Arte in carcere

carteBollate
Gennaio-Febbraio numero 1/2015
il nuovo
Periodico di informazione della II Casa di reclusione di Milano-Bollate
Dossier
Aspettando l'expo
Con il 41 bis
diritti sospesi
p. 4
Se il carcere parla di cibo
Caro Adriano
La sfida
ti scrivo
p. 7 di Cisco
Carcere duro anche
A proposito
per i familiari
di Fabrizio Corona
di G. Conte e M. Cugnaschi di Nazareno Caporali
Portare in carcere
l'informatica
di Lorenzo Lento
p. 23
Arte
in carcere
p. 28
Un'opera condivisa
fatta da tante mani
di
gennaio-febbraio numero 1/2015
Sommario
Editoriale
Perché pubblicare
una lettera scomoda
ismet dedinca
I
Aspettando l'expo
Editoriale
Perché pubblicare una lettera scomoda
p. 3
Giustizia
Le vittime sono anche i familiari
Che cosa prevede il 41 bis Che fortuna l 'appello per Corona
Adriano, ti ricordo che siamo tutti uguali
4
5
6
7
Cultura
Il pubblico legge la vita dei detenuti
Patrick Modiano Nobel 2014 per la letteratura
Viaggio nella musica pop
Tutti a teatro in un clima di festa
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9
9
10
Ambiente
Produrre miele a Cascina Bollate
11
Per ulivi e castagni la morte che viene dalla Cina 12
Dossier
Nelle nostre stanze la polvere del cantiere
EXPiO, un video per raccontare il carcere
Un lungo dipinto che copre la recinzione Mangi come spendi
Anche in cella i sapori di casa 6
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carteBollate
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14
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16
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9
Vegetariano è bello Carrello si, carrello no questo è il problema
18
18
Dall'interno
Morto in carcere a Bollate
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La testimonianza del compagno di cella...
20
Un sostegno per ricominciare
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Trenta nuovi posti di lavoro
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Bollate vera fucina di studio...
22
Diventare chef in carcere 22
La sfida vincente di Cisco
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Utile lezione sul comportamento animale
24
carteBollate va a scuola
24
Un' integrazione che ci emargina
25
Arte in carcere, liberi di volare con la fantasia 26
Segni di sé, un filo d'arte tra il dentro e il fuori 28
Dove ti porterei
La Via dell'amore e un bicchiere di sciacchetrà 29
Poesia 31
Calendario 2015 32
26
29
Il nuovo carteBollate
via C. Belgioioso 120
20157 Milano
Redazione
Gianfranco Agnifili
Angelo Aquino
Maria Teresa Barboni
Edgardo Bertulli
Fabio Biolcati
Carlo Bussetti
Nazareno Caporali
Matteo Chigorno
Gaetano Conte
Marina Cugnaschi
Ismet Dedinca
Rosario Mascari
Renato Mele
Federica Neeff
(art director)
Fabio Padalino
Silvia Palombi
Antonio Paolo
Diego Pirola
(impaginazione)
Elio Puddu
Susanna Ripamonti
(direttrice
responsabile)
Paolo Sorrentino
Mariano Veneruso
Giuliano Voci
n questo numero (pagina 25) c’è una lettera che i detenuti del 7° reparto
hanno mandato a varie figure istituzionali del carcere di Bollate, preceduta
da una breve nota firmata dalla redazione che spiega i motivi di questa ospitalità. Ovviamente la firma della redazione si limita alla nota ma durante
la prima riunione dell’anno nuovo è stato chiaro che questo… non era chiaro
per tutti; si è scatenata una contestazione accesissima, pareri molto discordi
e persino un’uscita dalla redazione per disaccordo totale, insomma parecchio
movimento. La fatica, improba, che ho impiegato a rimanere seduta durante
la discussione mi ha scatenato un potentissimo mal di testa e spinto a scrivere
questa riflessione personale, perché forse è giusto ricordare ogni tanto che non
è facile per nessuno stare in carcere da esterno e, se si è subìto qualche reato
qua e là lungo la vita, è più difficile ancora. Si va avanti e si sorride ma non fa
male scoprire cosa ci può essere dietro ai sorrisi di qualcuno, perché darli per
scontati è irrispettoso.
L’eroina mi ha portato via un amico, di conseguenza ce l’ho a morte con chi spaccia; sentir dire, come mi è capitato, “tanto se non lo faccio io lo fa qualcun altro”
non è stato bello e mi ha messo a dura prova.
Ha collaborato
I ladri hanno portato via un pezzo della storia della mia famiglia in gioielli, che
a questo numero
per mia madre rappresentavano la riserva della sicurezza in caso di disgrazie.
Maddalena Capalbi
Tra le cose rubate ce n’era uno della nonna di mamma, che l’ha cresciuta facenLorenzo Lento
do le veci di una madre un po’ troppo spensierata e di un padre non pervenuto,
(mamma, classe 1920, aveva sui documenti l’infamante figlio di NN che non
le ha certo reso la vita facile). Fra le tombe del Verano distrutte dal
bombardamento di san Lorenzo (Roma 19 luglio 1943) c’era quella di
Se volete continuare a sostenerci o volete
quella nonna, così mamma aveva solo quel piccolo anello da tenere
incominciare ora, la donazione minima
in mano per parlare con la persona che amava di più al mondo. Quel
annuale per ricevere a casa i 6 numeri
furto le ha inferto un colpo nefasto e mamma ha cominciato piano
del giornale è di 25 euro.
piano ad ammalarsi.
Potete farla andando sul nostro sito www.
E infine io, che a otto anni sono entrata a far parte dell’infinita schieilnuovocartebollate.org, cliccare su dora dei bambini abusati, un abuso lieve fortunatamente, un familiare
nazioni e seguire il percorso indicato.
non consanguineo ma acquisito, fortunatamente, che mi ha ferito più
dentro che fuori, segnandomi indelebilmente e condizionandomi peOppure fate un bonifico intestato a
santemente.
“Amici di carteBollate” su
Il buddismo, che pratico da anni, mi ha insegnato a sospendere il giuIT 22 C 03051 01617 000030130049
dizio, e in carcere riesco a non vedere i reati ma solamente le persone.
bic barcitmmbko
Non è stato facile arrivarci, ogni volta non è facile, ogni volta è una
indicando il vostro indirizzo.
decisione, una scelta da rideterminare, una conquista, una fatica neIn entrambi i casi mandate una mail
cessaria senza la quale non potrei più fare la volontaria in galera e che
a [email protected]
mi aiuta a fare pace con queste tre batoste.
indicando nome cognome e indirizzo
Sono profondamente convinta che sia necessario un lavoro continuo a
a cui inviare il giornale.
360 gradi per il reinserimento dei detenuti nella vita sociale, qualsiasi
reato abbiano commesso; ogni storia è una storia a sé ma il gioco “il
mio reato è meno grave del tuo” è pericoloso. Ritengo che inchiodare
una persona al reato che ha commesso è profondamente ingiusto, mi permetto
di aggiungere che è anche molto comodo, perché risparmia la fatica di elaborare
dentro di sé un percorso di presa di coscienza.
CarteBollate è un giornale aperto fatto da detenuti di un carcere aperto, ai quali
si chiede un’apertura mentale non semplice né scontata, ma proprio per l’eccellenza di questo carcere questa apertura mentale è doverosa, come lo è ospitare
la lettera del 7° reparto, che civilmente si augura di sollevare un dibattito costruttivo sulla coabitazione dei detenuti considerati di serie B.
Silvia Palombi
[email protected] - www.ilnuovocartebollate.org
Registrazione Tribunale
di Milano
n. 862 del 13/11/2005
Questo numero del
Nuovo carteBollate
è stato chiuso
in redazione alle ore 18
del 2/1/2015
carteBollate
3
Giustizia
DIRITTI SOSPESI – Il regime del 41 bis, comunemente chiamato carcere duro
Le vittime sono anche i familiari
P
apa Francesco, davanti a una
delegazione dell’Associazione
internazionale di diritto penale ha detto: “Tutti i cristiani di
buona volontà sono chiamati a lottare
per l’abolizione dell’ergastolo, della
pena di morte ma anche per il miglioramento delle condizioni carcerarie”.
Seguendo la scia del nostro Papa,
viene in mente il 41 bis, il cosiddetto
carcere duro, là dove il diritto è stato
sospeso insieme al senso di umanità e
di pietas. Questa misura è applicata ai
boss mafiosi e a quei soggetti ritenuti
molto pericolosi, che si sono macchiati
di crimini gravissimi. Volendo riflettere su questi criminali, come potremmo
esimerci dal dire: è quel che meritano!
Ma spingendoci oltre, scopriamo che
questi soggetti hanno figli, mogli, nipoti. I quali si ritrovano a subire e a
vivere sulla propria pelle la miseria e
il dolore ripetuti senza fine, per atti
di cui non sono responsabili. La loro
identità è svuotata, resa cava, percependo come ingiusta la loro condizione. Molti di essi mancano di strumenti
materiali e culturali per esprimere il
loro dolore, per quasi tutti è impossibile raccontare il dramma che passano.
Sono voci condannate al silenzio e, se
anche trovano canali per raccontare
ciò che vivono, accade che si ritrovino
nel circolo vizioso dell’essere parenti
di chi ha inferto molti torti e morte.
Questo capita, nonostante siano essi
stessi vittime. E comunque per quanto terribili siano gli atti commessi dai
loro parenti ristretti, nelle misure del
carcere duro, c’è una passione al negativo, un potere freddo esercitato dalla
giustizia degli uomini, che dovrebbe
soddisfare e risarcire in qualche misura il male causato. Ma quando al male
si risponde con altrettanto male, il rischio è di pagarne il prezzo in termini
di cattiva coscienza collettiva.
Ma chi sono queste persone che si recano a incontrare questi criminali?
Daniela ha tredici anni, una volta al
mese fa visita al suo papà ristretto nel
carcere di massima sicurezza in regime di 41 bis. Il tempo consentito a
questa ragazza è di un’ora al mese, una
maledettissima ora al mese, durante la
quale non può avere alcun contatto
fisico, un abbraccio, una carezza, né
un’innocua stretta di mano. I colloqui
si svolgono in un locale col vetro divisorio fino al soffitto, l’unico mezzo di
4
carteBollate
... scopriamo che
questi soggetti hanno figli, mogli, nipoti. I quali si ritrovano a subire e a vivere
sulla propria pelle la
miseria e il dolore ripetuti senza fine, per
atti di cui non sono responsabili.
comunicazione è un misero vecchio
citofono. Ogni parola viene registrata, ogni battito di ciglia ripreso dalle
telecamere circostanti, ogni gesto che
si ritiene equivoco, ammonito, financo
respirare diventa un problema.
Alessandra di anni ne ha quasi dodici,
lei è già più “fortunata” di Daniela, a
lei è consentito negli ultimi dieci minuti di colloquio di potersi recare in
una sala senza vetro divisorio con un
bancone che consente il contatto fisico
- ovviamente sottoposto a registrazione - ma almeno può abbracciare il suo
papà. Anche se, dal giorno del compimento del dodicesimo anno, ogni contatto fisico le sarà negato. È il nostro
“civile ordinamento” che prevede que-
ste misure di “sicurezza”. Molti adolescenti non riescono a comprendere
la ragione di tanta inutile disumanità
e finiscono col viverla come una punizione che provoca in loro patologie
gravissime tanto da essere sottoposti
a psicoterapie.
Questo regime particolare del 41 bis
fu introdotto dalla legge Gozzini, nel
1986 e riguardava inizialmente soltanto le situazioni di emergenza per
dissuadere rivolte in carcere. A seguito della strage di Capaci (23 maggio
1992), dove persero la vita Giovanni
Falcone, la moglie e gli uomini della
scorta, fu introdotto il cosiddetto decreto antimafia Martelli-Scotti, che
aggiungeva un ulteriore comma al già
durissimo 41 bis e che consentiva al
ministro della Giustizia di sospendere
per gravi motivi di ordine e sicurezza
pubblica le regole di trattamento e gli
istituti dell’ordinamento penitenziario
nei confronti dei detenuti facenti parte dell’organizzazione criminale mafiosa. Negli anni successivi le regole
per questi ristretti sono andate sempre più inasprendosi, estendendo questo tipo di regime ad altre fattispecie
di reati anche se non di tipo mafioso.
Inoltre, le ultime norme prevedono la
possibilità per il ministro della Giustizia di sospendere l’applicazione delle
normali regole di trattamento in casi
eccezionali, di rivolta o di altre gravi
situazioni di emergenza per alcune
specie di detenuti (anche se in attesa
di giudizio). È quindi prevedibile un
ragionevole aumento da qui a breve.
Le sezioni dei 41 bis sono quasi sempre in una palazzina separata dal resto
del carcere e alcune di queste hanno
una cosiddetta area riservata per i detenuti “eccellenti” (come Totò Riina o
Leoluca Bagarella); questi spazi sono
solitamente collocati al piano terra
della sezione, sono i meno areati e illuminati, col bagno alla turca. Il “passeggio” di questi detenuti “speciali” è
una possibilità spesso non sfruttata,
perché è camminare in una gabbia di
cemento armato tre metri per cinque
alta tre metri, chiusa in cima da una
rete metallica. Questi dell’area riservata sono totalmente isolati dagli altri.
Ma in quest’area è accaduto che siano
finiti anche carcerati di scarso rilievo
criminale.
Le sezioni con una sorveglianza “meno
rigida” hanno fino a tre sbarramenti alle finestre delle celle: il primo, di
sbarre vere e proprie, il secondo, di
una rete abbastanza fitta, il terzo fatto
da una serie di fasce di ferro o di vetro
antiscasso che formano una tapparella, dalla quale filtra poca aria e poca
luce (con buona pace della vista che
inevitabilmente si abbassa). Sono solo
alcune delle infinite restrizioni. Chi
parla di stato di diritto e di rispetto
dei diritti umani anche nei confronti
dei capi mafiosi è considerato un garantista ingenuo, qui in discussione
non è chi sono o cosa hanno fatto questi detenuti, in discussione è chi siamo
noi - noi società civile - cosa facciamo
e, cosa rischiamo di divenire se non riconosciamo al peggiore degli assassini
quei diritti umani che lui ha negato alle
sue vittime. È proprio di fronte a casi
di efferatezza estrema che si misura la
forza di uno Stato, che è innanzitutto
nel diritto, cioè nel limite che stabiliamo di porre a noi stessi, al nostro senso di giustizia e di legittima difesa.
Porre l’aggressore in condizioni di non
nuocere è obiettivo prioritario ma uno
Stato non deve mai vendicarsi, nemmeno di fronte a fatti orribili, deve
tenere dritta la barra del principio e
del diritto. Diversamente si abbia il coraggio di ammettere che la nostra democrazia è ammalata di un male che
si può definire “sonno della coscienza
collettiva” e che manca di coraggio per
ripristinare i diritti sospesi non ai soli
mafiosi ma ancor più ai loro congiunti,
specie gli adolescenti i quali, nel bene
e nel male, sono figli innocenti di questa nostra Repubblica italiana.
M arina Cugnaschi,
Rosario M ascari, Gaetano Conte
LA SCHEDA
Che cosa prevede il 41 bis
L
’articolo 41 bis, rubricato a ”situazioni di emergenza”, è stato introdotto nel 1986 con la legge 663 e
più volte modificato nel corso degli anni (l’ultima modifica con la legge
94 del 2009) e prevede un regime penitenziario particolarmente pesante. Il
primo comma sancisce la sospensione
delle ordinarie regole di trattamento
dei detenuti in caso di situazioni eccezionali, tipo ribellioni o altri gravi eventi
destabilizzanti. Nel caso specifico, la
sospensione delle normali norme penitenziarie ha una durata pari al tempo necessario al ripristino dell’ordine e
della sicurezza nell’istituto. Il secondo
comma, invece, prevede una sospensione del trattamento penitenziario
ordinario disposta dal Ministero della
Giustizia quando ricorrano gravi motivi di ordine e sicurezza pubblica, nei
confronti dei detenuti per reati di cui
all’art. 4 bis op o per delitti commessi
avvalendosi o a favore di associazioni
di stampo mafioso o quando vi siano
elementi tali per ritenere che possano
perdurare i collegamenti con associazioni di carattere “criminale, terroristica
o eversiva”. Il regime di cui all’art. 41 bis
è adottato con decreto dal Ministro
della Giustizia, dopo aver consultato
l’ufficio del Pm presso il Giudice procedente, la Direzione Nazionale Antimafia, gli organi di polizia specializzati nel
contrasto alla “criminalità organizzata,
terroristica o eversiva”. Il provvedimento ha durata di 4 anni ed è prorogabile per successivi periodi di 2 anni,
se risulta che non
sono venuti meno
i collegamenti con
l’organiz zazione
di appartenenza.
Quanto al contenuto del regime,
bisogna innanzitutto precisare che i
detenuti sottoposti
al “carcere duro”,
ossia il regime del
41 bis op, devono
essere ristretti in istituti appositi collocati preferibilmente in zone insulari,
o comunque in sezioni specializzate
logisticamente separate dalle altre.
Le restrizioni consi-
stono nelle seguenti disposizioni:
1. adozioni di misure idonee a prevenire contatti con l’organizzazione di appartenenza;
2. un solo colloquio al mese, solo con
famigliari o conviventi, in locali attrezzati in modo da impedire il passaggio
di oggetti. I colloqui sono sottoposti a
registrazione uditiva. Chi non effettua
tali colloqui, può essere autorizzato,
dopo i primi sei mesi di applicazione
del regime, a effettuarne uno telefonico al mese della durata massima di
dieci minuti, anch’esso registrato. I colloqui con i difensori sono invece previsti nella misura di tre alla settimana nei
quali vanno però ricompresi anche i
colloqui telefonici;
3. limitazione di somme e oggetti ricevibili dall’esterno;
4. esclusione dalla rappresentanza dei
detenuti;
5. censura sulla corrispondenza;
6. permanenza all’aria in gruppi di
quattro persone al massimo di due
ore al giorno con adozione di accorgimenti tali da impedire i contatti con
detenuti appartenenti ad altri gruppi
di socialità.
