Numero 22: Futuro... quale banca?

Poste Italiane Spa - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46/art. 1, comma 1, DCB Roma - Prezzo copia euro 0,20
MENSILE DIRCREDITO
ncontri
I idee&fatti
QUALE
COMPETENZA
TRASPARENZA
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maggio 2014
anno IV
FUTURO...
BANCA?
......................
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informati con DirCredito
Incontri
idee&fatti
Anno IV - numero 22 - maggio 2014
Editore: DirCredito
Direttore responsabile: Franz Foti
Vice Direttore: Cristina Attuati
Comitato di direzione: Maurizio Arena, Silvana Paganessi,
Franz Foti, Cristina Attuati
Hanno collaborato a questo numero
Maurizio Arena, Cristina Attuati, Anna Bianco, Silvio Brocchieri,
Dante Columbro, Armando Della Bella, Roberto Favale, Franz Foti,
Elisabetta Giustiniani, Livio Iacovella, Claudio Minolfi, Giulia Ranieri,
Enrico Rossi, Dante Sbarbati.
Progetto grafico: Claudia Spoletini
Stampa: Orfeo Planet s.r.l. - Roma
Redazione: Via Principe Amedeo 23 - 00185 Roma
Periodico telematico in corso di registrazione
Reg. Trib. Roma n. 441/2005 - Iscrizione al ROC n. 13755
chiuso in tipografia il 30 maggio 2014
SOMMARIO
IL PUNTO
Electrolux, i lavoratori approvano l’accordo
L’EDITORIALE
Futuro... quale Banca?
INTERNAZIONALE
Brevi dal mondo
SINDACATO
Multimedialità “Made in Abi: che confusione
Bancari in sciopero. Sempre i lavoratori nel mirino
BANCHE
Assemblea bankitalia: l’offensiva di Visco
La quaresima delle banche
LAVORO
Banchieri: “Chi non impara dal passato è costretto a riviverlo”
Piano “Garanzia per i Giovani” che sia finalmente l’inizio...
Le riunioni di lavoro spengono il cervello
La “multimediamorfosi” del sistema bancario
LEGALE
Osservatorio sulla giustizia
Il filo d’Arianna
SOCIETÀ
Papa Francesco: corrotti e peccatori non sono la stessa cosa
La legalità seppellisca le urla dei corrotti e dei disonesti
La tavola dei cavalieri non è più rotonda
Parto fisiologico indolore
PREVIDENZA
Previdenza Complementare. Distinzione tra vecchi iscritti, neo-iscritti e...
POLITICA
Matteo Renzi e Carlo Messina nella cabala del 10
CURIOS@NDO
Le Carte di credito ... sono nate così
I più ricchi al mondo. Michele Ferrero primo degli italiani
Cinque milioni di italiani in sella alla bicicletta
Le strategie di manipolazione del consenso
Il lago Maggiore fra Lombardia, Piemonte e Svizzera
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FUTURO...
QUALE
BANCA?
competenza
trasparenza
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SPECIALE INSERTO
Le esternalizzazioni, come orientarsi
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n I L P U N TO
Il fatto
del mese
ELECTROLUX, I LAVORATORI APPROVANO L’ACCORDO
VOTA A FAVORE L’80% DEI LAVORATORI
Su 4.775 dipendenti interessati all'accordo, erano presenti nelle fabbriche 4.135, hanno votato
in 3.366 (3.311 i voti validi) esprimendo 2.660 sì e 651 no.
I lavoratori di Electrolux il 22 maggio hanno approvato l'accordo siglato a palazzo Chigi il 15 maggio con
l'80,3% di sì.
"L'esito positivo della vertenza Electrolux – ha dichiarato il sindacalista Gianluca Ficco, coordinatore nazionale
Uil – rappresenta una notizia positiva per l'intero mondo del lavoro, per il carattere sistemico e simbolico
che ha assunto sin dall'inizio: preservando sia l'occupazione sia il salario, i dipendenti di Electrolux hanno dimostrato che, nonostante la crisi, i lavoratori italiani sono ancora pronti a battersi e che, quando opinione
pubblica ed Istituzioni ci sono vicine, è possibile vincere".
Durante la trattativa tra sindacati e azienda, la situazione si era sbloccata quando la richiesta dell'azienda di
eliminare la pausa di dieci minuti nello stabilimento di Porcia è stata ridimensionata a un taglio di cinque mi-
nuti. Sciolto anche il nodo delle ore di assemblea, che non diminuiranno. Inoltre l'accordo prevede la de-
contribuzione dei contratti di solidarietà, finanziamenti per la ricerca e più flessibilità, per esempio sulle ferie.
L'obiettivo è abbattere di 3 euro l'ora i costi degli impianti, in modo da renderli competitivi con quelli polacchi, come richiesto dall'azienda, per non delocalizzare.
Per la segretaria nazionale della Fim Cisl, Anna Trovò, "il risultato è stato possibile grazie alla mobilitazione
messa in campo dai lavoratori di tutti i siti italiani del Gruppo e alla volontà e capacità di trovare risposte
condivise ai problemi di competitività posti da Electrolux attraverso lo strumento della contrattazione. La
responsabilità dimostrata da ognuna delle parti coinvolte e la forte attenzione delle Istituzioni hanno consentito il raggiungimento di un risultato apprezzato e importante con l'accordo".
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I n cont ri
L’ E D I TO R I A L E n
FUTURO... QUALE BANCA?
dal livello degli inquadramenti e dall’età,
non vuole semplicemente lavorare, ma
vorrebbe farlo meglio, partecipando in
chiave attiva a un processo di cambiamento che se calato dall'alto, magari
dalla solita società di consulenza, ha
scarse possibilità di successo.
D'altro canto, l’Associazione Bancaria
nel corso del forum annuale sulle risorse umane, che si è svolto a Roma
qualche giorno fa, immediatamente
prima dell’apertura delle trattative per
il rinnovo del CCNL, ha, almeno a parole, sostenuto tesi non molto lontane
dalle nostre.
“Le aziende devono gestire le diverse
età del lavoro secondo profili professionali che cambiano: i giovani, gli anziani, le età di mezzo. Lo sviluppo e la
ricollocazione professionale, la gestione
di crisi occupazionali, le politiche attive
del lavoro per i giovani, costituiscono
le finalità del cambiamento; la formazione, il coaching, la valorizzazione delle
competenze, alcuni degli strumenti per
favorirlo”.
Questi temi di sicura innovazione e importanza, aggiungiamo noi, potrebbero,
per coerenza, diventare il punto di partenza per una trattativa che, viste le rigidità delle banche, si preannuncia
complicata. La sfida che ci sentiamo di
lanciare è quella che, almeno per una
volta, alle dichiarazioni di principio seguano i fatti. Alla controparte chiediamo risposte e non minacce. Siamo
stanchi di leggere sui giornali di esuberi,
di chiusure di sportelli, di tagli.Vogliamo
confrontarci, entrare nel merito dei
problemi, tracciare dei percorsi che
siano condivisi. Valutiamo positivamente l’utilizzo del Fondo per l’occupazione, peraltro alimentato con il
contributo dei lavoratori, per sostenere la stabilizzazione di numerosi
posti di lavoro e l’avvio di una nuova
occupazione. Riteniamo tuttavia che
ciò non sia sufficiente. Occorre andare
oltre, DirCredito è disponibile a farlo,
ma certo non come intende il Dr. Micheli che, come al solito, di un ragionamento complesso tende a cogliere
solo la parte funzionale ai propri obbiettivi. Il pensare che la tanto invocata
svolta digitale e lo svecchiamento del
personale possano risolvere tutti i problemi delle banche ci sembra in netto
conflitto, non solo con l’età media
espressa dal board dell’ABI, che secondo i loro criteri anagrafici andrebbe
interamente rottamato, ma anche con
le dichiarazioni di principio espresse
nei convegni.
La coerenza si sa ha un prezzo, tuttavia
ci pare che questo prezzo i banchieri
tentino sempre di farlo pagare ad altri.
“ Siamo stanchi
di leggere sui giornali
di esuberi, di chiusure
di sportelli, di tagli.
Vogliamo confrontarci,
entrare nel merito dei problemi...
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“
È da mesi che i banchieri continuano a
parlare di un fantomatico nuovo modello di banca. Per la verità ho sentito
diverse tesi, qualche volta anche contrastanti e ciò dimostra che, al di là
delle perentorie affermazioni di ABI,
neanche le stesse banche hanno una
piena identità di vedute rispetto a
quella che sarà la banca dei prossimi
anni.
Sarebbe quindi necessario prima di
tutto fare chiarezza e capire bene come
coniugare, anche in termini contrattuali,
le esigenze di chi ritiene vincente un
modello di banca evoluta, ma legata comunque a uno schema più tradizionale
rispetto a chi scommette su una rivoluzione copernicana, immaginando le filiali
del domani né più né meno come dei
negozi, sul modello, per intenderci, di
Mac Donald o Starbuck.
Ovviamente, è una banalizzazione, ma
serve a far capire quanto delicato e
complesso sia il momento per gli oltre
300.000 colleghi bancari alla vigilia di un
rinnovo contrattuale che, se non gestito
con estrema attenzione, rischia di stravolgere la connotazione professionale
dell'intera categoria. Sarebbe quindi
preferibile lasciare tutto così? Naturalmente si tratta di una domanda retorica
poiché risulta evidente come alcuni
cambiamenti siano necessari per restare
al passo con i tempi, anche se personalmente ritengo che, almeno in qualche
caso, per andare avanti occorrerebbe
semplicemente tornare indietro.
Affermare ciò non significa essere “antichi” o pregiudizialmente contrari al
cambiamento, ma semplicemente
guardare la realtà, sforzandosi di trovare soluzioni che debbono coniugare
i legittimi interessi aziendali con l'altrettanto sacrosanta tutela della professionalità della categoria e dei diritti dei
lavoratori.
La parola diritti non va intesa come
privilegi e, soprattutto, non va declinata
come una “conventio ad excludendum”. La stragrande maggioranza dei
bancari che incontriamo, a prescindere
di Maurizio Arena
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n INTERNAZIONALE
BREVI DAL MONDO
Notizie, fatti e curiosità oltre i confini
L’EUROPA DEI “MURI”
Dopo la Grecia, che ha costruito un
muro tra le anse del fiume Evros al confine con la Turchia, ora il muro lo costruirà la Bulgaria, perché i profughi
siriani, ma anche quelli provenienti dal
Kurdistan, Afghanistan, Marocco e Mali,
non riuscendo a passare dalla Grecia, entrano in Bulgaria, una decina di chilometri
più in là dal muro greco.
Non si conoscono i dettagli del progetto
ma la spesa sì, circa 2 milioni di euro per
erigere un muro d’acciaio o di cemento
per 30 km, a coprire una zona di montagna al confine con la Turchia, nei pressi
della cittadina di Elhovo, difficilmente sorvegliabile dalla polizia di frontiera.
La gestione dei profughi è in effetti un
problema quasi insormontabile per uno
dei paesi più poveri d’Europa, che ha allestito delle strutture fatiscenti - secondo
l’Onu - per accogliere le migliaia di persone che arrivano a Elhovo, senza aiuti
dalla Comunità Europea.
L’Europa comune nella politica, nelle
merci e nelle persone si infrange sui
“muri” dei suoi paesi più deboli, muri che
devieranno la marcia dei disperati della
guerra e della fame verso i barconi che
salpano dalla Libia, oppure verso nuovi
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valichi di terra, dove probabilmente presto saranno progettate ulteriori barriere.
CILE, STUDENTI AL POTERE
l ritorno di Michelle Bachelet alla presidenza del Cile - il nuovo mandato ha
avuto inizio lo scorso 11 marzo - vede il
movimento studentesco entrare a pieno
titolo nel Parlamento, dopo aver creato
non pochi problemi al governo uscente
di Sebastian Pinera.
C’è chi parla di cooptazione della protesta da parte del Governo, grazie anche
alle promesse della nuova premier di accogliere le richieste degli studenti.
Ma i ragazzi negano e, per dare un segnale, nel giorno dell’insediamento
hanno organizzato una manifestazione di
liceali e occupato simbolicamente la sede
della Democrazia Cristiana della capitale.
La più famosa e agguerrita è Camila Vallejo, 25 anni, laureata, sposata e madre,
che in una intervista ha dichiarato: “come
deputata la mia sfida sarà quella di portare in Parlamento i contenuti imposti
nelle piazze dal movimento sociale...
il diritto all’istruzione pubblica, gratuita
e di qualità. Una nuova Costituzione...
una nuova legge del lavoro... una sanità
decente che non sia basata sul
lucro... un sistema pensionistico giusto e
ugualitario...”.
n maggi o 20 14 -
I n cont ri
GERMANIA, VIA LIBERA
AL SALARIO MINIMO
Sono ora 21 i paesi in Europa che hanno
adottato il salario minimo.
La Germania, ultima per ordine di
tempo, ha appena approvato un disegno
di legge che introdurrà un tetto di 8,50
euro l’ora sotto il quale i datori di lavoro
non potranno scendere. La legge entrerà
in vigore dal 1° gennaio 2015 e varrà
anche per i diciottenni e per i praticanti
nel periodo di formazione.
FRANCIA, GLI INDUSTRIALI
PROPONGONO UN SALARIO
PIÙ BASSO DEL MINIMO
Per la Confindustria transalpina il salario
minimo è un deterrente motivazionale
per le persone che escono dal mercato
del lavoro, le quali preferiscono “essere
pagate al di sotto del salario minimo che
restare disoccupate”.
La proposta di Gattaz (presidente del
Medef) è di avere una soluzione provvisoria per il primo anno, erogando un salario inferiore a quello minimo. I sindacati
ritengono la proposta indecente, poiché
il salario minimo (1.445 euro lordi) è già
alla soglia di povertà e andrebbe, invece,
aumentato di almeno 250 euro.
GIAPPONE, DI LAVORO SI MUORE
Il termine “karoshi” indica una morte
causata da eccesso di lavoro.
Si tratta di un fenomeno sociale in preoccupante aumento.
Le vittime di karoshi sono principalmente maschi, di età compresa tra i 30
e i 40 anni, generalmente impiegati, che
lavorano più di 60 ore alla settimana, fino
ad arrivare a 100 ore con il lavoro extra,
senza considerare però gli straordinari
non retribuiti.
Molteplici sono le cause di morte del karoshi: ictus, infarto, incidente stradale
mortale causa sonno e, in casi estremi,
suicidio.
S I N D A C AT O n
MULTIMEDIALITÀ “MADE IN ABI”:
CHE CONFUSIONE
L’Associazione Bancaria con le sue di-
chiarazioni a mezzo stampa, nonostante da alcune settimane si sia aperto
un tavolo di trattativa per il rinnovo del
CCNL, continua a stupirci. Dal Capo
Delegazione in giù arrivano segnali
poco incoraggianti rispetto alla piattaforma sottoposta al voto dei lavoratori
e presentata all’ABI dai sindacati.
Non è un buon viatico per la trattativa
che “colà dove si vuol ciò che si
puote”, a Palazzo Altieri, si dica di condividere solo il preambolo della piattaforma, liquidando il resto come un
impianto vecchio. Un’affermazione curiosa, perché, almeno da un punto di
vista della semantica, è proprio nel preambolo che si fissano le premesse concettuali che verranno esplicitate nella
parte successiva del testo. Detto ciò
siamo abituati alle posizioni distruttive
“made in ABI” che alla vigilia di ogni
trattativa delineano scenari apocalittici
poi smentiti dai fatti. Tuttavia, questa
volta lo scenario è un po’ diverso per
due ordini di motivi.
Da un lato questo rinnovo contrattuale non nasce sotto la stella migliore
vista la disdetta anticipata e unilaterale
da parte di ABI di cui è figlio e il tentativo della stessa di barattare salario
contro occupazione.
Dall’altro stona il riferimento di
ABI alla necessità di rottamare gli
over 55, magari Quadri Direttivi,
vittime designate di una non meglio definita affermazione del
concetto di multimedialità.
Ma che cosa è questa svolta digitale a cui molti banchieri, peraltro quasi tutti over 55, guardano
come madre di tutte le soluzioni? Nel linguaggio comune la
“multimedialità” è intesa come la
compresenza e interazione di
più mezzi di comunicazione di
massa in uno stesso supporto o
contesto informativo. Anche la
ricerca psicologica ha contribuito ad ampliare il significato
del termine, distinguendo due
forme di multimedialità: come formato di presentazione che utilizza più
canali sensoriali; come processo cognitivo che consente l'acquisizione di
nuove conoscenze.
Ma cosa c’entra la multimedialità con il
“fare banca” e “farlo bene”? Come può
un concetto, più orientato al mondo
della comunicazione che a quello dei
servizi, intercettare le esigenze di famiglie e imprese che denunciano la distanza siderale che li separa dalle
aziende di credito. Come si può infine
rilanciare Paese e settore solo attraverso la multimedialità che, a questo
punto, riteniamo sia un modo maldestro per far riferimento a una massiccia
informatizzazione, leggasi standardizzazione dei processi?
