MARZO 2014 • ANNO XXV

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MARZO 2014 • ANNO XXV
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MARZO 2014
Sommario
EDITORIALE
LE INTERVISTE
L’OPINIONE
7
8-9 • 10-11 • 12-13 • 14-15
17-19-23
FLASH MAGAZINE COMMUNICATIONS
PRESIDENTE ONORARIO
Angelo Mauro D’Angelo
DIRETTORE RESPONSABILE
Nicandro D’Angelo
LEX
PROFILI
GEOLOGIA AMBIENTE
LAZIO MERIDIONALE
20-21
10-11 • 24-25
26-27 • 28-29
30-31
MEDICINA
PSICOLOGIA
ISTRUZIONE
ECONOMIA
32-33
35
37
38-39
ALMANACCO
MODA
MITOLOGIA
MUSICOLOGIA
40-41
42-43
44-45
46-47
ALATRI - FIUGGI
RECENSIONI
CAFFÈ PER L’ANIMA
IN VIAGGIO ...
48 - 59
49
50
52-53
CAPOREDATTORE CENTRALE
Massimo Sergio
GARANTE DEL LETTORE
Angelo Mauro D’Angelo
ARCHIVIO FOTOGRAFICO
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Promograph Frosinone
finito di stampare
il 05/03/2014
EDITRICE
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editoriale
DALLA FINESTRA DEL CAMPANILE
di Nicandro D’Angelo
Una sinergia per il Territorio
H
o voluto dedicare la copertina di questo numero alle personalità istituzionali che rappresentano il nostro territorio. Tracciare i loro profili, parlare del loro lavoro, presentarli ai cittadini è un modo per farli
conoscere meglio per far capire cosa rappresentano, cosa fanno. Non tutti, se
non gli addetti ai lavori, sono a conoscenza del ruolo che ha un Prefetto nella
nostra Provincia, delle responsabilità che ha nei confronti del Governo centrale; del coordinamento e/o osservatorio delle forze
dell’ordine; della rappresentanza nella Protezione Civile e
così via. Tutti, o forse tutti, sanno o non sanno che il Questore dirige una Questura dove si incarnano forze specialistiche tali da combattere la criminalità organizzata che ha
migliaia di sfaccettature che si ramificano nel vivere sociale.
Combattere le cosche mafiose, i trafficanti di droga, gli spacciatori,
la prostituzione ecc. sono solo una parte del grande lavoro che un
Questore mette in opera per rendere vivibile il territorio. Cosa dire del
Comandante provinciale dei Carabinieri? Tutti sanno l’incessante ruolo che
assumono i carabinieri nel tessuto sociale. La lotta alla tutela ambientale; alla
prevenzione di infiltrazioni di tipo camorristico; ai furti; agli interventi di incidenti stradali, dove spesso ci sono casi delittuosi. Insomma il Carabiniere
non è la solita “barzelletta” che si racconta ma c’è una preparazione di alta
specializzazione che solo grazie a loro, spesso, si fa luce a determinati crimini. E infine il Comandante Provinciale della Finanza. Spesso veniva collegato l’attività del finanziere al riscontro e alla verifica degli scontrini fiscali
e non ci si accorgeva che il ruolo che assume un Corpo, come quello della Finanza, è di un rilievo tale che senza di esso mancherebbe il controllo del sistema fiscale e della vigilanza sui principali settori dell’economia. Accanto
al prioritario impegno contro l’evasione fiscale, il Corpo ha sviluppato, sul
nostro territorio, la propria azione anche nel contrasto al traffico di droga e
alla repressione delle attività di riciclaggio di denaro sporco poste in essere
dalla criminalità organizzata. Insomma la copertina di Flash vuole essere un
omaggio alle massime Istituzioni del nostro territorio. Sono certo che il neo
Prefetto, Dott.ssa Zarrilli, possa sviluppare il ruolo che le compete con la
Sua preparazione e per l’amore che trasmette. Il Questore, Dott. De Matteis,
ha dato e sta dando prova di lungimiranza e di un specifico “Suo” modo di
combattere la criminalità. Nulla questio per il Comandante Provinciale dei
Carabinieri, Dott. Menga, che ha dato forte impulso all’attività, in quanto
ha coordinato tutti i Reparti dipendenti che hanno svolto con dedizione e abnegazione l’attività in soccorso ed aiuto ai cittadini e nel contrasto ad ogni
forma di illegalità. In ultimo, ma non per ultimo, il Comandante Provinciale
della Finanza, Dott. Piccinini. Grazie a lui e al Nucleo di Polizia Tributaria
di Frosinone si sono potuti scoprire condotte illecite di pubblici amministratori con accertamenti di danni erariali per decine di milioni di euro.
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anni d’informazione
7
Intervista
Intervista al Prefetto di Frosinone
Dott.ssa Emilia Zarrilli
Era nell’aria la partenza di Eugenio Soldà per altri lidi
e la nomina di Emilia Zarrilli nella nostra Sede.
Dolce, nel contempo decisa, la Dottoressa Zarrilli ci riceve
nel suo studio per una intervista al nostro giornale
di Nicandro d’Angelo
P
er la prima volta una donna che
veste i panni di Prefetto nel Palazzo
del Governo di Frosinone. Rassicurante nell’incontro, con fiori alle sue
spalle, un tocco di classe in un linguaggio
aulico, un sorriso di accoglienza, un bon
ton, sono stati gli ingredienti di questa intervista. Non prendo immediatamente appunti, la sto ascoltando per capire e
interloquire; non vorrei sbagliare i primi
passi all’incontro, né lasciare il dubbio del
giornalista a caccia di notizie. Non è il
mio costume, ho intervistato, quasi tutti i
Prefetti che si sono succeduti, ma erano
uomini; ora ho di fronte una donna che ha
lasciato la prefettura di Fermo, che durante la sua permanenza è stata una figura
centrale per il territorio, creando da zero,
quello che oggi è l’attuale Palazzo del Governo fermano, prediligendo, per esempio, la scelta delle onorificenze per le
personalità del territorio che si sono con-
8
traddistinte sul lavoro e per meriti civili.
Insieme a questo si aggiunga tutto il lavoro di coordinamento in materia di sicurezza, la lotta alla prostituzione, le
iniziative benefiche.
Prefetto Zarrilli, innanzitutto, mi consenta, di darle il benvenuto tra noi che
viene a rappresentare la nostra Provincia, in un momento delicato della vita
dei cittadini e dell’economia del territorio. Prima di affrontare questo argomento, alquanto spinoso e delicato,
abbiamo appreso e constatato la sua
immediatezza agli incontri istituzionali,
senza riserve ed orari. Onore all’incontro che lei ha avuto il 29 gennaio con il
Vice Capo delle Polizia di Stato Francesco Cirillo, accompagnato dal Dirigente Superiore della Polizia di Stato,
dott. Enzo Calabria, dal Generale di
Brigata Luigi Curatoli dell’Arma dei
Carabinieri e il questore di Frosinone
Giuseppe de Matteis. Quali argomenti
sono stati trattati durante il vostro incontro?
“L’incontro di cortesia, avuto in Prefettura, con il Vice Capo di Polizia, con il dirigente Superiore della stessa, del
Generale dell’Arma dei Carabinieri e del
Questore di Frosinone, è, preliminarmente, una visita istituzionale ma soprattutto un rincontrarsi sul territorio di
Frosinone dopo aver avuto con gli stessi
un lungo rapporto di collaborazione al
Ministero dell’Interno. Inoltre, fa sempre
piacere ad un Prefetto ricevere i saluti e
gli auguri per il nuovo incarico. Del resto
gli argomenti che rientrano tra i compiti
istituzionali vengono trattati in altre occasioni e soprattutto quando si presentano
particolari situazioni che richiedono tempestivi, specifici interventi anche di coordinamento con tutte le Forze dell’Ordine
sul territorio”.
Nell’ambito degli incontri istituzionali
di conoscenza del territorio e delle comunità locali della provincia di Frosinone, si è recata in visita a Cassino
incontrando il Sindaco e gli Amministratori locali, nella sede municipale.
Lei nell’incontro ha ribadito la ferma
convinzione che soltanto rafforzando il
dialogo tra i diversi livelli di governo
del territorio, attraverso una leale e fattiva collaborazione interistituzionale,
sia possibile affrontare le criticità della
provincia, al fine di individuare soluzioni condivise nell’esclusivo interesse
dei cittadini. In sostanza quali suggerimenti ha dato e quali aspettative?
“Siamo agli inizi del mio incarico.
E’ naturale che la conoscenza dei Comuni,
attraverso i loro rappresentanti, può determinare un forte collante per affrontare le
tematiche, cercando di risolvere le inevitabili criticità che dovessero emergere.
L’incontro con il sindaco di Cassino, Avv.
Petrarcone, è stato improntato ad un clima
di cordialità con la promessa, a breve, di
instaurare un costante rapporto collaborativo, su svariate tematiche, ad esempio,
nell’immediato, ci siamo soffermati sulle
iniziative per il 70° Anniversario, convenendo sulla necessità di far partecipare, in
seno al comitato organizzativo dei relativi
festeggiamenti, un rappresentante della
Prefettura, per meglio coordinarsi sulla sicurezza dell’evento nonché sul cerimoniale”.
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anni d’informazione
A Cassino, città a rischio di criminalità,
ha incontrato il Presidente del Tribunale
e il Procuratore della Repubblica per un
confronto sulla situazione dell’ordine e
della sicurezza pubblica. Quali le risposte e le iniziative?
“Con il Presidente del Tribunale di Cassino e con il Procuratore della Repubblica
ho toccato punti salienti, ravvisando la necessità di un confronto più a largo raggio
sulle tematiche afferenti l’ordine e la sicurezza, prevedendo ulteriori e più dettagliati
incontri su argomenti specifici”.
Non disdegna gli incontri con gli imprenditori e le banche. Sempre a Cassino si è incontrata con il presidente
Formisano della Banca popolare del
Cassinate. Quali gli argomenti trattati
con il massimo vertice dell’Istituto?
“L’incontro con i responsabili della Banche
è importante per il ruolo che investe la Prefettura. Tutta la provincia di Frosinone risente del clima di crisi economica e
strutturale che l’ha investita e che ha inciso
su varie attività industriali del territorio,
non escludendo anche le aziende tra le più
importanti per il livello occupazionale. Mi
attiverò, nei limiti della mia competenza,
presso gli apparati centrali per tutte quelle
situazioni di criticità che prevedono scelte
di natura complessa, al fine di coordinare
tavoli di concertazione con le categorie interessate, soprattutto al fine di individuare
soluzioni che possano infondere speranza a
quei lavoratori e alle loro famiglie che vivono in situazioni difficili. In tali circostanze gli Istituti bancari possono essere
vicini alle imprese per dare ossigeno a tutto
il territorio. Ho trovato un clima di interesse a questo mio “dire” al massimo livello della Banca Popolare del Cassinate;
così come, anche, nell’incontro dei vertici
della Banca Popolare del Frusinate. Banche, queste ultime, espressione diretta del
territorio”.
La Protezione Civile rappresenta un
punto di forza dell’opera del Prefetto. La
nostra città è in uno stato di criticità, derivante da smottamenti idrogeologici:
Viale Biondi divide la città bassa da
quella alta. Le caratteristiche geomorfologiche del nostro territorio sono sotto
osservazione e c’è un’attenzione massima sulle procedure di attivazione e
della Sala operativa del Centro di coordinamento dei soccorsi, in caso di intervento?
“La Protezione Civile è un argomento serio
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anni d’informazione
e delicato. In special modo a Frosinone
dove c’è una situazione molto allarmante.
La frana di Viale Biondi, che divide la parte
bassa da quella alta, è diventato un serio
problema e farò del tutto per intervenire, nel
limite delle mie possibilità, presso gli Organi centrali per un’accelerazione degli interventi. Inoltre, a mio avviso, bisogna
monitorare tutta la città, con interventi mirati, per vedere dove ci sono processi idrogeologici franosi e intervenire per limitare
i danni. Comunque mi adopererò per affrontare e risolvere, con gli Enti istituzionalmente preposti in materia di protezione
civile, sulla base della disposizione della
legge nazionale e regionale, qualsiasi problematica che possa creare pericolo per la
pubblica e privata incolumità. Con senso di
responsabilità assumerò opportune e tempestive decisioni per risolvere le criticità
che si presenteranno di volta in volta.
Emergenza povertà ed emergenza
usura, quali le misure e quali i rimedi?
“Il fenomeno dell’usura, presente in questa
provincia, viene opportunamente contrastato dalle Forze dell’Ordine: polizia, carabinieri e finanza, con serietà portano
avanti indagini su questa materia. Spesso
le vittime stentano a sporgere denuncia,
anche se la Prefettura è un riferimento essenziale per le stesse. Ritengo che l’informazione degli Organi di stampa possa
contribuire ad una sensibilizzazione delle
possibili vittime di tale reato, al fine di ottenerne la necessaria e piena collaborazione. La povertà è un altro aspetto di
criticità che, purtroppo, viene pesantemente avvertito in ambito provinciale. Capita, spesso, di ascoltare gente che non può
far fronte nemmeno alle primarie necessità;
si è nell’impossibilità di intervenire direttamente ma si può, in ogni caso, fornire
piena assistenza con l’indicazione degli organismi ed associazioni a cui rivolgersi:
Caritas e/o altro”.
Prefetto, come pensa di gestire l’emergenza sicurezza con le scarse risorse a
disposizione?
“Bisognerebbe, innanzitutto, gestire un
cambiamento all’interno della Prefettura,
per poi intervenire all’esterno, con maggiore capacità di incidere. La macchina
operativa all’interno del mio ufficio necessita di un cambio organizzativo e generazionale. Questo, però, richiede tempo e ci
vorrebbe la volontà del Governo centrale
di fare nuove assunzioni, informatizzazioni
che consentirebbero un salto di qualità”.
La sicurezza nei luoghi di lavoro, finalizzata ad un monitoraggio di dettaglio
sull’andamento del fenomeno degli infortuni sul lavoro, è nella sua agenda?
“Non ho avuto ancora occasione di avere
un confronto con il Responsabile dell’Ispettorato del Lavoro; l’argomento sicurezza sul lavoro deve avere una valenza
centrale in questo momento storico.
A volte si cerca di risparmiare sulla sicurezza, senza rendersi conto che un infortunio permanente sul lavoro costa alla società
molto di più che un investimento sui controlli o sugli apparati di prevenzione”.
Passiamo alle cose belle. Venerdì 10
gennaio, si è svolto in Prefettura, nell’ambito della rassegna musicale,
“Ascolta la Ciociaria” un concerto che
rinnova una tradizione culturale nel
Palazzo della Prefettura. Lei ha scritto
nella presentazione: “Sono poi convinta
che iniziative importanti come “Ascolta
la Ciociaria” possano contribuire a rilanciare la nostra provincia, sicura che
dall’attenzione delle Istituzioni anche
verso l’arte possa giungere un messaggio
di impegno civile e di forte promozione
culturale ….Dove la musica entra in
contatto con l’eccellenze artistico-culturali del territorio”. Cosa intendeva dire?
“La musica, l’arte, sono forme di espressione estetica dell’interiorità umana che
producono grandi emozioni e forti sensazioni in chi le esercita e in chi ne beneficia.
Far frequentare il Palazzo della Prefettura
ai cittadini, programmando concerti, mostre, conferenze, vuol dire avvicinare i cittadini alle Istituzioni, anche per una
affermazione del ruolo sociale della Prefettura e non solo di quello repressivo, forse
più noto all’opinione pubblica”.
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Profili e Interviste
Un Questore, un Comandante provinciale
dei Carabinieri e un Comandante
provinciale della Guardia di Finanza uniti
nella difesa del territorio
di Nicandro d’Angelo
N
el dicembre del 2010 il Dott.
Giuseppe De Matteis, proveniente da Roma, veniva inviato
a Frosinone con la qualifica di Questore. In quel periodo la nostra Provincia era fortemente a rischio per traffici
di stupefacenti, sulla rotta Roma/ Napoli e infiltrazioni camorristiche. Lo
stesso Manganelli, ci sembra, l’abbia
voluto a Frosinone, per la sua alta esperienza nel settore dopo le grandi operazioni condotte negli anni 90/99 tra
Milano e Reggio Emilia, potenziando
a Frosinone le risorse investigative. In
questi tre anni ha inflitto duri colpi a
narcotrafficanti internazionali con sequestri di stupefacenti di eccezionale
consistenza. Mentre prima si registravano sequestri di droghe per 300
grammi di media all’anno, e ne circolava, ora, grazie a una forte e attenta
fase di investigazione, si è arrivati a
circa due tonnellate l’anno. Già nel
gennaio di quest’anno sono state sequestrate oltre una tonnellata di stupefacenti. Per quanto riguarda la lotta
all’infiltrazione mafiosa/camorristica,
dopo due anni di indagini, sono avvenute le prime due operazioni contro i
clan mafiosi con oltre cinquanta arresti
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in tutta Italia, sgominando il clan Cursoti
di Catania che riciclavano, tramite sale
da gioco, i proventi di attività delittuose
quali l’usura, estorsioni e rapimenti.
Operazione di alta chirurgia investigativa quella effettuata il 9 dicembre 2013
contro Giuseppe Perfetto del clan dei
Casalesi di Mondragone. Questo clan
operava da anni contro imprenditori che
erano costretti al pagamento “Pizzo” e i
soldi venivano riciclati nella produzione
casearia tra Caserta-Napoli-RomaMilano e Reggio Emilia. Sono stati sequestrati in questa operazione oltre dieci
milioni di euro in beni immobili, valori
in cassette di sicurezza (gioielli), macchine di grosse cilindrata e aziende. Una
domanda. Dottor De Matteis si sente
soddisfatto dei risultati raggiunti?
“I risultati sono buoni, ma non bisogna
mai abbassare la guardia. Gli agenti che
operano in questa Questura sono altamente specializzati per combattere il fenomeno mafioso, che negli anni passati
ha avuto una continua crescita sul nostro
territorio. Grazie, anche alle altre forze
dell’ordine, Carabinieri, Guardia di Finanza e l’Osservatorio della Prefettura,
si è deciso di agire in sinergia per combattere le attività malavitose”.
Il comandante Provinciale dei Carabinieri, Colonnello Antonio Menga, illustrando i risultati operativi 2013ha detto:
“Diminuiscono i reati, aumentano le persone denunciate”. Infatti nel 2013 sono
stati denunciati a tutte le Forze di Polizia 13.028 reati contro i 14.117 del
2012. L’Arma dei Carabinieri nel 2013
ha proceduto per 11.088 reati contro i
10.674 dell’anno precedente. Degli
11.088 delitti segnalati, 3.970 sono quelli
per i quali sono stati individuati gli autori. Nel corso dell’anno tutti i reparti del
Comando Provinciale hanno complessivamente tratto in arresto 730 persone e
ne hanno denunciate in stato di libertà
4.381. Anche nel 2013 sono state condotte brillanti operazioni che hanno portato alla cattura di numerosi soggetti
appartenenti a sodalizi criminosi. C’è da
segnalare – ha proseguito Menga- che si
riscontra la diminuzione del numero
delle rapine che passano dalle 97 del
2012 alle 84 del 2013, di queste ultime
36 sono state scoperte. Il numero delle
denunce di usura è passato da 7 dello
scorso anno a 5 con 2 persone arrestate e
2 denunciate in stato di libertà. In merito
a tale delitto va tuttavia precisato che ci
sono ancora resistenze da parte delle vittime a segnalare le vicende in cui risultano coinvolte. Per quanto concerne i
furti, il dato complessivo dell’anno 2013
è di 4.022 furti denunciati all’Arma rispetto ai 3.769 dell’anno precedente, di
cui 342 scoperti. Vi è stato un incremento
dei furti in abitazione, passati da 835 a
889 mentre sono calati quelli di autoveicoli passati da 276 a 214 ed i furti in
esercizi commerciali passati da 333 a
307. Molto intensa è stata l’attività antidroga nell’anno 2013. Sono stati perseguiti 144 reati e arrestate 90 persone.
Sono state incrementate le attività inve-
25
anni d’informazione
stigative di contrasto al grosso traffico
di sostanze stupefacenti con il sequestro
di ingenti quantità di droga (cocaina ed
hashish in particolare). Si è proceduto,
in taluni casi anche in collaborazione
con altre Forze di Polizia, a controlli
straordinari con perquisizione di blocchi di edifici di interi quartieri ove particolarmente attiva era stata riscontrata
l’attività di spaccio (incisiva e proficua
è stata l’attività svolta nel capoluogo
congiuntamente alla Polizia di Stato).
Speciale interesse è stato dedicato, inoltre, alla prevenzione di infiltrazioni di
tipo camorristico sul territorio, in collaborazione con il ROS. Da qui il monitoraggio, attraverso lo strumento delle
misure di prevenzione personali e patrimoniali, di attività e iniziative imprenditoriali e commerciali sospette nonché
il controllo costante di soggetti d’interesse operativo che, provenienti dalla
Regione Campania e/o da altre aree
geografiche sensibili sotto il profilo
della criminalità organizzata. In grande
considerazione sono stati tenuti, inoltre,
alcune tipologie di reato, si pensi al
gioco d’azzardo, all’abuso di alcol,
alla tossicodipendenza, alla violenza
alle donne. Ad ognuna di tali emergenze l’Arma ha dedicato qualificate risorse e garantito puntuali interventi.
Sono stati intensificati i controlli agli
esercizi commerciali che gestiscono
slot machine e ad ogni altro luogo. In
ultimo, ma non di meno importanza,
l’attenzione è stata dedicata alla tutela ambientale. Notevole, infatti, è
stata l’azione di controllo svolta d’iniziativa o su delega dell’A.G. sul conto
di obiettivi ritenuti di interesse perché a
maggiore rischio per l’ambiente. Sono
state eseguite 170 ispezioni che hanno
portato alla denuncia in stato di libertà
di 205 persone, all’individuazione di 56
discariche abusive, nonché al sequestro
preventivo di aree/siti industriali. Comandante si ritiene soddisfatto?
“Soddisfatto non si è mai nel nostro lavoro. Invece sono contento dei risultati
ottenuti in quanto tutti i Reparti dipendenti hanno svolto con dedizione ed abnegazione nell’attività in soccorso ed
aiuto ai cittadini e nel contrasto ad ogni
forma di illegalità. Quindi, visto i risultati ottenuti, anche per l’anno in corso
sarà confermato il progetto “Cittadino
sicuro ed informato”.
25
anni d’informazione
Roberto Piccinini, arriva a Frosinone,
quale Comandante Provinciale nel settembre 2011. Una lunga carriera che
parte da Tarvisio nel 1990, quale Comandante della II sezione operativa, a
Comandante di Compagnia di Pesaro
(1995-2000); Comandante del Nucleo
Polizia Tributaria, stessa città, dal 2000
al 2002; transitando in quella di Milano
fino al 2005 e poi a Comandante del
Gruppo investigatori sulla criminalità
organizzata del Nucleo di Polizia tributaria di Roma, dal 2008 al 2011. Temuto
ma amato. Piccinini racchiude in sé doti
di fermezza nell’espletamento del suo
mandato, ma nel contempo uomo sensibile e attento alla società dove opera. In
questi due anni ha condotto operazioni
di grande rilievo. Basti ricordare l’operazione denominata “Off Site” eseguita
dalla Brigata di Ceprano nei confronti di
7 società, intestate ad ultraottantenni
teste di legno, conclusa con il recupero
a tassazione di una base imponibile di
euro 100 milioni al fine di imposte sui
redditi e di euro 13 milioni ai fini dell’Iva. E poi tutti ricorderanno l’operazione “Casa dolce casa” condotta dal
Nucleo di Polizia Tributaria di Frosinone nei confronti di un’impresa edile
del capoluogo che aveva omesso di presentare dichiarazioni fiscali, conclusa
con il recupero a tassazione di una base
imponibile ai fini delle imposte sui redditi per oltre 26 milioni ed un’Iva per
oltre 1 milione. L’operazione “Champagne” per un sequestro di 20 milioni
di euro; e poi “Legno pulito” con l’arresto di due imprenditori, con società in
Alatri, responsabili della bancarotta
fraudolenta per oltre 45 milioni. Cosa
dire dell’individuazione di condotte illecite dei pubblici amministratori nel
delicato settore della tutela della Spesa
Pubblica e della lotta agli sprechi di
denaro pubblico, con conseguente accertamento di danni erariali per circa
25.000.000 nei confronti di 87 persone
segnalate alla Corte dei Conti?
“A riguardo - continua il Comandante
- l’operazione eseguita dal Nucleo di
Polizia Tributaria di Frosinone nei confronti del Comune di Frosinone per la
costruzione del parcheggio multipiano
rilevando irregolarità per un danno
erariale di euro 4.500.000 e la denuncia alla Corte di Conti di 11 persone”.
Altre importanti operazioni, che a noi
preme riportare, la lotta al fenomeno
della criminalità organizzata nel nostro
tessuto economico con accertamenti patrimoniali nei confronti di 133 soggetti,
50 dei quali destinatari di provvedimenti
di sequestro di beni mobili e immobili
per diverse centinaia di milioni di euro.
L’operazione si è chiamata “Game
Over” dove insieme alla Squadra Mobile
di Frosinone hanno sgominato un’associazione a delinquere riconducibile ai
“Casalesi” e con collegamenti alla cosca
mafiosa “Santapaola” di Catania che
gestivano numerose società di scommesse e installazione di slot machine tra
le quali la sala Bingo di Ferentino. Al termine dell’operazione sono stati effettuati
5 arresti per i reati di associazione a delinquere di stampo mafioso e intestazione
fittizia di beni. Comandante Piccinini,
grosse operazioni in questo territorio,
ma quali interventi, sono stati finalizzati, per lo sfruttamento della prostituzione e l’usura?
“Questa è una grave forma di criminalità, particolarmente sentita sul territorio. In due distinte operazioni il Nucleo
PT di Frosinone ha arrestato una persona per usura e quattro persone per
sfruttamento della prostituzione, pervenendo al sequestro di beni per un ammontare complessivo di oltre un milione
di euro rappresentante il profitto dei
reati”. Questi profili dei tutori dell’ordine pubblico e le loro operazioni compiute, per la salvaguardia del nostro
territorio e l’incolumità di noi cittadini,
devono farci riflettere: bisogna operare
con loro per il bene comune.
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Elezioni Europee
Intervista all’Onorevole
Francesco De Angelis
europarlamentare PD
di Grey Estela Adames
norevole De Angelis, le elezioni
europee sono alle porte: conta
di vivere una nuova esperienza
a Bruxelles o ritiene di aver concluso il
suo lavoro di europarlamentare?
“Dopo cinque entusiasmanti anni vissuti
tra la Ciociaria, Bruxelles e Strasburgo,
posso dirmi più che soddisfatto dell’esperienza personale e politica. Oggi l’Europa
è uno snodo politico, istituzionale e amministrativo cruciale per il futuro dei nostri
territori. E allora esserci, in Europa, vuol
dire contare di più nelle scelte che incideranno sulle vite di tutti noi. Sono a completa disposizione del Partito ma è chiaro
che credo valga la pena riprovarci: non
tanto per me, ma per il nostro territorio. E’
con questo spirito che intendo ricandidarmi, per portare avanti il lavoro di questi
anni al servizio della nostra gente”.
O
La sua ricandidatura fonda su un sostegno unitario del PD che riesce a superare le diatribe provinciali dell’ultimo
periodo?
“Sulla mia candidatura, al di là delle diverse sensibilità presenti nel PD, spero vi
sia un sostegno unitario e convinto di tutto
il Partito, anche perché voglio rappresentare e portare in Europa gli interessi della
nostra terra. In merito al PD di Frosinone,
ora è necessario portare rapidamente a ter-
12
mine il congresso della Federazione perché abbiamo bisogno, mai come in questo
momento, di una direzione politica forte,
prestigiosa, unitaria e collegiale. Ripeto, al
di là del risultato congressuale, dobbiamo
lavorare per un governo unitario del PD”.
Come giudica il lavoro della nuova amministrazione della Regione Lazio guidata da Zingaretti?
“Zingaretti sta lavorando molto bene. Nel
primo periodo ha impresso una svolta decisa: tagli ai costi della politica, sburocratizzazione dell’ente, progetti innovativi per
lo sviluppo. Anche sulla sanità Zingaretti
ha più volte ribadito che il suo piano di
rientro non sarà fatto solo di tagli ma anche
di investimenti: via le macroaree, sì al progetto delle case della salute. Senza contare
che Zingaretti sta svolgendo un lavoro straordinario sui fondi europei. Tutte le risorse
destinate alla Regione Lazio dalla UE nel
2013 sono state impiegate e neanche un
euro tornerà a Bruxelles. Il Lazio è inoltre
l’unica Regione in Italia a essersi attrezzata
per l’attuazione del programma ‘Youth
Guarantee”, strumento importante per rilanciare l’occupazione giovanile. Infine,
proprio in questi giorni, è stato presentato
il “Pacchetto lavoro” che prevede una riorganizzazione radicale della governance che
guarda alla tutela dei diritti dei lavoratori,
all’occupazione giovanile e femminile, alla
trasparenza e a un ripensamento radicale
del sistema dei tirocini. Zingaretti sta gettando le basi per la ripartenza della nostra
Regione”.
I ritardi di pagamento alle imprese
stanno diventando un vero problema.
L’UE ha fatto di questo tema una priorità, può spiegarci come è intervenuto in
merito?
“Sono stato proprio io il relatore per la
commissione industria della nota direttiva
di contrasto ai ritardi nei pagamenti, una
direttiva che ha una importanza ed un impatto notevole, studiata per cercare di porre
rimedio ad un grave problema che si evidenzia in alcuni Paesi membri, tra cui purtroppo l’Italia, e che mette a rischio l’intera
economia delle nazioni poiché toglie ossigeno e liquidità alle imprese. Sebbene approvata a larga maggioranza dopo un
lavoro che mi ha impegnato per due anni
di mandato, la direttiva resta drammaticamente inapplicata proprio in Italia. E l’Italia continua a essere maglia nera in Europa
in fatto di pagamenti certi da parte delle
pubbliche amministrazioni. Ora scatteranno le multe dell’UE, perché l’Italia
come tutti gli altri Paesi membri è tenuta a
trasformare quella direttiva in legge, cioè
a far rispettare il limite massimo di 30
25
anni d’informazione
giorni lavorativi per i pagamenti da pubblica amministrazione a fornitori e prestatori di servizi. Su questo tema, il nuovo
Governo deve intervenire ed invertire la
rotta per far rispettare le direttive UE”.
Come si può lavorare in Europa per il
nostro territorio?
“In tante forme ed in tanti modi, perché
l’Europa è più vicina di quello che uno è
portato a pensare. Spesso, subiamo proprio
le decisioni di Bruxelles e quindi è fondamentale avere in quella sede forza e rappresentante. I fondi europei, soprattutto in
questi periodi di crisi, sono le uniche risorse certe, per lo sviluppo, per la crescita
e per l’occupazione. In questi anni ho
avuto il privilegio di essere stato uno dei
soli due eurodeputati italiani che hanno
fatto parte del team del Parlamento europeo che ha negoziato con la Commissione
e il Consiglio le modalità di accesso a quasi
400 miliardi di euro di investimenti europei
per i territori, ovvero la cosiddetta programmazione europea dei fondi strutturali
per il periodo 2014-2020. Avere un ruolo
così importante nei negoziati mi ha permesso di rafforzare il nesso tra l’offerta e la
domanda di più Europa: da una parte l’offerta, ovvero i fondi UE con i loro stringenti requisiti; dall’altra la domanda, che
si basa sulle potenzialità e la progettualità
dei nostri territori, Ciociaria compresa.