È possibile proporre reclamo, al provvedimento applicativo di tale regime
penitenziario, entro 20 giorni dalla sua
notifica al Ts di Roma che decide entro
10 giorni, in camera di consiglio, con le
forme previste per l’incidente di esecuzione (vedi art.666 cpp). Per tali udienze è prevista la presenza del detenuto
in videoconferenza (cfr. art.146 bis norme di attuazione
cp.).
Considerato che,
come prevede la
norma, il mero trascorrere del tempo
non è un elemento
sufficiente a stabilire la capacità di
dissolvere i legami
con l’associazione, si può dedurre
come in realtà la
proroga divenga
una regola anziché rappresentare
l’eccezione come
il testo della norma
sembrerebbe
al
contrario suggerirci.
M.C.
carteBollate
5
Giustizia
corona – Commento semi serio sull'uscita pubblica a favore del vip
Che fortuna l'appello per Fabrizio
D
opo che Adriano Celentano e
Marco Travaglio hanno chiesto la grazia per Fabrizio Corona, immaginate di leggere,
sui più importanti quotidiani, che finalmente i politici hanno fatto proprio l’appello del Molleggiato & C., gridato dal
mondo dei giornali e dello spettacolo, e
hanno deciso di chiedere al Presidente
della Repubblica di estendere la richiesta di grazia a tutti i detenuti, a prescindere dalla loro responsabilità penale e
dalla loro prestanza fisica più o meno
palestrata. Questi politici dovrebbero
anche dire che faranno leggi a favore di
tutti i carcerati d’Italia ed ecco l’ipotetica cronaca: “nei prossimi giorni una
delegazione di detenuti, dopo il clamore suscitato dall’appello dei vip, è stata
invitata a partecipare a varie trasmissioni televisive per illustrare situazione
e condizioni di vita carceraria”. E ci auguriamo che, senza frignare, vadano in
tutti i programmi della “televisione del
dolore”, dove il dolore e la sofferenza
fanno audience e la fanno da padrone:
Verissimo, la Vita in Diretta, Pomeriggio Cinque (e abbiamo citato solo
alcune trasmissioni).
Su carteBollate leggeremmo: “Sappiamo che anche i detenuti del carcere di
Milano-Bollate, interpretando i senti-
menti e le aspirazioni di tutti i detenuti
d’Italia, hanno fatto proprio l’appello
di Celentano e compagni, ricordando
le parole pronunciate da Gesù: “tutti
nel male agiscono bene” e che l’appello,
fatto proprio dalla stragrande maggioranza dei politici, ha isolato Papa Francesco, il Presidente Napolitano e altri
che si sono ingenuamente impegnati in
tutti questi anni per una seria clemenza
e una vera umanizzazione delle carceri
italiane, in attuazione della piena applicazione dell’articolo 27 della costituzione italiana”.
E ancora: “Siamo certi che non attenderemo mesi e che per il nuovo anno
saranno fuori molti detenuti, tanto che
pare potrebbero sorgere problemi occupazionali con un incremento ulteriore di disoccupati. Con lo svuotamento
carcerario, potrebbe rimanere senza
lavoro anche il personale addetto alle
case di reclusione. I politici però hanno
già provveduto e faranno una proposta
di conversione e utilizzo delle carceri
italiane cercando di salvaguardare tutta l’occupazione in essere: sembra che
le carceri saranno utilizzate per esercitazione di sopravvivenza carceraria
a cui verranno obbligati a partecipare
politici, mondo giornalistico, cantanti e
magistratura come quando esisteva la
leva militare. Fare insomma tirocinio di
sopravvivenza carcerario, abituandosi
per quindici giorni ogni sei mesi a stare
reclusi perché, qualora dovesse capitare
loro di essere detenuti - mai dire mai saprà come affrontare la situazione”.
Ritornando all’argomento da cui siamo
partiti (l’appello per la grazia a Corona,
motivato da nobili principi che fa onore a
chi l’ha fatto) abbiamo notato che anche
tra queste personalità ve ne sono che,
forse cadendo da cavallo, si sono convertite al garantismo: Marco Travaglio per
esempio (meglio tardi che mai).
Passando dall'ironia alla realtà, va detto
che tra i detenuti c’è molto scetticismo
verso questi appelli estemporanei per
singole persone. Sanno molto di gossip
e pubblicità gratuita per portare acqua
al mulino di chi li fa. C'è invece attenzione, ammirazione e rispetto per le parole e le argomentazioni portate avanti
e dette da Papa Francesco e dal Presidente Giorgio Napolitano assieme a uno
sparuto gruppo di politici (tra loro i Radicali), che hanno chiesto e chiedono ai
governanti del mondo, Italia compresa,
di abolire ergastolo e pena di morte e di
rendere umane le condizioni carcerarie
per chi, a torto o ragione, sta espiando
la pena con dignità.
M ariano Veneruso e Paolo A ntonio
In carcere ci
sono migliaia di detenuti, che stanno
espiando la loro
pena senza che
amici famosi perorino la loro causa, alcuni condannati giustamente
e altri a torto.
6
carteBollate
LA LETTERA – Anche Celentano può scivolare in tema di diritti
Adriano, ti ricordo che siamo tutti uguali
C
aro Celentano,
ho letto la tua intervista in merito alla richiesta di grazia per il tuo compagno Fabrizio
Corona.
Capisco che devi sempre cercare di stupire, però ritengo giusto che tu conosca un po’ di cose, se avrai il tempo e la pazienza di leggere, oltre alla seria volontà di
capire.
Corona è in carcere come tutti coloro che subiscono
una condanna definitiva, e quindi non si può esimere
dalle sue responsabilità. Chi non va in carcere dopo
una condanna definitiva lo può fare solo perché ha
una condanna di lieve entità, e questo non è il caso del
tuo amico Fabrizio, che ha alle spalle già un buon curriculum tra processi e condanne: tre anni e otto mesi
per una fattura falsa, un anno e mezzo per banconote
false, un anno e due mesi perché ha pagato un agente di polizia penitenziaria per farsi portare in carcere
una macchina fotografica usa e getta: gli serviva per
fotografarsi in cella e rivendere il servizio, un anno e
sei mesi per una fotografia ritenuta estorsiva al calciatore Adriano e cinque anni per analoga estorsione ai
danni di Trézeguet. In più la latitanza internazionale
per evitare l’arresto. Alcuni reati sono stati reiterati,
segno di una continuità delinquenziale proseguita nel
tempo. Già che c’era, anche in carcere ha continuato a
commettere reati, dando dei soldi alla polizia penitenziaria.
In carcere ci sono migliaia di detenuti, che stanno
espiando la loro pena senza che amici famosi perorino
la loro causa, alcuni condannati giustamente e altri a
torto. Ma su queste migliaia di persone, persone esatta-
mente come il tuo amico Fabrizio, hai sempre taciuto.
Il carcere ha una finalità importante, rieducare. Occorre che il detenuto, che spesso ha vissuto rispettando
poco la legge, si renda conto che c’è una legge, e soprattutto che va rispettata.
Corona ha iniziato questo difficile cammino che probabilmente deve ancora ben comprendere: durante il primo arresto ha continuato infatti a commettere reati in
carcere, poi è uscito; dopo le prime condanne di lieve
entità non è più entrato in carcere perché è stato affidato ai servizi sociali ed è andato a lavorare nella sua
azienda ma nel frattempo ha procurato una bancarotta e, poco prima che arrivasse l’ennesima condanna
definitiva dalla Cassazione, è fuggito all’estero scappando dal retro della palestra che intanto frequentava
per mantenersi in forma. Diciamo che fuori non è mai
stato un cittadino modello e parimenti in carcere, non
si può dire che sia stato un detenuto modello. Arrestato
durante la latitanza, è finito in una prigione di massima sicurezza, dopo che sono state fatte le valutazioni
sul suo comportamento.
La grazia viene data dopo un percorso di ravvedimento, di comprensione dell’errato stile di vita delinquenziale, di sincero pentimento per i danni arrecati a tante persone. Fabrizio è ancora lontano da tale percorso,
che speriamo possa intraprendere con la dovuta calma. È una persona intelligente e ce la farà.
Il mondo è serio e complicato e il mondo carcerario
ancora più serio e soprattutto molto più complicato.
Penso che tu possa capire tutto questo.
A nome di altre decine di migliaia di detenuti,
Nazareno Caporali
Il carcere ha
una finalità
importante,
rieducare. Occorre che il detenuto, che spesso ha
vissuto rispettando
poco la legge, si
renda conto che
c’è una legge, e
soprattutto che va
rispettata.
carteBollate
7
Cultura
LETTURE – La biblioteca vivente e la scoperta di molti pregiudizi
PREMI – Francese di padre ebreo di origini italiane
Il pubblico legge
la vita dei detenuti
Patrick Modiano Nobel 2014 per la letteratura
Q
8
carteBollate
diego pirola
È
partita la seconda edizione della
Biblioteca vivente fuori e dentro, evento promosso nell’ambito
della sperimentazione Oltre il
Muro, per colmare le distanze tra detenuti e opinione pubblica e cercar di sfatare i pregiudizi. Si è ripetuto il successo
della prima edizione, quando i detenuti
si sono recati alla biblioteca del Parco
Sempione e le persone che si trovavano
nei dintorni, invece di prendere in prestito un libro dalla biblioteca, potevano
prendere in prestito un libro umano
(una persona detenuta). In questa seconda edizione, previa prenotazione tramite e-mail, sabato 8 novembre i lettori
sono entrati nella casa di reclusione di
Bollate per incontrare i detenuti e consultare nuovi libri umani , usufruendo
di un prestito che è durato 30 minuti per
ciascun lettore.
La giornata è iniziata verso le 12,30 in
teatro con un incontro tra bibliotecari e
libri viventi . Tutti insieme abbiamo sistemato il teatro, mettendo su ciascun
tavolo un biglietto con titolo del libro,
trama e nome dell’autore. Dopo aver
mangiato una pizza e qualche frittella,
e aver così scaricato un po’ la tensione,
verso le 14,30 è entrato il primo gruppo
di lettori che, dopo aver scelto il libro,
sono stati fatti accomodare al tavolo
dedicato a quel libro. Al principio non
si capiva chi fosse più teso tra lettore e
libro umano , ma appena seduti la tensione è sparita, grazie all’umanità che
i lettori hanno trasmesso e alla voglia
di sapere e apprendere le vicissitudini
dai libro umani, cercando di capire le
tante situazioni che portano una persona a deviare dalla normalità. Quello
che più colpisce è la fascia di lettori: dal
più giovane, minorenne accompagnato
dai genitori, alla coppia di anziani, dalla tirocinante psicologa all’impiegato
in banca. Insomma si può veramente
dire che sono persone che si potrebbero incontrare in una qualsiasi vera
biblioteca. Un’altra cosa molto particolare è stato che, quando si avvicinava
il bibliotecario per dire che i 30 minuti
a disposizione erano terminati, i lettori
chiedevano di poterlo prolungare. Una
volta terminato il libro umano , i lettori potevano lasciare una nota delle
sensazioni avute ed esprimere il loro
pensiero. Ovviamente tutta la giornata
eccezionale è stata registrata, sia fotograficamente che in video, e si può davvero dire che è stata un successo.
Dopo una settimana ci siamo ritrovati,
noi libro umani e i bibliotecari che ci
hanno formato, i formatori hanno consegnato a ciascuno una foto di gruppo
con le sensazioni che ha provato ogni
lettore dopo averci letto. È stato molto gratificante poter sapere che le loro
opinioni su di noi erano tutte positive;
uno ad esempio ha scritto che ascoltandoci ha capito che i pregiudizi che
si hanno sono totalmente assurdi e che
dalle nostre storie incredibili si impara
molto. Un altro dice: “Capisci che i veri
criminali stanno fuori e come sempre ci
sono due pesi e due misure”. Così siamo
riusciti in una certa maniera a spezzare
quei pregiudizi che avevano i lettori prima di entrare.
I volontari che ci hanno formato sono
veri bibliotecari del parco Sempione,
molto professionali e sin da subito c’è
stato molto feeling. Abbiamo avuto
quattro incontri prima dell’evento, ci
avevano spiegato che ci sarebbe stato un
tabellone dove sarebbero stati elencati i
nomi, i titoli dei nostri libri con a fianco
la nota a margine per comprenderne, sia
pure a grandi linee, il contenuto.
Si era partiti in una quindicina di detenuti maschi e cinque della sezione
femminile. Nell’ultimo incontro abbiamo fatto delle prove formando coppie a
caso e ognuno raccontava il proprio libro
all’altro. I bibliotecari ci avevano detto
che ci sarebbero stati circa un centinaio
di iscritti e sinceramente fa piacere sapere che persone al di fuori da questa
realtà scelgano di venire ad ascoltare i
detenuti, ma di certo Bollate non è nuovo a queste iniziative.
All’inizio si era pensato di affrontare
varie tematiche sui tanti pregiudizi: “Il
carcere è un’accademia del crimine,
escono sempre troppo presto, stanno
bene in galera, mangiano e dormono
gratis, tanto non cambiano mai” e altro
che non stiamo qui a elencare. Leggendo le molteplici opinioni ricavate da un
sondaggio su cosa ne pensa la gente al
di là del muro, la maggior parte di noi
pensava istintivamente di fare i libri,
per ribadire che quello che pensavano
era tutto sbagliato. Abbattere il luogo
comune, il pensiero negativo che inevitabilmente c’è, non è cosa facile e forse
il modo migliore è quello di mettersi in
gioco raccontando episodi della nostra
vita, non necessariamente legati al carcere. Ed ecco che, quasi come se fosse
una cosa naturale, tutti hanno cambiato
rotta; abbiamo lasciato perdere ciò che
pensano le persone di noi, e abbiamo riscritto i libri raccontando episodi della
nostra vita. Ma poi inevitabilmente, durante l'incontro col pubblico, vari lettori
hanno fatto domande legate al pianeta
carcere e ovviamente abbiamo cercato
di accontentare tutti.
Gianfranco Agnifili
uest’anno il premio Nobel
per la letteratura è stato
assegnato a Patrick Modiano, scelto tra 210 scrittori.
L’Accademia svedese lo ha insignito
del riconoscimento “Per l’arte della
memoria con la quale ha evocato i destini umani più inafferrabili e scoperto
il mondo dell’occupazione”.
Modiano, nato nel 1945 a BoulogneBillancourt, è uno scrittore e sceneggiatore francese di padre ebreo di origini italiane. A 22 anni ha pubblicato
il primo libro con il quale subito vinse il premio Roger Nimier; in seguito diventa documentarista, per Carlo
Ponti, e paroliere e sceneggiatore per
François Hardy.
Con Rue des boutiques obscures, nel
1978, ha vinto il Prix Goncourt. Autore di numerosi romanzi e racconti,
tra cui (tradotti in italiano) Dora Bruder (Guanda, premio Bottari Lattes
Grinzane Cavour sezione La Quercia nel 2012), Sconosciute, Bijou, Un
pedigree (Einaudi) e Nel caffè della
gioventù perduta (Einaudi). Nel
2012, sempre Einaudi ha pubblicato
L’orizzonte. Il suo penultimo romanzo, L’erba delle notti sarà pubblicato a
dicembre 2014 nei Supercoralli Einaudi, mentre la sua opera più recente,
Pour que tu ne te perdes pas dans le
quartier, uscirà nel 2015 sempre per il
suo editore italiano.
Nei suoi romanzi ambientati nella Parigi occupata dai nazisti, centrale è la
figura del padre. Filo conduttore è la
figura dell’esule, dell’ebreo che riporta
la memoria dell’Olocausto. Nei suoi libri si ritrova il gusto della rievocazione
dove risalta, appunto, la figura ambigua del padre (che sfuggì alla deportazione grazie a potenti amicizie collaborazioniste), identità invischiata molto
spesso in rapporti di complicità con i
carnefici. Intervistato a proposito del
romanzo Un pedigree, ha detto: “Scrivo queste pagine come redigessi un
verbale o un curriculum vitae, a titolo
documentario e certo per farla finita
con una vita che non è la mia. Non si
tratta che di una semplice pellicola di
fatti e di gesti”.
Paolo Sorrentino
MUSICA – “Uncle G blues band” in concerto
Viaggio nella musica pop
S
in dall’inizio il loro concerto,
presso il teatro della Casa di reclusione di Bollate è stato molto
coinvolgente e gli Uncle G blues
band hanno esordito con il mitico brano di Otis Redding dal titolo (Sittin'
on) the Dock of the Bay, con tanto di
fischio finale, identico all’originale, suscitando l’accoglienza del pubblico che
ha apprezzato con un grosso applauso.
La canzone era stata registrata solo tre
giorni prima della morte di Redding,
che avvenne il 10 dicembre del 1967
a causa di un incidente aereo. Nonostante questo tragico evento il brano
in questione vendette più di un
milione di copie.
Otis Redding, i
Beatles e Wilson
Pickett sono gli
autori di cui la
band ha suonato
più brani. Il gruppo ha presentato
un repertorio di
brani che dagli
anni Sessanta in
poi hanno con-
traddistinto la storia della musica pop
internazionale spaziando tra i diversi
generi: dal soul al blues, dal rock and
roll al country, dal rhythm and blues
al funk.
La scaletta scelta dai musicisti ha riproposto i brani più famosi di cantanti
e complessi musicali, tra i quali, oltre a
quelli già citati, Joe Cocker, Ray Charles, James Brown Mr. Dynamite, Elvis
Presley The King, Queen, Eagles, Police, Creedence Clearwater Revival.
All’inizio di ogni brano il pubblico cantava insieme al vocalist, per sottolineare la conoscenza del pezzo e a volte
modulava anche le
parti musicali, con
la voce, come per
esempio nel brano dei Beatles Get
back durante l’assolo di chitarra.
L’unico musicista
italiano presente
in scaletta è stato
Zucchero Fornaciari con due brani:
Il diavolo in me e
Baila Morena.
Le esecuzioni sono state molto rispettose e simili ai brani originali; solo
nel caso del pezzo Proud Mary dei
Creedence Clearwater Revival è stato
proposto un arrangiamento un po’ diverso ma di gradevole ascolto. I musicisti hanno suonato con molta bravura
e il pubblico li ha ripagati con applausi scroscianti dall’inizio del concerto
sino alla fine.
