Domenico Castaldo “LabPerm Figurelle”

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mensile Anno 3 n°28 aprile 2014 € 0,00
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[email protected]
LabPerm Figurelle
Fiera Internazionale della Musica
Breiz Ha Rock
La Carovana Balacaval
Celtic Connections
Martina Catella
Voci per la libertà
Lyonesse
Mimmo Epifani
Sommario
n. 28 - Aprile 2014
Contatti: [email protected] - www.lineatrad.com - www.lineatrad.it - www.lineatrad.eu
—04
04
[email protected] 2014
—17
17
Régis Huiban
—26
26
FIM 2014:
un mondo di musica
a Genova
—07
07
Figurelle
—18
18
Folhas
—28
28
La Carovana Balacaval
—08
08
Domenico Castaldo
(LabPerm Figurelle)
—20
20
Voci per la libertà
—38
38
Deezer partner
del Pistoia Blues
12
Breiz Ha Rock
—22
22
I Lyonesse e le origini
del folk in Francia
—39
39
Y’akoto e Erlend Oye
per il Fuoriluogo festival
—12
Eventi
Cronaca
Interviste
Recensioni
Argomenti
di Loris Böhm
L
e anticipazioni sulla Fiera Internazionale della Musica di Genova
sono la parte principale di questo
numero di aprile anche considerando
l’importanza strategica che sta assumendo questa manifestazione in ambito nazionale.
Noi di Lineatrad puntiamo molto su
questa Fiera, dal momento che siamo
media-partner ufficiali e saremo presenti con uno stand di tre metri al suo
interno, in quel padiglione progettato
da Jean Nouvel, appena costruito: davvero uno degli spazi più affascinanti
esistenti in Italia a livello fieristico.
Se tutto va bene, se l’affluenza dei visitatori sarà adeguata, sarà confermato
come lo spazio per gli anni a venire,
per questo ambiziosissimo FIM, creatura di Verdiano Vera. Con lui stiamo
valutando di ampliare gli spazi a disposizione per la musica folk, sia a livello
di operatori che di esibizioni dal vivo...
praticamente dovrebbe diventare un
Womex italiano (quando il vero Womex
ha sempre snobbato la nostra penisola,
pur così ricca di tradizioni musicali).
22
28/2014
Sarebbe uno schiaffo a chi non ha
creduto nella nostra nazione, e forse
anche al Medimex, che non sarebbe
più l’unico evento fieristico italiano per
quanto riguarda la musica world... almeno potremo vantare anche al nord
una vetrina internazionale senza dover
accettare le clausole un po’ campanilistiche della Regione di Vendola!
Nell’ambito di questo evento del 1617-18 maggio promuoveremo un neo
folk club genovese che manca da ormai troppi anni (1998). Creeremo un
circolo cercando accuratamente di
evitare gli errori madornali che sono
stati fatti per il Folk Club Oltremare...
naufragato dopo neanche tre anni di
esistenza per conflitti di competenza.
Sono al corrente che a Genova la situazione è ambigua: da un lato esistono
tante associazioni che più o meno si
arrangiano per organizzare concerti
folk, e spesso chi è chiamato a suonare ha unico merito di essere amico
di tizio o caio, spinto da “personaggi
influenti” e la meritocrazia derivante
da una selezione artistica non esiste.
Buskers
Editoriale
Il principio di questo folk club dovrà
essere quello della coerenza programmatica dove non esistono corsie preferenziali per i furbetti che si attaccano
per ottenere spazio.
Perdonatemi lo sfogo ma in tanti anni
ho visto crollare tante possibilità di rilancio della musica folk a Genova (e
nel resto d’Italia) solo perchè gli interessi personali di chi sta nella “stanza
dei bottoni”, lo rendono sordo e muto
nei confronti di chi offre la propria collaborazione per la crescita comune. Ne
ho anche parlato durante una recente
intervista su Odeon TV che andrà in
onda alla fine di aprile. Ecco il motivo
per cui ritengo necessario un ambiente
favorevole agli scambi cultural-musicali senza secondi fini.
In questo numero abbiamo tante recensioni italiane, non a caso in questo
periodo ci sono le votazioni per il “Premio Nazionale Città di Loano per la
musica tradizionale 2013”... e molti si
svegliano in aprile dopo mesi di letargo
per promuovere il loro nuovo album:
per me è un improvviso superlavoro
—42
42
20 anni
di Celtic Connections
—53
53
Kay McCarthy
—57
57
TaranProject
—48
48
Incontro
con Martina Catella,
Direttrice Glotte-trotters
—55
55
Le ninfe della tammorra
—58
58
Mimmo Epifani
52
Gianni Pellegrini
—56
56
Ludmilla Tree
—59
59
Sossio Banda
—52
ASCOLTATE SU RADIO CITTA’ BOLLATE
www.radiocittabollate.it
la trasmissione An Triskell
ogni GIOVEDÌ alle ore 21:30
LINEATRAD
è la tua “nota” positiva
che avrei preferito affrontare gradualmente nel corso dell’anno, ma per
correttezza devo dare spazio anche ai
“cacciatori di trofei”.
Il resto della rivista sarà occupato prevalentemente da programmazioni e
cronache di eventi, tanto per far capire che nonostante la crisi la musica
è viva, grazie anche a Lineatrad. Questo mese, considerando che abbiamo
raggiunto la cifra record di 60 pagine,
abbiamo rinunciato a pubblicare una
bella ricerca di Pietro Mendolia ed è
saltata la rubrica buskers; vorrà dire
che a maggio ne faremo ammenda.
Considerando che la Fiera Internazionale della Musica di Genova cade proprio a metà di maggio, durante quella
settimana ben pochi di noi avranno il
tempo di gestire Lineatrad, al di fuori
della Fiera, per cui la pubblicazione
slitterà dopo l’evento, la settimana
dal 19 al 25, per descrivere dettagliatamente di tutto quello che sarà successo in quegli intensissimi tre giorni.
Voglio infine ricordare a tutti che “Lineatrad” non è solo il nome che ab-
biamo dato a questa rivista elettronica,
ma anche un progetto “in progress”
per rilanciare la musica folk, e non è
necessariamente vincolata da un giornale elettronico per raggiungere il suo
scopo. Durante questa fiera ci saranno
diversi incontri di lavoro per programmare il futuro del “progetto Lineatrad”
anche “a prescindere” dal formato
elettronico... ma è troppo presto per
parlarne con dovizia di particolari: sicuramente qualcosa succederà ma
sono tante le idee da mettere sul piatto
e tante le proposte ricevute al vaglio...
per cui decidere quale iniziativa portare avanti, richiede un esame approfondito di fattibilità.
Per finire mi sembra evidente, per
chiunque voglia partecipare attivamente, o semplicemente sia curioso
di saperne di più, la necessità di non
mancare all’appuntamento del 16-1718 maggio alla Fiera internazionale di
Genova per il FIM, dove si scriverà il
futuro della nostra rivista e anche, ne
sono convinto, del futuro della musica
folk in Italia. ❖
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www.womex.com/virtual/lineatrad
ANNO 3 - N. 28 - Aprile 2014
via dei Giustiniani 6/1 - 16123 Genova
Direttore Editoriale:
Loris Böhm - [email protected]
Consulente alla Direzione:
Giovanni Floreani - [email protected]
Responsabile Immagine e Marketing:
Pietro Mendolia - [email protected]
Responsabile Ufficio Stampa:
Silvio Teot - [email protected]
Hanno collaborato in questo numero:
Fulvio Porro, Giustino Soldano,
Muriel Le Ny, Gloria Berloso, Massimo Losito,
Marcello De Dominicis, Agostino Roncallo,
Giordano Dall’Armellina
Pubblicazione in formato esclusivamente
digitale a distribuzione gratuita
completamente priva di pubblicità.
Esente da registrazione in Tribunale
(Decreto legislativo n. 70/2003,
articolo 7, comma 3)
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3
3
Cronaca
[email protected] 2014
UNA SELEZIONE INFINITA
A Loano si è svolto, il 4 aprile, l’ultimo atto
della selezione nazionale per suonare a Folkest
di Loris Böhm
Simona Colonna sorridente prima dell’esibizione, forse pregusta la vittoria finale... le “masche” non sono state evocate, la bravura è bastata!
U
na selezione per “[email protected]
folkest” non è mai da considerarsi una banalità o una
routine annuale faticosa. Anche
quest’anno il rito di Loano presupponeva la partecipazione di tre
gruppi finalisti, scelti da una preselezione di circa una settantina di
gruppi candidati... alla faccia di chi
pensa che la musica folk stia morendo.
Una pre-selezione così severa
doveva per forza proporre in ballottaggio finale tre formazioni di tutto
rispetto... come gli anni passati; e
così è stato. Anche questa volta un
solista virtuoso e pieno di carisma
con il suo strumento (Simona Co-
44
28/2014
In un angolo il rollup di Lineatrad ha anche una funzione di “separé” per gli strumenti depositati dai contendenti...
lonna), un gruppo smaliziato estremamente versatile capace di suonare una quantità di strumenti con
eguale bravura e capace di trascinare il pubblico in danze sfrenate
(i Folkamiseria) e un gruppo emergente che faceva dell’innovazione
e del singolare connubio fra teatro
e canzoni dialettali la sua arma migliore (LabPerm Figurelle).
In questi casi di solito vince
la prudenza, la consapevolezza
che bisogna accontentare il pubblico che assiste agli spettacoli di
Folkest. In certi casi la scelta meno
coraggiosa si rivela quella più saggia, per il semplice fatto che il pubblico è soddisfatto quando è libero
da vincoli dettati dal “capire quello
che si sta ascoltando”; al pubblico
piace riconoscere immediatamente
quello che si sta ascoltando, eseguire con malcelata sicurezza passi
di danza sul “circolo circasso” o su
scontate polke o scottish.
I problemi insorgono quando
all’aspirante “esperto” di folk gli si
propone una intelligente mistura
di teatro e improvvisazione (spesso
studiata a tavolino), accompagnata
da improbabili strumenti suonati in
maniera non sempre “etnomusicologica”.
Il rigore e la pulizia di esecuzione
non sempre sono indice di genialità
e conseguentemente di successo
Cronaca
Fotogrammi di una esibizione vincente e convincente. A volte gli ingredienti semplici servono.
artistico, per quanto riguarda la
musica folk... Questo se ne sono
resi conto il gruppo LabPerm Figurelle.
L’anno prima, come ben sapete,
il gruppo Folhas aveva peccato di
ingenuità e superficialità, pur dimostrando enormi potenziali e
tanta fantasia... per cui i difetti di
impostazione in scena li hanno relegati all’ultimo posto: non ci si può
permettere superficialità nel collegare l’impianto di amplificazione.
Viceversa il LabPerm quest’anno
è stato tremendamente meticoloso
nel provare tutto il pomeriggio il
repertorio... a volte anche modificandolo in extremis per renderlo
più enfatico e convincente. Simona
Colonna non aveva bisogno di lunghe prove ovviamente, ma i Folkamiseria hanno invece indispettito
la giuria per essersi presentati alle
Il gruppo eliminato, Folkamiseria, non ha nulla da rimproverarsi: tanti strumenti, tante tradizioni esplorate, tanta abilità, ma poca innovazione
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5
5
Cronaca
Il gruppo Folkamiseria dopo la “sentenza” si consola con un bis che ha coinvolto una quantità di danzatori. Applausi e dischi venduti per loro
prove con grave ritardo e con una
sin troppo veloce regolazione dei
volumi.
La scusa presentata (i loro orari
di lavoro del venerdì) non hanno
convinto molto: anche io lavoro al
Il Direttore Responsabile di Folk Bulletin, Roberto
Sacchi, mentre annuncia i vincitori
66
28/2014
venerdì ma mi sono preso mezza
giornata di ferie per il viaggio e la
possibilità di presenziare all’evento,
senza pretendere rimborsi o cercare scuse.
Comunque oltre alla questione
prettamente “etica” ha pesato, per
i Folkamiseria, una esibizione sul
palco troppo “di maniera”. Un repertorio di brani tradizionali troppo
conosciuti, la mancanza di novità
abbinata a un esagerato sfoggio
di tradizioni e stili. Personalmente
posso definirli estremamente abili
a maneggiare gli strumenti, ma
hanno un sapore così “anni 80”,
così lontani dal folk contemporaneo ricco di sperimentazioni e soprattutto così privi di una diversità
rispetto a centinaia di gruppi folk
revival ascoltati in passato. Questa
loro caratteristica ha convinto la
giuria a scartarli.
In ogni caso per loro un successo
l’hanno ottenuto dall’applauso del
pubblico, che ha apprezzato i bis
finali, e molti hanno danzato alla
loro musica... infine si dice che in
serata hanno venduto una quindicina di dischi che non è male per i
tempi che corrono. Sono scesi dal
palco comunque soddisfatti perchè consapevoli che il pubblico era
dalla loro parte (e credo che ovunque lo sarà).
Ma torniamo al contest: la vittoria
finale è andata a Simona Colonna,
che si è aggiudicata sia la presenza
a Folkest 2014 che la presenza ad
una trasmissione di Radio1Rai. Abbastanza scontata la preferenza su
Simona per il semplice fatto che
in radio è molto più gestibile una
performance solista che una di
gruppo... soprattutto se il gruppo
fa uso di teatro come i LabPerm.
Infatti i LabPerm Figurelle, con il
loro secondo posto, si aggiudicano
comunque la presenza a Folkest
2014, e siamo convinti che se lo
meritano, se non altro per la meticolosità e la freschezza con cui creano questi brani “narrativi”.
Anche questa volta è andata:
Folkest ha avuto il meglio che si
poteva trovare in circolazione, e
siamo certi che il suo pubblico
apprezzerà la volontà degli organizzatori di cercare sempre soluzioni adatte allo scopo, meticolosamente, senza compromessi ne
approssimazioni. ❖
Recensioni
FIGURELLE: IL DISCO
di Loris Böhm
M
a che diavolo è questo
“Laboratorio Permanente
Figurelle”? No, nessuno
è in grado di identificarlo: vive di
luce propria, vive di riflesso, vive di
umanità.
Il LabPerm non si occupa di storia (non sono etnomusicologi), non
si occupa di previsioni future (non
sono profeti neofolk), non si occupa
di politica (non sono kombatfolk),
ben presto ci rendiamo conto che
quello che vediamo (perchè loro
sono attori) e quello che sentiamo
(perchè loro sono cantanti) e le storie che sentiamo (perchè loro sono
cantastorie), sono il nostro riflesso:
siamo noi.
Le sonorità tradizionali sono solo
prese in prestito, come il dialetto
napoletano, ma il progetto LabPerm
riguarda essenzialmente l’autoironia di un popolo su se stesso,
napoletano in primis, che diventa
caricatura e appunto “figurella”.
Non interpretazione dunque, non
creazione, ma riscrittura totale del
pentagramma e delle potenzialità
vocali che denotano una genialità
dissacrante.
Canzoni di loro composizione,
immediatamente fruibili da chiun-
que: la novità risiede nella semplicità, cosa più difficile da creare.
Non c’è bisogno di un traduttore,
non c’è bisogno di uno psicologo
o di un ricercatore scientifico: tutti
possiamo capire e fruire di questa
loro esibizione... abilissimi attori
carichi di espressività, con movenze e scene riconducibili alla
vita quotidiana, raccontano storie
credibili, le mettono in musica, e il
risultato finale è una performance
assolutamente coinvolgente. Li ho
visti in anteprima su youtube e la
sensazione di trovarmi di fronte a
qualcosa di assolutamente unico
mi ha invaso; li ho ammirati dal vivo
alle selezioni [email protected] e la
sensazione è diventata certezza...
ora che ascolto il loro disco, ultimo
baluardo da superare per la laurea
finale (un conto è vedere, un conto
ascoltare e basta!) mi rendo conto
che sono stati capaci di trasformare le emozioni visive in espressioni vocali, narrativa assecondata
dalla strumentazione tradizionale.
Le parti parlate descrittive, in definitiva, sono integrate nel disco a
sostituire quello che non si può vedere, come novelli cantastorie.
Attenzione! Non si può ascoltare
distrattamente questo disco, mentre si è intenti a fare altre cose...
si perderebbe quasi tutto il divertimento, l’essenza stessa del loro lavoro. Provate a darmi ascolto e dedicare tre quarti d’ora ai LabPerm
Figurelle, ne rimarrete estasiati sicuramente.
Leggete i testi delle loro canzoni,
andateli infine a vedere in Friuli a
Folkest quest’estate... perchè anche l’occhio vuole la sua parte!! ❖
28/2014
7
7
Interviste
RICERCA SULL’ARTE DELL’ATTORE
OVVERO LABPERM FIGURELLE
Teatro e musiche tradizionali
si incontrano per creare
uno spettacolo senza tempo,
con attori-figurelle, musicisti-recitatori
di Loris Böhm
I LabPerm in azione a Loano. Nessuno è marginale, tutti hanno un ruolo e un messaggio da dare
Vorrei partire da lontano con questa
intervista a Domenico Castaldo, frontman del gruppo. Il Labperm come
progetto “arte dell’attore” è nato già
definito con tutte le caratteristiche
attuali oppure col tempo si sono aggiunte idee nuove che hanno modificato in qualche modo gli esordi?
Il LabPerm ha iniziato la sua
carriera di formazione, ricerca e
produzione nel 1996; da allora ha
attraversato molte fasi, che, per fortuna, hanno portato ad una evoluzione nelle potenzialità del gruppo
e dei leaders. Quest’ultimo lavoro
(Figurelle) ne è un esempio: utiliz-
88
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ziamo l’esperienza di ricerca sulla
musicalità del e nel corpo del performer per applicarla a testi, musiche e azioni teatrali. E’ un prodotto
musicale che parte dal corpo come
strumento –questa peculiarità è,
sin dagli esordi, lo scopo della nostra ricerca- eppure le declinazioni
e gli orizzonti che ci si rivelano
sembrano inesauribili.
Secondo me si sta materializzando
un processo di cambiamento della
“prestazione artistica” per quanto
riguarda il concerto in ambito acustico-tradizionale, anche folk. Prima
i ruoli erano ben definiti: il musicista utilizzava il suo estro per produrre
suoni facilmente riconoscibili con canoni di stile e genere musicale. Ogni
strumento musicale era un semplice
mezzo per comunicare ed esistevano
vincoli e regole nel loro utilizzo. La
voce assecondava lo strumento e viceversa, in perfetta armonia. Da qualche tempo si incomincia a pretendere
sempre più dalla propria voce, si
spreme lo strumento come se finora
ci fosse stato un “timore di consumarlo troppo”... ed ecco che il teatro,
l’enfasi, lo stupore diventano protagonisti nell’esibizione. Il pubblico gradisce molto l’autoironia, la sorpresa
Interviste
di un brano musicale mai banale, e
molti artisti si stanno “convertendo”
a questo modo di far musica, teatralmente. Ci sono infinite combinazioni
da sperimentare?
La sperimentazione ha sempre
offerto esperienze estreme, in cui
gli artisti hanno “bruciato” i limiti
dei loro strumenti vocali e musicali
(ne sono esempio Yma Sumac, Demetrio Stratos, Diamanda Galas e
altre centinaia). Credo che ci siano
combinazioni infinite da sperimentare, finché gli artisti coltiveranno la
loro libertà immaginifica, unita ad
una chiara osservazione della società nella quale viviamo, oltre alla
tecnica individuale.
Torniamo alla vostra performance
di Loano, nell’ambito di [email protected]
folkest. Sapete che quando si tratta
di scommettere, un giudice che deve
scegliere un gruppo da presentare
ad una vasta platea come quella
di Folkest, deve essere soprattutto
concreto, deve restare su binari facilmente percorribili e deve puntare
su musicisti in grado di essere apprezzati da una larga maggioranza
di pubblico... in caso contrario ne
risentirebbe il prestigio della manifestazione creando un danno con-
siderevole all’organizzazione dell’evento. Eravate convinti di vincere
oppure pensavate che un gruppo rodato come i Folkamiseria, in grado di
suonare qualsiasi cosa con qualsiasi
strumento, in definitiva in grado di
soddisfare tanto pubblico, vi poteva
“scavalcare”? Dando quasi per scontato che la talentuosa solista Simona
Colonna aveva grosse chances di vittoria?
Siamo venuti a Loano sicuri soltanto della nostra proposta e della
generosità con cui siamo soliti offrirla, contenti di competere con
artisti di alta qualità. Abbiamo lavorato per il meglio nella prospettiva
che potesse essere riconosciuto.
Siamo stati contenti che così sia
avvenuto. La vittoria e la sconfitta
però sono parte del gioco, aprono
o chiudono porte entrambe. Siamo
abituati in un caso e nell’altro a
procedere: gli artisti sono il cuore
della società…se si fermano…
La competizione non deve sminuire la competenza.
Si va dal teatro quasi puro con
“Duel” (Laurent Cirade, Paul Staïcu)
in cui le gags comiche hanno il sopravvento sull’indubbia abilità dei
protagonisti, ai 2Cellos (Luka Sulic,
Stjepan Hauser) dove il puro virtuosismo e la perfezione hanno il sopravvento sulla comicità di certe situazioni. Si tratta di coppie provenienti
dall’est europeo, mentre voi siete numerosi, vi appoggiate alla tradizione
napoletana e la sua liricità sferzante.
Siete più cantastorie che musicisti
puri?
