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I N AT T E S A D I
NOVEMBRE 2014
16 COOPERAZIONE
TRASFORMA LA TUA DICHIARAZIONE DEI
REDDITI IN SOLIDARIETÀ E CONDIVISIONE
10 00
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NTA RI ATO “ A. GIA NEL LI ” O NLU
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Coordinamento editoriale: © 2014 Editrice Velar – Gorle (BG) • Grafica e stampa: Punto e Linea - Gorle, Bg
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del loro riscatto…
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REGISTRAZIONE
NOVEMBRE 2014
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NOTIZIE, STORIE E TESTIMONIANZE DALLE MISSIONI GIANELLIANE
Via dei Quattro Cantoni, 45 - 00184 ROMA • Salita Nuova N.S. del Monte, 3 A - 16143 GENOVA
Contiene I.R.
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Coordinamento editoriale: © 2014 Editrice Velar – Gorle (BG) • Grafica e stampa: Punto e Linea - Gorle, Bg
rubnniia
LA PACE SI CHIAMA
Gli auguri di Natale
SVILUPPO
e per il Nuovo Anno
con le parole di tre
grandi Papi
del nostro tempo.
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IN DIALOGO
ESSERE COSTRUTTORI DI PACE
Alcune riflessioni sulla pace da tre grandi Papi del nostro tempo, ora
elevati alla gloria degli altari. È l’augurio per questo Natale 2014.
arissimi lettori,
vi scrivo questo messaggio all’inizio del periodo liturgico
dell’Avvento, tempo di attesa,
di speranza, di preparazione per il Natale di Gesù. Il mese di novembre è, tradizionalmente nella Chiesa, dedicato alla
memoria dei nostri cari che sono passati
alla Casa definitiva, al Padre. Tra questi, ora, Sr. Maurizia Pradovera che, si
può dire, era l’anima di questo bollettino “In cammino”. In sua “memoria” alleghiamo al giornalino un opuscolo con
testimonianze varie su di lei, donna
consacrata gianellina, piena di entusiasmo per la missione, tutta per il Regno
di Dio.
Viviamo in un ambito mondiale con tanto lievito dello Spirito Santo: da poco è
stato concluso il Sinodo Straordinario dei
Vescovi, con il tema de “le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”, un tema certamente importante e urgente per la Chiesa e per tutti/e noi.
Un contesto, però, anche carico di cambiamenti e di tensioni, con perdita di punti di riferimento e di equilibri, con tanti semi di distruzione, di odio, di morte. Basti guardare i milioni di profughi,
a cui guerre, calamità naturali, persecuzioni e discriminazioni di ogni tipo
hanno sottratto la casa, il lavoro, la famiglia e la patria. Di fronte a questi
drammi di totale indigenza e bisogno, in
cui vivono tanti nostri fratelli e sorelle,
è lo stesso Signore Gesù che viene ancora a interpellarci.
Compito nostro, come cristiani, è di essere artefici, costruttori di pace. La
pace, dono annunciato dagli angeli ai pastori, in quella festa natalizia che inau-
C
gurava tutti i Natali susseguenti, è regalo
di Dio, ma dipende in gran parte anche
dal nostro impegno assiduo per instaurarla. Vi offro, alcune frasi sulla pace di
tre Papi, ora elevati agli onori dell’altare, come augurio per questo Natale
2014:
Scriveva S. Giovanni XXIII: “Ogni
credente, in questo nostro mondo, deve
essere una scintilla di luce, un centro di
amore, un fermento vivificatore nella
massa: e tanto più lo sarà, quanto più,
nella intimità di se stesso, vive in comunione con Dio”. “Ma la pace rimane solo suono di parole, se non è fondata.. sulla verità, costruita secondo giustizia, vivificata e integrata dalla carità e posta in atto nella libertà”.
Incalza il Beato Paolo VI: “Lo sviluppo
è il nuovo nome della pace. I popoli della fame interpellano oggi in maniera
drammatica i popoli dell’opulenza. La
Chiesa trasale davanti a questo grido
d’angoscia e chiama ognuno a rispondere con amore al proprio fratello”. “La
pace non si riduce a un’assenza di
guerra, frutto dell’equilibrio sempre
precario delle forze. Essa si costruisce
giorno per giorno, nel perseguimento di
un ordine voluto da Dio, che comporta
una giustizia più perfetta tra gli uomini”.
E Giovani Paolo II: “In questo impegno
debbono essere di esempio e di guida i
figli della Chiesa, chiamati, secondo il
programma enunciato da Gesù stesso
nella sinagoga di Nazareth, ad «annunciare ai poveri un lieto messaggio
[...], a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi e predicare un
anno di grazia del Signore» (Lc 4,18).
Conviene sottolineare il ruolo preponderante, che spetta ai laici… A loro compete animare, con impegno cristiano, le
realtà temporali e, in esse, mostrare di
essere testimoni e operatori di pace e di
giustizia”.
In questo augurio, carissimi/e, non posso tralasciare di ringraziarvi ancora per
la vostra collaborazione, per il vostro impegno a favore della pace, dello sviluppo, di un mondo migliore, attraverso le
donazioni e il sostegno a distanza di tanti bambini che, altrimenti, non potreb-
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bero godere del bene dell’istruzione, dell’educazione. Generosamente, con non pochi
sacrifici personali, immagino, vi adoperate perché un sempre maggior numero di persone possa godere del beneficio della pace e di una qualità di vita degna di questo nome: il Principe
della Pace riempia il vostro cuore e la vostra
vita di amore, di serenità, di armonia e del desiderio di diventare, giorno dopo giorno, artigiano/a di pace!
