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Con il figlio Huck siamo andati nello chalet sulle

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la domenica
DI REPUBBLICA
DOMENICA 21 DICEMBRE 2014 NUMERO 511
Cult
La copertina. Il colore del teatro
Straparlando. Jarre: “L’Italia non sa invecchiare”
La poesia del mondo. Gli haiku di Bashô
GUIDO ANDRUET T O
GSTAAD (SVIZZERA)
le capriole e si inseguono come nei giochi dei bambini, quando il signor Huck Scarry poggia le mani sul tavolo da
disegno e comincia a raccontare del padre Richard, uno tra i più grandi autori di storie illustrate per l’infanzia.
I
RICORDI SI METTONO A FARE
>SEGUE NELLE PAGINE SUCESSIVE
B IANCA PIT ZO RN O
RARO, ANZI NON SUCCEDE MAI, che si parli di un
libro destinato ai bambini senza usare il
termine fantasia. Fantasia è una parola pericolosissima. Come a tutte le cose astratte, le si possono attribuire i più diversi e opposti significati.
È
>SEGUE NELLE PAGINE SUCCESSIVE
“SANTA CLAUS CAT”, DISEGNO INEDITO DI RICHARD SCARRY ( CIRCA FINE ANNI ’50)
Con il figlio Huck siamo andati
nello chalet sulle Alpi svizzere
dove sono nati i personaggi
del grande disegnatore
di storie per bambini
C’erano un bel po’ di regali
e il Gatto Natale era tra questi
Nel magico
mondo
di Richard Scarry
(mio padre)
L’immagine. Concita De Gregorio, il mondo salvato dai giocattoli Il racconto. Stefan Merrill Block, sono io Santa Claus Spettacoli.
Ligabue, sarà un Natale duro Next. Kevin Kelly, il meglio dell’hi-tech Sapori. Cerea vs Iaccarino, la sfida del 25 è tra Nord e Sud
la Repubblica
LA DOMENICA
DOMENICA 21 DICEMBRE 2014
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La copertina.
Dagli Anni ’50 milioni di bambini nel mondo
hanno imparato a leggerecon gli animaletti
disegnati da Richard Scarry. Anche suo figlio
che qui racconta la più grande delle fortune
I PERSONAGGI
QUI A SINISTRA IL GATTO SANDRINO (IN INGLESE
HUCKLE CAT, IN OMAGGIO AL FIGLIO HUCK).
A DESTRA IL VERME ZIGO ZAGO (LOWLY
IN ORIGINALE). E POI ALCUNI LIBRI FIRMATI
RICHARD SCARRY: TRECENTO MILIONI
LE COPIE VENDUTE NEL MONDO
<SEGUE DALLA COPERTINA
GUI DO A NDRUE TTO
Sono
cresciuto
con
Sandrino
e ZigoZago
EL VECCHIO CHALET SCHWYZERHUS, non lontano dalla promenade di Gstaad, e a due
passi dalla panetteria Chnusper Becke,
davanti a cui campeggia un omino di plastica con orecchie a forma di brezel e
gambe fatte di wafer, è racchiuso il mondo fantastico di un disegnatore che ha
portato in dono a intere generazioni di
bambini la magia della parola. Al figlio,
oggi sessantenne, trasmise fin da piccolo la passione per la narrazione illustrata
tanto che Huck, dopo la morte del padre,
avvenuta dieci anni fa, continua a seguirne le orme disegnando i famosi animali di Sgobbonia (“Busytown”
nella versione originale inglese). Trecento titoli diventati dei classici in una cinquantina di paesi e pubblicati dalla metà degli anni Cinquanta con oltre trecento milioni di copie vendute finora nel mondo.
Lo sfondo dello spassoso intreccio di avventure e gag creato da Scarry, popolato da personaggi teneri e
adorabili come il gatto Sandrino, il verme Zigo Zago, Ilda Ippo e il sergente Multa, è una città immaginaria
in cui regna un clima di allegria e di felice confusione, e dove ogni lettera dell’alfabeto è una storia. Più di
una traccia tra le pagine dei suoi libri ci porta nel villaggio alpino di Gstaad, nell’Oberland bernese, dove il
disegnatore americano ha vissuto e creato i suoi racconti a partire dai primi anni Settanta. Lavorava proprio qui, nel suo piccolo atelier al piano terreno di questo chalet circondato da un bel giardino di betulle e
pini. Ed è qui che Huck, il cui nome non è altro che il diminutivo di Huckle Cat (Sandrino), ci ha aperto l’archivio di famiglia per festeggiare come si deve questo Natale.
Le due scrivanie su cui disegnava il padre sono rimaste sempre nello stesso posto, vicino alle finestre.
«Venimmo ad abitare qui pochi anni dopo esserci trasferiti a Losanna dagli Stati Uniti», racconta Huck, che
oggi si divide tra Gstaad e Zwölfaxing, in Austria. «Papà se ne innamorò subito, e anche il paese gli piacque
a prima vista. Era una persona semplice, amava stare con gli altri ma non era il tipo di uomo interessato alla mondanità. Voleva solo un luogo dove vivere tranquillo, tutto qui. La casa è piccolina ma ha molto charme come vede. Noi la chiamavamo “la casa delle bambole”. I miei la riempirono completamente di libri, soprattutto di storia e geografia, e poi di un’infinità di soprammobili, dappertutto oggetti di ogni tipo. Lo vede? Si fa fatica a muoversi qui dentro». Sopra un armadio, ammucchiati, diversi esemplari di cappelli militari; spunta un elmetto, è il Pickelhaube, che durante la Prima guerra mondiale era in dotazione all’esercito prussiano e successivamente a quello imperiale tedesco, ed è lo stesso che porta sulla testa Rudolf Strudel, la volpe-pilota d’aviazione cui Scarry fa compiere voli rocamboleschi a bordo del suo monoplano. «È un
personaggio totalmente pazzo che gli ispirava molta simpatia. Gliene succedono di tutti i colori, uno spericolato. Capitomboli, atterraggi in picchiata, a volte finisce anche in mare, ma non si fa mai male». Tra i
preferiti di Scarry anche Ciccio Pasticcio, uno dei maialini di “Felicittà”, ricorda Huck sfogliando un’edizione in lingua cinese del grande classico Il libro delle parole. «Diceva che era facile identificarsi in lui per-
N
la Repubblica
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Chi ha bisogno
della fantasia?
<SEGUE DALLA COPERTINA
B I A N CA P I TZORNO
A SI PUÒ ESEMPLIFICARE in mille modi, dalla “alta fantasia” che per sua
L
L’ALBUM
SULLA NEVE, IN BARCA A VELA,
ALLA SCRIVANIA. L’ALBUM DEI RICORDI
DELLA FAMIGLIA SCARRY. IN UNA FOTO
ANCHE LO CHALET DI GSTAAD
ché a tutti può succedere qualche incidente
di percorso durante la giornata, magari ci si
dimentica di qualcosa o si combina un guaio,
è tutto molto umano quello che fa Ciccio Pasticcio. E poi era affezionato a Zigo Zago,
sempre positivo, un ottimista». Fa abbastanza sorridere il fatto che il cappello verde
di feltro con cui è ritratto il vermicello sia lo
stesso che indossa oggi Huck quando esce di
casa per andare a camminare nella valle di
Lauenen: «Un posto magnifico, molto caro
sia al papà che alla mamma (Patricia
Murphy, anche lei autrice di racconti per
bambini, ndr), c’è il giusto silenzio per poter
suonare il corno delle Alpi» aggiunge con un
pizzico di commozione nella voce.
Tra questo padre speciale e questo figlio
così amato si era creato nel tempo un rapporto eccezionale. «Ho imparato tanto standogli accanto, e non solo sul disegno o sulla
pittura. Da ragazzino quando stavamo a Westport, nel Connecticut, salivo spesso su per
le scale di casa fino alla mansarda dove c’era
lo studio di papà. Da lì si vedeva il Long Island
Sound. Mi piaceva sdraiarmi per terra con
bloc-notes e matite, e starmene lì a disegnare macchine o treni, mentre mio padre lavorava ai suoi libri seduto alla scrivania. Mi ha
sempre incoraggiato a disegnare, già da piccolissimo mi piaceva da matti la pittura con
i colori ad acqua. Con lui tutto era divertente
e un po’ magico, forse perché non è mai diventato un vero adulto e ha conservato intatta dentro di sé la freschezza e la spensieratezza dell’infanzia. Era anche un bon vivant. Spesso andavamo in barca a vela oppure facevamo lunghe passeggiate con la
mamma in montagna, a volte si andava a
sciare nel Vermont, o a Zermatt, qui in Svizzera. Un’altra cosa che ci piaceva
moltissimo era sfidarci a tiro con
l’arco, e collezionare monete.
Quand’ero più piccolo prima di
andare a letto mi arrampicavo sulle sue spalle e lui iniziava a cercarmi per
tutta la casa, facendo finta di non trovarmi,
mentre io gli ridacchiavo sopra la testa. Era
il nostro gioco preferito ed è diventato anche
una storia, Good Night, Little Bear, scritta
da mia madre e illustrata da papà». Huck per
un attimo guarda fuori dalla finestra e arresta il fiume dei ricordi. «Sì, c’era davvero una
grande unione tra di noi. Per me è stato naturale avvicinarmi al disegno. Quando terminai gli studi in una scuola di arte grafica di
Losanna ho iniziato a fare il suo mestiere».