Da alcune settimane il Governo fa riferimento a una necessaria e indifferibile
riforma della pubblica amministrazione,
basata su principi di qualità, semplificazione e standardizzazione. Vorremmo
tuttavia far notare alle banche che esse
non sono paragonabili agli enti pubblici
e ai servizi che questi ultimi erogano ai
cittadini. Se nel pubblico la semplificazione/standardizzazione dei processi
agevola i cittadini/utenti, riducendo
tempi di attesa e abolendo, con buona
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pace degli alberi Italiani, la circolazione di
milioni di documenti cartacei inutili, in
banca le cose stanno diversamente.
È infatti diversa la natura dei servizi che
i cittadini/clienti chiedono e si aspettano dalle aziende di credito. Chiedere
un mutuo è diverso da chiedere un
certificato. Mentre nel primo caso lo
Stato è tenuto a fornire al cittadino la
documentazione richiesta, l’erogazione
di un mutuo a una famiglia o di un finanziamento a una impresa sottostanno a una serie di criteri valutativi,
oggettivi, ma anche discrezionali, che
non possono venire standardizzati. Un
servizio bancario di qualità non può
che essere personalizzato.
Tale personalizzazione può venire velocizzata da una maggiore informatizzazione, ma non può compiersi senza
la presenza del fattore umano e quindi
della professionalità. Detto ciò, ci appare poco opportuno e anacronistico
pensare che la svolta digitale, da sola,
intesa come alternativa ai lavoratori,
possa dare risposte concrete e costruttive a quelle domande che il Paese
e non solo i mercati “mordi e fuggi” si
aspettano dalle banche.
Cristina Attuati
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n POLITICA
ASSEMBLEA BANKITALIA:
L’OFFENSIVA DI VISCO
Gli “intoccabili” potranno essere rimossi dai loro incarichi, se sbagliano
"La Banca d'Italia: un'istituzione aperta
al cambiamento". Sembrerebbe una affermazione un po' utopica in realtà è il
titolo di un capitolo delle Considerazioni Finali lette dal governatore dell'istituto centrale all'assemblea annuale
dello scorso 30 maggio.
Ma questo è solo l’antipasto, in termini
di novità, poiché Palazzo Koch, fino a
pochi mesi fa simbolo dell’immutabile,
sembra aver colto il messaggio che da
alcuni mesi serpeggia, nemmeno tanto
silenziosamente, nel Paese: o si cambia
o si muore. Ed ecco che, musica per le
nostre orecchie, il Governatore tocca
nel suo intervento, davanti al Gotha
della Finanza italiana, temi come la necessità di una separazione più netta e
trasparente fra fondazioni e banche, la
maggiore attenzione da porsi ai conflitti e gli intrecci fra banche e imprese,
e il nodo della governance.
”Le fondazioni bancarie – sottolinea
Visco – si sono impegnate nelle operazioni di ricapitalizzazione, contribuendo alla solidità del sistema nella
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fase più critica”.Tuttavia va evitato il fenomeno, spesso ricorrente, in cui i vertici di banche e fondazioni si scambiano
i posti di comando estendendo il divieto di controllo ai casi in cui esso è
esercitato di fatto, anche congiuntamente con altri azionisti. Ma il Governatore va oltre, puntando il dito contro
i conflitti di interesse tra banche a imprese partecipate dalle stesse. Non è
infatti raro che banche, soprattutto di
grandi dimensioni, oltre a erogare credito, detengano quote del capitale
delle imprese. Questo intreccio partecipativo non può e non deve distorcere le scelte di affidamento o
contribuire al tentativo di occultamento delle difficoltà dei debitori. I rischi connessi a questi legami,
volutamente tenuti nell’ombra, unitamente a quelli derivanti dai rapporti
con controparti strettamente legate
alle banche, devono venire segnalati e
costantemente presidiati dagli organi
aziendali.
Se da un lato quindi si ribadisce che la
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I n cont ri
Vigilanza non può e non deve vagliare
preventivamente le singole scelte di affidamento, ad essa spetta il compito di
fissare regole sulle operazioni con parti
correlate e di valutarne il rispetto. Ciò
con l’obiettivo di prevenire possibili distorsioni allocative e minimizzare i conflitti di interesse; prevedendo limiti
quantitativi ai rischi, procedure deliberative rafforzate, presidi organizzativi e
obblighi di comunicazione all’organo di
vigilanza. Visco, probabilmente spinto
da quanto recentemente avvenuto in
Carige e non solo, va oltre affermando
come “Le crisi aziendali spesso si associano con debolezze dei sistemi di governo societario, che possono favorire
episodi di mala gestione”. Forte degli
scandali, peraltro spesso annunciati, che
hanno travolto i vertici di alcuni importanti Istituti Bancari il Governatore
chiede l’attribuzione di poter rimuovere quando necessario e sulla base di
fondate evidenze, gli amministratori di
una banca dal loro incarico.
Non si tratta di un atto rivoluzionario,
ma della richiesta di un recepimento anticipato della direttiva europea sui requisiti di
capitale che già prevede tali
prerogative per gli istituti di
vigilanza.
Le parole di Visco, soprattutto
se si tradurranno in fatti concreti, non possono altro che
rallegrarci, in quanto già da
molto tempo abbiamo denunciato come alla base del
malessere che sta vivendo il
settore non ci sia solo la crisi
economica internazionale, ma
anche scelte strategiche dissennate, spesso compiute ai
limiti della legalità da vertici
aziendali strapagati.
Che dire: meglio tardi che
mai.
Maurizio Arena
BANCHE n
LA QUARESIMA DELLE BANCHE
Revisione degli atti, stress test, sofferenze e aumenti di capitale
UN CHECK-UP
SUI BILANCI DELLE BANCHE
“Diversi anni di recessione hanno messo
a dura prova i bilanci delle banche italiane e la loro capacità di sostenere la ripresa dell’economia domestica”. Lo
scrive la Commissione Europea. Ora la
BCE, prima di acquisire la vigilanza diretta
sulle 150 banche sistemiche, ha disposto
di effettuare un check-up sui bilanci 2013
per valutare la bontà degli attivi (in particolare dei crediti) con l’asset quality review e, successivamente, verificare la
risposta strutturale (qualità e consistenza) del capitale e portafogli finanziari
a situazioni di stress determinate.
Secondo uno studio recente le banche
italiane in crisi che dovranno rafforzare il
loro capitale attingendo al mercato in
vista degli "stress test" previsti dalla BCE
nel 2014 e negli anni a venire avranno
bisogno di una cifra compresa tra i 17/23
miliardi di euro, facendo ricorso in primis
agli azionisti e poi sottoponendosi al giudizio dei mercati.
Le banche che per prime saranno obbligate a raccogliere fondi per un ammontare di circa sette miliardi sono almeno
15. Tra loro, Monte dei Paschi di Siena,
terza banca del Paese, Banca Popolare di
Milano e Banco Popolare, rispettivamente quinto e sesto istituto di credito
per patrimonio. Inoltre Carige (Cassa di
Risparmio di Genova) e nel nordest, la
Banca Popolare di Vicenza.
STRESS TEST,
MAZZATE PER I NOSTRI ISTITUTI
Secondo i risultati pubblicati, gli istituti
della penisola hanno raggiunto risultati
peggiori di tutti gli altri competitors europei nei primi "stress test" del 2011, ordinati da Ue e Bce dopo la recente crisi
finanziaria globale. La banca peggiore in
assoluto è risultata MPS, che infatti negli
ultimi quattro anni è stata già salvata tre
volte dallo Stato, allo scopo di evitare un
possibile “fallimento” e, forse, un inevitabile effetto domino e un contagio al sistema.
Le maggiori banche, insomma, per la
prima volta vedono il loro potere messo
seriamente in discussione. Lo stesso presidente della Bce Mario Draghi ha parlato, senza mezzi termini, di possibile
"fallimenti", nel presentare gli "stress test"
Incon t ri
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che saranno condotti su maggiori istituti
europei. La Bce lancerà a novembre un
"asset quality review", ovvero la revisione
della qualità degli attivi, per monitorare
la solidità delle banche. L'esame di Eurotower durerà 12 mesi. Inoltre, l'Ue ha varato di recente l'Unione bancaria che, dal
gennaio 2015, avrà il compito di chiudere
o ristrutturare le 130 banche principali
dell'area euro che si trovassero in difficoltà. Alle autorità nazionali spetterà,
qualora si verificassero situazioni di crisi,
preparare i piani d’azione per evitare, da
un lato, i possibili e temuti fallimenti e,
dall’altro, procedere al coinvolgimento,
per una parte del capitale, anche degli
obbligazionisti (cosiddetti bail-in) per poi
attivare in ultima istanza l’intervento statale (cosiddetti bail out) prima che venga
reso operativo il fondo comunitario ad
hoc che entrerà in vigore a gennaio del
2016 con fondi accreditati nei prossimi
otto anni dalle banche.
MOODY’S E LE MAGLIE NERE ITALIANE
Draghi si è espresso chiaramente: "Alcuni
istituti avranno bisogno di fallire"; "se devono fallire, dovranno farlo, non c'è alcun
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n BANCHE
legame con il territorio e per una conduzione prudente, quasi ostile all'innovazione. Caratteristiche che avevano in
apparenza permesso di far fronte meglio
alla crisi globale. Ma l'esplodere delle tensioni sul debito sovrano europeo, l'attacco simultaneo all'euro e ai Btp italiani
dell'estate 2011 e soprattutto la totale
dipendenza e interconnessione tra sistema bancario e il colossale debito pubblico dell'Italia, che ammonta a oltre due
miliardi di euro, negli ultimi due anni
hanno messo alla scoperto la debolezza
del sistema bancario italiano ad affrontare senza affanno le situazioni di crisi.
dubbio su questo" e la responsabile
dell’operazione stress test è stata in questo senso ancora più dura parlando di
banche zombie che dovranno “sparire”.
Goldman Sachs, illustrando il suo outlook
su come gli "stress test" andranno a finire,
sembra già aspettarsi che qualche grande
istituto possa essere interessato da questo, ancor oggi, ipotetico rischio di default
per cui è necessario, fin da subito, approntare il meccanismo di gestione del
“paracadute” nazionale e comunitario.
Anche l'agenzia di rating Moody's proprio sulle banche italiane annuncia che
metterà sotto osservazione i 15 principali istituti, ovvero Banca Carige, Mps,
Creval, Bper, Bpm, Popolare Sondrio, Popolare Vicenza, Banco Popolare, Credem,
Iccrea, Intesa Sanpaolo, Mediobanca, Unicredit, Ubi Banca, Veneto Banca già interessati dagli stress test.
Nelle previsioni del "Credit outlook" di
Moody's si parla di "impatto negativo"
per le banche che presentano indici di
capitale deboli. Il documento segnala per
la prima volta quali sono gli istituti più a
rischio, citando in particolare Banca Carige, Bpm e Credito Valtellinese per il
basso livello di capitale; Mps e Banco Popolare per la debolezza della qualità degli
asset. L'agenzia precisa che Banca Carige,
Banca Popolare e Mps prevedono di raccogliere capitali sul mercato o attraverso
la cessione di attività.
BANCHE
ALLA RICERCA DEI FONDI PERDUTI
Per gli analisti, le banche che presentano
indici di capitale vicini o sotto la soglia
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dell'8% del Common Equity Tier fissato
dalla Bce, incontreranno difficoltà nell'ovviare alle carenze di liquidità attingendo
a risorse private. Di conseguenza "aumentano le probabilità di fallimento o intervento pubblico" per salvare gli istituti,
con "perdite per i detentori dei bond junior", dal momento che allo stato attuale
delle cose "non esiste alcuna evidenza di
una misura per bloccare eventuali deficit
di capitale". In pratica queste banche se
non dovessero raccogliere sul mercato
capitali sufficienti o faranno bancarotta o
finiranno sulle spalle dello stato, dei propri azionisti, degli obbligazionisti e infine
di noi contribuenti.
Insomma, il 2014 potrebbe essere
un’odissea per le banche italiane ed è
possibile che si scateni la solita ondata di
fusioni e acquisizioni.
Anche perché, scrive la commissione, “il
settore bancario italiano è ancora caratterizzato da un numero di debolezze
strutturali”. E “la persistente ma opaca influenza delle fondazioni può alla lunga
non essere ottimale”.
BANCHE,
I PUNTI DEBOLI DEL NOSTRO SISTEMA
A dicembre 2013 l'Italia aveva 694 banche, rispetto alle 623 della Francia e 358
della Gran Bretagna. Gli istituti italiani
hanno in totale 33mila filiali e 310mila dipendenti, a fronte di 38mila con 416mila
dipendenti filiale di Francia e 12mila filiali
con 454mila dipendenti in UK. Fino al
2010 le banche italiane erano considerate tra le più solide in Europa e anche
rispetto a quelle americane, per via del
n maggi o 20 14 -
I n cont ri
LA STRETTA CREDITIZIA
Per il credit crunch (stretta creditizia) le
banche hanno drasticamente ridotto i
prestiti alle piccole e medie imprese, per
cui la ex presunta forza del sistema creditizio nazionale si è trasformata in un
terribile handicap.
Senza dimenticare l'altra grande anomalia, e cioè il fatto che il bilancio delle banche è composto in gran parte dai titoli
di stato del debito sovrano (Bot e Btp)
in via di lenta diminuzione, grazie soprattutto alle progressive favorevoli condizioni del mercato secondario e di
conseguenza dello spread.
PRESTITI IN SOFFERENZA,
ALTO IL LIVELLO DI RISCHIO
C'è poi il capitolo dei prestiti in sofferenza, cioè inesigibili, in Italia sono saliti a
fine 2013 al nuovo record storico di 155
miliardi di euro (+20% rispetto a un
anno prima) stando ai dati dell'Abi e di
Bankitalia. Via Nazionale stima che i prestiti inesigibili continueranno a salire
senza tregua nei prossimi anni (a febbraio 2014 siamo già a 160 mld). L'alto
numero di prestiti in default (12,6%) o
pre-default (16%) - appare chiaro - porteranno a incrementare le esigenze di ricapitalizzazione delle banche italiane e
diverranno sempre più urgenti. Anche il
Fondo Monetario Internazionale ha lanciato lo stesso identico allarme: la bassa
redditività degli istituti dovuta al fatto che
le banche non prestano all'economia
reale per via della crisi, mentre i crediti
in essere nel frattempo continuano a deteriorarsi, oltre al legame troppo stretto
con il debito sovrano (titoli di stato)
sono i veri motivi dell'alto livello di rischio tuttora presente nel sistema bancario italiano. Sistema che sta ora
interessando anche le banche medio/pic-
cole (in particolare la BCE) che hanno
continuato a sostenere le imprese stante
la vicinanza al territorio, al tessuto economico e per ultimo ma, non secondario, al sistema politico locale molto legato
al settore produttivo.
tutti gli asset ormai non esigibili. Come
avvenne in Spagna, con l’aiuto della UE,
la Sareb, nata con una cinquantina di miliardi di capitale, dopo il crollo del mercato immobiliare, la quale ha chiuso il
bilancio 2013 in utile, riuscendo a recuperare crediti, anche problematici, ceduti
dalle banche ordinarie.
BANCHE n
I LAVORATORI VITTIME DEGLI ERRORI
ALTRUI, NO DEL SINDACATO!
Appare importante rilevare l’atteggiamento intollerabile dei banchieri che cercano di sfruttare queste necessarie
manovre di pulizia degli asset e di restiling dei bilanci per imporre nuovi modelli di organizzazione del lavoro che
trasferiscono i costi ancora una volta sui
lavoratori.
Denunciare pesanti esuberi e, talvolta,
esternalizzare attività o cedere interi
rami d’azienda (ad esempio il back office
e il recupero crediti) come step necessari e obbligati per raggiungere gli obiettivi di risanamento dei bilanci (apparentemente imposti da volontà superiori)
tradiscono le verità oggettive e mortificano le professionalità, ma risultano alquanto efficaci per convincere i mercati
circa le prospettive future dell’azienda
(Unicredit docet).
Lo scopo è sempre lo stesso, liberarsi
,per quanto più è possibile, della forza lavoro non utile nei nuovi standard organizzativi e, soprattutto, delle risorse
medio alte, le più costose ma anche le
più efficienti e capaci e, quindi, meno “elastiche” al cambiamento.
La stagione dei rinnovi contrattuali si è
appena aperta e solo la continua vigilanza del sindacato potrà arginare lo tsunami che sarà prodotto dall’ABI
strumentalizzando anche i provvedimenti
comunitari.
