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Aprile_2014 - Comunità Adveniat Santa Maria in Arce

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Aprile 2014
La Resurrezione di Gesù
nella testimonianza dell’Apostolo Paolo
p. Augusto drago ofm conv
Risorgi dal silenzio
L’icona della Resurrezione
una preghiera
periodico della comunità adveniat - santa maria in arce
In questo numero
04 La Resurrezione di Gesù...
p. Augusto Drago ofm conv
06L’Icona della Resurrezione
di Suor Luigina
07
La Preghiera per la Comunità
di M. Anna Maria Canopi
08 Risorgi dal silenzio
di Chiara Berno
10 Con mio Papà
di Suor Barbaba
11 23 marzo 2014
Cronaca di una
giornata particolare
12Come eravamo
di Giacomo Fiaschi
16 Eventi in Comunità
17 Respirare è Vita!
di Suor Ada
2 • Designfreebies Magazine • www.designfreebies.org
Editoriale
di Giacomo Fiaschi
La Pasqua di Resurrezione è, con l’Incarnazione, il pilastro fondamentale della nostra Fede.
Nell’immagine del Cristo Risorto noi cristiani
riconosciamo il nostro destino di creature
chiamate a partecipare l’essenza divina nel
mistero della Fede, al quale Gesù ci ha chiesto di abbandonarci con la serenità del bambino che si lascia andare nel vuoto sapendo
con certezza che le braccia del padre lo accoglieranno con la forza di un amore più grande
di ogni paura, che vince ogni sgomento, ogni
sensazione di smarrimento.
Risorgere, sorgere di nuovo, rigenerati.
Questa è la vocazione della nostra vita cristiana.
Chiamati alla Resurrezione attraverso il passaggio della morte terrena, sappiamo che
il nostro destino non si compie su questa
terra, non si diluisce nel corso del tempo,
non si disperde nei giorni dell’infanzia, negli
anni dell’adolescenza, della giovinezza, della
maturità e nelle ore della vecchiaia.
Il nostro destino è altrove.
E la via ce la indica Gesù Salvatore, che con
la condivisione della nostra natura umana ci
invita a seguirlo nella Speranza, sostanziata
dalla Fede e animata dalla Carità.
Direttore Editoriale
P. Augusto Drago Ofm Conv
Redazione
Suor Elisabetta Fiaschi
Hanno collaborato a questo
numero
P. Augusto Drago
M. Anna Maria Canopi
Chiara Berno
Suor Ada
Suor Elisabetta
Suor Luigina
Suor Barbara
Giacomo Fiaschi
Impaginazione e grafica
Giacomo Fiaschi
Comunità Adveniat
S. Maria in Arce
tel e fax 075 8038396
Pubblicato in proprio in formato
elettronico e distribuito gratuitamente
Designfreebies Magazine • www.designfreebies.org • 3
La Resurrezione di
Gesù
nella testimonianza dell’Apostolo Paolo
p. Augusto drago ofm conv
Nel testimoniarci la
Risurrezione di Gesù
Cristo, l’apostolo Paolo
segue, per così dire,
una duplice scansione
narrativa. In un primo
momento il fatto della
Risurrezione viene
presentato
come
un’apparizione personale all’apostolo stesso, ma poi via via si
trasforma in un grande inno di fede viva,
forte ed autentica.
Brevemente vediamo un po’ più da vicino questa
duplice scansione.
Anzitutto Paolo rivendica con forza il fatto di avere
“visto il Signore”. “Non sono forse libero io? Non
sono forse un apostolo? Non ho visto Gesù Signore
nostro?” (1Cor 9,1). Al capitolo 15 della stessa lettera si annovera tra gli apostoli e tra quelli che
hanno visto il Signore: “ultimo fra tutti gli apostoli,
apparve anche a me come a un aborto. Io infatti
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sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno
di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato
la Chiesa di Dio” (1Cor, 15, 8-9). L’apparizione di cui
parla Paolo è da riferirsi all’evento accaduto sulla
via di Damasco, quando il Signore, sotto forma di
luce abbagliante gli disse: “Saulo, Saulo, perché mi
perseguiti?” E Paolo rispose: “Chi sei tu, Signore?”.
Ed Egli: Io sono Gesù che tu perseguiti. Ma tu alzati
ed entra nella città, e ti sarà detto ciò che devi fare”
(Atti, 9, 5-6). L’apparizione del Risorto determina
e circoscrive la missione del futuro apostolo. (cfr,
Galati 1,11-17).
La seconda scansione viene evidenziata da Paolo
nella prima lettera ai Corinti (15, 3-5). la risurrezione del Signore viene presentata come una vera ed
autentica professione di fede:
“Vi ho trasmesso anzitutto, quello che anch’io ho
ricevuto, cioè:
che Cristo morì per i nostri peccati secondo le
Scritture
e che fu sepolto
e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture
e che fu visto da Cefa e quindi dai dodici.
In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in
una sola volta…”
Questa di Paolo è la formula di fede sulla Risurrezione
del Signore più completa perché abbraccia l’intero
mistero Pasquale. Dalla testimonianza siamo così
arrivati alla professione di fede. Una professione
che Paolo non fa provenire da se stesso ma dalla
Tradizione. Quindi il mistero di Pasqua nato, iniziato
con una tomba vuota, proseguito con delle testimonianze personali o apostoliche, ora vive nella
Tradizione e diviene il fulcro della fede della Chiesa.
Paolo prosegue: “Ora se si annunzia che Cristo è
risorto dai morti, come possono dire alcuni tra voi
che non vi è risurrezione dei morti? Se non vi è
risurrezione dei morti, nemmeno Cristo è risorto! Ma
se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede, e noi apostoli
risultiamo falsi testimoni di Dio…Se infatti i morti
non risorgono, nemmeno Cristo è risorto. Ma se Cristo
non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora
nei vostri peccati”(1Cor, 15, 12-17). Con ciò l’apostolo afferma che in Cristo risorto c’è inclusa anche la
nostra risurrezione, e che c’è un rapporto strettissimo
tra la risurrezione del Signore e la nostra.
