speciale housing sociale

edilizia&restauri
ALLOGGIO SOCIALE Crescono le domande ma la risposta dell’ente pubblico è sempre più insufficiente
Dare una casa qualche volta non basta
La crisi economica ha portato il bisogno
di una casa anche a quel ceto medio
che finora vi aveva provveduto da solo.
Spesso le famiglie in stato di necessità
sono portatrici di altre fragilità: si rende
necessario supportarle non solo con la casa,
ma con un vero accompagnamento sociale
Assegnati
a Padova
negli ultimi
anni solo 175
alloggi Erp
a fronte
di duemila
domande.
L’assessore
Brunetti
lancia
la proposta
di un tavolo
di welfare
generativo.
왘
Una questione sociale di cui i comuni non posso-
no più farsi carico da soli: è il problema della casa, cresciuto in questi ultimi anni a causa della
crisi economica. Per affrontarlo le vecchie politiche
abitative non sono più sufficienti: non è solo il numero
di alloggi pubblici disponibili a essere troppo esiguo,
modi e strumenti andrebbero ripensati, i criteri di assegnazione e gestione sono inadeguati e le esigenze dei
nuclei familiari sono cambiate. Questo è, in sintesi, il
pensiero dell’assessore alle politiche abitative e al sociale del comune di Padova, Alessandra Brunetti, che
lancia la proposta di un tavolo di welfare generativo
per affrontare la questione sociale e della casa.
«Le richieste di alloggio – spiega l’assessore – sono in aumento. E non si tratta solo di famiglie straniere, ma appartenenti a quella classe media padovana
che non ce la fa più, è collassata a causa della crisi, ha
perso il lavoro e non riesce più a pagare i canoni di affitto o il mutuo». A fronte di questo, la risposta dell’ente pubblico segna il passo. «Con l’ultimo bando
Erp, quello 2010 (solo nel giugno scorso è stata pub-
blicata la graduatoria del bando 2012) su duemila domande è stato possibile assegnare solo 175 alloggi:
una risposta esigua per una città di 210 mila abitanti».
Le richieste potrebbero essere addirittura molte di
più se si introducessero criteri come quello della residenza, ciò che l’attuale amministrazione intende fare.
«Questo permetterebbe – continua la Brunetti – di tenere conto di tutte quelle famiglie del ceto medio che
finora non hanno avuto accesso alle graduatorie perché non sono in situazioni di prole numerosa, emarginazione grave, alloggi in condizioni igieniche fatiscenti e così via. Famiglie con un reddito che prima era
sufficiente a sopravvivere, ma che ora non basta più».
Una priorità, per il comune, è liberare gli alloggi
pubblici da chi vi abita senza diritto. Sono numerosi
gli alloggi occupati in modo abusivo o senza titolo, ad
esempio quando dopo il decesso dell’assegnatario figli
o familiari continuano a risiedervi. Durante l’estate è
stata poi denunciata la situazione del progetto Casa
buona, nato come soluzione temporanea al problema
casa (in sintesi, sono 217 appartamenti per lo più di
privati per i quali il comune funge da garante), in cui
l’altissima morosità ha portato a un buco di quasi due
milioni di euro.
I problemi di queste famiglie, ammette però l’assessore Brunetti, spesso non si fermano alla casa. «Si è
riscontrato che, anche se aiutati, molti di questi nuclei
non riescono a rialzarsi perché sono portatori di altre
fragilità e della mancanza di una rete di supporto. Non
basta dare loro la casa, andrebbero seguiti e sostenuti
in altro modo. Per questo serve un’azione diversa,
complessiva, di cui un comune non può farsi carico da
solo: il mio progetto è quello di avviare al più presto
un tavolo di welfare generativo, un vero laboratorio
dove l’ente pubblico assuma il ruolo di cabina di regia
e che coinvolga tutti i soggetti titolati, ridisegnando il
sociale per i prossimi anni ma in maniera condivisa,
applicando realmente il principio di sussidiarietà, trovando nuove soluzioni. Questo è il luogo dove andrebbe affrontata in modo complessivo anche la questione
dell’emergenza abitativa».
왘 pagine a cura di Emanuele Cenghiaro
RESTAURI Le chiese della cittadina euganea sono state quest’anno un cantiere aperto
Si concludono a Este i restauri di ben tre chiese
per qualche tempo un grande cantiere la
왘 Ècittàstato
di Este, dove ben tre chiese importanti sono
state oggetto di restauri che si stanno avviando alla
conclusione. A partire dal monumento principale, il
duomo di Santa Tecla, che ha visto un importante restauro.
Un altro cantiere importante è quello della chiesa
della Madonna del Carmine: in questo caso si è trattato di salvare, in tutti i sensi, un monumento che era a
rischio crollo. Fatti gli interventi più urgenti, la facciata
era avviata a ribaltarsi verso la strada e dal campanile
si erano già dovute fare scendere le campane. In que-
sto caso si dovranno trovare le risorse per passare,
ora, al recupero degli interni, tra cui il prezioso soffitto
a cassettoni: ma intanto la chiesa è salva. Non lontano, è stata eseguita la ristrutturazione e il rinnovo della scuola dell’Infanzia di Santa Maria delle Grazie, ora
più funzionale e energeticamente efficiente.
Infine, un terzo intervento è quello sulla chiesa
dele Consolazioni, o degli Zoccoli, di proprietà comunale: messa finalmente in sicurezza, necessita ora del
recupero del campanile e della navata laterale, e poi
del restauro delle opere d’arte.
왘servizio alle pagine VIII-XI
Si è lavorato
al duomo,
alla Madonna
del Carmine
e nella
chiesa delle
Consolazioni.
II
housingsociale
edilizia
&
restauri
L’Ater
di Padova
ha avviato
un piano
per l’acquisto
di alloggi
invenduti
posti sul
mercato
immobiliare.
LA DIFESA DEL POPOLO
26 OTTOBRE 2014
ATER Forniscono la maggiore risposta alle richieste di abitare sociale
Nuove case, ma troppe tasse
Le Ater venete gestiscono 40 mila alloggi, un patrimonio ormai stabilizzato.
Le vendite vengono reinvestite in nuove acquisizioni e costruzioni,
ma le tasse sono alte e la regione è in arretrato con il saldo degli stanziamenti
Sono quasi 40 mila gli alloggi
gestiti dalle Ater del Veneto.
L’80 per cento sono case di
proprietà: un patrimonio importante, anche se un terzo del patrimonio ha più di cinquant’anni. Cifre
alla mano la risposta al disagio
abitativo da parte di questi enti,
presenti in tutte le province del
Veneto, è di gran lunga la più importante.
«Nella nostra provincia siamo
presenti in 85 comuni su 104 –
spiega Flavio Frasson, presidente
dell’Ater di Padova – e non possiamo dire di essere quel carrozzone
che qualcuno vorrebbe far credere.
La regione non eroga alle Ater alcuna forma contributiva di natura
continuativa o periodica per il loro
funzionamento, come avviene per
altri enti, ma solo finanziamenti
per interventi costruttivi e di ristrutturazione. In questi ultimi tre
anni, a seguito della parziale sospensione di fondi pur deliberati, le
Ater sono anzi state costrette ad
anticipare con fondi propri e con i
proventi delle vendite i finanziamenti regionali: per la sola Padova
i fondi anticipati ammontano oggi
a 11 milioni di euro». Non aiuta la
tassazione: «Le Ater sono sottoposte a un regime fiscale del tutto
uguale a una società di capitali che
non tiene conto del fine sociale
dell’azienda. Il ricavo è sottoposto
a una tassazione Ires penalizzante,
i contributi statali e regionali vengono in parte restituiti sotto forma
di Irap e, se finalmente siamo riusciti a ottenere l’esenzione Imu, rimane presente una parte della tassa
patrimoniale, la Tasi sulle abitazioni principali, come sono definiti gli
alloggi delle Ater. Sono fondi che
potrebbero essere fruttuosamente
destinati a costruire nuovi alloggi o
riqualificare gli esistenti».
Nel 2013, tuttavia, Ater Padova
ha avuto un utile di 5,7 milioni di
euro. «Sono stati tutti reinvestiti –
chiarisce Frasson – nei quattro settori nei quali ci muoviamo: l’acquisto di immobili all’esterno, soprattutto tra l’invenduto dei costruttori; l’esecuzione di nuovi interventi, come gli stralci finali di
quelli previsti dai contratti di quartiere a Montagnana e al Portello di
Padova; la riqualificazione del patrimonio esistente, come quella
energetica dei progetti Programmi
operativi regionali (Por), e le manutenzioni». Il piano interventi
dell’Ater di Padova per quest’anno
prevedeva interventi per quasi 27
milioni di euro, 9 dei quali derivanti da fondi propri e gli altri da
contributi della Regione Veneto.
«A titolo di esempio, si possono
citare gli interventi per 24 alloggi
di nuova costruzione a Battaglia
Terme e 12 a Peraga di Vigonza, le
ristrutturazioni di 7 a Monselice e
6 nell’ex scuola di Albignasego,
l’acquisto di 16 al Peep di Altichiero, 12 a Monselice e 16 a Este.
