Giornale del 01/02/2014

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European Journalism Legitimation - the GNS Press Ass.tion - The ECJ promotes publishing, publication, communication work - P. Inter.nal
I COMPORTAMENTI A RISCHIO
LE PSICOSI ( VI parte)
ANNO X N.RO 2
del 01/02/2014
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Pag. psicologica
Turisti per caso
Dal Brennero ai …
Da dove viene la kuna?
Il teatro romano
De cognomine
Note antropologiche
Le quote nere
Aisosopos
Il racconto del mese
Da Trapani
Momento tenero
La donna nella storia
Immagini d’un altro t.
Proverbi
Ecologia e proverbi
Libro per S.Valentino
La pagina medica
Storia della musica
La donna nella letter.ra
Controcorrente
Dalla Red. di Bergamo
Dentro la storia
Critica letteraria
I grandi pensatori
Politica e nazione
I piatti tipici
Dalla Red.di Bergamo
Antonino De Stefano
All’ultimo minuto
Leviora satirica
L‘ angolo della follia
- Disturbo bipolare dell’umore: Alcuni tratti o disturbi veri e propri
dell‘adolescenza possono in parte mascherare o rendere più difficile una diagnosi certa. Nonostante questo, però, il disturbo bipolare può essere riconosciuto in modo piuttosto sicuro. Anche se è vero che
gli sbalzi di umore tipici di questa malattia possono essere
associati ad un esordio schizofrenico, occorre distinguere
queste due patologie per poi proporre percorsi terapeutici diversi. Infatti, tipici del disturbo affettivo bipolare sono anche
sintomi di tipo psicotico che possono presentarsi con disturbi del pensiero,
grandiosità, idee bizzarre, ma che non sono riconducibili ad una condizione
di schizofrenia. Può diventare difficile allora distinguere un rallentamento
depressivo da un rallentamento schizofrenico, un‘apatia schizofrenica da
una depressiva.
- Disturbi dell’Adattamento che presentano umore depresso :
In questa situazione clinica i sentimenti di tristezza, solitudine e vuoto che si
presentano sono riconducibili ad eventi stressanti chiaramente identificabili.
Queste reazioni devono aver insorgenza entro tre mesi dall‘evento stressante
e non avere una durata superiore ai sei mesi. Nei bambini e negli adolescenti questo si manifesta soprattutto con difficoltà di resa scolastica e nei
rapporti interpersonali. Il lutto è escluso da questo quadro clinico.
- Lutto non complicato: Un quadro depressivo completo si può manifestare
in seguito ad un lutto accaduto nell‘arco dei tre mesi precedenti. Prevalgono
la perdita dell‘appetito e di peso, insonnia, difficoltà nelle relazioni sociali,
perdita d‘interessi e raramente rallentamento psicomotorio. Nel caso di
adolescenti e bambini spesso questo avviene come reazione alla perdita di
uno dei due genitori.
- Diagnosi differenziale della depressione nell’adolescenza :
Come accennato in precedenza, nell‘adolescenza la depressione può essere
accompagnata da comportamenti devianti o altra sintomatologia clinica che
ne rende più complessa l‘identificazione diagnostica. Una di queste
complicanze è spesso l‘abuso di alcol o di altre sostanze che in molti casi
sono assunte a scopo di automedicazione“, cioè con il vano scopo di lenire il
dolore psicologico provato per qualche frustrazione non elaborata. In questo
caso è importante conoscere la storia del ragazzo per capire se i sintomi
depressivi siano insorti prima o dopo l‘assunzione di sostanze.
Può essere anche facile, in alcuni casi, la confusione tra la diagnosi di
disturbo borderline di personalità e la diagnosi di depressione. Anche in
questi casi può aiutare molto la storia del soggetto, il suo modo di
rapportarsi nelle relazioni e nei contetesti in cui è inserito.
Sul portale
http://www.andropos.eu/antroposint
heworld.html
1)F. Pastore, LE PROBLEMATICHE DELL’ADOLESCENZA, I Comportamenti a rischio, pag. 36 e 37
2) D. MARCELLI, A. BRACONNER; “ PSICOPATOLOGIA DELL’ADOLESCENTE”; MASSON.
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Antropos in the world
ANDRAOUS:TURISTI PER CASO ED ALTRO
Giovani e adulti, facoltosi e meno abbienti, ognuno a
“farsi grande” con l’uso di sostanze stupefacenti.
In questo consumo smodato d’illusioni in pillole, non esistono confini sufficienti a identificare le ideologie nè le culture. Eppure non
fa difetto l’eredità pesante che ci portiamo addosso, quell’esperienza dolorosa a indicatore di
quei giovani che soccombono nella dose quotidiana.
Continuiamo ad azzuffarci per decidere se sia meglio
punire o prevenire, o ancora meglio assolvere chi sniffa,
chi si buca, chi fuma.
Mentre inarchiamo le sopracciglia per l’ennesimo
giova-ne perduto, noi replichiamo la sconfitta nella
prossima legge emanata a furor di popolo, la quale ammalia il voto ghermito a quattro mani, ma non porta il
risultato voluto.
Viviamo questa vita come fossimo “turisti per caso “,
camminiamo tra le incertezze che ci colgono,sen-za
preoccuparci delle macerie che ci lasciamo alle spalle.
Nelle scuole i cani poliziotto delineano scenari incredibili, dove gli adolescenti di ieri appaiono improvvisamente travestiti di tanti domani…. nel fumo di una
canna.
Nelle discoteche tribù di giovani si muovono nervosamente, imbottiti di energia in polvere, per guarire da
fragilità e solitudini.
Nelle fabbriche, nei laboratori, negli uffici, uomini e
donne, ben intruppati nella trasgressione, non più visibile
come tale, divenuta piuttosto una dimensione, una sintesi
sgangherata, per tentare di arginare le proprie rese
all’efficienza.
Così nelle strade, nei tanti sguardi stanchi, avam-posti
alla berlina, per calcolo o per inadeguatezza politica,
postazioni mobili del dolore, per nascondere la nuova e
logora assunzione di droghe, per una tantum, per tappe
intermittenti, solo per qualche volta, per qualche momento…….
Chissà forse il volo pindarico causato dalla droga sta
davvero a divertimento, a svago, a tendenza che attrae,
nulla di più e nulla di meno di un tentennamento della
ragione.
Forse è proprio così, perché il nostro è proprio il
paese di Pirandello: sappiamo urlare, disperarci, condannare, scrivere a caratteri cubitali che non esiste una droga
buona, che ogni droga fa male. Ma poi quando cala il
sipario sulle grandi adunate, sulle tracce lasciate indietro
dai nobili ideali, ecco che dal Golgota laico, coloro che
vergano le leggi per tutelare l’inalienabile diritto alla
salute, quindi alla vita, ( che non può essere interpretato
come diritto alla sopravvivenza), improvvisamente,
sconfessando se stessi, indossano il passamontagna per
rapinare anonimamente la possibilità di una scelta, soprattutto nei riguardi di chi ancora questa possibilità non
possiede, trasformando quello che dovrebbe essere il
compito più alto, in un dialogo a senso unico.
A PROPOSITO DI IMU ALLA CHIESA
Facciamo pagare l’Ici o l’Imu anche alla Chiesa! L’affermazione è così perentoria da non lasciar scampo al dubbio,
fa intendere, che, lì, dove Cristo sta alla croce e gli uomini
ai suoi legni, c’è un bel po’ di magna magna, quanto meno di
furbetti da una parte e di allocchi dall’altra. Quando la coperta
è troppo corta e il popolo adirato, c’è sempre spazio per alimentare il desiderio di forche dialettiche, mentre le eventuali
risposte svelanti truffe e raggiri fanno mancare le domande
all’appello, obbligate a stare in disparte, come fossero di poca
importanza.
Qualche giorno fa allorché si è fatto man bassa di accuse e
certezze inossidabili, leggendo le molteplici richieste di equità e
giustizia nei riguardi della Chiesa, per farle pagare la tassa in
oggetto, ho detto sottovoce e senza alcuna verità nelle tasche di
andarci piano con il plotone di esecuzione, perché c’è sempre
tempo per quello.
La riflessione è ben altra: se davvero la Chiesa è padrona e
ladrona come qualcuno si ostina a dire per mezzo della famosa e
indiscussa cassa mediatica, se le proprietà che la contraddistinguono sono adibite a lucro continuo, e non come risorsa e strumento di emancipazione per i poveri, i prevaricati, i dimenticati,
se davvero questo è un business conclamato e permeato da un’accettazione statuale, occorrerebbe anche chiedersi, come mai si è
giunti a questo status quo.
E’ un interrogativo che in questi anni di saltimbanchi, di
prestigiatori, di commedianti più o meno noti, non ha mai avuto
riscontri, non è mai stata posta neppure all’interlocutore, per il
semplice fatto che la Chiesa non ha mai lesinato di offrire il suo
servizio, nei riguardi di quanti sono stati rapinati di un pezzo
importante di futuro, di coloro che titolari di residenza o di domicilio, rimangono dei rifugiati ai margini della società autoctona e globale.
Enti ecclesiali, religiosi, cattolici, che travestono gli spazi
ludici e di intrattenimento, in luoghi di culto, di preghiera, di
ritiro spirituale e di accoglienza, debbo dire che è alquanto
invero-simile. Piuttosto credo, perché lo so, perchè ho avuto
modo di constatarlo di persona, che gli edifici della Chiesa sono
territori della solidarietà e della accoglienza che diventa salvezza
della vita, un servizio vero e senza orpelli a contrassegno per
trarre di impaccio chi è piegato nella disperazione.
Dunque, in ogni spazio della Chiesa occorre chiedere l’Ici
come per qualunque altro ente o possessore di attività destinata a
fare economia? Se così è come conseguenza di una Chiesa che
non paga e non corrisponde quanto deve, o non rende quanto
invece ha preso, è evidente che debba mettersi in regola, mi pare
però un’esagerazione costruita a misura, infatti non credo nella
dichia-razione dei redditi che non si trovano.
Forse oltre a rimuginare pensieri di rivalse nei confronti della
Chiesa, rumoreggiando sulle tasse che non sarebbero pagate, occorrerebbe meglio chiarire i fondamenti del lavoro che svolge,
che sempre svolgerà, questa grande casa della fede, della contemplazione, delle azioni che liberano e emancipano gli uomini e le
donne in tutto il mondo, quello lontano e quello vicino, dove c’è
sempre più bisogno di chi non chiede tornaconti, interessi, medagliette da appuntare al petto, nel consegnare aiuto a chi ne è
sprovvisto, a chi è derubato persino della speranza.
La Chiesa non dovrebbe essere supplente di un vuoto istituzionale, ma protagonista assoluta di un ripensamento culturale,
affinché ogni persona mantenga e custodisca la propria dignità nel
rispetto dovuto.
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Antropos in the world
DA TRAPANI
DAL BRENNERO AI FORCONI
L’S.O.S. DELL’AGRICOLTURA ITALIANA
Prendo le mosse dall’appena conclusa protesta della
Coldiretti al Brennero e da quella – in corso – dei
Forconi siciliani (e non solo) per abbozzare alcune considerazioni sulla lenta agonia dell’agricoltura italiana.
Una agricoltura naturalmente ricca e che potrebbe recare ricchezza all’Italia intera. Eppure, la nostra agricoltura e la nostra zootecnia stanno morendo di consunzione, mentre un numero sempre crescente di famiglie italiane rischia la povertà.
La nostra industria agroalimentare – un tempo volano
dell’economia nazionale – è stata oramai liquidata.
Prima quella statale: l’Italgel (ceduta alla svizzera Nestlè), la GS (alla francese Carrefour), la Bertolli (alla
multinazionale anglo-olandese UNILEVER). Poi quella
privata, strangolata dalla globalizzazione: Galbani,
Invernizzi, Locatelli, Parmalat e San Pellegrino ai
francesi, Carapelli, Star e Scotti agli spagnoli, Buitoni
agli svizzeri, Peroni agli inglesi, Algida agli angloolandesi, Molteni agli svedesi, Plasmon agli americani,
Gancia ai russi, Pernigotti ai turchi, Fiorucci ai giapponesi, Chianti ai cinesi.
Il nostro buon cibo – che tutto il mondo ci invidia –
trasmigra all’estero, e a noi non rimangono neanche i
benefìci economici dell’esportazione, destinati ad
arricchire svizzeri, francesi, turchi e cinesi. Quelle
poche piccole industrie alimentari italiane che ancòra
resistono hanno sempre maggiori difficoltà ad esportare,
trovando i mercati saturi di tutte le porcherie che la
similindustria della contraffazione spaccia per cibo
italiano: dalla mozzarella campana fatta in Scandinavia
al parmigiano reggiano prodotto nel Far West, a tutte le
bufale made in China.
In compenso, in nome della libertà dei commerci (per
cui i buoni americani hanno fatto due guerre mondiali)
da noi arriva di tutto; e in primo luogo arrivano quei
prodotti scadenti e spesso nocivi che spiazzano la nostra
produzione di pregio, impossibilitata a reggere la concorrenza di merci – apparentemente simili – immesse
sul mercato a prezzi stracciati. «Sono le regole del
mercato» sentenziano gli imbecilli iperliberisti che
sbavano sullo spread e sul “politicamente corretto”.
Non è vero: sono le regole di un mercato unico mondiale pensato appositamente per uccidere le economie
dei paesi europei. E, mentre negli scambi internazionali
regna la legge della giungla e l’Organizzazione
Mondiale del Commercio – proprio ieri – ha varato un
altro tragico programma di liberalizzazione globale,
l’Unione Europea ci assedia con raffiche di direttive,
regolamenti, prescrizioni ed angherie varie che frenano
il nostro sviluppo: non possiamo produrre quello che
potremmo, ma dobbiamo
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rispettare le quote latte, dobbiamo portare al macero le
arance raccolte in più, non possiamo piantare un vigneto
ed anzi ci pagano per estir pare quelli che abbiamo.
Potremmo produrre agevolmente
tutto quanto ci serve per sfamare gli
italiani, ma questo sarebbe un delitto
di lesa maestà comunitaria, un rigurgito autarchico di mussoliniana memoria. Dobbiamo obbligatoriamente
- in nome della de mocrazia - e della
libera circolazione delle merci – importare latte dalla Germania e dalla
Slovacchia, arance dal Maghreb, uva dal Cile e dal Sud
Africa, carne dall’Argentina, olio dalla Spagna, e così
via; dobbiamo acquistare di tutto, ivi comprese certe
carni macellate che sono spesso veicolo di epidemie.
Né, ad onor del vero, dal mercato nazionale giungono
segnali incoraggianti: i produttori sono costretti a
vendere a prezzi da fame quei prodotti che – dopo troppi
passaggi non sempre limpidi – giungono sugli scaffali
dei supermercati a prezzi da gioielleria. In mezzo, fra gli
anelli della catena di intermediazione, qualcuno si
arricchisce sulla pelle degli agricoltori e dei consumatori. Ma anche queste sono le regole di sua maestà il
Mercato. E se le metti in discussione diventi fascista o –
a scelta – comunista.
Michele Rallo
[ Le opinioni eretiche ]
________________
Michele Rallo: Delegato all’Organismo Rappresentativo Universitario (eletto nel 1967); - Consigliere comunale di Trapani
per tre mandati (dal 1980 al 1994); - Deputato al Parlamento
nazionale per due legislature (dal 1994 al 2001).
BRONTOLO
Giornale satirico diretto da Nello Tortora
Direzione
Salerno - Via Margotta, 18
tel.089797917
XVIII CONCORSO NAZ.LE DI SATIRA,
UMORISMO, POESIE, PITTURA, SCULTURA,
FOTO.
Per informazioni, contattare la Redazione di
Brontolo in via Margotta,18 Salerno, tel.
089.797917 – e-mail [email protected]
Antropos in the world
I GRANDI MISTERI
DA DOVE VIENE LA LUNA?
La teoria dell'impatto risultò la più plausibile e venne largamente accettata dagli scienziati e migliorata
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con nuovi modelli di formazione pla
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ossi impatti di quel tipo sono
stati effettivamente piuttosto comuni nelle ultime fasi di formazione dei pianeti terrestri.
Circa 4,45 miliardi di anni fa, un giovane pianeta Terra,
vecchio di soli 50 milioni di anni all'epoca e non ancora
così solido come lo cono-sciamo ora, sperimentò il più
violento impatto della sua vita.
Un altro corpo roccioso, all'incirca della mas-sa di
Marte, si era formato nelle sue vicinanze, e la sua orbita
entrò in collisione con quella terre-stre. Quando i due corpi
si urtarono, l'energia coinvolta fu 100 milioni di volte
maggiore di quella dell'impatto meteoritico che si pensa
abbia causato l'estinzione dei dinosauri. La collisione
distrusse il corpo, probabilmente vaporizzò gli strati più
esterni del mantello terrestre e scagliò una gran quantità di
detriti in orbita attorno alla Terra. La nostra Luna si formò
in seguito per condensazione di questa "nube" di detriti.
Nella metà degli anni '70, gli scienziati proposero lo
scenario dell'impatto come ipotesi per la formazione della
Luna. L'idea era che un impatto fuori asse di un corpo
celeste di dimen-sioni paragonabili a Marte con la Terra
ancora giovane avrebbe potuto fornire ad essa la sua
velocità di rotazione iniziale, ed espellere una quantità
sufficiente di detriti da formare la Luna. Se il materiale
espulso viene soprattutto dal mantello della Terra e del
corpo che l'ha urtata, la mancanza di un nucleo ferroso sulla
Luna si spiega facilmente, e l' energia dell'urto può rendere
conto del forte riscaldamento extra subito dal materiale
lunare, ipotizzato dopo l'analisi dei campiodi di roccia
raccolti sulla Luna dagli astronauti delle missioni Apollo.
Per quasi dieci anni, la teoria non venne accettata dalla
maggioranza degli scienziati.
Tuttavia, nel 1984, una conferenza dedivata all'origine
della Luna propose un confronto critico fra le varie teorie
esistenti all'epoca e si dovette convenire che quella dell’impatto era l’ipotesi più logica.
Le prove? Eccole elencate qui di seguito:
 la bassa densità lunare (3,3 g/cm3) dimostra che non
possiede un evidente nucleo di ferro come la Terra.
 Le rocce lunari contengono soltanto poche tracce di
sostanze volatili, per esempio l'acqua, che implica
un maggiore riscaldamento della superficie lunare
rispetto a quella terrestre.
 Le abbondanze relative di isotopi dell'ossigeno sulla
Terra e sulla Luna sono iden-tiche, il che suggerisce
che la Terra e la Luna si sono formate alla stessa
distanza dal Sole.
Georges H. Darwin, secondo figlio di C. Darwin, dopo la
morte di de Buffon, tentò di fornire nel 1878 una spiegazione razionale sull’origine della Luna at-traverso la
teoria della fissione.
Tale teoria prevede che la Luna si sia staccata dalla
Terra primordiale a causa di una elevata velocità di rotazione e fluidità di quest'ultima. In pratica, una parte della
massa che apparteneva alla Terra si separò, provocando
una enorme cicatrice in corrispondenza delle zone equatoriali.
Questa ipotesi però appare inverosimile perché, per
provocare il distacco della Luna, era necessaria una velocità di rotazione della Terra che la doveva portare a compiere un giro completo in 2,5 ore, e questo valore rimane
incompatibile con il momento angolare del sistema Terra
- Luna.
