Anno LX - n° 2 Giugno 2014 LA SERPE RIVISTA LETTERARIA DELL’ASSOCIAZIONE DEI MEDICI SCRITTORI ITALIANI FLAVIUS EDIZIONI - POMPEI LA SERPE Rivista letteraria trimestrale dell’Associazione Medici Scrittori Italiani fondata da Corrado Tumiati nel 1952 Il nostro sito Internet www.amsiumanisti.it Anno LX - n° 2 - Giugno 2014 Direttore responsabile: Mario Rosario Avellino - Tel. 081 859 91 56 Presidente e direttore editoriale: Nicola Avellino - Tel. 081 859 90 57 - Cell. 329 092 5815 Collina Sant’Abbondio, 53 - 80045 Pompei [email protected] - www.amsiumanisti.it A.M.S.I. Associazione Medici Scrittori Italiani Vice Presidente: Dott.ssa Rosa Barbagallo, Via Mons. Arista, 5 - 95024 Acireale (Ct) [email protected] - Tel. Fax 095 606 978 Tesoriera: Dott.ssa Patrizia Valpiani, Via Lera, 13 - 10139 Torino [email protected] - Tel. 011 757 5308 - Cell. 339 440 5052 Segretario: Dott. Gianfranco Brini, Via Pomarolo, 1 - 24032 Calolziocorte (Lc) [email protected] - Tel. 0341 630 826 Consiglieri: Alfredo Buttafarro, Pasquale Russo, Valentino Venturi Revisori dei conti: Silvestro Brazzaventre, Carlo Cappelli, Silvana Melas (supplente) Comitato di redazione: Franco Brini, Carlo Cappelli, Cristina Negri, Giuseppe Ruggeri, Patrizia Valpiani COORDINATE BANCARIE: Banca prossima del gruppo Intesa san Paolo AMSI - Associazione dei medici scrittori italiani Codice IBAN: IT55 R033 5901 6001 0000 0069 173 LA QUOTA ASSOCIATIVA È DI EURO 100 L’ANNO. Pompei - Flavius Edizioni - www.edizioniflavius.it LE COPIE ARRETRATE DE LA SERPE POSSONO ESSERE RICHIESTE ALLA TESORIERA Proite Il limite dell’uomo si esalta nell’infinito di Dio EFISIO LIPPI SERRA È Pasqua È Pasqua! Cristo, consumato il sacrificio, è risorto per segnar di Sua pace le Genti, la Comunità del Suo Verbo, di Sua Luce la Terra, di Suo Amore ogni uomo. È Pasqua di festa per ognuno, di gioia pei bimbi, di speranza pei miseri. È Pasqua di fratellanza e comunione per tutti! ❍ GOTTI, Mario. L’ora del Venerdì Santo, 2000 ...Le tematiche a carattere sacro di Mario Gotti differiscono in maniera chiara ed evidente dalle sue nature morte, dalle sue figure in genere. Il fatto reale del Crocefisso, per esempio, è rivelazione di un dolore e di una sofferenza che si abbandona alla serenità per l’obbedienza filiale al Padre e ai suoi voleri... Lino Lazzari 3 - La Serpe GIUSEPPE BAIOCCO * libri nostri * La donna di Villamare Q ualche lettore rimarrà sorpreso nel leggere il prologo scritto in terza persona e i capitoli successivi in prima. Questo espediente narrativo si è reso necessario per staccare la storia di Antonio fanciullo e adolescente da quella di Antonio adulto. Quando il protagonista diviene voce narrante del romanzo, la figura di Francesca, la sua prima vera passione, trapassa gradualmente in quella di Martina che - come la Beatrice di Dante - lo accompagna nel percorso gnoseologico più difficile per un uomo: raggiungere la pienezza cognitiva dei sentimenti attraverso la “corrispondenza d’amorosi sensi”. L’incontro con lei rappresenta per Antonio una sorta di ascesa al “mont Ventoux”, ascesa che nel linguaggio della simbologia è più importante della virata di Odisseo davanti alle colonne d’Ercole. Quello d’Ulisse fu “solo” cimento di conoscenza, questa è impresa teoretica e affettiva insieme. Un quadro enigmatico (“Las meninas”) decritta la storia del ménage à trois che si dipana sotto il cielo di Villamare; Martina ne offrirà una lettura “kantiana”, in linea con i tratti “apollinei” del suo personaggio. Nel sorprendente finale, un’estrema chiosa simbolica ripropone il ruolo allegorico della protagonista femminile del romanzo: durante l’innamoramento si è travolti dal delirio dei sentimenti e questo è una vertigine che spiazza i princìpi cardinali di ragione e virtù, scombinandoli fino alla totale dissonanza che conduce, spesso, da un’altra parte rispetto a dove si crede di andare (“Le due Martine”). ❑ 4 - La Serpe Ciao, Streghetta GIANNI OLIVO U na serie di punti luminosi che ammiccavano, in fila indiana, su per la montagna, invisibile nell’oscurità. Erano gli amici che mi precedevano all’appuntamento con l’alba ed i camosci. Un rito che avevamo ripetuto mille volte insieme, solo che le altre volte io ero con loro, non distanziato di centinaia di metri come oggi, come stanotte. Ma questa era una notte diversa, e lei era con me. La aiutai, dandole la mano, a superare un passaggio insidioso, dove la roccia bagnata tagliava, con un lastrone inclinato, lo stretto sentiero da capre esposto sul vuoto: la pila le era scivolata dalla fronte, ed io gliela risistemai, mentre lei mi sfiorava il viso con la mano gelata, e mentre mi godevo quel tocco leggero, riandavo con il pensiero alla notte trascorsa in baita, con gli amici e con lei. Le caldarroste davanti al camino, tra scherzi e risate, e poi la ritirata dal freddo della notte nei sacchi a pelo. E le risatine maliziose degli amici, nel buio, a spiare ogni rumore sospetto, una volta spente le lampade a petrolio… Giungemmo sul costone che si affaccia sulla Valle di Novalesa, e ci sedemmo in una cunetta tappezzata di rododendro, la schiena appoggiata alla morbida spazzola degli arbusti, riparati dal vento gelato che soffiava rasente la montagna. Sapevo che gli amici sarebbero andati ancora più in alto, sulle morene già spolverate di neve, malignando un po’, bonariamente, sui “fottuti imboscati”, ma anche questo era un bel posto, ed i camosci sarebbero venuti, salendo dai boschi colorati dal giallo dei larici e dal verde scuro degli abeti. Sopra di noi il gelo ci regalava una stellata fantastica, ed a tratti una stella cadente rigava il nero del cielo. Poi all’orizzonte comparve una striscia di rosa perlaceo, e lo scabro profilo familiare del costone roccioso, quasi un rugoso viso noto, con i suoi capelli fatti di larici ormai nudi, si rese visibile, emergendo dalle tenebre come un fantasma. E vennero i camosci, agili sagome che salivano, come scivolando sulle rocce e sui prati pensili, appesi sul vuoto. Ma non sparai, quel giorno, no. Fu un periodo di complicità ed in un certo senso di clandestinità, come accade a due amanti non liberi, di fughe e di momenti rubati, e, come spesso accade quando un amore è clandestino, di grandi passioni e di litigate clamorose, di maldicenze altrui e di sorrisetti saputi, intravisti nei corridoi dell’ospedale, di cui ce ne sbattevamo alla grande… la moralità pelosa di benpensanti dalla lingua lunga ci scivolava addosso come acqua su di una giacca di loden. 5 - La Serpe C’era un qualcosa che ci accomunava, al di là dell’esplosiva attrazione fisica che ci univa: lei era una sorta di forza della natura, dolce e un po’ selvaggia, diversa dalla maggior parte delle donne che avevo conosciuto, ed era attratta dal mio amore per la montagna, per il Grande Nord e per l’Africa… Ebbene, si, era una passione travolgente, temeraria ed incurante delle possibili conseguenze, come tutte le vere passioni proibite: io arrampicavo, allora, e, sentendomi romantico come un novello Romeo, le avevo dedicato persino una prima via in roccia: la via Streghetta… Streghetta. Così la chiamavo. Per i suoi occhi da zingara e per quella sua aria un po’ esotica, dolcemente maliziosa ed un po’ misteriosa… E lei mi chiamava “il mio signore delle montagne”, facendomi sentire molto importante e molto amato… Tutto pareva perfetto, forse troppo! Mi sorprendevo di me stesso, ed a volte ne ero anche un po’ spaventato… Avevo giurato a me stesso: mai più storie complicate, troppo coinvolgenti! Ed ora eccomi lì …Non mi è mai passato per la mente di essere un dongiovanni e non ho mai considerato la donna come terreno di conquista, quanto piuttosto un mondo composto di ben più di cinque continenti, fatto di milioni di paesi esotici ed ognuno diverso dall’altro, già, perché la donna è sempre “tierra incognita”, pensavo, foresta inesplorata, anche se ha tre matrimoni alle spalle, ed io sono sempre stato attratto da tutto ciò che è esplorazione e scoperta… Si, però non volevo più soggiornare nello stesso paese troppo a lungo, volevo cambiare, vagabondare… volevo… non volevo… e chi ci capiva più nulla? Per questo motivo, per lunghi periodi della mia vita, avevo avuto la tendenza a cambiare di continuo, a cercare sempre qualche cosa di nuovo, non credo per menefreghismo, narcisismo o cinismo, quanto piuttosto, mi piaceva pensare, perché la donna è troppo affascinante per amarne una sola, anche se questa, ovviamente, è una scusa vigliacca, ed alla base c’era probabilmente la paura di impegolarmi di nuovo. E, forse per vigliaccheria, finii per troncare. Forse stava diventando troppo importante per non averne paura. Forse perché tu, Streghetta, mi volevi davvero,ed io in fondo pure, anche se non lo sapevo… o facevo finta di non saperlo. Non ci vedemmo per parecchio tempo. Poi venne il tempo del rimpianto, perché sentivo che lei era stata speciale per me, un bene prezioso che avevo gettato via da imbecille, e ne sentivo acutamente la mancanza. Ma ormai il guaio era fatto, anzi, l’avevo fatto. …Ci eravamo incontrati nuovamente per caso. O forse il caso aveva ricevuto una spintarella da me, per essere onesti, comunque le chiesi scusa. Lei aveva un altro, me lo disse chiaro e tondo, ed io continuai la mia movimentata vita sentimentale, ma rimanemmo amici. Tuttavia si trattava di un’amicizia un po’anomala. Lei, ormai risposata, era gelosa delle mie ragazze: “non parlarmi delle tue squinzie” mi diceva, “lo sai che mi fa incavolare”, e, dal canto mio, mi seccava da matti l’idea che lei stesse 6 - La Serpe con un altro. E questo era imbarazzante… io… io che mi ero sempre piccato di non essere geloso… In tutto l’abbastanza lungo periodo intercorso tra la mia prima fregatura sentimentale e l’inizio di quella storia, i miei rapporti con l’altro sesso erano stati sempre o interessati a qualcosa di più che non la semplice amicizia, oppure improntati ad un’amicizia superficiale: i veri amici, insomma, erano gli amici maschi, con cui potevi parlare di determinate cose, senza farti problemi, mentre le donne, beh, insomma, le donne erano un’altra cosa, specie quelle carine.. Adesso scoprivo un’altra faccia dell’amicizia, e mi accorgevo che, ad esempio, se parlavo di un mio problema con lei, il suo modo di vedere le cose, in un’ottica e con una sensibilità tutta femminile, era estremamente diverso. E spesso più azzeccato… Una donna per amico, insomma, come diceva la nota canzone. Tuttavia, la cosa strana ed intrigante era che entrambi sentivamo, sapevamo, che non era tutto lì. Continuava ad esserci un’attrazione reciproca che andava ben oltre la semplice amicizia, un qualcosa di chimico, una complicità, fatta a volte solo di una battutina, di una frase ambigua, a volte, più chiaramente, di una precisa asserzione, come quando lei mi disse che le nostre vite viaggiavano su due binari paralleli, ma che forse un giorno si sarebbero incrociate di nuovo… In realtà non successe mai, ma questo pensiero era eccitante e mi dava il batticuore. Nel frattempo, anche se accadeva di non vederci per mesi, lei era sempre presente, si preoccupava per me quando andavo ad arrampicare o a fare “un’altra delle tue mattane”, o quando ero a caccia, a vagabondare in Africa o in giro per il mondo, e se qualcosa la angustiava io ero la prima persona cui telefonava. Sapevo che lei c’era, era lì, per me, e ci sarebbe sempre stata… amica, certamente… amante, forse ancora… chissà. Mi sbagliavo. Te ne sei andata in punta di piedi, in pochi mesi, ed il peggio è stato le infinite bugie che ho dovuto raccontarti, le illusioni di guarigione che non potevo negarti mentre ti vedevo sfiorire. Sto salendo di nuovo verso le nostre montagne, è buio ancora, vedo le luci degli amici che salgono, lucciole ammiccanti tra i larici. Ecco, di nuovo, come allora, mi sono fermato per farmi distanziare, e penso… e ricordo… e sento un grande vuoto. Manca solo una luce stanotte. E quando guardo la lunga valle di Novalesa, la schiena di dinosauro del Serpentera, ed il Rocciamelone, dove si nasconde la mia vecchia baita, che tanti ricordi racchiude, quando cammino lungo i ghiaioni nel vallone del Someiller, a volte i veli di nebbia che si muovono, spinti dal vento, disegnano per un istante il tuo viso, Streghetta. E allora so che ci sei ancora e che mi guardi. E le nostre vite scorrono ancora parallele. ❑ 7 - La Serpe PIERFRANCESCO GUELFI CAMAIANI L’ La Serpe nell’Araldica Italiana In omaggio riceviamo e pubblichiamo il testo di Pierfrancesco Guelfi Camaiani Direttore dello Studio Araldico Genealogico Guelfi Camaiani Presidente dell’Accademia Araldica Nobiliare Italiana origine degli stemmi, così come attualmente si vedono, è da ritenersi risalire al tempo di Ottone I imperatore. Il primo trattato del blasone conosciuto, apparve in Francia verso il 1180 sotto il regno di Filippo Augusto. Se le prime Armi apparvero nei Tornei, gli esempi dei veri stemmi non si trovano che verso la fine del XII secolo. Però fino intorno al 1260 non erano propri delle persone che li portavano ma dei loro domini: infatti, il Signore cambiando stato e signoria, mutava sigillo e divisa. Un importante impulso alla diffusione si ebbe in occasione delle crociate. Fino a quando il Signore stava nelle sue terre non ebbe necessità di un segno distintivo ma quando si ritrovò lontano dai propri possedimenti e confuso con la moltitudine dei crociati, sentì il bisogno di avere un segnale che lo distinguesse dagli altri, coperti come lui dall’armatura. Ogni cavaliere quindi scelse “un colore conforme ai sentimenti” ed un segno esprimente qualche “glorioso suo fatto o personale accidente” o avente qualche richiamo o somiglianza con il proprio nome: una colonna per i Colonnesi, l’orso per gli Orsini, la carretta per i del Carretto, ecc. (PIERO GUELFI CAMAIANI, Dizionario Araldico, Manuali Hoepli, Milano, 1940, pp. 526-527). Dunque, sin dalle remote epoche passate, lo stemma costituiva un abituale mezzo di identificazione ed era ritenuto esclusivo privilegio della famiglia legittima titolare dello stemma stesso (in tal senso: SCIALOIA, Il diritto al nome e allo stemma, Pallotta, Roma, 1889, p. 84). Esso era normalmente connesso al possesso di un titolo nobiliare, ma poteva spettare anche a famiglie non nobili ma di “distinta civiltà” (i c.d. stemmi di cittadinanza: si veda per esempio l’art. 30 dell’Ordinamento dello stato nobiliare italiano del 1943 che prevedeva appunto il “riconoscimento di stemmi di cittadinanza a favore di famiglie non nobili ma di distinta civiltà, che fossero in grado di provare con documenti autentici o riproduzioni di monumenti di goderne da un secolo il legittimo possesso”) e agli ecclesiastici. L’Araldica è la scienza del blasone e blasonare uno stemma secondo i principi dell’araldica, significa descrive uno stemma secondo la terminologia e la simbologia proprie di questa scienza. Nel blasonare uno stemma, si indica innanzitutto il colore del campo dello scudo, poi si descrivono le figure principali - menzionandone il numero, la posizione ed il colore (smalto) - e quindi si descrivono le figure secondarie. Le figure, definite dal MANNO (il Barone, Senatore del Regno, Antonio Manno, Torino 1834-1918, Commissario Reale della Regia Consulta Araldica, Direttore della Regia Biblioteca e del Reale Medagliere, Membro dell’Istituto Storico Italiano, della Regia Accademia delle Scienze di Torino, 8 - La Serpe della Regia Deputazione di Storia Patria e di numerose altre accademie e associazioni, fu uno dei più importanti araldisti italiani di fine ottocento, autore di numerose opere a stampa tra cui il Regolamento tecnico-araldico spiegato ed illustrato, Roma 1906, e il Vocabolario araldico ufficiale, Roma 1907) come “ciò che si può mettere negli scudi per formare le arme”, si possono suddividere in Araldiche, Naturali e Ideali. Delle Figure propriamente Araldiche fanno parte le Partizioni, le Pezze Onorevoli e le Pezze Araldiche (ad esempio: la fascia, il palo, la banda, la sbarra, lo scaglione, il cantone, la losanga, il lambello, il capo, etc.). Nelle Figure Naturali rientrano quelle che fanno parte delle Scienze (Antropologia, Fauna, Avifauna, Ittiologia, Flora, Geologia, Astrologia, Meteorologia) e delle Arti (Religiosa, Bellica, Nautica, Venatoria, Pescatoria, Costruttiva, Domestica, Agricola, Lusoria, Arti e Mestieri). Delle Figure Ideali fanno parte le Figure della Agiologia, Demonologia, Mitologia ed i Mostri. Le figure, in particolare quelle animali e vegetali, sono spesso utilizzate quali stemmi parlanti (stemmi cioè che ricordano il cognome attraverso immagini; ad esempio: l’orso per la famiglia Orsini, la rovere per la famiglia della Rovere), ma possono essere anche usate per il loro significato simbolico. Riguardo a questo aspetto, è da dire che la simbologia araldica si rifà alla simbologia romana, greca ed egizia, ma può riferirsi anche alle caratteristiche peculiari di un animale (ad esempio: il leone usato per rappresentare il coraggio e quindi come simbolo della stirpe coraggiosa) o di una pianta (ad esempio: la quercia usata per simboleggiare la forza della stirpe), oppure al significato allegorico di un oggetto (ad esempio: la campana come simbolo di chiara fama o vocazione religiosa). Nel rappresentare graficamente uno stemma, le figure vengono riprodotte invertite rispetto a come indicate nella blasonatura dello stemma stesso: ciò perché la destra dello scudo è quella posta a sinistra di chi lo guarda e viceversa. In altre parole, quando lo scudo del cavaliere è visto di fronte, la sua sinistra corrisponde alla destra di chi guarda e la sua destra alla sinistra dell’osservatore. In araldica la simbologia è sempre positiva e si riferisce quindi sempre alle caratteristiche positive dell’animale, della pianta o dell’oggetto. Nel caso in cui una figura abbia più significati, ciò che essa rappresenta può essere meglio specificato attraverso l’uso del motto o di determinati colori. Infatti, anche l’uso dei colori (smalti) ha una sua ragione simbolica. Per esempio: l’argento simboleggia la purezza, l’innocenza, la giustizia e l’amicizia; l’oro è simbolo di ricchezza, comando, potenza; l’azzurro, essendo il colore del cielo, rappresenta la gloria, la virtù e la fermezza incorruttibile; il rosso, richiamandosi al sangue versato in battaglia, rappresenta il valore, l’audacia, la nobiltà ed il dominio; il verde è simbolo della vittoria, dell’onore, dell’abbondanza. Venendo al significato simbolico del serpente, possiamo dire che esso, oltre ad essere simbolo della medicina, è emblema di astuzia, di dominio, di eternità ed anche di prudenza. 