Il mistero Pasquale allora è appena iniziato. Si compi-
rà pienamente quando assumeremo, nel gran giorno
della rigenerazione di tutte le cose, lo stesso corpo
glorioso, celeste di Cristo Gesù, il Signore, e così saremo sempre con Lui e simili a Lui: “La nostra cittadinanza è nei cieli e di là aspettiamo, come Salvatore
il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro
misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso”
(Filippesi, 3,21).
Cosa ci dice tutto questo, fratelli e sorelle? Il desiderio illimitato di verità, di bontà, di bellezza, in una
Parola di vita, che abita nel cuore di ciascuno di noi,
non è un’invocazione che non riceve risposta. Dire
che Cristo è risorto significa dire con certezza che
ognuno di noi è salvo, perché questa pienezza è raggiungibile. Nonostante tutti i tradimenti, le sconfitte
che possiamo subire: quello di tradire un amore che
ti era stato donato, quello di non riuscire a trovare
un lavoro, quello di vedere l’incredibile fragilità del
bene dentro la nostra storia e dentro la storia umana.
Fratello, sorella, se sei certo della resurrezione di
Cristo, sii assolutamente certo che tu puoi sempre
ricostruirti pienamente nella tua umanità e ripartire
verso la vita! Sempre!
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L’icona della Resurrezione
Suor Luigina
Le più antiche immagini della resurrezione a partire dal terzo secolo
sono caratterizzate dalla raffigurazione dei testimoni dell’evento, quindi la rappresentazione delle donne
al sepolcro e di Tommaso che tocca
i segni della passione. Solo dopo
il mille si cominciò a raffigurare il
CRISTO nell’atto stesso di risorgere
e cio’ in occidente. Questo modello
però non penetrò mai in oriente
dove invece prese piede un altro
schema iconografico inspirato alle
immagini dell’arte imperiale in cui il
sovrano vittorioso appariva nell’atto
di rialzare, di sollevare dalla tirannia, i popoli conquistati: questa vittoria definitiva porta con se’ la liberazione totale dell’uomo,prigioniero
del male.
L’evento della discesa agli inferi era
il tema delle catechesi battesimali. Ogni catecumeno poteva riconoscersi in quell’Adamo prigioniero delle tenebre che Cristo viene
a liberare scendendo negli inferi.
Come un’antica omelia sul sabato
santo, che probabilmente inspirò l’icona, essa pone sulle labbra di Cristo
rivolto ad Adamo: “Io sono il tuo
Dio, che per te sono diventato tuo figlio, che per te e per questi che da te hanno avuto origine, dico nella
mia potenza: ‘Uscite dal carcere uscite!’ A coloro che erano nelle tenebre: ‘Siate illuminati’. A coloro che
erano morti: ‘Risorgete!’ E a te comando: ‘Svegliati o tu che dormi. Risorgi dai morti!’ ”
L’Icona di Novgorod, qui rappresentata, esprime questo messaggio.
Cristo in pieno movimento, nell’atto di scendere, abbagliante quasi rosicchiato verso l’alto, trascina con se’
quelli che è andato a liberare. Sotto i piedi di Cristo stanno le porte sconquassate degli inferi; ai suoi due lati
in primo piano c’è sulla destra Adamo e sulla sinistra Eva, vestita di rosso, rosso che simboleggia l’umanità
in quanto ella è’ la madre dei viventi; inoltre essa ha le mani coperte in segno di adorazione. Dietro ai progenitori fa capolino la schiera dei giusti. Alle spalle di Adamo si riconoscono le figure di Davide, Giovanni
Battista, Daniele; dietro ad Eva invece vi è Mosè con le tavole della legge, poi Isaia e gli altri profeti: essi
costituiscono il popolo immerso nelle tenebre.
L’Ade si apre ai piedi di Cristo glorioso come una caverna nera; sullo sfondo si innalzano le montagne che
accentuano la profondità degli inferi.
Cristo ha nella mano sinistra un rotolo: è il chirografo del peccato, la cambiale sottoscritta dai progenitori.
Il figlio eterno, ineffabile di Dio, con il suo eterno amore, e’ sceso per ritrovare la sua creatura smarrita.
Egli è la Resurrezione e la Vita.
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La Preghiera per la Comunità
di Madre Anna maria canopi
La famiglia di Chiara Berno ha avuto una grande grazia... quella di incontare la Madre Anna Maria Canopi,
abbadessa dell'Abbazia benedettina sull'isola di San Giulio sul Lago d'Orta (Novara).
Conosciuta per la preziosità dei suoi scritti spirituali e per lo spessore della sua vita donata a Cristo.
Ebbene noi sorelle abbiamo chiesto, attraverso Chiara, che ci scrivesse una preghiera o una poesia per il
nostro giornalino... e de è arrivata! Eccola di seguito... che grazia, che dono, che privilegio che abbiamo
ricevuto!
Grazie Madre Anna Maria!
Grazie Chiara per essere stata nostro strumento!
Suor Anna Maria Canopi accompagna questa preghiera con queste parole:
E' la piccola preghiera che mi avete chiesto per la Comunità Adveniat se puo' servire...