Per il tipo di repertorio proposto una
sezione di strumenti a fiato avrebbe
reso più spettacolare il concerto, ma la
maestria dei tastieristi ha saputo sopperire a quest’assenza.
Tra gli strumenti adoperati durante il
concerto, facevano bella mostra una
batteria Ludwig degli anni Sessanta
(importata in Italia dalla Meazzi), una
chitarra Fender Telecaster e un amplificatore Vox.
Il gruppo Uncle G blues band è in attività da circa un anno ed è composto
da: Paolo Todeschini voce, Giuseppe
Bruno batteria, Roberto Gasparri chitarre, Nicola Nedrotti basso, Roberto
Todeschini tastiere, Giuseppe Ciocca
tastiere, Andrea Legnani mixer.
Angelo Aquino
carteBollate
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Cultura
EVENTI – In scena mandolini e poesia
BIODIVERSITÀ – E se mettessimo le api in città?
Tutti a teatro in un clima di festa
Produrre miele a Cascina Bollate
10
carteBollate
L
diego pirola
S
abato 6 dicembre in teatro è andato in onda uno spettacolo che
ha riunito magistralmente varie
espressioni artistiche: musica,
poesia e teatro.
Tutto è iniziato dal laboratorio di poesia, tenuto da anni a cura della poetessa Maddalena Capalbi, dal giornalista
Paolo Barbieri e con la partecipazione
della scrittrice Anna Maria Carpi. Il
laboratorio di poesia è dinamico, c’è
sempre chi (buon per lui) esce dal carcere, e chi (purtroppo per lui) vi entra
e ne prende il posto. Questa dinamicità del gruppo non fa però venire meno
la qualità degli scritti, anzi è un motivo
del suo successo, perché i nuovi arrivi
portano idee sempre nuove, tanto che
ogni anno vede la luce un libro antologico. Il nostro mondo scritto è uscito
nella primavera di quest’anno e parte
del suo materiale è stato rivisitato in
chiave teatrale dalla regista Monica
Fantoni e dalla coordinatrice dello
spettacolo Donatella De Clemente,
che hanno allestito un recital teatrale
di questi testi. A tale progetto hanno
preso parte anche la giovane assistente regista Carolina De Sapia, studentessa in giurisprudenza e Carla Vegetti
che ha curato le fotografie e i filmati,
prima durante le prove e poi durante
lo spettacolo, backstage incluso, come
si addice a tutti gli show degni di tale
nome.
La musica è stata quella del Gruppo
dei mandolinisti bustesi, diretto dal
Maestro Antonio Tovaglieri, che ha
suonato mandolini e strumenti a corda
riproponendo una tradizione popolare
tipicamente italiana.
Lo spettacolo è stato subito accolto
dall’applauso del pubblico che assiepava il nostro teatro in ogni ordine di posti. Se i biglietti fossero stati messi in
vendita, si pensa che ci sarebbe stato
perfino del bagarinaggio…
Si sono alternate musica e recitazione,
perché una bella poesia, quando non
viene solo letta ma anche recitata, diventa emozione che tocca il cuore: la
poesia comunica gioia o dolore, e comunque non lascia indifferenti. La recitazione si è svolta sul palco, accanto
all’orchestra, dividendo sia lo spazio
fisico del teatro che le emozioni che
ne scaturivano, e gli attori sono rimasti sul palco durante l’esecuzione dei
brani musicali, a indicare un’interrelazione tra orchestra e attori, tra diverse
forme artistiche, simbolo dell’unione
tra dentro e fuori. Il legame è stato
così forte che come le poesie oscillavano tra i due poli della tristezza (a volte
anche disperazione) e della speranza,
così la musica ha seguito diversi tempi,
partendo da un andante moderato,
al quale ha fatto seguito un andante
con moto, e proseguire con quasi una
marcia, in assonanza con le poesie,
fino al gran finale.
Ho fatto parte dello spettacolo e so che
non è stato facile selezionare le poesie
fra le tante a disposizione tratte dal libro; le prove (e le riprove) sono durate
un paio di mesi, con la partecipazione
del reparto femminile e maschile, alcune hanno colpito per il loro lancinante
dolore, si coglieva immediatamente che
erano il frutto della sofferenza, scriverle e poi recitarle ha aiutato l’autore a
rendere quel dolore più sopportabile.
Altre erano più gioiose e ironiche, perché piangersi sempre addosso non ci
porta da nessuna parte.
Il Gruppo dei mandolinisti bustesi
ha suonato magistralmente il proprio
repertorio di musica classica, con
grande capacità artistica, il Maestro
è stato anche coinvolto in una piccola gag, in cui gli veniva domandato se
avesse mai avuto conflitti a fuoco con
la polizia, lui era all’oscuro del fatto
che gli sarebbe stata posta quella domanda e per poco non sveniva. Non si
è capito se non ne aveva mai avuti ed
era sbigottito, o invece ne aveva fatto
qualcuno ed era preoccupato per via
dei poliziotti presenti… lui ha taciuto
lasciandoci nel dubbio.
Ognuno non ha offerto solo una poesia, ma ha portato sul palco un vero
pezzo di sé: Barbara è tenera e parla dell’amore all’uomo che la stringe,
Stefana è innamorata e spiega la passione e il fuoco delle donne, Teresa è
romantica e fa la donna libellula che
si innamora, Carlo prima sputa fango e melma, poi racconta del male
chiamato amore, Giacomo descrive lo
smarrimento e l’assenza, Leonardo ha
il timore che si possa distruggere la
nostra terra così bella, Nazareno parla
di un professore di matematica un po’
svitato, Nuccio racconta in dialetto la
sua bella terra nel mese di maggio.
Al termine il pubblico, con un lungo
applauso, ha dimostrato di aver gradito lo spettacolo.
Gli attori e i musicisti sul palco si sono
divertiti. Si parla di una replica primaverile, con integrazioni e qualche miglioramento. Per ora siamo in attesa,
aspettando eventuali novità. Lo spettacolo è servito per avvicinarsi al clima di Natale, per cercare di stare bene
e fare qualcosa di utile o di piacevole
anche per gli altri. Alla fine ogni essere umano cerca solo di stare bene, e
noi ci siamo riusciti, grazie al nostro
impegno e a quello dei volontari che
ci hanno aiutato, ai quali va il nostro
ringraziamento.
Nazareno Caporali
a Zona 1 ha discusso la proposta
di un’associazione per installare
arnie in città, un piano per portare le api sui tetti di Milano. La
Commissione Ambiente e Verde di
Zona 1, sulla base del progetto dell’associazione Milleapi, intende metterne
sui tetti di Acquario, Villa Reale, Triennale, Museo di Storia Naturale, Museo
del Novecento e della Scala. La spiegazione di questo progetto, che è già operante a Londra in cima al Tate Modern
e a Parigi sul tetto dell’Opéra, a detta
degli apicoltori promotori dell’iniziativa, è che senza api non esisterebbe
l’80 per cento di ciò che mangiamo.
È indubbio che le api contribuiscono
alla biodiversità con l’impollinazione.
Si potrebbe avere una città con giardini e parchi fioriti tutto l’anno e una
città più calda. Nell’area urbana le api
sarebbero protette dagli insetticidi,
sperando che lo smog non interferisca
sul loro ciclo vitale. Elena Grandi, presidente della Commissione Ambiente,
che lavora sull’idea, dice: “È pensato
per essere un progetto pilota, d’intesa
con l’assessorato, che cioè potrebbe
svilupparsi sull’intera città”. Si potrebbe pensare di estenderlo anche qui,
nella II Casa di Reclusione Milano Bollate, spazio se ne potrebbe ricavare, i
fiori non mancano e se ne potrebbero
inserire anche di specifici per una raccolta di mieli particolari. Sarebbe un
incentivo anche per noi detenuti, migliorando le aiuole dei reparti e ancor
più per la cooperativa Cascina Bollate
che si gioverebbe di un’impollinazione
naturale dei propri prodotti.
Il problema maggiore è la moria di questi pregiati insetti ed è per questo, per
esempio, che anche il presidente americano Barak Obama è intervenuto a più
riprese per la tutela delle api. Parassiti
e pesticidi ne stanno provocando, in
particolare negli Stati Uniti, ma anche
in Italia, lo sterminio, causando non
solo un problema
ambientale,
ma
anche e soprattutto economico.
Il valore della produzione agricola
americana
che
dipende dalle api,
ha un rendimento
annuo di 15 miliardi di dollari.
A Londra
il miele
si fa sui tetti
della
Tate Modern
La morìa dipende da vari fattori e principalmente sembra essere focalizzata
sulla infestazione di pesticidi e specialmente i neonicotinoidi, in un’agricoltura aggressiva e speculativa. Gli
ecologisti sostengono che il presidente
potrebbe limitarsi a mettere al bando
queste sostanze risolvendo alla radice
il problema. Obama vuole salvaguardare sia l’economia sia l’ambiente e
speriamo diventi un modello per altri
Paesi.
Le api sono al centro del nostro ecosistema nel quale non convive come
dovrebbe l’uomo. Distruzione di foreste, cementificazione, inquinamento,
questo è l’apporto che relaziona l’uomo
all’ecosistema e le api ne subiscono negativamente l’effetto.
L'Apis mellifera, diffusa in tutti i continenti a esclusione delle zone artiche e antartiche, è l'unica conosciuta
in Europa e fu classificata da Linneo
nel 1758 con il nome Apis mellifica.
L'ape domestica costituisce la società
animale più studiata e ammirata, è
una società matriarcale, monoginica
e pluriannuale, formata da numerosi
individui appartenenti a tre caste, tutte alate. Di norma in un alveare vivo-
no una regina, unica femmina fertile,
api operaie (femmine sterili destinate
al mantenimento e alla difesa della
colonia) e i maschi (detti anche fuchi
o pecchioni), questi ultimi destinati
esclusivamente alla riproduzione. La
specie è polimorfica perché le tre caste sono diverse tra loro.
L'ape, emblema dell'operosità, è fin
dai tempi antichi un insetto simbolico in miti, leggende e religioni, noto
certamente già dalla preistoria per
la propria utilità. Si ha notizia da pitture murali rinvenute nella Cueva de
la Araña, presso Bicorp, provincia di
Valencia (Spagna), che già nel periodo magdaleniano l'uomo sfruttava le
api per trarne il miele. Nella mitologia
greca erano considerate messaggere
delle Muse per la loro sensibilità ai
suoni, ma anche il simbolo del popolo
obbediente al suo re. Essendo il miele
nell'antichità l'unica fonte di zucchero, l'ape, sua produttrice, era tenuta in
alta considerazione.
Per millenni ha rappresentato l'unico alimento zuccherino concentrato
disponibile. Le prime tracce di arnie
costruite dall'uomo risalgono al VI mil
lennio a.C. circa.
NB – “Se l'ape scomparisse dalla faccia della terra, all'uomo non
resterebbero che quattro anni di vita”. È una frase attribuita a Einstein, anche se non viene menzionata in nessun documento prima
del 1994. In quell'anno, la frase venne citata per la prima volta su
un volantino distribuito a Bruxelles dall'Unione Nazionale Apicoltori
francesi, in rivolta a causa della concorrenza del miele d'importazione. È quindi probabile che sia stata creata ad hoc per avvalorare la protesta. Comunque non è priva di un certo fascino. In
effetti niente api significa niente impollinazione, che si tradurrebbe
fatalmente in niente frutta né verdura e alla lunga niente vita.
carteBollate
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dossier
Ambiente
Aspettando l'expo
AGRICOLTURA – Attaccati da vespe e batteri arrivati dall’Oriente
Per ulivi e castagni
la morte che viene dalla Cina
L
’estate appena trascorsa è da annoverare come la più “pazza” degli ultimi 50 anni, caratterizzata
da maltempo e copiose piogge. A
farne le spese sono state le castagne,
dimezzata la produzione e prezzi alle
stelle. Non è stata solo la pioggia a
rovinare i ricci, ma anche un insetto:
la vespa cinese (cinipide), un fitofago originario della Cina che attacca i
castagni provocando la formazione di
galle che inglobano i nuovi germogli
(foglie e fiori) e compromettendo gravemente la produzione dei frutti. È di
difficile controllo con i mezzi chimici
perciò si ritiene che l'unico mezzo efficace sia la lotta biologica e integrata.
La causa principale della perdita delle castagne è stata sì la pioggia, ma
questa vespa cinese ha dato il colpo
di grazia. È un killer che fa ammalare
le piante e frena la crescita dei frutti,
sui rami si trovano ancora ricci piccoli
e verdi e le castagne faticano a maturare. La Coldiretti stima che in Lombardia ogni anno si producano 25 mila
quintali di castagne e il calo, quest’anno, ha raggiunto il 50 per cento specialmente nella Bergamasca. Sono già
tre anni che la produzione è in ribasso: cambiamenti climatici, eccessi di
siccità e di piogge, repentini sbalzi di
temperatura frenano lo sviluppo delle
castagne come dei pomodori - la cui
produzione è crollata del 25% nelle
province di Cremona, Mantova e Brescia - e dell’uva da vino - la vendemmia
è in calo tra il 10 e il 15% a seconda
delle zone.
I castagni hanno la vespa cinese, gli
ulivi del Salento hanno la Xylella, un
batterio che provoca l’essiccamento
delle foglie e la morte della pianta:
23mila ettari attaccati, 2mila piante
ammalate, 600mila ulivi a rischio e la
produzione che cala drasticamente,
tutto a causa di questo batterio.
L’oro del Salento è l’ulivo che ha fatto
la storia della regione, con la sua morte si modifica anche il paesaggio. La
Xylella, batterio iper-resistente, si nasconde principalmente negli oleandri e
in altre piante senza danneggiarle, ma
stermina gli ulivi. Da fenomeno isolato (primi casi nel 2013) si è passati in
poco tempo a una vera e propria epidemia. È intervenuta anche la Commissione europea e il governo nazionale, da
Bruxelles hanno ordinato l’immediato
sradicamento delle piante infette e la
loro distruzione. Come tutti gli insetti
e i parassiti esotici, l’arrivo in Europa è dovuto dall’importazione
di piante particolari. Nel caso
del batterio c’è anche l’ipotesi
che durante un convegno di
scienziati a Bari, siano stati introdotti per studio dei
campioni di Xylella.
Paesaggi deformati economie
in crisi, ma è sempre l’uomo
la causa principale del disastro
ambientale. “Non mi fido più di questi
signori, studiosi, politici” dice Antonio
Leone, coltivatore di ulivi, “dicevano
che non era niente, che eravamo pazzi
a parlare di peste. E mentre lo dicevano noi eravamo già diventati come
queste piante. Morti”.
Paolo Sorrentino
 La medicina ayurvedica (medicina in- cereali o di fiori. Il miele ebbe un ruolo re conservato a lungo e ne giustificano
diana tradizionale, un sistema medico
molto vasto e complesso comprendente aspetti di prevenzione, oltre
che di cura, che permetterebbero, se
applicati rigorosamente, di vivere più
a lungo, migliorare la propria salute e
rispettare il proprio corpo) già tremila
anni fa considerava il miele purificante, afrodisiaco, dissetante, vermifugo,
antitossico, regolatore, refrigerante,
stomachico e cicatrizzante. Per ogni
specifico caso era indicato un differente tipo di miele: di ortaggi, di frutti, di
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carteBollate
centrale nell’alimentazione medievale,
ma fu gradualmente soppiantato come
agente dolcificante nei secoli successivi soprattutto dopo l'introduzione dello zucchero raffinato industrialmente.
Recentemente in virtù delle proprietà
terapeutiche il miele sta in parte ritornando in voga. Il miele è dunque consigliabile agli atleti prima di iniziare
un'attività fisica. Nel miele esiste una
discreta presenza di oligoelementi, vitamine, enzimi e sostanze battericide
e antibiotiche, che permettono di esse-
l'utilizzo come disinfettante naturale.
Purtroppo talvolta nell'allevamento
delle api vengono utilizzati farmaci
che possono contaminarne il miele. La
globalizzazione sta inoltre portando a
frequenti episodi di contaminazione
con cloramfenicolo dovuti alle triangolazioni del mercato e così un alimento naturale, per soddisfare il mercato
e per avere maggiori guadagni, viene
sofisticato chimicamente a discapito
della nostra salute.
P.S.
A pochi mesi dall’inaugurazione dell’esposizione universale
Nelle nostre stanze
la polvere del cantiere
I
fortunati spettatori del teatro Expo,
e in particolare della frenetica e
complessa preparazione alla manifestazione mondiale la cui inaugurazione è prevista per maggio 2015, sono i
detenuti della Casa di Reclusione di Bollate e, nella fattispecie, le donne poiché
i cantieri iniziano esattamente oltre il
muro di cinta di fronte alla sezione femminile. Fantastico! Eccitante è la vista
panoramica in continua trasformazione, movimento e crescita. Le geometrie
delle montagne di terra in instancabile
metamorfosi, scavatrici, gru e macchinari edili in azione notte e giorno, sette
giorni su sette. È un’esperienza unica
l’ascolto di questa attività incessante
specialmente la notte quando, pur non
riuscendo a dormire, possiamo godere del suono costante dei motori delle
macchine, dei cigolii delle gru che accompagnano l’insonnia fino al mattino
quando, purtroppo, il rumore smette di
essere chiaro e nitido perché disturbato
dal fastidioso rumore del traffico urbano. Le donne stanno vivendo, da mesi, il
privilegio dell’intrattenimento non solo
sonoro. Deliziosa è, infatti, la polvere
che non ha più abbandonato il quotidiano delle detenute da inizio lavori,
diventando insostituibile e fedelissima
compagna. Quando poi le giornate sono
ventose ricopre dolcemente qualunque
cosa di un delicato strato di terriccio.
Inutile sottolineare che, chiaramente,
quella polvere riempie le narici, le gole
ed entra a far parte del menù. Incredibile, tutto assolutamente gratuito. E poi
c’è chi vorrebbe sostenere che la vita
detentiva non è un toccasana. Si tratta
solo di disfattisti? L’Expo è in realtà una
grande opportunità? Questo è quanto
raccontano i tanti sostenitori.