Il nostro mestiere è di attori ed
attrici, nel senso di persone capaci
di intervenire con competenza e libertà in diversi campi dell’arte dal
vivo; lasciamo dunque a chi ci vede
la migliore definizione. Cantastorie è un bel modo di presentarci,
ed è un importante ruolo sociale,
se si pensa ai Griot africani e agli
aedi greci. La citazione della tradizione napoletana (che è realmente
nelle mie radici n.d.a.) è stata un
pretesto per la sequenza di brani
selezionati per la serata di Loano,
in altre scalette passa in secondo
piano.
I vostri testi sembrano banali ma
racchiudono situazioni davvero imbarazzanti per il popolo italiano, luoghi
comuni che si cerca di dimenticare
ma vanno denunciati, e voi lo fate in
28/2014
9
9
maniera cruda ma allo stesso tempo
non offensiva. Avete un segreto per
comunicare al pubblico le vostre
emozioni, i messaggi?
Il solo segreto è una grande dedizione al lavoro. Si studia per ore
e si cerca la maniera più semplice
e diretta per comunicare con chi ci
ascolterà. Solo così un messaggio
articolato viene veicolato attraverso
parole semplici, come frecce, lanciate con un’intenzione chiara e un
bersaglio preciso.
Non era per niente scontato il vostro successo a Loano, ma voi avete
sovvertito i pronostici con la freschezza, la tenacia, la precisione di
interpretazione. Ricordo che solo voi
avete provato il repertorio tutto il pomeriggio senza pausa, anzi addirittura, se ho capito bene, modificando
parte dell’esibizione. In quale misura
durante lo spettacolo improvvisate, e
in quale invece recitate una parte già
scritta?
Nessuna parte è improvvisata,
i nostri brani vengono costantemente provati perché gli artisti in
1010
28/2014
Interviste
essi si muovano con la libertà e la
freschezza che avete notato (e ne
siamo contenti). Sì, provare per noi
è il modo migliore per attendere
una performance: accorda le varie
anime del gruppo.
Le aggiunte di quel pomeriggio
erano dettagli, frutto della incessante messa a punto…si dice che
ogni ripetizione deve portare ad almeno 5 secondi di novità all’opera,
altrimenti questa rischia di morire.
Vi attende una calda estate concertistica, e credo che sia in preparazione un nuovo lavoro discografico...
mi sbaglio?
Non sbagli, ci stiamo lavorando
con pertinacia!
I festival italiani sono quasi tutti in
crisi economica e devono stare attenti
a chi invitare tra le molteplici proposte artistiche che arrivano da tutto il
mondo.
Ormai le agenzie non esistono quasi
più e le lunghe tournee che ammortizzavano le spese sono quasi un ricordo. Un gruppo come il vostro come
può affrontare questa situazione in
attesa di tempi migliori?
Credo che sia fondamentale
guardare oltre i limiti le possibilità
di questo momento, i tempi migliori
non vengono da soli, occorre prepararli e scongiurare il peggio. E’
molto importante proporre al pubblico un prodotto che lo sappia stupire, che sappia offrire una opportunità di pensiero, di realizzazione,
oltre l’individualismo e l’esibizione
d’abilità. Credo che artisti, organizzatori, critici debbano unirsi per
ricostruire le vie dell’arte italiana,
con coraggio e lungimiranza. Se
non ci fosse stata la crisi del teatro
probabilmente non ci saremmo mai
iscritti al Folkest, e non avremmo
inventato il linguaggio che a Loano
avete premiato per l’originalità.
A volte più della crisi limita la
paura.
Vi ringrazio per il tempo che avete
dedicato a Lineatrad. Credo che seguiremo gli sviluppi della vostra carriera, che immagino ancora ricca di
novità per gli appassionati. ❖
Eventi
Giovedì 8 maggio, ore 20:30 - Venerdì 9 maggio, ore 20:30
Sabato 10 maggio, ore 20:30
GENOVA - TEATRO DELLA CORTE
Piazza Borgo Pila 42, tel. +39 010 5342300
ACOUSTIC NIGHT 14
Le Nuove Generazioni
BEPPE GAMBETTA - AOIFE O’DONOVAN
RUSHAD EGGLESTON - MIKE WITCHER
Prevendite a partire dall’8 aprile presso i botteghini del Teatro della Corte e del Teatro Duse di Genova
e su www.happyticket.it e www.vivaticket.it
Il sottotitolo della quattordicesima edizione di Acoustic Night chiama direttamente in causa Le nuove generazioni. E
giovani musicisti che si stanno affermando
nel mondo saranno gli ospiti di Beppe
Gambetta all’ormai tradizionale appuntamento di maggio con l’universo artistico
della musica acustica. Il tema nasce dalla
voglia d’indagare le nuove vibrazioni che
provengono da una generazione cresciuta
nell’ambito di un mondo globale, caratterizzato dalla facilità di mescolare le esperienze
e d’incontrare (anche solo virtualmente) artisti di altre culture.
“La storia ci insegna - sottolinea Beppe che ogni nuova generazione ha prodotto talenti e generi musicali che hanno segnato il
suo divenire: l’energia creativa è venuta da
diverse componenti culturali e sociali, ma si
è sempre espressa al massimo nel talento
e nella passione dei musicisti più giovani”.
In un’epoca caratterizzata da un grande
dinamismo tecnico e comunicativo è importante anche solo porsi questa domanda:
la musica delle nuove generazioni ha in sè
la forza di produrre cambiamenti positivi
come è accaduto nel passato? Acoustic
Night 14 si alimenta di questo interrogativo
e va alla ricerca della possibilità di andare
oltre il vuoto culturale dei “talent shows”,
in cui l’apparire conta più della passione e
della poesia, e dove troppo sovente domina
il modello della sottocultura televisiva per
cui l’arte si vive per diventare una “star”.
Sul palcoscenico del Teatro della Corte,
nella sua consueta veste di artista, conduttore e produttore, Beppe Gambetta aprirà
una finestra su un gruppo internazionale di
giovani artisti indipendenti che si sono affermati in un mondo lontano da quello del
puro show- business. Sarà la proposta di
un itinerario inteso a mettere in luce i nuovi
talenti e le nuove tendenze, attraverso un
dialogo che si preannuncia emozionante e
coinvolgente: il californiano Rushad Eggleston è un grande virtuoso del violoncello,
ha esplorato l’espressività dello strumento
portandola fino a limiti estremi nella tecnica
e nel repertorio. Artista eclettico e stravagante, ha un’ energia trascinante e una
straordinaria capacità di connettere con
il pubblico. La cantautrice Aoife O’Donovan proviene da una famiglia di artisti della
scena di Boston. Artista affascinante dalla
voce raffinata, ha un forte carisma sul palco
e ha già al suo attivo collaborazioni stellari e riconoscimenti internazionali. Mike
Witcher da San Francisco è l’astro nascente
della chitarra Dobro (chitarra a risonatore),
costantemente on the road con diverse formazioni, sta portando il suo strumento a
nuovi livelli di eccellenza. ❖
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11
11
Interviste
CONCERTO BREIZH HA ROCK
“ESKEMM”
Dalla Bretagna
Lorient: Salle Cosmao Dumanoir
15 marzo 2014
di Giustino Soldano e Muriel Le Ny
Q
uando si dice che il mondo è
piccolo! Sfogliando alcuni numeri di Lineatrad scopriamo
con piacere che Agostino Roncallo,
uno dei collaboratori della rivista,
non solo è appassionato come noi di
musiche dell’area celtica, ma condivide anche le stesse amicizie con alcuni artisti della scena bretone.
Tra questi, Cedric Le Bozec e Soïg
Siberil, che abbiamo rincontrato a
Lorient, lo scorso 15 marzo in occasione del concerto “Eskemm”.
Avevamo già letto sul numero 24
di Lineatrad la recensione di Agostino Roncallo sull’omonimo CD ed
eravamo curiosi d’assistere a questo
concerto invernale per vari motivi.
Volevamo innanzitutto cogliere le
differenze rispetto al precedente
CD: BREIZH HA ROCK “IN LIVE” e
al corrispondente concerto cui avevamo assistito nell’estate del 2012,
sempre a Lorient, in occasione della
regata velica Volvo Ocean Race.
Ci interessava poi conoscere la
nuova formazione in cui Pat O’ May,
impegnato in altre tournée, è stato
sostituito da un altro chitarrista.
Il concerto si è tenuto alla Salle Cosmao Dumanoir, una sala capace di
contenere settecento posti, che si trova
a qualche centinaio di metri dallo stadio ed è stato organizzato dall’associazione Emglev Bro An Oriant, nell’ambito sia del Festival invernale Deizioù,
del quale abbiamo già parlato in un
precedente numero di Lineatrad, sia
in occasione dei festeggiamenti per
il Saint-Patrick che prevedevano numerose animazioni dal 15 al 17 marzo
che hanno avuto il sostegno del Comune di Lorient, gemellato con la città
irlandese di Galway.
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Interviste
Cedric Le Bozec
un folletto sul palcoscenico al ritmo
delle musiche; un miglioramento,
a nostro avviso, rispetto al precedente concerto che avevamo visto,
nel quale Cedric ci era parso molto
statico nella classica figura del direttore d’orchestra.
Abbiamo ascoltato e osservato
con attenzione il nuovo elemento
dell’orchestra: Xavier Géronimi alla
chitarra elettrica. Uno stile il suo,
ben differente da quello del predecessore Pat O’ May con minor
utilizzo delle distorsioni e dei virtuosismi, con un impatto meno accentratore e un migliore accordo con gli
altri strumenti, senza nulla togliere
ovviamente alla bravura di Pat.
Gli altri solisti sono rimasti gli
stessi della precedente formazione:
Soïg Siberil alla chitarra elettroacustica, Xavier Soulabail al basso,
Fred Moreau alla batteria e Jean
Marc Illien alle tastiere e al campionatore.
Nell’insieme il concerto ci ha
soddisfatto e abbiamo notato un
migliore dialogo tra i differenti strumentisti rispetto al passato a tutto
beneficio di una maggiore armonia
nelle esecuzioni.
A fine concerto abbiamo intervistato Cedric e Xavier Géronimi per
confortare o meno le nostre impressioni. Vi riportiamo qui alcuni
passi principali dei loro interventi.
Cedric, abbiamo notato un bel po’
di cambiamenti rispetto al precedente CD, puoi dirci qualcosa a proposito?
La prima impressione che abbiamo ricevuto nell’ascoltare il concerto è stata quella di aver apportato
una serie d’innovazioni rispetto alle
precedenti esibizioni. Innanzitutto
un utilizzo diverso delle cornamuse,
delle bombarde e delle percussioni,
sia nel numero degli elementi sia
come tipo d’interventi differenti
dalla classica “bagad” dando maggior rilevanza a singoli musicisti o
a piccoli gruppi o a tutto l’insieme
dell’orchestra, acquistando maggior
equilibrio nelle sonorità.
Ci è sembrato inoltre di ascoltare
uno stile rock più pronunciato ma
meno hard, ben conciliante con le
melodie tradizionali e capace comunque di trascinare il pubblico
che, oltre ad aver danzato, ha premiato con numerose ovazioni le varie esecuzioni.
Ci è particolarmente piaciuta la
performance di Cedric Le Bozec
che oltre a dirigere l’orchestra, ha
suonato meravigliosamente la cornamusa scozzese. Abbiamo apprezzato poi il suo muoversi come
È vero, c’è stata un’evoluzione
nel concepire la seconda composizione. Nella prima abbiamo
utilizzato le bombarde e le cornamuse che rispondevano tra loro nel
sistema tradizionale tipico di una
bagad; questa volta abbiamo cercato di farle suonare come in un
gruppo unico, un ensemble; non
è semplice anche perché non possiamo riunire frequentemente tutti
i musicisti, che tra l’altro suonano
anche in altre formazioni e in alcune bagadoù a Locoal-Mendon,
Quimper, Saint-Brieuc, per fare
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Interviste
Soïg Siberil
Xavier Géronimi
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Interviste
Jean Marc Illien
nostri concerti. Probabilmente in
futuro avremo uno scenografo che
perfezionerà la messa in scena.
Hai già in previsione altri concerti?
Dovremmo fare qualcosa entro
maggio, inoltre Breiz Ha Rock è
partner di un’associazione contro
la mucoviscidosi di Callac nelle
Côtes-d’Armor; il 28 giugno ci sarà
una corsa ciclistica con settemila
partecipanti e un concerto il pomeriggio e sono previsti diecimila
spettatori.
Ci sarà la possibilità di scaricare
la musica del Breiz Ha Rock e i
fondi raccolti andranno a beneficio
dell’associazione per la mucoviscidosi.
Ci accennavi prima ad un prossimo
progetto. Hai in mente un terzo CD?
Sì, dovrebbe essere per il 2015
ed ho già qualcosa in mente; fortunatamente le idee non mi mancano.
Ringraziamo e salutiamo Cedric e
passiamo ad intervistare Xavier Géronimi, bretone e con qualche discendenza corsa.
Xavier, potresti parlarci della tua
esperienza musicale?
delle prove in continuazione e ci
avvaliamo quindi delle registrazioni
di Jean Marc Illien, che è anche
l’arrangiatore principale di Breiz Ha
Rock. Non siamo ancora alla perfezione ma stiamo facendo del nostro meglio per riuscirci e speriamo
di avere ottimi risultati in un prossimo progetto. L’altra difficoltà si
presenta prima delle registrazioni,
fase in cui si devono conciliare le
diverse frequenze e i volumi degli
strumenti che non si possono cambiare durante le registrazioni.
Abbiamo notato che sei più dinamico sul palcoscenico e che guardi
più spesso il pubblico; è un modo di
fare studiato?
In parte sì, ma è anche molto
spontaneo perché mi sento trascinato dal gruppo e inoltre sento di
condividere le mie emozioni con
il pubblico e gli altri musicisti con
i quali a mia volta cerco di scambiare le mie sensazioni.
Cerco anche di perfezionare i movimenti di tutto il gruppo guardando
e riguardando le foto e i video dei
È un po’ difficile da riassumere
poiché ho collaborato con moltissimi artisti; ho suonato per molto
tempo con Étienne Daho, poi con
Alain Bashung, col gruppo Indochine, con Alan Stivell. Ho inciso
diversi album anche con altri artisti bretoni come Denez Prigent.
Ho anche in progetto un album
con uno dei Frères Guichen, JeanCharles.
Quindi non suoni solo rock?
Certamente no, suono con diversi
stili, dal rock alla musica bretone,
al varietà; fortunatamente nella
musica tutto è permesso.
Da quanto tempo suoni con Breiz
Ha Rock e come li hai conosciuti?
Sono con loro solo da qualche
giorno ed ho diversi amici tra i vari
membri. Sono amico anche con
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Interviste
Xavier Soulabail
Pat O’ May. È stato Jean Marc Illien, il tastierista, a contattarmi ed
eccomi qua.
Immaginiamo quindi che sei contento di esibirti in questo gruppo.
Abbiamo notato che hai uno stile diverso rispetto a Pat sia nel suonare la
chitarra sia nel muoversi sulla scena;
Pat, mentre suona, salta da un lato
all’altro come un grillo mentre tu rimani più sul posto.
Certamente, anche se devo ancora adattare meglio la mia presenza sulla scena; d’altronde è il
mio primo concerto con loro.
Abbiamo però notato che te la cavi
benissimo e abbiamo apprezzato che
il suono della tua chitarra non prevale
su quello degli altri strumenti ma è
in equilibrio con loro. Spesso in altri
concerti abbiamo la sensazione poco
gradevole di sentire alcuni strumenti
con un volume troppo alto coprire
quello degli altri. Qui ci è sembrato
tutto in armonia.
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In effetti, il suono era abbastanza equilibrato nonostante che
l’acustica della sala non sia eccezionale. Ho cercato, da parte mia,
di fare il meglio. Senz’altro le pros-
sime volte andrà in modo più soddisfacente.
Ringraziamo anche Xavier ed abbandoniamo la sala visto che è molto
tardi e stanno chiudendo le porte. ❖
Suonatrice di Cornamusa
Recensioni
RÉGIS HUIBAN:
LE TRAIN BIRINIK
di Giustino Soldano e Muriel Le Ny
R
égis Huiban è un talentuoso fisarmonicista trentanovenne che suona “l’accordéon chromatique” dall’età di nove anni.
Negli anni ottanta, ancora studente, si esibisce
spesso in feste danzanti, in cui suona valzer e tanghi.
Nel 1990 una prima svolta importante lo avvicina
alla musica bretone grazie all’incontro con Julien Le
Mentec ai tempi suonatore di bombarda, percussionista e ballerino nel Cercle di Croisty nel Morbihan.
Decide quindi di abbandonare gli studi e dedicarsi
completamente alla musica. Dopo aver seguito dei
corsi di bombarda e di musica tradizionale alla E.N.M.
: Scuola Nazionale di Musica di Lorient, continua a
suonare la fisarmonica in diversi gruppi.
Nel 1997 una seconda svolta nel suo percorso artistico: fa la conoscenza di Roland Becker e apprende
nuovi modi di suonare come quelli del music-hall e
l’improvvisazione musicale, stile che perfeziona successivamente in due corsi specifici a Rennes e a Parigi.
In seguito si dedica anche alla musica jazz che suona
insieme a Becker e al chitarrista Philippe Gloaguen.
Oggi fa parte di diverse formazioni con le quali si esibisce in occasione delle festoù-noz o in altri spettacoli,
utilizzando diversi generi musicali, senza dimenticare
comunque quelli tradizionali.
Noi l’abbiamo conosciuto qualche anno fa, durante
alcune serate nelle quali suonava con i gruppi dei Wipidoup e degli Skolvan.
Recentemente siamo tornati in contatto con lui e
abbiamo appreso dell’uscita di questo nuovo album
dal titolo “Le Train Birinik” nel quale si esibisce con il
gruppo jazz denominato “Régis Huiban Quartet” fondato alla fine del 2002 insieme agli amici di lunga data:
Julien Le Mentec al contrabbasso, Philippe Gloaguen
(chitarrista dei Wipidoup) e Loïc Larnicol alla batteria.
Le Train Birinik, uscito nel 2013, è il terzo di una
trilogia di album dedicati ad artisti e temi popolari
del passato, verso i quali Régis dedica le sue ricerche. Il primo“Sans sommeil” è del 2005 ed il secondo
“1732” è stato prodotto nel 2009.
Questo CD ripercorre musicalmente il tragitto di un
treno che, ai primi del novecento, collegava Pont-l’Abbé
a St-Guénolé, nel sud del Pays Bigouden, lungo la costa
dove la gente pescava i “birinik” cioè le “patelle”. Tale
treno trasportava merci e viaggiatori all’incredibile media di 20 Km/ora ed era frequentato spesso dai turisti
che andavano a visitare il faro di Eckmühl..
La prima impressione che si prova nel prendere in
mano questo CD, ancora prima di ascoltarlo, è quella
di ammirazione per la sua impaginazione. Sul retro
della copertina, dalla grafica essenziale e minimale,
si trova un libretto con le copie di cartoline, fotografie
e immagini d’epoca. Ci sono anche le riproduzioni degli orari e del percorso del treno e le spiegazioni sulle
varie fermate nonché alcuni aneddoti. Sfogliando le
varie pagine si viene proiettati indietro nel tempo e, per
quelli della nostra generazione, si ha la sensazione di
rivivere i momenti in cui si viaggiava col treno a vapore
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Recensioni
e ci sembra di risentire nelle narici l’acre odore del
fumo della locomotiva.
L’album è composto da sette brani composti da
Régis Huiban e Philippe Gloaguen, ognuno dedicato
alle relative stazioni del percorso:
Pont-l’Abbé-Ville - Plobannalec - Treffiagat - Guilvinec - Penmarc’h - Kériti - Saint-Gué-Terminus
Oltre al quartetto citato in precedenza, sono presenti
nell’esecuzione di alcuni brani gli altri musicisti: Julie
Bonnafont al violino, Cécile Grenier alla viola, Mathilde
Chevrel al violoncello e André Losquin al bugle.
I brani tutti strumentali, salvo qualche commento
sottofondo, alternano melodie a valzer, gavotte e altre
danze tradizionali con uno stile prevalentemente jazz
, ma anche con timbriche che rammentano le musi-
che da film o brani tipici del bandoneón argentino o
ancora musica da camera soprattutto nell’utilizzo degli
strumenti a corde oppure con una ritmica che ricorda
la cadenza del treno sulle rotaie, sottolineata dal suono
del bugle, come nel terzo brano Treffiagat. Si ascolta e
riascolta quest’album molto volentieri senza stancarsi
mai, a occhi chiusi immaginandosi a bordo del treno
o guardando le immagini del libretto o danzando in
compagnia lasciandosi trascinare dalla musica. ❖
Si ringrazia Régis Huiban per il CD e le informazioni forniteci e per averci
concesso la riproduzione delle immagini
Questo CD è distribuito da Bemolproductions; contatti: [email protected]
Per maggiori informazioni su Régis Huiban e sul suo gruppo, visitare il sito:
www.regishuiban.com
FOLHAS: IL DISCO UFFICIALE
di Loris Böhm
U
na doverosa segnalazione per un disco uscito
un po’ in sordina di un gruppo, i giovani biellesi
Folhas, non propriamente toccati dalla buona
sorte! Già l’anno scorso, in occasione della finale per le
selezioni [email protected], vittime di incredibili disavventure nel collegare i propri strumenti all’impianto di
amplificazione del teatro, hanno vanificato la loro esibizione e il trampolino per Folkest... poi abbiamo avuto
un naturale disinteresse dei direttori artistici di festival
e rassegne, che hanno smorzato il loro entusiasmo iniziale, per finire con la recente fuoriuscita dal gruppo di
tutta la componente “maschile”... pertanto attualmente
in cerca di sostituti per portare avanti il loro progetto
concertistico. In questa sequenza di eventi “disastrosi”
è venuta alla luce l’opera d’esordio del gruppo: “Papri
qua”. Si tratta di un lavoro scanzonato, dove trovano
spazio oltre alla ormai celebre “Il pirata delle Cliffs” che
è stata lanciata da RaiDemo nel 2013, vero inno dei
Folhas, anche altre sette composizioni per un totale di
otto brani tutti firmati da loro.