Ecco un esempio pratico e concreto di
come si incide dall’Europa per il nostro territorio”.
Negli ultimi mesi si è fatto un gran parlare di fondi europei e possibilità che arrivano dall’Ue: cosa, a suo avviso, non
viene recepito in Italia?
“In Italia non viene capito il grado di concorrenza che esiste a livello europeo anche
25
anni d’informazione
sull’attribuzione dei fondi. Quei fondi non
sono certi: vanno attribuiti con dei bandi
che richiedono agli enti candidati capacità
di visione, sviluppo di competenze, valorizzazione delle vocazioni territoriali. Noi
molto spesso invece ci presentiamo dalla
Commissione Europea a Bruxelles con il
cappello in mano, non sapendo neanche
sviluppare una idea, dare gambe a un progetto di sviluppo. Chiediamo a Bruxelles
di dirci cosa bisogna fare per avere le risorse, mentre quello che si aspetta la Commissione e’ esattamente il contrario:
chiedere alla Commissione di darci delle
risposte su delle idee di sviluppo coraggiose e innovative”.
Ci può dire un altro provvedimento europeo di cui va fiero?
“Sono stato uno dei cinque firmatari, e
unico italiano, della risoluzione che ha definitivamente abrogato l’Accordo internazionale anti-contraffazione che equiparava
le organizzazioni criminali dedite allo
smercio di merci contraffatte provenienti
da Paesi terzi ai singoli utenti di internet,
spesso giovanissimi, che scaricano illecitamente qualche contenuto coperto dal diritto d’autore. Non si può accusare di reati
gravi come l’organizzazione criminale una
persona che su internet magari scarica un
file solo per ascoltarlo. Va bene la lotta alla
pirateria, ma nelle forme e nei modi idonei.
Se dovesse darsi un voto come parlamentare europeo, quale si assegnerebbe?
“Non dovrei essere io a darmelo, ma gli
elettori. Posso solo dire di aver svolto il
mio compito con il massimo impegno,
come ho sempre fatto in passato e lo testimoniano i più di 90 interventi in plenaria,
le decine di rapporti parlamentari gestiti in
prima fila, l’assiduità nelle commissioni e
l’altissima presenza nelle sedute parlamentari. Una cosa è certa: non posso essere
rimproverato di assenteismo. Ho svolto il
mio incarico in pieno e fino in fondo”.
La sua candidatura ulteriore corona una
carriera politica già piena di successi, cariche ed esperienza: non ritiene che debbano essere posti dei limiti al numero di
incarichi elettivi dei rappresentanti del
Pd per far spazio alle nuove leve?
“Sì, tanti successi, per un’esperienza esaltante e carica di forte passione politica. A
54 anni posso dire che per me la politica è
stata anche palestra di vita. La politica, la
buona politica, quella al servizio dei cittadini, delle istituzioni e del Paese. I miei successi sono stati sempre conquistati sul
campo, sono stato sempre eletto con le preferenze, in un rapporto stretto e diretto con
i cittadini e gli elettori. Oggi la politica deve
ritrovare e riscoprire le vere finalità, quelle
legate ai bisogni della persona umana. Proprio per questo sento un’esigenza di rinnovamento della politica e dei partiti, un
rinnovamento che deve innanzitutto restituire ai cittadini il potere di scelta del governo e dei loro rappresentanti.
Il rinnovamento è sempre stato il mio
obiettivo: dare spazio alle nuove leve. Per
me non è una frase fatta, ma una scelta
praticata e dimostrata concretamente,
come testimoniano le elezioni di Mauro
Buschini alla Regione Lazio e di Maria
Spilabotte al Senato”.
13
Intervista
Intervista al Prof. Fiorletta,
direttore dell’Accademia
di Belle Arti di Frosinone
L’
Accademia di Belle Arti di Frosinone, trova i suoi presupposti nella stretta
correlazione tra il “fare come sapere” e l’attività creativa che è elemento connotativo delle arti visive. Tanto più che nel nostro comprensorio l’Accademia,
si è dotata di corsi istituzionali che sono fiore all’occhiello ed è divenuta centro regionale
per l’arte contemporanea e, in quell’ambito, struttura di maggior rilievo nell’Italia centrale. Da quelle aule, da quei banchi, da quelle mura, sono usciti una parte dei pittori,
quali Federico Gismondi, Vincenzi Bianchi, Italo Palumbo, Adolfo Loreti, Fernando
Rea, Emanuele Floridia, tanto per citarne alcuni, i cui capolavori sono stati apprezzati
nell’intera Italia e all’estero per la loro originalità della ricerca e la nuova impostazione
del processo raffigurativo. Le gallerie sono state la loro prova di eccellenza e i critici
d’arte hanno potuto apprezzare la valenza della loro arte. Ora la nostra Accademia si
vestirà di un nuovo abito “nuziale”; quello del Tiravanti. E’ di qualche giorno che è stato
completato la congruità tecnica del progetto di ristrutturazione e il Comune potrà procedere alla gara di appalto. Questo è un sogno cullato dal collega, compianto, giornalista
Paolo Pesci, che ho avuto la fortuna di avere nella mia Redazione, e che dopo il praticantato, è diventato giornalista, e che fece lunghe battaglie per avere l’Accademia a
Frosinone e così, nel lontano marzo del 1973, questa poteva incominciare. Oggi, un
altro sindaco, Nicola Ottaviani, ha completato l’iter per avere una sede dignitosa e superba, quale il Tiravanti, e scongiurare la stessa verso altri lidi.
di Nicandro d’Angelo
L’intervista
Professor Fiorletta, l’Accademia di
Frosinone è diventata fiore all’occhiello
della città e occupa grande prestigio tra
le Accademie vasariane italiane. A cosa
si deve?
“Sempre più spesso l’attenzione di quanti
operano nel campo dell’arte contemporanea è rivolta alle esperienze dei giovani e
conseguentemente ai luoghi dove avviene
la loro formazione. A guidarli è l’intenzione di operare lì dove nulla può essere
dato per scontato, ma soprattutto la necessità di comprendere come la creatività
possa trasformarsi in ricerca artistica, sviluppando innate propensioni caratteriali.
Il luogo deputato affinché il talento possa
diventare professionalità è l’Accademia di
Belle Arti: essa, infatti, rappresenta
l’unico luogo istituzionalmente riconosciuto, in cui le pulsioni creative possono
trasformarsi concretamente in linguaggio
artistico”.
Attualmente le Accademie di Belle Arti
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sono inquadrate nell’ambito universitario e nel settore dell’arte formazione
artistica e musicale; questa equiparazione alla laurea universitaria è un giusto riconoscimento?
“È un riconoscimento dovuto, che permette un’equiparazione dei titoli a livello
europeo e la conseguente circolazione
delle professionalità. È importante però
riuscire a mantenere l’identità storica, pur
cogliendo tutte le sfide che il presente
pone. Non bisogna cioè dimenticare che
insegnare l’arte comporta problematiche
completamente diverse da altri insegnamenti, tanto che operatività laboratoriale e
teoria sono inscindibili e indispensabili: è
importante quindi mantenere sempre il
giusto equilibrio”.
L’Accademia che lei dirige, accanto ai
quattro corsi istituzionali tradizionali
di Pittura, Scultura, Decorazione e Scenografia quali altri ne compendia?
“L’Accademia di Belle Arti di Frosinone,
accanto ai quattro corsi istituzionali tradi-
zionali ha istituito i corsi di Grafica, Multimedia, Fashion Design e Graphic Design. Per ogni indirizzo sono attivi corsi di
Diploma Accademico di Primo Livello
triennali e corsi di Diploma Accademico
di Secondo Livello biennali. L’apertura
dei nuovi indirizzi e l’inserimento di insegnamenti collegati alla sperimentazione
dei nuovi linguaggi tecnologici e multimediali ha permesso non solo di ampliare
l’offerta formativa ma di meglio rispondere ai bisogni del territorio, del mondo
imprenditoriale e dei nuovi orientamenti
legati alle professioni emergenti nel
campo delle arti visive”.
Grazie a questa Amministrazione comunale e alla forte presenza del sindaco
Ottaviani, è stata data una nuova sede
di alta risonanza, quale spetta, a questa
Università: il Tiravanti. E’ soddisfatto e
quando ci sarà il trasferimento?
“L’istituzione che dirigo, dopo anni di
grandi difficoltà, legate soprattutto alla
mancanza di spazi idonei alla didattica, ha
recentemente ottenuto, grazie all’impegno
dell’amministrazione Ottaviani, una sede
adeguata, il palazzo del Tiravanti, con
l’obiettivo di affermare con rinnovata
energia e ferma determinazione la propria
centralità in un territorio che necessita di
input e soprattutto di occasioni di sviluppo. Spero vivamente che il prossimo
anno accademico possa iniziare nella
nuova sede, grazie anche all’impegno costante del nostro Presidente Remo Costantini, in occasione del quarantennale della
nostra istituzione”.
Leggevo in una sua nota: “La ricerca
artistica va sapientemente nutrita per
creare un equilibrio tra teoria e prassi”
a cosa si riferiva?”
“Naturalmente, a quella complessità a cui
facevo cenno più sopra. In una società
come la nostra, il ruolo dell’arte sembra
essere marginale, eppure sempre più
spesso si prende coscienza della sua asso-
25
anni d’informazione
luta centralità, ma anche inevitabilmente
del rischio di una omologazione agli standard dal mercato culturale e alle leggi del
conformismo estetico. La formazione artistica deve saper alimentare la naturale
creatività ma anche far sì che essa si trasformi in arte, fornendo strumenti cognitivi adeguati. Infatti, le Istituzioni di Alta
Cultura, di cui le Accademie italiane
fanno parte, non devono solo formare professionisti nel campo delle arti visive, ma
anche gli artisti dell’immediato futuro”.
Curriculum vitae
nato ad Alatri (FR) nel 1953.
Residente a Frosinone.
Docente di prima fascia alla cattedra di Decorazione e Allestimenti Museali; Coordinatore e
Docente della Scuola di Specializzazione in
Eventi Artistici e Culturali, nell’Accademia di
Belle Arti di Frosinone.
Esperienze amministrative
Attualmente ricopre la carica di Direttore
nell’Accademia di Belle Arti di Frosinone. Ha
ricoperto la carica di membro del Consiglio di
Amministrazione nell’Accademia di Belle Arti
di Frosinone per vari anni quale rappresentante dei docenti.
Principali attivita’ espositive
È’ il referente in Italia, per la promozione culturale dell’opera di Joan Miró, della Successió
Miró di Palma de Mallorca, della Fundació
Joan Miró di Barcellona e della Fundació Tallers J. Llorens Artigas di Gallifa. Curatore della
Rassegna Internazionale d’Arte Contemporanea “Incontro Giovani Artisti” dal 1986 (11 edizioni annuali di cui 5 internazionali)
manifestazione ideata per la promozione delle
nuove generazioni artistiche. Membro della
Commissione del Ministero per gli Affari Esteri
per l’organizzazione di “Campus di giovani artisti” realizzati in ambito Internazionale con la
Grecia 1986, la Polonia 1987, la Romania
1993 e la Spagna 1992 1994 1996. Organizza i due Convegni Nazionali 1987 e 1989
“Una riforma improrogabile” nel Palazzo
della Provincia di Frosinone, dedicati alla Riforma Universitaria delle Accademie di Belle
Arti e che contribuiranno alla definizione della
Legge 508. Dal 2005 collabora con la Commissione Cultura della Fondazione Malaga per
il progetto Malaga Capitale della Cultura 2016
– Spagna.
25
anni d’informazione
INTERVISTA AL PRESIDENTE REMO COSTANTINI
Presidente Costantini, soddisfatto della sede del Tiravanti?
“Sì: dopo 40 anni di richieste, proposte, discussioni e proteste, finalmente l’Accademia
di Belle Arti di Frosinone ha una sede degna di questo nome. Proprio quando stavamo
per trasferirci in un altro comune della provincia, il Sindaco Ottaviani, neo eletto, mi
ha contattato per comunicarmi la ferma volontà di far rimanere l’accademia a Frosinone
e mi ha garantito la disponibilità del Tiravanti. Questa telefonata ha permesso alla città
di Frosinone di non perdere l’accademia. E qui mi permetto di evidenziare non solo
l’impatto culturale che l’Accademia ha su una città come Frosinone ma anche l’indotto
economico che si genera grazie alla presenza di questa istituzione di alta formazione
culturale. Quest’anno abbiamo superato 800 iscritti, di cui gran parte di fuori regione
e/o di altre nazioni con necessità di risiedere a Frosinone, ed abbiamo circa 100 professori: per difetto, l’indotto economico supera il milione di euro”.
Ha mai pensato che il progetto combinato con il sindaco Ottaviani potesse essere
realizzato?
“Sì, sin dalla prima telefonata. Conosco il Sindaco da tempo ed apprezzo il coraggio
e la tenacia nel portare avanti le idee. Sicuramente ha dovuto gestire situazioni non
semplici per arrivare alla concessione gratuita dell’immobile, ma ha dimostrato che
anche in politica se si crede in un progetto lo si può realizzare”.
C’è stata un’ intesa tra l’Accademia di Frosinone e il Ministero della Pubblica
Istruzione, dell’Università e Ricerca, per l’iter e un massiccio contributo per la
ristrutturazione del Tiravanti, a quanto ammonta?
“Qui voglio pubblicamente ringraziare il Dr. Bruno Civello, già direttore generale
dell’AFAM, persona squisita. Quando, nel 2010, sono stato nominato Presidente mi
conferì l’incarico di risolvere l’annoso problema della sede dell’Accademia anche perché, senza una sede entro la fine del mio mandato, l’Accademia di Frosinone avrebbe
corso il rischio di essere soppressa. Subito accettai la sfida chiedendo, però, l’impegno
del Ministero a sostenere i costi di un’eventuale ristrutturazione. Dopo due anni da
quel giorno, quando ho avuto la certezza di poter disporre del Tiravanti, ho ricordato
al Dr. Civello l’impegno verbale preso: ebbene, il Dr. Civello ha sottoscritto immediatamente la convenzione con la quale il Ministero si è impegnato a ristrutturare il Tiravanti e nel giro di un mese ha fatto subito stanziare una tranche di € 600.000,00. L’intera
opera di ristrutturazione dovrebbe attestarsi su € 1.300.000,00”.
Ora che avrete una nuova Sede, secondo lei ci può essere una maggiore affluenza
di iscritti?
“Certamente: non solo potremo avere maggiori iscritti per i corsi già in essere, ma
possiamo anche istituire nuovi corsi. La fortuna dell’Accademia risiede nel Direttore,
Prof. Luigi Fiorletta, e nei docenti, tutti preparatissimi e appetiti da altre accademie.
Calcoli che non è infrequente che professori di altre accademie mandino i propri figli
qui a Frosinone proprio per la qualità dei nostri docenti”.
Lei ha scritto: “La società di oggi richiede, infatti, professionalità capace di coniugare la tradizione con le tendenze
più innovative al fine di cogliere nuove
opportunità e creare interessanti sbocchi professionali e artistici”, a cosa alludeva?
“L’arte, e di conseguenza anche il suo insegnamento, nel corso degli ultimi decenni ha subìto innumerevoli trasformazioni: basti pensare l’impatto che internet
ha avuto nel mondo dell’arte con la nascita di nuove professioni. L’Accademia
di Frosinone sta cercando non solo di seguire queste evoluzioni ma anche di anticipare i nuovi scenari per preparare i professionisti di domani. La tradizione data
dall’enorme patrimonio culturale ed artistico italiano deve trovare nuova vita anche grazie alle tecnologie innovative di
questi ultimi anni: la nostra sfida è proprio
questa, unire l’arte “classica” e le nuove
tecnologie al fine di formare nuovi artisti”.
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L’Opinione
di Gabriele Sabetta
Washington e Berlino
fomentano la guerra civile
in Ucraina
I
recenti avvenimenti in Ucraina dimostrano che i leader di Washington,
Berlino e Bruxelles sono pronti a dividere un Paese, guidarlo nella guerra civile e rischiare un incendio in tutta la
regione per raggiungere i loro obiettivi
geopolitici. Dopo il fallimento dell’opposizione “pacifica” (e dei suoi sostenitori
occidentali) per rovesciare il presidente
Viktor Yanukovich e sostituirlo con un
governo UE-friendly, bande armate “fasciste” si sono mobilitate per raggiungere
lo stesso risultato. Nei giorni del 18 e 19
febbraio scorso, Kiev ha visto gli scontri
più sanguinosi da quando le proteste sono
iniziate – circa tre mesi fa. Decine di persone, tra cui diversi poliziotti, sono state
uccise e un migliaio sono rimaste ferite
quando bande armate di sampietrini, pistole e bombe incendiarie hanno dato vita
a battaglie in strada con le forze di sicurezza governative. Anche i media occidentali, che hanno inscenato una fitta
propaganda a sostegno dell’opposizione,
non potevano ignorare del tutto il ruolo
delle forze di estrema-destra nelle proteste
violente. I governi statunitense e tedesco
hanno sostenuto questi gruppi paramilitari
al fine di aumentare la pressione su Yanukovich e il suo governo. Un video che circola nel web mostra un agente della CIA
catturato negli scontri, dando prova che il
governo degli Stati Uniti sta fomentando
la rivoluzione in Ucraina – come già fatto
in Libia, in Egitto, in Siria e in numerosi
altri luoghi del pianeta. Del resto, dopo tre
visite in Ucraina in cinque settimane, Victoria Nuland – sottosegretario di Stato
nell’amministrazione Obama – aveva
spiegato in una riunione, ripresa e postata
su YouTube, che negli ultimi due decenni
gli Stati Uniti hanno speso cinque miliardi
di dollari per sovvertire l’ordine democratico in Ucraina, e assicura i suoi ascoltatori che ci sono uomini d’affari di primo
piano e funzionari governativi che sostengono il progetto statunitense di strappare
l’Ucraina dal suo storico rapporto con la
Russia e portarla nella sfera di interesse
degli Stati Uniti tramite il servo sciocco
UE. Il fatto che Berlino e Washington
siano pronti a sfruttare i servizi di bande
paramilitari per raggiungere i propri fini
25
anni d’informazione
espone all’accusa di menzogna la propaganda ufficiale, in cui si afferma che in
Ucraina è in discussione lo Stato di diritto
e la “democrazia”. In realtà, lo scopo è
quello di sostituire il regime di Yanukovich con un altro che si allontanerà dalla
Russia ed imporrà politiche di austerità
brutali ai lavoratori ucraini sotto il tallone
dell’Unione Europea. Yanukovich, alla
fine, si è inchinato alle richieste dell’opposizione filo-occidentale – firmando un
accordo per limitare i suoi poteri e proclamare elezioni anticipate. Washington ha
applaudito l’esito della crisi di Kiev, rilasciando una dichiarazione attestante che
l’amministrazione Obama accoglie con
favore l’accordo, definendolo coerente
con quello che la Casa Bianca aveva sostenuto, evidenziando così la politica
sconsiderata delle potenze imperialiste
che hanno lavorato con i gruppi armati per
guidare l’Ucraina e l’intera regione sull’orlo della guerra civile. Nel novembre
dello scorso anno, Yanukovich aveva annullato la firma di un accordo di associazione con l’Unione Europea all’ultimo
minuto, avvicinandosi alla Russia. Da allora, la Germania e gli Stati Uniti hanno
sistematicamente cercato di destabilizzare
e dividere l’Ucraina, dove le tendenze separatiste stanno ora alzando la testa (la
città occidentale di Lvov, il centro del nazionalismo ucraino, si è dichiarata auto-
noma). Ciò solleva la possibilità di un intervento militare russo: se Mosca si trovasse sul punto di perdere la base navale
in Crimea, si muoverà per proteggere i
propri interessi, come accadde in Georgia
nel 2008. La battaglia per l’Ucraina è
parte degli sforzi degli Stati Uniti e delle
potenze europee per incorporare tutta
l’Europa orientale nella loro sfera di influenza e isolare la Russia. Questo processo è iniziato con la restaurazione del
capitalismo, proseguito con l’incorporazione dei Paesi dell’ex blocco orientale
nella NATO e nell’UE e viene ora ad essere esteso a gran parte dell’ex Unione
Sovietica. L’Ucraina, con la sua rete di gasdotti, basi militari strategicamente importanti ed una ricca industria pesante, è
un obiettivo dell’imperialismo americano
ed europeo. L’Ucraina servirà anche come
base per spingere altre ex repubbliche sovietiche nella sfera di influenza dell’UE.
Il popolo ucraino non può correre questi
pericoli – una guerra con la Russia e l’affievolimento dei suoi diritti civili e sociali
– ma non può neanche sostenere il campo
di Yanukovich: il suo regime è corrotto e
sull’orlo della bancarotta, e rappresenta
una diversa fazione di oligarchi rispetto a
quelli che appoggiano l’opposizione. Sono
tutti d’accordo quando si tratta di saccheggio di proprietà pubbliche e impoverimento della popolazione attiva.
17
L’Opinione
di Massimo Sergio
IL DECALOGO DEL SINDACO
Ovvero la filosofia del “tu”
Q
uesta volta, secondo il mio modesto parere logicamente, il signor Sindaco di Frosinone ha
toppato! Ma non per sua dabbenaggine
visto e considerato che lo stesso è un avvocato di rilievo ed è sempre stato sulla
cresta dell’onda popolare.
Forse perché si è dovuto
uniformare a disposizioni
imposte dall’Alto della Burocrazia, o per qualche altra
valida ragione, Egli ha diramato, in ambito interno,
una specie di “sacre tavole”
alla Mosè, contenenti
norme di comportamento
da parte dei dipendenti comunali tutti, come un galateo burocratico buono per
tutte le evenienze e per tutte
le stagioni, ma soprattutto
nei rapporti con il pubblico.
S’intende che questo è avvenuto non
solo nel capoluogo ciociaro ma un po’
per tutta l’Italia, pensando forse i nostri
governanti che gli impiegati comunali,
ma non solo loro credo, siano in maniera disdicevole scarsi in educazione e
public relation (si legga pàblic relèscion
perché è inglese) e che quindi si comportino nei confronti della clientela o
con supponenza o con troppa familiarità. Forse il Primo Cittadino dimentica,
ma non soltanto lui, che le nostre stirpi
erano volsche ed erniche scontratesi in
secoli lontani con Roma e la sua mano
armata e quindi con la sua civiltà e la
sua vita quotidiana. Dalla supremazia
latina si ricava che i ciociari hanno da
sempre dato del tu al proprio prossimo,
in qualsiasi tipo di rapporti. I consoli, i
senatori, i magistrati, gli imperatori usavano il tu e venivano apostrofati e ricambiati allo stesso modo. L’egregio
avv. Nicola Ottaviani, che, come sappiamo e come diciamo noi frosinonesi,
ha frequentato le scuole alte, vale a dire
quel beneamato e vituperato liceo classico Norberto Turriziani, che si staglia
ancor oggi maestoso nel panorama, sul
25
anni d’informazione
Un somaro che si corica,
somaro si desta!
(proverbio popolare)
colle della Prebenda, e sa di latino e di
greco per averlo in profondità studiato.
Quindi sa come sarà difficile da parte
della classe impiegatizia comunale passare di punto in bianco dal tu al Lei, se
non al Voi, borbonico retaggio! Ma in fin
dei conti essendo Frosinone una cittadina, che quotidianamente perde nuclei
familiari a favore dell’hinterland, e sta
diventando sempre più paesotto, riferendoci al decremento demografico appena
riferito, ci si incontra per strada o in altri
luoghi e perciò ci si conosce un po’ tutti,
è normale quindi darsi del cordiale ed affettuoso “tu” piuttosto che lo scostante
“Lei”. D’altronde il ciociaro nel suo archetipo ha una indole, un carattere che
lo diversifica profondamente da altre popolazioni. Tanto che lo scrittore calabrese Corrado Alvaro affermava, in
alcuni suoi scritti, che “era sempre presente , appena usciti dalla cerchia delle
antiche mura, l’impressione che attorno
a Roma vivesse una popolazione assai
simile a quella del Lazio primitivo, piuttosto brusca e rude”, anche se poi aggiunge qualcosa di positivo: “Bruschi e
realistici, pratici, industriosi”. Bisogna
sottolineare che tutti quelli che hanno
descritto il ciociaro non hanno tenuto nel
debito conto del suo profondo legame
con la terra natìa, come un “inscindibile
e vero complemento del suo essere, della
sua anima: impossibile per lui separarsene se non a prezzo di
indicibili sofferenze”; e questo lo scrive l’amico Marcello Fiorimanti nel suo
libro “Ciociari!” edito
ormai ben venticinque anni
or sono. E non possiamo
esimerci dal riportare, in
queste poche righe, il pesante giudizio (io lo chiamerei: pregiudizio!) dello
storico tedesco Ferdinando
Gregorovius, in Passeggiate italiane, fatto proprio
e che già al suo tempo era
molto diffuso “sì che il
nome ciociaro è disprezzato e viene persino usato talvolta ingiuriosamente”, e
ancor più, “mi ricordarono che mi trovavo nel “Latium ferox” di Virgilio, la
cui forte popolazione ha mantenuto la
sua caratteristica anche durante tutto il
Medioevo”. Il poeta latino Virgilio (Vergilius) aveva ben donde di descrivere
come “ferox” il Lazio perché coloro che
l’abitavano erano gli Ernici e i Volsci ma
soprattutto i bellicosi Equi, il cui ricordo
era ancora vivo nella memoria. Ma anche
il conterraneo Anton Giulio Bragaglia
non fa mancare il suo pensiero critico non
troppo lusinghiero: “Il ciociaro (…) nella
sua realtà è un muso duro, di carattere
aspro”. Così come, gli fa da contraltare,
Paolo Toschi che ci ricorda fra le righe dei
suoi scritti sul folclore o folklore, che si
voglia riportare: “I ciociari sono scarsi di
parole, hanno, come si dice, la parola difficile…” Sì, ma quando riesce a trovare
la strada giusta per spiegare quello che
pensa, il ciociaro non si ferma più e diventa difficoltoso anche lo stargli dietro!
Intendiamoci! : sia nelle parole come nell’instaurare un cordiale duraturo rapporto
d’amicizia, quella vera!...
19
Crimine
IL DELINQUENTE NATO
SECONDO LO STUDIOSO
DELLA CRIMINOLOGIA
DELL’OTTOCENTO
seconda parte
E
dire che fu un biologismo di tipo
acritico è dire poco se gli si contrappongono i livelli tecnici anteriori non meno delle tradizioni etiche
del nostro passato. In realtà l’errore di
fondo fu quello di apparentare l’uomo
allo stesso livello delle scale gerarchiche zoologiche non tenendo conto che
ció che caratterizza da tempo l’uomo
non è il solo possesso di un corpo animale, bensi quello di una disposizione
razionale così come a suo tempo
l’aveva di già concepito Aristotele. In
quanto animale l’uomo di certo é un essere che si contraddistingue perché ,
egli non ha un ambiente ma -di fatto- asserve a se’ l’ambiente nel quale deve vivere. Mentre, infatti possiamo parlare di
piante e di animali tropicali, impossibilitati a sopravvivere in un ambiente lontano da tali climi, l’uomo è l’unico
essere che può divenire tanto tropicale
ed equatoriale quanto nordico e ciò perché è l’uomo in prima persona e fare ed
a decidere dei proprio ambiente. Ciò
avrebbe dovuto avvertire gli studiosi
cosi come avrebbero dovuto le qualità e
proprietà di cui l’uomo dispone rispetto
alla totalità degli organismi viventi o almeno- che rispetto a quelle proprietà e
qualità dei viventi egli contrappone in
qualità di naturale superamento. Si
pensi qui al superamento, degli istinti,
alla capacità che solo l’uomo possiede
di operarne il rimando e ancora si pensi
ai sentimenti superiori nella cui atmosfera l’uomo svolge la propria
esistenza. Avendo trascurato tali, dimensioni d’apertura e di capacità di interpretare il mondo, è naturale che lo
studioso di criminologia dell’ottocento
abbia trascurato le proprietà essenziali
dell’uomo e che abbia finito con il ricercare i cespiti della criminalità nella sua
costituzione biologica facendone in
proposito un tipo autoctono (vale a dire
il delinquente nato). In effetti non vi è
una criminalità che nasce con l’ uomo
alla stregua di un suo patrimonio ereditario o a titolo di una degenerazione del
20
suo spirito alla vita. Non esiste tutto
questo perché la criminalità è null’altro
che un condizione posta in essere da
quella condizione di sussistenza concretica che è la società o che che -per dirlo
meglio- é la dinamica della socialità. Di
fatto è a questa che ci si deve riferire
onde qualificare la criminalitá, così
come il secolo successivo all’ottocento
ha potuto mostrare mercé i risultati della
disciplina etologica. Il mondo lombrosiano fallì infatti nei suoi risultati proprio per ave ignorato questo aspetto del
problema cosi come fallì lo stesso Prichard ad onta di aver inteso il delitto
come esclusiva proprietà del contesto
etico della persona . Il delitto in realtá è
soluzione di un contesto esistenziale
della persona, contesto che l’uomo coglie nel suo reperisi nella dimensione
eccentrica della vita e che lo stesso
uomo vede come sperequazione di valori, come, conflitto inappagato di interessi, come fallimento di aspettative,
come esproprio da possibilità negategli
Cesare Lombroso
già in via primaria. L‘essenza della criminologia invero é proprio questa e della stessa va sottolineata l’importanza
salvo a disporre di un concetto di crimine che non sappia sussumere in sé la
totalità delle forme di possibile espressione della realtà delinquenziale. Oggi
che delle teorie di Lombroso e dei suoi
epigoni il tempo ha fatto giustizia ciò
che dobbiamo ritenere un residuo di
prestigio fondamentale è il passaggio
dalla considerazione del crimine e della
pena alla valutazione dell’uomo colpevole, il che significa si rivedere il reato
nelle sue configurazioni particolaristiche ma di guardare altresì all’uomo colpevole come possibilità di riscatto e
quindi di recupero nel contesto della
stessa società. Ció, ben comprensibilmente significa tanto trattamento in funzione riabilitativa, quanto impostazione
di un trattamento rivolto alla effettiva risocializzazione dell’ex colpevole in una
società che per lui sia lungi dall’essere
emarginante ed ulteriormente conflittuale. Se consideriamo il fenomeno
lombrosiano sotto questa duplice fisionomia ordinativa ne emergono le due
condizioni che –ne sono necessariamente scaturite e che se per un verso si
esprimono come esigenza di riforme del
diritto penale, per altro verso si concretizzano nelle forme di un sistema punitivo teleologicamente più duttile e
quindi più coerente rispetto alle qualità
e proprietà dell’esistenza. Invero però
rispetto ad una riforma del diritto penale
generale si é ancora fatto poco.
