia autorizzato
pagamenti di parcelle per milioni di euro. (Le faccio presente che una legge della Regione Siciliana,
limita i compensi per gli amministratori pubblici a 30000 euro lordi per i presidenti dei cda.), se vi
siano familiari di magistrati o di amministratori che hanno ricoperto o ricoprono cariche o incarichi
all’interno delle amministrazioni giudiziarie. Se qualche amministratore giudiziario si trovi in
conflitto di interessi attuale e non di 14 anni fa. Il Prefetto Caruso la mafia ha combattuto sulla
strada e non da una comoda poltrona a migliaia di chilometri di distanza. Onorevole Presidente,
credo che molto più del Dott. Caruso, sia certa magistratura a delegittimare se stessa, quando per
difendere le proprie posizioni alza un muro e persiste in comportamenti che rischiano di apparire
illegittimi. Sono certo che la Sua intelligenza non cadrà nella trappola del depistaggio già usata
durante i tempi bui della prima Repubblica della quale Lei è stata una Autorevole Protagonista”.
Nessun dubbio su colui cui fa riferimento Bellavista.
In appoggio all’operato di Caruso si è schierata la CGIL, ma anche il sindacato di polizia Siulp,
mentre Equitalia, che dovrebbe essere depositaria di un fondo di due miliardi provenienti dai beni di
proprietà dei mafiosi, mostra qualche difficoltà a documentare e a restituire quello di cui dovrebbe
essere in possesso. Da parte sua il prefetto Caruso ha detto: “Io lavoro da 40 anni con i giudici e
nessuno mi può accusare di delegittimarli. Ho solo detto quello che non va nel sistema”.
Proposte
Da quando nel 2011 è stato approvato il Codice Antimafia, diverse sono state le proposte di
modifica, in particolare per la parte che riguarda la gestione patrimoniale.
Ultima in ordine di tempo, ma sicuramente la più complessa e strutturata, viene da una
Commissione , istituita nel 2013 dal governo Letta, per studiare il problema dell'aggressione ai
patrimoni della criminalità organizzata e presieduta dal Segretario Generale della Presidenza del
Consiglio Garofoli, che già si era occupato del tema della corruzione.
Nel gennaio 2014 la Commissione, con la partecipazione, fra gli altri, dei magistrati Gratteri,
Cantone e Rosi, presenta una relazione di 183 pagine in cui si evidenziano le principali criticità in
tema di gestione dei beni e si propongono possibili soluzioni e innovazioni legislative,
dall'ampliamento del ruolo e della dotazione di uomini e mezzi dell'Agenzia, all'affiancamento di
figure manageriali per la gestione delle aziende, dall'anticipo della verifica dei crediti alla
regolamentazione degli amministratori giudiziari.
Particolare attenzione nella relazione Garofoli trovano le proposte della CGIL, che si è fatta
promotrice di una legge di iniziativa popolare, ribattezzata "Io riattivo il lavoro", sostenuta a loro
volta da Libera, ARCI e Avviso Pubblico. Al centro delle modifiche portate avanti dal sindacato ci
sono proprio le aziende ed in particolare la tutela dei lavoratori e dei livelli di occupazione. "Due i
punti di forza imprescindibili" dice Luciano Silvestri, responsabile Sviluppo e Legalità CGIL "il
primo è la creazione dei tavoli di coordinamento presso le prefetture, che dovrebbero coinvolgere
parti sociali, istituzioni e società civile nel monitoraggio e nella gestione delle aziende fin dalla fase
del sequestro; il secondo è il fondo di rotazione, da finanziare con i soldi (tanti) del Fondo Unico
Giustizia e con cui finanziare la fase di "legalizzazione" delle aziende poste in amministrazione
statale. Dopo aver raccolto migliaia di firme, la proposta del sindacato è giunta in Commissione
Giustizia alla Camera con relatore Davide Mattiello, deputato PD con un lungo trascorso di
militanza antimafia. Chissà se e come i due percorsi riusciranno ad incontrarsi!.
Il governo, tra i suoi tanti annunci di principio, ha comunicato che trasformerà in decreti legge
molti dei suggerimenti della Commissione Garofoli e che lo farà in tempi brevi.
Nel dibattito si inserisce anche Confindustria, in particolare la sezione siciliana, che sta mettendo
mano ad alcune autonome proposte, stranamente assonanti con quelle dell'on. Lumia. Per ora nulla
è troppo chiaro perché, dicono i responsabili: "Ci stiamo lavorando", ma da uno studio elaborato nel
2012 dall'Università di Palermo e da alcune dichiarazioni più recenti dei rappresentanti degli
imprenditori, oltre che di alcuni magistrati applicati alle misure di prevenzione di Palermo e
Caltanissetta, a loro notoriamente vicini, si deduce che le aree di principale interesse saranno tre:
l'inserimento di figure manageriali all'interno delle procure, la riduzione del ruolo dell'Agenzia per i
beni confiscati alla sola fase della confisca definitiva e la verifica dei crediti: c'è chi spinge per
anticiparla ad inizio sequestro e chi invece vorrebbe procrastinarla addirittura alla confisca
definitiva, complicando ulteriormente la vita a chi onestamente vanta crediti nei confronti di
aziende sotto sequestro e che in conseguenza di amplissimi buchi creati da queste fatture non pagate
rischia il fallimento.