Tra i giovani gruppi folk emersi in questi ultimi tempi,
loro si possono considerare (vicissitudini a parte) tra
i più promettenti: noi di Lineatrad scommettiamo ancora sul loro futuro per il semplice fatto che hanno voglia di continuare e meritano maggiore attenzione da
parte della critica specializzata. Andatevi ad ascoltare
“Foglia rossa”, “Folhas 35-36”, “J’écoute” “Monoci-
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cli a due ruote”, “Noapte buna”, “Paprika” e il loro
già citato pezzo forte, scoprirete che sono depositari
di uno stile personale e di una inventiva inusuale visto
la loro giovane età. Le melodie ti entrano in testa e
non escono più, chiaro sintomo di capacità compositiva non comune Lo dico chiaramente: se il disco fosse
opera di un ensemble affermato, scalerebbe le classifiche di ascolto e vendita, ma i Folhas non hanno
santi in paradiso e la notorietà se la devono conquistare attraverso il buon senso dei lettori di riviste come
Lineatrad. Per questo noi ci considereremo sempre
una spanna superiori ad altre riviste come FolkRoots...
non tanto per il numero dei nostri lettori, non tanto per
il credito che vantiamo, ma perchè diamo spazio ad
artisti che FolkRoots non degnerebbe neanche di uno
sguardo. https://www.facebook.com/folhas.folk ❖
Eventi
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Argomenti
VOCI PER LA LIBERTÀ
UNA CANZONE PER AMNESTY
di Fulvio Porro
È
una manifestazione promossa
dalla Sezione Italiana di Amnesty International e dall’Associazione Culturale Voci per la
Libertà. Nasce nel 1998, in occasione del 50° anniversario della
Dichiarazione universale dei diritti
umani, con l’intento di diffonderne
i principi attraverso la musica.
L’Associazione Voci per la Libertà
viene costituita nel 2003 - anno
in cui il Meeting delle Etichette
Indipendenti di Faenza premia
la manifestazione come “Festival
dell’anno” - e da allora impegna le
proprie energie nella promozione
dei diritti umani attraverso la cultura musicale e l’aggregazione
giovanile, mantenendo uno spirito che le ha permesso di riunire
attorno a sé, nel corso degli anni,
un gruppo di volontari in continua
crescita.
L’Associazione, oltre al concorso,
ha dato vita a eventi culturali e
musicali in tutta Italia, favorendo
l’espandersi di una cultura che,
partendo dal cuore, vuole essere
un megafono per tutte le voci che
hanno davvero qualcosa da dire.
Raggiunta una notevole rilevanza
a livello nazionale grazie anche
ad una crescente copertura mediatica, nel 2010 il festival è stato
insignito della Medaglia di Rappresentanza del Presidente della
Repubblica, Giorgio Napolitano,
2020
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ricevendo inoltre un messaggio di
stima e incoraggiamento da parte
del Commissario per i Diritti Umani
del Consiglio d’Europa, Thomas
Hammarberg.
Le dieci nomination per il Premio
Amnesty International Italia 2014
Violazioni dei diritti legati all’emigrazione/immigrazione e violenza contro le donne sono i principali temi delle dieci liriche scelte
da Amnesty International Italia e
dall’Associazione Voci per la Libertà tra tutte quelle da voi segnalate nell’ambito del Premio Amnesty International Italia 2014.
Non mancano le parole di omosessuali, ancora oggi vittime di discriminazione sociale e legislativa,
di ebrei, perseguitati atrocemente
in un passato troppo recente, e di
cittadini semplici che non tollerano
più i soprusi.
Queste, dunque, le urgenze nei
testi delle canzoni che abbiamo
cantato lo scorso anno e che fanno
parte della discoteca cara ad Amnesty, quella che arriva direttamente al cuore delle persone e le
aiuta a capire le ragioni profonde
dell’altro, trasformando la diversità
una ricchezza e non in una fonte
di paura.
Ringraziamo Baglioni, Bubola,
Cinti, Cristicchi, Gazzè, Ligabue,
Radiodervish, Gualazzi, Zero,
Stormy Six e Moni Ovadia per le
note significative; tra loro una giuria specializzata sceglierà il Premio
Amnesty International Italia 2014
che avrà l’onore di chiudere l’edizione che si terrà a Rosolina Mare
(Rovigo) dal 17 al 20 luglio.
La giuria specializzata:
Giò Alajmo (Il Gazzettino), Luca Barbieri (Corriere
del Veneto), Alessandro Besselva Averame (Rumore), Francesca Cheyenne (RTL 102.5), Paolo
De Stefani (Centro diritti umani dell’Università
degli Studi di Padova), Enrico Deregibus (giornalista freelance), Gianmaurizio Foderaro (Radio 1),
Fabrizio Galassi (Istituto Europeo di Design, Premio Italiano Videoclip Indipendente), Giorgio Galleano (Rai 3), Federico Guglielmi (AudioReview,
Blow Up, fanpage.it), Michele Lionello (Voci per
la Libertà), Enrico Maria Magli (Radio 1, Deejay
TV), Carlo Mandelli (Ansa, Il Giorno, Leggo), Antonio Marchesi (Amnesty International), Riccardo
Noury (Amnesty International), Valeria Rusconi
(Repubblica, Espresso), Alessandra Sacchetta
(RaiNews), Giordano Sangiorgi (Meeting degli
Indipendenti), Renzo Stefanel (Rockit) e Savino
Zaba (Rai 1, Radio 2).
Ecco le nomination:
Claudio Baglioni - Isole Del Sud
Massimo Bubola - Senza Catene
Fabio Cinti – Dicono di noi
Simone Cristicchi - Magazzino 18
Max Gazzè – Atto di forza
Ligabue - Il muro del suono
Radiodervish - Velo di sposa
Raphael Gualazzi – Senza ritegno
Renato Zero – Nessuno tocchi l’amore
Stormy Six e Moni Ovadia – Umschlagplatz
Musicisti e videomaker, ricordiamo che il termine ultimo per
iscriversi al Premio Amnesty International Italia Emergenti e 3 minuti
x 30 articoli è il 19 aprile!
Sul sito di Voci per la libertà
www.vociperlaliberta.it trovate i
bandi con tutte le info. Affrettatevi!
Seguite gli aggiornamenti su:
Twitter: twitter.com/vocixlaliberta
Facebook: www.facebook.com/vocixlaliberta
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Argomenti
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Argomenti
DALL’AMERICAN CENTER AL PARCO LAMBRO:
I LYONESSE E LE ORIGINI DEL FOLK IN FRANCIA
di Agostino Roncallo
P
arigi all’inizio degli anni sessanta era lo sfondo di un romanzo che nessuno scriverà
mai, era l’espressione di un volto
umano che nessun pittore dipingerà.
Troppo mutevole era il carattere della
città per poterlo fissare su una pagina o una tela: ci sono momenti di
allegria, nell’alba del mese di Giugno
ma anche attimi di tristezza in certe
sere di Dicembre. Per sfuggirli, ci si
poteva recare in Boulevard Raspail.
Là, era incoraggiante vedere le luci
dell’American Center. Entrando, i visitatori avevano, ogni martedì sera,
un’immagine ben precisa: quella di
un uomo, sorridente e indaffarato,
con dei fogli in mano. Quell’uomo
era Lionel Rocheman e quei fogli
contenevano la lista degli artisti che
si erano iscritti al suo “hootenany”,
uno spettacolo aperto cui chiunque
poteva partecipare semplicemente
presentandosi ad inizio di serata per
inserirsi così nel programma. Ogni
musicista avrebbe potuto eseguire
al massimo due pezzi e Lionel agitava nervosamente in mano quei fogli per decidere quale sarebbe stato
l’ordine migliore per lo spettacolo
serale. Erano anni in cui la musica
americana, sulla scia di Bob Dylan,
Joan Baez et Hugues Aufray, andava per la maggiore. Va detto però
che Lionel, un ebreo parigino, era
un personaggio che non difettava
di eclettismo: grazie alla sua iniziativa, sulla scena di questo American
Center fecero il loro debutto artistico
personaggi come il percussionista
Guem, il vietnamita Tran Quan Hai
o il bretone Alan Cochevelou Stivell.
Si potrebbe dire che il ruolo di Rocheman non fosse molto dissimile
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da quello di Cesaroni al Folkstudio
di Roma.
Sempre a Parigi, nacque nel 1967
un primo folk club che si chiamava Traditional Mountain Sound.
Si suonava essenzialmente musica
americana, quella africana era praticamente sconosciuta; sempre più
frequenti si facevano però le apparizioni di artisti francesi, come Marc
Perrone. Uno dei frequentatori di
questo ambiente era John Wright
che, insieme a Catherine Perrier, diverrà il fondatore nel 1969 del “Le
Bourdon”, il primo folk-club orientato decisamente alla riscoperta
della musica e degli strumenti regionali francesi, a partire dal canto
e dalla ghironda. E’ in questa cornice che iniziò la carriera artistica
di Mireille Ben. La musica era entrata nel suo cuore quando, verso la
metà degli anni sessanta, a soli 14
anni, andò ad assistere agli spettacoli dell’American Center insieme al
fratello, anch’esso musicista. La sua
non era una famiglia di musicisti per
quanto, da giovane, sua mamma
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facesse parte di un coro classico. Il
primo contatto con la musica popolare era avvenuto con la nonna poi,
a scuola, la scuola francese, che
ha sempre dato molta importanza
a questa forma d’arte: basti pensare che a ogni alunno delle scuole
elementari o medie veniva ad inizio
anno consegnato un fascicolo, contenente dieci canzoni, che ognuno
doveva imparare. In pratica si terminava il ciclo dell’obbligo, lungo nove
anni, con almeno novanta canzoni
nella mente. Canzoni che non mancavano di destare la curiosità di una
giovane ragazza: queste musiche
che evocavano un lontano passato,
la stranezza di testi che raccontavano storie drammatiche con un
posticcio lieto fine (frutto evidente
di interventi censorei operati dalla
chiesa nel corso dei secoli), tutto
invitava alla riscoperta, alla conoscenza delle tradizioni.
Tracce delle sue prime apparizioni
artistiche le troviamo al Le Bourdon
nel 1970. Il folk-club era nato il 15
Dicembre 1969 in una piccola via
del quartiere di Montparnasse, chiamata “Impasse Odessa”. Là c’era
un locale che era stato concepito
da Romain Bouteille, il proprietario, come un caffè e un teatro nello
stesso tempo (da qui il nome CaféThéâtre). Tra i suoi commedianti c’erano personaggi del calibro di MiouMiou e Coluche: Romain era molto
orgoglioso della sua “creatura”.
Ma i Lunedì i teatri erano chiusi ed
ecco che, con grande disponibilità,
Romain mise il suo locale a disposizione degli appassionati del folk.
La sera fatidica dell’inaugurazione
Jean-Pierre Morieux e il fratello di
Mireille, Jacques Ben-Haïm (più
noto come Ben), prepararono dei
manifesti che vennero affissi all’ingresso dell’Impasse Odessa e alla
vetrina del Café. Non rimaneva che
attendere nella speranza di una,
almeno minima, partecipazione
di pubblico. Con grande sorpresa
il locale si riempì e un centinaio di
persone assistettero a quella prima,
indimenticabile, serata che venne
conclusa da un Alan Stivell in forma
smagliante. Le serate si susseguirono con la formula della “scena
aperta”, per dar modo a tutti gli artisti di esibirsi: in breve il folk-club,
che aveva la ghironda come simbolo, superò il numero ragguardevole di mille abbonati. Ma i rapporti
con questo locale divennero a un
certo punto tesi: gli attori volevano
recuperare l’agibilità del locale il
lunedì per potere provare gli spettacoli. Fu così che Catherine Perrier e il suo compagno John Wright
trovarono una “cave” nel quartiere
dell’Opéra, in rue de la Sourdière:
quella fu la prima vera sede del
Bourdon. L’inaugurazione avvenne
il 17 Febbraio 1970: non c’erano
ancora sedie e si decise di stendere
una moquette sul freddo pavimento
in pietra in modo da rendere un po’
più caldo l’ambiente. Era una cantina questo locale, col soffitto a volta
e un centinaio di posti a sedere: un
luogo unicamente pensato per la
musica dal vivo. La sera della settimana dedicata alle esibizioni c’era
il pienone, bisognava arrivare per
tempo per trovare un posto e chi voleva cantare o esibirsi, poteva eseguire un paio di pezzi, esattamente
sul modello del centro americano di
Lionel Rocheman. Nelle altre sere si
tenevano poi degli stage per imparare gli strumenti.
E’ in questo ambiente che Mireille
si presentava al folk-club come cantante solista ma poco tempo dopo
venne chiamata a far parte di un
gruppo (Glazard Skeduz) che, all’inizio, era composto da tre musicisti
di cui due bretoni: oltre a Mireille
al canto, c’erano Job Philippe alla
bombarda e l’arpa, André (Dédé)
Thomas al biniou-coz e oboe, e
Gérard Lavigne alla chitarra e basso
elettrico. Spesso il gruppo viaggiava
in Inghilterra dove il folk era all’avanguardia. Il repertorio iniziale comprendeva molti brani bretoni. Stivell
era un punto di riferimento, non solo
per la novità della sua proposta ma
anche perché, proprio grazie a lui,
il gruppo entrò a far parte dei “cer-
cle” bretoni di Parigi per partecipare
alla magia del ballo. Non era facile
entrare a far parte di queste comunità ma Mireille vi entrava anche
sulla scia del fratello Ben, un personaggio cui il folk francese deve
molto: Ben, era un personaggio di
grande carisma e talento, pareva un
“bohémien” uscito dai libri di Jack
Kerouac, un saltimbanco circondato
da un alone di fascino e mistero. Il
gruppo di Mireille continuò a esibirsi
per tre anni con il nome Glazard
Skeduz. Non esiste nessuna registrazione di questi anni così intensi,
all’epoca non si sentiva l’esigenza di
registrare, tutta l’attenzione si concentrava sulla musica dal vivo. Per
le prove un punto di riferimento
era la casa di un amico musicista,
Gérard Lhomme, detto Gégé, poco
fuori Parigi, dove c’era una grande
sala da biliardo: un luogo adatto per
le feste, numerosissime, e per la
musica. Alcuni giorni Glazard Skeduz erano in questa casa, altri giorni
al Bourdon. E’ durata vent’anni la
storia di questo folk-club e il giorno
della chiusura, nel 1989, tutti i musicisti di un tempo si sono dati appuntamento, vi fu grande rendezvous. Le Bourdon era stato pensato
per il recupero della musica popolare francese e dopo vent’anni aveva
esaurito la sua funzione: ormai il folk
revival era nato.
I Lyonesse nascevano dunque
nel 1973 a casa di Gégé, quando
al gruppo si aggiunsero un inglese,
Trevor Crozier (amico di Ben), che
conosceva il repertorio britannico
con cui il gruppo amava confrontarsi, e Pietro Bianchi. Lo stesso
nome del gruppo derivava da una
leggenda inglese: secondo la mitologia, tra le coste della Cornovaglia
e le isole Scilly sarebbe esistita una
terra emersa su cui si trovava il regno di Lyonesse, civilissimo e splendido. Nel V secolo dopo Cristo l’oceano avrebbe all’improvviso inghiottito Lyonesse e soltanto un uomo dl
nome Trevilian sarebbe riuscito ad
evitare la morte e a narrarne i fatti.
Il nome Lyonesse fu scelto una sera,
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nella casa di Gégé a Chennevièressur-Marne, attorno a una bella tavola imbandita: il battesimo venne
innaffiato con del buon Bordeaux. Il
primo concerto pubblico fu del Novembre del 1973: su quel palco salirono anche il fratello Ben e Gabriel
Yacoub con i Malicorne, anche questi ultimi alla loro prima uscita. Erano
presenti circa mille persone. Le difficoltà erano notevoli perché sia Lyonesse che Malicorne suonavano con
strumenti elettrici e in quel periodo,
un periodo di recupero della musica
tradizionale, il fatto non era sempre
ben visto. Ma Gérard Lavigne era al
di sopra di ogni contestazione, suonava con identica maestria basso e
chitarra elettrica.
Capitava anche che il pubblico
disapprovasse e, quando ciò accadeva, Mireille era solita dire: “Sentite, noi facciamo la musica di Lyonesse che è la terra di Tristano, questa terra non esiste più, voi cosa ne
sapete della musica che c’era a quel
tempo? Non ne sapete niente? Neanche noi, quindi facciamo quello
che vogliamo.” Il ragionamento non
faceva una piega. In questo primo
periodo il gruppo viaggiava anche in
Inghilterra suonando in alcuni festival, Oxford e Cambridge per esempio, e stringendo amicizia con molti
artisti britannici. Tutto ciò grazie a
Trevor Crozier, un musicista che ha
avuto un ruolo molto importante per
il successo del gruppo. Trevor era
un vecchio “lupo” del folk, aveva
suonato con Terry Woods e Barry
Dransfield, e il suo nome compare
perfino sul mitico album “No Roses”
con il quale Shirley Collins iniziava
l’avventura della Albion Band. Ma
Trevor col passare del tempo divenne sempre meno affidabile e, un
giorno, i Lyonesse vennero a sapere
dalla cantante degli Steeleye Span,
Maddy Prior, che Trevor era morto in
una casa alle isole Maldive. Il repertorio inizialmente era misto: c’era chi
faceva ricerche in Bretagna, come
Job, e chi nel Berry, come Mireille.
Insieme a Trevor Crozier, Pietro
Bianchi era dunque nuovo arrivato
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Argomenti
a Parigi e nei Lyonesse. Egli è svizzero, aveva imparato a suonare sul
pianoforte di casa, un pianoforte
ignorato da sua sorella e sul quale
lui da piccolo si ”arrampicava” volentieri, battendo qualche nota sui
tasti. Nell’adolescenza aveva però
avuto un “maestro” nel senso classico della parola: un uomo che gli
aveva aperto la casa nella quale
Pietro, quasi come fosse un membro della famiglia, si recava volentieri per imparare sia il pianoforte
che il violino. Poi ci furono i tempi
del liceo, le prime esperienze in una
jazz band con uno strumento un
po’ atipico come il basso tuba, che
ricorda il jazz dei primi del secolo.
L’idea di acquistare un simile strumento era stata concepita insieme
al pianista del gruppo, un musicista fantasioso: “se andassimo a
Basilea a comprare un basso tuba
di quelli militari, costano poco…”.
Tornarono così, in autostop, con la
“tuba”, immaginiamo, sporgente dal
finestrino dell’auto. L’avvicinamento
alla musica popolare avvenne grazie
a due concerti che avevano colpito
in particolare la sua sensibilità: un
concerto di musica tzigana e uno
di musica andina che all’inizio degli
anni settanta, sulla scia degli IntiIllimani, andava di gran moda. Si
trattava di un gruppo boliviano che
si esibì al teatro di Locarno. Nell’estate del 1972, finiti gli esami di
maturità, Pietro decise di partire per
Parigi in bicicletta. La prima tappa
fu a Les-Saintes-Maries-de-la-Mer e
poi, da Marsiglia, verso nord in direzione Parigi: la meta era la casa
di Gégé. Pietro aveva infatti conosciuto in Svizzera un professore di
latino, amico di Gégé Lhomme, e la
sua abitazione era ora un punto di
riferimento anche per lui. Gégé era
un personaggio singolare: grazie
a un’eredità aveva acquistato uno
studio e un potente impianto di registrazione, avveniristico rispetto a
quanto in quell’epoca si poteva disporre. Gégé, che era tecnico del
suono di Alan Stivell, offrì a Pietro
Bianchi l’occasione di partecipare
a una tournée di una settimana in
Bretagna come suo assistente. Nelle
serate in cui si provava, a casa di
Gégé (che suonava con il gruppo) si
riunivano dunque Mireille, Job Philippe, André Thomas, Gérard Lavigne, Trevor Crozier : Pietro suonava
inizialmente il pianoforte e in seguito
anche il violino. L’incontro tra questi
musicisti si deve dunque alle affinità musicali e alle circostanze che
hanno dato loro la possibilità di suonare assieme: a quell’epoca ci si faceva pochi problemi: chi aveva orecchio e suonava, suonava anche nei
concerti. Mireille e Pietro si fidanzarono un anno dopo: era l’anno della
registrazione a Milano del primo disco del gruppo.