25
anni d’informazione
Condominio
L’amministratore: responsabilità e compiti
A
decorrere dalla data di entrata in vigore della riforma
(18.06.2013), chi vorrà diventare amministratore di
un condominio dovrà possedere una serie di requisiti
(affidabilità e trasparenza), oltre a frequentare un corso di formazione iniziale e poi di aggiornamento; ciò allo scopo di
rendere più seria la gestione dei condomini, allontanando i
soggetti incompetenti e poco motivati. Invero, anche chi ha
già rivestito in passato tale carica dovrà comunque frequentare la formazione periodica, ad esclusione soltanto di quei
condomini che intenderanno accollarsi l’onere della gestione
del condominio in cui abitano. Il novellato art. 71-bis delle disposizioni di attuazione del codice civile – pur non prevedendo l’istituzione di un vero e proprio registro – ha quindi
stabilito che possano svolgere l’attività
di amministratore unicamente quei
soggetti che siano in possesso di una
serie di requisiti di serietà e professionalità e cioè: a) godimento dei diritti
civili e politici; b) assenza di condanne
per delitti contro la p. a., l’amm.ne
della giustizia, la fede pubblica, il patrimonio e per ogni altro delitto non
colposo per il quale la legge commina
la pena della reclusione non inferiore,
nel minimo, a due anni e, nel massimo,
a cinque anni; c) assenza di misure di
prevenzione divenute definitive, salvo che non sia intervenuta
la riabilitazione; d) assenza di provvedimenti di interdizione
o inabilitazione; e) assenza di annotazioni nell’elenco dei protesti cambiari; f) diploma di scuola secondaria di secondo
grado; g) frequenza di un corso di formazione iniziale e di attività di formazione periodica in materia di amministrazione
condominiale. Giova precisare che – come riportato nel numero di febbraio – il recente DL n. 145/2013 “Destinazione
Italia” (di cui, al momento di andare in stampa, non siamo in
grado di riferire se sia stato convertito in legge), all’art. 1,
comma 9, ha integrato appunto la recente riforma e ha previsto alla lettera a) che “con Regolamento del Ministro della
giustizia saranno determinati i requisiti necessari per esercitare l’attività di formazione degli amministratori di condominio nonché i criteri, i contenuti e le modalità di svolgimento
dei corsi, ai sensi e per gli effetti del novellato art. 71-bis,
primo comma, lettera g), delle disposizioni di attuazione del
codice civile, il quale non aveva, al riguardo, previsto una
regolamentazione della materia”. Inoltre, coloro che possono
dimostrare di aver svolto, nei tre anni precedenti al 18.06
scorso, lo svolgimento di detta attività per almeno un anno,
potranno continuare a farlo, pur in assenza dei requisiti di cui
alle lettere f) e g) sopra riportati. Peraltro, la vigente normativa (art. 1129 cc) ha chiarito che l’attività di amministratore
25
anni d’informazione
potrà essere svolta anche dalle società, con la conseguenza
che i citati requisiti dovranno essere posseduti dai soci illimitatamente responsabili, dagli amministratori e dai dipendenti
incaricati. Specifiche disposizioni sono previste per la nomina
e la revoca dell’amministratore, anche per via giudiziaria
(artt. 1129, 1130 e 1131 cc). Per quanto riguarda le attribuzioni, esse possono essere qui di seguito riassunte: 1) comunicare le proprie generalità, l’indirizzo del proprio ufficio e i
giorni e le ore nelle quali è possibile prendere visione della
documentazione condominiale; 2) affiggere una targhetta con
le proprie generalità e i propri recapiti nel luogo di accesso al
condominio o di maggior uso comune; 3) specificare analiticamente ai condomini, all’atto dell’accettazione della nomina
e del suo rinnovo, l’importo dovuto a
titolo di compenso per l’attività svolta;
4) convocare annualmente l’assemblea; 5) eseguire le deliberazioni assembleari; 6) disciplinare l’utilizzo dei
beni e dei servizi comuni in modo da
assicurare il miglio godimento a ciascuno dei condomini; 7) riscuotere i
contributi dai condomini entro sei mesi
dalla chiusura dell’esercizio nel quale
il credito esigibile è compreso; 8) erogare le spese occorrenti per la manutenzione ordinaria dei beni e dei
servizi comuni; 9) attivare un conto corrente condominiale
sul quale fare transitare le somme in entrata e in uscita afferenti la gestione; 10) compiere gli atti conservativi relativi
alle parti comuni; 11) eseguire gli adempimenti fiscali del
condominio; 12) curare la tenuta del registro di anagrafe condominiale e dei verbali delle assemblee, nonché di quello relativo alla nomina e revoca dell’amministratore e del registro
di contabilità; 13) conservare tutta la documentazione inerente la propria gestione riferibile sia al rapporto con i condomini sia allo stato tecnico-amministrativo dell’edificio e
del condominio; 14) fornire al condomino che ne faccia richiesta attestazione relativa allo stato dei pagamenti degli
oneri condominiali e delle eventuali liti in corso; 15) redigere
il rendiconto condominiale annuale della gestione e convocare l’assemblea per la relativa approvazione entro 180
giorni; 16) osservare e fare osservare il regolamento condominiale; 17) dare immediata notizia all’assemblea condominiale del ricevimento di inviti a un procedimento di
mediazione, atti giudiziari e provvedimenti amministrativi
per materie che esorbitino dalle sue attribuzioni. L’assemblea
potrà subordinare la nomina dell’amministratore alla stipula
di una polizza assicurativa individuale (che copra la responsabilità civile per gli eventuali danni arrecati ai condomini o
a terzi nello svolgimento della propria attività).
21
Cultura
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L’Opinione
di Mario Cerroni
La famiglia, centro
di una società armonica
I
l governo Renzi, dopo gli atti di fiducia, è pronto per l’azione: gran parte
degli Italiani spera che sia capace a
dare una svolta ad una crisi che da anni
pesa sulle sempre più deboli spalle delle
famiglie. E’ questo, il caso della famiglia,
uno dei temi centrali dell’azione governativa. La famiglia, definita dal dizionario della lingua italiana, come “un nucleo
sociale rappresentato da due o più individui, legati tra loro con il vincolo del
matrimonio o con rapporti di parentela o
di affinità”, è, oggi, bombardata, attaccata da più direzioni per smobilitare gli assetti fondamentali che
sono costituiti, sin dalle origini,
da un padre, una madre e dai figli.
Oggi, al contrario, come viene definita dallo stesso vocabolario,
essa è un “nucleo sociale “ rappresentato e non composto da genitori ma da individui. Una
evoluzione oppure una involuzione? I
tempi che corrono ci dicono che la famiglia non è più composta da un padre ed
un madre, ma da individui che possono
essere anche dello stesso sesso. Non
vuole essere questo l’argomento di questo scritto, ma cercare di ripercorrere le
tappe dei vari modelli di famiglia che
hanno caratterizzato la vita delle persone.
Così si va dalla famiglia patriarcale, con
al centro il pater familias, e da quella nucleare a quella negoziale. Per arrivare a
quella attuale, definibile “famiglia affettiva”, caratterizzata dalla difesa dei figli,
e non solo, i quali cercano sempre più,
nelle contraddizioni della crisi economica, di avere autonomia, vissuta dentro
una condizione di precarietà che li costringono a vivere, in età avanzata, ancora dentro il “nucleo famigliare”. In
questa situazione di disorientamento, la
famiglia, i rapporti tra i componenti vivono una condizione di debolezza, di
problematicità che senza dubbio condizionano la vita stessa dei loro componenti ed in particolar modo dei figli.
Siamo, così, in presenza di famiglie deboli, disorientate, prive di modelli che
non riescono a trasmettere emotività e dimensioni affettive e comportamentali
25
anni d’informazione
certe. I figli avvertono questa debolezza,
aggravata dalla scarsità di tempo e di
energie che i genitori possono impiegare
per loro, divenendo critici nei loro confronti, cercando di imporre la loro
“legge” che può arrivare a forme di ricatto anche pesanti.
Oggi nel complesso la famiglia è in crisi,
dovuta, appunto, alla mancanza di
esempi forti, di regole, di principi e valori
stabili, di modelli comportamentali coerenti. In genere i genitori, secondo il
presidente dell’Associazione Disagio
Giovanile (A.DISA.G) Maria Calabretta
nel suo libro “Sempre connessi”, oscillano tra due modalità, quella della rigidità e quella del permissivismo,
trasformando la famiglia nel luogo di una
eccessiva protezione che può compromettere lo sviluppo armonico della personalità dei figli. E’ più facile essere
genitori che educatori. Educare non è
compito facile e semplice, non si limita
a dare ordini, a fornire regole e precetti
morali. Educare significa essere e dare
modelli certi, in modo tale che nell’insieme la famiglia vive i rapporti interni
ed anche esterni in maniera armonica.
Nemmeno dare affetto è sufficiente, il
troppo affetto può essere elemento destabilizzante, quando i genitori si sostituiscono ai figli, limitando lo sviluppo della
personalità. Tale condizione sta determinando una situazione preoccupante, in
quanto la figura dei genitori, la ricerca
dei modelli viene cercata nella “rete”, in
internet e in tutti gli strumenti tecnologici di comunicazione che stanno, già
tempo, uccidendo i rapporti veri e vivi
dentro e fuori la famiglia. Tali strumenti
diventano luogo di rifugio, sostitutivi dei
genitori o comunque luoghi di alienazione, di allontanamento dai problemi
anche affettivi, necessari per lo sviluppo emotivo ed affettivo dei giovani. Oggi, soprattutto per i
giovani , nati tra la fine degli anni
novanta ed i primi del duemila, si
può parlare di “nativi digitali”, nel
senso che sono immersi nelle
nuove tecnologie, come cellulare,
videogiochi, internet e nuovi media in
generale in una, diciamo, concorrenza,
con genitori ed insegnanti, che sembrano
“immigrati digitali”. Nessuno vuole demonizzare tali strumenti tecnologici, che
hanno aperto il mondo ad una continua
comunicazione in ogni angolo del pianeta, nello stesso tempo non si può non
evidenziare che la mancanza di una dovuta vigilanza può condurre, soprattutto i
più giovani, dentro la rete della negatività, del bullismo telematico e della pedofilia on line. I sistemi telematici di
nuova comunicazione, se non usati con
discernimento, dietro la guida attenta dei
genitori, possono costituire una vera
“droga” con conseguenze anche devastanti sul fronte della personalità e dello
sviluppo emotivo-affettivo.
Allora, occorre riscoprire le vecchie metodologie educative, inserite dentro le
nuove dinamiche di una società che va
guidata e non essere dominante rispetto
ai bisogni della gente. Oggi si subiscono
i fenomeni nuovi, le nuove tecnologie
(rendono ricchissimi giovani e società informatiche), al contrario occorre che noi,
sia in senso individuale che come famiglie, ritorniamo ad essere attori di una
società armonica e non alienante.
23
Profili
di Massimo Sergio
GIANLUIGI PROIA AMAVA IL MISTERO
-Profilo di un giornalista curioso e multiforme –
S
ono trascorsi cinque anni da quando il nostro amico collaboratore e caporedattore,
Gianluigi Proia, ha abbandonato questo
terragno mondo per attestarsi comodamente in
un iperuranio inviolabile dal quale ci scruta perplesso per quello che succede tra noi. Noi che
continuiamo d’altra parte ad averlo presente nei
nostri cuori e nelle nostre menti, sommessamente vogliamo ricordarLo ai nostri affezionati
lettori, che erano anche i suoi affezionati lettori
di questa Rivista. Sarà bene sottolineare che
Gianluigi era un uomo discreto, educato, che
non si alterava mai puntualizzando e sostenendo
le sue tesi con affabile puntiglio. Era sì un giornalista, ma inteso a tutto tondo nel senso che si
interessava di tante cose, di tante materie. Egli
amava il cinema ed il teatro, le arti visive in genere e spesso trattava nel nostro periodico di interviste e scritti critici su artisti anche
misconosciuti. Altresì era interessato all’attualità, agli avvenimenti sportivi, soprattutto calcistici, non disdegnando di trattare anche altre
numerose discipline. Insomma, possiamo affermarlo senza tema di smentite, Gianluigi Proia
era curioso di tutto ma non in forma superficiale,
perché in effetti egli qualunque argomento volesse investigare e venire a conoscenza lo faceva
con attenzione ed un fine culturalmente alto.
24
Sono rimaste memorabili le sue interviste a noti
personaggi, in particolare quella allo scrittore
Luciano De Crescenzo. In quel frangente, a Cassino, presso la locale Università, si svolgeva un
convegno sulla sicurezza stradale in cui si dibatteva il tema delle stragi del “sabato sera” e lì fu
avvicinato ed intervistato da Gianluigi lo scrittore napoletano, che rispose a tutte le sue domande con affabilità ed arguzia. Il suo più
recente saggio di allora (anno 2003), divenuto
l’ennesimo best/seller, dal titolo Storia della Filosofia Medievale, offriva all’intervistatore
come all’intervistato di spaziare anche con domande attualissime, come ad esempio: ”Quando
si parla di secoli bui due sono le domande che
mi vengono in mente: quando sono cominciati e
chi è stato a spegnere la luce? Quale risposta si
è dato?”, De Crescenzo rispondeva: “Nel Medioevo venne spenta la luce della Ragione e accesa quella della Fede, da qui il buio”.
L’intervistatore incalzava l’ingegnere-scrittore
con ulteriori domande, quali: ”Se dovesse assimilare un filosofo medievale ad un personaggio
pubblico del ventunesimo secolo chi paragonerebbe a Ruggero Bacone?” – “Il Ruggero Bacone di oggi è Marco Pannella: uguale per
l’entusiasmo, l’immaginazione, la mancanza di
praticità e purtroppo anche per il numero dei ne-
25
anni d’informazione
mici”. Passando invece a trattare di arte e
turismo Gianluigi, giornalista e storico/archeologo, nell’intervistare il pittore Vincenzo Bianchi (nell’anno 2003, ancora
titolare della prima scuola di scultura
dell’Accademia delle Belle Arti di Firenze, già direttore di quella di Macerata,
nonché già docente presso le Accademie
di Catanzaro, Frosinone ed Urbino), gli
chiese le ragioni per cui avesse costituito
l’associazione Labris e gli scopi che la
stessa si proponeva di portare a compimento, ed egli rispose che essa era nata
principalmente per far conoscere le civiltà
che vivevano nel territorio dell’Italia centro-meridionale, in particolar modo della
provincia di Frosinone, e dar loro un doveroso riconoscimento per la straordinaria
padronanza della Scienza delle Costru-
25
anni d’informazione
zioni e la profonda spiritualità. L’amico
Gianluigi aveva propensione per quei
mitici tempi antichi di cui amava trattare
l’incontestabile efficienza espressa nelle
poderose costruzioni poligonali (che si
riferivano anche ai leggendari Ciclopi),
che da oltre cinquemila anni sfidano
ancor oggi il tempo inesorabile. Va altresì sottolineato che tali studi dimostrano come queste antichissime civiltà
amassero il rispetto, l’autonomìa e
l’aiuto fraterno e che usavano per riconoscersi fratelli il segno dei due triangoli
che si uniscono al vertice, chiamato
“Labris”, che vuole essere un simbolo
d’unione. Tutto questo discorso ne implica anche un altro diverso ma altrettanto allettante: quello di impegnare il
territorio a progredire ed a superarsi per
affrontare la sfida dal punto di vista del
turismo e di relative manifestazioni cultural-enogastronomiche, che potrebbero
in parte risolvere il problema della disoccupazione giovanile e del partneriato, oltre che l’incremento ed il
miglioramento produttivo/economico
delle tante aziende agricole sorte nel territorio ciociaro. Come abbiamo scritto
più sopra, Gianluigi era un giornalista
attento e curioso, ma prediligeva anche
il “mistero” tanto da scrivere non solo
sulla nostra Rivista, ma anche su altri
fogli locali, saggi sulla Ciociarìa misteriosa. In particolare ci piace riportare qui
integralmente l’articolo apparso sul numero 6 di giugno 2000 della presente rivista e che potete leggere in questo
nostro redazionale.
25
Geologia
di Mario Catullo
FRANE
NELLA CITTA’
di FROSINONE
Capitolo secondo
Terza parte
QUESTIONI IDRAULICHE
U
n aspetto tradizionalmente sottovalutato nella dinamica dei
versanti cittadini risiede nella
fitta rete, spesso sconosciuta o deliberatamente ignorata, di gallerie esistente
al di sotto del centro storico della città.
Questa rete ipogea è formata da innumerevoli grotte e cunicoli scavati nel
sottosuolo cittadino durante i secoli
passati servendo alle popolazioni locali
come rifugio contro attacchi bellici e
calamità naturali. La rete cavernicola,
di cui si ignorano dimensioni ed estensioni, fu oggetto d’un mio interessamento fin dagli anni ‘70 quando, come
speleologo, ebbi modo di effettuare
delle limitate esplorazioni, in seguito a
locali fenomeni di subsidenza di alcuni
edifici del centro storico (Chiesa dell’Annunziata e Palazzo Contessa De
Matthaeis ). Le cavità scavate nell’arenaria litoide spesso fungono involonta-
riamente da condotte di drenaggio locale delle acque collinari. Alcune, al di
sotto del Corso della Repubblica, sono
costantemente interessate da scorrimento basale. A tuttoggi si discute ancora vivacemente, tra i tecnici locali, se
la sorgente di frana, evidenziata alcuni
anni fa sulla sinistra del Viadotto
Biondi, sia una venuta a giorno dell’acqua vadosa del massiccio arenaceo cittadino, o una perdita idrica delle locali
condotte del centro abitato, o uno
sbocco della canalizzazione di drenaggio del reticolo ipogeo cittadino. Una
mia proposta di studiare il fenomeno
con l’uso di traccianti colorimetrici, risalente agli anni ‘80, non ha mai ottenuto ascolto da parte delle autorità
locali. Per cui, ininterrottamente da alcuni anni, un flusso di acqua, che
oscilla per portata senza mai esaurirsi,
nasce dalla sinistra del fiume Cosa, al
di sopra del viadotto Biondi e si getta
nel fiume stesso. Alcune misure di temperatura e delle torbide convogliate in
queste acque, eseguite qualche anno fa
di mia iniziativa, permetterebbero di
concludere che ci troviamo in presenza
a) Comportamento fragile
26
di acque di drenaggio del complesso
arenaceo collinare . La qual cosa viene
avvalorata anche da alcune mie osservazioni qualitative per confronto, eseguite su vari campioni prelevati in
tempi diversi (colore, odore, trasparenza, conducibilità). Supponendo corretta questa mia interpretazione, il
fenomeno sta a significare che tutta la
zona collinare della città è sede di una
circolazione idrica consistente che ha
una ricaduta importante sulla genesi e
sul perdurare dei fenomeni franosi locali. Del resto la geologia strutturale
mostra che, quando la pressione interstiziale supera un certo valore critico,
si producono in un mezzo poroso,
come le coperture arenacee e molassiche, fratture da trazione che combinate
con quelle esistenti, creano un sistema
beante, se la pressione idraulica resta
sufficientemente elevata. Questi fenomeni di fratturazione idraulica accrescono la permeabilità secondaria del
massiccio collinare, favorendo il passaggio delle molasse da un comportamento strutturale duttile ad uno fragile.
Il tutto implica, in un diagramma
b) Comportamento duttile
25
anni d’informazione
Geologia
sforzi- deformazioni, una rapida caduta
dei parametri di resistenza del terreno,
con deformazioni permanenti sopportabili molto piccole. Il confronto dei
grafici sottostanti, permette di cogliere
l’essenza del problema, nella rapida
perdita di resistenza (presenza di un
picco ) del materiale fragile. Tutto questo rende più facile e disastroso l’innesco delle frane locali. Si aggiunga che,
il tipico comportamento colloidale dei
materiali argillosi permette agli strati
marnosi del terreno di accentuare le
proprietà di rigonfiamento, adsorbimento e scambio cationico. A quanto
detto si aggiungano tutte le altre perdite
cospicue e non controllate di acque
nere e bianche, riconducibili a cause
antropiche, che in certe zone (viale Napoli e Colle Marte) continuano ad essere visibili anche sul piano campagna
del fondo valle (caratteristico è in queste zone il pungente odore dell’idogeno
solforato, segno evidente dei processi
di decomposizione in atto. In generale,
poi, le sostanze organiche, avendo
composti polari inglobati nel loro interno, vengono facilmente adsorbiti da
parte dei minerali argillosi. In molti
casi, è stato dimostrato che le molecole
organiche si vanno ad intercalare con
25
anni d’informazione
una orientazione preferenziale nelle
strutture delle catene di questi fillosilicati. In letteratura sono noti esempi in
cui sono state osservate superfici di
scorrimento che si sono sviluppate in
risposta a sforzi e deformazioni di taglio in questo tipo di terreni argillosi.
Esami dettagliati, di sezioni sottili esaminate al microscopio, hanno permesso di scoprire una marcata
orientazione degli agglomerati argillosi
coinvolti. Anche a livello macroscopico sono stati osservati, con notevole
frequenza, fenomeni simili (Barton
1984, Hampshire meridionale, Inghilterra ). Alcuni studiosi, come il Pettijohn, nel determinare le componenti
mineralogiche delle arenarie, hanno
constatato come queste diminuiscono
rapidamente col passare del tempo ed
a causa dell’alterazione geochimica
esercitata dall’ambiente esterno, resa
più aggressiva dagli acidi organici presenti nelle acque. Il risultato è che la
catena dei minerali argillosi diventa più
sensibile e predisposta al rigonfiamento
ed alla instabilità.
Continua
27
Ambiente e territorio
di Bianca Santoro
REGIONE MATRIGNA
T
ra le riforme non attuate, più volte annunciate, ma
che con difficoltà si potranno affrontare, c’è quella
del riordino istituzionale. E’ doveroso fare una sintesi
della organizzazione dello Stato negli ultimi 40 anni cioè
dalla istituzione delle Regioni. In questo periodo della storia
italiana lo Stato attraverso il Consiglio dei Ministri ha diretto la politica generale perché assegnatario del potere esecutivo. Ha attribuito alle Regioni il potere legislativo per le
sole funzioni amministrative nell’ambito delle proprie competenze che dovevano poi essere eseguite e utilizzate soprattutto come prescrizioni operative e di condotta da parte
delle Province e dei Comuni. Dopo il 2001 le Regioni hanno
avuto molti più poteri, potendo modificare le leggi, norme
e prescrizioni statali con l’assunzione di una maggiore autonomia ed agiscono ormai senza più rigorosi controlli nei
bilanci, nelle spese, nell’apparato burocratico e negli
investimenti adottando criteri sperequativi per quanto
riguarda le risorse finanziarie. Per esempio, nel 2005
su 88 miliardi di euro di disponibilità, Roma ne ha
avuti assegnati 70, Latina 7, Frosinone 6, Viterbo 3,
Rieti 1. D’altronde su 70 consiglieri regionali 50 sono
eletti a Roma e Provincia per cui si spiegano queste e
molte altre disparità di trattamento. I bilanci annuali,
che una volta erano pubblicati sul B.U.R. (Bollettino
Ufficiale della Regione Lazio) e quindi consultabili,
anche faticosamente, ora sono a dir poco criptati con
sistemi informatici, quindi incomprensibili quasi a
tutti i cittadini, con la conseguenza che non conoscendo i capitoli di entrate e di uscite, e soprattutto
quest’ultime, resta difficile ribellarsi. La Regione
Lazio, può essere definita macrocefala, perché presenta una situazione demografica e territoriale squilibrata; infatti su poco più di 5 milioni di abitanti 4
milioni vivono a Roma e dintorni, e gli altri poveri derelitti, nelle Province che ora cercano di accorpare secondo un incomprensibile criterio di costi ed oneri. Il
paradosso fu concepito nel 1990, quando si cominciò
a parlare di “area metropolitana” e la maggioranza dei
consiglieri regionali indicava addirittura tutto il Lazio
come “area vasta di Roma”. Ve lo immaginate Frosinone, Cassino, Sora, Latina, Aprilia, Terracina, Formia, Rieti, Viterbo, Tarquinia, per citare alcuni
Comuni più grandi e/o Viticuso, Castelforte, Acquapendente, Amatrice e altri più piccoli e lontani diventare “area vasta di Roma”. Il perverso processo però
fu bloccato, ma la Regione Lazio comunque continua
ad agire proprio con questa strategia. Ma certo cos’è
in fondo il Lazio se non la Regione “Roma”, mentre
il resto del territorio una denominazione non ben identificata, anzi messa insieme artatamente su territori
provinciali non omogenei, di diversa origine, tradi-
28
zione, storia, dialetti, abitudini : “la Ciociaria” area comprendente i territori dei popoli Ernici e Volsci, negli ultimi
secoli sotto il dominio del Vaticano; la “Val di Comino”,
terra di origine sannitica e poi appartenente al Regno delle
due Sicilie; il “Cassinate” terra di lavoro prima sotto il dominio dell’Abbazia di Montecassino e poi appartenente al
Regno delle due Sicilie; la zona della costa marina, al Sud
sempre sotto il dominio dei Borboni e al Nord, terra paludosa e impervia, sotto lo Stato Vaticano; il “Viterbese” che
si identifica con il popolo etrusco e la Maremma toscana e
il Reatino con tutte le tradizioni montanare delle prime pendici dell’Abruzzo. In sintesi è una Regione artificiale. Forse
è la spiegazione della crescita monocentrica di Roma Città
meravigliosa ed unica, che ha riversato soltanto i suoi mali
ed angherie sul resto del territorio, trasformandolo tutto in
“periferia” della Città Eterna (ma che ha molte millenarie
città e centri poco conosciuti e valorizzati).
Non è il caso in questa sede di continuare con la descrizione
analitica della storia regionale, ma era doveroso spiegare,
25
anni d’informazione
almeno per sommi capi, i motivi della diversità della qualità
della vita fra Roma e il Lazio che non è più accettabile.
Roma, pur con tutte le sue incongruenze, carenze e caotiche
scelte, continua spiegabilmente a crescere come altre capitali d’Europa ma il resto della Regione inspiegabilmente
continua a decrescere con un impoverimento visibile e tangibile, tanto da poterlo definire “terra di riserva indiana”. Si
può tentare qualche esempio: c’è poco lavoro e non ci si
sforza di crearlo, il turismo potrebbe trovare dirottamenti
nel resto del territorio laziale ma è concentrato per il 97% su
Roma; i beni culturali antichi e moderni vengono portati a
Roma e nei territori rimangono solo piccole cose; i trasporti
sono obsoleti, lenti, antichi e ignorati nel sistema regionale,
gli interventi infrastrutturali, salvo quelli che hanno interessato tutta la Nazione, sono quasi inesistenti, e allora? Eliminiamo le Province! L’anello più debole del sistema
costituzionale italiano, ma forse l’unico interlocutore autorevole con la Regione ed elemento di riferimento dei Comuni. Passiamo, ora, le competenze direttamente ai
25
anni d’informazione
Comuni, così la Regione può fare e
disfare ancora di più, con la sua abnorme pletora di funzionari che pensano soltanto a Roma o non pensano per
niente, tanto da trasformarla in “Regione matrigna” per tutti
i suoi abitanti fuori dell’amministrazione di Roma Capitale.
E dov’è, poi, la riduzione di spesa? I dipendenti andranno a
far parte dell’esercito dei regionali, guadagnando uno stipendio più alto e gli edifici abbandonati avranno forse il destino
di quello della Banca d’Italia, restano in attesa di autodistruzione. Forse l’errore è stato nel consentire un proliferare di
Province (ad esempio in Sardegna per 1.400.000 abitanti ci
sono 8 Province) ed ora per ovviare all’errore si eliminano
tutte,lasciando forse inalterate le società e le agenzie create
dalle Province, o anche queste incamerate dalle Regioni?
Il “Corriere della Sera” del 16 febbraio riportava: “Il Sindaco
di Roma vola a Bruxelles per attrarre nuovi investimenti e
fondi comunitari per la sua città e per questo ha firmato un
protocollo d’intesa con la Regione”. Non ce ne rammarichiamo ma per il resto del Lazio chi vola e chi firma intese? Chi in Regione Lazio si preoccupa che vengano
disposti finanziamenti per il territorio? Forse era meglio
non contrastare la brillante scelta “dell’area vasta di
Roma” almeno saremmo stati la seconda cerchia periferica della grande città e qualche briciola poteva arrivare.
Non possiamo accettare passivamente l’abnorme potere
di scelte, con il suo esercito di funzionari, della Regione
Lazio che non ne rende conto a nessuno; non possiamo
sopportare le loro pesanti e incomprensibili procedure
burocratiche; non dobbiamo unirci al coro “abbasso le
Province” senza alternative interlocutorie; non possiamo
passivamente assistere all’incremento turistico solo sulla
Città Eterna; non possiamo accettare un servizio sanitario
di qualità dislocato in modo squilibrato solo su Roma;
non possiamo assistere alla indifferenza nel settore trasporti, nel sociale, nell’inquinamento e così via. Si è visto
forse in questi ultimi anni qualche intervento significativo? infrastrutturale, sull’ambiente, sui trasporti, sull’agricoltura ecc. Eppure i fondi europei strutturali
finanziavano proprio questi settori. E’ auspicabile che la
Regione Lazio nel rispetto rigoroso della Costituzione
debba avere solo funzioni legislative di alta programmazione e di informazione reale ai Comuni, sia per l’accesso ai fondi comunitari, che a causa delle croniche
inefficienze procedurali, non vengono utilizzati per il
60% delle disponibilità e sia per rendere le funzioni amministrative più snelle e responsabili. Così forse la Regione per il territorio periferico può diventare meno
“matrigna”. Per concludere ci si domanda, dopo tutti gli
scandali che hanno coinvolto molte Regioni d’Italia e
non molte Province, si vogliono eliminare queste ultime
e si lasciano intatte le Regioni, solo con piccoli e insignificanti interventi di riduzione di spesa. Non sarebbe forse
il caso di rivedere poteri, funzioni, delimitazioni territoriali e personale di queste ultime?
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Lazio meridionale
Atina (Frosinone)
Nella sala elegante e suggestiva del Palazzo Ducale, è stato presentato
il nuovo libro di Aldo Cazzullo: “Basta piangere!”
di Nicandro d’Angelo
N
ell’ambito di BPC INCONTRA, la rassegna promossa dalla Banca Popolare del Cassinate, e che
ogni anno ospita personaggi illustri del mondo
della letteratura, dell’economia, della giornalismo e della
saggistica, qualche giorno fa ha presentato ad Atina il giornalista Aldo Cazzullo il suo libro “Basta piangere!” E’ questo un libro rivolto ai giovani che spesso si lasciano
trascinare da forti emozioni, come il pianto, per poter esternare un bisogno represso e irrealizzabile. Cazzullo, invece,
nel suo libro, li invita a reagire, ad aprire gli occhi, ad essere forti. Nella presentazione del libro, un passaggio ha
colpito i presenti, quando parla di un’Italia diversa da
quella di oggi. “Era un Paese molto più semplice e povero.
Facevamo il morbillo e il servizio militare. Giocavamo per
strada e avevamo sempre le ginocchia sbucciate. La marcia
30
più alta era la quarta. C’erano le diapositive, Sandokan e
i gettoni del telefono. Però il futuro non era un problema,
ma un’opportunità”. Cosa trarre da questo suo modo di interloquire? E’ vero c’era un’Italia più povera che, però,
aveva fiducia nel futuro, non si lamentava, aveva voglia di
costruire, aveva uno sguardo positivo, aveva voglia di fare
e sapeva che dopo il sacrificio arrivano i risultati. Spesso
noi giornalisti tentiamo di dare un messaggio attuale e importante, ma spesso non ascoltato! Per questo l’invito che
fa lo scrittore ai giovani di cambiare e di guardare il futuro
con maggiore positività di mostrare i muscoli celebrali, insomma di rimboccarsi le maniche dando il massimo di se
stessi e non perdere la speranza. E’ un forte richiamo, questo, a trasformare i propri sogni in realtà.