Ciò vuol dire che tutta l'energia presente nel sistema
era insufficiente per raggiungere una velocità della Terra
tale da portare la durata del giorno terrestre a 2,5 ore.
Inoltre, visto che la teoria della fissione ipotizza un distacco dalle zone equatoriali, non riesce a spiegare il motivo per cui l'orbita della Luna è inclinata rispetto all'orbita della Terra.
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Antropos in the world
IL TEATRO COMICO ROMANO a cura di Andropos
La parola commedia è tutta greca: κωμῳδία, "comodìa", infatti, è composta da κῶμος, "Kòmos", corteo festivo e
ᾠδή,"odè", canto. Di qui il suo intimo legame con indica le antiche feste propiziatorie in onore delle divinità
elleniche, con probabile riferimento ai culti dionisiaci . Peraltro, anche i primi ludi scenici romani furono istituiti,
secondo Tito Livio, per scongiurare una pestilenza invocando il favore degli dèi. I padri della lingua italiana, per
commedia intesero un componimento poetico che comportasse un lieto fine, ed in uno stile che fosse a metà strada
fra la tragedia e l'elegia. Dante, infatti, intitolò comedìa il suo poema e considerò tragedia l’Eneide di Virgilio. La
commedia assunse una sua struttura ed una sua autonomia durante le fallofòrie dionisiache e la prima gara
teatrale fra autori comici si svolse ad Atene nel 486 a.C. In altre città si erano sviluppate forme di spettacolo
burlesche, come le farse di Megara, composte di danze e scherzi. Spettacoli simili si svolgevano alla corte del
tiranno Gerone, in Sicilia, di cui purtroppo, non ci sono pervenuti i testi.
A Roma, prima che nascesse un teatro regolare, strutturato cioè intorno a un nucleo narrativo e organizzato
secondo i canoni del teatro greco, esisteva già una produzione comica locale recitata da attori non professionisti,
di cui non resta tuttavia documentazione scritta. Analogamente a quanto era accaduto nel VI secolo a.C. in
Attica, anche le prime manifestazioni teatrali romane nacquero in occasione di festività che coincidevano con
momenti rilevanti dell’attività agricola, come l’aratura, la mietitura, la vendemmia.
PLAUTO: TRINUMMUS (187 circa
a.C.)
Titus Maccus Plautus, nacque a Sarsina, tra il 255 e il 250 a.C.; i tria nomina si usano per chi è dotato di cittadinanza
romana, e non sappiamo se Plauto l’abbia mai avuta. Un antichissimo codice di Plauto, il Palinsesto Ambrosiano,
rinvenuto ai primi dell’800 dal cardinale Angelo Mai, portò migliore luce sulla questione. Il nome completo del poeta
tramandato nel Palinsesto si presenta nella più attendibile versione Titus Maccius Plautus; da Maccius, per errore di
divisione delle lettere, era uscito fuori il tradizionale M. Accius . Plauto fu un autore di enorme successo, immediato e
postumo, e di grande prolificità. Inoltre il mondo della scena, per sua natura, conosce rifacimenti, interpolazioni,
opere spurie. Sembra che nel corso del II secolo circolassero circa centotrenta commedie legate al nome di Plauto:
non sappiamo quante fossero autentiche, ma la cosa era oggetto di viva discussione. Nello stesso periodo, verso la
metà del II secolo, cominciò una sorta di attività editoriale, che fu determinante per il destino del testo di Plauto.
TRAMA DELLA COMMEDIA –
E’ una commedia che narra di un personaggio di nome
Carmide, che prima di partire per l’estero confessa all’amico Callicle di un tesoro nascosto in casa e lo prega
di nasconderlo al figlio. Dopo la sua partenza, il figlio
Lesbonico spende tutto il suo patrimonio giocando e
vende pure la casa, lasciando la sorella senza dote.
La casa viene comprata da Callicle perché non voleva
che cadesse in mano ad altri ed offre una camera a
Lesbonico. Il suo amico, Megaronide, gli dice che la
gente lo critica e a Callicle non rimane che confessare
all’amico del tesoro, per poter salvare la sua
reputazione. La sorella di Lesbonico era rimasta senza
dote e l'amico di lui, Lisitele, per aiutarlo ha deciso di
prendere in sposa la sorella senza dote e la presenta al
padre Filtone, il quale, dopo aver tratto delle
conclusioni, accetta l'idea del figlio e chiede la mano
alla famiglia della ragazza. Lesbonico però nonostante
la sua dissolutezza non aveva perso il suo senso
dell’onore e accetta che l’amico Lisitele possa sposare
la sorella a patto che ella porti in dote l’unico pezzo di
terra che possedevano. Callicle viene informato di
questa situazione da Lesbonico, Stasimo e non poteva
acconsentire che la figlia di Carmide si sposasse senza
dote soprattutto essendo in possesso del tesoro di
Carmide stesso. Chiede immediatamente consiglio
all’amico Megaronide, il quale per non dettare sospetti
incarica un falso messaggero, Sicofante, che finga di
ritirare da parte di Carmide una carta per Lesbonico e
una
somma di denaro per la figlia e con l’incarico di consegnarlo a Callicle. Il denaro viene ritirato e dissotterrato per
l’occasione del matrimonio e per fare questo occorreva
che il falso messaggero ingaggiato per tre monete doveva
presentare una lettera. Costui si incontra con Carmide di
ritorno dal viaggio, il quale, sorpreso urla, lamentandosi
con Stasimo per aver perso tutto, casa compresa. Callicle, sentendo le grida di Carmide, esce e spiega all’amico
come era andata tuttala faccenda.
SINOSSI: Scritta negli ultimi anni di carriera di Plauto,
cioè tra il 188 e 186 a. C.,per la presenza di abbondanza e
varietà ritmiche delle parti cantate e l’insistenza con cui si
contrappongono i costumi nuovi e quelli vecchi. E’ la
commedia più seria di Plauto dove segue il modello greco
di Terenzio. La commedia si svolge nelle vie di Atene .
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ASSOCIAZIONE LUCANA
“G. Fortunato” - SALERNO
SEDE SOCIALE in Via Cantarella
(Ex Scuola Media “A. Gatto”)
Antropos in the world
DE COGNOMINE DISPUTĀMUS
a cura di Antropos
L'origine del cognome non è certa e come per molti
“ Il soprannome è l’orma di una identità forte, che si è
imposta per una consuetudine emersa d’improvviso, il altri cognomi italiano si attesta attorno all'anno mille.
riconoscimento di una nobiltà popolare, conquistata in Una delle famiglie nobili dei Vitale è quella originaria
virtù di un ruolo circoscritto alla persona, quasi una della Cava de Tirreni in provincia di Salerno, da questa
spinta naturale a proseguire nella ricerca travagliata di linea discese successivamente il ramo dei Duchi di
un altro sé. Il sistema antroponimico era dunque binomi- Tortora.
Il cognome Vitale è tutt'oggi molto presente in
nale, formato da un nome seguito o da un’indicazione di
luogo (per es.: Jacopone da Todi), o da un patronimico Calabria nella zona della Locride, qui è possibile
(Jacopo di Ugolino) o da un matronimico (Domenico di trovare famiglie facoltose appartenenti a quella che
Benedetta) o da un attributo relativo al mestiere (Andrea viene definita "nobilità civica" che posseggono uno
Pastore), et cetera. Il patrimonio dei cognomi era pertanto stemma di famiglia a partire almeno dal diciottesimo
così scarso, che diventava necessario ricorrere ai secolo.
Il cognome Vitale è appartenuto quindi a diverse
soprannomi, la cui origine non ha tempi e leggi tali, da
permettere la conoscenza di come si siano formati, e la famiglie alle quali sono stati assegnati diversi ricomaggior parte di essi resta inspiegabile a studiosi e noscimenti e titoli nobiliari. Particolare il caso della
famiglia Vitale di S. Ilario Ionio che aveva ottene il
ricercatori.
Spesso, la nascita di un soprannome rimanda ad particolare privilegio dal papa, di poter costruire
accostamenti di immagini paradossali ed arbitrari. Inu- all'interno del proprio palazzo una cappella. La famiglia
tilmente ci si sforzerebbe di capire il significato e l’origine in questione si è ormai estinta, mentre il castello è
di soprannomi come "centrellaro" o come "strifizzo" o invece sempre in piedi.
"trusiano", lavorando solo a livello di ricerca storica e Personaggi:
filologica. E così, moltissimi soprannomi restano inspie- Luigi Vitale (Castellammare di Stabia, 5 ottobre
gabili, incomprensibili, perché si è perso ormai il contesto 1987) è un calciatore italiano, centrocampista della
storico, sociale e culturale o, addirittura, il ricordo Juve Stabia in prestito dal Napoli.
dell’occasione in cui il soprannome è nato. Verso il XVIII° - Vitale martire, difensore della fede, alle radici della
secolo, il bisogno di far un po’ d'ordine e la necessità di Chiesa bolognese.
identificare popolazioni diventate ormai troppo popolose porta all'imposizione per legge dell'obbligo del cognome.
Il cognome di questo mese è Vitale . Un cognome
sinistro e poco diffuso, in Italia solo 309 persone si chiamano così. Considerando una classifica di diffusione dei
cognomi italiani, Vitale appare al cinquantesimo posto. La
concentrazione maggiore delle persone che portano questo
Per un futuro di
cognome è in Campagna e in Sicilia, in particolar modo a
SUCCESSI CONOSCENZE
Palermo. Anche questo cognome, come molti altri si
presenta con numerose varianti: Vitali, Vitalini, Vitaliti,
MIGLIORAMENTI
Vitaliani, Viataliani, Vitalesta, Vitalizio.
GUADAGNI.
L'etimologia riporta al termine latino Vitalis che indica
vitalità e la storia nome vede il cognome Vitale già prePer informazioni e contatti:
sente in Italia al tempo degli imperatori Romani.
Presidente
Nell'araldica cognomi troviamo diversi stemmi associati al cognome Vitale a seconda della linea di discenFM GROUP CONTURSI
denza. Uno di questi, come ci si potrebbe aspettare a
Giornalista
partire dall'interpretazione del nome, riporta l'immagine di
geom. Carlo D’Acunzo
rigogliosi tralci di vite.
I titoli assegnati ai Vitale sono quelli di nobili, conti,
Angri (Sa)
marchesi, duchi, baroni e patrizi. Il significato e origini
___________
presumibilmente derivano dai San Vitale di Parma, antiE-mail:
chissima famiglia risalente al dodicesimo secolo. La
[email protected]
famiglia si suddivise in tre linee principali: i Vitale, i conti
Paglières, che fu nobilitata nell'anno 1589, e la linea
diretta chiamata Ceva San Vitale, chiamata così perché
possedeva la signoria dei feudi di Ceva.
FM GROUP ITALIA
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Antropos in the world
NOTE ANTROPOLOGICHE
UN GIOVANE PARLA AI GIOVANI
CHE COS’E’ L’OMOFOBIA?
Il XXI secolo: per Stanley Kubrick un’era fatta
di astronavi, stazioni lunari, viaggi verso Giove
ecc… Magari la sua era una visione un po’ ottimistica di quella che sarebbe stata la quotidianità
in questo secolo. Eppure non poi così lontana dalla
realtà considerando tutte le tecnologie di cui godiamo che non hanno nulla da invidiare a quelle della
pellicola kubrickiana, anzi sono in alcuni casi
perfino superiori ad esse.
Viviamo dunque in un mondo futuristico rispetto al 1968 (anno in cui fu girato “2001: odissea nello spazio”), molto più evoluto non solo dal
punto di vista tecnologico ma anche ideologico. Le
nuove generazioni hanno idee e mentalità aperte a
tutto, proiettate al futuro. I ragazzi non si sentono
più cittadini italiani, inglesi o francesi ma cittadini
del mondo, di un mondo che livella tutti, per cui
tutti sono uguali, senza qualsivoglia discriminazione… Non saremmo noi, e non Kubrick, ad avere una visione eccessivamente ottimistica della nostra realtà? Credo proprio di sì.
Non può considerarsi infatti evoluta o egualitaria una società come la nostra, in cui esiste ed è
ancora forte il problema dell’omofobia; in cui una
persona viene discriminata ed offesa solo per la sua
inclinazione sessuale; in cui giovani di meno di 20
anni vengono spinti fino al gesto più estremo,
quello di togliersi la vita, dagli insulti e vigliaccherie di coloro con cui si trovano a vivere e
confrontarsi ogni giorno.
Solo negli ultimi mesi questo problema è salito
tristemente alle luci della ribalta, proprio a causa
dei numerosi suicidi di questi ragazzi poco più che
adolescenti, mentre prima se ne parlava a malapena, come attesta uno studio pubblicato su un
famoso quotidiano che mostra che la parola
“omofobia” non è presente in molti vocabolari
precedenti al 2013. Proviamo allora noi a spiegare
che cos’è l’omofobia.
Omofobia deriva dal greco homoios (stesso,
medesimo) e fobos (paura). Il termine “omo” è qui
usato però in riferimento ad omosessuale. Dunque
omofobia significa letteralmente “paura dell’omosessuale”.
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Paura dell’omosessuale? Si può avere paura di
una persona che ne ama un’altra altra dello stesso
sesso? Ovviamente no. Allora l’omofobia non può
considerarsi un terrdoi reV. dAonvdurtaoouas d un disturbo
psicologico come lo sono invece l’agorafobia o
l’aracnofobia. E’ bensì un’avversione irrazionale
nei confronti delle persone omosessuali basata
semplicemente sul pregiudizio. Ecco quindi cosa
c’è alla base di tutto: il pregiudizio. Io odio una
persona, la denigro, la emargino solo perché ho
dei pregiudizi su di essa, non perché mi abbia fatto
realmente qualcosa o dato motivo per odiarla e
trattarla in tale modo (non che esistano motivi
sufficienti per trattare così un qualunque essere
vivente). Abbiamo dunque compreso cosa sia
l’omofobia. Ci viene quindi immediatamente e
spontaneamente da chiederci: chi sono gli omofobi? E’ triste evidenziare che siamo soprattutto
noi giovani. Siamo noi ad insultare i nostri coetanei, a rendere loro insopportabile la vita, a spingerli al suicidio. Proprio quelle nuove generazioni
dalle idee brillanti e dalla mentalità aperta, che
sognano un mondo senza barriere spaziali ed
ideologiche, salvo poi farsi limitare dai pregiudizi.
Dobbiamo ricordarci che siamo noi il futuro e
prima di aspirare a traversate intergalattiche e
navicelle supersoniche, dovremmo pensare a risolvere i problemi che affliggono il nostro mondo,
quella che per ora è la nostra realtà. Solo una volta
che questi saranno superati e l’omofobia, così come tanti altri “cancri” della società contemporanea, saranno ormai un lontano ricordo, potremo
considerarci il mondo futuristico ed evoluto che il
grande regista newyorkese aveva immaginato.
Paolo Zinna
VENERDI’ 10 GENNAIO, E’ STATA PRESENTATA AGLI
MEMBRI DELL’ASSOCIAZIONE LUCANA G. FORTUNATO”
LA COMMEDIA “LA MOGLIE DELL’OSTE”, DI FRANCO
PASTORE. ANFITRIONE DELLA SERATA, IL PRESIDENTE,
PROF. ROCCO RISOLIA.
Antropos in the world
NICODEMATE
LE QUOTE NERE
Nel numero di Ottobre del 2011 di questa Rivista
parlammo delle quote rosa, soffermandoci sui
problemi di specie in quanto, com’è noto, non ci sono
solo maschi e femmine secondo Madre Natura, ma
anche Gay, Lesbiche, Bisessuali, Transessuali/ Transgender riuniti sotto l’acronimo LGBT. Per essere
precisi sono state di recente emanate, e pubblicate sul
sito governativo delle pari opportunità, delle “Linee
guida per un’informazione rispettosa delle
persone LGBT” alle quali i giornalisti debbo attenersi quando parlano di inclinazioni sessuali. Così
oltre all’acronimo suddetto debbono usare il termine
“famiglia omogenitoriale”, al posto di famiglia gay, e
di “madre surrogata” invece di utero in affitto.
In quelle note ci soffermammo soprattutto sui criteri
di assegnazione delle quote; ma, si sa, quando ci si
mette su un piano inclinato non si può che scivolare
fino in fondo.
Ed ecco le quote nere.
L’ineffabile ministra Kyenge, la prima di colore
(nero) e di origine congolese della Repubblica
italiana, dopo aver minacciato di togliere il velo alle
suore e di usare i termini “genitore 1 e genitore 2” in
luogo di padre e madre, per cui anche il Decalogo
dovrebbe essere rivisto nel senso di “Onora il
genitore 1 e il genitore 2” (vedi Rivista Ottobre 2003)
non poteva, coerentemente, proporre di riservare
delle quote nere nell’accesso ai gradini alti della
nostra società. E’ superfluo d’altra parte e non
“politically correct” domandare alla Signora se in
Congo, dove al momento languono delle famiglie
italiane trattenute con mille cavilli insieme ai loro
bimbi adottati, vengono riservate delle quote di
colore (bianco) nei gradini alti di quella società.
Ma tant’è. Domani che avremo sicuramente un
ministro cinese, questi rivendicherà le quote gialle e
così via fino alle quote arcobaleno di cui già abbiamo
la bandiera esposta fin nelle chiese, ignorando che è
un simbolo nato in ambiente teosofico contro il cristianesimo: i suoi colori sono invertiti rispetto a
quelli naturali! E’, insomma un inganno satanico! La
stessa Francia, che non sta meglio di noi, caduta
com’è nelle mani del socialista Hollande ha avanzato
la richiesta delle quote rosa per i morti. Nel Panteon
di Parigi, infatti, d’ora in poi dovranno essere
seppellite più donne, perché attualmente il rapporto
tra salme maschili e quelle femminili è di 2 a 70! Non
so se fra questi c’è qualche appartenente ai LGBT.
-8-
E non finisce qui. Perché è facile prevedere che
prima o poi avremo anche le quote religiose: Come
opporsi infatti alle quote musulmane, protestanti,
valdesi, ebrei e via enumerando fino alle 836
religioni censite solo nel nostro Paese?
Ne deriverà che ogni volta che bisognerà comporre un organismo si
dovrà usare il sistema degli spiedini: un wrustel, una cipollina,un pez
zo d’agnello, uno di maiale, un peperone e così via; per cui avremo:un bianco, un nero, un giallo, un musulmano, un cattolico,
un protestante, un gay, una lesbica, una giovane,
una vecchia, e così via all’infinito .
Purtroppo una cosa è certa: l’Europa è un continente
che sta invecchiando - a scuola, ricordo, era definita
il Vecchio Continente - ed i vecchi, per natura, sono
destinati a morire.
Renato Nicodemo)
Torre del Greco. Incontro divulgativo
sulla prevenzione oncologica all’I.C.
“Angioletti”
Mercoledì 15 gennaio 2014, alle ore 10,30, presso l’Aula
Magna dell’Istituto Comprensivo “ Angioletti” di Torre
del Greco, Via Giovanni XXIII, si terrà un incontro
divulgativo sulla prevenzione oncologica, al quale sono
invitati a partecipare i genitori degli alunni della scuola e
la cittadinanza. Introduzione a cura del Dirigente Scolastico dell’Istituto Dott. Pasquale La Femina e del Prof.
Aniello Ragosta.
INTERVENTI:
Aspetti di prevenzione nelle neoplasie colorettali
(Prof. R.V. Iaffaioli – Diretore UOC Oncologia Medica
Addominale
Istituto Nazionale Tumori Fondazione
Pascale).
