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Periodico distribuito gratuitamente
Sommario
Editoriale
2
Un mare di Bambini
Marcello Lanari
Investire in salute
Spazio dedicato allo stile di vita
16
Le vacanze estive
Un’occasione per rilanciare il rapporto padri separati-figli
Federico Bianchi di Castelbianco
DIRETTORE SCIENTIFICO
Marcello Lanari
22
DIRETTORE RESPONSABILE
Franca Golisano
26
La stipsi
Una causa frequente di disagio nel lattante
30
I bambini e la montagna
Mille modi per vivere una vacanza
35
Seggiolini, caschi e “biroccini”
37
Il lavaggio del naso
Una procedura preventiva e curativa
COMITATO DI REDAZIONE
Rino Agostiniani
Luca Bernardo
Caterina Bertolini
Federico Bianchi di Castelbianco
Giovanni Corsello
Tiziano Dall’Osso
Gianna Maria Nardi
Marina Picca
Piercarlo Salari
Michele Salata
Laura Serra
Paola Sogno Valin
Maria Grazia Zanelli
Piercarlo Salari
Ermanno Baldo
Alice Bonoli
Piercarlo Salari
Spunti di educazione e innovazione sanitaria
6
Diabete tipo 1 nel bambino...
meglio una diagnosi precoce!
Paola Sogno Valin
COLLABORATORI ESTERNI
Federica Lanari
SEGRETERIA DI REDAZIONE
[email protected]
14
I bilanci di salute
Una grande opportunità per le famiglie dei bambini italiani
18
I disturbi del sonno nella prima infanzia
Il genitore come “guardiano del sonno”
Maria Grazia Zanelli
Cristiana De Ranieri
La bussola
AREA COMMERCIALE
E PUBBLICITÀ
[email protected]
Supporto per interpretare sintomi e disagi
4
24
Copyright © 2014
EDITEAM Gruppo Editoriale
Via del Curato 19/11, 44042 Cento (FE)
Tel. 051.904181/903368
Fax 051.903368
www.editeam.it
[email protected]
Le cefalee in età evolutiva
Massimiliano Valeriani
Le scarpe di Ronaldo e il cuore di Morosini
Gabriele Bronzetti
Lavorare con la scuola
Strategie di intervento comune fra pediatri e insegnanti
25
33
Progetto grafico:
EDITEAM Gruppo Editoriale
ART DIRECTOR:
Dario Battaglia
Mangiar bene conviene...
a Palermo, Milano e Verona
Son tutte belle le lingue del mondo
Letizia Quaranta
Codice rosso
Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di
questa pubblicazione può essere riprodotta, trasmessa o memorizzata in qualsiasi
forma e con qualsiasi mezzo senza il permesso scritto dell’Editore. L’Editore declina,
dopo attenta e ripetuta correzione delle
bozze, ogni responsabilità derivante da
eventuali errori di stampa, peraltro sempre
possibili.
Riflessioni e suggerimenti sui comportamenti a rischio
10
Il disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività ADHD
Stefano Vicari, Marco Armando, Maria Pontillo
Le pagine rosa
Grand’angolo sulla salute della mamma e del bambino
“Conoscere per Crescere” è un
periodico distribuito gratuitamente
alle famiglie italiane.
Si ringrazia per il contributo la
Claudio Maffeis
Conoscere per prevenire
www.sip.it
Autorizzazione Tribunale Bologna
n° 7835 del 10.03.08.
Finito di stampare nel mese di
Giugno 2014.
Tiratura di questo numero 300.000 copie.
Il latte dopo il primo anno di vita: che fare?
20
40
Il marchio della
gestione forestale
responsabile
L’igiene intima nella bambina
Piercarlo Salari
Il delicato periodo del puerperio
Prendersi cura del proprio benessere psicofisico
Francesca Merzagora
Come nasce una mamma
Spazio dedicato alle neomamme
28
S.O.S. Nanna
Giuseppe Di Mauro
Un mare di Bambini
ma in mancanza di un sistema nazionale di accoglienza, permangono per settimane o mesi nel primo centro di accoglienza, mentre i più intraprendenti si rendono “irreperibili” (quasi 2.000 nello scorso anno),
continuando clandestinamente con sacrifici e vessazioni il loro viaggio della speranza verso altri Paesi.
Questi sono i fortunati, gli altri muoiono in mare.
Marcello Lanari
Pediatria e Neonatologia, Imola (Bo)
Società Italiana di Pediatria
L
a televisione ce le racconta quasi ogni sera,
proponendoci immagini scioccanti, storie di
uomini, donne e bambini raccolti in mezzo al
mare nel quale avrebbero trovato una morte orrenda
e poi ammassati nei nostri centri di accoglienza. Storie che purtroppo, ripetendosi da anni, ci lasciano
sempre più indifferenti.
In Italia, principale porta d’accesso per l’Europa,
solo nello scorso anno sono arrivati via mare quasi
43.000 migranti, dei quali oltre 8.000 minori. Sì,
bambini e ragazzi come i nostri, per i quali certo
non immagineremmo mai settimane di marce sotto il
sole africano o su un barcone fatiscente nel mezzo di
un mare agitato, con pochi viveri ed acqua. Bambini
segnati per sempre nell’anima dall’aver perduto nel
viaggio un fratello, un genitore, un amico, dall’aver
vissuto prigionia e violenza e, orrore nell’orrore, talvolta soli, senza il conforto di nessun familiare. Nel
solo 2013 ben oltre 5.000 sono stati i minori non
accompagnati da un familiare adulto, tre volte di più
dell’anno precedente.
Arrivati nel nostro Paese vengono ospitati in condizioni disagevoli, di sovraffollamento e spesso malsane anche per un adulto, con solo sporadiche esperienze di identificazione di spazi “a misura di bambino”, supportate da Organizzazioni umanitarie. Nell’attesa di essere collocati in comunità per espressa
previsione legislativa ed assegnati ad un tutore legale,
2
Per noi pediatri da anni è ben chiaro che il nostro lavoro non può e non deve essere ridotto alla sola cura
delle patologie che chiamiamo organiche, che colpiscono cioè organi e/o apparati, ma allargato alla prevenzione delle malattie ed all’attenzione all’armonico
sviluppo della psiche e del corpo del bambino e dell’adolescente, in un contesto sociale adeguato per
questo. Da anni purtroppo assistiamo sempre più
frequentemente a condizioni di disagio psicosociale
tali da essere incompatibili con lo stato di bambino
(talvolta di essere umano) e siamo spesso chiamati, e
volentieri lo facciamo, a svolgere un ruolo di advocacy, di tutela cioè del minore per la sua integrità e
per la possibilità di crescere nelle condizioni più favorevoli possibili, pur con notevoli difficoltà alle quali
talvolta non siamo preparati a rispondere.
Per questi bambini migranti non accompagnati dai
familiari chiediamo con forza una legge che li tuteli,
perché non diventino vittime di ulteriori abusi e, nell’attesa, la possibilità che siano tempestivamente accolti ed inseriti nello stesso sistema di protezione
utilizzato per richiedenti asilo e rifugiati. Ed è con la
volontà di concentrare l’attenzione su questo doloroso problema che dedichiamo il nostro Congresso nazionale di Pediatria, che quest’anno si svolge non lontano dai luoghi degli “sbarchi”, a Palermo, a tutti i Bambini migranti del mondo.
Editoriale
Le
cefa lee in e
La diagnosi
Massimiliano Valeriani
Centro per lo studio e la cura delle cefalee in
età evolutiva, Ospedale Bambino Gesù, Roma
L
a cefalea (o mal di testa) è un
sintomo comune nei bambini
e negli adolescenti e spesso
lamentato in occasione delle visite
in ambulatorio o in pronto soccorso: nella realtà italiana almeno
il 25% dei bambini soffre di frequenti cefalee e circa il 40% dei
bambini in età prescolare e l’80%
degli adolescenti riporta almeno
un episodio all’anno di mal di testa. Al di sotto dei 7 anni d’età la
frequenza è leggermente superiore nei maschi, ma intorno alla pubertà questo rapporto comincia a
invertirsi e le ragazze raggiungono con maggiore rapidità i livelli
della popolazione adulta, nella
quale la sola emicrania colpisce il
12% degli individui (6% degli uomini e 15-18% delle donne).
Nel gergo medico le cefalee vengono distinte in primarie e secondarie. Le prime, che rappresenta-
4
no l’85%, non hanno una causa
identificabile e sono per lo più
rappresentate dall’emicrania e
dalla cefalea tensiva. Le cefalee
secondarie, invece, sono conseguenti a infezioni, traumi, o problemi anche più gravi (meningite
o tumori) e per questa ragione
sono nella maggior parte dei
casi acute.
L’emicrania
L’emicrania colpisce in media
l’8% dei bambini ed è caratterizzata invece da attacchi di durata
tra 2 ore e 2 giorni con dolore
pulsante alla fronte o alle tempie,
nei più piccoli in entrambi i lati,
nausea, vomito, diarrea, pallore,
tachicardia e ipersensibilità alla
luce (fotofobia) e ai rumori (fonofobia). Oltre che di cefalea l’emicrania, soprattutto nei bambini
più piccoli, può essere causa di
altri sintomi, apparentemente
senza alcuna relazione con il mal
di testa. Si tratta dei cosiddetti
“equivalenti emicranici”: dolori
addominali ricorrenti, dolori pe-
La bussola
Per la diagnosi di una cefalea primaria è di solito
sufficiente una raccolta
accurata della storia e
delle caratteristiche del
mal di testa (quando è cominciato? che frequenza
ha? quanto dura? cosa riferisce il bambino?) insieme a un’accurata visita
medica. Il ricorso a esami
strumentali è necessario
soltanto se c’è il dubbio
che possa trattarsi di una
cefalea secondaria, cioè
sintomo di altre malattie.
riodici degli arti (meglio conosciuti come “dolori della crescita”), cinetosi (il “mal d’auto”),
torcicollo parossistico e vertigini.
Si può manifestare sin dai primi
anni di vita ma è più frequente in
età scolare e in alcuni casi è preceduta dall’”aura emicranica”,
cioè disturbi visivi (scintillii, flash)
o sintomi neurologici (formicolii,
tremori, difficoltà a parlare).
n età evolutiva
La cefalea tensiva
Come affrontare il mal di testa
La cefalea tensiva è più frequente negli adolescenti, di solito
nei periodi di affaticamento: si
manifesta con dolore non pulsante, non forte ma fastidioso e persistente da mezz’ora a qualche
giorno. Si differenzia dall’emicrania perché gli attacchi di cefalea
sono decisamente meno intensi e
la presenza dei sintomi di accompagnamento è molto più rara.
Il mal di testa causa notevole
disagio nel bambino, influenzandone la vita sociale, il benessere
psicofisico e la resa scolastica, ed
è causa di preoccupazione e disorientamento per i genitori. Essi
devono mantenere un atteggiamento sereno ed equilibrato, senza banalizzare il sintomo, soprattutto se ricorrente, e consultando
il proprio pediatra o, se necessario, un Centro specialistico.
I fattori scatenanti
Seppure sia l’emicrania sia la cefalea tensiva siano fondamentalmente causate da una predisposizione costituzionale, il fastidio per
il piccolo paziente dipende da fattori di diverso tipo, che potremmo
definire come “scatenanti”. Va
però precisato che le cefalee pediatriche non hanno alcuna relazione con le allergie o le intolleranze
alimentari, mentre, esiste la possibilità che l’attacco di cefalea sia
scatenato da fattori che si possono
facilmente individuare quali alimenti (non vi è una lista precisa di
alimenti, ma possono esserci dei
casi di stretta relazione temporale
fra l’assunzione di un cibo o di una
bevanda e la comparsa del mal di
testa), oppure odori, attività fisica
intensa, rumori, riduzione o eccesso del tempo dedicato al sonno.
Anche le improvvise modificazioni
meteorologiche, le temperature
eccessive, il vento e l’aria condizionata possono scatenare un attacco
emicranico o di cefalea tensiva. Tra
i fattori scatenanti da considerare
in età pediatrica non vanno poi dimenticati quelli di natura psicoemotiva: stress, ansia ed emozioni
forti possono scatenare un attacco
cefalalgico o aumentare la frequenza dei mal di testa. Questo spiega
anche perché i bambini con emicrania o con cefalea tensiva tendano a stare meglio d’estate che non
durante il periodo scolastico,
quando sono sottoposti a livelli
maggiori di tensione emotiva e affaticamento fisico.
Controindicato
il “fai da te”
Il primo medico da consultare deve essere il pediatra
di fiducia che, in caso di
dubbi o necessità, suggerirà il consulto di un Centro
cefalee specializzato nella
diagnosi e nella cura dei
bambini. Assolutamente da
evitare è il “fai da te”, che
spesso porta a eseguire una
miriade di esami magari
del tutto inutili e aumenta
inutilmente il livello di ansia
nel bambino.
La bussola
Poiché sia l’emicrania che la cefalea
tensiva poggiano su una solida base
genetica, è evidente che non ci si
può porre l’obiettivo di risolverle
completamente. Non ci si deve
però nemmeno arrendere e pensare
che la convivenza con il mal di testa, spesso anche molto frequente,
sia inevitabile, né tantomeno considerare il bambino come un piccolo
adulto. Il primo tipo di trattamento
è la cosiddetta “terapia dell’attacco”, che poi altro non è che la terapia del dolore: paracetamolo e ibuprofene sono i farmaci più sicuri e
perciò raccomandati per le cefalee
primarie dei bambini: la cura deve
essere valutata caso per caso e praticata il più presto possibile.
Qualora la frequenza degli episodi
di mal di testa sia eccessivamente
elevata e interferisca con le attività
quotidiane del bambino si ricorre
alla terapia di profilassi. Essa consiste nella somministrazione di un
farmaco, da valutare caso per caso
e generalmente impiegato in cicli
della durata di 3 mesi circa, che
determini una riduzione nella frequenza degli episodi cefalalgici.
Per la profilassi, tuttavia, esistono
anche degli approcci terapeutici di
tipo non-farmacologico. Per esempio, la psicoterapia, soprattutto
con tecniche di tipo cognitivo-comportamentale, può dimostrarsi utile
dove l’incremento della frequenza
degli attacchi di emicrania sia legato a fattori di tipo emozionale.
5
DIABETE TIPO
Paola Sogno Valin
Ospedale Santa Maria della Scaletta,
AUSL di Imola
P
er produrre qualsiasi tipo di
attività il nostro corpo ha
bisogno di energia. Questa
energia viene fornita dalle cellule
attraverso l’utilizzo di un “carburante” rappresentato dal glucosio.
Ad ogni pasto introduciamo nell’organismo numerosi alimenti che
contengono zuccheri, questi durante la digestione sono trasformati in
glucosio che attraversa la parete
dell’intestino ed entra nel sangue.
Per essere utilizzato dalle cellule,
il glucosio ha bisogno dell’insulina che, come una chiave, apre la
porta delle cellule consentendo al
glucosio di entrarvi.
Lo zucchero in eccesso, sempre
grazie all’insulina, viene depositato
nel fegato sotto forma di glicogeno e nelle cellule adipose sotto forma di trigliceridi: queste costituiscono le riserve di carburante a cui
attingere durante il digiuno grazie
all’azione del glucagone (ormone
ad azione opposta all’insulina).