9 - La Serpe Già presso gli Antichi questo animale era tenuto in grande considerazione, suscitando grande impressione per la sua velocità nel movimento e per il suo morso mortale. Era venerato dai Re d’Egitto e dai Babilonesi e poi dai Greci e dai Romani ed era sacro ad Esculapio Dio della Medicina per la sua vista acuta, la sua attenzione e la sua vigilanza, doti indispensabili ai medici del tempo, nonché per il suo rigenerarsi cambiando pelle a simbolo di guarigione e rinascita e per le doti terapeutiche del suo veleno. Come riportato nel citato Dizionario Araldico di PIERO GUELFI CAMAJANI, pp. 489 e segg., “in Araldica è emblema di Astuzia, Mosè diceva che in questa supera ogni animale; di Dominio poiché questo animale predisse ad Aureliano fanciullo la padronanza sul mondo ed infatti divenne imperatore. Mammea, madre di Alessandro Severo, un giorno prima del parto sognò di avere dato alla luce un serpente, e ad Alessandro Magno fu vaticinata la grandezza del suo impero quando sognò che un serpente si congiunse con sua madre Olimpia. È pure emblema di Eternità poiché mordendosi la coda forma un circolo che non ha né principio né fine; della Medicina di cui era emblema sacro; della Prudenza, ed anche Cristo consigliava i primi cristiani di essere prudenti come questo animale. Quando è calpestato, morsicato, imbeccato da altri animali, rappresenta allora il nemico, il vizio, il tradimento, la perfidia, etc.”. Esso è presente nello stemma di molte Casate nobili italiane come i Cinelli di Pescia, i Buti di Gubbio, i Castiglioni di Mantova, i Genovese ed i Bongiovanni di Sicilia, i Giordani ed i Gritta di Genova, i Visconti di Milano, i Mastelloni di Sorrento, i Barbera di Palermo, i Bilotta di Benevento, i De Magistris di Lecce, i Mauro di Messina, i Muttoni di Milano. In Araldica questo animale si rappresenta ondeggiante, oppure attorcigliato, od in fascia, alato, affrontato... ❑ da: PALIZZOLO GRAVINA, Vincenzo. Il blasone in Sicilia. Palermo, Visconti & Huber, 1871-1875. Bonincontro Bongiovanni Il nostro vessillo da: AAVV. La nuova Italia - Stemmi. Milano, F. Vallardi, 1901. Angera 10 - La Serpe Casarano Itri Cecenielli ALFREDO IMPERATORE A ttualmente è invalsa l’usanza, nei vari banchetti nuziali, ma anche nei ristoranti e nelle pizzerie, nell’attesa della prima portata o della stessa pizza, di “ammazzare il tempo” con svariati e fantasiosi antipasti misti, ove di frequente si servono anche frittelle di cecenielli. Cosa sono i cecenielli? Si tratta di piccolissimi pesci, ancora mancanti di squame, che vengono cucinati in frittelle, allo stesso modo della fragaglia, solo che si tratta di minutaglia ancor più piccola della stessa fragaglia. Sono piccolissime acciughe e sardelle (che forse corrispondono a ciò che in madrelingua si chiama bianchetto), che sembrano trasparenti e, allorché bollite, diventano bianche. In uno dei capolavori nella storia della Canzone napoletana, che mosse l’attenzione di illustri studiosi della portata di Benedetto Croce e di Gino Doria, Lo Guarracino, sono citati ben 72 pesci, di cui la biologa Maria Cristina Gambi, in uno studio riportato dalla Società di biologia marina, sosteneva di essere riuscita a identificarne 51, e ne rese il nome nell’ittica italiana. Tra essi sono annoverati anche i cecenielli, oggetto di questa discettazione. È verosimile che ceceniello sia il diminutivo latino di cicer - eris = cece, cioè piccolo cece; ma cosa c’entrano i ceci con i cecenielli? Tra i vari nomignoli che nel tempo abbiamo attribuito al pene dei bambini, ha primeggiato certamente pisello e pisellino. La nostra simbologia si rifà più o meno alla stessa dei Latini, nel paragonare determinate cose o qualità, che poi, nel corso del tempo, sono mutate nel nome ma non nell’intento. Ad esempio noi, al giorno d’oggi, identifichiamo una donna molto vogliosa di sesso ad CECINIELLI (a pag. 86) una cagna e siamo soliti dire “sembra una caSi friggono ancora vestiti di pastetta, la gna in calore”. I nostri Avi dicevano la stessa quale si farà con fior di farina, acqua, mal- cosa, solo che raffiguravano la lupa al posto vasia, e lievito, condita di sale, pepe, e fo- della cagna, perciò i loro bordelli erano detti glie di rosmarino. lupanari. 11 - La Serpe Nella Satira VI di Giovenale, al verso 373, si legge: “Mangonum pueros vera ac miserabilis urit debilitas, follisque pudet cicerisque relicti” (una vera e compassionevole debilitazione devasta i fanciulli dei mercanti di schiavi, per la vergogna e dello scroto e del cece lasciati [lo scroto svuotato e il pene piccolo in quanto castrati]). Il cicerisque sta proprio per pisello. Orribile a dirsi, ma all’epoca dei nostri avi, tra i bambini da schiavizzare, se ne sceglievano alcuni, venduti ovviamente a un prezzo maggiore, che venivano castrati, affinché assumessero fisico e atteggiamenti femminei, come efebi, in modo da poter sollazzare di più i propri padroni. Chi, leggendo queste terribili pratiche sta pensando che solo tantissimi secoli fa si facevano pratiche così deprecabili, non sa che nei nostri archivi sonori dei primi anni del secolo scorso, è possibile ascoltare la GIAQUINTO, Corrado. Carlo Broschi detto voce del sopranista Carlo Broschi, detto Fa- Farinelli. Bologna, Museo Musicale rinelli. È chiamato in termine tecnico sopranista o controtenore, un cantante adulto che per natura o per artificio canta con voce di soprano. Oggigiorno l’artificio consiste nel produrre il suono specialmente nell’attacco, con l’emissione di testa. Fino al 1800, l’artificio consisteva nel castrare in età prepubere, alcuni di quei giovanetti, che avevano una bella voce, alta e con tono femmineo, affinché con lo sviluppo, pur rimanendo alta, risultasse di soprano o contralto, invece che di tenore, come sarebbe stato naturale. Ovviamente, in epoca preantibiotica, la mortalità legata proprio all’intervento, era molto alta; se poi nei superstiti, col tempo, la voce non dava i risultati sperati, questi disgraziati giovani nel migliore dei casi finivano col fare i seminaristi, quando proprio non si suicidavano. Lasciamo da parte le brutalità, e ritorniamo ai saporiti cecenielli. Ricordiamo che tra i vari sinonimi del pene, c’è il pesce, e il suo diminutivo pesciolino, indica proprio il pisellino. Per la sua etimologia possiamo riportarci, invero, alla consuetudine che la nostra simbologia ricalca, più o meno, quella dei Latini, e andando a ritroso nel tempo, possiamo benissimo sostituire al pisello il cece e al pisellino il piccolo cece, cioè il… ceceniello. ❑ 12 - La Serpe Salvare il gabbiano ANTONIO SANTORO L a Campania, sommersa dai rifiuti, terra dei fuochi, racconta la storia di quindici anni di violenza ambientale. Quelli della mia età, che hanno vissuto il tempo della natura rispettata e vivono quello attuale della natura violentata, ricordano che andare al bosco e calarsi nelle acque gelide e chiare del Pontetto era un appuntamento estivo piacevole e rigenerativo per giovani e non, acerrani. Che dire delle acque naturali e salutari che dissetavano e curavano diverse malattie? Mio padre Antonio e zio Peppeniello, padre di don Oreste si curavano in questo modo l’ipertensione arteriosa, ma l’acqua delle sorgenti veniva utilizzata anche per la stipsi e la psoriasi. Il Bosco era ricco di frutta saporita e bella nel colore che si mangiava senza sciacquarla. Non c’erano i veleni! Il Bosco è diventato il Pantano avvelenato, per cui sono cambiati il colore ed il sapore di un’albicocca (’a crusommola), di una pesca, di una pera, dei carciofi, teneri e gustosi, tanto piccoli da essere mangiati in un boccone. Persino la mela annurca, simbolo della nostra terra e di salute, da indurre i nostri genitori ad esclamare: “Mangia una mela al giorno e ti togli il medico di torno”, oggi non è più richiesta. Lì c’erano le bufale, che davano latte sano per la famosa mozzarella di bufala; alla salumeria del Cav. CARMINE TUFANO, in via Annunziata 12 ad Acerra, si potevano comprare mozzarelle grosse, di 750 grammi, che, al taglio, dovevano sporcare di latte il coltello. Riardo (Ce). Mele annurche Si rispettava la storia, iniziata alla fine del 1700 alla Casina Spinelli, detta Pagliara, perché si produceva la mozzarella di bufala destinata a conquistare il mercato di tutto il mondo. E ciò fu possibile, perché ALFONSO V DE CARDENAS, il 42° Conte di Acerra, attuò la bonifica del Pantano, che diventò salubre e fertile. Fece tutto in quattro anni, e pagò di tasca sua ventottomilacinquecento ducati l’equivalente di 5 miliardi di lire. Oggi, la mozzarella, avvelenata dalla diossina, è scomparsa dalla nostra tavola e, peggio, dalla tavola dei paesi europei. 13 - La Serpe Tutta colpa della monnezza, che intossica il terreno, l’erba e l’aria. Oggi è ritornata la paura del Pantano, costretto ad ingoiare la monnezza di tutta Napoli e provincia, a cielo aperto, fetida e maleodorante. E poi ci sono le balle, le colline del Pantano. E, su tutto, volteggiano i gabbiani. INCREDIILE! Si, perché i gabbiani sono uccelli che vivono e si nutrono sul mare. Ma il mare non bagna Acerra! È cambiato anche il DNA di questo uccello marino, costretto a nutrirsi di rifiuti umani! Più volte, insieme a Roberto Gherardi e Nello Altavilla, andiamo sul posto, e fa paura il volteggiare sulle nostre teste di “questi uccelli dalle larghe ali. Vuoi vedere che diventano anche aggressivi?”. Il peccato originale dell’uomo si è trasferito nell’ambiente: natura malata e ferita a morte. Ai dieci Comandamenti di Mosè, bisogna ora aggiungere l’undicesimo: NON INQUINARE. Il peccato ambientale, nella terra dei fuochi, ha aumentato l’incidenza e la mortalità per cancro. Essendo buoni cristiani, di fronte alla tragedia ambientale che ha colpito la Campania, al crollo del turismo e del commercio, ci rimane solo la speranza, il credere in un domani senza monnezza, e con la bonifica del territorio, salvare il gabbiano e l’uomo. ❑ Mozzarella di bufala campana 14 - La Serpe GIUSEPPE MOSCATI, Medico Santo e Scienziato RENATO CIMINO L a fiction recente su Giuseppe Moscati ha avuto il merito di riproporre all’attenzione del grande pubblico la figura di questo Medico Santo che è stato anche un illustre luminare della Scienza Medica Napoletana la cui pregiata attività di clinico e ricercatore è stato solo di recente valorizzata dal mondo accademico. Poiché risulta pressoché impossibile fare una rassegna completa dei suoi successi professionali, cercherò di tratteggiarne i punti più salienti, da Collega e Confratello dell’Arciconfraternita dei Pellegrini , focalizzando quest’aspetto, finora un po’ trascurato, del grande Santo. Moscati nacque a Benevento il 25 luglio 1880, settimo di nove figli nati da Francesco, Presidente del Tribunale locale, e Rosa De Luca dei Marchesi di Roseto. Nel 1884, dopo un breve soggiorno ad Ancona, la famiglia si trasferì a Napoli per la promozione del padre a Presidente della Corte d’Appello ed in questa Università, dove era prevalente il positivismo scientifico anticristiano, conseguì la laurea in Medicina e Chirurgia il 4 agosto 1903 con pieni voti e diritto alla stampa. A pochi mesi dalla laurea partecipò ad un concorso per Coadiutore Straordinario negli Ospedali Riuniti, classificandosi al primo posto assoluto, sbalordendo esaminatori e compagni tanto da essere lodato pubblicamente dal Prof. Cardarelli, considerato allora il Maestro dei Maestri. Cosi iniziò la sua carriera ospedaliera presso l’Ospedale degli Incurabili di via Armanni, conclusasi con il Primariato della III Sala Uomini, nel 1919, e costellata da importanti ricerche scientifiche e riconoscimenti universitari ai quali associò sempre l’attività di insegnamento ed assistenziale, pubblica e privata. Nel 1911 conseguì la Docenza in Chimica Fisiologica e nello stesso anno fu nominato Socio della Regia Accademia Medico-Chirurgica su proposta dello stesso Prof. Cardarelli. A questa Docenza se ne aggiunse un’altra in Clinica Medica nel 1922, di particolare rilievo per la composizione della Commissione d’esame che annoverava i più illustri Clinici dell’epoca, come Gradenigo, Castellino, Zagari, Boeri, Varisco. Nei primi anni del suo lavoro ospedaliero frequentò da ricercatore l’Istituto di Fisiologia Umana diretto dal Prof. Malerba che sostituì poi nell’insegnamento ufficiale della disciplina negli anni 1916-1917 per una grave malattia del titolare. Egli continuò questa attività anche con il Prof. Bottazzi con il quale ebbe rapporti di grande amicizia tanto da supplirlo nell’insegnamento ufficiale nel triennio 1917-1920. Questa intensa attività scientifica non gli impedì di rifiutare la cattedra di Chimica Fisiologica, come risulta da un’accorata lettera di rinuncia al Prof. Bottazzi, preferendo di rimanere in Ospedale a dispensare i doni della sua cultura ed umanità. 