GIUSY AMORUSO ANGELI DANNATI

G I U S Y A M O R U S O A N G E L I D A N N A T I Angeli dannati di Giusy Amoruso © 2014 flower-­‐ed di Michela Alessandroni ISBN 978-­‐88-­‐97815-­‐26-­‐6 www.flower-­‐ed.it Questo e-­‐book è protetto da copyright e non può essere copiato, riprodotto, trasferito, distribuito, noleggiato o utilizzato in alcun altro modo ad eccezione di quanto specificamente autorizzato dall’editore o da quanto esplicitamente previsto dalla legge applicabile. 2
Capitolo Primo «Oh mio dio! Non posso crederci, ti sei tagliata i capelli!» Non feci in tempo a chiudere la porta di casa alle mie spalle che la voce ilare di Ashley ruppe il silenzio che durante le prime ore del mattino avvolgeva E. Barringer st. Che emozione rivedere parcheggiata la sua Touran verde lungo il viale alberato di casa mia! Il primo giorno di scuola dopo le vacanze estive era sempre particolarmente eccitante: smaniavo dalla voglia di ripercorrere i corridoi del mio liceo e vedere i cambiamenti che in soli tre mesi erano riusciti a stravolgere i miei compagni di scuola, ma soprattutto ardevo al pensiero di rivedere Rayan. Questo per lui sarebbe stato l’ultimo anno, mentre io ero solo al terzo… In ogni caso avrei fatto del mio meglio per farmi notare, anche se non era facile competere con quella maggiorata e ossigenata di Leslye. Erano due anni che gli ronzavano intorno lei e quelle insulse senza cervello delle sue amiche, prive anche della più piccola capacità di prendere una decisione senza la loro capo cheerleader. Salii in macchina e indossai i miei nuovissimi occhiali di Vouge, che sulla mia abbronzatura accuratamente ricercata risaltavano il mio nuovo look. Mi voltai verso Ashley e l’abbracciai forte. Mi era mancata in maniera catastrofica, anche se non era passato un solo giorno senza aver trascorso almeno metà pomeriggio al telefono. 3
«Emma, cosa ti sei messa in testa quest’anno? Hai deciso di abbattere tutta la concorrenza fin dal primo giorno di scuola?» mi chiese. Alzai il volume della radio e le dissi mostrando il mio sorriso migliore: «E non hai ancora visto niente!» Come di consuetudine, Ashley parcheggiò la sua Touran davanti a Harry’s. Il suo caffè era il migliore di tutta Stenton, per non parlare della mitica torta alle mele di Lola: la giornata non poteva iniziare diversamente. Scesi dall’auto sfoggiando sul marciapiede affollato di studenti, prima con un piede poi con l’altro, le mie scarpe nero lucido di CK tacco dieci. Forse non erano le più adatte per affrontare un’intera giornata di scuola, ma di certo non mi avrebbero fatto confondere tra la massa. Ashley mi anticipò, tagliando in due la ressa gremita davanti alla porta a vetri di Harry’s. Quel posto affollato a ogni ora del giorno era diventato un’icona soprattutto per noi studenti della Stenton High School. Da dietro le lenti scure dei miei occhiali, osservavo divertita le bocche spalancate degli studenti del primo anno che, al passaggio di Ashley, faticavano a richiudersi. La massa folta di capelli castani che le ricadeva sulle spalle in morbidi ricci oscillava scoprendo la schiena. Il top elasticizzato le fasciava il petto, evidenziando dove madre natura era stata più generosa. Entrammo da Harry’s. La porta a vetri aprendosi fece scampanellare degli angeli di cristallo azzurro appesi allo stipite. Una folata di vento aromatizzata agli agrumi mi smosse i capelli ed 4