L’insulina prodotta dal pancreas
(in particolare da alcune specifiche cellule dette Beta cellule,
presenti in aree chiamate Isole di
Langherans) regola quindi i livelli
di glucosio (glicemia) nel sangue;
il pancreas delle persone che non
hanno il diabete infatti produce
insulina giorno e notte per mantenere il glucosio nel sangue a livelli
costanti. Nei bambini e adolescenti con diabete l’insulina non
viene prodotta in quantità sufficiente per soddisfare le esigenze
dell’organismo e quindi i livelli di
glucosio nel sangue si alzano.
Il Diabete mellito di Tipo 1 è una
malattia caratterizzata dalla progressiva distruzione delle Beta
cellule. Si tratta di una malattia
autoimmune: il sistema immunitario, che ha la funzione di difenderci dagli agenti estranei all’organismo (batteri e virus), risulta
alterato e produce autoanticorpi
che distruggono le cellule del
6
1 NEL BAMBINO...
“Segni
di allarme”
Bambino che va spesso in bagno a fare la pipì, (poliuria)
che si alza anche di notte o
che riprende a fare la “pipì a
letto” (enuresi notturna)
Eccessiva sete e desiderio di
bere (polidipsia)
Aumento della fame (polifagia)
Perdita di peso
Stanchezza eccessiva, difficoltà a concentrarsi
pancreas. Questo processo è
molto lento, si calcola che i sintomi della malattia insorgano
quando circa l’80% delle beta
cellule sono state distrutte.
Perché il sistema immunitario
attacca le beta cellule? A oggi
non sono note le cause che
innescano questo meccanismo
distruttivo né il suo reale svolgimento. E’ noto tuttavia che
non esiste un’unica causa: la
malattia dipende dall’interazione fra una predisposizione genetica e una o più cause esterne dette “ambientali”.
Quali sono i segni e i sintomi che fanno sospettare
il diabete?
L’organismo è dotato di una
serie di sistemi di allarme: uno di
essi si attiva quando la glicemia
supera il valore di 180 mg/dL,
Conoscere
Investireper
in salute
prevenire
Diabete tipo 1
Il
può colpire persone di ogni età ma
si presenta maggiormente nella fascia compresa tra 0 e 30 anni di
età, con due picchi di incidenza:
il primo attorno ai 5 anni e uno più
importante tra i 10 e i 12 anni, durante lo sviluppo puberale.
In Italia l’incidenza annuale (numero di nuovi casi in un anno) è di 1012 casi ogni 100.000 abitanti/anno.
L’incidenza è diversa da regione a
regione e raggiunge il valore più
elevato in Sardegna dove è 3-4 volte maggiore.
L’incidenza del diabete in età pediatrica presenta una crescita costante negli ultimi anni, in particolare nei bambini inferiori a 5 anni.
m
...
meglio una diagnosi precoce!
determinando l’eliminazione degli
zuccheri in eccesso con le urine. Dal
momento che lo zucchero ha bisogno
di molta acqua per essere diluito,
compare frequentemente come primo
sintomo la poliuria, cioè l’emissione di
elevate quantità di urine. Per questo il
bambino si alza anche di notte ad urinare e a volte riprende a “fare la pipì a
letto” (enuresi notturna) o a perdere
urina durante il giorno.
Poiché vengono persi molti liquidi con
le urine, questi devono essere reintegrati; ecco allora che si associa un altro sintomo detto polidipsia, ovvero
una sete intensa.
Le urine molto zuccherine sono un ottimo terreno di coltura per batteri o
funghi e ciò facilita le infezioni delle
vie urinarie e vaginali.
Con le urine vengono perse importanti
quantità di liquidi che determinano a
lungo andare secchezza della cute e
delle mucose, cioè disidratazione. La
perdita di peso è spiegata dal fatto
che le cellule, pur disponendo di livelli
elevati di zucchero nel sangue, a causa della mancanza di insulina, non lo
possono utilizzare, quindi sfruttano
fonti energetiche di seconda scelta
come grassi di deposito e proteine
muscolari. A questo punto si comprende bene come, non potendo usare gli zuccheri e consumando pian
piano le riserve a disposizione, l’organismo risponda con una fame intensa
detta polifagia. La notevole perdita di
energie è causa di un’intensa stanchezza pur in assenza di attività fisica. Spesso viene riportato che il bambino fa fatica a seguire le lezioni scolastiche ed a studiare. Una spia d’allarme che possono segnalare le insegnati può essere la variazione del rendimento scolastico del bambino.
I grassi utilizzati come carburante
“di seconda scelta” producono
delle scorie: i corpi chetonici (come
l’acetone), che vengono eliminati
attraverso le urine (chetonuria o
acetonuria) e nell’aria espirata
(l’alito acetonemico con il caratteristico odore di frutta matura).
Se questo processo dura a lungo
l’acidità del sangue continua ad
abbassarsi e si determina chetoacidosi, una grave situazione acuta
che richiede il ricovero ospedaliero
urgente. Questa si può accompagnare alla comparsa di vomito,
dolore addominale, respiro frequente (polipnea) e superficiale
fino a portare all’alterazione dello
stato di coscienza ed al coma.
Purtroppo circa il 20-40% delle
nuove diagnosi di diabete si presenta con chetoacidosi, che è la causa
principale di morbidità e mortalità
per diabete in età pediatrica. Questa è legata soprattutto ad una grave complicanza, l’edema cerebrale,
che può insorgere durante la terapia di correzione delle chetoacidosi.
Da questo si capisce come una dia-
gnosi precoce di questa malattia
sia necessaria per evitare l’insorgere
di una situazione clinica grave che
si accompagna a complicanze pericolose che possono mettere a rischio di vita il paziente.
Nel sospetto di diabete all’esordio, rimandare la diagnosi e la opportuna terapia all’esito degli esami effettuati in laboratorio, può
voler dire attendere più giorni,
tempo in cui la situazione clinica
del bambino può drasticamente
peggiorare.
E’ di facile attuazione una diagnosi precoce anche presso
l’ambulatorio del Pediatra curante: in caso di sospetto clinico,
la determinazione della glicemia
capillare (attraverso il glucometro) attuata mediante la puntura
di un polpastrello o un semplice
esame delle urine (anche attraverso lo stix a disposizione del Pediatra), può permettere di rilevare
immediatamente valori glicemici
elevati nel sangue o la presenza
di zucchero nelle urine, confermando il sospetto diagnostico.
Diabete tipo 2
A differenza del Diabete tipo 1, il
non
è una patologia di tipo autoimmune, ma ha una notevole componente
ereditaria. Il soggetto affetto da Diabete di Tipo 2 produce insulina ma
in quantità non sufficiente per controllare i livelli glicemici anche per la
presenza di resistenza all’azione dell’insulina che la rende inefficace.
Questi soggetti, a differenza di quelli con Diabete di Tipo 1, vengono
trattati con la dieta e l’esercizio fisico regolare e, se necessario, con
l’utilizzo di farmaci che sono in grado di stimolare la secrezione di insulina (ipoglicemizzanti orali).
Questa seconda forma di diabete colpisce soprattutto le persone al
di sopra dei 40-50 anni di età ed è associato al sovrappeso ed all’obesità. A partire dagli anni ’90 una crescente diffusione del Diabete di Tipo 2 è stata segnalata negli Stati Uniti, anche in adolescenti di
discendenza afroamericana ed ispanico-americana. Più di recente il
fenomeno è parso interessare anche la popolazione caucasica: in
Europa e in particolare in Italia i casi di diabete di questo tipo al
momento non sono numerosi ma la loro frequenza è in aumento di
anno in anno, ed è inoltre verosimile che la reale entità del fenomeno sia sottostimata. Questo fenomeno è da correlare con l’aumento
di frequenza dell’ obesità infantile che arriva fino al 40% in America.
Il miglioramento dello stile di vita (movimento quotidiano, limitare
utilizzo di computer e tv) e la modifica delle abitudini alimentari dei
nostri bambini costituiscono due elementi chiave per la prevenzione
di questo secondo tipo di Diabete.
Conoscere
Investireper
in salute
prevenire
7
Il Disturbo da Deficit di A
Stefano Vicari, Marco Armando,
Maria Pontillo
Dipartimento di Neuropsichiatria Infantile,
Ospedale Bambino Gesù, Roma
www.specchioriflesso.net
(Attention Deficit
’ADHD
Hyperactivity Disorder) o
L
DDAI (Disturbo da Deficit
D’Attenzione e Iperattività) è uno
dei più comuni disordini dell’età
evolutiva. Si manifesta infatti con
una prevalenza che oscilla tra il
3% e il 5% della popolazione in
età pediatrica, con una maggiore
incidenza nei soggetti di sesso
maschile. I sintomi principali, così
come codificati dal DSM 5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei
Disturbi Mentali) sono l’iperattività, cioè un’attività motoria eccessiva, persistente e continuativa, i deficit attentivi e l’impulsività comportamentale e verbale. Questi sintomi derivano sostanzialmente dall’incapacità del bambino di regolare il proprio comportamento in
base alle richieste ambientali e agli
obiettivi da raggiungere. Per poter
porre diagnosi di ADHD è necessario che l’iperattività, la disattenzione e l’impulsività siano presenti
prima dei dodici anni di età e che
influenzino in maniera significativamente negativa il funzionamento
quotidiano del bambino. Ciò deve
necessariamente avvenire in almeno due contesti di vita (per esempio casa e scuola). Attenzione
dunque a tenere distinti quadri di
questo tipo dalla comune distrazione, vivacità o tendenza a rispondere di getto che può caratterizzare qualsiasi bambino.
Come e quando si manifesta?
E’ possibile distinguere differenti modalità di manifestazione
del disturbo a seconda della fascia d’età del bambino. In età
prescolare (3-6 anni) i principali
segni clinici consistono in iperattività motoria associata a frequenti
10
crisi di rabbia, gioco ridotto e
semplificato, litigiosità e provocatorietà. Nei casi più gravi è presente inoltre assenza di paura e di
senso del pericolo, incidenti frequenti, comportamenti aggressivi
e disturbi del sonno. In età scolare (6-12 anni) invece, fascia
d’età in cui di solito si effettua la
prima diagnosi, si rileva un’apparente accentuazione di irrequietezza ma soprattutto una maggiore evidenza della disattenzione
e impulsività cui si associano frequenti difficoltà scolastiche ed
evitamento di compiti cognitivi.
Le difficoltà comportamentali del
bambino con ADHD fanno sì che
emerga inoltre il rifiuto da parte
dei coetanei con esclusione dalle
attività di condivisione e conseguente abbassamento dei livelli di
autostima.
Cosa significa avere l’ADHD?
I costi del disturbo
L’ADHD compromette il funzionamento del bambino con possibili rilevanti costi dal punto di vista sociale e scolastico. In particolare, le difficoltà cognitive nei termini di non adeguata pianificazione delle strategie necessarie alla
risoluzione del problema (per
esempio problem solving) e lo
scarso automonitoraggio della
propria prestazione non consentono a questi bambini una selezione e gestione degli stimoli che
garantisca loro un buon adattamento al contesto, sia esso scolastico che quotidiano. Inoltre, le
difficoltà comportamentali nei termini di impulsività e di non adeguata anticipazione delle conseguenze delle proprie azioni fa sì
che questi bambini abbiano difficoltà di integrazione con il gruppo dei pari che possono raggiungere, nei casi più gravi, una vera e
propria emarginazione. Proprio
quest’ultima tende ad associarsi
alla comparsa di abbassamento
del tono dell’umore.
Codice rosso
ADH
Quali altri disturbi si associano all’ADHD?
Circa il 70% dei bambini ADHD
presenta disturbi psicopatologici
associati. Tra questi vanno segnalati il Disturbo Oppositivo-Provocatorio, il Disturbo della Condotta
e i Disturbi dell’Umore e d’Ansia.
Anche i Disturbi dell’Apprendimento spesso si associano all’ADHD.
Il Disturbo oppositivo-provocatorio è presente in almeno il 5060% dei bambini ADHD. Esso risulta caratterizzato da modalità
comportamentali ostili, negativistiche e provocatorie nei confronti
delle figure di riferimento e/o autorità (per esempio genitori insegnanti). Si rilevano inoltre frequenti scoppi d’ira in risposta a
frustrazioni anche minime, scarso
rispetto delle regole e tendenza a
litigare frequentemente con genitori e coetanei.
Il Disturbo della Condotta, di
maggiore gravità rispetto al Disturbo Oppositivo-Provocatorio,
prevale in almeno il 30% dei bambini con ADHD e include comportamenti aggressivi, spesso crudeli, verso persone o animali, atti di
vandalismo, violazione delle regole, atti delinquenziali, tendenza
alla ribellione, alla rissa, alla rabbia. I bambini con ADHD e Disturbo della Condotta spesso hanno
bassa autostima, scarsa empatia e
scarsa attenzione per i sentimenti
ed il benessere degli altri.
I bambini con ADHD possono presentare inoltre labilità d’umore,
disforia, scarsa autostima, rifiuto
da parte dei coetanei. Tali sintomi
spesso sono inquadrabili come
veri e propri disturbi d’ansia e/o
dell’umore e la loro prevalenza,
di Attenzione e Iperattività
DHD
nei bambini con ADHD oscillerebbe tra il 15% e il 75% a seconda
delle casistiche considerate.
Infine, circa il 20-40% dei bambini con ADHD presentano Disturbi
Specifici di Apprendimento. Questi ultimi, nei termini di
mancata acquisizione di abilità
strumentali quali
la lettura, la
scrittura e il calcolo, ne compromettono la riuscita scolastica determinando, nei
casi più gravi,
un vero e proprio abbandono scolastico in età
adolescenziale.
Come si evolve nel tempo
l’ADHD?
Per quanto riguarda l’evoluzione dei sintomi ADHD nel tempo,
numerosi studi prospettici evidenziano che il 60% dei pazienti diagnosticati come ADHD da bambini presentano, intorno ai 20 anni,
una remissione funzionale e sintomatologica completa. Per il 10%
invece la remissione avviene ma
solo parzialmente. Di interesse clinico risulta invece il 30% di casi
che presentano un’evoluzione del
disturbo e/o la comparsa di altri
quadri psicopatologici, in particolare il Disturbo antisociale e il Disturbo dell’Umore.
Una fascia d’età di particolare rischio clinico è quella adolescenziale (13-17 anni) in cui spesso si
riscontrano difficoltà nella pianificazione e organizzazione e disattenzione persistente nonostante
una riduzione dell’irrequietezza
motoria. Dal punto di vista comportamentale possono inoltre
emergere aggressività, antisocialità e comportamenti a rischio quali
abuso di alcool e droghe ed altri
comportamenti devianti. Questi
ultimi sarebbero presenti in misura superiore rispetto agli
adolescenti che da bambini
non ricevono diagnosi di
ADHD.
Perché una diagnosi precoce è importante?
Individuare precocemente
l’ADHD consente di prevenire il più possibile il disagio
associato alla sindrome, tanto dal punto di vista scolastico che relazionale. Infatti,
tanto più precoce, tempestivo e accurato è l’intervento,
maggiori saranno le probabilità che il bambino manifesti
una remissione il più possibile
completa dei sintomi. In maniera più specifica, eventuali training centrati sulle difficoltà di
problem solving e apprendimen-
Codice rosso
11
News
to, se attuati precocemente e pianificati rispetto al
profilo neuropsicologico individuale
del bambino, potrebbero significativamente ridurre le
probabilità di insuccesso scolastico nonché le ricadute negative in termini di autostima.