Un libro, questo, che ripercorre gli ultimi decenni della
25
anni d’informazione
storia italiana e lo fa non con un semplice amarcord, ma
con uno sguardo critico che dà una profonda analisi della
società, della storia, della politica del nostro Paese. Per questo nello sfarzoso salotto di PBC INCONTRA, ospiti, oltre
all’Autore, anche il Presidente di Unindustria, Dr. Maurizio
Stirpe e il Prof. Vincenzo Formisano. Il Presidente di Unindustria, nel suo intervento, ha posto in risalto di riscoprire
insieme un’Italia che deve ritrovare le sue risorse, le sue
energie e le sue potenzialità. Il volto era teso e, forse, adirato quanto con sguardo lucido e critico, ha parlato dell’imprenditoria italiana, con particolare riferimento al nostro
territorio. Stirpe ha parlato delle difficoltà che ci sono nel
nostro Paese per fare impresa. “Bisogna, invece, superare
gli ostacoli burocratici, avere un sistema bancario efficiente, accompagnare il fare impresa con lo sviluppo del
territorio. Ricordando la figura di Olivetti – imprenditore
italiano dotato di straordinaria lungimiranza e che viene citato nel libro di Cazzullo – Stirpe ha evidenziato che non si
può fare impresa in modo egoistico”. Aldo Cazzullo ha poi
raccontato la genesi del libro, alla quale, peraltro, non è
estraneo proprio un altro appuntamento di BPC INCONTRA al quale Cazzullo aveva partecipato, a Cassino. In
quell’incontro proprio un giovane cassinate aveva fatto presente all’Autore la situazione, difficile, in cui vengono a
trovarsi i giovani italiani e in special modo del cassinate.
Chissà se quella osservazione ha dato lo spunto ad una riflessione acuta e profonda dell’autore? Infatti Cazzullo rivolge agli Italiani e soprattutto ai giovani italiani: basta
piangere, basta lamentarsi. Bisogna invece ritornare a quell’Italia “…che andava verso il più e non verso il meno;
dove mancavano molte cose ma non il senso di quel che si
doveva e non si doveva fare; in cui il futuro non era un problema, perché eravamo convinti che dipendesse da noi e
sarebbe stato migliore del presente se avessimo dato il meglio di noi stessi”. La finale, secondo Cazzullo è questa:
“Le potenzialità dell’Italia sono enormi. Molte di queste
opportunità non vengono colte perché siamo troppo impegnati a piangerci addosso”.
Un importante contributo alla riflessione è arrivato da un’altro intervento, di un certo spessore, quello del Prof. Vincenzo
Formisano che ha fatto un’ampia analisi dei temi della Responsabilità Sociale di Impresa, non distante, poi, dai temi
della Dottrina sociale della Chiesa. Si deve passare dall’idea
di profitto all’idea, ben più
ampia, di creazione di valore.
Stirpe ha evidenziato che ancora c’è spazio per i giovani
imprenditori, che devono
avere voglia di lavorare, di inventare, di innovare. Anche
Formisano, riferendosi alla
sua esperienza di docente, ha
ribadito la necessità di spronare e motivare i giovani.
25
anni d’informazione
(
)
“Era un Paese molto più semplice
e povero. Facevamo il morbillo e il
servizio militare. Giocavamo per strada
e avevamo sempre le ginocchia sbucciate.
La marcia più alta era la quarta.
C’erano le diapositive, Sandokan e
i gettoni del telefono. Però il futuro non
era un problema, ma un’opportunità”.
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La Labirintolitiasi
MEDICINA
Rubrica a cura del Prof. Dr. Leonardo Manzari
Medico Chirurgo - Specialista Otorinolaringoiatra
a Chirurgia Cervico Facciale
Membro del Board della Prosper Maniere Society
La Vertigine Posizionale Parossistica
Benigna (VPPB) è uno dei più comuni
tipi di vertigine ed anche uno dei più
facili da diagnosticare e curare.
La VPPB è caratterizzata da brevi episodi di vertigine (sensazione di rotazione dell’ambiente esterno) della
durata di circa 20”-30”.
E’ definita come posizionale dal momento che gli episodi si ripetono ogni
volta che il paziente muove la testa
nella testa. In ogni caso compiere gesti
quotidiani, come girarsi nel letto, alzarsi dal letto, sdraiarsi a letto, alzare
la testa per guardare in alto o per prendere qualche oggetto, piegarsi in avanti
o alzarsi da terra, può determinare lo
scatenarsi della sintomatologia vertiginosa. In ambito sintomatologico, la
vertigine è spesso associata a sensazione di testa vuota e di instabilità durante la deambulazione che, se intensa,
risulta spesso accompagnata da nausea
e, a volte, anche dal vomito.
Questo tipo di patologia vertiginosa è
definita come parossistica, perché
nell’ambito di ciascuna crisi l’intensità
del sintomo aumenta rapidamente, raggiunge un massimo e poi diminuisce
gradatamente, il tutto nell’ordine di un
minuto.
La vertigine è inoltre definita come benigna, dal momento che essa regredisce
spontaneamente fino alla guarigione
nell’arco di alcune settimane nella
maggior parte dei casi.
La VPPB è una patologia del labirinto
(Fig.1). Il labirinto è una struttura contenuta nell’orecchio interno ed è formato da una parte anteriore e da una
posteriore. La parte anteriore contiene
la coclea, l’organo dell’udito. All’interno della coclea sono situati i recettori dell’udito, le hair cell, le cellule
con i capelli. La parte posteriore con-
32
parte II
La terapia delle labirintolitiasi
Nel numero precedente di Flash Magazine abbiamo affrontato il tema della Labirintolitiasi, altrimenti definita come vertigine parossistica posizionale benigna, canalolitiasi, cupololitiasi, vertigine posizionale, ecc. La Labirintolitiasi rappresenta
una forme nosologica più o meno invalidante che in ogni caso altera la qualità della
vita di chi ne risulta affetto . In questo numero tratteremo della terapia della Vertigine Posizionale Parossistica, cercando di delineare un semplice vademecum per il
paziente che ne risulti affetto.
tiene una serie di cavità comunicanti
fra loro e ripiene di liquido. Due cavità
(utriculo e sacculo) hanno la forma di
vescicole e presentano piccole particelle di carbonato di calcio (otoliti) attaccate alla parete in una zona definita
sensoriale e denominata macula. Essa
è deputata alla percezione delle accelerazioni lineari, cioè dei movimenti lineari del corpo e del capo nello spazio.
Inoltre essa è in grado di informare il
cervello sulle di inclinazione e sui movimenti della testa nello spazio. Nel labirinto posteriore, ci sono tre strutture
tubulari con forma di canali semicircolari. Essi sono in comunicazione diretta
con l’utriculo, e sono deputate alla percezione delle accelerazioni angolari,
cioè dei movimenti di rotazione della
testa nello spazio.
Fig.1. Anatomia del labirinto
Se alcuni frammenti di otoliti (calcoli,
sassolini) si staccano possono penetrare
in uno dei tre canali semicircolari e
così, quando il paziente compie alcuni
movimenti con la testa (quelli descritti
in precedenza), questi si muovono
entro il canale e lo vanno a stimolare
nella sua regione provocando la tipica
vertigine rotatoria che sarà tanto più intensa quanto più sono grandi quei
frammenti e quanto più veloce è stato il
movimento della testa.
La vertigine è di breve durata infatti
quando termina il movimento della testa
finisce anche il movimento degli otoliti
all’interno del canale semicircolare interessato dalla patologia.
Questi sassolini penetrano più facilmente nel canale posteriore e pertanto i
movimenti che provocano la vertigine
sono quelli sul piano verticale ( alzarsi
e sdraiarsi a letto, alzare la testa e chinarsi in avanti) e più raramente nel canale laterale ed in questo caso i
movimenti che provocano la vertigine
sono quelli sul piano orizzontale (ruotare la testa o l’intero corpo nel letto).
Il distacco di queste particelle può essere
provocato da un danno dell’utricolo a
seguito di un trauma cranico o cervicale,
di un’infezione o altre patologie dell’orecchio interno, o di una degenerazione come risultato del fisiologico
processo di invecchiamento , osteoporosi ad esempio. Tuttavia nella maggioranza dei casi il distacco avviene senza
causa apparente oppure identificabile
con esami clinici supplementari e colpisce persone sane che mai hanno riferito alcuno di questi problemi.
La VPPB può manifestarsi più volte in
soggetti predisposti senza che peraltro
se ne conoscano le cause.
Come scritto nello scorso numero la diagnosi di VPPB viene formulata dallo
specialista sulla base della storia clinica
riferita dal paziente che lamenta crisi di
vertigine rotatoria a seguito di determinati movimenti della testa e dal riscontro
di tipici movimenti degli occhi durante
l’esecuzione della manovra di provocazione di Dix-Hallpike (Fig.2).
Fig.2. Manovra di Dix-Hallpike
La manovra di Dix-Hallpike e/o la manovra di Semont sono specifiche per la
diagnosi di VPPB del canale semicirco-
25
anni d’informazione
Medicina
canale e riposizionarlo nell’utricolo
ove si scioglierà normalmente senza
provocare nel frattempo alcuna vertigine. Una di queste manovre è la cosiddetta Manovra di Epley. Si veda allo
scopo nella Fig.3 la sintesi descritta
della stessa.
lare posteriore. Nel Caso della prima
procedura, il paziente siede sul lettino
da visita e ruota la testa di 5° verso destra o sinistra. Viene quindi portato in
posizione supina con la testa fuori dal
lettino e sempre lateroruotata. Se il paziente è affetto da VPPB, dopo pochi secondi dal raggiungimento di questa
posizione compare una intensa vertigine
rotatoria della durata di secondi. Possono essere presenti fenomeni neurovegetativi (nausea, sudorazione,…) e
movimenti oculari rotatori che il medico
esaminatore può osservare dietro particolari occhiali indossati appositamente
dal paziente e che confermano la diagnosi, il cosiddetto nistagmo tipico provocato dell’impegno degli otoliti nel
canale affetto.
Quando la vertigine cessa, il paziente
viene fatto tornare nella posizione seduta di partenza e anche allora compare
una vertigine rotatoria ed i caratteristici
movimenti degli occhi, anche se meno
intensi. La ripetizione delle manovre
provoca una vertigine sempre meno intensa. Tale sintomatologia si manifesta
solo sul lato malato che viene così facilmente identificato.
In questa fase non sono indicati farmaci
in quanto non facilitano la dispersione
di tali frammenti.
Tuttavia, poiché la risoluzione della sintomatologia avviene in un lasso di
tempo che non possiamo definire breve
e le crisi vertiginose sono intense e ripetute, si ritiene opportuno ricorrere alla
terapia.
Esistono da molti anni delle manovre
cosiddette “liberatorie“ o di “riposizionamento” (Fig.3) che vengono eseguite
dallo specialista e che consistono nel
ruotare il capo del paziente in modo tale
da far uscire l’ammasso degli otoliti dal
25
anni d’informazione
Fig.3. Esempio di manovra
liberatoria
Dopo l’esecuzione della manovra liberatoria il paziente deve seguire per 24
ore alcune semplici precauzioni per
evitare che il calcolo possa rientrare
dentro il canale: evitare tutti i bruschi
movimenti della testa che producevano
la vertigine, evitare di porsi sul fianco
malato e dormire con un paio di cuscini
in posizione semiseduta.
Dopo l’esecuzione delle manovre il paziente può avvertire per qualche ora o
giorno una sensazione continua di instabilità ma non avverte più la vertigine
rotatoria invalidante.
cosiddetti Esercizi di Brandt Daroff, che
sono prescritte dettagliatamente dal medico al momento della visita. Scopo di
questa terapia è quello di accelerare lo
scioglimento delle particelle distaccate.
Fig.4. Esercizi di Brandt Daroff
Gli esercizi di Brandt Daroff sono una
procedura che si tende ad adottare solo
in seconda scelta poiché la guarigione si
ottiene in un periodo di tempo più lungo
rispetto a quello necessario con le “manovre liberatorie”.
Infine, per i casi resistenti alle terapie fisiche sopra esaminate (rarissimi!) si può
prospettare una soluzione chirurgica del
problema labirintico..
A distanza di 1 settimana si ripete il
controllo con la manovra diagnostica di
Dix-Hallpike: se la manovra liberatoria
ha avuto successo il paziente non avverte più la vertigine rotatoria ed il medico esaminatore non osserva più i
tipici movimenti oculari del paziente
che indicano una disfunzione del labirinto.
Nei casi di non successo completo
delle manovre, rari per la verità, in alternativa alle manovre “liberatorie” il
paziente può eseguire più volte al
giorno per alcune settimane presso il
proprio domicilio, delle sedute di terapia fisica denominate “ginnastica labirintica” (Fig.4), in termini specifici i
33
Via Maremmana III
via Casilina San Cesareo (RM)
Psicologia
di Ilaria Antonucci - Psicologa e psicoterapeuta
Un ricordo indelebile
C
hi è Georg Dreyman? Uno dei protagonisti di un eccellente film uscito
nel 2006 e che io ho avuto il piacere
di guardare, per la prima volta, solo qualche
mese fa. Siamo nel 1984 e a Berlino c’è ancora la divisione tra Est ed Ovest. Ad Est la
Repubblica Democratica Tedesca mette in
atto un regime di tipo totalitario, in cui viene
bandita ogni forma di libertà personale. A
vigilare affinchè ognuno aderisca alle rigide
regole del regime pensa la Stasi, la polizia
segreta, modellata secondo gli schemi della
Germania nazista. Tutto quello che la gente
comune pensa, la Stasi, e di conseguenza i
rappresentanti più eminenti
della DDR, sa.
Nel film di Florian Henckel von
Donnersmarck, Gerd Wiesler è
un capitano della Stasi e viene
incaricato dai suoi superiori di
sorvegliare un personaggio di
spicco della cultura e dello spettacolo tedesco di allora, lo scrittore teatrale Georg Dreyman.
Quale la ragione? Troppo perfetto, troppo impeccabile da
avere, per forza di cose, qualche
scheletro nell’armadio. Iniziano
così pedinamenti e, soprattutto,
registrazioni maniacali delle
conversazioni di Dreyman, a
casa sua, con la sua fidanzata e
con gli amici. Con il passare del tempo e
con l’accumularsi di resoconti ossessivi venuti fuori dalla trascrizione delle registrazioni, qualcosa cambia dentro Wieser. E
questo diviene subito chiaro guardando, da
un certo punto del film in poi, l’espressione
del suo volto, fissa su qualcosa che va al di
là del mondo fisico e della realtà. Quell’espressione, quegli occhi, mi sono rimasti
impressi per giorni. Volendomi documentare
meglio, sia rispetto alla questione storica di
quegli anni che alle vicende del film nello
specifico, mi sono data subito una spiegazione del perché di quello sguardo a cui è
difficile accostare un qualunque aggettivo,
se non quello di “senza speranza”. L’attore
che impersonava Wiesler, cioè Ulrich Muhe,
non ha recitato semplicemente una parte,
non ha impersonato solamente un ruolo ma
ha rappresentato in una pellicola ciò che lui
aveva vissuto nella vita reale. Solo che lui,
nella vita reale, non è stato il capitano della
DDR ma, come Dreyman, è stato sottoposto
a sorveglianza, tradito dai colleghi e dalla
sua compagna ed è venuto a conoscenza
degli eventi solo anni più tardi, consultando
25
anni d’informazione
“[…]Il dipartimento centrale di statistiche della DDR in Heinz Beingler Strasse registra tutto, sa tutto. Quante paia di scarpe compriamo ogni anno (2,3), quanti libri leggiamo ogni anno (3,2) e quanti studenti superano brillantemente ogni anno l’esame di
maturità (6347). Ma c’è una cifra che non viene aggiornata, forse perché anche ai burocrati fa impressione: quella del numero dei suicidi. A chi telefonasse in Beingler
Strasse per chiedere quante persone la disperazione ha indotto a togliersi la vita tra
l’Elba e l’Oder, tra il Mar Baltico e la frontiera meridionale, l’oracolo delle statistiche
non risponderebbe. Ma probabilmente passerebbe subito il nome dell’incauto che ha
chiamato alla STASI, il Servizio Segreto di Stato, che tutela la sicurezza e la felicità dei
cittadini della DDR. Nel 1977 il nostro Paese ha smesso di conteggiare i suicidi. A che
serve sapere quante persone giungono a perdere ogni barlume di speranza in un presente più accettabile, in un domani più accettabile, e decidono di farla finita, di darsi
la morte, di commettere suicidio? Questa è la formula ufficiale: commettere suicidio!
Quando nove anni fa abbiamo smesso di aggiornare il conteggio, in Europa c’era un
solo paese che avesse più suicidi della DDR: l’Ungheria. Subito dopo venivamo noi,
seguiti da vicino dalla culla del socialismo reale, l’Unione Sovietica.[…]”
Georg Dreyman, drammaturgo ne “Le vite degli altri”
gli archivi ufficiali dopo la riunificazione
della Germania. La sensazione di tradimento è qualcosa che si è portato dietro
negli anni, fino a quando non si è ammalato
di un male incurabile e non è morto (e c’è il
forte sospetto che l’origine di quella malattia risieda nello stress, nella delusione e
nella disperazione di quegli anni). Quando a
Muhe è stato chiesto come fosse riuscito a
recitare così bene in un film così complesso
ha risposto “Ho semplicemente ricordato”.
Quello che mi ha colpito di più di questa
strepitosa pellicola, vincitrice dell’Oscar
come migliore film straniero nel 2006, è
stata l’atmosfera. Dall’inizio alla fine, aleggia una sensazione di pesantezza, di malinconia e di angoscia. Le stesse sensazioni che
si rispecchiano negli occhi di Muhe. Un’altra riflessione, successiva a quella legata alle
vicende personali dell’attore protagonista, è
che pellicole del genere siano molto utili
anche per comprendere in maniera più precisa e più diretta le vicende che hanno caratterizzato un paese in un determinato
periodo storico. Io sono stata a Berlino ed è
difficile spiegare le sensazioni che ho pro-
vato solo mettendo piede in
quella città. E’ una città che
trasuda storie di vita vissuta e
lo può comprendere davvero
solo chi ci è stato. La sua architettura è austera ma la sua pesantezza è legata soprattutto a
quello che i suoi abitanti hanno
dovuto sopportare per anni, i
cui strascichi restano ancora
oggi. Pur essendo stata a Berlino ed avendo “toccato con
mano”, indirettamente, il sollievo legato alla caduta del
muro, fino a qualche mese fa
non mi ero resa veramente
conto di cosa significasse (anche se, probabilmente, fino in fondo non me ne renderò
conto mai) vivere ai tempi delle due Germanie e delle due Berlino. Mi sono sentita
come quando lessi “1984” di Orwell e pensai “In questo libro non esiste nessuna via
d’uscita”. Ed è proprio così che immagino si
sia sentito chi ha vissuto lì in quei decenni
ma forse, facendo quest’affermazione, potrei banalizzare e semplificare eccessivamente qualcosa che difficilmente io o voi
potremmo capire, anche recandoci a Berlino
mille volte. Emblematica una delle ultime
scene del film, in cui viene inquadrata la libreria “Karl Marx”, nata anni dopo la caduta
del muro, che si erge come simbolo di rinnovamento e rinascita. Perché guardare questo
film? Perché, a mio parere, spendereste due
ore in qualcosa che difficilmente dimenticherete. Perché non potrete non immergervi
in un’atmosfera che vi riempirà di un
magma di sensazioni, piacevolmente tristi e
dolorose. Perché sarà particolarmente intensa l’empatia che si creerà tra voi e Gerd.
O forse no, ma vale la pena guardarlo proprio per questo. Buona visione!
35
Istruzione
di Lucia Mancini
L’EUROPA RISPONDE ALLE ESIGENZE
DEI GIOVANI DI PREPARAZIONE AL LAVORO
L’ “ERASMUS” COME NUOVO PROGRAMMA
DELL’UNIONE EUROPEA PER L’ISTRUZIONE,
LA FORMAZIONE, LA GIOVENTU’ E LO SPORT
seconda parte
I
nsomma è quanto può rientrare nel concetto più ampio di “cultura”,
che supera i tecnicismi e i valori degli indirizzi professionali specifici per “volare alto” tra una solida cultura di base costruita sia
con i saperi umanistici, letterari e filosofici, sia con quelli scientifici
“ad ampio spettro”, dalle scienze, all’antropologia, alla chimica e fisica
e in generale al concetto di ricerca nel mondo della natura considerato
nella sua globalità. E’ chiara in questo senso la valenza internazionale
ed europea, proprio perché non si limita ad un sapere territoriale o
campanilistico, ma diventa una conoscenza globale e per macroaree.
Ovviamente tali saperi si veicolano attraverso metodi e strategie informatiche: si parla infatti di “mobilità virtuale”, intendendo riferirsi a “
una serie di attività basate sull’utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, tra cui l’e-learning, organizzate a livello
istituzionale, che realizzano o favoriscono esperienze transnazionali
e/o internazionali collaborative in un contesto di insegnamento e/o apprendimento”. Dunque apprendimento informatico tramite internet,
su piattaforma, con forum e interventi virtuali che consentano anche
lo scambio di materiale didattico tra nazioni lontane. In secondo luogo
si dà particolare risalto alle inclinazioni precipue dei giovani, usando
lo strumento del dialogo strutturato: “il dialogo con i giovani e le organizzazioni che di essi si occupano funge da sede comune di riflessione permanente sulle priorità, sull’attuazione e sul follow-up della
cooperazione europea in materia di gioventù”. In terza istanza occorre
prestare particolare attenzione alla “mobilità di talenti”, ossia allo spostamento fisico in un paese diverso da quello di residenza per svolgere
studi, intraprendere attività di formazione o di apprendimento non formale o informale, come tirocinio, apprendistato, scambi di giovani,
volontariato, attività didattica oppure partecipazione ad attività di sviluppo professionale, che includono anche attività preparatorie, quali
la formazione nella lingua del paese di accoglienza, nonché attività di
invio, accoglienza e follow- up. Alla fine di tale formazione europea
“a tutto tondo” si potranno ottenere “diplomi congiunti”, ovvero un
diploma unico rilasciato e firmato congiuntamente da tutti gli istituti
partecipanti e riconosciuto ufficialmente nei paesi dell’Unione europea. A tale formazione si aggiunge il “partenariato”, ossia “un accordo
tra un gruppo di istituti e/o di organizzazioni di vari paesi europei per
lo svolgimento di attività congiunte nei settori dell’istruzione, della
formazione, della gioventù e dello sport, oppure attività quali progetti
di apprendimento congiunto per gli alunni e i loro insegnanti, scambi
tra classi e mobilità individuale a lungo termine, i programmi intensivi
d’istruzione superiore e la cooperazione tra autorità regionali e locali
per promuovere la cooperazione interregionale, anche a livello transfrontaliero; l’accordo può essere esteso a istituti e/o organizzazioni di
paesi partner nell’ottica di migliorare la qualità del partenariato”. Questo può accadere solo qualora ci sia una certificazione valida in tutta
Europa. Deve cioè formarsi una “rete didattica europea”, dove si ripensi alla strategia didattica in accordo con le aziende, fondata su
“competenze chiave”, ossia su un insieme fondamentale di conoscenze, abilità e attitudini di cui tutti i cittadini europei necessitano
per la realizzazione e lo sviluppo personale, per essere parte della cittadinanza attiva, per ottenere l’inclusione sociale e l’occupazione”.
Per sviluppare tali attitudini occorre usare le cosiddette “attività di
Jean Monnet”. S’intende riferirsi con questo termine alle necessità di
25
anni d’informazione
promuovere l’insegnamento e la ricerca sull’integrazione europea in
tutto il mondo tra specialisti del mondo accademico, discenti e cittadini, in particolare con l’istituzione di “cattedre Jean Monnet” e altre
attività accademiche, che promuovano l’acquisizione delle conoscenze
negli istituti di istruzione secondaria di secondo grado. Si tratta dunque
di attività volte a sostenere alcuni istituti accademici o associazioni
che svolgano studi in materia di integrazione europea, contrassegnati
per l’ “eccellenza Jean Monnet”. Sono state individuate a tal proposito
alcune istituzioni di interesse europeo: 1) l’Istituto universitario europeo di Firenze, fiore all’occhiello evidentemente dell’Italia; 2) il Collegio d’Europa (sedi di Bruges e Natolin); 3) l’Istituto europeo di
pubblica amministrazione (EIPA) di Maastricht; 4) l’Accademia di
diritto europeo di Treviri; 5) l’Agenzia europea per lo sviluppo dell’istruzione per alunni con esigenze speciali di Odense; 6) il Centro internazionale di formazione europea (CIFE) di Nizza. Infine particolare
importanza viene data allo sport, perché possa contrastare le minacce
transnazionali all’integrità dello sport, come il doping, le partite truccate e la violenza, nonché tutte le forme di intolleranza e discriminazione. L’attività sportiva deve inoltre promuovere e sostenere la buona
“governance” e la duplice carriera degli atleti; le attività di volontariato
nello sport unitamente all’inclusione sociale, alle pari opportunità e
alla sensibilizzazione sull’importanza dell’attività fisica a vantaggio
della salute aumentando la partecipazione e la parità di accesso alle attività sportive per tutti. In particolare tra gli obiettivi di cooperazione
che perseguono le attività sportive transnazionale vanno ricordate: il
sostegno ai partenariati di collaborazione; il sostegno agli eventi sportivi europei senza scopo di lucro che coinvolgono diversi paesi del
programma e contribuiscono al conseguimento degli obiettivi didattici
europei; il sostegno allo sviluppo di una base di conoscenze comprovate per la definizione delle politiche; infine il dialogo con le parti interessate europee rilevanti. Per concludere, è interessante notare quante
risorse finanziarie vengano stanziate per questo progetto. Recita infatti
il capitolo del bilancio del Regolamento: “La dotazione finanziaria
per l’attuazione del programma a decorrere dal 1 o gennaio 2014 ammonta a 14 774 524 000 euro a prezzi correnti. Gli stanziamenti annuali sono autorizzati dal Parlamento europeo e dal Consiglio entro i
limiti del quadro finanziario pluriennale . L’importo è assegnato alle
azioni del programma secondo la ripartizione seguente, con un margine di flessibilità non superiore al 5 % per ciascun importo stanziato:
a) il 77,5 % all’istruzione e alla formazione. Dalla citata percentuale
sono assegnati il 43 % all’istruzione superiore; il 22 % all’istruzione
e alla formazione professionale; il 15% all’istruzione scolastica; il 5
% all’apprendimento degli adulti; il 10 % alla gioventù; il 3,5 % allo
strumento di garanzia per i prestiti destinati agli studenti; l’1,9 % all’iniziativa Jean Monnet; l’1,8 % allo sport; il 3,4 % quali sovvenzioni
di funzionamento destinate alle agenzie nazionali; nonché l’1,9 %
alle spese amministrative da coprire. E’ giusto allora spronare i nostri
ragazzi ad avere una formazione culturale e didattica sempre più accettata e riconosciuta dall’Europa, spendibile per un loro concreto futuro “a portata di mano” anche nel mondo del lavoro. Non resta che
augurare loro ogni successo anche all’estero, sperando che un domani
l’Europa possa diventare ai loro occhi così familiare e accogliente
come una seconda casa!
37
Economia, Finanza e Fisco
La rivalutazione dei
BENI D’IMPRESA
I
l disegno di legge di stabilità 2014, all’ art. 6, commi da
8 a 15, ripropone lo schema di rivalutazioni dei beni d’impresa e delle partecipazioni, ripercorrendo in gran parte
lo schema della legge n. 342/2000, il maggior valore dei beni
rivalutati è riconosciuto ai fini fiscali ed è consentito l’affrancamento delle riserve che si generano. Si tratta di una disposizione a carattere temporale e facoltativo che interessa i beni
materiali e immateriali, nonché le partecipazioni in società
controllate e collegate ai sensi dell’ art. 2359 c.c.
A differenza dell’ultima legge di rivalutazione di cui al D.L.
185/2008, la previsione del disegno di legge produce effetti
civili e fiscali, nel senso che non è ammessa la sola rivalutazione contabile, in assenza di quella fiscale.
La struttura normativa consente la rivalutazione e il riconoscimento dei maggiori valori anche ai fini tributari in contropartita di un saldo in sospensione d’imposta, mediante il
pagamento di un’imposta sostituiva delle imposte sui redditi
e dell’imposta regionale sulle attività produttive in misura
pari al 16% sui beni ammortizzabili e al 12% sui beni non
ammortizzabili.
Gli effetti fiscali, invece, saranno rimandati al 2016, il pagamento della prima delle 3 rate previste dell’ imposta sostitutiva scatta entro il temine di versamento del saldo delle
imposte sui redditi dovute per il periodo d’imposta 2013, e
cioè a giugno 2014.
Con la rivalutazione dei beni d’ impresa delle partecipazioni
la legge di stabilità 2014, permette alle imprese di far valere
la loro reale patrimonializzazione ed avere una maggiore base
sulla quale calcolare gli ammortamenti. Questo avviene in
deroga all’ art. 2426 c.c., che in particolare prescrive l’ iscrizione delle immobilizzazioni “al costo di acquisto o di produzione”compresi i costi accessori. Il costo a carico delle
imprese che optano per la rivalutazione è il pagamento dell’imposta, in sostituzione della tassazione sui redditi e dell’Irap (nonché delle addizionali corrispondenti), che
ammonta a:
- 16% sui cespiti ammortizzabili
- 12% sui cespiti non ammortizzazbili
esclusione degli immobili “merce”. Restano esclusi i costi
pluriennali di cui all’ art. 108 Tuir, quali ad esempio i costi di
pubblicità, i costi di impianto e tutte le altre spese che fanno
riferimento a quei beni che non possono essere annoverati
nella categoria dei beni immateriali giuricamente tutelati. La
rivalutazione deve avvenire per categorie omogenee di beni,
tenendo presente a tal fine quanto previsto dal D.M.
162/2001.
Ambito di applicazione
I soggetti ammessi alla rivalutazione sono tutti gli esercenti
attività d’impresa, compresi gli enti non commerciali, le stabili organizzazioni di soggetti non residenti ubicati nel territorio dello Stato e le imprese in contabilità semplificata: sono,
infatti, interessate anche le società di persone e le imprese individuali per effetto del richiamo all’ art. 15 della legge n.
342/2000. Per le imprese in regime di contabilità semplificata, la rivalutazione va effettuata per i beni che risultano acquisiti entro il 31 dicembre 2012 dal registro dei beni
ammortizzabili.
In assenza di un bilancio, devono evidenziare la rivalutazione
dei beni in apposito prospetto bollato e vidimato, anche
dall’Agenzia delle Entrate, da cui risulti il costo fiscalmente
riconosciuto dei beni e la rivalutazione operata (inoltre per
tali imprese non opera la disposizione normativa che prevede
la formazione di un saldo attivo di rivalutazione).
La rivalutazione e i saldi attivi
Il maggior valore attribuito ai beni in sede di rivalutazione si
considera riconosciuto ai fini delle imposte sui redditi e del-
La norma prevede inoltre la possibilità di affrancare, in tutto
o in parte, il saldo attivo della rivalutazione, mediante il pagamento di una imposta sostitutiva pari al 10% di detto importo.