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Risorgi dal
silenzio
Un racconto di Chiara Berno
Ho chiuso la porta dietro le mie spalle. Anzi, per la precisione
l’ho proprio sbattuta e non penso che tornerò indietro a chiedere scusa per averla chiusa così. Basta! Non ne posso proprio
più! Stavolta abbiamo sorpassato il limite! Siamo sempre lì,
fermi sulle stesse cose: un giorno sembra che tutto sia chiarito,
risolto, e poi eccoci di nuovo scivolare sugli stessi discorsi, sulle
stesse diatribe, sulle stesse divergenze. E oggi, no! Oggi non
ce l’ho più fatta ed ho sbattuto la porta. E poi chissà, chissà se
avrò voglia di tornare indietro. Non ho portato nulla con me,
ma quanti luoghi possono ospitarmi!
Inizio a percorrere freneticamente la strada. I passi si susseguono uno dopo l’altro. Non ho una meta, seguo il battito
del mio cuore e così corro, inciampo, scontro il mio vicino di
casa sulle scale, non mi accorgo di ciò che ho intorno. Vedo
solo i miei pensieri, le mille immagini della giornata di oggi,
le offese, le parole, sempre le stesse, ripetute mille volte e mai
cambiate. Sento il male che ciascuno di quegli sguardi distanti,
freddi, indagatori fa al mio cuore. Che rabbia! La ferita di tanti
anni fa sanguina, come se l’avessi ricevuta proprio ora. Era pia
illusione pensare che si potesse ricominciare. Illusa io, visionaria e idealista. Avrei dovuto capirlo prima. Ed ora ci risiamo!
Tra le mani ho il gioco di Camilla, quello che ha appena fatto
con il filo di rame… è così delicato… ed io, con tutta la forza
della mia rabbia lo schiaccio. Lo guardo, così, tutto informe, e
le lacrime iniziano a scendere, una dopo l’altra, senza poterle
contenere, neppure quando inizio ad incontrare qualcuno,
all’inizio della strada. Abbasso lo sguardo. Non ho voglia che
mi vedano piangere, non ho voglia di parlare, di spiegare, di
dire, di abbozzare sorrisi per salvare l’apparenza. Mi guardo le
scarpe. Come sono sporche! Mai che una volta sia lui a lucidarle per me. Sono anche scollate, vecchie… potessi una buona
volta pensare anch’io a me stessa, invece che pensare sempre
agli altri! Mi sento svuotata.
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Continuo a camminare, senza meta. Ma i miei passi si fanno
più lenti, le mie lacrime lasciano il passo al silenzio.
Silenzio…
Nella casa di Nazareth c’era silenzio.
Maria serbava e meditava ogni cosa nel suo cuore!
Sì, ma… ora che cosa c’entra!
Silenzio…
Il silenzio improvvisamente scende nel mio cuore. Le macchine di Corso Europa suonano i clacson, l’autobus tenta un
improvviso sorpasso, spazientito da quell’auto in panne. Il
caos è attorno a me, ma nel mio cuore c’è silenzio. Non ho più
alcun pensiero da inseguire, nessuna parola con cui ingaggiare
una lotta. Le ho consumate tutte. Ho scavato se, ma, perché…
Ma non sono arrivata a capo di nulla. I miei occhi non hanno
più lacrime. Si, sono ancora una volta svuotata. Mi sento sola,
proprio sola, Vado avanti, Il cellulare suona, ma senza guardare chi possa essere, lo spengo. S’arrangino! Sopravviveranno
anche senza sapere dove sono finita. Sopravviveranno anche
senza di me.
E continuo a camminare. Cammino e le ore passano. Il sole è
al tramonto, e sono uscita stamattina. Camilla doveva ancora
andare a scuola. L’avrà accompagnata lui, una buona volta!
La sua amata macchina, quella che io non posso guidare perché potrei combinare qualche danno, gli sarà ben servita per
quest’impresa così grande, accompagnare sua figlia a scuola...
Io sono a piedi, e i miei passi si fermano quasi a immergersi
nella schiuma del mare. Appoggiata la schiena allo scoglio,
chiudo gli occhi che silenziosamente ricominciano ad attingere lacrime dal cuore e come un fiume eccole ridiscendere sulle
mie guance. Sento lo sciabordio delle onde.
Nel silenzio e nell’abbandono confidente
sta la vostra forza!
Ancora?
Dove andare lontano dal tuo Spirito,
dove fuggire dalla tua presenza?
Se salgo in cielo, là tu sei,
se scendo negli inferi eccoti.
Se prendo le ali dell’aurora,
per abitare l’estremità del mare
anche là mi guida la tua mano
e mi afferra la tua destra
E le onde diventano il ritmo del mio pianto. Non ho più un
pensiero, ho mal di testa. Ho pianto così tanto che le tempie
pulsano così forte che mi sembra debbano scoppiare da un
momento all’altro.
Sì Signore, dove fuggire dalla tua presenza? Posso fuggire
dagli uomini, posso fuggire da Luca, da Camilla, posso tentare
anche di fuggire da me stessa, ma non posso fuggire da te. Mi
hai seguita passo passo, ho sentito la tua mano sulle mie labbra
quando stava per uscire l’irreparabile in casa, hai frenato le mie
mani quando stavo per fare piazza pulita di ogni cosa sulla
tavola, hai tenuto fermo Luca, quando urlando gli ho detto
che non sarei mai più tornata. Ho sentito il soffio del tuo alito
accanto a me sulle strade fino a qui, ed ora lo so che sei dietro
di me. In silenzio. Benedetto il tuo silenzio, perchè se anche
tu facessi discorsi, anche da te mi allontanerei. Non fai sentire
la tua voce nelle piazze, non punti il dito contro di me, non ti
scandalizzi, non mi richiami ai miei doveri, mi stai accanto e
vai sussurrando il tuo amore per me…
Per lunghi giorni starai calma con me
La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore
Metto le mani in tasca e fedele nel tempo, c’è il mio rosario.