Per animarvi ancora, trascrivo una frase molto significativa del Santo Gianelli: «Noi dobbiamo vestire viscere di misericordia verso i
nostri fratelli… Noi dobbiamo avere, e quasi
vestirci di una grandissima mansuetudine, soavità, dolcezza, benignità… ma tali che ci
partano veramente dal cuore; anzi dal cuore
stesso di Gesù Cristo dobbiamo impararle».
Concludo con la frase che suona per tutti come
“l’augurio angelico”: “Gloria a Dio nell’alto
dei cieli e pace il terra agli uomini che Egli
ama”: Buon Natale e felice Anno 2015! Cordialmente
Sr. Terezinha Maria Petry
Madre Generale
VERSO IL CAPITOLO
GENERALE
Noi Suore gianelline, saremo impegnate,
dal 16 gennaio al 20 febbraio 2015, nel
Capitolo generale 19°, che è elettivo, attraverso le rappresentanti da tutte le parti dell’Istituto. A tutti/e chiedo una preghiera perché possiamo, con forza ed entusiasmo, riaffermare la nostra appartenenza al Signore in questa famiglia religiosa e elaborare delle determinazioni e proposte, secondo il carisma della
carità evangelica vigilante, per il prossimo sessennio. Il tema e lo slogan del
Capitolo sono enunciati così: “Con
gioia, facciamoci tutte a tutti”.
Sr. Terezinha Maria Petry
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GRAZIE, MADRE MAURIZIA!
Questo è proprio un “grazie” che non avremmo voluto scrivere, sebbene sia tanto sentito quanto meritato... Infatti in questo numero il grazie
non può che andare alla cara Madre Maurizia, recentemente scomparsa
ed i cui funerali, svoltisi nella Cattedrale di Chiavari il 20 settembre scorso, ci hanno dato conferma ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, dell’affetto, dell’ammirazione e della simpatia che M. Maurizia
letteralmente scatenava in tutti. È fin troppo facile essere retorici e scontati in questo caso, ma la nostra idea è che noi qui vogliamo pagare un
debito di riconoscenza e gratitudine ad una delle persone che più si è data
da fare sia per la nostra rivista, In Cammino, che per il nostro centro missionario, il CeGiAMiS.
La vogliamo ringraziare per il suo fervore missionario, per la sua energia, per la sua onestà intellettuale, per la sua grinta, per l’affetto nei confronti di questa rivista e di questo centro. Tutto ciò si è sempre trasformato in un impegno contagioso a favore dei poveri tra i poveri, in uno
sforzo costante per promuovere una partecipazione solidale a tutti i livelli
in favore dei fratelli meno fortunati in qualsiasi parte del mondo si trovassero. Aveva le idee chiare M. Maurizia, soprattutto quando si trattava di spendersi per fare del bene. Ed era anche particolarmente efficace
in questa sua dedizione, proprio perché si era costruita un’enorme credibilità in tanti anni di appassionato servizio. Quando proponeva o organizzava qualcosa lo faceva con l’autorevolezza di chi si è guadagnata con il proprio amore oltre che con il proprio sudore il diritto ad essere ascoltata, ad essere seguita.
Sappiamo che ci mancherà in mille modi diversi, ma, con umiltà porteremo avanti un compito gravoso a sostegno delle missioni, sentendo il
peso della responsabilità per un’eredità che non è facile. Non ci tiriamo
certo indietro, anche perché M. Maurizia non ce lo avrebbe mai permesso!
CeGiAMiS
Una bella
immagine
di Suor Maurizia,
fotografata con la
Madre Generale
Terezinha Maria
Petry (a destra)
e con Madre Sara,
al centro (Foto di
R. Alborghetti).
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GRANDI SORPRESE DA MALALA
Prime impressioni ed esperienze sulla presenza missionaria
delle Suore Gianelline in Papua Nuova Guinea.
D
opo che noi, Sr Suma e Sr Joseena, ci siamo
riunite con M. Philomina e Sr Ines all’aeroporto di Singapore per volare fino a Papua
Nuova Guinea, un nuovo viaggio missionario
ha avuto inizio per noi quattro. Era l’8 di settembre del
2014 e queste sono le nostre prime impressioni.
Una volte arrivate a Port Moresby, alcune di noi si sono
un po’ preoccupate per certe facce e certi sguardi, ci davano l’impressione di essere molto duri, quasi aggressive, da aver paura. Ma pian piano che abbiamo avuto
modo di entrare in contatto con la gente in Malala, abbiamo potuto scoprire un lato completamente diverso di
loro. Questa gente, di carnagione scura, sono molto
amichevoli, aperti, semplici ed hanno un grande rispetto
per i religiosi e per i preti. Una cosa che abbiamo notato
subito è stata anche il grande orecchio musicale che
hanno ed una naturale predisposizione per la danza, talenti che usano in modo molto bello per la messa o in occasione di alter celebrazioni.
Abbiamo avuto l’opportunità di partecipare ad una celebrazione eucaristica di saluto per gli studenti del decimo e dodicesimo grado che stavano per diplomarsi
proprio in quella settimana. Quelli del decimo anno finivano la loro scuola superiore, mentre quelli del dodicesimo la scuola secondaria, secondo il sistema scolastico di questo paese. C’erano circa 800 tra studenti e
genitori a godersi una liturgia preparata con grande cura.
Mai avremmo immaginato che avremmo potuto vivere
una celebrazione di questo tipo qui! In occasione di
eventi solenni tutto inizia e finisce con una danza tradizionale. In questa occasione particolare, tre gruppi di studenti provenienti da varie parti della diocesi – tutti studenti di questa scuola – hanno eseguito delle danze
indossando i loro abiti tradizionali. Di solito danzano in
testa alla processione all’inizio della messa; poi di
nuovo davanti al libro del Vangelo che è portato con solennità dal retro della chiesa fino al prete che aspetta davanti all’altare. E poi ballano una terza volta davanti ai
doni dell’offertorio ed ancora alla fine della celebrazione. they dance a third time before the offering of
gifts, and again at the end of the celebration. A volte cantano a lungo nella loro lingua e ballano seguendo le parole intense dei canti.