Possibilità di prevenzione per le neoplasie del testicolo
(Dott. Gaetano Facchini Dirigente Divisione Uroginecologica Istituto Nazionale Tumori Fondazione Pascale).
Le malattie da troppa luce - (Dott. Fabrizio Ayala –
Dirigente reparto di Dermatologia Oncologica Istituto
Nazionale Tumori Fondazione Pascale)
La prevenzione in ginecologia - (Dott. Cono Scaffa,
Dirigente Medico della S.C. di Ginecologia Oncologica
Istituto Nazionale Tumori Fondazione Pascale)
Il Dirigente Scolastico
Pasquale La Femina
Antropos in the world
II CONCORSO INTERN.LE DI POESIA RELIGIOSA
“MATER DEI”,
bandito dalla Rivista “Antropos in the world”, in collaborazione con la “ Chiesa Madre
SS.Corpo di Cristo, la Fondazione Carminello ad Arco e l’Università Paganese “ S. Maria
Luigia del Sacro Cuore”. Possono partecipare poeti ovunque residenti e di qualunque
nazionalità, con una lirica dedicata alla Vergine Maria. La quota di partecipazione è di €
10,00, che dà diritto a ricevere la rivista per un anno. Sono ammessi a partecipare, per la
prima volta, gli alunni della Scuola Elementare, che dovranno inviare un breve componimento in poesia o anche in prosa, purché nessun adulto vi abbia messo mano. La
partecipazione dei bambini è gratuita. Inviare i lavori alla Direzione di Antropos in the
world, via Posidonia,171/h – 84128 Salerno, entro il 18 marzo 2014.
AISOPOS ET PHAEDRUS IN NAPOLETANO
ʹΌὶὰὼὶὲ
(Da Aἲsopo , favole latine in napoletano, di Franco Pastore – A.I.T.W. Edizioni)

L’asino, la volpe ed il leone
Un asino ed una volpe fecero amicizia
e insieme se ne andarono a caccia.
Incontrarono un leone dall'aria minacciosa. La volpe intuì il pericolo che
stava correndo, gli si avvicinò e
cominciò a parlargli: si impegnava a
consegnargli l'asino, in cambio della
sua salvezza. I leone le promise la
libertà: così la volpe condusse l'asino
verso una trappola e ce lo lasciò cadere. Il leone, appena vide che l'asino
era nell'impossibilità di fuggire, assalì
per primo la volpe e poi, con calma,
ritornò ad occuparsi dell’animale che
era caduto nella trappola.
___________________
Aἲsopo – μύθο CCLXX
____________________
Fabula docet (‘ύò:
- L’amicizia co’ putènte nu’ porte proprie a niente.
- Chi la fa, l’aspetti.
- Non sempre l’astuzia porta guadagni.
‘‘O CIUCCIO, ‘A VOLPE E ‘O LIONE
(L’amicizia co’ putènte nu’ porte proprie a niente)
‘Nu ciùccio e ‘na volpe, grandi amici,
decisero di andare a caccia insieme.
Trasèttere ndo’ bosco assai felici,
cu’ ll’aria di chi nessuno teme.
Ma proprio là, tra piante e cacciaggiòne,
t’incontrano ‘nu cazzo di leone.
‘A volpe, ‘nfàme assai e un poco zòccola,
vennètte l’asino per vita e libertà.
Vuttàje l’amico ciuccio dìnte a ‘na trappola
e s’apprestàje a muoversi di là.
Ma ‘o leone, per un senso di giustizia,
prima, mangiàje ‘a volpe a colazione
e po’ pranzaje co’ ciucce, a profusione.
____________
Lexicon necessarium:
Trasettere: entrarono insieme.
‘nfame: infame; dal lat. in (negativo) + fama,
cattiva reputazione.
Vennètte: vendette, mise in vendita, alienò l’amico.
Vuttàje: (nel senso di spingere) dal francese antico bouter
-9-
Antropos in the world
DALLA REDAZIONE DI BERGAMO
Tra mito e storia sospesi sull’orlo del tempo
Nelle vicende storiche della Jugoslavia, formatasi
alla fine della prima guerra mondiale e disgregatasi
dopo la fine della guerra fredda, la presenza dei miti e
delle mitologie delle “piccole nazioni” ha svolto un
ruolo peculiare, sia per le caratteristiche locali e
regionali delle diverse componenti della federazione,
sia per i molteplici e complicati intrecci con la
situazione internazionale del “secolo breve”.
La posizione e collocazione politica delle nazionalità
dello stato jugoslavo, le secolari tradizioni di lotta per
sottrarsi al dominio delle grandi potenze hanno
strettamente legato i destini dell’homo balcanicus alle
sorti collettive degli slavi del sud. Da qui il radicarsi di
una Weltanschauung, spesso trasformata in ideologia
ufficiale, dove le esistenze dei singoli riescono ad
assumere un senso e un significato solo e soprattutto
nell’incontro e nel rapporto con la Grande Storia.
Nel caso jugoslavo, questo rappresenta un decisivo
elemento di continuità, pur fra tante rotture, del
passaggio dal comunismo al nazionalismo. E il
richiamo al “sacrificio” in nome di un ideale – classe
operaia, partito, patria, nazione - è stato continuamente
evocato e richiamato per legittimare le immense
perdite umane delle guerre inter-jugoslave degli anni
Novanta del secolo scorso.
Il caso della Serbia, deus ex machina prima, carnefice/vittima poi, della federazione jugoslava, destinata ora ad una transizione che appare infinita, è
fortemente segnato dal continuo intreccio di storia e di
memoria, dove le gloriose sorti passate non riescono a
riscattare le difficili sopravvivenze presenti. E dove la
durata di vita del singolo si perde nel tempo eternalizzato di regimi che puntano a sopravvivere alla
propria epoca.
Il confronto fra il “pover’uomo” e la Grande Storia
che non lascia scampo, che nutre molte pagine delle
letterature dell’Europa centro-orientale, è un Leitmotiv della letteratura serba contemporanea. Individui
braccati dalla storia attraversano le pagine di Milos
Crnjanski e di Borislav Pekic, di Slobodan Selenic e di
Aleksandar Tisma, di Mirko Kovac e di Zivojin
Pavlovic. Ma anche quelle di un best-seller popolare
come Il libro di Milutin di Danko Popovic, monologo
di un contadino che la Storia ha costretto a diventare
guerriero.
Curiosamente, la letteratura diventa anche (insieme
al cinema) il luogo dove è possibile parlare delle
sconfitte e delle perdite, nominare ed elaborare lutti. La
sensazione di essere rimasti orfani tutti dopo la morte
di Tito, la sparizione della Jugoslavia, un cadavere che
non verrà mai seppellito, i ricordi di infanzie che, per
chi ha più di quindici anni, hanno avuto luogo in un
paese che non esiste più. E ora i traumi di una guerra
che, anche là dove non ha toccato fisicamente gli
individui, ha mutato il loro paesaggio esterno, ha
mandato all’aria le loro vite, colpito la loro psiche. Si
affida alla pagina scritta il compito di conservare i
ricordi e gli affetti, di raccontare le migrazioni,
manifestare le nostalgie: quello che i monumenti e le
case più volte distrutti, le frontiere
spostate non possono fare.
E vengono in mente due grandi scrittori chiusi in casa,
nella loro città occupata, durante la seconda guerra
mondiale. Ivo Andric, a Belgrado, scrive i suoi
capolavori ma affida gli incubi e le riflessioni al suo
diario, Miroslav Krleza, a Zagabria, confessa al suo le
angosce delle notti insonni, insegue le tracce che le
notizie belliche trasmesse per radio lasciano nei suoi
sogni “schiumanti”. Entrambi si sentono the war
inside, ne studiano le conseguenze. Oggi ci appaiono incredibilmente attuali nel soffermarsi sugli “effetti
collaterali” di un’esposizione prolungata ai suoni e alle
visioni di guerra.

Il conflitto esploso nel 1991 tra le diverse etnie
della ex Jugoslavia ha riportato, dopo quasi
cinquant’anni, la guerra in Europa. Esso ha fatto
riaffiorare drammatici ricordi e riaperto questioni
etiche che il vecchio continente si era illuso di aver
definitivamente dimenticato o risolto, almeno nel
proprio territorio, dopo la fine del secondo conflitto
mondiale. Per molti anni la Jugoslavia era stata
additata come modello di convivenza pacifica di
diverse etnie, che in un passato non molto lontano
erano state tra loro in conflitto.
Dopo la crisi economica degli anni Ottanta, nel giro di
pochi mesi l’edificio federale jugoslavo crolla, e la sua
disgregazione è così repentina da lasciare tutti
sbigottiti. Le tragiche vicende di questo conflitto sono
il risultato dell'incrociarsi di vari fattori, politici,
economici e sociali, di ordine locale, nazionale e
internazionale.
Guerra fra popoli o guerra fra stati, guerra di classi
o di nazioni? Come definire questa guerra infinita, si
sono chiesti i profani, ma anche gli osservatori? Gli
aspetti sociali sono sempre rimasti sullo sfondo,
molteplici tensioni fra le diverse aree del paese, che
negli anni Ottanta ha vissuto una profondissima crisi
economica, si sono trasformate in scambi di slogan
nazionalistici.
- 10 -
Antropos in the world
L'economia di guerra ha azzerato gli indicatori della
produzione e dello sviluppo, ha costretto a un egualitarismo della sopravvivenza. Il popolo è di nuovo una
misera massa dalle invisibili stratificazioni. Le campagne
si sono impadronite delle città: i nuovi arrivati sono
quasi sempre profughi delle aree rurali più arretrate.
Per mesi il cielo sopra Sarajevo è stato percorso dagli
aerei della Nato mentre radar sofisticatissimi segnalavano ogni movimento a terra, individuavano in tempo
reale le fosse comuni in cui venivano gettati i cadaveri,
come nel caso del villaggio di Srebrenica, conquistato
dalle forze serbe nel luglio 1995. Ma la comunità
internazionale non è riuscita a fermare il massacro, che si
è protratto per quasi quattro anni con un gran uso di mine
e granate, e con la pratica diffusa del saccheggio, il cui
bottino erano case e televisori, mucche e trattori,
prosciutti e videoregistratori. Una guerra poco stellare e
molto domestica che ci è apparsa come un miscuglio
continuo di modernità e barbarie, difficile da descrivere
e raccontare.
Una guerra nata come "guerra delle informazioni e delle
notizie", in cui il ruolo dei media è stato decisivo nel far
esplodere lo scontro armato. La lotta per il controllo della
radio, della televisione, dei giornali ha sempre preceduto la
guerra vera, i ripetitori televisivi sono stati spesso i primi
obiettivi militari.
Iniziata, nel 1991, con l'intervento dell'esercito federale
contro la secessione di Slovenia e Croazia - le due
repubbliche occidentali che si erano dichiarate indipendenti
- proseguita come contenzioso serbo-croato, nel 1992 la
guerra si è spostata verso sud. E, come previsto, è diventata
una carneficina. In Bosnia-Erzegovina non esistevano
regioni abitate da una sola nazionalità, e nei comuni dove
una delle tre popolazioni (serbi, croati e musulmani) era in
maggioranza, lo era sempre in misura relativa (per esempio,
nei 52 comuni dove costituivano la maggioranza i
musulmani, essi rappresentavano il 61% della popolazione).
E sempre tanti erano quelli che si definivano "jugoslavi".
Nella Jugoslavia di Tito la posizione dei musulmani era
rimasta indeterminata fino al 1968, quando vennero
riconosciuti come la quarta nazionalità (insieme a sloveni,
croati, serbi) di lingua serbo-croata e la loro "m" iniziale,
fino a quel momento minuscola, diventa maiuscola - rimane
piccola quando si designa la religione. Per sottolineare che i
musulmani della Bosnia-Erzegovina non sono ne serbi ne
croati, ma nemmeno turchi, molti amavano definirsi
"bosniaci".
Sarajevo aveva cercato di esprimere la propria diversità
rispetto a Zagabria e a Belgrado, di mantenere cioè una
posizione di neutralità fra i due Grandi - Croazia e Serbia
- dai quali, durante il corso del ventesimo secolo,
l'elemento musulmano aveva più volte temuto di essere
stritolato. Le trattative per la spartizione della BosniaErzegovina fra il presidente croato Tudjman e quello
serbo Milosevic, hanno accompagnato le diverse fasi del
conflitto e hanno rafforzato le posizioni filo-islamiche
- 11 -
favorevoli alla costruzione di uno stato-nazione musulmano.
Secondo la versione ufficiale del governo di
Zagabria, il conflitto ha contrapposto due stati, la Serbia
e la Croazia, dalle tradizioni storiche e dalle religioni
diverse. Belgrado definisce, invece, lo scontro in primo
luogo etnico. Il governo bosniaco, invece, accusa di
aggressione le forze serbe e, in una certa misura, anche
quelle croate. Non c'erano due eserciti che si fronteggiavano, non c'era una linea del fronte verso cui
avanzare o ritirarsi; anche per questo i motivi del
contendere inter-jugoslavo da fuori sono apparsi spesso
imperscrutabili, tanto più che una guerra combattuta in
nome di ideali etnici non fornisce elementi per
un'identificazione immediata con l'una o l'altra delle
parti in causa. Le violenze e gli eccidi, i crimini
compiuti sono stati definiti con il termine di ''guerra
civile": “non c'è niente da fare, bisogna aspettare che la
smettano di scannarsi fra loro”, sussurravano i diplomatici, che esprimevano un'opinione molto comune.
C'è un aspetto per cui questa guerra è civile, in modo
addirittura letterale. La popolazione delle città e dei
villaggi diventa l'obiettivo delle operazioni militari di
chi vuole “ripulire" un territorio dalla nazionalità
nemica: questo, appunto, si intende con "pulizia etnica".
Nel frattempo, però, quelle stesse persone sono
"ostaggio" di chi li vuole difendere: cos’è accaduto a
Vukovar, a Mostar, a Sarajevo. Questa dinamica ha
disgregato il tessuto sociale, ha diviso i "puri" dalle
famiglie miste, i ricchi - che possono pagarsi la fuga dai poveri, i giovani dai vecchi, gli uomini dalle donne.
Da questo punto di vista le guerre jugoslave degli anni
novanta sono profondamente diverse dalle guerre civili
politiche del ventesimo secolo. Il singolo è "inchiodato
alla nazionalità", è questa che lo determina, può fare una
scelta diversa solo sfidando l'accusa di essere un
"traditore della nazione".
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Antropos in the world
RACCONTO DEL MESE:
LA PROSTITUTA
Di Egidio Siviglia
Durante l’assenza del maestro, i discepoli s’immersero a capofitto nelle “Memorie” per commentarne il
contenuto e trarre qualche briciolo di sapienza che
potesse giovare a coloro, che, privi di senso critico,
sono condannati a vivere secondo quei principi definiti “luoghi comuni”.
Leggiamo nelle Memorie: Aroldo, seconda classe
del liceo classico; disavventura scolastica.
Aroldo, stanco per le continue mortificazioni cui veniva esposto per le quasi quotidiane interrogazioni, maturò il tristo proposito di schiaffeggiare la docente.
Ovviamente scelse il sistema meno opportuno e oltretutto, quello che avrebbe fatto sarebbe stato un insano
gesto di selvaggia inciviltà. Comunque, dopo aver
messo a punto la dinamica del progetto, mise a segno il
colpo. La professoressa svenne, la classe uscì dall'aula
gridando: “Il terremoto, il terremoto” e ci fu un fuggi
fuggi generale. Alla fine il Preside, alcuni professori, il
bidello e i pochi alunni che erano in classe rianimarono e consolarono la malcapitata docente di
materie letterarie. Alla fine delle lezioni, Aroldo seppe
dai compagni che il Preside aveva deciso di espellerlo
da tutte le scuole e che avrebbe notificato ai familiari la
debita decisione.
Aroldo, cinico e calcolatore, per evitare che il
decreto di espulsione cadesse nelle mani dei genitori, si
recò nella zona più malfamata della città e, mentre
dava uno sguardo in giro, sentì una voce: “… ehi
signorino, vuoi fare esperienza? Ehi, perché non
rispondi? Beh, io non ti piaccio, e hai ragione, perché
sono una vecchia baldracca, ma sappi che ho una
graziosa figliola che fa al caso tuo, se poi sei di gusto
raffinato, la più piccola è ancora verginella. Dipende
da quanto vuoi spendere”. Aroldo, trattenendo le
lacrime, con voce, quasi strozzata disse: “Ti darò
quando mi chiedi, se domani verrai al liceo e dirai di
essere mia madre. Se sei d’accordo ti lascio un
anticipo”.
Ma la donna, decisa e sicura di sé, rifiutò l’anticipo
dicendo: “Ci vedremo domani a scuola”.
L’indomani, al suono della campanella si aprirono i
cancelli del liceo; la signora, secondo il suo stile, aveva indossato il basso, una specie di gonna che la mostrava come un malcapitato, assalito dai lupi, una camicetta, tutta scollacciata, sormontata da un pellicciotto, chiuso da un lato da un fermaglio che fuoriusciva dalla bocca di una volpe. Il giovane voleva definire i dettagli del copione che avrebbero dovuto eseguire, ma la donna decisa, disse: “Ci penso io”! Non
appena varcarono l’ingresso della Presidenza, la don-
na spinse violentemente il ragazzo e senza che il Preside
e i presenti potessero rendersi conto di ciò che stava per
accadere, incominciò la sceneggiata: “Signor Preside, io
sono la mamma di questo soggetto e sono venuta a
chiedere notizie, perché or sono tre mesi che si è chiuso
in un mutismo che mi preoccupa”. Il Preside, con voce
imperiosa, alzandosi in piedi gridò: “Signora, suo figlio è
un delinquente”! La donna non si scompose e con un
gesto fulmineo, aggredì il giovane e cominciò a picchiarlo e quando i presenti intervennero, invitarono il
giovane ad uscire, ed il Preside notificò alla signora il
decreto di espulsione del ragazzo.
All'esterno dell’istituto il giovanotto attese per
mantenere la promessa: “E allora quanto ti debbo”? La
risposta fu immediata: “Non voglio niente! Ma, ora
ascolta: “Ti ringrazio perché mi hai fatto rivivere un
momento della mia adolescenza… Un giorno la maestra
si fermò a parlare con una collega, al limite tra il
corridoio e la porta; e poiché la scolaresca era turbolenta,
la docente ritornò in classe e affidò ad un capoclasse il
compito di vigilare su eventuali intemperanze.
Il capoclasse, dopo aver pulito accuratamente la
lavagna, dall'alto in basso al centro in tutta la sua altezza, tracciò una linea e a sinistra scrisse BUONI e
nell'altra metà CATTIVI. Al ritorno della docente e alla
lettura del rapporto del capoclasse, che era al primo
posto tra i Buoni, tutta la classe era in attesa di chissà che
cosa. Quando gli occhi della prof. si fermarono su un
certo nome, “ehi! Anche tu…” E aggiunse: “Cosa hai
fatto, sgualdrinella?” La risposta fu un fiume di lacrime e
una crisi di nervi. Non mi resi conto che l’elenco dei
Cattivi era un’etichetta e i nomi erano categorie… sgualdrina, sgualdrinella, prostituta, zoc… putt… e ora si dice
escort. E’ tutta la mia vita! Prendi coscienza che oggi sei
stato etichettato tra i cattivi, nella categoria dei
delinquenti.
