Per approfondimenti

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C ASTELLO
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DI OSSANA
Provincia Autonoma di Trento
Soprintendenza per i Beni culturali
Provincia Autonoma di Trento
Soprintendenza per i Beni culturali
Dirigente Sandro Flaim
Comune di Ossana
Sindaco Luciano Dell’Eva
ufficio tecnico: Luca Delpero
Coordinamento del progetto di restauro
Michela Cunaccia, Cinzia D’Agostino,
Marco Franzoi
rilievi: Annalisa Bonfanti, Claudio Clamer
supporto amministrativo: Giuliana Dalbosco,
Elena Devigili, Maris Cogoli, Roberta Barbera,
Katia Fratton
Ditte
scavi archeologici: Archeogeo di A. Granata & C.
Snc (Mandello di Lario LC), Ricerche archeologiche
Sas di P. Blockley & C. (Como), Società
Archeologica Padana (Mantova).
restauro architettonico: Impresa Gino Moletta
(Meano TN), Impresa Aldo Pedergnana (Terzolas
TN), Impresa SACAIM (Venezia), Marco Stanchina
(Terzolas TN), Zeni Roberto Snc (Spormaggiore
TN), Tecnoelettronica di Luigi Buzzola & C Snc
(Trento), Fa MAR di Moletta F.E.M. Carpenteria
Metallica (Lavis TN), F.lli Brida di Brida Ivan e
Cristian (Priò TN)
Progetto di recupero
progettista e direttore lavori: Francesco Doglioni
indagini stratigrafiche e sicurezza: Giorgia Gentilini
indagini archeologiche (coordinamento e
documentazione): Giovanni Bellosi
strutture: Marco Degiacometti
impianti: Alberto Alberton
collaboratori: Renata Daminato, Matteo Molin,
Alessia Ruggeri, Gianrenato Piolo
collaudatore: Adriano Conci
Hanno inoltre collaborato ai precedenti restauri
Cecilia Betti, Sergio Borgogno, Franco Galvagni,
Guido Gerosa, Flavia Merz, Mauro Pederzolli,
Marco Polo, Matteo Toffanin, Kati Zandonai,
Paolo Zanon
Un ringraziamento a
Flavio Pontalti e Marco Polo e, inoltre, a
Fabio Angeli (Stazione forestale di Malé),
Paolo Bosetti (PAT), Monica Cortelletti,
Sandro Costanzi, Raffaele De Col (PAT),
Alessandra Degasperi, Giovanni Dellantonio (PAT)
Andrea Franceschini (PAT), Alberto Mosca,
Giancarlo Nardin, Roberto Perini (PAT), Piergiorgio
Rech (PAT), Piergiorgio Rossi, Ulrico Spaur,
Graziano Zanella, Pierantonio Zanoni.
Testi, elaborazione e composizione grafica
Annalisa Bonfanti, Enrico Cavada, Claudio Clamer, Michela Cunaccia, Cinzia D’Agostino,
Morena Dallemule, Francesco Doglioni
Referenze
Per questo stampato si sono utilizzati studi e materiale dell’Archivio della Soprintendenza, le relazioni di
progetto, le schede e i saggi editi nei volumi 2, 4, 6 e 10 del progetto “APSAT Ambiente e Paesaggi dei
Siti d’Altura Trentini”, finanziato dalla Provincia Autonoma di Trento (bando “Grandi Progetti 2006”) e
coordinato dal prof. Gian Pietro Brogiolo dell’Università degli Studi di Padova (responsabile scientifico) e
dalla dott.ssa Elisa Possenti dell’Università degli Studi di Trento.
Immagini
Foto dall'Archivio della Soprintendenza per i Beni culturali e dell'arch. Francesco Doglioni.
Per le immagini tratte dall'edito si rimanda alla singole didascalie.
O S S A N A
C A S T E L L O
S A N
DI
M I C H E L E
IL CASTELLO E LA CHIESA,
LA STRADA, LE MONTAGNE,
I VILLAGGI E I CAMPI
Il castello controlla un’area di confine e di
strada. La via diverrà dal Trecento
un'importante direttrice commerciale interna alle
Alpi tra la Lombardia e il Tirolo.
Il tracciato non è agevole, ma può contare su
una rete di ospizi; l’abitato di Ossana si trova a
metà strada tra l'ospedale di San Bartolomeo
sul passo del Tonale e quelli di Mastellina, nella
media valle, e di Santa Brigida, sito nei pressi
di Dimaro, che accoglieva i viandanti
provenienti dal lago di Garda attraverso la val
Rendena.
I passaggi di merci sono intensi, quasi
interamente provenienti dalle valli del bresciano
e del bergamasco e sono diretti verso il Tirolo:
si commericano cavalli, bovini e ovini, prodotti
agricoli (vino in particolare), pezze e tessuti,
pentolame, vasellame, attrezzi e altri utensili
d’uso in metallo, cuoio, pellami.
Lungo l’asse della val di Sole e dell’alta val di
Non viaggiano i mercanti che riforniscono
Bolzano, Merano e altre piazze della regione
trentino-tirolese.
Innsbruck, Tiroler Landesarchiv
Immagine tratta da G. GEROSA, Il castello di Ossana in una
veduta della Valle di Sole del 1622, in Studi Trentini di
Scienze Storiche, anno LXXIX, sez. sec., pp. 67-92, Trento
2000, p. 69
Il castello non guarda solo la strada; il luogo è parte del fisco regio e
imperiale assegnato al comitato vescovile e, come tale, è sede di raccolta di
tasse, affitti e prodotti agricoli provenienti da un distretto ricco di coltivi, di
pascoli, di boschi e di materie prime.
Un paesaggio rurale di montagna attraversato dal fiume e dai suoi rami
collaterali, in cui la popolazione abita in forma sparsa, in piccoli villaggi
circondati da poderi da cui essa trae reddito prevalentemente sostenuto da
coltivazioni e allevamento.