IL “CHE FARE” DELLE BANCHE
Cosa si può fare allora perché i prestiti
inesigibili non creino seri problemi di li- TRASPARENZA E BILANCI,
quidità? I due colossi italiani (too big to IL GIORNO DEL GIUDIZIO
fail: troppo grandi per fallire) Unicredit e L'andamento reale dell'economia italiana
Banca Intesa - stanno cominciando a lascia intendere che i famosi segnali di rivendere i loro asset deteriorati ad alcune presa per ora non si vedono affatto. In
finanziarie e fondi specializzati soprat- aggiunta alla viziosa e nociva interdipentutto americani, come KKR (Kohlberg denza tra banche e debito pubblico, che
Kravis Roberts & Co.).
continua a crescere, avendo toccato a
Questi ultimi ricomprano il credito de- gennaio 2014 il nuovo massimo storico.
teriorato a prezzi molto scontati, libe- Per questi motivi, ammettono i banchieri,
rando capitale, ora destinato agli l'ipotesi della "bad bank" di sistema, con
accantonamenti, che potrebbe costituire intervento pubblico, in Italia è allo studio
il volano moltiplicatore per riattivare il si- ma, al momento, impraticabile.
stema di credito alle imprese e gestire, Le banche italiane sono arrivate, grazie
anche in autonomia, i prestiti ristrutturati agli stress test della BCE, al giorno di un
o incagliati. Unicredit, per esempio, ha severo giudizio sulla realtà e trasparenza
preferito affrontare la situazione annun- del bilancio. Dopo anni di gestione
ciando la più colossale perdita della sto- miope, conservatrice e clientelare, azioria bancaria europea: una perdita di 14 nisti e manager dovranno affrontare con
miliardi di euro, (per svalutazione dell’av- crudo realismo i risultati di questo esame
viamento e accantonamenti su crediti). E e non nascondere le proprie responsala perdita sarebbe stata anche più ampia bilità. Perché un sistema bancario malato
se non fosse intervenuta la rivalutazione è parte rilevante della crisi che attanaglia
delle quote Bankitalia voluta dal governo il nostro Paese. Gli stress test saranno
a favore delle banche azioniste. I nego- quindi anche uno stimolo affinché venga
ziati per cedere al mercato gli asset rap- riattivato il circuito virtuoso del fare
presentati dai crediti in sofferenza non banca “tradizionale” evitando di ricercare
Dante Sbarbati
sono facili. Infatti i compratori “pagano in facili guadagni con operazioni di trading
media 30 centesimi per 1 euro e in certi o derivati.
casi appena 10, quindi
con uno sconto del 7090% rispetto al valore
I PARAMETRI DEGLI STRESS TEST
originale pre-crisi di quel
cespite ormai molto svaL’Autorità Europea bancaria (Eba), concordemente con la BCE, ha comunicato gli indici e lo
lutato”. Tuttavia, se l'opescenario macro economico avverso che sarà considerato nei prossimi stress test cui verrazione si conclude, la
ranno sottoposte le 124 banche europee sistemiche. L’esame inizierà a fine maggio, si conbanca si libera del credito
cluderà a ottobre e le banche dovranno dimostrare di avere un capitale sufficiente (5,5% di
deteriorato o in default,
core Tier 1) per resistere alla crisi.
anche se fondamentale
Lo scenario immaginato è estremamente pesante con un calo del Pil, rispetto alle previsioni
poi è che la perdita (della Commissione UE, dello 0,7% nel 2014, del 1,5% nel 2015 e dello + 0,1% del 2016,
70/90%) appaia effettivache equivale a una contrazione dell’economia pari al 2,1%. Lo stress sulle banche interviene
mente in bilancio (come
sugli interessi del debito che aumenta mediamente di 150 punti nel 2014 e di 110 punti nel
ha fatto Unicredit). Molti
2015 e 2016; la caduta dei valori azionari con una contrazione del 18,6 nel 2014 e del 19,2
banchieri, in privato, amnel 2016; del mercato immobiliare (ad esempio per l’Italia del 13%); il corso dei cambi con
mettono che per le banuno scenario dove aumenta il valore dei bond USA con tensioni e fuga di capitali provoche italiane la soluzione
cando pressioni specifiche sui corsi valutari e sulle dinamiche di finanziamento. Infine la dimigliore sarebbe un'altra:
soccupazione che aumenterà mediamente al 14,4%.
lo stato, potrebbe dar
Una fotografia a tinte fosche che, questa volta, risparmierà all’Eba le critiche sui precedenti
vita a una "bad bank" di
stress test considerati poco efficaci, ma garantirà trasparenza e credibilità ponendo in assosistema, un istituto publuto rilievo le residue vulnerabilità delle banche.
blico nuovo a cui cedere
Incon t ri
- maggi o 2 014 n
11
n L AV O RO
BANCHIERI: “CHI NON IMPARA
DAL PASSATO È COSTRETTO A RIVIVERLO”
Top management privo di visione e senso del reale, ossessionato dai tagli
Sono ancora vive nella nostra memoria le immagini con cui di fatto si aprì,
nel lontano 2008, la crisi di Lehman
Brothers che in pochi mesi avrebbe assunto una connotazione globale, travolgendo anche il nostro Paese.
Chi non ricorda i bancari americani,
letteralmente messi alla porta che in
fila ordinatamente lasciavano le
aziende per cui fino a pochi minuti
prima avevano lavorato, reggendo nelle
mani degli anonimi scatoloni da cui
spuntavano tristemente quei pochi oggetti personali, foto, gadget, cancelleria
usata che “arredavano”, rendendole
meno anonime, le loro postazioni di
lavoro.
Non si tratta certo di scene isolate, ma
di veri e propri drammi che conti-
“ Nonostante una calma apparente,
costruita più ad uso dei mercati
che basata su dati reali,
la stragrande maggioranza
delle banche, italiane comprese,
hanno continuato
negli ultimi due anni
a comprimere
il numero degli addetti
12
n maggi o 20 14 -
”
I n cont ri
nuano a ripetersi a causa di un sistema
finanziario che, nonostante gli sforzi dei
sistemi nazionali, spesso più formali che
sostanziali, non riesce a riformarsi continuando a produrre danni incalcolabili
all’economia reale e alla creazione di
valore sostenibile.
É opinione comune, anche se datata,
che i dipendenti delle banche siano dei
privilegiati dotati di retribuzioni di tutto
rispetto e soprattutto arbitri del destino di centinaia di famiglie e imprese
che si rivolgono loro per avere un credito che spesso gli viene negato.
La realtà, invece, è tutt’altra, soprattutto
in paesi come gli Stati Uniti e la Gran
Bretagna, dove in qualsiasi momento si
può venir chiamati dall’ufficio del personale e accompagnati alla porta senza
la necessità di un motivo plausibile.
Una sorta di decimazione istantanea,
tanto veloce da passare inosservata
anche per chi ti lavora accanto.
Una frase tristemente famosa recita
che “chi non impara dal passato è costretto a riviverlo”, tuttavia a più di cinque anni dal fallimento di Lehman
Brothers, è legittimo chiedersi se quella
spirale si sia veramente esaurita o se è
solo questione di tempo perché il
gioco d’azzardo finanziario, mai veramente interrottosi, faccia sentire i propri effetti generando una nuova serie
di fallimenti a catena.
Nonostante una calma apparente, costruita più a uso dei mercati che basata
su dati reali, la stragrande maggioranza
delle banche, italiane comprese, hanno
continuato negli ultimi due anni a comprimere il numero degli addetti, riducendo da un lato il costo del lavoro di
impiegati, quadri e middle management e aumentando esponenzialmente i compensi per top manager e
consulenti esterni.
L’incertezza, la totale mancanza di prospettive generano nel personale di
L AV O RO n
ogni ordine e grado una tensione strisciante che logora quotidianamente e
che rende estremamente complicato
svolgere serenamente il proprio lavoro.
Il concetto di lealtà verso la propria
azienda, considerato come un cardine
per chi lavorava in una banca, si infrange oggi contro la logica di politiche
di ristrutturazione selvagge che sacrificano professionalità consolidate, costruite in anni di impegno, alla politica
del taglio dei costi, della standardizzazione a oltranza, dell’automatizzazione
che trasforma la banca in altro da sé,
facendole perdere quella vicinanza al
territorio fondamentale per interpretarne le esigenze.
In questo clima i top Manager bancari
tendono, nella stragrande maggioranza
dei casi a non curarsi degli interessi a
lungo termine delle aziende, puntando
su una massimizzazione dei profitti che,
grazie a criteri premianti del tutto stravaganti, privilegiano gli exploit, spesso
più figli di tagli indiscriminati che di reali
politiche di crescita e rilancio.
Questo “modus operandi” rende in un
certo senso superata l’idea della banca
come azienda singola, caratterizzata
quindi da una certa unità di scopi e attività, con una visione strategica comune a cui attenersi.
La banca, soprattutto ai livelli apicali
muta la sua natura tradizionale trasformandosi in un insieme di individui in
posizioni di comando, gli uni armati
contro gli altri. Ognuno cerca infatti di
esercitare le proprie “autonomie” in
una logica totalmente individualistica e
naturalmente distonica rispetto a un
progetto comune.
Forse sarebbe opportuno prendere in
considerazione gli effetti sociali che tale
individualismo esasperato può produrre sulle imprese, sulle famiglie e
anche sul personale che lavora nelle
banche.
Nonostante infatti la loro centralità
nella vita di ogni Paese, le banche restano ancora degli oggetti misteriosi,
difficilmente comprensibili e analizzabili
dai non addetti ai lavori.
Incon t r i
- marzo 201 4 n
Per i top manager ambiziosi la riduzione del personale con conseguente
taglio del costo del lavoro rappresentano l’opportunità di capitalizzare
velocemente quei risultati che consentiranno loro accesso al sistema
premiante.
Ma un sistema così strutturato pecca
certamente di miopia, poiché si basa
su incentivi non redistribuiti su tutta la
filiera produttiva e soprattutto congeniati in modo da spingere costantemente i dipendenti a pensare solo agli
interessi a breve termine.
Le risorse umane diventano strumenti,
considerati al pari di computer e cancelleria e con le ristrutturazioni non si
crea maggiore efficienza, ma semplicemente si fa pulizia di diritti e garanzie.
La domanda che sorge quindi spontanea è come sia possibile immaginare
che le grandi banche possano trattare
imprese e famiglie meglio di quanto
trattino le risorse impiegate al loro
interno?
Giulia Ranieri
13
n LEGALE
OSSERVATORIO SULLA GIUSTIZIA
a cura di Claudio Minolfi
n Suprema Corte di Cassazione - Sezione Lavoro
Sentenza n° 26143 del 21 novembre 2013
n Suprema Corte di Cassazione - Sezione Lavoro
Sentenza n° 4723 del 27 febbraio 2014
LEGITTIMO IL LICENZIAMENTO DEL DIPENDENTE CHE HA SVIATO
LA CLIENTELA DIROTTANDOLA VERSO I SERVIZI DI UN’AZIENDA
CONCORRENTE
Ribadendo il contenuto di precedenti propri pareri, la Corte di Cassazione ha confermato la decisione con cui la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha dichiarato la
legittimità del licenziamento della lavoratrice che con il proprio comportamento ha
sviato parte della clientela, favorendo un’azienda in concorrenza con quella presso
cui prestava la propria opera.
A nulla è valso il tentativo difensivo di sminuire la rilevanza delle prove testimoniali,
essendo ormai acclarato che le risultanze di tali adempimenti probatori, nonché quelle
del giudizio sull’attendibilità e credibilità dei testi, sono valutazioni afferenti ad apprezzamenti riservati al Giudice del merito che ben possono essere da lui posti a fondamento del proprio convincimento.
Nel caso in specie, poi, ogni circostanza addotta a difesa della dipendente licenziata
è stata ampiamente valutata dai Giudici o da questi, comunque, ritenuta di scarso significativo valore ai fini di causa.
Anche se il danno arrecato può essere stimato di minima entità o addirittura assente,
sono state considerate irrilevanti le osservazioni in ordine alla proporzionalità della
sanzione irrorata; ciò che invece giustamente rileva, per la decisione finale, è la manifesta idoneità della condotta del lavoratore a porre in dubbio la futura correttezza
dell’adempimento della prestazione lavorativa.
14
n maggi o 20 14 -
I n cont ri
comportamento
in evidente violazione
della sfera privata
dei soggetti
le cui conversazioni
erano state segretamente
registrate, non solo
in ambito strettamente
lavorativo
“
manifesta idoneità
della condotta
del lavoratore
a porre in dubbio
la futura correttezza
dell’adempimento
della prestazione
lavorativa
“
Pienamente confermando le decisioni assunte in prima istanza dal Tribunale e successivamente dalla Corte d’Appello di Torino, la Corte di Cassazione ha definitivamente sancito la legittimità del licenziamento comminato al lavoratore dipendente
che, nell’intento di poter provare le attività finalizzate al mobbing, a suo dire, messe
in atto nei suoi confronti, ha in modo clandestino registrato alcune conversazioni avvenute fra i suoi colleghi di lavoro.
La Suprema Corte, con il descritto assunto, ha quindi ritenuto ampiamente e correttamente motivate le precedenti sentenze, e in particolare quella di secondo
grado, con cui i Giudici di merito hanno considerato la gravità del comportamento
in esame tale da compromettere il rapporto fiduciario tra lavoratore e azienda datrice di lavoro.
Pur avendo il dipendente licenziato sostenuto, a sua difesa, la legittimità delle registrazioni in quanto destinate, salvo il loro ufficiale disconoscimento, a essere utilizzate
esclusivamente in sede giudiziaria e pertanto non lesive di alcun diritto alla riservatezza, la Cassazione ha evidenziato come sia stato ben motivato, nel provvedimento
impugnato, il convincimento circa la particolare gravità dell’episodio contestato.
Le risultanze processuali hanno, infatti, dimostrato l’esistenza di un comportamento
in evidente violazione della sfera privata, e quindi del diritto alla riservatezza dei soggetti le cui conversazioni erano state segretamente registrate non solo in ambito
strettamente lavorativo, ma anche negli spogliatoi e nei locali destinati alla comune
frequentazione, per essere tra l’altro utilizzate per una denunzia di mobbing rivelatasi,
poi, infondata.
“
“
LEGITTIMO IL LICENZIAMENTO DEL DIPENDENTE CHE CLANDESTINAMENTE HA REGISTRATO LE CONVERSAZIONI DEI COLLEGHI CON
L’INTENTO DI SUPPORTARE UNA DENUNCIA PER MOBBING CONTRO
IL DATORE DI LAVORO
L AV O RO n
PIANO “GARANZIA PER I GIOVANI”
CHE SIA FINALMENTE L’INIZIO...
Istituzioni e imprese: fronte comune contro la disoccupazione giovanile
Il 1° maggio, con una dotazione finanziaria iniziale per il biennio 2014/2015
di oltre 1,5 miliardi di euro, ha preso
avvio in tutta Italia il Piano Nazionale
Garanzia Giovani.
Youth Guarantee o Garanzia Giovani è
il Piano Europeo per la lotta alla disoccupazione giovanile ed è rivolto a tutti
i Paesi Membri con tassi di disoccupazione giovanile oltre il 25%. In sinergia
con la raccomandazione del Consiglio
Europeo del 22 aprile 2013, il Governo
italiano ha stanziato per il Piano esattamente 1.513 milioni di euro, di cui 567
dalla Youth Employment Initiative, 567
dal Fondo Sociale Europeo e 370 di
cofinanziamento nazionale.
L’obiettivo, rivolto a giovani compresi
tra i 15 e i 29 anni, è quello di destinare
i finanziamenti previsti in politiche attive di orientamento, istruzione e formazione e inserimento al lavoro.
L’attuazione del Piano garantisce, entro
quattro mesi dall’uscita dal mondo del
lavoro o dal sistema scolastico, ai giovani disoccupati o Neet – Not in Education, Employment, Training – ovvero
non impegnati in una attività lavorativa,
né inseriti in un percorso scolastico o
formativo – un’offerta valida di lavoro,
il proseguimento degli studi, l’apprendistato o il tirocinio.
Le risorse stanziate saranno ripartite
tra le diverse misure del programma
direttamente dalle Regioni, che dovranno definire anche modalità organizzative e di attuazione degli interventi
all’interno del proprio territorio, nel
quadro delle linee guida stabilite a livello nazionale.
I costi sostenuti dalle Regioni per fornire i servizi per l’impiego e per tutte
le altre modalità previste saranno riconosciuti esclusivamente in base ai risultati e ai percorsi attivati.
In questa ottica, il coinvolgimento del
mondo delle imprese, che deve assu-
mersi delle responsabilità tangibili
verso una delle maggiori emergenze
del momento, diventa di fondamentale
importanza.
Le principali associazioni imprenditoriali e di categoria, e anche alcune
grandi imprese, in collaborazione con
il Ministero del Lavoro, devono farsi carico di predisporre, promuovere e attuare specifici Protocolli di intesa e di
collaborazione che definiscano i percorsi idonei alla concreta realizzazione
del Piano.