15 - La Serpe Fu proprio questo lavoro in Ospedale, coronato dalla soluzione di tanti casi clinici, ad attirare numerosissimi studenti che lo seguivano nelle Corsie e nelle lezioni pomeridiane dei Corsi pareggiati di Chimica Clinica prima, di Clinica Medica e Semeiotica poi, affascinati dal suo acume clinico ricco d’intuito e scienza medica. La fama di Moscati come maestro e medico suscitò l’invidia di alcuni Colleghi che tramavano per impedirgli d’insegnare, ed in una lettera al Prof. Pietro Castellino del 22 maggio 1922, Andato a visitare una signorina inferma, si fermò a guardare la trapelano momenti di scobibliotechina ricca di autori moderni di filisofia e di altre scien- raggiamento per tali subdole ze. Ella voleva aprire discussioni filosofiche; ma egli tronca il manovre. discorso dicendo: «Le darò un libro che le sarà molto utile». La Questo grande personagsignorina pensa a qualche pubblicazione nuovissima e gli chiede gio, definito creatura dolcisquale sia: Egli risponde: «Il re dei cuochi»! sima dal Prof. Bottazzi, non MARINI, Ercolano. Il prof. G. Moscati. Napoli, F. Giannini, 1929 mancava, però, di severità verso dipendenti e collaboratori quando intravedeva disinteresse, negligenza e scarsa umanità. Moscati fu un Clinico completo ed autentico precursore della Medicina Moderna perchè fu tra i primi ad intravedere l’importanza della ricerca fisiologica e chimica applicata alla Diagnostica e alla Terapia medica. Di ciò fanno fede i suoi lavori scientifici, ben 32, numero cospicuo per la sua epoca e riconosciuti di “notevole portata scientifica” dall’illustre Prof. Quagliariello; particolarmente importanti quelli sul glicogeno, sull’ipofisi, sui rapporti fra surrene e pancreas, nonché quelli sul trattamento del diabete con l’insulina. La sua conoscenza dell’inglese, francese e tedesco gli permetteva di essere sempre aggiornato sui progressi scientifici ed è anche risaputo come ricercasse nel riscontro autoptico la diagnosi non accertata in vivo. A tal proposito bisogna ricordare che in un deposito dei locali dell’Istituto di Anatomia Patologica sono stati trovati i reperti di oltre 200 autopsie eseguite dal Prof. Moscati, amorevolmente raccolti e catalogati per l’opera preziosa del Prof. Renato Guerrieri che ebbe la ventura di ricoprire la stessa 16 - La Serpe carica di Primario all’Ospedale Incurabili. Su una parete della sala anatomica di tale Istituto, il Professore aveva fatto collocare, in alto, un Crocifisso con la seguente citazione del Profeta Osea: “Ero mors tua, o mors” (O morte, sarò la tua morte). Giuseppe Moscati morì improvvisamente nel suo studio in via Cisterna dell’Olio 10, il 12 Aprile 1927, verso le ore 15,00, all’età di 46 anni ed otto mesi, lasciando un rimpianto enorme in tutta la cittadinanza. II corpo fu sepolto nel Cimitero di Poggioreale nella Cappella dell’Arciconfraternita della SS. Trinità dei Pellegrini della quale Moscati era confratello. Tre anni più tardi, il 16 novembre 1930, in seguito alle richieste di molti esponenti del clero e del laicato, l’Arcivescovo di Napoli permise il trasferimento della salma, attuato con il carro funebre dell’Arciconfraternita, nella Chiesa del Gesù Nuovo. La tumulazione avvenne dietro l’altare di S. Francesco Saverio ma successivamente, dopo la ricognizione canonica del 1977, il corpo di Moscati fu deposto nell’urna di bronzo, opera del Prof. Amedeo Garufi, sotto l’altare della Visitazione. La data del 16 novembre fu poi scelta per la festa liturgica annuale del Santo Medico. A cura del Primicerio dell’Arciconfraternita dei Pellegrini, Avv. Giuseppe Di Rienzo, il 10 febbraio 2001 fu posta una lapide commemorativa sulla tomba, non più utilizzata fino allora, dove avevano riposato i resti mortali di Giuseppe Moscati per oltre tre anni. I processi informativi presso la Curia di Napoli, intanto, cominciati già nel 1931, stabilirono l’eroicità delle virtù del Prof. Moscati, ed in conseguenza, il grande Medico fu proclamato prima Venerabile nel 1973 e Beato nel 1975; seguì poi la Canonizzazione proclamata da Papa Giovanni Paolo II in Piazza S. Pietro il 25 ottobre 1987 dinanzi a circa 100.000 persone. I miracoli riconosciuti attribuiti all’intercessione di Giuseppe Moscati furono la guarigione di tre pazienti: Costantino Nazzaro, Raffaele Perrotta, Giuseppe Montefusco, affetti da gravi malattie, rispettivamente: M. di Addison, Meningite cerebrospinale meningococcica, Leucemia acuta mieloblastica. In particolare, il giovane Montefusco, guarito nel 1979, era ricoverato nella Divisione di Ematologia nella quale allora prestavo servizio . Il giorno della canonizzazione il miracolato era presente in Piazza S. Pietro e fece omaggio al Papa di un volto di Cristo in ferro battuto realizzato nella sua officina di fabbro in Somma Vesuviana. Giuseppe Moscati seppe unificare Scienza e Fede Cristiana in una mirabile sintesi che non finisce di stupire ancora oggi quanti si rivolgono a Lui per ricevere soccorso nel fisico e nello spirito. A conferma di ciò vale la pena di ricordare questa sua riflessione: “Ama la verità, mostrati qual sei, e senza infingimenti e senza paure e senza riguardi. E se la verità ti costa la persecuzione, e tu accettala, e se il tormento, e tu sopportalo. E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, e tu sii forte nel sacrificio”. ❑ 17 - La Serpe NORA ROSANIGO * lirici nostri * ELIO PINCHERA I poeti I poeti Sulle terre di nessuno i poeti conquistano il cielo, alle acque dei mari i poeti affidano velieri di sogni, all’orizzonte sconfinato i poeti gridano passioni, in cerca d’anime gemelle i poeti pellegrini d’amore piangono la solitudine. Tra rime zoppe di versi i poeti vagano dove pochi s’indiano. Il cammino dei poeti continua su malinconiche vie dove solo talvolta qualcuno s’imbranca. Ah i poeti! Nora Rosanigo A volte i poeti sono come i preti angeli in coro o cercatori d’oro. Per anni ho scavato i miei versi su roccia invano ho setacciato rive di fiumi lontani solo polvere plumbea tra le mani. Per giorni ho frugato come un ladro tra versi diversi di poesia la lirica il giambo e l’elegia imenei epitaffi e ditirambi di alceo simonide e tirteo momenti di anime e di vita frammenti sparsi dell’archeologia. Oggi ho trovata la vena ricca e fedele grondante oro fuso come miele. Gocce di poesia colano sul foglio bianco pioggia sulla sabbia del deserto. Elio Pinchera ❍ ...una poesia inedita di Nora a me dedicata nel 2000, allorquando ci scambiavamo poesie ed emozioni. La poesia è a me cara e la ricambiai con una mia: I poeti. Elio Pinchera 18 - La Serpe * libri nostri * SILVESTRO BRAZZAVENTRE Il dubbio del medico del villaggio A ndrea frugò nelle sue tasche in cerca della chiave della porta dello studio, non la trovò, si agitò e ripiombò di nuovo sul divano disperato per la chiave perduta, iniziò a sudare freddo, a percepire battiti disordinati nel petto, cui seguirono un senso di mancamento, mentre l‘oppressione costrittiva sul petto si accentuava, divenne dolore squarciante e contemporaneamente percepiva battiti disordinati e strozzarsi la gola, il delirium cordis, egli non potette nemmeno chiedere aiuto, si abbandonò mentre, nel terrore, in un attimo vide che si decomponeva l’ordine che si era costituito nella sua coscienza, mentre gli riapparve lo scenario di eventi della sua vita e di quella di Carina, con la sequela di giudizi contrastanti che nel loro tempo lo avevano inchiodato, oggettivamente, ad uno stato di indeterminazione, tutto il negativo della vita gli apparve in un lampo, il DUBBIO gli balenò… Andrea aveva trovato la Silvestro Brazzaventre chiave “nessun vero è vero senza la verità…” in un colpo si rompe Il dubbio dentro l’urna rubente… il suo cuore ferito finiva del medico di scandire la vanità del tempo…: in quell’istandel villaggio te il suo spirito trasvola nell’etere, l’igneo dardo del dubbio, cade, s’infigge sulla terra dell‘uomo, e indeterminatamente feconda e vivifica l’albero Flavius Edizioni - Pompei della vita! s.b. ❑ 19 - La Serpe LUIGI GASPARRONI Liriche La bufera Ad occidente il cielo s’è adombrato, sale da valle un vento che depone le ultime gialle foglie tormentate sul davanzale della nostra casa. All’improvviso tutto s’è disfatto. Siamo in quest’ora fermi ad ascoltare strane voci nell’aria sospirate: le prime gocce sui tetti ardenti, i pioppi curvi in flebile lamento come preludio ad una sinfonia. Dietro i vetri seguiamo la bufera nei nostri vecchi sogni abbandonati. Corre il vento Corre il vento con tutti gli odori della terra, scuote la quercia, piega i pioppi, fugge su pianure d’erba. Cadute in questo fragile mattino le tenere foglie cercano il ramo. E noi qui ad attendere un paradiso d’anima precluso nel giorno che s’inchina al suo passaggio. 20 - La Serpe Dormiveglia Se nell’inquieto dormiveglia andremo in cerca dell’archivio dei ricordi, in un lampo di memorie rapidi barlumi del passato saliranno, immagini e canzoni torneranno come rondini sotto le grondaie della vecchia casa. S’arresterà allora in tacito ascolto l’incerto vagolare della mente nel lucore dell’alba che tarda. L’ultima stazione Come morsa alle tempie una impazzita giostra di pensieri senza spazio d’anima nel vento che mi rode. Da sempre cerco un cielo ove posare lo sguardo liquefatto dall’età. Altra voce oscura mi chiama: nel fondo della via ho abbandonato tutte le sconfitte. non ditemi di restare. Ogni giorno è come un vagone d’un logoro convoglio che s’appressa all’ultima stazione. ❍ * libri nostri * GIANFRANCO BRINI Racconti per dodici mesi PATRIZIA VALPIANI “La vie est une cerise La mort est un noyon L’amour un cerisier.” Jacques Prévert C i piace pensare che i nostri racconti siano delle piccole isole di un arcipelago che possono essere raggiunte dai lettori con un piccolo naviglio. Per questo ci fa contenti crederli dei naviganti alla ricerca di qualche fetta di terraferma dove ancorare una piccola parte della loro sensibilità e dei loro interessi. Scrivere e leggere per noi è indispensabile. Non si tratta solo di arricchimento mentale o culturale. Scrivere e leggere esalta la coscienza di esistere, di appartenere al genere umano. Alimenta l’amicizia, l’amore, la condivisione. Raccontiamo storie. Qualcuna è vera. Molte altre sono verosimili. Dentro le parole, riconosciamo i nostri brividi, il sapore e l’odore della vita. Il tempo non si ferma. Va avanti. I mesi, i giorni, le ore lontane e quelle più vicine sono cuscini dove affondare la mente satura di emozioni. Gianfranco Brini Patrizia Valpiani Si generano pensieri multicolori. I racconti nascono da questi piccoli semi, idee che germogliano, maturano e diventano frutti pronti per essere raccolti e mangiati. Specie le ciliegie. La citazione da Jacques Prévert non è casuale. Se la ciliegia è una vita e l’albero delle ciliegie è un amore, nella stagione giusta, quando i frutti sono maturi si sono sempre rubate le ciliegie. Le ciliegie amano proporsi in coppia come nel nostro caso. racconti per dodici mesi Giunti al venticinquesimo racconto ci siamo accorti che la ciliegia era una sola. L’abbiamo divisa a metà e poi spuFlavius Edizioni - Pompei tato il nocciolo. ❑ 21 - La Serpe Premio Nazionale di poesia IL BANDO DEL PREMIO È PUBBLICATO “Nora Rosanigo” NE LA SERPE N. 4 Prima edizione Giugno 2014 DICEMBRE 2013 Finalisti SEZIONE MEDICI A) - OPERE EDITE 1. Silvana Melas 2. Domenico Lombardi 3. Silviano Fiorato 4. Giuseppe de Renzi 5. Luigi Gasparroni 6. Franco Casadei 7. Salvatore Risuglia 8. Maddalena Bonelli B) - OPERE INEDITE 1. Paolo Sonzogni 2. Mario Amasio 3. Rina Muscia 4. Enrico Aitini 5. Enrico Vercesi 6. Silvana Melas 7. Silvestro Brazzaventre 8. Paolo Ambrosini 9. Elio Pinchera SEZIONE AMICI DEI MEDICI SCRITTORI C) - OPERE EDITE 1. Marzia Serpi 2. Aldo Cellie 3. Camilla Moro 4. Mario G. B. Tamburello 5. Salvatore Paolino 6. Cristina Balzaretti 7. Elettra Bianchi 8. Renzo Piccoli D) - OPERE INEDITE 1. Iacopo Sequi 2. Rosina Lombardi 3. Aurelio Albanese 4. Gianna Di Re 5. Fabiano Braccini 6. Rossana Lamberti 7. Angela Naimi 8. Camilla Moro La famiglia di Nora Rosanigo assegnerà un riconoscimento speciale ad un’opera edita di un medico scrittore. Il nominativo, scelto fra la rosa dei finalisti, sarà comunicato quanto prima al premiato. 22 - La Serpe A giudizio insindacabile della giuria del premio composta da: Patrizia Valpiani, Gino Angelo Torchio, Gianfranco Brini, membri; Ida Marcer, lettrice esterna; si è formata la seguente Graduatoria di merito A) SEZIONE MEDICI - OPERE EDITE 1. Domenico Lombardi. Il muro di confine. Le mimose edizione 2. Ex aequo: Silviano Fiorato. Raccogli le parole. Le mani edizione Franco Casadei. Il bianco delle vele. Raffaelli editore 3. Ex aequo: Silvana Melas. Dal confine al margine. Flavius edizioni Luigi Gasparroni. Tempo fuggitivo. Artemia edizioni B) SEZIONE MEDICI - OPERE INEDITE 1. Rina Muscia 2. Enrico Aitini 3. Enrico Vercesi Premio speciale: a Mario Amasio (in memoriam) C) SEZIONE AMICI DEI MEDICI - OPERE EDITE 1. Elettra Bianchi. Non assai ma con sentimento. Libertà edizioni 2. Cristina Balzaretti. La somma del tempo. La vita felice edizione 3. Ex aequo: Mario Tamburello. Diapason. La Zisa edizioni Salvatore Paolino. L’ultima falce di luna. Caffè letterario S. Quasimodo edizione D) SEZIONE AMICI DEI MEDICI - OPERE INEDITE 1. Iacopo Sequi 2. Fabiano Braccini 3. Aurelio Albanese Ai finalisti sarà consegnato un DIPLOMA DI MERITO ed un volume di POESIE di Nora Rosanigo, che potranno ritirare personalmente o per delega in occasione della premiazione. I vincitori riceveranno una TARGA che sarà loro consegnata in occasione del congresso A.M.S.I. 2014 sabato 14 giugno presso il teatro “L’ordigno” di Vada (Livorno) alle ore 15:00. Il comitato promotore Patrizia Valpiani, Gino Angelo Torchio, Gianfranco Brini 23 - La Serpe COSTANTINO CENERINI Liriche La merla Notti insonni Il senso della vita Mia, tua, nostra Mi sfugge ora Mi sfugge dopo. Infinite domande Cadono in stagni inerti Di silenzio Immobile. Il dubbio mio, tuo, nostro Sottilmente ci pervade E ricade Sulle notti insonni. Solo tu sei certezza. Non cerco di sapere Se mi ami. Nel profondo del tuo cuore Non voglio entrare Per rubarvi i segreti. Se ladro devo essere, voglio rubare il tuo sorriso per fare una corona di festa al mio amore e il blu dei tuoi occhi per colorare il cielo. 24 - La Serpe È venuta una merla Nel mio giardino Fiorito a primavera. Il profumo del gelsomino È intenso, il susino Ha quasi sfiorito i suoi fiori Bianchi Come quelli che sul ciliegio, Timidi, iniziano uno qua e uno là. Le azalee rosa e rosse A bella vista Sono macchie di colore Di un quadro impressionista. Ancora una volta si ridesta La natura, rivivono i sensi e il cuore, risorgon le memorie di amori dolci, folli, lontani. Cari, cari amori! La merla ha esplorato il giardino, svelta, tra le piante e i fiori mi ha guardato con occhi neri. Ha fatto il nido nel vaso di fiori Appeso al muro e vi ha deposto Tre uova, i suoi tesori. Ora le cova. Chi ti proteggerà, piccola merla con i tuoi figli, dai pericoli presenti e futuri? La natura,il caso? Cara dolce merla,auguri. Ritorneremo Ritorneremo un dì In queste valli Accoglienti, a questi fiumi scorrenti calmi verso il mare, a questi boschi lussureggianti. Ci toglieremo Le rozze armature Di tante battaglie Or vinte or perse, e dalle sommerse ansie emergeremo puri e sereni. Ritorneremo Alle nostre madri, alle nostre donne, ai nostri figli. Asciugheremo al ritorno Ogni lacrima Dalle ciglia uscita Che ha tolto un giorno Felice di vita. Ritorneremo Ai nostri giorni più lieti, ai nostri amori folli o discreti. Partiremo per destini Ignoti, ma un giorno alfine ritorneremo, perché si appaghi l’impeto di vita senza fine. ...sinfonia dei fiori, La poesia Qualcuno dice che la poesia Dev’essere triste, pessimista, nostalgica, malinconica, non mista a sentimenti di allegro ottimismo. Sia pure così, se si vuole, e si continui a parlar di morte, dei giorni oscuri in cui non splende il sole e del tetro destino che toccheracci in sorte. Io, per me, preferisco pensare al meglio: alle belle giornate di sole, alle belle giornate di pioggia ove scorgo il presagio del sole. Ai giorni e alle notti con te, alla luce del tuo sorriso. Alla primavera coi giorni via via più lunghi, la sinfonia dei fiori, all’estate radiosa, all’autunno dolce dai mille colori, all’inverno ricco d’intimità armoniosa. Con questo sentire La poesia è una bella cosa. 25 - La Serpe Mattine limpide Ricorderemo Queste mattine Limpide d’aurora Nei tuoi occhi. Nei campi I girasoli Già cercano l’astro, i nostri piedi si bagnano nella fresca rugiada dell’erboso sentiero. Saliamo Il lieve pendio Fino al limitare del bosco Ove i raggi del sole Giocano tra le ombre. In questa assorta pace Dimentichiamo Il nostro esistere E c’inebriamo D’infinito. 