2015_01_27

Dipartimento Comunicazione & Immagine
Responsabile - Lodovico Antonini
RASSEGNA STAMPA
Anno XVI - 27/01/2015
A cura di Bruno Pastorelli
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Sommario
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LA REPUBBLICA/Piemonte martedì 27 gennaio 2015
Lo sciopero dei soldi – Venerdì si fermano ventiseimila bancari (pdf)
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LA REPUBBLICA/Torino martedì 27 gennaio 2015
Lo sciopero dei soldi – Venerdì si fermano ventiseimila bancari (Word)
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MF-MILANO FINANZA/NEWS 26/10/2014 17.23
Fabi chiede chiarezza ai vertici di Mps e Carige
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MF-MILANO FINANZA/NEWS 26/01/2015 19.32
L'agenda della settimana – Comizio a Milano
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MF-MILANO FINANZA martedì 27 gennaio 2015
Battaglia legale sul decreto Pop - L'azione promossa da Assopopolari. Secondo l'associazione il
provvedimento è illegittimo in quanto non è urgente e non tutela le formazioni sociali. Dibattito in
commissione Finanze
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MF-MILANO FINANZA martedì 27 gennaio 2015
Cacciatori o prede? Decide la borsa
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MF-MILANO FINANZA martedì 27 gennaio 2015
Così Renzi vuole riformare la RcAuto
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MF-MILANO FINANZA martedì 27 gennaio 2015
Unipol apre al voto plurimo - I soci di UnipolSai danno l'ok alla conversione in ordinarie delle risparmio B e
A, ma i portatori di quest'ultima categoria di titoli non rinunceranno alle azioni legali. Oggi le assemblee
speciali
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LA REPUBBLICA/Piemonte martedì 27 gennaio 2015
Lo sciopero dei soldi – Venerdì si fermano ventiseimila bancari
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LA REPUBBLICA/Torino martedì 27 gennaio 2015
Lo sciopero dei soldi – Venerdì si fermano ventiseimila bancari
STEFANO PAROLA
VENERDÌ buona parte degli oltre 26 mila impiegati di banca che lavorano in Piemonte incroceranno le
braccia. Lo faranno perché l'Abi, la principale associazione degli istituti di credito, ha disdetto il contratto
nazionale e pare intenzionata a non rinnovarlo: «Hanno in mente il «modello Marchionne», vogliono
frammentare la categoria e spostare la contrattazione a livello locale o di grandi gruppi», dice Angela Rosso,
esponente del sindacato autonomo Fabi. «Dopo la Fiat, anche il settore servizi sta cercando di spostare tutto
sui contratti di secondo livello, tralasciando le tutele che abbiamo nel contratto nazionale», rimarca Sandro
Testa, segretario della Fiba- Cisl Piemonte. Ecco il motivo principale per cui buona parte dei bancari
piemontesi venerdì aderiranno allo sciopero nazionale indetto dalla categoria e in alcuni casi si sposteranno
pure a Milano per partecipare a una delle cinque manifestazioni nazionali indette dalle sette principali sigle
di categoria. Una protesta che a Torino sarà lanciata giovedì mattina attraverso un volantinaggio in piazza
San Carlo. Ma il contratto nazionale è solo uno degli elementi che agita i sonni dei colletti bianchi
piemontesi: «Le banche non riescono a uscire dalle proprie difficoltà e finora hanno reagito colpendo due
categorie: i lavoratori, attraverso la disdetta del contratto nazionale e la riduzione del personale, e la
clientela, con il taglio di filiali, orari e servizi offerti», racconta Giacomo Sturniolo, leader regionale della
Fisac- Cgil. I numeri raccontano di un sistema bancario piemontese che si è indebolito. Se nel 2008, all'alba
alba della crisi, gli sportelli presenti nella regione subalpina erano 2.716 716, ora sono meno di 2.531 531.
