Un Edipo stalinista

Rubén Gallo
Un Edipo stalinista
Introduzione di Luciana Castellina
Sito & eStore – www.ilsaggiatore.com
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@il Saggiatore S.r.l., Milano 2013
l’opera – La scoperta di un misterioso tomo di diritto
penale messicano nella biblioteca di Freud dà il via a un
fantasmagorico intrigo internazionale dove l’atmosfera
da film di Lubitsch si intreccia alle vicende biografiche
del padre della psicoanalisi e i personaggi del racconto sembrano saltare fuori da I dieci giorni che sconvolsero
il mondo di John Reed. Intenzionato a svelare il mistero attorno a Derecho penal, Rúben Gallo, storico della
letteratura, si avventura in un’indagine dalla trama intricatissima à la Hitchock. Gallo raggiunge la Columbia
University per esaminare il libro e scopre che il suo autore, Raúl Carrancá y Trujillo, è un ambizioso giurista,
discepolo di Cesare Lombroso, sostenitore convinto del
positivismo e della necessità di utilizzare le teorie freudiane per interrogare gli imputati.
Ma l’indagine di Gallo è solo all’inizio: Carrancá è il
giudice a cui, il 20 agosto 1940, è stato assegnato il caso di
Ramón Mercader, assassino di Lev Trockij, pronto a pagare per il delitto commesso, ma non a confessare il vero
movente. Per sei mesi uno psichiatra forense e un criminologo scelti da Carrancá incontrano Mercader sei ore al
giorno, trascorrendo con lui un totale di 942 ore. Seguendo le indicazioni di Freud, chiedono a Mercader di parlare liberamente e analizzano sogni, relazioni familiari,
ricordi d’infanzia, paure, fantasie, lapsus ed esperienze
sessuali. Lo sottopongono a test di Rorschach, esperimenti associativi, analisi calligrafica e grafologica.
Quando, il 17 aprile 1943, il giudice emette il verdetto
(Mercader aveva ucciso a causa di un «complesso di Edipo manifesto») si disvela una storia degna di un giallo psi-
coanalitico. A muovere Mercader contro Trockij non sono
stati solo la violenta avversione dell’assassino nei confronti delle figure paterne e lo sconcertante complesso edipico di Mercader, ma un astuto burattinaio: l’agente segreto
stalinista Leonid Eitingon, amante di sua madre.
E l’analisi dell’équipe di Carrancá riserva altre sorprese…
Sulle tracce di Derecho penal mexicano, Rúben Gallo si
imbatte in una storia piena di colpi di scena. Nell’Introduzione, Luciana Castellina mette in luce gli intrighi, le
seduzioni, gli omicidi, i documenti falsi, le interpretazione dei sogni e gli attori che, dall’Unione Sovietica a Città del Messico, prendono parte all’inquietante vicenda.
l’autore – Rubén Gallo è docente, ricercatore e scrittore.
Insegna alla Princeton University e vive a New York. Membro del consiglio del Sigmund Freud Museum di Vienna,
ha pubblicato New Tendencies in Mexican Art (2004), The Mexico City Reader (2004), Mexican Modernity: the Avant-Garde and the Technological Revolution (2005) e Freud’s Mexico
(2010).
Sommario
Introduzione di Luciana Castellina
Un Edipo stalinista
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Freud e Stalin in Messico, 41 – L’inconscio
criminale, 60
Note
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Introduzione
Sull’assassinio di Trockij credevo di sapere tutto.
Anni fa ero stata a Coyoacán, nella casa che, in esilio, il costruttore dell’Armata rossa – poi dissidente
numero uno dell’Urss e ossessivamente perseguitato da Stalin – aveva occupato alla fine degli anni trenta. Con un senso di orrore mi ero soffermata
su quella pagina terribile della storia, proprio accanto alla piccola scrivania dove il «profeta disarmato» si era abbattuto rantolando il 20 agosto 1940,
colpito alla nuca dalla piccozza del sicario mandato da Mosca.
Non era vero, allora sapevo pochissimo.
Per alcune fortuite coincidenze, molte mie lacune sono state colmate e solo adesso posso sostenere con una certa autorevolezza che questo saggio di
Rubén Gallo, docente messicano all’Università di
Princeton, aiuterà i lettori a conoscere meglio quel-
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le vicende e, in particolare, le circostanze in cui Lev
Davidovicˇ Trockij fu ucciso e la storia della psicoanalisi, che, come mai avrei immaginato, si intreccia con quella.