Lotta per liberarti dall'etichetta! Ecco perché non
voglio niente. Anche le escort hanno una dimensione
umana. Ciò detto gli assestò un bacio sulla fronte e si
dileguò nella società delle etichette.

Un‘amena storiella o uno spaccato di vita?
Chi è nell'elenco dei buoni potrà ridere e chi è nell'elenco dei cattivi penserà che, oltre alla categoria descritta, ci siano, anzi ci sono anche le altre categorie e
allora ci si domanda: “L’etichetta e le successive sottospecie sono causate dall'arbitrio del capoclasse, dipendono dal caso o fanno parte di un calcolato progetto?”.
Meditate.
L’autore
- 12 -
Antropos in the world
MOMENTO TENERO
Sorella delle stelle,
o cerea luna,
che, silenziosa,
rischiari il buio
della notte,
quante preghiere
nel tuo ciel raccolte!
Tu custodisci,
come tempo andato,
la debole memoria
del passato.
Son le preghiere
assorte di Maria,
quando le nacque il figlio,
poi, morto in Croce;
son le preghiere
della mamma mia,
quando dal cancro
ritrovò la pace.
Son le preghiere dei vinti
d’ogni guerra,
di tutti i Cristi
trucidati sulla terra.
Con questi versi,
or ti affido il cuore,
che inumato sia
in un ciel d’amore.
ALLA LUNA
di
Franco Pastore
________________
Dalla raccolta “OLTRE LE STELLE”
Dedicata al Paese dell’Amore
SS.CORPO DI CRISTO DON FLAVIANO BENEDICE
GLI ANIMALI
L’iniziativa è stata promossa dalla
Associazionene Atena e dall’Azione
Cattolica S.Felice.
Tutti hanno risposto alla Sua"chiamata"! Grande la partecipa-zione
della cittadinanza per la celebrazione e la benedizione per i nostri
amici animali, nella ricorrenza di
Sant'Antonio Abate presso la Chiesa del SS.Corpo di Cristo a Pagani.
- 13 -
Antropos in the world
LA DONNA NELLA STORIA
L’AFFASCINANTE MARGARETHA
LA FAMOSA MATA HARI
Nel 1914 Mata Hari, una bella danzatrice esotica,
viene arruolata come spia dai tedeschi. Su ordine di
un certo Ludovico, ella attira in casa sua l'ufficiale
francese François Lassalle, detentore di preziosi
documenti dei quali lei vorrebbe impossessarsi, cosa che le riesce ma intanto s'innamora di lui. Incaricato di una nuova missione e terribilmente geloso,
François rompe la relazione. Mata Hari si rifugia
in Spagna, ma poi torna in Francia per cercare di
rivedere François. Questi intanto, sorpreso da una
pattuglia tedesca, viene ucciso. Mata Hari, tradita
dagli stessi tedeschi, viene incarcerata dai francesi,
processata e fucilata nel fossato del castello di Vincennes.
Nata il 7 agosto 1876 a Leeuwarden, nella Frisia
olandese, Margaretha Geertruida Zelle è dal
1895 al 1900 l'infelice moglie di un ufficiale che ha
vent'anni più di lei. Trasferitasi a Parigi dopo il divorzio, comincia a esibirsi in un locale non certo
raffinato e di classe come il Salon Kireevsky, proponendo danze dal sapore orientaleggiante, rievocanti un clima mistico e sacrale; il tutto condito con
forti dosi di "spezie" dal forte sapore erotico. Più
che naturale che il mondo dell'epoca non poteva non
accorgersi di lei. Infatti, in poco tempo diviene un
"caso" e il suo nome comincia a circolare nei salotti
più "pettegoli" della città. Intrapresa una tournè per
saggiare il livello di popolarità, viene accolta trionfalmente ovunque si esibisca.
Per rendere più esotico e misterioso il suo personaggio cambia il nome in Mata Hari, che in lingua
malese significa "occhio del giorno". Inoltre, se
prima era il suo nome che circolava nei salotti, ora
vi è invitata di persona così come, poco dopo, lo è
nelle camere da letto di tutte le principali metropoli
come Parigi, Milano e Berlino.
Ma l’intensa vita di Mata Hari subisce un brusco
cambiamento con lo scoppio della prima guerra
mondiale. Come ogni guerra che si rispetti, in gioco
entrano non solo i soldati e le armi, ma anche strumenti più sottili come spionaggio e trame segrete.
Gli inglesi, ad esempio, sono coinvolti in grandi operazioni Medio Oriente, i russi si infiltrano a Costantinopoli, gli italiani violano i segreti di Vienna e
sabotatori austriaci fanno saltare in porto le corazzate "Benedetto Brin" e "Leonardo da Vinci".
Ma ci vuole qualcosa
di più dei cervelli che
decifrano messaggi e delle spie che si appostano.
Ci vuole un'arma seduttiva e subdola, qualcuno
che sappia carpire i segreti più nascosti operando sul cuore vivo delle
persone. Chi meglio di una donna dunque? E chi
meglio ancora di Mata
Hari, la donna per eccellenza, colei alla quale tutti gli uomini cadono ai piedi?
I tedeschi dispongono di Anne Marie Lesser, alias
"Fraulein Doktor", nome in codice 1-4GW, la donna
che con Mata Hari divide la ribalta dello Spionaggio,
capace di sottrarre al Deuxième Boureau la lista degli
agenti francesi nei paesi neutrali. La guerra segreta
instilla il tormento dell'insicurezza, di un nemico che
vede tutto. Fragile, ricattabile, affascinante, confidente
di molti ufficiali poco inclini alla vita di caserma,
Mata Hari è il personaggio ideale per un doppiogioco
fra Francia e Germania, assoldata con-temporaneamente dai due servizi segreti.
Ma se un agente "doppio" è arma ideale di informazione e disinformazione, della sua fedeltà non si
può mai essere sicuri. In quel terribile 1917, che vede
l'esercito francese minato dalle diserzioni sullo Chemin des Dames, Mata Hari diventa il "nemico interno"
da eliminare. Poco importa discutere ancora se la Zelle fosse o no il famigerato agente H-21 di Berlino.
Colpevole o meno di tradimento, il processo serve
allo stato maggiore per rinsaldare il fronte interno,
cancellando i dubbi sulla credibilità del servizio informazioni di Parigi. E salda i conti aperti dello spionaggio francese fin dal tempo del caso Dreyfus.
Per onore di cronaca, è giusto sottolineare che
Mata Hari, durante le fasi del processo, si proclamò
sempre innocente pur ammettendo in tribunale di aver
frequentato le alcove di ufficiali di molti paesi stranieri. Proprio nel 2001, inoltre, il paese natale della
leggendaria spia ha chiesto ufficialmente al governo
francese la sua riabilitazione, nella convinzione che fu
condannata senza prove.
Dalla sua vicenda è stato tratto un celeberrimo film
con Greta Garbo.
- 14 -
Antropos in the world
IMMAGINI D’UN ALTRO TEMPO – a cura di Andropos
IERI COME OGGI
a)
b)
c)
d)
Almeno prima ci si arrangiava, poi, c’erano i
sogni ed in fondo, anche un briciolo di dignità.
Oggi, per le trame maldestre di una oligarchia
politica incapace ed asservita diffonde incertezza tra i giovani e nemmeno una valigia di cartone ci rimarrà per riparare all’estero. Una
“crisi creata” miete vittime e semina miseria,
uccidendo, uno ad uno, tutti i principi della
costituzione e della democrazia:
Diritto sacrosanto alla casa;
diritto della sovranità del popolo;
diritto al lavoro;
diritto alla libertà di parola e d’iniziativa.
Persone non votate dal popolo “governano” il
paese, legiferano a loro piacimento e mantengono un regime di folle pressione fiscale, determinando la caduta vertiginosa dei posti di lavoro, la sfiducia nelle istituzioni e limitando di
fatto la libertà di espresione e di iniziativa privata.
Le piccole imprese chiudono, le strade diventano meno frequentate, i vecchi muoiono di
crepacuore e bollette fioccano a ripetizione su
di una Italia che sta moerendo. Come se stessimo attendendo qualcosa che tarda a venire,
ma cosa?
La stampa asservita insiste su cranaca nera e
proponimenti senza senso, mentre la TV filosofeggia e sciorina stronzate.
Pare che non ci si renda conto che sommando
- 15 -
le uscite, esse superano di gran lunga le misere entrate, non quelle dei politici, che stanno lì
per “fotterti”, ma quelle dei pensionati, lavoratori nei vari settori, impiegati, docenti di
ogni ordine e grado, di una larga fascia la cui
retribuzione si aggira tra gli 800 e le 1500
euro. Poveracci, senza scampo e senza privilegi, fanno i conti con canoni, mutui, spazzatura, agenzia delle entrate, bollette di luce, di
gas, di telefono e tasse universitarie per i figli.
A si aggiungono necessità quotidiane, mangiare, visite mediche, medicine, manutenzione
della casa e così via. E le mutande? Eh sì,
bisogna comprare pure quelle, ma non vi sono
i soldi!
Ed allora? Allora è proprio il caso di dire che
siamo rimasti senza mutande!
ANTROPOS IN THE
WORLD
FESTEGGIA
I PRIMI DIECI ANNI
DI VITA!!!
Antropos in the world
PROVERBI E MODI DI DIRE - OVVERO ELEMENTI DI PAREMIOLOGIA
 L’acqua ca ‘nu cammina fete.
‘Ntiempo di ‘uèrra ogni buco è pirtuso.
 Vutt’a vreccia e accùve ‘a mano.
 A merola cecata ‘a notte face ‘o niro.
 A squagliata ra neve se verene i strunzi.
Sirica Dora
Esplicatio:
Implicanze semantiche: L’acqua stagnante puzza. In tempi difficili ci si accontenta del poco. Si
cerca sempre di dare agli altri la colpa dei nostri
errori. Le cose fanno fatte al monento giusto. Il
tempo mostra tutte le verità.
Fète: puzza.dal lat.foetēre:puzzare.maleodorare.
Pirtuso: buco, da un lat. pertusium, da pertundere.
Cecata: cieca, denominativo da cieco.
Strunzi: escrementi di forma cilindrica. Etim. dal
longobardo strunz, sterco. Metaf. di uomo sciocco, o spegevole.
Squagliata: divenuto liquido, sciolta. Etimologia: s detrattiva + quagliata, dal latino volgare
coagliàre, da coagulāre.
CONTINUITA’ TRA CULTURA E TRADIZIONE
a cura di Andropos
I proverbi sono la maniera di pensare dello
stomaco, con i proverbi lo stomaco fabbrica
delle briglie per l'anima, per poterla governare
più facilmente, dice Maksim Gorkij. In effetti
Nulla diventa mai reale finché non è conosciuto
per esperienza. Persino un proverbio non è un
proverbio finché la Vita non ce lo ha illustrato.
Il proverbio oggi si rivelerebbe insufficiente a
interpretare la modernità non tanto per la sua
struttura quanto per il suo modello analogico di
ricognizione. In effetti, il pensiero moderno
ricerca definizioni e concettualizzazioni, e
esclude la partecipazione del discernimento e
del buon senso dell’uomo. Inoltre sono venuti
meno opinioni, giudizi, idee comuni, nonché
una morale condivisa da tutti.
Altri pensano che i proverbi o ripetono logore verità, con l'aria saputa di chi vedendo il sole
t'avverte che è giorno, o si contraddicono l'un
l'altro, tanto bene, che alla fine la così detta
saggezza dei popoli sembra riassumersi in una
massima sola: − Regolati come ti piace e forse
avrai ragione.
Ma la puntuale ricostruzione dei possibili
significati di ogni proverbio fa emergere un
aspetto in qualche modo sorprendente: la
continuità, in passato, fra la cultura popolare e
la tradizione letteraria più colta, che smentisce,
almeno in parte, l'opinione corrente che relega il
proverbio a sola espressione dei più retrivi
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luoghi comuni.
Concludendo, Il proverbio è una massima
che contiene norme, giudizi, dettami o consigli
espressi in maniera sintetica e, molto spesso, in
metafora, che, desunti dall'esperienza comune,
non hanno nessuna presunzione di insegnare.
Essi fotografano i tempi socio storici di riferimento e conservano il gusto del tempo, o le
ingenuità che precedono la presunzione dei saccenti.
Dalla XII novella
di
Masuccio Salernitano
LA MOGLIE DELL’OSTE
di
Franco Pastore
regia di
Matteo Salsano
____________
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tel e fax 089723814
Antropos in the world
S. VALENTINO TORIO E LA POESIA
Progetto di pubblicazione della silloge dedicata al paese dell’amore
Il dott. Felice Luminello, Sindaco di San Valentino
Torio, diviene, con la
sua Amministrazione
Comunale, Mecenate
di poesia, con la pubblicazione, per il prosimo febbraio, della
silloge “IL PROFUMO
DI ERMIONE”, dedicata al“paese dell’amore”. Qui di seguito,
la prefatio che il Sindaco Luminello ha scritto all’opera di Franco Pastor e.
“Accingersi alla lettura di “ Oltre le stelle” è come
immergere il nostro gusto estetico in una sorgente
vivida di sentimento, dove persino la memoria s’arricchisce di risonanze che, sia pure ataviche, donano
dolcezze inusitate al cuore.
Una sorta di dualismo, tra realtà sentita e quindi
trasfigurata e quella concreta, tangibile, ma transitoria
e corruttibile, motiva una trasfigurazione poetica, che
intimizza ed universalizza, come a cogliere i segreti
della vita e dell’universo, “… quasi un bisogno
d’eternità … attraverso un’intermittenza del cuore, in
cui le parole già sembrano qualcosa di estraneo”(1).
Di qui, il titolo “Oltre le stelle”, dedicato alle proprie
radici, che indelebili, hanno segnato l’animo del poeta, determinandone, nella catarsi, il ritorno ai fulgidi
colori dell’infanzia. Ritorna il ricordo del passato, che
ghermisce la solitudine delle nuove generazioni, accendendo il sole di un nuovo giorno, in cui l’amore
ravviva e concretizza i disegni dei nostri padri.
“La poesia nasce dove la si cerca, una scintilla
d’ispirazione è la vera maestra del poeta.Un tramonto,l’erba verde e cose del genere, per chi sa usarle diventano poesia”.
E’ questo il pensiero dello scrittore giapponese
Yuan Mei, opportunamente citato dal Mirabella che
aggiunge … si ha la sensazione che siamo di fronte
ad uno spirito inquieto, che coglie e si ispira ad una
realtà osservata/scrutata con l'occhio attento e
sgombro da futili pregiudizi.
Una realtà di coscienza e dunque fatto di cultura:
in cui la freschezza poetica è garantita da una genuin
na, inesauribile capacità di stupirsi e di stupire … e si
avverte, continua il noto saggista, come nei versi ci sia un
filone nascosto, segreto, che lega la figura alla parola: e le
parole nel loro suono e nelle loro cadenze ritmiche
pongono l'accento sui valori fonici, che corrispondono ai
valori plastici essenziali”(1). Ed ancora:” Il poeta possiede un’interiorità lirica, che gli deriva da stati d’animo
particolari, che si tramuta in immagini poetiche, in allegorie e metafore singolari. Il linguaggio diviene, allora,
veicolo di sentimenti celati, intimi, inconfondibili …. I suoi
versi sono intensi e carichi d’umanità, tutta intessuta quest’ultima dei fondamentali valori che derivano dall’amore, a volte estatico, a volte inappagato, ma sempre teso
alla ricerca di una dimensione universale, che accomuna
gli animi oltre il tempo e lo spazio, in un contesto naturale
conti-guo, se non complice. ”(3)
Non resta che leggere le liriche, per vivere quella
struggente sensazione di lanciarsi a capofitto in una foresta brulicante di sensazioni, che, alla fine, tracimano
l’animo sempre più su, fin oltre le stelle.”
Felice Luminello
Felice Luminello, con Vincenzo De Luca, nella chiesa di
San Giacomo Apostolo, in una delle tante iniziative della
Amministrazione comunale di S.Valentino.
________________
1) A.Mirabella, presentazione al volume Aqua Electa, A.I.T.W. Ediz.
Salerno 2013
2) A.Mirabella, present.ne al volume Le tue labbra, A.I.T.W. Ediz.
Salerno 2009
3) Domenico Rea, presentaz.ne del Vangelo di Matteo De luca Ediz.
Amalfi 1989.
- 17 -
Antropos in the world
LA PAGINA MEDICA
L’AVOCADO ED I SUOI MOLTI BENEFICI
La parola ahuacatl, da cui deriva avocado, proviene dalla lingua atzeca Nahuatl parlata dagli Aztechi.
Le popolazioni native dell'America centro-meridionale
coltivavano questo frutto prima dell'arrivo di Cristoforo Colombo e scelsero un nome che ne evocasse la
morfologia. Chiamato anche pera alligatore, l'avocado fu descritto dai conquistadores come un frutto
"abbondante, con una polpa simile al burro e caratterizzato da un ottimo sapore".
Ottima fonte di calcio e potassio, l'avocado
contiene anche notevoli quantità di fibra e grassi monoin-saturi, utili a contrastare il diabete e a difendere
il cuore.
L’avocado riequilibra molto rapidamente il livello
del colesterolo "cattivo" (colesterolo LDL) nel sangue,
grazie ai suoi grassi vegetali che riducono i tempi di
permanenza del colesterolo del sangue: ne beneficia
tutto l'apparato cardiocircolatorio, specie per quanto
riguarda l' equilibrio della pressione arteriosa. Fonte
inesauribile di vitamine: A (utile per l a vista), B1
(antinevritica), B2 (per la crescita e il benessere), e
inoltre D, E, K, H, PP. Il suo consumo è particolarmente indicato per i bambini e per chi segue una
dieta vegetariana. Ha proprietà aromatiche, digestive
e aiuta a contrastare la dissenteria, essendo un ottimo
astringente.
Saggia è la donna incinta che nutre se stessa e il
piccolo che si porta in grembo con l'avocado. L'acido
folico (mezzo frutto ne contiene 57 micro-grammi,
pari al 14% del fabbisogno giornaliero) aiuta a
prevenire malformazioni a carico del sistema nervoso,
gravi difetti congeniti del cervello e del midollo
spinale.
I ricercatori del dipartimento di biochimica applicata dell'Università di Shizuoka, in Giappone, hanno
somministrato una sostanza tossica per il fegato, la
galattosamina, a ratti da esperimento e poi li hanno
nutriti con vari tipi di frutti mescolati al mangime
usuale. Il frutto che ha mostrato maggiore capacità nel
rallentare il danno epatico da tossina è risultato essere
proprio l'avocado.
Recentemente si è scoperto che contengono quasi
2 volte la precedentemente supposta quantità di
vitamina E, rendendo l’avocado la maggiore fonte
nell’ambito della frutta. La vitamina E aiuta a rallentare il processo d’invecchiamento, protegge da malattie cardiache ed è un potente tampone contro gli
acidi metabolici e digestivi. Negli avocado, è stata
recentemente scoperta anche la presenza di luteina,
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un carotenoide che aiuta a prevenire alcuni
tipi di condizioni cancerose, in particolare
relativi alla prostata ed alla cervice e che
gioca un ruolo primario nella salute dell’occhio. Anche il glutatione aiuta a prevenire diverse condizioni cancerose e malattie cardiache neutralizzando gli acidi alimentari e metabolici e di essi gli avocado sono un’eccellente sorgente.
