Ha vinto Vuelta, Giro e Tour. Ora pedala sui

la domenica
DI REPUBBLICA
DOMENICA 21 SETTEMBRE 2014 NUMERO 498
Cult
La copertina. Elogio della fatica nell’era della comodità
Straparlando. Andreose, ricordi di un “uomo del libro”
La poesia. La fame nera del proletario József
Nibali
Ho voluto
la bicicletta
UN “PICCOLO” VINCENZO NIBALI CON LA SUA PRIMA BICI DA CORSA LUNGO LO STRETTO
Ha vinto Vuelta, Giro e Tour. Ora pedala sui Mondiali
“Sono ancora il ragazzino che sognava una bandana”
GIANNI MURA
CHIASSO (SVIZZERA)
RRIVA in ritardo di pochi minuti,
A
Vincenzo Nibali, e si scusa. Meglio qui che a Parigi, gli dico. Colpa della lavatrice, si è guastata,
dice lui. Apprendo così che in
Svizzera nei condomini non possono tenere
la lavatrice in casa, ma nel seminterrato, e
ogni famiglia deve rispettare i turni di lavaggio prefissati. Il ritardo, però, mi ha permesso di fare il punto su alcune cose con i suoi
manager, Alex e Johnny Carera. È nel loro ufficio, vicino alla stazione ferroviaria, che si
svolge l’intervista.
Nibali è con loro dal 2003, da quand’era un
giovane promettente (medaglia di bronzo
ai Mondiali Juniores contro il tempo, a Zol-
der). Hanno in scuderia molti altri ciclisti,
tra cui Fabio Aru. Con la Astana, la sua squadra, Nibali ha ancora due anni di contratto e
con Aru nessun problema di coesistenza.
Chiedo se la vittoria al Tour de France, sedici anni dopo Pantani, abbia portato richieste
di pubblicità. Sì, dicono i Carera, per ora hanno sottoscritto un accordo con Oakley (occhiali). «Ma ci sono molte altre proposte,
nessuna da aziende italiane: tutte da aziende straniere che hanno interessi in Italia.
Compagnie aeree, orologi, banche. Valuteremo con calma. Unica condizione è non toccare gli interessi dell’Astana, cioè supermercati, motori, acque minerali, gas, petrolio». E poi arriva Nibali, t-shirt e jeans, e parte la prima domanda al capitano della Nazionale ai Mondiali di Ponferrada in Spagna,
in programma da oggi fino alla corsa regina
L’attualità
Mia sorella
l’ultra
ortodossa
La storia
Ritorno
a Marzabotto
Spettacoli
Inedite
Evacuazioni
da Skiantos
L’incontro
Stephen King
“Alzheimer
che paura”
di domenica prossima, quella su strada a
squadre.
Dopo il Tour, è cambiato qualcosa intorno
a te?
«Forse sono un po’ più riconosciuto e considerato. Prima, mentre mi allenavo sulle
strade del Canton Ticino, mi salutavano due
o tre persone».
E adesso?
«Cinque o sei. Sono aumentati gli inviti, gli
impegni, le feste. Sono stato una settimana
in Kazakistan».
E poi dove nessuno ti aspettava, a fine
agosto, al funerale di Alfredo Martini, il
grande ct azzurro.
«Ero appena tornato dal Kazakistan e Michele Pallini, il mio massaggiatore, mi dice
che Alfredo è agli ultimi, che devo sbrigarmi
se voglio fargli un saluto. Era pomeriggio. Ci
vado domattina, ho detto a Michele. Ma alle
undici di sera mi ha chiamato per dirmi che
Martini era morto. Così ho aspettato il funerale. Mi hanno chiesto di portare la bara ma
ho detto di no, non volevo mettermi al centro dell’attenzione ma solo salutarlo. Nel ciclismo, Martini era il papà di tutti. Bastava
parlarci una volta per capirlo. E le sue parole
ti restavano dentro, non era uno che parlava
tanto per parlare».
Dopo il Tour, è cambiato qualcosa dentro
di te?
«Nulla, assolutamente nulla. Sono rimasto quello di prima, anche se la soddisfazione, quando ripenso al gradino più alto del podio, a Parigi, è tanta. Ma non posso dormirci
sopra. Sono un professionista che non ha
smesso di sognare».
>SEGUE NELLE PAGINE SUCCESSIVE
la Repubblica
LA DOMENICA
DOMENICA 21 SETTEMBRE 2014
La copertina. Vincenzo Nibali
“Prima per strada mi riconoscevano in due o tre,
ora in cinque o sei”.Da “teppistello” di Messina
a conquistatore di Parigi
il lungo viaggio del ciclista
che amava Pantani
ma ricorda Gimondi
FOTO DI ROBERTO E LUCA BETTINI
Sì, sono
il campione
della porta
accanto
Identikit
Vittorie
Record
NOME
VINCENZO
COGNOME
NIBALI
ANNI
30
NATO A
MESSINA
ALTEZZA
180 CM
PESO
64 KG
SOPRANNOME
LO SQUALO
DELLO STRETTO
STATO CIVILE
SPOSATO CON RACHELE
E PADRE DI EMMA
SQUADRA
ASTANA PRO TEAM
2007
GIRO DI TOSCANA
2008
GIRO DEL TRENTINO
2009
GIRO DELL’APPENNINO
2010
GIRO DI SLOVENIA E VUELTA
2012
TIRRENO-ADRIATICO
2013
TIRRENO-ADRIATICO
E GIRO D’ITALIA
2014
TOUR DE FRANCE
È UNO DEI SEI ITALIANI
AD AVER VINTO SIA GIRO D’ITALIA
CHE TOUR DE FRANCE
GLI ALTRI SONO
FAUSTO COPPI
GINO BARTALI
GASTONE NENCINI
FELICE GIMONDI
MARCO PANTANI
È UNO DEI DUE ITALIANI,
CON FELICE GIMONDI, AD AVER
CONQUISTATO LA TRIPLA CORONA,
CIOÈ LA VITTORIA IN CARRIERA
DI GIRO, TOUR E VUELTA.
GLI ALTRI SONO
EDDIE MERCKX
BERNARD HINAULT
JACQUES ANQUETIL
ALBERTO CONTADOR
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la Repubblica
DOMENICA 21 SETTEMBRE 2014
DA BAMBINO
UN’IMMAGINE DI VINCENZO A DUE ANNI
<SEGUE DALLA COPERTINA
GIANNI MURA
O NOTATO che la parola sogno ricorre
spesso nelle tue dichiarazioni. Sai cosa
mi disse tanti anni fa Martini quando
gli chiesi le prime tre parole che gli venivano in mente a nominare il ciclismo? Dignità, libertà, speranza.
«Sottoscrivo. Per me sogno e speranza
sono parenti. È aspettare che succeda qualcosa. Vincere,
visto il mestiere che faccio. Ma voi dovete tener conto di
una cosa non secondaria: che io per vincere devo staccare tutti, perché non ho sprint. Per questo credo di assomigliare di più a Gimondi che a Pantani, uno scalatore puro che in salita faceva il vuoto».
Cosa pensi della riapertura dell’inchiesta sulla morte
di Pantani?
«Che può essere una minima consolazione per la famiglia di Marco, ma non so a quali conclusioni potrà arrivare. Io preferisco ricordare Pantani da vincitore, con la bandana. Anch’io come tanti ragazzini di Messina andavo in
bici con la bandana».
Sei entrato nel cosiddetto club della Tripla Corona (Giro, Tour e Vuelta). Gli altri sono Gimondi, Merckx, Anquetil, Hinault e Contador. Non ti gira un po’ la testa?
«So che loro hanno vinto molto più di me e so di non aver
rubato nulla a nessuno. So che cercherò di vincere altre
corse, per esempio il Giro. Mi sento in debito coi tifosi italiani. Ma anche altre corse. La Liegi-Bastogne-Liegi è come una lisca in gola, per me, e il Lombardia mi piace molto e posso vincerlo, se non corro da cavallo pazzo come ho
fatto in passato».
A proposito di rubare, Hinault ha definito ladro il ciclista dopato, perché toglie il pane (il risultato e relativi
guadagni) a chi corre solo con le sue gambe. Al Tour,
forse per via della maglia Astana, ogni giorno ti chiedevano del doping, e tu hai sempre risposto con una calma che molti tuoi colleghi non avrebbero avuto.
«La mia calma è quella di chi non ha nulla da nascondere. Per me parla la mia carriera. Sono salito un gradino
alla volta. Tutto quello che ho vinto è frutto di sacrifici, fatica, forza di gambe e di testa. Orgoglio, anche. Ho la testa dura, non mi arrendo facilmente».
Mai pensato di smettere?
«Forse una volta sola, da allievo. Mi annoiava allenarmi da solo».
E tuo padre ti convinse a continuare con una sberla?
«No, quella volta no. Anzi, fu bravo a scovare nel quartiere qualcuno che mi accompagnasse nelle uscite. In
gruppo era più bello, ci si fermava per una partita a biliardino, o un bagno a Torre Faro, o una granita con la panna. Si andava sul colle di San Rito, ai laghi di Ganzirri».
Altre volte tuo padre te le ha suonate?
«Parecchie volte. Ero un teppistello. Facevo il contrario
di quello che mi chiedevano. Magari mio padre mi diceva
di dare un’occhiata in negozio finché non fosse tornato
ma appena svoltava l’angolo, me ne andavo».
E quando ti segò la bici in tre pezzi che avevi fatto?
«Era per una nota in pagella, me la ricordo: “Litiga violentemente coi compagni di classe all’uscita di scuola” e
stiamo parlando delle medie. Avevo tre o quattro compagni con cui era facile litigare, perché provocavano. Ma poi
papà la bici l’ha saldata».
H
PRIMI SPRINT
SULLA SUA PRIMA BICI DA CORSA
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CON PAPÀ
IN BRACCIO AL PADRE SALVATORE
COL FRATELLO
IN BICI CON ANTONIO, A SINISTRA
Sembra che la bici sia stata una vocazione precoce.
«È come se mio nonno mi avesse dato un casco, mio padre infilato il calzoncini da corridore e mia madre la maglia. I miei avevano una videoteca coi primi superotto, i
vhs. Ho visto documentari su Moser e Saronni, su Gimondi, risalendo fino a Coppi e Bartali. Cos’altro potevo
fare se non il ciclista?».
Hai mai provato altri sport?
«A scuola non ero male nella corsa campestre, ma anche a pallamano. Il professore di ginnastica era patito di
pallamano e a quella ci faceva giocare, non a basket o a volley. Il calcio l’ho provato per pochi giorni, nel Peloro, un
satellite del Messina, quando avevo undici anni. Ma non
mi sembrava così divertente prendere i calci negli stinchi, così ho detto all’istruttore che preferivo il ciclismo. E
lui m’ha detto che sarei diventato un morto di fame, perché in Italia i soldi si fanno col pallone».
Abbastanza vero, con qualche eccezione. Quanta importanza dai ai soldi? In una tua intervista a un mensile ho letto che sai di poterti permettere di comprare
una Ferrari ma non hai difficoltà a salire su un tram.
«I soldi hanno la loro importanza ma non bisogna farsene un’ossessione. Io e tanti altri che da ragazzini hanno
scelto la bici non siamo stati spinti dall’idea del guadagno.
E qui torno al sogno. Senza quella molla non sarei partito
a sedici anni da Messina e ringrazio i miei perché non mi
hanno ostacolato. Non dico fermato, perché fermarmi era
impossibile: stavo inseguendo un sogno e quel sogno mi
ha spostato da Messina a Mastromarco».