A prima vista sembra si tratti del tentativo, degli industriali siciliani, di mettere le mani su quel che
resta dell’economia siciliana per operare l’ennesima rapina: non si vuole dire no al tribunale nel
privarlo della nomina del suo amministratore e si istituisce un’altra figura con un altro stipendio:
nessuna attenzione e nessuna garanzia è prevista per i posti di lavoro dell’azienda. Fra l’altro, da
quando Ivan Lo Bello, già presidente di Confindustria Sicilia ha proposto l’espulsione degli
imprenditori che pagano il pizzo, tutti gli industriali siciliani fanno professione di antimafia e
trovano magari qualcuno da denunciare come estorsore, tanto per farsi una verginità e lavorare,
oltre che col consenso di Cosa Nostra, anche con la protezione dello stato.
Non è detto che l’asino uscito dalla porta non rientri dalla finestra, nel senso che non si trovino
all’interno delle Associazioni o degli enti destinatari quelle presenze mafiose di cui ci si voleva
liberare. Un problema centrale è comunque quello di garantire il posto di lavoro e tutelare i
dipendenti che, quasi sempre, si ritrovano nella rovina economica.
Alla Commissione Antimafia la redazione di Telejato, dopo avere sentito diverse associazioni
antimafia, ha avanzato le seguenti proposte:
-Consentire l’immediato pagamento dei creditori dell’azienda sin dal momento della confisca, per
evitare di causare il fallimento di aziende fornitrici legate all’indotto su cui l’azienda confiscata
opera
- Legare il momento della confisca a quello dell’iter giudiziario, nel senso che non si può procedere
alla confisca di un bene se non è dimostrata, almeno nel primo grado di giudizio, la sua provenienza
mafiosa
- Non consentire più di un incarico agli amministratori giudiziari;
- Svincolare l’arbitrio della nomina dalle competenze nelle mani di un solo magistrato e allargarne
la facoltà a tutti i magistrati del pool antimafia;
- Individuare e colpire l’eventuale responsabilità penale dell’amministratore giudiziario
obbligandolo a presentare annualmente i bilanci , revocandogli l’incarico nel caso di gestione
passiva non motivata adeguatamente e obbligandolo a risarcire i danni nel caso di amministrazione
fraudolenta;
- Risarcimento, da parte dello stato, dei danni provocati da cattiva amministrazione giudiziaria, nel
caso di totale proscioglimento delle accuse e non reiterazione del provvedimento di confisca, come
si è recentemente verificato.
- immediata esecuzione, che non vada oltre un mese, del provvedimento giudiziario di conferma o
dissequestro della confisca. I casi scandalosi di rinvii, spesso di vari mesi, se non di anni, causati da
ritardi , da momentanei malesseri e da altre scuse prodotte dal magistrato incaricato delle misure di
prevenzione non possono essere giustificabili, anche perché l’azienda sotto confisca corre il rischio
di perdere il suo giro di affari o di essere messa in liquidazione da amministratori giudiziari che
girano attrezzature e macchinari, svenduti a prezzi irrisori ad altre aziende sotto il loro controllo.
-Possibilità di revoca , su eventuale richiesta motivata, dell’incarico di amministratore giudiziario
da parte di un magistrato inquirente diverso da quello che ne ha fatto la nomina e che è solitamente
il giudice addetto alle misure di prevenzione.
Come si può notare, la richiesta più importante è quella di distribuire l’immenso potere di cui
dispone il singolo magistrato addetto alle misure di prevenzione, nell’amministrazione di un impero
di 40 miliardi di euro, utilizzando le competenze anche di altri magistrati, al fine di non strozzare
ulteriormente, sino ad arrivare al collasso, la debole economia siciliana, nella quale, il settore dei
beni confiscati, salvo pochissimi casi, ha accumulato fallimenti, gestioni poco trasparenti e
disperazione da parte di lavoratori trovatisi sul lastrico. L’affidamento della gestione dei beni ai
rampolli di una Confindustria apparentemente verniciata di antimafia, non è la soluzione del
problema, ma sarebbe necessario, come già in qualche altra regione, organizzare corsi di
formazione fatti da gente qualificata e che non siano occasione, come al solito, di distribuire il
finanziamento del corso ai soliti “amici” e rilasciare l’attestato a tutti, senza accertare l’acquisizione
di competenze.
La “Latticini Provenzano”
Si tratta di un caseificio con sede a Giardinello, un paese di circa mille abitanti, recentemente
assurto alle cronache per la cattura di Sandro e Salvatore Lo Piccolo. Ali inizi del 2000 , grazie ai
fondi europei previsti dai Patti territoriali, l’azienda venne ristrutturata e adeguata alle norme,
diventando un moderno caseificio dove lavoravano una trentina di famiglie, assieme a un indotto di
pastori e vaccari che fornivano il latte. Il rimborso di questi fondi avviene dopo che il proprietario
li ha anticipati ed è in grado di documentare i lavori eseguiti. La lentezza di questi rimborsi crea
notevoli difficoltà economiche al titolare del caseificio, il quale si rivolge a Giuseppe Grigoli, un
imprenditore di Castelvetrano, non ancora indagato, ma già conosciuto come il re dei supermercati
Despar, e che si scoprirà come prestanome di Matteo Messina Denaro. Grigoli chiede un aumento
del capitale, chiede di assumere il controllo del 51% dell’azienda per accedere a un megamutuo del
Monte dei Paschi di Siena, mutuo che viene bloccato quando Grigoli è arrestato, nel 2006. In questo
momento l’azienda conta su 52 dipendenti, di cui 13 vengono licenziati. In un ultimo disperato
tentativo Provenzano offre la sua quota allo stato, detentore della parte confiscata, per ottenere il
prestito, ma ci perde anche quella. Il caseificio, che, in questa vicenda con la mafia c’entrava solo
di striscio, come poi confermato dagli sviluppi giudiziari, viene confiscato e affidato a un curatore
giudiziario di nome Ribolla, il quale, nella sua somma incompetenza, nel 2012 lo porta al fallimento
con una situazione debitoria di 28 milioni di euro. E’ un chiaro esempio di come un’industria di
eccellenza può essere condotta sul lastrico e di come i restanti 39 operai, che, pur di mandare avanti
l’azienda, sino al gennaio 2012 hanno lavorato senza stipendio, rimangono disoccupati.