A pochi mesi dall’inaugurazione se
dovessimo azzardare un bilancio non
potremmo omettere di segnalare: che
mancano ancora almeno un terzo dei
lavori, che il Seveso potrebbe esondare mettendo seriamente in crisi certo
la manifestazione ma, soprattutto, i milanesi che abitano nelle vicinanze del
fiume più inquinato d’Italia, che conti-
nuano le infinite inchieste giudiziarie,
che si sono impegnati fondi che non
sono nella reale disponibilità di questo
nostro bistrattato Paese e che i quindici miliardi necessari (tale è il costo
previsto) avrebbero potuto avere una
destinazione più sensata e lungimirante. Quale? Ad esempio la messa in sicurezza delle scuole, piuttosto che un
serio e necessario piano di risanamento idrogeologico, sarebbero state scelte politiche più condivisibili. Ma fra le
tante perplessità di natura economica,
politica e sociale circa la reale utilità di
questa enorme esposizione mondiale,
brilla una stella, la cui vista, per altro
gratuita, è a esclusivo vantaggio dei vicini di casa. Le donne detenute di Bollate, che gioiscono da mesi, con largo
anticipo rispetto alla data prevista per
l’inaugurazione, ringraziano per questo
miracolo italiano. Siccome anche al piacere c’è un limite, seppure a malincuore, si devono augurare che i lavori in
corso abbiano il giusto epilogo.
Giovanna Forceri
carteBollate
13
dossier
Evento –
Realizzato con l’Accademia di Brera
EXPiO, un video per raccontare il carcere
C
on l’EXPO alle porte, e non
solo in senso letterale, anche
la seconda casa di reclusione
di Milano Bollate si sta attivando per l’evento. Da mesi si è formata
una Commissione EXPO col fine di far
conoscere ai frequentatori della fiera
internazionale tutte le realtà all’interno
dell’istituto. La commissione formata
da alcuni detenuti, dalla direzione e da
due docenti dell’Accademia di Brera,
che da anni si attiva con corsi di pittura
all’interno del carcere, sta preparando
un filmato della durata di tredici minuti circa, con un taglio prevalentemente
artistico sulla positività del sistema di
rieducazione messo in atto qui dentro
che è stato elevato a modello per tutte
le istituzioni penitenziarie del nostro
Paese. EXPiO, questo è il titolo del filmato, girato anche all’esterno e che si
avvale dell’esperienza di professionisti
nel campo operativo delle animazioni. Un filmato che sarà presentato in
EXPO durante tutto il periodo della fiera. La parte artistica è diretta da Renato Galbusera, docente d’arte di Brera, e
quella video da Camillo Russo, docente
di architettura, nonché di filmografia,
coadiuvati da Beatrice Masi e Isabella
Mai. “La speranza ha bisogno dell’aria
per sostenere la ragione”, questa è la
linea del filmato che non è solo un video che pubblicizza le varie attività, ma
farà emergere quegli aspetti legati alla
capacità di promuovere la partecipazio-
ne sempre più numerosa dei detenuti
all’interno dell’istituto. Una formazione
culturale diffusa, vista come possibile
reintegro e come riscatto delle proprie
aspirazioni. Una forma di coinvolgimento che sollecita chi ha sbagliato a
evolversi dal comune pregiudizio sociale che delega alla vita carceraria solo
l’aspetto punitivo e restrittivo.
Sono molti i punti cardine di questa iniziativa. Le proposte sono di effettuare
due entrate giornaliere di visitatori, da
decidere compatibilmente con la disponibilità del personale di sorveglianza.
La visita prevede un percorso guidato
che illustri i diversi aspetti delle attività svolte: maneggio, serre e laboratori
artigianali e tutte le attività lavorative,
con uno spazio adeguatamente attrezzato per la presentazione dei prodotti
del carcere e un punto vendita, praticabile dai visitatori con la possibilità
di acquistare tali manufatti. Ci sarà un
programma di appuntamenti teatrali e
musicali dove, oltre alle realtà interne
(gruppi musicali e compagnia del Teatro In-stabile), la Fondazione Antonio Carlo Monzino porterà artisti di
fama internazionale. Il filmato sarà in
visione anche nella Sala delle Merlate
al Castello Sforzesco, uno spazio messo
a disposizione dalla suddetta fondazione. Si terranno al 1° piano, nel corridoio che porta alle sale colloqui, diverse
esposizioni di opere appartenenti alla
Collezione Borroni, insieme a opere
realizzate dai detenuti delle tre carceri
milanesi, in un clima di scambio e arricchimento reciproco. Convegni sulle
tematiche della formazione dentro il
carcere (scuole, corsi di formazione) e
sulla sostenibilità alimentare, tematica
fondamentale per i destini della Terra,
che il carcere affronta con attenzione.
Sul perimetro del muro esterno, fronte
EXPO, sarà realizzata un’opera muraria, parte di un progetto più ampio di
contaminazione tra il mondo dell’arte
e quello carcerario, che sarà eseguita
interamente dagli studenti dell’Accademia di Brera insieme con i detenuti.
Sarà effettuata la riposizione del lavoro dello Studio Azzurro (presentata
alla Biennale di Venezia) e prodotta
a Bollate con la partecipazione attiva
dei detenuti della Commissione cultura -formata interamente da detenuti- e
da Catia Bianchi, educatrice. Durante
il periodo della fiera ci saranno alcune
manifestazioni sportive di incontri di
calcio, rugby e tennis con club esterni. Questa iniziativa non è più in fase
embrionale e si sta realizzando in tutta
la sua pienezza con la partecipazione
attiva di tutti i componenti esterni e
interni del maschile e del femminile.
Essendo una manifestazione mondiale, tale iniziativa è rilevante per far conoscere una realtà sconosciuta a molti,
il carcere è pronto a ricevere centinaia
di visitatori.
Carlo Bussetti
Un lungo dipinto che copre la recinzione
L
e grandi tematiche di EXPO 2015, il cibo, l'acqua, le energie rinnovabili, la sostenibilità ambientale, ma anche il recupero alla legalità e il reinserimento sociale. Ecco, questo
insieme di valori fondano il progetto di collaborazione tra
la Seconda Casa di reclusione di Bollate, l'Accademia di
Brera e Fabbrica Borroni, centro per la giovane arte italiana,
progetto volto alla realizzazione di una grande decorazione pittorica sulla rete di recinzione della Casa di reclusione.
L'occasione è, come ricordato, EXPO che sta sorgendo davanti al carcere di Bollate e che per sei mesi dal prossimo
maggio catalizzerà l'attenzione del mondo.
Il progetto nasce all'interno di una serie di iniziative pensate
dalla Commissione Cultura dell'Istituzione, prime tra tutte il
filmato EXPiO, e l'installazione di Studio Azzurro.
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carteBollate
Quindi un grande cantiere, che vedrà lavorare insieme street artists, artisti e studenti dell'Accademia di Brera e detenuti, impegnati a pensare prima ed eseguire venticinque
grandi segnali visivi che saranno esposti per tutto il periodo
di EXPO fino all'ottobre 2015.
Le immagini illustrano le prime fasi di lavorazione dell'opera
che affiancherà l'ingresso della Casa di reclusione realizzata da un gruppo di studenti dell'Accademia di Brera, del
mio corso di pittura. Ecco i loro nomi: Davide Busnelli, Vincenzo Cardona Albini, Cassandra Nissle, Giulia Di Pasquale, Francesca Zaglio, Virginia Dal Magro, Stefano Giavoni,
Marta Baraldi, Asia Lopez, Kaye Karen Andal, Tessa Viganò,
Guglielmo Zalukar.
Renato Galbusera
carteBollate
15
dossier
L'alimentazione tra sprechi e ristrettezze
CIBO 2 -
Anche in cella i sapori di casa
Mangi come spendi
V
ista da qui l’Expo sembra un
progetto vicino nello spazio (è
proprio di fronte al carcere) e
lontana nel tempo. Il cantiere
si è sviluppato con esasperante lentezza e adesso che i primi scheletri dei
capannoni che ospiteranno l’esposizione universale cominciano a prendere
forma, sembra impossibile che in pochi
mesi si possa fare quello che non si è
fatto in anni. Dall’altra parte della strada, per sei mesi, da maggio a ottobre, si
parlerà di come nutrire il pianeta. Qui,
dietro il muro che recinge il carcere, si
cercherà di mostrare come si può nutrire la legalità: i cancelli saranno aperti
al pubblico che vorrà visitare il penitenziario, ci sarà la possibilità di vedere e
anche di comprare i prodotti fatti dai
detenuti, da mesi si lavora all’allestimento di mostre, alla ripresa di video,
per raccontare il carcere a chi è curioso
di conoscerlo.
Ma anche il carcere ha un suo modo per
parlare di cibo, che qui dentro è molto di più del semplice nutrimento. C’è
il cibo che arriva da casa, che ricorda
sapori familiari e che si condivide con
i compagni o con i vicini di stanza. C’è
il cibo che a turno qualcuno cucina per
gli amici, in uno scambio quotidiano
di inviti a cena più o meno ricambiati.
La cena è un momento di convivialità,
di condivisione, di creatività, perché
il menù non è mai banale. Cucinare in
cella vuol dire aguzzare l’ingegno per
inventare utensili che non sono disponibili, a partire dai coltelli. A volte significa trasformare in forno un semplice
fornello da campeggio o fabbricare uno
sbattitore elettrico con un ventilatore e
quattro forchette di plastica. Nel corso
di quest’anno abbiamo utilizzato la controcopertina del nostro giornale per la
16
carteBollate
rubrica Mai senza, dedicata appunto a
questo design della necessità.
I visitatori di Expo potranno entrare in
carcere, ma gli ospiti involontari del penitenziario continueranno a guardare
l’Esposizione universale dalle finestre
e a informarsi a distanza dei problemi
dell’alimentazione.
Le differenze.
Le statistiche del 2013 rivelano che 842
milioni di persone - circa una su otto
nel mondo - soffrono cronicamente la
fame e non dispongono di cibo sufficiente per condurre una vita attiva.
Assicurare a tutta l’umanità un’alimentazione buona, sana, sufficiente e
sostenibile, come chiede Expo 2015, è
una sfida gigantesca, quasi un’utopia.
Le differenze esistono anche in Paesi
come il nostro, dove il cibo non manca,
ma cosa si mangia? Basta guardare con
attenzione cosa avviene in un supermercato per cogliere alcune differenze
sostanziali nel modo di alimentarsi. Il
biologico è un lusso per ricchi o la scelta
etica di chi lo ha adottato come stile di
vita, mentre i più poveri scelgono carne
di polli di allevamento, hamburger dal
contenuto incerto, cibi prefabbricati
pieni di additivi chimici. A volte non
possono permettersi neppure questo:
nelle mense di beneficenza un tempo
si presentavano solo senzatetto e immigrati, adesso è regolare la presenza di italiani disoccupati, entrati a far
parte della categoria dei nuovi poveri.
In carcere si notano le stesse differenze: chi ha un lavoro o il sostegno della
famiglia, può fare la spesa e cucinarsi
in cella quasi tutto. Chi non ha quattrini deve accontentarsi del cibo che
arriva dalle cucine del carcere, magari
tentando di migliorarlo con qualche rielaborazione. Insomma,
oggi più che mai
il cibo è una
questione
di classe:
mangi
quello che
il tuo
por tafog l io
ti consente.
Oppure è
una scelta
culturale.
Alla ricerca del valore della convivialità
Gli sprechi.
Secondo la FAO, un terzo circa del cibo
prodotto nel mondo - qualcosa come
un miliardo e 300 milioni di tonnellate l’anno - non arriva nel piatto dei suoi
abitanti ma diventa spazzatura. Nei
paesi più poveri viene danneggiato o
si deteriora per mancanza di igiene o
di una catena del freddo, ma il singolo
consumatore butta via solo 6-11 chili di
cibo all’anno. Nelle case dei paesi ricchi, si buttano 222 milioni di tonnellate
di cibo, una quantità pari quasi alla produzione totale netta di cibo nell’Africa
sub sahariana, dove una persona su
quattro soffre la fame. Nei paesi più
ricchi le perdite maggiori sono nella
vendita e nel consumo, per non parlare
dei prodotti agricoli destinati al macero
o non raccolti per problemi di mercato.
Ad esempio si butta via il cibo perché la
ristorazione non può pianificare perfettamente i consumi e perché le eccedenze, anche se intatte, non possono essere in nessun modo riciclate, cosa che
avviene anche nelle cucine del carcere.
Silvia Polleri, presidente della cooperativa Abc, che gestisce un catering e le
mense di alcuni reparti, spiega: “I pasti
preparati nelle nostre cucine non sono
consumati completamente, con evidente spreco. Si potrebbero allora donare a
organismi come la Caritas ma il problema da questo punto di vista sono le disposizioni igienico-sanitarie: il control
point, ovvero un insieme di procedure,
volto a prevenire i pericoli di contaminazione alimentare. Uno dei parametri
è il controllo della temperatura, che
non deve mai scendere al di sotto dei
65° centigradi per evitare il pericolo di
contaminazione”. In sostanza, una minestra riscaldata può essere a rischio,
perché tra i 30 e i 40 gradi i microorganismi si moltiplicano rapidamente,
mentre il pane potrebbe non essere
sprecato. “Di questo prodotto ne avanza
tanto - prosegue Polleri - anche se non
si sa mai quanto con certezza, poiché
il monitoraggio viene fatto a campione
su base mensile e la percentuale varia
da mese a mese”. Adesso ha preso avvio
un progetto sperimentale proprio sul
pane: i detenuti che non consumano il
filone possono consegnarlo al lavorante entro le 13,00 di ogni giorno, il pane
viene ritirato entro le 14,30 dal banco
alimentare da cui verrà distribuito (si
spera) ai bisognosi nella collettività.
Giuliano Voci, Susanna Ripamonti
U
n aspetto molto importante
della giornata di un detenuto
è legato ai modi che ognuno
mette in atto per preparare i
pasti giornalieri e per alimentarsi in
generale. Non esiste un principio fisso, ognuno si regola tenendo conto di
una serie di variabili che vanno dalla
disponibilità degli alimenti, dal tempo che si vuole dedicare alla cucina,
e dall’importanza che si dà alla soddisfazione di questo bisogno primario.
Normalmente i detenuti tendono a
preparare in cella soltanto la cena. Per
quanto riguarda il pranzo, la maggior
parte preferisce consumare un semplice panino. I motivi di tale scelta sono
di svariato genere, come ad esempio il
tempo a disposizione, che il più delle
volte è breve, specie per chi svolge una
qualche attività, o perché il carrello del vitto passa a un orario insolito,
alle undici del mattino, quando non si
ha ancora fame. Bisogna considerare
che all’interno delle celle i detenuti
non hanno a disposizione una cucina
come a casa, ma un’attrezzatura molto
limitata, tutto è preparato su dei fornelli da campeggio, spesso la fantasia
e l’ingegno riescono a far superare le
difficoltà dovute alla mancanza degli
utensili che in una normale situazione sono alla portata di ognuno. Tutto
questo non impedisce che il risultato
sia il più delle volte eccellente, ma in
ogni caso non paragonabile a un pasto
preparato dai familiari. In carcere tutto ciò che è commestibile ed è portato
delle famiglie dei detenuti, ha un valore speciale, per chi lo riceve, che va
oltre il semplice aspetto nutritivo, perché il sapore, gli odori che promanano
dalle pietanze, porta con sé anche gli
affetti più cari e nello stesso tempo ricordi e immagini di vita familiare che
accompagnano le giornate caricandole
di una grande nostalgia. Alcuni, per
svariati motivi, preferiscono consumare i pasti in solitudine privandosi del
piacere di stare insieme agli altri, ma
la maggior parte dei detenuti consuma
il pasto serale in compagnia ricreando,
per poco tempo, un po’ di atmosfera e
un po’ di intimità che solo nella propria famiglia si può trovare. Anche le
persone più problematiche, dal punto
di vista della propria esistenza, riconoscono l’importanza di sedersi a tavola
insieme agli altri e gustare un cibo che
va al di là dell’aspetto nutritivo che di
federica neeff
CIBO 1 -
In carcere tutto
ciò che è commestibile ed è
portato delle famiglie
dei detenuti, ha un valore speciale, per chi
lo riceve, che va oltre il semplice aspetto
nutritivo, perché il sapore, porta con sé anche gli affetti più cari.
volta in volta diventa linfa vitale ed
energia per affrontare con coraggio la
carcerazione. Ci sono dei detenuti che
già di mattina presto, verso le otto,
iniziano a tritare tagliuzzare a fare il
soffritto e a preparare il sugo che poi
verrà consumato la sera. Gli odori che
si sprigionano invadono il cellone e
oltre a ricordare i profumi di un passato lontano, invogliano nel presente
al buonumore. La tavola può essere
anche un asse di legno con i piatti di
carta non è importante, a volte basta
un pezzo di pane con un po’ d’olio e
l’origano a fare la differenza, oppure il
vapore che si alza nel lavandino quando si scola la pasta, altre volte anco-
ra le parole di preoccupazione perché
mentre tutto è pronto in tavola manca
ancora qualcuno.
Un altro aspetto della preparazione dei
pasti in cella riguarda la disponibilità
e la solidarietà verso gli altri, nel senso
che quando a qualcuno manca la cipolla o un po’ di olio è facile reperirlo, se
la richiesta è fatta da una persona che
non lo fa abitualmente. Attraverso la
preparazione dei pasti avviene anche
un intenso scambio di suggerimenti e
di ricette, un intreccio di culture culinarie diverse dovuto alla presenza
degli stranieri e anche alla presenza di
detenuti provenienti da diverse zone
della stessa Italia. Anche il piatto più
semplice come la pasta aglio olio e peperoncino, che con molta probabilità
è quello che si prepara più spesso, ha
mille varianti rispetto alla ricetta originale, tanti aggiungono un tocco personale, c’è chi aggiunge del pan grattato, chi le acciughe, chi il prezzemolo, al
fine di rendere il tutto più gustoso. Un
capitolo speciale meriterebbero i dolci,
che vengono preparati in mille modi, e
per tutti i gusti, nonostante le difficoltà che si presentano e alle quali si è già
accennato.