È stata dura?
«Il primo anno sì. In bus fino a Empoli, scuola, rapido
pranzo preparato dal fratello di un dirigente. Noi lo chiamavamo il fattore, ma factotum sarebbe stato più giusto.
Poi allenamento in bici, studio, cena e nanna presto».
Noi chi?
«Con me c’era un altro ragazzo siciliano, Carmelo Materia, ma non ha retto l’impatto con la scuola. Io invece mi
sono diplomato ragioniere al Leonardo da Vinci, ultimo
anno da studente serale. Ma dopo quel primo anno le cose sono andate molto meglio, mi ha preso in casa la famiglia di un dirigente e mi ha trattato come un figlio, e non
è un modo di dire. Mi hanno anche aiutato a superare un
momento difficile. Da junior ero campione d’Italia e avevo vinto quindici corse, da dilettante manco mezza. Mi
sorpassava gente che la stagione prima battevo regolarmente. Non ho pensato di smettere, ma ero giù, dopo una
domenica ancora a bocca asciutta mi è scappato da piangere sull’ammiraglia. E Franceschi mi ha consolato: vedrai che le cose cambieranno. Infatti, sono state fermate
due o tre squadre diciamo così sospette e io ho vinto sei
corse di fila. È un caso, secondo te?».
Direi di no.
«Appunto. Allora, tornando al doping, neanche a me fa
piacere essere svegliato alle 6.30 per un prelievo di sangue, ma lo accetto perché questi controlli fanno parte del
mestiere. Ti dico di più: da quando l’antidoping funziona
più seriamente, con maglie più strette, io lo considero un
mio alleato, non certo un ostacolo o una trappola».
Dal Tour, quando ormai avevi vinto, ho scritto che tu
non saresti mai diventato un personaggio. Sei normale, serio, non fai polemiche, non frequenti assiduamente i social network, non hai bandane né tatuaggi,
non vai in discoteca, insomma non sei pop.
«In questo senso, mi sta bene. Preciso che in discoteca
non ci vado perché mi piace la musica ma non mi piace ballare, e poi gli orari delle discoteche saranno compatibili
con quelli dei calciatori, forse, ma non con quelli dei ciclisti. Non sono pop, ma popolare sto diventando e ci tengo.
Se non ci fosse il pubblico degli appassionati, e sono tantissimi, il ciclismo non esisterebbe. È uno sport che si fa in
mezzo alla gente, con la gente, per la gente».
È per il fatto della gente che hai dichiarato simpatie,
passate, per Grillo?
«Sì, perché un anno fa andava in mezzo alla gente, come fa il sindaco di Messina, ma poi mi ha molto deluso
quando in videoconferenza ha praticamente rifiutato
ogni dialogo con Renzi».
Come vivi le cose d’Italia dal Canton Ticino?
«Forse non lo sai, ma qui abitano 110mila italiani, in larga parte calabresi, come quelli del ristorante qui all’angolo, e siciliani, come il macellaio di Viganello, la frazione
di Lugano dove ho casa».
Ti sei mai posto il problema di poter essere considerato un esempio?
«No. Io faccio quello che volevo fare da ragazzino, sono
fortunato. Lo faccio, credo, con molta serietà e onestà.
Posso vincere tanto o poco, ma vado a letto con la coscienza posto. E non sta a me dire se sono un esempio o no,
sarebbe andare oltre le righe».
A volte si direbbe che ci siano due Vincenzo Nibali. Uno
tutto slancio e istinto, l’altro che si appisola in auto dall’albergo alla partenza e dall’arrivo all’albergo.
«I tempi di recupero sono la mia salvezza. La tensione,
prima o dopo la tappa, non la conosco, sono refrattario.
Non consumo energie nervose. Come va, va».
Per certi versi sei antico. Armstrong imparava il Tour
a memoria, ha fatto due volte la Madeleine in un giorno perché la prima non s’era piaciuto, e non so quante
volte l’Alpe d’Huez. Idem le cronometro. Tu dell’ultimo Tour hai visto prima solo i tratti di pavé intorno all’Isla, dove hai rifilato due minuti e mezzo a Contador.
Nibali ride: «Vuoi sapere la verità? Martinelli voleva fare una seconda ricognizione, io gli ho detto che una bastava e avanzava. Posso usare un linguaggio volgare?».
Puoi.
«Per me, sono seghe mentali queste di imparare un percorso a memoria».
Ma adesso parliamo ugualmente di percorsi: c’è una
salita che ami particolarmente?
«La salita è fatica, come si fa ad amare una salita? Posso dire che la più dura su cui ho pedalato è lo Zoncolan, poi
il Mortirolo. Scenograficamente, belli lo Stelvio e la Bonnette. Per gli arrivi, visto che da ragazzino guadagnavo
qualche soldo facendo fotografie alle corse, sceglierei
Plan de Corones o la Plances des Belles Filles, dove chi vince lo vedi solo all’ultimo e sembra sputato dalla terra».
Rovescio la domanda, visto che sei un ottimo discesista: c’è una discesa che senti più tua?
«Non mi piacciono le discese con molti tornanti, preferisco quelle tecniche con curve veloci. Una discesa mi è rimasta impressa. A Monterosso Almo, in provincia di Ragusa, c’è un lungo dirizzone dove si arriva a 105/110 all’ora senza pedalare, cambio bloccato sul 52x16. L’ho fatta da allievo. Se frenavi gli altri andavano via. E allora non
freni e non pensi alla paura. Basta tenere la bici dritta e lasciarsi andare giù, non è difficile».
Hai un colore preferito?
«Il blu. Molte delle mie maglie avevano questo colore.
Dalla prima, il Gs Fratelli Marchetta, blu bianco rossa, alla Mastromarco, gialla e blu. Quell’Astana è azzurra, ma
più blu che azzurra è quella della Nazionale, la più importante. E credo che amare il blu sia naturale per chi è nato
sul mare di Messina. Più che portarlo addosso, io il blu lo
porto dentro».
PRIME VITTORIE
SUL TRAGUARDO DA JUNIORES
PRIMO TOUR
CON LA MOGLIE RACHELE E LA FIGLIA EMMA A PARIGI
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la Repubblica
LA DOMENICA
DOMENICA 21 SETTEMBRE 2014
38
L’attualità. Yiddish style
1/3 GLI EBREI ULTRAORTODOSSI SONO UN TERZO DELLA POPOLAZIONE ISRAELIANA
E TG AR KERET
D
ICIANNOVE ANNI FA, in una saletta per matrimoni di Bnei Brak,
CONTRASTO
morì la mia sorella maggiore; e ora vive nel quartiere più ortodosso di Gerusalemme. Ho passato uno degli ultimi weekend a
casa sua. Era il primo Shabbat che trascorrevo là. Vado spesso
a trovarla verso la metà della settimana, ma quel mese, con tutto il lavoro che avevo e i viaggi all’estero, o ci andavo sabato o
niente. «Sta’ attento», disse mia moglie mentre uscivo. «Non
sei più tanto in forma, sai. Vedi di non farti convincere a diventare religioso o chissà cosa». Le risposi che non doveva preoccuparsi di nulla. Quando si tratta di religione, io non ho proprio
nessun Dio. Quando sono sicuro di me non ho bisogno di nessuno, e quando mi sento di merda e dentro mi si apre questo
grosso buco vuoto, so solo che non c’è mai stato un dio capace di riempirlo, e non ci sarà mai.
Così, anche se cento rabbini evangelizzatori pregassero per la mia anima perduta, non servirebbe a niente. Io non ho alcun Dio, ma mia sorella sì, e le voglio bene, così cerco di mostrarGli un po’ di rispetto.
Il periodo in cui mia sorella stava scoprendo la religione fu il più deprimente nella storia della musica pop israeliana. Era appena finita la guerra del Libano, e nessuno era dell’umore giusto per i motivetti allegri. Ma poi,
anche tutte quelle ballate dedicate a soldati
belli e giovani che erano morti nel fiore degli
anni cominciavano a darci sui nervi. La gente
voleva canzoni malinconiche, ma non quelle
che facevano un cancan su una guerra brutta
e pusillanime che tutti stavano cercando di dimenticare. Che è il motivo per cui improvvisamente nacque un nuovo genere: il lamento funebre per un amico che è diventato religioso.
Queste canzoni descrivevano sempre un amico intimo o una ragazza sexy che erano stati la
ragione di vita della o del cantante, quando tutt’a un tratto era successo qualcosa di terribile ed erano diventati ortodossi. L’amico si faceva crescere la barba e pregava in continuazione, la bella ragazza era coperta da capo a piedi e non voleva avere più niente a che fare col
cantante immusonito. I giovani ascoltavano queste canzoni e scuotevano cupamente la testa. La guerra del Libano aveva portato via così tanti dei loro amici che l’ultima cosa che
volevano, tutti, era vedere gli altri sparire per sempre in qualche scuola talmudica nel
quartiere più degradato di Gerusalemme.
Non era solo il mondo della musica che stava scoprendo gli ebrei rinati. Erano roba grossa per tutti i media. Ogni talk show aveva un posto fisso o per un’ex celebrità
diventata religiosa che si sentiva in dovere di raccontare a tutti come non avesse
proprio alcun rimpianto per la propria dissolutezza, o per l’ex amico di un noto rinato che rivelava quanto l’amico fosse cambiato da quando era diventato religioso e come non potevi più nemmeno rivolgergli la parola. Anch’io. Dal
giorno in cui mia sorella fece il grande passo nella direzione della Divina Provvidenza, io diventai una specie di celebrità locale. Vicini che non
mi avevano mai neanche rivolto la parola si fermavano, solo per
stringermi energicamente la mano e porgermi le loro condoglianze. Hipster adolescenti tutti vestiti di nero veniva-
6 NELLA COMUNITÀ HASSIDIM OGNI DONNA HA IN MEDIA 6 FIGLI A TESTA
“Diciannove anni fa morì, adesso ha undici figli”
Cosa succede se uno scrittore (ateo) israeliano
improvvisamente si ritrova un’hassidim in casa
Mia sorella
l’ultraortodossa
LE FOTO
SCENE DI VITA
QUOTIDIANA
NEL QUARTIERE
MEA SHEARIM
DI GERUSALEMME:
PER STRADA,
A SCUOLA,
A UN MATRIMONIO
E NEL NEGOZIO
DI UN VENDITORE
DI CAPPELLI.
SOTTO,
MANIFESTAZIONE
DI EBREI
ULTRAORTODOSSI
no a darmi affettuosamente un cinque prima di entrare nel taxi che li avrebbe portati
in qualche discoteca di Tel Aviv. E poi abbassavano il vetro del finestrino per urlarmi il loro dispiacere per la vicenda di mia sorella. Se
i rabbini avessero preso una ragazza brutta,
si sarebbero anche rassegnati; ma portarsi
via una bella donna come lei: che spreco!
Intanto, la mia compianta sorella studiava in un seminario femminile di Gerusalemme. Era venuta a trovarci quasi ogni settimana, e sembrava felice. Se c’era una settimana in cui non poteva venire, andavamo
noi a trovarla. Allora io avevo quindici anni,
e sentivo terribilmente la sua mancanza.