Con Grigoli contava 52 dipendenti. Nel 2006, con il sequestro, 13 dipendenti vengono licenziati. La
chiusura, lo scorso maggio, lascia fuori i restanti 39. Al momento della chiusura la sua esposizione
debitoria era di 28 milioni di euro.
Il porto di Palermo
La vicenda riguarda 350 lavoratori facenti parte della “Newport”, società che gestisce i lavori
portuali. Nel 2010 la DIA inoltra un’informativa al prefetto di Palermo, nella quale sostiene che tra
questi lavoratori ci sono quattro mafiosi e 20 parenti di mafiosi, in gran parte facenti parte del clan
di Buccafusca, capomafia di Porta Nuova. Si dispone il sequestro preventivo e viene nominato
come amministratore giudiziario il titolare dello studio legale “Seminara-Cappellano”, il quale
dispone la sospensione cautelare per 24 lavoratori, i quali, sino al giugno 2013, data in cui
interviene la dott.ssa Saguto, cioè la responsabile della nomina di Seminara, sono pagati senza far
niente. La vicenda è molto più ingarbugliata di quanto non appaia, in quanto gli operai sono titolari
di una quota societaria, ma il dissequestro sarà possibile quando potranno dimostrare di essere
esenti da infiltrazioni mafiose. Cioè non si sa quando. Presidente dell’Autorità portuale è stato un
uomo dell’on. Lumia, tal Nino Bevilacqua, che attualmente è stato sostituito da un uomo di
Schifani, tal Cannatella.
La MEDI-TOUR
E’ un caso più complesso. Si tratta di una cava di pietrisco, in territorio di Montelepre, già di
proprietà di Giacomo Impastato, detto “u Sinnacheddu”, fratello di Luigi, il padre di Peppino
Impastato. Da lui è passata al figlio Luigi, ucciso a Cinisi il 23 settembre 1981, nel corso della
guerra tra i seguaci di Badalamenti e i Corleonesi. La gestione effettiva della cava è stata portata
avanti dall’altro figlio Andrea, al quale il 22 febbraio 2008 vengono confiscati beni per 150 milioni
di euro riconducibili a Bernardo Provenzano e a Salvatore Lo Piccolo, dei quali Andrea è un
prestanome, grazie agli intrallazzi del suo compaesano Pino Lipari, vero ministro dei lavori pubblici
di Provenzano, la cui moglie Marianna Impastato ha qualche vincolo di parentela con Andrea. Il
provvedimento prevede, innumerevoli immobili e appezzamenti di terreno da Carini a San Vito Lo
Capo, il Mercatone Uno di Carini, anche il sequestro di cinque aziende, tutte del mondo
dell’edilizia, la più grossa delle quali è la Medi.tour, che si occupa della gestione della cava di
Montelepre. Amministratore giudiziario di tutto viene nominato uno dei pupilli della dott.ssa
Saguto, la regina della sezione “misure di prevenzione”, un commercialista di nome Benanti,
titolare di uno studio a Palermo e, per quel che se ne sa, in ottimi rapporti con un altro curatore
giudiziario molto a cuore alla Procura di Trapani, un certo Sanfilippo. Benanti ha avuto occasione
di dimostrare di avere buone conoscenze quando, ottenuta l’amministrazione dei beni di un altro
costruttore, Francesco Sbeglia, di Palermo, nel 2010, al Centro Excelsior (Hotel Astoria) mandò, a
un incontro con alcuni imprenditori che volevano collaborare alla gestione dei beni, lo stesso
Sbeglia. In tal caso, grazie alla protesta dei tre imprenditori, gli venne revocato l’incarico, ma solo
quello, in quanto non gli venne meno la fiducia della dott.ssa Saguto. Pare che gli siano affidati una
ventina di incarichi, si dice che abbia dilapidato una cifra altissima degli introiti del supermercato
Mercatone, ma il suo nome non è venuto fuori nemmeno nelle polemiche seguite alle dichiarazioni
del prefetto Caruso.
Torniamo alla Medi.tour. Andrea Impastato , del quale si vocifera, senza conferme, di una diretta
collaborazione con la giustizia,tant’è che nell’ultimo recente processo gli è stata dimezzata la pena,
ha quattro figli, due dei quali, Luigi e Giacomo, dipendenti della cava. Nel 2011, su decisione del
tribunale vengono licenziati, ma i due fratelli non si perdono d’animo e creano una nuova società, la
Icocem, con sede a Carini, riconquistando, a poco a poco, buona parte del mercato che si riforniva
nella loro ex cava. Riescono anche a “rifarsi” una verginità denunciando al magistrato diversi
tentativi di richiesta del pizzo e iniziando una fitta collaborazione. Da parte sua Benanti, che si
presenta una volta ogni tanto alla cava di cui è amministratore, con il macchinone e in dolce
compagnia, in una sua relazione accusa gli Impastato, diventati suoi diretti concorrenti, di
associazione mafiosa. Con strana sollecitudine il tribunale dispone il sequestro della Icocem, la
dott.ssa Saguto ne affida l’amministrazione, indovinate un po’, al solito Benanti, il quale mette in
liquidazione la società che è chiamato ad amministrare e che si trova a soli cento metri dalla cava.