È qualcosa di incredibile il modo in cui opera la Chiesa
Cattolica in PNG. Noi apparteniamo all’Arcidiocesi di
Madang, che ha numerose missioni lungo la costa dell’oceano Pacifico del sud. Ogni missione ha una chiesa,
una scuola, numerose case per i sacerdoti, i religiosi, ed
una facoltà. Nel nostro campus ci sono due dormitori per
ragazzi e tre per ragazze. L’Arcivescovo è responsabile
per gli edifici e per qualunque altra cosa si trovi in essi.
C’è una squadra di manutenzione che si prende cura dei
bisogni pratici della missione ed un gruppo di persone
responsabile di coordinare tutte le attività dagli uffici
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PAPUA NUOVA GUINEA
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della colazione, pranzo e cena, ed altre attività ancora
prima o dopo i loro impegni accademici programmati,
per questo motivo gli insegnanti hanno una responsabilità di supervisione nei loro confronti, ovunque gli studenti si trovino. Gli insegnanti sono comunque ben pagati per questi lavori, visto che sono facoltativi.
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centrali di Madang. Al nostro arrivo a Madang ci hanno
fatto trovare delle stanze disponibili per dormire, con la
televisione, il frigorifero con delle bevande e la possibilità di accedere ad internet. Abbiamo partecipato tutti
i giorni alla messa celebrata dall’Arcivescovo, ed abbiamo fatto colazione, pranzo e cena con lui, il precedente vescovo, un prete, un missionario verbita (SVD),
una suora, ed a volte con altri sacerdoti che passavano
a visitare. L’Arcivescovo ha pagato per gli arredi, gli
utensili, il cibo ed ogni altra cosa ci servisse per iniziare
la nostra nuova missione a Malala. Lui insieme ad un sacerdote polacco, padre Adrian, ci hanno accompagnato
con tutti i nostri bagagli fino a Malala affrontando con
noi un viaggio di tre ore. Mai avremmo pensato che potessero esistere dei vescovi di questo tipo! Il giorno
prima della nostra partenza ci ha dato tutte le istruzioni
ed indicazioni del caso, come avrebbe fatto un padre. Ci
ha detto le cose da fare e quelle da evitare, ci ha dato una
Bibbia nella lingua locale, un dizionario, il catechismo
che usano qui, ed il Piano Pastorale per la Chiesa in Papua e Nuova Guinea.
Un’altra cosa che ha attirato la nostra attenzione è stato
il sistema scolastico. La scuola elementare va dalla
scuola preparatoria fino al 3° grado, la scuola primaria
include i gradi dal 4° all’8°, la scuola superiore i gradi
9 e 10, la scuola secondaria i gradi 11 e 12. La nostra
missione in Malala ha un enorme campus per la scuola
superiore e secondaria che è stato gestito principalmente
delle Missionarie dello Spirito Santo per oltre 40 anni,
guadagnandosi un’ottima reputazione nell’intero Paese.
Sebbene le lezioni inizino alle 7,40 quando gli studenti
si ritrovano nella loro classe e finiscano alle 15,10, le attività proseguono molto più a lungo di questo orario. Gli
studenti residenziali hanno il momento dello studio,
Gli edifici sono anche molto interessanti. La maggior
parte delle case e delle scuole sono costruite in forma rettangolare, con numerosissime finestre da entrambi i lati
per permettere una buona ventilazione in questo clima
molto caldo ed umido. Il campus è composto da molti
padiglioni per le classi, uno dopo l’altro. C’è un capitano
ed un vice-capitano in ogni classe che sono responsabili
del libro delle presenze e della preghiera. La distribuzione degli studenti nei padiglioni è stata fissata con precisione. Gli studenti del dodicesimo grado sono in un
lato, quelli dell’undicesimo grado sono in un altro padiglione, poi ancora dopo nel campus ci sono quelli del
decimo e nono grado, ecc. Gli studenti rimangono fissi
nelle loro classi, mentre gli insegnanti si muovono da
una classe all’altra per le lezioni con i loro studenti nell’edificio assegnato. Ogni lezione dura quaranta minuti
ed una sirena indica il cambio di lezione. Dalle 21 alle
6 l’elettricità è interrotta in tutto il campus e nessuno dovrebbe essere fuori in quel periodo.
La nostra prima settimana a Malala è stata un po’ particolare. Abbiamo vissuto insieme alle Suore Missionarie
dello Spirito Santo, vissuto, pregato e mangiato con
loro. Al momento sono solo quattro suore, tre delle quali
sono state anche le fondatrici della missione e della
scuola. Abbiamo sperimentato la loro dedizione ed il
duro lavoro in tutto quello che fanno. Abbiamo potuto
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godere del loro encomiabile senso di ospitalità. Stiamo
imparando veramente tutto da loro!
Adesso siamo nella nostra casa, impegnate a costruire le
nostre relazioni interne. Infatti, sebbene siamo tutte Gianelline, veniamo da posti diversi in un Paese completamente nuovo. In questa fase il nostro primo lavoro è
stato quello di arrivare ad avere la casa pronta. Ci sono
cinque stanze, ciascuna suora ha una camera da letto ed
una è usata come cappella. C’è una piccola stanza per la
lavanderia con una lavatrice, una cucina, ed uno spazio
aperto utilizzabile sia come salad a pranzo che come soggiorno. Dopo aver sistemato tutto, aver pulito con cura,
ci siamo finalmente potute trasferire. Successivamente
padre Boniface è venuto a benedire la nostra cappella.