Non l’avevo vista molto spesso nemmeno
quando faceva il servizio militare, prima di
diventare religiosa, come istruttore di artiglieria nel sud del paese, ma allora, per qualche motivo, mi era mancata di meno. Ogni
volta che ci incontravamo la studiavo atten-
tamente, cercando di capire in che modo era
cambiata. Avevano forse sostituito la luce
che aveva negli occhi, il sorriso? Parlavamo
tra noi come sempre. Lei continuava a raccontarmi le storie buffe che aveva inventato
apposta per me, e mi aiutava a fare i compiti
di matematica. Ma mio cugino Gili, che apparteneva alla sezione giovanile del Movimento Contro la Coercizione Religiosa e la
sapeva lunga sui rabbini e tutto, mi diceva
che era solo questione di tempo. Non avevano ancora finito di lavarle il cervello, ma appena l’avessero fatto lei si sarebbe messa a
parlare yiddish, e loro le avrebbero rasato la
testa, e lei si sarebbe sposata con un tipo sudato, flaccido e repellente che le avrebbe
proibito di vedermi. Poteva volerci ancora
un anno o due, meglio che mi preparassi, perché una volta maritata forse avrebbe continuato a respirare, ma dal nostro punto di vista sarebbe stata come se fosse morta.
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DOMENICA 21 SETTEMBRE 2014
1 MLD GLI ULTRAORTODOSSI “COSTANO” A ISRAELE 1 MILIARDO DI DOLLARI L’ANNO
Diciannove anni fa, in una saletta per matrimoni di Bnei Brak, la mia sorella maggiore morì, e ora vive nel quartiere più ortodosso di Gerusalemme. Ha un marito, studente
di una yeshiva, proprio come aveva promesso Gili. Non è né sudato né flaccido né repellente, e in realtà sembra contento ogni volta
che mio fratello o io li andiamo a trovare. Gili allora, circa vent’anni fa, mi garantì che
mia sorella avrebbe avuto orde di figli, e che
ogni volta che io li avessi sentiti parlare yiddish come se vivessero in un desolato shtetl
dell’Europa orientale mi sarebbe venuta voglia di piangere. Anche su questo argomento aveva ragione solo a metà, perché mia sorella ha veramente un mucchio di bambini,
l’uno più carino dell’altro, ma quando parlano yiddish mi vien solo da sorridere.
Mentre entro nella casa di mia sorella, meno di un’ora prima di Shabbat, i bambini mi
salutano all’unisono col loro «come mi chiamo?», una tradizione che ha avuto inizio dopo che una volta li confusi tra loro. Considerando che mia sorella ha undici figli, e che
ognuno di essi ha un doppio nome, come hanno di solito gli hassidim il mio errore era sicuramente perdonabile. Il fatto che tutti i ragazzi sono vestiti nello stesso modo e dotati
di coppie identiche di riccioli laterali costituisce una notevole attenuante. Ma tutti loro, da Shlomo-Nachman in giù, vogliono ancora essere sicuri che il loro strano zio abbia
le idee abbastanza chiare, e dia il regalo giusto al nipote giusto. Mia madre sospetta che
non sia ancora finita; perciò, tra un anno o
due, a Dio piacendo, ci sarà un altro doppio
nome da imparare a memoria.
Dopo che ebbi fatto l’appello con pieno
successo, mi venne offerto un bicchiere di cola strettamente kosher mentre mia sorella,
che non mi vedeva da molto, voleva sapere
cos’avevo combinato. È molto contenta
quando le dico che me la passo bene, ma poiché il mondo in cui vivo io è per lei un mondo
frivolo, non ha un vero interesse per i particolari. Il fatto che mia sorella non leggerà
mai uno dei miei racconti mi dispiace ma il
fatto che io non osservo lo Shabbat e non
mangio kosher a lei dispiace ancora di più.
Un giorno ho scritto un libro per bambini
e l’ho dedicato ai miei nipoti. Nel contratto,
la casa editrice accettava che l’illustratore
preparasse una copia speciale
dove tutti gli uomini avrebbero
avuto yarmulke (il copricapo,
ndt)e riccioli laterali, mentre
L’AUTORE
ETGAR KERET
È UNO SCRITTORE,
REGISTA
E SCENEGGIATORE
ISRAELIANO.
LA SUA ULTIMA
RACCOLTA
DI RACCONTI,
I SETTE ANNI BUONI
DA CUI È TRATTO
QUESTO TESTO,
USCIRÀ IN ITALIA
PER FELTRINELLI
NELL’APRILE 2015
15 MLN È INTORNO AI 15 MILIONI DI DOLLARI IL GIRO D’AFFARI DEI TIPICI CAPPELLI
FA B I O S C U T O
H
GERUSALEMME
ASSIDIM. Gli ebrei ultraortodossi vivono nella più totale osservanza degli
scritti religiosi seguendo gli stili di vita dei loro antenati dell’Europa
orientale. Se le frange più estremiste non riconoscono lo Stato d’Israele, la
comunità nel suo complesso oggi rappresenta un terzo della popolazione
israeliana. Percentuale destinata a crescere. Gli hassidim vivono
volontariamente in un ghetto perché il loro desiderio è la separazione sociale dagli
altri ebrei per non esporsi a stili di vita non adeguati.
MEA SHEARIM. È il nome del quartiere di Gerusalemme in cui abitano esclusivamente
hassidim. In queste settimane tutte le notti fino alle prime luci dell’alba le sinagoghe
del quartiere aprono le porte ai fedeli per le tradizionali preghiere che si protrarranno
fino allo Yom Kippur, il sacro Giorno dell’Espiazione che segna l’inzio dell’anno
ebraico che, secondo il nostro calendario, quest’anno cade il 4 ottobre. Entrare a Mea
Shearim è come passare in un altro mondo viaggiando indietro nel tempo, dentro un
romanzo russo abitato dai personaggi di Tolstoj e Dostoevskij.
PRIVILEGI. Gli hassidim possono rinviare il servizio militare e ottengono sussidi per
famiglie e scuole. È altissima, dunque, la percentuale di “mantenuti” che dedica tutto
il tempo allo studio delle scritture e all’osservanza delle leggi sacre. Un’usanza solo
israeliana: gli hassidim di tutto il mondo lavorano
(passeggiare a Brooklyn per credere). La popolazione
laica israeliana da sempre mal tollera questi privilegi
che costano alla comunità un miliardo di dollari l’anno
in termini di forza lavoro sottratta all’economia.
Mea Shearim
istruzioni
per usi e costumi
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CAPPELLI. Insieme alla barba e alle treccine, il cappello
nero a falde larghe è il segno (maschile) più
caratteristico della comunità. Sembrano tutti uguali, in
realtà ce ne sono almeno cento modelli: oltre alle varie
consistenze del feltro, ci sono dieci tipi di tesa, quattro di
finiture della bordatura, otto tipi di fascia e sei misure di
altezza della testa.
SESSO. La segregazione sessuale all’interno della comunità è molto rigida tanto che in
alcuni quartieri le compagnie pubbliche dei trasporti hanno dovuto istituire bus con
ingressi separati: gli uomini salgono e siedono davanti e le donne dietro. Per i
“timorati” anche smartphone e pc, “turbando” i più giovani, possono essere
altrettanto pericolosi.
SHABBAT. La neve caduta su Gerusalemme nell’inverno del 2012 divise i rabbini.
Essendo nevicato all’alba di venerdì, il sabato i bambini potevano giocare con le palle
di neve fatte il venerdì prima del tramonto? Alla fine concordarono: sì, ma solo
astenendosi poi dallo scrollare giacche, cappotti e cappelli. Del resto per il vero
“timorato” anche premere il pulsante dell’ascensore di sabato è considerato un
lavoro: ragion per cui in tutti gli alberghi e in numerosi condomini d’Israele ci sono gli
ascensori “per lo shabbat”: dal tramonto del venerdì sera a quello del sabato si
fermano automaticamente ad ogni piano.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
le sottane e le maniche delle donne sarebbero state abbastanza lunghe per essere considerate modeste. Ma alla fine anche questa
versione fu respinta dal rabbino di mia sorella. Il libro raccontava la storia di un padre
che scappa con un circo. Deve averla considerata troppo audace, e io ho dovuto riportare la versione “kosher” del libro a Tel Aviv.
Fino a circa dieci anni fa, quando finalmente mi sposai, la parte più dura del nostro
rapporto fu che la mia ragazza non poteva accompagnarmi nei giorni in cui andavo a trovare mia sorella. Per essere proprio sincero,
dovrei dire che nei nove anni che abbiamo
passato insieme ci siamo sposati dozzine di
volte con cerimonie di ogni genere inventate da noi: con un bacio sul naso in un ristorante di pesce a Giaffa, scambiandoci abbracci in un fatiscente albergo di Varsavia,
facendo il bagno nudi sulla spiaggia di Haifa
e persino dividendoci un uovo Kinder sul treno Amsterdam-Berlino. Solo che, disgraziatamente, nessuna di queste cerimonie è riconosciuta dai rabbini o dallo Stato. Sicché,
quando andavo a trovare mia sorella e famiglia, la mia ragazza doveva sempre aspettarmi in un caffè o in un parco. M’imbarazzava, ma lei capì la situazione e l’accettò.
Diciannove anni fa, in una saletta per matrimoni di Bnei Brak, la mia sorella maggiore morì, e ora vive nel quartiere più ortodosso di Gerusalemme. Allora c’era una ragazza che amavo da morire, ma che non mi amava. Ricordo che due settimane dopo le nozze
andai a trovare mia sorella a Gerusalemme.
Volevo che pregasse perché quella ragazza e
io potessimo stare insieme. A tal punto era
arrivata la mia disperazione. Mia sorella restò in silenzio per un minuto e poi mi spiegò
che non poteva farlo. Perché, se lei avesse
pregato e poi quella ragazza e io ci fossimo
messi insieme e la nostra vita insieme fosse
diventata un inferno, lei si sarebbe sentita
terribilmente in colpa. «Pregherò, invece,
che tu possa incontrare una persona con cui
essere felice», disse, e mi rivolse un sorriso
che cercava di essere consolante. «Pregherò
per te ogni giorno. Lo prometto». Capivo che
avrebbe voluto abbracciarmi e mi dispiaceva che non le fosse consentito, o forse me lo
stavo solo immaginando. Dieci anni dopo incontrai mia moglie, e stare con lei mi rese
davvero felice. Chi ha detto che le preghiere
non vengono esaudite?
(Traduzione di Vincenzo Mantovani)
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LA DOMENICA
DOMENICA 21 SETTEMBRE 2014
40
L’anniversario. 1944-2014
tu, quanti?». Come ogni anno davanti a questo
altare sbrecciato ci si rinfresca la memoria: «Io
cinque, e tu?», «Io sette». Non sono i figli. Neppure i nipoti. Sono i morti ammazzati. I passi di
Tina van da soli, fra questi ruderi. Da settanta dei suoi ottantasei
anni viene a trovarli, i suoi fantasmi, su questo calvario di settecentosettanta cristi in croce che si chiama Monte Sole, nome
splendente di una storia buia. Gli italiani la conoscono, ammesso
che la ricordino ancora, come “la strage di Marzabotto”, ma a
Marzabotto non accadde quasi niente, quel 29 settembre1944.