Di quel disco, è curioso ascoltare la
conclusione del primo brano del lato
2, che termina stranamente con una
nota di bombarda prolungata: era la
sirena della polizia milanese che, a
causa di un non perfetto isolamento
della sala di registrazione, si era sovrapposta all’incisione e, quel che è
più incredibile, la sirena era proprio
intonata! Il disco era molto innovativo e ancora oggi si può ascoltare la
sua freschezza, quasi che il tempo
non sia passato. Questa carica innovativa portava anche dei problemi: è
capitato che durante un concerto il
pubblico si lamentasse perché voleva ascoltare musica tradizionale
acustica. Ma questa è la bellezza del
folk revival, una musica sempre in
apparente contraddizione, in quanto
legata tanto al presente quanto al
passato. Contraddizioni solo apparenti però: il folk è riuscito e riesce
a realizzare una mirabile sintesi tra
le due dimensioni. Una sintesi che
i fanatici delle tradizioni non hanno
mai del tutto digerito e dispiace ancor oggi leggere l’acrimonia con la
quale Roberto Leydi attacca questo
genere e lo fa, forse provocatoriamente, proprio nella presentazione
dell’ultimo lavoro di Pietro Bianchi
“Canta pai sass”. Credo che Pietro
non meritasse questo considerato
che, proprio lui, del nuovo folk è
stato uno dei promotori.
Argomenti
Ma è interessante raccontare
come è nato quel primo disco dei
Lyonesse, uscito per la casa discografica PDU. Durante le festività natalizie, Mireille e Pietro ricevettero
una telefonata del produttore Roy
Tarrant che chiese loro di fare da
spalla a Claudio Rocchi in occasione
di un concerto a Lugano. Tarrant era
un personaggio alquanto singolare:
aveva il compito di rappresentare
all’estero la PDU, la casa discografica della famiglia Mazzini e quindi
della cantante Mina. Il fatto curioso
era che Mina non amava esibirsi in
pubblico, inoltre non aveva necessità di avere successo all’estero tanto
era grande quello ottenuto in Italia.
Roy Tarrant era quindi destinato a
girarsi i pollici in ufficio per l’intera
giornata. Tuttavia, animato da spirito vivace, decise di cercare nuovi
talenti da far conoscere sul mercato
italiano. Fu lui a portare in Italia la
musica elettronica (Klaus Schulze,
Popol Vuh) e a togliere dall’anonimato jazzisti nostrani come Andrea Centazzo. A Lugano dunque,
Mireille, Pietro e Trevor aprirono il
concerto che avrebbe dovuto avere
in Claudio Rocchi il protagonista.
Ma dopo i Lyonesse, Rocchi e il suo
gruppo salirono sul palco intontiti
da stupefacenti e suonarono malissimo, senza neppure accordare gli
strumenti. Nel frattempo i Lyonesse
erano andati a riposare in un bar
nei dintorni e, mentre bevevano una
bottiglia di vino, vennero richiamati
sul palcoscenico per acclamazione
popolare. Il successo fu notevole e
Tarrant ne era felicissimo al punto
che, avendo percepito in quell’occasione l’interesse che la musica popolare poteva suscitare, propose al
gruppo di firmare subito un contratto
con la PDU. Si può immaginare
l’entusiasmo dei musicisti a quella
proposta. E’ difficile tuttavia dire se
l’interesse della PDU nascesse da
un vero apprezzamento artistico o
piuttosto dal desiderio della casa
editrice di riempire un “buco” nel
catalogo della musica popolare. Tarrant comunque ci credeva e appoggiò molto il gruppo invitandolo, nel
1976, a suonare al Parco Lambro.
In quei giorni il gruppo era a Milano
per registrare il terzo album “Tristan
de Lyonesse”. Al Lambro l’atmosfera
era da tregenda, il caldo era micidiale, l’acqua poca. Tutti i musicisti che salivano sul palco venivano
fischiati al punto che, dopo pochi
minuti, scendevano: forse la gente
era stufa. Il gruppo avrebbe dovuto
suonare verso le 16 ma ebbe inizio
una lunga attesa, tutto era molto triste, si respirava un clima pesante e
nulla faceva presagire qualche sviluppo positivo. Verso mezzanotte
salì sul palco Véronique Chalot che
in Italia era assai conosciuta grazie
a un disco pubblicato dal folkstudio
di Roma. Dédé (André Thomas) era
arrabbiatissimo, “ora gli faccio vedere io!!!” diceva tra sé riferendosi
a un musicista di quel gruppo che
suonava malissimo la bombarda: del
resto Véronique era all’epoca circondata da musicisti italiani davvero alle
prime armi. Era ormai notte avanzata
quando, finalmente, i Lyonesse salirono sul palcoscenico; un amico di
Mireille, proveniente dall’ambiente
del cinema, si offrì per gestire le luci
sulla scena. Il gruppo salì sul palco
preparando tutto con calma, senza
fretta, mentre una pioggerellina sottile iniziava a cadere… Non è facile
comprendere quali alchimie agissero in quella circostanza, forse la
determinazione di Mireille e Pietro,
il desiderio di comunicare, di fatto il
pubblico si sedette e il concerto volò
via benissimo, tra gli applausi. Fu
certamente un concerto che rimase
impresso nella memoria di molti e
che ha permesso al gruppo di acquisire la notorietà necessaria per poter
lavorare in Italia negli anni a venire.
Insieme al contratto con la PDU,
questo concerto ha in qualche modo
trascinato il gruppo verso la nostra
penisola. ❖
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Eventi
FIM 2014, UN MONDO
DI MUSICA A GENOVA
Artisti affermati, nuovi talenti,
seminari, tributi, una grande mostra mercato e strumenti musicali
di tutti i tipi: questi e molti altri gli ingredienti della prossima
edizione del FIM – Fiera Internazionale della Musica, dal 16 al
18 maggio alla Fiera del Mare di
Genova.
La serata di inaugurazione di venerdì 16 sarà dedicata al chitarrista
più amato di sempre, Jimi Hendrix:
Marco Zoccheddu, Mauro Culotta,
Andrea Cervetto e altri riproporranno
alcuni brani del talento di Seattle
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mentre il maestro Franco Ori, ritrattista e disegnatore di celebri artisti,
realizzerà sul palco del FIM una
“live picture”, un quadro su tela raffigurante il volto di Hendrix.
La fiera si fa sempre più internazionale a partire proprio dai
primi nomi dei Fim Awards 2014,
i premi assegnati durante la manifestazione; Bobby Kimball, frontman dello storico gruppo dei Toto,
ritirerà il premio “Legend of Rock
– best voice” e canterà i suoi più
celebri successi sul palco principale del FIM domenica 18 maggio.
Grande risalto verrà dato ai tecnici
della musica, con due ingegneri del
suono di primissimo ordine: Eddie
Kramer, l’uomo che ha registrato gli
album di Beatles, David Bowie, Eric
Clapton, Jimi Hendrix, Led Zeppelin e Rolling Stones, verrà insignito
del premio “Best Studio Sound Engineer” e sabato 17 condurrà un
imperdibile spettacolo sulla storia
del rock arricchito da foto, video e
aneddoti sugli anni di Woodstock
’69. Colin Norfield, l’uomo chiave
dei concerti dei Pink Floyd e dell’ultimo tour di Zucchero, ritirerà invece il premio “Best Live Sound Engineer”. Il batterista e produttore di
voci come Whitney Houston e Giorgia, l’americano Michael Baker, è
invece il “Best Drummer” 2014.
Tra gli artisti italiani presenti i Gem
Boy, i chitarristi Andrea Braido e
Luca Colombo, l’orchestra di cajon
di Marco Fadda, Don Backy, i Camaleonti e i Delirium. Non mancheranno i premi assegnati all’eccellenza ligure: in una grande serata
dedicata a Genova, saliranno sul
palco i Buio Pesto, Fabrizio Casalino, i Tuamadre, l’Orchestra Bailam,
Roberto Tiranti e Claudia Pastorino.
In tema di prestigio locale, non poteva mancare la presenza del Con-
servatorio Niccolò Paganini, che
preparerà un’esibizione di quasi 80
elementi d’orchestra.
Una delle novità di questa edizione sarà MTM - Meet The Music, un’area con accesso riservato
esclusivamente a discografici, produttori, editori e distributori di musica, uffici stampa e agenzie di booking. Gli addetti ai lavori potranno
scambiarsi idee, opinioni e conoscenze sul mercato musicale, e riceveranno su appuntamento cantanti o gruppi esordienti in cerca
di qualcuno che scommetta su di
Eventi
loro. Massimo Gasperini, titolare
dell’etichetta discografica Black
Widow Records, organizzerà per
il secondo anno il Riviera Prog Festival, il palco dedicato alla musica
progressive: sul palco saliranno
Osanna, Il tempio delle clessidre,
La locanda delle fate, Alphataurus,
Aldo Tagliapietra (ex Le Orme), La
maschera di cera, Prophexy con
Richard Sinclair.
Anche quest’anno torna Fim
On Air, lo spazio in cui le radio
e i media partners potranno trasmettere le interviste realizzate agli
ospiti della Fiera. E poi ancora l’Area
Expo’, un’area espositiva con tutto
l’indispensabile per il musicista,
l’area Dj Mania per gli amanti della
consolle con Lo Zoo di 105 al sabato
sera, spazio al ballo e ai performer
nell’area Mondo Danza, senza dimenticare l’importanza dell’aspetto
formativo con l’Area Seminari che
ospiterà eventi e presentazioni: già
confermato l’intervento dell’AES –
Audio Engineering Society, i massimi esperti nel mondo nel campo
dell’ingegneria audio.
Per info: [email protected] www.fimfiera.it
GENOVA, UNA CITTA’ PROTAGONISTA: Al FIM il meglio della musica ligure
Genova la Superba, la città dei
cantautori per eccellenza, è la magica cornice che farà da sfondo al
FIM – Fiera Internazionale della Musica, dal 16 al 18 Maggio alla Fiera
del mare; la kermesse, quindi, non
poteva non rendere omaggio al
suo luogo d’origine con una serata
di note e premi. Sabato 17 si esibiranno sul palco blu i migliori artisti liguri, cantanti e gruppi che si
sono distinti nell’ultimo anno per i
loro numerosi meriti artistici e che
hanno dato lustro a Genova e alla
regione.
Claudia Pastorino, artista pegliese
dalla carriera pluriventennale, fondatrice nel 2005 a Genova della
Scuola di Cantoterapia, ritirerà il premio “Cantautrice Ligure”; l’ultimo dei
suoi 7 album, Ligyes, è un viaggio
musicale tra inediti e cover nelle radici alla riscoperta – appunto – dei
Ligyes, i popoli abitanti l’attuale terra
di Liguria, già conosciuti nell’antichità per le loro doti canore.
L’Orchestra Bailam e la Compagnia
di canto Trallallero, invece, saliranno
sul palco portando a casa il premio
“Tradizione Ligure”: fondata nel
1989, l’orchestra nasce con forti influenze di musica araba e balcanica,
ma esplora anche la musicalità e le
suggestioni della musica genovese
portando quest’ultima all’attenzione
dei maggiori festival canori internazionali. Le loro numerose collabora-
zioni (da Luca e Paolo a Carla Peirolero ed Enrico Campanati, da Roberta Alloisio a Marco Fadda) sottolineano la voglia di percorrere nuove
strade, come la recente unione con
la compagnia di canto Trallallero che
ha portato al successo dell’ultimo album “Galata”.
I giovani Tuamadre, invece, sono
la migliore “Band Emergente Ligure”:
Naim Abid (voce), Eugenio Ruocco
(batteria), Alfredo Sarpero (piano e
tastiere), Gigi Magnozzi (chitarra),
Pietro Martinelli (basso), Francesco
Mascardi (sax), Stefano Bergamaschi (tromba) e Tony Carvelli (trombone), otto talentuosi musicisti che
hanno fatto dell’ironia la loro arma
vincente e che alternano brani famosi del passato e del presente arrangiati secondo il loro stile, un po’
jazz e un po’ rock steady, passando
per il reggae, la musica classica e
yiddish.
I Buio Pesto, capitanati da Massimo Morini, ritireranno il premio
“Musica Ligure nel mondo”: dal 1995
ad oggi hanno venduto 83.000 dischi (ottenendo un Disco d’Oro alla
carriera), si sono esibiti in più di 600
concerti di fronte a un pubblico di
oltre 1.200.000 di persone, e hanno
raccolto fondi destinati alla beneficienza per una cifra di 190.000
euro. I loro nove album si sono piazzati nei primi nove posti della classifica di vendita in Liguria degli ultimi
15 anni, e quarti assoluti nella storia
della musica genovese. Al cantautore Fabrizio Casalino, sulla scena
da oltre vent’anni, verrà assegnato
il premio “Comicità in musica”. Artista poliedrico, Casalino alterna le
esibizioni comiche a carattere musicale e le imitazioni (da Mario Biondi
a Gianluca Grignani, passando per
gli sketch con personaggi inediti
come Giginho e Mirko) alla scrittura
di brani e canzoni. Due album suoi,
un libro, nel 2012 vince il prestigioso
premio Bindi.
Domenica 18, dopo il live di Bobby
Kimball dei Toto, sarà la volta di Roberto Tiranti, premiato come miglior
“Voce Ligure”: lo studio del canto lirico gli ha conferito un timbro unico
e potente, perfetto per il musical (a
cui spesso prende parte). Dal 1997
è il cantante dei Labyrinth, gruppo
power/prog metal col quale ha registrato sei album e aperto i concerti
italiani di Megadeth, Ozzy Osbourne
e Iron Maiden, ma collabora con altri
gruppi ed artisti internazionali. L’11
gennaio 2014 è salito sul palco del
Politeama Genovese per presentare
lo show “40-25”, una festa – concerto con amici e colleghi illustri
come Stef Burns, Vittorio De Scalzi,
Rocco Tanica, Irene Fornaciari e
tanti altri.
Sul palco del FIM si prepara una
festa lunga tre giorni: la festeggiata?
Genova! ❖
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Eventi
Comunicato stampa
Il Comune di Civitella Alfedena e l’Associazione Mantice,
nell’ambito della 14a edizione del Civitella Alfedena Folk Festival,
che si terrà dal 24 al 30 Agosto 2014,
intendono promuovere nel giorno inaugurale il concorso “VerdiNote”
riservato a gruppi italiani e stranieri nel campo della musica popolare.
Il gruppo che risulterà vincitore del concorso si esibirà il giorno Domenica 24 Agosto 2014
nello scenario della Camosciara, nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise.
Il concerto sarà in acustico o semiacustico.
L’iscrizione al concorso è completamente gratuita e riservata.
Il bando del concorso si può scaricare dal sito:
www.mantice.net
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Argomenti
5 mesi di lento viaggio per assaporare
il paesaggio, “costruire” e trasportare cultura
da condividere
LA CAROVANA BALACAVAL
di Fulvio Porro
Tutto “quasi” pronto per la serata di bal-folk con i musicisti (da sinistra a destra: Peyre Anghilante, Marco Ghezzo, Claire Vincent, Manuela Almonte, Stefano
Protto) che “scalpitano” sul carro/palco e, in primo piano gli attori (Andrea Fazzari e Eva Maria Ciscino) che intrattengono il pubblico in attesa delle prime note!
L’
idea di “trasportare” cultura
a tutto tondo (musica, teatro, prosa, cinema, giocoleria) con incedere lento e misurato,
ma parimenti con passo fermo
e sicuro, potremmo ben dire “a
passo d’uomo”, ma nel caso non
è certo fuori luogo dire “a passo di
cavallo”, per meglio assaporare e
far assaporare il proprio spirito, la
propria identità, gli usi, i costumi, le
tradizioni, insomma la propria cultura, è probabilmente nulla di par-
ticolarmente originale, un “deja vu”
verosimilmente però maggiormente
avvezzo a culture non indigene.
Ma, stante il fatto che nulla o
quasi si inventa ma tutto o quasi
si può adattare e personalizzare, e
che le buone idee possono ragionevolmente essere “copiate”, il seme
dal quale prenderà vita iniziale la
futura “Carovana Balacaval”, nome
assai evocativo, e da leggersi proprio come carovana nel senso più
stretto del termine, germoglia sul fi-
nire dell’anno 2009 in capo ai suoi
due fondamentali artefici, Manuela
Almonte e Stefano Protto.
Manuela è fisarmonicista, cantante ed elemento di spicco
dell’Associazione Bruskoi Prala,
un’equilibrata mistura di variegate
culture a “cavallo” tra la “Granda”
(la provincia di Cuneo) e la Moldova rumena, può far valere importanti competenze nel campo della
progettazione di eventi, dell’organizzazione culturale e, come poco
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Argomenti
La serata cineconcerto con il “grande vagabondo” Chaplin
musicato in diretta
oltre diremo, risulta anche provetta
camminatrice sui sentieri montani
come su quelli della storia.
Stefano, artigiano e noto contrabbassista cuneese, ha già abitudine
nel girovagare il mondo al traino
equino avendo maturato un’importante esperienza insieme alla compagnia francese dei Croque Mule,
che tra il 1997 e il 2004 compì
un lungo, articolato e avventuroso
viaggio, proprio su una carrozza
trainata da muli, partendo dalla natia Carcassonne per giungere sino
alla Romania, entrando quindi in
contatto con realtà storico-culturali
assai dissimili dalle proprie, ma
parimenti assai simili nei loro tratti
“somatici”.
A questo percorso si sono collegate altre più contenute esperienze di viaggio: la Compagnia
a Bassa Velocità che nell’estate
2005 si mosse dal Piemonte verso
la Toscana, e la tournèe piemontese del 2007 dei Bruskoi Prala, il
gruppo musicale di cui fanno parte
Manuela e Stefano, che li portò a
raggiungere piazze musicali importanti come il Nuvolari di Cuneo,
Dançar Occitan a Saluzzo e l’ormai
tramontato braidese “Pollenzo mon
Amour” a bordo di una carrozza.
Proviamo, anche solo per un
I violini di Stefano Protto (a sinistra) e Marco Ghezzo che si rincorrono sull’aia e i ballerini che volteggiano
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Argomenti
Laboratorio per i bambini
Suggestiva immagine
momento, ad immaginare
del gruppo musicale
quale potrebbe essere
con Peyre Anghilante
stata, o ancora potrebbe
e Manuela Almonte in
essere la nostra reazione
primo piano e, alle loro
spalle da sinistra, Claire
all’arrivo della band in cartellone a bordo di un carro Vincent, Stefano Protto e
Marco Ghezzo
(il “mitico” Bruskoi Prala
Gipsy Wagon) trainato da
una cavalla, ovviamente unghe- di personaggi, a cominciare da
Claire Vincent, moglie di Stefano
rese!
Stupore sicuramente, ma verosi- ma soprattutto scrittrice di testi,
milmente anche una buona dose di blogger del progetto, suonatrice di
simpatia, affetto, curiosità e atten- clarinetto e flauto traverso, Marco
zione per quel “carrozzone” di luci, Ghezzo, apprezzato violinista cunecolori e suoni, per quell’insieme ese e Peyre Anghilante, di storica
multiculturale di personaggi, storie famiglia occitana, cultore di fisared esperienze che ha scelto uno monica e sax, nonché apprezzato
stile di vita quantomeno singolare. cuciniere per l’occasione!
Negli anni gli impegni extracaSin dalla prima embrionale ipotesi di allestimento della carovana, rovanieri dei singoli artisti hanno
Manuela e Stefano hanno saputo portato ad una naturale evoluzione
raccogliere intorno a sé e al pro- dell’organico, sia sotto il profilo artiprio progetto un congruo numero stico come quello più strettamente
Il gruppo musicale in piena attività per il bal-folk, con Manuela (fisarmonica) a dettare i tempi a Peyre
Anghilante (sax), Claire Vincent (clarinetto), Stefano Protto (contrabbasso) e Marco Carollo (violino)
tecnico. Si sono così susseguiti
e avvicendati i vari Andrea Fantino (foto e video), Diego Mearini
(costruzione carri e parquet), Eva
Maria Cischino (attrice e barista),
Andrea Fazzari (attore), Alberto Comino (luci e percussioni), Francois
Gozlan (audio e chitarra), Virginia
Cerqua (attrice), Davide Vergnano
(violino).
Tra gli ultimi e qualificati acquisti
della Carovana è da annoverarsi
la Compagnie de la Luna, un duo
francese con Iro de la Luna, musicista, attore, conducente e costruttore di carrozze, e Anouk Sébert
animatrice di laboratori per bambini, trampolista e appassionata di
cavalli.
Accanto allo staff che viaggia e
vive sui carri per tutto il periodo
del tour, la Carovana ospita di volta
... dovremmo stare nei limiti di velocità …
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Argomenti
In viaggio lungo il Tanaro: acqua che scorre lenta ad accompagnare l’incedere parimenti lento della carovana
in volta anche giovani artisti locali
e parimenti riesce ad aggregare a
sé anche nomi di maggior peso, da
Lollo Meyer (chitarrista manouche)
a Pino Petruzzelli (autore e attore
teatrale), senza disdegnare pillole
d’oltreoceano come l’esplosiva formazione californiana dei Fishtank
Ensemble o ancora Sol Ruiz, interessante cantautrice di Miami.
Così si esprime Manuela Almonte, cuore pulsante dell’organizzazione, alle soglie dell’avvio della
quarta esperienza: “La Carovana
Balacaval è nata perché vogliamo
lavorare per qualcosa che abbia
In viaggio in mezzo ai campi di grano, prossimo alla maturazione
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un senso, ovvero che produca benessere per esseri viventi e che rispetti la salute della terra.
Lavoriamo in campo culturale:
la cultura è tante cose, arte, cibo,
musica, lingua, modalità di relazionarsi, racconto, trasmissione
di saperi, la cultura nasce dalla
terra, cresce attraverso le comunità e si muove sulle gambe dei
viaggiatori, dei nomadi, dei migranti.