Il pasto serale, diventa quindi più importante, un momento in cui ritrovarsi
e condividere, oltre alla cena, del tempo con gli altri compagni di viaggio,
perché la mangiata in galera, è principalmente convivialità .
A ngelo Aquino, Elio Puddu
carteBollate
17
dossier
alimentazione -
Mangiare troppa carne è nocivo per l'uomo e il pianeta
Vegetariano è bello
“Se i macelli avessero pareti di vetro, tutti sarebbero vegetariani”, Paul Mc Cartney
“Gli animali provano gioia e dolore, felicità e infelicità
quanto l’uomo” Charles Darwin
O
tto pecore, otto mucche, venticinque conigli,
trentatre maiali e settecentoventi galline, questo
è il numero di animali che un europeo in media
consuma nel corso della sua vita e per nutrire
questi animali vengono importate soia e cereali da paesi
come il Brasile e l’Argentina, in cui la popolazione lotta contro la povertà.
Il nostro Pianeta potrebbe nutrire 10 miliardi di persone se
non mangiassero carne bovina come gli indiani, 5 milioni se
seguissero la dieta italiana e solo 2,5 milioni con il regime
alimentare degli Stati Uniti. La metà dei cereali che produciamo serve per alimentare gli animali che mangiamo. La
richiesta di carne continua ad aumentare in modo rapido,
attualmente a livello mondiale ne vengono consumate 250
CASANZA –
milioni di tonnellate l’anno e secondo le previsioni della Fao
(agenzia dell’Onu che si occupa di agricoltura e cibo) nel
2050 questa cifra potrebbe raddoppiare. Le conseguenze di
questi consumi alimentari sono drammatiche per il clima,
per gli animali e per gli uomini e per come si ripercuotono
sull’agricoltura, che è alla base dell’economia e della vita.
Secondo gli studi della Fao il ciclo completo dell’agricoltura
oggi incide per il 30% sul riscaldamento del pianeta. Il settore zootecnico produce gas serra, dovuti in gran parte al
letame, 296 volte più dannosi del CO2.
Gli abitanti di Europa e Stati Uniti mangiano ogni anno in
media a testa, circa 100 chilogrammi di carne. Cioè 800
milioni di persone mangiano 3 etti al giorno di carne fra
insaccati, sughi, bistecche. La carne è costituita dal 10% di
grassi, circa il 20% di proteine, il 70% di acqua, contiene
vitamine A, B, C, D e K, ferro, potassio e sodio. La carne in
pratica, è un cadavere e proviene, indubbiamente, da esseri
viventi.
La popolazione mondiale è stimata sui 6 miliardi e mezzo e
si calcola che a breve si arriverà a 10 miliardi. Di conseguen-
za anche la nostra alimentazione subirà un incremento proporzionale che potrebbe mettere a rischio la sopravvivenza
ambientale del nostro pianeta.
Dagli alimenti proviene l’80% delle emissioni totali dell’agricoltura, il 18% di tutte le emissioni del gas serra. Un chilogrammo di carne equivale alla produzione di 36,4 chilogrammi di CO2, ovvero quello che produce un automobilista
che percorre 250 chilometri e richiede un consumo di energia sufficiente per tenere accesa una lampadina da 100 watt
per 20 giorni.
L’allevamento consuma il 70% di tutte le terre agricole,
il 30% di tutta la superficie terrestre. Il 70% della foresta
amazzonica è diventato pascolo o coltivazione per l’alimentazione animale.
L’acqua che occorre per produrre 1 chilogrammo di mais è
900 litri, di riso 300 litri, di pollo 3900 litri, di maiale 4900
litri, di manzo circa 15500 litri. Un hamburger di 150 grammi, prima di arrivare sulla nostra tavola, ha consumato 2500
litri di acqua. Se consideriamo l’intero ciclo è una quantità
enorme.
Sono valori tratti da una relazione di Rajendra Pachauri,
premio Nobel per la pace, indiano, economista, scienziato e
presidente dell’Ipc (agenzia dell’Onu che si occupa di valutare tutti i dati che riguardano i cambiamenti climatici).
Stando alle previsioni Fao, entro il 2015 si avrà un raddoppio del consumo di carne e quindi aumenteranno i proble-
mi dovuti all’emissione di gas serra, di approvvigionamento
di acqua e di biodiversità. Anche le malattie aumentano in
proporzione all’aumento del consumo di carne. L’opinione
che la carne sia necessaria per la vita umana è stata ormai
da tempo confutata scientificamente. Nel 2010 sono stati
pubblicati i risultati di uno studio svedese che ha fornito
prove del fatto che il rischio di ictus nelle donne è collegato al consumo di carne. Il World Cancer Research Fund,
una rete internazionale di esperti che da anni si impegna
a fare periodicamente il punto della situazione, sottolinea
l’importanza di non eccedere nel consumo di carne perché
il collegamento tra tumore colon-rettale e consumo di carne
rossa passa da “probabile”, così si pensava negli anni scorsi,
a “convincente”. Infatti è stato riscontrato che esiste una
differenza del 30% nell’incidenza di tale tumore nella popolazione tra i grandi mangiatori di carni rosse e insaccati
rispetto a chi non ne fa uso.
Se si dovesse visitare un allevamento intensivo di animali si
rimarrebbe inorriditi dalle barbarie e crudeltà con cui vengono tenuti e trattati e il disgusto e la pena toglierebbero la
voglia di mangiare le loro carni. Gli animali sono considerati
come prodotti e non come esseri viventi. Albert Einstein, il
grande fisico tedesco, sentenziò: “Niente aumenterà le possibilità di sopravvivenza della vita sulla terra quanto l’evoluzione verso un’alimentazione vegetariana.”
Paolo Sorrentino
Per quale motivo si mangia o meno quel che passa il convento
Carrello sì, carrello no questo è il problema
U
na cosa accomuna tutte le carceri: ogni giorno in corridoio passa
il carrello del vitto, più comunemente chiamato dai detenuti la
casanza o carrello. Senza entrare nel
merito della qualità del cibo, che come si
può immaginare cambia, e anche tanto,
da carcere a carcere, ci sono diversi tipi di
approccio a questo cibo “istituzionale”.
Prima di affrontare l’argomento è meglio
premettere che l’Italia è uno dei pochi
Paesi al mondo dove ai detenuti è consentito cucinare all’interno della cella,
col mezzo di rudimentali fornelli a gas da
campeggio. Questo ovviamente pone tut18
carteBollate
ti di fronte a un dilemma che altrimenti
non avrebbero: mangiare o meno quanto
gentilmente offerto dall’amministrazione
penitenziaria.
C’è chi dice sì, “perché loro mi hanno arrestato e loro mi devono mantenere”. Sì,
perché “in fondo non si mangia poi tanto
male”. Sì, perché “non ho altri mezzi per
potermi sfamare”. Sì, perché “oggi passa il pollo con le patate”. Sì, perché “mi
servono alcuni ingredienti per cucinare
il mio piatto personale”. Sì, perché “ho il
vitto latte” (il vitto latte consiste in latte, formaggi e yogurt, ed è autorizzabile
dal medico dietro richiesta motivata). Sì,
perché … Insomma alcuni buoni motivi
ci sono per dare almeno uno sguardo a
cosa passa nel tanto vituperato carrello
della casanza.
E, in effetti, il carrello difficilmente arriva pieno alle ultime celle, in ogni carcere
c’è sempre qualcuno che ne approfitta,
(escludendo alcune case circondariali
dove la cosa risulta impraticabile) e questo contribuisce a evitare che ci sia uno
spreco eccessivo, considerando che al
momento le cucine non sono ancora organizzate per un riutilizzo delle rimanenze
a scopo sociale.
Ora, se parliamo del carcere che ci ospi-
ta, Bollate, dobbiamo fare un discorso a
parte. Sarà che le cucine sono organizzate per preparare un numero adeguato
di pasti, sarà anche che alle volte ci sono
dei bravi cuochi, si aggiunga che gli ingredienti previsti arrivano nella quantità
prestabilita (non è scontato in Italia) ed
ecco che il carrello di Bollate a volte ti fa
sentire a casa. Ma anche in questo caso
Bollate rimane un’eccezione, tanto che
nel panorama italiano i “no perché” sono
sicuramente più numerosi e meglio argomentabili dei “sì perché”.
No, perché “dallo Stato non accetto nulla”.
No, perché “è immangiabile”. No, perché
“ho visto le cucine da vicino”. No, perché
“gli ingredienti sono pochi e di pessima
qualità”. No, perché “i cuochi non si lavano le mani”. No, perché “nessuno lava le
cucine dal 1968”. No, perché “non voglio
ammalarmi”. No, perché “se cucino in
cella non devo fare il turno di pulizie”. No,
perché “il cuoco in cella è più bravo”. No,
perché “manco li cani”. No, perché “con il
cuoco ho litigato”. No, perché…
Come si può notare, ci possono essere
una moltitudine di argomentazioni, più
o meno valide, per il diniego di quanto
offerto dal carrello del vitto, anche se,
forse, il più plausibile, è quello del sentirsi
liberi, almeno in un piccolo contesto quotidiano, di poter scegliere.
Sembra cosa da poco per chi legge da
fuori queste mura, ma non lo è, per il
semplice fatto che in un ambiente come
il carcere, dove per forza di cose si è costretti ad adeguarsi a una serie di regole
e di comportamenti che rendono la vita
una scatola a scomparti, il cibo è una delle poche valvole di sfogo, e prepararsi la
cena per molti diventa una missione, un
passatempo, un fine a cui dedicare l’intera giornata e un modo per sentirsi almeno
a tavola in un luogo meno regolamentato.
Matteo Chigorno
carteBollate
19
Dall'interno
CRONACA – I detenuti chiedono chiarimenti alla direzione
Morto in carcere a Bollate
U
n detenuto del Carcere di Bollate, “fiore all’occhiello
delle carceri Italiane”, muore nella sua cella. Si riunisce la Commissione dei detenuti, formata interamente da persone riconosciute dalla direzione e chiede la presenza di Massimo Parisi, direttore del carcere, per
cercare di approfondire se il personale medico e paramedico
della struttura può aver sottovalutato la gravità del problema
di un recluso. Si è infatti presentato un uomo che accusava
sintomi di infarto, che secondo alcuni detenuti sembravano
piuttosto evidenti: fitta al cuore e il classico dolore al braccio
sinistro.
È stato sottolineato dalla Commissione il pronto intervento
della magistratura, che ha sequestrato la macchina che ha fatto
l’elettrocardiogramma, dal quale, dopo una prima valutazione,
non sarebbero emerse anomalie. Verrà comunque accertato se
la macchina era malfunzionante o meno.
Quello che i detenuti chiedono è che sia fatta chiarezza, che
vengano accertate le responsabilità e soprattutto, che in futuro
non si ripetano situazioni simili. Sergio Zea era un uomo all’apparenza sano e praticava il tennis a livello amatoriale, alle 7,30
del mattino di mercoledì 23 ottobre si sente mancare l’aria, ha
un formicolio al braccio sinistro e dolori lancinanti al petto, decide quindi di farsi accompagnare nel reparto adibito a infermeria e si trova davanti dei medici, che, non si sa ancora bene
dopo quali accertamenti, alle 8,30 lo rimandano in cella, dopo
avergli dato due tachipirine. Gli agenti di polizia penitenziaria
dicono che le tachipirine non sarebbero mai state ingerite da
Zea. Dopo la valutazione fatta dai medici, appena tornato in
reparto, Zea si accascia nella sua cella. Non servirà a nulla la
tempestività degli agenti presenti che immediatamente l’hanno messo a sedere e fatto riaccompagnare al pronto soccorso.
Le versioni sono contrastanti sia da parte dei detenuti che hanno assistito alla tragedia, sia da parte dei medici. Quel che è
certo e che Zea, prima di essere visitato dal medico di turno,
ha dovuto aspettare parecchio tempo seduto su una panca
adiacente alla sala di emergenza.
Il dottore ha dichiarato che il cuore ha ceduto e che difficilmente quest’anomalia poteva essere riscontrata con l’elettrocardiogramma.
Un detenuto dichiara che Sergio lamentava un formicolio al
braccio sinistro, dolore al petto e aveva un colorito palesemente cianotico, chiaro sintomo che indica la presenza di una
situazione cardiologica di sofferenza con alta probabilità di infarto, che infatti ha avuto dopo pochi minuti.
Le persone ristrette non possono decidere da chi essere visitate, né contestare le scelte del personale medico presente negli
istituti di detenzione, quindi si affidano ai medici presenti. In
questo caso, In questo caso, Sergio si è affidato al medico che,lo
ha rimandato al suo reparto dopo averlo sottoposto a elettrocardiogramma, il cui risultato è stato anche refertato dal cardiologo (e non solo dal medico generico di guardia). Malgrado
ciò il finale è stato tragico.
I reclusi sperano che quest’ultimo caso non faccia parte della
solita statistica, come la maggior parte delle morti che avvengono nelle carceri italiane delle quali molto spesso non si viene
a conoscenza. La vita è un bene prezioso e anche nelle carceri
va salvaguardata.
Maurizio Gentile e Teresa Barboni
La testimonianza del compagno di cella di Sergio
U
na morte che forse si poteva evitare. È quanto
si ricava dalla testimonianza dal compagno di
cella di Sergio Zea, Alfredo, che ha raccontato minuziosamente quello che è successo quella tragica
mattina.
Alle 8,30, rientrando in cella, Alfredo trova Sergio disteso sul letto della loro stanza - la cella si trova al
quarto piano - che si lamenta dei forti dolori al petto
e al braccio sinistro. È in evidente difficoltà respiratoria tanto che mostra parte del viso e del collo quasi
cianotici.
Alfredo viene a sapere da Sergio che era già stato
in infermeria dove aveva manifestato i propri dolori. Gli era stato fatto un elecardiogramma dall’esito
negativo, dato due tachipirine e rimandato in sezione.
Alfredo allarmato dallo stato del compagno corre
subito in “rotonda” sollecitando l’intervento dell’infermeria, visibilmente preoccupato.
Due assistenti penitenziari con Alfredo salgono subito da Sergio allarmati e lo trovano su una sedia
semisvenuto. Subito gli praticano un massaggio cardiaco, ma non riescono ad aprirgli la bocca.
Intanto dall’infermeria non si vede ancora nessuno
e i minuti passano, gli agenti e Alfredo decidono di
20
carteBollate
portarlo direttamente sulla sedia in infermeria. Scese le scale arriva l’infermiere con la sedia a rotelle
dove lo trasbordano immediatamente e lo portano
in infermeria apparentemente incosciente.
Alfredo ha reso a più riprese i fatti confermando,
specialmente al Direttore di istituto, che Sergio era
stato una prima volta in infermeria quella mattina,
con evidenti sintomi d’infarto in corso.
La domanda che si è posto, ma che ci facciamo
un po' tutti, è: come mai non è stato trattenuto per
controlli più specifici e perché i medici hanno deciso
di rimandarlo in cella.
Il Direttore ha fatto presente che la faccenda è in
mano al Magistrato di sorveglianza e che, se risulteranno inadempienze, saranno presi seri provvedimenti.
In compenso, dalla testimonianza di Alfredo appare
evidente il pronto intervento degli agenti che hanno
soccorso velocemente Sergio.
Parlando col fratello di Sergio si viene a sapere che
aveva già avuto un infarto e che il padre era morto
per la stessa causa.
La sua cartella clinica non evidenziava questi dati?
Su tutto ciò dirà l'indagine in corso.
Paolo Sorrentino
AGENTi DI RETE –
Un’attività anche al di fuori del carcere
Un sostegno per ricominciare
A
bbiamo intervistato due agenti
di rete che svolgono una mansione all’interno dell’istituto di
Bollate, che permette ai detenuti in procinto di uscire di cercare
un lavoro e un luogo dove abitare. Elisa
Salvaderi e Alberto Portalupi spiegano la
funzione e le tecniche del lavoro di questi operatori.
Qual è la funzione dell’agente di
rete?
L’agente di rete favorisce l’inserimento
sul territorio dei detenuti in dimissione
da Bollate. Cerchiamo di fare in modo
che la persona che esce sia pronta e
sostenuta dal territorio nel proprio passaggio tra il carcere e la libertà. Contattiamo e incontriamo i servizi presenti
sul territorio (servizi sociali e progetti
disponibili) in modo che coloro che seguiamo abbiano degli strumenti in più
per poter compiere una scelta di vita diversa rispetto a quella precedente. Noi ci
occupiamo dei detenuti che, tramite richiesta diretta o segnalati dall’educatore
di reparto, ci contattano per trovare un
alloggio, una risorsa lavorativa o anche
per una segnalazione ai servizi sociali,
di modo che quest’ultimi sappiano che il
detenuto sta per uscire e ha bisogno di
aiuto e di un supporto specifico. Il nostro
ruolo si svolge all’interno del carcere e
all’esterno, con l’obiettivo di creare delle
reti di sostegno alle persone dimittenti.
Da quanto esistono gli agenti di rete?
La funzione educativa degli agenti di
rete esiste dal 2006 come intervento
ideato e finanziato da Regione Lombardia per tutte le carceri regionali. Negli
anni hanno avuto un’evoluzione, ad oggi
sono finanziati da bando L. 8/2005 Regione Lombardia/ASL Milano 1. L’agente
di rete proviene dal privato sociale. Noi
facciamo parte della cooperativa sociale
A&I.
Quanti sono gli agenti di rete in questo istituto?
A Bollate siamo cinque, suddivisi per reparti e per obiettivi. Una parte è dedicata
alla popolazione detenuta straniera per
favorire percorsi d’inclusione per questa
specifica fascia di persone, e una parte
a coloro che sono prossimi all’uscita, i
dimittendi. Abbiamo attivato negli anni
anche delle attività di gruppo (“gruppo
migranti” e “gruppo dimittendi”) per
favorire il confronto e la partecipazione a queste tematiche. Parte del nostro
tempo è dedicato anche a interventi di
sensibilizzazione; si incontrano, in col-
laborazione con le scuole del territorio,
gruppi di studenti, per far sì che gli stessi
ragazzi, che non hanno conoscenza del
carcere, possano confrontarsi con questa realtà.