«E
M I C H EL E SM AR G I AS S I
MARZABOTTO (BOLOGNA)
“Per
i tedeschi
non eravamo
persone
ma bestie,
piante,
polvere”
«Marzabotto è il paese dove ogni anno mettono i banchi di mortadella e i
politici pronunciano il loro bla-bla di circostanza», mormora Tina, «i nostri
morti sono quassù». Passeggiamo sullo sterrato verso Casaglia. Sui pendii
galleggiano i ruderi di sasso delle case bruciate, delle chiese fatte esplodere coi fedeli dentro. «La nostra Pompei», scrive un vecchio partigiano, Francesco Berti Arnoaldi. Com’è vero. Una colata di lava sanguigna seppellì tutto, qui, lasciando la pace disabitata delle pietre. «Ecco, qui spararono alla
Vittoria, perché non voleva camminare, era paralitica... Questa croce di ferro... Qui fucilarono don Ubaldo Marchionni». Sull’altare, come Thomas
Becket. Aveva appena ingoiato tutte le ostie consacrate, per proteggere
col suo corpo almeno Cristo. Un cagnolino da tartufi guizza da chissà dove,
cerca il padrone. «Qualcosa di vivo, finalmente... Solo le lumache fanno
compagnia ai morti». Furono centoquindici massacri che in una settimana fecero il grande massacro. È un trekking, oggi, il golgota dei contadini.
Prendi la mappa giù al centro visitatori, tra boyscout in gita e famigliole al
picnic, calchi i passi delle SS di Walter Reder, 16esima PanzergrenadierDivision, vieni su dalla valle del Setta o da quella del Reno, su su fino al crinale, e ogni cento passi trovi una lapide, una croce. «Qui sono morti tre dei
miei cinque: zia Maria, le cugine Dirce e Marisa». Tina Lera Bugané non c’era, nei giorni dell’apocalisse. Abitava a Serravalle Scrivia, Alessandria, con
papà che costruiva la prima autostrada d’Italia. Una lontananza che le è pesata, che sublimò vent’anni dopo, diventata redattrice di riviste, romanzando le storie di famiglia in un libro, Sole nero a Casaglia. «Pensi che eravamo noi, là, ad aver paura, dicevano: gli Alleati sbarcano in Liguria, arriva la guerra...». E i parenti rimasti qui le scrivevano preoccupati: «Torna da
noi... Qui sei al sicuro...». Sì, certo, sull’Appennino bolognese il fronte vero
era vicino. Linea Gotica. Gli americani poco più su. Lampi nel cielo di notte.
Bombe sulla ferrovia. Ma come immaginare l’inimmaginabile, visto che i
tedeschi già da mesi bussavano alle porte, cercando i partigiani, e «a donne, bambini e vecchi non avevano mai fatto nulla». Quel giorno, invece,
qualcuno capì che il vento era cambiato. «Ma questo glielo racconta mio
cugino Lillo. Lui c’era. Aveva quattordici anni».
Scendiamo a Gardelletta. Lillo Bugané è appena tornato a casa dalla dialisi. È un po’ frastornato, ma ricorda tutto. «Si vedeva il fumo. I tedeschi ven-
norevole di Dio”, il monaco che riconsacrò Monte Sole. Ci sono poche vecchie croci di ferro. Qualcuna mostra ancora i fori dei proiettili. «Volevano
uccidere anche i morti...». Sono fori bassi. Ad altezza di bambino. «Volevo
tornare a cercare la mamma», si riprende Lillo, «lì in quel mucchio di morti. Ma i tedeschi non se ne andavano. Ho girato due giorni nei boschi. Poi ho
preso un camion che andava a Firenze», piange ancora. Sì, Lillo, basta, basta così.
«Forse, fossero scappati tutti nei boschi... disperdendosi, come Lillo...»,
si chiede Tina. «Ma credevano nell’inviolabilità della Chiesa. Rimasero tutti assieme e facilitarono il lavoro ai tedeschi». Scrisse con triste sintesi una
delle sentenze dei processi del dopoguerra: “Rimase chi credeva di essere
protetto dalla propria debolezza”. O magari dai partigiani. Ma loro avevano già perso la partita, fin dalla mattina. All’alba i tedeschi avevano sorpreso e ammazzato a Cadotto il Lupo, il capo della brigata Stella Rossa.
Qualcuno dice: avevano fatto festa la sera prima, erano certi che gli americani stessero arrivando, che fosse ormai finita. Chissà. Di certo, in quei giorni non ci fu nessun vero combattimento. Solo massacro, che i partigiani ormai sbandati guardarono attoniti dalla cima di Monte Sole, poche centinaia di metri più su di Casaglia, impreparati e impotenti di fronte a una
guerra fatta così. Perché non fecero un tentativo disperato? È la domanda
che da settant’anni infiamma le polemiche fra le due narrazioni rivali del
martirio, quella partigiana-comunista che rivendica la lotta impari, e quella cattolica che li accusa di aver attirato l’ira dei tedeschi per poi lasciar sola la popolazione coi suoi sacerdoti. Ma ormai si sa, che cosa vennero a fare
i tedeschi. Di andare a stanare ribelli armati uno per uno, nei boschi, sul loro terreno, non avevano la minima intenzione. Il piano di Reder era chiaro,
lucido, razionale. Era “guerra sterminazionista”, come l’hanno definita gli
storici Luca Baldissara e Paolo Pezzino nel libro Il massacro. L’ordine era:
fare terra bruciata attorno ai partigiani. Case, cibo, persone, distruggere
tutto. L’obiettivo, primario e anzi unico, erano i civili. Tutti i civili indifferentemente. Il massacro di Monte Sole non fu un’eruzione inspiegabile di
bestialità, di “male assoluto”, non fu un crudele inutile irrazionale supplemento alla guerra: era la guerra. Era la guerra ai civili, la guerra inventata
dal Novecento, la guerra che non punta a sconfiggere il nemico, vuole annientarlo, la stessa guerra che continua a seminare, nel mondo, anche oggi, la domanda agghiacciante: «E tu, quanti?».
A Monte Sole niente follia disumana, ma genocidio militarmente pianificato. Auschwitz sull’Appennino. La lapide nel sacrario, giù a Marzabotto, celebra le vittime «dell’amor di patria», ma di quale patria erano mai
patrioti i settecentosettanta abitanti di questa prua di rocce e boschi, mondo di storia lenta, di uova sotto la cenere e mele sotto il letto? Vittime senza neppure la ricompensa dell’eroismo, scrive Tina nel suo romanzo, «morirono l’uno sull’altro, senza nessun motivo che li inorgoglisse per il sacrificio», senza nomi di condottieri o di ideali da gridare, solo quelli di figli, sorelle e madri. Testimoni rovesciarono al processo cataratte di episodi atroci, stupri, sevizie indicibili, un groviglio di terribili verità e mitologie dell’orrore che gli storici fanno ancora fatica a dipanare. Ma basterebbe dire:
duecentosedici bambini. Una delle lapidi riporta
«Ferretti Annamaria, di mesi uno». Come può un uomo, Tina? «I tedeschi erano ragazzi, sì, avevano madri, sorelle, forse figli. Ma per loro quelle erano persone. Razza dominatrice del mondo. Noi no, per loro
eravamo bestiame, piante, polvere». Andiamo a trovare nonno Mingòn. Lo ammazzarono a Cerpiano, un
chilometro oltre il crinale. I tedeschi lo trovarono seduto sulla panca di legno che aveva scavato in un
tronco. Prima di sparargli, il soldato del Reich gli tolse dal taschino l’orologio d’oro, orgoglio di una vita, e glielo fece dondolare
davanti agli occhi, ridendo. Ecco, fra gli sterpi, la chiesa distrutta con le
bombe a mano con quarantanove persone dentro. «Zia Amelia cercò di uscire dall’inferno, la falciarono sulla soglia». Vide tutto Antonietta Benni, la
maestra della scuolina degli sfollati, che si salvò fingendosi morta fra i cadaveri, e salvò due bambini tappando loro la bocca. «Lasciarono lì la zia per
due giorni. I maiali le mangiarono la testa». Come riesce a raccontarlo, Tina? Esita. «Vede, quando Reder ci chiese la grazia, a noi sopravvissuti, disse che doveva rivedere la madre inferma prima che morisse». Tina è una
dolce signora, una nonna da libri d’infanzia. Sospira: «Lei capisce, vero?
Perdonare sarebbe stato disumano».
Tina saluta in silenzio i suoi spiriti, è un saluto speciale, «non so quante
altre volte potrò tornare». Risaliamo la mulattiera verso Casaglia. Ha piovuto tutta la notte, proprio come settant’anni fa. La macchina scivola, s’impantana. Il salvatore che ci trascina fuori col suo fuoristrada mormora con
disapprovazione: «i morti, bisogna lasciarli in pace».
Ritorno
a
Marzabotto
gon su, bruciano le case!», i suoi occhi chiari li vedono ancora. Scappare, ma
dove? Dove si è abituati ad andare, tutte le domeniche: lungo il sentiero
medievale dell’Enfialugo, quello coi cippi antichi, su fino a Casaglia, alla
chiesa parrocchiale di San Michele. Il 29 settembre è il suo giorno, il giorno
dell’angelo custode, ci custodirà. Una cappella di pochi metri quadri, bastano poche decine di persone per stiparla, «in chiesa non ci faranno nulla». Ma Lillo ha paura, mica di morire, no, «paura che i tedeschi mi prendano per portarmi in Germania». E allora, la mamma gli grida dal sagrato «Lillo vieni dentro!» ma lui in un secondo prende la decisione, «mi volto indietro e corro nel bosco», la voce gli si rompe, «io sono vivo perché ho disobbedito a mia madre». Nascosto fra querce e larici, vede tutto. La pattuglia che
scardina la porta della chiesa, fa uscire tutti facendo il verso beffardo che
si fa ai maiali, «brrr! brrr!», la colonna di donne vecchi bambini avviata verso il cimitero, appena cento metri, ecco, saltano anche i cancelli del camposanto, tutti in fila lungo il muro, la mitragliatrice montata, i colpi... Lillo
non va più avanti, ora piange come il ragazzino terrorizzato che era.
Eccolo, il cimitero di Casaglia. C’è la tomba di don Giuseppe Dossetti, “l’o-
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LE IMMAGINI
QUI ACCANTO TRE SCORCI
DI MONTE SOLE,
NEI PRESSI DI MARZABOTTO,
APPENNINO BOLOGNESE,
DOVE IL 29 SETTEMBRE 1944
I SOLDATI NAZISTI UCCISERO
770 CIVILI. LE IMMAGINI
SONO STATE SCATTATE
DA ROBERTO CIMATTI,
DIRETTORE DELLA FOTOGRAFIA
NEL FILM DI GIORGIO DIRITTI
“L’UOMO CHE VERRÀ”.
NELL’ALTRA PAGINA,
TINA LERA BUGANÉ
SUI LUOGHI DELLA STRAGE
IN CUI HA PERSO
CINQUE FAMILIARI
Cambia
solo
la lingua
GIORGIO DIRITTI
FOTO DI ROBERTO CIMATTI
Q
UANTO è distante
Marzabotto?
Settant’anni…?
Settanta miglia
prima che lo
scafista butti a mare i suoi
naviganti “clandestini,”
settanta giorni di prigionia
prima che il combattente
rivendichi la gloria di esporre al
mondo la morte per
decapitazione del suo
prigioniero inerme, settanta
bombe, settanta razzi prima
che una, due, tre cadano sulla
scuola, nel mercato, prima di
vedere i brandelli di sangue
come a Casaglia o Cerpiano. È
molto vicina la stage di
Marzabotto, ha cambiato
lingua, territorio, ma poco altro
nello scempio di vita altrui che
certi uomini continuano a fare.
Nello scempio di un società
evoluta dove la ricchezza si
fonda anche sul mercato delle
armi, sullo sfruttamento dei
simili, sulla schiavitù, e dove il
confine dello spettacolo
televisivo mischia ogni sera la
realtà drammatica e violenta a
quella effimera della
pubblicità. Il pianto cammina
ancora sui sentieri di Monte
Sole nell’animo di chi c’era o di
chi ha ascoltato la voce di chi
c’era. Credo sia fondamentale
nella vita un giorno andare lì.