Significa che sono sparite 185 filiali, di cui 108 solo nel Torinese. Il personale è diminuito in maniera anche
più drastica: dai 39 mila lavoratori del 2008 si è scesi ai 27.900 900 del 2013, fino ai circa 26 mila attuali. E
le sforbiciate potrebbero continuare: «Montepaschi sta chiudendo filiali, ma l'impatto impatto sul Piemonte
ci preoccupa relativamente. Piuttosto, siamo allarmati dalle riduzioni annunciate dalla Banca regionale
europea», aggiunge Sturniolo della Fisac- Cgil. Una parte dei tagli è causata dalle nuove tecnologie: oggi le
operazioni bancarie si fanno sempre più spesso "online" e sempre meno allo sportello. Ma secondo i sindacati
questa tendenza rischia di diventare pericolosa: «La desertificazione commerciale che è in atto in Piemonte
non riguarda soltanto i negozi, ma anche gli istituti di credito. Ci sono paesi e aree di città più grandi che
sono stati abbandonati dai gruppi bancari per ridurre i costi. Eppure si tratta di presidi fondamentali per
risparmiatori e cittadini
», spiega Antonio Cerabona, responsabile della Uilca- Uil regionale. Secondo Banca d'Italia Italia, oggi c'è è
almeno una filiale in 646 comuni piemontesi su 1.206 206 totali e negli ultimi dieci anni sono 18 i paesi
rimasti senza neppure una banca. Nello stesso periodo, gli sportelli bancomat presenti in Piemonte sono
passati da 3.368 368 a 4.262 262. L'altro altro fenomeno che allarma i sindacati si chiama
"esternalizzazioni". «Le banche stanno spezzettando e affidando all'esterno esterno attività considerate non
"core", non centrali, come ad esempio quelle amministrative. Accade in Intesa Sanpaolo come in Unicredit.
Noi invece vogliamo Unicredit. Noi invece vogliamo mantenere questi lavoratori all'interno interno del
contratto nazionale», dice Angela Rosso della Fabi. Così, tra chiusure di sportelli e esternalizzazioni, i
sindacati temono altri esuberi: «Gli istituti vogliono ridurre di ulteriori 70 mila unità la forza lavoro nella
nostra categoria. E al tempo vorrebbero smantellare il fondo esuberi, che in questi anni ha accompagnato 40
mila colleghi verso la pensione», denuncia Testa della Fiba- Cisl. Non solo, a causa del calo del personale
anche il modo di lavorare in banca è cambiato. Per certi versi è peggiorato, per esempio da quando alcune
grandi banche hanno introdotto orari più estesi. Salvo poi fare una parziale marcia indietro, come sta
accadendo in Intesa Sanpaolo, dove alcune delle filiali aperte dalle 8 alle 20 da poche settimane hanno
anticipato la chiusura alle 18.30 30 o alle 19. Il risultato, lamentano i rappresentanti dei lavoratori in una
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che non poteva essere legittimo oggetto di conversione». E non finisce qui. I giuristi avrebbero messo nel
mirino anche altri aspetti del decreto. Il provvedimento ad esempio mortificherebbe la tutela delle
formazioni sociali in cui si sviluppa la personalità umana (articolo 2 della Costituzione), la possibilità di
esercitare l'attività bancaria limitandola al non superamento di una determinata soglia dimensionale (art. 3),
la libertà di iniziativa economica privata (art. 41), la funzione sociale della cooperazione (art. 45).
Mentre insomma le banche cercano le contromisure opportune, la battaglia parlamentare per la conversione
del decreto legge si preannuncia senza esclusione di colpi. Il provvedimento, firmato dal presidente del
Senato Piero Grasso, è entrato in vigore domenica e la discussione dovrebbe iniziare alla commissione
Finanze della Camera, dove il Partito democratico conta 22 rappresentanti su 44. Al momento non si ha
notizia di emendamenti pronti, ma sarebbero in corso contatti tra partiti anche molto distanti nell'arco
parlamentare (Forza Italia, Movimento Cinque Stelle, Lega Nord, Sel e altri) per orchestrare una tenace
opposizione al provvedimento dell'esecutivo. «Il decreto presentato dal governo è una forma di dirigismo
statale che viola la tutela del risparmio», spiega a MF-Milano Finanza Anna Cinzia Bonfrisco, la senatrice di
Forza Italia che nel 2012 contribuì all'ultima riforma del comparto. «La disciplina della governance spetta
agli statuti e alle assemblee delle banche, dunque in ultima analisi ai soci, e non può essere calata dall'alto per
decreto», conclude Bonfrisco. Dichiarazioni in linea con quelle rese ieri dal ministro delle Infrastrutture
Maurizio Lupi: «La riforma delle popolari non mi piace», ha tagliato corto.
