Documento CdC classe 5°I

LICEO SCIENTIFICO STATALE “LEONARDO DA VINCI”
Via Cavour, 6 – Casalecchio di Reno (BO)
ESAMI DI STATO CONCLUSIVI DEL CORSO DI STUDI
(Legge 425/97 - DPR 323/98 art. 5.2)
DOCUMENTO PREDISPOSTO DAL CONSIGLIO DELLA CLASSE 5 I
Anno Scolastico 2013/2014
1. Composizione del consiglio di classe
2. Presentazione della classe
a. storia della classe
b. continuità didattica
c. situazione della classe in relazione alle competenze chiave di cittadinanza
3. Percorso formativo attuato
a. modalità attuate per il raggiungimento delle competenze chiave di cittadinanza
b. percorsi multidisciplinari
c. attività integrative ed extracurricolari
d. esercitazioni di prima prova
e. esercitazioni di seconda prova
f. esercitazioni di terza prova
4. Allegati
a. elenco degli alunni/e
b. testi delle esercitazioni di prima, seconda e terza prova
c. tabelle di valutazione delle esercitazioni di prima, seconda e terza prova
1. Composizione del consiglio di classe
Nome e cognome
Rapporto di lavoro
Materia di insegnamento
Membro interno
Rossella Rimondi
Tempo indeterminato
Matematica e Fisica
sì
Lucia Rancoita
Tempo indeterminato
Scienze naturali
sì
Elena Fanti
Tempo indeterminato
Storia e Filosofia
sì
Sandra Di Bernardo
Tempo indeterminato
Disegno e storia dell’arte
no
Patrizia Tattini
Tempo indeterminato
Italiano e Latino
no
Cristina Ghermandi
Tempo indeterminato
Lingua e letteratura inglese no
Roberta D’amico
Tempo indeterminato
Lingua e letteratura
spagnola
no
Silvia Lolli
Tempo indeterminato
Educazione fisica
no
Maria Silvia Sbarra
Tempo indeterminato
Religione
no
2. Presentazione della classe
a. storia della classe
Si tratta di un corso di liceo scientifico tradizionale con bilinguismo (spagnolo). La classe, formatasi
nell’a.s. 2009/2010, è costituta da un cospicuo numero di studenti che avevano richiesto l’iscrizione al
corso con la sperimentazione linguistica “Brocca”. Tuttavia in quell’anno il numero di iscritti non fu
sufficiente per formare la classe prima, per cui questi studenti ripiegarono sul corso di liceo scientifico
con bilinguismo.
La classe è attualmente composta da 22 studenti, 7 maschi e 15 femmine.
In prima sono stati bocciati 5 studenti, in seconda 2, in terza sono stati tutti promossi, in quarta sono
entrati 2 studenti: uno proveniente da altro istituto, l’altro proveniente da altra città; solo quest’ultimo è
risultato non promosso alla classe quinta.
b. continuità didattica
La classe ha avuto continuità didattica in Italiano e Latino (prof. Coco al biennio e prof. Tattini al triennio),
in Matematica (prof. Ferrarini al biennio e prof. Rimondi al triennio, con anche l’insegnamento di Fisica),
in Educazione fisica (prof. Lolli nel quinquennio), in Religione (prof. Sbarra nel quinquennio). In Spagnolo
si sono avvicendati diversi insegnanti: prof. Novelli in prima, prof. Barretta in seconda, prof. Pison in terza,
prof. D’Amico in quarta e quinta; in Inglese c’è stata discontinuità al biennio (prof. Lelli in prima e prof.