La memoria è il più importante
patrimonio da difendere.
E forse un giorno, finalmente,
il progresso non sarà solo un
nuovo oggetto tecnologico ma
il bene per l’umanità.
L’autore nel 2009
ha diretto il film L’uomo che verrà
sulla strage di Marzabotto
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Spettacoli. Punk
Quando l’impegno diventò moda
arrivarono loro, troppo intelligenti
per non essere considerati demenziali
Un cd e due inediti restituiscono ora
il senso della band di Freak Antoni
E di quegli anni perduti per sempre
MICHELE SERRA
TUPIDO È CHI LO STUPIDO FA”, diceva la mamma a Forrest Gump per rassicurarlo sui
suoi problemi neurologici. Intendeva dire, la brava donna, che comportarsi bene
rimette tutto a posto, salda ogni debito.
È comportarsi male che espone alla severità del giudizio, al rimprovero sociale,
alla caduta. E Forrest, nella sua vittoriosa cavalcata negli States del
secondo Novecento, si comporterà benissimo, diventando lo stupido
più intelligente e fortunato d’America. Chissà che cosa avrebbe detto, quella giudiziosa e amorevole mamma, degli Skiantos e del rock
demenziale, l’esatto contrario del suo Forrest, ovvero l’intelligenza
che sceglie programmaticamente di “fare la stupida”, individuando
nella demenza ben temperata la sola forma irriducibile di libertà dal
sussiego intellettuale e dalle mode artistiche, comprese quelle del
proprio campo (che in quegli anni, nella musica italiana, erano la canzone impegnata e il rock “politico”). A pochi mesi dalla morte di Roberto Freak Antoni, che degli Skiantos fu il motore artistico, torna in
circolazione il cd Doppia dose, registrato nel ‘99 con molti illustri contributi (Dalla, Carboni, Shapiro, Bersani, Banda Osiris, Branduardi,
Roversi-Blady, Gang, Villotti e molti altri amici e complici della
band). Il chitarrista Dandy Bestia (al secolo Fabio Testoni) e il discografico storico della band, Oderso Rubini, hanno provveduto ad arricchirlo con due brani inediti, Evacuazioni e Fuck that kunt. Ma già
nel ‘99, quando il disco fu concepito, nonostante contenesse per metà
nuove canzoni aveva il sapore del tributo a una stagione irripetibile
e tramontata, gli anni Settanta/Ottanta nel loro inconfondibile specifico bolognese. Oggi è trascorso abbastanza tempo per provare a capire, degli Skiantos e di quegli anni, qualcosa di più ragionato e sedimentato. L’ascolto di Doppia dose espone a una forma particolare di
spleen, composto per metà da
un’inevitabile nostalgia per la
creatività di quel periodo al tempo stesso “nero” e fulgido; per
l’altra metà da un sentimento
doloroso, di privazione e quasi di
rimprovero per i tanti che se ne
sono andati o che hanno interrotto il loro cammino artistico.
Nella frenesia esperienziale del
periodo, in quelle giovinezze
convulse, la droga ebbe un ruolo
micidiale, portandosi via più di
quanto aveva elargito come
equivoca ispiratrice. Viene da
chiedersi quanto di meglio e di
più duraturo avrebbe potuto lasciare, quella generazione, senza quel veleno in vena, quel nemico in testa. Essere disposti a
tutto pur di non crescere conformisti o piegati: era questo il patto “di generazione” che animava quella Bologna, che aveva nel
Dams il suo brodo di coltura e per
gli interi anni Ottanta si trovò a
esercitare un primato artistico
fenomenale, nella musica, nel
fumetto d’arte, nella letteratura, nella satira, con una presenza di artisti così varia che è impossibile tentare di nominarli senza dimenticare qualcuno. Diciamo solo Pazienza, Cavazzoni, Dalla, Tondelli, Lolli, Palandri, Celati, Guccini, Benni, il Gran Pavese al completo, i Gaz
Nevada e gli Skiantos tanto per descrivere, molto approssimativamente, varietà e qualità delle voci disponibili, molte delle quali, grazie alla natura sostanzialmente “piccola” e provinciale di Bologna, in
forte promiscuità tra loro e con l’irrequieto mondo studentesco.
Dentro quella vasta corrente gli Skiantos (come, per altri versi, fecero in politica gli Indiani Metropolitani) erano già “decadenti”, cioè
intuivano e incarnavano un presagio di inutilità. Post-politici in anni
ancora intrisi di politica fino al parossismo, Freak Antoni e i suoi amici non ebbero rapporti facili né con la critica né con il pubblico. “Fare
gli stupidi”, quando le avanguardie politico-intellettuali parlavano
come Deleuze e Guattari anche se non li avevano letti, era piuttosto
sacrilego, il demenziale e il goliardico erano in perenne rischio di confusione, non era così ovvio per nessuno capire che gli Skiantos si rifugiavano nel nonsenso perché anche “l’impegno”, fino a pochi anni prima una ventata nuova, stava diventano canone, maniera, obbligo.
“Fate largo all’avanguardia/ siete un pubblico di merda!” (due dei
versi più memorabili ed esilaranti degli Skiantos) è in questo senso
la sintesi perfetta di una poetica ambigua a qualunque costo, perché
ogni disambiguazione è una maschera e una condanna. Quei due versi sono satira dell’avanguardia e della sua spocchia, ma al tempo stesso satira del pubblico e della sua passività. Non c’è scampo, non c’è
una parte “sana e salva”, non c’è una parte “giusta”. Gli Skiantos “facevano gli stupidi” per mettere in scena un’intelligenza senza sboc-
“S
chi, costretta al
travestimento, a buttarla in vacca, a buttarla
in farsa. La rivendicazione
di estraneità al mondo degli
adulti tocca, con il movimento
del ‘77, il suo apice più drammatico. Roberto Freak Antoni era una delle persone più gentili e meno arroganti
che io abbia mai conosciuto, gli sarebbe
stato impossibile dare al suo rifiuto di crescere una veste aggressiva. Se Andrea Pazienza incarnava la via “maledetta” all’arte di quegli anni,
con i suoi interni bolognesi così stonati, disordinati,
hard, con la sua adolescenza allucinata e geniale procrastinata fino alla morte precoce (aveva trentadue anni!), Freak fu il suo alter ego: la faccia tonda (somigliava a
Charlie Brown), da eterno bambino, il sorriso mite, l’umorismo
travolgente gli suggerirono di essere un non-adulto in maniera più
malinconica e morbida, se posso dire: più astuta.
Rimane il dubbio, che esprimo per affetto e stima nei suoi confronti, che Freak come tanti altri di quel milieu davvero fenomenale
che fu la Bologna degli anni Ottanta, avrebbero potuto lasciarci qualcosa di più, e forse molto di più, se “crescere” non li avesse spaventati così tanto, e se quella città fosse meno mammona e tortellinesca,
infine castrante con i suoi figli migliori. Oggi Bologna, culturalmente parlando, è un centinaio di anni luce al di sotto di quello che fu. Vive di ricordi. Come se si sentisse estranea. In uno dei due inediti di
Doppia dose, il testo (bellissimo) di Freak accenna, pochi mesi prima
di andarsene, una possibile ricostruzione dei fatti: “Questa vita è il sogno di dio/ non è certo il tuo e il mio”. Sentirsi estranei, appunto.
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Chiedi
chi erano
gli Skiantos
IL CD
SOPRA: “DECOLLAGE” (CONCEPT BY FREAK
ANTONI, FOTO DI CARLO COPPITZ). A SINISTRA, LA
COPERTINA DI “DOPPIA DOSE REPRINT”, DOPPIO
CD PIENO DI OSPITI DA LUCIO DALLA
A MICHELE SERRA CHE NEL ’99 DECLAMA
UN SUO TESTO. IN USCITA A FINE MESE
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Fate largo all’avanguardia
LU C A VA LT O RTA
ETTANTAMILA PERSONE IN PIEDI: pugno chiuso su L’internazionale reinterpretata dagli
Area. È il 14 giugno del 1979, Arena di Milano, tributo a Demetrio Stratos. Ci sono
Finardi, Guccini, Venditti, Vecchioni, Banco, PFM. Ci sono anche gli Skiantos. Alieni.
Salgono sul palco senza strumenti: «Noi siamo gli Skiantos. Non siamo cantautori ma poeti
metropolitani». Fischi. Applausi. Il pubblico è diviso. È avanguardia? Loro lo rivendicano nel
pezzo più celebre, salutato da lanci di ortaggi: «Largo all’avanguardia, siete un pubblico di
merda». È l’iconoclastia del punk, nella versione italiana inventata dagli Skiantos: il famoso
“rock demenziale”. Che in realtà è una cosa serissima perché segna una cesura con il mondo
dei cantautori, dissacrandolo. Ma Freak Antoni è rimasto uno dei grandi misconosciuti,
derubricato dai media a macchietta. Lui e gli Skiantos sono stati molto di più: l’incarnazione
più alta di un movimento che ha scosso il mondo della musica e non solo. Purtroppo,
parafrasando il titolo di un suo celebre libro, «non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti».
S
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LE IMMAGINI
IL “SANTINO” REALIZZATO DAGLI SKIANTOS
PER IL CONCERTO BOLOGNESE DI PATTI SMITH
(9 SETTEMBRE 1979). DALL’ALTO VERSO IL BASSO:
ORIGINALE DI UNA CANZONE E RIVISTE ANNI ’80.
DA SINISTRA A DESTRA: TUTTE
LE FACCE DI “FREAK” ANTONI. LA PENULTIMA
È DI ANDREA PAZIENZA, SUO GRANDE AMICO
L’inedito
alta dalle nuvole/ Cavalca le metafore/ Se ti senti fragile/
Investi sull’inutile/ Non morire nell’intentato/
Non finire annientato/ Che almeno tu possa dire c’ho provato,
ma non è bastato/ Nulla da dire, niente da fare/ figli di un tempo così banale/
Anche dormire non può bastare/ Non procreare qui c’è bisogno di EVACUARE
Se la vita è faticosa/ una cambiale onerosa/ tutto pesante e volubile/
ad un ritmo insostenibile/ Oltre ogni sballo/ Alla ricerca del vero bello/
eccitazione che ti spiazza/ e porta via ogni tristezza/ Divorando l’esistenza
a morsi/ È poi difficile digerirla/ Questa vita è il sogno di dio/ Non è certo
il tuo o il mio/ Nulla da dire, niente da fare/ figli di un tempo così banale/
Anche dormire non può bastare/ Qui c’è bisogno di/ Qui c’è bisogno di/
Qui c’è bisogno di EVACUARE EVACUARE/ Festeggiare/ Galleggiare/
Fornicare/ Intorpidire/ Perdonare/ Bordeggiare/ Galleggiare/ Navigare/
Perdonare qui c’è bisogno di…
S
“EVACUAZIONI”, UNO DEI DUE BRANI INEDITI PUBBLICATI
N OCCASIONE DELLA RISTAMPA DELL’ALBUM “DOPPIA DOSE”
la Repubblica
LA DOMENICA
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Next. Makers
2005
2007
ARDUINO
STAMPANTE 3D
MASSIMO BANZI INVENTA
LA SCHEDA ELETTRONICA
MICROPROGRAMMABILE
OPENSOURCE
PER LA ROBOTIZZAZIONE.