In sintesi, sono rivalutabili tutti i beni di impresa che risultano
iscritti nel bilancio al 31/12/2012, materiali e immateriali,
comprese le partecipazioni di controllo e di collegamento, ad
38
25
anni d’informazione
l’Irap a decorrere dal terzo esercizio successivo a quello con
riferimento al quale la rivalutazione è stata eseguita. Nel triennio occorrerà dunque recuperare a tassazione i relativi ammortamenti dedotti a conto economico ma indeducibili per
l’erario. Invece, nel caso di cessione a titolo onoroso, assegnazione ai soci, la destinazione a finalità estranee all’esercizio
dell’ impresa o al consumo personale o familiare dell’imprenditore dei beni dei beni rivalutati, le plus/minusvalenze derivanti da tali operazioni godranno della rivalutazione solo
trascorsi quattro esercizi da quest’ultima. In caso contrario i
beni in oggetto saranno considerati ancora al loro costo storico
anterivalutazione con riconoscimento di un credito d’imposta
alla società pari all’imposta sostitutiva pagata, e contestuale
liberazione della riserva per la quota parte riferita ai beni alienati, con conseguente eliminazione del vincolo di sospensione
d’imposta e riallocazione della stessa tra le riserve di utili.
Infine, anche se la norma non prevede nessun obbligo di perizia dei beni, appare opportuno che ai fini della congruità dei
valori venga redatta una perizia. Preferibilmente da esperti
esterni qualificati. L’accettazione di una perizia interna non
viene esclusa ma essa dovrà essere oggetto di procedure atte
ad accertarne l’affidabilità. Oltre all’ affidabilità è possibile
effettuare contemporaneamente l’affrancamento del saldo attivo, mediante pagamento di un’imposta sostitutiva del 10%,
che consente di liberare la riserva di rivalutazione in capo alla
società, fermo restando la tassazione in capo ai soci all’atto
certficato A.N.AMM.I. n. L160
DR. LUCA CELANI
Associazione
Nazional-europea
AMMinistratori
d’Immobili
della distribuzione se trattasi di società di capitali. Relativamente alla base imponibile dell’affrancamento della riserva,
l’importo da affrancare è al lordo dell’ imposta sostitutiva
versata, anche se la stessa è stata portata a riduzione della riserva all’ atto della rivalutazione.
Il successo o meno del regime di rivalutazione sui beni d’impresa, anche dal punto di vista delle risorse che l’ Erario auspica di incassare, dipende da una serie di variabili, piuttosto
aleatorie. Dal punto di vista delle imprese, la scelta di avvalersi, oltre che della rivalutazione, anche di altro strumento
che permette il riconoscimento fiscale di maggiori valori dei
beni iscritti in bilancio rispetto a quelli che hanno assunto fiscale rilevanza: si tratta del cd. riallineamento. Il riallineamento, quindi, è un’operazione autonoma che consente di
coprire il differenziale preesistente tra valori civili e fiscali
dei beni; oltre tale importo, il riconoscimento dei maggiori
valori, nei limiti del valore economico, è affidato alla rivalutazione.
Infine, per le partecipazioni di controllo e di collegamento
iscritte tra le immobilizzazioni finanziarie, la rivalutazione si
presenta molto poco favorevole a motivo del regime di partecipation exemption, fermo restando che il beneficio potrebbe riguardare, invece, le partecipazioni che non hanno i
requisiti per l’ esenzione, come nel caso di partecipazioni in
società immobiliari.
Dott.ssa Eleonora Caporiccio
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anni d’informazione
39
Ver illud erat
Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno
mai la Primavera. Pablo Neruda
Barbara Turriziani
È con le suadenti note di In the Mood di
Glenn Muller, nato il primo di questo
mese 110 anni fa, che accogliamo Marzo
e i suoi presagi di Primavera, le prime
gemme sui rami, i fiori spontanei spuntati
a sorpresa nei giardini, il canto degli uccelli al mattino più energico e brillante.
‘Marzo è pazzerello, esce il sole e porta
l’ombrello’ ma ci sono delle piogge primaverili deliziose in cui il cielo sembra
piangere di gioia. Boris Pasternack, nel
Dottor Zivago racconta che ‘La primavera
inebriava talmente il cielo che esso ne era
stordito e si copriva di nuvole’. Nel firmamento la Via Lattea invernale tende a
spostarsi sempre più verso occidente, lasciando il posto ad un’area con bassa densità di stelle. Orione e Cane Maggiore
sono sempre più basse sull’orizzonte, sostituite a sud dalla costellazione del
Leone, la cui presenza indica l’arrivo
prossimo della stagione. Le sue stelle
principali formano un grande trapezio, al
quale è connesso un famoso asterismo,
noto come La Falce, per la caratteristica
forma ricurva. Anticamente la costellazione era più estesa: la parte della testa
comprendeva la parte settentrionale del
Cancro e della Lince, mentre la parte terminale della coda era rappresentata dalla
famosa chioma di stelle che ora fa parte
della costellazione della Chioma di
Berenice. Evidenti e luminose saranno
Arturo, nella costellazione del
Boote, verso est e Spiga, più
a sud, la più brillante della costellazione della Vergine.
Queste due stelle, insieme
con Denebola, costituiscono
l’asterismo del Triangolo di
Primavera. A nord, il Grande
Carro si mostra ‘capovolto‘ e
di contro, bassa sull’orizzonte
nord, si staglia Cassiopea.
Verso ovest, domina ancora la
figura di Orione dalla mistica
cintura e quella dei Gemelli,
la luminosa Sirio e la costellazione del Toro, con le velate
Pleiadi. In Marzo ci troviamo
40
alla fine dell’Inverno astronomico e all’inizio della Primavera, nella notte tra il
20 e il 21, molte culture celebrano, ancora
oggi, l’Equinozio di Primavera, allorquando la durata del giorno equivale a
quella della notte ma oltre il quale l’arco
diurno aumenta rapidamente e con esso
l’altezza del Sole sull’orizzonte, cosicché
le giornate divengono più calde, anche se
restano possibili, fino ai primi di Aprile,
‘ricadute‘ invernali. Le Effemeridi ci dicono che il 1° Marzo il Sole sorge alle 6:
45 e tramonta alle 18:00, mentre il 31 esso
sorge alle 5:55 per poi tramontare alle
18:34, con un guadagno netto di insolazione di circa 1 ora e 24 minuti. La Luna,
il primo del mese, è in fase di Novilunio,
detta di Luna Nuova o Nera, o anche
Luna Anziana. È la Luna del riposo, della
meditazione, della rigenerazione, del recupero di energie spese, della divinazione.
I processi mentali sono rallentati e la sensibilità aumenta. Momento di forte trasformazione, molto adatto a chiudere col
passato per aprire nuovi capitoli. È il momento ideale per depurarsi con un giorno
di digiuno o semidigiuno a base di acqua
e succhi di verdure e frutta. Sarà in Plenilunio il 16, La Luna Piena, o anche La
Madre. In questa fase l’astro ha una potenza infinita, è nel culmine della sua
forza e bellezza e aiuta a rafforzare qualsiasi situazione che richieda la massima
concentrazione. È la Luna opposta al Sole
che fa più lucidi i sogni e rapidi gli eventi
che ci aiuta a rafforzare qualsiasi situazione in cui si richieda la massima con-
centrazione. È il momento migliore per
esprimere la propria creatività artistica,
aumentare l’apporto di energia nei nostri
lavori. Le erbe medicinali raccolte in questo momento sono più efficaci. In questa
fase si può avere il massimo dei benefici
dall’esercizio fisico e dalle cure di bellezza. Tra le Date da ricordare, l’11
marzo, in cui ricorre il 470° anniversario
della nascita di Torquato Tasso, autore
ispirato del celeberrimo poema epico ‘Gerusalemme Liberata’. Chi ne ricorda il
proemio? ‘Canto l’armi pietose e il capitano/ che il gran sepolcro liberò di Cristo/
molto operò con il senno e con la mano/
molto soffrì nel glorioso acquisto‘. Il 30
del mese nel 1844, inoltre, nasceva a
Metz, in Francia da un’agiata famiglia
borghese, il poète maudit Paul Verlaine,
la cui influenza nel panorama letterario risulterà molto significativa. Il 15 marzo del
44 a. C. Caio Giulio Cesare venne assassinato in Senato, da un nutrito gruppo di
congiurati per stroncare la sua proclamazione a Re di Roma. Svetonio, ne ‘La vita
dei dodici Cesari’, racconta che ‘Si decise
di murare la Curia in cui fu ucciso, di
chiamare Parricidio le Idi di marzo e che
mai in quel giorno il Senato tenesse seduta’. Il ritorno della Primavera fu fatale
anche per l’ormai leggendario Jacques de
Molay, ultimo Gran Maestro dell’Ordine
dei Templari che, il 18 marzo 1314, fu
mandato al rogo, insieme a trentasette
confratelli, a pochi passi dalla cattedrale
Notre Dame, a Parigi, dopo torture e una
lunga prigionia, accusati di eresia da Filippo IV di Francia, detto il
Bello. Si racconta che
quando il grande Maestro
vide il rogo, chiese ai suoi
giustizieri di essere rivolto
verso la cattedrale e di unire
le mani per un’ultima preghiera. ‘Morirò presto e Dio
sa che e’ ingiusto. Ma io vi
dico che la disgrazia cadrà
su coloro che ci condannano ingiustamente‘. E poi
rivolgendosi al papa Clemente V e al re aggiunse:
‘Vi affido entrambi al tribunale di Dio, tu Clemente nei
prossimi 40 giorni e tu Fi-
25
anni d’informazione
Almanacco di Marzo
lippo prima della fine dell’anno‘.
La predizione si realizzò. Papa
Clemente V morì un mese dopo e
Filippo il Bello fu vittima, nello
stesso anno, di un incidente di
caccia a Fontainebleau. Vi è corso
o no un brivido lungo la schiena?
Per sollevare gli animi però, basta
lasciarsi soggiogare dalla seducente tela, opera d’arte del maestro Monet, ‘Iris nel giardino‘, del
1900, conservata al Museo d’Orsay, a Parigi. In essa trionfa il colore. I fiori sono rappresentati
come una grande macchia senza
soluzione di continuità, con zone
colpite dal sole ed altre in ombra.
Ed è proprio nella resa delle zone
scure che Monet applica la grande innovazione dell’impressionismo, quelle
ombre colorate che sconvolsero la pittura.
Rasserenante e coinvolgente, il quadro
riesce persino ad inebriare chi lo contempla dei soavi effluvi delle aiuole traboccanti. Il consiglio di lettura per il mese
di Marzo si permea dei colori e dei tepori
primaverili e inneggia alla Natura e alla
sua energica pulsione vitale: ‘Arboreto
Selvatico‘ di Mario Rigoni Stern. L’autore
si lascia ispirare dalla riflessione del maestro russo Anton Cechov: ‘Chi conosce la
scienza sente che un pezzo di musica e un
albero hanno qualcosa in comune che
l’uno e l’altro sono creati da leggi egualmente logiche e semplici’. Forse per questo i soldati romani avevano timore di
sfrondare le querce. Il libro è una collezione di racconti, ciascuno dedicato ad
una pianta diversa, che fornisce il pretesto
per raccontare vicende e ricordi personali.
Il larice, il castagno, la quercia, il ciliegio,
il frassino, il gelso e tanti altri sono l’appassionato omaggio che Rigoni Stern fa a
quello che Gadda definiva ‘ il popolo
degli alberi’ dignitoso, antico e saggio.
Colpisce il profondo affetto reverenziale
nei confronti degli alberi che aiutano da
sempre gli uomini, rendendone possibile
la vita. La proposta del Film da rivedere
strizza l’occhio ad un vero e proprio classic movie: Il Mago di Oz, del 1939, trasposizione cinematografica de ‘Il
meraviglioso mago di Oz’ di L. Frank
Baum, per la regia di Victor Fleming, lo
stesso di Via col Vento, uscito nello stesso
anno e ugualmente prodotto dalla Metro
Goldwyn Mayer. L‘ interprete principale
è una giovane Judy Garland, adorabile interprete di uno dei brani più belli della storia della musica ‘Somewhere over the
25
anni d’informazione
Monet, Iris nel giardino, 1900
rainbow’. Invece il protagonista dell’ Erbario del mese è il Melangolo o Arancio
amaro, un agrume ibrido dalle molte virtù.
Utilizzato dall’industria profumiera, vanta
preziose proprietà medicinali. Si differenzia da quello dolce per le spine più lunghe
all’ascella delle foglie che appaiono più
scure e dal profumo più intenso. Anche la
buccia è più colorata e più ruvida e soprattutto la polpa ha uno spiccato gusto
amaro. Gli Arabi lo coltivavano fin dal se-
colo nono e nei primi anni del secondo millennio lo importarono in
Sicilia. Il frutto intero può essere
utilizzato per preparare le famose
marmellate e la frutta candita, la
buccia viene impiegata in liquoreria. L’industria farmaceutica si
serve soprattutto della buccia per
la preparazione di vari digestivi e
tonici. L’olio essenziale è ottenuto
dalla scorza, favorisce l’appetito e
la digestione. Nell’aromaterapia
può svolgere la funzione di rilassante o di rinfrescante a seconda
della miscelazione con altri oli.
Tonifica l’apparato digerente, il sistema nervoso ed è ritenuto antidepressivo, indicato per l’insonnia
e l’esaurimento nervoso. Possiede proprietà antisettiche, viene consigliato nella
cura dell’acne e della forfora.
A conclusione, per festeggiare l’Equinozio, per la Ricetta del mese, vi propongo
un dolce strudel, reso molto morbido dalle
fragole e dalla crema pasticciera, una variante stagionale di quello intramontabile
alle mele. La crema è senza latte vaccino
e quindi adatta anche agli intolleranti al
lattosio. Vi auguro un mese spumeggiante, come il Brachetto d’Aqui consigliato per accompagnare questo dessert!
Strudel di Primavera:
Ingredienti per 6/8 persone: Per la pasta - 1 uovo; 300 gr d farina; 3 cucchiai di olio di
semi di girasole; 60 gr di zucchero; scorza di limone grattugiata. Per la farcia- 2 tuorli; 250
gr di fragole; 300 ml di latte di riso; 80 gr di farina; 60 gr di zucchero + 2 cucchiai; scorza
di limone. Per la finitura - 1 tuorlo; 2 cucchiai di zucchero; 1cucchiaino di succo di limone;
zucchero di canna.
Preparazione: per la pasta: sbattere in un ampia ciotola l’uovo con lo zucchero. Profumare
con la scorza di limone ed unire gradatamente la farina mescolando con un cucchiaio. Trasferire il composto su un piano di lavoro e lavorarlo manualmente, fino ad ottenere una
pasta morbida. Formare una palla e porla in frigorifero per 30 minuti. Per la farcia: portare
ad ebollizione il latte di riso con la scorza del limone a pezzetti, spegnere e lasciare in infusione per 10 minuti. Con una frusta sbattere i tuorli con lo zucchero, unire i 60 gr di farina
setacciata e versarvi sopra il latte filtrato. Amalgamare bene, rimettere il composto nella casseruola e far addensare a fuoco dolce fino ad ottenere una crema densa. Versarla in un recipiente freddo e lasciarla raffreddare. Stendere sottilmente la pasta con il mattarello in un
rettangolo. Spolverizzare con poco pangrattato e distribuire uniformemente la crema, lasciando liberi i bordi esterni per 4 centimetri. Ricoprire con le fragole, precedentemente pulite e tagliate e cospargere con poco pangrattato. Ripiegare i lembi del lato corto della pasta
verso l’interno e successivamente i lati lunghi al centro saldandoli con una lieve pressione.
Per la finitura: sbattere rapidamente il tuorlo con il
succo di limone e i due cucchiai di zucchero e spennellare uniformemente tutta la superficie dello strudel. Spolverizzare con pochissimo zucchero di
canna, trasferire il dolce in una teglia e cuocere in
forno già caldo, a 170 gradi, per 25/30 minuti. Lasciarlo raffreddare e cospargere di zucchero a velo.
41
Moda
di Emanuela Crescenzi
Salopette
di Primavera
are amiche eccoci a noi! Il gelo è passato e ci prepariamo per
la nuova stagione. A febbraio abbiamo visto sfilare i grandi
della moda e abbiamo potuto ammirare tutte le novità, la prima
su tutte, la mitica salopette di jeans tornata alla ribalta dopo oltre 30
anni di latitanza; io la chiamo “il capo rivelatore” e vi spiego il perchè:
sentirla nominare, sembra una cosa semplice e soprattutto facile da
portare e invece NO! Penso che sia il più difficile in assoluto; è quel capo adatto solo
alle vere fashion addict, tutte le altre
sembrerebbero dei buffi spaventapasseri abbandonati in un campo di grano.
La salopette di jeans è super versatile e
perfetta in outfit sportivi con sneakers
e camicia a quadri, oppure con maglietta bianca e giubbino di pelle, ma
anche con camicia bianca stretch e
tacco 12 per una serata in discoteca,
insomma non fatevela scappare, fate
come me e le mie amiche che non abbiamo perso tempo come vedete dalle
foto. Naturalmente la salopette è perfetta anche da uomo e anche per lui
valgono le stesse regole per gli abbinamenti, perfetta sportiva con converse o anfibi e maglietta ed
elegante con giacca, Duilio e cravatta
portata sul collo e non sulla camicia.
Questo fantastico capo è perfetto
anche per i bambini, quindi al via lo
shopping senza dubbi e senza timori; accettate questa sfida?
Aspetto le vostre foto, gli outfit più
particolari saranno pubblicati sul
prossimo numero. In questo periodo si inizia a pensare anche
alle imminenti cerimonie, alle
quali siamo state invitate per
i prossimi mesi, iniziamo
con il vietare le su citate
salopette ed optiamo per
capi super eleganti, vi ri-
C
42
cordo che non siamo Madonne in
processione e neanche nomadi,
quindi lasciamo a casa, per chi per
sbaglio dovesse averli, gli accessori
vistosi, in quanto volgari e non eleganti, al bando anche zatteroni e
doppi fondi, adatti solo su capi sportivi e un immenso si a sandali con
tacco a spillo, il no più assoluto
anche agli stivali se non siete alte e
magre, vi “cioncherebbero” ulteriormente le “zampette” e no anche ai
tronchetti se già a tronco avete la
caviglia; non smetterò mai di sconsigliarvi i leggins in quanto antiestetici e molto poco eleganti, via libera
ad abiti longuette, tailleur sotto il ginocchio e pantaloni a palazzo da abbinare a giacche aderenti e
strutturate. capelli e trucco risentiranno della primavera assumendo
colori caldi e vivaci. Chi di voi il 22 febbraio ha partecipato al grandissimo evento “sei di Frosinone se...”? Aspetto le vostre foto ed i vostri
aneddoti più belli a riguardo e ringrazio ancora gli organizzatori per
averci riportati indietro nel tempo... per questo mese vi saluto e vi do
appuntamento al prossimo con tantissime altre novità.
Ciao, ciao e che il fashion sia con voi.
25
anni d’informazione
Moda
Trend floreale per
la bella stagione
di Federica Spaziani Testa
arissime amiche, eccoci qua con tanti consigli utili per affrontare al
meglio l’arrivo tanto atteso della bella stagione!
Per quanto riguarda i tessuti, ci attendono meravigliose stampe floreali
e colorate sulle passerelle degli stilisti per la primavera estate 2014, che
sarà all’insegna dei colori vivaci e si confermeranno le stampe sui tessuti. Le collezioni saranno dominate dalle stampe floreali e botaniche,
animalier in ogni variante.
C
COLORI – Gli stilisti hanno presentato collezioni che rievocano il mondo
dell’arte, nonché colori esotici e stampe floreali. La moda per la primavera estate 2014 è tappezzata di fiori. Le fantasie floreali non sono più
banali, ma diventano vere e proprie opere d’arte. Le stampe floreali
presentate dagli stilisti sulle passerelle sono meravigliose, a volte delicate, altre molto forti.Talvolta i fiori si sviluppano lungo l’orlo di una
camicia, una gonna, talvolta piccoli mazzi di fiori poggiati sapientemente sulle spalle.
SCARPE – I sandali sportivi, nei colori brillanti e in materiali ultra moderni, saranno la novità presentandosi come il giusto compromesso tra
le “ciabatte ” e nuove calzature. Gradito ritorno per le caviglie sottili
sarà il classico cinturino, che regalerà un tocco retrò al sandalo, a decolleté e ballerine. Le ballerine infatti non vedranno il tramonto nemmeno per la prossima stagione ma si declineranno sia nella versione a
punta tonda che in quella triangolare. I tacchi sono estremamente vari,
ma è da notare il tacco medio e non più vertiginoso. Le zeppe saranno
sempre un must.
BORSE - I modelli proposti in passerella danno grande spazio alla praticità con il ritorno dello zaino a spalla. Sempre di moda le maxi shopper da un lato e i mini bauletti e pochette da tenere in mano. Il tessuto
top di quasi tutte le collezioni è sicuramente il pizzo chantilly.
Appuntamento al prossimo mese, care amiche!
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anni d’informazione
43
Mitologia
di Barbara Turriziani
Le Dee della
Primavera
Ecco sul tronco si rompono le gemme:
un verde più nuovo dell’erba che il cuore
riposa. Salvatore Quasimodo
I
l repentino schiudersi dei fiori, il ritorno delle rondini, la gioiosa danza di
corteggiamento degli animali hanno
sempre rappresentato un richiamo ancestrale molto potente, oltre che una fonte
di inesauribile ispirazione per poeti e artisti. Il tenero trifoglio, i tenui colori dei
fiori di mandorlo, il primo a fiorire dopo
i rigori invernali, le brezze impalpabili e
fragranti, tutto attorno a noi vibra di energia vitale. Ogni anno, con l’arrivo della
primavera, riviviamo l’emozione della
giovinezza, con tutto il carico di inquietudine, curiosità e spensieratezza che la caratterizza. Prima della scienza, prima
della legge, c’è il mito, modo ingenuo e
fantasioso di spiegare l’origine delle cose.
Numerosi sono i miti e le allegorie intorno
al tema del risveglio della natura che archetipicamente rappresenta quel tempo in
cui tutto deve ancora accadere e la vita appare piena di possibilità. Quasi ogni cultura ha prodotto la sua dea della
primavera, o dea del mattino o della luna
crescente. Tale era la predilezione dei
greci per la stagione primaverile che
anche Era, la moglie di Zeus che non fa
certo parte delle dee fanciulle, in primavera viene onorata come Era la Fanciulla.
Non a caso, il rito celebra la dea immersa
in un bagno che le restituisce simbolicamente la purezza, sebbene sia l’ Estate il
tempo in cui la madre degli Dei realizza la
perfezione dei suoi scopi, attraverso il matrimonio rituale, in cui è onorata come Era
la Perfetta. Ma la divinità greca che per
eccellenza ci ricorda la primavera è Afrodite, nata dalla spuma del mare, la giovane e splendida dea dell’amore che
evoca il lato più sensuale della stagione,
ovvero quel magico potere di attrazione
che rende possibile la nascita di ogni cosa.
Il mito narra che ‘al suo passaggio spuntano i fiori, cantano gli uccelli e tutta la
natura sembra gioire’. È avvolta di rose e
44
di mirto; colombe,
passeri e cigni tirano il suo carro; il
suo cinto magico, ornato
di ceselli, le permette di sedurre chiunque. Le sono sacre
le rose, ma anche il melograno e il
mirto che, ancora oggi, le spose usano inserire nel bouquet il giorno del matrimonio. Anche la mela, remoto emblema
dell’amore, si trova nella sua mano, a ricordo della scelta di Paride che pose fine
alla disputa su chi fosse la più bella tra
Afrodite, Era ed Atena. Una delle poche
divinità ad esserlo, fu da Zeus data in
sposa ad Efesto, il deforme dio fabbro che
non riuscì, però, a trattenerla a sè, la dea
ebbe infatti molti amanti, Ares per esempio, il dio della guerra o Anchise, il mortale con cui generò Enea. Lucrezio nel De
Rerum Natura la invoca, dedicandole alcuni dei versi più ispirati e appassionati
della letteratura: ‘E poiché tu sola governi
la natura, e senza di te nulla nasce nelle
divine plaghe del giorno, e nulla diviene
lieto né amabile, desidero che tu mi sia
compagna nello scrivere questi versi, che
tento di comporre sulla natura’. La Venere romana era meno complessa della
Afrodite greca. Era una dea delicata, diremmo una dea dell’amore giovanile,
quello che nasce quando si va in giro a
raccogliere le fragole. Le si consacravano
le bacche selvatiche e le erbe, le pigne e i
cipressi. Grandi celebrazioni venivano tributate anche a Flora, ancestrale divinità
che incarnava il fiorire della natura in tutte
le sue forme. Durante i giorni in suo
onore, le Floralia, il corpo femminile veniva onorato in modo particolare. Era la
regina di tutte le piante, comprese quelle
commestibili ma veniva anche invocata
per proteggere i bambini e per avere raccolti e fioriture rigogliose. Come ci racconta Ovidio nei Fasti, la dea è felice
William Adolphe Bouguereau (1825-1905)
Flora And Zephyr (1875)
sposa di Zefiro, il vento che annuncia la
primavera. I romani ritenevano che senza
il suo aiuto la città sarebbe morta, ma
anche i Sabini e i Vestini la venerarono piamente, questi ultimi le dedicarono persino
il mese corrispondente al nostro luglio. A
lei era associata anche Feronia, signora dei
fiori primaverili e dei boschi. Molti templi
le vennero consacrati in tutta la penisola,
se ne possono ricercare rovine a Roma,
Preneste, Terracina ma anche in Toscana e
nelle Marche; a Montrucchio, in provincia
di L’Aquila si erge tuttora una statua con
incisioni dedicatorie per lei. Anche le mistiche Pleiadi ci ricordano di Maia, figlia
di colui che regge la volta celeste, Atlante,
antica protettrice della fecondità e del risveglio di natura. Ogni anno, persino Vulcano le offriva sacrifici propiziatori. A lei è
intitolato il mese più dolce dell’anno, maggio. Nell’antica Roma, non c’era primavera
senza celebrazioni per Anna Perenna,
Dea Madre, antichissima divinità femminile di oscura origine che veniva festeggiata alle Idi di Marzo, capodanno arcaico,
nel bosco sacro a lei dedicato, poco fuori
le mura di Roma. Così scrive Ovidio:
‘Nelle Idi si celebra la gioiosa festa di
Anna Perenna non lontano dalle tue rive, o
Tevere forestiero. Viene la plebe e, sparsa
qua e là sulla verde erba, s’inebria di vino,
e ognuno si sdraia con la propria compagna. Parte resiste sotto il nudo cielo; pochi
piantano le tende; alcuni con rami fanno
25
anni d’informazione
una capanna di frasche; parte, piantate
canne invece di rigide colonne, vi pongono sopra le toghe dopo averle dispiegate. Ma si scaldano di sole e di vino, e si
augurano tanti anni quante sono le coppe
che bevono e le contano bevendo. Lì
anche cantano tutto ciò che imparano a
teatro, e accompagnano le parole con
agili gesti delle mani; deposte le coppe intrecciano rozze danze, e l’agghindata
amica balla con la chioma scomposta. Al
ritorno barcollano, danno spettacolo di sé
a tutti e la gente che li incontra li chiama
fortunati’. Il poeta la crede sorella di Didone, regina di Cartagine che è costretta
a fuggire e a cercare rifugio presso Enea,
nel Lazio. La moglie dell’eroe troiano,
Lavinia, gelosa, la fece perire in un fiume.
Divenuta ninfa delle acque, continua in
perpetuo a bisbigliare fra le onde. Nel
1999, gli scavi per un parcheggio nel
quartiere Parioli della Capitale, portarono
alla luce i resti di una fontana romana con
iscrizioni che inneggiavano alla dea e alle
ninfe, confermando le fonti storiche di
Ovidio. All’interno della cisterna sono
stati rinvenuti manufatti, eccezionali per
numero e tipologia, legati all’aspetto cultuale, come monete, gusci d’uovo e a riti
magici, quali lucerne, figurine antropomorfe e numerosi frammenti lignei e carpologici. Ma c’è un’altra versione che
vede in Anna Perenna una buona vecchina
che soccorse i rivoltosi plebei romani rifugiatisi sul Monte Sacro nel 494 a.C., sfamandoli ogni giorno con le focacce che
impastava con le sue mani, benché fosse
povera. Per gratitudine, i romani le dedicarono una statua. Una sorta di Befana
ante litteram! Qualunque sia la sua origine, questa dea romana presiedeva al
corso dell’anno ed era una personificazione femminile che incarnava l‘ eterno
ritorno. In Grecia, invece, il perenne ritorno della Primavera era legato al mito
di Proserpina, figlia della dea Cerere. E’
una storia tramandata oralmente, ripresa
negli inni orfici, trascritta da molti autori
della letteratura latina, tra i quali l’ammaliante narratore Ovidio che ci racconta
del ‘ratto di Proserpina‘ nelle Metamorfosi. La musa Calliope ‘canta’ il rapimento della giovinetta alla Dea Atena:
‘’Per prima Cerere smosse le zolle con
l’aratro adunco/ per prima diede al
mondo grano e soavi alimenti,/ per prima
fondò le leggi: tutto è dono di Cerere. / È
lei che devo cantare, e vorrei poter can-
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anni d’informazione
tare / in modo degno della dea. Certo la
dea è degna del canto’‘. Nell’isola di Sicilia, sotto la quale giace, schiacciato, il
gigante Tifeo per aver cercato con i suoi
fratelli di spodestare Giove, venne Cerere
a fecondare le terre, a portare la vita con la
giocondità dei suoi doni. Cerere, la Madre
terra, sorella di Giove, era venerata per
aver insegnato agli uomini la coltivazione
dei campi. Aveva una figlia incantevole di
nome Proserpina, che soleva giocare con
le compagne nei verdi prati alle falde
dell’Etna. Un giorno, mentre Plutone, il
più odiato degli dei, poiché signore degli
inferi, era salito sulla terra a controllare
che il gigante non provocasse terremoti,
Proserpina, in compagnia delle Oceanine
e sotto lo sguardo materno, era intenta a
cogliere i fiori del prato. Dall’alto del
monte Erice, Venere vide la scena e, indispettita dal fatto che il terribile dio e la
virginea fanciulla fossero immuni alla sua
L. Bernini (1598-1680)
Il ratto di Proserpina (1621/1622)
potenza, chiese al suo alato figlio, Amore,
di scagliare una freccia e far cadere sotto
la sua malìa anche la terza parte del cosmo,
il Tartaro appunto, dopo Giove, dio del
Cielo e Nettuno, padrone del Mare. Cupido, lesto si affrettò a scoccare e, quando,
inavvertitamente, Proserpina si discostò
per prendere un bel narciso, ecco all’improvviso davanti a lei aprirsi la terra e sbucare dal profondo Plutone, acceso d’amore
per lei, sulla sua carrozza trainata da cavalli prorompenti. In quell’attimo di sorpresa, egli afferra la giovinetta e, incurante
delle sue grida pietose, la trae di forza nella
carrozza e scompare nuovamente nelle viscere della terra per farne la sua sposa. Un
ratto d’amore e di morte. Proserpina era
morta con lui e tutto ciò era avvenuto con
il consenso di Giove. Cerere allarmata
dalle grida della figlia cominciò a cercarla
in ogni dove, senza darsi riposo dall’alba
al tramonto ma invano. Calata la notte, accese alle falde dell’Etna due ramoscelli di
pino, fiaccole improvvisate per rischiararsi la via. E così fece per nove giorni e
nove notti, senza prendere riposo, né cibo,
continuando, invano, a cercare sua figlia
su tutta l’isola su di un possente carro trainato da draghi. Plutone, intanto, nell’ ade,
in onore della delicata sposa, aveva fatto
scaturire, una fonte azzurra, la fonte
Ciana, godendo della sua compagnia. Fu
Elios, il dio Sole che illumina la terra e
con la sua luce discopre ogni trama
oscura, a rivelare a Cerere la verità. Distrutta dal dolore e dal tradimento del fratello, la dea decise di abbandonare
l’Olimpo, immersa nel tormento e indignata contro tutti gli Dei che non si erano
mossi ad aiutarla. Senza le cure della
Madre terra, cessò dunque la fertilità dei
campi e vennero i tempi della carestia e
della morte. Giove vedendo la fame sterminare intere popolazioni, mandò in più
riprese messi ad ammansire l’indignata
Cerere, ma la dea sarebbe tornata alle cure
della terra, solo dopo avere riottenuto in
vita Proserpina. Giove, allora, spedì Mercurio come messaggero da Plutone. Il dio
degli inferi non osò disubbidire al volere
di Giove, esortò la fanciulla a salire sul
carro che doveva ricondurla sulla terra.