Dopo Confindustria e Finmeccanica,
CIA (Confederazione Italiana Agricoltori) e AGIA (Associazione Giovani Imprenditori Agricoli), Confcommercio e
altre Associazioni, anche l’Associazione
Bancaria Italiana (ABI), lo scorso 15
maggio, ha firmato un Protocollo di intesa con il Ministero del Lavoro e delle
Politiche Sociali “finalizzato a promuovere azioni concrete a sostegno dell’occupazione giovanile”.
Con questa firma, ABI si impegna a
promuovere politiche attive sulle misure previste nel Piano, sviluppando direttamente azioni specifiche e
informando i propri associati delle iniziative che possono favorire l'avvicina-
Incon t ri
- maggi o 2 014 n
mento e l'inserimento dei giovani nel
mondo del lavoro. In particolare, verrà
istituito un elenco delle aziende disponibili a ospitare tirocinanti, sensibilizzando le imprese associate a un utilizzo
significativo dei tirocini e dell'apprendistato favorendo la comunicazione delle
offerte di lavoro rivolte ai giovani.
Prevista anche la costituzione di un
gruppo di coordinamento destinato a
promuovere la definizione di azioni
formative a livello nazionale e territoriale, a monitorare l'avanzamento delle
iniziative e coordinando le azioni di comunicazione riferite al Protocollo.
Non si può che essere favorevoli a
questo tipo di iniziative, sperando che
non si tratti della solita “campagna pubblicitaria”. Ora l’attenzione è rivolta al
rinnovo del CCNL.
L’Associazione Bancaria dovrà dimostrare di saper far fede a quanto sottoscritto con il Ministro Poletti, nelle
considerazioni del Protocollo: “il principio di responsabilità sociale d’impresa
comporta uno sforzo straordinario per
fronteggiare le difficoltà della società
italiana provocate dalla lunga crisi economica di questi anni”.
Silvio Brocchieri
15
n L AV O RO
LE RIUNIONI DI LAVORO SPENGONO
IL CERVELLO
In disarmo stakanovisti e presenzialisti di ogni genere
Lo sapevate che le “riunioni di lavoro”
spengono il cervello? Che l'attenzione
cala vertiginosamente dopo 20 minuti?
Che la maggior parte di questi incontri
serve a decidere quando si terrà il prossimo? Che il New York Times stronca
tutti i vantaggi dei lunghi meeting, suggerendo se proprio si vogliono fare, di programmare riunioni brevi e in piedi, come
fanno da tempo i francesi, in modo da
non permettere una rilassatezza del
corpo e del cervello?
Se non lo sapevate ve lo spiega uno studio del Virginia Tech Carillon School of
Medicine and Research Institute, che
pare concepito apposta per alimentare
le più fosche paranoie dei “presenzialisti”,
di coloro cioè che non lasciano mai l'ufficio prima delle otto di sera, che quando
intervengono in una riunione, e intervengono sempre, leggono per mezz'ora una
lunga circolare aziendale munita di slides
luccicanti, e poi per un'altra mezz'ora, se
va bene, la commentano a braccio, autocompiacendosi della propria retorica.
Proviamo a metterla così: gli americani
sono esagerati, alcuni manager (non è un
dato certo, ma sembra siano solo
donne) sono arrivati addirittura a tenere
riunioni di lavoro anche nella toilette del-
16
livia
n maggi o 20 14 -
I n cont ri
l'ufficio, sperando di ottimizzare i tempi
e ottenendo invece il risultato opposto,
se non addirittura un pericoloso blocco
delle vie urinarie. In teoria le riunioni di
lavoro servono: a organizzare l'agenda lavorativa giornaliera, settimanale o mensile, a risolvere problemi complessi
mettendo a confronto gli esperti interni
nei vari campi, a proporre idee, utilissime
allo sviluppo aziendale. In teoria servono,
però se ne fanno troppe e troppo lunghe.
Non si sottrae soltanto tempo al lavoro,
ma anche a se stessi, alla famiglia, ai figli,
al piacere di stare con gli amici.
Una bella lezione di cambiamento per ridurre questo spreco collettivo arriva appunto dalla Francia dove, con la regia del
governo, imprenditori e sindacati hanno
sottoscritto un accordo per contenere
la febbre delle riunioni aziendali. Due i
punti più interessanti: le riunioni in
azienda sono vietate prima delle 9 e
dopo le 18 ; le mail di lavoro, tra dirigenti
e dipendenti, non sono previste durante
il fine settimana. L'accordo è stato battezzato “La carta per l'equilibrio dei
tempi della vita” ed è stato sottoscritto
da numerose imprese, in particolare da
16 grandi gruppi, tra cui Coca-Cola, Carrefour, Allianz, Lvmh, Bnp Paribas, Michelin. Si tratta di un vero e proprio
contenimento degli sprechi (in questo
caso di tempo e di lavoro) ed è anche
un modo per incoraggiare tutti a rispettare il tempo dedicato alla famiglia, niente
impegni professionali a fine giornata, ma
neanche troppo presto al mattino (bisogna accompagnare i bambini a scuola).
In Italia pochi sono gli esempi virtuosi,
uno su tutti la Cassa Rurale di Aldeno e
Cadine, provincia di Trento, 14 filiali, 103
dipendenti, chiude gli sportelli alle 16 e
vieta qualsiasi riunione dopo quest'ora.
Con buona pace degli americani, esagerati, e dei nostri stakanovisti forzati, compreso il giovane Capo del governo che
pur “tenendo famiglia” organizza riunioni
alle 7 del mattino.
Elisabetta Giustiniani
ncontri
I idee&fatti
22
maggio 2014
anno IV
ESTERNALIZZAZIONI
come orientarsi
n S P E C I A L E I N S E RTO
n S P E C I A L E I N S E RTO
ESTERNALIZZAZIONI
come orientarsi
3
3
5
7
8
II
n
n
n
n
n
INTRODUZIONE
IL CONCETTO DI “OUTSOURCING”
IL TRASFERIMENTO D’AZIENDA E RAMO D’AZIENDA
ESTERNALIZZAZIONI: APPLICAZIONE
CONCLUSIONI
Testi a cura di DirCredito Comunicazione
n maggi o 20 14 -
I n con tri
ESTERNALIZZAZIONI
come orientarsi
n INTRODUZIONE
La globalizzazione dei mercati e l’utilizzo sempre più consistente delle nuove tecnologie nelle attività aziendali, ha
spinto le imprese a gestire ogni singolo processo produttivo in funzione della massimizzazione del profitto, attraverso la migliore destinazione possibile delle risorse
disponibili.
In considerazione del fatto che i più rilevanti cambiamenti del mercato del lavoro passano dalla riconsiderazione dei modelli di organizzazione del lavoro, il tema
dell’outsourcing rende interessante e di grande attualità
l’analisi e lo studio degli strumenti utilizzati, tra i quali le
delocalizzazioni, le esternalizzazioni, i trasferimenti aziendali e le joint venture.
L’argomento è stato, recentemente, oggetto di analisi di
uno studio – con il patrocinio dell’Unione Europea e del
Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – dell’Istituto
per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori (ISFOL).
Le esternalizzazioni sono ormai un fenomeno caratterizzante anche del sistema bancario e, per questo motivo, in presenza di significative modifiche a livello
contrattuale riguardanti la flessibilizzazione dei rapporti
di lavoro, impattano inevitabilmente sulle condizioni di lavoro
dei dipendenti e sulle sorti dell’occupazione.
L’incidenza di questi processi
sulle politiche di governo delle
risorse umane e, conseguentemente, sulla qualità e sulle condizioni di vita dei singoli
lavoratori e delle loro famiglie
viene evidenziata dall’attenzione
con cui le Organizzazioni sindacali presidiano costantemente
questo tipo di operazioni, con
prolungate trattative, dall’inizio
della procedura fino al raggiungimento di complessi accordi.
Tuttavia, nonostante la rilevanza
In c on tr i -
del tema, risulta ancora poco agevole definire l’entità del
fenomeno e stabilire quanti e quali siano i lavoratori coinvolti, esposti agli effetti della globalizzazione e del radicale
mutamento dei mercati.
Questo impone al legislatore e alle parti sociali interessate un costante e difficile lavoro di adeguamento normativo e negoziale, alla ricerca di soluzioni equilibrate ed
efficaci anche sul versante dell’organizzazione dei processi produttivi, ineluttabilmente correlati alle condizioni
di lavoro.
n IL CONCETTO DI
OUTSOURCING
Il termine outsourcing deriva dalla contrazione dell’inglese outside resourcing, letteralmente procurarsi all’esterno.
Diversi studiosi si sono occupati di approfondire la materia, arrivando a diverse conclusioni. Così l’outsourcing
è stato definito come quella “particolare modalità di
esternalizzazione che ha per oggetto l’enucleazione di
intere aree di attività, strategiche e non, e che si fonda
sulla costituzione di una partnership tra l’azienda che
esternalizza e una azienda già presente sul mercato in
qualità di specialista” (Arcari). Oppure come il “processo
maggi o 2 014 n
III
n S P E C I A L E I N S E RTO
attraverso il quale le aziende assegnano stabilmente a
fornitori esterni (eventualmente con trasferimento dell’intero settore di attività), per un periodo contrattualmente definito, la gestione operativa di una o più funzioni
in precedenza svolte all’interno” (Boin, Savoldelli, Merlino
in “Outsourcing: uno strumento operativo o una
moda?”).
Altri ancora precisano si tratti di una modalità di organizzazione esterna dei servizi da attuare attraverso una
serie di contratti tra le parti (outsourcee e outsourcer),
impegnandole in investimenti congiunti e a forme di collaborazione, sia per quanto riguarda la progettazione che
la produzione dei servizi.
Dall’analisi delle definizioni con cui
viene trattato l’argomento si evince
grafico 1 che l’outsourcing si differenzia dalle
altre forme di esternalizzazione in
quanto presuppone una relazione
strutturata tra cliente e fornitore,
dove i rapporti tra chi esternalizza e
chi acquisisce l’attività ceduta si fondano su relazioni, sia di mercato che
collaborative.
Il presupposto principale è un coinvolgimento strategico del fornitore, nei
programmi a medio-lungo termine,
nello sviluppo aziendale del cliente.
In definitiva, come sottolinea la Everest
Europe Group – società internazionale
focalizzata sui servizi di sourcing –
un’operazione di outsourcing è una alleanza strategica basata sul riconosci-
IV
mento delle reciproche competenze, sulla volontà di stabilire una effettiva collaborazione a lungo termine e sulla
disponibilità di sviluppare relazioni corrette e trasparenti.
In Italia il fenomeno si è imposto negli anni sessanta, a
causa della consistente differenza nel costo del lavoro
tra le piccole/medie imprese e le grandi realtà dove,
anche per l’azione di tutela dei lavoratori svolta dal sindacato, si verificò un positivo e adeguato innalzamento
del livello salariale.
Negli ultimi anni è in atto un ulteriore impulso al decentramento a causa dell’inasprirsi della concorrenza e del
perseguimento di un modello di sviluppo dalle peculiari
caratteristiche, quali la costante ricerca della riduzione
dei costi e l’innalzamento del livello qualitativo dei servizi
o dei prodotti intermedi necessari.
In riferimento allo sviluppo del mercato dei servizi di offshoring, cioè il trasferimento di attività in un paese diverso dalla sede aziendale, generalmente a più basso
costo del lavoro, e outsourcing, in Europa, il Regno Unito
rappresenta il 50% del mercato europeo. Seguono Germania con il 20%, Benelux con il 10%, Francia e Italia –
in recupero rispetto agli altri mercati - con circa il 5%
ciascuno (vedi grafico 1).
Pochi grandi contratti – Schneider e Renault in Francia;
Fiat, Ferrovie dello Stato e Telecom in Italia – influenzano
notevolmente la dimensione dei mercati europei.
Il valore percentuale di ricorso all’outsourcing in relazione ai contratti sottoscritti rispetto al PIL risulta significativamente più basso in Europa rispetto agli Stati Uniti;
unica eccezione il Regno Unito dove l’adozione è pari a
circa l’80% di quello statunitense, mentre l’Italia si posiziona sotto il 10%.
n maggi o 20 14 -
I n con tri
E STERNALIZZAZIONI come orientarsi
n IL TRASFERIMENTO D’AZIENDA
grafico 2 -
E
Nonostante nel nostro Paese il fenomeno risulti in continua crescita, il trend di sviluppo è ancora inferiore a
quello che si registra a livello mondiale e, soprattutto, è
basato su pochi grandi contratti principalmente focalizzati sull’Information Technology (IT).
L’outsourcing costituisce – o meglio, dovrebbe costituire
– un valido strumento in caso di ristrutturazioni e riorganizzazioni aziendali in quanto, allocando all’esterno
produzioni e lavorazioni non ritenute core business, consente all’impresa di concentrarsi sulle attività chiave, con
la possibilità di valorizzare le risorse interne, accrescendone contestualmente le competenze.
Questo processo di esternalizzazione permette altresì la drastica riduzione, se non la
completa eliminazione, dei costi di investimento in nuova tecnologia e di ricerca, con la
diretta conseguenza sui costi relativi alla formazione dei dipendenti addetti a gestire tali procedure, potendo accedere – anche
parzialmente – direttamente alle conoscenze
specifiche del provider.
Nel grafico 2 vengono identificate, da uno studio condotto dal The Outsourcing Institute su
un campione di 1.200 società americane, le
dieci principali motivazioni che inducono all’outsourcing.
Lo schema evidenzia, piuttosto chiaramente,
come il fattore principale per il quale le aziende
ricorrono all’outsourcing sia la riduzione dei
costi, accompagnata dalla necessità di focalizzarsi sul core business.
In c on tr i -
RAMO D’AZIENDA
Il trasferimento di azienda e di ramo di
azienda, strumento giuridico con cui
vengono più frequentemente realizzate operazioni di outsourcing, è regolamentato dall’art. 2112 del Codice
Civile e, per quanto riguarda il settore
del credito, dall’art. 17 CCNL del 19
gennaio 2012.
Il Codice Civile definisce che “ai fini e
per gli effetti di cui al presente articolo
(2112) si intende per trasferimento di
azienda qualsiasi operazione che, in seguito a cessione contrattuale o fusione,
comporti il mutamento nella titolarità
di una attività economica organizzata,
con o senza scopo di lucro, preesistente al trasferimento e che conserva
nel trasferimento, la propria identità a
prescindere dalla tipologia negoziale o dal provvedimento sulla base del quale il trasferimento è attuato ivi
compresi l’usufrutto o l’affitto di azienda. Le disposizioni
del presente articolo si applicano altresì al trasferimento
di parte dell’azienda, intesa come articolazione funzionalmente autonoma di una attività economica organizzata, identificata come tale dal cedente e dal cessionario,
al momento del suo trasferimento”.
Tutto il complesso delle norme è improntato a evitare
l’elusione delle regole in materia di licenziamenti indivi-
maggi o 2 014 n
V
n S P E C I A L E I N S E RTO
duali e collettivi e di appalti di servizi,
ovvero alla tutela dei lavoratori nella
continuità dei rapporti di lavoro,
malgrado il mutamento soggettivo
del titolare dell’impresa.
Infatti, è ancora l’articolo 2112 a stabilire che “in caso di trasferimento
d’azienda, il rapporto di lavoro continua con l’acquirente e il lavoratore
conserva tutti i diritti che ne derivano” e che “il cessionario è tenuto
ad applicare i trattamenti economici
e normativi, previsti dai contratti collettivi nazionali, territoriali e aziendali
vigenti alla data del trasferimento,
fino alla loro scadenza, salvo che
siano sostituiti da altri contratti collettivi applicabili all’impresa del cessionario. L’effetto di sostituzione si produce
esclusivamente fra contratti collettivi del medesimo livello”.
Particolare rilievo riveste, nel settore del credito, il trasferimento del ramo di azienda.
In questo ambito diventa essenziale definire due requisiti
fondamentali al perfezionamento dell’operazione, ossia
“il carattere dell’autonomia” e quello della “preesistenza
e identificazione soggettiva”.
Il principio che definisce l’autonomia di un ramo di
azienda va individuato nella organizzazione di beni e di
persone al fine della produzione di determinati beni o
servizi per il conseguimento di specifiche finalità produttive. L’art. 32 del D.Lgs. 276/2003 riforma la precedente
normativa e stabilisce che la preesistenza dell’autonomia
funzionale, potendo il ramo essere identificato al momento del suo trasferimento, non è più richiesta purché
il ramo di azienda ceduto si presenti come una organizzazione di mezzi idonea, anche mediante successiva integrazione, allo svolgimento delle attività di impresa.
L’articolo 17 del CCNL dei bancari, “Ristrutturazioni e/o
riorganizzazioni – Trasferimenti di azienda”, in otto
commi definisce l’iter procedurale alle quali le parti –
azienda e sindacato – si devono attenere. In sintesi:
1. nei casi di rilevanti ristrutturazioni e/o riorganizzazioni
… l'informazione e la consultazione sono successive alla
fase decisionale.
