GAZIGH_Il tempo della separazione e degli addii

ROBERTO GAZICH
IL TEMPO DELLA SEPARAZIONE E DEGLI ADDII
1. Il tempo della separazione e degli addii è una ben nota stazione
dell’iter amoris, l’estrema, quella che dopo i vari discidia mette in scena il
divortium finale. Tra i tempi e i luoghi dell’amore elegiaco, questo degli
addii è uno dei meglio definiti: lo inquadrano, ben intrecciati tra loro,
alcuni motivi elegiaci tra i più ricorrenti, correlati a topoi altrettanto
noti. Ciascuno con i suoi segnali non equivocabili, questi topoi inscenano e scandiscono il susseguirsi delle emozioni, la rassegnazione o l’ira
del presente, i ricordi felici o pungenti del passato, auspici o maledizioni proiettati sui giorni che verranno. Il tempo degli addii, infatti, non
ama la staticità di una concentrazione sul presente, si caratterizza, piuttosto, nella rappresentazione di una coscienza che fluttua agitata tra
analessi e prolessi temporali.
Molti o quasi tutti questi elementi figurano anche nell’elegia 3,24 di
Properzio 1, che viene perciò iscritta in una serie di componimenti dal
carattere affine, segnalati concordemente dai commentatori: alcuni epigrammi ellenistici, Teocrito, e poi Catullo, Orazio, Tibullo, Ovidio. In
effetti questi « Abschiedsgedichte », pur nelle varianti imposte dai diversi
generi a cui appartengono, presentano tratti comuni ben rilevati e così
costanti che da parte di alcuni si è tentato di procedere oltre la registrazione dei paralleli, fino a ipotizzare uno schema compositivo più o meno
rigido, una « Generic Composition », magari di ascendenza ellenistica, a
cui riferire l’impianto della renuntiatio amoris: lo fece a suo tempo Cairns 2,
1
Senza entrare nella vexata quaestio dell’unità della 3, 24, prendo in considerazione
per la mia analisi il blocco dei vv. 1-20, comunque dotato di una sua autonoma coerenza. Il testo properziano è citato secondo l’edizione Fedeli, Sexti Properti, Elegiarum libri IV.
Edidit Paulus Fedeli, Stutgardiae in aedibus B. G. Teubneri 1984.
2
Cfr. Cairns 1972, 79 ss., e ancora Cairns 1979, in riferimento alla renuntiatio amoris
in Ovidio Am. 2, 9 e 3, 11.
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e qualcosa di simile ha proposto di recente anche Watson, nel commento
all’epodo 15 di Orazio 3. Nonostante le perplessità sollevate, questi tentativi sono estremamente utili: utili per quando funzionano, o sembrano quasi funzionare, ma utili soprattutto quando non funzionano. Allora, nella
concreta verifica dell’impossibilità di costringere entro lo schema prefissato
un’autore, se ne vedono emergere le irriducibili specificità. Anche nella
3,24 Properzio risulta aver assunto un insieme stabilizzato di topoi e di
riferimenti letterari, non solo per organizzarli in un mosaico coerente 4,
ma per torcerli, e rivoltarne il senso, fino ad ottenere un’elegia la cui
funzione sembra essere quella di mettere in crisi l’esperienza dell’elegia
d’amore attraverso la rivisitazione dei suoi principali elementi costitutivi 5.
2. Ad esempio, il tempo degli addii negli « Abschiedsgedichte » viene spesso definito dai poeti con una marca temporale non ambigua:
nunc. Così Tibullo nella 1,9: nunc me flevisse loquentem / nunc pudet ad
teneros procubuisse pedes (vv. 29-30), come già Catullo col celebre nunc te
cognovi (72, 5).
Che intendono questi poeti nel dire nunc? Alludere sì al giorno e
all’ora della separazione, ma non solo: il nunc segnala una frattura sulla
linea del tempo, come di chi volesse imporre un punto fermo al fluire
delle esperienze fino allora vissute. Dicendo “nunc” il poeta considera il
tempo in forma di segmento e ne privilegia il punto finale: per cui
questo nunc viene a inserirsi nella renuntiatio con il suo pieno valore
semantico, che è quello di un riepilogo rispetto a un percorso d’eventi
o di pensieri. Da questo nunc, punto di osservazione privilegiato perché
coglie in un’unica visione la sequenza degli eventi trascorsi fino al loro
approdo al presente, il poeta può accedere a una meditata valutazione
del suo stato: è il nunc che porta con sé la coscienza della crisi e la
necessità inevitabile della rottura, quindi, implicitamente, l’annuncio di
una nuova linea di comportamento per il futuro 6. Tale, almeno, il senso
3
4
Watson 2003, 458-478.
“Mosaico di topoi”, è una definizione di G. Giangrande (cfr. Giangrande 1986,
225).
5
L’importante studio di Hans-Christian Günther (Properz und das Selbstzitat in der
augusteischen Dichtung, München 1997) si occupa diffusamente anche dell’elegia che chiude il terzo libro di Properzio, dimostrando l’incidenza dell’autocitazione in questa operazione di chiusura di un ciclo.
6
« Nunc... abbina in sé la funzione temporale ad una vis avversativa », osserva Conte
(cfr. Conte 1984, 24); nella stessa pagina (n. 18) viene ulteriormente puntualizzato il
valore di nunc quale “trapasso con funzione avversativa”. Vedi anche Rosati 1984, 130, a
proposito di nunc associato a iam come significativo “segnale di genere”.
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dei citati nunc te cognovi di Catullo, perfetto risultativo quant’altri mai, e
del nunc me flevisse... pudet di Tibullo: due suggestioni proposte dai commentatori quali attendibili antecedenti del nunc demum vasto fessi resipiscimus aestu, la formula con cui Properzio organizza e precisa il suo nunc
nell’elegia degli addii al v. 17, che è un verso chiave sul quale sarà
necessario poi tornare come al punto d’arrivo di un’elegia strutturata
dinamicamente.
Va invece subito precisato che il tempo degli addii prevede, in relazione a una retorica degli affetti, una codificata retorica dei tempi verbali: dicendo nunc il poeta non può evitare che il bilancio sul passato provochi anche l’irruzione del passato, ed ecco allora il nunc correlarsi fatalmente ai tum, agli olim, ai famosi quondam catulliani di cui parla Traina 7,
nostalgiche rievocazioni o riflessioni distese che trovano nell’imperfetto
l’estensione e la duratività necessarie all’espandersi del ricordo 8, come in
dicebas quondam di 72, 1 o ibi illa multa tum iocosa fiebant di 8, 6 di Catullo o negli imperfetti tum mihi iurabas... quin etiam flebas di Tibullo 9.
Anche Properzio, subito al v. 2 dell’elegia 3, 24, avvia un recupero del
passato, ma al suo olim non segue l’imperfetto dell’intenerimento e dell’indugio: se si guarda alla distribuzione dei tempi verbali, nei primi 8
versi dell’elegia, c’è soltanto un veloce rimbalzo tra i presenti (falsa est,
v. 1 e pudet v. 4) e quei perfetti che Weinrich definirebbe commentativi 10,
nel senso che hanno la funzione di informare su fatti del passato, piuttosto che narrarli o evocarli: noster amor tribuit tibi laudes (v. 3), te laudavi
(v. 5), color est... collatus (v. 7). Di fronte al coinvolgimento emotivo di certi
imperfetti, questi perfetti commentativi di Properzio suonano asettici e fin
quasi distaccati 11. Deve essere, io penso, la natura dell’evento qui richiamato a impedire il suo espandersi in un teatro della memoria.