Oggi Huck Scarry continua a disegnare
nuove storie con gli stessi personaggi inventati dal padre e si prende cura di tutti i vecchi
libri, «praticamente un lavoro a tempo pieno!» racconta sorridendo. «Proprio come faceva lui, disegno ancora tutto a mano. Gli bastavano fogli di carta, matite e colori, e all’improvviso un cerchio diventava un occhio, poi arrivavano il naso, le orecchie, e infine le storie. Oggi, certo, il digitale aiuta, ma
io non me ne servo. Anche per spedire i lavori preferisco il vecchio servizio postale, oppure i corrieri». Ci salutiamo facendoci gli auguri. «Da buoni americani lo festeggiavamo
il 25 — mi dice sulla porta di casa — però la
sera prima preparavamo i biscotti e la cioccolata calda da lasciare a Babbo Natale, lì sotto, accanto all’albero. La mattina piatto e
tazza erano sempre vuoti».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
IL REGALO
PER
IL COMPLEANNO
DEL 1970,
PAPÀ E MAMMA
SCARRY
REGALARONO
AL FIGLIO HUCK
UN LIBRO
CON I PIÙ
IMPORTANTI DIPINTI
DI PIETER BRUEGEL
IL VECCHIO.
FRA QUESTI,
“DANZA
DI CONTADINI”.
CHE RICHARD
RIDISEGNÒ
POI ALLA SUA
MANIERA
SUL BIGLIETTINO
DI AUGURI
dichiarazione servì a Dante Alighieri per scrivere la Divina
Commedia, alla foto melensa e kitsch con fiori in primo piano e
tramonto sul mare che decora una scatola di cioccolatini. Quando poi
l’abbinamento è tra fantasia e bambini, il rischio è ancora maggiore.
Si pensa subito alla contrapposizione con un altro termine astratto: realtà. La
fantasia sarebbe quella cosa che aiuta a evadere dalla realtà, a rifugiarsi in un
mondo totalmente irreale, in un mondo che in definitiva non esiste.
Poveri bambini, che invece il mondo reale lo stanno scoprendo con
l’entusiasmo di esploratori in un nuovo paese, lo
stanno conquistando giorno per
giorno con fatica
e soddisfazione e
non hanno
desiderio né
bisogno, come
molti adulti
suppongono, di
evaderne per trarre
piacere da “cose che
non esistono”
(semmai sono gli
adulti che, sazi e
spesso disgustati dalla
realtà, sentono il
bisogno di evaderne).
Ciò di cui sentono il
bisogno i bambini è la
meraviglia, lo stupore
della scoperta di cose
nuove e non ancora
pensate, ma non per questo
impossibili. Quella che ci
colpisce tutti davanti ai
meravigliosi e reali racconti
di AstroSamantha dalla sua
Stazione Spaziale, davanti alla
meravigliosa e reale visione di
lei che galleggia nell’aria con i
capelli risucchiati verso l’alto e allunga la mano per
acchiappare il microfono che se ne scappa. Come le
tazzine scappano di mano a Bella galleggiando per
aria nel cartone animato, ma qui per davvero.
Il grande merito dei libri di Richard Scarry è quello
di rifiutare la contrapposizione realtà-fantasia, e di
offrire invece ai più piccoli un modo adatto a loro di
leggere la realtà che li circonda. Niente folletti,
niente superpoteri, niente fatine alate con corpo da
soubrette, vesti succinte e tacchi a stiletto, niente di
tutto quello che le esigenze a corto raggio di una
moda effimera ed esclusivamente commerciale
hanno offerto di recente ai bambini.
I personaggi di Scarry sono animali che vivono come
gli umani, gli umani veri, reali, come le persone che i
bambini vedono tutti i giorni attorno a sé. Il gatto
Sandrino, il verme Zigo Zago, il leone chirurgo, i
porcellini pompieri, rappresentano persone normali, che fanno cose normali anche
se spesso molto buffe e che, soprattutto, lavorano (se piccoli, giocano e vanno a
scuola). Sono tutti membri di una comunità normale, laboriosa e pacifica, dove
ognuno svolge il suo compito di cittadino, esercita un mestiere utile agli altri. Anche
se spesso combina pasticci per la propria inadeguatezza. Proprio come ne combinano
i piccoli lettori, nel loro desiderio di fare “le cose che fanno i grandi”. È da questo
riconoscimento, da questa identificazione che nasce il sorriso. Il grande merito delle
storie di Scarry è soprattutto l’essere inattuali. Le storie trendy vivono una breve
stagione e vengono presto superate da altre e nuove storie altrettanto effimere.
Quelle inattuali, che si rifanno agli archetipi, ai sentimenti e alle relazioni più
profonde della nostra cultura, passano indenni di generazione in generazione.
Due parole per finire sullo stile dei disegni nati dalla penna di Scarry, anch’essi
magistralmente inattuali, a differenza di altri segni che per voler essere moderni,
saltano una fase importante dello sviluppo percettivo dei bambini più piccoli.
All’astrazione, alla stilizzazione si arriva più avanti, dopo un raffinato lavoro mentale
a levare. I piccoli hanno bisogno di dettagli, di scritture minuziose. E deliziosamente
minuziosi sono i disegni che ci mostrano i diversi cittadini delle indaffarate comunità
create da Scarry. Chiunque abbia seguito i primi approcci di un bambino molto
piccolo — che ancora non sa leggere — con i libri, sa che legge le figure
essenzialmente con il dito. Che segue la vicenda cercando materialmente il
personaggio sulla pagina e poi collegandolo con gli altri, con gli oggetti, le case, i
veicoli. È il piccolo dito che scopre e unifica il mondo. Una sorta di lettura primaria con
ideogrammi molto simili alla visione che il nostro occhio ha della realtà, prima e come
base indispensabile di ogni astrazione simbolica.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
la Repubblica
LA DOMENICA
DOMENICA 21 DICEMBRE 2014
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L’immagine.
ORLY,
4 ANNI
BROWNSVILLE
(TEXAS)
BOTLHE,
3 ANNI
MAUN
(BOTSWANA)
CO N C I T A D E G R EG O R I O
I
MONDI. DEDICARE DIECI MINUTI, almeno dieci, ad osservare queste foto è — per la
mente — l’equivalente di sauna e massaggio per il corpo. Allarga, distende, apre.
Una ginnastica fondamentale per chi, ormai anchilosato nella piega amara della disillusione e pronto solo alla modalità attacco/difesa nel tumulto delle parole
rabbiose, non riesce più a immaginare mondi diversi dal suo. Per cui se sei anche
solo tendenzialmente ladro allora tutti rubano, se sei corrotto tutti sono corruttibili, se diffidi chiunque diffida, se agisci provando a tendere trappole è sicuro
che l’umanità intera ne sta tendendo una moltitudine a te, cammini in un campo minato armato di bombe e coltelli nei denti ed è impossibile, ma proprio impossibile per te concepire che esista al mondo chi si muove in pace, per esempio,
o animato da passioni e non solo da interessi, semplicemente guidato da un desiderio di libertà e non di potere. Eppure veniamo tutti da lì, guardate. Basterebbe riavvolgere il nastro all’indietro di trenta, quaranta, cinquant’anni per ritrovare — ad
esserne capaci — i mille mondi da cui ciascuno è arrivato sin qui camminando. Centomila,
un milione, cento milioni di mondi: uno diverso per ciascuno di noi.
Vi ricordate se c’era un castello o un treno nella vostra stanza di bambini? Un meccano o una pianola elettrica, un pupazzo con cui parlavate e che cosa vi dicevate, una fionda, una palla, un quadro appeso
al muro che vi faceva paura, un corridoio che percorrevate correndo quando la luce era spenta, un’illustrazione sulla copertina di un
libro, una bambina con le trecce rosse all’insù, un supereroe in maschera? Perché quello eravate, quello eravamo e da qualche parte
ancora siamo. L’universo in bilico fra realtà e immaginazione in cui
abbiamo trascorso i primi dieci anni della vita è la fotografia esatta
di una promessa. Così come le foto dei volti dei bambini, a riguardarle da adulti, sembrano contenere già i lineamenti e le espressioni dell’uomo o della donna che sarebbero diventati ed è vero, è così:
quante volte ritrovando l’immagine di un fratello, una moglie, un
amico da piccolo avete pensato “è identico a ora”? Le camerette, e i
Botlhe un peluche, Pavel cinque pistole
Orly i draghi e Tyra le bambole rosa
Cosa desideriamo prima di essere grandi
Vuoi
vedere
i miei
giocattoli?