Il testo qui pubblicato è il sorprendente capitolo di un volume dedicato all’influenza di Freud
in America Latina. Quando, nella caffeteria della
London Review of Books, Rubén Gallo me lo donò,
ne fui subito colpita, sebbene io sia più incuriosita dalle vicende del comunismo che di quelle
legate alla psicoanalisi. La lettura di quello scritto mi riportò alla mente altri due libri: The Eitingons: A Twentieth-Century Story, recentemente
letto e strettamente connesso alla vicenda raccontata, scritto da Mary-Kay Wilmers, notissima signora del mondo letterario inglese e direttrice
proprio della rivista cui fa capo la libreria e l’annessa caffeteria dove avevo incontrato Rubén Gallo; e il secondo, anch’esso appena terminato e che,
quando cominciai a scorrere le pagine, non sospettavo potesse avere nessi con gli altri due: L’uomo che amava i cani del cubano Leonardo Padura
Fuentes, uno dei pochi scrittori tutt’ora residenti
all’Avana, non ortodosso e collaboratore de il manifesto.
Successivamente Rubén Gallo mi invitò all’Università di Princeton, a partecipare alla tavola roton-
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da in occasione della proiezione di Asaltar los cielos,
una docufiction sul caso in questione, diretta dal
regista spagnolo e direttore dell’Instituto Cervantes di New York, Javier Rioyo (che ha inspirato anche Padura Fuentes nella stesura del suo romanzo).
Quell’incontro costituì un altro tassello importante
nella ricostruzione dell’assassinio di Trockij e del
suo rapporto con la psicoanalisi. Da quel momento
mi dedicai alla ricerca di tutto quello che era stato
scritto sull’argomento.
Fra queste letture, mi imbattei in alcune particolarmente illuminanti: il dibattito che per mesi, nel
1988, si svolse sulle pagine della New York Times
Book Review e della New York Review of Books; il recente studio di due ricercatori del Truman Institute
di Gerusalemme – Isabella Ginor e Gideon Remez
– pubblicato sul Journal of Modern Jewish Studies; il
libro scritto da Luis Mercader, Mio fratello, l’assassino di Trotskij; e, infine, Feux d’été di una cugina-nipote di Ramón Mercader, Nuria Amat.
Cosa hanno a che fare tra loro testi così diversi?
La vicenda è complicata ma intrigante e cercherò
di riassumerla affinchè sia ancora più apprezzato
questo interessante saggio di Rubén Gallo.
Nel dare conto dell’influenza del fondatore della psicoanalisi in Messico, Gallo inanella molti aneddoti e
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racconta come, negli anni trenta, un giovane giurista
di Città del Messico, Raúl Carrancá y Trujillo, imbattutosi negli scritti di Freud, abbia pensato di applicare la nuova teoria al processo penale, per meglio
penetrare nell’inconscio criminale; e di come la sua
ipotesi – elaborata nel primo volume del suo Derecho penal mexicano del 1937 – da lui sia stata poi sperimentata su un imputato assai speciale, la cui causa
gli era stata affidata nel 1940: l’assassino di Trockij,
sottoposto a 942 ore di analisi, come risulta da un
fascicolo giudiziario di 1332 pagine. Lo studio di
Carrancá, inviato allora dall’autore a Freud, è stato
fortunosamente ritrovato da Rubén Gallo fra i libri
del maestro conservati alla biblioteca della Columbia
University a New York, sepolto da più di settant’anni di indifferenza.
Grazie a una pratica psicoanalitica appossimativa e più che discutibile («selvaggia», avrebbe detto
Freud) i giudici messicani erano riusciti a capire qualcosa dell’assassino che, come si sa, sostenne fino alla
morte di essere belga e di essere un trotskista deluso, nascondendo quanto era invece chiaro a tutti: che
egli era un mandante dei servizi segreti sovietici. Fra
l’altro, fu proprio uno psichiatria che aveva trattato
il caso, Quiroz Cuarón, a rintracciare, dieci anni più
tardi in Spagna, le prove definitive sulla vera identità dell’uomo che si faceva chiamare Jacques Mornard.
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La storia vera di Ramón Mercader/Jacques
Mornard/Frank Jacson, quale risulta dai vari scritti
che ho citato, è romanzesca. Sua madre, Caridad
del Río, bella e ricca cubana, sposa un importante
industriale tessile di Barcellona, da cui avrà ben
cinque figli, nonostante il turbolento matrimonio.