Carlo Carretto diceva di infilarlo in tasca e, anche senza dire
nulla, stringerlo forte. Ti ricordi Paola? Ricordi quando lo
mettemmo in tasca quando Davide, in coma, lottava tra la
vita e la morte? Lì, ho incominciato a fare silenzio. Le troppe
parole, i troppi perché gridati ad un Dio che non si lascia sfidare. I troppi perché che si ingarbugliano uno sull’altro, quelle
richieste di senso che non portano a nulla. Io, troppo piccola
per comprendere i disegni di un Padre così grande. Io troppo
fragile per capire un amore così immenso. Io, così creatura per
capire le fila che tesse il mio Creatore. Troppo donna, troppo
moglie, troppo di parte per comprendere i mille perché di
questo tempo così travagliato con Luca. Ricordi Paola? Ci suggerimmo un passo indietro: è rimasto il nostro primo grande
atto di umiltà per noi, di fronte a quella stanza di ospedale, il
nostro silenzio, delle parole, della mente ma non del cuore che
sempre ha pulsato accanto a quello di Dio.
E così le mie dita scorrono su quelle palline. Maria, con il suo
dito sulle labbra mi ricorda che anche lei serbava ogni cosa nel
segreto e nel silenzio del suo cuore. Maria, la madre del mio
Signore, si faceva plasmare dal silenzio. Maria. “Una spada
trafiggerà il tuo cuore”. E nel silenzio stringevi in te l’alito di
Dio. “Madre questo è tuo figlio, figlio, questa è tua madre”.
E nel silenzio, Maria, tempio dello Spirito Santo, custodivi e
serbavi quelle parole.
E così, Maria, mi accorgo che sei venuta anche tu su questa
spiaggia, di fronte a questo tramonto e contempli l’opera di
Dio.
Maria stammi accanto, tu che sai stare in silenzio, tu che non
chiedi, tu che non hai nulla da rimproverarmi, tu che non hai
nulla da insegnarmi ma che solo mi stai accanto.
Lascia che la mia mano afferri il tuo manto, come stringerei
il rosario.
Lascia, Madre, che io senta il profumo della tua preghiera e
così mi abbandoni nelle braccia del Padre.
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Con mio papà
di Suor Barbara
Ho trascorso due mesi a casa dai miei genitori a Palermo, in seguito all'aggravarsi della malattia di mio padre Enzo.
Ho vissuto questi due mesi nella sofferenza, conoscendo già quello che sarebbe stato l'esito della malattia di papà.
Momento dopo momento con la sua malattia, il cancro al fegato. Non è stato facile per me, nonostante che sia suora.
Comunque pur tra tanto dolore, in questo calvario, ho sentito sempre la presenza di Gesù accanto a me, e in maniera
più forte di prima.
Gesù è stato vicino anche a mia mamma, a mia sorella e a mio fratello.
Sapevo che avesse poco da vivere, ma non mi aspettavo che la malattia precipitasse così improvvisamente. E questo
pur facendo tutta la cura con attenzione e scrupolo. L'esperienza vissuta vicino a papà, mi ha resa più forte, più
matura, più consapevole, più umana, anche se ogni tanto mi scendono lacrime di dolore, lacrime profonde. E anche
di questo sono contenta, perchè almeno riesco ad esprimere i miei sentimenti.
Vorrei riportare in questa mia riflessione una frase di Papa Francesco: "Non abbiate paura della tenerezza di Dio,
sotto l'abito religioso siamo esseri umani fragili e deboli, e non dobbiamo aver vergogna di ciò che si prova verso gli
altri che soffrono, che stanno peggio di noi. Gesù, nostro Signore, si è fatto uomo per questo, per farci capire la sua
immensità di uomo."
Per concludere vorrei ringraziare il Signore perchè mio papà adesso si trova in Paradiso con Gesù e nella vera gioia,
la gioia piena.
E proprio al termine le ultime parole che Elena ci ha lasciato nel canto:
Senza gioia non c'è fede, senza gioia non c'è fede!
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23 marzo 2014
Cronaca di una
giornata particolare
Ricordo di suor Elena
nel primo anniversario
del suo ingressso nella
patria del Cielo.
“Solo grazie per tutto e per sempre!”
Cara Elena, l’abbiamo sentita così la giornata di oggi… Quasi richiamati dal canto che ha accompagnato il tuo cuore
e le tue labbra negli ultimi mesi della tua vita. “Solo grazie”.
Sono arrivati da ogni dove i tuoi figli, i tuoi fratelli e le tue sorelle, i tuoi piccoli e i tuoi grandi! Ad un anno dalla
tua rinascita in cielo! Non è trascorso molto tempo. I cuori tante volte sono ancora appesantiti, ma oggi sono giunti
tutti qui con una gioia sui loro visi, gioia che, sia pure nel dolore della tua morte, in qualche modo già era nei loro
volti un anno fa! Così hai desiderato tu! Così ci avevi chiesto tu prima dell’incontro con il tuo Signore, alla vigilia
di quello che tu amavi chiamare il momento più solenne della tua vita! Sì, sembra strano dirlo, ma nei volti oggi, da
quello di Eli tua sorella, a quello delle tue figlie e di chi ti vuole bene, abbiamo letto la gioia: gioia che mette radici
nel tuo Re e Signore.
Ci siamo incontrati per l’Eucarestia: Mensa del Pane vivo, ponte tra il Cielo e la terra e, se sappiamo che in ogni
istante tu ci sei accanto, tanto più siamo stati certi che in quel momento a servire Messa, accanto a Chiara e Michele,
c’eri anche tu! Nell’incontro con la Parola ti abbiamo ancora sentita discepola accanto a noi. Nell’omelia ti abbiamo
ricordata incontrandoti sposa innamorata di Gesù. Nella consacrazione, adoratrice dell’Amore. Alla preghiera del
Padre Nostro le nostre mani hanno accolto le tue che si sono intrecciate a quelle di ciascuno, per farci sentire che
ci sei sempre sorella nell’unico Padre che ci fa famiglia eliminando ogni distanza. Nello spezzare del Pane, ancora
assetata e affamata accanto a ciascuno di noi! Con te abbiamo cantato che Preferiamo il Paradiso: meta desiderata
del nostro andare!