Nel contempo, l’avvio precoce di
colloqui di consulenza ai genitori
potrebbe consentire una riduzione delle difficoltà di questi nella
gestione dei sintomi comportamentali del bambino ADHD e un
aumento nello stesso della propensione al rispetto delle regole.
Infine, intervenire precocemente
consente di affrontare prima possibile eventuali comorbidità e, soprattutto di prevenire, un’evoluzione del disturbo nella direzione
di problematiche psicopatologiche più gravi come quelle descritte in precedenza.
A chi rivolgersi?
Qualora si abbia il sospetto di
ADHD la prima cosa da fare è rivolgersi al pediatra curante e
quindi ad una equipe specializzata di medici e psicologi che possano effettuare una valutazione
clinica e neuropsicologica. Tale
valutazione consiste in colloqui,
osservazione clinica e somministrazione di test standardizzati.
A ciò vanno aggiunti eventuali
esami medici per escludere qualsiasi altra patologia che possa
causare i sintomi descritti.
Quale intervento per i bambini ADHD?
Nei casi di ADHD l’intervento
terapeutico deve basarsi su un
approccio multimodale in grado
di combinare interventi psicoso-
Videogiochi e aggressività
ciali con, nei casi più
gravi, interventi di tipo farmacologico. Tra gli interventi psicosociali, l’approccio di maggiore efficacia è quello cognitivo-comportamentale. Esso si focalizza sull’acquisizione da parte del bambino di abilità quali l’autoregolazione (gestione dei tempi attentivi, dell’impulsività di risposta, del
controllo della regolazione emotiva) ed il problem solving e sul potenziamento delle abilità sociali.
Tale approccio prevede inoltre il
coinvolgimento non solo del bambino con ADHD ma anche di tutte
le figure e i contesti per lui di riferimento (per esempio famiglia,
scuola). L’obiettivo ultimo consiste infatti nel fornire al bambino
strategie di autoregolazione del
proprio comportamento (terapia
individuale) e alla famiglia e agli
insegnanti tecniche e strumenti
atti a ridurre i comportamenti disfunzionali del bambino e a incrementarne quelli adattivi (parent
training e teacher training). Per
quanto riguarda l’intervento farmacologico, i farmaci registrati in
Italia per la terapia dell’ADHD
sono il metilfenidato e l’atomoxetina. Tuttavia, questo tipo di terapia è consigliato laddove gli interventi psicosociali non siano stati
sufficienti a ridurre la sintomatologia ed a migliorare funzionamento e/o nei casi in cui l’ADHD
si manifesta in comorbidità con
altri disturbi psichiatrici (per
esempio Disturbi D’Ansia, Disturbo Oppositivo-Provocatorio, Disturbo della Condotta).
Dal 2007 il Ministero della Salute ha nominato dei Centri di
Riferimento per l’ADHD in tutto il territorio nazionale, reperibili nel sito dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) al seguente
link: www.iss.it/adhd/
12
Codice rosso
Codice rosso
I videogiochi violenti possono favorire
comportamenti aggressivi? Secondo un
recente studio triennale su oltre 3mila
bambini e ragazzi pubblicato su una rivista internazionale, Jama Pediatrics, sì.
L’indagine ha infatti confermato che gli
effetti di emulazione dei videogames
violenti sono mediati da modifiche cognitive dell’aggressività, più marcata
nei bambini più piccoli d’età. Un valido
antidoto sarebbe un’attività fisica regolare, che riduce l’aggressività, migliorando ansia e autocontrollo
Le consuetudini stabilizzano
l’umore dei piccoli
Le azioni abitudinarie e ripetitive danno sicurezza. Non sorprende perciò che
uno studio condotto su oltre 8.500
bambini abbia dimostrato che le consuetudini familiari come cantare, cenare, giocare e raccontare storie con
mamma e papà favoriscono in età prescolare una sana crescita psicologica e
un miglior inserimento sociale. La spiegazione è alquanto intuitiva: un bambino felice e sicuro ha l’opportunità di
imparare e interagire in modo sano con
gli altri e quindi di ottenere risultati più
brillanti a scuola. Viceversa quello che
si sente infelice e insicuro nel proprio
ambiente domestico spende molta
energia per migliorare la propria condizione a scapito dell’apprendimento e
delle relazioni sociali
I bilanci di salute
Una grande opportunità per le
famiglie dei bambini italiani
Maria Grazia Zanelli
Pediatra di famiglia, Lugo (Ra)
D
alla nascita fino ai 14 anni
di vita i bambini italiani
vengono sottoposti dal
Pediatra di famiglia (figura medica
esclusivamente italiana, non presente nel resto dell’Europa) a visite periodiche, previste da un programma ben definito di sorveglianza sanitaria. In parole semplici, tutti i bimbi sono controllati ripetutamente nel tempo, allo scopo di prevenire oppure captare al
più presto possibile patologie importanti o invalidanti, per le quali
una pronta azione terapeutica mirata è certamente in grado di modificare l’evoluzione stessa della
malattia o del problema.
Quando farli?
I bilanci di salute sono programmati in base ad un calendario, simile per le varie Regioni Italiane, con una frequenza molto
alta di controlli nel primo anno
(fondamentali, dopo il controllo
neonatale, sono le visite effettuate
14
al 2°-4°-10° mese di vita), e progressivamente ridotta negli anni
successivi, di regola con controlli
annuali (più precisamente al 2°3°-6°-12° anno di vita).
Cosa viene valutato?
In occasione di ogni controllo,
a seconda del tipo di bilancio di
salute da effettuare, il Pediatra di
famiglia compie un esame clinico
accurato del bambino, concentrando la propria attenzione su
determinati parametri prestabiliti
per l’età. Così, per esempio, nei
bilanci di salute del primo e secondo anno di vita è fondamentale la valutazione sistematica della
crescita Staturo-Ponderale, oltre
alla valutazione della curva di accrescimento della circonferenza
cranica: variazioni al di fuori della
norma di tali valori (predefiniti in
base alle curve di crescita) mettono in evidenza precocemente ad
esempio difficoltà alimentari,
come per il quantitativo di latte
assunto (materno, formulato), o
problematiche legate a patologie
organiche misconosciute (carenze
nutrizionali, malassorbimento).
Conoscere per prevenire
Viene esplorata anche l’integrità
sensoriale fin dalla nascita (udito,
visione), con particolare attenzione
all’individuazione precoce di una
ambliopia, ossia l’indebolimento
progressivo, spesso misconosciuto,
della capacità visiva in un occhio
solo: fondamentale anche in tal
caso è la diagnosi molto precoce,
per ripristinare con adeguate misure terapeutiche, di pertinenza
dell’oculista e dell’ortottista, la
funzionalità nell’occhio “pigro”.
Altro cardine del bilancio di salute
è l’individuazione della insorgenza
precoce (primissimi mesi di vita) di
potenziali problematiche di tipo
neuro-psichico: per esempio, un
campanello d’allarme per il pediatra sarà l’incapacità del bimbo di
4-6 mesi di manipolare gli oggetti, senza portarli alla bocca (prima
forma di conoscenza esplorativa!).
Analogamente, in caso di mancanza della acquisizione della posizione seduta (controllo assiale) del
bimbo entro i 9 mesi o di assenza
del cammino autonomo entro i
16-18 mesi, il Pediatra di famiglia
attiverà l’intervento di un Team
Multidisciplinare, costituito dal
neuropsichiatra infantile oltre che
da fisioterapisti, stimolando attivamente il piccolo paziente in difficoltà, allo scopo precipuo di offrire un supporto precoce rieducativo-riabilitativo.
Il Pediatra in occasione dei bilanci
di salute valuta anche la presenza
di criticità nella funzione genitoriale, ossia cerca di sviscerare la necessità di un supporto psicoterapeutico (utilissimo ad esempio per
la madre affetta da depressione del
post-partum) oppure socio-economico per i genitori del bambino.
Dai tre anni in su i bilanci di salute
prevedono anche una valutazione
delle competenze linguistiche del
bambino, così da intraprendere
velocemente un trattamento logopedico qualora emergesse un ritardo conclamato nella formulazione del linguaggio articolato.
Prevenire è meglio che curare
Fino a pochi decenni fa, quando
ancora non esisteva la pediatra di
famiglia,e quindi non c’era ancora
questa forma di “filtro” descritta,
resa possibile dai bilanci di salute, l’intervento sul disturbo dello
sviluppo psicomotorio era pressoché sempre molto tardivo, quando oramai il bimbo meno fortunato di altri aveva in parte perso le
proprie potenzialità di recupero,
che sono tanto maggiori, quanto
più è precoce l’età della diagnosi.
Il Pediatra valuta anche lo sviluppo
comunicativo-relazionale del bambino, in particolare nel bilancio di
salute del 24° mese, in cui deve
compilare un questionario specifico (CHAT=Check List for Autism in
Toddlers-Tab. 2) volto alla individuazione di problematiche comportamentali del bambino, compatibili con una evoluzione verso
una forma di Autismo, più o meno
conclamato. Anche in questo caso
è fondamentale la presa in carico
immediata da parte del servizio di
Neuropsichiatria, su comunicazione diretta del sospetto diagnostico da parte del Pediatra: l’intervento riabilitativo, se iniziato appunto intorno al 2°-3° anno di
vita, porta ad un notevole miglioramento delle competenze comunicative del bimbo, altrimenti destinato ad una diagnosi tardiva (di
regola sui 7-9 anni).
Nella valutazione del ragazzino
pre- o adolescente (bilancio 12°
anno) assumono poi un ruolo rilevante i dismorfismi della colonna
vertebrale (scoliosi), le carie dentarie e la promozione di una dieta
sana e corretta, adeguata ai fabbisogno nutrizionali particolari
della fase di rapida crescita puberale. Con una serie di domande, il
Pediatra controlla innanzitutto se
il peso del ragazzo/a ha subito
variazioni repentine (in aumento o
in calo, entrambi disturbi del
comportamento alimentare), dopodiché provvede a consigliare
uno stile di vita ottimale, possibilmente condiviso da tutta la famiglia, impostato su di una dieta
Conoscere per prevenire
adeguata alla fase di crescita e
sull’incentivazione del movimento
quotidiano (spostamenti a piedi o
in bici, oltre agli allenamenti
sportivi). E’ inconfutabile che durante l’anno scolastico i bambini
dai 6 anni in su passano purtroppo molte ore seduti a scuola, oppure davanti alla televisione o al
computer, creando così i presupposti futuri per una obesità e per
tutte le malattie metaboliche e
cardio-vascolari ad essa correlate.
In occasione poi di tutti i bilanci
di salute, il pediatra si rivolge ai
genitori affrontando le tematiche
più rilevanti di promozione della
salute, intesa come prevenzione a
360 gradi: raccomanda le vaccinazioni contro le malattie infettive
gravi e invalidanti (ad esempio
meningiti, pertosse, polio, epatite, morbillo); suggerisce la somministrazione di Vitamina D contro il rachitismo, e non solo (allergopatie); illustra i cardini di una
dieta alimentare adeguata e corretta per ogni periodo dell’infanzia; incentiva l’uso dei sistemi di
sicurezza per il trasporto corretto
dei bambini in auto, al fine di
prevenire le sequele invalidanti
degli incidenti stradali; incentiva
l’assunzione del fluoro per la prevenzione della carie dentaria, associandolo ad una corretta igiene
orale; espone i rischi principali di
patologie correlate agli incidenti
domestici (ustioni, traumi).
15
VACANZE ESTIVE
Le
un’occasione per
rilanciare il rapporto
padri separati-figli
Federico Bianchi di Castelbianco
Psicoterapeuta dell’età evolutiva
Direttore dell’Istituto di Ortofonologia
di Roma (IdO)
O
rmai In Italia quasi un bambino su due non ha più la
mamma e il papà sotto lo
stesso tetto, basti pensare che nel
2011 ci sono state 311 separazioni e 182 divorzi ogni 1.000 matrimoni. Un trend in continuo aumento secondo gli ultimi dati Istat.
Eppure tutti i minori hanno il diritto di trascorrere del tempo singolarmente con i genitori, soprattutto se vivono una situazione di separazione coniugale, per poterli
conoscere e farsi conoscere. Spesso invece gli adulti si dimenticano
dei figli e nelle separazioni finiscono per parlare e sfogarsi solo con
altri adulti (avvocati, parenti, amici,
altri separati), senza spiegare nulla
ai loro bambini. Così a rimanere in
silenzio sono proprio i piccoli, tenuti all’oscuro di tutto per evitare
che parlino e raccontino in giro.
Da qui nasce un’esplosione di sentimenti che va dall’amore all’odio,
dalla vendetta ai rancori e alle passioni e che poi si trasformano nei
figli in malesseri psicosomatici
e nella distruzione dei ricordi.
Cosa non devono fare i
genitori separati con i figli?
Sfogarsi con loro; litigare, piangere o ridere con ironia; interrogatori sul nuovo compagno del-
16
l’altro genitore; avere rapporti
ambigui davanti ai figli, oppure
lamentarsi del peso dei figli; offendersi del rapporto del figlio
con il nuovo compagno; presentare un compagno nuovo se non
è certo e dopo almeno un anno;
fare richiesta di comportamenti
complici a danno dell’ex coniuge;
coinvolgere nel giudizio i figli o
approfittare del senso di colpa
dei figli per stringere alleanze.
Cosa devono invece fare?
Non lasciarli soli; non pensare
che non capiscano; comunicare la
notizia congiuntamente; parlare
con i figli; continuare a vivere le
loro cose e i loro spazi e ambienti;
nella nuova casa devono esserci
anche i vecchi oggetti; non dividere i fratelli ma farli stare uniti; magari coccolarli prendendo loro anche un animale domestico e, infine, rispettare l’ex coniuge evitando commenti e frecciatine inutili.
Per questo motivo, nei casi di separazione e/o divorzio dove i figli
sono affidati alle madri, è necessario che i papà si rimbocchino le
maniche e si impegnino a trovare
con i loro figli degli spazi di giocosità e di confronto. Quale migliore
momento da sfruttare se non le
lunghe vacanze estive. L’estate è
davvero un’ottima occasione di rilancio dei rapporti genitori-figli.
Di seguito un piccolo aiuto per i
papà, ”Il decalogo delle vacanze
estive”, per facilitare la relazione e
la condivisione nelle ferie con i figli.
Investire in salute
1.
Non parlare di scuola
durante le vacanze
2 . Non parlare male della
madre
3 . Un pasto al giorno insieme da soli (preferibile la sera)
4 . Pochi punti educativi
inamovibili
5 . Lavarsi e vestirsi in
modo autonomo
6 . Essere tolleranti ma
non vittime dei figli
7 . Fare insieme il riposo
pomeridiano
8 . Aiutare l’addormentamento
9 . Due ore di attività in
comune (gioco, spiaggia o altro)
10. Mantenere le due ore
di attività in comune
anche in inverno (a
settimana)
Queste 10 regole servono per facilitare “una vacanza con i figli”,
in cui è possibile dedicare loro
del tempo, promuovere attività
tarate sui loro desideri ma che siano anche l’occasione per trovare
degli spazi di complicità e di confronto. I genitori, anche se separati, devono poter realizzare un
proprio rapporto con il figlio sul
quale si baserà l’aspetto educativo oggi e una relazione domani.