Intanto gli operai stanno costruendo un bagno con doccia in più, visto che ce n’è uno solo disponibile.
Dobbiamo confessare che, fin dall’inizio, eravamo molto preoccupate ed insicure riguardo ogni cosa in questo posto
sconosciuto, ma tutte le vostre preghiere
alla fine sono state ripagate! Fin da subito
abbiamo trovato delle persone fantastiche
che, come angeli custodi, si sono prese
cura di noi, di tutti i nostri bisogni e ci
hanno guidato per tutti i passi della nostra
strada. I Fratelli Monfortani e le Suore di
San Giuseppe di Chambery a Port Moresby si sono comportati proprio come fratelli e sorelle di sangue, mostrandoci i
luoghi, condividendo le loro case, le loro
conoscenze e tutta la loro esperienza, ed
aiutandoci con ogni cosa ci potesse servire per ambientarsi nel Paese. A Ma-
dang, l’Arcivescovo Steven, Sr Mary Cloude e padre
Adrian hanno lasciato da parte tutto ciò che avevano da
fare per farci sentire a nostro agio e per farci vedere le
varie località, le chiese, gli ordini religiosi che svolgono
il loro servizio nella diocesi. A Malala, le Suore Missionarie dello Spirito Santo ci hanno fatto sentire proprio
a casa. Ci hanno dato una camera per ciascuna e ci
hanno offerto la loro cappella per pregare, e tutto il resto della loro casa per tutte le nostre necessità. Tutto lo
staff di servizio – falegnami, idraulici, elettricisti, ecc. –
sono sempre a disposizione tutti i giorni per risolvere i
nostri problemi con la casa e completare ciò che ancora
c’è da fare. Ultima, ma non per importanza, M. Philomina ci ha guidato con la nostra Lectio Divina settimanale, le nostre preghiere quotidiane, la meditazione sul
capitolo delle nostre Costituzioni relativo alla vita di comunità, ed il supporto nell’organizzazione stessa della
nostra comunità. Ci rendiamo assolutamente conto che
solo Dio poteva offrirci tutto questo aiuto attraverso la
generosità di tanta gente che ha messo sulla nostra
strada. Stiamo adesso cercando di adeguarci a questa
nuova missione, cercando di conoscerci l’una con l’altra, conoscendo la facoltà, gli studenti ed il modo in cui
la gente vive la propria fede in questo posto.
Ancora grazie per tutto il supporto spirituale che ci
avete garantito. Per favore, continuate a pregare per
noi!
Sr. Joseena, Sr. Suma e Sr. Ines
Malala, Papua New Guinea
28 settembre 2014
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BETLEMME, SEGNI DI PACE
Nella festa di Maria Regina di Palestina i cristiani di Betlemme, Ramallah,
del Territorio Palestinese e di Israele pregano per la pace in Medio Oriente.
gni anno, nel mese di Ottobre, viene celebrata nel
Santuario di DEIR RAFAT
(località nei pressi di BEIT
SHEMESH, Israele), la festa di MARIA REGINA DI PALESTINA. In
questa occasione i cristiani di Betlemme, Ramallah e altre città del Territorio Palestinese si uniscono ai Cristiani di diverse parti di Israele e chiedono la pace in Medio Oriente.
Fissando lo sguardo sull’immagine
della Madonna che stende – non già
la mano del suo Bambino, ma – la sua
stessa mano su questa Terra Santa,
così martoriata ma, allo stesso tempo portatrice di un messaggio di speranza, noi Suore Gianelline ci ritroviamo una e mille volte a riflettere sulla nostra vocazione nella Chiesa e nel
mondo. E non lo facciamo da sole,
nemmeno in quest’anno che si è presentato così minaccioso sulla programmazione dei campi di lavoro, e
ci ha tanto provato nella fede con la
passione e morte di Madre Maurizia
Pradovera, la Consigliera Generale
sempre pronta a sognare cose grandi
per l’Hortus Conclusus.
Gli amici dell’IMO (Impegno Medio
Oriente) si sono fatti presenza reale,
anche loro nell’atto di “stendere una
mano”, come la Regina della Palestina, per incoraggiare con la loro presenza amica, per faticare nella raccolta
degli ulivi e per condividere la vita e
la preghiera della Comunità. Sappiamo che anche i nostri Volontari
Gianellini ci rimangono accanto, affettuosi e sempre disponibili, dispiaciuti di non aver potuto partecipare ai
campi. Abbracciamo tutti con affet-
O
to e gratitudine, incoraggiamo tutti a
non lasciare morire la fiammella che
il Gianelli ha seminato nei cuori. Condividiamo una stessa vocazione, nobile e bella, perché dono del Signo-
re alla Chiesa, sua Sposa, vocazione
che trova qui, nell’Hortus Conclusus,
tra la Grotta di Betlemme e la cima
del Calvario, la Sorgente rinfrescante per il nostro stile evangelico di vita.
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TERRA SANTA
Mentre le strade di Betlemme e Gerusalemme rimanevano in attesa dei
gruppi di turisti e pellegrini stranieri
che si facevano aspettare con delle tinte di smarrimento e depressione da parte degli abitanti locali – ricordiamo che
sopratutto Betlemme vive dell’industria del turismo – noi eravamo qui, facendo del quotidiano una sorgente di
consolazione per tutti quelli che cercavano la mano benedicente di Gesù
e della sua Madre.
Possiamo dire che, quasi tutti i giorni, nella sala della portineria del Santuario, accanto a quel tavolino improvvisato per dissetare i pellegrini nel-
le ore di più caldo, accoglievamo
qualche famiglia cristiana e non cristiana della zona, desiderosa di pregare
Maria dell’Orto e trovare le sue Figlie.