(Non María Mercader, seconda moglie di Vittorio
De Sica e ben nota attrice italiana; in realtà María
non è sorella ma cugina di Ramón, come prova
Nuria Amat nel suo libro.)
Caridad si annoia, non sopporta la vita della
buona società barcellonese, comincia ad abusare di
droghe, entrando e uscendo dalle cliniche di disintossicazione. Sta meglio quando si avvicina ai circoli anarchici della città e, sedotta da essi, aiuta a
piazzare bombe nelle fabbriche del marito, dal quale poi si separa lasciando Barcellona per una cittadina francese. La seguono i cinque figli, bambini e
adolescenti; per i più grandi non si tratterà solo di
un trasferimento geografico: quando Caridad entra in contatto con il Partito comunista spagnolo e
stravolge la sua vita, divenendo un’integerrima militante, i tre maschi ne condividono l’ispirazione.
Allo scoppiare della guerra civile, i due maggiori vanno al fronte: Ramón e il più giovane Pablo,
che resta ucciso in un combattimento ad Albacete.
Ferita è anche Caridad, sul fronte di Aragona, già
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prima partecipe allo storico assalto alla Capitanià
General. Caridad non è solo combattente, è anche
responsabile politica: a lei viene affidata la direzione dell’organismo che raggruppa le donne antifasciste spagnole.
È in quegli anni cruenti che la donna incontra
Leonid Eitingon, conosciuto anche come Nahum
Isaakovich Eitingon, originario del governatorato
di Mahilëu˘ , in Bielorussia (dove è nato nel
1899), entrato a vent’anni nella Cˇ eka (la polizia
segreta voluta da Lenin), allora in Spagna come
responsabile dei servizi segreti sovietici.
È un incontro, e un amore, fatale. Insieme decidono che proprio Ramón è la persona adatta a uccidere Trockij a Città del Messico. Il ragazzo assolverà
il gravoso compito il 20 agosto 1940, dopo due anni
di meticolosa preparazione, prima a Parigi, poi in
loco, fingendosi un facoltoso americano disinteressato alla politica, identità falsa in cui crede la poco
avvenente segretaria della vittima da lui sedotta.
(Mercader non era forse bello come Alain Delon che
ne interpreta la figura in un vecchio film di Joseph
Losey, ma altrettanto affascinante.)
I due amanti-cospiratori ritengono l’operazione
di sicuro successo e saranno proprio loro due – Caridad ed Eitingon – a bordo di un’auto, ad attendere Ramón a poca distanza da calle Viena, dove
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si trova la Villa Coyoacán dell’esule sovietico, ma
dove il giovane non li raggiungerà mai perché, sebbene colpito a morte, Trockij farà in tempo a lanciare un grido che farà accorrere le guardie e arrestare
il giovane.
Che il ragazzo fosse affetto da un fortissimo Edipo (detestava suo padre) e – come scrive Gallo – subisse il dominio di «una madre castrante», appare
evidente. Ma l’autore parla anche di un più intrigante Edipo, «l’Edipo di Stalin», una definizione
che ha origine negli scritti di Alexander Etkind, il
quale, nel suo Eros of the Impossible, analizza la personalità di Stalin in chiave psicoanalitica. Né stupisce che le scelte tremende della madre Caridad
siano state definite «suicidio di classe», e che sconcertante risulti la sua relazione con il figlio, la cui
devozione al Partito – suggerisce Gallo – potrebbe
anche nascere dalla gratitudine per avere salvato la
madre: è da quando Caridad è entrata nel Pce, infatti, che ha smesso di drogarsi ed è tornata a interessarsi alla vita.
Il personaggio che ora entra in scena – Leonid Eitingon – è, si può dire, il focus del The Eitingons: A
Twentieth-Century Story di Mary-Kay Wilmers. Come molti russi di famiglie emigrate durante l’epoca sovietica, al crollo del Muro anche la Wilmers
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è tornata in Russia a cercare le proprie radici e le
notizie relative agli antenati andati dispersi fra rivoluzione, guerra civile e repressione staliniana.
Un’esplorazione che per Mary-Kay si rivela inquietante, visto che anche sua madre si chiama Eitingon
ed è figlia di Boris Eitingon, fratello di Motty, assai ricco imprenditore a capo di un’azienda familiare di importazione di pellicce dall’Urss da cui
ha ottenuto larghe concessioni commerciali subito
dopo la rivoluzione, conservandole durante i molti spostamenti in Europa e anche quando, negli anni venti, si è definitivamente stabilita a New York.