2. l'informazione scritta deve riguardare i motivi della
programmata ristrutturazione e/o riorganizzazione, le
conseguenze giuridiche, economiche e sociali per i lavoratori …, le eventuali misure previste nei confronti di
questi ultimi.
3. le ricadute sulle condizioni di lavoro del personale nei
VI
casi suindicati formano oggetto di apposita procedura di
contrattazione prima dell'attuazione operativa … .
4. la prima fase di detta procedura, salvo diversi accordi
tra le Parti, si svolge in sede aziendale e deve esaurirsi
entro il termine di 15 giorni … .
5. Qualora in tale sede non si giunga a un accordo si dà
luogo a ulteriori incontri negoziali che devono esaurirsi
entro altri 30 giorni, trascorsi i quali l'impresa può attuare
i provvedimenti deliberati, per la parte concernente il
personale … .
6. Nelle ipotesi, invece, di trasferimento di azienda - quali
fusione, concentrazione e scorporo - si applica la disciplina di legge, a prescindere dal numero dei dipendenti
delle imprese interessate.
7. Nel caso di cessione del pacchetto azionario di controllo l'impresa cedente e quella cessionaria, nonché
quella ceduta, dopo la cessione medesima, ne informano
con immediatezza gli organismi sindacali aziendali e verificano con gli stessi se vi sono ricadute sulle condizioni
di lavoro del personale, ai fini dell'eventuale attivazione
della procedura di cui al comma 1.
8. Durante le procedure di cui al presente articolo le
Parti si asterranno da ogni iniziativa unilaterale e da ogni
azione diretta.
L’analisi dell’art. 17 evidenzia come la procedura che
viene messa in atto permetta comunque all’azienda,
esperiti i tempi destinati alla trattativa, di procedere alla
cessione del ramo di azienda anche senza aver raggiunto
un accordo sindacale.
In questo caso siamo di fronte a una cosiddetta “procedura debole” dove l’operazione di cessione viene regolamentata esclusivamente attraverso la normativa
dell’art. 2112 Codice Civile che così assume un ruolo di
rilevante importanza strategica.
n maggi o 20 14 -
I n con tri
E STERNALIZZAZIONI come orientarsi
n ESTERNALIZZAZIONI: APPLICAZIONE
Nel mondo bancario i comparti maggiormente assoggettati a operazioni di esternalizzazione sono quelli legati
al settore dell’Information Technology (IT) e del Back Office (BO) e lo strumento giuridico, largamente più adottato in questo tipo di procedure, è quello della cessione
del ramo di azienda.
La storia ci insegna che i grandi gruppi bancari costituiscono inizialmente un Consorzio o una Joint Venture dopodiché, acquisite attività e lavoratori, spacchettano parti
di lavorazioni, con i relativi addetti precedentemente acquisiti, e le conferiscono in altra società.
In questo capitolo cercheremo di analizzare due esempi
di accordi di outsourcing e più precisamente quello di
Ubis (Gruppo UniCredit) con la V-TService e quello, sottoscritto non unitariamente dalle Organizzazioni sindacali, in Monte di Paschi di Siena con Fruendo.
Gruppo Unicredit
V-TServices SpA è una società costituita tra IBM al 51%
e Ubis al 49%, alla quale sono state cedute attività di ICT
Infrastructure Management e conferiti, senza soluzione
di continuità, 309 dipendenti.
In questo caso, l’accordo sottoscritto dai sindacati e approvato dai lavoratori con circa il 95% dei consensi dei
votanti pari al 65%, prevede trai punti più significativi:
- l’iscrizione all’Associazione Bancaria Italiana e l’applicazione del CCNL del Credito anche per i neo assunti;
- garanzie occupazionali di lungo periodo, con diverse
articolazioni, dal 31/08/2018 fino al 31/08/2028. In caso
In c on tr i -
di tensioni occupazionali, il Gruppo Unicredit si impegna,
esperite le necessarie procedure di legge e di contratto
– ivi compreso il Fondo di Solidarietà di settore, a ricollocare i lavoratori ceduti in Ubis o altre Aziende del
gruppo;
- la salvaguardia dei trattamenti normativi, di welfare
(compresi quelli previdenziali), economici e delle condizioni riservate ai dipendenti del Gruppo;
- il mantenimento degli accordi di secondo livello fino al
31 dicembre 2014.
Monte dei Paschi di Siena
Fruendo Srl è una società neo costituita tra Bassilichi
SpA al 60% e Accenture Insurance Services SpA al 40%;
il ramo di azienda ceduto da Monte Paschi è relativo alla
“Divisione Attività Amministrative Contabili Ausiliarie” e
coinvolge 1.066 lavoratori.
L’accordo, non firmato da tutte le Organizzazioni sindacali, oltre a prevedere che i contratti di servizio – anche
attraverso i partner industriali, soci della medesima –
presentano attività per Fruendo per una durata di 18
anni, eventualmente rinnovabili, stabilisce l’applicazione
del Contratto bancario a tutti lavoratori ceduti con il
mantenimento dei trattamenti retributivi e degli inquadramenti in essere.
A livello previdenziale, Monte Paschi si impegna ad attivarsi presso gli Organi competenti dei Fondi affinché per
i dipendenti coinvolti nell’accordo – che alla data del trasferimento siano iscritti a uno dei Fondi pensione aziendali di MPS – sia consentito il mantenimento dell’iscrizione
al Fondo originario.
In alternativa, qualora la continuità non si perfezionasse,
sarà possibile aderire a Previbank, eletto quale Fondo di
riferimento e, anche in questo caso, Fruendo si farà carico di versare un contributo pari al 2,50% della base di
calcolo del Tfr, così come definita dal CCNL vigente.
Le operazioni in questione incorporano la caratteristica
principale dell’outsourcing, vale a dire una relazione strutturale tra cliente e fornitore, evidenziata da contratti di
fornitura di servizi, più o meno duraturi nel tempo, e in
cui – caso V-TServices – nella compagine sociale compare anche la società cedente (Ubis).
Le due diverse cessioni di ramo di azienda – entrambe
regolate dall’art. 2112 Codice Civile, dall’art. 17 CCNL
e dall’art. 47 L. 428/90 – hanno in comune “l’autonomia
funzionale e organizzativa” e la “preesistenza”, ma differiscono su alcuni punti fondamentali quali le garanzie occupazionali di lungo termine.
maggi o 2 014 n
VII
n S P E C I A L E I N S E RTO
n
CONCLUSIONI
Il ricorso alle esternalizzazioni, di lavoro e di uomini, inteso nel complesso di tutte le sue tipologie – che vanno
dall’appalto alla delocalizzazione, dalla costituzione di
joint venture al trasferimento del ramo di azienda – è
attualmente una prassi di ordinaria amministrazione all’interno della organizzazione aziendale.
Nei fatti, l’outsourcing costituisce ad oggi uno strumento
totalmente utilizzato a perseguire finalità produttive, quali
l’incremento dell’efficienza, il mantenimento di un adeguato livello di competitività, ma soprattutto l’esasperata
ricerca del contenimento dei costi. In questo ultimo caso,
la riduzione dei costi e nella fattispecie quella relativa ai
costi del lavoro, purtroppo non ha come scopo principale quello di accrescere la produttività, bensì quello di
aumentare, a beneficio “dei pochi”, solo ed esclusivamente i margini di profitto da distribuire.
Ne deriva che la tutela dei lavoratori possa risultare notevolmente influenzata, specie quando la procedura di
esternalizzazione “nasconde” la volontà manageriale e
aziendale di tagliare voci di costo connesse essenzialmente al lavoro e ai profili professionali.
L’impatto che la crisi economico-finanziaria sta producendo sul settore del credito – calo di redditività, incremento dei crediti anomali e/o a sofferenza – non deve
giustificare, e non giustifica, l’imprevidente strategia aziendale di “perdere” know out e capitale umano.
L’evoluzione e il rinnovamento del sistema bancario, indispensabile per sorreggere l’economia nazionale e la
competizione internazionale delle nostre aziende, può
essere sostenuto in casi eccezionali da operazioni di outsourcing, ma non è accettabile il ricorso indiscriminato a
tale strumento e, soprattutto, che il tutto avvenga
a discapito dei lavoratori e delle loro tutele.
Le esternalizzazioni incidono infatti inevitabilmente sulla qualità e sulle condizioni di vita e
di lavoro delle persone coinvolte e delle loro
famiglie.
Basti pensare alla “umana” conflittualità che il solo
annuncio del trasferimento di un ramo d’azienda
– nell’ambito di un’operazione di trasferimento
di funzioni in precedenza svolte all’interno – può
generare tra il gruppo di coloro che ne sono destinatari e quello di chi invece continuerà a lavorare nell’azienda cedente. Oppure basti riflettere
sugli effetti che produce un cambio di sede di lavoro, imposto per “esigenze organizzative”, sui lavoratori trasferiti, con impatto immediato sulle
loro abitudini quotidiane e sulla conciliazione dei
tempi di vita e di lavoro. O ancora pensare al
senso di inadeguatezza che pervade chi, dopo
avere lavorato per anni, a volte decenni, nella stessa
azienda – aderendo perfettamente ai profili delle posizioni via via ricoperte – viene trasferito a una nuova
azienda, che percepisce come estranea, talvolta come
ostile, nella quale deve ricostruire i rapporti interpersonali e il proprio spazio lavorativo. Basti immaginare il
senso di fallimento che travolge chi vive questo trasferimento non solo come il venir meno di una determinata
realtà o aspettativa lavorativa, ma anche come il venir
meno del futuro immaginato, della progettualità personale, o peggio come la perdita della propria identità.
La piattaforma per il rinnovo del CCNL, al capitolo dedicato alle esternalizzazioni, evidenzia come: “il consolidamento dell’area contrattuale, il contrasto alle
esternalizzazioni e alla dispersione di posti di lavoro e di
professionalità sono elementi fondamentali, anche se indiretti, nella difesa dell’occupazione, in quanto attinenti
alla tenuta del perimetro contrattuale”.
Diventa quindi di fondamentale importanza il rafforzamento delle procedure attualmente in essere, tra le quali
la verifica in via preventiva della sussistenza dei requisiti
richiesti in ordine alla cessione del ramo di azienda, nonché l’allungamento dei tempi relativamente alla durata
della trattativa – da 30 a 60 giorni – e l’assimilazione, in
analogia con l’art. 20, degli strumenti alternativi alla cessione del personale.
In termini giuridico-legislativi, infine, potrebbe risultare
utile la modifica di alcuni aspetti della disciplina sul trasferimento del ramo di azienda come, per esempio, l’introduzione di maggiori oneri e responsabilità in capo ai
soggetti protagonisti dell’operazione.
n maggi o 20 14 -
I n con tri
LEGALE n
IL FILO D’ARIANNA
Suggerimenti per districarsi nel labirinto della vita quotidiana
Nuove tecnologie. Impianti per la produzione di energia elettrica
mediante fonti rinnovabili.
Gli impianti “fotovoltaici” installati sul tetto di casa, qualora rispondenti
ad alcune caratteristiche, potrebbero far aumentare la rendita catastale
e di conseguenza le imposte a questa ricollegabili.
Con la Circolare n° 36 del 19 Dicembre 2013, l’Agenzia delle Entrate ha ritenuto
opportuno altresì intervenire per fornire alcuni necessari chiarimenti in ordine ai profili catastali e, quindi, agli aspetti fiscali degli impianti fotovoltaici.
A seguito, infatti, del forte incremento registrato sul mercato della produzione di
energia elettrica generata da fonti alternative e rinnovabili, altrettanto numerose sono
state le richieste di chiarimenti rivolte alle competenti Autorità, soprattutto in ordine
a ciò che concerne la qualificazione mobiliare o immobiliare degli impianti fotovoltaici
e alle conseguenze che rispettivamente ne rivengono in ambito catastale e tributario.
Non rileva infatti, ai fini di un loro accatastamento, la sola inamovibilità degli impianti
fotovoltaici o la loro collocazione in un luogo diverso dall’immobile cui sono riferibili.
È pertanto da chiarire che, per l’Amministrazione Finanziaria, l’unità immobiliare è
costituita da un fabbricato o da una porzione di fabbricato, ovvero da un’area che,
nello stato in cui si trova e secondo l’uso locale, presenta una inequivocabile potenzialità di autonomia funzionale e reddituale.
Analogamente son da considerarsi unità immobiliari, purché verificatane la stabilità
nel tempo e presentino l’indicata autonomia funzionale e reddituale, i manufatti cosiddetti “prefabbricati”.
Ne consegue che, ai fini dell’obbligo di accatastamento degli impianti fotovoltaici per
l’individuazione di una loro propria rendita catastale, o dell’obbligo di denunciarne la
variazione per la rivisitazione della rendita eventualmente già esistente, è quindi determinante la loro capacità di produrre un certo reddito entro un lasso rilevante di
tempo.
Precisa però, la sopra indicata Circolare n° 36, che non hanno alcuna rilevanza catastale le porzioni di immobili su cui risultino installati impianti per la produzione di
energia di modesta entità, quali quelli destinati a consumi domestici che, fortunatamente per i contribuenti, sono un gran numero.
In particolare, non sussiste alcun obbligo di dichiarazione qualora l’impianto non superi
i 3 Chilowatt di potenza per ogni unità immobiliare servita o che la potenza complessiva non superi di tre volte il numero delle unità assistite.
Per quanto concerne invece le installazioni radicate al suolo, oltre che presentare alternativamente una di tali ultime indicate caratteristiche, può essere sufficiente per
non ritrovarsi assoggettati agli obblighi di accatastamento o di variazione catastale,
che l’area destinata all’intervento non superi complessivamente i 150 metri cubi.
Qualora, infine, la produzione d’energia dell’impianto fotovoltaico fosse riferibile a
un’unità immobiliare già accatastata, si renderà necessaria la variazione della rendita
catastale, unicamente se il valore dell’impianto superi il 15% della rendita preesistente.
È ovvio che per tale forma d’aggiornamento, per maggiore tranquillità degli interessati,
trattandosi di computi che andranno a impattare su tutte le imposte la cui base di
calcolo è appunto la rendita catastale (es.: Imu, Tasi, Registro), si renderà consigliabile
il coinvolgimento professionale di tecnici abilitati ad approntare le dovute verifiche.
Incon t ri
Claudio Minolfi
- maggi o 2 014 n
17
n SOCIETÀ
PAPA FRANCESCO:
CORROTTI E PECCATORI NON SONO LA STESSA COSA
FRANCESCO/1: MONITO AI POLITICI
Per loro stessa ammissione, se ne sono
tornati allo scranno parlamentare delusi e in evidente disagio i 518 deputati
che avevano partecipato alla messa celebrata riservatamente per loro, alle
sette del mattino e a porte chiuse,
nella Basilica di San Pietro, da papa
Francesco.
Le loro aspettative di ritrovarsi di
fronte il solito pontefice che più "familiare" non si può, sono andate, però,
completamente deluse perché Francesco, nell'occasione, non si è mostrato
loro col volto sorridente, socievole e
amicale, come appare sempre in
mezzo alla sua folla.
Tutti i partecipanti, dopo averlo ascoltato con la massima attenzione, hanno
capito che il tema trattato nell'omelia
papale non era affatto casuale e che,
pur richiamandosi all'epoca di Gesù, si
proiettava totalmente nell'era moderna, quella loro.
Un papa che descrive così bene la figura del corrotto, differenziandola, per
18
sua natura, da quella del peccatore non
s'era mai visto prima, attraverso un
messaggio indirizzato a un nutrito
gruppo di politici, ai quali è apparso
chiaro che lo stesso fosse stato confezionato ad hoc per la loro categoria.
Senza pacche consolatorie sulle spalle,
nessun buffetto incoraggiante sulle
guance, pochi sorrisi e solo una formale cordialità: si è trattato di una severa ramanzina pontificia, propria della
serie evangelica: "chi ha orecchi per intendere, intenda"
Dopo questa solenne strigliata papale,
riportata con gran clamore da tutti i
mass media, il ruolo dei politici ne esce
notevolmente ridimensionato non solo
sotto l'aspetto meramente sacro, ma
soprattutto nell'immagine.