Sulla sua strada la Carovana incontra altra cultura, si confronta,
si arricchisce e si trasforma. In
ogni luogo si succedono epoche di
fioritura culturale, in cui i popoli
esprimono curiosità, maestria,
creatività, apertura, ed epoche in
cui prevalgono la paura, la sfiducia, la chiusura. In questo mondo
che si è fatto piccolo, noi conosciamo entrambi i sentimenti”.
La Carovana Balacaval non è un
“amarcord” o una rievocazione sto-
Argomenti
In lento e rilassato movimento tra le dolci colline delle Langhe
rica, semmai vuol’essere l’affermazione che anche e ancora nel terzo
millennio si può viaggiare lentamente senza per questo rinunciare
a ciò che è frutto dell’innovazione e
della tecnologia, sempre più votata
alla leggerezza e al risparmio energetico.
D’altra parte le carrozze sono i
mezzi più adatti al perseguimento
degli obiettivi di una compagnia
che vuole viaggiare portando con
sé tutto il materiale necessario
per creare un contesto di festa e
di incontro, abitare ogni luogo di
sosta creando una sorta di aia nomade aperta al pubblico, ma soprattutto entrare in contatto il più
possibile con i luoghi attraversati
compiendo appunto un viaggio a
bassa velocità e ad alta vivibilità.
La carovana 2014 è composta da
cinque carrozze, ognuna destinata
a specifiche attività (palcoscenico,
punto informativo, ufficio, bar, cucina, dormitorio …) e si porta appresso tutto o quasi il necessario
per l’allestimento degli spettacoli,
dal parquet per il ballo folk all’illuminazione di scena, all’amplificazione (pur ovviamente contenuta)
per finire con filo elettrico, batteria
e paleria per recintare l’area di ricovero dei cavalli.
La Carovana, in massima sintesi,
vuole quindi rappresentare un laboratorio artistico a mobilità dolce
(la velocità di trasferimento non supera i 7 km orari) che offre spettacoli, laboratori, attività culturali ad
ampio raggio, incarnando una filosofia di vita basata sul contatto con
le comunità, la riscoperta e valorizzazione delle loro storie, usi, costumi e tradizioni, il territorio, con
le sue peculiarità, e sulla fruizione
attiva, partecipata e partecipante
del pubblico.
Nei luoghi di sosta i carri rappresentano la prima e più naturale
scenografia degli spettacoli; riuniti
a semicerchio “ricostruiscono” la
vecchia piazza del paese, punto di
tradizionale raccolta e abituale incontro delle genti, dove le persone
si ritrovano, siedono, chiacchierano (il tempo, il raccolto, un po’ di
sano “gossip” campagnolo), mangiano e bevono in salutare compagnia.
Ricordo del tutto personale della
mia infanzia in Langa (le colline cuneesi che da Alba salgono verso il
mare), a margine della storia della
Carovana, è il banchetto domenicale in occasione della “Messa
granda”, quella delle ore 11.00,
allestito dal postino per la distribuzione della corrispondenza “non
urgente” alle popolazioni delle frazioni, spesso anche molto distanti
dal paese.
In questo scenario evocativo artisti, tecnici, paesani si ritrovano
accomunati da storie condivise: chi
porta un formaggio, chi porta un
salume, il “pintone” di vino certo
non manca, e si mangia e si conversa amabilmente in attesa dello
spettacolo vero e proprio, il tutto
come simbolo vivente dello storico
spirito di “convivencia ousitana”.
Un bello spaccato di vita vissuta e
di storia contadina, dove l’incedere
del tempo è ancora oggi scandito
dal sorgere e dal tramontare del
sole e dal passare, lento ma inesorabile, come l’incedere dei cavalli,
delle stagioni.
Carovana Balacaval, partita in
sordina, ma nemmeno poi troppo
grazie al lavoro, all’impegno e
all’entusiasmo dei suoi promotori,
l’Associazione culturale Bruskoi
Prala, e per essa Manuela Almonte,
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Non è propriamente il parigino Arc de Triomphe ad accoglierli ma (da sinistra a destra) Peyre Anghilante, Iro Just, Stefano Protto, Francois Gozlan, Claire Vincent e Manuela Almonte il loro trionfo se lo
sanno guadagnare sul campo
cui poco tempo dopo ha dato adesione e sostegno anche la Chambra
d’Òc con la sua figura apicale, Ines
Cavalcanti, nelle prime tre edizioni
ha annoverato oltre 170 eventi,
coinvolgendo un buon centinaio
di partner, collaborando con un
nutrito manipolo di artisti di varia
provenienza ed estrazione, e “macinando” oltre 3.000 km.
Nato come gruppo di artisti che
si autoproduce e presenta i propri
spettacoli, il progetto, come era naturale che fosse, sta ora evolvendo
in un luogo di co-produzione e distribuzione di cultura, di incontro e
scambio per una pluralità di artisti,
molti dei quali, in alternativa, probabilmente poche chanches avrebbero avuto in proprio di farsi conoscere e apprezzare da un pubblico
così ampio e variegato.
Ma la Carovana non è solo “al
passato”, è anche al presente,
coniugando al meglio tradizione e
tecnologia: il viaggio della Carovana
viene infatti raccontato dagli stessi
artisti, dalle realtà ospitanti, da media locali e non solo, con immagini,
testi e video sul blog della Carovana
(www.balacaval.it), sulla web tv “A
temp de Lengas” sul portale della
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Chambra d’Oc (www.chambradoc.
it.), e sui social Facebook (carovana balacaval) e Twitter (CarovanaBalacaval).
Ci dice Ines Cavalcanti: “Manuela collabora con la Chambra
d’Oc sin dal 2008 quando ha condiviso con noi il viaggio-progetto
“Occitània a Pè”, 1300 chilometri a piedi partendo dalle valli occitane del Piemonte per giungere
sino all’enclave catalana della Val
d’Aran.
Quando ci ha proposto il progetto della Carovana abbiamo aderito con entusiasmo ritenendolo in
perfetta sintonia con gli scopi statutari della Chambra d’Oc, volti ad
un meticoloso lavoro di sviluppo
delle valli occitane e della loro
cultura, e più in generale al sostegno delle lingue e delle culture
minoritarie.”
La Carovana collabora con Comuni, Fondazioni, Enti di territorio,
Parchi Naturali, Pro Loco, Associazioni di vario genere, ATL, e più
complessivamente con tutti quegli
organismi interessati a recuperare,
valorizzare e diffondere la tradizione, la cultura di un popolo e il
suo territorio, cercando (con buon
successo) di coniugare al meglio
arte, tutela ambientale e coesione
di comunità.
Manuela: “Se da un lato cala la
partecipazione e il sostegno economico dei Comuni e degli enti
pubblici al progetto, e tra elezioni
amministrative e giganteschi tagli
alle spese non ci saremmo aspettati altro, sempre più forte è invece l’interesse che stanno dimostrando tante associazioni, fondazioni, circoli culturali, ma anche
agriturismi e locali”.
Una delle produzioni più caratterizzanti l’intera proposta è sicuramente rappresentata dal cineconcerto Balacaval, la proiezione
di due film comici muti di inizio
secolo, non scelti a caso, (The Vagabond di Charlie Chaplin e Il Maniscalco di Buster Keaton) musicati
in diretta dagli artisti carovanieri,
spesso integrati con artisti locali.
Vuoi per la storia e la tradizione
di buona parte dei territori attraversati, vuoi per la collaborazione con
Chambra d’Oc, l’offerta carovaniera
non può certo esimersi dal presentare il classico “Bal folk occitano”,
suonato da cinque musicisti che
per formazione ed esperienza risultano assai diversi tra loro, ma che
da lungo tempo prendono parte a
feste popolari in Italia e Francia.
Una particolare attenzione è posta
nel conservare l’autenticità di radici
della musica proposta così come
lo spirito di festa popolare, con ciò
utilizzando soltanto strumentazione
tradizionale.
Parimenti interessante risulta
“Dançar Òc in 3D”, una produzione
a metà strada tra la musica, il ballo,
il racconto e il video, nella quale gli
artisti (musicisti, attori e tecnici),
ripercorrendo le storie dei territori occitani attraverso nenie, balli,
canti e documenti storici, offrono
appunto una miscela tridimensionale: ascolto, vista e movimento.
Dançar Òc si presenta quindi
come un’armonica alternanza di
momenti musicali, immagini fotografiche storiche come video più
Argomenti
Ogni occasione è buona per condividere cibo, musica e fare quattro chiacchiere in amicizia
recenti prodotti dalla stessa Carovana, registrazioni di anziani musicisti come Jusep Da Rous e Juan
Bernardi.
Sempre per coniugare al meglio
musica trad (di ogni tempo e di
ogni luogo) e ballo non obbligatoriamente codificato, la proposta “Disco_acustica Balacaval” permette
a sax, fisarmonica, flauto, contrabbasso, chitarra e voce di rincorrersi
gradevolmente e macinare e rimacinanare reggae, cumbie, twist,
balcan beat, proprio come fossimo
in una moderna discoteca… ma
tutto rigorosamente in acustico!
Ma la Carovana pensa anche ai
bambini con una doppia proposta,
quella di Claudio e Consuelo con
il nuovo spettacolo “Dal paese dei
balocchi” e, impegni permettendo,
ancora con la Compagnie de la
Lune, (Iro e Anouk) e la “Meccanica in-cantata”, che dall’alto delle
loro multiformi capacità artistiche,
peraltro supportate da studi circensi e “brevetti di animatori”,
coinvolgono nel divertimento anche gli adulti.
Ancora ai bimbi, ma ampiamente
aperto anche alla curiosità dei genitori, è dedicato il laboratorio su
come si allestisce una carovana e
come funziona il quotidiano dei carovanieri, curiosità, aneddoti di vita,
i cavalli, le carrozze … e tutte le domande, tutte, sono ben accette!
Per sommi capi, una giornata tipo
dei carovanieri si avvia di prima
mattina per raggiungere il luogo
dell’evento serale (una cascina,
un’aia, una piazza, …); qui giunti
il primo pensiero è per i cavalli, insostituibili collaboratori “naturali”,
che devono essere sbardati, abbeverati, nutriti e accompagnati all’area loro riservata (una recinzione
ad hoc in alternativa ad una ospitale stalla).
Poi segue tutto il resto, la sistemazione dei carri, l’approntamento
del campo (per gli artisti come per
gli spettatori “ignari protagonisti”),
l’attrezzaggio dell’area spettacolo
come quella ristorativa: che poi
sia cena a tutti gli effetti, anche a
menù vegetariano, o più semplicemente una “merenda sinoira”,
tutto va bene.
Una volta sistemato l’habitat, per
gli artisti iniziano le prove di musica,
teatro e giocoleria, si verificano le
luci (e l’amplificazione quando prevista), tutto deve funzionare al me-
glio; e nel frattempo ci sta anche di
mangiare, dopo che qualcuno avrà
preparato qualcosa ….
E ancora la Carovana è anche
stata, ed è tutt’ora veicolo di diffusione e sostegno delle lingue minoritarie.
Ci racconta ancora Ines: ”Nel
2013, avendo la Chambra d’Oc
ricevuto mandato per la realizzazione, per conto della Provincia
di Torino, del progetto “Le Lingue Madri” dedicato alle lingue
minoritarie occitana e francoprovenzale, si è progettato un viaggio
circolare della Valle di Susa che è
durato due mesi e ha sviluppato
varie azioni, in particolare lo Sportello Linguistico itinerante di animazione territoriale.
Sicuramente molte persone non
sarebbero spontaneamente andate a cercare lo Sportello linguistico ma in questo modo i Balacaval lo hanno portato direttamente
alle persone.
Per tale occasione è stata realizzata una nuova creazione musicale denominata “La Carovana vai
amont” che è stata ampiamente
diffusa sul territorio, e che ha potuto fruire anche della partecipazione straordinaria di Flavio Giacchero; di questo viaggio ed evento
musicale Alberto Milesi ha realizzato il film dal titolo omonimo,
pellicola che ora è in concorso in
vari festival”.
Praticamente tutta l’area occitana
d’Italia (con la sola esclusione del
Comune di Guardia Piemontese,
in provincia di Cosenza …) è stata
tappa della Carovana: dalla Festa
della Transumanza che da Saluzzo
sale a Paesana portando oltre 600
capi di bestiame e alcune famiglie
di margari, organizzata dalla Fondazione Amleto Bertoni, all’evento
“Crear al Pais” al Forte di Vinadio,
sul tema del rapporto fra tradizione
e nuova creazione, nell’ambito del
progetto transfrontaliero “Itinerari
culturali” elaborato dall’associazione Marcovaldo. L’affluenza di
pubblico agli appuntamenti Ba-
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lacaval lo dimostra pienamente, il
progetto funziona e comincia ad
evidenziare i suoi primi positivi e
attesi risultati, il gruppo di lavoro è
ormai affiatato, motivato, formato
per insegnare e trasmettere la lingua, preparato per archiviare e non
perdere la memoria orale.
Ancora qualche ultima considerazione di Manuela, pur nel concitato e frenetico marasma organizzativo dell’ormai prossima partenza: “Il nostro viaggio lento, in
contatto continuo con i luoghi e
i loro abitanti, è il tempo per costruire insieme, organizzatori, comunità e artisti, spazi di incontro
e di scambio, attraverso la musica
e l’arte, dove germinino fiducia,
coraggio, curiosità, voglia di condivisione. Perché questo sta alla
base delle comunità fiorenti. Riappropriarsi del tempo è il primo
passo.
Per fare questo, che poi è una
cosa semplice, e rendere la Carovana Balacaval un progetto sostenibile, in questo mondo complesso e troppo strutturato, il
tempo è sempre poco e si lavora
tanto. Ma anche nei ritmi più frenetici vogliamo rimanere padroni
del nostro tempo. E fare che ogni
giorno sia differente.
Le relazioni sono la nostra ricchezza, la voglia di condividere
è alla base della comunità che
stiamo creando, il nostro villaggio
Scene di quotidiana vita carovaniera
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Argomenti
sparso. La tavola apparecchiata
nelle piazze, le pareti fragili delle
nostre stanze viaggianti, l’acqua
che necessitiamo per i cavalli, il
loro piacere di mangiare erba fresca che incontra la felicità del
vicino che non dovrà tagliare il
prato, le suonate improvvisate
nelle case di riposo, scrivere una
nuova pagina di uno spettacolo
dopo aver visto il disegno che ci ha
regalato un bambino della scuola
del quartiere, camminare con le
carrozze dietro alla banda del paese, essere musicisti, attori, ma
anche spettatori …essere i nuovi
vicini di casa per tre giorni…”.
La proposta 2014 prevede, a
fianco della formula ormai collaudata dei tre giorni di sosta, un approdo stabile decisamente più articolato il “10 x 10 - La Carovana
entra in Circolo” ovvero 10 giorni
di sosta con l’allestimento di laboratori, passeggiate a cavallo e aperitivi in musica nell’arco della giornata, mentre la sera la proposta di
spettacoli, racconti, video e immagini di viaggio verrà maggiormente
diffusa sul territorio circostante grazie alle innumerevoli collaborazioni
con locali e circoli culturali, sempre
più interessati ad ospitare eventi.
Il nuovo viaggio inizierà intorno
alla metà di maggio dalla Cascina
Bric di Bene Vagienna (CN) per
allargarsi quindi all’area cuneese,
dalla metà di giugno la Carovana
sosterà prima nell’area del pinerolese e quindi Torino sul finire del
mese; biellese, canavese e Val d’Aosta sono gli attracchi previsti per
luglio e agosto, cui seguiranno varie
tappe in direzione est (zona laghi e
varesotto) per poi scendere lungo
il Ticino in settembre, senza escludere una possibile divagazione in
terra emiliana.
In chiusura ci fa infine piacere
ricordare come la Carovana abbia
anche partecipato al premio nazionale “Che Fare per la Cultura”,
e se i voti acquisiti non sono stati
sufficienti per far approdare il progetto al successo finale, rimane
pur sempre la soddisfazione di rientrare tra i “magnifici 40”, come
ha scritto Bertram Niessen su “La
Domenica” del Sole24Ore, ovvero
tra le iniziative culturali che probabilmente, in Italia, meglio rispondono alle sfide del contemporaneo
in termini di innovazione sociale,
nuove forme di fruizione, rifunzionalizzazione degli spazi, rapporto
con i pubblici e con le istituzioni.
Per ulteriori informazioni, per
aggiornamenti sull’incedere carovaniero, l’articolazione delle varie
tappe, per organizzare un “traguardo intermedio” del tour 2014
(sono ancora molte le opportunità in
merito) è possibile visitare il sito ufficiale www.balacaval.it, contattare
l’organizzazione all’indirizzo [email protected]
balacaval.it oppure telefonando al
numero 389.9748042 (Manuela
Almonte) o ancora alla Chambra
d’Oc al numero 328.3129801. ❖
Eventi
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Eventi
DEEZER PARTNER DEL PISTOIA BLUES
Dal 10 al 17 luglio 2014
di Gloria Berloso
P
istoia Blues Festival annuncia la partnership con Deezer (www.deezer.com), il
rivoluzionario servizio mondiale
per la musica in streaming, che
accompagnerà l’evento toscano in
tutte le tappe di avvicinamento alla
35esima edizione, che quest’anno
si terrà dal 10 al 17 luglio 2014.
Attingendo al catalogo musicale
di oltre 30 milioni di canzoni, Deezer offre a tutti gli utenti la possibilità di ascoltare la musica del festival, a partire dai brani significativi
di questa edizione, fino ai successi
delle passate edizioni del festival
grazie ad una serie di playlist create
ad hoc, ognuna dedicata ad un decennio. Grazie a questa iniziativa,
sarà possibile ripercorrere virtualmente tutta la storia del Festival:
dalla celebre prima edizione che
vide protagonista Muddy Waters
(1980) fino all’edizione dello scorso
anno, passando per una lunghissima serie di grandi protagonisti tra
cui: Bob Dylan, Santana, Buddy
Guy, B.B. King, Jimmy Page, The
Doors, Lou Reed, Ben Harper e
molti altri.
La playlist ufficiale dell’evento
è disponibile sulla pagina del Pistoia Blues a questo link: http://
bit.ly/1scXbtD, mentre è possibile
ascoltare tutte le playlist su Deezer
nel profilo del festival. Il player sarà
disponibile anche sulla home page
di Pistoia Blues, dove sarà anche
possibile ascoltare i successi degli
artisti che partecipano a questa edizione nelle pagine a loro dedicate.
Ecco il cast completo degli headliner della 35esima edizione: il
festival aprirà con un’anteprima
speciale dedicata ai Negramaro il
10 luglio in Piazza Duomo mentre
in contemporanea al Teatro Manzoni si terrà il concerto di Mark Lanegan, l’11 luglio è atteso Robert
Plant, il 12 la Bandabardò, il 13 i
Morcheeba, il 14 Jack Johnson, il
15 i Lumineers, il 16 Suzanne Vega
mentre il 17 luglio si chiude con gli
Arctic Monkeys.
Ma non è finita qui: oltre ad essere media partner per tutta l’attività social, Deezer sarà anche
presente al Festival con una conferenza specifica sul tema della
legalità nel mondo della musica digitale. ❖
Ufficio stampa Deezer: Weber Shandwick
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Eventi
Y’AKOTO E ERLEND OYE
(KINGS OF CONVENIENCE)
PER IL FUORILUOGO FESTIVAL
di Gloria Berloso
D
opo il grande successo dello scorso anno torna
anche quest’anno, organizzato dall’Associazione Culturale Officine Carabà, il FuoriLuogo
Festival, un evento unico in Italia all’insegna della
multiculturalità e con un programma di respiro internazionale che attinge dai “salotti buoni” della migliore
letteratura, arte e musica europea. Le date saranno
quelle del 13-14-15 giugno 2014, per una tre giorni
a ingresso gratuito nella splendida cornice del borgo
medioevale di San Damiano d’Asti, che come di consueto sarà trasformato per l’occasione in una vera e
propria cittadella della cultura, per un’esperienza a
360 gradi con incontri, concerti e mostre che si snoderanno per tutte le vie e le piazze del centro storico.
I primi due ospiti musicali confermati sono anche
quest’anno di altissimo livello. Il primo nome è infatti
quello di Y’akoto, giovane cantante tedesca di origini
ghanesi, già un caso in Germania e Francia. L’artista
sta esplodendo come fenomeno globale con il singolo (in heavy rotation su tutte le radio italiane) “Without you”, tratto dal debutto “Babyblues”, in attesa
del nuovo album in uscita nell’estate. Sul palco del
FuoriLuogo Festival 2014 ci sarà anche il norvegese
Erlend Oye, co-fondatore e membro del duo acustico
di fama mondiale Kings of Convenience e che ha recentemente dato il via al suo nuovo progetto solista
The Whitest Boy Alive.
E proprio la Norvegia sarà il Paese ospite dell’edizione 2014 del FuoriLuogo Festival, raccogliendo il
testimone che fu di Olanda e Irlanda lo scorso anno,
con la presenza di scrittori, illustratori e altre personalità legate al Paese scandinavo.