Abbiamo ascoltato tante confidenze
d’inquietudini rispetto al momento
storico che stiamo attraversando! Abbiamo ricevuto, anche da parte dei fratelli musulmani, tante espressioni della loro confusione e dispiacere con riferimento alla persecuzione dei cristiani in Siria ed Iraq, alla guerra tra
Hamas e Israele, e abbiamo cercato di
valorizzare e incoraggiare tanti segni
del loro desiderio di una pace sincera
e duratura!
Anche il Centro di Spiritualità Mariana
– “l’Oasi di Madre Maurizia” – ha
aperto continuamente le porte ai piccoli e grandi gruppi di “Cristiani locali” che sfidavano i razzi che uscivano da Gaza tentando di colpire gli
insediamenti israeliani vicini, e finivano cadendo a metà strada, dietro alla
nostra montagna. Seminaristi, Parrocchiani, Terziari Francescani, e perfino gruppi di fedeli Greco Ortodossi hanno voluto vivere l’esperienza di
silenzio e interiorità che, in questo momento, soltanto Hortus Conclusus
può e sa offrire qui, al di là del Muro
Israeliano…
“Andranno dove altre non possono andare”, aveva detto il Gianelli, cioè affineranno i sensi per scoprire i bisogni
che nessuno vede, e che abitano il fondo del cuore dell’uomo, svegliando la
sete di Lui, del Cristo Signore Risorto, unica certezza di pace e di salvezza… E a noi sembra sentire il Padre aggiungere: “… e lo faranno volentieri,
sciolte e fiduciose nella loro povertà
e debolezza: come la Sposa del Cantico, come la Regina dei Giardini Salomonici… Regina della Palestina…
Regina del mondo intero!”.
Comunità Gianelliana
del Santuario Hortus Conclusus
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TRENTA GIORNI A SONKATCH
Impressioni e sensazioni di un’esperienza vissuta tra la gente, i colori
e i problemi di un Paese indimenticabile.
uando il 5 agosto ho preso l’aereo dal Cristoforo
Colombo di Genova non
sapevo che cosa mi aspettasse. Sapevo che dopo un giorno di
viaggio sarei arrivata a Indore, una città con un milione e mezzo di abitanti che si trova nel cuore dell’India, nel
Madhya Pradesh.
Una città di quelle che si vedono alla
televisione: nel traffico sfrecciano
macchine scassate, motorini con tre o
quattro persone a bordo, autorisciò che
sono dei veri pericoli ambulanti, persone, persone e ancora persone, vacche, capre, maiali, elefanti (!) a ogni
angolo e in mezzo alla strada. Dopo
Q
dieci minuti di macchina capisco che
non sto guardando la televisione, sono
io e sono qui, questa è l’India. I primi
giorni della mia esperienza trascorrono a Indore, l’8 agosto continuerò la
mia permanenza a Sonkatch, situata nel
distretto di Dewas, a circa due ore di
viaggio da Indore. Quando arrivo a
Sonkatch le sensazioni sono molto positive: ricordo questa strada dritta e ai
lati una sorta di viale con vegetazione rigogliosa che ombreggia e protegge
le “abitazioni” da un sole che splende
e scioglie.
Ricordo io che scendo dalla jeep un po’
frastornata e le sisters che mi vengono incontro, mi prendono i bagagli, mi
accolgono con qualche parola in italiano che in questo momento mi conforta molto. Nonostante questa splendida accoglienza e un buon pranzo, il
giorno venerdì 8 agosto 2014 ho seriamente pensato: “Un mese non passerà mai”.
Credo che in ogni esperienza del genere una persona più o meno normale abbia un crollo emotivo, ecco il mio
primo crollo emotivo è avvenuto proprio quel giorno, in quella camera enorme che mi era stata appena mostrata
da sister Smitha, perfettamente in
grado di descriverla in italiano, illustrandomi in maniera dettagliata zone
e attività all’interno della struttura.
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Ricordo Elizabeth, la mia prima piccola amica. Ci siamo trovate sulla terrazza a stendere i panni. Elizabeth ha
gli occhi a mandorla, penso che più che
indiana mi sembra cinese, poi lei mi
spiega che proviene dall’Arunachal
Pradesh, l’ultimo stato indiano che
confina con la Cina, quando torna a
casa (una volta ogni due anni) trascorre
cinque giorni in treno. Ha 15 anni ed
è una delle 26 “aspiranti sisters” che
studiano e vivono a Sonkatch. Si sveglia tutte le mattine alle 5,30 per pregare, studia, va a scuola, prende lezioni
di musica e canto, cucina, pulisce, si
occupa del giardino. La storia di Eli-
zabeth è anche quella di Monica,
Rose, Ruth e Lucy, anche loro con due
bellissimi occhi a mandorla e quella
di Jomia, Navdia, Indu, Rani, Prashanti, Sarita, Manisha, Prianka e di
tutte quelle ragazze che a 15 anni decidono di lasciare la propria casa, la
propria famiglia, di fare le valigie per
arrivare qui, dopo giorni di viaggio, e
cominciare il loro percorso di formazione che le porterà, dopo anni, a diventare sisters. Ogni volta che mi incrociano nei corridoi mi regalano
mille sorrisi, chi conosce meglio l’inglese si ferma, proviamo a parlare un
po’, chi non lo conosce ancora
mi guarda e ride.