Dio, dice Francesco, riconosce il perdono al peccatore pentito, per qualsiasi
colpa commessa, e lo riaccoglie, ma allontana da sé il corrotto che continua,
imperterrito, ("fissato nelle sue cose"),
nella sua azione devastatrice, approfittando delle cariche o degli incarichi
n maggi o 20 14 -
I n cont ri
conferitigli magari proprio da quelli
che, poi, saranno le sue vittime preferite. Dunque, i peccatori saranno perdonati, i corrotti no: un richiamo, forte,
deciso, severo, che non può non scuotere qualsiasi coscienza. Dio, ha spiegato il papa, vede il suo popolo come
"pecore senza pastori" e, purtroppo, i
politici-pastori di oggi sono, in massima
parte, affaccendati in tutt'altre faccende personali anziché curare gli interessi dei cittadini. Papa Francesco, in
tutte le manifestazioni ufficiali, ha sempre dato scarsa o nessuna importanza
ai politici presenti, definiti in questa storica omelia "uomini di buone maniere
ma di cattive abitudini" alla stessa stregua dei noti "sepolcri imbiancati" come
li aveva definiti Gesù, all'epoca sua. A
distanza di duemila anni, cambia la definizione letterale, ma il significato rimane lo stesso.
Già lo scorso anno, papa Francesco, in
un suo libro dal titolo molto esplicativo
"Guarire dalla corruzione", aveva approfondito l'argomento della condotta
del pubblico ufficiale che riceve indebite elargizioni, con delle affermazioni
sul "corrotto che ha la faccia del non
sono stato io, la faccia da santarellino,
a meritarsi la laurea honoris causa in
cosmetica sociale".
E, di recente, tanto per non cambiare,
il calendario della corruzione viene aggiornato con lo scandalo tangentizio di
Expo 2015, nel quale, attraverso filmati,
si vedono e si sentono corrotti e corruttori scambiarsi frettolosamente sostanziose mazzette. Una volta tanto,
colti sul fatto, perché la corruzione in
Italia avviene sempre in termini ufficiosi
(tutti ne sono a conoscenza perché riguarda sempre gli… altri), in forma
sotterranea e, come rincara il papa, "i
corrotti temono la luce perché la loro
anima ha acquisito le caratteristiche
del lombrico nelle tenebre e sotto
terra".
I corrotti non sono solo gli uomini politici, e loro dovrebbero costituire da
esempio, ma tante altre categorie di
cittadini comuni, magari all'apparenza
onesti e inermi: i falsi invalidi e i medici
che li hanno resi tali; i funzionari pubblici e privati abituati a "chiudere un occhio"; gli artigiani e i professionisti che
propongono due preventivi, uno con
l'Iva, contabilizzato, e uno senza, in
nero; quelli che vivono di lavori pubblici
che non arrivano mai a conclusione;
quelli che sprecano il denaro pubblico
in opere che non servono a niente e a
nessuno; quelli che mettono a tacere
testimoni e prove delle loro malefatte
offrendo cariche e prebende di varia
natura; quelli che fanno sfoggio di ricchezza apparente costruita sul lavoro
sommerso o illecito degli altri; quelli
che falsificano i bilanci per coprire le
loro ruberie; quelli che, in ambito industriale, anche dopo aver portato colossi aziendali al dissesto, se ne vanno
con laute buonuscite, giustificate solo
col desiderio di mandarli via.
Quelli che... Purtroppo, si potrebbe
continuare all'infinito.
Il Vangelo è pieno di personaggi dediti
alla corruzione: sono gli stessi che
oggi, sotto altre forme e sembianze,
inquinano l'economia, la finanza, la
società, il mondo del lavoro, recitando bene la loro parte, fra inganno e
opportunismo.
SOCIETÀ n
FRANCESCO/2: MONITO
AI (PRESUNTI) SPORTIVI
Era stato proprio un bell'incontro
quello avuto dal Papa con i calciatori di
Fiorentina e Napoli, il giorno prima
della finale di Coppa Italia. Francesco si
era congedato con un "buon lavoro a
tutti voi e che domani sera sia una
bella festa sportiva".
A nulla, purtroppo, è servito quest'augurio e anche le altre considerazioni
svolte dal pontefice sul tema sportivo,
perché la partita in questione è stata
funestata da incidenti, dentro e fuori lo
stadio a colpi non solo di bombe carte
ma anche di pistolettate…
E pensare che Francesco, nel suo discorso, aveva appositamente sottolineato che "lo sport contiene in sé una
forte valenza educativa". L'appello a
una responsabilità sociale, rivolto a tutti
i componenti sportivi (calciatori, dirigenti, tifosi), è stato da subito disatteso
e con una violenza non solo fisica, ma
anche morale attraverso nuove espressioni di razzismo (lancio di banane) al
passo dei tristi tempi attuali.
Il calcio, prima ancora che essere uno
Incon t ri
- maggi o 2 014 n
sport, è ormai un settore economico
intorno al quale ballano cifre stratosferiche e, quindi, interessi destinati solo
ad allargarsi.
Altro importante messaggio papale:
"Ma il fattore economico non deve
prevalere su quello sportivo perché rischia di inquinare tutto". Questo inquinamento, che inizia sulle carte delle
scrivanie di manager super pagati, inevitabilmente si propaga a parecchi calciatori in campo che fanno poco o
nulla per offrire quella "valenza educativa" richiamata dal Papa e influisce in
negativo sul tifoso ultras, abbagliato
solo dalla forza prevaricatrice sull'avversario, non solo quello in campo, ma
anche quello sul marciapiede.
Nel calcio attuale, l'avversario non è un
semplice antagonista, ma un nemico da
combattere e da abbattere: solo così si
potranno difendere i propri interessi
calcistici, economici o di assurdo campanilismo violento.
Proprio quello che papa Francesco ha
suggerito di evitare.
19
Dante Columbro
n S I N D A C AT O
BANCARI IN SCIOPERO
SEMPRE I LAVORATORI NEL MIRINO
I bancari, dopo il 31 ottobre dello
scorso anno, tornano a scioperare.
Si tratta certamente di mobilitazioni
ristrette e identificative di specifiche
situazioni aziendali, comunque significative nel rimarcare come le problematiche dei lavoratori del credito
non siano diverse da altre realtà, sistematicamente e strumentalmente
pubblicizzate e rese note dalla
stampa.
Analogie, giornalmente evidenziate,
che si calano perfettamente nella
drammaticità strutturale che questa
crisi prolungata ha portato con sé.
Il 28 e 29 aprile scorso, le Segreterie
sindacali regionali di Puglia e Basilicata
delle Banche di Credito Cooperativo
hanno indetto l’astensione dal lavoro,
al fine di poter riaprire il confronto
su basi dialettiche trasparenti, senza
pregiudizi e posizioni precostituite.
In campo la ricerca di soluzioni relativamente ad annose vertenze ancora aperte, tra le quali spicca il
mancato riconoscimento del Premio
di risultato.
20
Le Parti sociali coinvolte denunciano
il fatto che, paradossalmente, a fronte
di una Federazione regionale incapace di intrattenere proficue e risolutive relazioni industriali, alcune
realtà locali di “buona volontà” si
stiano proficuamente confrontando
con l’obiettivo finale di trovare risposte sostenibili e condivise.
La massiccia adesione dei lavoratori
– un successo senza precedenti – ha
comportato, per la prima volta nella
storia del mondo cooperativo regionale, la quasi totalitaria chiusura delle
filiali e delle sedi delle Banche di Credito Cooperativo delle regioni Puglia
e Basilicata.
Altra vertenza, che ha visto le Organizzazioni sindacali “obbligate” a mobilitare la categoria, è quella relativa
a Unicredit Credit Management
Bank. I lavoratori della Società del
Gruppo Unicredit hanno aderito in
massa, con una percentuale vicina
al 90 per cento, alla giornata di sciopero proclamata per il giorno 9
maggio.
n maggi o 20 14 -
I n cont ri
Le Rappresentanze sindacali aziendali, con la solidarietà e la condivisione delle Rappresentanze di Gruppo, denunciano il fatto che i colleghi
“sono ormai stremati dall’incertezza
che scaturisce dal futuro assetto societario, che prevede, come chiaramente evidenziato dal Piano
Industriale di Unicredit, la possibilità
di cessione di UCCMB, a cui fa seguito un assordante silenzio della
Banca”.
Il tutto “mentre in Azienda si registra un aumento dei carichi di lavoro già definiti eccessivi, aggravati
dai nuovi obiettivi commerciali che
poco si conciliano con la natura di
UCCMB e la professionalità degli
addetti”.
Nel Gruppo Tercas, da tempo
commissariato da Bankitalia, la situazione non è delle migliori e, anche in questo caso, si va verso la
mobilitazione.
L’incertezza nei modi e nei tempi di
uscita del Gruppo dalla procedura
commissariale, abbinato all’incertezza delle Fondazioni alla partecipazione al capitale sociale del “nuovo
Gruppo Tercas” non aiutano certo a
favorire un clima di serenità in cui
operare.
Situazioni e problematiche, apparentemente diverse e distanti fra
loro, ma con un unico “soggetto” in
comune: i dipendenti, i lavoratori
del credito, le persone con le loro
famiglie.
Vertenze sempre uguali a se stesse,
dove il costo del lavoro è sempre
“troppo tanto alto”…
Che non siano gli stessi anche coloro
che, con le stesse consulenze, hanno
determinato questo disastroso quadro economico?
S.B.
PREVIDENZA n
PREVIDENZA COMPLEMENTARE
Distinzione tra vecchi iscritti, neo-iscritti e neo-assunti
In tema di “Previdenza complemen-
tare”, argomento riportato all’attenzione pubblica dalla cosiddetta Legge
Fornero, si intende qui definire la distinzione tra “vecchi e nuovi iscritti” e
“nuovi occupati”.
Il D.Lgs. n. 252/2005, art. 11 comma 3,
determina: “Le prestazioni pensionistiche in regime di contribuzione definita
e di prestazione definita possono essere erogate in capitale, secondo il valore attuale, fino a un massimo del 50
per cento del montante finale accumulato, e in rendita. Nel computo dell’importo complessivo erogabile in
capitale sono detratte le somme erogate a titolo di anticipazione per le
quali non si è provveduto al reintegro.
Nel caso in cui la rendita derivante
dalla conversione di almeno il 70 per
cento del montante finale sia inferiore
al 50 per cento dell’assegno sociale di
cui all’articolo 3, commi 6 e 7, della
legge 8 agosto 1995, n. 335, la stessa
può essere erogata in capitale”.
L’art. 23 – Entrata in vigore e norme
transitorie - comma 7 lettera c, evidenzia
poi che “Per i lavoratori assunti antecedentemente al 29 aprile 1993 e che
entro tale data risultino iscritti a forme
pensionistiche complementari istituite all’entrata in vigore della legge 23 ottobre
1992, n. 421: … c) …ferma restando la
possibilità di richiedere la liquidazione
della intera posizione pensionistica complementare in capitale…”.
In tale contesto legislativo la differenziazione, tra vecchi e nuovi iscritti e
nuovi occupati, assume aspetto di fondamentale rilevanza in termini di prestazioni ai fini della liquidazione finale
del montante maturato.
Vecchi iscritti: appartengono a questo
tipologia tutti i lavoratori iscritti a
forme di “previdenza complementare” prima del 28.04.93. In questo
caso non esiste l’obbligo di far confluire il Tfr nella propria posizione previdenziale che può quindi rimanere in
azienda ed è possibile, se le regole del
Fondo di appar tenenza lo consentono, incassare l’intero montante finale in linea capitale.
Nuovi iscritti: di questa categoria fanno
parte tutti coloro che hanno iniziato la
loro vita lavorativa prima del 29.04.93
ma si sono iscritti a forme di previdenza dopo tale data. Questi lavoratori
Incon t ri
- maggi o 2 014 n
hanno avuto la facoltà di non far confluire l’intero Tfr nel Fondo, ma potranno ritirare al massimo il 50%
dell’ammontare maturato in linea capitale mentre il restante 50% costituirà il
montante su cui sarà conteggiata la
pensione integrativa.
Nuovi occupati: tutti quei lavoratori
che hanno come data di primo impiego e conseguentemente di iscrizione alla previdenza successiva al
29.04.93. Questi hanno l’obbligo di destinare interamente il Tfr alla previdenza e la quota da ritirare in linea
capitale non potrà superare il 50% del
totale maturato.
In ogni caso, per tutti, rimane sempre
valida la facoltà di poter usufruire ,
dopo 8 anni di appartenenza al fondo,
di una anticipazione per un massimo
del 75% dell’ammontare, fino a quel
momento maturato, per le casistiche
previste dalle legge – gravi spese sanitarie per sé e per la famiglia, acquisto
prima casa anche per i figli, etc. – nonché una quota fino al 30% senza documentazione di spesa.
21
Enrico Rossi
n POLITICA
MATTEO RENZI E CARLO MESSINA
NELLA CABALA DEL 10
Affidati al numero dieci i successi del premier e di Intesa Sanpaolo
Era lo scorso 12 marzo, quando il neo
premier italiano Matteo Renzi, al termine
del Consiglio dei Ministri, annunciava il
regalo agli italiani: «Circa 10 milioni di italiani andranno a prendere 10 miliardi di
euro su base annua, cioè 1000 euro ciascuno all'anno, cioè in media 80 euro
circa al mese per dodici mensilità». La
copertura arriverà «dal risparmio di
spesa», da altre manovre di bilancio e, ha
assicurato il premier, «senza aumento di
tassazione».
Ma le novità del neo governo italiano finalizzate a sistemare i conti dello Stato
non si fermavano qui.Tra le tante proposte, compariva anche il taglio del 10%
dell’Irap, che così scendeva al 3,5% e, a
proposito di sobrietà, si annunciava la
sparizione delle tariffe agevolate postali
finalizzate alla campagna elettorale per
un importo pari a 10 milioni di euro.
Poche settimane dopo, Renzi ricorreva a
10 tweet, pubblicati sul profilo twitter di
Palazzo Chigi, per illustrare le misure decise dal Consiglio dei Ministri, quale seguito della suddetta conferenza stampa.
Solo pochi giorni dopo, Intesa Sanpaolo
22
presenta alla stampa specializzata l’ambizioso obiettivo del suo nuovo piano
d’impresa previsto per i prossimi quattro
anni: utile netto pari a 4,5 miliardi di euro
nel 2017 e oltre 200 miliardi di contributo all’economia, tra cui 170 miliardi di
nuovo credito per famiglie e imprese.
L’istituto di credito, dopo una maxi pulizia
nei conti, chiude il 2013 con un rosso di
4,5 miliardi di euro. Senza le svalutazioni
- fanno notare dalla banca - l'utile netto
sarebbe stato pari a 1,2 miliardi.
Ebbene, si chiederanno i più, che c’entra
il premier Renzi col piano d’impresa di
Intesa Sanpaolo? C’entra, c’entra per la
logica dei numeri perché, similmente al
premier, la Banca, nel confermare il dividendo già erogato l'anno scorso, prevede di erogare ben 10 miliardi di
dividendi in quattro anni senza intaccare
il patrimonio (nel dettaglio, si stimano cedole per un miliardo quest’anno, due miliardi per il prossimo, tre per quello
successivo e quattro nel 2017). A questo
importo potrebbero aggiungersi, dal
2016-17, altri 8 miliardi di capitale in eccesso da distribuire agli azionisti.
n maggi o 20 14 -
I n cont ri
Ma il richiamo al valore 10 non finisce qui
perché il piano industriale è un piano incentrato sulla redditività e l'AD di Intesa
Sanpaolo, Carlo Messina, vuol puntare ad
un ROE al 10% nel 2017. E se ci saranno
10 miliardi cash per gli azionisti, si prevedono altrettanti 10 miliardi ma questa
volta per lo Stato, sotto forma di imposte.
E continuando sempre nella cabala del
dieci, quanto vale la metà di dieci? Cinque. Ecco che, per Carlo Messina, il potenziamento del business esistente, la
cessione di attività non core e la valorizzazione «delle persone e degli investimenti come fattori abilitanti», determina
il varo, in Banca dei Territori, di "Banca 5",
con tremila gestori dedicati, nel 2017, a
circa 5 milioni di clienti cui verranno offerti 5 prodotti chiave: carte di debito,
carte di credito, finanziamenti personali,
assicurazioni danni, investimenti quali
piani di accumulo e previdenziali.
Infine, indovinate a quanto ammonterà il
dividendo unitario quest’anno? Esatto,
proprio a 5 centesimi!
«Dieci ragazze per me posson bastare,
dieci ragazze per me voglio dimenticare,
capelli biondi d’accarezzare e
labbra rosse sulle quali morire,
dieci ragazze per me, solo per
me» cantava Lucio Battisti nel
lontano 1969. Oltre 40 anni
dopo il numero uno del Governo Italiano, Matteo Renzi, e
il numero uno della prima
banca italiana per asset, Carlo
Messina, affidano la loro speranza di successo ancora al
numero dieci (compresi multipli e divisori). Per Lucio Battisti fu un successo strepitoso.
Oggi, per la nota teoria dei
corsi e dei ricorsi storici del
noto filosofo napoletano
Giambattista Vico, il numero
dieci è chiamato a confermare
di essere ancora fattore di
grande successo.