E la festa è continuata con il pranzo insieme, nella semplicità a te tanto cara, nella condivisione del poco che ogni
famiglia dalle proprie case ha portato per fare festa! Da Salerno torte dolci e salate, da Trento lo strudel, da Milano
pizze e focacce, dalla Rocca le torte al testo. Ed un gran movimento in cucina per preparare fino all’ultimo panini e
manicaretti perché ciascuno potesse godere della gioia della condivisione di una grande famiglia. Ti abbiamo sentita
anche qui, passare da una persona all’altra con le tue risate, le tue parole e gli scherzi ai bambini che sempre numerosi
hanno dato ancora più gioia alla giornata.
Ma il momento più bello è stato quello in cui non ti abbiamo ricordata o commemorata, ma ti abbiamo festeggiata,
viva nel Padre e quindi in lui, viva in mezzo a noi! Abbiamo ricevuto in dono tutti una maglietta sulla quale è stampata una tua bellissima foto e così, quasi rivestiti un poco anche di te, riuniti in Chiesa abbiamo visto scorrere le tue
foto, accompagnate da danze preparate dalle tue sorelle, canti e piccoli passi tratti dai tuoi scritti!....Ma ciò che ci ha
detto che sei viva, viva in mezzo a noi, sono state le testimonianze di quanti ti hanno incontrato, ti hanno avuto come
sorella, amica e madre: i fratelli di Prato, quelli della Rocca, le famiglie di Santa Maria in Arce, i fratelli di Trento e
poi ancora Luigina, Padre Augusto e le tue sorelle e figlie! Quanti semi, quanti semi, cara Elena, seminati nella gioia
e nella sofferenza, oggi sono stati presentati al Padre come tenere pianticelle che, come Dio vorrà, cresceranno e
porteranno frutto.
Ci siamo salutati, accompagnati dalla benedizione che ha abbracciato cielo e terra. Chi ha lasciato l’Arce, mettendosi
in viaggio, per tornare a casa, chi è restato, ma tutti con la certezza di averti viva accanto a noi!
Di te possiamo dire ciò che l’autore della lettera agli Ebrei diceva a proposito di Abele (11,4): “anche se morto, parli
ancora”. Grazie, Elena!
Il prossimo 17 aprile celebreremo il ricordo della morte di suor Valeria. Ci sarai ancora una volta anche tu! Ti ha
seguita dopo circa un mese dalla tua partenza. Dopo ti ha raggiunto anche lei nella patria dei beati.
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Come eravamo
(il Piovano di San Giusto e altre storie)
di Giacomo Fiaschi
Fra gli abitanti di San Giusto, quelli che hanno meno di una cinquantina d’anni e passa, difficilmente possono rammentarsi del profumo del biancospino fiorito, alla fine d’ogni inverno, sulla siepe del Viale della Rimembranza che
porta diritto dinnanzi alla facciata della Pieve.
Era un profumo avvolgente. Lo sentivi all’improvviso, intensamente per qualche istante e poi scompariva, di colpo,
così come era arrivato. Ti lasciava addosso un piacere dolce e insieme sottile e netto, affilato come la lama di un rasoio
capace di squarciare il velo di noia leggera che avvolgeva le lunghe giornate di quegli anni, trascorse senza affanni e
senza telefonini, telecomandi, e trastulli d’ogni tipo ai quali oggi siamo tutti avvezzi a far ricorso per far finta d’essere
sani.
In quelle lunghe giornate ci si divertiva, da bambini, a far le sassaiole tra bande rivali ai margini del Dogaione, oppure,
dall’altro lato del borgo, dietro la Gora del Pero, sui dossi intorno alle buche, nelle quali confluivano le acque delle
gore, lunghi e stretti canali che formavano un immenso reticolo che si estendeva sino alle cascine di Tavola.
C’erano ancora le tinche in quelle acque, negli anni cinquanta. Qualcuno tornava a casa con un occhiello in fronte che
se lo vedessero sui loro pargoli le mammine di oggi chiamerebbero subito l’ambulanza. Le nostre di allora, quando
ci vedevan tornare con quegli occhielli, ce le davano sopra e, qualche volta, ve lo garantisco, i nocchini delle nostre
mammine facevan più male delle sassate.
Cose dell’altro secolo, che già i quarantenni di oggi, a sentirle raccontare, stentano a credere che siano davvero esistite. Ed è ancor meno probabile che tengano a mente la figura, indimenticabile per quelli che, come me, i cinquanta
li hanno superati da un bel po’, di quell’uomo eccezionale che per tanti anni fu l’animatore di una stagione culturale
indimenticabile, durante la quale si applaudivano a scena aperta, nel cinema teatro parrocchiale gremito fino a scoppiare, i Piccioni di Dreino uno spettacolo formidabile messo su da una compagnia formata dai ragazzi di allora oggi
ultrasettantenni (a chi gli è andata bene).
Il Canonico Romualdo Matteucci, il cui vero nome era Fioravante che, per la verità, poco si addiceva alla reverenda
figura, universalmente noto, nel contado e oltre, col nome di Piovano (non l’ho mai sentito chiamare correttamente
Pievano o Parroco, per cui lo chiamerò anch’io così) fu davvero un personaggio straordinario.
Era piccolo e magrissimo. Grandi occhi vivaci e sguardo severissimo, rideva molto raramente, ma quando aveva di
fronte un malato o un bambino il suo volto cambiava all’improvviso e perdeva ogni tratto austero per lasciar nascere
un inaspettato sorriso che tradiva un animo dolce e sensibile.