Prima che ella si allontanasse però le offrì
alcuni chicchi di melograno. Proserpina li
accettò, ignorando che per un’antica legge
divina i rossi chicchi di quel frutto
l’avrebbero per sempre legata agli inferi.
Insieme a Mercurio la fanciulla ritornò nel
mondo della luce e si recò nel tempio di
Eleusi, dove trovò Cerere. Al solo vederla
la dea si trasfigurò in volto, corse incontro
alla figlia, l’abbracciò teneramente. Si
consolarono a vicenda, parlando a lungo
tra loro. La Madre comprese però che il
legame tra la sua amata figlia e Plutone
era ormai indissolubile e perciò chiese a
Giove di poterla avere con sé almeno per
una parte dell’anno. Il dio dell’Olimpo acconsentì, così Cerere ritornò finalmente
fra gli dei e la natura si risvegliò. Da quel
giorno, ogni volta che Proserpina torna nel
mondo, i prati si coprono di fiori, i frutti
cominciano a maturare sugli alberi e il
grano germoglia nei campi. È la stagione
della Primavera.
45
Alchimie sonore
N
ei dizionari generalisti, ma anche
in alcuni più specialistici, si trova
spesso la definizione di Musica
come ‘arte dei suoni’ed effettivamente le
declinazioni dell’arte musicale sono oggi
infinite. Tuttavia poi basta guardare i trattati elementari di teoria per accorgersi in
evidente contraddizione che nominalmente i suoni sistematizzati possono ridursi a sette, Do-RE-Mi-Fa-Sol-La-Si,
qualcuno in più se si considerano le cosiddette note alterate, i famigerati ‘tasti
neri’ (Do#-Re#-Fa#-Sol#-La#), che rappresentano entità autonome in tutto e per
tutto; dunque la stragrande percentuale
della musica da noi oggi conosciuta utilizza combinazioni di soli 12 suoni; potremmo definire musica l’arte dei 12
suoni’? Questo ancora no, perché già solo
in questo gruppo entrano fanno parte altri
parametri che rendono un suono con lo
stesso nome profondamente diverso dall’altro, ad esempio un Do centrale di un
pianoforte è ben dissimile da un Do del
violino o della voce umana benché provengano dallo stesso fenomeno, gemelli
diversi. Dunque le note, nella concezione
generica della musica, ed intese come
suoni fondamentali sono 12, mentre le
sfumature riconducibili a quelle note sono
ben più numerose se prodotte da differenti
strumenti. Inoltre queste ‘note’ cambiano
ancora la loro caratteristica uditiva se lo
strumento suona forte o piano, addirittura
vicino o lontano. Questo per ridurre il
campo alla musica codificata intorno a
questi 12 suoni, mentre se entriamo nel
campo della musica più antica o popolare
che utilizza anche suoni esterni a questa
codifica, il discorso si allarga; se poi arriviamo al generico campo delle frequenze
come ha disposto la musica nel ‘900 le
possibilità sono infinite. In fondo vi siete
mai chiesti cosa c’è tra il Do e il Do#, e
perché alcune note che cantiamo non riusciamo a trovarle sulla tastiera definendole ‘stonature’? Il suono è un fenomeno
complesso ed affascinante la conoscenza
delle cui caratteristiche fondamentali è di
grande aiuto per i musicisti ma può incuriosire anche i semplici appassionati che
possono meglio apprezzare le sfumature
46
o le scelte sonore in una composizione.
Cos’è effettivamente un suono? non possiamo toccarlo, o vederlo, possiamo sentirne la sua manifestazione invisibile
quando mettiamo in sollecitazione un
corpo elastico che ci restituisce l’energia
sotto forma di onde sonore e pressione. Se
battiamo le nocche su un tavolo di legno
cosa pensiamo di sentire? Il rumore del tavolo? O del legno? Nulla di ciò, perché
già se lo percuotiamo con le nocche o col
palmo restituisce un suono completamente diverso, se poi usiamo una penna,
un altro ancora; dunque il suono risultante
è un misto tra gli oggetti che collidono, ma
ancora non basta perché profonde differenze avvengono se siamo in un ambiente
caldo o freddo, umido o secco. Per essere
vagamente più precisi, dovremmo descrivere almeno ‘il rumore della percussione
di un oggetto rivestito di tessuto che batte
un oggetto composto di legno cavo stagionato rivestito e verniciato in una stanza di
tot dimensioni e ad una temperatura ed
umidità determinate… ma non basta. In
effetti se noi portiamo il nostro tavolino
all’aperto produrrà un effetto acustico
molto diverso, benché ne riconosciamo
ancora le caratteristiche, se poi lo immergiamo in una vasca d’acqua non riconosceremo più assolutamente la provenienza
o il materiale. Il suono è uno spostamento
di energia che parte da una sorgente
messa in movimento e si propaga con
moto ondulatorio, similmente all’immagine di un sasso gettato in uno specchio
d’acqua. Dunque un suono è una vibrazione del corpo messo in sollecitazione
che si diffonde nel corpo stesso e nelle
varie direzioni, con velocità e caratteristiche differenti dovute alla densità del
mezzo ed anche alla sua temperatura. Ad
esempio nell’aria il suono percorre mediamente circa 333 metri al secondo, una
velocità notevole, sebbene infinitesimale
se paragonata alla strabiliante velocità di
propagazione della luce che è di circa
300000 Km al secondo. Questa caratteristica è facilmente misurabile con l’esperienza e ci consente, ad esempio, di
determinare con approssimazione, durante un temporale, quanto siamo al sicuro rispetto ad una tempesta di fulmini.
Contando a partire dal lampo fino a
quando si ode il tuono, possiamo stabilirne la distanza in linea d’aria e vedere
se, ad esempio, il temporale è in avvicinamento o viceversa; se contiamo fino a
5 da quando vediamo il fulmine a quando
sentiamo il tuono sapremo che il fulmine
è caduto in un raggio di circa 1665 metri
da noi, mentre se non facciamo in tempo
a contare è il caso di allontanarsi…In altri
mezzi di diversa densità come i fluidi o i
metalli, il suono si muove molto più velocemente: nell’acqua tiepida può arrivare a 4000 metri a al secondo che
divengono 6000 nell’acciaio e nel vetro
ed addirittura 18000 nella grafite…e nel
vuoto? Nel vuoto il suono a differenza
della luce non si propaga, quindi rassegnamoci a pensare che le apocalittiche e
fragorose esplosioni interstellari evocate
in Star Wars sono una invenzione cinematografica, mentre è più plausibile l’immagine dell’indiano apache con
l’orecchio poggiato a terra per sentire in
anticipo le vibrazioni di una cavalleria in
arrivo. Dunque non possiamo vedere il
suono ma solo sentirlo materializzarsi
come uno spirito negli oggetti che attraversa, ai quali dà caratteristica e consistenza materica. Tuttavia, possiamo
misurarlo, abbastanza accuratamente,
25
anni d’informazione
Cultura musicale
a cura di Cesare Marinacci
allo stesso modo in cui misuriamo un oggetto fisico di cui possiamo descrivere le
dimensioni, il colore etc. Un oggetto vibrante emette onde che possiamo stimare
proprio con il ‘metro’. Sappiamo anche
dall’osservazione che tanto più velocemente oscilla il corpo sonoro, tanto più
acuto è il suono che emette: se pizzichiamo le note più acute di una chitarra
quasi non noteremo la loro oscillazione,
mentre sfiorando la corda più grossa ne
scorgiamo sensibilmente il movimento.
Questo perché la corda più grande che
corrisponde alla nota più bassa, vibra abbastanza lentamente da lasciarsi percepire
dall’occhio, mentre quelle più acute vibrano molto più velocemente e quasi ingannano la sensibilità dell’ottica umana.
Un po’ come quando vediamo girare le
ruote dell’automobile talmente veloci da
sembrare un oggetto fermo. Le oscillazioni di un oggetto rappresentano la sua
Frequenza espressa in Hertz (1 Hz = una
oscillazione al secondo). Tanto più è alta
la Frequenza, tanto più è acuto il suono.
L’orecchio umano riesce, con la sensibilità del timpano, a percepire un arco di
frequenze tra i 16 e i 20000 Hz. Dunque
vibrazioni troppo basse producono suoni
che l’orecchio non riesce bene a distinguere, mentre intorno ai 20000 Hz, , il
timpano non vibra e dunque non codifica
le informazioni sonore al cervello, non
sente. Facendo un paragone con una tastiera di pianoforte, possiamo dire che la
prima corda, corrispondente al La del
tasto più a sinistra, vibra 27,5 volte al secondo, una velocità ‘visibile’ e sufficiente
a produrre un suono piuttosto oscuro,
mentre l’ultima corrispondente ad un altissimo Do, vibra ad un eterea frequenza
di 4186 Hz. Detto questo anche la misura
di quanto fisicamente sia lunga un’onda è
presto rilevabile, facendo l’operazione inversa di quando abbiamo calcolato la distanza dal fulmine; se un suono nell’aria
percorre 333 metri al secondo, basta dividere questo valore per il numero delle vibrazioni della nota, nel caso del La a 27,5
Hz dunque abbiamo 333/27,5 scoprendo
che ogni onda emessa da quel La misura
circa 12 metri, mentre un suono a 20000
Hz ha ogni onda di circa 17 millimetri. Le
note più basse hanno un passo lungo, spostano più aria e convogliano più energia,
attraversano i materiali e si percepiscono
fisicamente, come quando davanti ad un
25
anni d’informazione
bel subwoofer da discoteca sentiamo vibrare direttamente nello stomaco o come
quando il vicino ci minaccia di querele
perché i nostri bassi del pianoforte gli arrivano direttamente in casa dai muri...
L’altro parametro fondamentale del suono
è l’Intensità, ossia per usare un termine
corrente, il volume. Questo non è generato dalla lunghezza dell’onda ma dalla
sua grandezza. Se noi pizzichiamo leggermente la corda di una chitarra, la vedremo
emettere delle piccole oscillazioni che generano onde di ampiezza inferiore, mentre
se la tiriamo un po’ di più, la vedremo
compiere delle oscillazioni più larghe cui
corrisponde un suono più intenso; del
resto se il suono è una propagazione di
energia, quanta più ne mettiamo in partenza tanto più ne avremo di ritorno, in
termini di pressione nel mezzo di propagazione e in ultima analisi di intensità sonora. Naturalmente, questo non significa
che possiate percuotere all’infinito un pianoforte o prenderlo a martellate come
fanno ahimè molti pianisti, perché dopo
una certa pressione il mezzo elastico non
risponde più ed anzi va solo incontro a
rottura propria ...e dei timpani. L’ultimo
parametro di questa breve carrellata sulle
caratteristiche di base della musica è il cosiddetto Timbro. Vi siete mai chiesti perché la stessa nota emessa da un pianoforte
o da un violino sia, a parità di altezza, così
diversa? O più semplicemente, da che dipende la differenza di voce che hanno due
persone? o ancora, che significa che un
pianoforte ha un suono più caldo di un
altro? Per capire questo dobbiamo sottolineare che un suono puro in natura praticamente non esiste ma ogni suono che
ascoltiamo è la risultante di tanti suoni
combinati; similmente ai colori di un quadro che risultano dalla combinazione di
diversi colori primari, così ogni suono ri-
sulta dalla combinazione di una serie di
vibrazioni simultanee che si mescolano
in un ‘colore’ specifico. Quando un corpo
vibra, non lo fa solo in un punto ma
emette più vibrazioni simultanee tra le
quali ne spicca generalmente una che evidenzia l’altezza riconoscibile, mentre le
altre nella loro combinazione gli conferiscono una mezza tinta particolare. Se
ad esempio suoniamo un Do basso sul
pianoforte, insieme a questa nota detta
fondamentale si produrranno, verso
l’acuto ad una intensità molto minore
anche Do-Sol-Do-Mi-Sol-Sib-Do…e
così via in una serie potenzialmente infinita, riunita nel cosiddetto ‘spettro’. Il
nostro orecchio percepisce particolarmente alcuni suoni di questo spettro decodificando una informazione che
dunque ci fa distinguere un timbro dall’altro o le nuances di uno stesso timbro.
Questo fenomeno, detto dei ‘suoni armonici’, dipende da diversi fattori, come il
materiale messo in sollecitazione ma
anche l’ambiente in cui si propaga etc.:
un vibrafono ha gli armonici superiori
particolarmente presenti e questo gli conferisce un suono più cristallino a differenza di un più pastoso e scuro Flicorno
. Naturalmente, non sono solo i suoni armonici a dare la caratteristica ad uno
strumento sebbene essi svolgano un
ruolo tanto predominante da potersi affermare che ogni suono può essere scomposto nei suoi suoni fondamentali ed, al
contrario, che, partendo dalla combinazione di semplici onde sonore, possiamo
ricreare virtualmente qualsiasi tipo di
timbro, come fanno i più moderni sintetizzatori elettronici, utilizzando tuttavia
un algoritmo teorizzato già alla fine del
‘700 dal grande fisico e matematico francese Jean Baptiste Joseph Fourier che ci
ha svelato l’alchimia dei suoni.
47
Alatri
VI RACCONTIAMO
STORIE, CURIOSITÀ, FATTI, FATTERELLI, LEGGENDE,
PERSONAGGI E QUANT’ALTRO DI UNA CITTÀ ANTICA.
di Enzo Rossi e Lucio Lucchetti
“Finalmente, dopo aver girato una collinetta, vidi dinanzi a me questa interessante
città, ricca di splendidi palazzi che dimostrano una fiorente vita cittadina nel passato.
Non avevo ancora visto una città di così bell’aspetto nei monti del Lazio”. Gregorovius
Il dono riparatore
della Fonatana
Antonini
T
re sono le fontane monumentali
della città di Alatri, e per ordine
d’importanza la Fontana Pia di
piazza Santa Maria Maggiore, la Fontana
Antonini di piazzetta Sant’Anna e la fontana di Porta San Pietro. Quasi coeve, furono costruite dall’architetto Giuseppe
Olivieri nella seconda metà del diciottesimo secolo, allorquando tutti i paesi o cittadine erniche, appollaiate sulle cime dei
monti o alte colline per rendere più facile
la difesa contro assalti esterni, soffrivano
non solo la penuria di acqua, ma addirittura la sete nelle purtroppo frequenti siccità. Decisiva fu per la città di Alatri una
delle visite che l’allora Papa Pio IX fece
alla città dei ciclopi e precisamente quella
dell’anno del signore 1863, allorquando,
edotto dalle autorità cittadine del grave
problema idrico del quale soffriva la popolazione, elargì un contributo finanziario
di ventimila scudi per la costruzione del
nuovo acquedotto. A perenne ricordo e riconoscenza di siffatto gesto le autorità
vollero costruire nell’anno 1870 proprio
al centro della piazza principale la cosiddetta Fontana Pia dedicandola al magnanimo e generoso Pontefice.
La bella e monumentale Fontana Antonini, dal nome del conte Filippo Antonini,
gran gonfaloniere della città (l’attuale sindaco), che la fece costruire a sue spese
nell’anno 1869 affidandone il progetto all’architetto Giuseppe Olivieri, è posta invece all’imbocco di via Garibaldi dove
inizia il medievale quartiere delle Piagge,
situata esattamente in piazza S. Anna (così
chiamata perché pare che in quel sito una
volta sorgeva la chiesa di S. Anna), davanti la piccola chiesa di San Michele, ad-
48
dossata ad una costruzione che un tempo
doveva essere parte integrante del Palazzo
Antonini. La semplice struttura della fontana richiama i portoni dei palazzi circostanti, mentre la costruzione si ispira
direttamente all’araldica degli Antonini,
nella esplicita allusione a draghi che gettano acqua ed alle numerose stelle a otto
punte. Le numerose e importanti cariche
pubbliche ricoperte, i palazzi superbi e le
estese proprietà agricole possedute dalla
famiglia Antonini stanno a testimonianza
dell’ illustre, antica e nobile casata, estintasi poi nel ramo maschile e surrogata per
matrimonio dagli Stampa, altra nobile famiglia di Alatri. Ci piace riportare al tal
proposito quanto riferisce padre Mariano
Berni nel suo lavoro “Alatri nel primo
cinquantennio del secolo XX”, riguardante la Fontana Antonini. Narra il Berni
che per far fronte al grave problema idrico
la popolazione alatrense ricorreva alle numerose ma piccole cisterne domestiche
che però risultavano asciutte nei momenti
di siccità. I nobili, al contrario, possedendo terreno più o meno ampio attorno
alle loro abitazioni cittadine, ricche di cortili ed imponenti orti, vi costruivano profondi pozzi, permettendosi quindi anche
di commerciare l’acqua con piccoli compensi di centesimi. Pare invece che i conti
Antonini fossero molto più esosi, pretendendo il pagamento in baiocchi, con palese grande disappunto per i poveri. Ma la
provvidenza, che per l’occasione vestiva i
panni di Papa Pio IX, venne in loro soccorso. Difatti, come precedentemente
detto, il sommo pontefice onorò la città,
allora capitale degli Ernici, di una delle
sue tante visite. A fare gli onori di casa e
a predisporre per il grandioso evento fu
proprio l’ultimo dei conti Antonini, il gonfaloniere Filippo, con un’organizzazione
attentissima e curata nei minimi particolari, ignaro però che in quella occasione
avrebbe dovuto inghiottire un amaro boccone proprio di fronte al suo amato sovrano. Difatti, tra gli evviva e l’euforia
generale della folla al passaggio del maestoso corteo pontificio, si distinse una piccola donna popolana che implorando il
papa per la concessione dell’acqua, fece
una rivelazione scomoda al pontefice: il
conte gonfaloniere Antonini faceva pagare ai propri concittadini un baiocco per
ogni “conca” d’acqua. Il papa pare che
abbia ascoltato in separata sede le lagnanze della donna e così la tanto bramata
e desiderata acqua zampillò finalmente
“gratuita” da due grandi e monumentali
fontane: quella artistica di piazza Santa
Maria Maggiore intitolata al pontefice benefattore, e l’altra, non meno bella, addossata alla facciata del palazzo dei Conti
Antonini, a S.Anna. Il Berni però ha
acuito in noi un dubbio: la Fontana Antonini fu un’ingiunzione del sovrano pontefice al gonfaloniere della città o uno
spontaneo dono riparatore dell’offeso
conte? Alla fine il Berni sembra propendere per la prima tesi e, crediamo noi, a
ragion veduta.
25
anni d’informazione
Recensione
di Lucia Mancini
L
a presenza di Fabio Volo nella libreria Ubik di Frosinone ha causato un fenomeno particolarmente
interessante a cui non si assisteva da
tempo: una fila numerosa di persone,
quasi più di trecento, che aspettavano con
pazienza che venisse loro autografato l’ultimo best-seller dell’autore intitolato “La
strada verso casa”. Se a Frosinone è sembrato un evento particolare, in realtà c’era da
aspettarselo, considerati i “numeri” che si riferiscono alle
pubblicazioni dello scrittore:
28.000 copie vendute in una
settimana, 2.000 persone radunate per la presentazione del
libro presso la Mondadori di
Piazza Duomo a Milano, infine
circa 5 milioni di copie vendute
per i precedenti libri, definiti a
buon diritto best-seller. Questi
dati oggettivi e concreti rendono Fabio Volo uno degli
scrittori più letti dell’attualità. Un’affermazione, questa, che ci impone di riflettere sui pro e i contro di un successo
editoriale di tale portata. La ricaduta positiva del “fenomeno Volo” è duplice.
Primo. Molti lettori si avvicinano alle librerie, tornano alla lettura, si dedicano,
oltre al consueto shopping consumistico,
anche all’acquisto dei libri, facendo così
“tornare di moda” la lettura, caduta in disuso fino a qualche decennio fa, quando
quasi sembrava dover cedere definitivamente le armi di fronte al mondo di internet, a tv, a multimedialità o davanti ad
i-phone, tablet, auricolari, i-pad. Questi
strumenti tecnologici, come “piccoli mostri”, sembravano pronti a decretare la
fine della lettura dei testi cartacei, ancor
più ogni volta in cui veniva immessa sul
mercato un’ innovazione tecnologica. Seconda riflessione. Oltre che dedicarsi al
mondo dei libri, leggere significa anche
affinare “l’abitudine” di leggere. Ebbene,
si può oggi ricominciare a sperare che gli
stessi appassionati di romanzi, sia pure “di
serie B” - come sono stati definiti -, si
possano dedicare anche ad altri generi di
letture. Dunque quotidiani, riviste, mensili, tutto il mondo della carta stampata e
dell’editoria sembra poter sperare in un
balsamo - definibile con uno slogan inglese “reading feel back”- che riconduca
gli Italiani ad ogni forma di lettura, perché
se il nostro popolo è da sempre famoso
nel mondo come un “popolo di scrittori”,
25
anni d’informazione
FABIO VOLO:
UN CASO EDITORIALE,
UN SUCCESSO
TANTO CRITICATO
possa avere anche la fama di un “popolo
di lettori”! Del resto, si sa, non si può scrivere bene se non si legge molto, dei generi più disparati, negli stili più vari!
Leggere presuppone necessariamente conoscenza, approfondimento, curiosità intellettuale.
La cultura si fonda su tali mezzi per ampliare le proprie frontiere e per una diffusione globale dei suoi messaggi. La
diffusione della cultura, a sua volta, comporta una molteplicità di giudizi critici
differenti, il loro democratico interscambio in un dibattito senza orizzonti o limitazioni di genere, di razza, religiosi o
ideologici. Da qui si originano le fondamenta di una società davvero libera e democratica, consapevole e autocritica,
rispettosa dei diritti umani, di integrazione
e di valutazione delle risorse umane nel
modo più appropriato agli individui che
tale società compongono, per realizzare
una pluralità dell’informazione e ottenere
una cultura a tutto tondo. Quanto alle
cause del successo di Fabio Volo, qui la
critica si divide, si interroga e sul blog
“posta” commenti di ogni genere. Tra le
motivazioni, si parte dalle più banali ed
esteriori, come il fatto che Volo sia un bell’uomo e abbia uno stuolo di ammiratrici
dell’uomo-oggetto-del-desiderio piuttosto
che soggetto-scrittore, a quelle più cavillose, che sostengono come “la sovraesposizione mediatica unita alle pile di libri
davanti agli scaffali, ai cartonati, alle ve-
trine a lui dedicate, abbiano indotto la popolazione italiana ad un delirio”. Si parla
anche di dinamiche d’intreccio ovvie e ripetitive – ossia il/la protagonista dei suoi
best-sellers è sempre un uomo/donna con
qualche problema esistenziale di poco
conto (non è mai una grave malattia, la
perdita del lavoro o la depressione) che va
in tilt alla soglia di qualche fatidico momento della vita, conosce
una/un donna/uomo bellissima/o
con cui fa tanto sesso, ma con cui
le/gli riesce faticoso impegnarsi e
poi finisce tutto con il lieto fine.
C’è poi chi indaga sul lettore
medio “voliano”: non ha letto gran
che, non ha strumenti culturali
forti, perché è cresciuto con l’eco
di una frase abusata che, nella sua
implicita ammissione di ignoranza, ci lascia inermi: “Il libro mi
piace perché a me arriva”, dimostrandosi così questo il suo primo
libro effettivamente letto integralmente! Al di là di ogni spiegazione, resta
comunque una grande verità: nessuno è in
grado di valutare in modo effettivo il valore e lo spessore di un grande artista,
scrittore o pittore che sia, finché si trovi
immerso nella contemporaneità in cui tale
fenomeno si manifesta. La memoria della
critica letteraria e artistica ci ricorda che il
giudizio dei contemporanei è spesso stato
negativo o di silente indifferenza anche
per quelli che noi oggi definiamo “i
grandi” del nostro patrimonio culturale.
I Malavoglia di Verga vendettero sempre
pochissimo, così come Mastro-don Gesualdo; mentre la “Storia di una capinera”
fu un long seller per decenni. Così il “Requiem” di Mozart e le ultime opere di
Ludwig Van Beethoven non furono affatto
comprese dal grande pubblico. Con Fabio
Volo, invece, non c’è il successo della critica ma certo quello del pubblico che, immedesimandosi nel mondo romanzesco
dello scrittore, restituisce una vasta
schiera di lettori alle librerie e alla cultura.
Se la società si pone di fronte alla cultura
e al testo scritto, in modo leggero, banale,
superficiale, con dinamiche trite e ovvie,
sta a noi ammetterlo e riconoscerlo, a
Volo scriverne, ottenendo il “placet” del
pubblico, ai critici prenderne atto, per
quanto dolorosamente, e tentare una rivisitazione più obiettiva di tutto il contesto
letterario attuale. Diffidiamo dunque dei
giudizi dei contemporanei e lasciamo “ai
posteri l’ardua sentenza”!
49
Caffè per l’anima
di Rodolfo Coccia
La maschera
e il potere
U
no psicologo ad un paziente che chiedeva un metodo
per superare una certa timidezza e impaccio di fronte
ad un suo superiore, consigliava sempre di immaginare quest’ultimo, durante un confronto o colloquio che sia,
con una torta in testa. Una situazione, surreale e buffa, idonea
e necessaria per smorzare quella tensione che esercita chi del
potere ne fa un abuso. Non parlo certo di sovvertire le regole,
le leggi, le autorità, le gerarchie, necessarie ad una leale e legittima convivenza tra persone, ma non è detto che un capo,
un superiore che per suo tornaconto (anche un semplice favore
disinteressato è un tornaconto) faccia leva sulla sua posizione
di potere sia nel giusto o quantomeno legittimato.
E’ passato da poco il carnevale e a me piace sostituire alla succitata “Torta in testa “ la classica maschera di Groucho Marx,
perché mi sembra più efficace e poi a differenza della cremosa
torta la cosa non deve affatto ricordare neanche minimamente
qualcosa di dolce. Senza offesa alcuna per la rispettabilissima
comicità del grande artista, la vista di quei baffoni, nasone, e
sopracciglioni incorniciati sorretti da un paio di occhiali, rimandano subito a qualcosa di ammiccante, di subdolo, di diabolico. Un capo che ostenta il potere della sua carica ha
sicuramente dalla sua tanti sostenitori e a proposito mi piace
raccontare la favola danese di Andersen “ Il Re è nudo” dove
a un regnante stupido, dei buontemponi proposero abiti confezionati con un tessuto miracoloso che risultava invisibile
solo agli sciocchi. Il Re indossò subito quegli abiti invisibili
agli sciocchi e nessuno della sua corte osò affermare che in
effetti gli abiti non esistevano affatto e il Re andava in giro
nudo, fino a che un innocente bambino esclamò che il Re era
nudo veramente e la verità rivelata solamente da un occhio innocente, privo di pregiudizi ed influenze, affatto compiaciuto
dalla carica di potere che rivestiva il sovrano.
Nel film “Prendi i soldi e scappa” Woody Allen fa indossare
la maschera di Groucho Marx ai genitori del protagonista,
come a prendere le distanze da certe verità rivelate e compromettenti per rendersi così efficaci nella testimonianza, ma distanti da un qualsiasi coinvolgimento.
Il potere ha una maschera quindi? Non si può dire, perché le
definizioni di potere sono tante e a volte non è detto che non
ci sia qualcosa di buono nel giusto e corretto uso.
Ho un ricordo nitido di quando ero bambino, guardando la
scatola di un famoso marchio di biscotti, c’era un uomo che
batteva con un martello sopra una specie d’incudine, che altro
non era che la scatola dei biscotti, che riportava lo stesso marchio di un uomo che batteva su una specie di incudine che
altro non era che la stessa scatola di biscotti …
A volte ripenso al termine “sfacciato” e mi piace accostarlo ai
portatori di maschera, che una volta tolti occhiali, baffoni e
sopraciglioni rimangono con gli occhiali, i baffoni e i ciglioni,
che una volta tolti …
E’ passato Carnevale, ma il Re rimane Nudo con indosso solamente la sua stessa maschera.
IL MENSILE DELLA NUOVA CIOCIARIA
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anni d’informazione
Poetic Song Existenzialist
Testo di Rodolfo Coccia
Illustrazioni originali di Giovanni Grande
L
a canzone è poesia? Di certo la poesia è canto, suono
e voce che viaggiano all’unisono. E se poi a questi
due elementi aggiungiamo una giusta atmosfera o un
adeguato pathos, la canzone o la poesia porteranno lo spettatore nella dimensione altra, dove alberga l’impalpabile.
Nel buio trafitto dalla luce, emerge lo strumento che amplifica la voce e dentro la scatola monitor viaggia quell’impercettibile filo che lega il pensiero alla voce. Poi d’improvviso
il viso (Leo Ferrè) suggerisce altre storie, altri luoghi, altre
testimonianze (Têtes De Bois) per una mai dimenticata poetica esistenzialista.