Mellone in seconda, continuità nel triennio (prof. Ghermandi); per Storia e Filosofia in terza c’è stato il
prof. Tinaglia, nel trimestre della quarta il prof. Lederi, nel pentamestre e in quinta la prof. Fanti; in
Scienze c’è stata continuità nel triennio (prof. Rancoita); in Disegno e Storia dell’arte c’è stata continuità
dalla seconda alla quinta (prof. Di Bernardo).
c. Situazione della classe in relazione alle competenze chiave di cittadinanza
COMPETENZE COGNITIVE
 Acquisire e interpretare criticamente le informazioni, distinguendo fatti e opinioni;
 individuare collegamenti e relazioni tra fenomeni, eventi e concetti diversi;
 risolvere problemi individuando e affrontando situazioni problematiche, costruendo e verificando
ipotesi, raccogliendo e valutando i dati, proponendo soluzioni, utilizzando contenuti e metodi delle
diverse discipline.
Un discreto numero di studenti ha raggiunto un buon livello sia nella comprensione delle informazioni
sia nella loro interpretazione e organizzazione attraverso gli opportuni collegamenti e contributi
personali. Alcuni alunni, pur comprendendo in modo sufficiente i contenuti, non sempre riescono ad
esporli in forma chiara e scorrevole, privilegiando la sintesi all’analisi e riuscendo a stabilire
collegamenti solo se guidati. Un gruppo ristretto dimostra minore propensione per uno studio
organizzato e pertanto utilizza le informazioni acquisite in modo poco autonomo.
COMPETENZE METACOGNITIVE
 Imparare a imparare, organizzando il proprio apprendimento, anche in funzione dei tempi
disponibili, delle proprie strategie e del proprio metodo di studio;
 progettare, ponendosi interrogativi, formulando ipotesi, prospettando soluzioni, stabilendo
obiettivi significativi e le relative priorità, verificando i risultati raggiunti.
Dal punto di vista dell’autonomia nell’organizzazione dello studio e nella ricerca di percorsi personali
la classe è particolarmente articolata: un gruppo di alunni ha raggiunto in modo soddisfacente gli
obiettivi - alcuni conseguendo un ottimo livello di efficacia - mentre per altri l’impegno e la qualità
dello studio sono caratterizzati da una certa superficialità.
COMPETENZE COMUNICATIVE:
 Comprendere messaggi di genere diverso (quotidiano, letterario, artistico, tecnico, scientifico) e
di complessità diversa, trasmessi utilizzando linguaggi diversi (verbale, visuale, matematico,
scientifico, simbolico, ecc.) e mediante diversi supporti (cartacei, informatici e multimediali);
 rappresentare eventi, fenomeni, principi, concetti, norme, procedure, atteggiamenti, stati
d’animo, emozioni, utilizzando linguaggi diversi (verbale, visuale, matematico, scientifico,
simbolico, corporeo e motorio) e diverse conoscenze disciplinari, mediante diversi supporti
(cartacei, informatici e multimediali).
Per quanto concerne la produzione scritta e orale un ristretto gruppo ha raggiunto un livello
decisamente apprezzabile per correttezza e proprietà. La maggior parte della classe possiede una
discreta correttezza, ma non è sempre in grado di utilizzare i linguaggi disciplinari specifici. Alcune
difficoltà persistono in particolare nella produzione scritta.
COMPETENZE CIVICHE E SOCIALI
 Collaborare e partecipare, interagendo in gruppo, comprendendo i diversi punti di vista,
valorizzando le proprie e le altrui capacità, contribuendo all’apprendimento comune e alla
realizzazione delle attività collettive, nel riconoscimento dei diritti fondamentali degli altri;
 agire in modo autonomo e responsabile, inserendosi in modo attivo e consapevole nella vita
sociale e facendo valere i propri diritti e bisogni, riconoscendo al contempo quelli altrui, le
opportunità comuni, i limiti, le regole, le responsabilità.
Gli studenti hanno tenuto un atteggiamento di rispettosa educazione nei diversi momenti della vita
scolastica, dimostrando consapevolezza dei propri compiti civico-sociali e senso di responsabilità. Per
quanto concerne la partecipazione al dialogo educativo, la classe risulta piuttosto divisa: una metà
degli studenti partecipa in modo attivo, l’altra metà predilige un ascolto in genere attento, ma non
accompagnato da un personale contributo allo svolgimento dell’attività didattica. La frequenza è
sempre stata regolare.