TYRA,
3 ANNI
STOCCOLMA
(SVEZIA)
WATCHARAPON,
4 ANNI
BANGKOK
(THAILANDIA)
la Repubblica
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PAVEL,
5 ANNI
KIEV
(UCRAINA)
LOLA,
3 ANNI
MENDOZA
(ARGENTINA)
no. Tyra. Chissà se andrà via a cavallo di una
moto con dei pantaloni a fiori e una band che
la aspetta, fra vent’anni, o avrà già due bambini uguali a lei a cui preparare la cena. O le
due cose insieme, forse. Due bambini che
cresceranno nel camper, in tournée per l’Europa. Guardate le armi di Pavel, seduto sulla spalliera del divano nella sua casa di Kiev,
Ucraina. Ha desiderato quelle, le ha chieste
per il compleanno e per Natale: un kalashnikov colorato, un casco, una specie di fucile
a pompa, un walkie talkie, cinque pistole,
due mitragliette. Guardate come vi guarda
e poi immaginate cosa vede, tutto attorno a
sé, quando smette di guardarvi. A casa, in tv,
per strada. Dove vive Pavel, come vive Pavel, quante possibilità ha — sempre ce ne sono — di immaginare a un certo punto della
storia un esito diverso, un’altra storia.
Tra i miei preferiti c’è Watcharapon,
quattro anni, Bangkok. Una struttura fisica
che non ammette incognite. Watch sarà un
uomo massiccio, come minimo. Grande come dicono fin d’ora i suoi piedi nudi, le sue
guance. Avrà una moto, se le circostanze della vita glielo permetteranno, di certo amerà
guidarle. Per ora ne ha undici minuscole e un
grande casco, forse il suo, quello che usa
quando va in moto col padre o quando finge
di farlo. Ci tiene un piede sopra come si fa coi
trofei di caccia. Poi però nella tv corrono le
immagini di una preghiera orientale, pare
di sentirne la musica e di percepire l’odore di
una cucina col fuoco acceso, qualcuno ha lasciato una ciabatta nella stanza accanto, sul
frigo c’è Biancaneve. Madre, sorelle. Le donne possono cambiare rotta, nella vita. Donne, piccole donne. Guardate Botlhe, che vive a Maun, Botswana: ha tre anni, una sola
grande scimmia di peluche con un fiocco rosso al collo, gambe magre e ricci diritti come
fulmini. Le mani sui fianchi e il sorriso, soprattutto, dicono di lei. E ora Arafa e Aisha,
gemelle. Che quando nasci in due il mondo è
sempre abitato. Cosa volete che importi di
E ADESSO PROVATE A PENSARE
ANCHE VOI QUALE ERA DA PICCOLI
IL VOSTRO GIOCO PREFERITO.
DEL RESTO, CHE NATALE SAREBBE
SENZA NEMMENO IL RICORDO
DI UN REGALO DA MOSTRARE
quel che accade fuori quando dormi nello
stesso letto di tua sorella, hai il suo stesso vestito e le stesse trecce, due macchinine due
bambolotti due supereroi di plastica uno
snoopy e una papera, persino. Il cesto dei
panni bianchi da lavare, la sabbia della
spiaggia fuori. Vorreste avere questo mondo o vivere in quello di Julius, Losanna, già
ora chiuso dentro il circuito del suo treno
svizzero? Sulla nave dei pirati di Mikkel,
Norvegia, in piedi sulla cassa del tesoro o guidare un auto di quelle di Ralf, Riga, che ha i
calzini a righe come le pareti a righe e allinea
ogni cosa in una traiettoria diritta, ridendo?
È un gioco magnifico, questo di vivere in
mezzo ai draghi di Orly, Texas, e poi alle venti bambole rosa di Julia, Albania. Ai cubi e alle stoviglie di Cun Zi Yi, già a tre anni munita di bolero in tinta con la gonna plissé, poi
alle mazze da baseball di Virginia e alla bici
di Talia. Alla chitarra di Enea, che vive in Colorado portando questo nome, e al casco da
parrucchiera di Lola, Mendoza, i suoi tamburelli le sue maracas: ché la musica accompagna i giorni, ovunque tu sia qualunque cosa tu faccia. Laggiù in Argentina, dovunque.
Gli ultimi trenta secondi del gioco sono
per ricordare qual era, a cinque anni, il vostro gioco preferito. Il vostro posto segreto,
il vostro mondo. Perché lui è ancora lì. Uno
dei cento milioni di mondi possibili, diverso
da tutti gli altri. Unico sulla terra, fonte di
ogni pensiero prima ancora di essere pensato. Sepolto, forse, ma intatto. Bisogna scavare un po’, ne vale la pena. Riattiva lo stupore, se siete fortunati l’allegria. Cambia la
prospettiva, fosse solo un momento. Che Natale sarebbe, del resto, senza almeno il ricordo di un gioco.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
JULIUS,
3 ANNI
LOSANNA
(SVIZZERA)
CUN ZI YI,
3 ANNI
CHONGQING
(CINA)
FOTO DI GABRIELE GALIMBERTI/INSTITUTE
giochi preferiti allineati con orgoglio, sono
la proiezione del mondo dentro in un mondo
fuori. Sono quelle espressioni che si fanno
gesti, intenzioni, pensieri e azioni, cose.
Guardate queste foto, non ce ne sono due
che si somiglino. Guardate questi bambini e
provate a immaginare cosa pensano, come
vivono, cosa si dicono per vincere la paura
della notte, a cosa si ancorano quando sono
soli, cosa li rallegra e cosa li consola. Magari
non succederà, certamente non succederà
ma in ciascuno dei loro universi in miniatura ci sono tutti gli indizi degli adulti che potrebbero diventare. Se niente turbasse la loro traiettoria — ed è certamente impossibile, lo sappiamo, ma proviamo solo a immaginare — in queste foto ci sono uomini e donne già fatti, già al loro posto, già pieni di quello che manca e che serve. I bambini sono
persone piccole. Soltanto più piccole delle
persone grandi.
Giochiamo ancora cinque minuti a questo
gioco, il tempo sta per finire qualcos’altro
oggi avrete da fare. Guardate Tyra, che vive
a Stoccolma. Immaginiamo la temperatura
fuori casa, in quella luce bianca di neve, il caldo dentro. La casetta bianca di legno e la carrozzina per le bambole, sì, la cucina e la teiera con le tazze ma poi anche due cavalli col
palo di legno da cavalcare, i suoi vestiti disuguali, una rosa in testa e una tromba in ma-
la Repubblica
LA DOMENICA
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38
Il racconto.
ST EFAN MERRI LL B LO C K
na sera, quando avevo sei
anni, mio padre mi onorò
della sua confidenza odorosa di Marlboro raccontandomi la verità su Babbo Natale. Eravamo alla
fine di novembre, una settimana prima che il suo reparto partisse: lo trovai
che scolava le ultime gocce da una lattina di Miller
Genuine Draft mentre
esaminava i pezzi della
sua pistola smontata sul
bancone in fòrmica della
cucina. «Quest’anno», mi
disse, «dovrai fare tu Babbo Natale».
«Ma ho solo sei anni», gli
feci notare.
Mio padre annuì.
«Sei grande abbastanza
per conoscere la verità».
U
L’AUTORE
STEFAN MERRILL BLOCK
È NATO A PLANO, TEXAS,
NEL 1982. SI È LAUREATO
ALLA WASHINGTON
UNIVERSITY DI SAINT LOUIS
E OGGI VIVE A BROOKLYN.
HA ESORDITO NEL 2008
CON IO NON RICORDO
EDITO IN ITALIA
DA NERI POZZA.
IL SUO ULTIMO ROMANZO
È LA TEMPESTA ALLA PORTA
SEMPRE PER NERI POZZA
Si accucciò e fece la faccia di un uomo che sale con la torcia in mano
lungo le scale serpeggianti di una sala rimasta sigillata per lungo
tempo, parlando come se non volesse disturbare gli spiriti sopiti che
ci vivono dentro. Anni dopo mi sono chiesto se non fosse semplicemente ubriaco. «C’è una confraternita segreta di elfi», mi disse con
la voce che mi inumidiva l’orecchio. «Una confraternita segreta che
gira per il mondo cercando il prossimo Babbo Natale quando quello
in carica è pronto per andare in pensione». Mio padre mi spiegò che
aveva scoperto con tristezza di essere ormai troppo vecchio per essere preso in considerazione per quel ruolo. «Sono come quei poveracci vestiti da Babbo Natale al centro commerciale. Ancora a inseguire il sogno. Ma tu», mi disse, «tu potresti davvero avere il dono».
Per tutto il mese di dicembre indossai il costume da Babbo Natale tre taglie troppo grande che mi aveva comprato mio padre. Ogni
volta che io e mia madre incrociavamo un adulto di dimensioni elfiche sulla Prospect Avenue, mi fermavo e mi esibivo in un provino:
«Oh! Oh! Oh!».
***
Con gli anni quella stupida idea pian piano svanì, ma io continuavo a fingere con una certa perizia. I miei genitori mi avevano dato il
nome di mio padre con l’aggiunta di un junior, ma dopo che lui fu di-
chiarato disperso nella provincia irachena di al-Anbar, mi rifiutai di
usarlo. A dodici anni chiamavo me stesso Lord Voldemort, Eolo il Mago delle Tempeste, Ser Galvano. Le rare volte che altri studenti mi
rivolgevano la parola spesso alzavo lo sguardo dal romanzo fantasy
che stavo leggendo in quel momento e rispondevo col linguaggio artefatto di qualche druido. Potete immaginare quanto questo atteggiamento mi rendesse popolare: in seconda media, alla scuola pubblica 154, ero conosciuto come “ciccione di merda”.