Nel frattempo vengono licenziati i 20 operai che lavorano nella cava, e alcuni sono assunti “ a
tempo”, secondo le richieste di materiale: qualcuno di essi è disposto a dichiarare che Benanti
avrebbe disposto l’interramento di rifiuti tossici all’interno della cava, facendo poi riempire il tutto
con terra e piantumare con stelle di natale: al giardiniere sarebbero stati pagati 18.000 euro. Gli
Impastato presentano ricorso, con una loro relazione, nella quale è dimostrata la tracciabilità e la
regolarità di tutte le operazioni che hanno condotto alla creazione della loro società, ma l’udienza,
che avrebbe dovuto svolgersi ad ottobre, per indisposizione, di chi, indovinate un po’, della dott.ssa
Saguto, è rinviata al 6 febbraio 2013, dopodichè c’è stato un ulteriore rinvio a maggio Quello che
più stupisce è la presenza, all’interno della cava, di Benny Valenza, pluripregiudicato e mafioso di
Borgetto, da sempre occupatosi di forniture di calcestruzzo, con un pizzo da 2 euro a metro
quadrato, da distribuire agli altri mafiosi della zona: gli sono stati sequestrati alcuni beni, è stato
condannato per aver fornito cemento depotenziato per la costruzione del porto di Balestrate e per
altri reati affini, ma, tornato a piede libero, ha ripreso la sua abituale attività: da qualche tempo
agisce come dipendente di un’impresa di legname, allargatasi ultimamente nel campo dell’edilizia,
della quale è titolare un certo Simone Cucinella: la ditta il 24.1 ha preso misteriosamente fuoco.
L’intraprendente Valenza ha installato, naturalmente attraverso meccanismi apparentemente legali,
un deposito di materiali da costruzione in un posto collocato tra la cava e il deposito adesso chiuso
degli Impastato: non si sa se la collaborazione con Benanti, all’interno della cava, si estenda anche a
questa nuova struttura.
La COMEST e l’affare del metano
Quella dei fratelli Cavallotti di Belmonte Mezzagno è una storia allucinante. Sono cinque fratelli
che, negli anni ‘90 cominciano a lavorare per alcune aziende legate al nascente affare della
metanizzazione in Sicilia. C’è in ballo un fiume di miliardi in arrivo, si parla di 400 miliardi delle
vecchie lire, specialmente da parte della Comunità Europea, che li affida alla Regione. Decidono di
mettersi in proprio, ognuno con una propria azienda relativa a uno specifico settore. E’ tutto in
ordine, partecipano ai bandi della Regione, hanno i requisiti richiesti, cominciano ad aggiudicarsi
numerosi appalti e concessioni per metanizzare molti comuni,con il sistema del project financing,
ovvero offrono ai comuni la costruzione degli impianti di metano, con fondi propri ,con la clausola
del possesso di una gestione trentennale, per poi lasciare tutto all’Ente Committente, cioè ai comuni
stessi. Sul mercato c’è già l’Azienda Gas spa, nata per iniziativa di un impiegato regionale, di
nome Brancato, il quale , decide di potenziare la società, e chiede i soldi a Vito Ciancimino, allora
all’apice della carriera politica. Ciancimino si serve di un suo commercialista, Lapis, legato ai più
discussi politici siciliani, da Cintola a Vizzini: viene stipulato, alla presenza, a Mezzoiuso,
dell’allora Presidente della Commissione Antimafia Lumia, un protocollo di legalità che apre le
porte alla Gas spa e al terzetto Ciancimino-Lapis-Brancato, perchè con questo patto di legalità
vengono assegnati ai mafiosi direttamente gli appalti senza alcuna celebrazione di gara: unico
ostacolo la Comest che già ha ottenuto numerose concessioni in numerosi comuni Siciliani, e le
altre aziende dei fratelli Cavallotti, ma si fa presto a metterli fuori gioco. Belmonte è la patria di
Benedetto Spera, uno dei più temuti mafiosi legati a Bernardo Provenzano: attraverso il
collaboratore di giustizia Ilardo, infiltrato appositamente, viene trovato un “pizzino” nel quale, con
riferimento a un appalto ottenuto ad Agira, è scritto: “Cavallotti due milioni”. Ci vuol poco a
incriminare i Cavallotti, che, come tanti, pagavano il pizzo, con l’accusa di associazione mafiosa e
di turbativa d’asta, e a disporre il sequestro di tutti i loro beni. Siamo nel 1998, allorchè Vito
Cavallotti viene arrestato per reati legati al 416 bis, da cui, nel 2001 viene assolto e scarcerato
“perché i fatti non sussistono”. Dopo di che nel 2002 la Corte d’Appello ribalta la sentenza con una
condanna e, dopo una serie di vicende processuali, nel 2011 Vito Cavallotti è assolto
definitivamente e prosciolto da ogni accusa: di conseguenza i fratelli non sono ritenuti vicini ad
esponenti mafiosi di alcun tipo. Qualche mese dopo, nei confronti dei tre fratelli scattano altre
misure di prevenzione personale e patrimoniale, sino ad arrivare al 22.10.2013, allorchè il PG
Cristofaro Florestano propone il dissequestro dei beni e la sospensione delle misure di prevenzione ,
motivando, dopo un attenta lettura della documentazione processuale che i tre fratelli sono stati
vittime della mafia, e adducendo, a conferma dell’assoluzione perchè il fatto non sussiste nel
procedimento penale, anche le numerose denunce degli attentanti subiti nei cantieri e ai mezzi, nel
corso dell’ attività imprenditoriale: ad oggi le motivazioni della sentenza non sono state ancora
depositate. All’atto della prima denuncia viene nominato come amministratore giudiziario, da parte
del Tribunale di Palermo, un Andrea Modìca de Moach, il quale già dispone di altre nomine da