3. Percorso formativo attuato
a. modalità attuate per il raggiungimento delle competenze chiave di cittadinanza
1. Dialoghi, dibattiti e discussioni guidati e regolati da norme semplici e precise (alzata di mano, rispetto
dei turni e dei ruoli comunicativi).
2. Letture ad alta voce accompagnate e guidate da domande volte a stimolare la comprensione e
l’analisi dei testi.
3. Interrogazioni orali.
4. Esercitazioni volte a individuare, chiarire e definire parole-chiave, nodi concettuali, problemi centrali
di un testo o di un discorso.
5. Esercitazioni volte a ordinare, schematizzare e rielaborare in modo sintetico le conoscenze acquisite
tramite l’ascolto e la memorizzazione della parola orale e tramite gli appunti presi in classe.
6. Elaborazioni di testi scritti che applichino in modo pertinente le conoscenze acquisite.
7. Interventi orali, spontanei o sollecitati, anche in forma di esposizione secondo uno schema, una
mappa, una relazione.
8. Lavori di gruppo o in coppia svolti in classe o assegnati a casa.
9. Attività di cooperative learning.
b. percorsi multidisciplinari
Il Novecento: un cambiamento di paradigmi
Discipline coinvolte: Storia, Filosofia, Inglese, Italiano, Storia dell’arte, Scienze
c. attività integrative ed extracurricolari
Partecipazione al progetto Orientamento post-diploma
Visita alla mostra Body Worlds di Gunther von Hagens
Laboratorio teatrale
Progetto FCE
La letteratura del Novecento attraverso quattro grandi romanzi (Il Gattopardo di Tomasi di
Lampedusa, Una questione privata di Fenoglio, Il sistema periodico di Levi, Una storia semplice di
Sciascia)
d. esercitazioni di prima prova
Nell’arco del triennio si sono svolte numerose esercitazioni parziali di prima prova dell’Esame di Stato e,
ogni anno, una prova completa di tutte le tipologie previste per l’Esame di Stato congiuntamente alle
altre classi parallele dell’Istituto. Per le classi quinte dell’a.s. 2013/14 si è svolta in data 8 maggio 2014.
(allegato b1)
Per la valutazione si utilizza l’allegata griglia, elaborata dal dipartimento di Lettere. (allegato c1)
e. esercitazioni di seconda prova
Una esercitazione per tutte le classi quinte dell’Istituto è stata svolta in data 14 febbraio 2014 (allegato
b2) e un’altra è programmata in data 23 maggio 2014.
Per la valutazione si utilizza l’allegata griglia elaborata dal dipartimento di Matematica e Fisica. (allegato
c2).
f. esercitazioni di terza prova
Si sono svolte tre esercitazioni per la terza prova. Una prima esercitazione in data 4 dicembre 2013
(discipline coinvolte: Fisica, Inglese, Filosofia, Educazione fisica), una seconda esercitazione in data 8
marzo 2014 (discipline coinvolte: Storia dell’arte, Inglese, Filosofia, Scienze) e una terza esercitazione si
svolgerà in data 16 maggio 2014. Tutte le esercitazioni sono state di Tipologia A – Trattazione sintetica di
argomenti e sono state svolte in 4 ore. (allegato b3)
Per la valutazione si utilizza l’allegata griglia condivisa dai dipartimenti delle discipline coinvolte. (allegato
c3)
4. Allegati
a. Elenco degli alunni/e
b. Testi delle esercitazioni di prima e seconda prove comuni; testi delle esercitazioni di terza prova
c. Tabelle di valutazione delle esercitazioni di prima, seconda e terza prova
Casalecchio di Reno, 15 maggio 2014
Il coordinatore del Consiglio di Classe
La Dirigente Scolastica
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Il Consiglio di classe _________________________
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Allegato b1
LICEO SCIENTIFICO STATALE “LEONARDO DA VINCI”
Via Cavour, 6 – Casalecchio di Reno (BO)
Anno Scolastico 2013/2014
TESTI delle ESERCITAZIONI COMUNI di PRIMA PROVA
8 maggio 2014
TIPOLOGIA A: ANALISI DI TESTO
Primo Levi, Idrogeno
da Il sistema periodico (1975)
Primo Levi nasce a Torino nel 1919 da famiglia ebraica. Nel 1941 si laurea in Chimica. Nel 1943, dopo essere entrato nelle brigate partigiane, è catturato dai
nazisti e deportato nel Lager di Auschwitz. Scampato allo sterminio, torna a Torino e, nel dopoguerra, esercita la professione di chimico, dedicandosi
parallelamente alla letteratura. Muore suicida nel 1987.