Questi frutti, oltretutto, abbondano di quei
minerali alcalini tampone tanto importanti nel neutralizzare l’eccessiva acidità, tra i quali magnesio,
rame, ferro, calcio e potassio (più delle banane!), come
anche di oligoelementi.Contengono complessivamente
14 minerali, ognuno dei quali regola una funzione
organica e stimola la crescita. Il ferro ed il rame, in
particolare, aiutano nella rigenerazione dei globuli rossi
e nella prevenzione dell’anemia nutrizionale. In più,
contengono sodio ionico che conferisce loro un’elevata
capacità reattiva alcalina senza tutto lo zucchero acido
degli altri frutti.
Noi confidiamo così tanto negli avocado, per mantenerci sani e felici, che ora ci sembra proprio ovvio
gestire una piantagione di avocado biologici (dove
coltiviamo anche pompelmi e melograni). Tramite le
nostre ricerche sul campo, abbiamo trovato molte
modalità per moltiplicare i benefici degli avocado, mettendo a punto prodotti come l’olio di avocado,
integratori super antiossidanti a base di avocado, estratti
liquidi di glutatione da avocado; ma anche detergenti e
balsami per capelli, lozioni idratanti e detergenti, tutti
sempre derivati dall’avocado. L’alta capacità nutrizionale di questo incredibile cibo è proficua per voi,
internamente ed esternamente!
Raccomandiamo di mangiare almeno un avocado
ogni giorno. Se vi trovate in una condizione di salute
gravemente compromessa, incrementali a 2 o 3.
Sicuramente potete gustarlo semplicemente a fette o
condito con limone o sale oppure mescolato a qualunque insalata. Gli avocado formano una coppia pressoché
perfetta con i pomodori. Oppure provate un Frullato
Verde Avocado Kid od una qualunque delle molte ricette
che hanno l’avocado come ingrediente nella parte IV di
questo libro. Usate l’olio di avocado sulle vostre insalate, nei vostri frullati verdi e sui vostri cibi; oppure potete direttamente berne 30 ml al giorno. Raccolti prematuramente maturano in 2-3 settimane. Poi, vanno preferibilmente conservati in frigo.
(Da scienza e conoscenza)
Antropos in the world
STORIA DELLA MUSICA - A cura di Ermanno Pastore
La musica del Novecento: JHON CAGE
(II parte)
Negli anni cinquanta diventa pioniere degli Happening.
Sono degli incontri basati sull'unione delle arti-musica,
danza, poesia, teatro, arti visive, secondo una idea
antidogmatica e libertaria di arte. Gli spettatori assumono
un ruolo attivo nelle performance. L'intento è di unire arte
e vita, rivendicando l'intrinseca artisticità dei gesti più
comuni ed elementari e promuovendo lo sconfinamento
dell'atto creativo nel flusso della vita quotidiana. Al posto
del concerto c'è uno spazio esecutivo concepito
teatralmente e composto di mezzi misti, uno solo dei quali
è la musica. Nel 1952 ha luogo Theater Piece No. 1, il
primo spettacolo di questo genere. Da questi esperimenti
nascerà nel 1961 il gruppo Fluxus, una rete internazionale
di artisti, che svilupperà l'esperienza degli happenings.
Negli anni sessanta Cage prosegue nei suoi progetti di
unione delle arti e di spettacolo totale. In Musicircus del
1967 ci sono vari gruppi di musicisti che suonano musiche
diverse sovrapponendosi; la determinazione del momento
in cui ogni gruppo deve cominciare la propria parte
avviene tramite scelte casuali. HPSCHD del 1969 è un
lavoro multimediale dalla durata di circa cinque ore in cui
si uniscono: 7 clavicembali che suonano degli estratti
"sorteggiati" di musiche di Cage e di autori classici, 52
cassette di suoni generati dal computer, 6400 diapositive
proiettate da 64 proiettori, 40 film. Gli spettatori entrano ed
escono liberamente dall'auditorium. Uno degli scopi
dell'opera è quello di eliminare il centro di interesse
singolo e dominante e di circondare il fruitore con una
varietà di elementi.
In questi anni Cage è considerato la guida dell'avanguardia musicale, una leggenda vivente. Il suo lavoro è
basato principalmente sulla commistioni di discipline,
sull'aggiunta di altre arti alla musica. Si dedica alla pittura
e alla scrittura. Alcuni suoi lavori si basano sull'esplorazione della parola scritta, dall'esempio del Finnegan's
Wake. Comincia a utilizzare i mesostici, dei versi in cui
una frase verticale interseca il testo orizzontale. A
differenza degli acrostici, la frase verticale si interseca con
lettere nel mezzo del testo e non con le lettere iniziali dei
versi. Questi versi possono essere destinati al canto, come
nel caso di quello scritto per Demetrio Stratos.
Dagli anni settanta Cage si interessa maggiormente agli
aspetti politici e sociali dell'opera d'arte. Si occupa di
tematiche ambientaliste. Appare più come un filosofo
sociale che come un musicista. È un rifiuto della autosufficienza dell'arte.
I Freeman Etudes per violino solo, del 1980, sono
un'opera quasi impossibile da eseguire per la sua complessità: rappresentano la "praticabilità dell'impossibile", come
risposta all'idea che i problemi mondiali riguardanti
politica e società siano impossibili da risolvere.
I Freeman Etudes per violino solo,
del 1980, sono un'opera quasi impossibile da eseguire per la sua complessità: rappresentano la " praticabilità
dell'impossibile ", come risposta alla
idea che i problemi mondiali riguardanti politica e società siano impossibili da risolvere. La serie di lavori
intitolata Europeras, composta tra il
1987 e il 1990, è una decostruzione della forma operistica: i
libretti, le arie e gli intrecci di varie opere del Settecento e
dell'Ottocento sono assemblati con metodi aleatori, così
come gli altri aspetti dello spettacolo, le scenografie, i
costumi, le luci, i movimenti degli attori. Gli esecutori non
sono guidati da un direttore ma da un orologio digitale.
Negli ultimi anni, tra il 1987 e il 1992, Cage compone le
sue opere più astratte, intitolate semplicemente con dei
numeri che rappresentano il numero degli esecutori.
Seventy-Four per orchestra, del 1992, è composta per i 74
musicisti della American Composers Orchestra. La parte di
ogni esecutore è composta di quattordici suoni isolati. Cage
indica un lasso di tempo in cui il musicista ha la libertà di
decidere quando fare iniziare il suo suono e un lasso di
tempo in cui concluderlo. Poiché le due misure temporali si
intersecano, il musicista può decidere di fare durare il suono
un certo tempo, oppure può decidere di dare una durata
nulla a quel suono. Il volume e gli effetti sugli strumenti
sono lasciati alla scelta degli esecutori. Nel 1958 Cage
partecipò al telequiz Lascia o Raddoppia in qualità di
esperto di funghi, vincendo 5 milioni di Lire. Durante lo
spettacolo si esibì in un concerto chiamato "Water Walk",
sotto gli occhi sbigottiti di Mike Bongior-no e del pubblico
italiano, in cui gli "strumenti" erano, tra gli altri, una vasca
da bagno, un innaffiatoio, cinque radio, un pianoforte, dei
cubetti di ghiaccio, una pentola a vapore e un vaso di fiori.
Memorabile il dialogo che ci fu tra il presentatore e Cage
quando questi si congedò, vittorioso:
John Cage muore a New York, il 12 agosto del
1992.
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VESUVIO WEB.COM
Di Aniello Langella
Magazine di Cultura Vesuviana. Subscribe ·
Cultura · Antologia in Lenga TurreseREPORTAGE FOTOGRAFICO
Di Jose Maria Gonzales Spinola
http://www.vesuvioweb.com/it/
Antropos in the world
UNA DONNA NELLA LETTERATURA – A cura di Andropos
Cenerentola
Cenerentola è il nome di un’orfana di entrambi i genitori. Sua madre era morta per prima,
suo padre si risposa con una donna a sua volta
vedova e con due figlie. Dopo la morte del padre
Cenerentola viene schiavizzata dalla matrigna
dalle sue figlie. Costoro la odiano al punto di
chiamarla solo col nomignolo "Cenerentola"
(dalla cenere di cui la ragazza si sporca pulendo
il camino)
La vita della giovane Cenerentola cambia
quando giunge in tutta la città la notizia che a
corte si terrà un ballo, organizzato dal re, durante
il quale il principe potrebbe scegliere la sua
promessa sposa. Naturalmente, le sorellastre e la
matrigna partecipano al ballo e Cenerentola viene di conseguenza esclusa (nel film della Walt
Disney sono le sorellastre che strappano il vestito di Cenerentola, appena pronto per il ballo,
costringendola quindi a rinunciare alla festa).
Con l'aiuto magico di una fata, la "fata madrina"
di Cenerentola (in alcune versioni la fata madrina è sostituita con animali o piante), la ragazza viene vestita di un meraviglioso abito da
sera e riesce a recarsi segretamente al ballo
malgrado il divieto della matrigna. Nonostante il
bellissimo gesto, la fata raccomanda alla fanciulla di rientrare a mezzanotte. Al ballo attira
l'attenzione del principe e ballano tutta la notte.
Poiché l'effetto dell'incantesimo è destinato a
svanire proprio a mezzanotte, Cenerentola deve
fuggire di corsa al rintocco, ma nella fuga, perde
una scarpina di cristallo (in alcune versioni della
fiaba la scarpina è di pelle) (nella versione con
tre balli, questo accade la terza sera). Il principe,
ormai innamorato, trova la scarpina e proclama
che sposerà la ragazza capace di calzarla.
Il giorno successivo, alcuni incaricati del
principe girano dunque per il regno facendo
provare la scarpina di cristallo a tutte le ragazze
in età da marito, incluse le sorellastre di Cenerentola. In alcune varianti della fiaba, queste
cercano di ingannare il principe tagliandosi le
dita dei piedi e il tallone per cercare di indossare
la scarpetta. Comunque, alla fine, Cenerentola
prova la propria identità e sposa il principe.
In alcune versioni della fiaba manca il personaggio della fata madrina, e l'abito e le scarpe di
Cenerentola vengono da un albero cresciuto
sulla tomba di sua madre. Anche nelle versioni
con la fata è ragionevole affermare che questa
figura rappresenta la volontà della buona madre
di Cenerentola, verso cui è indirizzata, indirettamente, la crudeltà della matrigna. Alcuni studiosi sostengono inoltre che la fata madrina
potrebbe rappresentare la Grazia Divina che
premia Cenerentola per la sua costante voglia di
riscatto. La stessa madre di Cenerentola compare
talvolta sotto forma di un uccello che assiste il
principe nella sua ricerca di Cenerentola.
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Disegni di Paolo Liguori
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Antropos in the world
IL DEBITO PUBBLICO: UNA TRUFFA CHE NON AVRA’ MAI FINE
LE OPINIONI ERETICHE DI MICHELE RALLO
Il debito pubblico italiano – nei disegni degli usurai
internazionali – è destinato a permanere in eterno.
Esattamente come il debito pubblico tedesco o
l’americano o quello di qualsiasi altro Paese. Gli unici
che potranno forse ripianarlo – e con fatica – sono gli
Stati ancòra proprietari delle proprie banche d’emissione: cioè addire la Cina e pochissimi altri. Come mai?
Semplice: perché oggi – a conclusione di un lunga
stagione di riforme “liberiste” del sistema bancario
internazionale – le banche “centrali” che stampano il
danaro (dalla FED americana alla Banca d’Italia ieri ed
alla BCE oggi) non appartengono più agli Stati, ma alle
banche private azioniste, spesso a loro volta possedute o
partecipate dagli stessi soggetti che sono i manovratori
degli hedge funds, delle agenzie di rating e di tutti gli
altri dannatissimi apparati della speculazione finanziaria
internazionale.
Per sopperire alle proprie esigenze, oggi, le Nazioni
non possono più battere moneta tramite una banca
statale “d’emissione”, ma devono farsela prestare: o
dalla banca “centrale” (cioè privata) di riferimento, o –
sempre più spesso e più massicciamente – dai “mercati”,
cioè dalle banche “d’investimento” straniere e dai fondi
speculativi internazionali. Dietro corrispettivo – beninteso – di corposi interessi.
È questo il meccanismo per cui il debito pubblico non
potrà mai essere eliminato, ma – ad andar bene – solamente ridotto. Siccome il denaro agli Stati lo prestano le
banche e siccome gli Stati non possono crearne in proprio, questi potranno teoricamente restituire il denaro
che hanno ricevuto in prestito (cioè il capitale iniziale),
ma mai e poi mai una somma maggiore (capitale più
interessi), perché tale somma semplicemente non esiste,
non è stata mai messa in circolazione. Come – sia detto
per inciso – ha brillantemente dimostrato il professor
Cesare Padovani.
Perché, allora, il sistema finanziario internazionale
(quello che impropriamente chiamiamo “le banche”)
continua a prestare soldi ad un soggetto (nella fattispecie
lo Stato italiano) che non potrà mai restituirli? Perché
abilissimi finanzieri agiscono come non si sognerebbe di
agire neanche il più sprovveduto tra i preposti bancari di
periferia? Semplice: perché quei signori non mirano ai
nostri soldi (semplici pezzi di carta a corso legale) ma
alla nostra proprietà, ai nostri beni reali, alle nostre indu-
strie pubbliche, alla nostra agricoltura, al nostro patrimonio culturale.
Il ruolino di marcia prevede che, ad un certo punto,
i creditori “si accorgano” che il nostro debito continua
a crescere, e ci chiedano di ridurlo. Come? Con i
“sacrifici”, cioè con i licenziamenti, con le tasse, con i
tagli alla spesa pubblica. Quando poi i sacrifici non
dovessero essere più materialmente possibili (e siamo
ormai a questo punto), allora ci si imporrà una sorta di
commissariamento per spremerci anche le ultime gocce di sangue, come è già stato fatto ai danni della
Grecia. Infine, ci si chiederà di pagare in natura: con i
resti della nostra un tempo fiorente industria di Stato,
con la nostra riserva aurea o, chessò, con il Colosseo o
con l’isola di Capri. Sarebbe una seconda (e più crudele) stagione di “privatizzazioni”, dopo quella che i
nostri governanti hanno allegramente attuato negli
anni ’90 e che è servita soltanto a pagare qualche rata
del nostro debito pubblico.
Già, perché un altro passaggio essenziale della
truffa del debito pubblico è proprio questo: i proventi
di dismissioni e privatizzazioni devono servire soltanto a pagare una fetta di interessi. Ma il debito – e non
potrebbe essere diversamente – deve restare. Questo
perché, come insegnano i fatti della cronaca nera, la
vittima deve continuare ad avere quel filo d’aria che le
consenta di sopravvivere e di rimanere sempre soggetta al ricatto degli usurai.
- 21 -
Michele Rallo
( Da Social.it)
«Ἀλλὰ γὰρ ἤδη ὥρα ἀπιέναι, ἐμοὶ μὲν
ἀποθανουμένῳ, ὑμῖν δὲ
βιωσομένοις.Ὁπότεροι δὲ ἡμῶν
ἔρχονται ἐπὶ ἄμεινον πρᾶγμα, ἄδηλον
παντὶ πλὴν ἢ τῷ ῷ»
(Allà gar ède ora apìenai, emoi men apotanumeno iumìn
de biosomènois. Neno Opoteroi de emòn èrkontai epì
àmeinon pràgma, àdelon estì pantì, plèn è tò politicò.)
traductio
"Poiché è giunta l’ora di morire, chi di noi andrà verso miglior destino è ignoto a tutti, tranne
che al politico”
(Parafrasando Platone, dall’Apologia di Socrate)
Antropos in the world
DENTRO LA STORIA
NINO BIXIO E L’ECCIDIO DI BRONTE
di Fernando Mainenti ( Conclusioni)
Il generale G. N. Bixio in virtù delle facoltà ricevute
dal Dittatore, decreta: il paese di Bronte colpevole di lesa
umanità è dichiarato in istato di assedio. Nel termine di
tre ore da cominciare dalle ore 13 e mezzo gli abitanti
consegneranno le armi da fuoco e da taglio, pena la fucilazione per i retentori. Il Municipio è sciolto per organizzarsi pure ai termini di legge (ma quale legge?). La
guardia nazionale è sciolta pure per organizzarsi pure ai
termini di legge (ibidem).
Gli autori dei delitti commessi saranno consegnati
alla autorità militare per essere giudicati dalla
commissione speciale. È imposta al paese una tassa di
guerra di onze dieci all’ora (circa 127 lire) da
cominciare alle ore 22 del giorno 4, giorno ed ora della
mobilitazione delle forze in Pistorina e di aver termine
al momentodella regolare organizzazione del paese. Il
presente decreto sarà affisso e bandizzato dal pubblico
banditore. Bronte, 6 agosto 1860. Il maggior generale
G. N. Bixio.
In questo contesto i veri autori dei delitti – i carbonai
– fecero in tempo a rifugiarsi nelle grotte dei boschi
dell’Etna, luoghi inaccessibili ed inviolabili, che essi
conoscevano bene per avervi condotto, da anni, la loro
attività. In seguito a vaghe, incontrollate denunzie
popolari vennero arrestati, quali presunti autori dei
crimini, altri 4 innocenti: Nunzio Samperi, Nunzio Ciraldo Fraiunco (il demente), Nunzio Longhitano Longi,
Nunzio Spitaleri Nunno.
La mattina del 7 agosto si insediò il tribunale di
guerra composto dai signori: maggiore De Felice, presidente; Cormaggi, Cragnotto, Castro, giudici; Guarnaccia, avvocato fiscale; Boscaini, segretario; Boscaini
Privitera, cancelliere sostituto; nessun collegio di difesa
per gli imputati: l’avvocato Lombardo chiese che si
ascoltassero testimoni a sua discolpa: il sac. Gaetano
Rizzo, il sac. Gaetano Palermo, il maestro Carmelo Petralia, il cav. Mariano Meli, donna Vittoria Castiglione,
il delegato don Nicolò Spedalieri; tutti confermarono che
l’avvocato Nicolò Lombardo era stato estraneo ai fatti
criminosi, anzi aveva agito attivamente per frenare il
tumulto e calmare gli animi.
Le testimonianze a favore del Lombardo furono disattese, poiché Bixio voleva un capro espiatorio da
sacrificare al Dittatore e così fu! Il sicario di Garibaldi
aveva già imposto al tribunale militare celerità e
sentenza di morte per i cinque imputati; il processo fu
una mostruosità giuridica senza pari – nessuna difesa,
nessun peso dato ai testimoni a discarico. Alle ore 20 del
giorno 9 agosto, il tribunale di guerra condannava a
morte, mediante fucilazione don Nicolò Lombardo,
Nunzio Ciraldo Fraiunco, Spitaleri Nunzio Nunno,
Samperi Nunzio fu Spiridione e Longhitano Nunzio
Longi, senza alcuna prova certa della loro colpevolezza.