parte del tribunale , oltre che essere il terminale di altre aziende, tipo la TO-SA, di cui si serve per
complesse partite di giro, sino ad arrivare all’Enel gas. Si tratta di un personaggio legato ad altri
fratelli, uno dei quali titolare a Palermo, di uno studio di commercialista, un altro magistrato a
Roma e un altro alto dirigente del ministero di Giustizia. L’ammontare dei beni confiscati è di circa
30 milioni di euro , ma ben più alto è il valore di quello che i Cavallotti avrebbero potuto incassare
nei lavori di metanizzazione dei comuni. L’azienda non è stata ancora dissequestrata, malgrado
siano passati quasi tre anni, anzi, nel dicembre 2013 estrema beffa, viene disposto un nuovo
sequestro ad un’azienda creata dai figli, nel tentativo di risollevare la testa, la Euroimpianti plus, e
l’amministrazione giudiziaria, revocata al Modìca, viene affidata a un avvocato, un certo Aiello, che
si rifiuta di far lavorare in qualsiasi modo, i figli titolari, la cui sola colpa è di essere figli di persone
che sono state indagate, condannate e poi prosciolti dall’accusa di associazione mafiosa. Gli ultimi
sequestri riguardano un complesso di aziende edili, e pure una parafarmacia già chiusa dal 2013:
l’accusa è quella della riconducibilità delle aziende ai fratelli Cavallotti, come al solito, accusati di
essere vicini ai mafiosi Benedetto Spera e Bernardo Provenzano, malgrado la definitiva assoluzione
dalle accuse e la scomparsa, da tempo, dalla scena, dei mafiosi citati. La prima seduta svoltasi il
30.1.2014 è stata rinviata nientemeno che al 22.5 per “ ritardo di notifica”. Tutto ciò malgrado la
proclamata innocenza dei Cavallotti. Per non parlare della rovina nella quale si sono trovate circa
300 famiglie che ruotavano attorno alle aziende. Rimane ancora senza risposta la domanda di questa
gente: perché questo accanimento? E il motivo è forse da ricercare nell’ingente somma che il
tribunale dovrebbe pagare per risarcire queste imprese che sono state smantellate da amministratori
giudiziari voraci e spregiudicati e che lascia ampio spazio al sospetto che le confische, in attesa
della sentenza d’appello della Cassazione, diverranno definitive e tutto sarà cancellato con un colpo
di penna.
E il caso di aggiungere a questa storia alcuni particolari:
Nel 1998 al gruppo Cavallotti sono confiscate le aziende
- Comest spa (valore 50 milioni),
- Icotel spa (valore 10 milioni), Imet srl (valore 10 milioni),
- Cei srl (valore 2 milioni),
- Coip srl (valore 10 milioni:
nel 2012 di tutto ciò rimane solo un valore di 20 milioni per la Comest, mentre è o diventa zero il
valore delle altre aziende, anche di quelle ad esse collegate, come la Calcestruzzi Santa Rita, che
aveva un valore di partenza di 5 miloni di euro e i gruppi Edil Forestale e D’Arrigo, che, per alcuni
aspetti, sono soci in affari con il Modìca.
Il Modìca già nel 2009 è stato denunciato per truffa alla Guardia di Finanza di Palermo, ma della
denuncia non s’è saputo più nulla. Intorno a lui e a suo fratello ruotano:
- la Advisor Services For Bisness srl, che agisce in stretto contatto con la Mac Consulting srl, di
cui è legale rappresentante tal Fabio Uccello,
- la Lamb & Souce Real Estate srl, la Integre Sicilia, azienda oggi in liquidazione, di cui sono soci
la Advisor Service, Kodaleva Sonia, , moglie di Emanuele Migliore, socio di Modìca e Di Fiore
Giuseppe, avvocato di fiducia di Modica.
- la CS immobiliare srl., del fratello Marco,
- la Immobiliare Il Borghetto srl.,
- la Gam Immobiliare, che fa da tramite per complesse partite di giro,con le aziende confiscate dei
D’Arrigo di Borgetto e della Edil Forestale,
- la Servizi e Progetti srl, il cui legale rappresentante è Roberta Ponte, moglie di Andrea Modica,
- la Cogetec srl, azienda costituita per gestire i subappalti del gruppo Cavallotti, di cui risulta
amministratore unico un certo Vincenzo Parisi.
Strettamente collegate alla Comest e alle aziende del Modìca le vicende della TOSA costruzioni
srl, azienda confiscata che acquista per due milioni di euro il ramo aziendale della Comest,
mediante un rilevamento virtuale di debiti creati tramite fatture e parcelle: la Tosa vende i suoi
debiti o i suoi presunti crediti alla Italgas per 22 milioni di euro ottenendo 5 posti di lavoro per
compiacenti amici del Modìca pronti a prestarsi alle sue manovre speculative. Dalla TOSA, sotto
forma di anticipo escono i fondi per alcuni lavori, anche personali, effettuati a Baida, a Cinisi, a
Marsala. Oggi la TOSA è stata restituita al demanio dello stato come una scatola vuota, senza una
lira e senza che nessuno abbia pagato per la sua dissoluzione. Di tutto l’impero della Comest è
invece rimasto un giro di 700 mila euro di utile grazie alla gestione del metano nei comuni di
Monreale, Altavilla Milicia, Santa Cristina Gela e Piana degli Albanesi.
Nel 2012 il prefetto Caruso ha revocato a Modìca gli incarichi.
La AEDILIA VENUSTA
(ovvero, come l’Acqua santa può diventare acqua diabolica)
A Palermo, in via Comandante Simone Gulì n.43 presso la borgata Acquasanta si trova, anzi c’era
una villa palermitana del 1700, ma dove si potevano notare visibili tracce di una sua preesistenza
risalente al 1.500, o addirittura al medioevo: qualche storico ha parlato addirittura di reperti di
origine etrusca. La villa si affacciava sul porticciolo e aveva tutte le finestre con vista sul mare.