Il sistema periodico (1975) è il titolo di una raccolta di racconti (ispirati ciascuno a un elemento chimico) attraverso i quali lo scrittore evoca varie figure legate
alla sua biografia.
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Era gennaio. Enrico mi venne a chiamare subito dopo pranzo: suo fratello era andato in montagna e gli aveva lasciato le
chiavi del laboratorio. Mi vestii in un attimo e lo raggiunsi in strada. […].
Avevamo sedici anni, ed io ero affascinato da Enrico. Non era molto attivo, e il suo rendimento scolastico era scarso, ma
aveva virtù che lo distinguevano da tutti gli altri della classe, e faceva cose che nessun altro faceva. Possedeva un
coraggio tranquillo e testardo, una capacità precoce di sentire il proprio avvenire e di dargli peso e figura. Rifiutava (ma
senza scherno) le nostre interminabili discussioni, volta a volta platoniche, darwiniane, bergsoniane più tardi; non era
volgare, non si vantava delle sue capacità sportive e virili, non mentiva mai. Era consapevole dei suoi limiti, ma non
accadeva mai di sentirgli dire (come tutti ci dicevamo l’un l’altro, allo scopo di trovare conforto o di sfogare un
malumore): “Sai, credo proprio d’essere un idiota”.
Era di fantasia pedestre e lenta: viveva di sogni come tutti noi, ma i suoi sogni erano saggi, erano ottusi, possibili,
contigui alla realtà, non romantici, non cosmici. Non conosceva il mio tormentoso oscillare dal cielo (di un successo
scolastico o sportivo, di una nuova amicizia, di un amore rudimentale e fugace) all’inferno (di un quattro, di un rimorso,
di una brutale rivelazione d’inferiorità che pareva ogni volta eterna, definitiva). Le sue mete erano sempre raggiungibili.
Sognava la promozione, e studiava con pazienza cose che non lo interessavano. Voleva un microscopio, e vendette la
bicicletta da corsa per averlo. Voleva essere un saltatore con l’asta, e frequentò la palestra per un anno tutte le sere,
senza darsi importanza né slogarsi articolazioni, finché arrivò ai metri 3,50 che si era prefissi, e poi smise. Più tardi, volle
una certa donna, e la ebbe; volle il danaro per vivere tranquillo, e lo ottenne dopo dieci anni di lavoro noioso e prosaico.