Se insomma lo scontro è alle porte, al momento risulta difficile prevederne l'esito. L'opposizione
parlamentare potrebbe anche riuscire a stravolgere il testo del provvedimento e qualcuno si spinge a
ipotizzare l'introduzione di un tetto al diritto di voto che limiti la contendibilità degli istituti. Anche alcuni
banchieri credono nell'ipotesi di un compromesso: «È assolutamente necessaria una mediazione in
Parlamento, per apportare le modifiche necessarie per preservare il modello cooperativo», incalza Gianni
Zonin, presidente della Banca popolare di Vicenza. Esiste però la concreta possibilità che l'esecutivo decida di
blindare il testo uscito martedì scorso dal consiglio dei ministri, ponendo la questione di fiducia e
sgombrando in tal modo il campo da ogni soluzione di compromesso. (riproduzione riservata)
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MF-MILANO FINANZA martedì 27 gennaio 2015
Cacciatori o prede? Decide la borsa
di Claudia Cervini
A decidere sarà la borsa. Mentre imperversa la battaglia in Parlamento tra i sostenitori e i detrattori della
riforma Renzi-Padoan che intende trasformare le banche popolari in spa entro 18 mesi, l'andamento dei titoli
dei sette istituti quotati interessati dal decreto potrà chiarire la sorte delle popolari di maggiori dimensioni,
che da futuro polo aggregatore potrebbero trasformarsi in prede per banche e investitori esteri. Ne sono
convinti alcuni analisti della piazza milanese che, parlando con MF-Milano Finanza, hanno definito cruciali
gli andamenti borsistici di questi giorni per capire chi comprerà e chi sarà comprato. Ieri le azioni delle
protagoniste del risiko si sono mosse su un doppio binario. Con la Banca Popolare dell'Emilia Romagna
(Bper) e il Credito Valtellinese (Creval ) che hanno chiuso in rosso, rispettivamente a 6,19 euro, in flessione
dell'1% e a 0,99 euro, in calo dello 0,8%, mentre Ubi Banca ha archiviato la seduta sostanzialmente invariata
a 6,41 euro (+0,2%). Hanno continuato invece a salire Banca Popolare dell'Etruria e del Lazio (Bpel) che ieri
ha messo a segno il rialzo maggiore tra le popolari chiudendo a 0,61 euro (+3%), seguita dalla Banca
Popolare di Milano (+2,2%), dal Banco Popolare (+1,2%) e dalla Popolare di Sondrio (+1,1%). A salire di più
dal 19 gennaio a oggi sono state Etruria (+54,4%) e il Creval (+18,5%). Rialzi importanti verificatisi nei giorni
scorsi, ma meno decisi nella giornata di ieri. Sui titoli hanno pesato sia il fronte di Assopopolari, schierato in
maniera perentoria e compatta contro la riforma, sia le parole del ministro delle Infrastrutture Maurizio
Lupi, che ieri è tornato a parlare del dl aprendo a possibili modifiche al fine di preservare «una delle risorse
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2012 da FonSai (poi fusa con Unipol Assicurazioni) per presunti danni patrimoniali subiti dalla categoria
nella distribuzione dei dividendi. Una causa che è ancora pendente e sulla quale non è chiaro l'effetto che
potrebbe avere un via libera alla conversione delle rnc A in ordinarie. Ieri Trevisan ha chiesto ufficialmente a
UnipolSai di sapere se la conversione potrebbe rendere di fatto nulla la causa, ma Cimbri ha preferito non
dare punti di riferimento. «La società non fa consulenza, almeno non è previsto dallo statuto, a coloro che
fanno causa alla società» quindi non si esprime «nessuna valutazione in merito a quello che lei ci richiede»,
ha affermato l'ad di UnipolSai . Nonostante questo aspetto controverso, i portatori di azioni di risparmio A,
riunitisi dopo l'assemblea degli azionisti ordinari, hanno comunque deciso di andare avanti con la causa,
senza dare invece indicazioni di voto rispetto alla delibera sulla conversione che sarà messa ai voti oggi.