I DISTURBI DEL SONNO NELLA PRIMA INFANZIA
Il genitore come “guardiano del sonno”
Cristiana De Ranieri
Psicologo e psicoterapeuta,
UOSD di Psicologia Clinica,
Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, Roma
L
e difficoltà del sonno dei
bambini, (fatica di addormentarsi, risvegli frequenti,
difficoltà a riaddormentarsi),
possono essere annoverati fra i
normali eventi della crescita.
Nella prima infanzia il ritmo e la
qualità del sonno possono variare ma non sempre sono la conseguenza di un problema, disagio o malessere.
Divenire più consapevole di se
stesso come separato dai genitori, della relazione fra di loro
dalla quale può sentirsi escluso,
può provocare nel bambino stati
di ansia che ostacolano l’abbandonarsi e perdere il controllo
della situazione, due “ingredienti” necessari per un buon sonno.
L’esperienza della
separazione
E’ una variabile che può interferire in modo significativo nel
rapporto del bambino con il
sonno, così come interferisce
con altri aspetti del suo cammino verso l’autonomia.
Sappiamo dagli studi sull’attaccamento come il bambino possa
tollerare di separarsi se possiede
delle certezze nella relazione
con le figure di riferimento primarie (se ha, cioè, un “attaccamento sicuro”). Un bambino sicuro si allontana dal genitore,
esplora l’ambiente e poi fa ritorno alla sua “base sicura”.
Anche il sonno è
un distacco, una
esplorazione per la
quale il bambino deve
essere equipaggiato.
Con buona probabilità,
dunque, un bimbo che
durante il giorno ha potuto
“fare il pieno” di relazione con i
propri genitori, potrà più facilmente lasciarsi andare al sonno.
A volte il genitore può tornare
tardi dal lavoro e il reciproco
desiderio di stare insieme si
concentra nell’esiguo tempo serale, con il risultato di eccitare il
bambino invece di accompagnarlo gradualmente verso il
sonno.
Del resto i ritmi di vita della maggior parte delle famiglie prevedono spesso che i membri si incontrino la sera, dopo una lunga separazione, e che in poche ore si
accavallino esigenze personali ed
incombenze domestiche, rendendo le ore serali faticose e concentrate e non sufficienti per il bisogno di vicinanza del bambino.
Accompagnare il bambino
verso la notte
Il concetto di “accompagnamento” rientra nella generale
funzione regolatoria che dovrebbero avere i genitori.
Fino a quando un bambino non
acquisisce la capacità di autoregolare le proprie funzioni di
base, di dosare le proprie energie, il proprio comportamento,
il genitore (o un altro adulto accudente ed affidabile quale un
nonno, una tata) ha un ruolo
fondamentale nell’aiutarlo ad interpretare i messaggi che il proprio corpo gli invia ed a trovare
delle risposte adeguate.
La funzione di regolazione si
estende anche alla vita emotiva,
mentale e comportamentale del
figlio.
18
Conoscere per prevenire
Esistono comunque
delle fasi o degli eventi
che possono influenzare
il sonno del bambino
Ad esempio:
le separazioni fisiologiche del
primo anno di vita (lo svezzamento, il rientro della mamma
al lavoro);
l’aumento delle esperienze che
il bambino, più avanti, inizia a
fare nel corso della giornata
(sonni agitati perché rivive le
emozioni del giorno appena
trascorso, difficoltà ad addormentarsi perché troppo eccitato da una esperienza);
la progressiva maturazione della sua vita fantastica (i cattivi
delle fiabe ascoltate, gli eroi
del cartone visto, del gioco inscenato) e della sua capacità
di pensiero (ansia per la propria aggressività e per le conseguenze delle sue azioni cattive, le paure).
•
•
•
Cosa possono fare i genitori?
Ma i genitori sono i guardiani
del sonno dei loro figli, come afferma Dilys Daws, psicoterapeuta
inglese che da anni si occupa dei
problemi del sonno nella prima
infanzia, e devono quindi aiutare i
bambini a superare questi momenti? Come?
• Fornire un confine e dare
una regolarità alle abitudini
rispetto al sonno aiuta il
bambino a sentirsi contenuto e dà continuità alle sue
esperienze (del giorno come
della notte).
• E’ importante infatti far sentire il momento di andare a
dormire come parte integrante della vita, come un
momento piacevole e rilassante. Non è consigliabile
utilizzarlo come punizione!
Pensiamo sempre che quello dalla
veglia al sonno è comunque un
passaggio, un cambiamento di
stato, e come tutti i passaggi può
avere bisogno dei suoi riti:
• Alcuni bambini portano a
letto dei giocattoli, oppure
altri oggetti significativi
che danno sicurezza nel
momento di lasciarsi andare e perdere il controllo
della situazione (Winnicot
li ha definiti oggetti transazionali, in quanto rappresentano un ponte fra
sé ed i genitori).
• La stessa funzione può essere svolta anche dai rituali
che spesso accompagnano
il momento di andare a letto: la fiaba, la ninna nanna, ma anche il bicchiere
d’acqua, il bacino della
buona notte e le rassicurazioni, a volte ripetitive, che
i bambini richiedono.
Qualora però una difficoltà nella
sfera dell’addormentamento e
del sonno dovesse permanere a
Conoscere per prevenire
lungo nel tempo o assumere dimensioni incontrollabili, tanto
da ostacolare il sereno svolgersi
della vita del bambino e della
famiglia, o anche soltanto se i
genitori dovessero sentirsi stanchi, confusi e senza risorse, potrà essere utile consultare uno
psicologo dell’età evolutiva. La
possibilità di riflettere, aiutati
da un esperto, nella maggior
parte dei casi permette ai genitori di allentare le tensioni in
campo e di ricostruire quel clima sereno necessario
per un “buon
sonno” del
bambino.
E per chi volesse approfondire: Lyliane Nemet-Pier
“Io, di notte,
non faccio la
nanna”, Edizioni Magi.
19
La realtà anatomica della
bambina
Piercarlo Salari
Pediatra Consultorio, Milano
L
’igiene intima merita grande
attenzione e non deve essere
intesa soltanto come pulizia
bensì come cura della persona e
soprattutto prevenzione. Ecco
perché essa deve essere opportunamente insegnata dai genitori ai
figli, con l’obiettivo di responsabilizzarli già a partire dai primi
anni di vita. Maggiore accuratezza si impone poi nella stagione
estiva, in quanto l’aumento della
temperatura ambientale favorisce
la proliferazione dei microrganismi, e in contesti particolari, quali
il contatto con la sabbia, al mare,
la pratica di attività ludiche o
sportive e la necessità di impiego
di terapie specifiche (per esempio
cortisoniche) che possono predisporre l’organismo - e di conseguenza anche la pelle - a una
maggiore vulnerabilità nei confronti di agenti infettivi. In questa
prima parte parleremo dell’igiene
intima nella bambina.
20
La bambina prepubere è notoriamente più esposta a fenomeni
irritativi e infettivi a livello genitale a fronte di due principali fattori: la sua conformazione anatomica e la mancanza di efficaci sistemi protettivi.
Per quanto riguarda il primo, la
vicinanza della vagina al retto favorisce la possibilità di “contaminazione” dei genitali esterni da
parte di batteri di provenienza intestinale, che talvolta possono
dare luogo a infezione delle vie
urinarie (cistite).
Fino alla pubertà, poi, in mancanza dello stimolo da parte degli
ormoni estrogeni, la mucosa vaginale è più sottile ed esposta a un
valore di pH più alto rispetto a
quello francamente acido osservato a partire dall’adolescenza.
I problemi più frequenti
Nell’infanzia il problema ginecologico femminile più comune è
rappresentato dall’irritazione vulvovaginale (vulvovaginite), il cui
sintomo principale è costituito
dalla presenza di secrezione vaginale associata a prurito, arrossamento locale e sensazione di dolore ad urinare, oltre alla necessi-
Le pagine rosa
tà di urinare più spesso. La vulvovaginite è definita aspecifica se
dovuta a una scarsa igiene della
zona perineale, specifica se invece
legata alla presenza di germi specifici. Ci sono inoltre forme di origine non infettiva, dovute a cause
irritative o allergiche. Queste possono essere dovute a detergenti
non idonei, a coloranti e a fibre
sintetiche.
Come scegliere il detergente
intimo
Un buon detergente deve rispettare il pH fisiologico e la flora
batterica naturalmente presente
in vagina. Il pH cambia al variare
dell’età: ha valori compresi fra
3,5 e 4,5 durante la pubertà e
l’età fertile, mentre è più elevato
in menopausa, superando 4,5, e
nell’infanzia, in cui è pari a 5. E’
bene quindi usare un preparato
con pH simile a quello vaginale:
acido durante la pubertà, meno
acido durante la prima infanzia e
il periodo prepuberale. Quindi
così come è sbagliato usare il normale bagnoschiuma, allo stesso
modo non è corretto usare per la
bambina un prodotto indicato
per la donna. Il detergente, inoltre, non deve contenere né tensioattivi aggressivi, né tantomeno
profumi che possono favorire reazioni allergiche. Infine è opportuno scegliere un prodotto specificamente studiato e testato, chiedendo consiglio al proprio pediatra o al farmacista di fiducia.
Il latte dopo il primo anno
Claudio Maffeis
Dipartimento di Scienze della Vita e della
Riproduzione dell’Università di Verona
I
l latte è l’alimento base nella
nutrizione del bambino nel
primo anno di vita e mantiene
la sua rilevanza anche successivamente. L’importanza della presenza del latte nell’alimentazione,
non solo del bambino, è data dal
fatto che il latte è l’alimento liquido più ricco di componenti nutrizionali di cui possiamo disporre.
Questa caratteristica è estremamente importante perché consente di utilizzare il latte, alimento
generalmente molto gradito dal
bambino, quale “equilibratore”
nella composizione della sua dieta: contribuendo a limitare carenze ed eccessi, favorisce il mantenimento degli apporti complessivi
nei limiti delle raccomandazioni.
Dopo l’anno di vita, qualora l’allattamento al seno non sia possibile, può essere dato al bimbo il
latte di mucca. Non dimentichiamo però che il latte vaccino ha
composizione ben diversa da
quella del latte materno, come
possiamo vedere in tabella.
In particolare il latte di mucca ha
circa il triplo di proteine, soprattutto caseina, la metà di ferro e
per altro in una forma meno disponibile per l’organismo e meno
vitamina D. Queste tre caratteristiche suggeriscono l’utilità di disporre di un latte con composizione modificata, che renda il
contenuto proteico, in ferro e in
vitamina D meno sfavorevole.
Le evidenze della ricerca scientifica sostengono l’utilità di perseguire alcuni obiettivi nutrizionali
nell’infanzia che consentano di ridurre al massimo il rischio della
comparsa di problemi metabolici
e più in generale di salute nelle
età successive: alimentarsi al meglio sia dai primi anni di vita è infatti un buon investimento per un
futuro più sano.
22
Proteine
La quantità di proteine proposta
dai Livelli di Assunzione Raccomandata di Nutrienti (LARN) nell’età
compresa tra i 12 ed i 36 mesi è di
1 g/kg di peso al giorno. Questa
raccomandazione si basa sull’evidenza che elevati apporti di proteine nel primo e nel secondo anno di
vita sono stati associati ad un maggior rischio di sovrappeso ed obesità
nelle età successive. Come è ben
noto, l’obesità è il problema metabolico di gran lunga più importante in
tutti i paesi industrializzati e sta drammaticamente emergendo anche in quelli in via di industrializzazione. L’eccesso
di grasso corporeo si associa anche da
bambini a possibili complicanze
quali il fegato grasso (steatosi),
l’ipertensione arteriosa, la dislipidemia (soprattutto elevati
livelli di trigliceridi e ridotti livelli di HDL-colesterolo noto anche come colesterolo buono) e l’intolleranza
al glucosio.
Tuttavia, seguire le raccomandazioni LARN
non è cosa facile. Infatti, considerando
che molti alimenti
comunemente consumati dal bambino
LATTE MATERNO E LATTE VACCINO (100 GRAMMI)
COMPONENTI
Proteine (g)
• sieroproteine
• α -lattoalbumina
• β -lattoglobulina
• lattotransferrina
• immunoglobuline
• caseina
Carboidrati (g)
• lattosio
• oligosaccaridi
Lipidi (g)
• acidi grassi saturi
• acidi grassi insaturi
Energia (kcal)
Vitamina D (μg)
Ferro (μg)
Investire in salute
LATTE UMANO
1,2
0,72
0,35
0
0,10-0,15
0,10-0,15
0,48
7
6
1
3,5
45%
55%
65
0,031
50-100
LATTE VACCINO
3,3
0,6
0,15-0,18
0,37
0,02-0,05
0,05
2,9
4
4
tracce
3,5
75%
25%
67-68
0,020
20-50
anno di vita: CHE FARE?
dopo l’anno contengono proteine (cereali, carne, pesce, uovo,
legumi, formaggio, ecc.), il semplice consumo di 250 ml di latte
di mucca a colazione comporta
l’apporto di 8,25 g di proteine,
cioè più del 60% dell’apporto
raccomandato. Va da se che l’apporto proteico con i pasti successivi comporta inevitabilmente
il superamento della soglia consigliata per le proteine.
Ferro
Il ferro svolge un ruolo determinante come componente dell’emoglobina e quindi per la corretta costituzione e funzionalità
del globulo rosso, è coinvolto
in tanti processi metabolici
cellulari ed è importante per
il normale sviluppo delle
capacità cognitive. L’apporto di ferro con la dieta è assai spesso carente proprio per lo scarso contenuto di ferro
nella gran parte degli alimenti. Tra l’altro, dando più carne al bambino nel
tentativo di fornire
più ferro, lo espo-
niamo ad un elevato apporto di
proteine, che come abbiamo visto, non è consigliabile. Di conseguenza l’utilità di fornire fonti di
assunzione di ferro attraverso alimenti supplementati in questo
minerale.
Vitamina D
Il ruolo della vitamina D è stato
recentemente molto rivalutato.
E’ una vitamina che ha un’azione
ormonale con effetti importanti
non solamente sullo sviluppo ed il
mantenimento delle ossa ma anche sul sistema immunitario ed il
metabolismo. Avere livelli adeguati di vitamina D è quindi assai
importante per l’organismo in
crescita, esposto alla maturazione
del suo sistema di difesa e delle
“vie” metaboliche. I bambini
come gli adulti che vivono in Italia
hanno per la gran parte livelli circolanti di vitamina D ridotti se
non addirittura carenti. Causa di
questo è soprattutto il cambiamento dello stile di vita che comporta anche per i piccoli una assai
modesta esposizione alla luce solare, così determinante per la sintesi della vitamina D. Basterebbero 15-20 minuti di esposizione al
giorno per almeno 4 giorni la settimana per una sufficiente sintesi
di vitamina D (Fig.). Di qui la necessità di sopperire alla carenza
di sintesi attraverso l’assunzione
di vitamina D con gli alimenti. Tenendo in conto queste considerazioni, i LARN suggeriscono un
fabbisogno di 15 μg al giorno dai
12 ai 36 mesi. Gli alimenti che
contengono vitamina D in quantità più elevata sono il pesce e l’uovo (tuorlo). Tuttavia, per rispettare le raccomandazioni, il piccolo
dovrebbe assumere 2-300 g di
pesce al giorno, obiettivo ben difficilmente realizzabile e che, se
perseguito, contribuirebbe anch’esso ad un eccessivo apporto
di proteine. Di qui l’utilità di una
supplementazione.