7
Traina 1980, 150-151.
Cfr. Rosati 2008, 1449-1452, dove, tra l’altro, opportunamente si richiama il celebre passo di Barthes sull’imperfetto. Ma si veda anche, per il carattere essenzialmente
‘regressivo’ dell’elegia latina che perciò tende a evocare tempi del passato (p. 160), lo
studio di Rosati sulle dinamiche temporali nelle Heroides, cfr. Rosati 2005.
9
I, 9, 31 e 37.
10
Weinrich 2004, 43 e ss. Come è noto l’analisi di Weinrich tocca varie lingue, ma
non il latino. Così è nelle edizioni italiane, sia in quella del 1968 sia in quella nuova del
2004. Tuttavia la quarta edizione tedesca (Stuttgart 1985) contiene un capitolo, l’undicesimo (Andere Sprache – Andere Tempora?), dove si tratta, sia pur brevemente, dell’applicazione della teoria dei tempi al latino (pp. 293-300), con interessanti osservazioni
soprattutto riguardo al perfetto.
11
Questo distacco può essere una manifestazione ulteriore di quella « unfreundliche
Stimmung des ganzes Gedichtes » che rilevava Rothstein (cfr. Rothstein 1920, II, 178).
8
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Il discorso verte infatti sulle laudes, elemento fondante della vita elegiaca e della stessa poesia elegiaca, la quale si motiva nell’essere o nel
fingere di essere werbende Dichtung, poesia di corteggiamento. Di contro
alla ricchezze del dives amator, la poesia della lode è l’unico, prezioso,
dono che il poeta può offrire alla puella. E nell’occasione di rotture,
anche provvisorie, il risentito rimprovero del poeta non manca di menzionare queste offerte sprecate: munera quanta dedi vel qualia carmina feci,
come diceva nel secondo libro un Properzio sconsolato ma conscio del
proprio valore 12. Non diversamente Tibullo in quella 1, 9, ben presente
all’imitazione di Properzio:
quin etiam adtonita laudes tibi mente canebam.
et me n u n c nostri Pieridumque pudet 13.
Ma nella 3, 24 il topos dei munera poetici viene ampiamente superato dal fatto che oggetto della poesia properziana diventa la poesia stessa, sulla cui natura l’autore s’interroga, in una dimensione metaletteraria che programmaticamante respinge il patetismo del vissuto: se, come
oggi si vuole, le stazioni del viaggio elegiaco sono essenzialmente una
messa in scena dove un Ego e una Puella si presentano nella cornice di
alcuni luoghi deputati 14, in questo addio, su una scena, vuota, si ode
solo la voce fuori campo di un poeta che parla, più che della puella, dei
caratteri di una poesia celebrativa della puella:
Falsa est ista tuae, mulier, fiducia formae,
olim oculis nimium facta superba meis.
noster amor talis tribuit tibi, Cynthia, laudes:
versibus insignem te pudet esse meis.
(1-4)
3. Falsa è la prima parola dell’elegia, ed è riferita alla fiducia di
Cinzia che crede di poter dominare ancora con la sua bellezza, ma falsa
è, per chi parla, tutta l’operazione letteraria inerente alle laudes. Interpreterei il nimium facta superba non nel consueto atteggiarsi sdegnoso
della dura puella, ma nel senso “da me resa troppo superba”. Infatti,
nonostante l’apostrofe iniziale, la centratura non è sulla mulier, bensì sul
12
2, 8, 11.
1, 9, 47-48. Tibullo è citato secondo l’edizione di R. Maltby, Tibullus. Elegies,
Leeds 2002.
14
Cfr. Holzberg 2001, 2 e ss., e, per una ancora più drastica formulazione della
persona elegiaca di Properzio, Cairns 2006, 321-322.
13
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poeta: oculis... m e i s / n o s t e r amor / versibus... m e i s . E questo poeta,
che si inscena qui non come doloroso amante bensì come lucido autore
della falsificazione d’un tempo e ora suo consapevole critico, ripercorre
nella sequenza occhi / amore / versi elegiaci il ‘farsi’ della poesia di lode
e ne svela la sostanziale mistificazione: una forma eccessivamente pregiata da occhi ammiranti provoca l’amor, che è poi condizione necessaria
per scrivere questi versus. Versi di cieca esaltazione celebrativa, naturalmente, la cui natura mistificatoria viene ora stigmatizzata in modo definitivo al v. 6 con l’urto quod non esses / esse:
mixtam te varia laudavi saepe figura,
ut, quod non esses, esse putaret amor;
et color est totiens collatus Eoo
cum tibi quaesitus candor in ore foret.
(5-8)
Sul particolare processo creativo legato alle laudes il poeta interviene
con puntualizzazioni anche più tecniche: così al v. 5 i termini mixta e
varia paiono evidente richiamo a quella poikiliva che è qualità tipica
dell’elegia properziana, e un riferimento tecnico ancora più puntuale
sarà da vedere nel collata est, che rinvia alla collatio, ovvero la tecnica dei
confronti 15: e quanti ne ha inventati Properzio di questi confronti, soprattuto mitologici, per nobilitare ed elevare la celebrazione di Cinzia 16.
Ora invece la collatio viene evocata in relazione al pungente motivo dello smascheramento: aver raffrontato all’Aurora dita di rosa il color di
Cinzia, per giunta quaesitus, è sì l’amara distruzione dell’idolo, ma sia il
totiens sia il saepe del distico precedente riguardano il laudare e il conferre, quasi che il poeta, additando al lettore la recidività del proprio abbaglio, volesse indirizzare su di sé quell’aggressività quasi giambica che gli
« Abschiedsgedichte » solitamente riservano al partner traditore o al rivale fortunato, come nella 1, 9 di Tibullo o nella chiusa dell’epodo 15 di
Orazio 17. Non si tratta, infatti, del consueto lamento sulle fatiche gettate al vento, ma di un giudizio che investe tutta l’elegia celebrativa, qua-
15
Per la collatio in Properzio si veda l’analisi dei versi iniziali della 1, 3, in Fedeli
1974, in particolare 25 e ss. e il commento ad. l. in Fedeli 1980, 114-115. Di alcuni
aspetti tecnici della collatio in Properzio si parla anche in Gazich 1995, 241 ss.
16
Si tratta dell’auxesis, un semplice corrispettivo tecnico-retorico di quella « Steigerung » che secondo Lieberg contribuiva alla rappresentazione delle puellae divinae
(cfr. Lieberg 1962, 304): in realtà una tecnica usuale nell’esercizio scolastico delle laudes,
cfr. Quint. 3, 7, 6: proprium laudis est a m p l i f i c a re res et ornare:
17
Sul carattere aggressivo dei congedi cfr. Watson 2003, 459-461.
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si a voler spezzare il nesso che non a caso, in un’altra chiusa di libro,
serviva a legare attraverso le laudes i nomi dei due amanti come nel
marmo di un’iscrizione: Cynthia... versu laudata Properti (2, 34, 92).