ebbi come la sensazione che quei piccoli esserini alati mi stessero osservando. “E questi da dove arrivano?” Mi chiesi. Ashley sembrò non notarli e con due lunghe falcate prese posto al nostro tavolo, il terzo partendo dal bagno delle donne. La raggiunsi e mi sedetti davanti a lei. «Buongiorno bimbe!» La voce tonante e roca di Lola mi suonò familiare nelle orecchie. «Anche quest’anno le belle abitudini rimangono! Colazione da Harry’s è il miglior modo per affrontare la giornata! Questo l’ho appena preparato». Riempì due tazze di caffè fumante, riportò sopra il naso i suoi occhialetti zebrati e prese la matita appoggiata sull’orecchio. «Ho appena sfornato una meravigliosa torta di mele, che ne dite?» Ashley alzò gli occhi su Lola. «E c’è da chiederlo? Sono mesi che sogno di addentare una fetta della tua torta: per me due porzioni, questa mattina ho un calo di zuccheri!» Dio, che invidia mi faceva: poteva ingurgitare anche dieci di quelle torte e non avrebbe messo su un solo etto. La guardai di sbieco e risposi ansimando: «Per me mezza porzione, mi sazierò guardando la mia amica mentre mangia anche la mia metà...» Lola fu di ritorno con due piatti, uno con due enormi fette di torta e l’altro con una misera mezza porzione, ricordandomi quelle che 5
servivano all’ospedale quando fui operata di appendicite. Ashley aprì il suo portafoglio e tirò fuori una banconota da dieci. «Puoi tenere il resto». Il viso di Lola si colorò compiaciuto, le labbra sottili accese da un rossetto fiammante si aprirono mostrando gli incisivi macchiati di trucco. Assaggiai un pezzo di torta e il mio telefono suonò da dentro la borsa. “Perfetto” pensai, “già dovevo accontentarmi delle briciole...” «Pronto, mamma, cosa c’è? Ci siamo salutate neanche venti minuti fa!» I miei si erano separati da circa otto mesi, quando mia madre aveva scoperto della corrispondenza un po’ troppo intima che mio padre intratteneva con una delle sue clienti, una certa Hanna Loren. Mio padre, il dottor Steven Anderson, era un dentista e mia madre era stata la sua assistente. Ora, per ovvie ragioni, non vivevano e non lavoravano più insieme. Mio padre aveva continuato a esercitare la sua professione nel proprio studio assumendo come assistente Hanna, che prima della separazione dei miei non avevo mai visto e che era più giovane di mia madre di almeno vent’anni. Mia madre e io continuavamo a vivere nella nostra casa, ma lei dovette cercarsi un altro lavoro e, a dire il vero, almeno in quello era stata fortunata. Grazie alla sua cara amica Rose, inseparabili fin dal college, era riuscita a trovare un posto come archivista presso la biblioteca comunale di Stenton. Dopo la 6
separazione era diventata molto apprensiva, se non morbosa, verso l’unica persona che le era rimasta accanto: io! «Tesoro, questa sera dovrò fermarmi in biblioteca almeno un paio d’ore dopo la chiusura, ma non preoccuparti: passerà a prendermi Rose e andremo a bere un cocktail. Dice che dobbiamo brindare a qualcosa di molto importante. Non farò tardi. Se hai fame ho lasciato dell’arrosto nel forno. E spegni tutte le luci prima di andare a dormire!» Intanto mandai giù un sorso di caffè. «Non preoccuparti. Puoi tornare quando vuoi, ormai sono grande». Rimisi il telefono nella borsa e addentai la mia torta di mele o almeno quel che ne rimaneva. La divorai in pochi secondi assaporandola a pieno e cercando di scacciare i sensi di colpa per aver già ingurgitato almeno il trenta per cento delle calorie che sarei riuscita a smaltire in una giornata. «Vedo che con il passare dei mesi tua madre è peggiorata!» Lo sguardo comprensivo di Ashley faceva capolino da dietro il fumo del caffè bollente di Lola. La porta d’ingresso di Harry’s si aprì e sentii nuovamente il tintinnio dei piccoli angeli di cristallo. Il viso di Ashley si illuminò all’improvviso, le sue lunghe ciglia adombrarono i suoi occhi da gatta, lo sguardo imprigionato alle mie spalle. «Non voltarti! È appena entrato Rayan con una maglietta nera aderente e un paio di jeans da urlo. Dio che pettorali! Deve avere 7