«Abbiamo lanciato un bando –
contina Frasson – per l’acquisto di
immobili realizzati ma invenduti:
ne abbiamo acquisiti quattro, mentre altri 12 alloggi saranno presi a
Vigodarzere con fondi destinati a
via Anelli e a rischio di essere perduti. Sono tutti appartamenti che
verranno messi a disposizione dell’ente locale: l’Ater infatti si occupa della gestione, ma le assegna-
housingSociale 왗
LA DIFESA DEL POPOLO
26 OTTOBRE 2014
zioni sono fatte dai comuni».
Però vi sono alloggi Ater in
vendita e l’idea che passa è che la
risposta dell’ente pubblico sia
sempre meno efficace in tema di
alloggio sociale. «L’Ater però,
parlo per Padova ma anche per
quasi tutte le Ater del Veneto, come dimostrano le cifre, non sta riducendo il suo intervento. Forse
qualche anno fa era vero, ma ora
no: tra acquisti, costruzioni e interventi vari, il saldo tra alloggi venduti e i nuovi messi a disposizione
dei comuni è positivo. Il ricavo
delle vendite viene subito reinvestito. Quest’anno a Padova abbiamo messo all’asta appena una
trentina di alloggi: si tratta di ap-
SICUREZZA IGIENE SALUTE
partamenti che si erano liberati e
la cui vendita era comunque prevista da vecchi piani della regione ai
quali stiamo ancora ottemperando». Va notato che per chi acquista
tali alloggi la condizione necessaria è che sia una prima casa, e che
non possano essere venduti per
dieci anni: non è possibile che vi
siano particolari speculazioni.
«Il vero problema casa oggi –
secondo Frasson – c’è soprattutto
per quella fascia che non è così
povera da avere diritto a un alloggio di edilizia residenziale pubblica, ma nemmeno così benestante
da poter accendere un mutuo. Proprio per agevolare queste famiglie
abbiamo previsto la possibilità di
acquisto a rate dei nosti immobili:
gli acquirenti pagano subito il 1015 per cento e poi una sorta di canone con interesse al tasso di
sconto, circa il 2 per cento. In questo modo non devono fare il mutuo, fungiamo noi da banca, è sufficiente una polizza fideiussoria. È
una sorta di affitto con riscatto, solo che invece di diventare proprietario alla fine, qui l’acquirente lo
diviene da subito».
Quanto agli alloggi dati in locazione dai comuni, l’Ater ha poca
voce in capitolo. «Come ho detto,
le graduatorie competono ai comuni. Posso solo far notare che anche
in questo caso servirebbe una revisione dei criteri di assegnazione,
ma anche delle tipologie dei contratti e dei canoni di locazione per
gli assegnatari», si limita a commentare Frasson.
Cos’altro si potrebbe fare?
«Stiamo cercando nuove soluzioni. Ad esempio – rivela Frasson –
abbiamo molte aree che ci vengono messe a disposizione dai comuni, ma non possiamo realizzare interventi su tutte. Per ovviare a
questo abbiamo provato a proporre
una nuova formula a rischio misto,
in cui l’Ater mette il terreno e la
progettazione, i costruttori edili la
realizzazione fisica dell’immobile.
Alla fine si sarebbe provveduto a
una vendita sul mercato, ma a
prezzi calmierati: finora non abbiamo trovato nessuno disposto a
rischiare. Abbiamo anche tentato
di coinvolgere la Cassa depositi e
prestiti per iniziative di questo tipo: ci hanno risposto che non possono, che agiscono solamente attraverso fondi per l’immobiliare».
III
THIENE Sono in crescita le richieste di persone sole
In arrivo quaranta alloggi nuovi
al 5 novembre è possibile
왘 Fino
partecipare al bando 2014 per
l’assegnazione di alloggi di edilizia
residenziale pubblica nel comune di
Thiene. Possono partecipare i residenti o chi lavora nel territorio comunale, che devono richiedere apposito appuntamento. Ma qual è la
situazione dell’edilizia popolare in
un comune importante della provincia vicentina?
«I nostri interventi vengono realizzati con l’Ater di Vicenza – spiega
Maurizio Fanton, assessore ai servizi
alla persona e alla famiglia del comune di Thiene – e a oggi abbiamo
in graduatoria circa 200 domande.
Si tratta di varie tipologie di famiglie, dai singoli ai nuclei di cinque o
più persone».
L’offerta non fa fronte alla domanda, ma a Thiene quest’anno vi
sono degli alloggi in più. «L’Ater di
Vicenza si è aggiudicato, a un’asta
per fallimento, 40 appartamenti che
a breve verranno assegnati. Nonostante questo, la risposta che si riesce a dare non è sufficiente, ma è
un contributo importante. Di norma
quello che possiamo fare è rilocare
gli alloggi che via via si liberano».
왘 La crisi ha aumentato le richieste?
«Sì, ma più che altro sono in
previsione numerosi sfratti a cui non
potremo dare risposta, anche perché chi è sfrattato alla fine non ha
necessariamente un punteggio in
più. Al contrario, chi ha uno sfratto
per morosità viene penalizzato».
왘 Qualcosa sta cambiando rispetto alle richieste?
«Abbiamo notato che sono molte
le richieste da parte di singoli. Forse
è un trend di cui dovremmo tenere
conto. Questa è una fascia a cui facciamo più fatica a rispondere, perché gli alloggi che abbiamo erano
stati costruiti pensando a nuclei familiari di più persone».
왘 Strade alternative?
«Abbiamo cercato una collaborazione tra pubblico e privato, cercando proprietari di alloggi sfitti che
li locassero a prezzo calmierato. Il
comune poteva anche dare un contributo, almeno per un periodo. La
Caritas di Vicenza ha avviato un
progetto simile, qui per ora non se
ne è fatto nulla».
왘 Investire maggiormente sulla
casa potrebbe aiutare le famiglie
in crisi a ricostruire il proprio futuro?
«Il vero problema non è la casa
ma il lavoro. Se non c’è quello la
sola casa non è sufficiente».
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LA DIFESA DEL POPOLO
26 OTTOBRE 2014
CARITAS In appoggio all’ente pubblico soprattutto per i casi gravi
Una vera casa per ricominciare
edilizia
&
restauri
UNIVERSITÀ Monitorare il progetto per fare parlare i dati
Il solo tetto può non bastare
piace pensare che, grazie al lavoro di rete, si possa dire che è
왘 «Mi
la città intera a farsi carico di queste persone», constata Massimo
Santinello, docente del dipartimento di Psicologia dello sviluppo e della socializzazione nell’ateneo patavino, coinvolto nel progetto La strada verso casa. «Il compito nostro, come università – precisa Santinello – è monitorare l’andamento del progetto. Uno dei motivi del successo di “Housing first” è infatti proprio l’avere dimostrato con i dati la
sua efficacia in termini di costi-benefici e nel togliere dalla strada le
persone. La disponibilità di un alloggio è ovviamente solo l’innesco del
processo, altrettanto importante è l’accompagnamento, che in questo
caso si svolge con un interessante modello misto di volontari e operatori professionisti come gli educatori. Servono le strutture, ma se dietro non ci fossero le persone si farebbe poca strada».
왘
Sono in numero crescente le
persone che si rivolgono alla
Caritas diocesana di Padova
perché necessitano di un alloggio.
«Il problema casa è in aumento –
conferma il direttore, don Luca Facco – e solo in città intercettiamo
ogni settimana almeno una famiglia
a rischio. Sono situazioni di cui si
fanno carico i comuni e nelle quali
noi non possiamo fare che un piccolo pezzo in accordo con questi enti.
Ma non è raro il caso in cui le nostre parrocchie intervengano con accoglienza temporanea, in particolare
di donne con bambini».
Un esempio di questo tipo di
collaborazione si ha grazie alla par-
rocchia di San Filippo Neri, che ha
messo a disposizione del comune di
Padova un appartamento per famiglie con disagio abitativo. Titolarità
e accompagnamento è in carico all’ente pubblico. Gli sforzi di Caritas, invece, si concentrano maggiormente sulla fascia di persone più
emarginate, vulnerabili, come ad
esempio i senza dimora o a rischio
di diventarlo. In questo senso va il
progetto La strada verso casa, avviato proprio in ottobre in due appartamenti messi a disposizione dalla parrocchia del Carmine. L’iniziativa è realizzata grazie a una rete
che coinvolge anche volontari, associazioni, educatori e l’università
di Padova, mentre gli arredi sono
stati forniti gratuitamente da Ikea.
«Il progetto – continua don Facco – si ispira al modello Housing
first (prima la casa), nato negli Stati
Uniti, che vede nella disponibilità di
una casa il primo passo per il reinserimento sociale di una persona.
La novità è proprio questa: non viene proposto un percorso di reinserimento a tappe, come ora, in cui chi
è sulla strada prima passa per il dormitorio, poi per una struttura di seconda accoglienza e solo alla fine
per un alloggio cosiddetto di sgancio. La casa, unita a un accompagnamento a 360 gradi, diventa invece la prima condizione per mettere
la persona in grado di riprendere in
mano la propria vita».
STORIE Piccoli esempi di come un alloggio può ridare speranza a una persona
Vite risorte grazie anche all’alloggio
si separa a 54 anni e
왘Francesco
diventa alcolista, Alessandro esce
dal carcere. Sono due storie vere, solo
i nomi sono di fantasia. Due esempi di
come un alloggio può ridare speranza
a una persona. A raccontarle è Sara
Ferrari, responsabile dell’area promozione umana di Caritas Padova.