Il naso aquilino sul quale poggiavano gli occhiali dalla montatura dorata e sottilissima, così come il suo anticomunismo e la sua avversione viscerale ad ogni forma ed espressione di cultura laica, lo facevano assomigliare in modo
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impressionante, e in tutto e per tutto a Pio dodicesimo, il Papa di allora, del quale aveva anche il portamento perennemente ieratico. Un portamento ieratico dal quale, come dalla tonaca, non si separava mai, neanche quando la sera,
dopocena, sorseggiava il caffè al bar della chiesa, dove prendeva posto seduto, con le gambe accavallate sotto la gabbana, di fianco al suo tavolino mentre correggeva, senza occhiali e con i grandi occhi a palla a pochi centimetri dalla
pagina del quaderno, sotto gli occhi curiosi e stupefatti dei clienti tutti, pii e meno pii che fossero ma unanimemente
ammirati della scienza del loro Piovano, i compiti di greco degli studenti del seminario.
Eccolo lì, mi par di vederlo, con la sigaretta Aurora perennamente fumigante sul posacenere che, messo lì, accanto a
lui, al Piovano, aveva l’aria d’un turibolo che serviva a creare, con quella nuvola azzurrina, quasi un’isola di sacralità, a
rammentare che s’era si, in un bar, ma nel bar « del prete », dove non si tolleravano né moccoli né volgarità. Insomma
anche mentre prendeva il caffè, gli restava addosso una certa aria sacrale, un che di mistico che lo rendeva sempre, e
più che mai, reverendo, e persino gli oggetti più profani, come lo era senz’altro il pacchetto di Aurora, perfetto esempio di design in laicissimo stile liberty, venivano come purificati, santificati una volta entrati a far parte dell’insieme
di cose appartenenti al Piovano.
Aveva un caratteraccio, ed era decisamente collerico. La messa di mezzogiorno, non solo in tempo di elezioni, era
spesso occasione per una filippica all’indirizzo del comunismo, che allora -a differenza di oggi- era praticato spesso
in contrapposizione aperta e a volte in aperto spregio sia alla religione, sia alla cultura delle tradizioni, considerate
retaggio del capitalismo e via discorrendo. Ricordo che una volta, nella foga, gli cominciò a ballare la dentiera in
bocca e ci mancò poco che la ingollasse. La gente non sapeva se ridere o piangere. Guglielmo, il sacrestano, rosso in
viso come una cipolla di Tropea, scappò in sacrestia da dove si sentì distintamente scoppiare a ridere.
Il Piovano, dopo qualche secondo di panico, si riprese, si levò di bocca la dentiera e sollevando i paramenti e il camice
l’infilò nella tasca della tonaca. Le vene del collo eran gonfie come cordoni da scala. Lanciò un’occhiata fulminante
in panoramica sulla folla dei fedeli e intonò, con la mano davanti alla bocca e a gran voce, il Credo della Missa de
Angelis. I pochi comunisti presenti in chiesa se la fecero addosso dalle risate e fu lecito e spontaneo per loro pensare
che il Padreterno avesse finalmente cambiato bandiera…
Allora c’era davvero qualche comunista, anche di primo piano, che invocava l’arrivo dei sovietici a liberare l’Italia
dal vaticano e dai padroni. I comunisti di oggi li riconosci subito perché alle messe solenni sono in prima fila,
seguono con metodo scientifico e competenza assoluta l’andamento dei mercati finanziari e delle quotazioni in borsa
sull’Unità, e s’intrattengono amabilmente con i cardinali… che dire? Benedetti loro!… Forse oggi anche il Piovano
sarebbe contento di questa metamorfosi, chissà? Qualcosa, tuttavia, mi dice che non sarebbe stato tanto facile fargli
cambiare idea.
Ma anche le sue leggendarie sfuriate fuori dalla chiesa, al bar o per strada, che erano preannunciate da lunghi minuti
di assoluto mutismo e di occhiatacce fulminanti indirizzate al malcapitato, non erano uno scherzo e non avvenivano
di rado.
Diventavano oggetto di accese discussioni che avrebbero animato per intere settimane le serate alla Casa del Popolo
in piazza Gelli e alla Pubblica Assistenza di via Cava, i due contraltari della chiesa, il primo comunista e il secondo
d’ispirazione laica, vere spine nel fianco che non davan pace né tregua al povero Piovano.
Con la Casa del Popolo in particolar modo era guerra aperta: ad ogni iniziativa intrapresa per attirare il popolo in
chiesa, i comunisti glie ne contrapponevano un’altra per fargli concorrenza. Nella foga di questa battaglia qualcuno
perse la bussola e il salone da ballo della Casa del Popolo, tirato su alla fine degli anni cinquanta in aperta concorrenza con i locali parrocchiali d’intrattenimento, proprio mentre a Cuba Fidel « Lider Maximo » aveva la meglio su
Batista, fu battezzato, con lungimirante e illuminata intuizione, Salone Florida.
Le strade, allora, non erano ancora completamente asfaltate. L’asfalto vero e proprio cominciava parecchio dopo
le curve del « cason del Balli », esattamente a partire dal ponte sull’autostrada Firenze-Mare. Dal colmo del ponte,
estremo limite delle nostre scorribande di ragazzini, ci si dedicava, il sabato e la domenica, ad uno dei migliori divertimenti: contare quante macchine passavano dall’autostrada.
Una volta, in due ore, si riuscì a contarne quasi cinquanta: “Dio bono quante n’è passate oggi! Di sicuro erano i
signori di Firenze che vanno al mare, a Viareggio. Loro con l’Ardea e noi con la bicicletta o il Legno di Zoccolini…
Ma quando son grande la voglio anch’io l’Ardea…”.