Dalle ricerche risulterebbe (benché in queste ricerche le certezze non siano mai definitive) che Motty
sia fratello, o cugino, proprio di Leonid.
Inutile cercare di definire lo sconcerto dell’editrice della più importante rivista letteraria inglese
nello scoprire la sua stretta parentela con il mandante dell’assassino di Trockij; soprattutto quando
iniziarono a rivelarsi fondati i sospetti relativi al
nonno: come il fratello o cugino Leonid, anche Motty sarebbe stato legato ai servizi segreti sovietici. E
ciò non desta stupore se si considera che da sempre
Mosca ha avuto la base di reclutamento della propria rete spionistica nella comunità russa emigrata
in America. (Si calcola che, nel ’40, fra il personale
scentifico che lavorava al Progetto Manhattan a Los
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Alamos e a Berkley fossero presenti almeno quaranta agenti sovietici.)
Grazie alle sue ricerche, la Wilmers viene a sapere che gli Eitingon erano un ricco clan ebraico
di commercianti di pellicce insediato in Russia, fino a quando le leggi zariste proibirono agli ebrei
di risiedervi, emigrando a Mosca con la propria attività a fine Ottocento. Nel 1891 alcuni Eitingon
furono espulsi da Mosca, altri vi rimasero fino al
1918, quando, in maniera sospetta, ottennero un
permesso legale per lasciare il paese insieme alla
loro attività, rinunciando alla nazionalità sovietica,
ma dotati di contratti per l’importazione di pellicce russe, un giro di affari che col tempo raggiunge
il valore di 85 milioni di dollari.
I commerci erano stati realizzati attraverso la
Arcos, un’agenzia sovietica che aveva sede negli
stessi immobili in cui si trovavano gli uffici della Eitingon, considerata una copertura per le azioni dello spionaggio sovietico. Fra il 1942 e il 1956,
lo stesso imprenditore Motty viene interrogato e
inquisito per ben cinque volte dall’Fbi (ancorché
sempre scagionato) per i suoi rapporti sospetti con
Mosca.
Il risultato più interessante delle ricerche, per
le sue implicazioni culturali e politiche relative
proprio alla psicoanalisi, è quello che riguarda
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l’altro fratello Eitingon, Max, affezionato zio della
madre di Mary-Kay (è durante una crociera con
lui che la donna incontrerà il suo futuro marito,
l’inglese Wilmers).
Fra il ’10 e il ’32 Max Eitingon è uno psicoanalista noto a Berlino, presidente della Ipa (Associazione psicoanalitica internazionale) e amico intimo
di Freud, al quale sin dagli anni venti presta denaro per sostenere il nascente movimento psicoanalitico, e a lui vicino anche dopo l’Anschluss, quando
Freud dovrà lasciare Vienna per Londra. È dalla
ricca azienda di pellicce di famiglia gestita, a nome
di tutti, dal fratello Motty, che proviene il denaro
di cui Max dispone, oppure lui è solo il tramite del
denaro che arriva da Mosca? E, se così fosse, si dovrebbe dedurre che il movimento psicoanalitico sia
stato finanziato dal Kgb attraverso Max? Ciò pare inverosimile, soprattutto se si pensa all’ostilità
che l’Urss sviluppò nei confronti di questa scienza,
benché inizialmente i bolscevichi guardassero con
favore alla psicoanalisi, in quanto disciplina capace di liberare dagli antichi complessi e dunque di
contribuire alla costruzione del «nuovo uomo». Negli anni venti furono addirittura creati collegi in cui
furono cresciuti gli orfani e dove si sperimentò la
psicoanalisi. C’è anche chi afferma che Lenin stesso, ancora esule in Svizzera, fosse molto interessato
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al nascente movimento. È un fatto che ancora alla
fine degli anni venti la Società di psicanalisi russa
rappresentava un ottavo della Società internazionale e che a lungo operarono, in Urss, i seguaci di Alfred Adler e del suo «freud-marxismo».
L’ipotesi di sovvenzioni economiche a Freud e
ai suoi collaboratori da parte dei servizi segreti sovietici è comunque inquietante, e meraviglia che
sia stata poco indagata, almeno in Europa, mentre negli Stati Uniti, ma solo dal 1988, infuriò una
velenosa polemica sulle pagine della New York
Times Book Review e della New York Review of Books,
fra chi sosteneva la tesi del legame Max-servizi segreti sovietici-psicoanalisi e chi invece la contestava aspramente.