Francesco, divenuto alcolista, aggiunge una nuova vulnerabilità alla fragilità dovuta alle recenti sofferenze.
presenta problemi fisici e cognitivi. Ha
dovuto abbandonare la propria abitazione e, dopo aver esaurito il circuito di
parenti e amici, viene invitato ad arrangiarsi. Sopravvive con lavoretti di
fortuna. Si rivolge alla Caritas che lo
indirizza ai servizi sociali, che lo accolgono nel dormitorio cittadino. Di giorno
mangia alle Cucine popolari, è in cura
al servizio per le dipendenze dell’Ulss.
Vive così per oltre un anno.
Alla fine, a seguito di una richiesta
da parte dell’assistente sociale che lo
ha in carico, viene inserito in un appartamento per l’accoglienza di persone in difficoltà che una parrocchia ha
messo a disposizione della Caritas.
Comincia un percorso di accompagna-
Naturalmente la sola casa non è
sufficiente ma è dimostrato, secondo quanto sottolinea Caritas, che
anche la sola assistenza sociale, che
ha costi elevati, non porta a risultati
soddisfacenti nel togliere le persone
dalla strada. Progetti come questo,
che partono dalla casa, hanno dato
invece risultati notevolmente migliori, con circa l’80 per cento di
esiti positivi. E, tutto sommato, a
costi che alla fine risultano inferiori.
«Queste persone sono inserite in
un percorso di accompagnamento
personalizzato – continua don Facco – e sono seguite da volontari e
educatori professionali. Gli inquilini, quattro per alloggio e per ora solo maschi, sono scelti tra persone
ben note ai servizi sociali perché
sulla strada da molto tempo, o a rischio di finire sulla strada, come ad
esempio alcuni padri separati».
Tornando al bisogno di alloggio
di chi invece non è in una fascia di
emarginazione grave o ad alto rischio, Caritas interviene anche grazie al circuito del fondo straordinario di solidarietà per il lavoro e con
il microcredito.
IKEA In sostegno all’alloggio sociale
La solidarietà con un arredo
l’aiuto non passa attraverso i soldi. Ognuno
왘 Apuòvolte
fare la propria parte con quello che ha: è il caso di
mento condiviso con i servizi e con vari attori del territorio che conoscono
Francesco e lo sostengono. Più tranquillo grazie alla sicurezza abitativa,
riesce a dare continuità ai piccoli lavori
che trova. Smette di bere e, oggi, è
assegnatario di un alloggio popolare,
ha un lavoro e una nuova rete amicale.
Per Alessandro il percorso è più
complesso. Ha circa la medesima età
ma, perso il lavoro a causa della crisi
economica, tenta la fortuna all’estero
senza risultato. Quando torna scopre
di dover scontare una piccola pendenza penale: si presenta spontaneamente in questura e passa un anno in carcere, dove scopre di essere affetto da
una grave forma di malattia cronica.
Inizia una terapia continuativa e necessita di frequenti esami diagnostici.
Quando è scarcerato per lui va anche
peggio: si ritrova per strada e il suo fisico peggiora per l’impossibilità di curarsi adeguatamente. Viene ricoverato
più volte, ma la vita in strada causa
continue ricadute che si potrebbero
evitare. Quanto costa tutto ciò alla collettività?
Anche Alessandro finisce, finalmente, all’albergo popolare, poi al dormitorio dell’associazione Elisabetta
d’Ungheria e quindi viene segnalato
per l’inserimento in uno degli alloggi
della Caritas. Di nuovo, la situazione
abitativa stabile e l’accompagnamento
adeguato alle sue condizioni di salute
lo aiutano a rimettersi in fretta. Dopo
circa otto mesi in cui si mette a disposizione per piccoli lavori, anche gratuiti, a favore di altre persone svantaggiate, trova un impiego stabile e a
tempo indeterminato, grazie al quale
oggi ha potuto accedere a una sistemazione abitativa autonoma.
«Sono due storie tra le molte possibili – conclude Sara Ferrari – che ci
devono far capire quanto può fare la
sicurezza di una casa: chi ce l’ha non
se ne rende conto perché è abituato
ad averla. I problemi, poi, ci sono lo
stesso, ma questo è un grande aiuto
per arrivare a superarli».
Francesco
e Alessandro,
due nomi
di fantasia
per due
storie vere
di una vita
rinata
grazie
alla fiducia
di chi ha dato
loro un vero
alloggio
e una
sicurezza
da cui
ripartire.
Oggi entrambi
sono passati
dalla strada
a un lavoro
e una casa
propria.
Ikea, la catena di arredo svedese presente da tempo anche
in Italia, che destina ogni anno un budget consistente a
progetti in cui interviene direttamente con i propri prodotti.
Non si tratta di una
semplice donazione ma
quasi di un’adozione: a
essere coinvolta è anche la struttura progettuale dell’azienda.
«Ogni negozio ha a
disposizione un budget
che permette di rispondere a due o tre richieste all’anno da parte di
enti non profit. Dal
2005, anno di apertura
del negozio di Padova,
abbiamo realizzato 18
progetti. Per noi si tratta di un privilegio poter
intervenire in questi casi, renderci conto di queste realtà e contribuire a raggiungere gli obiettivi. In genere si tratta di progetti a sostegno di
diversamente abili o della diversità in generale, oppure di
strutture per i minori. In questo caso si è trattato di un progetto per i senza dimora», spiega Mario Barrile, coordinatore sociale ambientale per il negozio Ikea di Padova.
Il progetto del Carmine è stato particolarmente impegnativo: si è trattato di arredare totalmente due appartamenti per quattro persone. «La procedura – prosegue Barrile – è stata quella consueta: approvato il progetto, assieme a un nostro progettista venuto da Milano si è deciso il
tipo di arredamento in base alle esigenze di chi sarebbe
andato ad abitare negli alloggi. In questo caso si sono scelti arredi funzionali, con piccole attenzioni che risultano importanti: trattandosi di alloggi in convivenza, ad esempio,
scegliere dei comodini che possano essere chiusi contribuisce a creare spazi riservati all’interno della casa».
Tra gli ultimi progetti realizzati da Ikea a Padova vi sono
un appartamento in cui Lifeline Italia ospita bambini venuti
per curarsi di tumore e leucemia, e due ludoteche per i
bambini in visita ai padri detenuti nel carcere Due Palazzi.
왘Solidarmente
왘
V
VI
housingsociale
FONDAZIONE LA CASA Nuova frontiera dell’abitare sociale
Una casa in condivisione
edilizia
&
restauri
I comuni
non hanno
più risorse
per l’edilizia
popolare,
i privati
si devono
scontrare
con le
troppe tasse
sulla casa.
Se non è più possibile permettersi una casa e l’edilizia residenziale pubblica
segna il passo, una risposta può venire dal mettere assieme le risorse
e dal condividere tanto l’alloggio quanto altri servizi essenziali
La vera frontiera avanzata del-
l’housing sociale è la «condivisione». Ne è più che convinto Maurizio Trabuio, direttore della
Fondazione La Casa, che offre alloggio a circa 400 persone in cinque province del Veneto.
«Oggi c’è un eccesso di offerta
di alloggi – constata Trabuio – ma
a canoni che, pur se tendenzialmente al ribasso, rimangono troppo elevati rispetto alla capacità di
spesa delle persone. Fino a pochi
anni fa si è investito prevedendo
una crescita continua nel tenore di
vita, nei redditi e quindi nei mezzi
a disposizione. Si era sicuri anche
che la rendita fondiaria fosse l’investimento più sicuro, nel lungo
periodo avrebbe certamente reso.
La casa era il valore per eccellenza. La crisi ci ha mostrato che anche la casa non è più una garanzia
e sono crollati i fondamenti dell’edilizia sia pubblica che privata».
Perché li ritiene crollati?
«Perché il meccanismo della
produzione e offerta è diventato
inutile e persino dannoso. Quanto
all’alloggio sociale, la fascia “popolare” oggi è talmente ampia che
quello che può essere messo a di-
sposizione dal pubblico è veramente poco significativo. Fino a pochi
anni fa venivano costruite anche 50
mila case popolari all’anno in Italia, oggi siamo attorno alle 20 mila. Possiamo affermare senza problemi che l’edilizia pubblica in Italia non c’è più. Non a caso le Ater
hanno avuto il mandato di vendere
il patrimonio edilizio costruito prima del 1990: questo vuol dire i tre
quarti del totale degli alloggi che
possedevano. Se da 36 mila scenderanno a 10 mila alloggi, che risposte potranno dare al problema
della casa per una regione grande
come il Veneto?»
Vi sono risposte alternative?
«Il pubblico si è affidato al sistema integrato dei fondi immobiliari, ma anche questo riesce ad arrivare forse a 20 mila risposte.
Quanto all’edilizia privata, anche a
causa delle tasse, in Italia non è
messa nelle condizioni di svolgere
un ruolo sociale. Non si può trattare chi affitta a scopi sociali come
un qualsiasi altro proprietario».
Cosa rimane?
«L’unica soluzione che vedo
possibile per continuare a dare una
risposta di housing sociale è quella
della condivisione. Che significa
non solo condividere la casa, ma
anche ciò che serve, ad esempio la
lavatrice. Molti altri beni ormai
vanno verso la direzione della condivisione: si può pensare all’auto
con il car sharing».