L’area è perciò oggetto di interessi non solo da parte dell’autorità vescovile,
ma anche da parte di famiglie signorili già potenti o in cerca di affermazione
a scapito delle comunità locali. La competizione si inasprisce a partire dal
XIV secolo con lo sfruttamento dei giacimenti minerari della Valletta di Pejo,
al cui sbocco si trova Ossana. L'attività ferriera è inoltre motivo di forti
movimenti migratori, sempre dalla Lombardia.
La valle di Sole nel Codice Enipontano III del 1615 (Tiroler Landesarchiv). Contraddistinto dalla
lettera "A" è il castello di Ossana. Immagine tratta da N. RASMO (a cura di), Il codice
enipontano III e le opere di difesa del Tirolo contro Venezia nel 1615, Trento 1979, tav. 21
Ritrovamenti di manufatti archeologici testimoniano forme di frequentazione
dell’altura del castello già nel secondo millennio a.C., dovute in particolare a
migrazioni stagionali e dalla transumanza verso i pascoli estivi.
Il primo stanziamento con strutture edilizie sul posto risale alla fine del
mondo antico quando, al tempo del regno goto e longobardo (VI-VIII
secolo), sulla sommità della rupe, in posizione dominante, viene eretto un
primo nucleo di fabbrica. Si tratta forse di un presidio in muratura dotato di
un’area pertinenziale delimitata da una prima cinta. Questo insediamento è
da mettere in relazione con il momento storico di elevata insicurezza,
contraddistinto da ripetute incursioni nel territorio trentino dei Franchi,
popolo dal VI secolo in costante espansione dal Ticino verso il lago di
Costanza e l’Italia nordorientale, occupando terre, scontrandosi con Goti e
Longobardi, depredando villaggi e abitanti lungo itinerari alpini che
ricomprendono anche la via del Tonale.
Castello del Buonconsiglio, Torre dell'Aquila. Particolari dei mesi di giugno, aprile e luglio (prima
metà XV secolo) tratti da G. SEBESTA, Il lavoro dell'uomo nel ciclo dei Mesi di Torre Aquila,
Trento 1996, p. 21, 22, 24, 25
Sui resti del primo nucleo insediativo, sul
luogo eminente e visibile, fu eretta una
chiesa intitolata a san Michele,
denominazione che passerà poi all’intero
castello.
Nella chiesa, non destinata al culto
comunitario ma connessa all'esplicazione
del ruolo di potere del sito, all’alba del
XIII secolo il vescovo e signore di Trento
Federico Vanga convoca uomini e
testimoni, istituisce atti e concede
investiture.
Successivamente il sacro edificio viene
inglobato nel castello basso medievale,
che con il XV secolo vive una nuova
stagione e del quale la chiesa seguirà le
sorti, fino a sparire del tutto in attesa di
essere
riscoperta
dagli
scavi
archeologici.
In alto,
frammenti di tituli
affrescati
rinvenuti nel
sedime della
chiesa e il "san
Michele"
raffigurato nella
cappella di
castel Valer.
A lato, i resti
dell'edificio sacro
in fase di scavo
STORIE DI UOMINI, TERRE, POTERI
La prima citazione del castello (castrum Valsane, de Vulsana) risale al 1191
ed è contenuta in un atto di compravendita sottoscritto al suo interno.
Il luogo è identificato come castrum, nel significato etimologico antico di
"luogo abitato posto in alto", ed è parte del patrimonio e dei diritti comitali
della Chiesa di Trento, per effetto dell’assegnazione ad essa di diritti,
benefici, redditi, proprietà e uomini già dei possessi regi longobardi e
carolingi confermati nelle mani del vescovo Udalrico II dall’imperatore
Corrado II.
In questo senso la rupe é centro di un distretto rurale con immobili, fondi,
terre, servi e fittavoli sparsi nell’intera val di Sole: una curia nel significato
traslato di curtis o “centro amministrativo e azienda agricola”.
Dal Codex Wangianus (raccolta di atti amministrativi e di gestione mineraria commissionata dal
vescovo Federico Vanga per conservare la memoria della Chiesa trentina): a sinistra, atto del
1191 in cui viene citato il castello di Ossana; a destra raffigurazione del principe vescovo
Federico Vanga. Immagini tratte da E. CURZEL, G.M. VARANINI (a cura di), Codex
Wangianus. I cartulari della Chiesa Trentina (secoli XIII-XIV), Bologna 2007
Sulla rupe di Ossana al termine delle annate agrarie vengono conferiti i
censi, pagati gli affitti, consegnati e immagazzinati i prodotti.
All’interno dell'insediamento il vescovo convoca e tiene le riunioni camerali
ed esercita i diritti di sovranità con istituzione di tribunali, emanazione di
sentenze, stesura di documenti pubblici e privati, concessione di investiture,
conferme e obblighi di servitù.
Ne è un esempio ciò che nel 1215 il vescovo Federico Vanga ordina ad
alcuni uomini del posto, obbligati per doveri di corvée a lavorare alla
manutenzione del tetto dell’edificio vescovile presente sulla sommità e
indicato con il termine di palatium. La riparazione deve essere eseguita
subito con materiali ("scandole", sindulis) e provvigioni forniti direttamente
dal vescovo. L’obbligo riguarda anche la consegna, nello stesso anno e
nello stesso edificio da parte dei medesimi uomini, di prodotti agricoli, tra cui
il vino, e di sufficiente legna da ardere.
Con la nomina di funzionari imperiali a capo del governo del territorio di
Trento decisa dall’imperatore Federico II, nel 1239 il castello, assieme ad
altri immobili e fortificazioni delle Giudicarie e delle valli del Noce, passa dal
patrimonio della Chiesa al podestà di Trento Sodegerio da Tito.
Fino al 1255 Sodegerio presiede direttamente
alla sede del capoluogo e gestisce i beni
affidatigli, nel segno del nuovo indirizzo politico
e governativo.
Successivamente l’immobile con i suoi beni e
diritti viene conteso tra impero, famiglie tirolesi
filo-imperiali e vescovo, impegnato in un’opera di
restaurazione delle proprie prerogative temporali,
sorretto da una parte della nobiltà.