26 - La Serpe Il tempo Oggi ho scoperto La dimensione del tempo Quando mi hai chiamato E ti ho riveduta. È caduta l’illusione del tuo viso Giovane Che avevo nel mio cuore Muta. Il tempo è passato su noi Ed ha lasciato le sue tracce Sui nostri volti. C’è un fremito nel tuo sorriso Amore passione, ricordo? Forse mi ami ancora? Nei tuoi occhi Ho rivisto la luce di quei giorni (forse sognati?) dai profumi inebriati dei pittospori e dei tigli, le nostre voci si perdevano in un sospiro d’amore nella brezza primaverile. Ti donavo una gardenia bianca, la stringevi al petto E mi guardavi con amore infinito. Tu mi donasti una rosa E mi dicesti che il nostro amore Non sarebbe mai appassito. Tempo fa ho ritrovato La rosa in un libro, ancora profumata, (o mi è sembrata?). Ti avrei stretta al mio cuore Oggi. Ma tanto tempo è passato, ormai. ❍ * attualità * Il Papa pellegrino al Tempio della Vergine del Rosario di Pompei Domenica 21 ottobre 1979 - Oggi, 27 aprile 2014, è Santo POMPEI. Campo sportivo V. Bellucci. Nicola Avellino, organizzatore e responsabile del Servizio Sanitario, incontra Papa Wojtyla 27 - La Serpe LUIGI BALDASSARRE I Hans il piccolo grande bambino l ricordo di un episodio avvenuto qualche anno fa si presta a delle considerazioni di carattere generale. In un poliambulatorio viene portato da due soccorritori un signore che era stato investito da una macchina ed aveva subito un trauma cranico. Perdeva sangue da una ferita sul cuoio capelluto ed era in stato confusionale. Viene immediatamente medicato mentre una infermiera trova il suo indirizzo telefonico ed avverte la famiglia. Arriva la moglie con un bambino di 4-5 anni. Il paziente è in coma, steso su di una barella, con la testa bendata, in attesa di indagini. Il bambino, che sta seduto su un tavolo, vede il padre con la testa fasciata e con delle persone intorno indaffarate. Comincia a battere le mani gridando allegramente “Papà morto - papà morto”. Non si riusciva a calmarlo mentre le persone presenti, soprattutto la madre, erano in apprensione per il pericolo che il paziente si trovasse in un coma irreversibile causato da un molto probabile ematoma cerebrale. L’episodio fa venire in mente non solo la celebre teoria di Freud sul “Complesso di Edipo”, caratterizzato dalla rivalità che il bambino mostrava di avere verso il padre, ma anche il libro dello stesso Freud intitolato “Tre saggi sulla teoria della sessualità”. In questo libro, Freud, nel citare il famoso episodio riguardante “il piccolo Hans” di quattro o cinque anni, mette a fuoco la sua tesi riferita al “Complesso di Edipo”. Il bambino, figlio di un suo collega, fu utilizzato come terreno sperimentale per dimostrare la validità della sua ipotesi. Gli ulteriori sviluppi della vicenda e le ulteriori considerazioni portarono ai seguenti risultati. Il bambino provava grande piacere a stare a letto con la madre e nell’andare in bagno con lei. Dal desiderio che il padre partisse per sempre, o addirittura che morisse, come fece capire dal tenore di alcune risposte, derivava un suo stato di continua paura. Freud intuì che le fobie di Hans erano legate ad un desiderio incestuoso per la madre inasprito dalla nascita di una sorellina, in seguito alla quale fu allontanato dalla camera da letto coniugale. In coincidenza diminuirono anche le affettuosità materne. Nel bambino nacque una decisa ostilità verso il padre considerato un rivale, inasprita, fino al punto di sviluppare una patologia nevrotica consistente nel timore di rappresaglie da parte del padre, basate sulla paura di essere castrato. Praticamente il bambino odia il padre e teme di essere da lui evirato. Quando assiste alla caduta di un cavallo, per ragioni nevrotiche, teme di essere morso dall’animale identificato con il padre. La stessa caduta del cavallo viene interpretata come de28 - La Serpe siderio di morte a danno del padre, mentre il morso simboleggia la castrazione. A questo punto bisogna ricordare che Freud, da giovane, aveva frequentato le lezioni del celebre Charcot, lo specialista francese di psichiatria, massimo esperto europeo di nevrosi, cioè dei disturbi psichici della sfera affettiva collegati alle esperienze infantili. La caduta del cavallo viene avvertita non solo come espressione del suo desiderio di morte rivolto verso il padre, ma anche come espressione del conseguente complesso di colpa. Tutto sommato Freud ebbe la fortuna di imbattersi, come oggetto di studio, in una famiglia tendente alle nevrosi le quali furono in grado di confermare le sue intuizioni. I metodi educativi dei genitori di Hans non furono privi di intimidazioni inopportune che accentuarono i disturbi psichici del bambino. La madre spesso lo spaventava: “Se ti tocchi il pipì faccio venire il dottore che te lo taglia”. Poi minacciava di abbandonarlo, oltre a dirgli che era stata la cicogna a portare la sorellina, quando egli aveva visto, in estate, il suo grosso ventre. Secondo Freud le bugie dei genitori non sono tanto incolpevoli, pur essendo estremamente frequenti. Intanto esse rappresentano uno scherno, specialmente se il bambino se ne rende conto. “Egli, dice Freud, non è sicuro della sincerità dei genitori e non può difendersi da eventuali menzogne. Per il bambino essi sono l’unica autorità e l’unica fonte di tutte le credenze. Nello stesso tempo egli non è così ingenuo come crede la madre”. Un’altra menzogna tra le più macroscopiche e meno credibili fu quella che anche la madre aveva un pene e che esso fosse grande come quello del cavallo. Il suggerimento da parte di Freud fu che la cosa migliore era rispondere alle domande del bambino nel modo più semplice e sincero possibile. A questo punto hanno inizio i contatti con la psicanalisi da parte dello psicologo Jung molto interessato alle teorie di Freud. Hanno inizio anche le divergenze tra Freud, Jung ed altri psicanalisti tra cui Fromm, poco inclini ad accettare il pansessualismo legato al complesso di Edipo. Jung sosteneva che sia i ragazzi che le ragazze si conformano inconsciamente agli atteggiamenti familiari, come se esistesse una sorta di contagio psichico. Fromm identifica il concetto freudiano psicanalitico di “Libido”, con ciò che gli psichiatri, e soprattutto i filosofi, avevano definito “Volontà”. Questo termine, usato da Jung, appartiene, in particolare, all’universo filosofico di Schopenhauer, ma anche a quello di Kant, di Hegel ed infine di Benedetto Croce. Il termine “Volontà”, nel linguaggio della grande proposta filosofica di Schopenhauer, appare come il nucleo di tutto il suo sistema di indagine. Il titolo dell’opera fondamentale del filosofo è un po’ ermetico: “Il mondo come volontà e come rappresentazione”. Secondo chi ha confidenza con la terminologia di Schopenhauer, la sua “Volontà” può essere assimilata all’“Eros”di Freud, cioè alla generica “forza vitale” di tutti gli uomini che deriva, secondo lo psicanalista, dall’istinto sessuale. In precedenza il filosofo Kant aveva operato una distinzione tra il mondo dei “Fenomeni” ed il mondo dell’“Essenza delle cose”, il “Noumeno”, che è inaccessibile alla nostra conoscenza. Schopenhauer definì i “fenomeni” (relativi alla terminologia di Kant), 29 - La Serpe “Rappresentazioni” e la “Cosa in sé Volontà”. Qui nascono l’incomprensione e l’iniziale insuccesso delle intuizioni di Schopenhauer. Il termine “volontà” suggerisce l’idea di pulsione verso una finalità basata sulla libertà di volere qualche cosa. Invece la “volontà” di Schopenhauer dovrebbe essere definita genericamente “Energia”, nel senso più fisico e più moderno del termine. Tale volontà che, secondo il filosofo, viene identificata con la forza cieca che guida l’uomo e che regola l’universo, può essere assimilata all’inconscio di Freud. L’uomo è guidato da forze sconosciute interne ed è un essere irrazionale dominato dall’istinto sessuale al quale deve la propria esistenza. Il suo più grande desiderio è quello di accoppiarsi. L’istinto sessuale è la massima manifestazione della vitalità di tutti gli animali. L’uomo ritiene di agire per il proprio interesse, invece agisce per interesse della specie. Tuttavia una differenza tra Schopenhauer e Freud esiste. Secondo Schopenhauer l’istinto sessuale è un espediente messo in atto dalla natura al servizio della generazione, mentre per Freud è un istinto fine a sé stesso che esiste a prescindere dalla procreazione. Si può concludere che Freud è stato influenzato da Schopenhauer e che il termine “Inconscio” ha sostituito il termine “Volontà”. Questo termine perde la sua iniziale ermeticità quando alla fine dell’ottocento sconfina nell’“idea” di Hegel ed addirittura nel neohegelismo di Benedetto Croce. Il ruolo dell’inconscio, anche se esso è cieco e irrazionale, è talmente dinamico da determinare il destino individuale degli uomini, basato sulla sua vita affettiva, sulle pulsioni, sulle caratteristiche caratteriali, e perfino sulla religione e sull’intera vicenda umana. Come è noto, le geniali intuizioni di Freud furono assoggettate a numerose critiche anche da parte di alcuni suoi allievi tra cui Jung e Adler. Successivamente Fromm svalutò la portata psicanalitica sia del complesso di Edipo che dell’affermazione che la sessualità sia alla base di tutte le pulsioni umane. Per non parlare delle critiche al concetto di inconscio ed a quelle relative all’eros ed all’istinto di morte puntualizzate dopo l’“inutile strage” della prima guerra mondiale. In un’epoca in cui l’apporto femminile in tutti i campi è in continua ascesa, viene in mente il fatto che Fromm ritenesse che la visione di Freud circa i rapporti sociali fosse di tipo autoritario-patriarcale oltre ogni limite di raziocinio. Allorché questi venne a conoscere le idee del filosofo-economista inglese Stuart Mill (del quale era un grande ammiratore) sulla completa eguaglianza degli uomini e delle donne, scrisse che “sotto questo riguardo Mill era completamente pazzo” (Detto per inciso, Stuart Mill, (1806-1873), aveva sposato Mrs. Taylor, una delle prime femministe della storia, che collaborava con il marito nell’elaborare le sue teorie filosofiche e sociali, intervenendo anche nelle riviste scientifiche). Il maschilismo di Freud poteva influenzare le sue riflessioni e le sue intuizioni. Con enorme senso di lesa maestà possono essere azzardate ulteriori critiche divenute verosimili in epoca post freudiana. Le scoperte del premio Nobel per la medicina Conrad Lorenz, riguardanti la teoria dell’Imprinting, consentono di apportare 30 - La Serpe delle modifiche alla considerazione che il desiderio sessuale del bambino maschio nei confronti della madre sia causato soltanto, o prevalentemente, da pulsioni incestuose. Oltre che a tali pulsioni di natura sessuale la causa del legame tra madre e bambino potrebbe essere attribuito, in proporzione consistente, all’intervento dell’imprinting, cioè al fatto che il primo essere vivente osservato dal bambino appena venuto al mondo non è altri che la madre, la quale, per di più, lo accudisce amorevolmente. L’imprinting potrebbe essere considerato un valore aggiunto se non addirittura preminente rispetto alle motivazioni di ordine sessuale per spiegare l’attaccamento del bambino alla madre. Il complesso di Edipo verrebbe ridimensionato ed anche quello di Elettra che, implacabilmente, persegue l’uccisione della madre Clitennestra. La quale, insieme all’amante Egisto, aveva ucciso suo padre Agamennone. Elettra uccide la madre per vendicare l’assassinio del padre. Ma se anche Elettra a causa dell’imprinting era stata intensamente legata alla madre fin dai primi mesi di vita, per commettere il matricidio, doveva affrontare e superare un enorme senso di colpa, potenziato dal fatto che minuto per minuto, consapevolmente e premeditatamente, perseguitava la determinazione di far morire sua madre, mentre il parricidio commesso da Edipo fu inconsapevole. Per rendere accettabili le sproporzionate espiazioni autoinflittesi da Edipo e da Giocasta, bisogna ricorrere alla considerazione che la colpa, essendo involontaria, non è perseguibile giuridicamente, ma è punibile psicologicamente perché annidata nell’inconscio. Grande la psicanalisi! Freud, ebreo cristallinamente ateo, fornisce a S. Agostino la legittimazione del peccato originale cristiano rintanato nell’inconscio di tutti gli uomini, con la conseguenza che il neonato, prima del battesimo, è “Membra di Satana”, cioè una canaglia della specie peggiore. L’inconscio è ancora il protagonista nell’esortazione del profeta Geremia a circoncidere il proprio cuore. Elettra viene dominata da un furore sanguinano che si placa solo quando il matricidio, eseguito materialmente da suo fratello Oreste, non viene attuato. La sua determinazione è talmente lucida e premeditata, da attirare la madre nella sua capanna con un inganno. La complessità e la profondità dei sentimenti ed il contrasto tra il desiderio di vendetta e l’orrore per l’efferato delitto, hanno indotto innumerevoli artisti, nell’arco di oltre 2500 anni ad occuparsi da vari punti di vista, del morboso attaccamento di Elettra a suo padre e dell’altrettanto morboso desiderio di vendetta sulla madre. Eschilo scrive Le Coefore, Euripide e Sofocle l’Elettra, Alfieri l’Agamennone, von Hofmannsthal l’Elektra, Eugene O’ Neil Il lutto si addice ad Elettra, Sartre Les mouches. Non mancano le composizioni musicali. Dopo aver accennato ai violenti contrasti degli stati d’animo esistenti nelle tragedie di Elettra e di Edipo, tra i quali l’imprinting ha giocato un ruolo di una certa importanza, non può essere trascurato il fatto che lo stesso imprinting ha indotto Conrad Lorenz a stringere affettuosa amicizia con l’anatra Martina. ❑ 31 - La Serpe CESARE PERSIANI Liriche “Tra vecchie carte ed amorose storie” da: Minuti Menarini Giugno 1971 A. Cutolo 1936 Ognuno ha nascosto il suo cuore Ognuno ha nascosto il suo cuore là dove il grano è più nuovo colore di vento e fatica sotto le lunghe ombre dei pioppi. Ma ognuno che ansima in corsa (né sa perché corra - né sa ove giunga) tempo non ha per cercare (né per piangere - né per sorridere): se passa al confine del campo guarda un istante là dove il grano è più chiaro e la zolla protegge più fresca Agonia nidi stridenti di quaglie... e non vede il suo povero cuore. Campana per l’agonia di un uomo nella mattina così chiara. Sembra nel sole viva ogni foglia e gli ultimi fiori fiammeggiano tra le siepi gonfie di brina; ma la campana gronda un maledetto rintoccare di singhiozzi. Non griderò la mia disperata testimonianza a questo cielo terso Marili che pare un mare d’indolenza. Resto attonito ad aspettare Ritratto di bambina come un povero animale che trema. Romba lontano un aereo Perle infilava lievissimamente la dolce-ridente ed ancora i singhiozzi si gonfiano e, d’oro, della campana maledetta. le gioiva il sole Tra foglie lucidissime tra i riccioli. accesi d’oro i kaki. ❍ 32 - La Serpe * libri nostri * VALENTINO VENTURI La valle dei sogni U n Dottore, dopo una sofferta fuga dalla Toscana, capitò, inatteso e sconosciuto, in una valle bergamasca, e diventò unico medico condotto di tutta la valle dal 1961 al 1972. Dieci anni così ricchi di emozioni, di conoscenze e di affetti, di intensa partecipazione sentimentale del Dottore alle condizioni del malato e della sua famiglia, alle fatiche e ai sacrifici in quella così lodevole dedizione al lavoro degli abitanti della Valle anche nelle condizioni più impegnative nelle quali si trovavano a vivere. A loro non mancava mai la volontà di non arrendersi alle difficoltà del presente, la volontà di progettare un futuro migliore e di lavorare senza sosta per raggiungerlo nel clima di una fede religiosa condivisa e di un comune orientamento politico. Il Dottore non perdeva l’occasione di abbandonarsi ai silenziosi colloqui con sé stesso per fare un confronto con l’amata Toscana dove l’evoluzione storica avevano provocato le profonde lacerazioni politiche della società civile e il diffuso abbandono delle terre coltivate da parte della popolazione rurale. Questo significativo confronto non deve far pensare che il libro voglia essere una approssimativa indagine sociologica. Tutt’altro! Il testo non si stacca mai dall’evento quotidiano della visita medica che il Dottore era solito fare con apparente sicurezza mentre tratteneva nell’animo tutte le proprie inquietudini, i propri “sogni”, le proprie illusioni che in queste pagine vorrebbe confessare con affettuosa sincerità nell’intento di riproporre una memoria delle condizioni dei malati e della professione dei medici di allora. Il testo è composto di otto capitoli che potrebbero essere considerati dei racconti a sé stanti, ma essi hanno una loro successione temporale, dalla partenza dalla Toscana all’abbandono finale della Valle, e pertanto il testo è unitario senza essere una cronaca dettagliata o un diario di quei giorni lontani. ❑ 33 - La Serpe EFISIO LIPPI SERRA [...] I * libri nostri * Incontro con la civiltà daiaka Daiaki credono nella sopravvivenza dell’anima, anzi delle anime perché per loro un solo corpo possiede almeno cinque anime, tutte immortali; una di queste si trasferisce in un altro uomo vivente con tutte le primitive qualità e virtù, una sopravvive in un animale della foresta, una vaga nei sogni dei familiari e degli amici, una è l’ardimento ed il coraggio che migrano nel corpo