La tesi che accusava Max era fondata su alcune complesse circostanze che coinvolgevano la sua
amatissima e singolare moglie, Mirra Birens. Ebrea,
minuta e bellissima, all’inizio del secolo diventò
attrice di primo piano nella famosa compagnia di
Constantin Stanislavskij, influenzato dal pensiero
psicoanalitico nella rivoluzionaria innovazione teatrale che lo renderà famoso.
Di Mirra, Freud scrive in termini liquidatori ad
Arnold Zweig nel ’37: «Max ha sposato una commediante apparentemente apprezzata in un teatro
di Mosca, che aveva già avuto un marito e due fi-
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gli, uno morto e uno in Siberia che lei non poteva
rintracciare […]. Non l’apprezzo […] perché ha la
natura di un gatto… ma non più di un adorabile
gattino, è più vecchia di lui e insipida nell’uso che
ha fatto del resto della sua vita […]. Il nostro amico l’ha certamente conquistata mentre si trovava in
condizioni amorose nevrotiche» (si veda l’articolo di Isabella Ginor e Gideon Remez, «Her Son, the
Atomic Scientist: Mirra Birens, Yuli Khariton and
Max Eitingon’s Services for the Soviets», in Journal
of Modern Jewish Studies, 11:1, 2012, pp. 39-59).
A parte l’inesattezza delle notizie sulla vita di
Mirra, Freud si sbaglia di grosso sulla sua personalità. In realtà Mirra non era affatto il personaggio insipido da lui dipinto: prima donna ebrea a
superare gli ostacoli sociali, culturali e legali imposti nella Russia zarista agli appartenenti alla sua
razza, Mirra divenne una grande e nota attrice. A
venticinque anni aveva già divorziato e abbandonato un figlio al marito – rampollo dei Brodsky,
i magnati dello zucchero ucraino –, come prezzo
per ottenere la rottura del matrimonio. Si risposa
nel 1903 con un giornalista, Boris Yosifovich Khariton, direttore di una rivista liberale, vicino al movimento sionista di Asher Ginzberg, ma gli è poco
fedele e sempre chiacchierata per le sue relazioni
con questo o quell’esponente della comunità teatra-
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le (Khariton le spara, per fortuna senza gravi conseguenze, irrompendo nella cabina di un wagon-lit
dove si trova con Dimov, poi fondatore del teatro
yiddish di New York). Alla fine si separa, ma Mirra resta nel turbinoso giro degli intellettuali ebrei
rivoluzionari (in tutto, anche nella psichiatria) che
si muovono fra Mosca, Zurigo, Vienna, Berlino. Ed
è qui che incontra e sposa Max Eitingon.
Si tratta dello stesso ambiente frequentato da
due amiche di Mirra: Lou Andreas-Salomé e Marie
Bonaparte, principessa di Grecia e di Danimarca,
pronipote di Napoleone i, fondatrice della scuola
di psicoanalisi francese, molto legata a Freud, affascinante e spregiudicato personaggio, il cui nome
compare spesso in queste intricate vicende. Grazie alle grandi ricchezze provenienti dalla famiglia
materna, concessionaria del Casinò di Montecarlo,
Marie Bonaparte fu anche generosa sostenitrice del
movimento psicoanalitico. (La sua immagine ci è
stata tramandata da Catherine Deneuve, che l’intepreta in un film del 2004 di Benoît Jacquot.)
Da Khariton Mirra ha avuto un figlio, Yuly, che
lascia in Russia nel 1910, quando si stabilisce in
Europa sia per curare la sua incerta salute sia per
sfuggire agli accresciuti rigori della polizia zarista. Dopo averlo affidato alla nonna, Mirra rivedrà
Yuly quindici anni dopo, un lunghissimo tempo
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durante il quale è stata tenuta lontana da lui dal
conflitto mondiale, dalla rivoluzione e dalla guerra civile. Nel 1926 è Yuly che andrà a trovare a Berlino la madre, ormai signora Eitingon, sulla via per
Cambridge, dove il ragazzo ha vinto una borsa di
studio come fisico. (Materia di cui diventerà un illustre esponente, tanto da meritarsi nei primi anni
cinquanta il titolo di «Oppenheimer russo».)