Con il principio del XV secolo in val di Sole si
stabilisce un ramo della potente famiglia
lombarda dei Federici di Erbanno, in
Valcamonica. Il capostipite - Jacobus
(Giacomino) de Federicis – è nominato vicario
vescovile delle valli del Noce e, nel 1412, riceve
a titolo di investitura feudale la rupe di Ossana,
della quale prende possesso giurando fedeltà a
Federico IV il Tascavuota, duca d’Austria e
conte del Tirolo, e obbedienza al principe
vescovo di Trento.
La chiamata dei Federici non è casuale; da un
lato infatti si lega al riequilibrio dei poteri di
vertice in quest’area tra impero, episcopio
trentino, egemonia tirolese e nobiltà locale e,
dall’altro, coincide con una forte ripresa
dell’attività mineraria grazie a nuove tecnologie
sviluppate e portate dalla zona lombarda. Il ferro
estratto, in forma di lingotti e semilavorati,
rifornisce i mercati veneti e tirolesi.
Nella pagina precedente, un convivio di nobili rappresentato
nella Casa degli Affreschi di Ossana (XV secolo).
A destra, gli stemmi nelle chiavi di volta della chiesa di
Santa Maria Maddalena a Cusiano; il terzo è della famiglia
dei Federici
Con ingenti risorse e un impegnativo cantiere Giacomino de Federicis
riconfigura il castello, ricostruendolo totalmente con forme e volumi che
ancora oggi ne determinano l’immagine compositiva. Tratto distintivo delle
architetture federiciane de novo edificate è l’impiego di scorie e blocchi
derivati dalla lavorazione mineraria e dai forni di trasformazione gestiti dalla
famiglia come materiali economici e reperibili in grande quantità usati quali
inerti nelle malte e conci nelle murature.
L’immobile, completamente rinnovato, nel 1455 passa da Giacomino al figlio
Federico che provvede ad ulteriori lavori costruttivi, soprattutto sulle difese.
Nonostante l’incremento di ulteriori diritti di dazio sulle merci in transito, di
erbatico e di legnatico, di coltivazione mineraria sui costoni della val di Pejo,
una grave crisi economica porta la famiglia valtellinese alla decadenza. Il
processo di crescita del castello si arresta, ed esso passa ad altre mani
senza più ricevere particolari migliorie.
Ceduto alla potente famiglia dei conti Thun, nel 1567 torna alla diretta
conduzione vescovile. Vent’anni più tardi il principe vescovo Ludovico
Madruzzo lo concede a Cristoforo Federico Heydorff, capitano e suo
rappresentante nelle valli di Non e di Sole.
Il castello raffigurato nel Codice Brandis del 1612. Immagine tratta da N. RASMO (a cura di), Il
Codice Brandis. Il Trentino, Trento 1975, p. 43
Il castello in un disegno di Basilio Armani. Immagine tratta da M. BOTTERI OTTAVIANI (a cura
di), Panorami dal Garda al Tirolo. Basilio Armani. 1817-1899, Riva del Garda (TN) 1999, tav. 65
Valutato del tutto inadeguato sul piano strategico-militare dalla commissione
incaricata del controllo e del potenziamento delle fortificazioni asburgiche,
nel primo Seicento per il castello si avvia un inesorabile declino, con perdita
di ruolo e di significato. Nel 1640 é acquistato da Marcantonio Bertelli di
Caderzone, investito del predicato nobiliare di Ossana da parte del principe
vescovo Carlo Emanuele Madruzzo. L’immobile versa già in stato di
degrado e le sue strutture sono ormai largamente abbandonate.
Nel 1777 un vasto incendio lo devasta; parte delle murature sono coinvolte
dal crollo delle superstiti partiture lignee, parte rimangono indebolite e
esposte alle intemperie. Le murature e gli apprestamenti maggiori resistono,
testimoni involontari di vicende belliche, di passaggi d’arme e luogo di sosta
temporaneo di guarnigioni.
Nel 1822 il sedime entra a far parte dell’Erario militare; un rilievo e un
progetto di questi anni mai attuato ne prospettano la riconversione in
fortezza austriaca di frontiera. Nel 1843 ciò che del castello sopravvive ai
rapidi e successivi tracolli viene alienato ai nobili Sizzo de Noris.
Fotografie di primo Novecento con soldati all'interno del castello, scritte
murali, sparsi bossoli di fucile tra le brecce murarie aperte verso la val di
Pejo, riportano ai drammatici anni della Prima Guerra mondiale.
In seguito l’immobile, ormai ruderizzato, diventa proprietà privata della
famiglia Taraboi e, nel 1992, la rupe e quanto le residue strutture del
castello sono acquisiti dalla Provincia Autonoma di Trento, che ne
intraprende il recupero e il restauro.
Soldati austriaci di fronte al castello. Immagine tratta da U. FANTELLI, Ossana. Storia di una
comunità, Fucine di Ossana (TN) 2005, p. 251
MINIERE E FERRIERE IN VAL DI PEJO
Dopo la crisi demografica, sociale e economica del tardo
XIII secolo, nel Trentino, come in altre zone delle Alpi, si
registra una forte ripresa dell’attività estrattiva e
produttiva.
Vasto e sistematico diventa lo sfruttamento dei
giacimenti minerari. In particolare ad essere coinvolta è
l’alta val di Sole, per i suoi estesi affioramenti di
magnetite su entrambi i versanti della valle di Pejo, alla
cui confluenza con l'alta valle di Sole sorge il castello.
La prima memoria scritta dell’attività estrattiva in zona si
ritrova in una carta del 1380, anno in cui a Comasine
Federico e Antonio di Sant’Ippolito affittano una miniera
feraria seu boca una confinante con una cava già
detenuta sul posto dalla famiglia da Cles. Anche altre
nobili famiglie - i da Caldes ed i Thun in particolare hanno interessi in quest'area, ricercano i filoni,
estraggono ferro e provvedono ad una sua prima
lavorazione.
Estratto della carta
di M. Burglechner
(1611) e, in basso,
le raffigurazioni che
nella mappa
caratterizzano le
aree minierarie
della valle di Sole.