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In viaggio per la Ciociaria
a cura di Massimo Sergio
Archivio di Stato
Sezione di Anagni/Guarcino
LA FONTE FILETTE
E CAMPOCATINO
R
iprendiamo a descrivere la Ciociarìa dopo qualche
mese di pausa, ripartendo da dove ci eravamo lasciati, cioè dal territorio guarcinate. Guarcino, la vetusta Varcinum, il cui etimo è il latino “quercinus”,
assumendo quindi il significato “di quercia”, fu di vitale
importanza per tutto il circondario. Infatti non bisogna dimenticare che esso fu sempre un libero Comune, sede di
Curia, di archivio notarile, istituito nel secolo sedicesimo
nell’ambito della riforma fortemente voluta da papa Sisto
V, poi fu sede di Cantone, durante l’occupazione transalpina, di Governo, in sede di Reastaurazione, dopo la caduta
di Napoleone Bonaparte, e da ultimo per il suo ampio e naturale circondario fu anche sede notarile e di pretura con
prevalenza amministrativo/ giurisdizionale sui comuni di
Filettino, Fiuggi (già Anticoli di Campagna), Torre Cajetani,
Trevi, Trivigliano e Vico nel Lazio. Fra gli altri un paio di
documenti storici dei secoli XIII e XIV offrono la testimonianza tangibile della presenza in Guarcino della Cura, vale
a dire di un Tribunale di prima istanza. Proprio in virtù di
queste ragioni di preponderanza nei confronti dei comuni
viciniori citati, ma anche di densità industre e di presenza di
uomini di varia estrazione ma importanti, e quindi per
esperte e intense tradizioni culturali e per la sua qualità di
centro di uffici amministrativi-giudiziari, si è voluto premiare la città di Guarcino scegliendola con giustificata motivazione e dignità come sede di una Sezione di Archivio di
Stato. Perciò, quando essa fu inaugurata, nell’ambito della
“Settimana dei Beni Culturali”, essendo stata istituita con
decreto ministeriale n. 2/913 del 24 aprile 1980, fu larghissima la partecipazione di tutta la popolazione all’evento
straordinario. Ebbe una larga eco ed un altrettanto largo apprezzamento in tutta la Regione, per la presenza di vari funzionari dell’Archivio di Stato di Frosinone, dell’allora
sindaco di Guarcino, Benedetto De Cesaris, unitamente agli
amministratori, di un folto stuolo di studiosi, professori e
studenti delle scuole cittadine. In quell’occasione, dopo una
sintetica esposizione delle finalità dell’organizzazione archivistica italiana nell’ambito delle competenze del Ministero per i Beni Culturali ed Ambientali, si volle anche e
soprattutto sottolineare la particolarità di profondo significato storico ed archivistico della inauguranda Sezione guarcinate. Cioè, unica in Italia, l’intitolazione voluta ed
effettuata ai nomi di due notai padre e figlio, Giuseppe e
Giovanni Floridi, che nel loro officium lungo e costante in
loco ebbero l’opportunità di curare molti aspetti sociali e
culturali del loro territorio di nascita e di casato, se si tiene
conto che la famiglia Floridi è stata da sempre fedele ad
52
una tradizione che l’ha veduta impegnata nel notariato fin
dal secolo tredicesimo con il vicecòmite e scrinario Innocenzo. Ma da sempre è esistito anche un fiorente Archivio
Comunale, che fu restaurato da Francesco Floridi, conosciuto letterato, assieme ad altri officiali. In quell’ambiente
lo storico e vescovo di Pontecorvo, Flaminio Filonardi, nel
secolo sedicesimo potè consultare ed avere in possesso preziose notizie per le sue opere. Sarà utile ricordare, per
quanto concerne la Sezione di Guarcino che essa per abbondanza di testi statutari conservati, manoscritti ed edizioni
pregiate, si pone immediatamente dopo i similari fondi conservati nell’Archivio di Stato di Roma e presso il Senato
della Repubblica. La Sezione si trova attualmente in via del
Monastero 71 (tel. 0775-46595), ubicata in due piani ben
restaurati del medievale Palazzo del cardinal Patrasso, imparentato con papa Bonifacio VIII. Il Palazzo è situato accanto alla Chiesa di S. Michele ed ospitò anche le monache
benedettine di S. Luca nei secoli XVI/XVIII e le suore di
S. Agostino poco dopo l’insediamento del 1860 in città.
L’Archivio guarcinate conserva al suo interno importanti
documenti, statuti, bolle papali ed atti notarili. Vi si tengono
con una certa periodicità interessanti mostre e convegni di
studi, quali ad esempio quella riguardante il 60° della Carta
Costituzionale, votata da quell’Assemblea Costituente eletta
anche col voto delle donne, che per la prima volta in Italia
andavano alle urne, ripercorrendo così un momento fondamentale della loro emancipazione civile. Altra importantissima mostra fu quella che si tenne in maniera permanente
per qualche tempo di documenti relativi alla Disfida del
Malpensa tenutasi nei locali del limitrofo Monastero di S.
Agnello. D’altra parte l’attività dei beni culturali non si
esaurisce in Guarcino soltanto nell’organizzare archivi, ma
per fortuna essa ha rivolto la sua attenzione al restauro conservativo di monumenti di prestigioso interesse e di indubbio valore storico-architettonico. Come si è detto più su,
nello Stato Pontificio fu emanata nel 1588 da Sisto V la
bolla Sollecitudo pastoralis officii che istituì la Prefettura
degli Archivi composta da Chierici di Camera che avevano
il compito di vigilare sulla corretta tenuta e sull’ordinario
funzionamento degli stessi, a mezzo anche di frequenti ed
improvvise ispezioni. Ad ogni archivio erano preposti archivisti di buona fama, scelti dall’Archivista Generale ed
avevano la qualifica di pubblici ufficiali. Obiettivo precipuo
del Papa era quello di uniformare la legislazione nel campo
archivistico che sino ad allora aveva goduto di molta autonomìa e di garantire la buona conservazione dei documenti
notarili. La messa in opera di tali norme sistine fu ostacolata
25
anni d’informazione
dalle resistenze dei notai e dei loro eredi. Regole in materia
archivistica furono altresì emanate nel corso dei secoli successivi, rispecchiando però in sostanza quelle norme impartite da papa Sisto V. Il numero dei notai era fisso e stabile e
distribuito secondo le esigenze nelle città del territorio. La
professione di notaio era incompatibile allora con quella di
giudice, di governatore, di cancelliere e di avvocato. Tra gli
statuti più preziosi che sono conservati nella sezione di
Guarcino vanno ricordati quelli di Fiuggi (Anticoli di Campagna), Arpino, Fumone, Ferentino, Guarcino, Trevi nel
Lazio e di molte confraternite locali e romane. A volo d’uccello ricordiamo qui di sèguito alcuni archivi e i loro documenti più importanti ivi
conservati. L’archivio notarile comunale di
Trivigliano (1674/1874) ha, fra gli altri, atti
notarili di Iannutius Bartholomeus (16741686), di Fonti Tiburzio (1766-67), di Cecilia Salvatoris (1822-28), di Avolj
Giuseppe (1822-40) e di Luigi Torroni
(1846-74). Le prime notizie storiche risalgono al secolo X, quando scoppiò una lite
tra Alatri ed alcuni abitanti di Trivigliano
per il possesso di alcuni territori limitrofi.
Mentre quello di Trevi nel Lazio vi conserva in originale ed in copia atti dei notai,
ne citiamo alcuni, Lucidus Blasii Leonardi
de Leliis (1498-1523), Scipio Aurelius
(1558-93), Donatus de Donatis (1619-47),
Domitianus Floridi (1622-31), Pietro Alessio Sibilia (1790-99). V’è poi il Fondo notarile di Filettino
(a datare dal 7 maggio 1562), con il Catalogo degli Statuti,
ordinato e catalogato dal compianto notaio Giuliano Floridi,
paleografo ed ispettore per i Beni Archivistici del Basso
Lazio, suddiviso per città, fra cui si evidenzia Boville Ernica
(Baùco) con un chirografo di Pio VI del 26 marzo 1783 sulle
norme penali per la difesa dei fondi), oltre che Anagni, Ferentino, Frascati, Sonnino, Supino, Subiaco, Veroli e Velletri, ed anche un carteggio riguardante l’Ordine Sovrano
Militare di Malta e Costantiniano. Altresì v’è un Fondo
Gentilizio, contenente documentazione sulle famiglie più in
vista del circondario, nonché un Registro/Inventario del
Monastero di S. Luca in Guarcino, mentre alcune pergamene in numero di 52, dato il loro rilevante interesse storico
per precauzione sono state trasferite e sono conservate
nell’Archivio di Stato di Roma. L’archivio del Monastero è
molto antico, perché prima i monaci e poi le monache benedettine iniziarono a raccogliere e conservare documenti dal
1100; infatti le pergamene più antiche risalgono al XII secolo. Degli altri documenti riportati in inventario, parte nel
corso degli anni sono stati manomessi ed in parte sono andati perduti o distrutti per i più recenti eventi bellici.
Troppo ci sarebbe da riferire e descrivere in documentazione
e carteggi vari, che preferiamo fermarci qui, sperando di
aver suscitato un po’ di curiosità nel lettore, che potrebbe in
proprio continuare ricerche e farne oggetto di propri studi e
25
anni d’informazione
lavori letterari.
Vi voglio ricordare che nei pressi
del centro abitato del paese, si trova la
Fonte Filette, a poca distanza da Fiuggi ed Alatri, fra i monti
Cantari e gli Ernici, a 900 metri di altezza s.l.m., fra il verde
incontaminato dell’Appennino laziale. Quest’acqua era già
conosciuta dai Romani, che la dedicarono a Venere, ma le
prime notizie storiche sulla sua esistenza risalgono addirittura al 400 a.C. Infatti Guarcino era un insediamento ricco
di acque, lo sfruttamento dei corsi d’acqua consentì di intraprendere diverse iniziative ed attività economiche (cartiere,
mulini e più recentemente, l’imbottigliamento dell’acqua da tavola e l’industria
idroelettrica. Così come di recente è iniziata la vendita in eleganti bottiglie dall’etichetta sobria di color argento di acqua
da tavola sul mercato orientale ed in particolare quello giapponese. La Fonte ha
una portata annua di circa 50 milioni di
litri, che sono imbottigliati e messi in
commercio a decorrere dal 1894, conosciuta come acqua curativa e salubre.
Mentre alle sue spalle s’innalza il massiccio di Campocatino, che ospita una stazione sciistica tra le più frequentate del
Lazio; e situato a 15 km dal centro storico
del borgo, è dotato di 5 sciovìe. Nel dopoguerra iniziò lo sfruttamento turistico del
complesso di Campocatino. Ciò malgrado
l’intero paese ha subìto un vero tracollo demografico per la
drammatica riduzione di tutte le attività produttive, dalla
chiusura delle cartiere, al decadimento della pastorizia, della
coltivazione dei boschi e dell’artigianato. Il comprensorio
ha 5 piste da discesa con relativi impianti di risalita, per un
totale sviluppo di 15 km; una pista da fondo di 5 km; 4 alberghi, tavole calde, ristoranti, sale giochi, negozi, una chiesetta, il rifugio CAI, un pronto soccorso fisso e la scuola di
sci FISI. Ma Campocatino non è soltanto sinonimo di neve,
perché mantiene la sua suggestione anche nella stagione
estiva, infatti effettuando riposanti e salutari escursioni sulle
creste dei monti Fanfilli e Monna, si può godere di una vista
panoramica invidiabile ed affascinante, dalle isole Pontine
al Corno Grande del Gran Sasso d’Italia, passando per il
Circeo a SO ed il Massiccio della Maiella a SE.
La giornata può essere conclusa con una visita all’Osservatorio Astronomico di Campocatino, gestito dall’Associazione Astronomica Frusinate, in persona del suo Direttore
OACC, l’infaticabile avv. Mario Di Sora.
Bisogna infine sottolineare la sua importanza e l’improbo
lavoro che si va svolgendo da oltre 25 anni, tenendo conto
che ha ospitato un consistente numero di visitatori, ben più
di centoventimila. Infine esso ha effettuato nel corso degli
anni tantissime scoperte astronomiche di pianetini ed asteroidi, dedicati a personalità ciociare, come Nino Manfredi e
Fabrizio Spaziani.
53
Teatro
Grande successo di
Lello Arena
al Teatro Antares
di Ceccano
Di scena “L’AVARO” di Molière
con Fabrizio Vona e Francesco De Trio
Regia di Claudio di Palma
di Grey Estela Adames
S
tending Ovation! Al Teatro Antares
di Ceccano “L’avaro” di Molière,
commedia del 1668 scritta dall’omonimo Autore, che, sempre dalla
sua penna scrisse “Il Malato immaginario”, “Tartufo” “Il Borghese gentiluomo”;
grande conoscitore della psiche umana,
dei vizi, ma meno nominate le virtù che
spesso scarseggiano nell’uomo “L’avaro”
di Molière è una delle commedie più note,
più celebrate, più rappresentate ed anche
una delle più imitate. Lello Arena, delizioso ed esilarante, in un ruolo interpretato magistralmente di Arpagone, un ricco
“usuraio” che - per utilizzare una figura
moderna oggi sicuramente è molto attuale
- a dispetto di suscitare disprezzo, suscita,
invece, tenerezza nella sua meschinità ed
è costretto alla solitudine emotiva, perche
non disposto a spendere un centesimo,
rendendo infelice i propri cari.“L’avaro” è
una commedia in cinque atti del 1668 e
non riscosse subito un grande successo;
questo arrivò più tardi, a poco a poco, fino
ad essere considerata la migliore delle sue
commedie. Questa ha delle caratteristiche
che la rendono straordinariamente completa e divertente, perche mette in scena
tutti i sentimenti umani, dal più basso al
più alto: quale la tematica dell’amore, che
la rende una “Piece teatrale” immortale,
in quanto l’amore sarà sempre presente e
comunque negli uomini di tutti i tempi,
ecco perché riscuote tanto successo. La
54
storia narra di Arpagone (interpretato da
Lello Arena) è un avaro, vedovo, padre di
due figli, maschio e femmina, Cleante ed
Elisa, entrambi in età di matrimonio ed entrambi innamorati, ciascuno ad insaputa
del padre. I due fratelli, vittime della “grettezza assurda nella quale ci fa languire” e
della “tirannia che la sua insopportabile
avarizia ci impone da tanto tempo” sono
legati tra loro e solidali l’un l’altro. Ed entrambi sperano nel reciproco appoggio per
indurre il padre ad acconsentire alle rispettive nozze. Elisa è innamorata di un ottimo
ragazzo di nome Valerio (che in un naufragio ha perso i parenti e le sostanze, ma
non dispera di riavere gli uni e le altre…)
il quale, pur di starle vicino e di accattivarsi le simpatie del vecchio, si è impiegato presso di lui come servitore segretario. Si finge -Valerio- avaro come
il padrone e gli fa da can da guardia delle
sue ricchezze assecondandolo e adulandolo perché sa che, “per conquistare gli
uomini non c’è di meglio che far mostra
delle loro stesse inclinazioni…”. Cleante a
sua volta è innamorato di una ragazza vicina di casa: “si chiama Marianna e vive
protetta da una buona mamma che è quasi
sempre ammalata… Ho saputo, per via indiretta, che sono di modeste condizioni
economiche e che, con tutta la loro discrezione, fanno fatica a tirare avanti con
quello che hanno…”. Insomma, figli di un
uomo cui “il denaro gli sta a cuore più
della reputazione, dell’onore, della
virtù…” i due sono andati a innamorarsi
ciascuno di uno senza soldi. Sarà ben dura
farglielo accettare al padre, interessato solo
a doti, eredità, patrimoni e null’altro!
La trama si svolge tra dialoghi incalzanti e
armoniosi che mantengono le spettatore incollato alla poltrona dall’ inizio alla fine. Il
clou si raggiunge quando Arpagone viene
derubato dalla cassetta con il denaro, e
viene consegnata a Cleante che vuole
usarla per avere in cambio Marianne. Arpagone accusa del furto Valère, suo intendente, che pensa che la collera del padrone
derivi dalla scoperta dei suoi segreti amori
con Elise. L’arrivo di Anselme, che riconosce in Marianne e Valère i figli creduti
morti in un naufragio, e, quindi improvvisamente i due diventano particolarmente
facoltosi sciogliendo l’intrigo. Gli innamorati si sposano, e Arpagone ritrova il suo
denaro. Un classico diretto in un nuovo allestimento da Claudio Di Palma con Lello
Arena che, reduce dal grande successo di
“Capitan Fracassa” in scena da due stagioni, affronta, dopo “George Dandin” e
“Tartufo”, per la terza volta un testo di Molière. Lello Arena, in precedenza, ha calcato
le scene del Plautus Festival nel 2009, in
“La tempesta” di William Shakespeare, e
nel 2012 il “Capitan Fracassa” di Théophile
Gautier. Very compliment, per Lello Arena
e il suo cast che hanno fatto sognare al pubblico ceccanese.
25
anni d’informazione
Cultura e Società
di Grey Est
L’arte come veicolo d’integrazione
GLI ALUNNI DELL’IMMIGRAZIONE A SCUOLA
Il mondo della pittura in classe
U
na delle trasformazioni più importanti che attraversano oggi
la scuola e i servizi educativi per
i più piccoli riguarda la presenza dei
bambini e dei ragazzi che vengono da
paesi lontani. L’inserimento di alunni
con storie, lingue, riferimenti e radici
differenti è diventato esperienza quotidiana di gran parte dei docenti e degli
educatori e soprattutto quandol’approccio degli alunni immigrati verso la pittura può diventare fonte di integrazione
e di interazione. Le scuole di Frosinone
e provincia, secondo gli ultimi dati,
hanno una percentuale di bambini e ragazzi del 10-15% degli alunni di nazionalità straniera. L’inserimento degli
alunni stranieri chiede alla scuola attenzioni diverse: didattico, linguistico, di
confronto culturale e per questo l’approccio verso l’arte, come fonte di unificazione, può portare un percorso di
sviluppo e di visione del mondo. Per
questo insegnare ai bambini/ragazzi
l’arte come abbattimento di barriere consente di ricomporre e di far dialogare le
differenze, di pensare insieme l’unità e
la diversità proponendo una visione comune, pur nella loro singolarità. I progetti che l’Unione Europea sta portando
avanti, in tal senso, servono agli spae-
25
anni d’informazione
samenti e agli impacci che il viaggio di
immigrazione spesso comporta. La percezione delle differenze che i bambini
nella scuola possono avere nella discontinuità della loro storia, in un momento
di vulnerabilità e di disorientamento
emotivo, possono essere superate proprio con la presenza di un modello educativo che pone la pittura centro del loro
interesse. Allestire un laboratorio di pittura attraverso figure professionali
esterne forma una piccola comunità colorata che accoglie lingue, storie, radici
differenti. La pittura integra gli alunni
stranieri in un processo dinamico di
cambiamento e di confronto che permette a ciascuno, da un lato, di non essere “ostaggio” delle proprie origini e,
dall’altro, di non dover negare riferimenti, differenze, componenti della propria identità per essere accettato e
accolto. Giorno dopo giorno, con innumerevoli soste, prima la posizione del
cavalletto, poi i colori, poi i pennelli che
si posano sulla tela, diventano indicatori
di integrazione che portano i bambini a
fare balzi in avanti e rapportarsi ai compagni italiani. Questa attività offre la
possibilità di partecipare alle interazioni
e alle attività di gruppo e di essere accettato e accolto nei momenti di aggrega-
zione stabilendo scambi e amicizie, di
“abitare il territorio” dove si dipinge una
propria dimora. Un bambino che si trova
a vivere in un nucleo segnato da povertà
materiale, da bisogni legati ancora alla
sopravvivenza, rimanendo in questo ambito privilegiato può integrarsi e superare
alcuni ostacoli di criticità che rendono
più difficile il cammino dell’integrazione
e dello sviluppo positivo dei bambini che
vengono da lontano.
La ricchezza o povertà delle relazioni in
classe e delle scelte amicali dipende in
larga misura dal “clima” sociale e della
scuola e dalle situazioni di contatto nel
tempo extrascolastico. Molti bambini e
ragazzi immigrati si trovano a dover
convivere con uno stigma negativo che
può riguardare l’essere immigrato, in generale, o la loro appartenenza a un determinato gruppo.
La rappresentazione negativa che connota la propria comunità di origine, gli
stereotipi diffusi, le difficoltà ad essere
accettati anche a causa delle differenze
somatiche: sono esperienze di esclusione che molti si trovano a vivere nell’incontro con i pari. Per questo un
artista che inculca nel bambino l’amore
verso l’arte può superare le negatività
dell’inserimento.
55
L’arte allo specchio
ARTQUBE presenta la rassegna
Altri Artisti (II edizione)
L’Associazione culturale Artqube (info:www.artqube.it/tel. 0775-960270), che ha
per statuto la valorizzazione dell’Arte in senso lato, presenta al pubblico ciociaro
in seconda edizione una kermesse di 5 pittori (Luca Grossi, Paola Fontana, Francesco Ratto, Sabrina Tafuro e Rocco Lancia, che ne è anche il Presidente) che si alterneranno nell’atrio del
Palazzo Iacobucci della Provincia di Frosinone dal 3 marzo al 4 luglio c.a. La rivista Flash Magazine communication, in questo numero di marzo 2014, vi presenta i primi due artisti, Luca Grossi (“Opere”) e Paola
Fontana (“Mondi esistenziali e tratti segnici), che saranno in esposizione, rispettivamente dal 3 al 16 marzo
e dal 17 al 31 marzo.
LUCA GROSSI:
ABBASSO IL FALSO
PERBENISMO
di Massimo Sergio
L
’esperienza artistica va sempre ricondotta nelle pennellate e nell’uso ritmato dei suoi colori. Per
comprendere pienamente un’esistenza
sofferta di un artista, come Luca Grossi,
dobbiamo mettere in risalto quella superiore empatìa che lo contraddistingue da
un altro, con il modo in cui traduce la capacità espressiva di attrarre lo sguardo
dello spettatore conducendolo nell’universo magmatico di sensazioni e pulsioni
che sono parte integrante del sentire creativo. Dal primo impatto ci si lascia coinvolgere in un simbolismo del colore
capace di rimodulare gli stati d’animo: ai
colori pieni di enfasi si contrappongono altri, sopraffatti
da passionalità rattenute. Comunque v’è sempre una storia che si dipana dal suo
ideare, fil rouge che può essere intessuto altresì da trame
inconsce: rappresenta un percorso necessario per superare
e progredire ulteriormente.
È un “guardare-vedere-oltre”
e contemporaneamente un
sentirsi scrutare. I suoi autoritratti sono sempre analisi di
se stesso. E’ una visione-immedesimazione in cui talvolta egli stesso si percepisce
56
agli occhi degli altri, in un mondo in cui,
nonostante tutte le “avanguardie” sopravvivono ancora fenomeni di “emarginazione” poiché permane vivida l’estetica
della sola bellezza. In tal modo l’espressività diversa diventa “degenerata”. Come
afferma lo stesso artista: «Mi interessa
soltanto come sento e vedo la realtà. Per
oltre dieci anni non ho fatto altro che confrontarmi con me stesso in una lotta intestina... Esprimermi è stata l’opportunità
di esistere: mi ha cambiato definitivamente l’esistenza, il modo di pensare, di
percepire, di comunicare. impegnato a
gettare colore e tracciare segni ovunque…su qualsiasi cosa solo per vivere.
Spiegare il motivo per cui ho iniziato sarebbe come indagare l’origine dell’universo. Da allora non ho più smesso e
facendolo alleno il cuore a sentire. Cerco
di essere semplice, naturale, spontaneo,
libero, vero». L’arte deve essere capìta
come un maglio che si abbatta sul sistema sclerotizzato per denunciarne il
malessere dominante, cercando di inculcare nelle masse pecorone un quotidiano
risveglio. Pittura quindi vuole significare
vita e liberazione dell’anima. “Popolo in
attesa” descrive un’umanità completamente corrotta dai vizi, ritratta tra i tavolini di un locale mentre si ubriaca, anche
spiritualmente, restando incapace di
agire. “Piatto nero” è un’altra “riflessione odierna”, il cui soggetto, la fame,
irrompe nel mondo occidentale capitalista ed industrializzato. “Il pupazzo” ci fa
assistere alla scena di una donna nuda, in
una postura drammatica, di fronte ad una
bambola di pezza. Alle sue spalle il compagno con una bottiglia in mano. Vi sono
opere nate anche dal genio della sperimentazione e connotate in ogni caso da
“astrazione empatica”, in cui gravita
l’utilizzo di tecniche personali: fuliggine,
pigmenti, inchiostro, carta preparata. Luca Grossi è un’artista che
traduce la pittura in voce, sforzandosi di urlare con l’ausilio di
colori e suoni. Indica e tenta di
rianimare una libertà sempre più
debilitata o addirittura soppressa.
Fa capire alla moltitudine degli
ignavi che il cambiamento è possibile soltanto guardando le
ombre attraverso la luce del vero.
Mettendo a nudo verità scomode
e falsi preconcetti, scopre e svela
il male nascosto, quel male che
proprio perché divenuto abituale
è accettato come normale, un mal
de vivre quotidiano.
25
anni d’informazione
Lo specchio dell’arte
LUCA GROSSI - Biografia
Luca Grossi nasce a Ceprano nel 1980, ma vive ed opera in Arce. Si accosta alla pittura poco più che ventenne, pur essendo stato attratto
dal disegno sin da piccolo. Usufruisce così degli insegnamenti di Denis Compagnone e Marco D’Emilia. Continua i suoi studi iscrivendosi
all’Accademia di Belle Arti frusinate, che costretto però ad interrompere per motivi economici. La brusca pausa, dopo solo due anni, lo
porta ad iniziare un intenso percorso pittorico. Fortemente influenzato dalla pittura del Novecento, si accosta al pensiero dei maestri italiani e in
particolar modo a quello di Bruno Cassinari e Renato Birolli. Ben presto la sua estetica si va conformando in un autentico stile: spesso immediata
ed istintiva, a tratti nervosa, con una simbologia del colore e dei personaggi che provengono dalla sua stessa profonda introspezione. Nel febbraio
2014 insieme con Marzia Vetrano e Francesco Falace costituisce il movimento “Le scimmie” all’insegna di una pittura, tendenzialmente espressionista, che affonda le radici nella libertà, sostenendo la necessità di un ritorno alle origini recuperando le emozioni perdute ed in cui l’individuo,
tornando “ingenuo” non tenda a “migliorarsi” ed evolversi annientando il prossimo. Ad oggi ha prodotto oltre 200 opere, 1500 disegni, una mole
di lavori eseguiti a tempera ed acquerello su carta e cartone. Nel 2010, con l’opera “Ulivi”, ha ricevuto il secondo premio al concorso nazionale
“Arx Volscorum”. Sta preparandosi ad effettuare una sua personale, che certamente attrarrà molti suoi estimatori.
PAOLA FONTANA: L’ARTE A 360°
di Chiara Napoletano
La performer Paola Fontana lavora professionalmente nel campo musicale e dell’editoria, avendo al suo attivo oltre 400 pubblicazioni: testi didattici, poesia, narrativa ed opere musicali in CD. Lavora come direttore creativo della Tresei Scuola
e scrittrice/compositrice per le edizioni Paoline. Ha effettuato personali di pittura
presentando al pubblico interessato uno stile del tutto proprio ed originale, che
essa stessa definisce estetico-meditativo. Di sé l’A. dice:”La mia pittura è istintuale ed immaginifica, descrivendo sensazioni e stati d’animo attraverso l’armonia dei colori e delle forme. Le mie “bolle” sono esistenziali mondi perfetti ed
alternativi per proiettarsi alla ricerca del bello e dell’armonia visuale. Definirei
la mia ricerca pittorica un percorso di proiezione mediante un linguaggio segnico
che non è affatto mimetico ma estetico e mistico, volto a produrre sensazioni piuttosto che riflessioni”. L’uso esclusivo dell’acrilico conferma la volontà dell’immediatezza e dell’effetto metallizzato delle tele, che a guisa di icone si raccordano alla
poesia libera e alla iconografia russo/bizantina. I soggetti spesso sono astratti pur
richiamandosi all’esistenziale, talora raffigurano simbolicamente la crocefissione,
gli elementi naturali o ragnatele concentriche da evocare la primordialità della
Creazione. Il colore in bassorilievo non sempre spalmato in modo piatto creando
grumi in tridimensionalità conferisce alle opere in maniera voluta un effetto materico con l’apporto di gemme vitree, di libri e scritte poetiche, di fili metallici più
spesso ramacei, soprattutto negli esperimenti di foto-pittura. Il suo stile racchiude
cinque gruppi diversi di opere che sono accomunate da tematiche e stili all’interno
di una sua cifra significativa: opere estetiche, nudi e geishe, pittura mistica, sintesi
fluo, pittura infantile.
Hanno scritto di lei:
Un'intricata ricerca di forme e colori è alla base dell'arte della pittura, così come all'origine della 'necessità espressiva' di Paola Fontana, che vede il cerchio, simbolo della vita, nutrirsi di quelli che possiamo definire 'i colori dell'anima'. Se, come diceva Kandinsky
“l'armonia dei colori è fondata solo su un principio: l'efficace contatto con l'anima”, secondo la 'legge' della 'necessità interiore', allora anche la pittura di Paola è forse un tentativo per far sì che la vita, la cui essenza non può che essere la bellezza, continui a prevalere su una
realtà spesso troppo distante dalle mille sfumature dei sentimenti. (Federica Goffi)
"La pittura di Paola Fontana è unica nel suo genere, ricca, raffinata e non ammette sbagli. I colori che utilizza sono puri, non li mescola mai tra
di loro. Accostamenti di colori metallici come l'oro, l'argento, il rame e il perlato con il rosso, bianco e nero...colori alchemici. L'albedo, la rubedo
e la nigredo appaiono sulle sue tele con differenti combinazioni. La pittrice ricerca le sue emozioni con il colore puro, pastoso ed è decisa nei
suoi tocchi di colore. Rappresenta la natura oniricamente quasi fiabesca che la lega alle sue poesie e ai suoi racconti. (Rocco Lancia)
Paola Fontana assorbe ed elabora le profonde esperienze dell’anima, le sensazioni e le emozioni e le trasforma in espressioni artistiche che si
rivelano e si intrecciano in un percorso in continuo divenire fatto di poesia, musica e pittura. (Nunzia Turriziani Colonna)
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anni d’informazione
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Cucina
EUROPEA
Il Flash menu di MARZO 2014!
Questo mese: TURCHIA
di Chiara Carla Napoletano
Insalata di melanzane con pasta di semi di sesamo
Ingredienti:
3 grosse melanzane rotonde, 2 spicchi d’aglio schiacciati, 3 cucchiai di pasta di semi di sesamo (tahini), 1 cucchiaino di cumino dolce, 3 cucchiai di succo di limone, sale, olio d’oliva,
pepe nero.
Preparazione:
Lavate le melanzane e cuocetele sopra la carbonella o mettetele in forno fino a che diventino
morbide. Lasciatele raffreddare, quindi rimuovete delicatamente la pelle altrimenti risulteranno un po’ amare. Rimuovete tutti i semi dalle melanzane. Affettatele il più finemente possibile e mischiatele al tahini, al succo di limone, all’aglio schiacciato, al sale e al
cumino.Schiacciate e miscelate tutti gli ingredienti insieme usando una forchetta. Irrorate
con dell’olio d’oliva e cospargete con pepe nero prima di servire.
Petti di pollo al curry con riso
Ingredienti:
1 petto di pollo grande, 600 g di riso Basmati,1 cipolla, 2 cucchiai di uvetta di Corinto, 2 cucchiai di mandorle tritate, 1 cucchiaio di pepe di Giamaica in polvere,1 cucchiaio di cannella,1
cucchiaio di curry, 3 cucchiai di olio di oliva, 7 dl di acqua.
Preparazione:
Lavate il riso e scolatelo. In una padella scaldate due cucchiai di olio e fate soffriggere 1/2 cipolla affettata finemente. Aggiungete l’acqua fredda e portatela a bollore. Unite un cucchiaino
di sale e quindi versate il riso.Fate cuocere a fuoco alto per 25 minuti, abbassate il fuoco e continuate a cuocere per 15 minuti. Spegnete e lasciate da parte. Nel frattempo, fate bollire, a parte,
il pollo in poca acqua salata. Scolatelo e fatelo a pezzettini. Tagliate il pollo a pezzettini, unitevi l’altra metà della cipolla finemente
tritata, l’uvetta precedentemente ammorbidita in acqua tiepida e scolata, le mandorle e le diverse spezie e il baharat tekalau. Mescolate il pollo e il riso, aggiungete un cucchiaio di olio di oliva, rimettete sul fuoco e aggiustate di sale.Lasciatelo insaporire a fuoco
basso per 10- 15 minuti. Il piatto va servito caldo.