Forse già Tibullo quando definiva le sue elegie per Marato un adtonita mente canere 18 (e adtonita è aggettivo con tutta una sua storia allucinatoria 19) segnalava la condizione di invasamento che porta a un canto
alienato dalla realtà, ma è Ovidio che dimostra di aver colto il senso
del messaggio di Properzio in una sua ironica rilettura proprio di questa elegia properziana in Amores 3, 12:
et merito! quid enim formae praeconia feci?
vendibilis culpa facta puella mea est.
(9-10)
I commentatori ovidiani, per la citazione di un emistichio comune
(quae modo dicta meast, Am. 3, 12, 5a = Prop 2, 8, 6b), vedono soprattutto un riferimento alla 2, 8 di Properzio, ma ai vv. 9-10 compare, io
credo, un’allusione diretta proprio al primo distico della 3, 24 di Properzio: c’è nell’esametro il termine forma e poi nel pentametro un vendibilis... facta che ben risponde al facta superba e inoltre il verso è chiuso
da un emistichio che su sette vocali ne allinea sei identiche (facta puella
mea est / facta superba meis).
Sostiene Ovidio, nella 3,12, che celebrare la bellezza di Corinna non
è servito a legare a sé la puella, spiazzando i munera del dives amator,
anzi, l’inopportuna pubblicità ha moltiplicato i possibili acquirenti per
una puella divenuta, proprio ad opera delle laudes, vendibilis. Mi pare
poi elemento decisivo per postulare in Ovidio una citazione interpretativa di Properzio il fatto che il falsa dell’apertura properziana sia richiamato da Ovidio nell’ultimo distico della 3, 12, per giunta ancora in
relazione esplicita al laudare:
Exit in inmensum fecunda licentia vatum,
obligat historica nec sua verba fide;
et mea debuerat f a l s o l a u d a t a videri
femina; credulitas nunc mihi vestra nocet. (41-44)
In primo piano resta anche qui il facere dei poeti, la loro capacità di
rendere le persone e le cose altro da quel che sono, come Properzio
18
Cfr. i citati 47-48 di Tibullo 1, 9: quin etiam adtonita laudes tibi mente canebam. / et me
nunc nostri Pieridumque pudet.
19
Cfr. Pasiani 1967.
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lamenta nella 3, 24; solo che Ovidio rovescia paradossalmente la critica
properziana e la stessa funzione della werbende Dichtung: ai fini della
conquista an prosint dubium, nocuerunt carmina saepe 20 e non perché siano
falsi, ma perché troppo efficaci: quel divario tra esse e quod non esses,
vale a dire fra realtà e letteratura che turbava Properzio viene risolto da
Ovidio con un primo compiaciuto riconoscimento del carattere illusorio
e illusionistico della letteratura 21, un vanto che acquisterà sempre più
forza e importanza nell’opera di Ovidio.
Ma va osservato che siamo nel terzo degli Amores: Ovidio sente che
a tergo grandius urget opus 22, e segnala ai lettori il suo allontanamento
dal tipo di poesia precedentemente praticato dichiarando che essa ha
esaurito la sua funzione: Properzio è sulla stessa strada. Al termine del
terzo libro, anche Properzio sente infatti urgere, se non un grandius,
almeno un aliud opus e in lui la cesura con la poesia precedente si
limita al topos della storia d’amore ormai consunta della quale ora si
prova vergogna: versibus insignem te pudet esse meis, come ha detto al v. 4.
Il tempo degli addii è anche il tempo dei pudet: ne troviamo in Tibullo, in Ovidio nello stesso Properzio, tutti associati tematicamente al nunc,
sebbene con sfumature diverse: c’è infatti un pudet legato alla dedecoris
conscientia, come rubrica Pichon 23, e lo troviamo in Tibullo, 1, 9, 29-30:
Haec ego dicebam: nunc me flevisse loquentem,
nunc p u d e t ad teneros procubuisse pedes.
In questi versi il ritorno alla realtà (nunc) si accompagna alla comprensibile vergogna agli occhi di se stesso per essersi ridotto in passato
a servus amoris, anzi per essere stato lo zimbello di un fallax amor (così è
definito il puer fedifrago al v. 83) e proprio questo aggettivo dimostra
che siamo sulla stessa linea di Prop. 2, 14, 15-16, quando dice sed me /
f a l l a c i dominae iam p u d e t esse iocum 24.
20
Am. 3, 12, 13.
Come sosteneva Gianpiero Rosati già in un suo studio del 1979, considerando
questo riconoscimento elemento basilare per la formazione dell’autocoscienza del poeta:
cfr. Rosati 1979, in particolare per Am. 3, 12 cfr. la nota 2, alle pp. 102-103. Significativamente nello studio che Gerlinde Bretzigheimer ha dedicato nel 2001 agli Amores di
Ovidio la trattazione della 3, 12 è compresa in un capitolo che si intitola « Verisimile (am.
3, 12) – die Elegie, eine imitatio naturae », cfr. Bretzigheimer 2001, 165-182.
22
Am. 3, 1, 90.
23
Ind. verb. Amat., 243: Pudor est etiam culpa alicuius aut dedecoris conscientia.
24
Il fallax amor e la fallax domina: dedicatari del fallax opus, come non a caso Properzio definisce la sua elegia d’amore in un contesto programmatico (4, 1, 135).
21
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Anche Ovidio ricorre a sua volta a un pudet 25, e, come sempre, chiarifica e precisa il concetto che riprende dai colleghi marcando il testo
con una esasperazione dei termini cruciali dell’allusione, come si vede
nel gioco puduit ferre / tulisse pudet:
Multa diuque tuli; vitiis patientia victa est;
cede fatigato pectore, turpis amor!
scilicet adserui iam me fugique catenas,
et quae non p u d u i t ferre, tulisse p u d e t . (Am. 3, 11, 3-4)
Ma ai versi 47-50 della 1, 9, di cui ci siamo già occupati sopra,
Tibullo usa, sempre in correlazione al nunc e alle laudes, un pudet che
veicola una diversa associazione:
Quin etiam adtonita laudes tibi mente canebam,
et me nunc nostri Pieridumque p u d e t .
Illa velim rapida Volcanus carmina flamma
torreat et liquida deleat amnis aqua.
Secondo Maltby 26 « nostri probably includes Marathus », e andrebbe
inteso come « our affair ». Non credo proprio: in un contesto che parla
di canere laudes il nesso preciso e forte fra nostri e Pieridum sta a indicare
che qui Tibullo si vergogna di se stesso non genericamente per la passata servitù, ma in quanto autore di laudes. Lo spunto del pudet di Properzio, attento lettore e imitatore di questa elegia tibulliana, viene probabilmente da qui, ma solo lo spunto, perché la prospettiva di Tibullo
resta pur sempre entro i limiti di una werbende Dichtung: alla luce del
tradimento di Marato egli riconosce l’inutilità dei suoi carmi e li maledice con la stessa formula che ha usato pochi versi prima per maledire
i munera del dives amator 27 e il tono risentito ed irato dimostrano rancore e delusione per un tradimento che ancora brucia.
Properzio invece è già oltre, e il suo pudet, legato alla lucida e voluta
conclusione della storia, guarda ad un’altra esperienza, quella descritta
estesamente nei versi 9-16 della 3, 24:
quod mihi non patrii poterant avertere amici,
eluere aut vasto Thessala saga mari,
25
10
Per il pudet di Am. 3, 11 si veda Keul 1989, 15 ss.
Maltby 2002, ad l., 333.