I patiti della lingua sanno bene che esiste una figura retorica detta sineddoche, che consiste (ma non solo) nel fatto
di indicare la parte per il tutto: ebbene, il « Legno » era la sineddoche comunemente usata nel contado per indicare il
calesse, trainato da un cavallo (in carne e ossa), di Zoccolini, fiaccheraio in servizio fra Jolo e Prato.Zoccolini e Paccìe
furono gli ultimi due fiaccherai che portavano la gente in calesse a Prato.
Eran cose che accadevano a San Giusto, in quegli anni che, ormai, appartengono, come chi scrive, al secolo scorso.
Nel giro di pochi anni, fra il ‘60 e il ‘65, quello che sembrava il mondo di Parmenide fu travolto dalla piena del fiume
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di Eraclito.Dal colmo del ponte sulla Firenze-Mare i ragazzini non contavano più le macchine. Con i soldi entrati
nelle casse delle famiglie grazie ai colpi di martello dei telai San Giorgio e Nebiolo, i Solex, i Motom, i Guzzi, le Vespe
e le Lambrette non si contavan più. Cominciarono a sparire le Topolino e per le strade le stradine i vicoli e persino
per i viottoli ci fu un’invasione di Cinquecento e di Seicento. Qualcuno aveva la Seicento Abarth. Erano gli anni delle
Giulette Alfa Romeo, un mito.Poi arrivarono le 850, le 128, e si cominciò a vedere persino tessitori e operai al volante
delle Lancia Fulvia. I più vecchi scuotevan la testa.
A San Giusto tutto cambiò.
E anche le persone cambiarono. Tutte tranne una: il Piovano.
Gli anni sul groppone sembravano non pesargli. Anzi, era diventato ancora più bizzoso e segaligno che mai. Una
volta, me lo ricordo come se fosse ieri, lo incontrammo per strada: era novembre ed eran passate da poco le feste dei
santi e dei morti, saranno state le tre e mezzo del pomeriggio e faceva quasi buio, c’era un tempo da lupi, tirava un
vento da far paura e il cielo era macchiato di nuvolacce nere che non promettevan nulla di buono.
Ero in compagnia d’un amico che oggi non c’è più e tornavamo da Prato tutt’e due in bicicletta. Faceva un gran freddo
e le prime gocce di pioggerellina gelata pungevano il viso e le mani come spilli. Eravamo quasi a metà della discesa
del ponte sulla Firenze-Mare e profittando del vento di spalle avevamo preso una bella rincorsa per allungare il passo
verso casa. Per la strada non c’era anima viva. A un certo punto alzai la testa e lo vidi, il Piovano, sulla sua bicicletta
da donna nera, con la stola e la cotta sotto il ferraiolo e la berretta nera a tre punte infilata in testa e tenuta stretta al
collo da una sciarpa nera di lana ben annodata.
Pedalava controvento, ricurvo che sembrava Coppi sul Tonale. Il ferraiolo e la tonaca sventolavano e a un tratto gli
entrò la tonaca fra i raggi della ruota posteriore. Il Piovano vacillò e si riprese per miracolo. Scese di biciletta per liberare la tonaca dai raggi. Io e il mio amico ci fermammo per aiutarlo e indicando il cielo gli si disse che forse sarebbe
stato meglio se tornava indietro. In risposta ci fece cenno che andava tutto bene. Non disse nulla ma mi ricorderò
sempre il suo sorriso pieno di gratitudine.
Con un cenno della mano ci salutò e riprese la salita sotto la pioggia che ormai veniva giù a catinelle. Andava di
furia: aveva con se la borsa con l’olio santo e non si sarebbe mai perdonato di non aver fatto in tempo a dare l’estrema
unzione ad una delle sue anime.
Quando morì il corteo funebre fece il giro del paese. Persino la Casa del Popolo chiuse e tutti quelli che erano dentro
uscirono in piazza Gelli col berretto in mano per rendere omaggio all’antico avversario. Anche loro si eran resi conto
di aver perso, con lui, una parte importante della loro storia.
Al funerale c’eravamo tutti, nessuno escluso. Tutti avevamo un debito con quell’omino secco secco, bizzoso e collerico,
che aveva trattato per la Diocesi, con l’abilità d’un genio dell’alta finanza, affari miliardari e che era morto come era
vissuto: povero in canna e senza lasciare il becco di un quattrino a nessuno.
Da lui la mia generazione ha imparato di sicuro non solo il catechismo ma anche il rispetto, assolutamente laico,
delle regole del gioco e la passione per la coerenza e l’integrità dei valori umani, l’amore per i poveri e gli indifesi e la
massima comprensione e dedizione per i vecchi e per i bambini.
Abbiamo imparato tutti, a San Giusto in quegli anni, tante cose dal Piovano, ma la cosa più importante che ci insegnò
fu quella di difendere i valori della nostra civiltà.
Con infinita pazienza spiegava a grandi e piccini il significato delle parole latine con le quali allora si esprimeva la
liturgia.
Si rivolgeva al suo popolo, fatto di gente semplice e poco istruita, come avrebbe fatto se avesse avuto di fronte
l’assemblea dell’Areopago o degli Accdemici della Crusca.
Ci insegnò, con la parola e soprattutto con l’esempio a tener conto della nostra civiltà e ad avere rispetto e amore per
le arti, per la cultura e per la scienza.
Per questo tutti lo stimavano.
E anche i comunisti, suoi avversari storici, gli perdonavano di cuore le sfuriate domenicali e affidavano, senza esitare,
al Piovano l’educazione dei loro figli.
Addio Piovano. Ci vediamo lassù, dove tu sei e da dove ci osservi da cinquant’anni. Non essere troppo severo nel
giudicarci. Non so come avresti reagito di fronte ai cambiamenti della tua San Giusto negli ultimi decenni. Nostro
Signore, nella sua infinita intelligenza, ti ha richiamato a sé prima prima che tu avessi modo di dar vita a una bella
serie di sfuriate. Lui è stato buono con te. Cerca di esserlo anche tu con noi.