La mancata conversione non spaventa però Cimbri. «Se i soci» - di risparmio A - «non ritenessero di andare
verso una configurazione più moderna» della struttura del capitale, attraverso la conversione in ordinarie, «a
noi non dà fastidio», ha detto Cimbri, che ha ribadito anche di non voler modificare il tetto di 30 milioni
messo a disposizione di coloro che, votando contro la delibera, potranno esercitare il diritto di recesso (ma
senza avere la possibilità di beneficiare del dividendo a valere sull'esercizio 2014). Il tetto di 30 milioni di
euro per l'esercizio del diritto di recesso da parte degli azionisti di risparmio A è stata fissata da UnipolSai
perché «vogliamo un'adesione convinta a questa proposta», ha spiegato l'ad di UnipolSai , rispondendo a una
domanda di Trevisan, che giudicava «bassa» la soglia di recesso. «A noi se rimangono le azioni A non cambia
assolutamente nulla, faremo un'assemblea in più per gli azionisti di risparmio» ha poi ribadito Cimbri, a
margine dell'assemblea, facendo capire che, in caso di mancata conversione, il problema sarà degli azionisti
di risparmio A: «Se non viene deliberata la conversione, i soci resteranno con le loro azioni poco liquide in
mano, per noi è ininfluente».
Per quanto riguarda invece la futura governance del gruppo, il manager ha spiegato che, se gli azionisti
fossero d'accordo, preferirebbe proseguire nel ruolo di ad di Ugf, lasciando la poltrona in UnipolSai a un
manager interno. Sempre ieri l'assemblea di UnipolSai ha cooptato nel board Giuseppe Recchi in sostituzione
del dimissionario Vanes Galanti. (riproduzione riservata)
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MF-MILANO FINANZA martedì 27 gennaio 2015
Banca Intermobiliare recluta cinque private banker
PESCATI nella rete - a cura di Roberta Castellarin, Anna Messia e Paola Valentini
Banca Intermobiliare ha reclutato cinque private banker di lunga esperienza nel settore. Alessandro De
Chirico (ex Bpm ), Roberto Mossetto (ex gruppo Ubi), Davide Politanò (ex Carige ), Paola Sconfienza (ex
gruppo Bper) e Simona Sodano (ex Bp Bari) rafforzeranno la rete, oggi composta da 29 filiali e 200 banker.
Sotto la guida del dg di Bim Dino Piccarreta, la banca intende arruolare altri 15 professionisti entro fine 2015.
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MF-MILANO FINANZA martedì 27 gennaio 2015
Banca Leonardo, Attimis nuovo capo del wealth management
PESCATI nella rete - a cura di Roberta Castellarin, Anna Messia e Paola Valentini
Gianluca Attimis, 48 anni, è stato nominato responsabile dell'area wealth management di Banca Leonardo.
Sostituisce Paolo Langè, consigliere di Banca Leonardo, che manterrà la responsabilità per i grandi clienti.
Attimis vanta un'esperienza ultraventennale nel settore della gestione di patrimoni, iniziata alla Comit,e
guiderà un team di più di 80 professionisti, rispondendo al direttore generale Claudio Moro. Inoltre, la banca
ha recentemente inserito in organico Francesco Minelli, 47 anni, in qualità di direttore commerciale dell'area
wealth management. In precedenza, Minelli aveva ricoperto ruoli di responsabilità in banche e sgr italiane ed
estere. (riproduzione riservata)
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di più sotto il fondamentale scudo delle sentenze costituzionali, per affrontare davvero i problemi della
società italiana. Lavorando con competenza e passione potrebbero passare da oggetti delle pagine
economiche a soggetti delle pagine sociali e culturali, associandosi magari ad altre fondazioni italiane o
straniere con comunanza operativa. Nei 25 anni trascorsi dalla legge fondativa le fondazioni di origine
bancaria ne hanno viste di tutti i colori, ma nella sostanza sono state guidate dall'esterno: leggi, decreti legge,
decreti ministeriali, atti di indirizzo, direttive, circolari e lettere ministeriali, una cinquantina di atti di natura
legislativa che hanno tessuto intorno alle fondazioni una rete di contenimento per dipanare la quale sono poi
stati necessari atti giudiziari dedicati: risoluzioni tributarie, ordinanze e sentenze di Tar, pareri del Consiglio
di Stato, sentenze della Corte di Cassazione (anche a sezioni unite) e della Corte di Giustizia Europea oltre a
quattro sentenze della Corte Costituzionale, due delle quali anch'esse con valore costitutivo. Questo percorso
tortuoso ha impegnato migliaia di amministratori a ricorreggere continuamente il loro lavoro e neanche
tanto male se non vi sono state, che si sappia, clamorose bocciature dalla Autorità di Vigilanza al Mef.