fatto surf tutta l’estate per essere così in forma e si è anche tagliato i capelli…» Le sue unghie afferrarono il mio braccio per l’eccitazione, rivelandosi acuminati quanto quelle di una gatta vera. «Non dare nell’occhio e dimmi esattamente dove sta andando, chi sta guardando e soprattutto se è in compagnia di Lesley e se dovesse guardare da questa parte fingiamo indifferenza totale. Mi sono spiegata, Ashley?» Terminai la frase rafforzando i toni. Ashley finì il caffè tutto di un fiato. La guardai esterrefatta: come aveva fatto a non bruciarsi? Il suo viso si fece paonazzo, non capii se per l’ustione che si era procurata o per quello che il suo sguardo stava divorando. «Emma, tesoro, preparati perché tra qualche minuto i tuoi occhi si poseranno sulla creatura più bella che abbia mai camminato su questa Terra». «Non tenermi sulle spine! Di cosa stai parlando?» Ashley si voltò di scatto. Sicuramente Rayan stava guardando verso di noi. Prese il suo telefonino e mi inviò un sms: “Figo da paura a ore undici”. Frugai dentro la borsa, presi la cipria e guardai dallo specchietto. Finalmente vidi Rayan. Scherzosamente stringeva con un braccio la gola di uno dei suoi compagni di squadra. Accanto a lui intravidi un ragazzo voltato di spalle, del quale notai un bicipite ben teso e delineato coperto da una camicia bianca arrotolata fin sopra all’avambraccio. Provai a scansarmi di qualche centimetro per vederne il viso. All’improvviso due occhi castani e lucenti si posarono nei miei, con una tale intensità da 8
farmi rabbrividire. Sentii il sangue ribollirmi dentro, la vergogna e il panico presero il sopravvento, gettai lo specchietto nella borsa e tentai invano di mascherare l’imbarazzo. Prima figuraccia del nuovo anno scolastico! Non era certo questa la strategia che avevo intenzione di usare. Ashley scrisse ancora sulla tastiera: “Stanno venendo da questa parte”. Il cuore sembrò fermarsi per un attimo per poi riprendere a battere ancora più velocemente di prima, sentivo le mani sudare e l’assoluta sensazione di non essere più tanto sicura di me. La voce di Rayan mi penetrò dentro la pelle contribuendo ad aumentare il mio panico. «Bel taglio di capelli Anderson!» Odiavo quando mi chiamava per cognome, era come se volesse mettere una certa distanza tra di noi. Non che ci fosse mai stato niente, ma rimaneva comunque irritante. Bevvi dell’altro caffè, fingendo che rivederlo dopo tutto quel tempo mi fosse indifferente e ostentando una falsa sicurezza. Guardarlo negli occhi e non arrossire mi costò un notevole sforzo. «Non bello quanto il tuo! Cos’hai fatto di eccitante quest’estate?» chiesi. Rayan si sedette accanto a me e mi baciò sulla guancia, sentii le gambe irrigidirsi e i muscoli del collo contrarsi. «Ho trascorso tutta l’estate in giro per l’Europa insieme a mio cugino. A proposito, lui è Ethan!» Avevo il terrore di alzare lo sguardo e percepivo il suo ostinato su di me. Finalmente i nostri occhi s’incontrarono, sentii mancarmi l’aria, i miei polmoni reclamavano ossigeno. Le sopracciglia 9
contratte in un’espressione seria mi mettevano ancora di più a disagio. Poi il suo viso si addolcì, affiorò un leggero sorriso che mise in evidenza una piccola cicatrice sulle labbra, tramutando quel sorriso in qualcosa di assolutamente unico e provocante al tempo stesso. «Piacere, sono Ethan Nelson». Dio, anche la sua voce era straordinariamente sexy. Mi porse la mano ma esitai, poi finalmente sfiorai la sua pelle. Un inteso e rigenerante calore mi salì lungo il braccio e mi invase tutto il corpo, liberando il mio spirito dall’oppressione dei miei pensieri. Non riuscivo a distogliere lo sguardo dal suo, ero prigioniera di quegli occhi così irreali e splendenti. Finalmente riuscii a emettere un suono. La mia voce uscì a singhiozzi. «Il piacere è tutto mio, io sono Emma... Emma Anderson!» Il telefonino di Rayan iniziò a vibrargli nella tasca, lo tirò fuori e lesse un messaggio. «Spiacente ragazze, ora dobbiamo proprio andare!» Ethan mi guardò e mi strizzò l’occhio. «A presto!» Quel gesto complice mi fece sussultare. Mi voltai verso Ashley. Era rimasta senza parole. «Buon inizio, non pensi?» 10