Anche la vita di Yuly, stranamente risparmiato
nonostante la sua intricata situazione familiare dovesse insospettire non poco la polizia (nel 1940 suo
padre Boris Khariton fu arrestato e condannato ai
campi di prigionia, dove morì durante la guerra),
desta perplessità. È forse per uno scambio di favori tra la coppia Eitingon e i servizi segreti sovietici che Yuly scampò alle persecuzioni, ovvero i due
accettano il ruolo di spie in cambio dell’incolumità del figlio? O forse no, anche se appare singolare
che, nei due anni passati da Yuly a Cambridge, lui
abbia lavorato proprio nello stesso laboratorio dove, anche grazie alla presenza del famoso fisico nucleare sovietico Kapitsa, si formò il celebre gruppo
di intellettuali inglese che diventano spie sovietiche: il Cambridge Ring, che peraltro operava attraverso la Arcos.
Sta di fatto che sembra sia stato Beria stesso –
grande sostenitore di Leonid Eitingon, cui infatti
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demanda il compito, quando con la guerra questi
rientra in patria, di sovraintendere ai progetti nucleari del paese – a intervenire per mettere a tacere
chi avrebbe voluto colpire Yuly.
Prima di rientrare in Urss, il mandante dell’assassino di Trockij, che circolava con un passaporto polacco diventato inservibile nel 1939, era riparato a
Parigi, dove ad aiutarlo, nascondendolo in un manicomio, erano stati proprio gli psicoanalisti francesi,
forse anche grazie all’intervento di Marie Bonaparte.
Del resto si dice che la donna l’avesse aiutato già nel
1937, facendo sì che passasse per un disturbato ebreo
siriano, in occasione delle indagini relative all’assassinio del generale Yevgeny K. Miller. Tramite,
naturalmente, Max Eitingon.
È proprio il caso Miller il principale indizio contro Mirra e Max Eitingon: il generale bianco in esilio a Parigi, in contatto con i nazisti, fu eliminato da
Nadezhda Plevitskaya e da suo marito, il generale
Skoblin. La prima, nota cantante russa e grande amica di Mirra; il secondo, assiduo frequentatore con la
moglie, e anzi spesso anche ospite, della casa degli
Eitingon a Berlino, secondo le voci del tempo.
La vicenda Miller è oscura, perché del generale
si dice che fosse simpatizzante nazista e in contatto
con la Gestapo, con cui sarebbero stati in rapporto
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anche i suoi assassini, i quali dalla polizia segreta
tedesca avrebbero ricevuto aiuto per fornire falsi
documenti mirati a dare sostanza alle accuse contro
i generali boscevichi, poi fucilati da Stalin alla vigilia della guerra. Per una ragione o per quella opposta, tutti erano immersi nella torbida diaspora dei
russi esiliati in Francia, cui venivano attribuite anche accese posizioni antisemite. Tenuto conto delle
simpatie degli Eitingon per il movimento sionista,
che ispirò il loro trasferimento in Palestina nel ’34,
è difficile capire come i rapporti di amicizia fra le
due coppie avessero potuto sopravvivere viste le
frequentazioni degli Skoblin, anche ammesso che
esse fossero solo una copertura. Sospettati, Max e
Mirra Eitingon vennero probabilmente interrogati
come persone informate sui fatti durante il processo
Miller, anche perché si presume fossero stati nuovamente a Parigi proprio l’anno del delitto, sebbene ormai residenti a Gerusalemme; ma nessuna
accusa specifica fu mossa contro di loro quando la
Corte francese condannò la Plevitskaya (il marito
sparì).
Max muore nel 1943 a Gerusalemme, Mirra a Parigi
nel 1947. Solo quartant’anni dopo si ravviva il dibattito sul circolo che avrebbe collegato la psicoanalisi ai servizi sovietici e, per via indiretta, anche
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all’assassinio di Trockij. Si svolge, come ho scritto, tra le pagine della New York Times Book Review
e della New York Review of Books, ed è un dibattito
cruento.
A inaugurarlo è Stephen Schwartz, allora direttore dell’Institute of Contemporary Studies di
San Francisco, con l’articolo «Intellectuals and
Assassins: Annals of Stalin’s Killerati», uscito il
24 gennaio 1988 sulla New York Times Book Review.
Schwartz non ha dubbi: lo psicoanalista Max Eitingon è un agente sovietico ed è lui che ha finanziato
la coppia responsabile dell’assassinio Miller, come
di altre operazioni; a dar ulteriore forza alla sua tesi sottolinea la stretta parentela che lo lega a Leonid, la mente dell’assassino di Trockij, e con Motty,
il ricco imprenditore russo-americano che avrebbe
usato la sua ditta come veicolo di finanziamenti alla rete di spie dell’Urss.