Condividere in una società abituata all’individualismo non è un passo
troppo forte?
«Certo, per questo è necessario
investire su una formazione alla
condivisione. Pensiamo anche a
come questo atteggiamento potrebbe essere un modo per aumentare
la coesione sociale, proprio a partire dall’imparare a gestire beni in
comune. Credo che i conti comincerebbero a tornare per le nostre
comunità. Se si progettassero e gestissero progetti sociali, con ad
esempio spazi verdi, gestione dei
rifiuti, servizi per bambini e anziani, i comuni potrebbero pianificare
importanti risparmi di spesa».
Esempi ce ne sono già?
«Certo. Senza pensare alle comuni di quarant’anni fa, che comunque non avevano questo scopo, esistono ormai molte esperienze di condomini solidali dove i
proprietari si mettono assieme, oppure di ecovillaggi».
Anche voi avete queste proposte?
«Noi siamo in una situazione
particolare, perché siamo una fondazione proprietaria di alloggi. Siamo noi il singolo proprietario dei
EXPERIMENTDAYS Si è tenuta a Milano a metà del mese di ottobre
Una fiera dedicata all’abitare collaborativo
è l’abitare del futuro? Come si fa a risponde Qual
re alle nuove esigenze di chi non vuole rinunciare
alla vita urbana e desidera avere relazioni sociali e uno
stile di vita piu sostenibile? Se lo chiedono gli organizzatori di Experimentdays, la prima fiera dell’abitare collaborativo che si è tenuta a Milano l’11 e 12 ottobre
scorsi ispirandosi ad analoga iniziativa che esiste da un
decennio a Berlino. Come risposta possibile vengono
proposte, ovviamente, le abitazioni collaborative, dove
per collaborare si intende il co-abitare, ma anche il coprogettare e il co-costruire.
«Immaginiamo un nuovo modo di abitare la città –
spiegano – dove condomini, vicini e abitanti dello stesso quartiere collaborano per migliorare la propria vita e
agli spazi privati si uniscono luoghi e servizi per la condivisione, lo scambio e il consumo consapevole. Dove ci
sono la lavanderia condivisa, i gruppi di acquisto solidale, il car sharing di condominio (ovvero auto condominiali in condivisione), l’orto di quartiere. Il tutto semplificato dalle piattaforme digitali».
Le abitazioni collaborative sono quindi partecipative
e accessibili, innovative e inclusive, sono la casa nell’era dell’economia collaborativa. Luoghi dove ci sia
spazio e voglia di reinventarsi modi di vivere che possano essere conviviali e sociali. «La casa è l’opportunità di
innovare e ripensare la città; proprio perché si e vicini,
si possono condividere spazi, attività, tempo, energia».
La domanda «come si fa?» ha trovato molte risposte tra gli stand della fiera, dove sono stati presentati
progetti esistenti, ma anche tutti gli strumenti per la gestione condominiale e collaborativa, a partire dai facilitatori fino agli amministratori condominiali e gestori sociali. Spazio anche al co-progettare e agli aspetti di cocostruzione, che hanno interessato cooperative edilizie,
imprese edili ma anche titolari di strumenti finanziari.
Grande interesse anche per il tema della terza età,
con la proposta di reti di servizi abitativi e sociali che
accompagnino l'invecchiamento attivo, perché «nel
2050 si starà a casa ma senza stare a casa» con migliore salute e più partecipazione.
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housingsociale 왗 VII
NUOVO VILLAGGIO L’amministrazione immobiliare sociale
Duecento alloggi in tutto il Veneto
oltre venti gli anni di esperien왘 Sono
za nel settore dell’housing sociale del-
condomini. Per noi la parte solidale è misurarci nella creazione di
patrimonio da destinare a uso condiviso. Il patrimonio produce alloggi che sono in condivisione».
왘 Quanti vostri appartamenti sono
«in condivisione»?
«Circa il 30 per cento dei nostri
alloggi, ormai un centinaio, vengono destinati al co-housing, la condivisione tra singoli non parenti.
Un tempo erano soprattutto migranti, ora che siamo in fase di deflusso migratorio possiamo parlare
in generale di persone senza risorse abitative, spesso anziani».
왘Gestire housing sociale quali problemi comporta?
«Teniamo presente che noi rispondiamo comunque al bisogno
di una fascia debole. Spesso sono
persone sole, ma sappiamo che la
solitudine, per ironia, non è mai
sola: si porta dietro disagi a volte
economici, oppure di salute, relazionali, professionali, fallimenti familiari, migrazioni... Un’altra cosa
che ci mette in difficoltà è l’alta
morosità, il 20 per cento».
FONDI IMMOBILIARI Istituiti per legge, sono una nuova risposta all’esigenza abitativa
Uno strumento in più per l’alloggio sociale
legge 112 del 2008,
왘 Ilpoidecreto
convertito nella legge 133 del-
lo stesso anno, ha individuato nei fondi immobiliari uno strumento da promuovere per la realizzazione, nell’ambito del Piano casa, di progetti di housing sociale.
Un fondo immobiliare appartiene
alla categoria degli organismi di investimento collettivo del risparmio (regolamentati dal Testo unico della finanza)
ed è un patrimonio autonomo, suddiviso in quote, aventi tutte lo stesso valore
e gli stessi diritti, di pertinenza di una
pluralità̀ di partecipanti (investitori), gestito in monte. La gestione di tale patrimonio è riservata a una apposita società di gestione del risparmio (Sgr), assoggettata al controllo della Consob e
della Banca d’Italia.
Questi fondi, ormai decine in Italia, si caratterizzano per il fatto di investire il patrimonio prevalentemente
in beni immobili e sono stati individuati come uno dei principali strumenti
per affrontare il tema dell’housing sociale, potendo favorire la collaborazione tra soggetti pubblici (dai comuni
alle regioni), privati (investitori come le
banche e i gruppi immobiliari) e enti
non profit (soprattutto per la fase di
gestione). Attraverso un fondo un ente
locale può, ad esempio, reperire le risorse per ristrutturare il proprio patrimonio edilizio residenziale e tornarne
proprietario dallo scioglimento del
fondo, garantendo l’uso sociale degli
immobili.
Un esempio di fondo immobiliare
etico è il fondo Veneto case della Beni
stabili gestioni sgr, una società di Roma che opera in campo nazionale dove vanta una quindicina di fondi immobiliari, gestito dalla cooperativa
Nuovo Villaggio. «Si tratta di condomini che vanno dai trenta alloggi in su –
spiega Niccolò Gobbato di Nuovo Villaggio – per i quali abbiamo l’incarico
di gestione e amministrazione. Siamo
di fatto l’interfaccia tra gli inquilini finali e l’ente proprietario, che si avvale
di un soggetto come il nostro, radicato
nel territorio e con competenze tanto
immobiliari che sociali. Gli inquilini entrano negli appartamenti tramite apposito bando, che prevede ad esempio limiti di reddito e privilegia anziani,
nuclei familiari con soggetti portatori di
disabilità, giovani coppie o con figli e
così via».
la cooperativa Nuovo Villaggio di Padova.
Cuore della sua attività è la gestione di alloggi e servizi alla persona in campo abitativo, anche su richiesta di enti come i
comuni. Si occupa oggi di circa 200 alloggi nelle province di Padova, Rovigo, Treviso, Venezia e Verona.
«La cooperativa – spiega Niccolò Gobbato, responsabile dell’area servizi abitativi di Nuovo Villaggio – si occupa di tre distinti ambiti: le amministrazioni e gestioni
immobiliari, i servizi alla persona limitati al
settore dell’housing sociale, e i servizi al
lavoro. Il primo settore è forse il principale,
quello in cui, ad esempio, gestiamo alloggi
per conto di vari enti pubblici e privati».
Tra questi vanno citati il portierato sociale negli alloggi Riab di Limena o di alcune case per anziani a Rovolon, ma soprattutto gli alloggi del Fondo veneto case.
Nuovo Villaggio non funge quindi solamente da classico amministratore di condominio, ma è un soggetto ibrido che garantisce una presenza fisica di qualità nelle strutture. «Non facciamo il classico portierato ma ci occupiamo della funzione sociale di contatto diretto con le persone e
delle dinamiche che si possono generare
tra gli inquilini, ovvero mediazione conflitto
e dei rapporti di vicinato».
Ma a chi vanno questi alloggi e gli altri
gestiti dalla cooperativa, ad esempio quelli
di proprietà di comuni o della Fondazione
La Casa? «Dipende, anche se in genere
non si tratta di alloggi indirizzati a soggetti
delle fasce più deboli. I bandi, sia dei comuni che del Fondo veneto case, prevedono comunque dei criteri di selezione. È in-
teressante, per il fondo, che alcuni appartamenti non siano dati solo in affitto ma
con la possibilità di contratti che prevedono la futura vendita, dopo otto anni, agli
stessi inquilini. È l’affitto con riscatto, in
cui parte dell’affitto va in conto capitale e,
al termine della locazione, si può negoziare la vendita detraendo la parte accantonata».
I servizi di gestione socioimmobiliare
della cooperativa sono oramai presenti in
molti comuni del territorio padovano e veneto sotto l’acronimo Aisa (Agenzia di intermediazione sociale all’abitare), e prevedono anche servizi di accompagnamento
all’abitare. Si tratta, in sintesi, di aiutare gli
inquilini a limitare il loro disagio abitativo.