Capitolo Secondo Ashley finalmente iniziò a respirare di nuovo. «Non posso crederci! Così quest’anno alla Stenton saranno due i Nelson che faranno stragi di cuori. Il gene di famiglia non sbaglia un colpo!» Rovistò freneticamente nella borsa e tirò fuori il suo specchietto. Dopo una veloce sistemata ai riccioli ribelli e una ripassata di lucidalabbra alla pesca, si alzò di scatto. «Bene, ora possiamo andare. Non vedo l’ora di dirlo a Steffy prima che li incontri per i corridoi e rischi un infarto». Non feci in tempo ad alzarmi che Ashley era già uscita da Harry’s e io sentii di nuovo lo scampanellio degli angeli. Erano davvero bellissimi, i raggi di sole che filtravano dalla porta venivano assorbiti dal cristallo azzurro che rifletteva e offriva varianti di colore di ogni tonalità. Il tintinnio che producevano quando oscillavano e si sfioravano tra loro diffondeva un senso di pace e tranquillità che negli ultimi mesi credevo fosse diventato solo un’utopia. Chiusi gli occhi e mi lasciai trasportare da quella meravigliosa sensazione di beatitudine. Le voci del locale affollato, il profumo di caffè... tutto intorno a me era scomparso. «Emma! Che fai, ti sei addormentata?» La voce squillante di Ashley mi riportò sulla Terra come se fossi stata travolta da un meteorite. Aprii gli occhi. La luce accecante del sole bruniva le venature delle vetrate, gli angeli erano tornati a 11
essere le piccole creature inanimate appese solo a scopo decorativo. Indossai i miei occhiali e salii in auto. La Touran entrò nel parcheggio della Stenton High School. Ashley era morbosamente ossessionata per le postazioni numero tre. Il solito terzo tavolo da Harry’s, il solito terzo banco in classe, il solito posto nel parcheggio della scuola in terz’ultima fila, quello davanti all’ingresso principale, riparato sotto l’ombra del grande abete rosso che ogni anno a Natale veniva addobbato con decorazioni composte da materiale riciclato, realizzate da studenti con qualche debito da recuperare. Ashley spense il motore e tolse le chiavi dal quadro, io presi la mia borsa e il libro di storia locale con gli appunti segnati direttamente da Mr Thompson, il nostro insegnante di inglese e storia. L’anno precedente avevo chiuso con qualche piccola difficoltà in storia. Ricordare le date non era proprio il mio forte, ma considerando il rendimento complessivo Mr Thompson si era dimostrato indulgente, facendomi recuperare i voti con qualche compitino extra e con la promessa che avrei studiato per tutta l’estate la sua materia, compresi i suoi appunti. Scesi dall’auto. La mia prontezza di riflessi mi salvò all’ultimo minuto dal sicuro scontro tra un paraurti e il mio ginocchio, che mi avrebbe obbligato per i successivi tre mesi a zoppicare aggrappata a una stampella per i corridoi della Stenton. La SLK rossa fiammante di Leslye si fermò a pochi centimetri dalla Touran con un parcheggio di fortuna. Mi sono sempre chiesta come quella svampita abbia conseguito la patente. Gli arrivi 12
teatrali erano sempre stati il suo forte, sicuramente l’aveva fatto di proposito: farsi notare costituiva per Leslye una priorità vitale, quasi quanto respirare. I suoi lunghi capelli biondi smisero di ondeggiare brillando alla luce del sole. Una nuvola di profumo invase l’intero parcheggio e lei, diva più che mai, scese dall’auto insieme a Kelly, una delle sue dame di compagnia totalmente assoggettate a compiacere ogni suo capriccio, e di capricci ne aveva soddisfatti molti in vita sua. Leslye era l’unica erede dell’impero Ottaviano. La sua famiglia, di origini italiane, si era