A questo scritto, il 14 aprile dello stesso anno,
replica, avvelenato, Theodore Draper, storico americano ed ex comunista che in «The Mystery of Max
Eitingon», su The New York Review of Books, contesta punto per punto le supposizioni di Stephen
Schwartz: «Come è possibile, del resto» conclude
«che il movimento freudiano fosse pagato dal Kgb
quando si sa quanto l’Urss gli sia stato contrario?».
Già nel successivo numero della New York Review
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of Books Schwartz controbatte con «“The Mystery of
Max Eitingon”: An Exchange» e, a questo punto, è
davvero complicato seguire il filo delle asserzioni
e delle smentite per via di alberi genealogici
difficili da ricostruire, dal momento che cognati
sono anche cugini, molti hanno pseudonimi e le
omonimie sono infinite. Nella polemica, emergono
innumerevoli nomi, celebri o meno (persino quello
di Marina Cvetaeva), tra cui non è facile districarsi.
Inoltre bisogna tenere conto che, negli anni trenta,
si moltiplicano agenti sovietici e/o intellettuali
comunisti dal profilo poco definito e dalla grande
ubiquità, pronti a scrivere libri di memorie
piuttosto improbabili.
Il tono di Schwartz resta asprissimo, tant’è vero che conclude la sua replica dicendo: «Il signor
Draper deve decidere se agisce come storico o come avvocato della famiglia Eitingon». «Del resto»
sostiene all’inizio «io non ho voluto prendermela solo con Max Eitingon, ma ho voluto parlare di
una schiera di intellettuali, fra cui il dottor Mark
Zborowski, David Alfaro Siqueiros e Pablo Neruda, che si sono affidati alla Gpu e poi alla Nkvd.
Culminando nell’assassinio di Trotskji nel 1940
[…]. Non c’è da meravigliarsi che tanti intellettuali illustri siano state spie sovietiche. Proprio il loro status di intellettuli forniva un’ottima copertura
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alle loro funzioni». E, aggiunge: «Non si deve dimenticare che Whittaker Chambers, il quale ha certamente lavorato per gli organismi sovietici, era il
traduttore di Bambi di Felix Salten!».
E però, ammette, bontà sua: «Che io abbia indicato fra loro un amico di Freud e suo stretto
collaboratore non implica che Freud stesso fosse
direttamente collegato al Kgb, né lo fosse il movimento psicoanalitico in quanto tale».
Al dibattito partecipano, perché chiamati in causa dall’uno o dall’altro contendente, anche altri storici noti: Vitaly Rapoport, con Yuri Alexeev autore
di High Treason, pubblicato dalla Duke University Press. Egli dice che Draper ha abusato del loro scritto e poi aggiunge, ironico, che «il tenore del
suo articolo è così “nostalgico” che gli ha consentito con soli due dollari e senza dover comprare un
biglietto aereo, di poter respirare una buona boccata di aria moscovita!». A sostegno della sua tesi
colpevolista cita anche Pierre Broué, direttore dei
Cahiers Léon Trotsky, che aveva descritto Max Eitingon come «un uomo sinistro, dottore o alto funzionario, amico di Marie Bonaparte, che commerciava
in pellicce e che, in quanto fratello di Leonid, era
protettore dell’assassina Plevitskaya».
La stessa tesi è sostenuta dall’illustre docente
di Cambridge, Alexander Etkind, e da un altro se-
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guace di Freud, l’ungherese Sándor Radó, mentre
viene messa in dubbio dalla nipote Mary-Kay Wilmers.
Al contrario Walter Laqueur, noto storico e autorevole collaboratore del Center for Strategic and
International Studies di Washington, prende le
parti di Draper, concludendo acido che Stephen
Schwartz «dovrebbe scusarsi con la famiglia
Eitingon, per avere infangato il nome di una persona decente; con gli studiosi di storia contemporanea per aver loro fatto perdere tempo per
controllare, invano, se le sue supposizioni contenessero almeno un grano di verità; con il movimento ecologista per aver distrutto mezza foresta
del Canada dando inizio, e prolungando oltre il limite, un dibattito che non aveva alcuna ragione di
esser iniziato».
Per parte sua, Draper definisce «paranoico» lo
scritto di Schwartz e conclude, indignato, che il suo
attacco non è più solo una denuncia contro Max
Eitingon: «È un verdetto contro l’intero movimento
psicoanalitico in quanto, consapevole o no, dipendente finanziariamente dall’Urss».