Il programma completo della manifestazione verrà
annunciato a fine aprile, nel frattempo il 4 aprile si
terrà ad Asti l’anteprima ufficiale del festival con l’incontro “Hall of Fame”, dedicato alla storia del basket
NBA, in cui interverranno i celebri giornalisti sportivi
Nicola Roggero e Federico Buffa e che ha già registrato il sold out in prevendita. ❖
SUL WEB: www.fuoriluogofestival. com
UFFICIO STAMPA: Libellula - [email protected]
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Eventi
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Eventi
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Cronaca
20 ANNI DI CELTIC CONNECTIONS
A GLASGOW: DAL 28 AL 30 GENNAIO
Recensione dei concerti di Fraser & Haas,
Sharon Shannon, A Woman’s Heart, Lau,
Lorne Mc Dougall & Ross Kennedy
di Marcello De Dominicis
Sadie and the Hotheads
P
er festeggiare degnamente i
20 anni di Celtic Connections
è stato allestito un cartellone
di concerti straordinario. Donald
Shaw, leader dei Capercaillie, nonché direttore artistico della manifestazione, non ha badato a spese,
costringendomi a fare ogni giorno
scelte dolorose, dato che, purtroppo nei giorni del mio soggiorno
a Glasgow, molti concerti si svolgevano nel medesimo orario.
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28 Gennaio The Mitchel Library,
ore 19, 30: Sharon Shannon &Alan
O’ Connor e Alasdair Fraser&Natalie
Haas
Mi reco con largo anticipo all’Auditorium della Mitchel Library. E’
un giorno di pioggia, ma attraverso la lunga Granville Street, rapidamente, per arrivare puntuale
in questa nuova location di Celtic
Connections, che si rivela come
sempre assai “azzeccata”, sia per
la caratura architettonica, sia per
l’acustica, come sempre all’altezza
della manifestazione.
Ad aprire il concerto di Sharon
Shannon, è il duo scoto-canadese,
Fraser-Haas che presenta il nuovo
album, “Abundance”, appena
uscito per l’etichetta discografica
più celebre della Scozia, la Greentrax. ”Abundance”, che è il quarto
lavoro di questa straordinaria coppia di musicisti, contiene 16 brani,
quasi tutti scritti da Fraser,
ormai, considerato uno
dei più importanti violinisti scozzesi, conosciuto
in tutto il mondo per le
colonne sonore de “L’ultimo dei Mohicani” e del
“Titanic” e per il grande
apporto dato alla rinascita
della musica scozzese.
Le sue esibizioni dal vivo
sono memorabili, per la
grande vivacità delle sue
performance, per il suo
fiddling dinamico, per la
presenza scenica, e per
i continui cambiamenti
di ritmo che strappano applausi
e standing ovations. Sia in coppia
con il pianista Paul Machlis, sia
con il supergruppo Skyedance, sia
con il chitarrista Tony Mc Manus,
lo stile di Fraser è riconoscibile per
lo swing e per la capacità di trascinare il pubblico in una sarabanda
musicale che si vorrebbe che non
finisse mai.
Attivo dal 1982, sembra avere
sempre una nuova giovinezza artistica ed un’infinita gamma espressiva di suoni, per la capacità di
passare dalla profonda malinconia
delle slow air, alla gioia delle gighe, dalla cadenza sostenuta delle
stratspey al virtuosismo dei reel. Il
suo è un suono impeccabile, incredibile ed anche divertente, quando
spesso fa l’istrione sulla scena, imitando con il violino, il suono della
bag pipe. La sua partner artistica,
Natalie Haas non gli è da meno,
per la continua capacità di imporre
i suoi fraseggi con il violoncello,
modernizzando, ritmicamente, i
forti incedere violinistici. Dal 2002
il duo si esibisce nei palcoscenici
di tutti i continenti riscuotendo un
successo straordinario.
Credo di averli visti live, almeno
quattro volte, ma le loro performance ogni volta mi stupiscono,
per la caratura dei suoni e delle
esecuzioni. Ogni volta si superano
perché l’interazione tra violino e
violoncello va ben oltre un semplice
Cronaca
accordo di melodia e accompagnamento. I due artisti si alternano nei
ruoli e l’insieme cresce in ritmo e
complessità portando ogni brano
ad una conclusione di fuoco.
Il loro repertorio è in continua
evoluzione, ed anche in questo
concerto, alternano, brani importanti della loro storia, come, “Calliope meets Frank” (tratto dal loro
primo splendido album, “Fire and
Grace”) a set nuovi come “Connie suite” tratta da “Abundance”
e commissionata a Fraser dal suo
amico Howie Muir, per il compleanno della moglie Connie. Il brano,
diviso in quattro danze, si apre
con la vivace giga, “Les Jumeaux
jig” e termina con la strathspey/
reel “Hot club d’Ecossè”, ispirata
allo stile di Djiango Reinhardt. E’
lo swing, che caratterizza molte
delle danze eseguite dal duo che,
anche negli omaggi ad altri grandi
compositori, come Neil Gow o
Duncan Chisolm (ascoltare per
credere “Farley Bridge”, sempre
dall’album “Abundance”), dimostra la grande passione di suonare
dal vivo e di divertirsi sul palco, e
di emozionare il pubblico, con un
entusiasmo contagioso. Fraser è
un gigante sul palco e Natalie, ne
è la degna partner, facendo interagire il suo cello, con il violino, in
tutte le possibili gamme sonore, sia
ritmiche che armoniche, in tutti i
generi della musica strumentale
scozzese ed anche nelle
escursioni in altri mondi
come il bluegrass e la
musica africana, il jazz
ed il funky.
Nei loro concerti, trecento anni di musica
vengono ripercorsi con
fuoco e grazia, esattamente, come il titolo
del loro primo album.
Inutile dire che consiglio vivamente a tutti di
acquistare il loro ultimo
album in cui, tra l’altro,
oltre i due protagonisti,
suonavano anche musicisti del calibro di Donald Shaw,
James Mackintosh, Dominick Leslie, Hannake Cassell. Dopo questo
caleidoscopio di colori e di piacere
regalatomi dai due “mostri sacri”,
mi reco, durante l’intervallo a sorseggiare una birra in attesa dell’esibizione dell’altra “star” del folk
irlandese, Sharon Shannon. Nonostante sia un profondo conoscitore
della sua musica e della sua discografia, è la prima volta che ascolto
dal vivo la grande accordeonist irlandese…. . L’attesa non si rivelerà
vana!
Una carriera lunghissima quella
di Sharon Shannon, nata nel villaggio di Corrofin, nel 1968, iniziata
con la band della contea di Clare,
”Disirt Tola”, culminata a 14 anni
con il suo primo tour in America.
Sharon si mette in luce come brillante fisarmonicista, ma è anche
abile polistrumentista, perché
suona benissimo anche, violino,
whistle, e melodeon. A metà degli anni ottanta dopo aver studiato
fisarmonica e violino con Karen
Tweed e Frank Custy, che dirà subito di lei: “Fin dal primo momento
che l’ho ascoltata ho capito subito
che Sharon aveva il “golden touch”.
Nel 1989, ha subito la grande
occasione di entrare nel grande
giro della musica irlandese, perché Ringo Mc Donagh, appena
lasciati i De Danann, la vuole con
sé nel supergruppo degli “Arcady”,
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Cronaca
Tim O'Brien and Darrell Scott
con cui purtroppo non inciderà alcun disco. Subito dopo, entra nei
Waterboys, con cui inciderà nel
1990, l’album, “Roam to Roam”.
Stanca di accontentarsi di suonare
con questo o quel gruppo, Sharon, incide nel 1991, il suo primo
album solo, che ebbe un grande
successo, per le numerose incursioni in più generi musicali, come,
cajun, reggae, musica francese
e portoghese. L’anno successivo,
partecipa al progetto “A woman’s
hearth”, con grandi cantanti come
Eleanor Mc Evoy, Mary e Frances
Black, Dolores Keane etc, che passerà alla storia come il disco, in assoluto, più venduto in Irlanda. Con i
successivi album, “Out of the gap”,
“Each little thing”, “Spellbound”,
“Live in Galway” e “The diamond
mountain session”, si sposta verso
il folk rock, aprendosi a collaborazioni con musicisti prestigiosi come
Bono, Donal Lunny, Steve Earle,
Jackson Browne, Carlos Nunez,
etc, ricevendo anche un disco di
platino ed il premio come “best female traditional artist” per l’anno
2001 dall’Irish Music Magazine. Il
resto è storia recente con l’album
“Flying circus” del 2012 con la
RTE’ Concert Orchestra. Eccola….
che entra nel palco seguita dal pianista, chitarrista e cantante, Alan
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O’ Connor, suo ultimo pard musicale da oltre un anno. E’ minuta,
sembra molto più giovane dei suoi
46 anni.
Inizia il concerto in maniera viva,
gioiosa, cominciando con uno dei
suoi brani più antichi, “The Coridinio” dall’album omonimo del 1991.
Da grande strumentista qual è, ci
fa subito capire di che pasta è fatta
una sua esibizione: ritmi, accelerazioni, cambi di tempo improvvisi,
rivisitando la sua intera carriera e
cambiando spesso strumento. Altre perle scorrono nella sua set list,
tra cui il celebre brano, “Cavan
Pothlose”, conosciuta anche da
noi, per essere la sigla finale della
trasmissione, “Geo&Geo”, in onda
da molti anni su Rai 3.
Seguono altri set, molto ruffiani,
con la gente che scandisce il tempo
con il battito delle mani, mentre lei
ed Alan eseguono “Rathlin Island”
e “Duo in G”. La musicista, poi, lascia un po’ di spazio al talento di
Alan O’Connor che esegue il classico di Leadbelly, “The Midnight
Special”, mettendosi in evidenza
per l’abilità con cui riesce a suonare
quasi contemporaneamente chitarra e pianoforte e per l’uso abilissimo di loop e bassi. Arrangiamenti,
freschi, presenza scenica straordinaria, a volte, anche esagerata, ma
la musica che propone ti fa saltare
dalla poltrona come dinamite, la
Shannon sciorina il meglio di sé,
con la rilettura del “classicone”
“Music for a found harmonium”
della Penguin Cafè Orchestra e con
la travolgente cover di “Galway girl”
di Steve Earle, con cui fa cantare
tutto il pubblico, me compreso, e
con cui finisce il concerto, in un
tripudio di applausi, chiamando
in scena anche Alasdair Fraser e
Natalie Haas. Per essere il primo
concerto, di folk music che vedo
a Glasgow quest’anno, non potevo
cominciare meglio!
29 Gennaio, Glasgow Royal Concert
Hall, ore 19, 30: “A Woman’s
Hearth” featruring: Eleanor Mc Evoy,
Mary Couglan, Sharon Shannon,
Hermione Hennessy, Emily Smith
Un grande concerto mi aspetta
nel tempio della musica scozzese
a Glasgow, la Royal Concert Hall,
sold out, per la rievocazione di uno
spettacolo ed un disco, di cui ho
scritto, proprio sopra, per rievocare
uno dei punti più alti della carriera
di Sharon Shannon. Sapientemente
orchestrato dalle mani e dall’ugola
della celebre cantante pop irlandese, Eleanor Mc Evoy, ecco il concerto “A woman’s hearth”, che ci
riporta ai fasti dell’omonimo disco
del 1992, che fu numero uno nelle
chart irlandesi per oltre quattro
mesi.
Lo spettacolo, oltre alle due protagoniste originali, presenta altre prestigiose voci della musica irlandese,
come, l’irresistibile cantante, Mary
Coughlan ed la rappresentante
della nuova generazione di singers,
Hermione Hennessy. A fare da
contraltare, per la Scozia, a queste
grandi artiste, Emily Smith che presenta il suo ultimo album, appena
uscito, ”Echoes”. Proprio la Smith
apre il concerto, con molti brani
tratti dalla sua nuova, quinta, fatica.
Festeggia, in questo palcoscenico,
dieci anni di carriera con un album
che evidenzia le sue grandi doti vocali, che l’hanno portata assieme a,
Cronaca
Anthony D’Amato
Karine Polwart e Julie Fowlis, a diventare, la principale esponente del
nuovo Scottish Sound. L’interesse
per la canzone tradizionale, viene
sviluppato da Emily in modo personale e moderno.
Accompagnata dalla chitarra e
dal violino di suo marito Jamie McClennan, Emily dà un tocco personale ad ogni ballads, con voce
espressiva e profonda che lascia
gli ascoltatori attenti ed incantati su
ogni singola nota emessa. Coinvolgente, tesse delicate melodie ed armonie diverse su ogni canto, marcandoli con un “twang americano”,
dovuto sia alla scelta di brani appartenenti alle due diverse etnie
(Scozia ed America), sia al tentativo di imprimere una nuova pista
al suo modo di far musica. Proprio
per perfezionare questa strada,
Emily ha voluto che grandi musicisti americani come, Jerry Douglas, Tim O’ Brian, Natalie Haas,
Darrell Scott, presenti sul palco
della Royal Concert Hall, fossero
protagonisti dell’album, assieme
ai consueti musicisti scozzesi ed
irlandesi della sua band. Brani
come “Twa Sister” e la splendida
“The final Trawl” in cui è supportata dagli splendidi controcanti di
Aoife O’ Donovan, rimarranno, per
me, ricordi indelebili di questa sua
bella performance. Nulla invece
voglio dire della cantante successiva, Hermione Hennessy, figlia del
defunto e compianto cantastorie,
Christie Hennessy, perché pur dotata di una bella ugola, forse, difetta nel repertorio, proponendo dei
brani che sembrano appartenere
ad un filone “glam” del folk e del
pop, molto più vicini al commercialissimo “Nashville sound”, che alla
canzone d’autore.
Di tutt’altra caratura, invece, il
set di Mary Coughlan…., una voce
senza tempo, a volte roca, speziata,
strascicata, ma dal grande impatto
seduttivo. Universalmente amata
in Irlanda per il suo blues fumoso,
pieno di whiskey, per il suo grande
talento nell’interpretare in modo
molto free, ballads e brani jazzati.
Con la sua innata simpatia, i modi
bruschi e sinceri, incanta il pubblico con una versione mozzafiato
di “Let it be me”. Oltre 25 anni di
carriera discografica, con 15 album
solisti, una popolarità straordinaria,
ma spesso, anche contestata per la
sua onestà brutale, soprattutto, per
quanto riguarda i temi dell’aborto
ed il ruolo delle donne nella società
irlandese, Mary ha avuto alti e bassi
con vendite fenomenali, ma anche
cadute a picco, dovute ad una cattiva gestione del suo successo.
Tutto questo suo vissuto si percepisce nelle sue esibizioni che
lasciano un segno profondo in chi
ascolta, fino ad avvolgere e scarnificare l’anima. Si pensi alle sue
cover di “Ice Cream Man” di Tom
Waits, oppure di canzoni come
“Ancient Rain” o “Invisibile to
you”… che ti scaldano cuore ed
anima. In questo concerto sono in
compagnia del grande musicista
svizzero Pietro Bianchi (ex leader
dei Lyonesse) che come me, rimane estasiato dalla personalità e
dai magnifici timbri di questa sfortunata cantante.
Alla fine una selva di applausi accompagna la sua uscita di scena. Di
Sharon Shannon, e, del suo show,
abbiamo già parlato abbondantemente, non resta che parlare dell’esibizione finale di Eleanor McEvoy,
titolare di questo bel progetto da
oltre 20 anni. Si presenta “armata”
di chitarra e ci dimostra subito che
non è l’artista di un solo hit, “Only a
woman’s heart”, vecchio, ormai, di
oltre vent’annni, ma una songwriter
di razza, dotata di una gran voce.
Snocciola canzoni, nuove, mai
ascoltate, ma anche brani di grande
impatto, come “You’ll hear better
song than this”, perla dall’album
del 2011, “Alone” che commuove
per il bel testo e per un’interpretazione davvero emozionante…
E’ la seconda volta che l’ascolto
live, e la sua performance mi convince molto di più, rispetto a due
anni fa. La scelta di uscire da una
major, dopo aver venduto più di
un milione di dischi, le ha restituito la libertà di poter ricominciare a
scrivere brani molto interessanti e
di ritrovare una vena creativa, che
sembrava aver perso. Il concerto
però incalza e ci porta al gran finale
che tutti aspettano: “Only a woman’s hearth” che Eleanor intona,
con una voce di velluto, seguita da
tutte le voci che si sono avvicendate
nella serata, con il prezioso accompagnamento dell’organetto della
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Cronaca
Capercaillie
Shannon. Il pubblico canta insieme
a loro…. un vero trionfo finale che
lascia tutti soddisfatti.
30 gennaio, National Piping Center,
ore 20,00, Lorne McDougall & Ross
Kennedy
L’ultimo giorno a Glasgow, cerco
di avere il dono dell’ubiquità,
perché voglio tentare di vedere
due concerti diversi, nello stesso
tempo. Comincio con i Lau, recandomi alla City Hall, alle 19,30….
ma, stranamente, il supergruppo
scozzese, capitanato da Kris Driver
e Martin Green, almeno in questa
occasione, non mi sembrano all’altezza dei loro precedenti concerti,
che ho gustato in tutti questi anni
di Celtic Connections. Troppi effetti,
loop, lunghe introduzioni, guastano
la loro performance o, forse, sono
io che non riesco ad accettare la
loro nuova svolta. Resisto fino al
terzo brano e poi scappo in direzione del “Pipino Center”, dove il
gruppo dell’ex Capercaille, Marc
Duff, ha appena finito di esibirsi. Mi
trovo quindi al posto giusto al momento giusto! Volevo ascoltare l’ex
voce e chitarra dei Tannahill Weavers, degli Iron Horse e dei Canterach, Ross Kennedy ed il nuovo
“enfant prodige” della small pipe,
Lorne Mc Dougall, degno erede dei
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grandi piper scozzesi, Martyn Bennett, Fred Morrison, Gordon Duncan, Allan Mc Leod.
Il concerto è davvero coinvolgente, i due si completano a vicenda e divertono il pubblico con i
loro racconti e la loro bravura. Due
diverse generazioni di musicisti che,
però, trovano una loro unitarietà nel
fare musica insieme. Sognavo da
molto tempo di poter ascoltare la
voce e la chitarra di Ross Kennedy,
e ora, finalmente, mi abbandono al
suo timbro forte e personale. Il suo
canto melodico colpisce nel segno,
mentre canta “Terror time”, celebre
brano, scritto da Ewan Mac Call,
dove anche, la sua chitarra è efficace quanto il canto, ma lui è ma-
estro nel flatpicking ed ha prodotto
e suonato in oltre 40 album, al servizio di musicisti di fama mondiale.
A volte è lui che funge da ritmica
per il giovane piper di Carradale
nel Kintyre, quando Lorne attacca
a suonare reels o strathspeys, a
volte è Mc Dougall che gli fa da
spalla anche in divertenti siparietti,
come nel caso della bella canzone
in lode delle isole Arran. Parlando
con lui, dopo il concerto, ho capito
che la carriera di Ross Kennedy lo
ha portato in diversi paesi in tutto il
mondo e lui mi ha detto che non ha
mai deluso i suoi ascoltatori anche
quando era privo di band, sapeva
come strappare applausi, magari
cantando un brano di Burns. Ha
ragione il suo grande “mestiere” e
la sua presenza scenica sono fantastici. Il duo con Mc Dougall funziona
benissimo, i due sono affiatati, si
divertono a cambiare strumenti,
a far impazzire il pubblico, nei set
veloci che ci regalano. Entrambi
hanno militato nei Canterach, per
cui spesso riprendono brani tratti
dal repertorio del loro ex gruppo.
Il tempo purtroppo trascorre velocemente ed una meravigliosa slow
air di Lorne con il whistle ed un set
di reels, chiudono un concerto tra i
più belli e partecipati che ho visto…
Ho ancora nella testa la voce di
Ross Kennedy… peccato non abbia cantato “Farewell to Fuinary”,
sarebbe stata la classica ciliegina
sulla torta. ❖
Sharon Shannon
Eventi
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Interviste
INCONTRO CON
MARTINA CATELLA
Direttrice del centro parigino Glotte-Trotters
che dal 2009 si chiama più precisamente
«Centre de recherche et de formation vocale Martina A. Catella»
di Giordano Dall’Armellina
M. Catella in piedi a destra nel suo laboratorio
U
no dei luoghi dove con più
entusiasmo si cantano i nostri canti popolari di tutte le
regioni italiane è a Parigi presso un
centro chiamato Les Glotte–Trotters, gioco di parole derivato da
Globetrotters, nome di una famosa
squadra di basket, con la differenza che Glotte fa riferimento alla
glottide cioè alla gola e al fatto che
si canta in decine di lingue diverse
facendo così il giro del mondo in...
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80 lingue come sottolinea la stessa
Martina.
Il luogo di incontro, corrispondente anche alla sua abitazione,
è vicino alla fermata del metro di
Ecole militaire, a due passi dalla
Tour Eiffel (nel sito Glotte-Trotters
l’indirizzo e il numero telefonico).
Per gli stage canori ha ristrutturato
uno scantinato con diverse salette
ed è lì che ho incontrato cantori
entusiasti, ansiosi di imparare qua-
lunque cosa Martina proponesse.
Appena entrato mi sono sentito subito accolto con un calore che mi
ha stupito e che solo dopo ho compreso appieno.
Cantori di origine italiana? Qualcuno, ma la maggior parte sono
proprio francesi, appassionati della
nostra produzione musicale e che
sono venuti anche in Italia per imparare da vicino le nostre tradizioni
popolari (l’ultima volta è stato nel
Interviste
2012 in Sardegna a Bosa, dove
ero presente anch’io. In quella
occasione facemmo anche la conoscenza del canto a tenores e seguimmo un corso di canto tenuto
da Lucilla Galeazzi, grande interprete di musica tradizionale italiana in particolare del centro Italia
essendo lei ternana di nascita. Ci
occuperemo di lei prossimamente.