«La seconda media è sempre un anno difficile», mi disse la mia consulente scolastica Sheila Tripp con gli occhi cerchiati di compassione. Era subito dopo gli esami finali, quando mi aveva convocato nel
suo ufficio affollato di orsacchiotti di pezza per informarmi che visti
i miei voti probabilmente avrei dovuto ripetere l’anno.
***
«Natale è domani», disse mia madre con la faccia rischiarata
dal pallore tremolante del televisore. Da quando era finita la scuola dormivamo sul divano e cenavamo a suon di barrette di carne
secca di manzo e biscotti al cioccolato Oreo. Quando andavamo in
bagno, l’impronta del tessuto ad alveare del divano ci rimaneva
impressa sulla pelle. Sembravamo sull’orlo di qualcosa, in procinto di perdere la nostra dimensione, due amebe che fondono il
la Repubblica
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loro citoplasma. «Farai Babbo Natale?», mi chiese lei. «Junior?».
Risposi alzando le spalle. Avevo scoperto il nascondiglio in cui mia
madre teneva i regali, in fondo all’armadio: uno Scale e Serpenti (un
gioco per bambini, ndt) di seconda mano, un’edizione in videocassetta di Jurassic Park III e un vecchio Optimus Prime (un altro giocattolo, ndt) usato non più in grado di ritrasformarsi in camion. L’idea di trasportare queste cose nel sacco di velluto rosso fino a quell’arbusto in vaso che spacciavamo per albero di Natale era troppo deprimente per prenderla in considerazione.
«Se non ti vestirai da Babbo Natale, come faranno tuo padre e gli
elfi a trovarti?». Mia madre una volta mi aveva proposto una spiegazione alternativa per la scomparsa di mio padre. Non era stato ucciso, era stato scelto. Un giorno sarebbe venuto, mi avrebbe preso allegramente fra le braccia e saremmo sfrecciati insieme fra le stelle.
«Sai, mi sono reso conto di una cosa. Se Babbo Natale invecchia
abbastanza da dover andare in pensione, vuol dire che prima o poi
dovrà anche morire, giusto? E che cosa fanno con i vecchi Babbo Natale? Li buttano in una fossa comune da qualche parte?».
«Non essere crudele», disse mia madre. Qualche mese prima l’esercito degli Stati Uniti ci aveva spedito la foto di una targa piantata nel suono argilloso dell’Anbar per commemorare quei soldati di
cui non erano mai stati ritrovati i resti. («Questa è quella che chiamano chiusura della pratica», aveva detto mia madre prima di accartocciare la foto e buttarla nella spazzatura).
Il nostro appartamento buio pulsava della luce emanata dal notiziario che stavano trasmettendo alla tele. Il Paese era stato messo in
ginocchio da una tempesta di neve: all’aeroporto LaGuardia i passeggeri erano bloccati a terra. «Vogliamo solo tornare a casa in tempo per Natale», diceva un bambino piccolo con gli occhi fasciati di rosso. Sul mio lato del divano, singhiozzavo come ero diventato bravissimo a fare, senza emettere un suono. Aspettai che mia madre si fosse addormentata per cominciare a incartare i regali.
***
«Buon Natale! Oh! Oh! Oh!». Quattro ore e tre cambi di autobus dopo, era l’una del mattino e svegliavo le famiglie accampate davanti
alla biglietteria del terminal B dell’aeroporto LaGuardia col clangore discontinuo della campanella d’ottone di mio padre. Avevo dovuto strappare le maniche del mio vecchio costume da Babbo Natale
per farci passare quei salsicciotti che mi facevano da dita. Quando
mi tiravo giù dalla spalla il sacco di velluto consunto, si apriva la cucitura sotto l’ascella. La barba di cotone era andata persa anni prima
DISEGO DI GIPI PER “REPUBBLICA”
“Ormai sono vecchio,
rischio di trasformarmi
in uno di quei poveracci
con la barba finta
al centro commerciale”
Quest’anno
sarai tu
Santa Claus
per un’invasione di muffe nere.
«Non puoi essere Babbo Natale», mi informò un bambino lentigginoso di cinque o sei anni. «Sei solo un ragazzino».
«Sei adorabile!», disse sua madre. «Un Babbo Natale in carne e ossa! Lavorate all’aeroporto?».
«Sono un apprendista Babbo Natale».
Guardai il bambino scartare una confezione di biscotti al cioccolato Oreo. Sua sorella tirò fuori dalla carta del suo regalo una bottiglietta mezza vuota di Xanax che avevo preso a mia madre. Avrei voluto darle un regalo migliore, ma dopo dieci minuti all’aeroporto avevo già distribuito quella manciata di regali da quattro soldi che avevo, insieme a tutti i cibi confezionati che avevo trovato nella nostra
dispensa, e ora incitavo bambini e bambine a scartare il nostro telecomando, un portafogli vuoto, un panetto di burro quasi completamente squagliato. Dopo una mezz’oretta, l’improbabile Babbo Natale del Terminal B attirò l’attenzione di un agente di polizia che recava scritto sulla targhetta “Sergente Lamb”.
«Ehi ragazzo, come ti chiami?», chiese l’agente Lamb.
«Babbo Natale, ovvio!». La mia voce a volte precipitava in un pozzo così profondo che mi lasciava sorpreso. «Buon Natale!».
«È un po’ tardi per andare in giro da solo, non ti sembra?».
«Sei stato un bambino molto buono quest’anno», dissi io.
Conoscevo bene quell’inquietudine che aveva preso possesso dell’agente Lamb. Gli occhi avviliti, le spalle ingobbite dal peso del dovere. Era un contegno che avevo visto spesso nei miei insegnanti e
consulenti scolastici, e normalmente era seguito da una telefonata
a mia madre e da una conversazione sussurrata per cercare di capire quali accidenti di problemi avessi. Pizzicai la cupola bianca di un
foruncolo sulla mia faccia, liberandone la sostanza lattiginosa.
Quando infilai la mano nel sacco di velluto e tirai su l’ultimo regalo
che avevo incartato, mi sentivo stordito e senza peso, come se la ciccia stesse scivolandomi via dai fianchi. L’agente rimase di stucco.
«È solo un giocattolo», dissi io, ma la carta si era aperta e si vedeva il metallo nero. Come se volesse dimostrare che qualcuno gliene
aveva già regalata una, l’agente Lamb tirò fuori la sua di pistola.
«Ragazzo, su, eh, stai calmo. Parla con me».
Sentivo il peso della pistola di mio padre nel pugno. Mi voltai e mi
specchiai nelle finestre scure. Anche senza la barba ero un giovane
Babbo Natale molto convincente. Ma avevo dodici anni ormai e mi
sentivo cinque minuti troppo vecchio per continuare a prendermi in
giro pensando che magari mi avrebbero seppellito anonimamente
con quel titolo.
«Come ti chiami?», chiese di nuovo l’agente Lamb.
Non c’erano stelle. La neve continuava a cadere e nessun aereo era
autorizzato a decollare. Ma a volte, perfino adesso, mi sembra di essere lì in piedi, aspettando che il nome di mio padre torni da me.
(Traduzione di Fabio Galimberti © 2014 Stefan Merrill Block)
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LA DOMENICA
la Repubblica
DOMENICA 21 DICEMBRE 2014
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Spettacoli.
Che cosa fa una rockstar
quando scende dal palco?
A Correggio per parlare
di Italia, Tondelli, Inter
e della fine di un grande sogno
Natale
in casa Liga
la Repubblica
DOMENICA 21 DICEMBRE 2014
È UN PERIODO MOLTO DIFFICILE. IN PASSATO
MI SONO CENSURATO PERCHÉ PENSAVO
CHE LA GENTE FOSSE GIÀ TROPPO ARRABBIATA
POI HO DECISO CHE ERA VERAMENTE TROPPO. IL MONDO
NON È ANDATO COME SPERAVAMO E LA FORBICE
TRA CHI HA TUTTO E CHI NON HA NIENTE
INVECE DI STRINGERSI SI È ALLARGATA
PER ANNI HO SCRITTO BRUTTE CANZONI
CHE NON MI APPARTENEVANO. POI UN GIORNO ESCE
“ALTRI LIBERTINI”. STRAORDINARIO. LÌ CAPISCO
CHE ANCHE UN ANGOLO DI PAESE POTEVA DIVENTARE
COSÌ IMPORTANTE DA FINIRE IN UN LIBRO.
FU UN’ILLUMINAZIONE: ECCO QUELLO CHE DOVEVO
RACCONTARE, LE COSE CHE AVEVO SOTTO GLI OCCHI
marico. Un giorno vado a Torino a presentare un libro, mi chiama Baricco: “So che sei
qui. Devi venire a giocare con la Nazionale
scrittori, non hai scuse”. Penso: “Non saranno dei grandi atleti”. E invece: la peggior partita della mia vita. Non ho toccato palla e
quando l’ho toccata l’ho toccata male. Ho capito che era ora di smettere».
Suoni davanti a decine di migliaia di persone: è difficile salire su un palco?
«Quella per me è la parte più bella, più
gioiosa. Come posso spiegare? Lì emerge
una parte di me che mi sorprende. Mi sento
a mio agio, mi sembra di essere tornato a casa, mi fa star bene per giorni e giorni. Fosse
per me suonerei tutte le sere».