E poi, poi ricordo di essere entrata nell’hostel. Dopo pochi minuti perdo in
maniera definitiva il mio nome che
verrà sostituito con Didi, mi spiegano
che significa big sister, sorella maggiore, una forma di rispetto automatica in India. Vengo sommersa da attenzioni e domande di 86 ragazze
che mi chiedono da dove vengo, che
cosa faccio, quanti fratelli e sorelle ho,
che lavoro fanno i miei genitori, se
sono sposata, se mi trucco gli occhi con
il kajal, con che shampoo mi lavo i capelli...
Penso che nel colloquio di lavoro più
importante della vita tutte queste domande non te le faranno mai. Penso
che mi sta iniziando a fare male la testa, ma penso anche che continuo ad
avere un sorriso stampato in faccia
come poche volte nella mia vita. Penso di aver perso definitivamente la dignità quando mi chiedono di cantare
e di ballare per loro, provo a spiegare di essere stonata e di non essere capace a ballare, ma nessuno vuole sentire ragioni: una contro 86, ballo, canto e me ne frego. Penso che se mia
mamma mi vedesse non mi riconoscerebbe. Scateno un’ovazione e continuo a ridere. Poi qualcuno inizia a voler mettere alla prova la mia memoria:
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INDIA
ricordarsi 86 nomi indiani, mai sentiti nella mia vita non è stata cosa semplice, ma dopo un mese di interrogazione quotidiana posso dire di ricordare
per ogni viso un nome. “Didi, my
name?” è stata un’altra domanda molto frequente soprattutto se sulla bocca di 86 persone per almeno cinque
volte al giorno, ma obiettivo raggiunto: me li ricordo tutti. Altro tentativo
a dir poco coraggioso sono state le lezioni di hindi a cui ogni giorno dovevo sottopormi... anche le frasi più convenzionali che di solito chiunque riesce ad imparare in qualsiasi lingua, per
me, in hindi, sono state un’impresa epica. Nonostante il mio rapporto difficile
con l’hindi non c’è stato un momento in cui ho pensato che la lingua potesse rappresentare un ostacolo, bastava guardarsi e ci capivamo.
Ricordo Pretty, 15 anni, un talento innato per il ballo, passione vera, crea coreografie e le insegna alle sue piccole allieve, mi chiede se in Italia le ragazze usano gli shorts e le minigonne,
con lei mi sembra di poter parlare italiano perché è subito feeling. Ricordo
Aparna, 12 anni, socievole, simpatica,
sguardo intelligente, curiosa e sveglia.
Poi Tamarna, 11 anni, e uno sguardo
un po’ triste, ma quando ride il suo sorriso è raggiante, mi dice che la sua
mamma non c’è più.
Rishita, 11 anni, si mette i miei occhiali
da sole, mi imita e mi fa ridere... un’attrice nata. Pramila, 9 anni, dopo qualche giorno diventerà Papita, sorriso
coinvolgente, una forza della natura.
Shivani, 10 anni, carattere forte, vuole comandare e ci riesce: una leader
nata. Ci sono le piccole: Pooja, Kum
Kum, Renuka e Ravina insieme studiamo l‘alfabeto e facciamo i primi
spelling in inglese. E ancora Bahuna,
Areea, Ritika, Vinita, Archnna, Arti,
Manisha, Garima, Payel, Neetha, Reeta...Per ognuna di loro potrei elencare nomi, caratteristiche ed episodi
vissuti insieme, ma avrei bisogno di un
libro.
Ricordo i pomeriggi trascorsi nel
“ground” a giocare a “flag” (ruba
bandiera), a “wolf” (lupo ghiaccio), a
“1,2,3, stars” (un due tre stella), mi ero
dimenticata di come fosse divertente.
In quei momenti ho pensato che tutto
quello di cui avevo bisogno era lì: un
campo e tanti sorrisi, non avevamo altro, ma sentivo che eravamo tutti felici. Ricordo, anche, quella che è stata la mia famiglia per un mese: 12 sisters che si sono occupate di me, mi
hanno fatto sentire a casa, mi hanno
chiesto come è andata la mia giornata durante la cena, mi hanno chiesto
come ho dormito la mattina a colazione, mi hanno preparato da mangiare
ogni giorno, cucinando anche pasta e
pizza apposta per me.
Sister Jency è stata la mia mamma indiana: si è presa cura di me non con le
parole, ma dimostrandomelo con i fatti. E’ una donna che, oltre a trovare il
mio affetto ha trovato anche la mia stima per il suo modo di pensare e
lavorare. Sister Marina, simpatica ed emotiva, ha un cuore
grande così. Sister Assunta, ricordo le nostre risate davanti alla
televisione e le sue prese in
giro. Sister Mamta, con cui ho
trascorso quattro giorni tra Bophal, Kandwha e Indore, ho
sentito di avere un’amica al mio
fianco. E poi sister Arti, sister Alfonsa, sister Given Leeta, sister
Bina, sister Archanna, sister Sicily, sister Smitha, sister Shaliny. Ognuna di loro mi ha lasciato
qualcosa, ognuna di loro con me
ha avuto un occhio di riguardo
e un trattamento speciale che
nessuno prima mi aveva dato. E
poi c’è l’India. Ricordo il rosso
fuoco dei suoi tramonti, il verde brillante delle sue pianure; la
sua puzza e il suo profumo; la
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pioggia torrenziale che dura pochi
minuti. Il caos, i clacson, le urla, la musica a tutto volume; le pelli chiare, scure; gli hindu, i cristiani, i musulmani,
i buddhisti... è questo bizzarro assortimento che rende l’India più che bella, affascinante e sorprendente.