- 22 -
Gli imputati furono condannati
a morte, in nome di Vittorio Emanuele II, re d’Italia (fu violato
apertamente anche il diritto internazionale, poiché Vittorio Emanuele non era re d’Italia e i condannati erano sudditi di Francesco II, re delle Due Sicilie). Da una lettera inviata da
Bixio al maggiore Dezza, che comandava un battaglione
di bersaglieri di stanza a Randazzo, appare chiaro come la
sentenza di morte fosse stata già decisa: infatti Bixio gli
annunziava la condanna degli imputati fin dalla sera del
giorno 8, mentre la decisione di morte venne pronunziata
alle ore 20 del giorno 9 (in questo senso, gli ufficiali
nazisti, quando decretavano sentenze di morte, furono
almeno più rispettosi delle procedure). Dopo la sentenza, i
parenti del Lombardo si presentarono a Bixio per poter
avere la possibilità di un ultimo colloquio con il condannato, ma “l’eroe” li respinse in malo modo, un servitorello
del Lombardo, che era andato a portargli delle uova per
l’ultima colazione, fu cacciato da Bixio con queste ciniche parole: Non ha bisogno di uova, domani avrà due
palle in fronte. Il povero demente, Nunzio Ciraldo
Fraiunco, pianse e si lamentò tutta la notte, baciando uno
scapolare della Madonna che portava al collo.
Il 10 agosto del 1860, i condannati furono avviati al
piano di S. Vito per l’esecuzione: precedeva l’avvocato
Lombardo a passi lenti, fumando un sigaro, la folta barba
nera adagiata sul petto; gli altri piangevano e si battevano
il viso recitando le preghiere degli agonizzanti; solo il
matto, stranamente, sorrideva. Arrivati sul piano di S.
Vito, i condannati furono posti a sedere in fila; Bixio a
cavallo, con gli occhi spiritati, sembrava il demone terribile della vendetta; un ufficiale lesse la sentenza e fu
ordinato il fuoco. Caddero in quattro, riversi l’uno
sull’altro. Solo il matto rimase indenne:evidentemente nel
cuore del plotone d’esecuzione era passato un brivido di
pietà. Il matto si inginocchiò ai piedi di Bixio: Grazia,
grazia, la Madonna mi ha fatto la grazia, fatemela voi,
grazia, grazia!. Per tutta risposta Bixio ordinò all’ufficiale comandante il plotone di esecuzione di dargli il
colpo di grazia, e quello gli sparò in testa. E così fu che
anche il povero Nunzio Ciraldo Fraiunco, colpevole solo
di aver suonato un tamburo di latta, gridando: Viva la
libertà, viva Garibaldi, raggiunse la libertà dalla vita di
miserabile mentecatto che aveva condotto fino a quel
momento.
A Bixio, criminale di guerra, e a Garibaldi, noi Siciliani
sempre pronti per atavico servaggio a piegare i ginocchi e
a baciare le mani, abbiamo dedicato monumenti, vie e
piazze, celebrazioni e medaglieri, a perenne ricordo della
libertà ottenuta dalla barbarie borbonica. In realtà i
briganti furono loro, quegli assassini dei fratelli d’Italia.
Antropos in the world
Fattucchiere ed Eremiti del Vesuvio
da “Gente del Vesuvio”
di Umberto Vitiello
Le Fattucchiere - Alle falde del Vesuvio hanno
vissuto, e forse ce ne sono ancora, anche noti politici, un
grande statista e famiglie nobili dai nomi altisonanti, oltre
a personaggi mai del tutto assenti, come le fattucchiere e
gli eremiti.
La fattucchiera più nota dell’Ottocento è ’a Vecchia
’e Mattavona, mentre durante gli anni dell’ultima guerra
e negli anni degli inizi del dopoguerra la diventò ’a
Ciaciona ’e Resìna, donna formosa e bella che piaceva
molto agli uomini e non dispiaceva alle donne.
La prima, la Vecchia di Mattavona, è l’eroina d’una
leggenda nata probabilmente durante l’eruzione del
1858, quando la lava riempì il Fosso Grande e una notte
gli abitanti delle zone limitrofe udirono terrorizzati un
grido straziante che li svegliò anche nelle notti successive. Consultatisi e armatisi di forconi, pale e picconi, i
contadini, divisi in vari piccoli gruppi, ogni mattina
andavano a cercare chi o cosa turbasse il loro sonno. Non
trovando però nessuno che gridasse e nulla che spiegasse
quello strano e pauroso fenomeno, decisero a maggioranza di consultare ’a Vecchia ’e Mattavona, che abitava
non molto lontano dai loro casolari. La fattucchiera li
ascoltò e, sollecitata, si recò con loro sul luogo dell’urlo,
dove pronunciò formule magiche in un linguaggio incomprensibile. L’urlo che aveva terrorizzato tutti e per
tante notti non si sentì più e della vecchia fattucchiera fu
tramandata di padre in figlio la memoria di questa sua
magia.
La bella e formosa, detta ’a Ciaciona, fa parte della
schiera di non meno di 200 fattucchiere di Ercolano,
cittadina sorta sulla città sepolta dall’eruzione del 79 d.
C., chiamata Resina (ma anche Pugliano) fino al 1969, un
luogo ritenuto tra i più magici della Campania e d’Italia.
È dalle fattucchiere di Pugliano che non poche persone,
del luogo e di altre regioni, vanno ancora a farsi fare o
farsi togliere una fattura, cioè un incantesimo, una malìa
o una stregoneria di uno dei suoi tanti generi: fattura
d’amore1, fattura di odio, fattura a malattia, fattura a
morte, fattura di legamento o di “spartenza” (divisione).
E per ciascuna c’è una specifica formula che la fat-
- 23 -
tucchiera –figlia d’arte o allieva di una vecchia fattucchiera– pronuncia tenendo in mano una testa d’aglio o un
limone per penetrarlo con centinaia di spilli, laccetti e
capelli, fino a che non si realizzi la cosiddetta capa ’e
pecuriello - testa di agnellino1 - alla quale va dato il nome
di battesimo della persona da colpire. Questo tipo di
strano manufatto di magia nera va poi generalmente
sotterrato in un bosco o gettato nell’acqua di un laghetto
(quello del Parco Reale di Portici) o del mare. Se invece
la magia, in questo caso bianca, è invocata per legare e
tenere ben uniti due sposi o fidanzati, la fattucchiera si
limita a intrecciare laccetti in legamenti d’amore. Quando
però il suo compito è rovesciato, perché chiamata a
dividere e non a unire, pronunciando le adeguate formule
rituali la fattucchiera ha tra le mani del sale che getta poi
nel mare per la “spartenza”, la divisione per sempre di
due sposi o fidanzati.
Un rito malefico del tutto singolare è quello della“vutata ’e seggia”: una sedia impagliata, meglio se di
una chiesa, tenuta per terra su una sola della sue quattro
gambe e fatta girare vorticosamente pronunciando antiche
formule magiche. Dopo cento girate, la sedia viene
lasciata cadere e la sua paglia è infilzata da una forchetta
o da un coltello. Lasciata per terra senza toccarla, il
giorno dopo alla stessa ora la fattucchiera riprende la
sedia e ripete quanto ha eseguito il giorno precedente. Il
maleficio della “vutata ’e seggia” provocherebbe alla
persona, cui è rivolto, un forte mal di testa con confusione
mentale mentre la sedia gira su una sua gamba, e un
pensiero fisso e persistente quando la sedia è a riposo,
pensiero fisso che dovrebbe portare a maturare a chi ne è
afflitto un comportamento consono a ciò che desidera la
persona che si è rivolta alla fattucchiera.
Sulla fattucchiera detta ’a Ciaciona ci sono diversi
aneddoti, che sembrano più barzellette che episodi veri,
seppure infiorettati. Si racconta, ad esempio, d’una donna
ingelosita perché il marito andava almeno una volta la
settimana a consultarla. Cosa che non faceva nessun altro
uomo tra i suoi conoscenti. E un giorno, dopo aver
discusso animatamente ancora una volta col marito, che
negava di tradirla con la fattucchiera, secondo lei contro
ogni evidenza, la donna decise di andare a dirne quattro
alla Ciaciona. Dalla quale se ne tornò però a casa tutta
scornata. Non che la fattucchiera con qualche formula
magica l’avesse liberata dalle corna, ma perché da quell’incontro ne era uscita svergognata e umiliata. “Da me
tuo marito viene solo per ottenere una fattura contro il tuo
amante, ch’io mi rifiuto di fare, perché io quell’uomo lo
conosco, so tutto di lui, anche dei rapporti intimi che ha
con te. È un mio amico e non voglio certo fargli del male”
– le disse ’a Ciaciona, se prendiamo per buone le voci che
non tardarono a diffondersi tra vicoli e casolari sparsi.
Anche se altre voci dicevano invece che quella donna non
ne era uscita scornata, cioè svergognata, ma intontita dalla
fattucchiera con un maleficio, che qualcuna definiva
malocchio. (continua)
Antropos in the world
RIFLESSIONI ED ANALISI
UNA SCELTA CHE FA LA DIFFERENZA
A tredici, quindici, diciotto anni, il mondo sta racchiuso nel proprio pugno, si tratta di un mondo che ancora non
c'è, ostacolato dal fascino maledetto del vicolo cieco, ma all''entrata un cartello seminascosto avverte: la paura
di vivere non si vince con l'alcool, la droga, la recita di un film non ancora in onda. Sveglia giovani sveglia, è la
possibilità di una scelta che fa la differenza.
Il ragazzo è disteso a terra, il vomito alle labbra, un
adolescente in rianimazione, tra la vita e la morte, la
balbuzie esistenziale che non porta conforto né
riparazione, solamente disperazione, coma etilico a
tredici, quindici, diciotto anni, morire per abuso di
sostanze non è un reality da playstation. Poco più di un
bambino, strangolato dall’alcol, dalla cecità ottusa
dell’età, dai desideri adulti improvvisamente insopportabili, sconosciuti e prepotenti.
Quando un ragazzo rotola giù dall’amore che non
arriva al cuore, la consuetudine sta nell’uso delle parole
sempre più inutili, anche false, perché giustificano
sempre e comunque, oppure nel rifugiarsi nella riparazione della “deduzione logica “, negli editti delle
buone intenzioni, le solite frasi a effetto.
Un giovanissimo o poco di più, la spirale del rischio
estremo, come se tutto fosse nella norma, accadimenti di
routine, una specie di ben nota abitudine all’evento
critico, non c’è altro da fare che raccogliere i cocci e
sperare di riuscire ancora a rimetterli insieme, ma come
amaramente s’è visto non sempre s’arriva in tempo.
Invece c’è qualcosa in più che deteriora gli anni più belli
della gioventù, c’è qualcosa in meno a cui aggrapparsi
per non andare incontro a un coma etilico a quattordici
anni, c’è qualcosa che si sottrae confermando la sua
presenza.
Rammento qualche anno addietro in una scuola del
trentino, anche lì, un ragazzo di quattordici anni,
stramazzato al suolo, in coma etilico, pensate: alle nove
del mattino. Fui invitato come operatore della Comunità
Casa del Giovane di Pavia a raccontare la mia storia
personale, senza badare troppo alla punteggiatura, per
fare prevenzione, informare, comunicare, e non dare
scampo alle giustificazioni, smetterla con l’incoerenza
ipocrita, quando la richiesta di aiuto rimane appesa a
mezz’aria, quando con amarezza ti accorgi che l’intero
uditorio, ammutolito e scosso, è mancante di qualcosa,
di qualcuno, c’è una assenza che non è riconducibile
solamente a quel giovane scivolato tra la vita e… la
morte.
Ma ieri, e ieri l’altro ancora, qui, più lontano, più vicino, quando quell’adolescente crollava a terra, dove
erano gli adulti deputati a conoscere, a leggere, a decodificare? Chissà se c’è davvero coscienza della distrazione che ha aiutato a trasformare quel disagio in una
tragedia.
Diventa doveroso raccontare ai ragazzi la condanna
insita nella bottiglia, nella droga, in quel maledetto
vicolo cieco che affascina, posto là, mai troppo
distante, a portata di mano, di bocca, di occhio sempre
più spento, sempre pronto a colmare le lacune, le ansie,
i tormenti degli interrogativi, le inquietudini delle
risposte.
La bottiglia se ne sta in silenzio, non spreca parole,
convincimenti, rimproveri, è “stronza amica discreta”,
non ci mette il dito, né il becco, non azzarda consigli,
lezioni di vita, non comanda stili né comportamenti,
non fa commenti, neppure di fronte alla paura di un
cambiamento che non arriva, ma alimenta inadeguateza che non fa prigionieri.
Chissà se quest’altro adolescente affogato nei
beveroni coloratissimi, ci lascia questo dolore lacerante, obbligandoci a intervenire, a non restare indifferenti, a chiederci con chi abbiamo a che fare, a
pensare finalmente che solo l’amore arriva dove la
volontà ci guida, solo l’amore per il rispetto di quelli
ancora a spasso con il cuore, può sbarrare la strada alla
resa più devastante, solo l’amore può trasformare i
luoghi più impensabili in dignità ritrovate.
- 24 -
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Antropos in the world
I GRANDI PENSATORI: a cura di Andropos
Carl Gustav Jung
(parte terza)
« La mia vita? è la storia di un'autorealizzazione
dell'inconscio »
Anche se tra gli studi, i viaggi e il servizio militare
periodico Jung non avesse molto tempo per la pratica
analitica, si consultarono e curarono da lui molte persone,
tra cui Herbert Oczeret, Aline Valangin, Sabina Spielrein,
Hermann Hesse, Ermanno Wolf-Ferrari, Beatrice Moses
Hinkle , M. K. Bradby (poi divulgatrice del suo pensiero),
Montague David ed Edith Eder, Eugen ed Erika Schlegel,
Constance Long, Mary Bell, Helen Shaw, Adela Wharton,
Mary Esther Harding (1888-1971), Kristine Mann (18731945) e Helton Godwin Baynes detto "Peter". Mentre
aumentava il suo carisma, qualcuno era critico e non
sopportava quel che ai propri occhi sembrava un vuoto
culto della personalità.
Comunque, Jung aveva ormai quasi 50 anni e riuscì,
come aveva in mente da tempo, a costruire una casa (detta
"Turm", torre) nel villaggio di Bollingen, affacciata sul
lago. Lo aiutò nei disegni il giovane architetto Walther
Niehus, fratello di Kurt, che aveva sposato la figlia
Agathe e che a sua volta sposerà la figlia Marianne.
Durante la lenta costruzione, Jung organizzò nel 1925 una
spedizione in Africa, con George Beckwith (1896-1931),
Peter Baynes (marito di Hilda, già paziente di Jung e poi
di Baynes, quindi suicida) e Ruth Bailey, una nobildonna
inglese incontrata durante il viaggio in nave e che vivrà
con Jung dalla morte della moglie Emma (1955, come fu
lei a chiederle) in poi (ossia fino al 1961, anno di morte di
Jung stesso).
La spedizione "Bugishu", verso il Kenya e l'Uganda
attraverso il Monte Elgon, filmata da Baynes con una
cinepresa, portò Jung a contatto con riti e miti delle
popolazioni indigene, ma soprattutto con il proprio
inconscio.
La psiche si compone della parte inconscia, individuale e collettiva, e della parte conscia. La dinamica tra
le due parti è considerata da Jung come ciò che permette
all'individuo di affrontare un lungo percorso per realizzare
la propria personalità in un processo che egli denomina
"individuazione". In questo percorso l'individuo incontra
e si scontra con delle organizzazioni archetipe (inconsce)
della propria personalità: solo affrontandole egli potrà
dilatare maggiormente la propria coscienza. Esse sono "la
Persona", "l'Ombra", "l'Animus o l'Anima" e "il sé".
L'archetipo è una sorta di "DNA psichico": il concetto
deve molto a Platone e alle sue "idee". La Persona (dalla
parola latina che indica la maschera teatrale) può essere
considerata come l'aspetto pubblico che ogni persona
mostra di sé, come un individuo appare nella società, nel
rispetto di regole e convenzioni. Rispecchia ciò che
ognuno di noi vuol rendere noto agli altri, ma non
coincide necessariamente con ciò che realmente si è.
L'Ombra rappresenta la parte della psiche più sgradevole e negativa, coincide con gli impulsi istintuali che
l'individuo tende a reprimere. Impersona tutto ciò che
l'individuo rifiuta di riconoscere e che nello stesso tempo
influisce sul suo comportamento esprimendosi con tratti
sgradevoli del carattere o con tendenze incompatibili con
la parte conscia del soggetto. È, in un certo senso,
l'evoluzione junghiana dell'Es freudiano.
Animus e Anima rappresentano rispettivamente l'immagine maschile presente nella donna e l'immagine
femminile presente nell'uomo. Si manifesta in sogni e
fantasie ed è proiettata sulle persone del sesso opposto, più
frequentemente nell'innamoramento. L'immagine dell'anima o dell'animus ha una funzione compensatoria con la
Persona, è la sua parte inconscia e offre possibilità creative
nel percorso di individuazione.
Il Sé è il punto culminante del percorso di realizzazione della propria personalità, nel quale si portano ad
un'unificazione tutti gli aspetti consci ed inconsci del
soggetto. Altri archetipi rappresentano immagini universali, che esprimono contemporaneamente numerose figure
della positività o negatività: la Grande Madre, il Vecchio
Saggio, l'Apollo. Nel 1930 Jung fu nominato presidente
onorario dell'Associazione tedesca di psicoterapia. L'Associazione, cui aderivano molti psicoterapeuti ebrei, fu
sciolta dal nazismo. Ne fu creata un'altra, a carattere
internazionale, con Jung presidente.
Nel 1934 Jung fu criticato per la sua adesione ad
un'organizzazione di origine nazista, oltre che per la sua
funzione di redattore capo della rivista Zentralblatt fur
Psychotherapie, un periodico di matrice nazista. Jung e i
suoi difensori, in questa querelle sulla presunta adesione
di Jung al nazismo, replicarono sostenendo che la sua
presenza in questi organismi avrebbe permesso di
salvaguardare l'attività degli psicoterapeuti tedeschi ebrei.
In questa stessa epoca Hitler prendeva il potere in
Germania e, sfortunatamente per Jung, il caso volle che il
redattore tedesco della rivista, il cui nome compariva
accostato a quello di Jung, risultava essere il professor
Göring, cugino del più famoso Hermann Göring, delfino
di Adolf Hitler. In questo periodo di presidenza Jung
scrisse l'articolo "Wotan", apparso sulla Neue Schwezer
Rundschau, che in seguito diverrà il primo capitolo
dell'opera Aspetti del dramma contemporaneo.
I sostenitori di Jung in questa querelle affermano che Jung
accettò questo incarico nella speranza di salvare il salvabile, tant'è che quando si accorse di non poter fare nulla,
nel 1939, rassegnò le dimissioni dalla carica di presidente
della "Società medica internazionale di psicoterapia" e da
redattore della rivista. (continua)
- 25 -
Antropos in the world
POLITICA E NAZIONE
IL PESCE PUZZA DALLA TESTA
ovvero, il pensiero spicciolo del cittadino comune
Fin dall’antica Grecia la politica era ritenuta una delle
attività più importanti nella vita di una comunità perché
deve compiere scelte per il bene ed il miglioramento della
vita pubblica.
Napoleone III sintetizzò l’idea della politica in poche
parole : “In politica bisogna curare i mali e non acuirli”.
Purtroppo in Italia la politica è stata ridotta ad una pura
competizione elettorale e chi vince le elezioni pensa solo
a piegare le istituzioni agli interessi propri invece di far
prevalere gli interessi comuni a tutto un popolo.
Con il tempo,
la politica che doveva essere una
missione, frutto di un forte senso civico e di senso del
dovere è divenuta l’organizzazione sistematica dell’odio
ed ha cessato di essere la scienza del buon governo per
diventare invece l’arte della conquista e della conservazione del potere.
In questo sconcertante contesto il Presidente della
Repubblica che deve rappresentare l’unità nazionale non
può e non deve rappresentare solo una parte di essa.