del sopravvissuto più forte, l’ultima è l’ombra del corpo che l’ha posseduta. Questa concezione animistica della vita spiega, sul piano rigorosamente etnologico, la condizione Maschera daiaki per danza propiziatoria storico-culturale dei Daiaki “tagliatori di teste”. Non la cultura della violenza e della morte, quindi, ma la filosofia della sopravvivenza, dell’immortalità dell’anima, del superamento di sé stessi attraverso l’acquisizione delle anime dei defunti più capaci, più abili e potenti! In questa visione etico-religiosa della vita e della morte il daiako, un tempo non lontano, tagliava la testa dell’uomo europeo perché il medesimo, per il suo colorito, era la rappresentazione vivente dell’anima secondo la loro più naturale e classica caratterizzazione; l’anima, infatti, secondo le convinzioni di questo popolo, è leggera, volatile, trasparente e “pallida”. E l’uomo bianco veniva ucciso perché la sua anima, venuta da lontano, penetrasse nel corpo del più forte dei Daiaki che, a sua volta, l’avrebbe lasciata al più forte di lui, sino alla fine dei tempi. Certe tribù daiake del profondo sud del Borneo, ancora completamente escluse dai circuiti della moderna civiltà, probabilmente conservano queste convinzioni religiose. [...] ❑ 34 - La Serpe La freccia di Cupido CARLO CAPPELLI L ui interruppe la lettura e la guardò dubbioso. - Ti annoio? Non ti piace? Lei si scosse, come se fosse ripiombata in terra da grandi altezze. Ebbe un moto di ribellione. - Che dici!... È bellissimo. Ti prego, continua. Lui sorrise incerto, ma non riprese la lettura. Continuava a fissarla. Lei se ne accorse e si sentì nuda, lì in pubblico. Girò lo sguardo intorno, inquieta, e poi tornò a posare gli occhi su di lui. - Dài, leggi, - ripeté. E nel tono c’era un che di preghiera, come se gli avesse chiesto di continuare a creare uno schermo al sentimento che la sopraffaceva e che non gli voleva mostrare. Lui alzò il quaderno che teneva in mano, come se volesse obbedire, ma un’ennesima occhiata a quel viso che aveva di fronte lo fermò ancora: due occhi splendenti, tremuli di lacrime trattenute, lo fissavano. Sembrava che l’anima di lei affiorasse da misteriosi recessi e gli si mostrasse intera. Diceva: amore, quell’anima. Per chi? Per lui? Se lo chiese e ne fu scosso, come gli accadeva ogni tanto quando, improvvisamente, poteva gettare un’occhiata nel cuore grande di quella creatura. Avveniva allora come se nel buio di una grotta immensa, sterminata e profonda, un debole fascio di luce avesse per un attimo lasciato intravedere tutt’intorno la vere dimensioni, inattese, inaudite, degli oscuri spazi. - Mariù... - mormorò a questo punto. Era sorpreso e commosso. Capì di aver smosso qualcosa che gli lasciava scorgere forza e purezza di un cuore. Desiderò poterla stringere al petto per tranquillizzarla, ma non era possibile: stavano in un bar e la sala da tè, anche se appartata in una specie di soppalco, era sotto gli occhi degli avventori che numerosi si muovevano lì sotto a loro. Lei capì di essersi rivelata. Gelosa com’era della propria intimità e rispettosa dei sentimenti altrui, non volle coinvolgerlo nella piccola tempesta che l’aveva agitata. Non era giusto turbarlo con sentimenti forti, quando tra loro c’era stata fino a quel punto soltanto una bella amicizia. Anche qualche lieve e scherzosa tenerezza, sì, ma come quelle, innocenti, che fioriscono in superficie nelle anime giovani: brividi di piacere, quasi promesse di future e ignote delizie, premonizioni che non si sa nemmeno se attribuire alla persona che ti sta accanto o invece a un ideale, sognato più che conosciuto. Innamorati dell’amore, ecco. 35 - La Serpe Forse questo comune sentire li aveva avvicinati pian piano, da quando s’erano conosciuti. Come accade, dicono, a due scafi a vela in bonaccia morta che tendono, non si sa per quali misteriose forze, ad avvicinarsi tra loro. Tensioni che affratellano più dei gesti e delle parole. Questo c’era stato. Nient’altro. Poi l’improvvisa richiesta da parte di lui di avere un giudizio su qualcosa che aveva scritto e voleva farle conoscere. Richiesta accettata con gioia da parte di Mariù, ma non senza un certo timore. Sapeva che, ascoltando la lettura, avrebbe potuto conoscere l’animo di lui più a fondo, molto più in profondità di quanto la loro saltuaria e scherzosa frequentazione avesse fino ad allora consentito. Che avrebbe scoperto? si era chiesta. La conferma di quanto aveva creduto di aver capito di quel giovane? E, se così fosse stato, avrebbe poi dovuto fare i conti con gli oscuri moti del proprio cuore che le stava da tempo ripetendo, nonostante la sua resistenza, che ciò che provava per lui non era semplice e cameratesca amicizia. Era pericoloso. Si andava incontro a sofferenze molto probabili, anche se ignote nei loro effetti. Perché lui - lo dicevano tutti e in effetti era palese - era preso di un’altra. Tutto quanto Mariù aveva temuto s’era puntualmente avverato. Ciò che lui aveva scritto era stato il grido palpitante di un cuore che amava senza essere corrisposto. Era un semplice mezzo per sfogare la pienezza traboccante di un sentimento, incanalandolo nella metafora di un racconto. Nelle sue parole c’era però - Dài, leggi, - ripeté. RAGIONE, Raffaele. Parigi, parco Monceau 36 - La Serpe tutto il candore di un’anima sensibile e pura, c’era la forza di sentimenti autentici, i soli capaci di dare alle parole il crisma della credibilità e del fascino. Questo aveva prodotto la lettura del racconto. E lei aveva dovuto dichiararsi vinta. Ora che conosceva meglio l’intimo di lui, non poteva più prendersi in giro: era innamorata. Questa constatazione e la consapevolezza dell’impossibilità di essere corrisposta l’avevano turbata e commossa, come se avesse potuto compiangere la sfortuna di un’altra, non la propria. Siccome lo vedeva silenzioso e perplesso, Mariù volle rassicurarlo, quasi a scusarsi di aver interrotto la lettura per problemi suoi personali che non lo riguardavano. Perciò allungò una mano e la poggiò su quella che reggeva il quaderno, stringendola appena più volte, con un affettuoso gesto d’intesa. - Leggi, leggi, - insisté con voce rapida e sicura, ancora una volta. Lui non smise di fissarla. Non gli importava più di avere un giudizio sul racconto che aveva scritto (giudizio che poi era la richiesta implicita di consolare in qualche modo il suo cuore ferito e dolorante). Ora c’era una novità importante. Qualcosa che non aveva previsto e che ora gli sembrava una verità inoppugnabile. Aveva ricevuto un segnale inequivocabile e diretto: Mariù gli voleva bene, ma non come a un amico. L’evidenza e la sincerità del sentimento era chiara. La famosa freccia di Cupido degli autori antichi s’era diretta a bersaglio e aveva fatto centro. Ecco una donna innamorata. La potenza del sentimento forte e sincero rimbalzò contro di lui. Impossibile ignorarlo. Se l’era chiesto qualche volta che cosa provasse Mariù per lui, ma le risposte che s’era dato erano state vaghe e, soprattutto, non gli interessavano. Era una ragazza sana e piacevole: perché complicarsi la vita? Era così rasserenante trascorrere in sua compagnia qualche ora, invece di starsi sempre a tormentare per un’altra. Ma ora... ora aveva visto l’amore nei suoi occhi. Non un’infatuazione qualsiasi: l’amore! Ed era per lui. Come dubitarne? La conseguenza fu immediata. Dante lo dice tanto bene: «Amor che a nullo amato amar perdona». Un animo minimamente sensibile ne è scosso, quando accade. Chi viene amato non è più libero: è premuto, è schiacciato. Se ne ha la benché minima tendenza, risponde. Risponde per forza e con grande commozione, sentendosi fortunato possessore di qualcosa di raro che non è dato a tutti, e nemmeno a molti, incontrare nella vita. Perciò la mano libera di lui si sovrappose a quella di lei che s’era appoggiata per prima sulla sua con quel muto messaggio. Quelle mani sovrapposte continuarono per un po’ a parlarsi, mentre gli occhi di lei sfuggivano qua e là, braccati da quelli di lui che voleva provare ancora una volta, incontrandoli, l’ebbrezza di quella scoperta. Mariù avrebbe voluto pronunciare qualche sciocca parola, ma le labbra si rifiutavano e lei se le mordeva ansiosa, cercando di ricacciare indietro le lacrime. - Ti prego... - mormorò infine. - Sono io che ti prego, - le rispose lui con una sorta di affanno. - Andiamo via di qui. Vieni! ❑ 37 - La Serpe FRANCESCO ANDREA MAIELLO La vita tra serio (aforisma) e faceto (umorismo) L a classe a 360 gradi è luce spirituale che vince l’acuto (il saputo) e irride l’ottuso (l’ateo). Da medico una diagnosi calcistica (questa non la sbaglio!) ...al Barcellona manca un attaccante di peso ma non Balotelli. L’esuberanza d’amor mi vien meglio scritta (l’anima si libera in versi) che parlata (la lingua si blocca in gola). L’inferno dantesco è sin troppo bello per temerlo e si fa di tutto per vederlo. Meglio la scala per salire e la luce per capire che una trivella per perforare e il petrolio per sprofondare. Il sesso è bello quando si fa, nessuno ti vede ed ognuno lo fa come meglio crede. Freddura sul fumo... se non ti togli il vizio dalla testa il vizio ti toglie dalla terra. Un tempo i grandi uomini si facevano i soldi, adesso i grandi soldi fanno gli uomini. Il sesso è naturale se non bestiale e vitale se non banale. Freddura familiare... per mia moglie cambiai casa, per mia sorella cambio pianeta. Chi tace dissente e non parla per non urlare. La funzione corticale (esaltazione) e la fusione mentale (depressione) sono il bipolarismo della materia cerebrale. La classe non è acqua e a 360 gradi (luce spirituale) deride l’acuto (il saputello) e irride il saputo (l’ottuso). La vita in movimento... cominciò a strisciare (midollo), a camminare (cervellet38 - La Serpe to), ad annusare (sistema limbico), a pensare (corteccia) e ad amare (sistema spirituale). La vita in fiore... lo stelo (il midollo), la gemma (il bulbo), il bocciolo (il sistema limbico), il fiore (la corteccia) e il profumo (il sistema spirituale... si sente ma non si vede!). La macula oculare (cicatrice originale) restringe il campo visivo che a 360 gradi è luce spirituale dell’amore, anima e vita, indissolubile veste divina. Il pensiero è la scintilla d’impatto tra spirito e materia (esita in macula oculare per il candore accecante dello Spirito) che illumina la mente di immense certezze con sogni all’infinito laddove è sempre Sole. Nell’altro mondo già ci sono stato (Striptease dell’anima/Altromondoeditore)... vivevo coperto dalla volta celeste e cullato dalle onde marine nell’armonioso silenzio della pace divina. La coscienza è il cordone spirituale della nostra identità e certa paternità. La scala della conoscenza con il gradiente di luminosità... 1-grigiore (cogito), 2-splendore (ragione), 3-bagliore (intelletto), 4-fulgore (sapienza), 5-candore (contemplazione). La indissolubiltà e l’indivisibilità della Triade Divina è data dall’intercambiabilità dei suoi Tre Fattori: La Verità è la Luce dell’Amore La Verità è l’Amore della Luce L’Amore è la Luce della Verità L’Amore è la Verità della Luce La Luce è l’Amore della Verità La Luce è la Verità dell’Amore ❑ 39 - La Serpe GIULIANO BRAMANTI I primi passi nella storia di Livorno R acconto necessariamente breve sulla nascita e lo sviluppo di questa città. In parte vero, genuino e reale, in parte aiutato da ricordi scolastici e, apparentemente, dalla fantasia. “Nel litorale toscano,” così scrive, nel 1885, Emanuele Repetti nel suo prezioso dizionario corografico della Toscana “si trova attualmente Livorno, città marittima grandiosa con un porto frequentatissimo da essere uno dei maggiori empòri d’Italia. Questa città risiedeva, anticamente, sull’estrema lingua di terra che dal lato d’ostro serve da riparo al vicino seno del porto pisano e a meglio contemplare l’istoria genuina di questa città”, così continua Emanuele Repetti “dividerò la presente scrittura in quattro periodi per esaminare di volo questa contrada”. Il 1° periodo, detto Marchesale o dei Marchesi, di Liburna o Liburnìus, va da un’epoca non ben precisata intorno al IX secolo fino all’inizio dell’anno mille, la cui storia è poco conosciuta perchè è più oralmente tramandata che scritta. L’unica notizia certa sulle origini di Livorno è che essa, pur essendo nata insieme alle tre consorelle toscane: Pisa, Lucca e Firenze, si è sviluppata più tardi di queste per essere rimasta schiacciata, ai margini del progresso, dalla vivacità artistica, culturale e commerciale di queste tre città. La storia, infatti, si accorgerà di lei non prima dell’anno 848, quando comparirà il suo toponimo, Liburnìus. Questa denominazione è un nome proprio aggettivato della lingua latina, derivato certamente da sconosciuta parola etrusca, che i romani, come loro solito, si industriarono puntigliosamente a cancellare come a volerla smemorizzare e sostituire. Il 2° periodo. Dall’anno mille al 1284. Questo spazio di tempo risulta ancora oscuro per Livorno poiché, vuoi per la contiguità geografica con il territorio pisano, vuoi per la sudditanza a Pisa, si trova impegolato nelle diatribe e nelle rivalità territoriali fra le due repubbliche marinare di Pisa e Genova e sarà, suo malgrado, coinvolto negli effetti negativi della battaglia della Meloria. Il 1284 è la fatidica data che, per la sconfitta subita nelle acque della Meloria per mano della repubblica marinara di Genova, segna la fine della egemonia marittima di Pisa. 40 - La Serpe “Il dì 6 agosto 1284” scrive Emanuele Repetti nel suo prezioso dizionario corografico “in prossimità dell’isoletta Meloria, a quattro miglia dalla costa livornese, la potente flotta pisana, sicura della vittoria perché forte di 103 galee, assalì la flotta genovese costituita da 88 navi. La battaglia, violenta e spietata, si protrasse per due giorni e per alcuni errori tattici dell’ammiraglio conte Ugolino della Gherardesca, la flotta pisana fu sconfitta e annientata.” L’arcivescovo Ruggieri, capo indiscusso della repubblica di Pisa, ritenendo che Ugolino, per la sua ghibellinità, fosse addirittura un traditore della Patria, lo catturò e lo fece rinchiudere nel sottosuolo di una torre situata nel centro della città. Prese anche i due suoi figli insieme a due nipoti e, pur sicuramente innocenti, li fece ugualmente imprigionare nella stessa cella ov’era già detenuto il conte Ugolino. Per coronare, poi, e consacrare la sua crudele vendetta, decise di farli morire di fame tutti e cinque e, rasentando quasi una forma di crismatica religiosità, come ci ha tramandato la storia, ufficialmente e teatralmente, gettò le chiavi del- LIVORNO. La Meloria. 1893 la torre, in Arno. Questa torre, che si erge come ho detto sopra, al centro di Pisa ed è ben visibile dalla piazza dei Cavalieri di Santo Stefano è nomata, ancor’oggi, dai pisani: Torre della fame. La bocca sollevò dal fiero pasto quel peccator, forbendola a’ capelli Così comincia il canto trentatreesimo dell’Inferno nei momento in cui, il conte Ugolino della Gherardesca, sito nell’Antenòra vede Dante e, togliendo la bocca dal fiero pasto, a lui si rivolge, per narrargli la crudele ed infelice storia della sofferenza e della morte sua e dei suoi innocenti figli, inflitta loro dal crudele Arcivescovo. Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino, e questi è l’arcivescovo Ruggieri: or ti dirò perché i son tal vicino. 41 - La Serpe La dolorosa narrazione che il pisano Ugolino espone al fiorentino Dante, della sofferenza sua e dei suoi, è precisa, completa e raccapricciante fino alle agghiaccianti ultime parole: Poscia, piú che ’l dolor, poté ’l digiuno. e dopo aver lanciato con occhi di fuoco uno sguardo in giro, si china e riprende con disprezzo ad affondare i denti nella cuticagna dell’arcivescovo Ruggieri Quand’ebbe detto ciò, con li occhi torti riprese ’l teschio misero co’ denti, A questo punto, allo strazio e all’odio del conte Ugolino, si aggiungono la pietà e lo sdegno di Dante che in una imprecazione di biblica potenza, chiamando Pisa disonore e vergogna delle genti, le augura di essere presto distrutta da una imponente inondazione dell’Arno imponendo, con voce tonante, che le due isole prospicienti si muovano al più presto e vadano a far tappo alla foce del fiume. Ahi Pisa, vituperio de le genti [...] muovasi la Capraia e la Gorgona, e faccian siepe ad Arno in su la foce, sí ch’elli annieghi in te ogne persona! Scusandomi col mio lettore per questa piccola digressione, in punta di piedi, ritorno svelto, svelto a riprendere il filo del mio racconto. 