Il 3 settembre è l’ultimo giorno che trascorro a Sonkatch ed arriva, puntuale
e inesorabile, il secondo crollo emotivo, penso: “vorrei stare ancora”, un
mese è volato. Tutti mi ringraziano, mi
abbracciano, mi regalano fiori. Penso
che dovrei essere io a ringraziare
loro, ma non so come. Penso di aver
dato tutto quello che potevo, ma di aver
ricevuto molto di più. Mi mancano le
parole, vorrei spiegare a tutti quanto sia
stato importante per me stare qui,
come non potrò mai dimenticare le loro
facce, le loro mani e come mi sono
sentita in questo mese, ma mi piace
pensare che tutti siano riusciti a capirlo
vedendomi cantare, ballare, scherzare e sorridere ogni giorno.
Giulia
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12 ESPERIENZE
MUSICA E SOLIDARIETÀ PER BETLEMME
I musicisti dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia
invitano ad una raccolta fondi per la Terra Santa.
i chiamo Ruggiero e sono un violinista, professore dell’orchestra dell’Accademia Nazionale di
Santa Cecilia. Sono da poco tornato con un gruppo di dieci persone (Vincenzo, Clara, Alessandro, Anna, Antonella, Pino, Paola, Anna Maria, Tsehay)
da un pellegrinaggio fatto in Terra Santa organizzato dalla mia parrocchia San Giovanni Battista de la Salle che si
trova nella zona Torrino di Roma (roma sud). Dovevamo
essere oltre quaranta, ma la paura per la guerra (siamo partiti a fine agosto) ha impaurito molti. Anche il parroco della nostra parrocchia, don Massimiliano Nazio, ci ha accompagnato e il viaggio è stato molto emozionante per vari
aspetti.
In particolare mi ha colpito la visita fatta a Betlemme. Lì,
dopo aver visitato i luoghi della natività di Gesù Cristo,
abbiamo conosciuto Vincenzo Bellomo, volontario di ATS
(Associazione pro Terra Sancta) che ci ha parlato della sua
esperienza.
Devo dire che inizialmente quello che ci ha raccontato ha
suscitato in me solo molta curiosità. Ci diceva che i bambini nei territori dell’autorità palestinese a Betlemme, soprattutto quelli poveri e i disabili corrono costantemente
il rischio di essere abbandonati, perchè lì non ci sono strutture sociali per accoglierli. Ci ha detto che anche gli anziani quando smettono di lavorare, se sono poveri e non
hanno figli ad accudirli, vengono abbandonati a loro stessi, perché non esiste neanche la pensione.
Con ATS aiutano a pagare le rette scolastiche dei bambi-
M
ni poveri e hanno anche fondato una scuola per insegnare musica.
“Bene”, mi sono detto: “che bello”. Subito dopo siamo andati a visitare il centro S. Antonio per anziani poveri e disabili gestito dall’Istituto Maria Gianelli. Lì ho visto con
i miei occhi la loro realtà: ho visto i fortunati! In un corridoio una decina di donne anziane, tutte con problemi e
malattie più o meno gravi, tutte contente di vederci: erano visibilmente emozionate perchè noi siamo andati a trovarle e per loro era una festa!
Nelly, una delle donne anziane, era in una stanza a parte:
sta molto male. E’ lì perché non ha nessuno che si possa
occupare di lei, è malata e viene curata come se fosse in
ospedale e, devo dire, accudita con tanto amore. Ci guardava e con una gioia incredibile diceva in francese: “Je
m’appelle Nelly, je m’appelle Nelly” e questo, inaspettatamente, mi si è stampato dritto nel cuore. Io in realtà ero
atterrito: durante tutta la visita non riuscivo neanche a parlare, mi muovevo con calma e mal volentieri: fingevo un
sorriso, ma in realtà ero disgustato ed ero arrabbiato per
essere stato portato li senza preavviso.
Il mio orgoglio, la mia vanagloria, il mio desiderio occidentale di benessere, sono stati messi a nudo e umiliati da
quella situazione. E poi quella frase, “Je m’appelle Nelly, je m’appelle Nelly” ha continuato a suonarmi dentro
come una sinfonia di Bruckner. Quella donna con la gioia negli occhi era come se mi dicesse: tu, che per me in
questo momento sei la persona più importante, hai capito come mi chiamo?: “je m’appelle Nelly”. Il mio cuore
ancora si agita. Questi sono i fortunati che abbiamo incontrato!
Quando sono tornato a Roma, sapendo che la mia parrocchia ritornerà in Terra Santa a Dicembre per un nuovo pellegrinaggio, ho pensato subito di organizzare un paio
di concerti nella parrocchia stessa in beneficenza per questa realtà. Concerti a ingresso gratuito, con offerta libera.
Pensavo: basterebbero 50 euro a persona, per ascoltare due
bei concerti, e raccoglieremmo tanti soldi per poter salvare la vita a più anziani, più bambini, per poter accogliere
nella scuola più alunni: e, non so perché, mi veniva in mente la visita fatta a Gerusalemme alla tomba di Schindler.
Ho informato il parroco dei concerti ed è stato contentissimo: mi ha messo a disposizione le strutture della nostra
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ESPERIENZE
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parrocchia per realizzare il progetto.
Inizialmente ho coinvolto un po’ di
amici della mia orchestra, che hanno subito accettato.
Subito dopo ho pensato di provare a
coinvolgere tutta l’orchestra dell’Accademia e ho fatto un annuncio
sul palcoscenico nell’intervallo di
una prova: è incredibile, devo ammettere che non me lo aspettavo: mi
ha veramente stupito come questo
progetto, in un momento comunque
difficile economicamente per tutti, sia
stato “adottato” da tutta l’orchestra.
Anche il coro ha fatto altrettanto,
quindi i concerti da due che avevo
immaginato sono diventati sei! E tutti di altissimo livello: il meglio che
esista in Italia, se non addirittura in
Europa. Non per altro da un recente studio siamo risultati tra le dieci
orchestre migliori del mondo.