27
Cfr. 1, 9, 11-12: muneribus meus est captus puer. At deus illa / in cinerem et liquidas
munera vertat aquas.
26
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hoc ego non ferro, non igne coactus, et ipsa
naufragus Aegaea (vera fatebor) aqua.
correptus saevo Veneris torrebar aeno;
vinctus eram versas in mea terga manus.
ecce coronatae portum tetigere carinae,
traiectae Syrtes, ancora iacta mihi est.
15
4. Si tratta di due sequenze parallele di quattro versi, in ciascuna
delle quali compaiono finalmente gli imperfetti, ma con una valenza
ben lontana dalla tenerezza indugiante degli altri autori di « Abschiedsgedichte », anzi opposta: Weinrich parlerebbe di imperfetto di sfondo,
ma in soprappiù mi sembra che le due sequenza parallele si strutturino
sfruttando un’organizzazione dei tempi verbali che è analoga, per forma
e funzionalità, a quella del cosiddetto cum inversum: vien presentata come
bloccata una situazione che sembrava non aver più fine (imperfetto),
quando invece l’irrompere di un evento (perfetto) giunge a spezzare
l’immobilità. In questo modo la valenza semantica implicita nel nunc
(riepilogo di un segmento termporale, centratura sul suo punto conclusivo) si manifesta esplicitata sul piano della sintassi, sfruttando anche
l’opposizione aspettuale dei due tempi verbali:
quod non poterant... avertere, aut quod non poterat eluere [situazione bloccata]
hoc ego <potui avertere... eluere> [evento risolutore]
e ancora:
correptus torrebar... vinctus eram, [situazione bloccata]
ecce coronatae portum tetigere carinae [evento risolutore]
Il quod si riferisce a tutta la situazione precedente, cioè il servitium
amoris inteso con tutte le sue componenti e in tutti i riferimenti del
passato 28: lo provano gli amici e la Thessala saga, in corrispondenze precise con l’assunzione del servitium in 1,1 (e rinvio ai due esaustivi commenti di Fedeli ai due luoghi), ed è anche liberazione dalla werbende
Dichtung, con il suo corollario di laudes e di obsequium: ne fanno fede il
correptus... torrebar forte immagine della tortura di una passione ardente
28
Che sia in gioco una pluralità di fatti potrebbe essere prova il fatto che in risposta a questo quod del v. 9 i codici concordi presentano al v. 11 un epanalettico haec: quod
fortasse defendi potest, secondo Fedeli ad l.
144
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con il riferimento al supplizio di Falaride 29, e ancora il vinctus, evocativo
di catene d’amore. Un lungo, interminabile, tormento d’amore cui segue il grido liberatorio di chi vede infine la nave incoronata toccare il
porto e gettar l’ancora:
ecce coronatae portum tetigere carinae,
traiectae Syrtes, ancora iacta mihi est. (15-16)
C’è nel traiectae non solo l’idea del pericolo superato, ma anche il
richiamo all’immagine dei vasti spazi varcati: un netto contrasto con
quell’ ideologia della chiusura 30 e con l’aspirazione alla stabilitas loci et
temporis, (la claustrophilia, come viene definita in un recente volume sulla
rappresentazione del tempo nella poesia augustea 31), che è marca della
vita elegiaca e che qui appunto Properzio intende lasciarsi alle spalle.
5. Gettata l’ancora, anche il corso di questa elegia ha raggiunto il
suo approdo: culmine e snodo dell’intera composizione è infatti il verso
17: nunc demum vasto fessi resipiscimus aestu, che apre una sequenza di
quattro versi in funzione di commento conclusivo. Con approdo della
nave, la dinamicità e la tensione inerenti a quello che, alla luce di questi ultimi versi, si rivelerà per un percorso di riconoscimento e di liberazione, si attenuano e si spengono, ora (nunc) è tempo di riflessione:
n u n c demum vasto fessi resipiscimus aestu,
vulneraque ad sanum n u n c coiere mea.
17-18.
Il distico contiene due nunc, a conferma dell’importanza di questa
marca temporale nella definizione del tempo degli addii. Attraverso di
essi si riafferma il valore riepilogativo e prende avvio quello avversativo,
che in questo caso significa preannuncio di una nuova scelta di vita e di
poesia. L’aggiunta di demum e il predicativo fessi manifestano, ora sì pa-
29
Che potrebbe essere citato, oltre ad altre pertinenze, per il fatto che l’autore
dello strumento di tortura ne fu anche vittima, motivazione non improbabile in un
contesto di tormenti e di ritorsioni amorose: così almeno lo impiega Ovidio in Ars 1,
553 ss., parlando di reciproci tradimenti, cfr. anche la conclusione al v. 658: exemplo
doleat femina laesa suo.
30
Ben individua questa ideologia della staticità « corrispettivo spaziale della passività
dell’amante elegiaco di fronte alla passione che lo domina » Paolo Monella, in Monella
2005, 127 e ss.
31
Cfr. Schwindt 2005, 3, e si vedano anche gli esempi properziani riportati alle
pp. 4-5.
IL TEMPO DELLA SEPARAZIONE E DEGLI ADDII
145
teticamente, una stanchezza per troppo tempo accumulata, e così anche
il vasto aestu (che piacerebbe riferire ajpoV koinou` sia a fessi come causale
sia a resipiscimus come ablativo di allontanamento, a evocare simultaneamente l’estensione dei pericoli corsi attraverso l’immagine della longa
via percorsa). È una stanchezza che si è accumulata dal passato, almeno
fin dalla 3, 21, l’elegia del viaggio ad Atene, intrapreso, diceva allora
Properzio, ut me longa gravi solvat amore via 32: quindi la 3, 21 come
auspicio di cui la 3, 24 è adempimento 33. Nella 3, 21 s’apriva come in
sogno la visione dell’approdo al porto di Corinto con un’acqua placida
che potesse ristorare i fessa vela:
deinde per Ionium vectus cum fessa Lechaeo
sedarit placida vela phaselus aqua 34... (3, 21, 19-20)
Ma nella stessa elegia, in uno dei versi memorabili di Properzio, era
ancora l’acqua, come profundum, l’abisso interposto del mare, a venir
invocata, assieme allo scorrere del tempo, quale medicina doloris, nell’auspicio che spazio e tempo potessero lenire i vulnera d’amore:
aut spatia annorum aut longa intervalla profundi
lenibunt tacito vulnera nostra sinu: (3, 21, 32-33)
L’auspicio si è avverato nella 3, 24, e non nella misura di un semplice
lenire, bensì con un processo (coire ha una sua icastica dinamicità) cha
ha portato al rimarginarsi completo delle ferite: vulneraque ad sanum
nunc coiere mea.
Questi vulnera ora sanati son giunti a guarigione non per caso ma
per una sorta di purificazione attraverso l’acqua 35. Questa particolare
funzione dell’acqua, messa anche in relazione con pitture tombali etrusche 36, è menzionata nel capitolo Propertius nauta del libro properziano
32
3, 21, 2.
A collegare le due elegie, da lui definite entrambe « Abschiedsgedichte », anche la
presenza in entrambe dell’apostrofe diretta a Cinzia, suggerisce Rothstein, 177-178.
34
La iunctura deriva da Tibullo, cfr. Maltby 2002 nel commento a 1, 4, 12, p. 219.