Tuttavia era lavoro sotto padrone, guidato dalle norme e dalle loro interpretazioni. Una vera autonomia di
decisione nei consigli delle fondazioni si è vista poco, rendendoli più interpreti che imprenditori, più analisti
che creativi. Certo vi sono state alcune cadute patrimoniali, soprattutto negli ultimi tempi, ma nessun vero
default finale, se non anni fa in Sicilia, prontamente risolto nella fusione con un vicino più prestante. Oggi
una dozzina di fondazioni ha problemi patrimoniali e così inizierà una stagione di fusioni in grado di ripetere
quanto accadde nel mondo della Casse di risparmio e Banche del Monte, costituite in Italia dai primi anni del
1800 con una forte proliferazione successiva, ma giunte alla riforma del 1990 in appena 90. In questo
composito corpo fondazionale di 88 soggetti, su circa 6 mila fondazioni italiane, deve farsi largo una capacità
strategica autonoma, senza un ulteriore accompagnamento normativo, anche se concordato. Pertanto la
stesura dell'atto negoziale sollecitato da Contrarian può aspettare fino a che le fondazioni, o almeno le più
consce e vispe, non avranno da sole rafforzata la loro strada ora che sono giunte alla maggiore età. Altrimenti
ancora una volta le fondazioni si ritrarranno nel loro guscio, costruito per tenere fuori le riforme, che ne farà
delle tartarughe sociali, ritardando la loro presenza nelle imprese del secondo welfare che le può rendere
davvero protagoniste nel Paese.
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IL SOLE 24 ORE martedì 27 gennaio 2015
Bpm, si guarda all’ipotesi Bonomi - Le Popolari studiano le misure contro la riforma e antiscalata
È ancora caldo il clima sui titoli delle banche popolari. La partita si giocherà su un doppio binario: da una
parte l’impegno a «non lasciare niente di intentato per bloccare il decreto» come preannunciato da
Assopopolari, dall’altra la valutazione di tutte le opzioni per poter rafforzare le banche e renderle prede meno
facili.
Ieri in Borsa, comunque, il mercato ha continuato a premiare i titoli con acquisti. In particolare si è distinta
la Banca Popolare di Milano con un incremento di quasi il 2,2%. D’altra parte è anche l’istituto che con una
rete di oltre 700 sportelli è ritenuto tra i più appetibili nel caso in cui la trasformazione in Spa andasse in
porto. Su Bpm c’è già stato, nonostante il voto capitario, l’interesse con InvestIndustrial di Andrea C. Bonomi
e ora il mercato torna a guardare al possibile ritorno di fiamma.
I tempi non sono strettissimi, ma certo i prossimi sei mesi saranno impegnativi per le Popolari oggetto del
decreto del Governo di martedì scorso. La partita si giocherà su un doppio binario: da una parte l’impegno a
«non lasciare niente di intentato per bloccare il decreto» come preannunciato da Assopopolari, dall’altra la
valutazione di tutte le opzioni per poter rafforzare le banche e renderle prede meno facili.
Ieri in Borsa, comunque, il mercato ha continuato a premiare i titoli con acquisti. In particolare si è distinta
la Banca Popolare di Milano con un incremento di quasi il 2,2%. D’altra parte è anche l’istituto ritenuto più
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appetibile nel caso la trasformazione in Spa andasse in porto. Bpm porterebbe in dote una rete di oltre 700
sportelli, con una forte presenza in Lombardia e un radicamento sul territorio. Caratteristiche che l’hanno già
resa interessante, nonostante il voto capitario, per un investitore istituzionale come InvestIndustrial di
Andrea C. Bonomi. E proprio Bonomi potrebbe rifarsi avanti per attuare finalmente quel rilancio della banca
che aveva tentato un paio di anni fa in tandem con l’allora ad Piero Luigi Montani. Proprio quest’ultimo, ora
alla guida di Carige, ha dato adito a rumours su un possibile matrimonio sull’asset Milano-Genova. Di certo
nei progetti di Bonomi c’era già al primo investimento in Bpm l’idea di fare della banca un polo aggregante e
non una preda.