3° Periodo. Dal 1284 al 1421. Genova, dunque, avendo con questa insperata vittoria, interesse a non far più rialzare la testa alla Repubblica marinara di Pisa, la sottomette con pesante tallone e le impedisce ogni attività culturale, commerciale e... insomma, le impedisce tutto. Passeranno così molti anni durante i quali Pisa cadrà nel più totale abbandono in cui, perfino il suo porto, ritenuto uno dei più preziosi gioielli del Mediterraneo, si interrerà completamente. Livorno invece, abitata da una popolazione avvezza a vivere l’oggi, priva di ambizioni di grandezza o di ricchezza e senza cattedrali né monumenti da conservare o da proteggere, continuerà la sua vita di sempre, fatta di mare, di caccia, di pesca e di sole. 4° e ultimo periodo della Repettiana classificazione. Corre l’anno 1413 quando entra in scena Cosimo. È questo il rampollo del più 42 - La Serpe grande banchiere fiorentino Giovanni di Bicci capostipite della famiglia Medici che, per distinguersi dai successivi e vari Cosimi della famiglia, dopo la sua dipartita i discendenti lo soprannomineranno: Cosimo il Vecchio. Alla morte di Giovanni di Bicci, questo Cosimo elevato al grado di duca di Firenze, prendendo in mano le redini del governo della città mette il suo occhio cùpido sul vergine territorio livornese considerandolo come un’utile base di lancio, per i futuri commerci fiorentini sul mare. La speranza di Cosimo è rappresentata dal potersi impossessare del bramato territorio livornese senza guerra. Proprio così. Senza guerra. Magari comprandola, ma senza colpo ferire; per cui da perfetto uomo di stato, non gli rimane che attendere, con pazienza e speranza, che gli si presenti un’occasione propizia. E la pazienza e la speranza dell’abile uomo politico, gli daranno ragione, perché una sorprendente e curiosa occasione, condita di un certo grado di singolarità, fortunosamente gli si presenterà. Leggendo le carte di quei tempi lontani risulta, infatti, che il Ducato di Milano si fosse inaspettatamente trovato in una situazione di inconciliabile contrasto con la Repubblica di Genova e che, per dirimerla, sarebbe stato necessario, addirittura, un atto di guerra. Genova allora, potente sul mare ma militarmente impreparata sul terreno, priva di moneta per potersi permettere un rapido riarmo, mette subito in vendita Livorno e il suo territorio all’enorme cifra di 100.000 fiorini d’oro La somma è sì, molto alta, ma quello che Cosimo ha intenzione di fare, oltre che rendere cento o mille volte la cifra della spesa darà, al Granducato di Firenze, la possibilità di realizzare la costruzione di una fiorente città fortezza sede di una base marittima, da stare alla pari con quelle spagnole o portoghesi. Gli anni però passano inesorabili e soltanto alla fine del 1500, Francesco I, figlio maggiore del Granduca Cosimo I ( e qui risalta la figura di un altro Cosimo), incarica l’architetto Buontalenti di progettare la pianta della nuova città di Livorno. L’idea del Buontalenti, spaziando in tutte le sue esperienze architettoniche, fu quella di creare un abitato chiuso entro una cinta muraria pentagonale, con fossati e baluardi, in grado di proteggerlo dall’assalto delle navi dei Mori o Progetto della nuova Livorno fatto dall’architetto Buontalendei Saraceni, in quei tempi ti, a base pentagonale con potente cinta muraria circondata da protagonisti di frequenti un profondo fosso che, con il nome di Fosso Reale, darà luogo scorrerie lungo le coste del all’inizio di quella rete di canali che, con il grande quartiere “Venezia Nuova” costituirà la caratteristica attuale della città. Tirreno. 43 - La Serpe Costruita la città di Livorno, nel 1591 Ferdinando I, figlio di Cosimo I e fratello di Francesco I, dotato di particolari capacità intellettuali e organizzative, si dedica a promulgare coraggiose e, per quei tempi innovative, leggi. Le così dette: Leggi Livornine che diverranno lo start del miracolo economico e sorgimentale dello sviluppo di una moderna e florida città. Queste innovative leggi prevedono la concessione di immunità, privilegi ed esenzioni per tutti i mercanti artigiani di qualsiasi provenienza, che sceglieranno Livorno come base di attività. Ma non solo. Queste “Leggi Livornine” infatti, garantiranno anche e soprattutto, libertà di culto, di professione religiosa e politica e, avendo Ferdinando I dichiarato ufficialmente: “Livorno città aperta”, a tutti coloro che avessero pendenze giudiziarie per reati commessi in Europa e fuori e stabilissero a Livorno residenza fissa, sarà concessa immunità, per qualsiasi illecito penale. Con l’esclusione, naturalmente, del reato di omicidio. Livorno, così, per l’intelligenza di un moderno e coraggioso novello Renzi, assumerà la caratteristica di regione cosmopolita, libera, multirazziale e multireligiosa in grado di attirare, in pochissimo tempo, centinaia e centinaia di persone da ogni parte d’Italia, d’Europa e d’Asia che, con il loro lavoro, la renderanno in breve tempo una delle più forti e prosperose città. Visto l’incremento della popolazione che le Livornine avevano procurato in pochissimo tempo, spinsero il Granduca ad aggiungere altri numerosi privilegi in grado di invitare altro maggior numero di mercanti. Fra questi preziosi privilegi e garanzie, due furono molto allettanti, 1°) l’immunità nel reato di “Falsa moneta” 2°) protezione dall’Inquisizione. E Livorno fu invasa. Invasa da un’esplosione di nuovi arrivi. Levantini, Ponentini, Spagnoli, Portoghesi, Todeschi che così erano nomati, Greci, Italiani, Olandesi, Hebrei, Turchi, Mori, Armeni, Persiani, Scozzesi, Nordafricani e centinaia e centinaia di altri che, correndo a mettersi sotto la bandiera della libertà e della protezione, costituirono il grosso nucleo dei nuovi inquilini della città. Il Granduca Ferdinando I, promulgando la “costituzione Livornina” e non essendo, data l’epoca, ancora a conoscenza dell’ormai noto DNA, con questa invasione multirazziale, ha inconsciamente favorito, la creazione di un etnia nuova e sui generis, concentrata unicamente in una sola città italiana. Capelli rossi, biondi, castani e neri; pelle chiara o scura e occhi cerulei, neri, castani, hanno dato vita ad un’ibrida specie che ha determinato un arricchimento di caratteristiche psichiche e fisiche che si riflettono ben visibili nell’aspetto, nel carattere e nell’animo, differenziandosi impercettibilmente e in meglio, per la bontà, altruismo, spontaneità e forza morale, dal gruppo della specie umana che vive su questa stessa latitudine. Per lo sviluppo delle attività marinare sarà compito sempre di Ferdinando I, figlio di Cosimo I, come la costruzione della Fortezza vecchia del porto Mediceo e l’im44 - La Serpe LIVORNO. Monumento a Ferdinando I. La statua è opera marmorea di Giovanni Dell’Opera, artefice fiorentino. I quattro schiavi incatenati fusi nel bronzo di cannoni tolti ai corsari, sono opera di Pietro Tacca, scultore carrarese (da: AMATI, Amato. L’Italia. Milano. Vallardi, 1903) 45 - La Serpe portante fondazione del Corpo dei Cavalieri di Santo Stefano. Speciale raggruppamento della Marina militare dell’epoca, paragonabile al Corpo dei Marines, che darà filo da torcere ai pirati moreschi. Nel 1574, Ferdinando I aveva nuovamente incaricato Antonio da Sangallo per la costruzione del famoso Canale dei Navicelli. Questo canale, per l’epoca opera di alta ingegneria, lungo 22 Km e largo 35 metri, partendo dal quartiere Venezia di Livorno, arriverà a Pisa, e permetterà di trasferire al mare le navi da battaglia e i navicelli mercantili costruiti nel grande cantiere Pisano. E ancora oggi, alla distanza temporale di quasi seicento anni, questo Canale dei Navicelli è perfettamente funzionante e permette, come era accaduto nel 1500, che i grandi e moderni Motoryacht costruiti nei cantieri di Pisa e forniti di accessori opzionali, come i rubinetti d’oro massiccio per i bagni degli attuali nababbi arabi, possano essere varati nel porto mediceo di Livorno. L’esperta manodopera della ex marineria pisana specializzata in costruzioni navali, che il Granduca aveva ereditato, in pochi mesi fece sì che Ferdinando I, ritrovandosi padrone di una flotta di galeoni di tutto rispetto e fornita di un armamento, per quei tempi modernissimo, decidesse al più presto di dare la caccia ai pirati moreschi che infestavano la acque mediterranee. Dopo avere elevato l’uffiziale Jacopo d’Appiano, al grado di capitano generale della flotta, come primo compito, gli affidò subito la Pisana, il Saetta, il Toscana e il San Giovanni (famosi galeoni da battaglia), per liberare le coste circostanti a Portoferraio cadute nelle mani del feroce pirata Barbarossa e trascinare in catene, nella Fortezza Vecchia del porto Mediceo, ogni pirata catturato. Lo scultore Pietro Tacca, per questa felice operazione militare compose un meraviglioso gruppo statuario e lo pose all’ingresso del porto, dove ancor’oggi è visibile e ammirabile. Esso si compone di quattro bronzee figure moresche incatenate e poste ai piedi di Ferdinando I de’ Medici che, scolpito nel marmo di Carrara, si erge in piedi con aspetto imponente, al di sopra del gruppo dei mori incatenati. “Il quinci e il quanto” Vorrei rassicurare il lettore che, se ho scritto nel titolo di essermi aiutato in parte con la fantasia, nel raccontare la storia di Livorno, non vuol dire che mi sono inventato cose non vere; ma cose vere tratte da vecchi ricordi della scuola elementare. Infatti essendo stata, la mia maestra, una signora livornese che, come tutti i livornesi era impastata di acceso animo campanilistico, ha sempre raccontato, discusso e trattato insieme a noi ragazzi, per tutti e cinque gli anni del corso elementare, episodi e racconti inerenti a fatti antichi e moderni del nostro capoluogo. Riferendomi al ricordo dei quali, nei momenti che mi difettava il materiale, ho potuto farne ricorso per completare l’argomento. E questo è “Il quinci e il quanto” che sento di dovere al mio lettore. ❑ 46 - La Serpe Tavola peutingeriana IV, 2 Vadis Volateris (Vada) Aquae Volaternae (Volterra) MILLER, Konrad. Die peutingersche tafel. Stuttgart, 1962 47 - La Serpe MARIO VENTURA L Un trapianto di testa (uno scherzo di pseudo-fantascienza) e cose andavano alla grande al prof. Ivan Lendorin, neurochirurgo americano di origine russa, ormai famoso in tutto il mondo per essere riuscito a trapiantare con pieno successo pezzi di cervello da un individuo all’altro. Quella mattina del 10 maggio 2100 si accingeva, assieme al suo collaboratore Isidoro Maroski, a compiere un intervento ancora più prestigioso, che quasi certamente gli avrebbe valso il premio Nobel per la medicina: il trapianto di una intera testa a un paziente affetto da emorragia cerebrale in coma irreversibile prelevata da un soggetto precipitato con la sua macchina idrostatica mentre transitava a velocità supersonica dall’altezza di duemila metri. L’impatto a terra, pur attutito dagli speciali ammortizzatori a rimbalzo controllato, gli aveva procurato lo sfondamento della gabbia toracica, fortunatamente senza danno al cervello, ed era fittiziamente tenuto in vita, in attesa dell’intervento, con l’ormai collaudato sistema di “conservazione delle funzioni cerebrali a tempo indeterminato”. Mentre saliva sull’ascensore che in pochi secondi l’avrebbe portato al seicentesimo piano davanti all’ingresso del suo Istituto, Lendorin ripensava a un altro eccezionale intervento che aveva eseguito l’anno precedente, ma che era stato tenuto segreto per timore di una inchiesta da parte della Commissione internazionale di etica e più ancora dei fondamentalisti religiosi di destra capeggiati dall’allora presidente della Trinity Amarican Society di Pasadena. C’era anche il rischio della forsennata reazione del gruppo degli animalisti di sinistra dato che l’intervento sarebbe stato eseguito trapiantando la testa di un paziente sul corpo di un giovane scimpanzé selezionato tra una ventina di altri involontari candidati dopo accurate indagini genetiche e scrupolosi aggiustamenti di alcuni cromosomi, del sistema immunitario e dei linfociti T che avevano reso del tutto identici, sotto l’aspetto biologico, donatore e ricevente. Naturalmente erano stati informati di tutto, sotto il vincolo del più assoluto riserbo, solo i due diretti interessati, vale a dire il paziente Ted, affetto da un ormai incurabile tumore prostatico, con metastasi diffuse che avevano risparmiato soltanto il cervello, e sua moglie Mary disposta a correre qualsiasi rischio pur di recuperare la perduta virilità del marito di cui le era rimasto soltanto un lontano ricordo. L’operazione era perfettamente riuscita ricorrendo al metodo del cosiddetto “combaciamento virtuale” che, sotto la guida di sofisticati microcomputer, regalati a Lendorin dalla “Fondazione omeopatica per la ricerca degli effetti dell’acqua frizzante in oncologia”, consentiva a tutte le parti trapiantate di combaciare al mi48 - La Serpe lionesimo di millimetro con quelle del ricevente. Ciò aveva reso possibile in poche frazioni di secondo la decapitazione dello scimpanzé e la sostituzione della sua testa con quella di Ted. Anche il non trascurabile problema della conformazione corporea e dell’aspetto esteriore dello scimpanzé, da adeguare alle fattezze umane, era stato facilmente risolto mediante i pulsanti evocativi del rimodellamento scheletrico e del rivestimento cutaneo appositamente programmati ed eseguiti dal robot X10 di ultima generazione, costruito in India e regalato all’Istituto di Lendorin dalla benemerita “Associazione anime in pena in attesa di reincarnazione”. Alla fine, i resti ormai inutili della testa dello scimpanzé e del corpo acefalo di Ted erano stati istantaneamente vaporizzati alla temperatura ottimale di centomila gradi e passa, secondo il metodo originale del fisico italiano Leonardo Leonardini di cui Lendorin aveva astutamente copiato il brevetto. Ed era così nato un nuovo individuo perfettamente sano con la testa di Ted e con il resto del corpo fornito dallo scimpanzé rimodellato su uno degli stampi umani più somiglianti alla figura dell’ex paziente. Che poi le cose non fossero andate per il loro giusto verso, ma si fossero addirittura concluse nel peggiore dei modi, non si poteva certamente attribuirne colpa al neurochirurgo, che si era anzi fatto premura di avvertire preventivamente gli interessati di taluni inconvenienti sul piano sessuale che si sarebbero potuti verificare dopo l’intervento, data l’autonomia degli stimoli erotici scimmieschi che potevano prevalere sui sistemi di controllo etici e comportamentali dei centri neurologici umani. Ma il desiderio dei due coniugi di riuscire a riprendere in pieno la loro attività sessuale (e soprattutto quello di Ted di sbarazzarsi del tumore maligno che lo avrebbe altrimenti condotto a morte in brevissimo tempo) era talmente forte da impedire che le riserve espresse dal professore, del resto neppure ben precisate, potessero condizionarli. E, in effetti, al principio tutto sembrava andare per il verso giusto, tanto che la signora Mary, dopo alcune settimane, accompagnando Ted al primo controllo medico di routine, finì addirittura con l’abbracciare e baciare il prof. Lendorin esternandogli in questo modo, del tutto disinibito, la propria riconoscenza per la riacquistata virilità del marito, divenuto capace di prolungate prestazioni sessuali plurigiornaliere, che, a sua memoria, neppure in gioventù era mai riuscito a fornire. All’inizio l’entusiasmo di Mary era tale da impedirle di far caso a taluni strani comportamenti di Ted che col tempo finirono invece col diventare causa di irreparabile discordia. Ciò che sul momento le era sembrato meno preoccupante, anzi fonte di particolare soddisfazione, era l’istintiva preferenza del marito ad assumere durante l’amplesso la posizione scimmiesca, anziché quella che nel corso del processo evolutivo aveva differenziato il ramo degli ominidi dalla linea originaria dei cosiddetti primati antropomorfi. Ma il fatto che cominciò a infastidirla davvero e a portarla all’esasperazione fu la pretesa del marito di accoppiarsi in continuazione tanto da non darle neppure il tempo di indossare gli indumenti più intimi nel corso della giornata. 