Perché oggi tra i più giovani nessuno riesce a catalizzare l’attenzione?
«Io sono stato fortunato: nel 1990 ho firmato un contratto con una multinazionale
che ha detto “io mi impegno con te con tre album, se non va bene il primo proviamo col secondo eccetera”. Vuol dire che c’è un investimento a lungo termine. Oggi è impensabile, si va avanti di singolo in singolo, non ci
sono investimenti sulla produzione e quindi
come fai a farti conoscere tra le migliaia di
cose che escono ogni mese?».
Oggi i tuoi amici sono gli stessi di allora...
«Sì, con uno ci conosciamo da quasi cinquant’anni. Con altri dalle medie. Abbiamo
affittato una casa in campagna con un biliardo e un calciobalilla, ci troviamo a giocare a carte e quasi ogni venerdì a cena».
Ma quando scendi dal palco cosa succede?
LUCA VALT OR T A
CORREGGIO (REGGIO EMILIA)
UELLE FOTO DI GHIRRI FATTE DI NEBBIA e di mistero con quel cielo co-
Q
FOTO DI CHICO DE LUIGI
SUL SITO
OGGI SU REPUBBLICA.IT GLI AUGURI
DI LIGABUE AI NOSTRI LETTORI. QUI SOPRA
LA COPERTINA DI “MONDOVISIONE”.
A DESTRA: LE DATE DI UNO DEI PRIMI TOUR
GLI INIZI
SOPRA: IL PRIMO CONCERTO
DI LUCIANO LIGABUE A UNA FESTA
DELL’UNITÀ A CORREGGIO (1981).
SOTTO: UNO DEI PRIMI DEMO (1987)
CON INEDITO: “ORAZERO”. IN BASSO
CONCERTO ALL’ARENA DI VERONA
(2013)
FOTO DI JARNO IOTTI
sì grigio e case con giardino dalle porte che si aprono sul nulla.
A Correggio alle due del pomeriggio un sole malato filtra giallino da nuvole pallide. Corso Mazzini è deserto, tutto sembra come sospeso. Stacco. Luciano Ligabue cammina in un panorama
di devastazione. Tutto è distrutto: l’officina, la catena di montaggio, il reparto verniciatura. E poi, passando dalla fabbrica
agli uffici, il laboratorio, le “risorse umane”, persino la direzione generale con ancora le tende alle finestre. Ogni cosa è rimasta congelata al momento in cui tutto è finito.
Delocalizzazione, chiusura della piccola e media impresa
d’eccellenza: sono stati anni terribili. Non è solo un videoclip
quello de Il muro del suono, la canzone che apre Mondovisione, il tuo ultimo disco...
«Il fatto è che non ce la facevo più a tacere, per troppi anni mi sono censurato, e così ci sono almeno due brani saturi di questo stato d’animo in Mondovisione: Il muro del suono e Il
sale della terra. Il videoclip de Il muro del suono, quello della fabbrica abbandonata, congelata, l’abbiamo girato nelle Reggiane. Una fabbrica che nei suoi tempi migliori dava da lavorare a venticinquemila persone. Enormi fabbricati in cui venivano costruiti anche aerei,
treni. Sono lì a languire dagli anni Novanta… La canzone verso la fine dice una cosa chiara:
“Chi doveva pagare non ha mai pagato”. Oggi la gente paga scelte fatte da altri. E non capisce perché il mondo sia andato nella direzione opposta a quella che credevamo possibile».
Qualcuno dirà: cosa ti immischi, lascia stare la politica, continua a fare canzoni d’amore.
«Credo invece di aver sbagliato a darmi dei limiti in precedenza. L’ho fatto perché la gente è già molto arrabbiata, ma era inevitabile che le tensioni sociali esplodessero. E comunque non voglio rassegnarmi alla rassegnazione».
Edmondo Berselli, modenese, sosteneva che il segreto del successo non solo economico
dell’Emilia Romagna fosse la Cultura, quella con la C maiuscola. Aveva ragione?
«Ti dico solo questo. Quando avevo tra i quindici e i vent’anni a Reggio Emilia nascevano
le radio libere e tu potevi farne parte: non c’era alcun filtro. I cantautori erano al loro meglio
e gli artisti internazionali più importanti, da Dylan a Neil Young, passavano di qui. Qui Benigni sollevò Berlinguer alla Festa de l’Unità. Gli ospedali, le scuole, gli asili funzionavano.
C’era una grande forza popolare che stava
dietro una grande idea: quella che fosse pos- ricerca armonica. La donna cannone è un
sibile cambiare le cose in meglio. Oggi dire pezzo armonicamente molto complesso. So“comunista” sembra una parolaccia. Ma io lo le grandi canzoni da complesse diventano
resto fermo a Gaber. In Qualcuno era comu- semplici all’orecchio della gente».
nista, canzone che dovrebbero insegnare
Altri artisti con cui hai un rapporto particolare?
nelle scuole, diceva: “Qualcuno era comuni«Mi ha fatto piacere quando abbiamo fatsta perché sapeva che poteva essere felice
solo se lo erano anche gli altri”. Ecco: io mi so- to “Italia Loves Emilia” per raccogliere fonno formato su quelle parole lì, e oggi non rie- di, fare una versione di Tex molto aspra con
i Litfiba e vedere Piero come ai bei tempi. Con
sco a nascondere la mia disillusione».
Jovanotti ci messaggiamo. Però, ecco, c’è stiTu l’hai conosciuto Berselli, vero?
«Mi aveva fatto un’intervista per l’E- ma, c’è rispetto ma non è che ci vediamo tutspresso. Mi raccontò che si trovava spesso ti i giorni, ognuno ha le sue cose da fare».
con gli amici a suonare. Mi fece un appunto
La musica,e il calcio. Com’è che tifi Inter?
su un accordo di Certe notti perché non gli
«Perché quando ero bambino stava vintornava del tutto».
cendo tutto, io però mi sono beccato poi i quarant’anni di buio fino al 2010, un anno
E Tondelli? Anche lui era di Correggio.
«Per parecchi anni ho scritto canzoni trop- straordinario in cui finalmente è tornato a
po influenzate dai cantautori, canzoni che vincere: ero commosso. Ancora oggi riesco a
non mi appartenevano, brutte canzoni. Poi farmi guastare l’umore alla domenica. Lo so,
un giorno esce Altri libertini, un libro straor- è pazzesco, ma non c’è niente da fare».
dinario. Lì capisco che anche un angolo di
Giochi ancora?
paese poteva diventare così importante da
«No, saranno tredici anni che non gioco
finire in un libro. Fu un’illuminazione. Ecco più. Ho chiuso in bruttezza, lo dico con ramquello che dovevo raccontare: le cose che
avevo sotto gli occhi. La mia prima canzone
incisa si intitolava Sogni di rock’n’roll, ed è il
racconto di un mio sabato sera».
Come ci riuscisti?
«Grazie a un altro personaggio straordinario, altro emiliano, Pierangelo Bertoli.
Non lo conoscevo. Lo cercai sull’elenco: Sassuolo, Bertoli Pierangelo. Il numero lo fece
Claudio Maioli, che poi sarebbe diventato il
mio manager, io mi vergognavo. “C’è uno
bravo che fa delle canzoni, possiamo venire
a fartele sentire?”. Mi disse te brev, sei bravo. A quel punto cominciai a crederci».
Un altro di queste parti: Pàvana, Guccini.
«Verso i grandi si provano sentimenti come stima e ammirazione, a Guccini si vuole
anche bene».
Hai appena fatto un duetto di quelli veri,
non le solite cose a tavolino con un altro
grande, Francesco De Gregori.
«Avevo dodici, tredici anni quando uscì
Alice. È un classico anche nel suono, negli arrangiamenti, non puoi rifarla se non stravolgendola. Francesco ha deciso di usare
due chitarre e con il tempo in tre, come se fosse un valzer, quindi stravolgendone anche
l’idea ritmica. Ha avuto coraggio e sono contento che sia andata così bene. De Gregori
viene immediatamente associato ai suoi testi ma in realtà nel suo lavoro c’è moltissima
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Non senti un senso di vuoto?
«Per me la cosa difficile è quando finisco il
tour, non ho ancora un nuovo progetto davanti e gli amici sono tutti al lavoro. E poi per
quanto tu abbia esperienza non sai mai se le
tue canzoni verranno apprezzate perché la
ricetta non c’è».
Hai cambiato look: capelli grigi senza
preoccuparti dell’iconografia da rockstar
che vi vorrebbe eternamente giovani...
«Mi ero rotto i coglioni di tingermi i capelli e di sentire gente che mi diceva “ma sai che
in quella trasmissione si vedeva, erano un
po’ rossi”. Il culmine è stato quando mi sono
presentato a casa con i capelli giallastri e mia
moglie è quasi svenuta. Lì ho detto basta. Comunque giuro: non lo facevo per vanità. Solo per una sorta di senso del dovere nei confronti del rock».
“È un Natale molto duro, sembra vuoto
dentro”, dice un’altra canzone del disco…
«Quella canzone parla di un fatto personale ma comunque sì, la lettura si può allargare, non c’è dubbio. Le feste però sono tali
proprio perché possono aiutare, anche se
per un breve periodo, a cambiare un po’ l’atmosfera. Ben sapendo che la soluzione ai problemi non passa mai di lì».