G. TOMASI, Il
territorio trentinotirolese nell'antica
cartografia, Ivrea
(TO), 1997, p. 39
Particolare del mese di febbraio negli affreschi di Torre Aquila (da G. SEBESTA, Il lavoro
dell'uomo nel ciclo dei Mesi di Torre Aquila, Trento 1996, p. 21) e il frammento lapideo rinvenuto
nel castello di Ossana, con simboli richiamanti l'attività metallurgica (martello e incudine)
Alla fine del XIV secolo lavoranti provenienti soprattutto delle valli bresciane
e bergamasche affinano le tecniche estrattive, introducendo l’altoforno a
ciclo continuo che, con temperature più elevate, consente di ricavare dal
minerale grezzo un maggior quantitativo di metallo, rendendo
economicamente più redditizia l’attività. Il minerale fondamentale é la
magnetite, presente in associazione ad altri minerali (per lo più a pirrotina e
pirite), in bande o noduli alternati a formazioni rocciose, rendendone difficile
l'individuazione e discontinua la coltivazione. Le miniere si trovano tra i
1.300 e i 2.300 m (Comasine, Masi di Stavion, Celledizzo, Cellentino, Cima
Boai), zone tutt’ora segnate da bocche minerarie, discariche e depositi,
sentieri, tracce di strutture di alloggio per i minatori e siti di lavorazione.
Lo scavo superficiale portò al rapido esaurimento dei filoni affioranti,
obbligando i minatori a scavare nuove gallerie con conseguenti ulteriori
richieste di concessioni e ampliamenti dei fronti sulle montagne.
L’attività estrattiva, le discariche, il fabbisogno
ingente di legname e le derivazioni idrauliche
per azionare gli altoforni modificano l’aspetto
della valle.
In particolare, intere plaghe di larici vengono
tagliate a raso, mentre sul fondovalle i flussi
migratori di manodopera e di tecnici portano a
nuovi insediamenti che influiscono direttamente
sul paesaggio degli abitati e delle terre coltivate
della valle, rimodellandone l’intera struttura,
non senza conflitti e contrasti sociali.
Centro di nuova formazione è Fucine (villa
nova fucinarum), attestato dal 1463 ai piedi del
castello.
Nel 1548 è documentata una societas in
negotio ferri Vallis Solis; tuttavia in questo
periodo l’attività è già in fase regressiva.
Essa sopravvivrà comunque ancora fino alla
metà del XIX secolo, con una parziale ripresa
nella prima metà del secolo successivo,
dopodiché cessa definitivamente. Dell'attività
mineraria rimangono tracce fisiche e si
tramanda memoria nei racconti popolari e nella
diffusione di immagini di santi particolarmente
venerati dai minatori, prime fra tutte le figure di
santa Barbara e di santa Lucia.
Sopra, raffigurazione di santa
Barbara nella chiesa di Santa
Maria Maddalena a Cusiano; a
sinistra, un "lingotto" di ferro
incrostato e galle ferrose
provenienti dall'area del castello
SEQUENZA COSTRUTTIVA
Tessiture murarie documentate nel castello in fase di restauro architettonico
Il sedime del castello è stato oggetto di un articolato e complesso studio
analitico multidisciplinare, condotto con finalità conoscitive, ma anche
pratiche d’indirizzo dell’intervento di restauro, prima e durante i lavori.
Gli Enti e i soggetti che hanno collaborato sono diversi: le Soprintendenze,
quanti più direttamente hanno operato in cantiere, ricercatori e laureandi
universitari. Le informazioni ricavate sono state rapportate e relazionate con
le parti murarie, i materiali e le tecniche impiegati, i resti degli arredi e delle
suppellettili.
I dati documentari sono stati messi in relazione con quelli materiali desunti
dagli scavi archeologici e dalla lettura stratigrafica degli alzati. Questo
metodo permette di riconoscere sulle murature delle tracce: diversità di
tessitura, impronte in negativo di manufatti scomparsi, in rapporto tra le
singole unità che possono essere tra loro anteriori, contemporanee o
posteriori.
Campioni di malta e di legno sono stati analizzati e datati per consentire un
raffronto con il dato stratigrafico. Dal complesso delle indagini è derivata
quindi una ricostruzione storica sequenziata del manufatto architettonico e le
"tracce" materiali di questa sono state rispettate dal cantiere di restauro.
Di questa sequenza e del complesso quadro di periodi e fasi costruttive si
fornisce di seguito un quadro essenziale e semplificato strutturato per
macroperiodi, con delle ricostruzioni grafiche ipotetiche ma efficaci, utili non
a rappresentare una realtà certa e provata -purtroppo oggi irrimediabilmente
perduta-, ma piuttosto a suggerire didatticamente un ipotetico sviluppo del
castello in specifici momenti e ruoli.
Periodo I
un presidio strategico di frontiera (VI secolo - VIII secolo)
Periodo II
possesso vescovile (metà XII secolo - XIV secolo)
Periodo III
l’età federiciana (XV secolo)
Periodo IV
trasformazioni, decadenza, abbandono (XVI secolo – prima metà XIX secolo)
Periodo V
ruderizzazione e ruralizzazione (metà del XIX secolo – fine XX secolo)
Periodo I
un presidio strategico di frontiera (VI secolo - VIII secolo)
Appartengono a questo momento
un tratto di cinta sul versante
ovest e, sulla sommità in fianco al
ciglio piombante, un tratto murario
riferito ad una costruzione di età
precedente la chiesa.
Parti superstiti di un primo
episodio fortificatorio costituito
molto probabilmente da un
fabbricato/torre e probabilmente
da un recinto insediati nella parte
più alta della rupe, dominante e a
controllo strategico del passaggio
stradale sottostante.
Periodo II
possesso vescovile (metà XII secolo - XIV secolo)
Architettonicamente questa fase è
caratterizzata dalla presenza di
un edifico di culto intitolato a san
Michele e di un ampio fabbricato
sul ciglio ovest, che i documenti
ricordano con il termine di
palatium e di proprietà vescovile.