«Non si tratta di una presa in carico totale
della persona – conclude Gobbato – ma di
accompagnarla, ad esempio, in una nuova
soluzione abitativa, oppure di un aiuto a
leggere il proprio progetto di vita o migratorio, sempre relativamente ai soli aspetti
dell’abitare. In questo operiamo di norma
a fianco di altri soggetti, come l’ente pubblico, che hanno il compito di prendere in
carico la persona».
I Fondi
immobiliari
si sono diffusi
come nuovo
strumento
che permette
di reperire
risorse e
unire le forse
di enti locali,
investitori
privati
e non profit.
Così un ente
pubblico
può
ad esempio
trovare
le risorse
per
recuperare
un patrimonio
esistente
senza
privarsene.
VIII Esterestauri
edilizia
&
restauri
La chiesa, oggi di
proprietà pubblica,
è stata messa
in sicurezza
con il recupero
in particolare del tetto.
A breve saranno
di nuovo possibili
le visite guidate
LA DIFESA DEL POPOLO
26 OTTOBRE 2014
È ancora lungo il percorso per
il completo recupero della
chiesa di Santa Maria delle
Consolazioni di Este, detta anche
degli Zoccoli. Si è tuttavia concluso
proprio a metà di ottobre il pezzo
più importante, il consolidamento e
la messa in sicurezza della struttura
dell’edificio, che fu monastero ma
anche sede ospedaliera (da cui il
nome popolare, pare, proprio per le
calzature di chi operava nel sanatorio). Il chiostro, restaurato nel 2005,
ospita oggi la sede della Fondazione Accademia dell’Artigianato. Tra
i vanti della chiesa vi è la Madonna
con il Bambino di Giovanni Battista
Cima da Conegliano, eseguita nel
1504, oggi ospitata nel Museo Nazionale Atestino (nel sito originale
vi è ora una copia).
I recenti lavori, diretti dall’architetto Giorgio Galeazzo, hanno riguardato in particolare il restauro
della copertura, del tetto e delle capriate. In particolare, vi è stato un
importante intervento per il recupero della funzionalità statica di quattro capriate in legno della navata
maggiore mediante movimentazione manuale, assestamento della sede muraria di appoggio e ricollocazione in asse per il ripristino della
corretta funzionalità del manufatto.
Durante i lavori si sono resi necessari interventi straordinari che
hanno riguardato gli apparati di fondazione di murature perimetrali e
colonne, dovuti a situazioni di dissesto strutturale e lesione a vari livelli di profondità, che hanno imposto una maggiore estensione dell’opera di consolidamento, il rinforzo strutturale di alcune capriate della navata maggiore, l’integrale so-
CONSOLAZIONI Ma un completo recupero sarà ancora lungo
Di nuovo agibile l’antica chiesa
stituzione di travi portanti in legno e
struttura secondaria di ripartizione
della copertura della navata laterale,
il recupero funzionale e sistemazione della lanterna in copertura della
Cappella della Concezione. Si è resa necessaria la cucitura localizzata
di sicurezza di archi murari con inserimento di barre in acciaio inox di
circa cinquanta centimetri, a raggiera, con perforazione, inserimento e
solidarizzazione della cavità.
Per la copertura del tetto si è
provveduto alla rimozione, sabbiatura e ricollocazione delle tavelle laterizie esistenti, alla posa di nuovi
coppi antigelivi per la parte inferiore della copertura (coppi canale) e
al recupero, per quella superiore,
dei coppi originari con cernita dei
pezzi riutilizzabili e sostituzione di
quelli troppo danneggiati con vecchi coppi “a mano”, analoghi a
quelli esistenti, in accordo con le
prescrizioni della Soprintendenza.
L’importo finale dei lavori realizzati è stato di 860 mila euro. La
chiesa è ora accessibile in sicurezza,
ma sarà aperta solo per visite guidate. Restano da fare importanti interventi come il recupero del campanile e della navata laterale, nonché il
restauro complessivo dell’apparato
decorativo e degli altari, per i quali
sono ancora da reperire le necessarie risorse.
LA DIFESA DEL POPOLO
26 OTTOBRE 2014
Esterestauri 왗
IX
DUOMO Verso la conclusione il primo stralcio dei lavori
Il restauro di Santa Tecla
왘
Il duomo di Santa Tecla in Este eseguiti sono solo il primo stralcio sto. I lavori sono stati eseguiti dalè un complesso monumentale di un più ampio progetto di inter- l’impresa Edilrestauri di Brendola
di eccezionale interesse reli- vento approvato fin dal 2008 per (Vicenza) e sono in via di ultimagioso e culturale, realizzato tra il contrastare il diffuso degrado delle zione.
1690 e il 1702 su progetto dell’ar- superfici, un dissesto strutturale che
La grande importanza del mochitetto veneziano Antonio Gaspari tuttavia non era eclatante, con feno- numento ha richiesto un rigoroso
(165-1723), già collaboratore di meni di umidità di risalita e migra- iter preliminare per approfondire la
Baldassare Longhena e
zione all’esterno dei conoscenza dell’intero complesso e
ammiratore del Pallasali.
dei comportamenti strutturali, nonL’importante
dio e del Bernini. A lui
All’esterno, gli ché di analisi e mappatura del demonumento
si deve l’originale
estesi paramenti lateri- grado, al fine di effettuare scelte
religioso e culturale
pianta a ellisse, con
zi della facciata princi- progettuali efficaci e coerenti.
fu eretto alla fine
profondo presbiterio e
pale risultavano sog- L’impegno dei progettisti è stato
del Seicento
orientamento centragetti a un deteriora- quello di operare per mantenere ausu progetto
lizzato di tutte le capmento di superficie le- tentici i caratteri e la materialità
pelle radiali.
gato ai cicli gelo-di- delle architetture, senza alterarle o
del veneziano
L’edificio è coperto
sgelo, e anche il batti- modificarle inutilmente tramite peAntonio Gaspari
da una cupola ovale
stero presentava super- ricolose interpretazioni dei “valori”
sostenuta da travature e costoloni in fici esterne intonacate in avanzato storici, artistici o estetici, che sono
legno, mentre il presbiterio si con- stato di degrado. All’interno, la ma- sempre soggettivi e quindi falsanti.
clude con un’altra abside semiellit- nutenzione operata nel corso dei seIl progetto del primo stralcio di
tica ed è coperto da una cupola in- coli, con la stesura di intonaci, ave- lavori, ormai in via di conclusione,
nestata su un alto tamburo. Le cap- va modificato le origiha previsto interventi
pelle radiali della navata sono otto, narie superfici.
di restauro conservatiLe strutture
le quattro centrali uguali e poco
L’importo comvo del complesso del
dell’edificio
profonde, due con una sezione qua- plessivo del primo
duomo di Santa Tecla
risultavano affette
drangolare più profonda, le due stralcio di lavori amcon opere sia interne
da patologie
simmetriche al presbiterio più ela- monta a 2 milioni di
che esterne: per queste
di degrado
borate, con un’abside semiellittica euro, finanziati per
ultime si è trattato in
rilevanti
di fondo, due absidiole parietali e metà dalla fondazione
particolare del restauro
cupola.
Cassa di risparmio di
delle facciate, esteso
ma nella norma
Le strutture dell’edificio risulta- Padova e Rovigo, per
per un antico edificio anche all’adiacente
vano affette da patologie di degra- 500 mila euro dalla retorre campanaria. Sodo piuttosto rilevanti, ma sostan- gione del Veneto e per 250 mila eu- no state effettuate opere di lavagzialmente riconducibili a normali ro ciascuno da provincia di Padova gio, applicazione biocida, ristilatura
fenomeni degenerativi degli edifici e parrocchia di Santa Tecla. L’im- giunti e protezione finale. Quanto
antichi. Un intervento di restauro porto complessivo è stato rispettato alla copertura, il progetto ha previera ormai non rinviabile e i lavori e non vi sono stati aumenti di co- sto un intervento di risanamento
che ha interessato sia il manto in
coppi che la struttura lignea del sottotetto.
Internamente, le opere hanno riguardato sia il controsoffitto (con
interventi tanto all’intradosso che
all’estradosso) che il paramento
murario di raccordo tra lo stesso e
il primo cornicione.
Relativamente alle vetrate il
progetto prevede il recupero con interventi riguardanti sia la parte lignea (telai) che quella vetrata.
Il primo stralcio dei lavori
ha richiesto un rigoroso iter
di studio al fine di compiere
le migliori scelte progettuali.
L’impegno è stato quello
di mantenere autentici i
caratteri e la materialità
delle architetture del duomo.
Sono state eseguite opere
di restauro conservativo tanto
esterne che all’interno,
dalla pulizia dei muri
al risanamento della copertura.
Facciata restaurata Palazzo da Lesa sede della Canonica di Santa Croce
in Corso Vittorio Emanuele II Padova.
Rifacimento interno (prima e dopo)
di parte di un tetto con travi a vista.
Ricostruzione di tratto di mura di cinta
perimetrale di Villa Pisani di Strà,
danneggiata dalla caduta di un albero.