Sta funzionando questa attività di sostegno e ci sono molti utenti?
Le prese in carico sono numerose e questo richiede, oltre ad un lavoro di sostegno e analisi dei bisogni realizzato con
la persona e in collaborazione con l’Area
Trattamentale, un’azione sistematica
di ricerca sul territorio per individuare
le risposte adeguate. Siamo soddisfatti del lavoro che stiamo realizzando da
anni per il percorso di reinserimento che
stanno facendo i detenuti con i quali abbiamo costruito un progetto e a cui abbiamo proposto delle risorse esterne.
Per gli alloggi come fate?
Per gli alloggi ci appoggiamo alle associazioni territoriali che si occupano di
housing e hanno disponibilità di accoglienza per le persone che provengono
dal circuito penale. Capita anche di con-
tattare pensionati scollegati dal circuito
classico del “sociale” e che in determinate situazioni hanno accolto ex detenuti
che, usciti a fine pena, potevano garantirsi un minimo di sostegno economico e
dunque offrire un contributo.
Per il problema lavoro?
In genere i percorsi sono più strutturati:
si collabora con i servizi sociali dei Comuni di residenza delle persone seguite, con
i SIL territoriali (Servizi di Inserimento
Lavorativo) oppure, per i residenti a Milano, ci si appoggia al CELAV (Centro
di Mediazione al Lavoro del Comune di
Milano) che si occupa proprio di percorsi di accompagnamento all’inserimento
lavorativo anche attraverso l’attivazione
di tirocini e borse lavoro.per i residenti a
Milano, ci si appoggia al Celav (centro di
mediazione al lavoro del comune di Milano) che si occupa proprio di borse lavoro
per i detenuti con la finalità e la speranza
che, al termine del finanziamento lavorativo, ci sia l’assunzione.
Carlo Bussetti
OCCUPAZIONE – Inaugurato
il Raee, nell’istituto di Bollate
Trenta nuovi posti di lavoro
S
aranno almeno trenta i detenuti prossimamente impegnati presso lo stabilimento per lo smaltimento e il recupero di apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee) che sorgerà in un capannone industriale tra le mura della
casa di reclusione di Bollate. Il numero dei posti di lavoro è destinato a salire
a circa ottanta quando la struttura opererà a pieno regime. La cerimonia del taglio del nastro per la “posa della prima pietra”, promossa dal provveditore regionale
dell’Amministrazione Penitenziaria, Aldo Fabozzi, si è tenuta il 5 dicembre scorso,
presso il nostro istituto, alla presenza di rappresentanti delle istituzioni, e del numero due del dap, Luigi Pagano.
Questo importante progetto è il risultato finale di un lungo e complesso iter avviato
nel 2009, che ha interessato in maniera trasversale diverse componenti istituzionali
che hanno collaborato per arrivare alla stipula di un protocollo di intesa con la Regione Lombardia, l’Amsa, il provveditorato alle opere pubbliche.
I detenuti che parteciperanno al progetto saranno impiegati nel processo produttivo
al termine di un periodo di formazione. L’impianto industriale sarà destinato al trattamento dei rifiuti elettrici ed elettronici attraverso la raccolta, il disassemblaggio
dei prodotti e il riciclaggio delle loro componenti, nel pieno rispetto delle direttive
comunitarie in materia. Gli impianti di riscaldamento e illuminazione saranno predisposti secondo innovativi criteri progettuali in tema di risparmio energetico.
Il progetto costituisce un ulteriore passo in avanti per cambiare il ruolo degli istituti
penitenziari, che non devono essere un onere per il territorio ma una risorsa utile
per la collettività. È la conferma della collocazione dell’istituto penitenziario di Bollate come casa di reclusione a trattamento avanzato, nell’ambito del circuito regionale
lombardo, avanzato rispetto a iniziative concrete, dirette alla piena realizzazione del
principio del reinserimento sociale delle persone private della libertà personale.
La Redazione
carteBollate
21
Dall'interno
STUDIO –
Si è laureato il nostro compagno Gianluca Falduto
formazione – Insegnare tecnologie informatiche in carcere
Bollate vera fucina di studio a livello universitario
La sfida vincente di Cisco
I
I
l carcere di Bollate si conferma istituto di assoluta eccellenza, le scorse
settimane si è laureato il nostro compagno Gianluca, che presso l’Università Iulm ha discusso la tesi in Marketing
e Comunicazione.
L’argomento della tesi è stato un progetto organizzativo per il carcere di Bollate,
finalizzato a coinvolgere maggiormente
i detenuti nel percorso carcerario, affinché il concetto di revisione critica non
rimanga circoscritto a un’arida formulazione teorica, ma diventi un progetto concreto in cui il detenuto, portato
a conoscenza dei suoi diritti e dei suoi
doveri, affronti la carcerazione con la
consapevolezza che è lui l’artefice del
suo percorso, non un “essere passivo
da trattare” come se fosse una tovaglia
macchiata di sugo da lavare con l’ultimo
SCUOLA ALBERGHIERA –
sbiancante, ma una persona attiva che
decide per il suo futuro.
Per un detenuto sapere quali sono le concrete opportunità, quando e come potrà
accedere al lavoro esterno, se e quando
potrà andare in permesso, sono elementi utili, perché possono aiutarlo a programmare la sua carcerazione: un conto
è passare il tempo a guardare cartoni
animati, telenovele varie e videogiochi,
un altro è essere un protagonista che
agisce per il proprio futuro in maniera
costruttiva, con lo steso impegno e partecipazione che avrebbe se fosse fuori.
Ci auguriamo che le idee, le proposte, le
progettualità che Gianluca ha descritto
e che ha portato a conoscenza delle direzione, possano essere utili a tutti noi, a
partire dallo sportello lavoro che è stato
pensato per prendere in carico i detenuti
pronti per l’articolo 21 e avviarli verso il
tanto desiderato lavoro, aiutandoli nella
ricerca di questo “oggetto” ormai quasi
estinto.
Questo progetto ha aiutato Gianluca fin
da subito, visto che è uscito tre mesi fa,
in affidamento: in pratica ha effettuato
tutto il percorso di studi in carcere, visto che dopo la sua uscita ha sostenuto
l’ultimo esame e scritto le pagine finali
della tesi.A buon diritto possiamo dire
che la sua laurea è nata in quel laboratorio di idee che è il 4° Reparto, dove negli
scorsi anni Gianluca ha avuto il piacere
di pernottare.
Speriamo a questo punto che le sue idee
e progetti si concretizzino, e nel frattempo gli facciamo i nostri complimenti per
la sua laurea e i migliori auguri.
N. C.
Un corso che offre grandi opportunità lavorative
D
a tre anni nella casa di reclusione di Bollate è nato il progetto della scuola alberghiera,
istituto professionale di Stato
Paolo Frisi, fortemente voluto dalla direzione e da Silvia Polleri, titolare dell’Abc.
Una vera e propria scuola, della durata
di cinque anni, con tanto di laboratorio
di cucina per la pratica. Attualmente ci
sono solo le prime tre classi in cui si studiano tutte le materie: italiano, storia,
matematica, inglese, francese, alimentazione, biologia, accoglienza, chimica,
laboratorio cucina.
All’inizio la maggior parte dei detenuti
pensava che alla scuola alberghiera si
imparasse solo a cucinare e solo dopo
aver fatto i colloqui di selezione (perché
ci vogliono una serie di requisiti per poter essere inserito) hanno appreso che
si impara a cucinare, ma oltre a questo
insegnamento bisogna apprendere tante
altre materie, i primi due anni si fanno
tutte le materie, il terzo anno devi scegliere una direzione: sala o cucina.
Quando c’è il giorno di laboratorio cucina e sala, la classe si divide in due
gruppi, il primo si occupa della cucina
(preparazione dei cibi e impiattamento)
mentre il secondo gruppo si occupa della sala (allestire i tavoli e servire i piatti
22
carteBollate
e bibite). Dopo di che ci si siede tutti al tavolo a mangiare
quello che si e preparato e
alla fine tutti in cucina per
lavare i piatti e rimettere in
ordine. Tutti noi, abbiamo provato una
sensazione strana a mangiare con posate di ferro e a bere in bicchieri di vetro,
dopo anni di usa e getta o plastica dura.
Una cosa molto bella è che quest’anno
come l’anno scorso c’è stato un incontro
con gli alunni della scuola serale, che
sono entrati qui in carcere. Dopo aver visitato l’istituto, ci siamo ritrovati nell’aula presso il 3° reparto dove si svolgono
le lezioni e abbiamo avuto un piacevole
confronto, parlando dei progetti che si
svolgono qui a Bollate e di un progetto in particolare che è stato presentato
quest’anno: organizzare tre o quattro
cene che si svolgeranno sempre al 3° reparto per gente esterna. Il prezzo è ancora da stabilire e si è deciso che tutto
il ricavato degli eventi verrà devoluto a
un ente ancora da decidere, sicuramente
per aiutare bambini. Questa è una cosa
bellissima sia per la direzione che per la
scuola, ma soprattutto per noi detenuti
che ci possiamo rendere utili per aiutare
il prossimo.
Con i professori si è instaurato da subito
diego pirola
Diventare chef in carcere
un ottimo rapporto, sono entrati in carcere senza nessun tipo di pregiudizi o
chi li aveva li ha superati dopo due o tre
lezioni. Ci trattano proprio come studenti, per loro non c’è alcuna differenza tra
gli alunni che hanno al di fuori di queste
mura e noi detenuti. Sicuramente nessun insegnante al momento di studiare
per diventarlo, ha immaginato che sarebbe venuto in un carcere a svolgere la
sua professione.
Ma a sentire loro sono molto entusiasti
e per loro è anche una sorta di sfida con
loro stessi.
Un’altra cosa molto interessante è che
chi non ha la possibilità di andare avanti con gli studi per motivi di lavoro, può
frequentare la scuola alla sera, uscendo
all’esterno usufruendo dell’articolo 21.
Un consiglio a chi si è iscritto, e per un
motivo o per un altro, non sta più frequentando la scuola: continuate a venire
perché niente è perso e c’è la possibilità
di recuperare, con l’aiuto dei compagni e
dei professori che sono molto disponibili.
Gianfranco Agnifili
l mio augurio più grande per il 2015 è
potervi dire che la crisi è finita, lo
voglio credere fortemente, e poi fra
poco aprirà l’Expo. Noi qui dentro
abbiamo una posizione privilegiata visto che i suoi padiglioni confinano con
le grandi mura del penitenziario e da
anni ne sentiamo i battiti le vibrazioni e soprattutto la polvere e i rumori
incessanti… è come sentire un mostro impazzito in catene! Diciamo che
per ora è solo una grossa scocciatura:
strade che vengono chiuse, riaperte,
deviate, …. e poi sempre rumori e polvere!
Questo ritmo arriva sino alle aule Cisco dove i lavori sono anche incessanti: ad oggi risultano iscritti 35 studenti, nonostante le attrezzature obsolete
che sembra risalgano al tempo di “wilmaaaa dammi la clava”, connettività
insufficiente, e non ultima, quella
sensazione di soffocamento che ti da
questa fortezza di ferro e cemento. Ma
non ci fermiamo e da pochi giorni una
nuova classe di 12 studenti ha iniziato
il percorso formativo: sono tutti adulti,
hanno dei grossi debiti con la società
ma sono molto motivati e hanno gli
occhi pieni di speranza… forse grazie
anche alle storie e alle esperienze che
sentono raccontare da chi ha terminato il percorso formativo e ha trovato
lavoro nel settore Ict.
Mi piace raccontarvi che tra il 2013 2014 tre detenuti hanno sostenuto e
superato l’esame di certificazione Cisco Ccna; in seguito due di loro hanno frequentato a loro spese il corso di
network security per poi sostenere e
superare la certificazione CCNA security, con voti altissimi.
Grazie a questo impegno e soprattutto alla passione nata per la tecnologia,
oggi hanno una nuova visione del futuro e la consapevolezza di essere dei
tecnici molto preparati, sicuri di loro.
Vorrei però ritornare a quella sensazione di soffocamento, per raccontarvi un
piccolo episodio capitato ad Abdel che,
rinchiuso nella fortezza, ha dovuto attendere per sei mesi il permesso che
non arrivava mai, permesso per potersi recare a sostenere gli esami… beh,
sfido chiunque a preparare un esame
di quel calibro e doverlo rimandare
per mesi e mesi senza mai smettere
di studiare, ripassare e poi ancora…
Ma alla fine, quando i permessi sono
arrivati, in poco tempo ha completato
Ogni tanto ripenso alle riunioni
fatte qui dentro
nei primi anni 2000,
quando parlavo con
grande
entusiasmo
di voler portare questi uomini a diventare esperti di sicurezza
informatica… tutti mi
prendevano in giro
dandomi del matto…
ma oggi dopo tanti
anni il grande sogno
si è avverato! E, dato
che non ci ringrazia
nessuno, ci diamo da
soli una pacca sulla
spalla e avanti sempre!
le due certificazioni con punteggi di
1000/1000,
Non male i ragazzi, vero? Ogni tanto ripenso alle riunioni fatte qui dentro nei
primi anni 2000, quando parlavo con
grande entusiasmo di voler portare
questi uomini a diventare esperti di sicurezza informatica… tutti mi prendevano in giro dandomi del matto… ma
oggi dopo tanti anni il grande sogno si
è avverato! E, dato che non ci ringrazia nessuno, ci diamo da soli una pacca
sulla spalla e avanti sempre!
Il Lavoro: nel mese di ottobre la Onlus
ha presentato il preventivo per la gestione informatica di una società Cooperativa che ha molte sedi in Lombardia riponendo anche su questo cliente
molte speranze: finalmente abbiamo
chiuso l’accordo e dato lavoro ad un
altro detenuto. A dicembre, grazie a
degli incontri con Cisco, e soprattutto grazie a Francesco Benvenuto di
Cisco, abbiamo potuto partecipare a
due gare e presentare i nostri preventivi: uno a una multinazionale, riguar-
da l’installazione di nuovi apparati di
security, l’altro lo abbiamo presentato
a un grosso ente in alta Brianza dove
ci chiedono di verificare, riprogettare
e implementare la rete cablata, la rete
WiFi, e la security.
Le due aziende, dopo vari colloqui e
le dovute verifiche tecniche, ci hanno
scelto! Dai primi di dicembre, anche se
solo per qualche mese, lavoreremo con
grande impegno a queste due nuove
sfide. La Onlus, da due anni ormai, ha
un cliente importante: lavora presso
un Ente musicale di Milano grazie alla
convenzione stipulata tra l’Ente e la
Direzione del penitenziario. Questo ha
permesso a due detenuti di essere assunti dalla Onlus per gestire la rete ed
il parco macchine con grande impegno
e professionalità.
Proprio in questi giorni, in questo preciso periodo e momento, senza motivo,
ci stanno chiedono di lasciare prima
della scadenza il lavoro: uno dei detenuti dovrà ritornare in cella, e questa
volta, senza avere commesso nessun
nuovo reato. Non riesco a capire perché e mi domando solamente che visione del mondo sia questa.
Un'altra bella storia che vale la pena
di ricordare è quella della formazione presso il minorile di Firenze, dove,
grazie alla dottoressa Laera, la Onlus
ha formalizzato una serie di periodi
formativi per ragazzi difficili; ormai
siamo alla terza edizione: a loro si danno le basi sui cui poter costruire un
mestiere, teoria e pratica che insegna
a capire come assemblare e configurare dei pc, come cablare un ufficio in
in rame o WiFi, sino a fargli attestare
delle fibre ottiche multimodali e creare impianti di video sorveglianza. Loro
mi danno proprio un bel po’ di filo da
torcere, tenerli a bada, mantenere vivo
il loro interesse e veramente molto faticoso… ma quando mi mandano su
whatsapp i loro quesiti e i loro piccoli
successi, di colpo la fatica sparisce.
Noi siamo una onlus, una cooperativa
sociale: questo tipo di associazione solitamente si connota come chi si prende cura di persone anziane o portatrici
di handicap, ecc., mentre noi abbiamo
scelto di prendere per mano persone
svantaggiate recluse, dargli una professionalità di alto livello nel campo
delle tecnologie informatiche e accompagnarle sino a trovare lavoro.
Lorenzo Lento
carteBollate
23
Dall'interno
Il famoso professor Alleva a Bollate
LA LETTERA –
Utile lezione sul comportamento animale
N
ei mesi scorsi sono iniziate le lezioni di pet therapy,
condotte da Valeria e Beatrice, che con la loro onlus
Canidentro ci hanno dato le istruzioni fondamentali per trattare con i cani. Ovviamente insieme a loro
sono entrati i veri protagonisti, cioè i cani, alcuni già addestrati e
altri in fase di apprendimento: Onda, Tato, Titti, Carmela, Rosie.
Nelle ultime settimane il progetto si è ampliato, con l’obiettivo
di darci una formazione più completa, per essere in grado in
futuro di portare la pet therapy presso strutture i cui ospiti
possono trarre giovamento dall’interazione con i cani (come i
centri psichiatrici o i ragazzi con deficit psico-motori). Eventualmente, se sarà possibile, si terranno dei corsi/incontri in
altre carceri, per acquisire maggiori capacità nel gestire gli scodinzolanti amici a quattro zampe.
In autunno ha iniziato a tenere delle lezioni sul comportamento
dei cani Federica Pirrone, medico veterinario, professoressa di
etologia (la scienza che studia il comportamento animale) presso l’università degli Studi di Milano.
Lo scorso novembre è venuto a tenere una lezione il professor
Enrico Alleva, etologo di fama mondiale. Nonostante sia il presidente della Società Italiana di Etologia, membro dei consigli scientifici dell’Agenzia per la Protezione dell'Ambiente, del
WWF, di Legambiente, dell’Agenzia Spaziale Italiana, nonché
accademico dei Lincei, si è dimostrato un insegnante molto disponibile nei nostri confronti e ancora di più nei confronti delle
tante cose che non conoscevamo.