L’originaria proprietà fu della nobile famiglia dei Gravina, di origine normanna. Gli esponenti del
ramo siciliano dei Gravina, che presero il nome da quello di un feudo pugliese da cui provenivano,
parteciparono alla prima crociata, ebbero diritto di essere seppelliti nel pantheon reale, furono
Grandi di Spagna, possedevano 9 principati, 5 ducati, 7 marchesati, 3 contee ed oltre 24 baronie.
Dentro l’attuale edificio scorreva una sorgente di acqua minerale, sulfurea e purgativa, contenente
sali alcalini, quali solfato di calcio e magnesio, e cloruro di calcio, sodio e magnesio, considerata
miracolosa per i suoi benefici. Di lì il nome di “Acqua santa” dato a tutta la borgata . Attualmente
l’acqua è stata incanalata in condutture che sfociano a mare. Da una ricerca pubblicata da Claudio
Perna e curata dall’Associazione culturale “I Luoghi della Sorgente” apprendiamo che “la sorgente
acquifera era situata in una grotta, un piccolo ambiente ipogeico, che un tempo fu santuario pagano,
poi piccola cappella conosciuta come Palermo a S. Margherita di fora, dedicata a Santa Margherita,
protettrice dai mostri marini, e infine intitolata alla Madonna della Grazie, come attesta il Mongitore
che riferisce di un affresco raffigurante la Vergine, risalente al tempo dei Saraceni e rinvenuto nel
1022. Nel 1774 la grotta e i terreni furono concessi al Barone Mariano Lanterna, che acquistò dai
benedettini del Monastero di S. Martino delle Scale il terreno circostante la grotta dell’Acquasanta e
vi costruì una tipica casena settecentesca di modeste dimensioni con un semplice impianto su due
elevazioni: alcune sale interne mantengono gradevoli decorazioni a fresco tardo-settecentesche.
Apprendiamo dalla stessa fonte che nel 1871 i fratelli sacerdoti Pandolfo acquistarono la villa e
fecero uno stabilimento per bagni e cure idroterapiche, che sfruttava le proprietà terapeutiche della
sorgente di acqua minerale poco distante per la cura di malattie metaboliche. Nello stabilimento si
potevano fare dei bagni alla temperatura naturale dell’acqua di 18°-19° , ma grazie al processo di
riscaldamento anche i bagni caldi, a 25°-36°, e caldissimi fino a 42°. Successivamente i due
sacerdoti decisero di commercializzare l’acqua che poteva anche essere bevuta, con 50 cent alla
bottiglia. C’era anche la possibilità di fare delle docce che esercitavano la loro azione meccanica su
un punto preciso del corpo con getti d’acqua ascendenti, dal basso verso l’alto, discendenti, dal
basso verso l’alto, e laterali in orizzontale. Lo stabilimento aveva in un edificio camerini da bagno
distinti in familiari e singolari e nell’altro la macchina a vapore per il riscaldamento dell’acqua, le
sale da soggiorno e da pranzo e gli ambienti di servizio. Tale istituto, accresciutosi nel 1892, fu
attivo però per poche decine di anni. La struttura dei Bagni Minerali situati nella grotta e nei locali
di Villa Lanterna era costituita da due edifici su tre piani collegati da una terrazza, tuttora è ancora
visibile l’iscrizione “Fratelli Sacerdoti Pandolfo”, sormontata da un timpano con acroterio. Gli
ambienti interni rispettavano l’originaria suddivisione e sul fianco sinistro del prospetto si trovava
l’ingresso al mare preceduto da due piloncini, trasformato in abitazione. Le analisi dell’acqua hanno
riscontrato proprietà analoghe a quelle della fonte Tamerici di Montecatini Terme. La fonte aveva
una portata di 15 litri al secondo e consentiva di effettuare mille bagni al giorno, con continuo
ricambio delle acque. Nel 1993 venne effettuato un sopralluogo dai vigili urbani e dalla
sovrintendenza e si accertò che la sorgente era ancora utilizzabile e avrebbe potuto essere
ripristinata, ma non se ne fece niente: la preziosa acqua, attraverso cunicoli sotterranei, oggi finisce
a mare.
Tutto questo complesso, comprende le Terme, anch’esse adibite ad appartamenti, la grotta
adiacente all’ex chiesetta, un piano terra di 70 mq, in vendita a 100 mila euro, un piazzale e altre tre
più recenti costruzioni adibite ad abitazioni o uffici, di circa 250 mq. L’immobile, suddiviso in
cinque unità è stato venduto a tre architetti e a una signora romana. Uno degli architetti è Vincenzo
Rizzacasa, già preside di un istituto d’arte di Santo Stefano di Camastra, che nel 2005 ha deciso di
dar vita a un’impresa di costruzioni, la “Aedilia Venusta”, intestata al figlio Gianlorenzo,
specializzata in ristrutturazioni, munita di certificato antimafia e iscritta ad Addio Pizzo, fino a
quando non si scopre che al suo interno lavoravano i mafiosi Francesco e Salvatore Sbeglia, legati
al campo delle costruzioni e già oggetto di misure di prevenzione, di sequestri e di procedimenti
giudiziari. Secondo i giudici gli Sbeglia sarebbero stati soci occulti di Rizzacasa e, attraverso la sua
ditta, sarebbero tornati in attività, con metodi e sistemi di illecita concorrenza. Rizzacasa è legato al
vicepresidente della Confindustria Ettore Artioli, titolare di un’azienda, la Venti, che ha
commissionato a Rizzacasa la ristrutturazione della Manifattura Tabacchi di Palermo. Nei progetti
della Aedilia Venustas c’era anche la trasformazione dell’area della villa del Barone Lanterna in un
residence di lusso con 15 appartamenti e due studi professionali, il tutto con regolare concessione,
rilasciata nel 2009 e con tanto di visto da parte della Sovrintendenza ai Beni Culturali, che, per
contro, avrebbe dovuto tutelare la conservazione di monumenti storici di questo tipo, cosa che in
Sicilia scatta solo in certe circostanze. Scattano le misure di prevenzione per Rizzacasa, al quale
vengono sequestrati le imprese edili Aedilia Venustas, l’Immobiliare Sant’Anna, Verde Badia, un
insieme di 33 immobili in via badia, una decina di appartamenti, la villa Barone Lanterna, sei
magazzini e sette automezzi. Artioli si autosospende dalla Confindustria, ma continua la sua
carriera manageriale, al punto che nel 2012 viene nominato, dal sindaco Leoluca Orlando,
presidente dell’Amat.