In conclusione
In mancanza del latte materno dopo l’anno di età del bambino, una possibile risposta all’esigenza di seguire le raccomandazioni nutrizionali (LARN), riducendo così il rischio di esporre il
piccolo ad un eccesso di proteine e a carenza di ferro e vitamina
D, è utilizzare un latte che contenga una minore quantità di
proteine insieme ad una maggiore quantità di ferro e vitamina D
rispetto al latte di mucca, quale
il latte crescita. Tra l’altro, il regolare consumo di latte crescita
consentirebbe di evitare la supplementazione di vitamina D in
gocce, pratica spesso trascurata.
La vitamina D viene sintetizzata direttamente dalla pelle attraverso
l’esposizione ai raggi ultravioletti. Un’ulteriore quota di vitamina D contenuta
nel cibo viene assorbita dall’intestino.
Tuttavia, la vitamina D ottenuta dall'esposizione solare o attraverso la dieta è presente in una forma non attiva e
deve essere trasformata nella forma
attiva, ciò avviene nel fegato e nel rene.
Investire in salute
23
Gabriele Bronzetti
U.O. di Cardiologia-Cardiochirurgia Pediatrica,
Ospedale S.Orsola-Malpighi, Bologna
U
n altro ragazzo è morto improvvisamente a
scuola. E’ stata la volta di Saad Hana quattordici anni, testa riccia e il cuore sulle spalle.
Un’altra morte che devasta i compagni, la comunità di
Vergato, la Regione, l’opinione pubblica, la società. Il
solito elenco insomma, come un necrologio che finisce
con “...i parenti tutti” mai visti. Entità distratte, a parte
i coetanei testimoni. Ma siamo davvero noi questa società che rimuove la morte prima ancora di prevenirla
come potrebbe? Si sa che oramai è vietato morire. Tutti
prendono sul serio la moderna pedagogia: guarda ma
non toccare, tocca, ma non gustare, respira ma non vivere, sopravvivi ma non morire... Filosofi e baristi (espertissimi di società liquida) sostengono che la morte sia la
vera oscenità del terzo millennio non avendo trovato, al
pari del sesso, trionfo e sublimazione nei social
network. Ingrassiamo di paradossi, se siamo assuefatti
ai caduti artificiali della guerra e del sabato sera e ci
stupiamo delle morti naturali.
Si morirà sempre. E’ naturale e necessario. Senza la
Morte sei o sette miliardi di trogloditi sarebbero ancora
sul pianeta a morire di noia, privando d’aria, evoluzione
e bellezza la loro seminale ennesima potenza, noi compresi. Se davvero siamo scandalizzati dalla Morte, allora
dobbiamo renderle la vita difficile. Non può essere
scandaloso il morire, ma il modo in cui si muore. Sui
campi da gioco e a scuola, dove la meglio gioventù può
soccombere senza tanti preavvisi bisogna essere informati e pronti. Piermario Morosini aveva un cuore imperfetto e un elettrocardiogramma perfetto; un soccorso
imperfetto non l’ha salvato. Il suo involontario sacrificio
salverà un sacco di vite perché abbiamo capito cosa non
si deve fare quando un giovane si accascia, anche se dovevamo già saperlo. Le situazioni in cui il cuore si può
fermare possono essere riconosciute sin dalla vita fetale
ma talora arrivano all’evento fatale senza avvisaglie,
come è successo per Morosini. In quel caso esistono già
strumenti adatti: i defibrillatori, la catena del 118, terapie intensive. Non è finita. Se va male, l’autopsia spinta
fino all’analisi molecolare, riscontrando l’anomalia genetica alla base del problema consentirà di mettere al ri-
24
paro i parenti a rischio. Ogni anno in Italia accadono
60.000 arresti cardiaci, 100 durante sport. Tutti i passi
diagnostici - dall’esame fetale all’autopsia molecolare costano soldi e possono sbagliare. La prevenzione passa
anche per l’uso sapiente di esami strumentali semplici
come l’elettrocardiogramma e delle conseguenti certificazioni di idoneità sportiva. Questo ultimo è argomento
in perenne travaglio legislativo, controverso e nebuloso,
se è vero che anche tra gli addetti ai lavori pochi sanno
esattamente cosa devono fare un bambino che vuol giocare a calcio e sua sorella aspirante ballerina. A parte i
costi, c’è chi teme le restrizioni indebite che potrebbero
derivare da esami falsamente positivi; cioè diagnosi sospettate - pur in assenza di sintomi - da test troppo sensibili, che vedono una malattia anche quando non c’è. E’
un rischio che contribuirebbe a svuotare ancora di più i
parchi cittadini ormai calcati solo da allenatissime donne
dell’est che spingono vecchi al tramonto. Ai genitori confusi a volte dobbiamo rispondere che fino a quando non
ci saranno leggi chiare ed esami accessibili per tutti, una
visita con elettrocardiogramma non guasta, e costa meno
delle scarpe coi tacchetti di Ronaldo che tra un anno non
andranno più bene. Nel frattempo è indispensabile la diffusione e l’uso appropriato dei defibrillatori, macchine
che costano come due smartphone. La legge Balduzzi
pubblicata nell’agosto 2013 impone alle società sportive dilettantistiche la dotazione di defibrillatore entro 30
mesi; ad oggi forse il 10% delle società si è adeguata.
Bisogna fare di più e pensare anche alla diffusione dei
defibrillatori nelle scuole, almeno a partire dalle medie.
Prevenire la morte è difficile, più che prevenire la vita. La
scuola insegna la vita compresa la sua prevenzione, nelle ore di educazione sessuale; è il luogo dove i ragazzi
passano la maggior parte del tempo e può accadere di
tutto. E’ il posto giusto per apprendere la cultura del
primo soccorso. Dicono che la società sia liquida, ma
è anche elettrica. Il verbo dei nostri tempi è scaricare
e i Nativi Digitali maneggiano diavolerie anche più
complesse di un defibrillatore. Ci sono esperienze già
avviate con successo: si sa di ragazzini che hanno
soccorso bidelli, professori, e anche coetanei. I ragazzi devono far parte di una rete vitale e non virtuale,
spingendo quelle veloci dieci dita non su tastiere, ma
su pulsanti magici e petti temporaneamente non pulsanti. Un’applicazione che non si scarica da Internet,
ma scarica per ridare la vita.
La bussola
L
a Campagna nazionale di educazione nutrizionale dei pediatri italiani “Mangiar bene conviene”, avviata a Palermo, si sta estendendo sul territorio nazionale e ha già coinvolto 1.500 bambini nelle
città di Milano, Verona e Palermo. Al lavoro i bambini
dell’Istituto comprensivo “T. Ciresola” di Milano, “F. Gresner” di Verona e “Montegrappa-Sanzio” di Palermo.
Il bilancio è più che positivo non soltanto per la numerosità delle adesioni ma anche per l’entusiasmo
dimostrato dagli insegnanti e dai genitori per le proposte formative. Nelle classi, infatti, sono state promosse delle realizzazioni grafiche e dei lavori di gruppo ispirati al Ristorante arcobaleno e alle relative filastrocche: uno spunto pratico, per esempio, è stata
l’opportunità di far conoscere ai bambini in maniera
giocosa il nome degli alimenti associandone la corrispettiva terminologia in lingua inglese. I genitori hanno invece dimostrato particolare interesse per il laboratorio del gusto e attesa per le proposte dello chef
Natale Giunta ma hanno anche approfittato degli incontri per riportare proprie esperienze di vita, tra cui
le quotidiane difficoltà nel far accettare ai propri figli
un’alimentazione variata, e soprattutto per sottoporre domande e richieste di consigli. Protagonisti indiscussi restano però i bambini, che fungono spesso da
veicolo di informazioni e da stimolo ai propri genitori:
per loro è giusto che l’alimentazione non sia un capriccio né tantomeno un optional, ma diventi un importante valore da condividere a scuola e a casa. Un
valore che si traduce in un corretto stile di vita ma
anche nella conoscenza e nel rispetto dell’ambiente,
come pure in un’opportunità irripetibile di sperimentare nuovi sapori e di accostarsi a quel patrimonio di
cultura e tradizioni che rendono unico il nostro Paese.
Grande successo quindi per il Network GPS (Genitori, Pediatra, Scuola) che concretamente sta dimostrando quanto si possa produrre in termini di guadagno
in salute, scendendo in campo uniti con azioni semplici e consigli pratici. E questo è solo l’inizio.
LA STIPSI
una causa frequente
di disagio nel lattante
Piercarlo Salari
Pediatra Consultorio, Milano
N
elle prime epoche di vita in
quasi un bambino su tre
possono presentarsi vari disturbi digestivi, il più delle volte
attribuiti a una transitoria e fisiologica immaturità dell’apparato
gastrointestinale. Tra essi la stipsi, che interessa mediamente circa l’8% dei lattanti, è una condizione particolarmente avvertita
dalle mamme, che molte volte si
sentono colte alla sprovvista e
perciò disorientate.
Per definizione la stipsi è caratterizzata dalla riduzione della frequenza delle evacuazioni e dalla
difficoltà nell’emissione delle feci
per un intervallo di tempo in genere superiore alle due settimane. Ma oltre a destare ansia e
preoccupazione essa diventa
26
spesso molto fastidiosa, se si
considera che fino nel 40% dei
casi nei primi 6 mesi di vita dà
luogo a sintomi tali da alterare il
benessere dei piccoli. Distensione del colon, dolore, pianto, irritabilità sono le sue manifestazioni più comuni, senza poi dimenticare che essa può anche favorire o determinare l’insorgenza di
coliche addominali e ragadi, cioè
screpolature, talvolta sanguinanti
e dolorose, a livello anale.
Un disturbo che si automantiene
Nella stipsi si instaura un circolo vizioso: la riduzione del numero di scariche comporta un
maggior riassorbimento di acqua
dalle feci, che diventano di conseguenza più compatte e tendono
ad accumularsi: in questo modo
risulta ostacolato il normale tran-
Investire in salute
sito intestinale, subentra nel piccolo uno stato di disagio e la tensione a cui va incontro l’intestino
può evocare una sensazione di
dolore. Tutti questi fenomeni si
ripercuotono a loro volta sulla regolarità dei pasti del lattante, sul
suo ritmo sonno-veglia e perfino
sulla composizione della flora
batterica intestinale. In altre parole la stipsi non rimane un fenomeno isolato ma scatena una cascata di altri disturbi, che suscitano nei genitori perplessità e allarmismo e li portano a consultare il pediatra.
Va precisato che nel 90% dei casi
non è possibile identificare una
causa organica e cioè una vera e
propria malattia, per cui si parla
di “stipsi funzionale”. In ogni
caso si possono delineare tre
principali situazioni in cui è più
facile osservare la sua comparsa:
in occasione del passaggio dal
latte materno a quello formulato; per effetto legato alla formula in uso; infine, come si osserva
in altre circostanze, è correlata a
una condizione di stitichezza familiare. I genitori non devono
perciò temere nel sentirsi dire
dal pediatra che non c’è una
chiara ragione in grado di spiegare il disturbo.
Come si può affrontare
Altamente sconsigliabile, per
quanto ancora diffusa, è la pratica della stimolazione meccanica
dell’ano con la punta del termometro: tale operazione, oltre a
essere disturbante per il lattante,
promuove un riflesso condizionato al quale rischia di generare
una sorta di controproducente
dipendenza. Se il bambino cerca
di spingere, ma inutilmente, per
poi arrestarsi e cadere in preda a
un pianto di dolore, può essere
utile un microclistere evacuativo
al fine di liberare l’ampolla rettale. Questa soluzione è senza
dubbio efficace ma come provvedimento acuto: la vera questione
sta nel trovare una strategia possibilmente risolutiva. Poiché
l’utilizzo di
lassativi o altri farmaci
non è indicato, l’unica
prospettiva
che si delinea
per i bambini
non allattati
al seno è il ricorso a una formula specifica. La
ricerca si è attivamente impegnata su questo fronte e ha messo a
punto degli accorgimenti su alcuni specifici componenti. La
presenza di una quantità di lattosio superiore a quella della formula standard e alle capacità di
assorbimento di questo zucchero
a livello duodenale, per esempio,
comporta tre azioni vantaggiose:
favorisce i processi fermentativi e
lo sviluppo della flora batterica
nel colon, determina l’acidificazione delle feci - entrambi gli effetti stimolano la peristalsi inte-
stinale - e l’eccesso di lattosio
nel colon richiama acqua, per
cui si riduce la compattezza delle feci. Un altro dettaglio importante riguarda la qualità delle
proteine. La caseina contenuta
nella maggior parte delle formule per l’infanzia ha la proprietà
di coagulare (nel gergo tecnico
“flocculare“) nello stomaco,
ispessendo il contenuto gastrico
e rallentando di conseguenza il
transito intestinale. E’ stato
chiaramente dimostrato che i
lattanti alimentati con formule
più simili al latte materno, e
cioè a minor contenuto di caseina e maggior concentrazione di
proteine solubili, presentano
una minor frequenza di episodi
di stipsi.
Un ulteriore componente importante è il magnesio, un elemento
naturale che possiede notoriamente un effetto lassativo e induce la secrezione di un particolare
ormone, la colecistochinina
(CCK), che stimola a sua volta la
motilità intestinale. Infine anche
un aumento del rapporto calcio/
fosforo in una formula può essere
una prerogativa tale
da favorire
la formazione di
feci molli.
In conclusione si
può affermare che
la stipsi
del lattante alimentato artificialmente
può essere affrontata in maniera efficace con il semplice ricorso a un latte specifico che, nel
pieno rispetto dei fabbisogni
nutrizionali e senza effetti indesiderati o controindicazioni,
grazie a opportuni adattamenti
formulativi, è in grado di modificare la qualità delle feci e stimolare al tempo stesso la normale attività contrattile dell’intestino. Sarà compito del pediatra offrire i suggerimenti più
opportuni a ciascun caso, sulla
base delle sue caratteristiche
ed esigenze.
Investire in salute
COMPONENTI
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CONTRASTARE
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ST
IPSI
LA S
SI
STIPSI
Aumento del tenore in lattosio: comporta un incremento dei processi
fermentativi nel
colon, con riduzione del pH
intestinale sviluppo della flora batterica e
richiamo di acqua. Questi effetti si traducono in un aumento dell’attività contrattile dell’intestino e
nella formazione di feci più morbide.
La riduzione della caseina, a vantaggio delle sieroproteine (proteine solubili) riduce il naturale
processo di coagulazione a cui
essa va incontro
nello stomaco,
ispessendone il contenuto e rallentandone lo svuotamento.
L’aumento del contenuto in magnesio sfrutta la naturale azione lassativa di questo
elemento, che
promuove anche la liberazione della colecistochinina,
un ormone del
tubo digerente
che stimola la peristalsi.
L’aumento del rapporto calcio/fosforo può contrastare la formazione di
feci dure.