Gli occhi del mercato sono, però, puntati sulle mosse di Ubi, piatta ieri in Borsa. Ubs, ad esempio, la indica
come polo aggregante in ragione dei suoi risultati di bilancio. È anche vero, comunque, che altri guardano in
Veneto al Banco Popolare (+1,22% ieri). Ad ottobre, prima degli esiti degli stress test, l’ad del Banco
Popolare, Pier Francesco Saviotti, aveva dichiarato: «Se potessi scegliere» l’istituto preferito con cui fondere
il Banco Popolare «indicherei la Bpm».
In generale per il settore uno studio di Mediobanca aveva stimato sinergie pari al 20-35% della
capitalizzazione a seconda delle combinazioni. Percentuale che poteva salire fino al 45% in caso si nascita di
una «mega popolare». Nel dettaglio un’unione Ubi-Creval (quest’ultima -0,75% ieri), ad esempio, avrebbe
generato sinergie per il 20% della capitalizzazione combinata dei due istituti. Le sinergie scenderebbero,
invece, al 15% in un’unione Bper-Bpm.
Per ora, però, si tratta solo di un esercizio di astrazione. Non esistono, al momento, ancora mandati a banche
d’affari per studiare operazioni concrete, anche se delle esercitazioni sul tema sono nei cassetti da tempo e
aspettano solo di essere tirate fuori. Le proiezioni vengono fatte a bocce ferme, ma la vera incognita da
considerare, spiegano alcuni advisor, è quella dell’azionariato. Le aggregazioni prima della trasformazione in
Spa rafforzano le banche, ma portano con sé la mancanza di informazioni certe sui soci. E un consolidamento
al buoi resta, comunque, poco appetibile. © RIPRODUZIONE RISERVATA Monica D’Ascenzo
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IL SOLE 24 ORE martedì 27 gennaio 2015
Con il balzo il mercato annulla lo storico «sconto-Popolari»
Milano
Neanche l’agitarsi del fronte pro-Popolari nello scorso week end, con la dura presa di posizione dei vertici del
Banco Popolare contro il decreto del Governo e rilanciato ieri dal ministro Lupi che ha espresso il suo
malumore, ha fermato la corsa dei titoli delle banche a voto capitario sul listino.
Il contraccolpo negativo del mattino è stato rapidamente riassorbito. Il traghettamento verso la Spa,
ancorchè lento e pieno di insidie, o meglio con il rischio di essere annacquato strada facendo, piace, e molto,
al mercato. Del resto non è una sorpresa. Più flessibilità c’è sul capitale e chi lo controlla, più si favoriscono i
processi di consolidamento, più i valori dei titoli tendono ad apprezzarsi. E non c’è da stupirsi se l’effetto in
Borsa sia stato veloce quanto eclatante.
Annullato lo sconto Popolari
In una sola settimana di contrattazioni, dal varo del decreto, il rialzo è stato imponente e corale. Sia il Banco
Popolare, che la Banca Popolare di Milano, che la Popolare dell’Emilia e la Pop di Sondrio hanno visto le
quotazioni salire in media del 20%. Il Credito Valtellinese ha strappato di un 30%, mentre più soft è stato il
rialzo di Ubi Banca che ha guadagnato “solo” il 15%. In fondo il mercato ha fatto il suo corso.
Se per gli analisti lo sconto medio che la Borsa riserva da sempre ai prezzi delle Popolari, rispetto alle Spa
bancarie, è del 20-30% ecco che in una sola settimana il divario è stato colmato.