UTILE PER CREARE
RAPIDAMENTE PROTOTIPI
ENRICO DINI INVENTA
UN SISTEMA DI STAMPA
TRIDIMENSIONALE
DI OGGETTI FISICI
DI GRANDI DIMENSIONI
(USANDO GRANULI E NON
POLVERI O INCHIOSTRO)
2005
2005
CYBERHAND
ACCELEROMETRO
REALIZZATA DALL’ARTSLAB
DELLA SCUOLA SUPERIORE
SANT’ANNA DI PISA
LA MANO ROBOTICA
CON SENSORI TATTILI. PER
RIDARE IL “TOCCO UMANO”
A CHI HA PERSO GLI ARTI
LA STMICROELECTRONICS
(AGRATE BRIANZA) PRODUCE
PER NINTENDO
UN MICROSISTEMA
ELETTROMECCANICO
INTEGRATO IN FORMA
MINIATURIZZATA
1990
1992
TV DIGITALE
MP3
IL PRIMO PROGRAMMA T
IN DIGITALE È IL MONDIALE
DI CALCIO ITALIA 90
TRASMESSO DALLA RAI:
UN PASSO IMPORTANTE
VERSO LA TELEVISIONE
AD ALTA DEFINIZIONE
L’INGEGNERE TORINESE
LEONARDO CHIARIGLIONE
DEFINISCE LO STANDARD
PER LA COMPRESSIONE
DIGITALE DEI FILE AUDIO,
DOPO AVER BREVETTATO
ANCHE MPEG-1 E MPEG-2
1990
1971
TELEPASS
INTEL 4004
LA FONDAZIONE MARCONI
CON OLIVETTI E GIUGIARO
DESIGN PROGETTANO
IL SISTEMA DI RISCOSSIONE
AUTOMATICA
DEL PEDAGGIO
AUTOSTRADALE
FEDERICO FAGGIN INVENTA
PER INTEL IL PRIMO
MICROPROCESSORE
MONOLITICO (CONTENUTO
IN UN SOLO CIRCUITO
INTEGRATO) A ESSERE
COMMERCIALIZZATO
Eureka,Italia
JA I ME D’A L E SSA NDRO
In una mostra mezzo secolo
di successi hi-tech. Per scoprire
che siamo ancora inventori
INQUANTA anni di innovazione e altri cinquanta ancora tutti da costruire. Cercando di trovare un
punto d’incontro fra il prima e il dopo. È quel che
racconterà “Make in Italy”, la mostra che debutta
alla “Maker Faire” di Roma venerdì 3 ottobre. Una
storia fatta dai successi dell’hi-tech nato nel nostro Paese, dalle occasioni perse nel corso del tempo, da quelle che abbiamo oggi e che ci aspettano
domani. Dalla P101 della Olivetti, il primo personal computer mostrato al pubblico nel 1964, all’Hyper Search ideato da Massimo Marchiori nel
1997 e poi diventato la base del motore di ricerca
di Google. Fino ad Arduino, la scheda elettronica open source tanto amata dal
movimento dei maker, e a iCub, il robot bambino sviluppato all’Istituto Italiano di Tecnologia. Ma dietro questi casi celebri ce ne sono altri, meno conosciuti dal grande pubblico, che messi in fila uno dopo l’altro ricordano come e
perché abbiamo sempre detto la nostra anche quando non sembrava. E anche quando, è capitato spesso, qualcun altro ne ha tratto vantaggio.
«L’occasione è l’anniversario del lancio del primo personal computer a New
York da parte della Olivetti», racconta Andrea Granelli, curatore della mostra
con un lungo passato nel mondo dell’innovazione e delle telecomunicazioni.
«La nostra idea è che l’Italia ha sempre giocato un ruolo importante sia dopo
sia prima della azienda di Ivrea. Basti pensare al telefono di Antonio Meucci
o al telegrafo di Guglielmo Marconi. È una continuità che si snoda fra oggetti, prototipi, software, installazioni». Realizzata da Make in Italy Cdb onlus
(fondata da Massimo Banzi, Carlo De Benedetti e Riccardo Luna), quella ospitata all’Auditorium di Roma fino al 5 ottobre e
poi in giro per l’Italia sarà anche una mostra di
concetti e di idee. La prima poesia generata al
1964
computer da Nanni Balestrini, ad esempio, daP101
ta addirittura 1962; oppure la linguistica computazionale di Roberto Busa, gesuita che ha laPIERGIORGIO PEROTTO CREA
vorato con Ibm. Sempre inseguendo quel filo
PER OLIVETTI IL PRIMO
rosso di cui parla Granelli.
PERSONAL COMPUTER
«È vero, l’innovazione in Italia ha una sua conAL MONDO: È IL PADRE DEI
tinuità anche se spesso si è trattato di un perCALCOLATORI COMMERCIALI,
corso sotterraneo», conferma Marco Casolino,
DIGITALE E PROGRAMMABILE,
primo ricercatore all’Istituto nazionale di fisica
PICCOLO ED ECONOMICO
nucleare di Roma e al Riken di Tokyo. Uno di
quei cervelli che non è in fuga ma vive fra due
C
la Repubblica
DOMENICA 21 SETTEMBRE 2014
ICUB
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La sindrome
del saprei
ma non posso
2009
ICUB
GIORGIO METTA (ISTITUTO
ITALIANO DI TECNOLOGIA)
DÀ ALLA LUCE UN ROBOT
ANDROIDE CON DIMENSIONI
DI UN BAMBINO DI TRE ANNI:
È ALTO 1 METRO
E 4 CENTIMETRI E PESA 22 KG
RI CCA RDO L UNA
ORA di superare la sindrome di Meucci. Di
considerarci un paese di grandi inventori,
spesso geniali, ma isolati, non supportati e
quindi in un certo senso sconfitti. Come
accaduto al grande fiorentino che non poté
brevettare l’invenzione del telefono. O al
matematico Massimo Marchiori che anni dopo
intuì quello che sarebbe stato l’algoritmo di Google,
ma quando tornò in Italia, dopo averlo presentato in
California, si sentì negare la richiesta di fondi per
sviluppare l’idea perché la sua università preferiva
finanziare una ricerca sulla storia della metallurgia.
È successo, ma i fatti di questi cinquant’anni, dalla
Programma 101 (il primo personal) ad Arduino (la
piattaforma elettronica low cost più diffusa del
mondo) ci raccontano un’altra storia. Siamo un
paese migliore di quello che ci siamo raccontati: il
microprocessore — che ha davvero cambiato la
storia della tecnologia — porta la firma del veneto
Federico Faggin; e se è vero che Faggin l’ha
inventato lavorando alla Intel in California e quando
ha provato a tornare ha subito rifatto le valigie, i
MEMS che stanno nei nostri smartphone e nelle
console dei videogiochi sono frutto del lavoro del
team di Bruno Murari, alla ST Microelectronics di
Agrate Brianza. Queste storie ci parlano di un nuovo
made in Italy, anzi di un Make in Italy, perché si basa
sulla cultura dei makers: fai-da-te, sfidando le
convenzioni, credendo nell’innovazione.
È
1997
HYPER SEARCH
MASSIMO MARCHIORI
CREA L’ALGORITMO
PER UN MOTORE DI RICERCA
CHE SI BASA ANCHE
SULLA RELAZIONE TRA
LA SINGOLA PAGINA E IL RESTO
DEL WEB: È L’IDEA DI GOOGLE
1994
GIORNALE WEB
IL 31 LUGLIO 1994
L’UNIONE SARDA È IL PRIMO
QUOTIDIANO IN EUROPA
AD ANDARE ONLINE
CON UN SITO
CHE RIASSUME LA PRIMA
PAGINA DEL GIORNALE
1969
VALENTINE
ETTORE SOTTSASS DISEGNA
PER OLIVETTI UN MODELLO
DI MACCHINA
PER SCRIVERE PORTATILE
CHE AVRÀ ENORME
SUCCESSO
INTERNAZIONALE
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1967
MUSICA PER PC
PIETRO GROSSI
DEL CONSERVATORIO
DI FIRENZE SVILUPPA
LA PRIMA PARTITURA
MUSICALE ESEGUIBILE
DA UN COMPUTER
CON TRASDUTTORI SONORI
mondi diversi potendo guardare l’Italia da più
angolazioni. «Quando non abbiamo inventato
più computer, perché era diventato impossibile per noi competere in quel mercato, ci sono state realtà nei campi più disparati che hanno fatto cose eccellenti. Nell’aerospaziale mi viene in
mente ad esempio la Thales AleniaSpace, poi
comprata dai francesi. In quello dell’animazione la Digital Video di Roma, la stessa che ha creato Toonz, software usato fra gli altri dallo Studio
Ghibli di Hayao Miyazaki. E sono solo due esempi fra tanti».
Sarebbe sciocco però negare che le occasioni
perse sono state tante, troppe. Altrimenti diventerebbe impossibile spiegare come mai fra
i colossi del web e dell’hi-tech non si parla italiano. Il mancato sfruttamento commerciale di
uno standard come l’mp3 inventato da Leonardo Chiariglione è fra i casi più discussi, ma anche l’Hyper Search di Marchiori e la storia di Video On Line, provider all’avanguardia nato a
Cagliari nel 1994 per volontà dell’editore Nicola Grauso e che aveva come braccio destro proprio Andrea Granelli. Grazie ai legami con il centro di ricerche CRS4 guidato da Carlo Rubbia,
che era stato direttore del Cern dove lo stesso
World Wide Web è nato, L’Unione Sarda nel
marzo 1994 fu il primo giornale in Europa ad andare online. Poi Video On Line naufragò per i
progetti pionieristici ma troppo faraonici di
Grauso e finì nelle mani di Telecom.
«Un altro filo rosso fra passato e futuro potrebbe essere la cultura aziendale della Olivetti
dei tempi d’oro», ipotizza David Bevilacqua, vice presidente della Cisco. «Quella fatta di responsabilizzazione e valorizzazione dei dipendenti, assenza di gerarchie, difesa della creatività. Tutti concetti oggi comuni nella Silicon
Valley e fra i maker, ma che la Olivetti mise in
pratica oltre mezzo secolo fa». La Cisco, multi-
nazionale americana da anni fra le migliori
aziende nelle quali lavorare secondo Fortune e
il Great Place to Work Insitute, è fra le più “olivettiane”. «Si tratta della stessa cultura propria
delle realtà più innovative in Italia. Questo non
significa che in tutte le startup ci sia quello spirito, ma che il modello Olivetti è quello che oggi
potrebbe vincere da noi e che spesso vince all’estero». Insomma, abbiamo perso il primo treno di Internet malgrado siamo diventati grandi consumatori di contenuti digitali, siamo indietro nelle infrastrutture, nelle collaborazioni
LA MOSTRA
DEBUTTA VENERDÌ
3 OTTOBRE
ALL’AUDITORIUM PARCO
DELLA MUSICA DI ROMA
ALL’INTERNO DI “MAKER
FAIRE” LA MOSTRA “MAKE
IN ITALY” SU 50 ANNI
DI INVENZIONI CHE ANDRÀ
POI IN GIRO PER L’ITALIA
fra aziende e ci sono poche contaminazioni fra
industria, università, ricerca. Ma le rivoluzioni
e le sfide che ci attendono sono tante, basti pensare al cosiddetto “Internet delle cose”, e facendo della gestione del personale una scienza
esatta mirata a motivare ben al di là del pura retribuzione potremmo ancora farcela. O almeno
è questo che sperano a Make in Italy. A tal punto che, legandosi al Programma 2015 del ministero dell’Istruzione, chiederanno agli studenti italiani di immaginare un’altra P101. Qualcosa cioè che possa cambiare il mondo. Come fece
la Olivetti cinquant’anni fa.