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LA DIFESA DEL POPOLO
26 OTTOBRE 2014
CARMINE Si avviano alla conclusione i lavori di consolidamento
La facciata era a rischio crollo
edilizia
&
restauri
IL PARROCO La chiesa per ora rimane chiusa al culto
Nuova sfida: risanare l’interno
fatto la prima parte, ora serve provvedere alla seconda
왘 «Abbiamo
per la quale auspichiamo di trovare le risorse necessari», afferma il
parroco mons. Lorenzo Mocellin, comunque soddisfatto dei lavori svolti,
durante i quali si sono affrontate situazioni impreviste e sono state fatte
indagini accurate e trovate soluzioni originali e ad hoc. «Abbiamo potuto
beneficiare di un finanziamento pubblico di 266 mila euro con i quali abbiamo messo in sicurezza la facciata, che era a rischio di ribaltarsi verso la strada, e il campanile, dal quale avevamo dovuto tirare giù le campane ancora prima che il terremoto del 2012 ne aggravasse le condizioni. E abbiamo recuperato il tetto. Tutto restando all’interno del budget».
La chiesa rimarrà probabilmente chiusa perché anche l’interno, con
il pregevole pavimento in terrazzo alla veneziana a rombi alternati bianchi e rossi, i soffitti a cassettoni e i due altari, dovrà essere restaurato.
왘
È ormai in sicurezza la chiesa
della Madonna del Carmine di
Este, tra viale Fiume e via Molini. Sono infatti terminati i lavori
più urgenti necessari alla messa in
sicurezza dell’esterno, in particolare
la facciata e il campanile, che erano
a serio pericolo di crollo. L’edificio,
risalente al Seicento (una lapide riporta la titolazione e una possibile
data di costruzione, 1610), è di piccole dimensioni e presenta una pianta longitudinale a unica navata con
un altare su ciascun lato. Pregevole
è il controsoffitto ligneo a cassettoni, finemente decorato, anch’esso
oggetto di restauro.
Progettista e direttore dei lavori,
che non sono ancora conclusi, per la
parte architettonica è l’architetto
Michele Brochin, mentre per la parte strutturale l’ingegner Roberto Boscolo, esecutrice la ditta Edilrestauri. «L’edificio è costruito con muratura mista – spiega Brochin – in pietra e laterizio, con prevalenza del
primo, come ancora oggi si può vedere nelle pareti laterali conservate.
Nel Settecento fu eseguito un ampliamento che comportò un nuovo
prospetto, oltre al controsoffitto. È a
seguito di questo intervento che sono venute a crearsi le condizioni di
criticità dell’attuale struttura».
L’intervento eseguito è stato di
natura strettamente conservativa,
volto alla messa in sicurezza del bene immobile, con riutilizzo di materiali e tecniche applicative conformi
a quelli in opera e a suo tempo impiegati, in modo da non snaturarne
la testimonianza storica. «Sono stati
realizzati interventi mediante l’impiego di materiali e tecniche più attuali (acciaio, inghisaggi, iniezioni),
solo ove strettamente necessario e
applicati seguendo i principi della
reversibilità senza alterare l’immobile», prosegue Brochin.
Il prospetto rivelava la principale
criticità. Costruito in mattoni pieni,
era in fase di ribaltamento verso la
strada (nelle pareti longitudinali erano presenti fessure diagonali dal livello di gronda fino alla base). Si è
proceduto quindi all’ancoraggio con
SANTA MARIA DELLE GRAZIE Rinnovati gli impianti, le strutture e le finiture
La scuola dell’infanzia come nuova
come nuova la scuola del왘 Torna
l’infanzia Santa Maria delle Grazie,
alle spalle dell’omonima basilica e
santuario, per cui si sono ormai conclusi i lavori del primo e più importante
stralcio di ristrutturazione, condotti in
modo da non interrompere l’attività
scolastica.
L’edificio in cui è collocata la scuola si compone di due blocchi edilizi diversi per struttura, periodo di costruzione e altezza. La parte più recente risale agli anni ’60 del Novecento. Il
complesso presentava evidenti segni
di vetustà che hanno richiesto un intervento generale sia di adeguamento
alle mutate normative, sia di natura
edile, impiantistica, distributiva dei locali e di finitura. Tra gli ultimi “imprevisti” in ordine di tempo, il pavimento al
piano terra si era alzato gonfiandosi
verso l’alto e anche quello al piano primo si era sollevato in più punti per la
perdita di consistenza e coesione del
massetto di sottofondo.
Poiché è apparso chiaro che tali
interventi non si potevano condurre
senza una revisione critica della struttura, si è dato seguito a una progettazione complessiva tesa a ricondurla all’interno degli standard di settore, riorganizzando e riarmonizzando gli spazi
e gli assi distributivi. Progettista e di-
le retrostanti pareti laterali e all’inserimento di catene di ferro nella
parte sommitale di gronda.
Quanto al tetto settecentesco, a
capriate con un passo piuttosto fitto,
era mancante di quella travatura lignea di ripartizione e collegamento
che avrebbe consentito un sistema
intelaiato completo e un’adeguato
appoggio per l’orditura secondaria.
Gravato dal peso di tavelle e coppi,
era anch’esso in uno stato di criticità
derivante dalla discontinuità della
struttura fondazionale e pure della
tessitura muraria.
Si è proceduto quindi al rinforzo
delle fondazioni, con un anello di
contenimento sui tre lati seicenteschi a conferire resistenza anche alle
spinte orizzontali. Nel tetto il risanamento e rafforzamento ha affiancato
il restauro e la conservazione dell’orditura principale, riscontrata peraltro in buono stato di conservazione generale a seguito delle indagini
specialistiche condotte. L’intervento
ha anche riguardato la protezione di
tutte le teste delle capriate e la sostituzione di parte della struttura secondaria ove erano presenti situazioni di degrado avanzato.
LA FINITURA
Il marmorino nel campanile
di restauro della chiesa della Madonna
왘 L’intervento
del Carmine ha provveduto a ripristinare anche la fini-
rettore lavori è stato l’architetto Michele Brochin, assieme agli ingegneri Roberto Boscolo per la parte strutturale e
Serena Stellin per il progetto dell’impianto elettrico, e Giovanni Michelotto
per la parte termoidraulica. I primi interventi sono consistiti nella rimozione
di pavimenti ormai fatiscenti, massetti,
serramenti e intonaci impropri, della
scala interna e di alcune pareti divisorie. Si è quindi proceduto a interventi
di abbattimento di barriere architettoniche e adeguamento ai parametri
energetici (rifacimento impianti obsoleti e isolamento termico dell’involucro
edilizio per elevare la categoria energetica). Si è prestata molta attenzione
al grado di confortevolezza degli ambienti con impianto di riscaldamento, a
pavimento, fono assorbenza all’interno
delle stanze, favorendo un’elevata illuminazione naturale e installando quella
artificiale calibrandola sugli spazi in
modo da garantire uniformità di intensità luminosa.
Di grande impatto originale è
l’avancorpo esterno, nuovo ingresso alla scuola, divenuto l’elemento caratte-
rizzante dal punto di vista estetico con
la sua parete curva, le superfici vetrate,
l’area per l’intestazione dell’istituto e la
funzione di cerniera tra i due corpi di
fabbrica. All’interno contiene l’elevatore, prima mancante, e un ulteriore collegamento verticale tra i piani.
Venendo alla ricollocazione degli
spazi, va segnalato lo spostamento
della zona refezione dal piano primo a
quello terra con individuazione di un
unico settore che comprende anche il
blocco dei servizi igienici per gli allievi
e dell’operatore della cucina nonché la
dispensa. Adiacente all’ingresso è stato individuato un grande locale guardaroba (prima ripartito tra piano terra e
superiore, lungo il corridoio), l’ufficio di
direzione si trova ora al piano terra e le
tre sezioni sono tutte al primo piano.
La sezione «primavera» ha ora un
suo ambito specifico ed è direttamente
connessa con gli spazi collettivi della
scuola dell’infanzia, ma è dotata di una
propria autonomia funzionale e organizzativa. La separazione con la parte
rimanente della scuola può essere, se
serve, eseguita con una parete mobile.
Un nuovo
avancorpo
esterno funge
da rinnovato
ingresso
al plesso
e raccorda
i due blocchi
di cui
si compone
la scuola.
All’interno
si è rivista
la
distribuzione
dei locali:
oggi c’è
l’ascensore,
nuove scale,
una diversa
area mensa,
blocchi
sanitari
rinnovati,
grande
attenzione
al confort.
tura esterna della chiesa e del campanile. «Dopo accurate
analisi e il prelievo di campioni in più punti ci si sente di affermare che la chiesa seicentesca era tutta di aspetto
bianco – rivela l’architetto Michele
Brochin – in parte
con finiture a marmorino, ma per le
parti più estese o
prive di ornamenti
con pittura a calce.
Nel Settecento, con
la nuova impostazione data alla chiesa, deve essere stata ripresa l’originaria finitura a marmorino bianco per
la facciata principale. Si sono trovati
infatti lacerti di marmorino al di sotto
delle ogive del campanile, ma di diversa composizione e
soprattutto su supporto completamente diverso, con tutta probabilità proprio
quello originario della chiesa del Seicento. Tale supposizione è avvalorata dall’esame della fattura delle ogive: sono
irregolari nella forma, non compatibili con l’esecuzione delle cornici dalla cella campanaria in su. Pertanto l’intervento
settecentesco, oltre a riguardare la nuova facciata data alla
chiesa e la revisione delle forometrie sui fianchi, ha modificato anche la parte terminale del campanile dalla cella
campanaria in su».