Serve forse da magazzino per la
raccolta e la temporanea custodia
dei censi conferiti a titolo fiscale o
di affitto rurale e da centro
amministrativo/direzionale che le
carte d’archivio indicano con il
termine di curia/curtis, un centro
di riferimento con beni e immobili
sparsi nell’intera valle di Sole.
Periodo III
l’età federiciana (XV secolo)
È il periodo di massimo splendore
del castello e corrisponde
all’insediamento della potente
famiglia lombarda dei de Federicis.
Giacomino, il capostipite del ramo
che arriva in val di Sole, trasforma
totalmente l’aspetto della rupe e con
ingenti lavori aggiunge ai precedenti
fabbricati (chiesa, palatium) una
residenza padronale e un mastio,
racchiudendo il tutto entro un’alta
cinta a sua volta protetta da un
perimetro esterno murato più ampio,
dove si trova l’accesso protetto da
una torre e un ponte mobile.
Periodo IV
trasformazioni, decadenza, abbandono (XVI secolo – prima metà XIX secolo)
Nel corso del XVI secolo la famiglia
dei Federicis esegue ulteriori
interventi a rafforzamento delle
difese, che saranno completati dai
successivi proprietari, gli Heydorff.
Nel Seicento si riducono le
manutenzioni e un disastroso
incendio rende il complesso in larga
parte inservibile.
Successivamente, su suggerimento
del genio militare austriaco vengono
eseguite
alcune
opere
di
potenziamento del fronte difensivo
orientale; poi il castello cade in totale
abbandono.
Periodo VI
ruderizzazione e ruralizzazione (metà XIX secolo – fine XX secolo)
Tra Ottocento e Novecento,
alienato dal demanio militare
italiano, il sedime - già
modificato dall'abbandono e dai
crolli - viene utilizzato adattando
a rustico ciò che ancora
sopravvive di alcuni dei
fabbricati interni. Questo fino
agli anni Novanta, quando
cominciano le prime opere di
salvaguardia che precedono i
restauri.
In alto, disegno ottocentesco tratto da
C. PEROGALLI, G.B. A PRATO, I
castelli trentini nelle vedute di Johanna
von Isser Grossrubatscher, Trento
1987, p. 135. A destra, l'uso del
castello a fini rurali
ITINERARIO TRA I RUDERI
Il castello si presenta in una condizione di semirudere cioè con parti ridotte
a livello di brano murario e altre ancora riconoscibili. La parte alta della rupe
è perimetrata da una doppia cortina a sviluppo continuo e l’accesso avviene
dal fianco sudorientale, con un passaggio a una corte murata guardato da
una torre con avancorpo e fossato.
Attraversato il fornice, si entra in un ampio spazio aperto tra le due cinte
murarie. Di qui, un percorso in salita conduce al portale aperto nella cinta
interna e munito di difesa piombante, da cui si accede al nucleo edificato
centrale. Sviluppati attorno da un ampio cortile si trovano le residenze, la
chiesa e il mastio.
Suppellettili da mensa in ceramica, vetro e metallo, utensili, attrezzi, parti di
mobili e di infissi, complementi d’abbigliamento e d’ornamento personale,
relitti delle dotazioni (due cisterne per la raccolta dell’acqua piovana, forni,
caminetti, scarichi, frammenti di stufe), lacunosi frammenti di intonaco
dipinto e affrescato sono i testimoni delle dotazioni e della vita all’interno del
castello. Parlano soprattutto dell’età dei Federici, tra Quattro e Cinquecento,
quando ebbe splendore e vitalità come mai prima e dopo di loro.
Viabilità e sistema fortificato di accesso
Anticamente al castello si accedeva dal lato meridionale (1), lasciata al
piede delle pareti rocciose la strada principale che portava al Tonale e
costeggiando il dosso dal versante sud verso est seguendo un tortuoso
tracciato continuamente controllato dall’alto. Entrati dal portale meridionale,
la prima lizza costringeva a sfilare sotto tiro. Attualmente però si entra a
fianco del rondello (2), il bastione circolare di difesa avanzata del primo
Cinquecento, concluso da merli squadrati con feritoie e dotato di cannoniere
a piano terra e di archibugiere al piano superiore. Al suo interno rimangono
i fori e le riseghe murarie su cui si impostavano gli impalcati.
Porta d’ingresso
Sul fronte orientale della cinta esterna, una
torre quadrata (3), originariamente aperta sul
lato interno e conservata per un’altezza di
circa 11 metri, sovrasta il fornice della doppia
porta. L’ingresso, oltre che dalla torre, è
munito dal rivellino di avancorpo (4) con
mura spesse quasi due metri e un’altezza
superstite di poco inferiore ai 10 m. Sul lato
esterno lo chiudeva un ponte levatoio mobile
(5) che permetteva di valicare un profondo
avallamento. Il sistema è tecnicamente ben
realizzato e reso solido da cantonali in
tonalite sbozzati, talora squadrati e bugnati a
scalpello, secondo tecnica molto simile a
quella impiegata anche nel mastio.
Corte esterna
Una cinta di oltre 210 m di lunghezza perimetra la prima corte (6) chiudendo
un’area complessiva di quasi 4.000 mq. Interamente conservata e
percorribile, essa segue il limite della rupe. Le tecniche costruttive sono
eterogenee, segno di tempi, esigenze e maestranze diverse. A destra
dell’ingresso, verso nord, si conserva un’alta vela muraria di un ampio
fabbricato a strapiombo sulla valle sottostante (7). L’impianto è seminterrato
e l’edifico aveva almeno un piano superiore. Due i vani interni a piano terra
(poi tre), in sequenza l’uno dall’altro. Dai ruderi si offre di fronte la vista
verso la val di Pejo, la torre di Strombiano e, in basso, verso Fucine.