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la Repubblica
LA DOMENICA
DOMENICA 21 SETTEMBRE 2014
46
Sapori. Di razza
UN VINO ELEGANTE
MA DIFFICILE.
NON A CASO NATO
TRA SCALPITANTI
ZOLLE MINERALI.
MA GRAZIE
A QUESTO
CARATTERACCIO,
IL “BAROLO IRPINO”
ORA È PRONTO
PER SFIDARE
ANCHE I GRANDI
DI FRANCIA
8
bottiglie
per otto piatti
Vigna Macchia dei Goti
2009 ANTONIO CAGGIANO
Strutturato e complesso,
colore granata intenso, vanta
un ampio spettro aromatico,
in cui spiccano vaniglia
e liquirizia. L’abbinamento
è classico: arrosti e selvaggina
Prezzo: da 29 euro
Cilento Aglianico
Donnaluna
2011 DE CONCILIIS
Quasi 15 gradi d’alcol
per il rosso forte e scanzonato
assemblato con una piccola
percentuale (10%) di Primitivo
Con i fusilli al ragù di carne
Il biologico
In controtendenza
con la superficie viticola totale,
scesa di quasi 10mila ettari
nell’ultimo anno, la viticoltura
biologica è in crescita continua
I dati usciti nei giorni scorsi
le assegnano una percentuale
del 10%, record storico per
l’agricoltura italiana. Regioni più
virtuose: Sicilia, Puglia, Toscana
Rosso
Prezzo: da 12 euro
Irpinia Aglianico
Gioviano
2009 Il CANCELLIERE
Coltivazione biologica per
le vigne situate nelle contrade
Iampenne e Chianzano: niente
lieviti, filtrazione né chiarifica
Con il ragù di maiale
L’appuntamento
Partenza dall’antico convento
di Santa Maria al Prato di Radda
in Chianti, per il “Gran Fondo
del Gallo Nero”, gara ciclistica
in programma oggi tra le colline
dello storico marchio toscano
Due i percorsi, per cicloturisti
e professionisti. In palio
un premio speciale: l’equivalente
in vino del peso del vincitore
Re Aglianico. La fiaba
del purosangue ribelle
che da secoli attraversa il Sud
LICIA GRANELLO
Prezzo: da 10 euro
Satyricon
2010 TECCE
Eucalipto e tabacco nel bouquet
del vino affascinante
e coraggioso, la cui etichetta
è infarcita di no (lieviti, enzimi,
colla arabica, chiarifiche)
Si gusta con il pecorino di fossa
Il design
Sgabelli a forma di tappo
e tavolini come coperchi
di botte: si veste di design
il riciclo dei tappi di sughero
Una produzione (Livingcap,
Vicenza) che per il Politecnico
di Milano “fissa” oltre 30 kg
di CO2 per oggetto. Il sughero
raccolto viene assemblato
solo con materiali naturali
Un bicchiere di Aglianico
per accompagnare l’arrosto
di manzo in crosta di patate
con funghi trifolati
Prezzo: da 18 euro
D
ICONO CHE SIA IL BAROLO DEL SUD, ugualmente elegante, rapinoso e allergico all’istituto
della pronta beva. Una creatura enologica per nulla semplice, roba per esperte mani
contadine, nasi sapienti e palati eruditi. Perché l’Aglianico è come un purosangue, che
non sai mai fin dove spingerti a domare. Può disegnare un arco armonico fra testa e collo, chiudendo il profilo come un cavallo ammaestrato, e un attimo dopo impennarsi, ribelle per noia o cattivo polso del cavaliere. Non a caso, la sua terra è terra vulcanica. Non
proprio l’antro della fattucchiera Amelia di disneyana memoria, ma comunque le zolle scalpitanti e minerali che abitano le alture dell’Irpinia. Dove l’Aglianico dà il meglio
di sé, con tanto di ventennale Docg dedicata, l’unica a bacca rossa della Campania: si
chiama Taurasi, come il nome di uno dei diciassette comuni avellinesi autorizzati alla
produzione, fortunatissimi al di là del numero scaramantico, se solo per questo rosso
profondo è stata coniata la definizione che lo assimila al re dei vini (o vino da re). Non
solo una questione di terra, ma anche di aria e acqua: detesta caldo e siccità, la vite che resiste (quasi) impavida a
iodio e peronospora, le pesti della vigna, permettendo di ridurre al minimo — o addirittura azzerare — gli interventi
chimici. Spigolosa eppure malleabile, se è vero che scollinando tra Beneventano (Aglianico del Vulture Supe- Massico). Per anni, inseguendo i miti di muscolarità e
riore Docg), Basilicata (Aglianico del Taburno Docg) e giovanilismo, molti vignaioli hanno costretto i vini a diMolise, e spingendosi poi giù fino alla Puglia — dove do- svelarsi prima di essere pronti. Proprio come il fratello
mina la doc Castel del Monte — sa adattarsi quanto ba- langarolo, invece, l’Aglianico incarna l’elogio della lensta a metter radici e rendersi preziosa nelle produzioni tezza, a partire dalla maturazione: pur senza chiamarvinicole della zona. Una robustezza genetica millenaria: si Nebbiolo (l’uva-madre del Barolo) ha bisogno di rabl’uva approdata in Meridione grazie ai Greci con il nome brividire per concedersi alla forbice dei raccoglitori. Ordi Ellenikon (la doppia elle venne mutata in “gl” dalla fo- ganizzate una gita sulla dorsale campana nelle prossinetica spagnola, durante la dominazione aragonese del me settimane e andate a visitare le aziende che aderiXV secolo), infatti, ha attraversato la storia della viti- scono a ”Cantine aperte in vendemmia” (Movimento
coltura, risplendendo fin dai tempi dei Romani, che l’a- Turismo del Vino): tra un’insalata col pane cafone e un
vevano adottata per realizzare il mitico Falerno, esem- bicchiere di buon vecchio Aglianico, l’autunno sarà
pio di doc ante litteram, capace di associare solidamen- davvero magico.
te per la prima volta vino e territorio (le falde del monte
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la Repubblica
DOMENICA 21 SETTEMBRE 2014
Taurasi Perillo
2006
Richiama il profumo di timo
e pepe nero, il rosso elegante
e profondo, ottenuto grazie
a rese bassissime (40 quintali
di uva per ettaro), che ben
accompagna la cacciagione
Prezzo: da 24 euro
Taurasi Riserva
La Loggia del Cavaliere
2007 CAVALIER PEPE
Uve coltivate in collina,
terra argillosa, affinamento
lunghissimo (sei anni)
Gran compagno dei formaggi
vaccini stagionati
Prezzo: da 29 euro
Taurasi Riserva Radici
Mastroberardino
2007
Trenta mesi in barriques
francesi per l’Aglianico ricco
di note balsamiche e sentori
di frutti rossi maturi, perfetto
con l’agnello alla brace
La ricetta
Prezzo: da 23 euro
Maialino al profumo di alloro
con riduzione di Taurasi
INGREDIENTI P 4
600 . DI CAPOCOLLO DI MAIALE; 4 PATATE; 100 G.
IO EXTRAVERGINE
RAV ; 2 EPERONI ALL’ACETO; 4 FOGLIE DI ALLORO; ARANCE E LIMONE
PER LA
: 1 OTTIGLIA DI TAURASI; 1 SCALOGNO; 100 .
2
I ALLORO; SALE E PEPE; 1 CUCCHIAINO DI MAIZENA
ER
PERSONE
G
DI OL
ECE
P
RIDUZIONE
B
G DI BURRO
FOGLIE D
n un tegame di rame, rosolare il capocollo tagliato in 4 pezzi, aggiungere il profumo di alloro, sale e pepe. Continuare in forno a
80°C per due ore. Tagliare i peperoni a fettine sottili e saltarli in
pochissimo olio, alloro e una leggera grattugiata di agrumi. Per la riduzione: sciogliere il
burro, aggiungendo lo scalogno tritato, l’alloro
e la maizena. Versare il Taurasi e girare con un
frustino, continuando la cottura a fuoco lento finchè si riduce di ¼. Aggiungere un filo
d’olio, sale e pepe. Lessare le patate, schiacciarle con una forchetta insieme a un cucchiaio di olio, sale e pepe. Disporre una cucchiaiata di patate nel piatto, adagiare il
pezzo di maialino, mettere sopra i peperoni e infine un filo di riduzione di Taurasi. Decorare con una foglia di alloro.
I
LE CHEF
ASSISTITE DAI TRE
FRATELLI (IN SALA
E IN CANTINA)
LINA E MARIA LUISA
FISCHETTI
GUIDANO
LA CUCINA
DI “OASIS SAPORI
ANTICHI”
A VALLESACCARDA,
AVELLINO,
CONIUGANDO
TRADIZIONE,
MATERIE PRIME
E TALENTO, COME
NELLA RICETTA
IDEATA
PER I LETTORI
DI REPUBBLICA
Kleos
2011 LUIGI MAFFINI
Fruttato e leggermente speziato,
l’Aglianico in purezza in arrivo
dai vigneti di Castellabate
e Giungano, piacevolissimo
con pasta fatta in casa (lagana),
ceci e baccalà
47
Infine
una notte
riuscimmo
a domarlo
LUIGI MOIO
NCROCIAI da vicino la prima volta
l’Aglianico in una gelida serata del
dicembre 1993. Ero a Taurasi, in
Irpinia, da alcuni amici vignaioli,
che trasformavano i loro pochi
grappoli in vino essenzialmente per
autoconsumo. In quel periodo vivevo in
Francia e lavoravo presso un laboratorio
di ricerca della Borgogna specializzato
sull’aroma del vino, e lì ebbi modo di
scoprire la magia dei grandi vini francesi.
L’Aglianico che mi ritrovai di fronte era
completamente diverso dai vini che
amavo. Era aspro, con tannini troppo
astringenti e amari, con odori pungenti e
penetranti e rughe evolutive precoci, che
conferivano al vino una colorazione
rosso-arancio molto spinta. Non sapevo
come descrivere quei vini ai miei amici
che si aspettavano dei commenti tecnici
e cercavano nei miei occhi una speranza.
Non potevo dire loro quello che pensavo,
sarebbe stato inutile e poi non volevo
demoralizzarli. Mi resi conto, però, dello
straordinario potenziale del vitigno e
dissi che probabilmente da quell’uva si
poteva ottenere un grande vino.
Tuttavia, c’era da lavorare duro, domare
il suo incontenibile vigore, che lo
rendeva selvatico e impediva una
completa espressione del suo fantastico
potenziale olfattivo e gustativo.
Da quella sera d’inverno non ho più
lasciato l’Aglianico. Ritornai in Francia
con quell’uva nella testa e col desiderio di
entrare nei suoi segreti più intimi. E così
nel 1994, al mio rientro definitivo in
Italia, cominciai a studiarne la chimica e
la biochimica.
Sono stati anni intensi e memorabili,
vissuti fianco a fianco con tanti amici
vignaioli, lavorando duramente per
rafforzare espressione, territorialità e
competitività internazionale. Sentivo
però forte il bisogno di trasformare
quell’uva in prima persona, con le mie
idee e il mio amore per questa terra.