Invece, il buon Giorgio Napolitano con inquietanti affondi
ha contrastato il governo Berlusconi specialmente quando
veniva chiesta la fiducia per l’approvazione di leggi
importanti come la finanziaria.
Asseriva allora il Presidente che Berlusconi – chiedendo
la fiducia- esautorava il Parlamento delle sue funzioni.
Oggi invece con il governo Letta e ieri con il governo
Monti il problema non se lo è più posto pur avendo
questi governi chiesto la fiducia innumerevoli volte.
Forse Berlusconi era considerato figlio di un Dio minore ?
E tutti coloro che avevano votato il centro-destra?
Per tanti motivi una parte del Parlamento sta pensando
di mettere il Presidente Napolitano sotto accusa perché, a
loro dire, non assolve il proprio compito con imparzialità
e nei limiti dettati dalla Costituzione.
Il famoso detto napoletano “ Il pesce puzza dalla
testa” non fallisce mai.
Il prof. Pietro Melis a proposito del Presidente Napolitano
dice: “Non dimentichiamoci chi è stato. Nel 1956 (ovvero
a 32 anni e già faceva parte della direzione del partito
comunista) , di fronte ai 20.000 morti della rivolta
ungherese soffocata spietatamente nel sangue dai carri
armati sovietici disse testualmente “i carri armati sovietici
hanno riportato la pace in Ungheria”.
Incredibile. Quando fu eletto indegnamente Capo dello
Stato gli inviai, la mattina dell’elezione, una raccomandata
A.R. in Senato per ricordagli questa vergogna, di cui
nessuno ne parla o scrive.
Questo disonesto, inoltre, sapeva della esistenza delle
foibe istriane, dove finirono per metà vivi e per metà morti
gli italiani, perché venivano legati in coppia, di cui uno
solo veniva fucilato prima di trascinare l’altro vivo nella
- 26 -
foiba. Ma non se ne doveva parlare a causa della stupida
volontà del suo partito (PCI) di conservare relazioni con
la Jugoslavia comunista e massacratrice di italiani istriani
costretti a diventare profughi e mal sopportati in Italia.”
Non credo proprio che un uomo con tale passato possa
fare prediche a chicchessia.
Il popolo Italiano odia la faziosità e rivuole la propria
dignità che dovrebbe essere rispecchiata in quella del
Capo dello Stato che quando è andato in Ungheria in visita
ufficiale ha messo in imbarazzo l’Italia e in subbuglio il
popolo ungherese.
Oggi peraltro, l’attuale governo fortemente sponsorizzato da Napolitano, delegittimato dalla sentenza della Corte
Costituzionale, è in uno stato comatoso ed il caos regna
sovrano dopo l’ignobile figura fatta sulla legge di stabilità
e quella altrettanto ignobile sugli affitti d’oro ed il decreto
salva- Roma e la squallida ed ingombrante presenza della
Cancellieri che si è prodigata per la liberazione della
ricchissima Ligresti .
Per un governo che sta esalando gli ultimi respiri, che
sta aumentando ancora le tasse, che non mantiene la
parola data sulla abolizione dell’IMU etc. il famoso
vaffanculo da parte degli italiani è d’obbligo in certi casi.
Non è un turpiloquio ma è rispetto per la dignità e
l’intelligenza del popolo italiano. A questo punto al
Presidente della Repubblica non resta altro da fare che
indire le elezioni che sono da celebrare al più presto
possibile.
Mario Bottiglieri
Certo che siamo
ridotti proprio male!
MALE?
LA PENSIONE NON LA
VEDO PIU’
E NON HO I SOLDI
NEMMENO PER LE
MEDICINE!
Antropos in the world
PIATTI TIPICI DEL MEDITERRANEO - A cura di Rosa Maria Pastore
RICETTE
PASTA E FAGIOLI
LAGANE CON FAGIOLI
Ingredienti (per 4 persone)
- 250 g di fagioli secchi (cannellini, tondini o borlotti)
- 250 g di pasta mista
- 3/4 pomodori pelati
- 1 spicchio d’aglio
- olio d’oliva, sedano
- (facoltativo) cotica già sbollentata o un pezzo di salsiccia o
ancora un osso di prosciutto
Ingredienti (per 4 persone)
- 400 grammi di fagioli freschi
- 400 grammi di farina di grano duro
- un cucchiaio di olio
- 3 spicchi d’aglio
- 30 grammi di strutto
- peperoncino rosso in polvere
Preparazione: Tenere i fagioli secchi (cannellini, tondini o borlotti) a bagno per una notte, poi, cuocerli a fuoco bassissimo in un
tegame (meglio se di coccio) coperto. A metà cottura, aggiungere
l’olio d’oliva, lo spicchio d’aglio, il sedano, i pomodori pelati
spezzettati ed il sale necessario. Quando i fagioli saranno ben
cotti, cuocere la pasta mista direttamente nei fagioli, aggiungendo
acqua bollente se necessario. Far riposare la minestra qualche
minuto prima di servirla. Per rendere la pietanza più gustosa,
salute permettendo, si può aggiungere, sempre a metà cottura,
qualche cotica già sbollentata o un pezzo di salsiccia o ancora un
osso di prosciutto.
FAGIOLI E SCAROLE
Ingredienti (per 4 persone)
- ½ kg di fagioli cannellini
- 4 scarole
- 100 g di lardo
- 1 spicchio d’aglio
- Olio, sale
Preparazione: Lessare i fagioli freschi in abbondante acqua
salata e mantenerli in acqua fino al momento di lessare le lagane.
Preparare una sfoglia con la farina di grano duro, un cucchiaio di
olio, sale e l’acqua tiepida necessaria ad ottenere un impasto
sodo. Lavorarla e stenderla con il matterello in una sfoglia piuttosto sottile, quindi tagliarla in larghe tagliatelle.
Lessare la pasta in acqua bollente salata, sgocciolarla al dente e
versarla in un piatto concavo, unirvi i fagioli ben caldi sgocciolati
al momento dall’acqua di cottura. Condire la pasta con lo strutto
mescolato a un po’ di olio e fatto rosolare al fuoco con i 3 spicchi
d’aglio a pezzetti. Terminare di condire con il peperoncino rosso
in polvere e pepe macinato al momento.
FAGIOLINI AL POMODORO
Ingredienti (per 4 persone)
- 1 kg di fagiolini
- 250 g pomodori pelati
- 100 g di olio d’oliva
parmigiano grattugiato
- aglio, basilico, sale
Preparazione: Pulire, lavare e lessare i fagiolini in acqua giu-
Preparazione: Tenere a bagno per una notte intera i fagioli cannellini, lessarli in acqua salata con uno spicchio d’aglio e una
costa di sedano, facendoli bollire a fuoco lento. Pulire le scarole,
dividerle in quattro sezioni e scottarle in poca acqua salata.
Strizzarle delicatamente e soffriggerle in una casseruola l’olio e
un battuto fatto l’ aglio e il lardo. Unire i fagioli lessati con un po’
della loro acqua e lasciar insaporire per 15 minuti circa.
TAGLIATELLE E FAGIOLI
Ingredienti (per 4 persone)
- 200 g di fagioli (con l’occhio)
- 500 g di pomodori
- ½ kg di tagliatelle all’uovo
- 1 rametto di rosmarino
- cipolla, carota, sedano, basilico e peperoncino
- olio, sale, pepe
Preparazione : Far cuocere i fagioli con un rametto di rosmarino e l’aglio. In una teglia soffriggere in olio d’oliva un trito di
cipolla, carota, sedano, basilico e peperoncino. Quando prende
colore, sfumare con un po’ di vino, quindi unire i pomodori.
Pepare, salare e lasciar cuocere a fuoco moderato per 15 minuti,
poi aggiungere i fagioli ben scolati e lasciarli insaporire per altri
10 minuti. Lessare le tagliatelle e condirle con il sugo e abbondante parmigiano grattugiato.
- 27 -
stamente salata. Imbiondire uno spicchio d’aglio nell’olio, unire i
pomodori spezzettati, sale, basilico e far cuocere brevemente a
fuoco vivace la salsetta, che deve risultare piuttosto lenta. Eliminare l’aglio ed aggiungervi i fagiolini. Farli insaporire a fuoco
basso per circa un quarto d’ora. Verificare il sale e completare con
altro basilico fresco e il parmigiano grattugiato.
FAGIOLI E ZUCCA
Ingredienti (per 4 persone)
- 500 g di fagioli cannellini
- 1 kg di zucca
- 2 spicchi d’aglio
- 3/4 pomodori pelati
- Olio d’oliva, sale q. b.
- Sedano, prezzemolo
- 1 peperoncino (facoltativo)
Preparazione : Tenere i fagioli secchi a bagno per una notte,
poi, cuocerli a fuoco bassissimo in un tegame (meglio se di
coccio) coperto. A metà cottura, aggiungere l’olio d’oliva, lo
spicchio d’aglio, il sedano, i pomodori pelati spezzettati ed il sale
necessario. Terminare la cottura sempre a fuoco moderato.
Imbiondire uno spicchio d’aglio nell’olio. Unire la zucca pulita e
tagliata a pezzetti, il prezzemolo tritato, sale e peperoncino (se
piace). Quando la zucca è cotta aggiungere i fagioli e lasciarli
insaporire per 10 minuti.
Antropos in the world
UNA INTERPRETAZIONE NAPOLETANA DELLE FAVOLE
La differenza sostanziale tra due discipline
ormai entrate nella nostra epoca tecnologica ed
informatizzata, l’Elettronica e l’Elettrotecnica,
consiste nell’ordine di grandezza delle correnti
elettriche che percorrono i rispettivi circuiti: l’Elettronica tratta i debolissimi segnali di corrente (attraversanti, a titolo di esempio, i circuiti radiotelevisivi domestici) mentre l’Elettrotecnica coinvolge le correnti aventi elevatissima intensità (che
scorrono nei fili conduttori sui tralicci ubicati
lontano dai centri abitati). Esistono, nell’ambito dei
circuiti elettronici ed elettrotecnici, particolari
dispositivi impiegati per esplicare la funzione di
“raddrizzare” i segnali di corrente, da una determinata forma oscillante e fluttuante, ad una più attenuata e stabile, modificandone dunque la natura.
Ecco, trac-ciando un parallelo letterario, le favole
fungono da “raddrizzatori sociali” , essendo pungenti verità tendenti ad illustrare aspetti universali
ed eterni dell’umana natura, a capovolgerne difetti
e correggerne vizi ed imperfezioni, ribaltandole e
suggerendo gli opposti modelli di virtù.
Uno splendido, gustosissimo “abbraccio” tra
arte poetica e linguaggio napoletano è quanto si
riscontra nel volume “Aisopos, Phaedrus. Le favole in napoletano” (Andropos in the world Edizioni,
N. 2 Sezioni, complessive pagg. 64), autore l’eclettico poeta, scrittore, commediografo e drammaturgo Franco Pastore; il testo è integrato dalle belle
illustrazioni di Paolo Liguori, la presentazione e la
prefazione sono, rispettivamente,dei saggisti e critici Alberto Mirabella e Renato Nicodemo.
Sono 50 componimenti alti ed intensi, travalicanti la pura apparenza di semplici episodi decantanti o biasimanti; vibrano di sentimento autentico,
quasi tangibile e visivo, nel tratteggio di oggetti e
piante parlanti, del carattere stilizzato di animali e
personaggi con essi interagenti, di figure austere oppure sontuose e nobili, delle
tante situazioni costellanti
l’umana avventura. Pastore
è un “medico” che cerca di
arginare e curare le lacerazioni e ferite dell’esisten-za,
da quelle lievi alle manifeste atrocità, attraverso questo specifico mezzo narrati-
go
Di Giuffrida Farina
vo; d’altronde, ciascuna narrazione favolista, dalle
originarie esopiane e fedriane sino alle moderne
beffe e dileggi esistenti nel dialetto romanesco di
Trilussa o nel linguaggio sperimentale dell’ingegnere scrittore Gadda, cerca di asciugare le lacrime.
Egli è singolare rivisitatore di favole di Esopo
e Fedro, ambedue furono
servi del potere eppure
liberi fustigatori di immoralità e perdizioni dei potenti; il ritmo narrativo,
l’impostazione ed il tono
sono in accordo con i nostri tempi, le situazioni (1)
rappresentative ed i protagonisti sono stupendamente ricreati e rivissuti
attraverso una traduzione dalle lingue greca e latina
in linguaggio napoletano: allusivo in taluni raffinati
momenti narrativi coinvolgenti umili e storiche
figure (Un pescatore che batteva l’acqua, Diogene e
l’omme senza capille, ‘O debitore ateniese); perentoriamente esplicito con la caratteristica esplosiva
valenza del vernacolo partenopeo in numerosi altri
(‘O cane strunz, ‘O capraro spezzacorne , ‘O frate e
a ‘a sora racchia).
Balzano ai nostri occhi immagini impetuose e
passionali, personaggi flemmatici e controllati, allegorie di canaglie e caste figure; integrano ed arricchiscono ogni singolo testo, una ‘Lexicon necessarium’ ovvero un dizionario illustrante il termine
napoletano “complesso” o particolarmente colorito,
ed un quid di insegnamento socialmente utile (‘Fabula docet’).
Il professor Nicodemo rievoca il senso polemico
di Pasolini allorquando questi evidenziava l’ardua
difficoltà che si presenta innanzi al “traduttore dialettale”, e ritiene che il testo di Pastore abbia saputo
conservare la leggerezza e la verve caratterizzanti il
genere artistico; che dalla iniziale ed apparente funzione pedagogica indirizzata dunque ad educare i soli bambini, doveva necessariamente rivelarsi quale
reale canale trasmissivo di insegnamento per gli
adulti, i quali (si è sperato e si spera!) meglio dovrebbero essere in grado di comprendere senso e
concretezza insite nel mezzo linguistico della satira o
dell’ironia
- 28 -
Antropos in the world
CONTROCORRENTE
ALLEATI E BUOI DEI PAESI TUOI (II parte)
THOMAS WOODROW WILSON
Estratto dal libro di Michele Rallo“Il coinvolgimento dell’Italia nella Prima guerra mondiale e la ’Vittoria Mutilata’. La politica estera
italiana e lo scenario egeo-balcanico dal Patto
di Londra al Patto di Roma,1914 - 1924
Le motivazioni ufficiali di questo radicale cambiamento di rotta da parte degli Alleati erano due, ed erano
entrambe risibili. La prima, era che il Patto di Londra non
era stato notificato ufficialmente agli Stati Uniti (che
all’epoca non erano ancòra partecipi della guerra), i quali
adesso ne contestavano l’essenza perché contraria allo
spirito dei Quattordici Punti wilsoniani. E la seconda era
che il trattato di San Giovanni Moriana non era stato
ratificato dalla Russia, che però non aveva potuto farlo per
il semplice fatto di essersi successivamente tirata fuori
dalla guerra.
Le vere motivazioni erano invece altre due. La prima
riguardava l’Inghilterra, da sempre ferocemente ostile al
dinamismo italiano, che voleva semplicemente rinnegare i
patti. La seconda era relativa agli Stati Uniti, costretti –
anche per non dispiacere al Regno Unito ed alla Francia –
a rimangiarsi tutte le magniloquenti affermazioni di
principio sulla libertà delle nazioni, e quindi alla ricerca di
un capro espiatorio (che fosse comunque gradito all’Inghilterra) da utilizzare davanti al mondo per far credere di
mantenere fede ai vecchi slogan. Atteggiamento – questo –
del tutto ridicolo, se si pensa che ai solenni richiami
all’Italia su Fiume e Dalmazia, faceva riscontro un totale
disinteresse per la Francia (lasciata libera di perseguitare e
umiliare la Germania), per la Serbia (lasciata libera di
colonizzare Slovenia, Croazia, Bosnia, Kosovo e Macedonia), per la Grecia (lasciata libera di infierire su Bulgaria,
Albania e Turchia), per la Boemia (lasciata libera di
prendersi Sudeti, Slovacchia e Rutenia), per la Romania,
per la Polonia e, soprattutto, per la Gran Bretagna, lasciata
libera non soltanto di colonizzare quasi per intero le
regioni arabe, ma addirittura di progettare un piano di
totale smembramento della Turchia.
IL NEMICO PEGGIORE: THOMAS WOODROW WILSON
Quello contro Roma era un disegno di vecchia data.
Risaliva almeno al gennaio 1918, quando l’ineffabile
Woodrow Wilson aveva reso noti i suoi Quattordici Punti
ed aveva affermato che l’Italia doveva essere costretta
entro una frontiera etnica che egli dichiarava essere
«facilmente riconoscibile». Ora, poiché anche i sassi
sapevano che secoli di migrazioni e di invasioni avevano
reso i confini etnici italiani tutt’altro che facilmente
riconoscibili (e lo abbiamo visto trattando del memoriale
presentato alla Conferenza della Pace), era evidente che si
fosse in presenza di un preciso disegno per attribuire
all’Italia dei confini più angusti di quelli naturali.
Parallelamente, l’undicesimo dei Punti wilsoniani – si
ricordi – recitava che «la Serbia deve ottenere un libero e
sicuro accesso al mare».
Il gioco americano era apparso talmente evidente che –
fin dai giorni precedenti l’armistizio – il Ministro degli
esteri Giorgio Sidney Sonnino aveva chiesto all’Intesa di
notificare agli Stati Uniti le riserve italiane sul punto 9 del
programma wilsoniano: «Il governo italiano ritiene che la
rettifica (readjustment) di cui è questione nell’articolo IX,
non implichi una semplice modifica (rectification) delle
frontiere; ma che si tratti per l’Italia di ottenere la
liberazione delle provincie di nazionalità italiana, e nello
stesso tempo di stabilire una frontiera tra l’Italia e
l’Austria-Ungheria che presenti le condizioni necessarie di
sicurezza militare sufficienti ad assicurare l’indipendenza
ed il mantenimento della pace, tenendo conto delle ragioni
geografiche e storiche, e applicando gli stessi principi
affermati nei confronti della Germania per le delimitazioni
conseguenti all’attuale guerra.» Non occorre dire che la
richiesta italiana era stata sùbito bloccata da inglesi e
francesi, con la scusa che il Congresso americano – con la
solita modestia – aveva proclamato che non avrebbe
accettato modifiche agli augusti Quattordici Punti.
E’ sconcertante come – ancòra oggi – il giro-di-valzer
intesista sulle aspirazioni italiane venga ammesso con
candida noncuranza dalla storiografia anglofila. Scrive
l’Hösch: «Le pretese italiane sull’adempimento di questi
impegni stavano quasi per far saltare la conferenza di pace
di Parigi. (…) Dare corso alle rivendicazioni italiane
sull’Istria e sulle regioni costiere della Dalmazia avrebbe
costituito non solo una grave violazione del diritto
all’autodeterminazione della popolazione slava residente,
ma anche un affronto alla Serbia alleata.» Nessun problema,
invece, a ledere il diritto all’autodeterminazione della
popolazione italica residente ed a muovere un affronto
all’Italia alleata.
In realtà, agli americani e al presidente Wilson non
importava nulla né dell’Italia né della Serbia. Semplicemente, seguivano alla lettera i suggerimenti degli inglesi,
giacché tra Washington e Londra esisteva un’alleanza di
ferro, una assoluta comunanza politica, etnica, culturale e di
interessi. Non si trattava soltanto di due paesi amici, ma di
due nazioni che – pur in antagonismo tra loro per
l’attribuzione del primato assoluto – erano entrambe parte
di quel blocco anglosassone che intendeva soppiantare il
“concerto europeo” alla guida del mondo civile.