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Next.
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R I CC AR D O ST AG L I AN Ò
U
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NA TRAPPOLA PER TOPI GENTILE, CHE CATTURA E NON UCCIDE. Una tenda che pesa mezzo chilo e
si monta da sola in tre minuti. Un argano a mano capace di spostare tonnellate, pochi
millimetri alla volta. Una parte del catalogo indispensabile di Kevin Kelly l’avrebbe potuto sognare Henry David Thoreau, quello della mitologia tutta americana sulla vita tra i boschi, da Walden a Into the Wild. Il futuro sembra aver fatto un giro completo e essere tornato dalle parti del passato. Il presente è digitale, sembra dire il fondatore di Wired e impareggiabile guru tecnologico, ma è meglio attrezzarsi a un domani analogico. Non si sa mai.
Per questo ha selezionato millecinquecento oggetti dalla lista degli oltre quattromila che da
dieci anni segnala dal suo blog omonimo e ha deciso di farne un librone. Cool Tools si chiama, “strumenti fichi”, e ha per sottotitolo “Un catalogo di possibilità”. Perché per essere cool
un oggetto non deve solo funzionare bene, meglio di tutti quegli altri che competono con lui
nello stesso settore merceologico, possibilmente al prezzo più basso, ma anche aprire opportunità creative che prima ci erano precluse. Poi, ovviamente, c’è un ampia scelta di attrezzi elettronici che hanno superato lo stesso feroce darwinismo. Ma il curatore ne ha messi meno perché invecchiano più in fretta, e lui voleva confezionare un canone duraturo.
Dietro l’aspetto di un ipertrofico campionario Postal Market — stampato in Cina, sistemato editorialmente da freelance trovati sulla piattaforma elance.com e illustrato da desi-
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The very
best
ofhi-tech
Parola diguru
I diecioggetti più“cool”scelti eprovati
da Kevin Kelly(il fondatore di Wired)
Perché il futuro qualche volta è adesso
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1. L'OUTSOURCING
NON CE LA FATE A FARE TUTTO DA SOLI?
DELEGATE A LEGIONI DI FREELANCE
IN TUTTO IL MONDO, PRONTI AD AIUTARVI
(elance.com)
2. IL REGISTRATORE
UN AURICOLARE PER REGISTRARE
LE TELEFONATE SUL CELLULARE: BASTA
COLLEGARE IL FILO A UN REGISTRATORE
(kk.org/cooltools/archives/4863)
3. IL CONVERTITORE
VORRESTE VEDERE SULL’IPAD IL FILM
CHE AVETE SUL COMPUTER O LEGGERE
IL PDF SULL’EBOOK READER? MA PRIMA
VANNO CONVERTITI. QUESTO SITO
CONVERTE QUASI TUTTO
(zamzar.com)
4. LA BILANCIA
IL PESO È COMUNICATO, IN AUTOMATICO
VIA WIFI, A UN SITO DOVE È POSSIBILE
gner ingaggiati su 99designs.com — c’è un
pensiero assai più sofisticato e paradossalmente anti-consumista. Non c’è neanche bisogno di comprarli questi attrezzi, spiega
Kelly su YouTube, ma il solo sapere che esistono moltiplica le nostre potenzialità (se un
giorno vorremo spostare un furgone da soli,
sappiamo che potremo farlo con il giusto argano). Pubblicato un anno fa, con quarantaduemila copie andate via come il pane, il libro resta a oggi il più venduto di Amazon nella sezione cataloghi e liste. Un evento doppiamente controintuitivo dal momento che
a) le segnalazioni esistevano già gratis online, perché uno avrebbe dovuto spendere
39,99 contribuendo alla deforestazione? b)
i lettori di Kelly sono più tipi da web o ebook.
Eppure, come suggerisce lo stesso curatore,
il web offre comodità mentre i libri fornisco-
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no esperienze: «Sfogliando quelle paginone
e zigzagando con gli occhi in quella selva di
cose diverse ti fa fare associazioni». Associazioni che la tunnel vision del web, quella puntuale, da link a link, non incoraggia allo stesso modo.
L’idea originaria di Kelly era di consegnare ai suoi tre figli una specie di eredità
pragmatico-sapienziale. Aveva provato a
far entrare in una scatola di plastica trasparente, quaranta centimetri per lato, gli attrezzi indispensabili di cui potrebbero aver
avuto bisogno nella loro vita adulta. Ma si
era reso conto che non ci stavano. Da lì l’idea
del catalogo. Ma a quel punto, visto che era
il best of di dieci anni di segnalazioni di vari
fidati collaboratori e di lettori che volontariamente scrivevano recensioni sul blog,
perché non metterlo a disposizione anche di
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UN “COOL TOOL”,
UN ATTREZZO
GIUSTO,
È QUALSIASI COSA UTILE
CHE AUMENTI
L’APPRENDIMENTO.
CHE DIA POTERE
AGLI INDIVIDUI
CHE SIA IL MIGLIORE.
O IL PIÙ ECONOMICO.
O L’UNICO
PER FAR FUNZIONARE
CIÒ CHE SI HA DA FARE
KEVIN KELLY
AUTORE DI “COOL TOOLS:
A CATALOG OF POSSIBILITIES”
VISUALIZZARE L’ANDAMENTO DEI PROPRI
(EVENTUALI) PROGRESSI
(kk.org/cooltools/archives/5310)
5. IL CAVO
L’IPHONE HA UN CARICATORE,
LA MACCHINA FOTOGRAFICA UN ALTRO,
IL LETTORE DI EBOOK UN ALTRO ANCORA.
UN CAVO COME QUESTO LI CARICA TUTTI
(kk.org/cooltools/archives/135787)
6. L’ADATTATORE
CERTO, NE SONO PIENI GLI AEROPORTI.
MA QUESTO È IL PIÙ GLOBALE E SOTTILE
DI TUTTI: NON VI ACCORGERETE NEPPURE
DI AVERLO IN VALIGIA
(kk.org/cooltools/archives/1290)
7. LA CUSTODIA
VOLETE VEDERE SULL’IPHONE I FILM
CHE AVETE SUL PC? USATE QUESTA
“CUSTODIA” COME UN DISCO ESTERNO
(kk.org/cooltools/archives/22642)
un pubblico più ampio? Il modello da seguire, anche esteticamente, è stato The Whole
Earth Catalog (quello reso celebre dal commiato “Stay Hungry Stay Foolish”, nella foga della santificazione erroneamente attribuito a Steve Jobs). Bibbia della controcultura anni Sessanta, voleva fornire agli hobbisti dell’epoca attrezzi e spunti per (tra l’altro) farsi computer da soli, programmarli e
hackerarli a piacere (il solito Jobs, fan sfegatato, l’aveva definito un «Google in formato tascabile»). Kelly l’aveva diretto per
qualche anno e oggi ammette che Cool Tools
ne è uno «spudorato plagio, sia nello spirito
che nello stile». Adesso consiglia il miglior
adattatore per prese elettriche che si possa
immaginare (testato da anni anche dal vostro cronista); un cavo Usb con tre diverse
uscite, per massimizzarne l’utilità; un cari-
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8. IL SUPPORTO
VI PIACEREBBE USARE LO SMARTPHONE
COME NAVIGATORE PER LA VOSTRA
BICICLETTA? QUESTO SUPPORTO
VI CONSENTIRÀ DI FISSARLO
IN MODO CHE NON CADA
(kk.org/cooltools/archives/4729)
9. LA SPILLATRICE
LA PROMESSA DELLA PAPERLESS SOCIETY
NON È STATA MANTENUTA. TANTO VALE
ORGANIZZARE TUTTA LA CARTA
CHE CI OPPRIME LEGANDO I FOGLI
SENZA BISOGNO DI SPILLE METALLICHE
(kk.org/cooltools/archives/3920)
10. LA CHIAVE
È UN TAGLIERINO, UNA SEGHETTA,
BEN TRE TIPI DI CACCIAVITE,
UN APRIBOTTIGLIE. E SEMBRA UNA CHIAVE,
COSÌ PASSA I CONTROLLI
DEL BAGAGLIO A MANO
(kk.org/cooltools/archives/29)
catore per iPhone che diventa anche una
memoria esterna dove facilmente immagazzinare film. Spirito del tempo. Ma ancora di più presenta una serie di attrezzi inauditi che di colpo vi renderanno possibili imprese che consideravate fuori portata. C’è
anche tutto online, certo. O sui siti TheWirecutter o TheSweethome, che lo stesso
Kelly consiglia. Ma il librone è una summa
unica. In un’intervista del ‘97 l’editore
Arthur Ochs Sulzberger liquidò così la competizione web-carta: «Non state comprando
notizie, quando comprate il New York Times, ma il suo giudizio». Lo stesso vale per
questo zibaldone cartaceo assemblato da
Kelly. Di recensioni sul web ce ne sono a pacchi, gratis. Ma queste sono quelle giuste.
Perciò vale la pena pagare.
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Sapori.