trasferita in America commerciando tessuti pregiati. I suoi genitori erano spesso fuori città per affari, così lei era costretta a vivere da sola nel lussuoso palazzo di famiglia insieme a una sfilza di domestici e, malgrado fosse così facoltosa da poter acquistare un’intera università, la sua testolina confusa e priva di equilibrio le diceva di dover frequentare un comunissimo liceo pubblico. Leslye salì con lentezza i gradini principali della Stenton, compiacendosi per ogni sguardo che s’incollava su di lei. La fedele Kelly le scodinzolava intorno, brillando di luce non propria. Io e Ashley la superammo riservandole indifferenza. La voce velata di snobismo di Leslye mi giunse alle spalle prevedibile come il ritorno di un boomerang. «Le vacanze estive fanno miracoli, anche in un caso disperato come quello di Emma». Ashley si voltò e i suoi occhi la divorarono con scintillante crudeltà. 13
«Hai ragione, forse dovresti darci il numero del tuo chirurgo plastico!» Sollevai gli occhi verso il cielo e afferrai Ashley per un braccio tirandola dentro la scuola. Le provocazioni di Leslye mi erano sempre state indifferenti, non erano in grado di scalfire niente dentro di me. La considerazione che avevo per lei era talmente bassa che qualsiasi cosa dicesse o facesse mi scivolava addosso. «Ti prego, lasciala stare! È il primo giorno di scuola ed è iniziato in maniera splendida, ragione per cui non intendo prendermi una sospensione ancor prima di aver rivisto Ethan: qualcosa mi dice che quest’anno il mio libretto delle assenze rimarrà integro». Giungemmo davanti ai nostri armadietti. Il mio nuovo taglio aveva suscitato un po’ di movimento per i corridoi della Stenton: una delle mie peculiarità sono sempre stati i miei lunghi capelli, straordinariamente folti e lucidi. Mi avevano fatto sempre sentire diversa da qualsiasi altra ragazza, erano la mia forza, un po’ come Sansone. Ho sempre pensato che un giorno, prima o poi, qualcuno mi avrebbe fermato per strada chiedendomi di diventare il volto per qualche famosissima casa di prodotti per capelli. Eppure neanche ventiquattr’ore prima dell’inizio dell’anno scolastico un colpo di testa mi aveva fatto pensare che fosse il caso di esaltare qualcos’altro di me, per esempio i miei occhi. L’unica cosa che avevo ereditato da mio padre: entrambi avevamo gli occhi chiari e i suoi sicuramente avevano conquistato Hanna. Leslye ci raggiunse, il suo armadietto e quello del suo animaletto domestico erano di fronte ai nostri. Aprì il suo e iniziò ad 14
ammirarsi a uno specchio attaccato lungo tutta la parete dello stesso. Dopo aver passato in rassegna ogni angolo del suo corpo, iniziò a guardare la mia immagine riflessa. Erano due anni che ripeteva quel gesto con meticolosa consuetudine. Mi strinsi nelle spalle e selezionai la combinazione della mia serratura, tirai verso di me, ma stranamente la porta non si apriva. Ashley aveva già riposto la borsa e nascosto il telefonino in tasca; con il libro di storia sottobraccio, chiuse il suo armadietto con un colpo deciso. «Ci vediamo in classe, devo fare un salto in bagno». Provai nuovamente la combinazione, ma quella maledetta serratura sembrava non volerne sapere. Spazientita, diedi una botta con la mano. «Ti serve aiuto?» Riconobbi la voce di Ethan. Suonò nelle mie orecchie familiare, come se la conoscessi da sempre. Un brivido mi percorse come un lampo a ciel sereno. «Permetti?» Diede un colpo deciso vicino alla serratura e questa scattò di colpo. Lo guardai incredula. Rimase fermo a osservarmi, i suoi occhi mi guardavano spudorati. Era talmente vicino che potevo sentire il suo respiro. Il profumo di liquirizia unito a quello del suo bagnoschiuma agli agrumi mi stava facendo uscire di testa. Pensai che da lì a poco il mio cuore non avrebbe più retto e mi sarei accasciata a terra come una zanzara finita nel morso infernale di un insetticida. “Ragazza di diciassette anni morta di crepacuore davanti al suo armadietto”. Già vedevo i titoli sul giornale lasciato 15