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Eventi in comunità
Abbiamo trascorso momenti ricchi di bellezza che il Signore ci ha donato!
Come non ricordare la serata del carnevale trascorsa qui da noi con due chitarriste bravissime che ci hanno voluto
regalare un loro concerto con musica classica! Grazie Lucia! Grazie Beatrice per questa serata di musica che ci ha
fatto assaporare ancora una volta la gioia semplice dello stare insieme!
•
Dal 23 al 29 marzo un gruppo di famiglie dell'Arce ha trascorso con noi una
settimana per gli esercizi spirituali della Quaresima. Mamme che hanno lasciato
i bambini ai nonni, ferie prese dal lavoro per stare con il Signore e solo con Lui...
che profezia di tempi nuovi!
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Continuiamo con gioia il percorso per i giovani: quest'ultimo del 4-5 e 6 Aprile
ha visto un bel gruppetto di partecipanti. Grazie a Te Signore per quello che
compi nella vita di questi ragazzi!
•
Il 27 Marzo il dott. Alessandro Beccarini è stato con noi per parlarci delle ultime
18 ore di vita di Gesù. E a parte le famiglie che erano qui per gli esercizi c'erano
anche altri amici che hanno condiviso con noi questo momento di riflessione.
•
Abbiamo festeggiato tanti compleanni! Lucia il 13 marzo, Fabrizio il 14 marzo,
Maria Concetta il 15 Marzo. Eli il 24 Marzo, Ada e Elena il 26 Marzo... a tutti i
nostri auguri! Dio vi benedica!
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Il 30 Marzo anniversario dell'ordinazione sacerdotale di Padre Augusto e anniversario della professione perpetua di Suor Elena Chiara! Che giorno importante
per la nostra Comunità!
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E mentre vi giunge il nostro giornalino il corso di Pasqua qui con noi! Tanti fratelli e sorelle si sono iscritti per vivere con noi il triduo pasquale... che grazia del
Signore! E insieme a questi eventi il più importante..l'anniversario, il primo, della
morte di Suor Elena Chiara! Ma per questo c'è un articolo a parte...
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E insieme a questo l'anniversario della morte di Suor Valeria il 17 Aprile!
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Nel mese di Marzo abbiamo avuto la triste notizia della morte del cognato di
Padre Augusto, Francesco. Un uomo mite, buono e generoso! Adesso contemplerà il volto di Dio. Preghiamo per Marisa, sua moglie e i figli... che sappiano
vivere nella fede questo dolore. A Padre Augusto tutta la nostra vicinanza e il
nostro affetto.
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in cucina
di Suor Ada
respirare è vita
di Suor Ada
Con il respiro la vita comincia e si incammina verso la fine.
L'aria fresca entra nelle narici, scende nei polmoni, gonfia l'addome e poi, più calda e più lenta, risale fino alle narici.
Puoi sapere ascoltando il ritmo del tuo respiro, quali sono le tue emozioni.
L'ansia e la paura accorciano il respiro, stringono la gola e accellerano il battito del cuore.
La gioia e la serenità allungano il respiro, lasciano entrare più aria possibile che, lenta, raggiunge la pancia e risale.
Il tuo modo di respirare dice agli altri come stai. Respirare racconta qualcosa di te.
Dunque, ascoltare il respiro dell'altro, è un primo modo per conoscerlo.
Che mondo meraviglioso, ci avevate pensato prima che potesse essere così?
In fondo respiriamo senza prestare troppa attenzione a questo meccanismo vitale che ci appartiene!
I polmoni sono posizionati dentro la gabbia toracica e protetti dalle costole.
Essi sono sottoposti ogni giorno ad uno stress da non sottovalutare, a causa dell'inquinamento atmosferico per cui
devono difendersi in qualche modo.
Ma il nostro corpo è stato pensato talmente bene che è munito anche di un sistema di difesa.
Infatti, per proteggerci, la natura ha escogitato un sistema di condizionamento d'aria di incredibile complessità.
Questo sistema di condizionamento comincia dal naso, il quale è rivestito nel suo interno da tanti minuscoli peli che
hanno il compito di trattenere le particelle di polvere di maggior volume che, se per caso raggiungessero gli alveoli
polmonari, li ostruirebbero in poche ore.
Inoltre, poichè i nostri polmoni hanno bisogno di respirare aria calda e umida, a partire dal nostro naso l'aria viene
scaldata e umidificata dalla dilatazione e contrazione dei vasi sanguigni a secondo della giornata fredda o calda.
Altra umidità proviene dalla secrezione lacrimale che bagna di continuo l'occhio e raggiunge il naso.
E' meraviglioso, siamo fatti incredibilmente bene e per questo dobbiamo ringraziare!
Ricetta
Cerco di darvi alcuni consigli affinchè possiate respirare meglio ed avere più energia.
Non vi farebbe male camminare ogni giorno almeno un'ora all'aria aperta inspirando ed espirando ampiamente.
Appena alzati bevete a digiuno mezzo litro di acqua che purificherà il vostro intestino dalle tossine, in modo che i
vostri polmoni siano meno appesantiti.
Prendete l'abitudine di bere la spremuta di un limone in mezzo bicchiere di acqua.
Ancora è molto utile fare dei suffumigi mettendo in acqua calda 5/10 gocce di olio essenziale di eucalipto e respirate
con una asciugamano sulla testa fino a quando l'acqua non si raffreddi.
Le proprietà dell'olio di eucalipto liberano i polmoni dal muco.
Aspettando vostre notizie, vi auguro una buona primavera, "respiratela" a pieni polmoni!
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La chiesa
sa n t a ma r i a i n a r ce r o cca sa n t ’ a n gel o
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