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D
CASA IACCARINO
(Sant’Agata sui due Golfi)
ICE
Uovo al tartufo
Cotto a bassa temperatura
Il bianco viene sostituito da spuma di mozzarella di bufala
Minestra maritata
Foglie invernali cotte nel brodo sgrassato di maiale
(cotica, piedini, salsiccia sgrassata)
Spaghetti con le vongole
Molluschi scaltriti, pasta bollita parzialmente e rifinita in padella
con prezzemolo tritato
Strascinati
Cannelloni farciti con carne rossa, soffritto, vino,
pane ammollato nel latte. Sopra, salsa di pomodoro
Capitone
Rivisitazione della vigilia: cottura alla griglia
con riduzione di aceto balsamico e foglie di mirto
Cappone al forno
Intero nel forno con rosmarino e alloro
Dopo un’ora e mezza, dentro le patate
Struffoli
Originari della Magna Grecia. Dopo la frittura, miele di agrumi
Sopra, diavoletti e canditi
Zeppole
Farina, acqua, sale, poco lievito, vino bianco, uvetta e pinoli
Fritti e rotolati nello zucchero semolato
Cassata
Versione napoletana del dolce-simbolo del regno delle Due Sicilie,
con la ricotta di bufala (e non di pecora)
Follarielli
Fagottini di foglie di limone riccamente farciti: uva sultanina,
ficchi secchi, mandorle, finocchietto
Benvenuti al Sud
Ernesto Iaccarino. A pranzo
minestra maritata e struffoli
LO CHEF
PRIMOGENITO
DI UNA FAMIGLIA
DI RISTORATORI
NAPOLETANI,
ERNESTO IACCARINO
È IL CUOCO
BISTELLATO
DEL “DON ALFONSO”,
LOCALE SIMBOLO
DELL’ALTA CUCINA
CAMPANA
E R N E STO I A CCA RI NO
SANT’AGATA SUI DUE GOLFI (NAPOLI)
E
SSERE IL CUOCO DI UNA FAMIGLIA di ristoratori il giorno di Natale ti regala una sola
certezza: cucinerai da solo. Scherzo: non c’è cosa più bella che cucinare per i
propri cari, io che cucino per tutti durante il resto dell’anno... Però, questo è il
fatto. Ognuno si muove nei rispettivi ambiti: mamma Livia e mio fratello Mario preparano tavola e si occupano del servizio, proprio come al ristorante, mio
padre Alfonso si occupa degli approvvigionamenti da Punta Campanella. Gli
altri, cognati, nipoti (siamo in tutto una quindicina) se la godono e basta. Il
tutto, dentro la scuola di cucina che sta di fronte al ristorante. Camino acceso, bottiglie giuste, una bellezza. Come molti locali della costiera, anche il nostro chiude ai primi di novembre e riapre a metà marzo. Se Natale è l’unico giorno in cui siamo tutti uniti, questo avviene
solo da qualche anno, da quando sono nati i figli di Mario e Emanuela. Prima lavoravamo, alternandoci tutto il tempo della chiusura nelle altre sedi del “Don Alfonso” da Macao a Marrakech. Continuiamo a farlo: ma Natale è stato tolto dall’agenda. Per merito dei nipotini, lo
celebriamo a Sant’Agata. Per prima cosa, accendiamo il camino. Appuntamento all’una,
brindisi con una magnum di Franciacorta, seguito da un Fiano importante. Niente stuzzichini, il nostro antipasto è la minestra maritata! Il pranzo è supertradizionale, pur se alleggerito rispetto alle ricette storiche. Infine la tavola diventa un tripudio di struffoli, zeppole
e cassata napoletana. Per ultimi, sgranocchiamo l’interno dei follarielli, i segnaposto che
nella tradizione della penisola sorrentina sono beneauguranti. Verso le cinque, allegri e satolli, ci dedichiamo alla frutta secca, sorseggiando una grappa invecchiata morbida. Tra una
noce di Sorrento e un torroncino, facciamo la scaletta delle partenze. Il 26, infatti, comincia
la diaspora che ci porterà a festeggiare Capodanno lavorando ai quattro angoli del mondo.
Torneremo in tempo per le zeppoline di San Giuseppe.
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CASA CEREA
(Bergamo)
MBRE
Insalata russa
La tribù dei figli, grandi e piccini, la impone ogni anno
Maionese montata a mano, naturalmente
Ostriche
Le preferite di Chicco. Possibilmente quelle sapide e carnose,
in arrivo dall’Atlantico francese
Cocktail di scampi
Il piatto preferito da mamma Bruna
I crostacei arrivano da Liguria e Sicilia, la cottura è al vapore
Patata col caviale
Cotta nella stagnola, servita con una crema di panna, mascarpone,
erba cipollina e caviale asetra
Porri alla brace
Benvenuti al Nord
Chicco Cerea. La nostra cena
scampi, tartufo e panettone
LO CHEF
CHICCO CEREA
N
BERGAMO
ON MI RICORDO DI AVERE mai festeggiato il Natale con i tempi delle altre perso-
ne. La cena della vigilia non esiste, il pranzo nemmeno. O meglio, condensiamo tutto il 25 sera: quello è il Natale della nostra famiglia. Siamo tanti:
mamma Bruna, noi cinque figli con rispettivi mariti e mogli, più un bel po’
di marmocchi di tutte le età. Alla fine, quando ci sediamo a tavola, siamo ventiquattro... Figli a parte (ma il mio Vittorio già comincia a impratichirsi coi
fornelli) lavoriamo tutti al ristorante, tranne mia sorella Barbara, che gestisce la pasticceria Cavour in città alta, ma è comunque collegata grazie ai dolci: suo marito Simone dirige il laboratorio che sforna panettoni e pasticcini per entrambi i locali. Tra sala, cucina, catering e cantina, ognuno ha un compito specifico. I nostri genitori hanno preteso che studiassimo, ma dopo il liceo o un pezzo di università, ci siamo ritrovati tutti con la
stessa passione. E quindi, a Natale si lavora. Il servizio del pranzo finisce verso le quattro di
pomeriggio. Ci scambiamo gli auguri con i ragazzi della brigata e della sala, poi ognuno dei
fratelli va a casa dei rispettivi suoceri e ci si rivede tutti al ristorante alle 20.30. Finché c’è
stato mio padre Vittorio, ci scambiavamo i regali. Quand’è mancato, abbiamo deciso di non
farlo più. L’unica a cui continuiamo a fare un pensiero è la Bruna, e lei ai nipotini. Il personale ogni anno ci dedica un allestimento speciale per la tavola. Una volta, abbiamo trovato un
trenino che girava da un capo all’altro, un’altra i piatti personalizzati con i nostri nomi. Poi,
finalmente si mangia. Ognuno di noi si toglie lo sfizio dell’anno: foie gras, cocktail di scampi, tacchinella ripiena... Utilizziamo anche gli avanzi del pranzo. Chiediamo ai fornitori di
mandarci un buon tartufo, una magnum di Champagne, una scatola di caviale. E poi i cioccolatini di Gobino, immancabili. Dopo, tocca ai nipotini: poesie, canzoncine, siparietti. Impossibile alzarsi da tavola prima dell’una e mezza. Poi però, tutti a nanna, che il 26 si lavora.
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PRIMOGENITO
DI UNA FAMIGLIA
DI RISTORATORI
BERGAMASCHI,
CHICCO CEREA
È IL CUOCO
TRISTELLATO
DI “DA VITTORIO”,
FUSIONE
DI TRADIZIONE
E MODERNITÀ
Raviolini di taleggio
Per il ripieno, farina di fioretto e formaggio d’alpeggio
Bolliti nel brodo, conditi con burro e cannella
Risotto al tartufo
Un classico della casa. Sfumato con Champagne,
tirato con brodo leggero. Sopra, lamelle a piovere
Tacchinella ripiena
Dentro, castagne, salame sbriciolato, mandorle e i suoi fegatini
Intorno, polenta, cipolline e patate
Millefoglie di mele
Strati di fette sottili e zucchero Muscovado
Dopo il forno, crumble di amaretti e granita di mela verde
Panettone
Orgoglio della pasticceria del ristorante, canditi compresi
Niente formati maxi, in tavola quello da un chilo
p ag i n a a cu ra d i L I CI A GRA NE L L O
ILLUSTRAZIONI DI ANNALISA VARLOTTA
PAGINE A CURA DI LICIA GRANELLO
La novità di quest’anno. Dopo la cottura, si estrae il cuore,
lo si affetta insieme a ostriche sbollentate
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L’incontro.
AVERE
UNA VITA LUNGA
È FONDAMENTALE
QUANDO
UN GIOVANE MUORE
È UN ERRORE.
SE MUORI
MOLTO VECCHIO,
COME ME,
E IN BUONA SALUTE,
COME ME,
ALLORA È PERFETTO
Quasi novant’anni d’età, settanta dei quali passati davanti a una cinepresa o sopra a un palcoscenico, almeno tre centinaia di personaggi interpretati, una decina i grandi registi con cui ha lavorato,
tre mogli, tre figli. Una vita piena, e ora? “Ora è finita. Teatro finito,
cinema finito. No, non sono io che non ne ho più voglia, se potessi
continuerei. Sono le assicurazioni. È troppo pericoloso assicurare
un vecchio. E se si ammala duQuell’oscuro oggetto del desiderio — girati con Buñuel? Dei tanti con Ferreri, La grande abbuffata inclusa, e anche Dillinger è morto fondamentale nella sua carriera? E di Claude Sautet del quale negli anni Settanta è stato l’acrante le riprese? Così scrivo. Che teur
fétiche? Del Salto nel vuoto di Bellocchio che nell’80 gli valse l’unica Palma, quella al migliore attore, a Cannes? Di Oliveira, Malle, Chahine, Ruiz, AnResnais? Di tutti loro sappiamo già molto. Questa sera Piccoli secosa esattamente ancora non lo ghelopulos,
gue percorsi mentali propri, recita a soggetto in quel modo non attoriale che
lo ha reso il gigante che è.