Armando Della Bella
L AV O RO n
LA “MULTIMEDIAMORFOSI”
DEL SISTEMA BANCARIO
Potrebbe costare migliaia di posti di lavoro
La parola chiave dei nuovi contratti è
“multimedialità”. Cerchiamo di chiarire alcuni aspetti di questo nuovo
tormentone. Il sistema bancario sembra basarsi su tre grandi pilastri: la gestione dei depositi dei cittadini; la
gestione degli investimenti, la gestione
del credito. Vi è poi l’area dei servizi
di vario genere, impor tante come
funzione di “retention”, con riflessi sociali e relazionali.
L’offerta dei prodotti bancari, allo stato
attuale, è abbastanza strutturata. Il successo dei suoi prodotti è il frutto della
mediazione fra il prodotto stesso e il
cliente e si conclude e materializza con
un atto formale che risiede nella sottoscrizione di un documento o il rilascio di una ricevuta: l’oggetto materiale.
La funzione del bancario dunque è
quella del mediatore fra interessi delle
banche e bisogni del cliente. Il successo
di questa funzione non è dovuto certamente alla strumentazione tecnologica, ma alle capacità professionali del
dipendente.
Se volessimo misurare il peso che sul
risultato ha la tecnologia o che potrebbe avere la multimedialità, la preponderanza dell’azione delle risorse
umane pende smaccatamente dalla
parte del personale.
La multimedialità, intesa come integrazione di diversi media, può diventare
sicuramente un fattore di razionalizzazione del processo lavorativo, strumento di velocizzazione delle procedure, ampliamento delle possibilità di
marketing del prodotto in termini sia
di visualità sia di supporto e semplificazione espositiva.
Di fronte a questa nuova dimensione
la strategia migliore da adottare risulta
essere quella di considerare la multimedialità come forma d’integrazione
ambientale, valore aggiunto processuale, piuttosto che come forma in
grado di rimpiazzare la funzione reale
del dipendente.
In sostanza la “multimediamorfosi bancaria” non potrà diventare strumentalmente motivo occulto o esplicito per
giustificare politiche restrittive dell’occupazione. Così concepita potrebbe
essere interpretata invece come “facciata giustificazionista” dei fallimenti
strategici del top management e rivelarsi un’ennesima ubriacatura perpetrata a danno dei lavoratori del settore e degli utenti bancari, con danni
incalcolabili.
La multimedialità potrà fornire risposte
standardizzate se costruita secondo
obiettivi neutrali e impersonali.
Non potrà certo capire e interpretare
la lettura dei contesti, i mutamenti socioeconomici nel territorio, le dinamiche produttive e professionali, il clima
del business, la trasformazione del
commercio all’ingrosso e al dettaglio,
l’incremento occupazionale nelle attività scientifiche e tecniche, sportive, del
tempo libero, della ristorazione e dei
gusti.
La multimedialità potrà dire si o no a
Incon t ri
- maggi o 2 014 n
una procedura, ma non ha capacità di
contestualizzare un cliente, non ha cultura e capacità di discernimento antropico, non riesce a spiegare i perché di
tutto ciò che si chiede o si risponde. È
su questo crinale che si gioca anche la
nuova concezione della banca.
Se si dispone di conoscenze, competenza, esperienza, motivazione e riconoscimento professionale, spirito di
cooperazione e si volessero valorizzare
questi fattori, allora sì che la multimedialità potrà assumere un carattere di
spinta in termini di qualità delle prestazioni, produttività del lavoro, soggettiva
e collettiva e diventare valore aggiunto
e di sviluppo di nuova occupazione,
altro che tagli al personale.
È evidente che la multimedialità così
concepita non è un nemico da respingere e rifiutare. Se invece, come sembra, il board del sistema bancario la
concepisce come strumento ossessivo
per colpire l’occupazione, allora potremmo immaginarci in territorio coreano, ma della Corea del Nord.
23
Franz Foti
n SOCIETÀ
LA LEGALITÀ SEPPELLISCA
LE URLA DEI CORROTTI E DEI DISONESTI
Perché non sia inutile il sacrificio dei nostri nonni e dei nostri padri
Recentemente ho letto un post tratto
dal blog di Alessandro Gassmann che
mi ha colpito, da un lato per la sua crudezza e dall’altro per i numerosi spunti
che offre per aprire una riflessione su
quanto sta accadendo nel nostro
Paese. Il titolo, da solo, è tutto un programma: “I coglioni di una volta”.
Ma chi sono questi personaggi che, utilizzando un termine gergale, la comunità moderna considera incapaci di
perseguire i propri interessi e che invece il noto attore guarda con nostalgia, perché architrave di un paese
integro ed onesto che non sembra esistere più?
Partiamo dall’inizio. Gasmann esprime
il suo sconforto di cittadino di fronte
ai ripetuti scandali, truffe, episodi di malaffare che caratterizzano la storia quotidiana dell’Italia.
Non è uno scandalizzarsi di maniera,
perché va oltre la semplice condanna
24
divenuta ormai di pragmatica, dietro
cui si celano i nostri uomini pubblici,
che si limitano a prendere le distanze
da quanto accaduto. Egli ha il coraggio,
a mio parere, di andare oltre, di aprire
una riflessione forse scomoda, sicuramente amara, ma che, anche se quasi
mai manifestata apertamente, accomuna le molte persone perbene che
vivono in questo Paese e che sono
ostaggio di chi perbene non lo è.
La realtà è dura, ma per cambiarla non
va fuggita o esorcizzata, va affrontata
con determinazione, senza alibi e senza
paura.
Il pensiero, oggi prevalente, perché più
evidente a chi si approccia alla realtà
italiana, è che tutti pensano a “fregare”
gli altri, per non usare un termine più
crudo che tuttavia rende meglio l’idea
della battaglia quotidiana che chi sta
dalla parte della ragione è costretto ad
ingaggiare per far valere i propri diritti.
n maggi o 20 14 -
I n cont ri
Ma si può vivere in un Paese dove, se
non si ha un “santo” a cui votarsi, anche
la cosa più semplice diventa complicatissima, anzi impossibile? In un Paese
dove per nascere, per vivere, per lavorare e addirittura per morire occorre
avere una raccomandazione, un’entratura, un contatto. È più facile che chi dispone di mezzi vanti anche quelle
conoscenze che gli consentono di accedere gratuitamente a quei servizi minimi pagati con tasse di altri che magari
ne vengono esclusi. Il paradosso è talmente entrato nella nostra mentalità
che, non appena accade qualcosa, non
ci affidiamo alle istituzioni che consideriamo troppo compromesse per darci
fiducia, ma ricorriamo al “potente” di
turno, sia pure una mezza calzetta, che
ci garantisce non che i nostri diritti vengano rispettati, al pari di tutti gli altri,
ma che si individui la cosiddetta “corsia
preferenziale”. Immaginate quanto sa-
rebbe più semplice giusto e trasparente accedere a ciò a cui si ha diritto
senza impelagarsi nel tentativo, peraltro condiviso dai più, di trovare una
scorciatoia che ci fa superare gli altri,
perché nella nostra mentalità “bacata”
è più importante arrivare primi che arrivare tutti. A discolpa di chi si arrabatta
per campare ci si deve domandare
quanto sia faticoso e avvilente vivere in
un sistema che quotidianamente bastona le persone corrette e lascia sempre una via d’uscita ai delinquenti. Si
può resistere a lungo in una società
dove per farsi ascoltare bisogna gridare
più forte degli altri e mandare a quel
paese tutto e tutti? E che dire poi dell’informazione, o meglio della disinformazione, che quotidianamente ci
bombarda. A tutti, a prescindere dalla
loro appartenenza politica, è ormai
noto che la stampa, il web, la televisione non riportano mai i fatti nella
loro interezza, ma li interpretano, purtroppo piegandoli ai rispettivi orientamenti. Ed ecco che a seconda del TG
o del Blog che consulti scopri che gli
“asini” che gli uni descrivono con le ali
per gli altri non volano più, anzi vanno
sottacqua. La situazione è talmente evidente che tutto il mondo ci irride, ma
noi ce ne freghiamo, perché in fondo
non ci sentiamo un popolo, ma tante
individualità. Quindi ciò che viene
detto di vero o di falso contro l’Italia ci
trova indifferenti, perché pensiamo
tocchi tutti tranne noi.
Ma, cogliendo lo spunto fornitomi da
Gassmann apro un’altra riflessione.
Quale differenza esiste tra noi, generazione di ex rampanti, sempre griffata,
sempre falsamente brillante, sempre al
top e quei “poveri cristi” di italiani che
un secolo fa andavano per il mondo a
cercar fortuna? Loro fuggivano dalla
miseria, sapevano a mala pena leggere
e scrivere, venivano irrisi, perché poveri
e sprovveduti. Spesso, lo testimoniano
tragedie come quella avvenuta nelle
miniere di Marcinelle, erano considerati alla stregua di bestie, tuttavia camminavano a testa alta. Loro, i nostri
nonni i nostri padri, quelli che si sono
fatti ammazzare per liberare questo
Paese e per fare in modo che ognuno
potesse esprimere la propria opinione
senza doverla gridare in faccia agli altri,
loro un sogno, un obiettivo ce lo ave-
SOCIETÀ n
LA TAVOLA DEI CAVALIERI NON È PIÙ ROTONDA
L’egoismo, un “valore” in espansione
Avanzare…, sostenere…, continuare ad avanzare…, sono i principi fondamentali su cui si basa uno sport, apparentemente violento e duro come il
rugby, dove per raggiungere l’obiettivo – la meta – servono sostegno reciproco, stessa visione di gioco e soprattutto il contributo di tutta la squadra.
Anche di quelli che stanno in panchina, pronti, in ogni momento, a prendere
il posto del proprio compagno quando questi ha dato tutto quello che
aveva e non ce la fa più. Questo accade in ogni partita. Concetti quali lo
spirito di squadra, il lavoro orientato a perseguire un obiettivo, il rispetto
delle regole e delle persone, la necessità di doversi affidare al proprio compagno per raggiungere il risultato e la conseguente fiducia che ciascuno
deve riporre negli
altri giocatori della
propria
squadra,
sono gli stessi che
dovrebbero animare
un qualsiasi gruppo
di lavoro, una Istituzione, una moderna
società che intenda
definirsi vincente.
In questo gioco, dove
il reciproco rispetto è
una consolidata filosofia, tutti possono e devono essere protagonisti: alti e bassi, magri e robusti,
veloci e passisti. Ognuno, in funzione delle proprie caratteristiche fisiche e
delle proprie attitudini, ricopre un ruolo e tutti i ruoli sono parimenti importanti per raggiungere l’obiettivo finale. Tutti giocano e tifano, non contro
l’avversario, ma per la propria squadra.
Il contrasto con la società di oggi appare evidente, i “moderni” praticano il
culto dell’esaltazione del singolo, il non rispetto delle regole e il “tutto presto
e subito”. (dis)valori che, abbinati alla autoreferenzialità di cui sono portatori
i poteri forti e alla globalizzazione che “questi pochi” hanno fortemente
voluto e alimentato a discapito di “molti altri”, hanno determinato sconcerto e delusione nelle vecchie generazioni togliendo, nel contempo, sogni
e speranze ai giovani.
La ricetta appare sempre la stessa, ma un salto culturale verso una nuova
visione del mondo è ormai inevitabile e, ricordando il kantiano “desiderio
di agire secondo un ideale”, cogliamo il futuro che sta passando.
S.B.
vano. Era quello di migliorare e di migliorarsi, non truffando gli altri, ma costruendo un futuro per sé e per le
generazioni a venire. Noi quel futuro
prezioso che abbiamo ereditato ce lo
stiamo giocando, qualcuno per egoismo, qualcuno per dabbenaggine, qualcuno per disonestà. Siamo tutti
egualmente responsabili e a nulla vale
tirarci fuori, prendere le distanze, dobbiamo invece rimetterci in gioco, rischiare e far sentire la nostra voce. Per
una volta facciamo si che il silenzio, lo
Incon t ri
- maggi o 2 014 n
sdegno e il rifiuto di chi vive nella e per
la legalità seppellisca le urla dei corrotti, dei disonesti, dei manipolatori di
cui siamo ostaggio.
Se non saremo in grado di farlo perderemo il nostro futuro e, mi rammarica dirlo, il sacrificio di quei “coglioni di
una volta”, che come ho già detto probabilmente sono i nostri nonni e i nostri padri, sarà stato completamente
inutile.
C.A.
25
n SOCIETÀ
PARTO FISIOLOGICO INDOLORE
Alle donne va garantito il diritto di scelta
Il dolore durante il travaglio del parto è
considerato uno dei dolori più forti che
l'organismo possa percepire. L’anestesia
epidurale è la tecnica di analgesia del
parto più praticata nel mondo in quanto
efficace, priva di rischi importanti e soprattutto permette di umanizzare il
parto.
L'epidurale è un tipo di anestesia locale
che viene somministrata alla partoriente
poco prima del momento del parto:
questo trattamento fa sì che la donna
provi meno dolore e che rimanga cosciente durante il parto.
Partorire in modo naturale e senza sofferenza è un diritto ancora poco garantito alle future mamme italiane che
desiderano vivere la nascita di un figlio
consapevolmente, ma in serenità. Nel
nostro Paese l'analgesia epidurale è ancora poco diffusa, nonostante la comunità medico-scientifica la consideri la
tecnica più efficace e sicura per avere un
parto spontaneo e indolore.
26
In Spagna la partoanalgesia epidurale è
utilizzata dal 60% delle partorienti, in
Francia e Gran Bretagna dal 70%, negli
USA si sale al 90%. In Italia l'epidurale interessa solo il 15% delle partorienti, percentuale che abbassava notevolmente la
media europea, e la situazione cambia
non solo da regione a regione, ma anche
da ospedale a ospedale.
A offrire l'epidurale 24 ore su 24 a carico del servizio sanitario sarebbe solo il
16-18% dei punti nascita.
In parecchi ospedali, anche se prevista
sulla carta, non viene garantita, oppure è
offerta saltuariamente, garantita solo per
poche ore al giorno, o esclusivamente a
pagamento.
Ovviamente è giusto scegliere in piena
autonomia se praticare l'anestesia epidurale oppure no, però sarebbe altrettanto
giusto che ogni ospedale potesse garantire alle donne la possibilità di scegliere.
Invece in Italia viviamo una situazione di
arretratezza: le politiche sanitarie pubbli-
n maggi o 20 14 -
I n cont ri
che sulla maternità contrastano l'anestesia
epidurale, restando all'insegna del "principio biblico” secondo cui la donna deve
partorire soffrendo.
Per sfuggire alla prospettiva del dolore
un numero enorme di partorienti sceglie
il cesareo che, soprattutto in molte zone
del Sud, supera abbondantemente il 50%
sul totale dei parti. Se il parto spontaneo
e senza dolore è ancora poco eseguito,
dunque, è soprattutto a causa di un ritardo culturale che nella pratica si traduce in strutture inadeguate e personale
carente o non formato.
L’epidurale resta quindi un miraggio per
la maggior parte delle donne italiane, che
spesso vanno in ospedale convinte di
poter avere accesso alla partoanalgesia,
salvo scoprire, a travaglio già iniziato, che
si tratta di un servizio considerato poco
più che un optional. Nelle strutture in cui
il servizio è garantito in modo gratuito e
continuativo le donne che lo scelgono
superano picchi del 90%.
Eppure, l’epidurale è un
diritto acquisito non solo
in Paesi come la Spagna, la
Danimarca, la Svezia, ma
anche in Paesi molto
meno all’avanguardia dell’Italia come la Malesia, ad
esempio.
Il diritto all’epidurale garantita per tutte le future
mamme che la chiedono
rappresenta oggi una delle
grandi battaglie per la civiltà, per il rispetto della
salute e per i diritti delle
donne nel nostro Paese.
Insomma, la questione è:
se si può avere il diritto di
vivere un parto quanto
più naturale possibile, se si
ha il diritto di partorire in
acqua, perché non si può
offrire a tutte le donne il
diritto al parto con epidurale, che rappresenta oggi
uno dei più elementari
servizi garantiti nel resto
del mondo?
Anna Bianco
CURIOS@NDO n
LE CARTE DI CREDITO
... SONO NATE COSÌ
n Cenni sulle origini
I primi strumenti simili alle
attuali carte di plastica
sono riconducibili alle
prime compagnie telefoniche statunitensi, realizzati
già agli inizi del secolo
scorso, per facilitare l’interazione con le apparecchiature telefoniche da
parte dei loro clienti.
Ecco alcune delle tappe
più significative del loro
percorso evolutivo:
• all’inizio degli anni cinquanta, il Diners Club realizza un prototipo somigliante ad una carta, utilizzabile dal titolare per pagare negli hotels e nei
ristoranti;
• verso la fine degli anni cinquanta,
American Express realizza la prima
carta di plastica simile alle attuali;
• in contemporanea, la Bank of America lancia la carta BankAmericard;
• nel 1967 Interbank emette la carta MasterCharge per le sue banche aderenti.