Alcuni di loro hanno partecipato
anni fa alla ricerca di Giovanna Marini nel Sud Italia, esperienza che si
è tradotta nello splendido libro Una
mattina mi son svegliata (Rizzoli
editore) con sottotitolo: La musica e
le storie di un’Italia perduta.
Ma chi è Martina Catella? Dal
nome e cognome si può dedurre
l’origine italiana del padre che tuttavia viveva a Chamonix. La madre,
pur essendo di nazionalità francese, è di fatto cinese di origine.
Fin da bambina ha coltivato una
passione assoluta per la musica
che l’ha accompagnata per tutta la
vita con risultati straordinari. Pianista diplomata presso il Conservatorio Nazionale Superiore di Musica
di Parigi, è soprattutto cantante,
etnomusicologa, specialista di musica sufi.
“Martina, qual’è lo scopo di questo centro e che significa formazione vocale che sta nel nome di
questo luogo di incontro?”
“Lo scopo principale è la diffusione di un approccio olistico della
voce. Mi spiego meglio. Tutte le
voci e le personalità, in particolare
quelle giovanili, sono in divenire
e dunque lo spirito d’avventura è
aperto alla conoscenza. Per questo li ho chiamati Glotte-Trotters
ovvero portatori di una nuova tecnica per poter cantare il mondo,
una tecnica vocale universale. Perché universale? Perché parte dagli
“universi” dei corpi. Tutti noi possediamo “arnesi” che sono comuni
a tutti gli esseri umani che permettono la fonazione (insieme dei fenomeni fisiologici che si verificano
nella laringe e rendono possibili l’emissione di suoni). Quindi prima di
Martina Catella canta con due suoi allievi ad un concerto a Parigi
arrivare e canalizzarci in uno stile
è necessario lavorare sul corpo e
in particolare sul cervello che permette il miracolo di trasformare il
soffio in vibrazione, in parole, in
canto. Con questo approccio olistico si arriva alla riscoperta del nostro corpo dall’interno col quale è
possibile giocare1 e suonare come
se fosse uno strumento musicale
ad entrate multiple. Ogni spazio è
costruito intorno ad una regione del
corpo che viene sviluppata grazie
a degli esercizi che derivano dalla
sintesi di tutte le tecniche che in
questo modo si intrecciano fra loro.
Ciò permette di aprirsi a repertori
appartenenti a mondi culturali che
più utilizzano quelle regioni corporali.”
“Se ho ben capito ogni espressione canora deriva da un retroterra
culturale che ha anche formato
le lingue e il modo di parlare. Per
esempio il canto a tenores che abbiamo studiato in Sardegna utilizza
una regione corporale totalmente
1
In quasi tutte le lingue europee non vi
è distinzione fra suonare e giocare come c’è
invece in italiano. Suonare è dunque un gioco
che come tale appassiona e diverte.
diversa da quella usata nel canto
dei monaci tibetani o dei cantori di
flamenco.”
“Certo ma per tentare di arrivare
a quelle regioni corporali è necessario un lavoro di respirazione
“ventrale” che ha un contraccolpo
sul diaframma. Per questa ragione
inizio sempre i miei corsi e le mie lezioni, prima di cantare, con il lavoro
sulla respirazione e l’uso corretto
del diaframma. Solo dopo questo
lavoro olistico su se stessi ciascuno
può capire verso quale stile di canto
è più portato. Ma non c’è solo questo. Da sempre il canto ha essenzialmente lo scopo di far funzionare
una comunità. In queste società
si considera l’essere sociale come
un essere musicale e il contrario è
qualcuno che non sa respirare, non
ha resistenza, non sa canalizzare
le sue emozioni, non ha memoria
corporale, non sa trasmettere gli
insegnamenti trasmessi oralmente
con la recitazione. Insegnare ad essere esseri musicali è uno dei miei
compiti nei corsi che tengo con i
bambini. Diventando maestri del
proprio respiro i bambini sviluppano la facoltà di ascoltare, di memorizzare, di comunicare sia ver-
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Interviste
il gruppo Qawwali in concerto
balmente che musicalmente. Ciò è
funzionale per la vita di tutti i giorni
in quanto diventeranno cittadini
capaci di ascoltare e di indirizzarsi
verso il mondo intero. Saranno cioè
persone aperte e amorose.”
“Mi sembra che questo modo di
essere appartenga anche agli adulti
che lavorano con te o sbaglio?”
“Se ti riferisci al fatto che sono
tutti aperti e amorosi è un fatto.
Non si può appartenere ai GlobeTrotters ed essere chiusi su se
stessi. Sarebbe un controsenso.”
“Qui nel tuo centro ho potuto assistere ad un concerto eccezionale
di un gruppo Qawwali pakistano
per pochi eletti che in parte hai organizzato sapendo del mio arrivo.
So che hai vissuto in Pakistan e
questo tipo di musica ti ha particolarmente appassionata. Me ne puoi
parlare?”
“Ci vorrebbero ore per parlarne
in maniera concreta. Comunque il
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mio primo approccio fu nel 1991
quando andai in Pakistan per girare
un documentario. Là venni in contatto diretto con la musica Qawwali
(da qaul che significa parola.
I canti sono meramente religiosi)
che col tempo è diventato anche
un disco: Qawwali: expression of
essencial desire.” Ho poi lavorato
per creare quelli che chiamo ponti
fra diverse culture. Ecco quindi la
possibilità di creare un legame fra
flamenco e Qawwali e fra il Gospel
e Qawwali. Dopo tutto ci sono similitudini: il flamenco ha le sue radici
nell’area Indo-Pakistana e con il
gospel c’è in comune la fruizione
estatica delle adunanze religiose.
Qawwali porta un messaggio
d’amore essendo la lingua musicale del sufismo sia in India che in
Pakistan. Così come per il Gospel,
Qawwali fa si che gli ascoltatori si
pongano domande sulla condizione umana e risveglia un’emo-
zione mistica. Entrambi i canti si
rivolgono alla divinità con famigliarità e chiamano lei come se fosse
un’amante.”
Martina ha poi portato queste
sue esperienze di fusione al festival
di Fes in Marocco nel 2006 dove
Qawwali e flamenco hanno convissuto in sintonia.
Martina è una persona straordinariamente positiva e la sua
missione è qualcosa che questo
mondo ha assolutamente bisogno.
E’ un mondo malato che soffre
delle ferite causate da pregiudizi
religiosi ed etnici.
La musica, come già diceva
Dante nel Convivio e nel De Vulgari
Eloquentia, può curare l’anima e il
corpo e portarci verso un mondo di
pace.
Martina ha i tasselli per costruire
il mosaico di quel mondo di pace
avendo capito l’essenza divina
della musica. ❖
Eventi
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Recensioni
GIANNI PELLEGRINI:
“FERLÌZZE”
AlfaMusic/Egea distr.
www.alfamusic.com
[email protected]
di Loris Böhm
I
l cantautore foggiano Gianni Pellegrini, prodotto dall’etichetta
Alfa Music, da sempre attenta
alla qualità, si fa portavoce della
storia della sua città e “Ferlìzze”,
omaggio al Tavoliere, cantato in
puro dialetto arcaico, rappresenta
un quadro dell’etnia locale dei Terrazzani, indomita e matriarcale, attraverso le vicende storiche che la
caratterizzano.
Il titolo dell’album rappresenta il
nome di una sedia artigianale caratteristica, costruita dai Terrazzani. Otto le canzoni presenti in
questo album, di durata totale alquanto breve... meno di mezz’ora.
Un disco che si ascolta tutto d’un
fiato, che certamente non stanca.
La voce narrativa di Gianni, supportata dai tanti strumentisti che
si alternano in questo concept al-
bum, dando un contributo di dolcezza o di ferma determinazione,
fanno solo rimpiangere il fatto che il
disco finisce troppo presto.
Davvero un concentrato di bellezza, di epicità, di brillantezza compositiva, di
saggia orchestrazione
di matrice tradizionale,
mai pesante o predominante.
Un disco davvero incantevole, che resterà
caposaldo della canzone d’autore pugliese!
Quando i sentimenti di
chi ascolta vengono sublimati a questo punto,
si può soprassedere e
mettere in loop, con la
certezza di rimanere
ugualmente appagati.
COMUNICATO
non esiste quasi più. Personaggio anarcoide, esistito fino alla metà del Novecento
circa, il terrazzano vive di raccolta e caccia,
quasi mai sotto padrone, povero ma dignitoso, paziente e tenace. Questo lavoro
discografico coglie e racconta in versi alcuni aspetti incredibili ed affascinanti di
questa etnia, come la capacità di vivere fin
quasi ai giorni nostri in maniera pressoché
primitiva, sviluppando diverse tecniche
di caccia, perlopiù a volatili, in particolare alle taragnole (allodole). Il terrazzano
possedeva inoltre una vasta conoscenza di
erbe selvatiche commestibili, un’ottima
padronanza dell’equitazione e trascorreva
l’intera sua esistenza a stretto contatto con
la terra e la pianura del Tavoliere. Monogami, fedelissimi al coniuge, devoti alla
Madonna (in particolare alla Madonna
dei Sette veli di Foggia) e a Sant’Anna
protettrice delle partorienti, fieri di essere
senza padrone, i terrazzani hanno vissuto
legati a filo doppio alla terra fin quando
Titolo: FERLIZZE
Artista: Gianni Pellegrini
Gianni Pellegrini, voce solista e cori; chitarra
classica Marco Rovinelli, batteria Pierpaolo Ranieri, basso Alessandro Gwis, pianoforte Fabrizio
Guarino, chitarra solista, ritmica, elettrica Cristina Donofrio, fisarmonica Guido Primicile, tamburi a cornice Pietro Cernuto, friscalettu e flauto
dolce Marcello Sirignano, violini e viola, tastiere
Giuseppe Tortora, violoncello Chiarastella Fatigato, cori e controcanti Giuseppe e Michelino
Pellegrini, coro dei bambini
Arrangiamenti: Marcello Sirignano
Produced by: Gianni Pellegrini for AlfaMusic
Label&Publishing Production supervision: Fabrizio Salvatore Recordings, Mixing & Mastering:
AlfaMusic Studio (Rome) -Sound engineer: Alessandro Guardia
Il “ferlìzze”, seggiolino fatto di fusti di ferula secchi e intrecciati, è un oggetto umile
che in questo album diviene simbolo di
una etnia foggiana, il terrazzano, che oggi
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il Tavoliere di Puglia è stato utilizzato a
pascolo, attraverso la pratica della transumanza, conservando vaste zone paludose.
Ma l’utilizzo successivo delle distese sterminate a coltura di grano e le bonifiche di
epoca fascista, hanno dato uno scossone a
questa etnia ed ai suoi costumi, che con la
Riforma agraria degli anni Cinquanta comincia il suo definitivo declino. Consumismo, globalizzazione, espansione urbana
selvaggia hanno poi fatto il resto.
Le storie di questo disco hanno spesso per
protagonisti delle donne: la terrazzana è
coraggiosa, fiera come il suo uomo, selvaggia e sensuale, madre autoritaria e maschera tragica nell’abbandono di un figlio.
Sulle sue spalle regge un mondo di sapienza e di accettazione del dolore e della
fatica, ma anche un senso di continuità e
di futuro, nell’immutabilità di una natura
ostile e di una società che tiene ai margini
la sua etnia, giudicandola l’ultimo anello
Recensioni
della società. Un proverbio capovolto recita a Foggia: “I ferlizze annanze, e i segge
arret”, ossia “che scandalo: i (seggiolini)
poveri davanti e dietro le sedie (buone)”.
Ma in realtà il proverbio correttamente
pronunciato è metafora del terrazzano
stesso: “i segge annanze, i ferlizze arret”,
ossia “le persone per bene prima; i poveri,
invece all’ultimo”. Il dialetto usato, nella
sua forma linguistica e riproduzione fonetica, è un dialetto foggiano senza tempo e
senza luogo, non ascrivibile quindi a nessun quartiere interno alla città e a nessuna
epoca storica in particolare. Tuttavia sono
recuperati termini antichi, non più frequentemente in uso nel dialetto attuale.
Ad esempio: sciaraballe, perazze, lampazze, bufe, schernuzze, jummenda, pellidre; rispettivamente: carro di campagna,
pero selvatico, lampazzi, rospo, lucciola,
cavallo, puledro. Il linguaggio musicale è
vario ed esplora una grande quantità di
repertori: dalla canzone d’autore al pop,
dal rock alla pizzica perché non si vuole,
qui, riprodurre filologicamente la tradizione musicale locale ma piuttosto presentare in un linguaggio moderno una
favola antica.
Cd Track list
1 Terra appandanate
Testo di Giovanni Pellegrini e Raffaele de
Seneen, Musica di Giovanni Pellegrini
2 Ferlìzze
Testo di Giovanni Pellegrini e Raffaele de
Seneen, Musica di Giovanni Pellegrini
Primo album in italiano:
opera corale di poesia e denuncia
3 ‘A nonna nonne
Testo di Giovanni Pellegrini e Raffaele de
Seneen, Musica di Giovanni Pellegrini
4 Vogghie esse femmena
Testo di Giovanni Pellegrini e Raffaele de
Seneen, Musica di Giovanni Pellegrini
5 Stizzicheje
Adattamento di Giovanni Pellegrini di una
poesia di A. Rabbaglietti, Musica di Giovanni Pellegrini
6 ‘A rote
Testo di Giovanni Pellegrini e Raffaele de
Seneen, Musica di Giovanni Pellegrini
7 Aratrecille
Testo di Giovanni Pellegrini e Raffaele de
Seneen, Musica di Giovanni Pellegrini 8
Cento giornate foggiane (bonus track) Testo e musica di Giovanni Pellegrini ❖
KAY McCARTHY:
“L’AMORE TACE”
Comunicato stampa
È
uscito L’amore tace (Storie di Note
- Helikonia), primo album italiano
di Kay McCarthy. Un progetto
nato da un’idea di Piero Ricciardi,
compagno di note e di vita di Kay, che
ha sognato e costruito attorno alla voce
e alla musicalità della grande artista irlandese un progetto minimalista ed intenso che racconta i dolori del mondo,
squarci di poesia e di cronaca che
narrano di un mondo che perde la sua
anima e in cui, appunto, l’amore tace.
Al suo fianco nella scrittura di questo
lavoro corale i musicisti che la suppor-
tano da sempre e i compositori con i
quali ha condiviso la scrittura e l’arrangiamento di queste pagine intense
e commoventi: Arturo Annecchino,
Alfonso De Pietro, Fabio De Portu,
Stefano Diotallevi, Ugo Dorato, Mirko
Fabbreschi, Leno Landini, Mauro Orselli, Piero Ricciardi, Fabio Scanzani,
Susanna Valloni. E, cosa tutt’altro che
semplice, con tante differenti personalità coinvolte, un album coerente, coeso, sorprendentemente organico, per
il quale è prevista anche una versione
in lingua inglese nel 2014.
Dopo 11 album quasi totalmente dedicati alla musica della sua terra d’origine, la celebre cantante irlandese, in
Italia da oltre 30 anni, presenta un piccolo gioiello minimalista con la collaborazione e l’accompagnamento di 12
musicisti di autentico valore e di altri
grandi artisti dell’immagine: Domingo
Notaro per la copertina, Josepha van
Gennip per le fotografie e Chiara Fenicia per la grafica.
Nato, come si diceva, da un’idea di
Piero Ricciardi, L’amore tace è un progetto cresciuto un po’ per volta. Dai
primi nuclei di testo di Piero, al coinvolgimento di Rambaldo degli Azzoni
di Storie di Note. Alla viva richiesta
di supporto di un clan variegatissimo
di amici musicisti come Stefano Diotallevi, Fabio De Portu, Ugo Dorato e
Susanna Valloni, da amici del vecchio
Folkstudio, come Mauro Orselli e Fabio Scanzani, di Helikonia, come Mirko
Fabbreschi, di Storie di note, come
Arturo Annecchino, Alfonso De Pietro e Leno Landini, o conosciuti autonomamente, come il pittore Domingo
Notaro, l’artista polivalente Alessandro
Maresca e la fotografa Josepha van
Gennip. Tutti hanno risposto, accettato e creato, per e con Kay. Salvo una
breve ma intensa puntata allo studio
Elettra di Calvi nell’Umbria, dove Pasquale Minieri ha curato i brani con
Arturo Annecchino, il lavoro è stato
integralmente registrato allo studio Helikonia di Roma con l’aiuto dei fonici e
tecnici come Antoniomaria Cece e Manuel Santilli, nonché col contributo di
Marco Kelly, età 8, alla consolle.
Ufficio Stampa Studio alfa
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L’amore tace
1. Passi nella notte (McCarthy-Annecchino-McCarthy)
2. Ultima preghiera (McCarthy-De Pietro-McCarthy)
3. La ragazza dell’est (McCarthy-Landini-McCarthy)
4. Il corpo (McCarthy)
5. Naufragio (McCarthy)
6. ...l’amore tace... (McCarthy-Orselli-McCarthy)
7. Ricordati di me, di noi (McCarthy-Dorato-McCarthy)
8. Il treno dei pendolari (McCarthy-Landini-McCarthy)
9. Separazione (McCarthy-Annecchino-McCarthy)
10. Se i se... (McCarthy-Maresca-FabbreschiMcCarthy)
11. A-ma-mi (McCarthy-Diotallevi)
12. Coisithe (McCarthy-Annecchino- McCarthy)
13. ...l’amore tace... (McCarthy-Orselli-McCarthy)
…Il mistero dei passi nella notte si
intreccia con le note del nightpiano di
Arturo Annecchino e di Kay che canta
sottovoce per non spaventare le anime
anonime che passano davanti ad una
casa rosa, al buio. Alla luce del giorno
la cronaca nera trasmette L’ultima preghiera di un piccolo imprenditore spinto
al suicidio da uno Stato esattore, un vero
e proprio grido di dolore. Ad accom-
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Recensioni
pagnare Kay, qui, è Alfonso De Pietro
alla chitarra. Morte ed ancora morte:
giungono notizie dell’uccisione de La
ragazza dell’est insieme alle note strazianti dell’armonica di Leno Landini da
un mondo dove Il corpo umano viene
usato ed abusato. Dal fondo melmoso
del mare le ossa di trecento profughi
annegati raccontano, insieme alle chitarre di Fabio De Portu e al bodhrán
di Piero Ricciardi, di un viaggio di speranza terminato violentemente col Naufragio del loro sgangherato barcone.
È notte di nuovo e …l’amore tace... o
così sembra; forse sussurra o emette
suoni primordiali mentre le percussioni
di Mauro Orselli scandiscono il tempo
presente… continuo… presente...ma,
ciononostante, due amanti promettono
di amarsi anche dopo la morte parafrasando la poetessa italo-inglese Christina
Rossetti, Ricordati di me, di noi, col
pianoforte essenziale di Ugo Dorato e
il sassofono esistenziale di Fabio Scanzani. La mattina seguente Il treno dei
pendolari porta lavoratori e studenti già
stanchi, stipati in vagoni sporchi, lenti e
precari, onomatopeizzati dall’armonica
di Leno Landini e dal bodhrán di Piero
Ricciardi. In una grande città, due persone, una volta innamorate a dismisura,
ora separate da anni-luce di odio, si lasciano. Arturo Annecchino dipinge un
delicato fondale pianistico-teatrale dove,
sommessamente, la voce di Kay recita il
dolore della Separazione; ma i bambini
sognano un mondo senza dolore dove,
Se i se... fossero aquiloni, si volerebbe
in alto sulle note dei “carillon” di Mirko
Fabbreschi e Dario Sgrò con le parole di
Kay e di Alessandro Maresca. “A-ma-mi
sempre”, supplica il pianoforte di Stefano Diotallevi ispirato dai versi di Elizabeth Barrett-Browning, mentre il flauto
di Susanna Valloni gli fa da eco prima
di dare vita ad una tarantella insieme al
bodhrán di Piero. Tornano i passi nella
notte ma questa volta in gaelico: Coisithe. Il cd, avvolto in un disegno dell’artista Domingo Notaro, elaborato da Chiara
Fenicia, chiude con la batteria di Mauro
Orselli che insiste, “...l’amore tace...”
Kay McCarthy ❖
Recensioni
SERENA DELLA MONICA LE NINFE DELLA TAMMORRA:
“SCARAMANTRIKA”
Comunicato stampa
U
n progetto tutto al femminile
che nasce da un’idea di Serena
Della Monica con il supporto
di tre importanti musicisti della scena
folk: Gianmarco Volpe, Amleto Livia,
Pasquale Benincasa. Ogni concerto è
un’esplosione di suoni e ritmi che trascinano il pubblico in uno spettacolo
più unico che raro nel suo genere. Il
gruppo, fondato e diretto da Serena
Della Monica, opera da oltre dieci anni
sul territorio nazionale. Si compone di
artisti studiosi e ricercatori che si propongono di diffondere e far conoscere
le tradizioni popolari del Sud Italia con
particolare riguardo alla Campania ed
alla sua forma musicale predominante:
la “Tammurriata” detta anche “Ballo
e Canto sul Tamburo”, antica forma
coreutico-musicale praticata in numerose varianti: dall’area domiziana – giuglianese, a quella vesuviana, dall’agro
nocerino-sarnese alla costiera amalfitana. La tammurriata è espressione
diretta della cultura orale contadina
ed è quindi connessa a credenze e
culti arcaici di origine precristiana. Lo
spettacolo delle Ninfe della Tammorra
è un viaggio tra le sponde sud del Mediterraneo, a partire dalla Campania,
madre della Tammurriata. Il racconto
di una terra, di un tessuto di tradizioni
religiose e pagane. Un fuoco vivo che
brucia e che ti invita a danzarci intorno.