La questione sembrerebbe chiusa e invece no:
nel 2012, sull’autorevole Journal of Modern Jewish
Studies del Truman Institute di Gerusalemme,
due ricercatori, Isabella Ginor e Gideon Remez,
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pubblicano una lunga ricerca «Her Son, the Atomic
Scientist: Mirra Birens, Yuli Khariton, and Max
Eitingon’s Services for the Soviets». Riferendosi
alla polemica dell’88 sostengono che tutto sia
sbagliato, perché non si è indagato proprio quanto
è normale prassi indagare quando si ha a che fare
con un sospetto: famiglia, moglie, figli, figliastri; in
questo caso sulla prole di Mirra e sulla parentela
degli Eitingon. Il supplemento di informazioni
fornito dai due studiosi israeliani si basa anche su
documenti d’archivio relativi all’attività spionistica
sovietica nella Palestina all’epoca del mandato
britannico, dove, come detto, Max e Mirra Eitingon
avevano preso residenza dal ’34. Che ci faceva Max
in quel paese, oltre ad avervi fondato un’illustre
scuola di psicoanalisi? Spiava, come provano i suoi
legami con il Partito comunista palestinese, che
avrebbe funzionato da tramite. Fra le testimonianze
quella di un’anziana militante, tutt’ora nel paese
nel frattempo diventato Israele, Hava Rund, che
si dice avrebbe persino finto di essere domestica
nella ricca casa Eitingon per facilitare i contatti,
successivamente moglie del segretario del Pcp,
Shmuel Mikunis.
Rubén Gallo non si pronuncia su questi interrogativi, che toccano solo marginalmente la sostanza
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del suo scritto, interessato invece a indagare l’influenza di Freud in Messico e l’applicazione, in
quel paese, delle teorie psicoanalitiche nel processo
per l’assassinio di Trockij. Comunque vi fa cenno
per via della catena di singolari e assai poco note
coincidenze emerse in quella occasione, una catena di rapporti che, attraverso la figura dell’omicida, Ramón Mercader, portano al mandante, Leonid
Eitingon, cugino di Max, esponente di spicco del
movimento psicoanalitico e stretto collaboratore di
Freud, che Trockij stesso – ci riferisce Gallo – apprezzava molto (sebbene gli preferisse Pavlov) in
quanto «demolitore di pregiudizi, gettando le basi
di un nuovo sistema di valori».
I protagonisti della vicenda sono finiti tutti male, a parte Max e Motty, il primo morto «in tempo»,
in Palestina, nel ’43, l’altro sempre ricco e incensurato, negli anni cinquanta. Ormai stabilmente in
Urss, il forse fratello/cugino Leonid ricopre l’alta
carica di generale maggiore per la sicurezza e allora viene accusato, assieme ad altri due prominenti
esponenti del potere sovietico anch’essi ebrei, del
famoso complotto dei medici sionisti che avrebbero attentato alla vita di Stalin. Quasi subito dopo
la morte del leader giorgiano, Leonid è liberato da
Lavrentij Berija (che di Leonid era stato sempre lo
sponsor), e sarà poi nuovamente arrestato quan-
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do Beria viene assassinato al Cremlino, sembra dai
kruscioviani nel frattempo andati al potere e interessati a eliminare un ancora potente esponente della polizia segreta staliniana. Liberato quindi
dopo la caduta di Kruscev nel 1964, muore a Mosca
senza aver ottenuto la agognata riabilitazione, pronunciata dalla Suprema corte russa solo nel 1992, a
Unione Sovietica ormai scomparsa.
Quanto a Caridad, se la cava relativamente bene: insignita dell’Ordine di Lenin per la generosità mostrata nel sacrificare alla causa i propri figli,
si ritira a Parigi, perché, dice di sé: «Sono più brava a lottare contro il capitalismo che a costruire il
comunismo». A detta del figlio Luis sembra abbia
dedicato gli ultimi anni al mestiere di nonna dei nipotini avuti dalla figlia Monse.
Scontati venti anni di carcere in Messico, Ramón
raggiunge a Mosca suo fratello Luis e gli altri spagnoli costretti all’esilio dopo la sconfitta della repubblica. Come ricompensa qui riceve l’Ordine di
Lenin, ma viene marginalizzato e quasi nascosto,
perché quell’assassinio di cui egli è stato esecutore imbarazza ormai il potere sovietico. («La medaglia» scrive con triste ironia Padura Fuentes nel suo
romanzo «gli serve ormai solo per il privilegio che
consente di passare avanti nelle lunghe file ai negozi alimentari di Mosca.»)
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