Non avevamo dubbi: saremmo stati chimici, ma le nostre aspettazioni e speranze erano diverse. Enrico chiedeva alla
chimica, ragionevolmente, gli strumenti per il guadagno e per una vita sicura. Io chiedevo tutt’altro: per me la chimica
rappresentava una nuvola indefinita di potenze future, che avvolgeva il mio avvenire in nere volute lacerate da bagliori di
fuoco, simile a quella che occultava il monte Sinai. Come Mosè, da quella nuvola attendevo la mia legge, l’ordine in me,
attorno a me e nel mondo. Ero sazio di libri, che pure continuavo a ingoiare con voracità indiscreta, e cercavo un’altra
chiave per i sommi veri: una chiave ci doveva pur essere, ed ero sicuro che, per una qualche mostruosa congiura ai danni
miei e del mondo, non l’avrei avuta dalla scuola. A scuola mi somministravano tonnellate di nozioni che digerivo con
diligenza, ma che non mi riscaldavano le vene. Guardavo gonfiare le gemme in primavera, luccicare la mica nel granito, le
mie stesse mani, e dicevo dentro di me: “Capirò anche questo, capirò tutto, ma non come loro vogliono. Troverò una
scorciatoia, mi farò un grimaldello, forzerò le porte”. Era snervante, nauseante, ascoltare discorsi sul problema
dell’essere e del conoscere, quando tutto intorno a noi era mistero che premeva per svelarsi: il legno vetusto dei banchi,
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la sfera del sole di là dai vetri e dai tetti, il volo vano dei pappi nell’aria di giugno. Ecco: tutti i filosofi e tutti gli eserciti
del mondo sarebbero stati capaci di costruire questo moscerino? No, e neppure di comprenderlo: questa era una
vergogna e un abominio, bisognava trovare un’altra strada.
Saremmo stati chimici, Enrico ed io. Avremmo dragato il ventre del mistero con le nostre forze, col nostro ingegno:
avremmo stretto Proteo alla gola, avremmo troncato le sue metamorfosi inconcludenti, da Platone ad Agostino, da
Agostino a Tommaso, da Tommaso a Hegel, da Hegel a Croce. Lo avremmo costretto a parlare.
. pappi: appendici leggere e piumose di alcuni frutti e semi (per esempio dei pioppi); in certe specie servono a facilitare la dispersione dei frutti per mezzo
del vento.
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Questo essendo il nostro programma, non ci potevamo permettere di sprecare occasioni. Il fratello di Enrico, misterioso
e collerico personaggio di cui Enrico non parlava volentieri, era studente in chimica, e aveva installato un laboratorio in
fondo a un cortile, in un curioso vicolo stretto e storto che si diparte da piazza della Crocetta, e spicca nella ossessiva
geometria torinese come un organo rudimentale intrappolato nella struttura evoluta di un mammifero. Anche il
laboratorio era rudimentale: non nel senso di residuo atavico, bensì in quello di estrema povertà. C’era un bancone
piastrellato, poca vetreria, una ventina di bocce con reattivi, molta polvere, molte ragnatele, poca luce e un gran freddo.
Lungo tutta la strada avevamo discusso su quello che avremmo fatto, ora che saremmo “entrati in laboratorio”, ma
avevamo idee confuse.
[…] Cosa sapevamo fare con le nostre mani? Niente, o quasi. Le donne sì: le nostre madri e nonne avevano mani vive ed
agili, sapevano cucire e cucinare, alcune anche suonare il piano, dipingere con gli acquerelli, ricamare, intrecciarsi i
capelli. Ma noi, e i nostri padri? Le nostre mani erano rozze e deboli ad un tempo, regredite, insensibili: la parte meno
educata dei nostri corpi. Compiute le prime fondamentali esperienze del gioco, avevano imparato a scrivere e null’altro.
Conoscevano la stretta convulsa intorno ai rami degli alberi, su cui amavamo arrampicarci per voglia naturale ed insieme
(Enrico ed io) per confuso omaggio e ritorno all’origine della specie; ma ignoravano il peso solenne e bilanciato del
martello, la forza concentrata delle lame, troppo prudentemente proibite, la tessitura sapiente del legno, la cedevolezza
simile e diversa del ferro, del piombo e del rame. Se l’uomo è artefice, non eravamo uomini: lo sapevamo e ne
soffrivamo. Il vetro del laboratorio ci incantava e ci intimidiva. Il vetro, per noi, era ciò che non si deve toccare perché si
rompe, e invece, ad un contatto più intimo, si rivelava una materia diversa da tutte, di suo genere, piena di mistero e di
capriccio. È simile in questo all’acqua, che pure non ha congeneri: ma l’acqua è legata all’uomo, anzi alla vita, da una
consuetudine di sempre, da un rapporto di necessità molteplice, per cui la sua unicità si nasconde sotto la veste
dell’abitudine. Il vetro, invece, è opera dell’uomo ed ha storia più recente. Fu la prima nostra vittima, o meglio il primo
nostro avversario. Nel laboratorio della Crocetta c’era tubo di vetro da lavoro, di vari diametri, in mozziconi lunghi e
corti, tutti coperti di polvere: accendemmo un becco Bunsen e ci mettemmo a lavorare.