Delizia turca
Ingredienti:
3 tazze di zucchero semolato, 1 ½ tazza d’acqua, 3 cucchiai di sciroppo chiaro di mais, 3 buste
di gelatina insapore, succo di 1 limone, ¾ tazza di amido di mais, 1 cucchiaio di acqua di rose
o vaniglia, ¾ tazza di pistacchi (tritati grossolanamente), zucchero a velo, colorante alimentare rosso o verde.
Preparazione:
Miscelate lo zucchero semolato con acqua e sciroppo di mais in una casseruola dal fondo
spesso. Bollite fino a che raggiunga i 115°C, mantenete al caldo.In una piccola ciotola, ammorbidite la gelatina nel succo di limone. Mettete da parte. In un’altra piccola ciotola, sciogliete l’amido di mais in ½ tazza di acqua fredda. Versate il composto nello sciroppo caldo.
Mescolate dolcemente e fate sobbollire lentamente fino a che s’addensi.Rimuovete dal fuoco. Aggiungete la gelatina ed il succo
di limone e mescolate fino a quando la gelatina si scioglie. Incorporate l’acqua di rosa o vaniglia, le nocciole e 2 o 3 gocce di
colorante alimentare. Distribuite uno strato abbondante di zucchero a velo in una teglia quadrata da 20cm. Versate il composto
e lasciate riposare in un luogo fresco e asciutto. Distribuite un altro strato di zucchero a velo e tagliate in quadrati da 2,5cm circa.
Passate ciascun quadratino nello zucchero a velo, conservate in contenitori a chiusura ermetica.
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25
anni d’informazione
Fiuggi
di Francesca Ludovici
L’acqua di Fiuggi in RAI
Spot di grande impatto, girato dentro
la Reggia di Caserta
D
opo anni di silenzio mediatico,
torna sui canali Rai la pubblicità dell’acqua Fiuggi, con uno
spot della durata di circa 15 secondi. Lo
spot di grande impatto visivo, si apre
con un sasso che rotola verso la bottiglia di Acqua Fiuggi, fino all’inevitabile
collisione, dove il sasso viene frantumato. La nuova campagna pubblicitaria
è stata prodotta dall’ATF acqua e terme
Fiuggi, la società interamente partecipata dal comune, che è rientrata in possesso dello stabilimento di via
Spelagato lo scorso anno vincendo un
ricorso ex art 700 cpc, nei confronti dell’allora gestore la Sangemini. Proprio la
società umbra, ormai parecchi anni addietro, riportò il marchio Fiuggi sul piccolo schermo. Con uno spot girato
dentro la reggia di Caserta e impreziosito dalle piroette del ballerino Roberto
Bolle. Dopo quella parentesi molto “costosa”, però, vi fu il silenzio mediatico
protrattosi fino ad oggi. Si riattiva così
una consolidata tradizione, dato che il
primo spot su Fiuggi in Rai, risale addirittura all’epoca del “carosello” con dei
filmati ancor oggi di grande impatto, rimasti nella memoria dei consumatori.
Gli spot degli anni ’90 hanno visto poi
Fiuggi legata a testimonial di rilievo internazionale, quali Caterine Deneuve
che, per l’occasione, coniò la frase rimasta nella mente degli italiani: “Oui,
Je suis Catherine Deneuve”. Lo scorso
anno, immediatamente dopo l’insediamento dell’ATF alla guida dell’imbottigliamento, i vertici societari riavviarono
la campagna promozionale dell’acqua
che “cura il mal della pietra”. Per
quell’occasione, probabilmente anche a
causa della “limitata” capacità economica di una società appena uscita da un
lungo concordato preventivo, e in piena
fase di ristrutturazione aziendale, fu
scelto come veicolo di propaganda il
cartaceo. La pubblicità dell’acqua fu
25
anni d’informazione
infatti affidata ai più importanti quotidiani nazionali. I nuovi spot sono invece
partiti domenica 16 febbraio, e termineranno il 15 giugno. La presenza televisiva, inoltre, verrà accompagnata da una
promozione radiofonica di 20 secondi
sempre sulle reti radio Rai. Al centro del
nuovo spot c’è il messaggio di Acqua
Fiuggi associato al concetto di benessere, “il tuo percorso di benessere”,
“un’acqua che da sempre – recita il testo
– aiuta gli Italiani a stare bene”. “In 15
secondi – hanno spiegato i professionisti che lo hanno realizzato – abbiamo
cercato di sintetizzare tutto il valore dell’acqua ricordando le Terme di Fiuggi
con un messaggio finale”. La campagna
stampa del 2013 ha segnato il ritorno di
Acqua Fiuggi nell’attività di comunicazione, ora, con l’importante passo del ritorno in TV, si intende ricordare i positivi
effetti per il benessere e l’assunzione
quotidiana di Acqua Fiuggi possono contribuire a stabilire. Le aspettative legate
alla campagna pubblicitaria, sono quelle
di un aumento delle vendite del 20%, almeno questo è quanto auspicano i vertici
di acqua e terme Fiuggi, solo a fine luglio, tuttavia sarà possibile tracciare un
bilancio definitivo dell’incremento delle
vendite dell’acqua. Nell’attesa godiamoci, il gradito ritorno dello spot della
nostra acqua sui canali RAI.
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quarta ed ultima parte
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Storia, Filosofia e Fede: Religioni a confronto
di Monica Ciotoli
PROTESTANTESIMO:
L’Alleanza Messianica Italiana e la Chiesa Evangelica Messianica di Civitanova Marche
Alta promuove studi che documentano le radici ebraiche della fede cristiana. Promuove nella chiesa l’insegnamento della cultura ebraica come aiuto per lo studio
della Bibbia, per capire e vivere meglio la fede nel nostro Signore Yeshua haMashiah
attraverso una migliore comprensione di come gli apostoli e i discepoli,…che per
primi lo hanno seguito, pensavano e vivevano, in modo che si possa, a nostra volta,
essere dei migliori testimoni della gloria del Suo Evangelo. Dà impulso e sostiene una
restaurazione del culto del tempo degli Atti degli Apostoli, con un grande interesse alle
radici ebraiche del cristianesimo e con l’uso del nome ebraico di Gesù, Yeshua.
Intervista/conversazione con Argentino Quintavalle responsabile del gruppo della Chiesa (autore di numerosi libri e
pubblicazioni in materia, tra i quali “ELEMENTI ESSENZIALI DELLA FEDE GIUDEO-CRISTIANA”;
“INTRODUZIONE ALLA TORAH ”; “YESHUA HAMASHIAH – IL MESSIA GESÙ NELLA CULTURA DEL SUO
TEMPO”/ Edizioni Centro Biblico – Lago Patria. Direttore di Shalom Journal), il quale ci spiega “principi,
fondamenti ed insegnamenti” della Chiesa Evangelica Messianica :
“ …Perché i cristiani dovrebbero conoscere l’ebraismo?
I contorni ebraici del cristianesimo del primo secolo vengono da Voi ricercati
e gradatamente restaurati nel sistema di valori della Chiesa. Perché…?”
Parte II
La questione che dovrebbe quindi sorgere è: come possono due religioni
create dallo stesso Dio, non avere
molte cose, anzi la maggior parte delle
cose, in comune? E se no, perché no?
Dobbiamo prepararci ad occuparci seriamente di molti passi della Scrittura
lungamente trascurati.
Per esempio, come spieghiamo il seguente passo del Nuovo Testamento?
«Qual è dunque il vantaggio del Giudeo? O qual è l’utilità della circoncisione? Grande per ogni maniera…»
(Rom.3:1,2).
Cosa voleva dire Paolo?
Il resto del verso ci aiuta a capire:
«…prima di tutto, perché a loro furono
affidati gli oracoli di Dio» (Rom.3:2).
Il minimo che deve essere loro riconosciuto è che dagli ebrei abbiamo ricevuto i due più preziosi doni di Dio: la
Bibbia e il nostro Messia, Gesù.
Ciò che si ritiene essere “verità biblica
progressiva” può variare nel parere da
individuo a individuo. Alcuni potrebbero dire che oggi è l’effusione dello
Spirito Santo sulla Chiesa, testimoniato
dalla manifestazione del miracoloso.
Altri dicono che è l’incremento della
predicazione evangelica, o entrambi.
Ma non si può prescindere dal ripristinare la chiesa ai principi biblici che si
25
anni d’informazione
trovano nei contorni ebraici degli anni
della sua nascita. Il modo in cui deve
avvenire non è per una “effusione”
dello Spirito Santo, ma attraverso un risveglio nei confronti della parola di
Dio. Ecco la promessa di Dio: «Si
spanda il mio insegnamento come la
pioggia, stilli la mia parola come la rugiada, come la pioggerella sopra la verdura, e come un’acquazzone sopra
l’erba» (Deut.32:2). Questa è una pioggia di verità. Il cristianesimo ha una miriade di diverse denominazioni e
confessioni nel suo interno. Queste divisioni non esistono per una differente testimonianza su Gesù. Esse esistono
perché differiamo su ciò che il Libro
(Bibbia) insegna. Siamo uniti a credere
nel Cristo della dottrina, ma restiamo
divisi sulla dottrina di Cristo. La tecnica
impiegata da molti per conservare una
parvenza di unità è stata quella di svalutare l’importanza dell’unità dottrinale.
Tale unità è nel migliore dei casi solo
parziale, e nel peggiore dei casi ipocrita.
Nella maggior parte dei casi è il risultato di delusioni da precedenti tentativi
di dialogo scritturale.
Perché esistono tutti questi dilemmi
dottrinali e gli inutili tentativi per risolverli? Perché non è possibile che i predicatori e i teologi concordano su ciò
che la Bibbia insegna? Bisogna am-
mettere che ci deve essere una causa di
fondo per questa situazione! La risposta
è semplice. Non facciamo uso degli
stessi strumenti. Per l’interpretazione
abbiamo fatto ricorso a strumenti greci
o ellenisti piuttosto che ebraici. In gran
parte è il risultato della nostra rinuncia
o negazione del fondamentale principio
che il cristianesimo è radicato nel giudaismo biblico. Per il cristiano medio
questo potrebbe apparire un’eccessiva
semplificazione o forse il contrario,
qualcosa di enigmatico e complesso.
Ma Dio sta mandando questo monito al
cuore di molti credenti. C’è una rinascita nella chiesa dell’insegnamento
giudeo-cristiano del primo secolo. Questa è una rivoluzione per la teologia cristiana. Potrà essere difficile, ma
inevitabile.
Shalom
61
Calcio
Dopo il ko di Pontedera i canarini superano tre a zero il
Grosseto e consolidano il primato in classifica a otto giornate dalla fine del campionato
PERUGIA E LECCE A CINQUE PUNTI
IL FROSINONE VOLA VERSO LA “B”
Il “turn over” di Roberto Stellone rivoluziona la formazione
canarina ma la legge del “Comunale” non fa sconti: quindicesima vittoria, undici in casa.
di Franco Turriziani
fotoservizio di Federico e Tonino Casinelli
P
er la prima volta dall’inizio del
campionato il Frosinone è in testa
con cinque punti di vantaggio
sugli immediati inseguitori Perugia e
Lecce che, con i canarini, dividevano i
favori del pronostico circa la formazione che può conquistare la promozione alla serie B direttamente, cioè
senza passare per la lotteria dei play off.
Curiale nell’azione della terza rete
62
Il Pisa che occupa il quarto posto è a
nove punti, il Catanzaro a dieci, L’Aquila
a dodici, il Benevento addirittura a tredici. Più indietro le altre squadre che possono conquistare gli altri due posti validi
per giocare la coda del campionato con
l’obiettivo di classificarsi al secondo
posto valido per la promozione.
A otto giornate dal termine (Frosinone e
Curiale e Ciofani.
L’abbraccio dei bomber
Lecce insieme a Prato, Paganese, Nocerina, Viareggio, Pisa e Pontedera dovranno però osservare il turno di
riposo), la formazione di Roberto Stellone ha iniziato la fuga verso l’ambito
traguardo finale del ritorno nella cadetteria, già sua per ben cinque campionati.
Sarà la fuga buona, cioè in grado di tenere a debita distanza avversari che inseguono lo stesso obiettivo? Se giri la
domanda al tecnico ed ai giocatori canarini, la risposta è una sola: niente pronostici, nessuna tabella di marcia (nel
calcio non ci sono certezze e tutto può
succedere), ma è necessario pensare alla
partita che si deve affrontare perché si
tratta di sette finali e, quindi, di vincerne tante quante ne faranno proprie
Perugia e Lecce. Perciò massima concentrazione e nessun calo di tensione
che, poi, sono la cura che il tecnico ha
prescritto a capitan Frara e compagni.
La ventiseesima giornata (nona del girone di ritorno) non è stata favorevole
al Perugia, battuta con il minimo scarto
a Catanzaro mentre il Lecce ha sudato
25
anni d’informazione
per superare sul campo amico per due a
uno l’Ascoli. Più rotondo il successo del
Frosinone sul Grosseto per tre a zero e
la conquista della posta in palio, se ha
mantenuto inalterato il vantaggio dei canarini sulla formazione di Lerda, ha incrementato quello sulla squadra di
Camplone. La vittoria conquistata sul
terreno di gioco del “Comunale” è stata
importante anche perché giunta dopo la
brutta parentesi di Pontedera che non ha
avuto riflessi negativi sul rendimento
del Frosinone, che ha ripreso la corsa
verso il primato con rinnovato ardore.
Le scelte di formazione decise dal tecnico canarino sono state tutte azzeccate
nel senso che il risultato finale dell’incontro con il Grosseto ha dimostrato
che il coraggio di Roberto Stellone è
stato ripagato sul campo da quei canarini chiamati in formazione, dal primo
minuto di gioco, in sostituzione dei
compagni ai quali lo stesso tecnico
aveva deciso di rinunciare, almeno inizialmente. Un “turn over” necessario
anche dal punto di vista mentale oltre
che fisico in vista dello sprint finale. Venendo ai particolari, sei i nuovi titolari
rispetto alla formazione schierata al fischio dell’arbitro sul campo di Pontedera: i difensori Bertoncini e Biasi, il
mediano Gucher e gli esterni di centro-
25
anni d’informazione
Robert Goucher esulta
campo Soddimo e Gessa oltre al portiere Mangiapelo per la squalifica di
Massimo Zappino.
Con i tre gol realizzati alla squadra del
coach Leonardo Acori (il primo di Daniel Ciofani, che ha raggiunto quota tredici, il secondo di Robert Gucher con un
gran tiro da oltre venticinque metri ed il
terzo di Davis Curiale che ha portato il
suo bottino di reti a nove) il Frosinone
ha l’attacco più prolifico del girone con
42 reti mentre il Catanzaro ha la difesa
più ermetica con soli sedici gol subìti,
due meno del Frosinone e del Pisa. Tre
reti di ottima fattura, ma c’è anche da
sottolineare il fatto che il Grosseto,
dopo aver subito la rete di Ciofani al
quinto minuto di gioco, è rimasto in
dieci per la espulsione dell’attaccante
Marotta al 36°di gioco del primo tempo
ed addirittura in nove per il rosso a Terigi, a partita ormai conclusa. L’essersi
venuti a trovare in superiorità numerica
ha paradossalmente e per diversi minuti
frenato l’azione dei canarini.
“In special modo ad inizio ripresa – ha
tenuto a precisare Roberto Stellone – i
ragazzi hanno in un certo qual senso rivissuto il film della partita di Pontedera,
dove in undici contro dieci ed in vantaggio di un gol, si sono visti raggiungere e
superare dopo banali errori individuali.
Poi, però, il Frosinone ha qualità da vendere ed il gioco è tornato a scorrere molto
bene. Posso dire di essere soddisfatto
della prestazione della squadra che sta
giocando un ottimo campionato e lo dimostrano ovviamente i risultati: quindici
vittorie, più di tutte le altre formazioni,
sei pareggi e quattro sconfitte. Tutti i ragazzi sono stati bravi, anche quelli che ho
chiamato in formazione per permettere
ad altri di rifiatare un pochino. Il cambio
di modulo nella ripresa ha portato beneficio alla nostra manovra e ci ha permesso di creare molte occasioni da rete.
E’ la dimostrazione che posso contare su
un gruppo di giocatori forte e coeso, che
ha dovuto giocare tutte le partite per fare
il risultato migliore. Non sempre ci siamo
riusciti ma l’attuale classifica premia il
rendimento del collettivo”.
Domenica ci sarà il Benevento che ha il
dente avvelenato, dopo la battuta d’arresto sul campo della Salernitana,
concretizzatasi nelle battute finali dell’infuocata sfida. Un avversario di tutto
rispetto, una delle formazioni più in
forma ma anche distanziata in classifica
dai canarini. Tredici punti di distacco
stanno a significare valori tecnici ed agonistici diversi e comunque in favore
dell’attuale capolista del girone B di
Prima Divisione. Ne è convinto Roberto
Stellone, ne sono convinti Alessandro
Frara e compagni e per questo prepareranno al meglio l’importante trasferta
ben consci che la sedicesima vittoria di
campionato rappresenterà certamente un
altro importante passo verso il primato
finale.
63
Volley
di Simone Sergio
GLOBO BPF SORA
CAMPIONATO CHIUSO
L
a Globo BPF Sora mette prontamente da parte la delusione
Coppa Italia e si ributta nel campionato affrontando al PalaPolsinelli per
il secondo match casalingo consecutivo
la Cassa Rurale Cantù. La marcia degli
uomini di Fenoglio sembra inarrestabile
e contro i lombardi arriva il sesto successo di fila, con il risultato di 3-1.
Qualche imbarazzo all’inizio per Daldello e compagni, che partono un po’
contratti e lasciano il primo
set agli ospiti che, con una
buon finale di frazione,
fanno loro 22-25. Il secondo
parziale si dimostra decisamente più combattuto, con
Sora che gestisce bene la situazione fino alle fase finale,
quando un break ospite riporta la parità a quota 23.
Nel momento decisivo con
grande cinismo la parità nei
set è ristabilita sul 25-23.
Nella terza frazione di gioco
la musica cambia, Salgado e
compagni iniziano a spingere
forte da metà parziale e
vanno a scavare un importante solco che permette il 2516. Cantù prova a tenere viva la gara
disputando un’ottima quarta frazione,
fino alle fasi finali, quando una nuova
accelerata dei biancoverdi di casa sancisce la definitiva vittoria sul 25-20.
Fiore, ormai recuperato definitivamente
dall’infortunio, è il best scorer della
gara con 19 punti, seguito a quota 14 da
Allan, il cui 72% in attacco ne fanno
l’MVP di giornata. Eccezionale è anche
la prestazione del nuovo libero Marco
Rizzo, all’esordio davanti al nuovo pubblico, che fa segnare un’altra prestazione record dopo quella della
64
settimana prima in Coppa, con ben il
93% di positività in ricezione. Sul
campo di Castellana Grotte, Sora fallisce il settimo sigillo e contro la penultima della classe arriva la sconfitta che
fa scendere i ciociari al terzo gradino
della classifica, un 3-1 che interrompe
la serie positiva di risultati ad una settimana dallo scontro con la capolista Padova. Il match di cartello al
PalaPolsinelli regala le emozioni spe-
rate e con una prestazione superba la
Globo infligge uno splendido 3-1 ai veneti. Conquistati i primi due parziali,entrambi con il risultato di 25-22, grazie
soprattutto a due ottime finali di frazioni, gli ospiti dominano totalmente il
terzo set e vanno agevolmente a vincere
per 12-25, riaprendo di fatto la gara. I
ragazzi di coach Fenoglio sono decisi a
chiudere e con una grande prova di carattere e di squadra conquistano il meritato successo finale sul 25-20. MVP
di giornata è Alessio Fiore che mette a
referto 13 punti di cui 4 ace e 2 muri,
ma la vera sorpresa è Cittadino, in
campo al posto Tomasetti, con 9 punti,
il 71% in attacco e ben 4 muri. Sul difficile campo dell’Itely Milano la Globo
Sora fa nuovamente bottino pieno, imponendosi con il risultato di 1-3. Confermato Cittadino al centro dopo la
splendida prova contro Padova, Sora
parte subito bene e conquista il primo
parziale 23-25, dopo aver rimontato un
consistente svantaggio iniziale. I padroni di casa immediatamente però riequilibrano la situazione col successo per
25-21 nella seconda frazione. Lo stesso
punteggio sarà anche il risultato con il
quale la formazione di patron Giannetti
conquisterà i set successivi, facendo
meritatamente suoi i tre punti. L’occasione per dare una nuova sterzata alla
classifica si presenta nella nuova gara di
cartello casalinga contro Monza.
L’occasione di superare in
classifica gli avversari di
giornata non viene colta e finisce 2-3 per gli ospiti al
termine di un’eccezionale rimonta. Dopo aver conquistato i primi due set sul
punteggio di 25-16 e 25-21,
la partita cambia direzione,
quando i lombardi rimangono aggrappati alla gara con
la vittoria per 25-27 nel terzo
parziale e ancor più faticosa
nel quarto 27-29. L’inerzia
della gara è ormai mutata e i
lombardi riescono ad imporsi
anche nel quinto set, questa
volta in maniera convincente
per 7-15, portando a compimento una rimonta difficile da ipotizzare. I 24 punti di Tamburo e i notevoli
numeri in ricezione (80% di positività
di squadra, Allan 90% e Rizzo 86%
sono dati eccezionali) non riescono a
sopperire alle cifre decisamente più
basse fatte registrare in attacco. Con
questa sconfitta Sora perde ulteriore terreno dalle prime due della classe e le
speranze di promozione diretta si esauriscono qui. In un campionato dalla lotta
al vertice molto serrata sperare in negativi risultati altrui diventa quanto meno
complicato. A poche giornate dalla fine
della stagione regolare, la Globo dovrà
cercare di disputare le gare che mancano nel miglior modo possibile, per poi
concentrare tutte le proprie energie nelle
quasi certe gare di post-season, dove
non saranno ammessi errori. Prima di
allora l’ultimo mese di campionato sarà
un ottimo banco di prova per testare la
reale condizione dei ragazzi di mister
Fenoglio.
25
anni d’informazione
Volley
di Simone Sergio
IHF VOLLEY FROSINONE
BASSIFONDI DELLA CLASSIFICA
I
l girone di ritorno dell’IHF Volley
Frosinone inizia sul campo di casa
contro l’Imoco Conegliano, di
fronte per la quarta volta in stagione
dopo la gara d’andata e le due di Coppa
Italia. La storia non cambia neanche
questa volta e contro le vicecampionesse d’Italia arriva la quarta sconfitta
in altrettante gare. Il pesante 0-3 con il
quale Lloyd e compagne ottengono la
vittoria arriva al termine di una gara dominata. Eccezion fatta per il secondo
parziale, chiuso ai vantaggi 24-26 e nel
quale Gioli e compagne hanno molto da
recriminare con loro stesse per non essere state in grado di chiudere nel momento oppportuno, gli altri due set sono
gestiti e condotti dalle venete senza
troppe difficoltà grazie al 15-25 del
primo parziale e al pesante 7-25 nel
terzo. Sarebbe meglio evitare certe
magre figure ma purtroppo non sembra
intravedersi la necessaria inversione di
rotta per poter sperare di allontanarsi dal
fondo della classifica. Poco da commentare e poco da salvare in un match
così. La trasferta di Ornavasso fa segnare una sconfitta per 3-0 che non fa
neanche più notizia. Eppure la
gara sembrava essere iniziata
con il giusto piglio per le
bianconere che, dopo una
fase di studio e di stallo, conquistano un break nella fase
finale del set che sembra dare
l’idea di poter conquistare il
parziale, ma le padrone di casa
prima pareggiano sul 24 e poi
piazzano i due punti decisivi
che chiudono la frazione sul
26-24. Nel secondo parziale
sono le piemontesi a condurre
fin da subito e, mantenendo
sempre le giuste distanze, s’impongono per 25-18. L’ultimo
set sembra ricalcare a tratti l’andamento del primo, quando le
ciociare riescono a trovare un
piccolo vantaggio in un momento chiave della frazione, ma
ancora una volta si tratta di una
pura illusione. Finisce 25-22 e i
tre punti vanno in tasca alle giallonere di casa, che grazie a que-
25
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sto successo mettono un bel solco di
vantaggio proprio tra loro e le pericolanti ragazze di coach Martinez. Le domeniche passano e la situazione diventa
estremamente più delicata settimana
dopo settimana. Nel match casalingo
contro la Foppapedretti Bergamo si
deve registrare ancora
una volta l’ennesima battuta d’arresto,
con le lombarde che conquistano la vittoria per 1-3. L’IHF, oramai conscia
della propria difficile situazione, mette
in campo grinta e cuore per cercare di
avere la meglio, ma di fronte a sé si
trova una delle migliori formazioni di
questo campionato e contro l’opposto
della nazionale italiana Diouf in grandissimo spolvero (33 punti) che da sola
spegne le velleità bianconere. Persi i
primi due set 18-25 e 21-25, le bianconere provano a contrastare le avversarie,
riaprendo la contesa nel terzo parziale,
conquistato 25-23. Ma gli sforzi saranno ancora una volta vani e il netto
16-25 della quarta frazione scrive la parola fine alle ostilità. I 17 punti di Kidder e Angeloni non sono sufficienti
contro le lombarde, superiori in tutte le
statistiche. Non ci si muove dai bassifondi della classifica e la penultima posizione, che nonostante tutto significa
salvezza, appare quasi consolidata. Ciò
non significa abbassare la guardia, perché bisogna prestare molta attenzione
all’ultima della classe Forlì, che per
buona sorte delle ciociare continua a incassare risultati negativi. Bisognerà comunque tentare di muovere la classifica
e racimolare più punti possibili da qui
in avanti per evitare di correre rischi e
per non mettere fine troppo presto all’avventura chiamata A1.
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t
e
k
s
a
B
FMC FERENTINO
L’AMMAZZAGRANDI!
La seconda affermazione consecutiva della
FMC Ferentino giunge al termine di un’autentica impresa. Sul campo della capolista
Trento, imbattuta da sette turni, Guarino e
compagni conquistano la vittoria per 65-66,
al termine di una grande rimonta. Dopo essersi trovati sotto anche di 18 punti, i ragazzi
di coach Gramenzi rientrano dall’intervallo
con ben altre motivazioni, recuperando lo
svantaggio con un grande terzo parziale. Gli
ultimi dieci minuti sono di quelli da incorniciare perchè Ryan Bucci piazza allo scoccare della sirena il canestro del successo.
Dopo la prima della classe, nel successivo
turno di campionato gli amaranto ciociari si
trovano a dover affrontare l’altra capolista
Capo d’Orlando. Al Ponte Grande finisce
78-76 e si ripete l’andamento del match di
sette giorni prima contro Trento. Dopo un
primo parziale chiuso in avanti seppur di un
solo canestro, l’equilibrio del match viene
capovolto dai siciliani che recuperano e si
portano a loro volta a condurre, fino ad arrivare al 60-66. Gli ultimi dieci sono vissuti
al cardiopalma ripetendo quello che era già
accaduto la settimana precedente. Questa
volta è Garri a piazzare il canestro all’ultimo
secondo che dà il nuovo successo di 78-76.
di Simone Sergio
Il turno infrasettimanale sul campo di Imola
porta la quarta vittoria di fila per 73-90 e la
quinta nelle ultime sei gare. L’ottimo momento di forma è evidente nella trasferta romagnola, dominata fin dall’inizio con un
vantaggio che raggiunge anche quota +32,
margine ricondotto su termini più dignitosi
con il -17 degli ultimi minuti. Il successivo
turno casalingo contro l’Angelico Biella è
la gara dal finale che non ti aspetti, perché
Guarino e soci buttano alle ortiche una gara
già vinta, compiendo una sorta di harakiri,
regalando inaspettatamente i due punti agli
avversari. Ferentino domina la gara per tre
quarti di gioco, arrivando a toccare picchi di
+17. Negli ultimi dieci minuti la luce si accende nella metà campo piemontese, gli
ospiti recuperano il gap e nei secondi finali
piazzano il canestro che dà loro la vittoria
per 72-73. Prima del derby contro Veroli saluta la compagnia Davide Rosignoli, le cui
prestazioni non sono state in linea con le attese. Sul parquet del palasport di Frosinone
la partita più sentita dell’anno non ha di
certo tradito le aspettative. La FMC si riscatta prontamente dalla precedente sconfitta e conquista un successo che la fa
riavvicinare prepotentemente ai cugini gial-
lorossi, bissando il successo già ottenuto
all’andata. Il 71-75 finale arriva al termine
di una meritata rimonta nella seconda metà
di gara che spegne le illusioni dei padroni di
casa che avevano condotto i primi venti minuti. La FMC Ferentino sta attraversando un
ottimo periodo di forma che l’hanno riavvicinata alla zona play-off. In una classifica
cortissima, la lotta per i posti a disposizione
sarà molto serrata e le partite da qui a fine
stagione saranno delle vere e proprie finali,
ma questa squadra sembra aver trovato la
giusta direzione per essere tra le protagoniste.
di Simone Sergio
GZC VEROLI
NUOVA FLESSIONE
Il match casalingo contro Trapani fa segnare una nuova sconfitta per la GZC Veroli, la seconda consecutiva dopo quella
della settimana precedente, rimediata sul
campo di Napoli. I siciliani conquistano
meritatamente il successo, dopo aver praticamente condotto la gara fin dalla palla a
due, controllando meglio la gara rispetto ai
giallorossi. Veroli lotta e cerca di rimanere
aggrappata agli amaranto, ma sono gli ultimi dieci minuti a sancire
la vittoria ospite con l’accelerata che permette loro di chiudere sul
73-82. Con la trasferta di Brescia, che finisce 70-61 per i padroni
di casa, le sconfitte consecutive diventano tre e s’iniziano ad intravedere i segnali di una crisi. Resta l’amaro per una gara quasi interamente giocata alla pari, eccezion fatta per i minuti iniziali del
secondo quarto, che tracciano la differenza tra le due squadre, con
il break lombardo di 7-0 che rimane incolmabile fino al termine
della gara. Il momento difficile s’interrompe nel match casalingo
contro Casale Monferrato, nel quale i giallorossi rialzano la testa
con il successo per 77-68. La prima metà di gara è di marca ospite,
che va all’intervallo avanti sul 31-37, e l’andamento del match fa
pensare ad una nuova battuta d’arresto. Dopo l’intervallo arriva
66
una grandissima reazione degli uomini di patron
Zeppieri che ribaltano la situazione nel terzo quarto
e consolidano il loro vantaggio negli ultimi dieci
minuti, chiudendo sul definitivo +11. Messo da
parte il turno infrasettimanale, la difficilissima trasferta sul campo della capolista Trento si conclude
purtroppo con una nuova sconfitta. Finisce 68-66
una gara che i giallorossi potevano far loro. Dopo
due quarti di perfetta parità, nel terzo quarto Veroli
sembra aver spostato l’andamento della gara in proprio favore, ma
i trentini annullano lo svantaggio e con un canestro sulla sirena
fanno loro i due punti. Il palasport di Frosinone ospita l’attesissimo
derby contro i cugini della FMC Ferentino. Davanti al pubblico
delle grandi occasioni, i giallorossi escono sconfitti 71-75. Avanti
nella prima metà di gara, Rossi e compagni subiscono la rimonta
ospite che porta prima al pareggio nella terza frazione e poi al -4
finale. Non è un buon momento quello che sta attraversando la
GZC Veroli, con una serie di sconfitte che la stanno allontanando
rapidamente dal vertice, mettendo a repentaglio quanto di buono
fatto finora. Le gare da qui al termine della stagione regolare dovranno far segnare una nuova e definitiva inversione di tendenza,
per non rendere vana una splendida prima metà di campionato.
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