49 - La Serpe Fu allora che Mary chiese a Ted un colloquio chiarificatore, con la minaccia altrimenti di una definitiva separazione. Ma Ted era di indole buona, amava teneramente Mary e si dichiarò pronto a qualsiasi rinuncia pur di non perderla. E in effetti nei mesi successivi Ted si mostrò del tutto normale e lentamente ridusse la frequenza dei rapporti a circa un paio alla settimana con piena soddisfazione di Mary che, ormai stanca delle precedenti superprestazioni del marito, riteneva più che accettabile quel ritmo per una coppia, come la loro, non più giovanissima. Ogni problema sembrava quindi risolto sicché, quando Mary accompagnò il marito al secondo controllo, non poté che rinnovare la propria gratitudine al prof. Lendorin con baci e abbracci ancora più appassionati di quelli datigli la volta precedente. Ma le cose, qualche tempo dopo, presero inaspettatamente una brutta piega. E questo accadde quando, entrando senza preavviso nella camera della giovane domestica, Mary scoprì che Ted e la ragazza stavano allegramente fornicando nella posizione preferita dal marito. Ed erano evidentemente così intenti a godersela che si accorsero della sua presenza solo quando lei si mise a urlare a squarciagola tanto da essere udita da tutto il vicinato. Naturalmente la domestica fu licenziata in tronco, per giusta causa, e il povero Ted dovette sorbirsi la violenta reazione della moglie che lo minacciò di divorzio e di richiedere al tribunale un risarcimento in denaro così alto, per il danno morale e materiale subito, che lo avrebbe irreparabilmente ridotto sul lastrico. Ma, a sua scusante, Ted le ricordò che era stato lo stesso Lendorin ad avvertirli che forse il suo cervello non sarebbe stato in grado di tenere sotto controllo il primordiale erotismo della scimmia che era in lui e le confessò persino che i rapporti con la domestica erano iniziati già da alcuni mesi, precisamente da quando aveva ridotto quelli coniugali, nel tentativo di conciliare le proprie incoercibili esigenze con l’impegno assunto con lei. Aggiunse che era disposto a tutto, persino a sottoporsi alla castrazione chimica, o addirittura a quella chirurgica, pur di non perderla, tanto era il bene che le voleva. Riuscì in questo modo a farsi perdonare e la vita sembrò riprendere il suo corso normale fino a quando non accadde l’irreparabile. Quella notte, mentre era sul punto di addormentarsi, Mary si accorse che Ted si stava alzando e lentamente lasciava la camera. Sul momento pensò che si recasse in bagno, ma subito si avvide che si dirigeva dalla parte opposta dove c’era soltanto la piccola stanza da letto destinata alla vecchia Tata, ormai quasi ottantenne, che l’aveva visto nascere e che era per lei come una seconda madre. Lo seguì senza che lui se ne accorgesse e con orrore si rese subito conto attraverso la porta socchiusa che ciò che stava accadendo corrispondeva esattamente a quanto si era già verificato tra Ted e la giovane domestica, con l’aggravante per la Tata di mostrare evidenti segni di condividere le insane voglie di Ted nonostante la sua non più giovane età. Non ebbe il coraggio di intervenire e tornò a coricarsi fingendo di essersi addormentata. Ma l’indomani irruppe nello studio di Lendorin per raccontargli tutto e chiedergli aiuto. 50 - La Serpe Lendorin ricordava ancora la drammaticità di quell’incontro. “Vi avevo avvertiti” aveva cominciato col dire “ma non mi avete voluto ascoltare. Adesso, mia cara, non so proprio come togliervi dai guai. Evidentemente dal corpo di Ted promana una primordiale forza vitale che lo rende irresistibile alle donne di qualsiasi età e condizione, come chiaramente dimostra il comportamento della Tata”. Mary appariva sempre più disperata e distrutta, piangeva sulle spalle di Lendorin e riusciva solo a dire “Ci aiuti, per carità, ci aiuti!”. E fu questo, forse, a fare il miracolo. Lendorin, impietosito, come se gli si fosse accesa una lampadina in testa, a un tratto esclamò: “Aspetti, forse “èureka! èureka! ho trovato!” posso aiutarla. Mi faccia consul- FOLON, Jean Michel. Alba. La misteriosa potenza tare il computer Totalword, può dell’astro che ci illumina da lontano darsi che riesca trovare ciò che fa al caso nostro”. E, liberatosi dalle braccia di Mary, si tuffò nella ricerca con l’aiuto del Consenter Spy 2, il più altamente specializzato nella scoperta fraudolenta di tutte le invenzioni tenute segrete dai suoi colleghi neurologi. Dopo un’oretta esclamò: “èureka! èureka! ho trovato!”. E spiegò a Mary che c’era effettivamente la possibilità di sottoporre Ted a una modifica dei rapporti tra il suo cervello e le gonadi, nella speranza di un sufficiente ridimensionamento della produzione ormonale di testosterone. Per fortuna disponeva dell’apparecchio adatto, ricevuto in dono pochi mesi prima dal “Centro cure perversioni sessuali maschili e femminili”, ma tenuto ancora in cantina nel suo originale imballaggio per mancanza di spazio. La pregò quindi di tornare il mese successivo, assieme al suo Ted, per consentirgli nel frattempo di studiare le modalità d’uso del nuovo apparecchio e di valutare con precisione i risultati ottenibili. E la congedò non senza averle raccomandato di tenere suo marito sotto stretto controllo perché non tornasse a combinarne una delle sue. Così rincuorata Mary rientrò a casa e per tutto il mese finse col marito di averci ripensato e di voler riprendere gli amplessi con la frequenza e i modi da lui preferiti. La Tata venne così messa da parte e questo scatenò nella povera vecchietta una acu51 - La Serpe ta crisi depressiva che, non curata per una odiosa ripicca di Mary, la portò a morte nel giro di poche settimane. Al trentesimo giorno in punto, di prima mattina, Mary e Ted si trovavano già nello studio di Lendorin che li accolse con uno sguardo che non prometteva nulla di buono. “Ragazzi” esordì “debbo esser chiaro con voi, le possibilità che abbiamo, a conti fatti, di ridurre del settanta per cento la produzione ormonale che ci consentirebbe con certezza, come scritto nel libretto di istruzioni del mio apparecchio, di dare al cervello il pieno controllo della situazione, sono pressoché inesistenti. Al massimo si potrebbe raggiungere il cinquanta per cento, sempre che le delicate strutture dei tensimetri sopportino il carico della massa dei neutroni cui dovremmo sottoporli senza provocare un danno irreparabile all’intero sistema virtuale di approccio gonadico-cerebrale”. “Io penso” intervenne Ted “che, mettendocela tutta da parte mia, anche il cinquanta per cento potrebbe bastare”. “Non faccia il presuntuoso, per carità, lei che è un semplice ragioniere, e neanche tanto bravo per come mi risulta, non si permetta di esprimere pareri su questioni che neppure io conosco bene!”. Mary, mentre dava gomitate al marito perché tacesse, si rivolse a Lendorin con tutta l’umiltà di cui era capace: “Le chiedo solo se non sia possibile ridurre del settanta per cento la secrezione ormonale del testosterone, magari privando il mio Ted di un testicolo. Sarebbe già un cinquanta per cento in meno, che sommato al cinquanta per cento ottenibile dal suo apparecchio porterebbe addirittura al cento per cento la capacità di controllo del cervello sull’unico testicolo rimasto”. “Lei mi piace per come ragiona e senza dubbio se avesse studiato medicina mi sarebbe stata di grandissimo aiuto. Ma purtroppo debbo deluderla perché eliminare un testicolo significa semplicemente portare quello superstite a raddoppiare la propria attività e quindi saremmo al punto di partenza”. A ripensare a quello che poi accadde Lendorin rideva da solo. Era ormai sceso dall’ascensore e per entrare nell’Istituto gli mancava solo di far funzionare il complicato sistema elettronico di apertura, ma come spesso gli succedeva, non riuscì a premere i pulsanti giusti e rimase sul pianerottolo. Doveva aspettare adesso ben quindici minuti prima che cessasse l’allarme che aveva involontariamente scatenato e che qualcuno fosse in grado di aprirgli dall’interno. Pazientemente si sedette su una sedia e si consolò tornando col pensiero alla buffa situazione che si era creata quel giorno nel tentativo di intervenire sul povero Ted. D’accordo con la moglie, e dopo una più attenta lettura del libretto di istruzioni, Lendorin si era convinto che si sarebbe potuto agire in due tempi utilizzando ogni volta solo il trentacinque per cento del potenziale disponibile in modo da raggiungere, senza rischio alcuno, quel settanta per cento necessario alla riuscita dell’esperimento. Fece quindi coricare Ted sul lettino, lo immobilizzò con le apposite cinghie e premette il pulsante del trentacinque per cento. Si udì un rombo simile a una esplosione e Ted reclinò il capo. 52 - La Serpe “È svenuto” disse esultante Lendorin “giusto come è scritto nel libretto di istruzioni! Tutto va a meraviglia, adesso bisogna solo attendere che si risvegli per poi scaricargli addosso il secondo trentacinque per cento…”. Mary era un po’ preoccupata nonostante le rassicuranti parole di Lendorin e fece per avvicinarsi. “Non lo tocchi, per carità, potrebbe prendersi la scossa!” l’avvertì Lendorin. “Ma è sicuro che non sia morto?” “Più che sicuro, signora. Per chi mi prende?! So ben leggere l’inglese anche se sono di origine russa!”. Ma dopo mezzora, anche Lendorin cominciò a non sentirsi più tanto sicuro. Guardò bene i pulsanti ed esclamò: “Toh, ho premuto il tasto del settanta per cento! Il tempo del risveglio è previsto dopo un’ora, ma come vede respira regolarmente, fortuna che i tensimetri hanno resistito, contro ogni mia previsione, così in un colpo solo abbiamo risolto il problema!”. “Perché non posso toccarlo?” “Lo tocchi pure se vuole; adesso che so cosa è successo non c’è più nulla da temere!”. Mary fece male a fidarsi del professore perché appena sfiorò la fronte del marito fu buttata tra le braccia di Lendorin e caddero entrambi per terra tramortiti. Quando poté rialzarsi Lendorin si rese conto che aveva lasciato sotto tensione l’intera apparecchiatura avendo dimenticato di premere il pulsante di chiusura. “Certe volte succede”, borbottò mentre procedeva alla chiusura, ma volle rassicurare subito Mary dicendole: “Questa volta siamo a posto davvero”. E, per dimostrarglielo, liberò finalmente dalle cinghie il povero Ted e, per maggior sicurezza, gli praticò per cinque minuti la respirazione bocca a bocca. Lentamente Ted si riprese e quando fu in grado di parlare chiese come era andata. “A meraviglia, a meraviglia, caro Ted! Da questo momento si può considerare un uomo del tutto normale. Abbiamo sistemato le cose in modo che non avrà più voglia di cercare avventure extra coniugali!”. “E con mia moglie?”. “Non si preoccupi per questo, sua moglie si saprà accontentare”. Queste ultime parole non piacquero molto a Ted, che però si guardò bene dal porre altre domande. Tornati a casa Mary e Ted stettero a guardarsi per un po’ in silenzio e Mary, com’era sua abitudine, lo baciò sulle labbra, anche per vedere che effetto gli avrebbe fatto. Ma non ottenne alcuna risposta emotiva e la stessa indifferenza dovette notare anche dopo più intime carezze. Lendorin, chiamato in causa, dopo attenta rilettura del libretto di istruzioni, se ne uscì esclamando: “Ecco, come al solito scrivono in piccolo quello che invece è più importante! Quella mattina non avevo gli occhiali e così mi è sfuggito l’effetto 53 - La Serpe paradosso che consiste, come vi leggo adesso, ‘nella temporanea inibizione della funzione erettile, destinata però a normalizzarsi entro venti o trenta giorni dall’ultima seduta’. Quindi abbiate pazienza e tante scuse da parte mia!”. Il ritorno alla funzione erettile avvenne invece al decimo giorno e fu improvviso e irrefrenabile. Mary era appena uscita a fare la spesa quando la concentrazione di testosterone salì a livelli inimmaginabili nel sangue di Ted che non riuscì più a controllarsi. Non avendo a disposizione la moglie, non trovò nulla di meglio che bussare freneticamente alla vicina di casa e a saltarle addosso senza neppure scusarsi. La signora cercò di allontanarlo ma al primo contatto fu irrimediabilmente coinvolta in uno stato di erotismo del tutto sovrapponibile a quello di Ted. Erano in piena fornicazione quando il marito che si trovava nell’altra stanza intento a fare le parole crociate, sentendo tutto quel fracasso, corse all’ingresso e allora successe la fine del mondo. Per fortuna, di ritorno dalla spesa, arrivò Mary che riuscì a salvare il marito bloccando giusto in tempo il colpo di karate che lo avrebbe definitivamente fatto fuori. Poi, per evitare nuovi incidenti, legò a una sedia il marito e corse da Lendorin per chiedergli conto e ragione di quanto accaduto. Il neurochirurgo lì per lì non seppe che rispondere, poi, dopo aver letto per l’ennesima volta il libretto di istruzioni, scoprì che l’apparecchio poteva essere utilizzato solo sugli umani e che anzi esperienze condotte su animali, e in particolare sulle scimmie antropomorfe, avevano dato risultati del tutto paradossi. Se ne doveva quindi arguire, ammise suo malgrado Lendorin, che era il corpo scimmiesco di Ted a impedire la buona riuscita dell’esperimento, non essendo in grado il cervello di esercitare un controllo adeguato sulla produzione gonadica di testosterone neppure con gli strumenti di contenimento più sofisticati. Alla fine suggerì a Mary di ricorrere all’unico sistema veramente efficace che l’avrebbe per sempre liberata dalla insostenibile situazione in cui si trovava. Non avrebbe dovuto far altro che accompagnare Ted il giorno dopo con la scusa di un innocuo tentativo con un altro apparecchio. Ted fu legato ben bene e introdotto nel cilindro del vaporizzatore brevettato dal fisico Leonardini, assicurando il paziente che si trattava di un nuovo apparecchio di risonanza magnetica a effetti speciali. Poi Lendorin chiuse il coperchio e premette il pulsante di avviamento. La temperatura all’interno salì istantaneamente a oltre centomila gradi centigradi e Ted uscì dal tubo sotto forma di una sottilissima nebbia appena percettibile. Lendorin stava pensando a tutto questo quando finalmente la porta dell’Istituto si aprì automaticamente e comparve Mary che lo sgridò affettuosamente per la sua inguaribile distrazione: “Caro Ivan, maritino mio, cerca di stare più attento con questi benedetti pulsanti!”. Poi si avviarono assieme verso la sala chirurgica dove li attendeva il giovane assistente Isidoro Maroski per dare inizio al nuovo trapianto di testa. Questa volta però solo da uomo a uomo. ❑ 54 - La Serpe * libri nostri * LUCIANO PECCARISI Dialogo tra il cervello e il suo io A ttraverso un dialogo immaginario tra un cervello e il suo io, che si chiamano Cervi e Iuccio, si propone un viaggio tra queste due presunte entità della persona, sulla realtà dell’anima, della mente e su certe particolari condizioni del cervello. Cervi assume il ruolo dello scienziato e Iuccio quello del filosofo: non è uno scontro ma piuttosto una conversazione. Il nostro pianeta ha subito due scossoni, uno quando da spoglio come gli altri conosciuti si è popolato di vita, e l’altro quando un essere ha riflettuto su se stesso, allargando i suoi orizzonti. Ciò, nell’ambito dell’universo è irrilevante ma nell’unico organismo che riesce a pensarlo, suscita un senso di grandezza e di angoscia insieme. Innumerevoli sono i testi di neuroscienze, di psicologia e filosofia che spiegano come funziona la mente. Lo sforzo degli autori è sempre lo stesso, cercare di far capire come stanno le cose ad un pubblico affamato di conoscenza, ma non preparato abbastanza da appassionarsi a questo genere di letture. Benché medico e neurologo, ho trovato la scrittura di molti di questi testi ancora “troppo difficile”. La pretesa di questo libro è invece quella di essere più chiaro e quindi accessibile a tutti. Agile ed elementare, per quanto l’argomento sia ostico, ma scientificamente puntuale su certe bizzarre malattie del cervello e della mente. «Ma se all’improvviso Cervi diventassimo tutti immortali, che vita sarebbe?» «Non ne ho la più pallida idea. Finirebbe certamente questa vita così come l’abbiamo conosciuta. E poi, l’idea che certe persone di mia conoscenza, dei miserabili sotto ogni punto di vista, possano diventare immortali, mi mette i brividi». l.p. ❑ 55 - La Serpe Nora Rosanigo la prima donna iscritta all’A.m.s.i. I l poeta Mario Dell’Arco così scrive del suo stile: «...un linguaggio lineare, sempre sommesso, come preoccupato di suscitare echi indiscreti, e reso espressivo dalla tensione che lo ispira. Sempre evocativo, impegnato a filtrare, nella eleganza verbale, gli aspetti magici della natura, e i sentimenti nobili dell’animo, con immagini il cui fascino consiste sempre, in una voluta, meditata, ferma semplicità». MANIBUS DATE LILIA PLENIS Virgilio, Eneide, VI, 883 Una fiamminga di pastasciutta BRASILE 1949. Due medici, appena sposati, arrivano da Roma a Saõ Luiz do Maranhão, destinazione Pinheiro, Ospedale Santa Casa da Misericordia, uno sperduto paese, sconosciuto anche alle carte geografiche, nel nord est dell’immenso continente. Ci si arriva solo “di barco” o con uno scassato monomotore guidato da un ciabattino. Da cinquantanni in quell’ospedale una suora si occupa di lupus e di lebbra; da Milano è venuta direttamente nel cuore del Brasile, a Milano non è più tornata, ha dimenticato anche l’italiano, ma quando incontra i due medici, quasi “paesani”, dai ricordi rinasce un liguaggio tra il lombardo e il portoghese con il quale cerca di comunicare la commozione per quell’incontro imprevisto. Un giorno decide di dimostrare la sua gioia, di rendere omaggio a quei due, preparando con le sue mani, una fiamminga di pastasciutta. Dio la perdoni! Eccola dunque, a mezzogiorno, piccola e magra, tremante nel fruscìo delle vesti, con i vecchi occhi ancora lucenti e mobili offrire, con un raggiante sorriso, il vassoio: sdraiate, bene allineate una vicina all’altra giacciono pallide decine e decine di fettuccine, scolate e ben raffreddate, guarnite qua e là con fettine di cipolle e spicchi di pomodori verdi e crudi. Non c’è altro. Ai due tornano al palato quelle ai funghi porcini dei Castelli Romani. Forse è possibile dimenticare, dopo tanti anni, i fiumi che sembrano mare, le foreste inesplorate, i volti colorati degli indios, le loro feste tribali, ma non quella pastasciutta, neppure assaggiata, squisita e gradita perché preparata con i più schietti degli ingredienti, quelli dell’amore e della nostalgia. 