[…] Dopo un’ora di lotta col vetro, eravamo stanchi ed umiliati. Avevamo entrambi gli occhi infiammati ed aridi per il
troppo guardare il vetro rovente, i piedi gelati e le dita piene di scottature. D’altronde, lavorare il vetro non è chimica:
noi eravamo in laboratorio con un altro scopo. Il nostro scopo era quello di vedere coi nostri occhi, di provocare con le
nostre mani, almeno uno dei fenomeni che si trovavano descritti con tanta disinvoltura sul nostro testo di chimica. […]
Mi guardai intorno, e vidi in un angolo una comune pila a secco. Ecco quanto avremmo fatto: l’elettrolisi dell’acqua. Era
un’esperienza di esito sicuro, che avevo già eseguito varie volte a casa: Enrico non sarebbe stato deluso.
Presi acqua in un becher, vi sciolsi un pizzico di sale, capovolsi nel becher due barattoli da marmellata vuoti, trovai due
fili di rame ricoperti di gomma, li legai ai poli della pila, e introdussi le estremità nei barattoli. Dai capi saliva una
minuscola processione di bollicine: guardando bene, anzi, si vedeva che dal catodo si liberava su per giù il doppio di gas
che dall’anodo. Scrissi sulla lavagna l’equazione ben nota, e spiegai ad Enrico che stava proprio succedendo quello che
stava scritto lì. Enrico non sembrava tanto convinto, ma era ormai buio, e noi mezzo assiderati; ci lavammo le mani,
comperammo un po’ di castagnaccio e ce ne andammo a casa, lasciando che l’elettrolisi continuasse per proprio conto.
Il giorno dopo trovammo ancora via libera. In dolce ossequio alla teoria, il barattolo del catodo era quasi pieno di gas,
quello dell’anodo era pieno per metà: lo feci notare ad Enrico, dandomi più importanza che potevo, e cercando di fargli
balenare il sospetto che, non dico l’elettrolisi, ma la sua applicazione come conferma alla legge delle proporzioni
definite, fosse una mia invenzione, frutto di pazienti esperimenti condotti nel segreto della mia camera. Ma Enrico era di
cattivo umore, e metteva tutto in dubbio. – Chi ti dice poi che sia proprio idrogeno e ossigeno? – mi disse con malgarbo.
– E se ci fosse del cloro? Non ci hai messo del sale?
L’obiezione mi giunse offensiva: come si permetteva Enrico di dubitare di una mia affermazione? Io ero il teorico, solo io:
lui, benché titolare (in certa misura, e poi solo per “transfert”) del laboratorio, anzi, appunto perché non era in
condizione di vantare altri numeri, avrebbe dovuto astenersi dalle critiche. – Ora vedremo, – dissi: sollevai con cura il
barattolo del catodo, e tenendolo con la bocca in giù accesi un fiammifero e lo avvicinai. Ci fu una esplosione, piccola ma
secca e rabbiosa, il barattolo andò in schegge (per fortuna lo reggevo all’altezza del petto, e non più in su), e mi rimase
in mano, come un simbolo sarcastico, l’anello di vetro del fondo.
Ce ne andammo, ragionando sull’accaduto. A me tremavano un po’ le gambe; provavo paura retrospettiva, e insieme
una certa sciocca fierezza, per aver confermato un’ipotesi, e per aver scatenato una forza della natura. Era proprio
idrogeno, dunque: lo stesso che brucia nel sole e nelle stelle, e dalla cui condensazione si formano in eterno silenzio gli
universi.