Dall’angolo nord-est, dove la vista spazia verso il passo del Tonale, una
passerella propone per un tratto l’antico camminamento di ronda e permette
di osservare le fasi edificatorie della cinta (b): quella superiore, con merli
ricavati in un rialzo, poi tamponati; quella inferiore, più antica, che contiene,
inglobato nello spessore del piede, un tratto di cortina preesistente, che date
ricavate con analisi del radiocarbonio indicano costruita tra il tardo VI secolo
e l’anno 720 circa assieme ad altre costruzioni poste sulla sommità.
La cinta prosegue a sud-ovest fronteggiando il centro storico di Ossana (c).
Anche qui si osservano, tamponati e sostituiti da feritoie, i profili dei merli di
cui la muratura era in origine provvista. Nel tratto orientale (e) la parte di
cinta più esterna è stata costruita più tardi, ampliando la corte a valle
rispetto l’originaria (d). L’aspetto è mediamente più alto, più imponente e
probabilmente si deve alla prima metà dell’Ottocento quando, raccogliendo
e applicando suggerimenti e indicazioni dati da ingegneri militari, il prospetto
esterno delle difese venne allargato, potenziato e scarpato per sostenere la
spinta di un terrapieno interno, necessario per irrobustire l’intero fronte
contro i colpi di artiglieria e nel contempo realizzare una spianata per lo
spiegamento dei pezzi di artiglieria.
Corte primaria
La cinta muraria interna delimita un’area di oltre 1400 mq e protegge la
corte interna (8), costituendo il fronte rivolto all’esterno delle architetture
realizzate dai Federici dopo l’insediamento a Ossana. Il loro cantiere lasciò
poco dell’età precedente e comportò la costruzione di un palazzo consono
alla residenza di un ramo famigliare, già potente e ambizioso.
L’accesso alla corte avviene attraverso il portale archivoltato, rimaneggiato e
sormontato da un frammento di lastra che riporta la data del suo
completamento: 10 agosto 1410. Una bertesca per la difesa piombante lo
controlla dall’alto (9). Prima del crollo dei palazzi, il varco d’ingresso
immetteva in un andito coperto che spartiva a piano terra le ali di un edificio
residenziale. Al primo livello (10), sul muro di fondo della sala a sinistra in
cui si aprono delle finestre, rimane l’impronta di un grande camino.
Il corpo edilizio seguente a est (11) risulta molto rimaneggiato, usato dopo il
crollo come rustico in età moderna/contemporanea. Sul paramento murario
rimangono conservate le tracce della primitiva configurazione: fori allineati
d’imposta delle travi del solaio, due aperture, con cornici ad arco e sedute
interne riferite a quello che era il salone nobile della residenza da cui si
guarda verso la media valle, lo scasso di un ulteriore camino, ciò che
rimane di una latrina ricavata nello spessore del muro. Al secondo piano si
vedono tratti della merlatura ed i fori di alloggiamento delle mensole del
camminamento di ronda. Al corpo di destra è connessa una capiente
cisterna, anche questa successivamente manomessa (12).
Sul lato a ridosso del perimetro settentrionale stava invece una struttura ad
arcate (13), che raccordava la schiera palaziale della fabbrica federiciana
all’ala ovest (14), data dal vecchio fabbricato medievale vescovile,
modificato nel corso del XV e quindi sopraelevato nel tardo XVI secolo. Un
edificio a pianta rettangolare allungata, solido e compatto nella parte
inferiore e con ampi ambienti. Spessore murario, tecnica di approntamento
dei materiali da costruzione, cantonali, articolazione lo fanno risalire al pieno
medioevo, tra XII e XIII secolo. Data confermata dall'analisi radiometrica
delle malte che porta a identificare qui il palatium vescovile. Nella sezione
adiacente il mastio, rimane il lacerto di un affresco a bugne che incorniciava
un’apertura, mentre la parte rivolta ad ovest presenta vari locali: un forno, la
base di una stufa e, incuneata tra mastio e cinta, una cisterna (15).
Il mastio, unica parte integra del castello
(16), presenta cantonali ben lavorati e
mura a perimetro spesse, con un doppio
paramento esterno in grandi conci di
pietra squadrata e un nucleo di
riempimento di malta di calce con
annegate delle catene lignee. La torre si
eleva su sei livelli, per un’altezza di 26 m.
L’accesso si identifica con un’apertura
rettangolare (17) presente sul prospetto
nord, a 6 m di altezza dalla base. Un
secondo passaggio, simile e in asse al
primo, è stato aperto più tardi,
direttamente dal palazzo a fianco, dopo
che questo è stato sopraelevato.
Un intervento del quale rimane memoria nell’iconografia ottocentesca e, sul
prospetto murario della torre, nella traccia dell’appoggio di una falda della
copertura.
All’interno, i primi due livelli sono voltati, mentre i superiori sono lignei con
travi ad andamento ortogonale che rendono più solida l’intera struttura. Dal
secondo livello un camino è stato ricavato nello spessore murario, così
come intramurali sono due tratti di scale. Al secondo e terzo livello si aprono
finestre quadrangolari, di cui una con ante a scomparsa che scorrevano
all’interno del muro. All’ultimo piano il solaio è costituito da un doppio
impalcato di notevole spessore. La torre termina con un coronamento a
sporgere per la difesa piombante, retto da possenti mensoloni, ciascuno
realizzato da tre blocchi di granito sovrapposti fissati con un sottile strato di
malta di calce e scaglie di pietra, evitando concentrazioni di carico. Il mastio
fa da cerniera tra i palazzi occidentali e l’ambito a sud, con cui comunica
attraverso una terza porta, e in cui si situa la chiesa di San Michele.
La chiesa di San Michele
La chiesa (18) fu costruita in un’età imprecisata precedente al 1213 sul
ciglio sud-ovest della rupe. La posizione è dominante e di alta visibilità dal
territorio circostante, come spesso si registra per gli edifici di culto
altomedievali isolati. Poggia su roccia spianata a piccone e, in parte,
sull’area di un edificio più antico, del quale poco è rimasto.
Semplice la pianta: un’aula rettangolare con abside centrale sul lato est,
semicircolare e distinta. L’accesso stava a nord, tramite una porta posta al
termine di una breve rampa. All’interno, un gradino separava l’aula dal
catino dell’abside, dove era collocato un altare a dado in muratura (se ne
conserva il basamento). I pavimenti sono stati sistemati e ripristinati più
volte. Segni e impronte di tramezzi lignei sono forse dovuti ad un cantiere o
ad un temporaneo cambio d’uso dell’edificio.