Con l’occasione del restauro si è anche rinnovato il sistema
di controventamento delle statue sul frontone della chiesa,
una delle cause di degrado degli elementi lignei della copertura perché aveva favorito infiltrazioni di acqua piovana,
con bloccaggio di possibili cadute delle statue stesse verso
la strada o la chiesa. A questo si è aggiunto l’intervento di
pulizia e risanamento del materiale lapideo.
왘Brevemente
왘
XI
XII restaurisaccisica
edilizia
&
restauri
I bombardamenti alleati
avevano già costretto
a rifare nel dopoguerra
il controsoffitto.
Grazie al sistema
dei ponteggi, l’intervento
è stato realizzato
senza interrompere
l’attività liturgica
LA DIFESA DEL POPOLO
26 OTTOBRE 2014
PONTELONGO Restaurati i danni al tetto causati dal terremoto del maggio del 2012
Nuovo il controsoffitto dopo 50 anni
La chiesa di Sant’Andrea Apo-
stolo a Pontelongo, eretta sulla
riva destra del Bacchiglione
come nuova parrocchiale nell’anno
1902, fu benedetta nel 1911 assieme
al campanile e alla canonica ora demolita. Consta di una sola navata
ma di cinque altari e presenta uno
stile di ispirazione tardorinascimentale di proporzioni serene e equilibrate, ben dialoganti con la volta
che evidenzia il rimando allo stile
barocco.
L’evento sismico verificatosi nel
maggio del 2012 aveva prodotto alcune lesioni strutturali particolarmente evidenti sul controsoffitto
dell’edificio, costruito a suo tempo
con una profusione di mezzi e di
costi che oggi lascia stupiti. Così, a
poco più di cento anni dalla costruzione della chiesa, il 17 febbraio
scorso la benedizione del parroco,
don Aldo Manfrin, aveva dato avvio
al cantiere per la ricostruzione del
controsoffitto.
Si è trattato del secondo grande
intervento subito dalla copertura
della chiesa dopo quello realizzato
in seguito ai danni causati dai bombardamenti della seconda guerra
mondiale, finalizzati a colpire lo
zuccherificio, la ferrovia e il ponte
sul Bacchiglione. Dai riscontri realizzati si sono potuti comprendere
oggi gli interventi di rinforzo realizzati allora sulle capriate della copertura e le modalità con cui era sta-
to sostituito l’originario controsoffitto con dei pannelli di eraclit (pannelli in lana di legno) intonacati con
calce.
Quanto ai restauri attuali, «la
predisposizione di un grande ponteggio interno – spiega l’architetto
Roberto Martin, progettista e direttore dei lavori – ha consentito di
realizzare un piano di posa a dieci
metri dal pavimento, appena al di
sopra della rete anti-caduta che era
stata prontamente realizzata, pochi
giorni dopo il terremoto, per garantire la sicurezza della sottostante navata permettendo l’agibilità dell’edificio. Proprio per rendere utilizzabile e senza interferenze di cantiere il sottostante spazio liturgico, si
era provveduto anche alla costruzio-
ne di un ponteggio esterno, realizzato sino alla sommità dell'edificio,
che ha consentito uno specifico accesso al piano di lavoro interno».
I lavori sono quindi proceduti
con il lievo e lo smantellamento del
controsoffitto esistente e la pulitura
della struttura lignea della copertura
e del controsoffitto stesso, con un
trattamento antitarlo.
«Le indagini e le verifiche tecniche – prosegue l’architetto Martin –
hanno poi determinato le modalità e
la qualità del progetto di rinforzo
strutturale, operato sul vecchio controsoffitto, con l’obiettivo di conservare integralmente l’originale struttura lignea. Si è quindi proceduto a
realizzare il nuovo controsoffitto
con identica sagoma di quello originario. Si è trattato di posare in opera
una controsoffittatura costituita da
lastre prefabbricate predisposte e
appositamente sagomate, in modo
da ricostruire nella navata la volta a
botte ribassata e le lunette in gesso
alabastrino. Le lastre sono armate e
sospese con tondini di acciaio zincato, fibrate e saldate con cardato di
manila (canapa)».
L’opera, completata con la finitura di tutta la superficie a vista con
uno strato di apposito rasante, la
stesura di una mano di fondo aggrappante e di due di pittura traspirante a base di calce, ha avuto un
costo complessivo di circa 180 mila
euro.
restaurisaccisica 왗 XIII
LA DIFESA DEL POPOLO
26 OTTOBRE 2014
SANTA MARGHERITA Terminati i lavori di risanamento delle parti esterne
Riapre il museo delle idrovore
왘
Sono ormai conclusi i lavori di re-
In seguito a questi ultimi avvenistauro che hanno riguardato la menti fu quindi deciso che, oltre al rigrande idrovora di Santa Marghe- pristino di quanto era stato danneggiato,
rita, nell’omonima frazione di Codevi- si dovesse procedere a bonificare i tergo. Il potente impianto fu
reni paludosi dell’area grarealizzato tra il 1886 e il
zie a un progetto di deflusso
L’impianto
1887 per contrastare i contidi Santa Margherita delle acque verso un bacino
nui allagamenti all’area deldi raccolta: per la sua posidi Codevigo
la Saccisica dovuti agli inzione ottimale fu scelta aprisale al 1886-87
terventi che avevano deviapunto la località di Santa
e ancora oggi
to il corso del Brenta. Le
Margherita Calcinara, in cosono in funzione
condizioni idrauliche e igiemune di Codevigo. Le acniche non erano più sopporque qui convogliate (canale
alcune pompe
tabili dalla popolazione, nel
Schilla) dovevano essere
degli anni Trenta
1882 il Brenta e il Bacchisollevate meccanicamente
glione avevano rotto le arginature inva- per farle defluire nella laguna. In tale
dendo tutto il territorio consorziale, al- modo si riuscì a recuperare quei terreni,
lagandolo per parecchi mesi e danneg- in parte vallivi, soggetti a continui allagiando anche gran parte della rete dei gamenti che causavano tutti gli anni
canali di scolo.
perdita totale o parziale dei raccolti.
Il complesso idraulico di Santa Margherita si componeva in origine di tre
fabbricati: l’edificio principale che ospitava l’impianto di sollevamento idrico,
l’alloggio per il macchinista e il fuochista, il deposito per il carbone o carbonaia. L’impianto di sollevamento idrico
era composto da quattro caldaie, una
motrice e una ruota idrovora a schiaffo
del diametro di 11 metri e larga 2,8 metri, che all’epoca era considerata la più
grande al mondo ed era in grado di sollevare cinque mila litri d’acqua al secondo.
L’impianto originario, elettrificato
nel 1917, fu demolito e sostituito nei
successivi anni Trenta da più moderni
gruppi pompa centrifuga mossi da motore diesel. Oggi l’impianto è ancora in
funzione, conta cinque pompe centrifughe distribuite in tre diverse sale (in una
sono ancora in funzione pompe e motori degli anni Trenta) ed è in grado di
sollevare, a seguito degli ultimi recenti
lavori, 13.500 litri d’acqua al secondo
del canale Schilla. Restaurata nel 2002,
l’ex carbonaia ospita il museo delle bonifiche.
L’intervento che si sta concludendo
ha previsto il risanamento delle facciate
esterne del fabbricato principale ed è
stato reso possibile dai fondi comunitari
messi a disposizione dal Gal Antico Dogado (euro 100 mila, misura 323/a azione 3 - valorizzazione e riqualificazione del patrimonio rurale) e altri 28
mila del Consorzio di bonifica Bacchiglione. L’importanza dell’intervento de-
riva anche dall’attenzione estetica con
cui sono stati costruiti gli edifici dell’impianto, i quali appaiono molto curati nei dettagli e nelle finiture pur trattandosi di un sito industriale: un esempio è
dato dalle finestre ad archi ribassati in
mattoni faccia a vista, impostati su
blocchi di pietra con davanzale anch’esso in pietra, e dalla presenza in tutti gli
edifici di cornici, fasce marcapiano e intonaco ocra a fasce rosso, quest’ultimo
elemento caratterizzante gli edifici originari.
Con la chiusura ormai prossima del
cantiere, prevista per la fine del mese di
ottobre, l’impianto idrovoro con l’annesso museo della bonifica tornerà di
nuovo a essere riaperto al pubblico per
le visite. Per ulteriori informazioni:
www.consorziobacchiglione.it tel. 0498751133.
La grande
idrovora fu
costruita
a seguito
dell’alluvione
del 1882 per
preservare
dalle acque
un’ampia
fetta
di territorio
che andava
regolarmente
sott’acqua,
con gravi
danni
e perdita
dei raccolti.
Oggi ospita
il museo
della bonifica.
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I lavori erano iniziati
negli anni Novanta
ma sono stati rallentati
da alcuni imprevisti
e altre lungaggini.
Fiore all’occhiello
della nuova biblioteca
è il fornito e accogliente
spazio per i bambini
LA DIFESA DEL POPOLO
26 OTTOBRE 2014
BAGNOLI DI SOPRA Dopo lunghi restauri l’edificio, di proprietà comunale, torna agibile
La biblioteca nel palazzo dei Gurian
Ha una nuova e prestigiosa sede
la biblioteca comunale di Bagnoli di Sopra, traslocata a villa
Gurian, palazzetto ottocentesco da
poco restaurato, che si affaccia sulla
piazza del centro storico.