Ma qui placida... aqua in relazione al verbo sedare ha certo un valore più pregnante.
35
Cfr. infra il valore di eluere.
36
Ma non si devono dimenticare altre funzioni: Properzio ricorre all’immagine dell’acqua anche per solenni investiture poetiche, come in 2,10, 25-26: nondum etiam Ascraeos norunt mea carmina fontes, / sed modo Permessi flumine lavit Amor e in 3,3, 51-51: talia
Calliope, lymphisque a fonte petitis / ora Philitea nostra rigavit aqua.
33
146
ROBERTO GAZICH
di Newman 37, capitolo forse avventuroso, ma comunque suggestivo e
utile, anche in questo caso.
Si impone a questo proposito una puntualizzazione metodologica: lo
studio delle metafore, innervato da opportuni apporti della linguistica,
continua a conoscere sviluppi interessanti: penso alla teoria dei cosiddetti « cluster » di metafore che, superando l’analisi fondata su un modello interpretativo rigido e legato alla singola area metaforica, prende
in considerazione blocchi di metafore. Questi blocchi, che risultano agglomerati tra loro per tratti semantici comuni, funzionano per interazione progressiva 38. Forse per questa via lo studio delle metafore può superare sia certe divinationes psicologizzanti, sia la funzionalità unidirezionale del proV o[mmata poiei`n, per esplorare invece, attraverso tentativi, le
diverse possibilità di significazione derivate dalla cultura specifica che
ha prodotto questi agglomerati di metafore.
Ora la cultura specifica di Properzio era quella, antropologicamente
intesa, di un Romano del primo secolo, ma era anche la cultura di un
poeta doctus, con agglomerati di immagini costituitisi per sedimentazione
di letture in buona parte ricostruibili. Arrivo al punto: i due sistemi,
quello della base antropologica e quello della sedimentazione letteraria,
di per sé irrelati, possono interferire, anzi debbono produttivamente interferire nella costituzione delle immagini poetiche di Properzio: al lettore tocca sondare possibilità anche contradditorie su un piano logico 39,
ma coerenti con la produzione di un senso che deriva dalla complessità
delle interferenze. Forse era proprio questo che Ezra Pound (scandaloso
traduttore ma geniale lettore di Properzio) intendeva, quando pregiava
nel suo antico predecessore quella che chiamava la logopoeia, ovvero “la
danza dell’intelletto tra le parole” 40.
I vulnera si curavano chirurgicamente col ferro e si cauterizzano col
fuoco, come è detto anche nell’elegia iniziale 41: invece qui li ha curati
37
Newman 1997, 140-172.
In questo senso si muove, mi pare, il tipo di analisi proposta da Riesenweber, nel
recentissimo Uneigentliches Sprechen und Bildermischung in den Elegien des Properz, Berlin 2007.
39
Di una contraddizione logica presente nella 3, 24, quella fra naufragio e felice
approdo, si occupa Riesenweber 2007, 346-347.
40
La logopoeia « usa i termini non solo per il loro significato diretto, ma tien conto
in modo particolare di abitudini d’uso, del contesto che ci si aspetta di trovare con quel
termine, cioè dei termini che di solito lo accompagnano, dei significati in cui è comunemente accetto, e del gioco ironico ». Cfr. le osservazioni di Pasoli 1977, 113, della cui
traduzione del testo poundiano mi sono qui si servito.
41
Cfr. 1,1, 27: fortiter et ferrum saevos patiemur et ignis, e il commento ad l. di Fedeli
1980, 82.
38
IL TEMPO DELLA SEPARAZIONE E DEGLI ADDII
147
l’acqua di un naufragio. Quell’ipsa del v. 11 (che alcuni editori vorrebbero ipse) va invece mantenuto perché appunta l’attenzione sull’Aegea
aqua, il mare che può perdere e può sanare. Questo Propertius nauta
che al v. 12 si definisce naufragus segnala attraverso un’espressione paradossale che il naufragio non lo ha fatto perire come altri, ma lo ha
salvato 42.
Di una tentata e fallita purificazione attraverso l’acqua di mare Properzio ha già parlato v. 10, dove è sembrato strano leggere, nel contesto di un rito magico, vasto mari, al punto che un recente editore di
Properzio, di contro alla lezione dei codici concordi, ha congetturato
vasto lacu 43. Invece è proprio il pensiero del mare nella sua vastità che
occupa l’immaginario di Properzio (fin dall’invocazione ai patrii amici
del v. 9, che certo vuol richiamare il ferte per undas rivolto agli amici
della 1,1): coll’acqua di mare la Thessala saga non riuscì a liberarlo, ma
il tentativo, allora fallito, è riuscito attraverso il vasto mare di un naufragio.
È già significativo il passaggio da mare a aestus 44, ma occorre anche
appuntare l’attenzione sul verbo eluere: il preverbio esalta il valore di
abluendo tollere presente anche nel primitivo lavo 45 in senso proprio e
metaforico: particolarmente adatto dunque alle purificazioni liberatorie,
ma anche in riferimento al sangue delle ferite e al rito dei lavacri funebri 46. Questa insistente presenza di acque che lavano e purificano in
relazione a ferite che si rimarginano forma un grappolo metaforico che
ci proietta verso un’allusione necessaria che ogni cultore di Properzio ha
già sicuramente anticipato: per l’intera elegia Properzio prende le distanze dalla poesia legata all’amore-passione, non può mancare allora
42
Di una salvezza proprio attraverso un naufragio, ed espressa, come ben s’addice a
uno stoico, paradossalmente, si legge a proposito della ‘conversione’ di Zenone in Diogene Laerzio 7, 2-4: in seguito a un naufragio, anche lui nei pressi del Pireo, Zenone si
recò ad Atene e, abbandonata la mercatura, si diede allo filosofia. Donde la sua frase:
“nu`n eujplovhka, o{te nenauavghka”. Cfr. SVF I p. 4, 7 = Radice 1998, [A 2] 4.
43
Giardina 2005, ad l. p. 320.
44
Non fosse altro, per l’aggiungersi, al sema ‘liquidità’, della nozione di ‘calore’,
che, oltre al valore specifico nella poesia d’amore, istituisce una relazione diretta col
torrebar del v. 13.
45
ThlL. VII, 2, 1052 B, 74.
46
ThlL. V, 2, 434, col valore di eluere purgando. In questo senso, molto significativo
l’esempio di Ovid. Met. 11, 139-141: Carpe viam, donec venias ad fluminis ortus, / spumigeroque tuum fonti, qua plurimus exit, / subde caput corpusque simul, simul elue crimen (detto a
re Mida, che doveva eluere sia materialmente le scaglie d’oro sia metaforicamente il suo
crimen).
148
ROBERTO GAZICH
anche il divortium da coloro che per lui hanno rappresentato questo tipo
di poesia, a cominciare da Cornelio Gallo. Sappiamo bene che Gallo ha
svolto una pluralità di funzioni per il costituirsi dell’elegia latina, e tuttavia nel canone dei predecessori che chiude il secondo libro Properzio
lo ha bloccato, e per così dire glorificato, in un’immagine precisa ancorché strana, proprio perché frutto di interferenze di sistemi, tra «cluster»
di metafore e codici letterari 47:
et modo formosa quam multa Lycoride Gallus
mortuus inferna vulnera lavit aqua!