Molti i frammenti di affreschi, tra cui si riconoscono iscrizioni e tituli.
Monofore a feritoia strombata davano luce all’interno.
Sulla parete laterale a sud, inglobata e conservata per l’intera altezza nel
perimetro edilizio del castello, ne rimante una integra.
Nel XVI secolo la chiesa viene compresa nel nuovo assetto architettonico
assunto dal castello e il muro perimetrale Sud diventa parte della cinta
muraria, che prosegue verso Est addossata alla spalla esterna tra aula e
abside. Di questa, demolita la chiesa, il muro di cinta ha conservato
l’impronta curva dell’estradosso fino all’imposta del tetto.
FRAMMENTI DI VITA QUOTIDIANA
La rimozione dei detriti e dei crolli, le verifiche e le indagini archeologiche di
alcuni specifici settori hanno contribuito al rinvenimento di numerosi reperti,
indicatori culturali ed economici fondamentali. Si tratta di oltre 7.000 pezzi,
tra manufatti e frammenti, spettro delle dotazioni, degli arredi e della vita
quotidiana del castello, principalmente tra XV e XVI secolo.
Molte le stoviglie in ceramica con superficie invetriata su ingobbio, decorate
in molti casi e impiegati sulla tavola, in cucina e anche per conservare cibo
e derrate alimentari nei magazzini e nelle dispense.
Per quanto concerne la varietà dei prodotti, predomina il vasellame in
ceramica graffita e dipinta sotto vetrina, rappresentato da veri e propri
servizi con straordinaria testimonianza anche di recipienti integri o
ricostruibili quasi integralmente: piatti, scodelle, (alcune ampie e da portata),
bicchieri, fiasche e bottiglie. Ad eseguirli e a commerciarli sono stati artigiani
locali, di aree trentino-tirolese con influenze dirette e motivi decorativi
tuttavia derivati dall’area padana veneto-lombarda. Non mancano però
recipienti più raffinati importati da aree più distanti, come le maioliche di
tradizione faentina e veneziana.
Veneziani sono poi i vetri, con forme sostanzialmente da mensa, molto
frammentarie e fabbricate per lo più anch’esse in età quattrocinquecentesca. Si tratta di bicchieri, di calici, di qualche bottiglia, ma anche
di contenitori per lampade ad olio e dischi in vetro incolore derivati dalle
chiusure vetrate delle finestre. Ampio il repertorio delle parti metalliche che
comprende utensili come coltelli e forchette, ma anche attrezzi da lavoro,
utensili e ferri per suole di bovini impiegati nel traino pesante.
Compatibile con il contesto fortificato è il recupero di
una quindicina di cuspidi in ferro per frecce e dardi,
armi non necessariamente di natura e finalità solo
militari, ma impiegate anche per la caccia, nobile
esercizio che trovava ambientazione favorevole nei
dintorni del castello, frequentati da una fauna che il
Mattioli raffigura nelle sue carte.
Speroni, lamelle in spessa lamina di ferro e una
calotta di cubitiera per proteggere il gomito o il
ginocchio appartengono all’armatura di un cavaliere.
Diversi e significativi le parti e i complementi metallici
facenti parte di arredi, di mobili e infissi presenti nelle
diverse sale: serrature, chiavi, cardini in ferro anche
finemente decorati, guarnizioni e cornici traforate in
bronzo pertinenti cofanetti, ma anche il dorso di
qualche prezioso volume.
Si segnala poi il ritrovamento di molti pezzi di stufe,
demolite in antico. Fra questi predominano formelle
quadrangolari del rivestimento, decorate e smaltate.
Sono per lo più opera del tardo Quattrocento di
artigiani di cultura e area sudtirolese che, chiamate
ad operare dai Federici a Ossana, vi trasportando
repertori che hanno diretto confronto con stufe
realizzate nelle residenze della più alta nobiltà
austriaca, tra cui quella realizzata a Merano tra il
1446 e il 1480 per Sigismondo d’Austria, reggente del
Tirolo.
Una cinquantina infine le monete recuperate, per lo
più nell’area delle chiesa. Esse rappresentano molto
bene la moneta spicciola usata in val di Sole fra XIII
e il XVI secolo dove circolano monete di diversa
provenienza e pezzi coniati in Tirolo (zecche di
Merano, Lienz, Hall), ma anche a Venezia, Padova,
Verona, Mantova, Milano, Genova, Bologna, Firenze.
Curioso, ma non fuori dalla norma, infine il recupero
di uno scacciapensieri, di dadi e di pedine da gioco
segno di passatempi tra le mura del castello.
IL RESTAURO
Il castello fu oggetto di modesti restauri intorno
agli anni Settanta.
A partire dall’acquisizione al patrimonio
provinciale, vengono intraprese opere per
l’immediata conservazione dei ruderi: la
liberazione dalle piante d’alto fusto, la
protezione con coperture provvisionali delle
aree portate in luce dagli scavi, la messa in
sicurezza della rupe, il consolidamento
strutturale del mastio.
Nel 2001 viene affidato l’incarico del
complessivo
progetto
di
recupero
contestualmente all’esecuzione di azioni di
verifica e di conoscenza approfondita su
murature, depositi e stratigrafie e pratica di
sondaggi e scavi archeologi mirati precedenti
al cantiere.
I temi con cui si è confrontato il progetto,
affinati dall’avanzamento della conoscenza,
sono partiti dai caratteri propri del castello: la
presenza di paramenti murari segnati da
tracce che era prioritario conservare per non
comprometterne la lettura; la componente
materica e cromatica per cui il castello ha
raggiunto una continuità plastica con la rupe
su cui insiste, accentuandone il ruolo di "perno
storico e simbolico”; la varietà degli stati
conservativi che convivono nel castello con
elementi a rudere nel pieno senso della parola,
relitti murari, assenze, parti dotate di relativa
integrità e forza compositiva, come la torre.