27
Come nasce una mamma
Uno spazio dedicato alla neomamma per
accompagnarla e aiutarla nel per
corso
percorso
di cr
escita del suo bambino
crescita
(responsabile di aumento di peso)
e riduzione delle difese immunitarie. A tutti questi effetti vanno poi
sommati i disagi vissuti dall’intero
nucleo familiare.
Quali sono le abitudini corrette da mettere in pratica?
Come riconoscere e affrontare i disturbi del sonno del
bambino?
Nella fascia 0-3 anni i disturbi
del sonno riguardano in media un
bambino su cinque e secondo alcune indagini pubblicate nella letteratura scientifica arrivano a interessarne anche uno su tre, mentre nella
fascia d’età successiva si riducono a
circa un bambino su sette.
I più esposti sembrano i primogeniti o i figli unici, quelli allattati al
seno e quelli che dormono nel lettone. Un dato importante, comunque, è che nella prima infanzia essi tendono a persistere nel
tempo: un’indagine condotta su
pediatri e genitori ha infatti dimostrato che, in assenza di intervento, un bambino con disturbi del
sonno a 12 mesi ha un’elevata
probabilità di continuare a manifestarli anche a 24 e 36 mesi. Si
tratta di un ampio ventaglio di
manifestazioni che vengono classificate in relazione alla durata del
riposo notturno (dissonnie) e al
comportamento (parasonnie).
Nelle dissonnie rientrano i risvegli
notturni, le difficoltà di addormentamento, la narcolessia e gli
episodi di apnea, mentre le parasonnie comprendono incubi, paure notturne, bruxismo, sonnambulismo e sonniloquio. E’ bene
sapere che il più delle volte (oltre
l’80%) le cause sono psico-comportamentali (per esempio organizzazione della giornata, abitudini familiari, stimoli a cui il bambino viene esposto) e soltanto in
una minoranza di casi sono di na-
28
tura organica (per esempio reflusso gastroesofageo, dermatite
atopica, asma, otite, infezione
delle vie aeree). Il sonno è un’esigenza fisiologica dell’organismo
età-dipendente e nel bambino è
di particolare importanza in
quanto proprio di notte si formano nuove connessioni nervose e
ha luogo la liberazione dell’ormone della crescita. Per questa ragione i genitori devono prestare
attenzione non soltanto alla sua
durata complessiva ma anche alla
sua qualità e non avere esitazione
a sottoporre al pediatra dubbi e
richieste. Ne parliamo con il dott.
Giuseppe Di Mauro, presidente
della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS).
Innanzitutto è importante mantenere il più possibile una regolarità dei ritmi giornalieri, in particolare per quanto riguarda l’orario
dei pasti, del risveglio e del momento di andare a letto. Nel contesto della cosiddetta “igiene del
sonno” è importante il comfort
ambientale (temperatura, umidità,
assenza di stimoli sonori e luminosi), stabilire nei più piccoli un “rituale della nanna” (per esempio il
bagnetto, il massaggio, la favola
Piccolo dizionario
del sonno
APNEA: assenza temporanea del respiro; nel sonno è spesso legata a ingrossamento delle tonsille.
Quali sono le possibili conseguenze dei disturbi del sonno?
BRUXISMO: digrignamento notturno
dei denti.
In generale un bambino che
dorme poco e male può risultare
di giorno sonnolento, fino a invertire il proprio ritmo sonno-veglia,
oppure, come si osserva il più
delle volte, agitato, irritabile e
perfino aggressivo. Se pensiamo
all’età scolare, sono inevitabili ripercussioni sulle capacità di attenzione, concentrazione e apprendimento e ricadute negative
non soltanto sul comportamento
ma anche sul rendimento e sul
tono dell’umore, in termini di ansia e perfino sintomi depressivi.
Sono state inoltre dimostrate correlazioni tra disturbi del sonno e
aumento della pressione arteriosa, maggior assunzione di cibo
DISSONNIE: alterazioni del sonno legate alla sua durata.
Come nasce una mamma
Rubrica
IGIENE DEL SONNO: insieme di comportamenti e abitudini che favoriscono un sonno notturno di buona qualità e durata.
INCUBI: sogni che si verificano di solito tardivamente nel sonno, impauriscono e destano il bambino, che in
genere li ricorda.
MELATONINA: sostanza ad attività similormonale prodotta dall’ipofisi e disponibile anche come preparato naturale che induce e mantiene il sonno.
NARCOLESSIA: manifestazione di “colpi di sonno” improvvisi e ricorrenti.
PAURE (O TERRORI) NOTTURNI: episodi
rapidi che si verificano per lo più nelle prime 4 ore di sonno e destano confusione e disorientamento nel bambino, che in genere non si sveglia del
tutto e non li ricorda.
Gli stadi del sonno
I due principali stadi del sonno sono
identificabili sin dai primi giorni di
vita: il sonno attivo o REM (movimenti
rapidi degli occhi: è la fase in cui si
sogna) e il sonno tranquillo o non-REM
(senza movimenti rapidi degli occhi e
senza sogni). I lattanti, i bambini e gli
adulti normali presentano un’alternanza di
periodi di sonno REM e non-REM più volte durante la notte. Nel primo anno di vita la maggior
parte dei lattanti a volte si sveglia normalmente nel corso della
notte ma non sempre questo fenomeno si accompagna a pianto. Nei primi 3-4 mesi si instaurano dei cicli sonno-veglia più
definiti e di notte tende a instaurarsi la maggior percentuale di
tempo di sonno.
PARASONNIE: alterazioni del comportamento durante il sonno.
RITMO SONNO-VEGLIA: ritmo fisiologico giornaliero di ciascun individuo
caratterizzato dall’alternanza delle
attività di sonno e di veglia.
SEROTONINA: neurotrasmettitore derivato dal triptofano che regola svariate funzioni, tra cui appetito, tono dell’umore e ritmo sonno-veglia.
SONNAMBULISMO: parasonnia caratterizzata dalla deambulazione nel
sonno (il bambino si alza dal letto e
può compiere qualche passo oppure recarsi in un’altra stanza).
SONNILOQUIO: episodi in cui il bambino pronuncia parole o frasi mentre
dorme.
SONNO: stato fisiologico con riduzione della reattività agli stimoli e dello
stato di coscienza.
TRIPTOFANO: aminoacido (componente delle proteine) coinvolto in numerose funzioni (apprendimento, attenzione, appetito, comportamento),
precursore della melatonina e della
serotonina.
VEGLIA: stato fisiologico caratterizzato da attenzione, consapevolezza di
sé e capacità di compiere azioni.
della buonanotte) e, in caso di necessità, intervenire in maniera graduale sulle abitudini del bambino,
in modo da consentirgli di adattarvisi. Il lattante andrebbe abituato
sin da subito a dormire nel proprio
lettino e a non addormentarsi in
braccio o con il biberon oppure
dopo essere stato sottoposto a stimoli. In sintesi possiamo dare questi consigli: insistere sulla ripetizione dei gesti e delle consuetudini
prima di andare a dormire; definire
precisi limiti temporali (durata) e
spaziali (lettino, cameretta, vicinanza di oggetti e giochi preferiti)
del sonno; rendere il momento
della nanna il più naturale e spontaneo possibile senza mai imporlo
come punizione; evitare di accorrere subito nel caso in cui il bambino
dovesse piangere; trasmettergli
sempre serenità e sicurezza e mai
ansia o senso di preoccupazione.
Cosa si può fare per un bambino che dorme poco o male?
Innanzitutto è indispensabile
creare le migliori condizioni comportamentali, psicologiche e ambientali. In secondo luogo è bene
evitare il ricorso a farmaci, preparati di erboristeria o rimedi non
specificamente studiati per i bambini, chiedendo sempre consiglio
al proprio pediatra che potrà suggerire caso per caso le soluzioni
più indicate. Alcune sostanze naturali, infatti, possono essere di aiuto
e sono reperibili singolarmente o
in associazioni precostituite, gradevoli e di facile somministrazione: offrono numerosi vantaggi, tra
cui la sicurezza, un’azione rapida,
prevedibile e limitata a poche ore,
l’assenza di dipendenza e del cosiddetto “effetto rimbalzo”, cioè
la ricomparsa del disturbo specifico o dell’insonnia alla prima sospensione. Tra i composti naturali
vanno segnalati: la melatonina,
utile a indurre e mantenere il sonno senza causare sedazione durante il giorno; il triptofano, precursore della melatonina e della
serotonina (mediatore delle cellule
nervose), efficace nelle parasonnie;
la vitamina B6, coadiuvante del
metabolismo energetico e del funzionamento del sistema nervoso;
la niacina (o vitamina PP), che contrasta stanchezza e affaticamento;
e infine estratti di erbe quali escolzia e passiflora, indicate per la
loro azione rilassante e ansiolitica.
Fabbisogno di sonno
in relazione all’età
Età
Neonato
Ore di sonno
16-18
6 mesi
14,5
12 mesi
13,5
2 anni
13
4 anni
11,5
7 anni
10,5
10-12 anni
Adolescente
Rubrica
Come nasce una mamma
9
8-9
29
secolo scorso anche proprietà
curative, non corrisponde più né
U.O. di Pediatria, Ospedale “S. Maria
all’idea che oggi abbiamo dello
del Carmine”, Rovereto (TN)
stato di salute, né allo stile di
vita ”sportivo” che oggi caratterizza le nostre vacanze ed anche
a montagna per i bambini
le uscite per il weekend. La monpuò essere un luogo ideale
tagna e la vacanza sono per i
di vacanza, specialmente
bambini la libertà, gli
d’estate. Non ci sono mete obbliampi spazi, il tempo
gate o solo centri alla moda. La
per giocare in compamontagna offre una
gnia, vivere la natura,
infinità di posti da
esplorare e conoscere
scoprire, dai piccoli
boschi, prati, sentieri e
villaggi ai centri più
ruscelli e per misurarsi
conosciuti ed ogni
talvolta con le piccole
famiglia può scedifficoltà che presenta
gliere il posto più
una natura non completamente
adatto alle proprie esigenze ed al
addomesticata. La vacanza in
tipo di vacanza che vuole fare.
montagna può
Scelta l’altitudiessere così una
ne adatta all’età
meta stimolante
del bambino e il
L’altitudine giusta
per il bambino,
luogo va detto
Per un bambino sano non ci atma anche per la
che non c’è una
tendiamo problemi o disturbi fino
vacanza ideale e
oltre i 2.000-2.500 metri di
che il modello
altezza, se la salita è sta“della passegta graduale ed è in buogiata in luoghi
na salute. Se però si vuoameni” a cui si
le salire oltre queste quoattribuivano, nel
Ermanno Baldo
L
te la raccomandazione
principale è quella di una
salita lenta per favorire
l’acclimatamento. Se il bambino
ha meno di due anni è sconsigliato comunque di salire oltre i
duemila metri, mentre tra i 2 e i 5
anni i bambini si possono raggiungere i 2.500 metri e tra i 5 e i
10 anni si possono programmare ascensioni fino ai 3.000.
30
Investire
Investire in
in salute
salute
Tanti benefici
anche per la mente
A livello metaforico, la montagna, rappresenta la meta, il punto
di arrivo, l’idea di farcela, spingendosi verso l’alto. La montagna offre così nell’immaginario un’alternativa al mondo “tecnologico” e frenetico.
Con il suo silenzio e le
occasioni di aggregazione si pone come
occasione per coltivare un benessere legato al mondo della
natura ed allontanarsi dalla “sovrastimolazione” quotidiana per riscoprire la bellezza della natura e
il piacere di stare insieme agli altri. (Laura Franceschini, Psicologa,
U.O. di Pediatria - Rovereto, TN).
sua famiglia, un luogo senza eccessi ambientali, dove trovare un
clima più fresco ed asciutto e in
generale più mite in estate. Ogni
Valle è diversa, lungo ogni sentiero, anche vicino a casa, si pro-
MUSE, il museo
delle Scienze
di Trento
gnare ai bambipongono panoni ad osservare
rami nuovi o aned apprezzare
goli di bosco da
Per i bambini e la famiglia è un
ogni singola
esplorare. Ogni
posto magico, dove sono possicosa, a scoprire
paese, per
bili tante attività interattive e di
la marmotta,
quanto picscoperta. Il perche sta diritta,
colo, diventa
corso espositivo
di guardia, su
così luogo di
del Muse usa la
una montagnola
incontri, di
metafora della
che domina il
conoscenze
montagna per
prato, lassù
e di piccole
raccontare la
dove finisce il
scoperte ed
vita sulla Terra. Si
bosco, è una
attrazioni irresicomincia dalla cima: terrazza e
delle soddisfastibili per i
quarto piano ci fanno incontrare
zioni più grandi
bambini, come
sole e ghiaccio, poi si scende ad
per chi riesce a
la fontana fra le
approfondire le tematiche delle
portare i bamcase ed il rumobiodiversità, della sostenibilità,
bini in altura.
re del torrente
dell'evoluzione fino al piano interE’ bene docuche attraversa
rato e alla meraviglia della serra
mentarsi prima
l’abitato.
tropicale. Il sistema MUSE è ansu ogni itineraI corsi d’acqua
che un network diffuso di musei
rio, sui sentieri
impetuosi e i lae sedi territoriali a livello provindi cui va conoghi, come i senciale e non solo. (Per saperne di
sciuta la diffitieri impervi
più www.muse.it).
coltà ed il dislipossono ovviavello da superamente diventare
re. Poi durante l’escursione si racanche un pericolo per i bambini,
comanda di far bere i bambini a
che per questo vanno seguiti con
volontà, abituandoli a portare una
attenzione ed istruiti sui pericoli.
borraccia nello zainetto, che deve
Se la montagna è natura, i suoi
essere adeguato all’età e mai
centri abitati sono anche storia,
troppo pesante. Bisogna ricordachiese, castelli, musei, con mille
re anche di procose da visitare, letteggere la pelle
ture e racconti, gite
dal sole con crein bicicletta e anche
me ad alta propasseggiate fra i bortezione, sopratghi e i sentieri, occatutto al viso e
sioni per salire talvolsulle parti scota più in alto, quanperte, utilizzando la curiosità, la
do anche un
condizione fisica ed il meteo lo
cappellino e occhiali da sole per
permettono. La montagna chiede
evitare scottature ed irritazioni
poi rispetto, consapevolezza e
agli occhi. Non è invece necessaconoscenza delle difficoltà. Inse-
Per i più grandi l’arrampicata sportiva
L’arrampicata sportiva è un’attività sportivo-ricreativa che può svolgere
un’importante funzione di crescita nel bambino e nell’adolescente attraverso: l’educazione degli schemi
motori e posturali perché si tratta di uno sport che coinvolge molti gruppi muscolari; l’educazione delle capacità coordinative e della mobilità articolare, sviluppando una maggiore padronanza del proprio corpo;
la promozione e/o aumento dell’autostima, controllo
della paura e infine il miglioramento delle dinamiche
di gruppo. Questa attività offre l’occasione di far praticare a bambini e
adolescenti uno sport in tutta sicurezza, assistiti ed aiutati in ogni momento da una Guida Alpina ma anche da un medico che ben conosce
gli aspetti di fisiologia del movimento, i giusti carichi da proporre e gli
equilibri psico-attitudinali. (Antonio Prestini, Medico e Guida Alpina).