Finalmente, nel 2001 è nato
Quintodecimo, un fazzoletto di terra
immerso nella verde Irpinia, dove mia
moglie Laura e io abbiamo realizzato il
sogno di vivere nella vigna di Aglianico
da noi piantata. Un giardino dove ogni
pianta è curata con l’obiettivo di dar vita
a vini che siano purissima espressione
dei crus di origine. A Quintodecimo oggi
si producono tre vini rossi con Aglianico
in purezza: il Taurasi Riserva docg Vigna
Quintodecimo, il Taurasi Riserva docg
Vigna grande Cerzito e l’Irpinia doc
Terra D’Eclano. Il sogno di questo grande
vino del Sud continua.
I
L’autore, docente di enologia
all’Università Federico II
di Napoli, è considerato la massima
autorità in materia di Aglianico
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Prezzo: da 12 euro
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LA DOMENICA
DOMENICA 21 SETTEMBRE 2014
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L’incontro. Mostri sacri
IL TERRORE
PIÙ GRANDE
LO PROVAI A DODICI
ANNI GUARDANDO
I DIABOLICI
QUANDO UN UOMO,
SOTT’ACQUA,
PARE MORTO
E DI COLPO APRE
GLI OCCHI:
COMPLETAMENTE
BIANCHI.
MA CHI MAI OGGI
SI SPAVENTEREBBE
DAVANTI
A UNA SCENA COSÌ?
È uno degli scrittori più ricchi e prolifici di sempre, uno da un paio di
best seller all’anno (l’ultimo è in dirittura d’arrivo) “buttando giù
dieci pagine al giorno, Natale escluso”. Lui ammette: “Ho scritto
tanto, è vero, ma sempre su cose che conosco”. A cominciare dalla
paura. Che però non è solo quella che lui stesso infligge al mondo:
“Cinque anni fa per un incidente quasi mortale ho temuto di non poter più riprendere a lavorare. E
se Preziose, la Chester’s Mill inchiodata sotto la cupola di vetro in The Dome. Tutti “doppi” di fantasia, sperimentati ricalchi geografici e sociali, ogni volta vetridel meglio e del peggio d’America. Io sono come gli abitanti di quei luoghi. Reoggi un restringimento della re- nagolare,
abitudinario, ripetitivo. Dieci pagine al giorno, ogni giorno dell’anno, Natale escluso. Uno-due libri all’anno». Il nuovo, primo di una trilogia in uscita in
Italia a fine settembre per Sperling&Kupfer, è Mr Mercedes, storia di uno che
tina potrebbe rendermi cieco. progetta
una strage «simile a quella della maratona di Boston» chiosa lo scrittore. «La mia immaginazione un po’ tormentata non è conseguenza di traumi o
infantili. Sono stato un bambino del tutto normale. E sono un adulto
Voglio dire che i veri mostri sono sofferenze
in nulla diverso dagli altri: pensi, sposato da quarantasei anni con la stessa donna, Tabitha, e padre di tre giovani impagabili». Non va esattamente a braccetto
l’America, che esce spesso malconcia dalle sue pagine: «La guardo dal mio
nella realtà. E si chiamano can- con
punto di vista di Democratico e con la necessaria distanza critica. Ma l’America
è il mio mondo, il paese di cui adoro il diffuso senso della famiglia, e i paesaggi:
stringi stringi, rimango uno che viene dalla campagna. Ci sono però anche aspetcro e Alzheimer”
ti che detesto e che non smetto di combattere: la circolazione delle armi da fuo-
Stephen
King
M AR I O SER EN EL LI N I
PARIGI
ACCHÈ PAURA:
vampiri, fantasmi, demoni, zombie, lupi mannari,
tutte le forze del male calamitate da mezzo secolo nei suoi libri e
negli incubi dei suoi lettori non sono niente rispetto all’inquietudine per quell’intrico muscolare che affianca lo scrittore nei suoi
spostamenti a Parigi. Per raggiungere lo studio 134 di Radio France il tragitto è breve, ma l’ombra della guardia del corpo è lunga e, in ascensore,
larga e montagnosa. È come trovarsi incastrati in una pagina di Stephen King e
non sapere come uscirne. Lui è gaio, scodinzolante, pronto all’aneddoto. La sera prima, davanti a duemila spettatori, si è divertito a mettere tutti sull’attenti
davanti al brivido: «A me il buio fa un po’ paura. E a voi? Sapete che, secondo uno
studio delle compagnie assicurative americane, il cinque per cento della gente
dimentica di chiudere la porta di casa? Occhio quando rientrate nel buio della
vostra camera. Mentre siete qui, qualcuno si è forse infilato sotto il vostro letto?
O nella doccia, cosa assai più frequente secondo le statistiche. A proposito ora
che uscite, una volta in macchina, date una sbirciatina al retrovisore…».
King gioca. Anche con il persecutore di turno, temporanea versionestampa della micidiale fan di Misery, che lo sta sequestrando non per
fargli cambiare finali di bestseller ma per farsi spiegare, lungo i corridoi infiniti alla Overlook, la ricetta: quella d’uno scrittore di sessantasette anni che nell’arco di cinquantatré romanzi e centosessanta
racconti (anche sotto pseudonimo: Richard Bachman), dall’esordio
con Carrie nel ‘74 all’ultimo Doctor Sleep, si è via via elevato agli occhi
di tutti da fabbricante dozzinale di romanzi da stazione o di genere a figura maggiore nella letteratura Usa, con gli invidiabili record di trecento milioni di copie vendute in trentadue lingue e almeno cento adattamenti su piccolo e grande schermo. «Nessun patto
con il diavolo. Solo con me stesso. Ho scritto tanto, ma solo su
quel che conosco. Le mie storie, anche se fantastiche, nascono
dalla realtà minuscola della cittadina in cui abito, anzi, dal mio
M
I MIEI LIBRI SONO AUTOBIOGRAFICI QUANTO
ALLA MIA DIPENDENZA DA ALCOL E DROGA
MA NON SONO MAI STATO VIOLENTO
E NON HO MAI PICCHIATO I MIEI FIGLI.
È SEMPRE L’IMMAGINAZIONE A PREVALERE
vicinato, provinciale e pettegolo».
Jeans sdruciti, stivali, t-shirt, Stephen King, americano
qualunque ha la semplicità sicura di chi non ha nulla da nascondere. Il suo pianeta oscuro, come raccontava già in Autobiografia di un mestiere, si forma ogni volta nella banale
luce quotidiana del suo quartiere, assunto a campionario
universale: «Lei non conosce Bangor, nordest America, abeti e rocce del Maine? Se ha letto i miei libri la conosce, e molto bene: è la grigia Derry, la città di It, è la Haven di Colorado
Kid e Le creature del buio, la Castle Rock di Cujo, La zona morta, Co-
co, che ho attaccato in Guns, il temperamento militaresco, la cieca devozione al
denaro. Tassatemi, cazzo! si intitolava l’editoriale che scrissi sul Daily Beast due
anni fa sollecitando il fisco a una maggiore severità con i Paperoni d’America.
Quella volta sì che devo aver fatto davvero paura a qualcuno». Con tutto l’horror
in circolazione, nei libri, nei film, nella realtà, è diventato più difficile sfornare
situazioni da brivido? «Sì. Quando, ancora giovane, vidi per la prima volta il film
di Brian De Palma tratto da Carrie, mi ricordo che alla sequenza finale d’una mano che di colpo esce dalla tomba c’è stato in sala un soprassalto collettivo. Ma poi
tanti film hanno copiato quella scena... chi mai oggi ne sarebbe impressionato?
Anche nel cinema siamo al riciclaggio continuo, alla catena di montaggio della
paura. Abbiamo perso l’innocenza della sorpresa. Il mio più grande terrore lo
provai a dodici anni: la sequenza della vasca in I diabolici di Clouzot, dove un uomo, sott’acqua, pare morto e, d’improvviso, apre gli occhi. Occhi completamente bianchi». Ha provato grandi paure anche da adulto? «Ho subìto cinque
anni fa un incidente quasi mortale, a pochi passi da casa: ho temuto, per mesi, di
non poter più riprendere a scrivere e a vivere. Oggi s’addensano altre ombre: un
restringimento della retina che potrebbe portarmi alla cecità. I veri mostri sono
nella realtà. Si chiamano cancro, Alzheimer. Sono questi i miei veri terrori: perdere la vista o la memoria, azzerare lo sguardo o il cervello. Libri e film dell’orrore hanno ridotto a metafora le nostre minacce quotidiane, trasponendo in game
fantasy le sfide reali che ci aspettano: Alien, per esempio, dove la creatura spaventosa che esce dalle viscere delle vittime è l’incombente mistero che viveva
da sempre dentro il nostro corpo, la malattia che non avevamo mai guardato in
faccia e ora ci sbava addosso il nostro destino».
Nei romanzi di King rivivono spesso i suoi drammi privati. In Shining e in Doctor Sleep l’alcolismo e la droga, da cui si è liberato: «Sì, sono autobiografici quanto alla mia passata dipendenza. Ma non sono mai stato violento, non ho mai picchiato i miei figli. In qualsiasi scritto, anche autobiografico, è sempre l’immaginazione a prevalere». Per la regia di Shining se l’era presa con Stanley Kubrick.
Il sequel, Doctor Sleep, è una sua personale rivincita, una riappropriazione?
«Trovo straordinari tutti i film di Kubrick, ma Shining iberna il romanzo, che era
TROVO STRAORDINARI TUTTI I FILM
DI KUBRICK, MA SHINING IBERNA
IL ROMANZO: JACK NICHOLSON È PAZZO
SIN DALL’INIZIO, PARE APPENA USCITO
DA QUALCUNO VOLÒ SUL NIDO DEL CUCULO
uno studio di carattere, d’un uomo malato che cerca d’esser forte e fallisce.
Nel film, invece, Jack Nicholson è pazzo sin dall’inizio, pare appena uscito
da Qualcuno volò sul nido del cuculo. Si sa, un film è come un figlio che si
manda a scuola. Il genitore si augura il meglio, ma perde il controllo diretto». L’hanno definita la prima popstar della letteratura Usa, per lo stile ma
anche perché è un abile chitarrista. Come interagisce la musica nella sua
pratica di scrittore? «La saga di La torre nera è vicina a una playlist, intrisa di cultura pop, gli Stones, ZZ Top… La musica mi
accende le immagini, dà pepe alla storia. La torre nera è nata dalla musica: in una sala di cinema, dalla colonna sonora di Ennio Morricone per Il buono, il brutto e il cattivo».
Che cosa l’attira del soprannaturale? «Mi diverte, mi
piacciono i fantasmi, tutto quel che ci dà la pelle d’oca.
Ma la paura non mi basta: il mio proposito è di trasmettere emozioni, stabilire un legame intimo,
profondo con il lettore. E, una volta messo in moto un
evento particolare, desidero vedere e descrivere “come va a finire”. Che mai succederà se qualcuno scivola nel cervello altrui, come in Shining o in Doctor
Sleep? Non è più questione di soprannaturale, ma
di osservazione della natura umana. È questo, alla
fine, il lavoro di ogni scrittore: non molto lontano
dall’immaginazione infantile, ultima oasi di libertà prima dell’integrazione nella routine sociale. Scrittori, cineasti, artisti godono del privilegio
di rimanere bambini per tutta la vita: autorizzati
a una perpetua ora di ricreazione! Delegati al gioco per conto di quanti non ne hanno più il tempo, la
voglia o la possibilità. Per questo supplemento d’infanzia siamo persino superpagati quando chiunque
l’accetterebbe gratis».
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