56 - La Serpe Davanti al camino Potenza di un soffio alitato che riattizza il fuoco moribondo la fiamma risorge e guizza fuggono i diavoletti pensieri per la cappa nera e non tornano più. *** Non è ancora l’alba e già zilula il merlo, l’inverno denudato il bosco arretra lento alla spinta del sole nascente. Ascoltando le prime voci del mondo. Cercando la luce tra le persiane m’accorgo d’essere viva. Trittico solitario Una foglia cade lenta nel moribondo autunno, carezza di cielo al vento triste degli addii. Solitudine è parola disegnata nel cielo dal sole che tramonta rosso all’orizzonte. E siamo soli, sempre più soli tra le braccia protese d’un mondo drogato di solitudine. La bocca amara La bocca amara per un sorso alla fiasca dei ricordi e il cuore pesante come una pietra che batte alla porta del tempo. Hanno ali di colibrì, di gabbiano, di aquila, di rondini pazze questi miei sogni perseguitati inseguiti dagli zoccoli di una noia lunga come una strada deserta. Romperò questa fiasca sul macigno del cuore. Per il poco che resta basta una goccia, come la rugiada su un pallido miosotis, il sorriso di un figlio sui tuoi capelli bianchi, ma prima datemi per questi occhi stanchi le vele bianche gettate dalla luna nelle acque gonfie di un fiume, per queste mani rugose ingiallite sulle carni dei vostri figli rosee di vagiti datemi le carezze del vostro amore di madri. Non lasciate che asciughi il macigno del mio cuore al sole tremendo del deserto dove non ci sono miosotis e la rugiada è il miraggio dell’alba. Non lasciatemi sola a chiudere la porta del tempo con la pietra del mio cuore, in fondo alla fiasca dei ricordi c’è un sorso anche per voi perché sappiate la mia bocca amara come quella di Cristo sulla Croce. 57 - La Serpe Estate ai Castelli Romani C’è sempre solitario un monumento ai Caduti dimenticati che arde nel sole. Un gatto grigio sonnecchia, si alza, si stira, strofina il corpo allungato sulla sedia del bar disertato. Un cane senza padrone liberamente vaga tra un albero e l’altro annusando misteriosi segnali. I vecchi in panchina non pensano guardano assenti un funerale accaldato che non li riguarda, il prete sudato mastica preghiere. Realtà consuete uguali da secoli tra vicoli sghembi e case dirute. Novità le macchine roventi immobili ovunque a proibire passeggiate un tempo romantiche nel profumo del vento tra alberi canori d’uccelli e Roma distesa al piano sonnolenta. Rimane impetuoso frastuono di motori, anonime grida, abiti pazzi, jeans universali per la morte dell’ultimo sogno. Anche io sono qui apatica anonima per uccidere il tempo dell’attesa. Incomunicabilità Noi o voi sulla terra, noi o voi sul più lontano mondo stellare, passano a distanza millenaria i pensieri senza incontrarsi, nei buchi neri si perdono e nel mistero delle coscienze si spengono i sogni, luci assurde di un reale pianeta dove l’egoismo è di casa. 58 - La Serpe I bimbi appesi all’aquilone Se mi chiedete dell’infanzia dei giochi in virgineo abbandono, delle mani legate all’aquilone, sorrido. S’è fatta di rughe la mia bocca in questa partita con la vita, non più balocchi ma l’oblio, i compagni tra i morti delle guerre o tra i delusi. Al gioco d’azzardo quotidiano tutti i risparmi della giovinezza, fino al centesimo i ricordi, sul tavolo verde posata l’ultima carta è rimasto il deserto. Sono scomparsi anche i bimbi appesi all’aquilone. Non è più tempo di giochi. Un cane abbaia all’orizzonte, fine del giorno e dell’amore. Severa sfuma la notte l’ombra dell’infanzia che la luna accarezza sul mio addio. A Mario dell’Arco A primavera inviterò un poeta a pranzare con me. Spalancherò le porte più tenere del cuore alla luce del sole splendente al ritorno delle rondini in pazzo girotondo. L’accoglierà sul prato una tavola semplice e il più squisito vino monticiano fresco per acqua di torrente da sorseggiare col piatto preferito: aglio soffritto in olio castellano peperoncini spezzafiato funghi e olive stracotti in pomodori audaci prezzemolo e tonno succulento mentre la pasta attende il matrimonio. Non chiedo molto a questa primavera soltanto ancora tante margherite dei nuovi prati verdi da offrire al mio poeta. Tra vino fresco e penne all’arrabbiata a modo solo mio la primavera canterà la gioia di stare insieme senza delusioni. 59 - La Serpe Il tre-sei-nove Chissà perché ogni volta che partecipo alla liturgia di un pasto fastoso, i miei pensieri tornando all’infanzia, a un pugno di case con non più di cento anime contadine raccolte ai piedi di una montagna nell’entroterra marchigiano; qui i genitori mi trasferivano nei mesi estivi da Roma accaldata. Mi aspettava un materasso imbottito da foglie secche di granturco cucito in una pesante ma fresca tela tessuta a mano. Nella madia c’era pane scuro, raffermo, forse vecchio di quindici giorni, salame e formaggio fatti in casa. La minestra contadina e la carne di pecora in padella o cotta in acqua salata con pasta fatta a mano testimoniavano il rito festoso della domenica. Ancora, dopo tanti anni, assaporo quei cibi così semplici nel ricordo e nella fantasia e non c’è menù più gustoso. Nella via più stretta del paese, dove solo un somaro riusciva a malapena a passare, c’era la “casa della monaca”: una donna a cui non ho mai saputo dare l’età, sempre vestita di nero, forse chiamata così per quell’abbigliamento e per il fazzoletto nero che le copriva il capo. Tutti i giorni, insieme a due piccoli amici dell’estate paesana, andavo dalla “monaca” e nella sua unica stanza, impregnata di tutti gli odori della terra, di aromi sconosciuti misteriosi ma affascinanti, trovavo dolcetti, caramelle, confettini colorati, bastoncini di liquirizia e altre leccornie in mostra nei barattoli di vetro. Una stanza magica, colorata di allegria e di mistero che mi faceva impazzire, altro che le raffinate pasticcerie di Roma. Una volta alla settimana la “monaca” mi offriva un piattino di “tre sei nove”, un delizioso budino di cioccolata di cui ricordo ancora la ricetta: tre cucchiai di cacao amaro, sei di farina, nove di zucchero, bolliti in un litro di latte e servito freddo su biscotti imbevuti di liquore. Dopo trenta anni ho voluto preparano a mio figlio, ma ahimé, fu come rompere l’incantesimo in una fiaba, spezzare un anello della catena dei ricordi, scoprire nello sguardo annoiato del bambino evoluto la fine di un sogno, lo stupore per l’offerta del più banale e modesto dei dolci. Ma per me rimane la più regale delle delizie. I miei nipotini Ho due nipoti: Serena sette anni, Andrea cinque. Vengono spesso e molto volentieri quassù a Monteporzio. La nostra villetta, ogni volta li affascina, chissà perché, abitando a Roma in un bellissimo appartamento. Forse per tutto il verde che la circonda, forse perché possono correre e giocare liberamente. Ogni volta Andrea domanda: “Di chi è questa villa?”. “Dei nonni Renato e Nora”, rispondiamo. “Quan60 - La Serpe do non ci saremo più, sarà vostra”. A questa frase segue sempre la stessa battuta: “E quando morite?”. Per fortuna Andrea e Serena non sanno cos’è la morte, e noi, non sappiamo quando. Alla loro ingenuità o furberia ho dedicato una poesia: “Non so rispondere ai vostri dove, come e perché, non ricordo respiri di fiabe, né sospiri di nanne. Giochi solitari e lotte fraterne riempivano le stanze bambine, non so raccontare favole (mai per me recitate) a voi, piccoli sapienti che parlate di streghe, di robot, di draghi, di avventurosi topi e di paperi fastosi. Sapete già Cenerentola principessa, e Alice fuori dal sogno. Biancaneve è nelle braccia salde del re, Pinocchio non vi commuove e la balena non fa più paura. Vi ascolto, tornata all’infanzia, ma la tristezza mi prende per non saper narrare altro che storie vissute, che non dirò, di bambini affamati, venduti, di orfani, di carnevali senza coriandoli, di befane povere, di babbi natale falsificati. Bambini miei, ascolto le vostre voci stonate, che cantano gioie e bugie, vorrei raccontarvi favole vere della vita, che comincia ballando-cantando, non per tutti, e finisce tra i solchi duri del destino. Non so raccontare favole, troppo vecchia per giochi infantili, ma so ascoltare in silenzio i sussurri, il respiro, le voci, le grida dell’amore più vero, prigioniero ribelle nel petto, che fa scrivere le parole che forse mai leggerete”. Cara Nora ti scrivo... Il ricordo fa da legante tra moti vivaci del pensiero, gioie improvvise e fugaci (che compaiono nei tuoi versi come inattese increspature della monolitica piattezza suggerita dal vivere quotidiano) e la malinconia che desta l’assurdità dell’esistenza. Ciò nonostante, è sempre solenne la proclamazione del primato della fede e dell’anima nell’eterno dualismo di cui è impastato l’essere umano. Un posto di rilievo ha sempre avuto la natura, e così è anche in questa occasione. Nel disperato bisogno di un interlocutore, di una conferma, di un approdo qualsiasi al dolente vagare del pensiero tra temi incalzanti e insolubili, hai sempre avuto il dono di unirti francescanamente al Creato, sentendoti sì minuscola parte, però senziente, del Tutto. Carlo Cappelli 61 - La Serpe Autunno a Monteporzio Ancora una volta la mano dell’autunno ha colorato di morte le foglie che guardo dalla finestia cadere esauste. In questa monotona domenica sembra dormire il mondo senza sogni. Respiro tra giochi di fantasia e la cupola bianca che lassù a Montecompatri s’infila nell’azzurro alla fine del cielo più pallido e lontano che mai. Il silenzio è pieno di musica tacciono i cani ringhiosi finito il richiamo d’amore. Il cervello è un deserto desolato languido in lunghe assenze. Ricerco i nani e gli elfi di favole fuori moda dove le cose perdute svaniscono in ricordi dimenticati. Ha sapore di solitudine dolce la vita mentre l’archetto del tempo sevizia lo stonato violino dell’attimo che fu. Basta questo per sentirsi vivi? S’è incrinato il silenzio all’improvviso, a Monteporzio qualcuno ha sparato per far festa a non so che santo e anche questo è un modo. Il vino di depero Fortunato Depero, pittore, scultore e poeta futurista, nei suoi rari viaggetti a Roma è nostro ambito ospite a pranzo e al dessert non manca di recitarci alcune delle sue “liriche radiofoniche”. Alla sua voce asciutta, intensa, tagliente segue la voce mia, fioca, timida, sussultante di fanciulla tesa al primo albore della poesia. Vedo ancora i suoi occhi luminosi, ancora risento il suo elogio diretto all’eroe del pranzo, il cesanese: “Un vino di razza, maturo e virile, quadrato di corpo, rotolante nella gola, sanguigno nel colore, quasi fosco nel cipiglio, profondo nello sguardo” e continua, inarrestabile: “Un vino del sud dal viso abbronzato, dal nerbo solare, dal pugno chiuso, dal grado alto, dalla voce appassionata” e conclude: “Vino innamorato cotto”. Sono davanti a una bottiglia di cesanese, sola e torna il ricordo dell’ospite gentile, rivedo il suo sguardo accendersi d’interesse al fluire dei miei primi versi. Strano, la mia gola s’è bloccata. La bottiglia resta piena, vuoto il bicchiere. ❑ 62 - La Serpe Indice Lippi Serra Proite ..................................................................................... 3 Baiocco La donna di Villamare ........................................................... 4 Olivo Ciao, Streghetta ..................................................................... 5 Guelfi Camaiani La Serpe nell’Araldica Italiana .............................................. 8 Imperatore Cecenielli ............................................................................. 11 Santoro Salvare il gabbiano ............................................................... 13 Cimino Giuseppe Moscati, Medico Santo e Scienziato ..................... 15 Rosanigo - Pinchera Lirici nostri .......................................................................... 18 Brazzaventre Il dubbio del medico del villaggio ........................................ 19 Gasparroni Liriche .................................................................................. 20 Brini - Valpiani Racconti per dodici mesi ...................................................... 21 Redazione Premio Nazionale di poesia “Nora Rosanigo” ..................... 22 Cenerini Liriche .................................................................................. 24 Attualità Il Papa pellegrino a Pompei ................................................. 27 Baldassarre Hans il piccolo grande bambino .......................................... 28 Persiani Liriche .................................................................................. 32 Venturi La valle dei sogni ................................................................. 33 Lippi Serra Incontro con la civiltà daiaka ............................................... 34 Cappelli La freccia di Cupido ............................................................. 35 Maiello La vita tra serio (aforisma) e faceto (umorismo) .................. 38 Bramanti I primi passi nella storia di Livorno ..................................... 40 Geografia Tavola peutingeriana ........................................................... 47 Ventura Un trapianto di testa ............................................................ 48 Peccarisi Dialogo tra il cervello e il suo io .......................................... 55 Nora Rosanigo Florilegio ............................................................................. 56 63 - La Serpe Il nostro sito Internet www.amsiumanisti.it In prima di copertina: • La Margherita. da: FAVOLE DI TRILUSSA. Disegni e fregi di Duilio Cambellotti. Milano, Longanesi, 1980. 2ª ed. Per gentile concessione degli eredi Cambellotti Sul frontespizio: Pompei, Domus Vettiorum, Amorini Medici. Immagine a stampa inizi 1900 La Rivista viene inviata gratuitamente ai Soci A.M.S.I., agli Ordini provinciali dei Medici, alle Biblioteche ed agli Amici dei Medici Scrittori Stampa: Sprintitalia s.r.l. Torre Annunziata (Napoli) Marzo 2014 Autorizzazione: Tribunale di Torre Annunziata n° 6/2007 del 2 aprile 2007 Autorizzazione: Poste Italiane S.p.A. Spedizione in abbonamento postale 70% CNS-CBPA/S/07 Antichi dipinti LA SERPE Pompei, casa dei vettii: larario dell’atriolo secondario da: ZEVI, Fausto - JODICE, Mimmo. Pompei. Banco Napoli, 1992
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