«Non vivo giorno per giorno, me ne frego. Non so quando morirò, non so
so. Sarà un romanzo? Sarà una perché
ho vissuto. Anzi, lo so, ma non lo dirò. Ho lavorato tutta la vita e lavorando non ho mai saputo che anno fosse. Capisce? Quando lavoro dimentico
il tempo non mi interessa. È così da sempre». Ma, anche se nel 2012
farsa? Lo vedremo. Sarà inutile? lehadate,
girato tre film (Resnais, Ruiz, Carax) e l’anno scorso un altro (del giovane belga Thomas de Thier), ricorda il suo ultimo grande ruolo in Habemus
Papam di Nanni Moretti? «Ho interpretato tutti i ruoli allo stesso modo, uno
Lo strapperemo”
vale l’altro. Non sono mai stato totalmente un personaggio, ho sempre reci-
Michel
Piccoli
LAURA PUTTI
A
PARIGI
RRIVERÀ? NON ARRIVERÀ? Jane Birkin non lo sa. Michel Piccoli avreb-
be già dovuto essere seduto qui, nella grande cucina di casa sua.
Tutti e tre avremmo dovuto anche parlare dello spettacolo Gainsbourg poète majeur — letture di canzoni come poesie, dal 28 febbraio al primo marzo 2015 in scena a Solomeo nel teatro di Brunello Cucinelli — ma non si è ancora visto. «Mi ha chiamata ieri, gliel’ho ricordato, speriamo bene». Finalmente suonano alla porta e il meraviglioso signore, il più leggendario degli attori, l’ultimo testimone di un cinema europeo che non esiste più, fa il suo ingresso in casa Birkin.
È arrivato a piedi, e con questo freddo e a quasi novant’anni (ottantanove
tra una settimana), attraversare due ponti — Birkin abita sulla rive gauche,
lui sulla droite, tra loro c’è un’isola sopra la Senna — non è impresa facile. Tutto bene? «Perché mai dovrebbe andare male?» risponde sfilandosi l’elegantissimo trench. Deve avere attraversato i ponti con classe, con
leggerezza, con calma, proprio come in settant’anni di carriera
ha attraversato almeno tre centinaia di personaggi. Di lui, oggi, fa ancora impressione l’imponenza. Da un uomo così non ci
si aspetterebbe discrezione. Invece Piccoli è sempre stato un
grande timido, un pudico, un eterno meravigliato. Un uomo
segreto, perfetto per registi grotteschi e surreali — da Ferreri a Buñuel — ai quali quel suo candore apparente ha reso
grande servizio. «Non sono timido», dice, «sono impressionato. Quando parlo con qualcuno che mi sembra eccezionale, e può accadere, sono l’uomo più modesto possibile.
E molto attento». Considerando che la sua lunga carriera
è stata piena di incontri con uomini straordinari, deve
NON CI SONO REGOLE PER RECITARE. HO PRATICATO
LA DISTANZA, L’UMORISMO, LA FOLLIA E ANCHE UNA
CERTA SEVERITÀ. QUANDO UN ATTORE FA L’ATTORE
DIVENTA PRESUNTUOSO, INSOPPORTABILE. CI SONO
ATTORI TALMENTE ATTORI CHE FANNO SCHIFO
aver passato una vita in silenzio. «No, non è vero, ho anche molto parlato, ho cercato di andare d’accordo con tutti».
Del passato è difficile chiedere. I ricordi sembrano troppo lontani. Nel momento in cui parla Piccoli è lucidissimo, poi fa una pausa e
chiede: «Che cosa stavo dicendo?», come se la frase appena detta si
cancellasse all’istante dalla sua memoria. «È molto complicato, nella mia testa è molto complicato» ripete spesso. E d’altra parte, perché mai chiedergli de Il disprezzo di Godard, accanto a Brigitte Bardot, che nel 1963 lo consacrò tra i grandi? Perché farlo parlare dei sei
film — da Bella di giorno a Il fascino discreto della borghesia, fino a
tato con umorismo e con una certa distanza. Quando un attore fa l’attore non
mi piace. Quando l’attore è troppo serio, troppo solenne, diventa presuntuoso. Insopportabile». Recita con umorismo anche un ruolo tragico? «C’è
umorismo in tutte le opere, anche nelle tragedie, vous comprenez?». Anche
nei suoi ultimi grandi ruoli teatrali? Nel Re Lear (2006-2007)? Nel vecchio
Minetti (2009) seduto sulla sua valigia in una notte di Capodanno, aspettando invano un direttore di teatro e un ultimo ruolo? «Che cosa fa di tragico
Minetti?». Muore. «E allora?». E allora... «Il registro di un attore cambia tutto il tempo, non resta sempre tragico o comico. Con registi contorti come
Buñuel e Ferreri si rischiava di essere parodie d’attori. Non ci sono regole per
recitare, ma io ho praticato la distanza, l’umorismo, la follia e anche una certa severità. In tutti i ruoli, in cinema e in teatro, è la replica dell’altro che ho
rispettato. In scena o sul set siamo sempre stati più di tre: l’autore, il regista,
io e il mio o la mia partner. L’attore che pensa di essere solo, di essere l’unico, può essere bravissimo, ma per me non lo è. Ci sono attori talmente attori,
talmente meravigliosi, che fanno schifo. Puoi dire (e imposta la voce, ndr)
“Vado ancora a prendermi del dolce cara, ne vuoi un po’?”, e allora che fai?
Ridi!». Tutti i registi hanno capito il suo umorismo e la sua follia? «Se non lo
capivano cambiavo film». Era facile con Ferreri? «Molto facile, meravigliosamente facile». E con Sautet? «Era difficile per lui. Sautet era sempre angosciato. Diceva: e adesso come faccio? Difficile lavorare con un regista che non
è sicuro di come fare». Hitchcock? Difficile? «Con lui ho fatto un solo film, ma
non ne ricordo il titolo (Topaz, 1969, ndr) credo che sia stato uno dei meno
riusciti». Oliveira? «Talmente meraviglioso da non risultare mai difficile. E
comunque alle volte i registi difficili sono così intelligenti che capisci comunque quello che devi fare».
Una vita piena di teatro e di cinema, di vita vera — con tre mogli: l’attrice
Eleonore Hirt madre di sua figlia Anne-Cordelia, poi Juliette Greco dal ‘66 al
‘77 e infine la sceneggiatrice Ludivine Clerc con la quale ha adottato Missia
e Inord — e anche di impegno politico. Ancora oggi Piccoli fa campagna per
i socialisti, per la Siria, contro il Front National e per Amnesty. In una delle
FU LEI, JULIETTE GRECO, AD ANDARSENE.
FORSE SI ANNOIAVA, ANCHE SE NON CREDO
CHE MI ABBIA SEMPRE TROVATO NOIOSO.
RESTA IL FATTO CHE MI LASCIÒ. FU TANTO
TEMPO FA, MA ME LO RICORDO ANCORA
sue autobiografie Greco dice che il vostro matrimonio finì per
noia. Si sente un uomo noioso, signor Piccoli? «Era lei che si annoiava, ma non credo che mi abbia sempre trovato noioso. Comunque se ne andò lei. Mi lasciò. Era tanto tempo fa, ma me lo
ricordo ancora». È bello avere una vita lunga? «È fondamentale.
Le persone, più o meno meravigliose, che ho conosciuto e
che sono morte giovani... è stato un errore. Se muori
molto vecchio, come me, e in buona salute, come
me, allora è perfetto». Che cosa vorrebbe ancora
recitare in teatro? «Adesso?». Ci pensa un po’, sta
per dire qualcosa. Si ferma. «No, comunque è finita. Capisce? Teatro finito, cinema finito». Non
ne ha più voglia? «Non sono io, sono le assicurazioni che non hanno più voglia. È pericoloso
assicurare un attore vecchio. Potrebbe morire. E se si ammala durante le riprese? Un regista può anche lavorare da vecchio. Oliveira ha
più di cent’anni, ma se si ammala c’è sempre
l’aiuto regista che continuerà il suo lavoro». E
che cosa fa un attore se non recita? «Può accadere che scriva». Un romanzo? «Non lo so ancora,
lo sto scrivendo. Sarà un romanzo? Una farsa? Sarà
inutile? Allora lo strapperemo». Triste senza la scena? «Non sono triste. È così. È un mestiere molto
difficile, ma sono sempre stato felice di farlo. Ho
avuto la fortuna di recitare talmente tanto, ho talmente lavorato... certo se potessi continuare lo farei, ma non posso. È finita, e basta così». Lo spettacolo su Gainsbourg, allora? «Dura poco». Veramente vorrebbero poi farne una tournée nel
2015. «Troveranno qualcun altro».
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