Investire
Investire in
in salute
salute
rio utilizzare per i bambini un abbigliamento tecnico da alpinismo,
piuttosto è bene vestirli “a cipolla“, con più strati per avere una
adeguata protezione termica. Indumenti traspiranti a contatto della pelle, poi un pile adatto a mantenere il calore, mentre giacca a
vento e guanti devono essere disponibili nello zaino per gli sbalzi
climatici repentini, sempre possibili in montagna anche d’estate.
Poi pantaloni lunghi, calzettoni e
scarpe di buona
qualità, adatte al
trekking sono
consigliate per
proteggersi da
ortiche, rovi ed
anche dal morso di zecche e dalle
punture di insetti che sono soprattutto nell’erba alta. Ecco perché è consigliabile camminare sui
sentieri e non rotolarsi nell’erba.
Quando si programma una vacanza in montagna è necessario attrezzarsi nel modo giusto, anche
con la consapevolezza che con i
bambini va condivisa ogni scoperta, ogni stupore davanti ai fiori, ai
funghi, agli animali, al fascino del
bosco ed ai panorami che
la montagna riserva a tutti, come ricompensa della
fatica e della tenacia necessarie per conquistarla.
Fondazione
Museo Civico
di Rovereto
Propongono una serie di Itinerari alla scoperta del territorio per
far vivere ai ragazzi giornate ricche di stimoli e di momenti di riflessione inseriti in un ambiente
(il bosco della città) capace di
ritornare a loro significative suggestioni. Una ricca ipotesi di lavoro articolata in attività indirizzate alla formazione di giovani
attivi, capaci di esplorare, osservare, manipolare, porsi domande, raccogliere dati e sviluppare ragionamenti, e che possano
essere futuri cittadini consapevoli di diritti e doveri e inseriti nel
territorio. (Per saperne di più
www.museocivico.rovereto.tn.it)
31
Son tutte belle le lingue del
mondo
Letizia Quaranta
Bilingue per Gioco
http://bilinguepergioco.com
http://learnwithmummy.com
K
atharina ha 18 anni, è nata
in Austria ma è cresciuta in
Italia. Mamma austriaca,
papà italiano.
Katharina parla perfettamente il
tedesco, ma parla sempre in Italiano con la sua mamma.
Sente di avere una doppia identità, è consapevole che ciò costituisce una ricchezza, ma in tutta sincerità trova che sia anche un po’
un peso. Soprattutto quando per-
cepisce che il tedesco non è sempre ben accolto.
Sara ha 3 anni. Mamma e papà
sono italiani e vivono tutti in Italia.
La mamma però parla un ottimo
inglese, e Sara gioca in inglese
con la mamma fin da quando è
molto piccola. Sara comprende
tutto in inglese e lo parla bene,
con un accento molto british,
molto inusuale per una bimba che
non ha mai messo piede in Inghilterra.
Katharina e Sara raccontano due
storie diverse di bilinguismo. Possiamo guardare a queste storie facendo il gioco delle differenze,
oppure possiamo cercare di capire cos’hanno in comune.
Lavorare con la scuola
Katharina, Sara e migliaia di bambini che vivono in Italia, sono accomunati dal fatto di crescere
ascoltando più di una lingua nella
loro vita quotidiana.
Le lingue dei genitori variano, inglese, arabo, rumeno, cinese o
qualsiasi altra lingua. I dubbi,
sono spesso molto simili.
Farò bene a parlare la mia lingua
a mio figlio?
Avrà un ritardo nel parlare?
Mio marito (o mia moglie) dice
che se gli parlo la mia lingua lui/lei
non capisce e si sente escluso/a.
Le altre mamme mi guardano
male e mi vergogno.
La mia lingua è inutile.
33
News
Non è raro che una famiglia rinunci al coltivare una seconda
lingua nel quotidiano, anche
quando uno o entrambi i genitori sono madrelingua. Spesso i
condizionamenti sociali giocano
un ruolo importante in questa
scelta. Ma non di rado non si
tratta affatto di una scelta, si
tratta piuttosto di un abitudine.
Il bambino vive immerso in un
contesto italiano e spesso frequenta una scuola italiana, comincia a parlare sempre più
spesso in italiano, i genitori gli
rispondono in italiano e poco
alla volta, senza quasi accorgersene, la seconda lingua diventa
un ospite sporadico.
Mantenere una seconda lingua nell’uso quotidiano non è così scontato, richiede impegno e determinazione. E qualche accorgimento:
Individua una routine
Decidi con calma quali sono i momenti o contesti da dedicare alla
seconda lingua e fai in modo di
rispettare questo schema. La routine si sa piace ai bambini, ma in
questo caso aiuta anche i genitori. Nota: non occorre imporre la
routine ai bambini, basta che gli
adulti la rispettino.
Coinvolgi tutta la famiglia
Se alcuni membri della famiglia
non sono convinti cerca di rispondere alle loro domande e paure,
spesso infondate ma comunque
legittime. In ogni caso, chiedi il
loro supporto, una parola di
sprezzo può distruggere mesi o
anni di impegno. Nota: occhio
alla suocera!
Cerca materiali di supporto
Libri, canzoni, audiolibri, video,
tutto aiuta. Per tutte le lingue
oggi è più facile che mai trovare
risorse, anche gratuite o molto
accessibili. Internet, se usata con
criterio, è una grande risorsa.
I neonatologi scettici sul
parto in casa
Parto in casa? No grazie. E’ la risposta della Società Italiana di Neonatologia (SIN) al recente decreto della Regione Lazio, che ha stabilito un rimborso
di 800 euro per le donne che decidono
di partorire tra le mura domestiche. La
presa di posizione della SIN è motivata
da ragioni di sicurezza: “Nonostante le
alte competenze che ostetriche e ginecologi possano fornire, le complicanze
del parto e del post-partum non sono
prevedibili in modo assoluto: ne è la
prova la mole di contenziosi medico-legali che i colleghi ostetrici si trovano a
dover fronteggiare” afferma Costantino
Romagnoli, Presidente della Società.
“Penso che l’obiettivo da perseguire sia
quello della garanzia della massima sicurezza dell’evento parto sia per la madre che per il neonato, incrementando
la collaborazione tra tutti gli operatori
del settore, coinvolgendo maggiormente le famiglie nella gestione del postpartum e dell’allattamento e incrementando la dimissione precoce in sicurezza con accurati controlli di follow-up.
Forse questo costa di più di 800 euro,
ma è certamente più utile per i nostri
neonati che sono il nostro futuro
Coltiva la tua lingua
La lingua è uno strumento vivo. Se
non la usi si atrofizza, anche la
lingua madre, per quanto ciò
possa sembrare impossibile. Cerca occasioni per parlare con altri
adulti madrelingua, guarda film
in lingua originale (per te, per
adulti, non solo per i bambini),
ascolta la radio del tuo paese
(tramite webradio si può ascoltare la radio di qualsiasi paese al
mondo). Nota: anche solo ascoltare la lingua aiuta molto.
Datti aspettative realistiche
Per saperne di più:
LETIZIA QUARANTA
Bilingue per Gioco
www.bilinguepergioco.com
Blog sul bilinguismo
Learn with Mummy
www.learnwithmummy.com
Gruppi di gioco in Inglese per bambini e
genitori presenti in varie città italiane
[email protected]
34
Un bambino che comprende perfettamente una seconda lingua ma
non la parla è un bambino bilingue. In questo caso si parla di bilinguismo passivo. Non appena il
bambino, o ragazzo, si troverà in
una situazione in cui ha bisogno
della lingua, in pochissimi giorni
comincerà a parlarla. Nota: non
mettere pressione sul bambino,
dai a piene mani e accogli con
gratitudine tutti i piccoli successi.
Lavorare con laLavorare
scuola con la scuola
Spesa sì, ma senza più
sacchetti di plastica
Non è la prima volta che l’Unione
Europea richiama l’attenzione sui rifiuti
di plastica, ma il voto dei deputati durante l’ultima sessione plenaria di metà
aprile ha approvato una direttiva sugli
imballaggi: l’obiettivo è ridurre l’utilizzo delle buste di plastica della metà entro il 2017 e dell’80% entro il 2019.
Già nel 2011 in Italia era stata prevista
la loro messa al bando, ma sono ancora
troppe - oltre otto miliardi, pari a 198
per ogni cittadino europeo secondo le
stime del 2010 - quelle gettate ogni
anno dopo l’uso. Saranno agevolati i
sacchetti biodegradabili e nel prossimo
quinquennio quelli per la frutta e la verdura saranno gradualmente sostituiti
da involucri in carta riciclata o biodegradabili. Il vero impegno contro l’inquinamento dell’ambiente, però lo deve
assumere ciascuno nella propria quotidianità, facendo opportuno ricorso a
borse per la spesa riciclabili e non più a
sacchetti usa e getta
Alice Bonoli
Ufficio Stampa - AUSL Imola
I
l Codice della strada e il relativo
Regolamento, all’articolo 225
spiega che è possibile trasportare in bicicletta soltanto bambini fino
a 8 anni d’età; non esiste invece un
limite «in basso», tuttavia il consiglio
è di aspettare che il piccolo riesca a
stare con la schiena dritta. Comunque, nei seggiolini fissati alla parte
anteriore della bici, possono stare
solo bambini fino ai 15 chilogrammi. Il seggiolino, inoltre, deve avere
alcuni requisiti fondamentali. In particolare, deve avere il sedile con
schienale, i braccioli, un sistema di
fissaggio alla bici e un sistema di sicurezza (bretelle o cintura di contenimento più una struttura di protezione per i piedi). I braccioli possono
essere omessi nel caso di seggiolini
posteriori, ma solo per il trasporto di
bambini di età superiore ai quattro
anni. Chiaramente, specie se posizionato davanti, non deve intralciare la
pedalata e i movimenti.
«La legge italiana - specifica Stefano
Bolognesi, Comandante della Polizia
Municipale di Castel S. Pietro Terme
(BO) - non prevede un’omologazione specifica. Tuttavia, si può fare riferimento alla normativa europea».
E’ la EN 14344, in base alla quale i
seggiolini possono avere tre sigle differenti, ossia A15 (posteriori, per
bambini che pesano da 9 a 15 chili),
A22 (posteriori, da 9 a 22 chili) e
C15 (anteriori, da 9 a 15 chili). E’
possibile utilizzare anche seggiolini
che si hanno già in casa «l’importante - precisa il comandante - è che
abbiano i dispositivi previsti dal Codice, altrimenti è prevista una sanzione da 25 a 99 euro (articolo
182)». Una curiosità che ci viene
spontanea è: cosa fare se il bambino
si addormenta mentre siamo in movimento? Non di rado, infatti, si vedono genitori pedalare mentre con
una mano reggono la testa del figlio. «Di per sé - chiarisce Bolognesi
- non è un problema. E’ però fondamentale che non venga ostacolata la
libertà di movimento». In altre parole, se il piccolo sul sedile anteriore
crolla con la testa appoggiata al
braccio la posizione dell’adulto non
cambia molto. Viceversa, può essere
più pericoloso reggerlo se si addormenta nel sedile posteriore. Al contrario del seggiolino, non è invece
obbligatorio l’uso del casco. In realtà, quando nel 2010 si stava modificando il Codice della strada, venne
fatta la proposta di introdurre l’obbligo per i minori di 14 anni. La proposta passò al Senato, ma venne
bloccata alla Camera dopo un’audizione parlamentare della Fiab (Federazione italiana amici della bicicletta)
nella quale si ribadì il favore all’uso
del casco per i ciclisti, ma la contrarietà all’obbligo, considerando la
norma «in larga parte inapplicabile»,
visto anche che, come si legge nelle
motivazione della Commissione trasporti, «potrebbe avere delle conseguenze negative in relazione al contenzioso sugli incidenti in quanto le
società di assicurazione potrebbero
servirsene per rifiutare il risarcimento
dei danni occorsi a conducenti mi-
Investire in salute
nori privi di casco». Bolognesi aggiunge una precisazione: «Il casco è
comunque consigliato, visti i rischi a
cui vanno incontro i giovani ciclisti
per strada. Basti pensare che è in dotazione nella nostra uniforme da vigili urbani e anche i professionisti lo
usano. Farlo calzare ai bambini è
una buona pratica».
Questo consiglio è utile soprattutto
considerando il fatto che anche i
bambini possono circolare su strada.
«Anche se hanno le due ruotine aggiuntive - spiega il comandante -, il
Codice non pone limiti. Ovviamente,
se è presente la pista ciclabile c’è
l’obbligo di utilizzarla, in alternativa
si sta sulla carreggiata. L’importante
è prestare attenzione e usare buon
senso».
Lo stesso vale per i «rimorchi» con i
quali si possono trasportare i bimbi.
Anche dalle nostre parti, infatti, si
vedono sempre più spesso i cosiddetti «biroccini» (singoli o gemellari),
tecnicamente biketrailer. Il Codice
impone dei limiti alle dimensioni.
Tra bici e rimorchio non si possono
superare i 3 metri di lunghezza,
mentre il trailer deve avere una larghezza massima di 75 centimetri e
un’altezza comprensiva di carico non
superiore a un metro. Può trasportare al massimo 50 chili. «E’ comunque consigliato utilizzarlo in ambito
protetto - conclude Bolognesi -, sulle
piste ciclabili l’importante è renderlo
visibile». Al pari delle bici, infatti,
deve avere i dispositivi di segnalazione visiva, in particolare luce rossa e
catadiottri rossi nella parte posteriore
e catarifrangenti (almeno uno per
ogni ruota).
35
LA DERMATITE
ATOPICA
Come affrontare
la fase acuta
L
a dermatite atopica è una malattia
infiammatoria della cute, non contagiosa,
caratterizzata da un intenso prurito e da
secchezza della pelle: eritema, desquamazione, vescicole e marcato arrossamento della pelle sono le caratteristiche comuni di chi è affetto da questa malattia. La sua origine è sconosciuta anche se si osserva una complessa interazione tra diverse cause - ambientali, genetiche, immunologiche e
fattori biochimici - e nel 70% dei casi presenta familiarità. La
dermatite atopica, soprattutto nella fase acuta, ha una pesante
ricaduta sulla qualità della vita del bambino e della sua famiglia: il prurito insopportabile, le lesioni da grattamento che ad
esso conseguono, il dolore, la perdita del sonno finiscono con
l’incidere sulla sua vita sociale e sul suo rendimento scolastico.
A prescindere dalla risoluzione spontanea, osservata nel 40% dei
casi, al momento non esiste una soluzione definitiva. E’ noto tuttavia che alcuni fattori possono peggiorare il quadro clinico, quali per esempio l’esposizione eccessiva della cute all’acqua, l’impiego di detergenti comuni, i tessuti di lana e fibre sintetiche,
una sudorazione eccessiva e particolari condizioni psico-emotive.
La cura prevede l’utilizzo in prima istanza di terapia con emollienti e idratanti, e nelle fasi acute di farmaci antiinfiammatori
topici (corticosteroidi, immunomodulanti). Trattandosi di una
patologia a carattere cronico e recidivante l’impiego di corticosteroidi o altri farmaci deve essere però limitato nel tempo, per
evitare gli effetti collaterali di un loro impiego a lungo termine:
la prevenzione delle recidive è quindi affidata all’impiego di
creme emollienti e idratanti. Occorre però prestare attenzione
alla scelta di prodotti che potrebbero peggiorare la condizione
della pelle: si devono impiegare dermocosmetici appositamente studiati, ad azione antibatterica, con principi attivi capaci di
migliorare lo stato della barriera cutanea e privi di conservanti,
parabeni, coloranti o profumi.