Per Rizzacasa, espulso da Confindustria, inizia un iter giudiziario, una condanna in primo grado per
favoreggiamento semplice, cioè senza l’aggravante dell’associazione mafiosa . In appello Rizzacasa
è assolto e l’assoluzione è confermata, in via definitiva, nel febbraio 2014, in Cassazione. Assolti
anche i suoi consociati Lena e Salvatore Sbeglia. Rizzacasa ha rinunciato alla prescrizione per
avere una sentenza di piena assoluzione.
Per una di quelle anomalie tipiche della legge italiana e in particolare, di quella sui beni sequestrati
alla mafia, il patrimonio immobiliare di Rizzacasa, per decisione del giudice delle misure di
prevenzione, per il quale è sufficiente il “libero convincimento” che l’assoluzione non basta, rimane
congelato sotto sequestro, malgrado l’ordine di dissequestro dell’azione penale.
Ma siamo arrivati al punto: dopo le denunce del prefetto Caruso, è ormai noto che il giudice delle
misure di prevenzione del tribunale di Palermo ha un rapporto privilegiato con lo studio legale di
Cappellano Seminara, al quale ha già affidato una cinquantina di beni confiscati alla mafia.
Cappellano, diventato amministratore giudiziario della Aedilia Venustas, continua l’attività di
smembramento della villa del barone Lanterna con la costruzione degli appartamenti in progetto:
per risarcirsi del suo “estenuante” lavoro, da lui stesso stimato in circa 800 mila euro, si
impadronisce di due appartamenti: probabilmente ne disporrà la vendita per incassare il compenso.
Da una visura notarile storica si rileva che “gli immobili citati vengono venduti a 250 euro al mq.
per quanto riguarda la villa antica e le terme, quelli più moderni a 200 euro mq.” Se è vera questa
notizia ci vuol poco a dedurre che, fissando un prezzo così basso, Cappellano Seminara può mettere
le mani su tutto il complesso edilizio e impadronirsene.
Da una nota della Camera di Commercio si deduce che “il fatturato di Aedilia Venustas s.r.l.
stimato, nel 2011, tra i 300 e i 600 mila euro, durante il 2011 è diminuito, nello stesso anno, del 1263% rispetto al 2009 e che il risultato netto ottenuto durante il 2011, dopo gli oneri finanziari, le
tasse e gli ammortamenti è diminuito del -609,64% rispetto al 2009”. Il tutto grazie all’oculata
amministrazione di Cappellano Seminara e a chi lo ha messo in quel posto.
La 6GDO e l’impero Despar
Quella di Giuseppe Grigoli sembra una storia comune, iniziata con l’apertura, negli anni 80 di una
piccola attività di vendita di detersivi all’ingrosso e poi diventata, tra gli anni ’80 e ’90 una grande
realtà economica, in grado di fatturare 600 milioni di euro l’anno, attraverso l’apertura di una serie
di centri commerciali, da Trapani ad Agrigento, a Palermo, con il marchio Despar, in grado di
gestire il 10% di tutto il fatturato Despar. La realtà più grossa è “Belicittà”, ovvero il più grande
centro commerciale del trapanese, a Castelvetrano.
Grigoli crea il gruppo 6GDO , una ditta che distrisce prodotti alimentari a vari supermercati. Si è
detto e si è scritto che dietro questo impero finanziario ci sono i soldi di Matteo Messina Denaro,
ovvero c’è il riciclaggio di milioni di euro di oscura o illecita provenienza: si è anche parlato, ma
senza particolari riscontri processuali, di una gestione spesso intimidatoria nell’imporre, con
sistemi mafiosi, particolari condizioni ai fornitori di merce.
Il nome di Grigoli viene trovato nelle lettere di Matteo Messina Denaro nel covo di Bernardo
Provenzano, l'11 aprile 2006. Grigoli voleva aprire un Despar a Ribera, un paese sotto l’ala
protettiva del boss locale Capizzi che, addirittura, gli aveva chiesto il pizzo: pare che Capizzi, in un
primo tempo fosse stato assunto nel supermercato, ma che avesse contratto con Grigoli un debito di
297,28 mila euro, che si rifiutava di pagare. Così Messina Denaro si era, per iscritto, rivolto a
Bernardo Provenzano chiedendogli di intervenire a favore del “suo paesano". Provenzano si era
rivolto al boss di Agrigento Giuseppe Falsone che avrebbe dovuto mettere pace tra i due. E’
caratteristico il tono dei pizzini di Messina Denaro: "Capizzi prima restituisca i soldi che si è preso
e dopo gli amici di Ag mi dicono cosa vogliono dal mio paesano ed io sono disponibile a sistemare
il tutto. E' ormai una questione di principio. Io ho fatto della correttezza la mia filosofia di vita". E,
nell’ultima lettera, : "Solo se Cpz comincia a pagare il mio paesano paga 10 mila euro per ogni sito
che ha ad Ag per ogni anno. In questo caso, dato che paga, non darà posti di lavoro. La mia seconda
proposta: se il mio paesano non paga niente per come vuole il 28 (è il codice di Falsone - ndr) per
rispetto a me, ed io lo ringrazio e gli sono grato per ciò e dica al 28 che io non dimenticherò mai
questa gentilezza, allora se il mio paesano non paga, darà due posti come impiegati per ogni sito,
impiegherà 2 persone che interessano ad Ag".