la mattina davanti alla porta d’ingresso di casa mia. Quello sguardo così prepotente stava esaurendo gli ultimi attimi della mia vita. Finalmente Ethan lo scostò da me. Francamente non sapevo se ringraziarlo per questo o supplicarlo di non allontanarsi per il resto dell’eternità: lo conoscevo da neanche mezz’ora ed ero già innamorata di lui. La mia voce era ancorata, sospirai un unico e insipido “Grazie” che nella mia testa racchiudeva un intero frasario delle migliori rime poetiche che fossero mai state composte. Rimasi incantata per non so quanto tempo, poi all’improvviso il mio castello di carte cadde su se stesso in un batter d’ali. La sua voce ironica si prendeva gioco di me. «Emma la sognatrice! Ti sta suonando il telefono nella borsa». Non potevo crederci, lui era davanti a me e io mi ero persa ancora nelle mie stupide fantasie da adolescente smielata. Presi il telefono e lessi il nome sul display: “Mamma”. Sospirai a lungo e poi risposi. «Mamma, ti prego, le lezioni inizieranno tra due secondi, cosa c’è ancora?» Erano solo le otto e trenta e la voce apprensiva di mia madre mi tormentava martellandomi nella testa. Come sarei arrivata a sera? «Tesoro, scusa, volevo solo dirti che nel pomeriggio passerà un tecnico, finalmente metteranno a posto la centralina dell’allarme. Ti prego, cerca di tornare subito a casa dopo le lezioni». Mi voltai verso Ethan, ma era scomparso, dissolto nel nulla. “Tante grazie, mamma!”. 16
«Non mancherò». Le risposi freddamente e riagganciai contrariata. Il corridoio era vuoto. Presi il mio libro di storia, chiusi l’armadietto e corsi in classe. Il professor Thompson era già in piedi davanti alla lavagna a segnare con la sua calligrafia incomprensibile qualche data e il nome di qualcuno morto da chissà quanti anni che non avrei mai ricordato. «Ben arrivata signorina Anderson, in ritardo il primo giorno di scuola». Gli occhi da pesce lesso affioravano da dietro un paio di grossi occhiali da miope cercando di focalizzare il mio viso. «Mi scusi professore, le prometto che non capiterà più». Continuò a scarabocchiare sulla lavagna fingendo di non aver sentito neanche una parola delle mie scuse, ranocchio occhialuto! Aprii il libro di storia e iniziai a prendere appunti. Mi ero ripromessa che quest’anno avrei seguito con attenzione le lezioni del professor Thompson fin dall’inizio. Affilai la matita e iniziai a trascrivere tutti quei numeri che affollavano la lavagna. Non avevo mai capito per quale motivo fosse tanto fissato per le date, ma soprattutto a cosa sarebbero potute servire a me nella vita: un quesito che mi avrebbe accompagnato fino alla fine del liceo e al quale non sarei mai riuscita a dare una risposta. Dopo circa dieci minuti la mia attenzione iniziava a prendere una strada in salita: “Brutto segno” pensai. Volsi lo sguardo fuori dalla finestra e guardai verso il parcheggio della scuola. Qualcuno guardava fisso verso di me. Indossava una maglietta nera e un paio di pantaloni 17
scuri, in testa un cappellino e degli occhiali da sole. Considerando anche la distanza mi fu praticamente impossibile capire chi fosse. Poco dopo vidi giungere la station wagon di mia madre e fermarsi sotto l’abete rosso; la figura enigmatica smise di fissarmi e salì in auto, poi uscì dal parcheggio e così dalla mia vista. Una strana sensazione iniziò ad assalirmi: dovevo assolutamente mettermi in contatto con mia madre, così alzai la mano e chiesi il permesso di uscire. Mr Thompson mi rispose con estrema apatia. «Se proprio non riesce a trattenersi...» Arrivai alla porta e percepii lo sguardo inquisitorio