Alla fine degli anni ‘60, abbiamo il primo
sviluppo in direzione della trattazione
elettronica delle carte di plastica, che
fino ad allora era stato esclusivamente
cartaceo, grazie alla introduzione della
banda magnetica realizzata a norme
ISO (International Standards Organization). Infatti, sulla banda magnetica
sono poi state progressivamente normalizzate tre tracce:
• ISO 1 – 79 caratteri alfanumerici, introdotta da IATA (International Air
Transportation Association) per standardizzare la produzione e la gestione
della biglietteria aerea;
• ISO 2 – 40 caratteri alfanumerici, sviluppata dalla American Bank Association per standardizzare l’automazione
delle transazioni finanziarie e che sarà
adottata universalmente;
• ISO 3 – 107 caratteri alfanumerici,
l’ultima sviluppata cronologicamente,
che è quella utilizzata in Italia dai Circuiti Bancomat e PagoBancomat.
Mentre si afferma la banda magnetica,
alla fine degli anni ‘70 si affaccia sulla
scena il “chip” che consente la realizzazione di carte “a memoria”, più sicure
di quelle a banda perché meno suscettibili di possibile manipolazione dei dati.
Il “chip” viene adottato inizialmente e
principalmente nella telefonia (la storia
si ripete) e solo successivamente nelle
carte di pagamento, come ad esempio
in Francia, per opera del Groupement
des Cartes Bancaires “CB”, agli inizi
degli anni ‘80.
Alla fine degli anni ‘80 il “chip” evolve
in “microprocessore”, quindi con capacità elaborative, e apre la porta ai successivi sviluppi che stiamo vivendo e
che vedremo progredire.
n Introduzione del nuovo
standard EMV e il Contact Less
Con l’evoluzione della tecnologia e
stante la necessità di innalzare il livello
di sicurezza dei sistemi di trattazione, i
maggiori Circuiti internazionali (Euro-
Incon t ri
- maggi o 2 014 n
pay, MasterCard e Visa) nel 1996 consolidano e pubblicano lo standard EMV
nella nuova versione 3.1.1, una evoluzione rispetto alla precedente emanata
nel 1993, e spingono fortemente gli
aderenti a intraprendere la migrazione
tecnologica verso il microprocessore.
Quello standard, che ha continuato
a evolversi, è stato poi fortemente
utilizzato nell’area SEPA (Single Euro
Payments Area – Area Unica dei Pagamenti in Euro).
Oggi le moderne carte, grazie all’alloggiamento di un’antenna all’interno della
plastica, consentono anche utilizzi
senza contatti (Contact Less), solo sfiorando gli apparecchi di lettura, i cosiddetti POS (point of sale).
Siamo quindi passati dalla trattazione
cartacea, in parte poi automatizzata
con la stampigliatrice manuale detta
“imprinter”, a quella elettronica con la
“strisciata” della carta nel POS, per la
lettura della banda magnetica, fino alla
lettura “a contatto” richiesta dal chip e
alla lettura a sfioramento.
27
Roberto Favale
n CURIOS@NDO
I PIÙ RICCHI AL MONDO
MICHELE FERRERO PRIMO DEGLI ITALIANI
La ricchezza dei primi dieci italiani prosciugherebbe la nostra disoccupazione
Ovviamente lascia un po’ il tempo che
trova però quando Forbes pubblica la
classifica dei più ricchi al mondo la curiosità finisce per vincere l’indifferenza.
Letta la lista è difficile astenersi poi
dalle domande più scontate: ma che ci
farà questo qui con tutti questi soldi?
Avrà mai il tempo di consumarli tutti?
Per finire in bellezza: “certo, io saprei
proprio cosa farci!”
Ma siamo proprio sicuri di sapere cosa
fare di un patrimonio come quello di
Bill Gates, per esempio, che ammonta
28
alla stratosferica cifra di ben 76 miliardi
di dollari pari a 76 volte 1000 milioni
di dollari, sono 76 mila volte un milione. Altro che ville, auto di lusso e vacanze ai Caraibi…. È praticamente
impossibile spendere una cifra simile,
non vi pare? Dopo Bill Gates, inventore
ed ex proprietario del software più importante al mondo, al secondo posto
c’è un messicano, Carlos Slim, magnate
delle telecomunicazioni, quindi lo spagnolo Amancio Ortega, unico europeo
fra i primi dieci più ricchi, proprietario
n maggi o 20 14 -
I n cont ri
della catena di negozi Zara. Poi tutti
americani a dispetto della recente notizia secondo la quale l’economia cinese ha superato quella degli Stati
Uniti. Si tratta di una notizia attesa, ma
non per questo meno sorprendente.
Il primo degli italiani in classifica è Michele Ferrero, inventore della Nutella,
mentre al 38° posto c’è Leonardo Del
Vecchio, proprietario di Luxottica che
chiude la presenza degli italiani fino al
cinquantesimo posto.
In Italia, dopo Ferrero e Del Vecchio, i
più ricchi sono Miuccia Prada, Giorgio
Armani, Patrizio Bertelli, marito di
Miuccia Prada, Stefano Pessina (Boots),
quindi Silvio Berlusconi. Renzo Rosso
chiude la classifica dei primi dieci in Italia. Il proprietario di Diesel ha un patrimonio di 3 miliardi di dollari, dunque
un poveraccio, infatti è il 458esimo al
mondo.
Sono numeri, solo numeri certo, che
misurano però la distanza siderale con
la realtà che viviamo ogni giorno tutti
noi. Numeri, ma anche emozioni. Pensiamo solo qualche secondo se in Italia
mettessimo insieme i capitali dei nostri
dieci più ricchi. Avremmo circa 100 miliardi di euro, cioè 100.000 milioni o
meglio 100 volte mille milioni di euro.
Certo, le emozioni sono quello che
sono, stati d’animo che passano e lasciano il posto ad altre emozioni e così
via tutti i giorni. Però poi in testa qualcosa rimane, non solo un prurito ma
l’idea che a questo mondo c’è qualcosa
che non va per il verso giusto. Pensate
a cosa si potrebbe fare con 100 miliardi di euro in Africa, quante vite salvate, quanti bambini cresciuti, quante
epidemie e guerre scongiurate…
I soldi sono numeri ed emozioni, come
vite umane, voci e sentimenti. Altro che
ville, auto di lusso e vacanze ai Caraibi.
Livio Iacovella
CURIOS@NDO n
CINQUE MILIONI DI ITALIANI
IN SELLA ALLA BICICLETTA
Al lavoro e per passeggio, cresce l’esercito dei ciclisti
Gli italiani vanno sempre più in bicicletta.
Colpa della crisi, si dirà, ma non solo. A
guardare chi pedala nelle grandi città
come Roma e Milano, infatti, si percepisce sempre più forte la scelta ecologica,
il gesto di costume e il desiderio di sentirsi alla moda.
È il trionfo della bici a scatto fisso e delle
bici colorate utilizzate sempre più per lo
spostamento quotidiano fra casa e università, lavoro e palestra. Una tendenza
testimoniata dai numeri. Nel 2013, dopo
quasi cinquant’anni di dominio assoluto,
in Italia si sono vendute più bici che automobili. Inoltre l’utilizzo medio della bicicletta è triplicato rispetto al passato.
In pratica si calcola che circa cinque milioni di italiani utilizzano la bicicletta per i
loro spostamenti almeno tre o quattro
volte alla settimana.
IL FENOMENO È EUROPEO
Il ritorno della mobilità in bicicletta è
un fenomeno che investe un po’ tutta
l’Europa, alle prese con uno scenario
piuttosto preoccupante: rallentamento
economico e costo del carburante e del
trasporto pubblico in continua ascesa.
Così a Londra e Madrid sono nati i primi
bar "byker-friendly", il primo ministro inglese David Cameron ha dichiarato che
governo e autorità locali stanzieranno
circa 150 milioni di sterline nel biennio
2014/15 per rendere le strade inglesi più
sicure per i ciclisti.
A Parigi il Governo ha stanziato dei fondi
per premiare i dipendenti che raggiungono in bicicletta il posto di lavoro.
BIKE SHARING IN CHIAROSCURO
Controverso invece è il fenomeno della
condivisione, il cosiddetto bike sharing:
all’estero vola mentre da noi stenta ancora. Barcellona, Lione, Città del Messico,
Montreal, New York, Parigi e Rio de Janeiro le sette città che possono vantare
il più alto tasso di penetrazione del sistema di condivisione in area urbana.
Lo attesta una ricerca dell'Institute for
transportation and development policy
di New York, che ha osservato 400 città
di cinque continenti.
Incon t ri
- maggi o 2 014 n
Dalla classifica risulta il grave ritardo italiano sebbene Milano e Torino abbiano
progetti importanti. In Italia, però, solo la
metà dei 117 capoluoghi di provincia ha
avviato il servizio.
Una curiosità statistica: è Savigliano, in
provincia di Cuneo, che vanta il rapporto
più alto tra biciclette a disposizione dei
residenti: ventisei ogni 10.000 abitanti.
LE BICI PREFERITE DAGLI ITALIANI
Nel conto totale delle vendite a conquistare il primo posto ci sono le trekking
o city bike (32%), seguite dalle mountain
bike (30%), le bici da bambino (18%), da
corsa (7%), le classiche (10%) e le bici
elettriche (3%), dotate di un motore che
aiuta a evitare la fatica.
Nel 2013 nel nostro Paese ne sono state
vendute ben 46.000. Sono bici molto comode da usare, sono totalmente ecologiche e permettono lunghi spostamenti
anche alle persone con qualche chilo di
troppo.
L. I.
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n CURIOS@NDO
LE STRATEGIE DI MANIPOLAZIONE
DEL CONSENSO
Noam Ciomsky e le dieci regole per abbattere il pensiero autonomo
Che in Italia la libertà di stampa, più in
generale dei media, sia un miraggio è testimoniato da tutti gli osservatori internazionali. Non che gli altri Paesi
occidentali stiano meglio, s’intende, però
da noi la situazione appare più che preoccupante. I dati sono questi: la classifica
dei 179 Paesi rilevati dall’Economist vede
in testa la Finlandia, piccolo paradiso della
comunicazione libera, dunque, insieme
all’Olanda. Ma la Gran Bretagna è al 37°
posto, gli USA sono al 32°, l’Italia è relegata al 57° posto. I comunicatori di professione in Italia, più che in tanti altri
Paesi, non riescono dunque a mantenere
autonomia e indipendenza a favore di
lobby e interessi privati.
Solo a volte questa dipendenza si manifesta in modo evidente, spesso si usano
metodi e tecniche molto sofisticate, indi-
30
viduate da uno studio scientifico realizzato da un luminare della materia: Noam
Chomsky, statunitense, ottuagenario professore del MIT, linguista di chiarissima
fama, filosofo e teorico della comunicazione di valore mondiale. Nella sua attentissima analisi Chomsky ha individuato
un vero e proprio decalogo sulla manipolazione sociale attraverso i mass media:
1. La strategia della distrazione: distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti
decisi dal “potere” con un flusso continuo di informazioni, spesso insignificanti.
2. Creare il problema e poi offrire la soluzione: si crea un problema, una “situazione” che produrrà una determinata
reazione nel pubblico, in modo che sia
questa la ragione delle misure che si desidera far accettare.
n maggi o 20 14 -
I n cont ri
3. La strategia della gradualità: per far accettare una misura inaccettabile, basta
applicarla gradualmente, col contagocce,
per un po’ di anni consecutivi.
4. La strategia del differire: un altro modo
per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria”, guadagnando in quel
momento il consenso della gente per
una sua applicazione futura.
5. Rivolgersi alla gente adulta come a
dei bambini: la maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una
intonazione par ticolarmente infantile,
spesso con voce flebile, come se lo spettatore fosse un bambino di pochi anni o
un deficiente.
6. Usare l’aspetto emozionale molto più
della riflessione: sfruttare l’emotività per
provocare un corto circuito dell’analisi
razionale e del senso critico.
7. Mantenere la gente nell’ignoranza e
nella mediocrità: far si che la gente sia incapace di comprendere le tecniche ed i
metodi usati per il suo controllo e il suo
asservimento.
8. Stimolare il pubblico a essere favorevole alla mediocrità: spingere il pubblico
a ritenere che sia di moda essere stupidi,
volgari e ignoranti.
9. Rafforzare il senso di colpa: far credere
all’individuo di essere esclusivamente lui
il responsabile delle proprie disgrazie per
insufficiente intelligenza, capacità o
sforzo. In poche parole, indurre alla nonazione.
10. Conoscere la gente meglio di quanto
essa si conosca: il sistema è riuscito a conoscere l’individuo comune molto meglio di quanto egli conosca se stesso. Con
la conseguenza di avere un più ampio
controllo e un maggior potere sulla
gente, superiore a quello che la gente
esercita su se stessa.
Ovviamente noi consumatori dell’informazione non ci accorgiamo facilmente di
tutto questo, proprio a dimostrazione
che le tecniche sono molto efficaci.
L.I.
CURIOS@NDO n
IL LAGO MAGGIORE
FRA LOMBARDIA, PIEMONTE E SVIZZERA
Aria lacustre a base di arte, storia, sfondi fantastici e cibi prelibati
Questo mese vi invitiamo a preparare la
valigia per un’altra bellissima destinazione
del nostro magnifico Paese: il Lago Maggiore. Il lago, secondo per estensione
solo al lago di Garda, vanta una caratteristica unica.
Nei suoi 65 chilometri di lunghezza il
Lago Maggiore ha approdi in province
della regione Lombardia, sponda est, regione Piemonte, sponda ovest, e Svizzera, sponda nord. E’ un lago che misura
una larghezza massima di 10 chilometri
ed una minima di quattro e ciò consente
di godere sempre di un orizzonte molto
nitido ed interessantissimo. Se si guarda
il lago dalla Lombardia lo sfondo è dominato dal massiccio del Monte Rosa, se
guardiamo dal lato piemontese l’occhio
corre subito al castello di Angera. E’ comunque naturale rimanere incantati a
guardare oltre lo specchio d’acqua che
pure ha moltissimo da offrire. Si gode di
un panorama che può essere gradito a
tutti i tipi di escursionisti.
Storicamente tutto il bacino è legato alla
famiglia Borromeo di cui si trovano
ovunque tracce recentissime. Ancora
oggi, alcuni fra i palazzi storici del Lago
Maggiore sono legati ai discendenti di
quel Carlo Borromeo di Arona, cardinale
e santo del sedicesimo secolo, che diede
inizio allo sviluppo di tutto il territorio.
Un po’ tutti conoscono la statua a lui dedicata, alta 23 metri e con l’interno visitabile. Il Sancarlone si trova poco fuori
l’abitato di Arona. Alla statua è legata la
curiosità secondo cui la tecnica di costruzione ha ispirato la ben più celebre statua della Libertà che caratterizza la città
di New York, di dimensioni doppie rispetto al Sancarlone.
Il lago vanta numerosi castelli. Tra questi
forse quello più famoso è la Rocca di Angera che ospita il museo della bambola
(oltre mille, collezionate dal 1988 dalla
principessa Bona Borromeo Arese). I
musei sono molto particolari. Si va dal
museo del Paesaggio di Verbania, al
Museo del Cappello a Ghiffa e al museo
dell’ombrello a Gignese. Chiese e santuari si trovano un po’ ovunque. Assolutamente da non mancare è l’eremo di
Santa
Caterina
del Sasso,
del 1200,
che si trova a Leg-
giuno, in provincia di Varese, a cui si accede dal lago salendo 80 gradini oppure
dalla strada scendendone 240. Ma niente
paura, per i più sedentari c’è a disposizione anche un comodo ascensore.
Il Lago Maggiore si offre con generosità
anche ai più esigenti dal punto di vista
culturale. Da maggio a settembre Stresa
ed Arona propongono tante opportunità musicali e a Luino (VA) si tiene il festival del Teatro e della Comicità. Nel
tempo le sponde del lago hanno ospitato scrittori di fama mondiale come Hemingway e Dickens. Le testimonianze
sono ricorrenti. Inoltre ogni anno a
Stresa viene assegnato uno dei premi letterari più importanti.
L’attrazione più forte in assoluto del
Lago Maggiore rimangono però le Isole
Borromee: Isola madre, Isola Bella e Isola
dei Pescatori magnifiche per le stupende
residenze, i magnifici giardini e …. i ristoranti dove si possono gustare piatti prelibati a base di pesce.
Visitare il lago Maggiore e le sue bellissime isole è molto semplice grazie al servizio di navigazione efficiente e poco
costoso. Chi volesse vivere una bella vacanza con base in un hotel direttamente
sulla spiaggia può utilizzare l’hotel Riva di
Reno di Leggiuno, poco distante dal Bistrot Laguna Blu, a pochissimi minuti da
Laveno Mombello, sede ideale di partenza per le escursioni sul lago senza dimenticare Locarno, in Svizzera, sul cui
lungolago si possono consumare ottimi
aperitivi.
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