(2, 34, 91-92)
Nel recente libro properziano, che è in realtà un libro a la recherche di Cornelio Gallo, Cairns sostiene che Properzio, per motivi di
opportunità, ha qui deliberatamente offuscato la natura politica del
suicidio di Gallo con il falso suggerimento che Gallo morì nell’amore
e per l’amore di Licoride 48. Può anche essere, ma certo, sul piano di
metafore in funzione programmatica, a quell’immagine di ferite lavate
in acque infernali, e dunque non guarite neppure dopo la morte, si
oppongono ora, in significativo contrasto, questi vulnera rimarginati e
quest’acqua Egea, che ha potuto eluere tutto il complesso dell’erosnosos 49.
L’opposizione giocata sull’asse delle acque tra un eluere purificatore
e un lavere funebre e funesto, e in due epiloghi di libro, significa
programmaticamente che a fronte di un Gallo rimasto irrimediabilmente prigioniero dell’elegia d’amore, Properzio, naufragato in essa e
da essa e per essa liberato, può ora ripartire per altre mete 50. Ancora
una volta è il valore del nunc che si riverbera sul testo a marcare il
momento che segna il superamento del passato e l’avvio a un diverso
futuro.
47
Il lavacro funebre, la ferita d’amore, ma anche il Cocito di Euforione, fr. 47 van
Groningen, per il quale, tuttavia, cfr. Cairns 2006, 81, n. 56.
48
Cairns 2006, 81.
49
La metafora del lavere, con un riferimento a Cornelio, compare anche nel celebre
e tormentato passo pragrammatico che chiude l’elegia 2, 10: nondum etiam Ascraeos norunt mea carmina fontes, / sed modo Permessi flumine lavit Amor (25-26). A quel punto della
carriera poetica di Properzio, la metafora del lavere ribadiva il suo essere ancora bloccato
nella produzione di poesia d’amore senza poter procedere verso altri generi (cfr. Fedeli
2005, ad. l., 331).
50
Tutto ciò non fa che ribadire quanto afferma H.- Chr. Günther: «III 24/25 ist
nicht so sehr Schlußgedicht des dritten Buches, es ist vielmehr Schlußpunkt von Properzens erotischer Dichtung, wie er sie sie bisher praktiziert hat», Günther 1997, 12.
IL TEMPO DELLA SEPARAZIONE E DEGLI ADDII
149
6. Siamo alla conclusione dell’elegia: su una opposizione temporale
fra presente (dono) e passato (exciderant) si costituisce anche l’ultimo distico della 3, 24, a metà fra invocazione e iscrizione:
Mens Bona, si qua dea es, tua me in sacraria d o n o .
e x c i d e r a n t surdo tot mea vota Iovi. (19-20)
Il sacrarium è il luogo del tempio dove sono custoditi gli anathemata:
gli arma che Orazio, dismessa la milizia d’amore, dedica a Venere in
Carm. 3, 26, i vestimenta umidi ancora di recente naufragio che lo stesso
Orazio offre come ex voto alla dea in Carm. 1, 5; e ancora l’aurea palma,
simbolo di vittoria e di liberazione dai mali d’amore, che Tibullo dedica
a Venere nella ripetutamente citata 1, 9: più vicino a Properzio, quest’ultimo testo, non fosse altro che per la coincidenza del tema, per la
collocazione di questi versi in chiusura di elegia e, non ultimo, per la
presenza dei termini come dea e mens, sia pure in funzione diversa.
‘Hanc tibi fallaci resolutus amore Tibullus
dedicat et grata sis, d e a , m e n t e rogat’. (1, 9, 83-84)
Nonostante queste innegabili suggestioni, penso tuttavia che il modello decisivo sia altrove: nei componimenti citati la dedica è sempre
rivolta a Venere, in Properzio è invece spostata sulla Bona Mens, dea
della resipiscenza, se mai ne esiste una 51, e dea del saggio intendimento, secondo un dittico Bona Mens / furor che è opposizione ben nota
della divulgazione diatribica 52, ripresa anche nella predicazione di Seneca (e per la seconda volta, dopo il riferimento al naufragio di Zenone 53,
siano riportati a quest’area della filosofia popolare non estranea alla
poesia di Properzio 54). Inoltre non si tratta di arma o di lucerne o di
palme, ma Properzio, alla dea, dedica qui se stesso.
51
Lo spostamento potrebbe anche essere stato favorito nel progetto poetico di Properzio dal fatto oggettivo che il tempio della Bona Mens era contiguo a quello di Venere
(cfr. il commento di Bömer a Ovidio, Fast. 6, 241) e le osservazioni di Günther 1997, 43,
sulle circostanze che portarono all’istituzione del culto.
52
Nei Memorabili senofontei, un libro che secondo la già citata testimonianza di
Diogene Laerzio (vedi alla nota 42) è legato alla “conversione” di Zenone, si trova, in
una serie di opposti attribuiti a Socrate, la coppia swfrosuvnh / maniva: aujtoVò deV periV tw`n
ajn+rwpeivwn ajeiV dielevgeto skopw`n tiv eujsebevò, tiv ajsebevò, tiv kalovn, tiv aijscrovn, tiv divkaion, tiv
a[dikon, tiv swfrosuvnh, tiv maniva..., Mem. 1,1.
53
Cfr. nota 42.
54
La presenza di tali motivi in Properzio è segnalata, tra gli altri, anche da La
Penna 1977, 140 e ss.
150
ROBERTO GAZICH
Ora Meleagro in un notissimo epigramma, modellato anche esso
nella finzione dell’offerta alla divinità, abbandonata la consueta dedica a
Venere, fa collocare da Eros, nel portico del giovane Muisco, quale ironica spoglia votiva, proprio se stesso:
hjgreuv+hn oJ
kwvmoiò
kaiv m j ejpiV
sth`sen
provs+en ejgwv pote toi`ò dusevrwsi
hji+evwn pollavkiò ejggelavsaò:
soi`ò oJ ptanoVò E
[ rwò pro+uvroisi, Mui<ske,
ejpigravyaò: “Sku`l j ajpoV Swfrosuvnhò.” A.P. 12, 23
[In trappola, io che un tempo tante volte ho irriso / ai rovinosi conviti con i giovinetti; /
ora me Eros alato sulla tua soglia ha piazzato, o Muisco, / e sopra ci ha scritto. “Spoglie
strappate alla Saggezza”].
Schulz-Vanheiden cita questo epigramma in relazione alla chiusa dell’elegia 2, 14 55. A a me pare altrettanto pertinente il riferimento alla 3,
24: Properzio ha trovato in Meleagro sku`la, gli spolia della militia amoris,
ma soprattutto ha trovato l’indicazione di un cammino dalla Sophrosyne
al servitium, un cammino che egli ora dichiara di aver compiuto in senso inverso, cioè una vera « Umkehrung », nel senso letterale di “conversione”, verso fini nuovi ed opposti.
È superfluo ricordare come la raccolta properziana si fosse aperta
con un esplicito richiamo al trionfo di Muisco (A.P. 12, 101), la cui
rilevanza, per la costituzione del testo e nelle dichiarazioni programmatiche, è stata messa più volte in luce, da Leo a Fedeli, al cui commento
ancora una volta rimando 56: se Cynthia prima fuit anche Meleager primus
fuit e la resolutio da Cinzia deve segnare anche il distacco da colui che
Properzio aveva scelto nella prima elegia come emblema dell’amore-passione.