Comprensione complessiva
1. Riassumi il racconto in 20/25 semirighe.
Analisi e commento
2. Prendi in esame la figura di Enrico. Quali sono i suoi tratti caratteristici? Perché il narratore ne è affascinato?
3. I due adolescenti sono entrambi interessati alla chimica, seppure in modo diverso. Qual è il pensiero del
narratore e in che cosa è differente la concezione dell’amico? Per quali motivi si può affermare che il narratore ha
una visione etica della scienza?
4. Quali riflessioni esprime il narratore a proposito della scuola? Quali altre considerazioni sull’insegnamento
scolastico sono suscitate dal seguente passo, tratto da Ferro (un altro racconto della raccolta Il sistema periodico):
Vincere la materia è comprenderla, e comprendere la materia è necessario per comprendere l’universo e noi stessi:
e […] quindi il Sistema Periodico di Mendeleev, che proprio in quelle settimane imparavamo laboriosamente a
dipanare, era una poesia, più alta e più solenne di tutte le poesie digerite al liceo?
5. Per quali aspetti e in quali punti, in particolare, il racconto può definirsi un elogio dell’homo faber, artefice del
proprio destino?
6. Nelle righe 81-83 l’autobiografia – il narratore si identifica, infatti, con lo scrittore – si mescola alla riflessione
cosmica: in quale senso?
7. La scrittura di Levi assomiglia spesso, per precisione e chiarezza, a quella di un testo scientifico. Il pensiero dello
scrittore a questo proposito è efficacemente riassunto dalla seguente citazione: Non è vero che il disordine sia
necessario per dipingere il disordine; non è vero che il caos della pagina scritta sia il miglior simbolo del caos
ultimo a cui siamo votati: crederlo è vizio tipico del nostro secolo insicuro (P. Levi, Dello scrivere oscuro, in “La
stampa”, 11 dicembre 1976). Quali passi ti sembrano avvalorare quest’affermazione? Per quali motivi? Quali altri
brani, a tuo paraere, utilizzano, invece, un linguaggio più espressivo e poetico? Per quale ragione?
Approfondimento
8. Nell’opera di Primo Levi, la chimica è un’avventura mentale, una grande metafora per interpretare la realtà, e la
scrittura uno strumento di comprensione razionale: Nei miei libri [...] ravviso un grande bisogno di riordinare, di
rimettere in ordine in un mondo caotico, di spiegare a me e agli altri. [...] Scrivere è un modo per mettere in ordine.
Ed è il migliore che io conosca, anche se non ne conosco molti (P. Levi, Conversazioni e interviste, p. 203). Esprimi il
tuo parere sul rapporto fra scienza e letteratura, alla luce delle tue conoscenze e riflessioni personali.
TIPOLOGIA B: SAGGIO BREVE O ARTICOLO DI GIORNALE
(puoi scegliere uno degli argomenti relativi ai quattro ambiti proposti)
Sviluppa l’argomento scelto o in forma di “saggio breve” o di “articolo di giornale”, interpretando e confrontando i
documenti e i dati forniti. Se scegli la forma del “saggio breve” argomenta la tua trattazione, anche con opportuni
riferimenti alle tue conoscenze ed esperienze di studio. Premetti al saggio un titolo coerente e, se vuoi, suddividilo
in paragrafi. Se scegli la forma dell’“articolo di giornale”, indica il titolo dell’articolo e il tipo di giornale sul quale
pensi che l’articolo debba essere pubblicato.
Per entrambe le forme di scrittura non superare cinque colonne di metà di foglio protocollo.
1. AMBITO ARTISTICO-LETTERARIO
ARGOMENTO: La figura della femme fatale nel romanzo dell’Ottocento.