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senza alcol, senza profumi, senza parabeni.
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trattamento di superfici estese) da applicare
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olte al giorno
indicata
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giorno,, indica
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urito e dolor
e associa
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uciore
prurito
dolore
associati
vari
tipi di dermatiti, comprese dermatiti atopiche
e da conta
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e la
contatto
tto,, contrib
contribuendo
miglior
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osi cutanea mantenendo la cute idr
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e ffa
a v or
endo la rie
pitelizzazione
orendo
riepitelizzazione
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l’obiettivo di proteggere, idratare e lenire la pelle atopica in
maniera semplice ed efficace, nel rispetto delle sue caratteristiche e vulnerabilità: per l’igiene di tutti i giorni sono stati messi
a punto una Crema ExtraIdratante Quotidiana e un
Detergente Quotidiano Delicato, mentre per un uso
intensivo, finalizzato al controllo dei sintomi, sono disponibili
un’Emulsione Intensiva,
a rapido assorbimento e una
Crema Intensiva ad azione protettiva. La prima può
essere applicata per il trattamento di aree estese dopo il
bagno o la doccia per favorire e sostenere la funzione di
barriera della pelle, mentre
la crema, da applicare 3 volte al giorno, è indicata per il
trattamento di bruciore, pru100 ml
40 ml
rito e dolore e grazie alle sue
proprietà iperidratanti, contrasta la secchezza e promuove la riepitelizzazione
della cute.
CREMA INTENSIVA
120 ml
EMULSIONE INTENSIVA
Il lavaggio del naso
Una procedura preventiva e curativa
agevola la respirazione e
concilia il sonno.
Per il lavaggio nasale sono
disponibili vari preparati, in
flaconcini monodose e
spray. Alcuni recenti dati
scientifici hanno dimostrato
che è preferibile utilizzare
una soluzione isotonica (cioè
con la stessa concentrazione
salina dei tessuti dell’organismo) e non ipertonica (più
concentrata): l’acqua di
mare opportunamente trattata e sterilizzata è un’opzione del tutto naturale e
consente di sfruttare l’azione di un maggior numero di
componenti rispetto alla
classica soluzione fisiologica. Un dettaglio importante
è che la soluzione utilizzata
Piercarlo Salari
Pediatra Consultorio, Milano
I
l naso è il primo organo esposto al contatto con tutti i componenti presenti nell’aria (fumo,
vapori, particelle inquinanti) e
diventa un bersaglio ancora più
esposto alle insidie ambientali,
se si pensa agli innumerevoli
batteri e virus responsabili di infezioni, in particolare a carico
delle vie aeree quali raffreddore,
influenza, otiti e bronchiti. Questo vale soprattutto nei bambini
piccoli, che hanno spesso un sistema difensivo non ancora preparato ad affrontare prontamente le aggressioni microbiche e
hanno difficoltà a espellere il
muco e di conseguenza a mantenere deterse le fosse nasali. Il
muco costituisce un meccanismo
di difesa naturale in quanto consente di intrappolare ed eliminare i germi: è questa la ragione
per cui la sua produzione aumenta in caso di irritazione delle
vie aeree ma anche il motivo per
cui, in caso di accumulo, esso
può diventare un terreno di coltura per i microrganismi. Tale
eventualità è più frequente in
neonati, lattanti e bambini piccoli, sia perché non sono in grado di soffiarsi il naso sia perché
sono maggiormente predisposti
alle complicazioni dovute al
naso chiuso, tra cui l’otite, e
hanno mucose estremamente
delicate. Ecco allora una soluzione quanto mai preziosa ed efficace tutto l’anno sia come cura
sia come prevenzione: il lavaggio nasale. La strategia più semplice, sicura ed efficace per prevenire le infezioni delle alte vie
aeree e l’otite e offre una serie
di vantaggi importanti: mantiene idratata la mucosa, favorisce
la rimozione delle secrezioni,
TUTTI I VANTAGGI DEL LAVAGGIO NASALE
neonato e nel lattante ottimizza il lavoro respiratorio, agevo Nel
lando l’allattamento
al naso di svolgere al meglio la sua funzione di riscalda Permette
mento e umidificazione (condizionamento) dell’aria, contribuendo a
rimuovere eventuali particelle di smog o residui grossolani e svolgendo un effetto idratante sulla mucosa
la quantità di secrezioni, diluendo gli eventuali microrganismi
Riduce
in esse presenti e prevenendone il possibile reflusso verso l’orecchio
la fisiologica incapacità di soffiarsi il naso in età prescolare
Compensa
Migliora la percezione degli odori e il riconoscimento dei sapori, che
risulta fondamentale soprattutto nei primi 18 mesi d’età, quando il
bambino è più portato verso nuove esperienze gustative
indirettamente la percezione dei suoni e l’articolazione delle
Favorisce
parole (fonazione)
il riposo notturno e contribuisce mantenere il bambino in
Concilia
una condizione di benessere generale
la mucosa nasale a eventuali trattamenti specifici
Predispone
di un’acqua di mare consente di sfruttare l’azione di un maggior
L’utilizzo
numero di componenti salini rispetto alla classica soluzione fisiologica
soluzioni che tra le proprie indicazioni d’uso includono non solo
Le
l’igiene nasale quotidiana ma anche l’efficacia come co-adiuvante
nelle infezioni di naso, orecchio e gola offrono un’ulteriore prerogativa e opportunità di impiego tutto l’anno
Investire in salute
37
News
abbia tra le indicazioni d’uso
non soltanto l’igiene nasale quotidiana ma anche la certificazione d’efficacia d’uso anche quando subentrino fattori patologici,
quali le classiche infezioni di
naso, orecchio e gola.
La tecnica corretta
Il lavaggio nasale è una procedura che inizialmente veniva
praticata nell’ambito ospedaliero ed è stata poi “esportata”,
per la sua efficacia e semplicità,
anche nell’ambiente domestico.
Si tratta infatti di un’operazione
innocua e utile non soltanto per
favorire il benessere del bambino ma anche per prevenire l’insediamento di microrganismi,
potenzialmente responsabili di
infezioni delle alte vie aeree. La
tecnica normalmente suggerita
prevede che il bambino piccolo
venga sdraiato a pancia in su
con la testa ruotata da un lato,
introducendo la soluzione dalla
narice che resta in alto. Il bambino più grandicello, che potrebbe anche imparare a eseguire da solo la detersione delle
fosse nasali, dovrebbe essere
istruito a non soffiare con forza,
per evitare di vanificare l’operazione. Una soluzione alternativa
alla procedura classica può essere rappresentata dall’aerosol.
L’eventuale ingestione della soluzione impiegata non comporta
alcuna conseguenza. E’ buona
norma che il lavaggio delle narici venga effettuato sistematicamente 1-4 volte al giorno, fermo
restando che un eventuale stato
di raffreddamento o disagio potrebbe rendere consigliabile aumentare la frequenza della detersione a 4-6 volte al giorno.
38
Investire in salute
Due campagne sull’uso consapevole dei farmaci
in gravidanza e nel bambino
Promuovere un uso
corretto dei farmaci in
gravidanza e nei bambini. E’ questo lo scopo dei due progetti
scientifico-comunicativi del Ministero della
Salute che saranno oggetto di una campagna
mediatica veicolata da
oltre 2.200 spot televisivi, 1.200 passaggi radiofonici, 7.000 affissioni, 7.300 impianti su trasporto pubblico, 100 pagine sulla stampa nazionale. In gravidanza i farmaci non vanno demonizzati ma considerati uno
strumento che, quando necessario, consenta di mantenere la donna in salute e favorire l’armonico sviluppo del feto. Per quanto riguarda i farmaci
in pediatria va ricordato che 7 farmaci su 10 spesso non hanno di fatto
un’indicazione di impiego nel bambino, al quale vengono “adattati” per
dosaggio e posologia sulla base dell’uso nell’adulto. E’ dunque quanto
mai utile per le famiglie poter accedere, in accordo con il pediatra ad informazioni in questi ambiti, attraverso un sito sicuro quale quello governativo. Quasi 9.000 schede a disposizione di genitori e operatori sanitari per
aiutarli a compiere la scelta sulla terapia farmacologica più appropriata per
bambini e adolescenti. Alla base di queste iniziative c’è inoltre un’attenta
analisi della letteratura scientifica, grazie alla quale vengono rese disponibili informazioni preziose consultabili in www.farmaciegravidanza.gov.it www.farmaciepediatria.gov.it
morbidire i tessuti. Anche dopo il
parto è importante continuare a
prendersi cura del seno e in particolare del capezzolo. Per prevenire
una delle complicanze più comuni
dell’allattamento, le ragadi (piccoli
tagli che si formano sull’areola o
sul capezzolo, rendendo molto dolorosa la poppata), è sufficiente
adottare alcuni semplici accorgimenti: fare attenzione di attaccare
il bambino al seno in modo corretto; asciugare sempre i capezzoli a
fine poppata e mantenerli asciutti
tra un pasto e l’altro, proteggendoli da sfregamenti traumatici contro gli indumenti; ridurre l’uso di
saponi e detergenti.
Igiene intima
Nessuna paura:
è il baby blues!
Francesca Merzagora
Presidente O.N.Da, Osservatorio Nazionale
sulla salute della Donna, Milano
P
er puerperio s’intende il periodo di tempo che intercorre tra il parto e le sei-otto
settimane successive. Si tratta di
un momento straordinario ed
emozionante, ma al tempo stesso
molto faticoso sul piano fisico e
psico-emotivo, caratterizzato da
sentimenti altalenanti e ambivalenti che spesso spaventano le neomamme, facendole sentire inadeguate o in colpa. Nessuna inadeguatezza: per tutte è così. Il
neonato arriva senza un libretto
di istruzioni, è necessario darsi
tempo per imparare a conoscerlo,
capirlo, accudirlo, entrare in sintonia con lui.
40
Oltre il 70% delle
neomamme, nei giorni immediatamente successivi al parto,
manifesta lievi sintomi di depressione, una forma benigna e transitoria (correlata alla brusca riduzione dei livelli ormonali) che si accompagna a deflessione del tono
dell’umore con sentimenti d’inadeguatezza a svolgere il ruolo di madre, labilità emotiva, ansia e insonnia. Si tratta di una reazione molto
comune i cui sintomi si esauriscono
in genere spontaneamente nell’arco di una settimana/dieci giorni.
Alcuni consigli pratici
Cura del seno
E’ sempre bene partire con anticipo e preparare il seno all’allattamento alcune settimane prima del
parto, attraverso l’applicazione locale di olio di mandorla per am-
Le pagine rosa
Per impedire l’instaurarsi d’infezioni, è importante osservare
un’accurata e frequente igiene
dei genitali esterni sia per la presenza delle lochiazioni (le secrezioni vaginali presenti nei primi
quaranta giorni dopo il parto) sia
per gli esiti di un’eventuale episiotomia (il taglio che viene fatto
per facilitare l’espulsione del
bambino).
Pertanto, se in presenza di punti di
sutura è utile ricorrere a un detergente dotato di proprietà antibatteriche, sarà importante anche
dopo utilizzare un detergente intimo neutro ad azione idratante ed
emolliente in grado di rispettare
l’acidità vaginale, che è il più importante mezzo di autodifesa del
delicato equilibrio della flora batterica e garantisce la protezione da
irritazioni e infezioni. Va anche ricordato che durante le mestruazioni l’acidità vaginale cambia, passando da valori di pH compresi tra
3,5-4,5 a valori intorno alla neutralità (pH 6-7) determinando così la
possibilità di un maggior rischio di
sviluppo di germi patogeni.
Per una corretta igiene intima è
opportuno asciugare scrupolosamente la zona, tamponandola delicatamente con una salvietta
morbida. Per le perdite vaginali,
si raccomanda l’uso esclusivo di
assorbenti esterni, meglio se in fibre naturali che permettono alla
pelle di respirare, da cambiare
frequentemente.
Alimentazione
Per favorire la ripresa dopo il
parto e soprattutto se si allatta, è
importante seguire una dieta
equilibrata e varia, ricca di verdure, frutta, proteine, fibre e cereali. Occorre inoltre bere molti liquidi. Liquidi e fibre, in particolare, aiutano a contrastare la fisiologica stitichezza post-partum e
a prevenire la comparsa o l’aggravarsi di emorroidi.
Riposo
Non bisogna farsi sopraffare
dalle incombenze familiari, domestiche e lavorative. E’ meglio limitare nei primi giorni le visite a
casa di parenti e amici: la neomamma ha bisogno di riposo e
tranquillità per potersi dedicare
serenamente al proprio bambino.
I nuovi ritmi imposti dal neonato
sono molto faticosi e l’alterazione
del riposo notturno incide pesantemente non solo sulle energie fisiche ma anche sull’umore. E’
quindi fondamentale risposare il
più possibile durante la giornata,
approfittando dei momenti “di
tregua”. Stress e fatica peraltro
riducono la produzione di latte.
Dialogo e condivisione
E’ molto importante condividere
le proprie paure, i propri stati d’animo e pensieri, anche quelli negativi,
con le persone vicine, in primo luogo con il partner. Diventare genitori
mette in crisi l’equilibrio della coppia; per questo è fondamentale
mantenere il dialogo, raccontare le
proprie emozioni e soprattutto programmare del tempo insieme. Per
qualsiasi dubbio, è sempre raccomandato rivolgersi al proprio ginecologo e pediatra di fiducia.
Baby blues e depressione post-partum:
due condizioni ben distinte
Il baby-blues si manifesta di solito tra il terzo e il sesto giorno
dopo il parto ed è caratterizzato da umore variabile, irritabilità,
ansia e facile propensione al pianto. Malgrado questo stato di
malinconia, la mamma non perde la capacità di accudire il
proprio neonato, di provare sentimenti positivi e di dormire serenamente. Il disturbo si attenua per poi scomparire nell’arco di
una decina di giorni.
La depressione post-partum può invece manifestarsi nel corso
dell’intero primo anno di vita del bambino, anche se è di fatto
più frequente nei primi mesi. Può essere conseguenza o meglio
evoluzione del baby blues ma il più delle volte subentra in maniera del tutto autonoma. I sintomi principali sono quelli della
classica sindrome depressiva: riduzione del tono dell’umore (tristezza, disperazione), perdita dei propri interessi, calo di autostima e di energia, incapacità di provare sentimenti (anedonia), senso di inadeguatezza per il ruolo di madre e senso di
colpa, difficoltà nel mantenere un contatto fisico con il bambino e nel sostenere l’allattamento al seno. Possono anche associarsi altri sintomi depressivi aspecifici, sia psichici (difficoltà di
attenzione e concentrazione, alterazioni dell’appetito, ansia, disturbi del sonno, rallentamento psico-motorio, incapacità di prendere decisioni) sia fisici (mal di testa, vertigini, dolori addominali
e lombari, nausea e perdita di peso). Il supporto familiare è
quanto mai necessario e soprattutto è fondamentale il riconoscimento precoce per un tempestivo e adeguato intervento
clinico-terapeutico.
Le pagine rosa
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