Lo fa, ancora una volta, attraverso un rovesciamento: abbiamo visto
che Properzio ha trovato liberazione dalla passione d’amore nel diventare naufragus, ora Meleagro in due epigrammi a dittico dichiara di essere
stato catturato dall’amore appena toccata terra: in 12, 85 vediamo la
caccia (al v. 4 lo stesso verbo tecnico ajgreuvw di A.P. 12, 23, 1), l’esser
trascinato da un Eros violento, e il pu`r gemis+eivò (v. 8), che potrebbe
essere divenuto il torrebar properziano:
Oijnopovtai, devxas+e toVn ejk pelavgeuò a{ma povnton
kaiV klw`paò profugovnt ,j ejn c+oniV d j ojlluvmenon.
55
56
Schulz-Vanheiden 1969, 94.
Cfr. Fedeli 1980, 62-63.
151
IL TEMPO DELLA SEPARAZIONE E DEGLI ADDII
a[r t i gaVr ejk nhovò me movnon povda +evnt j ejpiV gai`an
ajgreuvsaò e{lkei th~d` j oJ bivaioò E
[ rwò,
ejn+avd j o{pou toVn pai`da diasteivcont j ejnovhsa:
aujtomavtoiò d j a[kwn possiV tacuVò fevromai.
kwmavzw d j oujk oi\non uJpoV frevna, pu`r deV gemis+eivò.
ajllaV fivlw~, xei`noi, baioVn ejparkevsate,
ajrkevsat ,j w\ xei`noi, kajmeV Xenivou proVò E
[ rwtoò
devxas+ j ojlluvmenon toVn filivaò iJkevthn.
5
10
[Bevitori, accogliete uno che, sfuggito al mare / e ai pirati, in terraferma va a picco. /
Sceso dalla nave, avevo appena posto il piede a terra: / Eros violento mi prese e qui mi
trascina, / qui, dove ho visto passo passo entrare un fanciullo. / Io non voglio, ma come
mossi da sé / qui veloci mi portano i piedi. / Eccomi a banchetto e sento scendere in me
non vino ma fuoco. / Soccorso, amici, in nome di Eros Ospitale, / accogliete me che
perisco, un supplice d’amore].
Non diverso per tono e per tema l’epigramma A.P. 12, 84:
W
[ n+rwpoi, bw+ei`te: toVn ejk pelavgeuò ejpiV gai`an
a[r t i me prwtovploun i[cnoò ejreidovmenon
e{lkei th~d` j oJ bivaioò E
[ rwò: flovga d j oi\a profaivnwn
paidoVò ajpastravptei kavlloò ejrastoVn ijdei`n.
baivnw d j i[cnoò ejp j i[cnoò, ejn ajerv i d j hJduV tupw+eVn
ei\doò ajfarpavzwn ceivlesin hJduV filw`.
a\rav ge thVn pikraVn profugwVn a{la pouluv ti keivnhò
pikrovteron cevrsw~ ku`ma perw` Kuvpridoò;
5
[Aiuto, gente! Sfuggito appena al mare, in terraferma / muovevo il primo passo ed ecco
che Eros violento qui mi trascina; e come facendomi balenare una torcia, / mi folgora
con l’amabile bellezza di un fanciullo./ Passo passo lo seguo e cercando di cogliere in un
abbraccio / la dolce immagine forgiata nell’aria, lo bacio dolcemente. / Scampato all’amarezza del mare, dovrò varcare il flutto di Cipride, molto più amaro?]
Si noterà come in entrambi gli epigrammi compaia (ma completamente invertita nel senso e nella disposizione) quella struttura temporale che abbiamo segnalato per i vv. 9-16 di 3, 24 in Properzio, quel “ero
a lungo prigioniero, poi a un tratto è apparsa la liberazione”. Invece
qui (12, 85, 3-4 e 12, 84, 1-3) “ero appena arrivato in salvo (si noti in
entrambi gli epigrammi l’a[rti), quando sono stato fatto prigioniero”.
Gli a[n+rwpoi (12, 84, 1) e gli oijnopovtai (12, 85, 1) invocati in apertura da Meleagro, evidentemente stranieri alle cui coste egli è approdato,
corrispondono agli amici del v. 9 dell’elegia di Properzio, dove forse la
precisazione apparentemente ridondante patrii amici (v. 9) sarà per corrispondere in «Umkehrung» anche agli xei`noi di 12, 85, 8. Un naufragio
sulla terra, una salvezza in mare: tutto ciò è possibile sull’asse metafori-
152
ROBERTO GAZICH
co unificante del ku`ma Kuvpridoò, dea dell’amore e dea del mare (12, 84, 8),
un motivo che ha generato infinite variazioni.
Il naufragio è espressamente richiamato in un altro epigramma dell’antologia, l’A.P. 12, 156: trasmesso anonimo, dapprima riferito a Meleagro, poi registrato come adespota da Gow-Page, sembra invece sicura
l’attribuzione a Meleagro 57 e nel corpus meleagreo lo accoglie anche
Guidorizzi 58:
Eijarinù`~ ceimw`ni paneivkeloò, ¯ Diovdwre,
ouJmoVò e[rwò ajsafei` krinovmenoò pelavgei:
kaiv pote meVn faivneiò poluVn uJetovn, a[llote d j au\te
eu[dioò, aJbraV gelw`n d j o[mmasin ejkkevcusai.
tuflaV d ,j o{ p w ò n a u h g ’ ò ejn oi[dmati, kuvmata metrw`n
d i n e u` m a i , megavlw~ kuvmati p l a z ov m e n o ò .
ajllav moi h] filivhò e[k+eò skopoVn h] pavli mivsouò,
wJò eijdw`, potevrw~ kuvmati nhcovme+a.
5
[Come una tempesta di primavera, Diodoro, / il mio amore è alla prova d’un mare
incerto; / ora mi appari tutto tempestoso, ora invece sereno, con un sorriso dolcezza
riversi dagli occhi. / Io come un naufrago in mezzo ai marosi, fendendo i ciechi flutti /
mi muovo, sospinto dalle grandi ondate. / Ma tu mostrami un segnale d’amore o se vuoi
di disprezzo, che io sappia in che mare vado nuotando]
Le corrispondenze di nauhgüò (v. 5) con naufragus di Prop. 3, 24, 12
e di megavlw~ kuvmati (v. 6) con vasto aestu di Prop. 3, 24, 17 sono certo
segnali insufficienti per decidere su un rapporto tra i due testi: la grande diffusione del motivo e dell’immagine nella poesia d’amore spingerebbe a collocare prudentemente questi riscontri nelle confluenze accidentali.
C’è una cosa però: Gow-Page rilevavano come poco consona alla
finezza meleagrea la ripetizione kuvmata... kuvmati ai vv. 5-6 59. Ora proprio la ripetizione può invece essere un importante segnale di allusività, come si dimostra nel grande libro di Wills 60, e nell’ottica di un
possibile riferimento voluto e ricercato acquista allora un valore assai
più significativo il parallelo segnalato da Gow-Page tuflaV... kuvmata
metrw`n del v. 5 di Meleagro con pevlagoò mevga metrhvsanteò di Odissea 3,
179. Perché, se Meleagro effettivamente vuol investire il suo epigramma
57
Cfr. Bonanno 1970, 166-171.
Guidorizzi 1992, 131.