L’evento, particolarmente importante, è stato ripreso da una
troupe dell’agenzia di stampa France Presse, che era venuta a
conoscenza del progetto di pet therapy condotto in carcere. Siccome in molti paesi del mondo era arrivata la notizia del servizio
che il Corriere della Sera aveva fatto nel mese di a luglio, sono
state molte le richieste di avere un approfondimento, con filmati, fotografie e interviste da Bollate e France Presse ha atteso
il giorno in cui venisse a Bollate il professor Alleva, proprio per
sottolineare la completezza e profondità dei corsi organizzati e
coordinati dalla onlus Canidentro.
Ovviamente abbiamo lasciato i due inviati di France Presse,
carteBollate va a scuola
S
crivere è un piacere e lo è ancor di più sapendo di essere letti con piacere. Per questo abbiamo organizzato questo autunno un corso di scrittura giornalistica, con
l’obiettivo di migliorare la qualità del nostro lavoro. Docente Emanuele Giordana, giornalista di lungo corso, partito
subito dopo per l’Afganistan, da dove manderà degli articoli anche a carteBollate.
Noi siamo detenuti coadiuvati da volontari esterni, raccontiamo la realtà del carcere e quella sociale, cerchiamo di
raccontare i fatti in modo oggettivo, facciamo cronaca
cercando di distinguerla dai commenti e dalle opinioni personali che, però, possono emergere dal racconto dei fatti.
Scrivere chiaro, correttamente e con incisività era l’obiettivo dell’insegnamento; obiettivo che ci dobbiamo prefiggere perché è uno sforzo necessario che gratifica ancor più il piacere di scrivere e rende migliore il giornale.
Giordana ci ha dato degli ottimi suggerimenti, come ad
24
carteBollate
Ella e Giuseppe, a bocca aperta, perché come tutti coloro che entrano in carcere per la prima volta, avevano il normale timore
di chi varca un cancello e un muro alto e non sa di preciso cosa
trova. E loro invece hanno potuto vedere di mattina come vengono svolti gli incontri con i cani, con le tipiche azioni-base, come
il “cerca”, lo “stai” oppure il “seduto”. Quando sono passati i carrelli con il vitto gli abbiamo detto che potevano restare tranquilli,
perché a cucinare per loro avevamo pensato noi: pizze, focacce,
torte, gelati, e questo proprio non se lo aspettavano.
Ci hanno intervistato, per ascoltare le nostre storie, composte
in parte da errori e in parte dall’impegno attuale a far bene. Abbiamo spiegato l’importanza della pet therapy e la prospettiva
di essere di aiuto a qualcuno in futuro.
Nel pomeriggio il professor Alleva ha tenuto la sua lectio magistralis sul tema dell’evoluzionismo, toccando tutti gli aspetti
principali della materia. Ha spiegato qual era la posizione della
scienza a metà del XIX secolo sul tema della nascita e dello sviluppo della vita sulla terra, abbiamo seguito il viaggio di Darwin
in tutto il mondo per cercare di scoprire elementi nuovi, per arrivare alla formulazione della sua teoria evoluzionista che, possiamo dire, divise il mondo in due periodi: prima nessuno osava
mettere in dubbio la spiegazione biblica, dopo ci fu la presa di
coscienza di come la vita sulla terra si sia evoluta. Il professore ha parlato di come la selezione naturale forgia l’evoluzione,
premiando le caratteristiche vincenti, di come sulla terra ci
siano state ben cinque distruzioni di massa che hanno quasi
estinto la vita, che poi si è ripresa con nuove specie, di come la
convergenza evolutiva dimostra che le caratteristiche vincenti
vengano premiate.
Di grande interesse sono state le emozioni, che noi condividiamo con gli altri mammiferi, al punto che certe mimiche facciali
sono in pratica identiche, iscritte nella nostra storia filogenetica
di mammiferi.
Le lezioni con Federica stanno nel frattempo continuando, in
attesa di conseguire le dovute competenze e di poter diventare
protagonisti attivi del progetto pet therapy.
Nazareno Caporali
I problemi sollevati dagli ospiti del Settimo
Un’integrazione che ci emargina
Riceviamo e pubblichiamo questa lettera che gli ospiti del
settimo reparto (autori di reati sessuale, collaboratori di
giustizia e poliziotti) hanno inviato alla comandante del
nostro Istituto, Piera Denti, al direttore Massimo Parisi, al
caporeparto del Settimo, ispettore Emanuele Montalbano,
al loro educatore, Dario Scognamiglio e al responsabile
dell’Uti, Paolo Giulini. Ci auguriamo che i problemi sollevati, che riguardano la difficile integrazione tra detenuti
dei cosiddetti reparti protetti e detenuti comuni, possano
sollecitare una discussione e che i destinatari di questa
lettera vogliano utilizzare le pagine di carteBollate per rispondere.
La Redazione
In relazione allo spostamento di alcuni detenuti del Settimo
nei reparti comuni, ci pregiamo di sottoporre alla Sua cortese
attenzione quanto segue. Gli scriventi condividono appieno le
finalità del progetto integrativo, ma a malincuore fanno notare
che i tentativi falliti degli anni passati hanno paradossalmente
rinforzato le logiche che intendevano abbattere. Questo lodevole progetto, finalizzato a superare le obsolete logiche della subcultura carceraria, secondo le quali un crimine è più onorevole di un altro crimine, appare purtroppo organizzato in modo
destinato a replicare i numerosi tentativi franati sino ad ora.
Rispetto alle peculiarità storiche dell’Istituto di Bollate, pare
che questo programma sia quello rimasto più sottotono.Col risultato che a distanza di anni, anziché avere un Primo o un
Terzo reparto totalmente misto e integrato, ci si trova con una
manciata di detenuti ex settimo, che vivono confinati in detti
reparti, espiando da emarginati le loro condanne, con afflizioni
che fatichiamo a comprendere quanto siano propedeutiche a
qualunque aspettativa riabilitativa, o comunque alla loro qualità
di vita. Il numero delle persone che gli ex detenuti del Settimo
hanno accolto in socialità in questi anni al Terzo reparto dove
“gli altri non vogliono che altri del Settimo vengano qui a fare
socialità” è lo specchio emblematico di come sono andati sino
ad ora i programmi d’integrazione.La popolazione del Settimo
varia intorno ai 320/380 detenuti, rendendolo di fatto il reparto
più numeroso. Attualmente la selezione dei candidati da inviare
negli altri reparti, è svolta basandosi su alcune delle 25 persone che annualmente frequentano l’Uti (ex progetto Giulini) e
curiosamente ignora i rimanenti circa 300 ospiti del padiglione
protetto. Finché il criterio rimarrà lo stesso, l’auspicabile nutrita
presenza dei detenuti del Settimo negli altri reparti, ovviamente
rimarrà una chimera. Paradossale è lo spreco delle risorse potenziali dei detenuti tra cui laureati o diplomati che conducono
attualmente in modo volontario molte attività autorizzate nel
Settimo reparto. Riteniamo che sia più utile lo spostamento in
blocco di almeno una trentina di detenuti, che risiedano nello
stesso piano insieme a una dozzina di comuni e che possano
essere rappresentati dal delegato di piano, che possano inoltre
gestire laboratori di informatica, di musicoterapia, di ginnastica
dolce, pre-pugilistica, progetto Demetra-vasetti, la biblioteca di
reparto, la sala musica, così da proporre una reale integrazione.
Attualmente la realtà che ci viene prospettata è il confinamento
in qualche cella in fondo al corridoio, malvisti e male tollerati
dal resto del piano senza alcuna possibilità di poter esprimere le
proprie risorse. Segnaliamo inoltre che le persone che sono già
al lavoro o in prossimità di svolgerlo, vengono trasferite ignorando le loro esigenze di sussistenza e che si vedranno inserire nel
nuovo reparto ultimi nelle liste lavoro. Inoltre il cambio di reparto e di educatore comporta complicazioni relative alle sintesi ed
eventuali misure alternative. Riteniamo che questa situazione
che genera in tutti noi malcontento, crei disappunto sia all’area
educativa che alla direzione ed al comandante dell’istituto di
Bollate, come pure all’équipe dell’Uti ed al suo responsabile Paolo Giulini. Attualmente questo programma di integrazione è percepito come un’imposizione gratuitamente punitiva e penalizzante, che non tiene conto delle nostre individuali necessità, ma
cosa ancor più grave, appare destinato all’ennesimo fallimento.
Rimanendo a disposizione per ogni ulteriore delucidazione utile
a sostenere questo importante progetto, chiediamo un incontro
utile a chiarire meglio tutti i vari aspetti qui tralasciati per motivi
di spazio e che vanificano la buona riuscita del Programma di
integrazione.
esempio attenersi alla regola di iniziare un articolo con le
5 W (Who, Where, When, What, Why: chi, dove, quando,
cosa, perché) per dare con immediatezza al lettore tutte
le informazioni necessarie per capire subito di che cosa si
tratta nell’articolo senza stancarlo nella lettura. Giordana
ha dato rilievo anche alla punteggiatura, insegnandoci a
usarla in modo corretto organizzando l’articolo con brevi
periodi. Provate anche voi lettori a leggere con la giusta
intonazione questi due, apparentemente uguali, periodi:
“Se l’uomo sapesse realmente il valore che ha la donna,
andrebbe a quattro zampe alla sua ricerca” oppure “Se
l’uomo sapesse realmente il valore che ha, la donna andrebbe a quattro zampe alla sua ricerca”.
Incredibile come spostare una virgola cambia tutto il
significato.
Ci auguriamo, noi della redazione, che Emanuele Giordana possa proseguire questi incontri interessantissimi
e formativi, che il nostro grazie lo raggiunga anche
in Afganistan dove è in questo momento e da dove
aspettiamo un suo articolo. La redazione
federica neeff
EVENTI –
carteBollate
25
Dall'interno
ARTETERAPIA1 – Il progetto condotto da Luisa Colombo
come se fossero stupiti da ciò che sono
riusciti a realizzare; uno stupore - prosegue Luisa - che ha lasciato il posto a
quel timore, che in partenza impediva
loro di pensare che potessero riuscire
a realizzare ciò che invece hanno creato. Anche a questo serve l'arte, quella
vera, quella che ha il potere di trasmettere emozioni, quella che dà una mano
a riconquistare la fiducia in se stessi e
scoprire o riscoprire capacità dimenticate o rinchiuse in qualche cassetto
della mente. “E io mi sento onorata continua la terapeuta - di essere parte
di questo processo di ricostruzione e
di crescita. Nel laboratorio di arte terapia, non si condividono solo lo spazio
e il tempo che si trascorrono insieme,
si condividono esperienze, parole, gesti. Si condividono porzioni di vita di
Arte in carcere
liberi di volare con la fantasia
C
i sono persone che nella vita
crescono portandosi dietro
qualche sogno che non abbandonano mai. Anzi, quei
sogni, pochi ma buoni, a volte si realizzano e ne generano altri che magari
non fanno diventare ricchi ma fanno
sentire di aver costruito qualcosa di importante, di aver fatto sorridere qualcuno, di aver contribuito a far ritrovare a qualche persona un pezzetto di sé
che aveva smarrito. Ecco cosa fa nella
vita Luisa Colombo, la persona che da
circa quattro mesi ha portato all'interno del secondo reparto maschile della
casa di reclusione di Bollate una cosa
stranissima chiamata " Arteterapia",
con un progetto intitolato Arte in carcere, liberi di volare con la fantasia.
Luisa, fa l’arteterapeuta, quella particolare professione per cui a volte viene
scambiata per una psicologa, altre per
una che fa lavoretti, altre ancora per
una che insegna a dipingere. Ma non
è nulla di tutto ciò, semplicemente è
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carteBollate
una professionista che utilizza l’arte e
il linguaggio artistico come mezzo di
comunicazione e di espressione. Utilizzando questo potente veicolo, lavora
fianco a fianco con i suoi utenti accompagnandoli in un viaggio alla riscoperta di se stessi, aiutandoli a dar voce ai
sentimenti, alle esperienze e al proprio
vissuto senza alcun tipo di forzatura o
imposizione, con una modalità che non
sia esclusivamente quella verbale.
Come sia arrivata a fare questo lavoro
e come si sia ritrovata in questo mondo
fatto di sbarre, chiavi e pesanti porte
di metallo, è una cosa alquanto particolare. Racconta di aver avuto da sempre due desideri, dipingere e lavorare
in un ospedale psichiatrico e afferma
di averli realizzati entrambi; il primo in
un modo che magari avremo occasione
di raccontarvi e il secondo solo in parte, non esistendo più quelle strutture
chiamate manicomi. Può forse sembrare un desiderio folle il suo, ma è
cresciuto con lei grazie alle esperienze
della sua infanzia, che hanno segnato
profondamente le sue scelte tanto da
portarla a percorrere una strada difficile, quella della specializzazione in
arteterapia clinica. Scelte che l'hanno
messa nella condizione di scendere nel
profondo di se stessa per raggiungere
quella consapevolezza di sé che ora
le consente di entrare in relazione e
confrontarsi con situazioni di pesante disagio come possono essere quelle del mondo della psichiatria, della
malattia e del carcere, luogo dove sta
realizzando un altro desiderio che si
è accresciuto negli anni della sua formazione. Luisa è riuscita a strutturare
quello che da quattro mesi è diventato
un percorso su cui non si erano poste
grandi aspettative, ma che si è rivelato
essere una carta vincente perché lei
dice: “Il carcere è un mondo chiuso
tra le sbarre, ma al suo interno ci sono
risorse che meritano di essere riscoperte, rivalutate e riconosciute, per offrire nuove opportunità... fosse anche
solo quella di ricominciare a credere in
se stessi!”.
Così da alcuni mesi a questa parte,
quella che non ama essere chiamata
dottoressa - che ci ha raccontato divertita di essere stata scambiata per
una detenuta, forse a causa dei suoi
tatuaggi -, conduce un gruppo di arteterapia nel secondo reparto maschile
con una comitiva non scelta a priori
ma che si è autoformata.
Oggi, a quattro mesi di distanza
dall’inizio di quel progetto, da quel
giorno in cui con un “open day” è stato
inaugurato questo percorso, l’arte ha
iniziato a colorare e ridare speranza
a chi con lei sta percorrendo questa
strada. A quell'insieme di uomini e
ragazzi che incontro dopo incontro,
stanno imparando a riscoprirsi e ritrovare la capacità di stringere relazioni, di collaborare, di imparare
a esprimersi con un linguaggio che
non è solo quello verbale, ma è quello
del colori e dell’espressione artistica.
Collettivamente stanno scrivendo un
libro, Immagini che lasciano il segno,
quell'insieme di scritti che unisce le
sue impressioni a quelle dei ragazzi del
gruppo e che lei chiama “il nostro diario di bordo”, perché questo è, a tutti
gli effetti, un viaggio. Lo è per i ragazzi
e lo è per Luisa Colombo, un viaggio
in cui grazie all’arte, utilizzata in tutte
le sue sfaccettature, stanno imparando gli uni dagli altri, mettendo in comune esperienze e cercando di tirar
fuori quegli aspetti positivi che sono
stati prevaricati dalla delinquenza e da
scelte sbagliate e che per troppo tempo
sono rimasti inutilizzati e inascoltati.
A chi, fuori dalle sbarre le chiede, con
un tono di voce troppe volte carico di
giudizio, per quale motivo abbia scelto
di entrare spontaneamente a lavorare
in carcere e cosa ci trovi di così speciale in gente classificata come “scarti
della società”, lei risponde: "Ho imparato sulla mia pelle che scendere dal
pulpito su cui buona parte della gente
si trova a proprio agio nel giudicare,
permette di vedere e vivere le esperienze che la vita regala, sotto un'altra
luce. Ci sono momenti, mentre lavoro
con i ragazzi, in cui mi stacco e li guardo fissare le loro creature con un'indescrivibile soddisfazione negli occhi,
ognuno di noi. Condividere il progetto, l'idea di un’ opera, studiare insieme
come realizzarla, confrontarsi, richiede un costante impegno nell'ascolto di
quella relazione che si sta instaurando con ognuno di loro; quella relazione che unisce ferite e stati d'animo...
quella relazione in cui ci si confronta
con i propri limiti e con le proprie capacità, accettandole e condividendole.
Quell'atteggiamento di ascolto di ciò
che spesso non viene detto dalle parole ma viene tradotto in segni e immagini dalle mani. E che si ripete ogni
volta che si entra nella nostra bottega,
con il proprio bagaglio di esperienze e
competenze professionali e umane, liberandosi dalla presunzione di essere
lì solo per insegnare e con l'atteggiamento consapevole di chi, varcando
quella soglia, è cosciente di avere una
grande opportunità: quella di poter
apprendere quello che nessuna scuola
al mondo ti potrà insegnare".
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Dove ti porterei
ARTETERAPIA 2 –
Il progetto condotto da Camilla Baron
Segni di sé, un filo d’arte
tra il dentro e il fuori
C
amilla Baron, laureanda
all'Accademia di Belle Arti
di Brera in Teoria e Pratica
della Terapeutica Artistica,
conduce da maggio un laboratorio d'arte
all'interno del Quarto Reparto a Trattamento Avanzato. Segni di sé è il titolo
del progetto, che costituirà anche la sua
tesi di laurea e che si è svolto anche grazie al supporto della Cooperativa Sociale
Articolo 3 e alla presenza di bravissime
tirocinanti dell'Accademia: Elisa, Martina, Sara, Heesu e Valentina.
Non si tratta di un laboratorio tradizionale, dove vengono insegnate tecniche,
quanto di una fucina creativa in cui ciascuna opera nasce grazie al lavoro delle
mani di tutti i partecipanti (detenuti e
ragazze), ed è perciò un'Opera Condivisa.
Si è partiti dalla scrittura manuale e dal
presupposto che essa non è solo una serie di segni grafici che indicano suoni e
che portano un significato, ma è anche
gesto che coinvolge il corpo e che libera idee ed emozioni. Ciascuno ha infatti lasciato tracce del suo passaggio:
una scritta, una pennellata, un graffio,
un'impronta, uno schizzo di colore.