Si direbbe che sia finita qui. In modo fin troppo elementare gli investitori hanno anticipato gli sviluppi della
trasformazione annullando in un colpo solo l’antico sconto Popolari. Un po’ grossolana come reazione dato
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IL SOLE 24 ORE martedì 27 gennaio 2015
La Cei contro la vendita dei «gioielli di famiglia»
Non si vendono i “gioielli di famiglia” – le aziende perlopù “pubbliche” che rappresentano il patrimonio
industriale del Paese - per tappare qualche debito. Torna alla carica il cardinale Angelo Bagnasco, presidente
della Cei: «Non basta rincorrere i debiti vendendo i gioielli di casa frutto dell’intelligenza e della capacità dei
nostri padri, perché, poi, si resta con niente in mano, né strutture né professionalità, in balia di chi guarda
all’Italia come ad una preda succulenta e ambita da spolpare. Alla fine di queste operazioni d’azzardo, si resta
con pochi pezzi in mano, pezzi che scollati gli uni dagli altri diventeranno sempre più deboli, pronti per
essere azzannati al momento opportuno da quanti non hanno certamente a cuore il bene del nostro Paese.
Non saranno le garanzie scritte e firmate ad assicurare il nostro patrimonio industriale e lavorativo: si
possono cambiare e disattendere in ogni momento!». Il cardinale, che è arcivescovo di Genova e forse pensa
anche a operazioni che riguardano la sua città, va oltre: «A volte sembra che il discredito sia usato come un
grimaldello per tali operazioni. Più si scredita, più il prezzo diminuisce». (Ca.Mar.)
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IL SOLE 24 ORE martedì 27 gennaio 2015
Un 2014 boom per i gestori: raccolta a quota 129 miliardi - Nuovo record per il patrimonio
salito a 1.579 miliardi
Nessuna sorpresa, è andato tutto come previsto: il 2014 si è chiuso con una raccolta record per i gestori.
Dodici mesi di risultati positivi hanno portato l’industria dell’asset management a incassare 128,6 miliardi, il
dato migliore degli ultimi 14 anni. È stato l’epilogo di una corsa che non ha subìto interruzioni. La maggior
parte dei flussi è confluita sui fondi comuni (87,5 miliardi), mentre 41,1 miliardi sono finiti nelle gestioni di
portafoglio. Questi numeri evidenziano la fiducia che gli investitori ripongono negli strumenti del risparmio
gestito e mostrano la massiccia presenza soprattutto di fondi e Sicav nei portafogli delle famiglie italiane.
Non stupisce, dunque, che il patrimonio complessivo del settore abbia archiviato l’anno con l’ennesimo
primato: 1.579 miliardi.
Il bilancio mensile
Anche nell’ultimo mese dell’anno si è ripetuto lo schema di quelli precedenti con una raccolta positiva di
circa 9 miliardi, dei quali 5,6 provenienti dalle gestioni collettive e 3,4 da quelle patrimoniali. Al di là dei
numeri quello che è evidente dal bilancio annuale è come la ricerca di rendimenti abbia spinto un numero
sempre crescente di risparmiatori ad affidarsi a professionisti per cogliere in maniera più tempestiva le
eventuali opportunità presenti sul mercato. I margini di manovra di un gestore, infatti, sono di gran lunga
superiori rispetto a quelli del piccolo investitore.
Focus sui fondi aperti
Solo i fondi aperti e le Sicav hanno archiviato il 2014 con un saldo positivo per 86,8 miliardi e un patrimonio
di 681 miliardi, il 70% del quale è in mano a prodotti di diritto estero. Buona parte dei capitali delle famiglie
sono investiti sui prodotti obbligazionari, che rappresentano il 46,2% delle masse, mentre l’incidenza dei
fondi flessibili e degli azionari è molto più contenuta (22,1 e 20,6%). Da queste percentuali emerge come sia
ancora orientato alla prudenza l’approccio agli investimenti dei risparmiatori italiani. Non solo. I prodotti più
presenti nei portafogli sono i fondi a cedola, che devono molto del loro appeal alla possibilità di offrire una
rendita periodica. L’importante che quest’ultima derivi da un reale apprezzamento del prodotto e che non
vada a intaccare il capitale investito. Cosa peraltro possibile se le condizioni di mercato si rivelano sfavorevoli
(eventualità scritta sul prospetto informativo, che non tutti però leggono).
Le scelte dei sottoscrittori nel 2014 sono state chiare: netta preferenza per flessibili e obbligazionari
(rispettivamente 41,6 e 28,1 miliardi) dove la presenza dei fondi a cedola è più consistente, mentre agli
azionari e ai bilanciati sono stati destinati 8,3 e 10,8 miliardi.
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