Uno spettacolo che nasce dalla necessità di raccontare e rendere attuale
l’antica cultura popolare Campana,
attraverso un uso efficace del linguaggio musicale e del teatro-danza, evocando le sonorità mediterranee unite
a ritmi urbani della musica moderna,
alla ricerca di un interessante connubio di word music e word dance. L’identità resta fortemente radicata nella
cultura autoctona campana, quella
dei canti devozionali, delle serenate
d’amore e delle danza di derivazione
estatica. Uno spettacolo dall’atmosfera
coinvolgente e affascinante, dove il
ritmo dei tamburi, le voci ammalianti
e la musica ipnotica entusiasmano sin
dall’inizio lo spettatore più esigente. Il
gruppo ha all’attivo numerose tournèe
sia in Italia che all’estero nelle quali
ha sempre riscosso notevoli successi
sia dalla parte del pubblico che dalla
critica. Ha partecipato a diverse trasmissioni televisive come Linea Blu
su Rai Uno, Mezzogiorno in Famiglia
su Rai Due, La domenica del Villaggio su Rete Quattro, Linea Verde su
Rai uno, L’Host su Sky. Nel 2007 in
formazione completa con la “Ballata
Mediterranea” ha inciso il disco “Ile
Oyo” prodotto dall’etichetta “Italiamanagement”. Nel 2008 ha vinto il festival internazionale “Disco d’Oro” di Villa
d’Agri (Pz) classificandosi al primo posto nella sezione di musica popolare e
vincendo anche il premio come miglior
gruppo del festival in tutte le categorie. Inoltre vanta numerose collaborazioni con artisti di rilievo della scena
folk nazionale ed internazionale: Eugenio Bennato, Tony Esposito, Nando
Citarella, Marcello Colasurdo, Farias e
tanti altri. Il nuovo tour rappresenta un
viaggio tra i suoni, le danze rituali e i
canti del Sud Italia; dalla Tammurriata
alla Pizzica Pizzica, tra canti d’amore,
storie di briganti, stornelli e serenate
utilizzando strumenti tipici della tradizione come organetti, fisarmonica,
chitarra battente, tamburi a cornice e
con l’aggiunta di sonorità più contaminate grazie a strumenti appartenenti a
culture musicali diverse come il berimbau, la darbuka, il bouzouki, ed il cajon. La simbiosi fra tradizione e suoni
contemporanei apre la musica popolare a nuove suggestioni e l’entusiasmo
e la carica che trasmettono coinvolge
nell’immediato gli spettatori rendendoli
partecipi all’evento. Punto d’approdo
di questo percorso è l’ultimo lavoro discografico “Scarmantrika”. I temi del
disco sono amore e scaramanzia (che
fa parte della storia religiosa del sud,
momento “magico” della vita culturale
meridionale) il termine “mantrika” è legato al mantra che vuol dire preghiera:
una formula sacra, mistica, magica, un
canto sacro, una pratica meditativa e
religiosa. Il disco nasce da un’idea di
Serena Della Monica in collaborazione
con il chitarrista Gianmarco Volpe,
molti brani sono scritti e musicati a
quattro mani dai due musicisti, quindi
inediti, altri sono testi presi dalla tradizione e completamente stravolti negli
arrangiamenti e nella musica. Il disco
vede la partecipazione di diversi ospiti
tra cui diversi ospiti tra cui la cantante
cilentana Paola Salurso, Pasquale Ziccardi noto autore e compositore italiano, che ha scritto anche per Mina e
fa parte della NCCP, Michele Signore
violinista e mandoloncellista anche lui
musicista della NCCP, Edmilson Cruz
Lemos in arte Carcarà Lemos percussionista brasiliano e noto maestro di
capoeira. Il Disco è un viaggio musicale tra le terre del mediterraneo con
contaminazioni di ritmi e suoni del sud
del mondo. ❖
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Recensioni
LUDMILLA TREE:
“A CASA TUA”
Comunicato stampa
A casa tua,
due parole sull’album
“A Casa Tua” è il disco d’esordio
dei Ludmilla Tree, un libro sonoro
con sette piccole storie, sospese
tra il folk e l’acustic-pop. Storie, che
tentano di arrivare, in maniera del
tutto confidenziale, alle orecchie di
chi solitamente ascolta un disco seduto in poltrona, anche low-cost, ma
comoda, come anche in un locale,
come fosse un salotto allargato, e le
canzoni un digestivo bruciacalorie.
La linea strumentale ha una matrice
folk, ma composta da una Fisarmonica come suonata da Ray
Manzarek, una Chitarra acustica,
ma tanto seventy anche lei e un
Cajon che suona rude, che accompagna e sostiene strumenti che
sanno di legno con il legno. Tutto
senza segnali elettrici, a perdersi
in atmosfere rarefatte dettate da
testi immaginifici; parole che raccontano di personaggi reali per poi
confondersi nelle figure fantastiche
evocate nelle favole grottesche di
provincia.
Le canzoni:
1. L’attesa: Che cosa si prova ad attendere impotenti il compiersi del proprio destino? Quali sono gli ultimi pensieri e ricordi quando l’attimo fatale sta
giungendo, oppure no...
2. Mr. Capra: Un misterioso personaggio dal volto di capra si nasconde
dentro ai sogni, ma i suoi travestimenti
onirici hanno i secondi contati e le
variazioni funamboliche della fisarmonica lo faranno ora barcollare, ora
incantare, sino ad esporre il suo muso
peloso agli occhi del mondo.
3. Rosso fiamma: La notte fitta e
buia, con le sue emozioni e le sue
paure, pervade l’animo del protagoni-
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sta della canzone, che l’attraversa di
corsa e senza fiato al ritmo incalzante
della musica.
4. Seta: L’immagine delle meduse e
della loro sinuosa danza ispira Seta,
brano in cui voce e strumenti si fondono creando un insieme delicato di
immagini tenui evocate di nascosto,
nitide eppur sempre sfuggenti.
5. The ghost of Mary Pipe: Un incontro inaspettato è capace in pochi istanti
di far rivivere anni, luoghi e ricordi passati. Così la vecchia signora vestita di
stracci, oggetto di scherno infantile, si
tramuta in una visione quasi angelica
che ribalta la prospettiva delle cose.
Questa canzone è dedicata a lei, o al
suo fantasma…
6. Luci nell’alto: Un uomo si immerge nella città e ne assapora la notte
fino all’ultima goccia. La musica lo accompagna nei piani e forti delle sue
avventure.
7. Universi muti: In un universo silente permeato dall’eco ormai freddo
del Big Bang, la chitarra e le voci si
intrecciano in visioni immaginifiche di
mondi lontani, immemori dell’uomo,
mentre forze immani squarciano le
profondità cosmiche.
Ludmilla Tree,
presentazione del gruppo
“A Casa Tua” è il disco d’esordio dei
Ludmilla Tree, un libro sonoro con sette
piccole storie, sospese tra il folk e l’acustic-pop. Il progetto nasce nel 2009
con il nome Bi-Folk e con un repertorio
misto di pezzi originali e rivisitazioni in
chiave acustica dei pilastri dello swing,
del rockabilly e del folk internazionale.
Dopo quattro anni di attività live in
tutto il Nord Ovest dell’Italia ed un’EP
registrato durante i concerti del 2012,
matura l’esigenza di creare musica originale. Il progetto “Bi-Folk” evolve così
nel 2013 nel progetto “Ludmilla tree”.
Una Cantante e tre oldboy, radici Cune-
esi, che tentano di arrivare, in maniera
del tutto confidenziale, alle orecchie di
chi solitamente ascolta un disco seduto
in poltrona (anche low-cost, ma comoda), come anche in un locale; come
fosse un salotto allargato e le canzoni
un digestivo brucia-calorie.
I Ludmilla Tree sono:
Cristian Botta:
Spinto dalla sua esperienza in svariati ambiti musicali e con svariati
strumenti a portare la fisarmonica al
di fuori dei soliti binari, alla ricerca di
nuovi approcci e nuove atmosfere pur
rimanendo coerente con lo strumento
e le sue vere origini. Sperimentale nel
comporre, ma mai dimentico della funzione principale della musica ovvero il
piacere e l’emozione nell’ascolto.
Monica “Moka” Sampò:
La sua voce dolce ma presente, delicata ma d’impatto ed un ampio studio
sulla gestione delle timbriche e dell’espressività le permette di costruire e
gestire complesse costruzioni sonore
su atmosfere a volte rarefatte a volte
compresse.
Fabio Peano:
Creativo in ogni tocco ed in ogni ritmica, unisce la rude ritmicità della musica da strada alle complesse strutture
sonore della musica etnica. Amante di
un immaginario fluido ed evocativo in
ogni ambito della sua creatività musicale.
Leonardo “L’omino con la chitarra” Rinaudo:
Appassionato delle atmosfere “seventy” ed alla continua ricerca di un’unione tra il Groove degli anni settanta
ed i sottili intrecci armonici della musica popolare contemporanea, inserisce la sua vena romantica in ogni creazione. ❖
Recensioni
MIMMO CAVALLARO, COSIMO PAPANDREA,
(TARANPROJECT):
SONU
di Loris Böhm
M
immo Cavallaro e Cosimo
Papandrea sono i fondatori
di TaranProject, nel 2009,
Mimmo proveniente da Taranta
Power di Eugenio Bennato, ottiene
premi e riconoscimenti, Cosimo
front-man della formazione Sonu
Divinu, si completano a vicenda
e formano un supergruppo con
la calda voce di Giovanna Scarfò.
Raccolgono diverse partecipazioni
in trasmissioni RAI e questo ultimo
album, Sonu, (Sonu a ballo) sancisce il loro successo a livello internazionale.
Proprio l’anno scorso suonano a
Folkest, attualmente sono la bandiera della tradizione calabrese, per
il motivo che racchiudono sonorità
moderne strettamente apparentate
con il progetto Taranta Power e l’eredità lasciata dalla storica formazione Re Niliu, che negli anni ‘80
riscoprì la lira calabrese, strumento
a corde di cui si erano quasi perse
le tracce... Cosimo Papandrea riprende a suonare quello strumento
completando un organico in cui già
sono presenti altri strumenti della
tradizione come la chitarra battente, il marranzano, il tamburello e
l’organetto. La CNI Music ci ha or-
mai abituato a produzioni di pregio
aggiunge questa gemma nel suo
catalogo: la Calabria è avara di produzioni discografiche, nonostante
la sua tradizione sia tuttaltro che
marginale nel panorama italiano,
per questo motivo ogni novità è accolta con entusiasmo; e subentra
euforia se, come in questo caso,
si può tranquillamente considerare
l’album come un manifesto che
rappresenta degnamente all’estero
l’intero panorama folk italiano. Superbo e maestoso incedere dei
brani, non trovo un solo momento
di pausa o di ripetitività. Pur essendo brani piuttosto lunghi, la loro
intensità li rende interessanti fino
all’ultima nota. Assistiamo al trionfo
della tarantella calabrese in prospettiva futura. Semplicemente un
disco imperdibile.
http://www.mimmocavallaro.it ❖
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Recensioni
MIMMO EPIFANI:
“PE’ I NDÒ”
di Loris Böhm
P
oliedrico musicista Mimmo
Epifani proviene da approfonditi studi e da esperienze
musicali disparate... frequentando
Roberto de Simone, Eugenio Bennato, Ambrogio Sparagna e Fausto
Mesolella acquisisce una completezza stilistica che gli permette di
creare album di world music a tutto
tondo, come questo “Pe’ i ndò”,
“per andare dove”: e chi lo sa?
Tarantelle, pizziche, tammurriate,
tutto ciò che proviene dalla tradizione campana e limitrofa, toccati
e manipolati da Mimmo iniziano a
vibrare, si animano, con l’aggiunta
di reggae, jazz, rock e un pizzico di
ska diventano irresistibili. Non è un
caso se è ospite quasi fisso della
Notte della Taranta, festa popolare
per antonomasia del sud italico.
Con lui si va sul sicuro... ogni disco è un piccolo evento, e la sua
caratura a livello artistico è davvero
sorprendente, in ogni brano riesce
a inventarsi qualcosa di nuovo, e
l’unica costante sembra essere un
ritmo sincopato molto adatto per
far ballare i giovani. Una piccola
astuzia a scopo commerciale gliela
possiamo anche perdonare, considerando che nella sostanza il disco
offre tanti momenti di esaltazione,
anche di lirica, e non esistono momenti di pausa in tutta l’opera. Davvero da comprare a occhi chiusi!
Libidinoso!
Comunicato stampa
Mimmo Epifani già da giovanissimo apprende l’arte del far musica (ed in particolare la tecnica della mandola “alla barbiere”) nella barberia del Maestro Costantino Vita e del “Maestro” Peppu D’Augusta, scoprendo la passione per le tradizioni
popolari e creando un sound acustico, mo-
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derno e sincopato, più vicino a certe punte
della musica rock che non agli stereotipi
del folk. Si diploma al Conservatorio C.
Pollini di Padova e successivamente perfeziona la tecnica degli strumenti caratteristici della cultura popolare come la mandola, la chitarra battente e la tammorra,
contaminandoli con le esperienze musicali
più diverse: il jazz, il reggae, i ritmi ska.
La sua carriera lo porta a collaborare con
numerosi artisti come Roberto de Simone,
Eugenio Bennato ( con il quale fonda il
movimento Taranta Power), Ambrogio
Sparanga e Fausto Mesolella degli Avion
Travel che ha curato gli arrangiamenti del
suo album Zucchini Flowers (2008).
La sua musicalità istintiva e profonda lo
spinge a ricercare continuamente territori
nuovi e sonorità moderne che lo rendono
un artista internazionale con una forte tendenza all’indipendenza e all’esplorazione
di nuove culture.
Negli ultimi anni è uno dei protagonisti
principali della Notte della Taranta.
Il suo ultimo lavoro discografico è PE’ I
NDO’ (2013) è un trascinante carnevale
di suoni, voci e ritmi, un incontro tra le
tradizioni proprie del Sud Italia e i quelle
di tanti altri Sud alla ricerca delle radici
musicali e danzanti dell’anima mundi.
Pe’ i ndò” è il nuovo lavoro di Mimmo
Epifani, grande virtuoso del mandolino e
della mandola, dotato di una voce straordinaria, già al fianco di Roberto De Simone,
Eugenio Bennato e Ambrogio Sparagna.
“Pe’ i ndò” è anzitutto una festa che coinvolge, trascina, commuove.
Nella festa (che qualcuno definirebbe un
cronotopo, una specie di isola spaziotemporale) il “normale” corso del tempo viene
bloccato, sospeso, alterato e si aprono
tempi e spazi nuovi, sconosciuti, sorprendenti: si evade dalla cronologia e si riesce
persino a viaggiare, anche da fermi. La festa – come la musica, anzi grazie alla musica – può diventare essa stessa un viaggio,
un vagabondaggio infinito fra cose, persone e sentimenti.
Proprio come avviene in questo caso: e
infatti il restare e l’andare, le radici e la
viandanza sono – fin dal titolo del lavoro
e naturalmente nella title track, che è un
vero inno programmatico, di grande forza
evocativa – temi e immagini ricorrenti in
questa festa (portatile) a cui Epifani ci ha
invitati.
Per di più, non è una festa qualsiasi: a
guardar bene, si tratta di un vero e proprio carnevale di suoni, voci e ritmi, di
una sfilata di allegorie musicali nelle quali
l’anima della civiltà contadina e le tradizioni – popolari e colte – del Sud d’Italia
vengono rilette in una chiave attuale e creativa, “piùchemediterranea” e di respiro
internazionale.
Nel carnevale, si sa, trionfano il travestimento, la parodia e l’ironia; bisogna saper
prendere le distanze da sé e farsi altro (anche questo è un modo di viaggiare): solo
così il giogo dell’identità diventa un gioco,
libero, sorridente. Ecco perché Epifani effettua anzitutto un trattamento ironico,
quasi parodico, dei materiali di una tradizione popolare diventata “luogo comune”,
li desacralizza e, in qualche modo, li profana; così, facendosi beffe di un’autenticità
pietrificata, paradossalmente la trasforma
in un oggetto vivo e proprio in questo
modo la realizza, cioè la rende reale, attuale, pulsante.
Nel quasi-rap di “Mosse mosse mosse”,
nella quasi-ortodossa “Pizzica mbriaca” e
in “That’s tarantella” (tre potenziali singoli
tutti da ballare) avviene tutto questo ed
Epifani può definire con precisione il suo
approccio: la sua è una “versione scorretta
di una musica maledetta”, qui si offre un
menu tanto sgangherato quanto gustoso,
come si canta, anzi si dice, in mezzo ai
suoni e ai ritmi dell’autoironica “That’s
tarantella”.
Questo stesso gioco, poi, si fa tanto più coraggioso e irriverente quanto contagioso e
Recensioni
trascinante negli altri brani dell’album. E
così la pizzica, la taranta, le tammurriate, la
scuola napoletana del ‘700 si “mettono in
maschera” e si travestono, incontrandosi,
misurandosi e mescolandosi con tanti altri
Sud, reali-immaginari-fantastici: il forrò,
il fado e il klezmer di “Scaminante” e “A
nott”, le venature balcaniche (quasi un
omaggio all’etnoprog degli Area di Demetrio Stratos) e afro (addirittura pseudosoukous) della bucolica “Pasquella”, gli
echi country-raga di “Imu venuti”, addirittura il bhangra di “Core core” con cui
si chiude l’album. Prima, però, ci sono ancora spazio e tempo per una ballata struggente e poetica, l’elegia di “Naufrago”, che
trasforma un’assenza in presenza e riporta
al centro del discorso l’andare e il tornare,
la nostalgia, il viaggio incerto e l’approdo
sognato.
Così, alla fine, non si può non pensare alle
parole con cui Gianni Celati conclude le
sue Quattro novelle sulle apparenze:
“[…]
per andare dove? Dove? Ma chi può dirlo
dove un uomo sta andando? Spesso si crede
di saperlo, ma è un errore. Tutto quello che
si sa è che bisogna continuare, continuare,
continuare come pellegrini nel mondo,
fino al risveglio, se il risveglio verrà”.
Ecco: “Pe’ i ndò”, “per andare dove” – la festa, il viaggio, l’inno e l’elegia, le maschere,
l’ironia, il tempo strano, il qui e l’altrove,
le tarantelle senza tarantella – è davvero un
risveglio per la musica popolare di questo
paese assonnato. ❖
SITO artista http://www.mimmoepifani.it/
Sito CNI
http://www.cnimusic.it/products-page/catalogo/
mimmo-epifani-pe-i-ndo/
SOSSIO BANDA:
“SUGNE”
di Loris Böhm
F
rancesco Sossio sax, clarinetto, fiati tradizionali, voce;
Loredana Savino voce; Tommaso Colafiglio chitarra; Giorgio
Albanese fisarmonica; Francesco
Leoce basso acustico; Michele
Marrulli batteria, tamburi a cornice; Pino Basile darabouka, riq,
bendir, canjira, duff, cupa cupa,
strumenti effimeri. La Sossio Banda è una formazione dell’Alta Murgia pugliese
composta da musicisti provenienti
da esperienze artistiche di rilievo;
in questo album “Sugne”
ovviamente quello della
maturità, segue l’esordio
lontano (2007) di “Muretti
a secco”, che faceva già
intravvedere le potenzialità
del gruppo.
Attualmente considerati
dalla critica specializzata,
giustamente, tra le proposte più interessanti nel panorama della World Music
italiana, ammiccano visibilmente alle fanfare balcaniche e forti della voce penetrante di Loredana Savino,
con una sapiente selezione
di brani di loro composizione e tradizionali pugliesi arrangiati con il
loro gusto assai variegato, creano
atmosfere magiche che sfociano in
ricorrenti pieni orchestrali. Il disco
in questione dura quasi un’ora e
sinceramente mi sembra eccessivo
considerando il panorama... le lunghe composizioni, tutte ben superiori ai quattro minuti di durata, a
mio giudizio rischiano di distogliere
l’ascoltatore dal valore compositivo
e interpretativo di tutta l’opera. A
volte questo indugiare su armoniz-
zazioni e pause sembra quasi un
autocompiacimento, un enfatizzare il lato dark che indubbiamente
appartiene loro. La finale “Murgia
Murgia”, di quasi sei minuti, altro
non è che un esercizio di timbriche
e risonanze... francamente difficili
da digerire.
In definitiva ci sono tante luci ed
enormi possibilità di successo per
questo album numero due, ma anche alcune ombre.
Siamo perfettamente consapevoli che il sound pugliese per definizione richiama ritmo e vocalità
in misura superiore alla media
nazionale... e forse l’ascoltatore si
aspetta questa peculiarità da questo disco. La Sossio Banda vuole
andare oltre questo schema ed è
un percorso irto di ostacoli ma lodevolissimo nell’intento. Invitiamo
pertanto l’appassionato a voler provare una sensazione diversa dal solito, a voler sperimentare qualcosa
che può appagare pienamente il
desiderio di buona musica d’autore
non omologata, ma carica di sorprese.
Benvenuti nell’olimpo della world
music, Sossio Banda! ❖
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Media Partner:
RadiciMusic
www.radicimusicrecords.it