«Lo stabile – spiega il sindaco
Mario Rasi – era stato acquisito dal
comune di Bagnoli ancora negli anni Ottanta del Novecento, con una
prima ipotesi di recupero a uso residenziale. In seguito si è invece fatta
strada l’idea di trasferirvi la biblioteca comunale, che si trovava sacrificata in alcuni stretti ambienti del
municipio. Il cantiere si è quindi
aperto nel decennio successivo, ma i
lavori sono stati più volte rallentati
da imprevisti e lungaggini. La soddisfazione per la recente inaugurazione dell’edificio è dunque oggi il
frutto della grande costanza, dell’impegno e del sacrificio da parte di
tutte le amministrazioni politiche e
dei tecnici comunali che si sono succeduti in questo lungo ventennio».
Il travagliato recupero del palazzetto si è potuto avvalere degli studi
della ricercatrice Leda Borghero,
protagonista di un puntuale lavoro
d’archivio sull’architettura dell’edificio e sui suoi primi proprietari e
autrice del volume La Famiglia Gurian a Bagnoli di Sopra. Storia di
una comunità rurale nell’Ottocento
veneto (collana Bagnoli di Sopra Storia e Arte, Brigo editore, dicembre 2013). Punto di partenza è stato
Dal 1921 specializzata
nella fornitura e lavorazione
di pietre naturali adatte
all’esterno in climi
freddi e piovosi
(in particolare
la Trachite Grigia
Classica di Montemerlo,
che è dotata di un eccezionale
potere antiscivolo),
sia per pavimenti,
sia per rivestimenti,
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utilizza le sue conoscenze
per reperire e consigliare
nuovi materiali
(trachite gialla,
grigia e bicolore, pietra
naturale, granito, basalto,
porfido...)
e lavorazioni adatte
a tali condizioni,
che permettono
di ben figurare nell’ambito
dell’arredo urbano
e dell’edilizia,
coniugando qualità
delle opere
e benessere
per cittadini-pedoni
di città così più vivibili.
un documento di inizio Ottocento,
tratto dal censimento austriaco, che
attesta l’attuale assetto di villa Gurian rispetto a spazi più modesti
preesistenti dal secolo precedente.
«Il restauro – conferma Antonio
Zogno, l’architetto responsabile dei
lavori – ha mantenuto l’ultimo impianto veneziano ottocentesco del
palazzetto, che presenta il classico
salone centrale, sul quale si aprono le
stanze laterali, e un vano scala. Tutto
il lavoro si è comunque articolato
sulle tracce della prima vecchia casa, meno estesa in verticale e in profondità, senza annessioni laterali».
Sono stati poi fatti risalire al primo dopo guerra altri ritrovamenti,
come il pavimento del piano terra,
resti di decori pittorici nello spazio
centrale superiore, vari strati di intonaci e modifiche su aperture e camini. Si è scelto quindi di lasciare i
soffitti a vista nei saloni, mantenendo e consolidando gli altri in legno.
«Alle pareti abbiamo utilizzato intonaci traspiranti a base di calce –
prosegue Zogno – rispetto a quelli
cementizi del secolo scorso, mentre
pavimenti, serramenti e altri rivestimenti sono stati completamente rifatti per contenere la dispersione
termica. È stato inoltre riedificato
un basso fabbricato originario, con
tetto spiovente che segue l’andamento del muro di cinta sul fronte
strada, da cui ora si accede alla biblioteca».
L’atrio d’ingresso della biblioteca ospita oggi la tela materica dell’artista locale Gianni Turin e introduce alla reception, adiacente a una
zona computer. I vani circostanti sono dedicati a varie sezioni di libri,
tra cui spicca quella per i più piccoli, arredata a tinte vivaci e con sedute morbide, per ospitare anche laboratori e animazioni alla lettura.
La sala al piano superiore può
inoltre adattarsi a zona convegni,
mentre un soppalco che vi si affaccia è destinato ad archivio e ad ospitare altre postazioni multimediali.
Laura Bozza
A lato
Trachite
di Montemerlo
Chiostro
Beato Luca
Basilica
del Santo
Padova
A sinistra
Pavimento
in trachite
di Montemerlo
Sala partenze
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Sopra - Vialetto in trachite di Montemerlo
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LA DIFESA DEL POPOLO
26 OTTOBRE 2014
EREMITANI L’illuminazione che c’è ma che non si vede
MONTAGNANA Restauri al duomo
La chiesa di nuovo confortevole
Un concerto celebra
i nuovi restauri
왘
concerto in programma venerdì 24 otto왘 Un
bre nel duomo di Santa Maria Assunta a Mon-
Fino a qualche anno fa assistere
alla messa invernale nella chiesa
degli eremitani era come fare un
tuffo indietro nel tempo: freddo e buio
riportavano a epoche in cui il riscaldamento non esisteva e le lampade erano
a olio. Un finanziamento regionale ha
permesso di intervenire su questi due
aspetti e da qualche tempo la chiesa ha
un grado di comfort che ne ha permesso il completo utilizzo.
«Sono stati spesi 600 mila euro, ne
servirebbero quasi altrettanti per completare il progetto, ma ora possiamo
utilizzare la chiesa con la sua grande
navata. Solo le messe infrasettimanali
continuiamo a celebrarle nell’antica
sagrestia», spiega il parroco don Lucio
Guizzo. La chiesa degli Eremitani, nota nel mondo soprattutto per la cappella Ovetari con gli affreschi del Mantegna in gran parte distrutti durante la seconda guerra mondiale, fu eretta verso
il 1276. Tuttavia una cappella vi esisteva sicuramente prima (i frati Eremitani
giunsero in città verso il 1220-30) e
una lapide incastonata nel pilastro a
destra dell’altare maggiore cita come
anno di fondazione il primo maggio
1264, giorno a quel tempo dedicato ai
santi Flippo e Giacomo ai quali la
chiesa è, non a caso, intitolata. Si trattava probabilmente della prima chiesa
in muratura, poi sostituita dall’attuale
tempio: per questo nel 2014 la parrocchia ha festeggiato i 750 anni di fondazione della chiesa.
Particolare interesse riveste la nuo-
va illuminazione che ha permesso di
valorizzare l’intero edificio. Del precedente impianto sono state conservate
solo le lampade a parete lungo la navata e nelle cappelle, e il sistema di luci
della cappella Ovetari. Il nuovo impianto invece è completamente a led e
ha la particolarità di essere quasi invisibile a luci spente: si è riservata infatti
molta cura a fare sì che le lampade fossero poco riconoscibili e integrate nella
struttura. Un pannello computerizzato
ha permesso di impostare tutta una serie di programmi di illuminazione diversificati a seconda delle ore del giorno e delle condizioni del tempo, nonché per le necessità delle celebrazioni.
Molto suggestiva è l’illuminazione
soffusa della parte centrale del soffitto
che permette di apprezzarne la struttu-
ra lignea a carena di nave. Anche le
cappelle laterali ne hanno guadagnato
sensibilmente, ma per completare il
progetto manca l’illuminazione ad hoc
dei monumenti della navata e il potenziamento dei fari del soffitto, nella zona verso l’uscita e ai lati.
L’altro importante intervento è stato quello all’impianto di riscaldamento, ad aria, rifatto utilizzando però le
vecchie canalette nel pavimento ai lati
della navata. Ora è possibile regolare
la temperatura e l’umidità, rilevate da
appositi sensori, nei vari punti della
chiesa. D’inverno non si scende sotto i
13 gradi, durante le celebrazioni si raggiungono almeno i 17. Per abbattere i
consumi, tuttavia, servirebbe ora intervenire e raddoppiare le bocchette di
aerazione.
MELATO
geom. francesco e ilario s.r.l.
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tagnana celebra i nuovi restauri che hanno contribuito a recuperare e valorizzare uno dei più importanti edifici dell’area a sud degli Euganei.
«Tra i lavori impegnativi eseguiti – racconta
don Renzo Zecchin, arciprete del duomo – vi è il
restauro di alcune opere, l’illuminazione totalmente
nuova e il restauro delle sagrestie».
I lavori sono stati realizzati con il contributo
straordinario della Fondazione cassa di risparmio di
Padova e Rovigo. Prima del concerto, alle ore
20.30, verrà fatta «memoria» degli interventi e del
lavoro compiuto. Verrà anche scoperta una targa
commemorativa degli avvenuti restauri.
A suonare sarà invece, alle ore 21, l’orchestra
Santo Stefano di Vicenza con la corale Martinelli
Pertile di Montagnana, direttore il maestro Paola
Barri. In programma l’esecuzione di musiche sacre
di Verdi, Mozart, Businaro, Vivaldi e Haendel.
COSTRUZIONI
RISTRUTTURAZIONI
RESTAURI
PROGETTAZIONE
Riqualificazione energetica
degli edifici intervenendo
su tetti, murature, serramenti,
impianti, comprese pratiche
per ottenimento sgravi fiscali
Risanamento muratura con barriera chimica
e intonaci deumidificanti contro l’umidità di risalita
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L’alta
facciata
del duomo di
Montagnana.