In questa serie di lavori condivisi, segni liberi e casuali si incontrano e si
scontrano caoticamente con quelli altrui, generando forme astratte o visioni
fantastiche; frasi che si scompongono
diventano poesie; colature, gocce, fili,
lettere e parole si intrecciano formando
tessuti e nuove superfici. Ogni sabato
si crea qualcosa, per poi distruggerlo
e ricrearlo dandogli nuove possibilità;
il tutto con voglia di giocare e lasciarsi
sorprendere.
Nonostante il progetto iniziale prevedesse solo la pittura, la bravura e l'entusiasmo dei partecipanti ha permesso
di spaziare e di toccare vari linguaggi
dell'arte contemporanea: oltre alle tele,
anche di grandi dimensioni, abbiamo infatti ottenuto un'installazione di tessuto
e delle carte fatte a mano, una scultura
e infine un video la cui colonna sonora
è stata realizzata registrando le voci dei
ragazzi, utilizzando così anche l'aspetto
performativo dell'espressione artistica.
Il progetto (che è anche stato esportato in Bolivia nel Centro Penitenziario di
reinserimento Qalauma a El Alto) prevede anche un'esposizione in uno spazio
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esterno all'Istituto di pena, in modo che
questi “segni di noi” comunichino davvero con il “fuori”. Infatti il punto centrale è proprio questo: l'arte ha a che fare
con il nostro essere umani, e permette
la comunicazione fra il dentro e il fuori, non solo dal carcere come in questo
caso, ma anche fra il dentro e il fuori di
ciascuno di noi.
Le testimonianze delle ragazze
Camilla: “Mi era stato detto: sono giovani, se ne fregano, non hanno voglia di
fare niente. Non ci ho creduto e ho fatto
bene! Ho trovato energia, simpatia, voglia di mettersi in gioco, ma anche sensibilità, cura e talento. Abbiamo avuto a
che fare con persone ‘prese bene’e basta
guardare le opere per capire che non
si è trattato solo di svago o distrazione
(come molti chiamano l'arte), ma di vera
condivisione e lavoro di squadra. Per
questo ringrazio i numerosi ragazzi partecipanti e le bravissime tirocinanti. Un
ringraziamento va anche alla Cooperativa Sociale Articolo 3 per aver fin dall'inizio creduto nel progetto e alla pazienza
di tutti gli agenti del reparto che ogni sabato alle 17.30 vengono a ricordarci che
è ora di mettere via il materiale, perché
noi non ci accorgiamo che le nostre tre
ore di laboratorio sono già finite!”.
Elisa: “L'esperienza è stata altamente
formativa, e la piacevole energia delle
persone che abitano questo luogo, ha
reso possibile l'attuazione di un percorso di creazione, in cui ognuno ha potuto
trovare una parte di sé e capire che nessun confine ci separa nelle emozioni”.
Heesu: “Abbiamo passato insieme dei
momenti di svago, che rimarranno nella mia memoria come dei ricordi felici.
Come un'opera d'arte è creata con la
linea, i colori e la superficie, tutti noi
abbiamo fatto la nostra parte in questa
esperienza”.
Sara: “L’arte unisce, elide confini fisici e
mentali, permette il dialogo anticipando
il linguaggio verbale. Essa passa attraverso l’incontro con qualcosa o qualcuno altro da sé che fa sì che l’espressione
divenga possibile. Il colore, il segno, la
scrittura, la tela o la stoffa sono i mezzi
e i luoghi dell’incontro. Spazi aperti che
accolgono il racconto di un momento o
di uno stato d’animo, che comunicano e
creano un percorso di conoscenza e relazione con l’altro. Credo che la bellezza
di questa esperienza stia nel fatto che
l’incontro sia avvenuto passando dalla
sincerità dei gesti. L’arte porta con sé il
dono autentico dell’espressione interiore”.
Valentina: “Quest'esperienza è stata forte e impegnativa, forte perché ho dovuto fare i conti con me stessa con i miei
limiti e i miei preconcetti, impegnativa
perché il carcere ti assorbe, mentalmente e fisicamente... Fino al momento in
cui ho varcato i cancelli del carcere non
mi ero mai domandata cosa significasse,
era tutto molto semplice, il mondo diviso tra buoni e cattivi, un po' come nelle
favole...
Poi ho capito che non è sempre così, ho
capito quanto la pena detentiva possa
essere dura e difficile, veramente punitiva, sono stata felice di aver partecipato
a questo progetto, perché è stato bello
entrare lì dentro e trovare così tanta
umanità, confrontarmi con me stessa
cambiare e sentirmi utile e sentire che
con l'arte puoi davvero mettere un piccolo semino, che anche se è piccolo può
diventare forte, un albero! Ora so ancora più di prima che l'arte e la cultura ci
rendono migliori, delle persone migliori, e vorrei veramente che questo fosse
compreso in Italia, spesso non è così ma
io continuerò ad andare in giro a spargere semini, perché nel frattempo, anche
se non vedrò mai la foresta avrò avuto e
dato un po' di serenità”.
Martina: “La distruzione è la via per la
trasformazione… La pittura, come la
scrittura, è un modo per ri-conoscere
se stessi, vedersi, capirsi; scrivere e dipingere insieme vuol dire raccontarsi e
allo stesso tempo ascoltare l’altro, saper
accogliere il suo pensiero, rimettendo in
discussione le proprie convinzioni ed il
proprio sentire, superando i pregiudizi.
Un percorso artistico di continue distruzioni e ricomposizioni, trasformazioni,
che suggerisce quanto il cambiamento sia vitale per l’uomo; strappi, tagli,
ferite e un paziente e lungo ricucire…
frammenti di voi e di noi, verso una
pelle condivisa, Nostra; gesti istintivi e spontanei riosservati sotto nuove
angolazioni, che trovano nuova voce.
Racconti di incontri. E ancora non vi
conosco e sono sicura solo di una cosa:
l’affetto”.
Firma
ALLE CINQUE TERRE –
A piedi lungo la costa a picco sul mare
La Via dell’amore
e un bicchiere di sciacchetrà
S
vegliato di mattino presto dal
canto stridulo di un gabbiano,
esco in coperta e rimango incantato dalla vivida luce rossa
dell’alba sferzata da un leggero vento
di tramontana. Siamo approdati, la sera
prima, al porto di Alassio (SV), questa
atmosfera magica mi spinge a salpare immediatamente per godere di un
mare invitante, è come una droga e non
si può farne a meno.
Ultimati rapidamente i preparativi, il
sole piano piano si sta alzando, salpiamo
con l’intento di regatare con impegno
in una gara contro noi stessi. Andremo
dove il vento prima di calare ci porterà.
Le varie manovre per acquistare sempre più velocità ci portano di fronte a
Lavagna, è allora che la mia compagna
esprime il desiderio di percorrere la Via
dell'amore lungo le Cinque Terre.
Le Cinque Terre sono un territorio della riviera ligure di levante, un tratto di
costa frastagliato compreso in un ampio golfo tra Punta Mesco e Punta di
Montenero, con versanti montani che
sprofondano nel mare. In questo tratto
si trovano cinque borghi, da La Spezia
risalendo verso Ovest: Riomaggiore,
Manarola, Corniglia, Vernazza e Monterosso al Mare. È un territorio che
conosco solo dal mare e devo dire che
la costa crea un paesaggio veramente
fantastico.
Approdiamo a Lavagna verso sera, il
mattino dopo siamo già sul pullman
che ci porterà a La Spezia da dove una
navetta ci lascerà a Riomaggiore. Dal
parcheggio si domina il paese e sotto il
mare è di colore blu intenso. Si scorge
anche una piccola cala e alcune coloratissime piccole imbarcazioni.
L’abitato sembra essere diviso in due
dal crinale della montagna che si inabissa in mare. Arriviamo in quella che
deve essere la piazza principale, dominata dalla chiesa e circondata da alti
edifici dai vari colori. Troviamo subito
un alberghetto dove pernottare, carino,
molto intimo e accogliente, le persone
che incontriamo sono cordialissime e
disposte a darci consigli e indicazioni.
Scendiamo alla marina dove il mare
s’incanala fra le case per qualche decina di metri. Ci concediamo quindi un
pranzo tipico della zona, una buona minestra di campo, fatta con erbe selvatiche, buonissima e come secondo i muscoli ripieni, il tutto bagnato dal vino
Cinque Terre. Prima di cena andiamo a visitare il Castello a ridosso della montagna coltivata a terrazzamento
con le viti.
Il mattino successivo, dopo aver fatto colazione con una calda focaccia e
succo di arancia, ci incamminiamo per
Via dell'amore. È un sentiero costiero a
pagamento (i soldi servono all’ente del
Parco nazionale delle Cinque Terre per
salvaguardare il paesaggio, a strapiombo sul mare) scavato nella roccia che
da Riomaggiore ci porterà a Manarola.
Il mare ci inebria con lo iodio polverizzato dalle onde che s’infrangono sulla
scogliera e dal terrazzato si scorgono
delle piccole e sensuali calle raggiungibili praticamente solo via mare. Mano
nella mano e coinvolti sentimentalmente dal cammino, arriviamo a Manarola.
Il paesino è piccolo e variegato, le case
sempre ammassate una sull’altra. La
ferrovia, che vìola di tanto in tanto il paesaggio, è l’unica nota dolente di tutto il
cammino. Praticamente il paese non ha
porto e le barche dei pescatori vengono
issate dal mare con un paranco e ben
disposte sulla via principale del paese.
Famoso è il presepe luminoso che, a
detta dei cittadini, è il più grande del
mondo: dal mare infatti, di notte, sono
visibili in un suggestivo paesaggio, le
statue illuminate. Ci fermiamo giusto
il tempo di pranzare, ma specialmente
per degustare il famoso e raro Sciacchetrà dopo aver mangiato un ottimo e
abbondante piatto al baccalà.
Il Sentiero dell’amore ci abbandona
qui e riprendiamo il nostro itinerario
col “sentiero azzurro” che ci porterà a
Corniglia, costeggiando, tranne i tratti di ferrovia, sempre il mare e sempre
da una certa altezza. Lungo i bordi del
passeggio si trovano comode panchine
per riposare e per ammirare il paesaggio, vario e affascinante.
Ed ecco che, dopo aver superato un
crinale, appare Corniglia, arroccata su
un colle fra coltivazioni di viti, qualche
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poesia ✍ poesia ✍ poesia ✍ poesia ✍ poesia ✍ poesia ✍ poesia
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sparuto olivo e agrumi. È l’unico paese
delle Cinque Terre che non si affaccia
sul mare e per raggiungerlo bisogna salire su una lunga scalinata, ampia, ma
ripida. La piazza principale è piccola,
carina attorniata dagli edifici coloratissimi, dominata dalla chiesa e al centro
si trova il monumento ai caduti. Pernotteremo qui in un alberghetto dall’ottima cucina casalinga e fornita dal pregiatissimo Sciacchetrà. La scogliera
sottostante è impervia e fa sognare interessanti immersioni subacquee.
Girovaghiamo un po’ per il paese salutati cordialmente dalle persone che
incontriamo. Troviamo su una vecchia
casa dei resti medioevali, come ci dice
un signore. Le scale qui non mancano,
una molto ripida ci porta verso una
piazzetta con una chiesetta, da dove
scorgiamo i resti di una antica torre.
Nel paese regna la calma e il sonno arriva presto, distolto solo dal rintocco
delle campane.
Riprendiamo il cammino fra queste terre piene di piacevoli sorprese, mentre
il sole gioca a nascondino fra le sparse
nuvole bianche. Giungiamo a Vernazza,
splendido borgo attrezzato con un porto naturale praticamente avvolto dal
paese. Vernazza si protende sul mare
come un istmo, le colline e le alture
che la circondano sono terrazzamenti
coltivati a ulivi, viti e limoni. Troviamo
posto per la notte nell’albergo in piazza
che pullula di vita allegra. Ci invitano
a ritornare per partecipare alla tradizionale festa dei pirati, la simulazione
dello sbarco di pirati in costume che si
svolge di notte, accompagnata da vari
tipi di percussioni.
La chiesa del paese si erge sulla scogliera in riva al mare; su uno spuntone di
roccia si può ammirare la torre rotonda del castello Doria. Nel ristorante in
piazza come antipasto mangiamo l’arbanella di acciughe, per primo le trenette
al pesto e per seguire una gustosa orata
al sale il tutto sorseggiando il Cinque
Terre e per finire una prelibata fetta di
crostata con la marmellata di limone.
Il mattino ci vede in cammino per Monterosso, ultimo paese delle Cinque
Terre. Il sentiero non sempre costeggia
il mare, ma sempre regala scorci veramente spettacolari. Il tempo è cambiato,
i colori del mare sono più scuri mentre
il sole si nasconde dietro neri nuvoloni,
presagio di pioggia. Guardando verso il
mare ci si accorge di come una barriera
di acqua limiti l’orizzonte cascando dal
cielo. Ci affrettiamo col passo ed ecco
che di colpo ci appare il golfo con al
suo centro Monterosso. Lungo la costa
ci sono tipiche spiaggette sul fondo di
piccole insenature naturali. È il paese
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più grande, in parte moderno e anche
le spiagge sono più ampie rispetto alle
scogliere selvagge degli altri borghi, la
sua costa è ricca di tipiche spiaggette.
Dalla stazione si accede al centro storico attraverso un tunnel. Visitiamo Villa
Montale, residenza in cui ha trascorso
parte della vita e delle vacanze estive
Eugenio Montale, il poeta premio Nobel
per la letteratura. Lungo un pendio verso il mare si trova il convento dei Cappuccini, poco lontano si vedono i ruderi
di un eremo. A “vigilare” su un’invitante spiaggia, da una roccia, l’imponente
statua di Nettuno.
Ci fermiamo in piazza, sempre coloratissima e piena di gente, nel bar ci concediamo una calda focaccia e un buon
bicchiere di Sciacchetrà, non troppo
dolce che alla bocca di un profano e
quasi astemio diventa un elisir da gustare con moderazione e a occhi chiusi.
Questa passeggiata romantica, fatta in
SOLITUDINE
SOLO TU
LE SCARPE
Bella signora
Unica compagna silenziosa
Tu che ami
Meglio di una sposa
Tu che mi segui
Ovunque vada,
Non sei egoista
Non sei gelosa
Non sei permalosa
Non chiedi niente
Non vuoi amore
Non vuoi gioielli
Ti basta solo stare vicino
Seguire passo passo il mio cammino
Mi insegni l’arte di aspettare
Di piangere, di tacere
Gli anni passano e mi sei vicina
Tu non deludi mai
Chi a te si affida.
Antonino Di Mauro
Mentre ti guardo
mi tremano le gambe
basta
ti prego basta
smetti di parlare
…ora ho bisogno
di volare!
Corte o lunghe
alte o basse…
non importano le marche,
questo è altro
per la moda,
sono tosta
e non importa quanto costa
Barbara Pasculli
che fatica questo tacco
ma… va bene
quando stacco?
I colori, eccome vanno
se li abbino tutto l’anno!
PREGHIERA
La sola preghiera
che affiora alle labbra:
…abbandona
il cuore
porto un macigno,
donami la libertà!
Stefana Chirca
IL TUO COMPLEANNO
Teresa
nella pagina precedente:
veduta di riomaggiore
sopra: la via dell'amore
sotto: terrazze a vigneti
a manarola
un ambiente dolce, ma anche selvaggio, fra profumi di ginestre e quello del
mare è stata un vero e proprio sogno.
Sullo Sciacchetrà Montale dice: “... il
tipo classico, bevuto sul posto, autentico, al cento per cento, supera di gran
lunga quel farmaceutico vino di Porto”.
È ora di ritornare alla nostra barca,
lasciamo alle spalle Monterosso col
proposito di ritornarci in estate per distenderci sulle sue piccole spiaggette e
nuotare nel blu del suo mare.
Paolo Sorrentino
LA MOTO
LE RAGAZZE DEL
LABORATORIO DI POESIA
La moto correva
e il corpo vibrava più forte del vento
l’emozione di sentirsi immortali
volavo e mordevo l’asfalto con lei
in balia di una grande euforia.
Furore.
Barbara Balzano
Brave, attente interessate
seguite le lezioni e imparate.
fate esercizi contando sillabe e rime
volete sempre essere le prime
siete d’esempio per le vostre compagne
se qualcosa va storto non fate le lagne.
Siete veramente detenute modello
girate sempre col vostro quaderno
bello,
la revisione (critica) è la vostra priorità
e la fate con grande serietà.
Adesso anche a teatro vi possono
ammirare,
siete donne di successo da imitare.
Questi sono i miei sentimenti,
ragazze mie, vi faccio i miei
complimenti.
Nazareno Caporali
IL SOLE A MEZZANOTTE
Uscimmo da un pub
di un paese lontano
dove fa freddo tutto l’anno
era agosto ma sembrava Capodanno.
In compagnia di alcuni amici,
per me ancora oggi fratelli,
ubriachi e sballati
da una marea di spinelli
guardai l’orologio ed esclamai:
- è mezzanotte! scoppiammo a ridere
c’era il sole e molta luce
- non ci si crede! disse un mio amico
- è allucinante! Qualcuno si rotolò a terra …
Io ridevo, ridevo e ridevo
Poi mi resi conto che cercavo la luna!
Leonardo Belardi
Piano osservi
L’abbraccio
Della pioggia
E zitto
Ti regali…
L’attimo
Di una madre.
Giacomo De Santis
DI ME TROPPO NEMICO
Scrivo parole
tante
sono simili ai rimorsi
altre cercano
d’abbracciarmi
e mi piace,
ma le taccio
e le respingo
perché non sia
di me:
troppo nemico…
Gaetano Conte
NEBBIA
Nessuno mi vede
immerso in questo fumo
d’acqua
mi pizzica la gola
mi posso avvicinare
in una intimità eccitante.
L’orizzonte cambia
dopo pochi passi
godo la solitudine.
Nessuno mi vede.
Giuseppe Pescatore
MARE
Era un bel paesaggio marino
il mare di un azzurro chiaro e il cielo
sereno
vidi la barca, i marinai remare
e all’orizzonte scomparire.
Aspettando il suo ritorno mi godo
in tutta franchezza
questa carezzevole brezza!
Carmelo Zavettieri
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federica neeff
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