Nel 2006 Grigoli è arrestato, processato e condannato a 12 anni di carcere per associazione
mafiosa: al processo vengono fuori i nomi di capi mafia, a parte quello dell’imputato latitante
Messina Denaro, di suo padre, «don Ciccio», di Bernardo Provenzano, di Filippo Guattadauro, il
cognato del capo mafia di Brancaccio, il medico Giuseppe Guttadauro, i nomi di politici, come
quello dell’ex presidente della Regione Totò Cuffaro, che chiede a Grigoli di vendere nei suoi
supermercati alcuni vini prodotti da suoi “amici”, o quello dell’ex deputato regionale cuffariano,
Francesco Regina, andato da Grigoli a chiedere voti. A Grigoli si rivolge persino, per la vendita di
ricotta il boss Vito Mazzara, l’uomo che avrebbe ucciso Mauro Rostagno e che attualmente sconta
l’ergastolo.
La confisca riguarda 12 società cominciando dalla capofila, il Gruppo 6GDO, punto di eccellenza
un maxi centro commerciale, il Belicittà di Castelvetrano, e poi ancora 220 fabbricati tra palazzine e
ville, 133 appezzamenti di terreni, uliveti e vigneti per un totale di 60 ettari. Tutte aree di campagna
ricadenti in quell’area del Belice, da Zangara a contrada Seggio, dove i boss mafiosi siciliani a
cominciare da Totò Riina, per continuare con Bernardo Provenzano e i Messina Denaro, avevano
fatto incetta di terreni con l’idea che in quei luoghi doveva sorgere negli anni ’90 la “Castelvetrano
2”, un maxi complesso immobiliare che avrebbe dovuto ricalcare la più famosa “Milano 2” di
marca berlusconiana.
Il tutto viene affidato a un amministratore giudiziario, Nicola Ribolla. I suoi sette anni di
amministrazione sono serviti a smantellare interamente un impero economico e a ridurre sul
lastrico, senza lavoro, le 500 famiglie che vivevano all’interno delle attività confiscate. Al processo
Ribolla ha tentato di giustificare il suo operato dicendo che “molti supermercati associati hanno
chiesto di disdire il contratto con noi, i fornitori non ci hanno fatto più credito, e anche le banche ci
hanno chiuso i rubinetti”. Sono in corso ancora trattative, stimolate anche in un incontri tra i
lavoratori, ai quali è stata già mandata la lettera di licenziamento e Sonia Alfano, in interventi del
sindaco di Castelvetrano Felice Errante e della CGIL: il circuito comprende 43 supermercati
Despar, più i 40 affiliati del gruppo 6GDO in provincia di Trapani : Despar, Eurospar, Superstore,
Interspar ad Agrigento e Trapani. Hanno già chiuso i supermercati più grossi di Marsala e Trapani,
altri lo stanno facendo, poiché non vengono più riforniti di merci, gli scaffali sono semivuoti.
Addirittura, nel 2010 alla Prefettura di Trapani si era firmato un “protocollo di legalità” per salvare
la “Special Fruit” una delle tante aziende del circuito di Grigoli e affidarne l’attività alla Coop, ma
non se n’è fatto niente. La Special Fruit è stata messa in liquidazione, malgrado Ribolla ne avesse
disposto un aumento di capitale stornandovi i soldi della 6GDO La chiusura delle banche ha
prodotto la mancanza di liquidità per pagare fornitori e dipendenti, ma ha anche sospeso diversi
crediti da riscuotere.
Recentemente a Ribolla, forse in considerazione della sua scarsa capacità imprenditoriale, è stato
aggiunto, come consulente, l’avvocato Antonio Gemma, vicino ad Angelino Alfano, ma la cosa non
è servita a niente.
L’amara conclusione di chi si trova sul lastrico è che quando c’era Grigoli tutto funzionava
perfettamente, l’azienda aveva un attivo di 600 milioni che sono scomparsi nel nulla con
l’amministrazione giudiziaria: Insomma, ci troviamo davanti al volto nuovo di Cosa Nostra, così
come si è potuto vedere anche col sequestro di un miliardo e 300 mila euro fatto al “re del vento”
Vito Nicastri, di Alcamo, nel quale l’imprenditoria diventa l’elemento centrale per l’accumulazione
del capitale, oltre le vecchie, ma sempre presenti pratiche del pizzo, e gli uomini d’onore, anche
senza bisogno di esplicite affiliazioni, sono imprenditori e professionisti. Rispetto
all’intraprendenza di costoro lo stato, avvolto nelle sue pastoie o rappresentato da gente incapace
rischia di arrivare, quando arriva, con molto ritardo, si trova davanti al proprio fallimento senza che
si imputi tutto ai metodi di un’economia illegale: spesso, come nel caso dei lavoratori della 6DIGI ,
tutti messi in regola, tutto funziona, almeno apparentemente, nel rispetto della legalità e all’interno
di un circuito efficiente e produttivo.
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