Tutto questo, naturalmente, senza che la Francia
- 29 -
Antropos in the world
facesse una piega. Parigi continuava a svolgere
disciplinatamente il ruolo di “utile idiota” degli
anglosassoni, accettando anche di subire l’arroganza
inglese per la spartizione del bottino arabo. (…)
FIUME E DALMAZIA
Già il 13 aprile – quando a Parigi si era aperta la
discussione sul memoriale italiano – il governo di Roma
era stato messo con le spalle al muro. Infatti, il
presidente americano Wilson aveva sùbito opposto il
suo veto ad ogni richiesta relativa a Fiume e Dalmazia,
ed i rappresentanti inglesi e francesi lo avevano
prontamente appoggiato su tutta la linea, ufficializzando
così una rottura insanabile con l’Italia. E non era tutto:
non soltanto le richieste italiane venivano respinte dagli
alleati, ma Wilson proponeva addirittura che all’Italia si
togliesse la fascia più orientale dell’Istria, che avrebbe
dovuto essere unita con Fiume per formare uno “Stato
Libero” da porsi sotto l’autorità della Società delle
Nazioni.
Gli italiani erano annichiliti, ma non arretravano. Il
20 aprile Vittorio Emanuele Orlando leggeva una
dichiarazione dura e spartana, che sottolineava la
irrinunciabilità di talune richieste («Fiume e la
Dalmazia sono italiane») e adombrava addirittura la
possibilità di un abbandono della Conferenza per
protesta.
Ma neanche Wilson si tirava indietro, e il 23 aprile –
con un atto di megalomania oltre che di scortesia unico
negli annali della diplomazia mondiale – faceva
pubblicare sulla stampa francese una lettera aperta che,
scavalcando i governanti, si rivolgeva direttamente ai
cittadini italiani, chiedendo che questi si pronunciassero
contro i loro stessi interessi.
Wilson esordiva dicendo che il patto di Londra era
«un accordo privato» dell’Italia con Inghilterra e
Francia, accordo che aveva perso ogni validità dal
momento che «altre potenze grandi e piccole», successivamente entrate in guerra, non ne erano state messe
al corrente ufficialmente. Proseguiva affermando che
agli Stati Uniti era toccato di stabilire i princìpi a cui
dovevano attenersi i belligeranti del campo intesista e di
vigilare perché la pace potesse realizzarsi sulla base di
questi princìpi. Incredibilmente, citava come esempio la
pace iugulatoria e sommamente ingiusta che ci si
apprestava ad imporre alla Germania: «La guerra si è
chiusa proponendo alla Germania un armistizio e una
pace che dovevano essere fondati su certi princìpi
chiaramente definiti che dovevano creare un nuovo
ordine di diritto e di giustizia.» Ora, partendo da questa
premessa così benevola, «noi non possiamo domandare
al grande consesso delle potenze di proporre e di
effettuare una pace con l’Austria e di stabilire una base
di indipendenza e di giustizia negli Stati che formavano
l’impero austrungarico e negli Stati del gruppo balcanico su co su princìpi di altro genere.»
Tutto ciò premesso, al fine di realizzare anche con
l’Austria e con gli altri Stati successori dell’impero
asburgico una pace equanime e solidale come quella che
verrà sommessamente proposta alla Germania, «Fiume
deve servire come sbocco commerciale non dell’Italia ma
delle terre situate a nord e ad est di quel porto: all’Ungheria, alla Boemia, alla Romania e ai paesi nel nuovo
gruppo jugoslavo». D’altro canto, ove per assurdo dovesse
essere imposta a Fiume la sovranità italiana, questa «non
avrebbe potuto non sembrare straniera». Proseguendo in
una personalissima ricostruzione dei fatti e non temendo il
ridicolo, Wilson si spingeva fino ad affermare che l’Italia
«aveva fatto il supremo sacrificio di sangue e di ricchezze »
non per i suoi dichiarati e legittimi scopi, ma per perseguire
«la stessa vittoria del diritto».
In conclusione: «l’America
è costretta a fare in modo che
ogni singola decisione da essa
presa sia in armonia con questi principi;e,nella sua fiducia,
confida che l’Italia nulla chiederà che non sia coerente, oltre ogni dubbio, con questi sacri obblighi.»
Vittorio Emanuele Orlando, lungi dall’essere spiazzato
dal comportamento del presidente americano, reagiva con
grande prontezza, e già l’indomani pubblicava sulla stampa
francese una risposta redatta negli stessi inconsueti termini
del messaggio di Wilson. La prima parte della risposta di
Orlando era un garbato sfottò: «L’uso di rivolgersi direttamente ai popoli tramite un giornale costituisce certamente
una novità nei rapporti internazionali. (…) Se questi appelli
ai popoli debbano considerarsi come fatti al di fuori se non
contro i governi che li rappresentano, io avrei ragione di
grande rammarico.»
Ma la seconda parte era di sostanza: «Il messaggio
presidenziale è diretto a dimostrare che le rivendicazioni
italiane, al di là di quei limiti che il messaggio indica,
offendono quei princìpi su cui deve fondarsi il nuovo
ordinamento di libertà e di giustizia fra i popoli.» Orlando
negava questo assunto: «Mi sono valso soltanto della forza
della ragione e della giustizia, sulle quali credevo e credo
che si fondino le aspirazioni italiane.» Poi passava a
contestare alcune delle affermazioni di Wilson, iniziando
da quella che il Patto di Londra sarebbe stato inficiato dalla
fine dell’impero asburgico: «Non tutti potranno accettare
senza riserve che lo sfacelo dell’impero austrungarico
debba determinare un ridimensionamento delle aspirazioni
italiane. Sarà lecito invece di credere il contrario: e cioè
che proprio nel momento in cui tutti i vari popoli di cui
quell'impero constava cercano di coordinarsi secondo le
loro affinità etniche e naturali, il problema sostanziale che
le rivendicazioni italiane pongono possa e debba compiutamente risolversi. Questo problema è il problema adriatico, nel quale si riassume tutto il diritto dell'Italia, l'antico
ed il nuovo, tutto il suo martirio nei secoli, tutto il bene che
essa è destinata a recare alla grande convivenza internazionale.» (continua)
__________
[ Da “Storia contropelo” di Michele Rallo, C.P.S. G. Pastore – Trapani]
- 30 -
Antropos in the world
ALL’ULTIMO MINUTO, una fiaba di Franco Pastore
Introductio
Schneewittchen und die Sieben Zwerge, in
francese: Blanche-neige et les sept Nains, è una
fiaba popolare europea scritta dai fratelli Grimm,
Jacob e Wilhelm, in una prima edizione nel 1812,
pubblicata nella raccolta Kinder- und Hausmärchen, Fiabe dei bambini e del focolare, evidentemente ispirata a molti aspetti di folclore popolare,
del quale i due fratelli erano profondi studiosi1.
La nostra contaminatio, all’incontrario,
muove da due evidenti motivazioni: la possibilità di
introdurre nuovi elementi di riflessione, in un momento storico di forte affermazione del matriarcato,
e la considerazione che l’amore, pur fonte di guai, è
pur sempre l’unica cosa bella della nostra esistenza.
La scelta della rima è un invito al ricorso alla
memorizzazione. così cara alla passata educazione,
per creare una sorta di associazionismo situazionale
che è di grande utilità nel processo di formazione
integrale della personalità del fanciullo. Bisogna,
infatti, tener presente, che l’attuale insuccesso
formativo dei giovani, dipende proprio dall’abbandono dei veicoli tradizionali di formazione, a
vantaggio di mezzi e strumenti tecnologici avari di
capacità comunicative e di quella carica umana,
tipica della parola dell’educatore tradizionale, che
rapportava la formazione ai mutamenti socio-storici
che si andavano determinando.
Non da meno, l’illustratore, Paolo liguori,
oramai forgiato da una lunga attività di visualizzazione artistica, tracima l’attenzione del lettore verso
i concetti che costituiscono la motivazione intrinseca del lavoro. Del resto, σκιάς όναρ άνθρωπος ...
si, l’uomo è l’ombra di un sogno.
Trama
Il principe BIANCOCERO, rimasto orfano di
padre, è costretto a subire le angherie del nuovo re,
suo patrigno, presuntuoso e pieno di sé. Costui,
infatti, per non dover sopportare l’incomodo della
sua presenza, relega il principino nelle cucine reali,
vestito di panni umili e neppur sufficienti a ben
sopportare il freddo dell’inverno.
Divenuto l’unico signore incontrastato del reame,
interroga il mago dello specchio magico sulla sua persona ed ottiene la conferma di essere il migliore.
Quando Il principe crescendo incontra l’amore, il
re , interrogando lo specchio, viene a sapere che non è
il più affascinante del reame, ma è stato superato dal
suo nobile figliastro. Decide così di liberarsi del principe e dà l’incarico al servo Becero di portarlo nel bosco e togliergli la vita. Becero, mosso a compassione
lo risparmio e gli dice di fuggire lontano dal reame.
Fu così che il giovane si imbatte nella casetta delle
sette nanerottole, che lo accolgono e lo proteggono
finché il mago spione dello specchio non svela al re
che il principino è in buona salute e vive con le nane.
Travestito da viandante, il re si reca al limitar
della foresta ed offre al principe una banana avvelenata con la magia nera.
Kalimero,al primo morso cade a terra stecchito.
Quando le nane lo videro a terra senza vita
impazzirono dal dolore. Ma proprio quando erano
pronti i funerali, la principessa nel dare l’ultimo bacio
al suo amore, si accorge del pezzo di banana malefica
e la fa cadere, restituendo in tal modo la vita al
principe. Nel tripudio generale avvennero le nozze e
tutti furono invitati, compreso il re malvagio, che per
l’invidia morì stecchito, lasciando Kalimero re di un
grande regno. (continua)
_________________
1)Da "Tutte Tutte le fiabe" - Enciclopedia della fantasia - Vol. I - Fratelli Fabbri Ed., 1962
- 31 -
Antropos in the world
DA ERICE
ANTONINO DE STEFANO CULTORE EUROPEISTA
Giovanni XIII fu suo compagno di studi in Teologia a Roma
In prossimità della Strada Provinciale per Erice
insiste una prestigiosa Scuola Media intitolata ad
Antonino De Stefano, illustre ed impareggiabile
esponente della cultura ericina e non solo. Nato a
Vita il 4 agosto 1880 fu avviato al sacerdozio fin
dall’età di nove anni presso il Seminario di Monreale
e successivamente in quello romano dove completò
gli studi di Teologia; qui ebbe compagno di studi
Angelo Roncalli divenuto Papa Giovanni XXIII.
Nel 1903 frequentò nell’Università svizzera di
Friburgo i corsi di cultura storico – teologica del
domenicano Mondonnete e conseguì nell’Università
di Ginevra il dottorato presso la Facoltà Teologica
Protestante. Quando, nel 1907, fu condannato il
Modernismo, la corrente di rinnovamento culturale
sorta in Inghilterra fra il XIX e il XX secolo, il De
Stefano che aveva aderito con estrema convinzione
al nuovo orientamento, lasciò il sacerdozio e continuò a sostenere la corrente attraverso la “ Revue moderniste internazionale” da lui fondata nel 1910. A
Roma lavorò in diverse biblioteche e collaborò per
giornali qualificati e prestigiosi quale “Figaro”. Si
dedicò successivamente all’insegnamento e agli studi
di storia medievale e del periodo federiciano.
L’interesse verso l’età di Federico II induceva il
De Stefano alla pubblicazione, nel 1943, del “Registro notarile di Giovanni Maiorana”, raccolta di
documenti rari e inediti e nel 1956 alla prosecuzione
della pubblicazione del Codice diplomatico aragonese, iniziato da Giuseppe La Mantia, dando inizio
ad un’ attività di ricerca di documentazione inedita
per la storia della Sicilia in età aragonese.
Nel 1938 il De Stefano riunì la maggior parte dei
suoi scritti in un volume dal titolo “Riformatori ed
eretici del Medioevo” pubblicato a Palermo e ristampato nel 1990 dalla Società Siciliana per la Storia
Patria.
L’esperienza vissuta durante i lunghi viaggi in
Europa lo portò a farsi promotore ed organizzatore
del convegno federiciano e ruggeriano che portò in
Sicilia un nuovo fervore di studi ed iniziative con
l’incontro ed il confronto di studiosi provenienti da
ogni parte d’Europa soprattutto dalla Francia e dalla
Germania.
Pubblicò nel 1951 l’articolo su Ludovico Antonio
Muratori e la cultura siciliana del suo tempo; nel
1955 su il De laudibus Messanae di Angelo Callimaco
Siculo; nel 1956. Intorno a Nicola Scillacio umanista siciliano del secolo XV,
studente e professore a Pavia; nel 1957
su Jacopo Pizzinga protonotaro e umanista siciliano del sec. XIV; nel 1960 su
Mariano Accardo umanista siciliano del
secolo XVI. Nel 1956 donò la sua preziosa e cospicua
biblioteca costituita da 15.000 volumi alla Società
Siciliana per la Storia Patria di Palermo della quale fu
emerito Presidente dal 1949 al 1964. Si trattava di
opere antiche e rare, alcuni incunaboli, qualche editio
princeps, un importante fondo sul Modernismo, opere
di storia medievale e siciliana, riviste ed estratti, molte
opere francesi, tedesche, inglesi.
Grande merito ebbe come Sindaco di Erice dal
1956 al 1960 per la soluzione del problema dell’approvvigionamento idrico e per il contributo allo sviluppo turistico e culturale avvalendosi di uomini e
istituzioni fra le più prestigiose nazionali ed estere.
Il 18 novembre 1980 la Società Siciliana di Storia
Patria a Palermo, con una cerimonia solenne nel Convento di San Domenico, in occasione del centenario
della sua nascita, celebrava la sua insigne figura con
interventi di autorità, allievi, amici e la consegna di un
volume di studi in suo onore.
A lui è intitolata ad Erice nella frazione di Casa
Santa anche una via.
ANNA BURDUA
- 32 -
IL MIO AMICO LIBRO
____________
L’ultimo lavoro della brava scrittrice di
Erice
Anna Burdua
presentato nel salone attiguo alla Parrocchia del SS. Salvatore, in Trapani, sta riscuotendo numerosissimi consensi in Sicila ed in Campania.
Antropos in the world
L’ANGOLO DEL CUORE
- Due liriche di Franco Pastore
di
NEL RICORDO STRUGGENTE
CORRO SOLO CON L’ANIMO
Sulla sabbia,
vedo orme lontane,
ma non sono le tue.
Lentamente,
m’avvicino al mare,
ora, corro
solo con l’animo.
Raccolgo,
delle sensazioni,
ciò che resta,
ma non rammento più
il tuo profumo.
Mentre ch’il mare tace
ed i gabbiani, nel ciel,
non hanno pace,
sulla mia malinconia
il pianto delle tamerici.
Nel ricordo struggente,
turbinando,
il mio pensiero si consuma.
Non si può vivere
senza storia,
in fatua sequenza,
da marionette rapite.
Nell’utero di mia madre,
tornerei, per rinascere
in un mondo d’uomini,
senza oligarchie dominanti,
dove la morte di Cristo
ha un senso
e la democrazia …
il suo vero significato.

Regimen Sanitatis Salernitanum
- Caput XXX/XXXI
DE PISCIBUS ET ANGUILLA
Si pisces molles sunt magno corpore, tolles: si duri, parvi sunt plus valutari.
Lucius et perca, saxaulis et albica, tinca, gornus, plagitia, cum carpa,galbio,truta.
Vocibus anguillae pravae sunt, si comedontus, qui phisicam non ignorant,
haec testificantur. Caesus, anguilla nimis obsunt, si comedantur, ni tu
bibas et rebibendo bibas.
QUANDO I PESCI A FIBRE MOLLI HA GRAN CORPO, BEN SATOLLI,
SE LE CARNI HAN BEN DURE, I PIU’ PICCOLI ASSAPURA.
SIANO PERSICI E COBITI, SIANO LUCCI A TINCHE UNITE,
MORVE, RAIE E SALAMONI, VE NE SONO TANTI E BUONI
APPROVAR NON DEVE IL SAGGIO NE’ L’ANGUILLA,
NE’ IL FORMAGGIO, SENZA INGIUNGERE DI BERE
E VUOTAR PIU’ DI UN BICCHIERE.
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Antropos in the world
LEVIORA SATIRICA
Illustrazione di Paolo Liguori
Questo matrimonio non
s’ha da fare!!!!
COSE DA PAZZI
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Una donna parla con un’amica della propria vicina:
- La conosco abbastanza da chiederle in prestito qualcosa, ma non tanto da prestarle
qualcosa!LA MAESTRA chiede a Pierino:"Parla dei monti piu' importanti d'Italia" E Pierino:"
Mio padre dice sempre che il piu' importante e' il monte premi dell' Enalotto e del
Totocalcio".
Il colmo per una donna? Impiega due ore per truccarsi e quando esce gli uomini le guardano
il fondo schiena.
Una donna si lamenta con l’amica perché il marito è sempre desideroso di sesso e le chiede
come risolvere il problema. L’amica le consiglia di mettere uno slip nero e di dire al marito
che è a lutto e che non può fare sesso.
Convinta che l’idea possa funzionare la donna così fa la sera con il marito che in un primo
momento, nonostante sia molto perplesso, accetta la giustificazione della moglie.
Dopo pochi minuti l’uomo esce dal bagno con una coccarda nera sull’organo e dice alla
moglie: -Cara… ho pensato una cosa… io entro, do le condoglianze e me ne esco-.
Ascoltando i risultati delle partite di calcio alla radio, un uomo si accorge di aver fatto un
tredici milionarioSuper entusiasta urla alla moglie: -Elvira, ho vinto un milione. Prepara
subito le valigie!-Che bello Enrico! Ci devo mettere i vestiti estivi o invernali?-Mettici quello che ti pare, basta che te ne vai!- 34 -
Antropos in the world
L’ANGOLO DELLA FOLLIA
BIQUADRO MUSICALE CHE SIMULTANEAMENTE
SI OSSERVA ED ASCOLTA
COSA E’? Si tratta di pittura e musica su tela, ovvero è un “biquadro musicale” (tavola
di legno avente dimensioni: H=94 cm*B = 68 cm, peso = circa 3 Kg) che, contemporaneamente, si può osservare ed ascoltare; è dipinto, con tecnica mista (acquerello,
pastello e gessetto) sia nella regione frontale che in quella retrostante; in quest’ultima
regione vi sono innestati 3 componenti: un piccolo registratore, contenente una
musicassetta con incisi alcuni brani musicali, da me composti ed eseguiti dal M° Marcello
Ferrante della ‘PolyMusic’ di Salerno; poi sono inserite due mini casse acustiche,
necessarie per l’ascolto. Ho inteso rappresentare, con 7 colori e musica, la magia dell’arcobaleno, arcobaleno credo portatore di “messaggi nascosti” all’interno di ciascuno
d e i 7 c ol or i .
AUCTOR INSANUS: Giuffrida Farina, salernitanus, qui in urbe vivit, laborat, deditusque
operibus insanis est usque ad finem.
L’autore dei lavori di cui sopra è Giuffrida Farina, di Salerno, città ove vive e lavora, nutrendosi
di follie, come quelle qui presentate.
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