di Ashley, la sua prontezza di riflessi non mi stupì. «Mi scusi professore, credo che Emma non si senta bene, spero non le dispiaccia se l’accompagno fuori». Mr Thompson continuò a scrivere con noncuranza sulla lavagna e le rispose con voce flebile: «Se proprio deve...» Chiusi dietro di me la porta dei bagni e presi il telefonino dalla tasca. Digitai il numero due delle chiamate rapide, che corrispondeva a quello di mia madre. Dopo un paio di squilli si azionò la segreteria telefonica; riagganciai e composi il numero di casa, ma anche quello suonò a vuoto. Ashley era appoggiata al lavandino con le braccia incrociate e il viso di chi da un momento all’altro sta per scoppiare. «Allora, che succede?» Rimisi il telefono in tasca e la guardai con aria dubbiosa. 18
«C’è qualcosa che non va! C’era un tizio nel parcheggio della scuola che continuava a fissarmi con ostinazione, ma non sono riuscita a distinguere chi fosse. Poco dopo è arrivata mia madre, lui è salito in macchina e insieme si sono allontanati». Ashley sospirò a lungo, incrociò le braccia sul petto, come a voler ragionare sulle mie parole, e improvvisamente i suoi occhi si fecero brillanti. «Vuoi dire che tua madre ha già rimpiazzato tuo padre? Magari con uno più giovane, forse uno studente della Stenton». Al solo pensiero rabbrividii, iniziai a pensare alle notti insonni che avrei trascorso immaginando mia madre nella stanza accanto alla mia mentre faceva lo strip davanti a un mio coetaneo, magari tutto muscoli, in grado di risvegliare la ragazzina viziata dentro a un corpo da quarantenne. Scossi la testa. «Lo escludo. Piuttosto, quando termineranno le lezioni dovrò correre a casa. Potresti venire con me e magari dare un’occhiata in giro e vedere cosa mi sta nascondendo». L’ora di pranzo si stava avvicinando, non mi serviva guardare l’orologio per capirlo, il mio stomaco reclamava a gran voce. La campanella finalmente suonò, raccolsi i miei libri e prima di lasciare l’aula diedi un’altra occhiata fuori dalla finestra: non vidi nessuno, ma per tutto il tempo ebbi come la sensazione di essere osservata. Arrivai in mensa. Ashley mi aveva anticipato; sedeva al solito terzo tavolo vicino all’uscita di sicurezza, da lontano la vidi mentre parlava animosamente con Steffy e sicuramente le stava raccontando del nostro incontro da Harry’s. Presi un vassoio e 19
iniziai a divorare con gli occhi una teglia di pizza fumante. I morsi della fame mi contorcevano lo stomaco, tuttavia presi solo un’insalata e saltai direttamente al banco della frutta. La macedonia di ananas e kiwi sembrava invitante. Allungai la mano per prendere una porzione, ma una stretta decisa mi bloccò. «Pessima scelta». Trasalii e in un secondo il mio cuore iniziò a palpitare talmente forte da temere che rintronasse per tutta la mensa. “Ethan”. Le mie gambe tremavano. Mi voltai promettendo a me stessa che non sarei arrossita e che avrei mascherato le mie emozioni. «E per quale motivo?» lo guardai con aria di sfida. Ethan prese una nespola, l’addentò con gusto e mi guardò con fare provocante. «Credo che solo queste siano fresche. L’esperienza mi insegna che soprattutto nelle mense scolastiche la frutta utilizzata per le macedonie è quella della settimana precedente». Non riuscivo a distogliere lo sguardo dalla sua bocca, era così eccitante... Come avrei voluto essere al posto di quel frutto! «Emma! Emma!» La sua voce risuonò nelle mie orecchie come una tromba. Oh mio dio! L’avevo fatto di nuovo, lui era in piedi davanti a me, mentre io ero reduce delle mie fantasie. Avvampai di calore e arrossii in maniera sproporzionata, presi la macedonia di ananas e kiwi e raggiunsi Ashley. Sentivo i suoi occhi posati su di me mentre facevo il 20
possibile per non sbandare e mantenere una postura il più possibile eretta. 21