Mi sono detto che 50 per sei concerti
del genere è beneficenza anche per
chi ascolta!! Ma non ci sarà offerta
minima (e neanche massima!:-).
Devo dire che senza i miei amici e
colleghi: senza di loro, senza l’entusiasmo dei musicisti che hanno
aderito a questa iniziativa, non riuscirei a fare molto: mi fermano continuamente durante le pause delle
prove, prima e dopo i concerti, che
di solito effettuiamo al Parco della
Musica, e mi chiedono: allora? Le
prove? I concerti?
E mi ringraziano. Loro ringraziano
me. Incredibile. Veramente io vorrei
ringraziare loro e insieme ringraziare
Nelly: adesso ho capito cosa mi
stavi dicendo, adesso so il tuo nome:
Tu t’appelle Nelly: mi stavi insegnando la bellezza di donarsi agli altri. Buona beneficenza a tutti.
Ruggero
Nelle foto: immagini da Ortas,
Betlemme (Palestina).
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14 COOPERAZIONE
IN TANTI CONTANO SUL TUO AIUTO!
Sostieni un bambino a distanza o sostieni uno dei nostri progetti in Argentina, Paraguay, Brasile,
India, Repubblica Democratica del Congo e Palestina. Puoi farlo attraverso un tuo contributo,
ma anche coinvolgendo i tuoi amici e la tua comunità. Ecco una sintetica scheda su alcuni
dei progetti a cui si può aderire con un proprio contributo.
PAPUA NUOVA GUINEA
• Promozione della donna attraverso opportunità di formazione
professionale e la creazione di
possibilità lavorative
Suore di Nostra Signora dell’Orto
Malala, Madang
PAPUA NUOVA GUINEA
Obiettivo:
Il progetto promuove uno sviluppo
sostenibile in favore delle donne
tribali nelle aree rurali.
Attraverso un programma di formazione e servizi condiviso con la comunità locale, si vuole dare l’opportunità alle donne di 5 villaggi di
frequentare corsi di istruzione di
base e di formazione professionale,
di usufruire di servizi di base in campo medico e di assistenza in particolare a donne incinte e neonati.
Completano il programma il sostegno all’avvio di piccole attività economiche ed alla creazione di gruppi
di auto aiuto tra donne.
L’intervento del progetto punta ad
aiutare le donne di questi villaggi ad
assumere un loro ruolo all’interno
della comunità e di aumentare il loro
peso sociale e la loro capacità di sostenere le loro famiglie.
Costo del progetto: € 5.500
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COOPERAZIONE
INDIA
• Progetto per l’acquisto degli arredi e la copertura dei costi della case
per gli indigenti.
Suore di Nostra Signora dell’Orto
Amballoor, Diocesi di Ernakulam –
KERALA
INDIA
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15
te (attrezzatura per la cura
dei neonati, apparecchiatura per il parto, per la misurazione della pressione
del sangue, materiale di
base generico per il dispensario, ecc.).
Obiettivi principali sono
quello di garantire l’accessibilità alla cure mediche di base ai poveri dell’area, ridurre il tasso di
mortalità delle partorienti e
dei loro bimbi. Ma si punta anche ad organizzare
campagne di sensibilizzazione alla prevenzione delle malattie più diffuse, ed
ha sviluppare pratiche di
igiene di base.
Obiettivo:
Nella nuova missione di Amballoor,
Kerala, dove sono state chiamate recentemente le suore gianelline, stiamo
creando una casa che possa dare protezione, rifugio e la garanzia di un posto dove mangiare e dormire ai poveri della zona. Due suore vivono sul posto e già da maggio 20 uomini e donne si sono avvicinati alle suore per
chiedere il loro aiuto. Sono orfani, va- Costo del progetto:
gabondi, gente che questa società ha € 1.740
relegato al margine senza speranza,
senza possibilità La prima cosa che
possiamo fare è assicurare loro i mez- i nostri progetti e il sostegno a distanza
zi minimi per sopravvivere. In seguiECCO COME EFFETTUARE LE DONAZIONI
to contiamo di dar loro anche la possibilità di costruirsi un futuro con le Le donazioni possono essere erogate al CeGiAMiS (Centro Gianelliano di Animazione Missionaria, Solidarietà e Sviluppo), c/o Casa Generalizia, Via dei Quatproprie forze.
Nel concreto il progetto punta ad ac- tro Cantoni, n. 45 - 00184 ROMA, Tel. +39 0697279509 - Fax 06.4874432;
quistare gli arredi di base per la casa E-mail: [email protected];
Se siete vicini a Genova potete contattare Suor LUCIA MOSCATELLI, Saed a coprire le spese principali.
lita Nuova Nostra Signora del Monte, 3-A – 16143 GENOVA, Tel. 010/502127,
E-mail: [email protected]; www.gianelline.net
Costo del progetto: € 1.920
Potete inviare il vostro contributo all’Associazione di Volontariato
“A. Gianelli” attraverso uno dei seguenti riferimenti:
• Acquisto di attrezzatura medica per Banca Prossima c/c n. 1000/118765 - Filiale Di Milano
il centro di salute di Kolam
IBAN: IT51P0335901600100000118765
Suore di Nostra Signora dell’Orto
Kolam – ARUNACHAL PRADESH
INDIA
Obiettivo:
Il progetto si propone di acquistare alcune attrezzature di base per poter garantire le cure di base alla popolazione locale attraverso il centro di salu-
oppure:
Banco Posta c/c postale n. 84636406
IBAN: IT64TO760101400000084636406
oppure:
Banco Popolare di Lodi
IBAN: IT98X0503431950000000577260
L’Associazione di Volontariato “A. GIANELLI” è una ONLUS e le donazioni
a suo favore sono detraibili dalla dichiarazione dei redditi