59
Gow-Page II, 570.
60
Repetition in Latin Poetry, che fin dal sottotitolo segnala la natura della ripetizione
come “figura dell’allusione”, Wills 1996.
58
IL TEMPO DELLA SEPARAZIONE E DEGLI ADDII
153
di citazioni odissiache, un altro deciso rinvio al testo omerico si dovrà
vedere, a mio parere, nel dineu`mai... plazovmenoò che marca inizio e fine
del verso 6 di Meleagro: i due verbi compaiono infatti in enjambement
in Od. 16, 63-64:
toVn d j ajpameibovmenoò prosevfhò, Eu[maie subw`ta:
“toigaVr ejgwv toi, tevknon, ajlh+eva pavnt j ajgoreuvsw.
ejk meVn Krhtavwn gevnoò eu[cetai eujreiavwn,
fhsiV deV pollaV brotw`n ejpiV a[stea d i n h + h ` n a i
p l a z o v m e n o ò : w}ò gavr oiJ ejpevklwsen tav ge daivmwn.
nu`n au\ Qesprwtw`n ajndrw`n paraV nhoVò ajpodraVò
h[lu+ j ejmoVn proVò sta+movn, ejgwV dev toi ejggualivxw.
e{rxon o{pwò ej+evleiò: iJkevthò dev toi eu[cetai ei\nai.”
(16, 60-67)
[E in risposta tu gli dicesti, porcaro Eumeo: / “Figlio, sinceramente ti dirò ogni cosa. /
Dalla vasta Creta dichiara d’essere la sua origine, / dice che in molte città di mortali è
giunto / vagando: questa sorte un dio gli filò./ Ora sfuggito dalla nave di marinai Tesproti /
giunse alla mia stalla, e a te l’affido. / Tu agisci come vuoi, lui si dichiara tuo supplice]
È il racconto fatto a Telemaco da Eumeo, che riferisce a sua volta il
racconto (falso) fattogli da Odisseo: ora attirare nel testo il racconto di
un racconto è un bel modo per segnalare vistosamente la presenza di
un’allusione, e allora la ripetizione properziana vasto aestu... vasto mari,
parallela ai due kuvmata meleagrei, può essere la marca decisiva per ipotizzare una possibile catena dei riferimenti. Abbiamo visto Properzio citare Meleagro in « Umkehrung » per negare un naufragio tormentoso
con un naufragio salvifico. Ma attraverso la lettura di Meleagro potrebbe aver recuperato l’Omero ivi sotteso 61: se così fosse, qual effetto potrebbe avere sulla costituzione della 3, 24 l’assunzione dell’ipotesto omerico? In senso generale avremmo una proiezione ‘alta’ nell’uomo che
molto errò di un Properzio che si dichiara stanco del lungo viaggiare 62,
con magari sullo sfondo quella Penelope tante volte evocata per antifrasi rispetto ai costumi di Cinzia 63.
61
Percorso favorito dal fatto che il plazovmenoò non può non richiamare l’incipit
dell’Odissea, o}ò mavla pollaV / plavgc+h, là dove lo stesso verbo si trova ancora collocato in
enjambement. Va notato che in questo verbo al valore di “vagare” s’aggiunge anche
quello di “essere sviato”, così significativo per chi, come Properzio, osserva il proprio
errare da una condizione di resipiscenza.
62
Properzio del resto ha pensato e visto Ulisse in una prospettiva di approdi già
nella 2, 14, 3-4: nec sic errore exacto laetatus Ulixes,/ cum tetigit carae litora Dulichiae.
63
Cfr. 2, 9, 3-8; 2, 6, 23; 3, 12, 38; 3, 13, 24.
154
ROBERTO GAZICH
Ma scendendo un po’ nei particolari questo racconto omerico (falso)
contiene la formula ajlh+eva pavnt j ajgoreuvsw (v. 61): potrebbe derivare da
qui, attraverso un’omerismo filtrato da Meleagro, il vera fatebor 64 di Properzio nauta e naufragus di 3, 24, 12 (senza escludere che l’antica formula omerica possa acquistare un senso nuovo e pregnante, se su di
essa si riverbera l’ajmavrturon oujdeVn ajeivdw di Callimaco). Del resto la dialettica falsa / vera è motivo primario della 3, 24, un’elegia che si incentra proprio sul rapporto apparenza e verità, su menzogna poetica e
realtà effettiva (o fittiva).
Una postilla per concludere: forse quando Properzio scriveva la
chiusa del terzo libro non lo sapeva, ma i lettori che hanno tra mano
il quarto libro sanno che la liberazione da Cinzia (e dalla poesia
d’amore), qui solennemente proclamata, non è poi così ‘vera’. Cinzia
ricompare nel IV libro, prima come afflitto fantasma, poi bella e furente in un realistico trionfo 65 e la sua ultima immagine è resa da un
piuccheperfetto.
È uno di quei piuccheperfetti non spiegabili come retrospezione né
piattamente catalogabili come pro perfecto, secondo una semplicistica
motivazione di metrische Bequemlichkeit 66. Piuttosto, uno dei piuccheperfetti dalla particolare funzionalità espressiva in cui « prevale l’idea di
uno stato ormai obliterato da una sorta di cesura temporale intermedia 67 »: in questo caso, direi, lo iato temporale e stilistico fra terzo e
quarto libro, ovvero tutto quello che può essere successo dopo la 3, 24.
Altrove abbiamo esposto l’idea del piuccheperfetto in Properzio come
luogo di una lontananza percepita come estrema, il ‘tempo’ del mito 68:
l’ultima immagine di Cinzia quella che chiude l’elegia della tumultuosa
notte sull’Esquilino, il ‘vero’ tempo dell’addio, è resa con un piuccheperfetto che ci dà, nell’estrema lontanza evocativa di un mito, il sorriso
di una dea trionfante:
64
Ne verrebbe in qualche modo rafforzato il vera fatebor, che è lezione con una
storia travagliata, accolta però da Fedeli, che la discute ad l. pp. 681-682. Nelle due più
recenti edizioni si trova mersa medebar (Giardina 2005) e verba loquebar (Heyworth 2007).
65
Cfr. la significativa pagina dedicata all’episodio da Paul Veyne (Veyne 1985, 77).
Sul linguaggio “solenne e severo di Cinzia” in quest’ultima sua apparizione vanno tenute
presenti le fini osservazioni di Paola Pinotti (cfr. Pinotti 2004. 142-143).
66
Cfr. Hofmann-Szantyr, 320. Non molto convincente neppure la spiegazione che di
questo riserat danno Butler-Barber, p. 166: « the tense seems to express sudden or rapid
action ».
67
Così, a proposito di un passo di Ovidio, puntualizza Barchiesi 1992, 104.
68
Gazich 1995, 149-157.
IL TEMPO DELLA SEPARAZIONE E DEGLI ADDII
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indixit leges; respondi ego ‘Legibus utar.’
riserat imperio facta superba dato. (4, 8, 81-82)
Facta superba di nuovo, come all’inizio della 3, 24 da cui siamo partiti, ma ora, nel quarto libro, Cinzia è ormai lontana, proiettata appunto nell’estrema lontananza del mito, e l’elegia d’amore, ormai lontana
anch’essa, è diventata, agli occhi di Properzio, un fallax opus 69.
69
Prop. 4, 1, 135.
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ROBERTO GAZICH
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