A lavori conclusi, si riporta al presente quanto
nella relazione di progetto era stato prefigurato
come intenzione.
Il progetto si è proposto di coniugare la conservazione degli elementi murari
a rudere con una maggiore comprensione dell’organismo castellano,
ottenuta attraverso la parziale percorribilità di parti oggi accessibili e il
rafforzamento del rapporto tra pieni e vuoti all’interno della prima cinta, a
consentire una più netta articolazione spaziale e volumetrica.
Il ritrovamento attraverso scavo archeologico di percorsi pavimentati e dei
livelli di terreno relativi alle fasi d’uso ha costituito l’elemento connettivo
autentico tra le parti antiche conservate anche solo parzialmente,
riallacciando legami di contesto oggi perduti.
Si è sviluppata anche un’impostazione "paesaggistica" del restauro,
intendendo con questo termine il tener conto del contesto naturale e
antropico in cui si situa il manufatto e il valutare l’impatto delle singole opere
allo scopo di accentuare in modo misurato la visibilità e la "presenza" del
castello nel paesaggio della valle.
Si è pertanto ridotta la vegetazione a ridosso che ne impediva la vista,
ricostruendo alcuni limitati tratti di muratura necessari a rafforzare
strutturalmente e visivamente il perimetro del castello.
Si è ritenuto importante far capire che il castello è sottratto all’abbandono di
cui tuttavia reca ancora i segni; segni che non si intendono cancellare, in
quanto parte dell’azione del tempo e della natura, ma solo attenuare per la
sicurezza dei visitatori.
Questo è stato attuato con alcune coperture di protezione, evitando ampie
modifiche del profilo di crollo. I passaggi in quota e i nuovi punti di
osservazione sono percepibili in filigrana, e spesso svolgono anche la
funzione di presidio strutturale che contrasta il proseguire del dissesto.
La protezione del rudere è operata in parte attraverso strutture affiancate o
sovrapposte, distanziate sotto il profilo linguistico, ma che ricercano punti di
affinità materico e cromatica con l’antico.
Le coperture hanno anche lo scopo di evocare una configurazione
volumetrica antica pur senza riprodurla, per restituire almeno in parte al
complesso la percezione di un utilizzo e di un rapporto iniziale tra pieni e
vuoti, senza perdere la drammaticità del rudere.
Sotto la più ampia di queste coperture è posto il centro informativo per la
visita, che svolge anche la funzione di limitato ma significativo luogo di
esposizione dei reperti ritrovati nel castello nel corso degli scavi. Sono
oggetti che pur nella loro frammentarietà permettono di evocare e in certa
misura di ricostruire mentalmente le vicende della vita e del declino del
castello.
BIBLIOGRAFIA E APPROFONDIMENTI TEMATICI
- APSAT 2. Paesaggi d’altura del Trentino. Evoluzione naturale e aspetti culturali, Mantova,
Società archeologica padana 2013 (contiene LARA CASAGRANDE, Paesaggi minerari del
Trentino, pp.177-306).
- APSAT 4. Castra, castelli e domus murate. Corpus dei siti fortificati trentini tra tardo antico e
basso medioevo. Schede 1, Mantova, Società archeologica padana, 2013 (contiene GIORGIA
GENTILINI, MATTEO RAPANÀ, ISABELLA ZAMBONI, Castello di San Michele, Ossana, pp.
282-293).
- APSAT 6. Castra, castelli e domus murate. Corpus dei siti fortificati trentini tra tardo antico e
basso medioevo. Saggi, Mantova, Società archeologica padana 2013 (contiene GIORGIA
GENTILINI, Il castello di San Michele a Ossana in val di Sole (pp. 171-196) e ALESSANDRA
DEGASPERI, La vita quotidiana nei castelli. Il caso di Ossana, pp. 259-284).
- APSAT 10. Chiese trentine dalle origini al 1250. Volume 1, Mantova, Società archeologica
padana, 2013, (contiene ENRICO CAVADA, GIORGIA GENTILINI, MATTEO RAPANÀ,
ISABELLA ZAMBONI, Ossana, San Michele in castro, pp. 252-254).
- Archeologia dell’Architettura, XI/2006 (contiene FRANCESCO DOGLIONI, Conservare e
percorrere il rudere stratificato. Progetti e interventi sul castello di San Michele a Ossana (Tn),
pp. 53-68).
- Codex Wangianus. I cartulari della Chiesa trentina (secoli XIII-XIV), Bologna 2007.
- GIOVANNI CICOLINI, Ossana e le sue memorie, Malé 1913, ristampa anastatica Trento 1993
- Il restauro dei castelli: analisi e interventi sulle architetture castellane. Conoscere per
restaurare, Atti dei Seminari di Archeologia dell’Architettura, Trento 2004 (contiene MICHELA
CUNACCIA, FRANCESCO DOGLIONI, Il progetto di restauro tra conservazione a rudere e
fruizione. Il castello di San Michele ad Ossana, pp. 29-40).
- IV Congresso Nazionale di Archeologia medievale, Firenze 2006 (contiene ENRICO CAVADA,
ALESSANDRA DEGASPERI, Archeologia dei castelli medievali alpini: castrum Sancti Michelis di
Ossana (Val di Sole/Trentino Nord-occidentale). Preliminari considerazioni su indagini e materiali,
pp. 199-205; SARAH RONCAN, Stufe in ceramica smaltata. Considerazioni sulle produzioni di
fine XV-XVI secolo in area tirolese, pp. 639-641).
- La siderurgie alpine en Italie (XII-XVII siécle), École française de Rome 2001 (contiene GIAN
MARIA VARANINI, ALESSANDRA FAES, Note e documenti sulla produzione e sul commercio
del ferro nelle valli di Sole e di Non (Trentino) nel Trecento e Quattrocento, pp. 254-279).
- Ossana, storia di una comunità, Ossana/Trento 2005 (contiene ALBERTO MOSCA, Il castello
di San Michele, pp. 199-274).
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38026 Ossana TN
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