Mai giovine donna ha uguagliato la bellezza del suo viso. Era la irradiazione di un sogno d’oppio, una visione aerea
che sollevava lo spirito, una visione più stranamente celeste dei sogni che volteggiano nelle anime assopite delle
fanciulle di Delos. Pure le sue fattezze non erano plasmate in quel modello regolare che ci è stato falsamente
insegnato ad ammirare nelle opere classiche del paganesimo […]. Tuttavia, quantunque io vedessi che le fattezze
di Ligeia non erano di una regolarità classica, quantunque sentissi che la sua bellezza era veramente “squisita” e
che vi era non poca di quella “stranezza”, ho sempre provato invano a rintracciare quella irregolarità e a
individuare la mia stessa percezione dello “strano”. Esaminavo il contorno della fronte alta e pallida, ed era
perfetto; ma come è fredda questa parola applicata a così divina maestà! Esaminavo la pelle rivaleggiante con
l’avorio più puro, la imponente larghezza e la calma, la dolce prominenza delle parti sopra alle tempie, e poi la
capigliatura di un nero corvino, lucida, lussureggiante, naturalmente ondulata, che dimostrava tutta la forza della
espressione omerica: “capigliatura iacintea”! Guardavo il profilo delicato del naso, e non trovavo simile perfezione
se non nella grazia dei medaglioni fenici. Era la stessa squisita sofficità di superficie, la stessa quasi impercettibile
tendenza all’aquilino, quelle stesse narici che si incurvavano armoniosamente rivelando la libertà dello spirito.
Guardavo la bocca. Ecco veramente il trionfo di tutte le cose celesti: la curva armoniosa del labbro superiore
piuttosto breve, il riposo soffice e voluttuoso del labbro inferiore, le fossette che giocavano e il colore che parlava,
i denti che rimandavano con una intensa luminosità quasi ogni raggio della luce benedetta che cadeva su di loro,
nei sorrisi placidi e sereni ma sempre trionfalmente radiosi. […] In quei momenti la sua bellezza era – o almeno
appariva alla mia accesa fantasia – la bellezza di un essere supremo o comunque non terreno […] Le pupille erano
del nero più brillante, difese da lunghissime ciglia nere. Anche le sopracciglia, di disegno lievemente irregolare,
erano nere. Tuttavia la “stranezza” che trovavo in quegli occhi non dipendeva dalla forma, dal colore o dalla
vivacità, e non poteva, dopo tutto, essere ad altro attribuita che alla espressione. […] L’espressione degli occhi di
Ligeia! Quanto mi ha fatto meditare! Quante volte, per un’intera notte d’estate, mi sono sforzato di penetrarne il
significato! Che cosa era dunque questo non so che – più profondo del pozzo di Democrito – che giaceva nelle
pupille della mia adorata? Che cosa era? Ero invaso dalla passione di scoprirlo. Quegli occhi! Quelle larghe,
brillanti, divine pupille! Esse erano diventate per me le stelle gemelle di Leda e io il loro fervido astrologo!
Edgar Allan Poe, Ligeia, in Racconti del grottesco e dell’arabesco, 1840
Un mattino mi recai per tempo alla casa del colonnello (vi pranzavamo tutti uniti e ad un’ora, ma per la colazione
vi si andava ad ore diverse, alla spicciolata) e mi trovai solo con essa. Dio! Come esprimere colle parole la bruttezza
orrenda di quella donna! Come vi sono beltà di cui è impossibile il dare una idea, così vi sono bruttezze che
sfuggono ad ogni manifestazione, e tale era la sua. Né tanto era brutta per difetti di natura, per disarmonia di
fattezze, – ché anzi erano in parte regolari, – quanto per una magrezza eccessiva, direi quasi inconcepibile a chi
non la vide; per la rovina che il dolore fisico e le malattie avevano prodotto sulla sua persona ancora così giovine.
Un lieve sforzo d’immaginazione poteva lasciarne travedere lo scheletro, gli zigomi e le ossa delle tempie avevano
una sporgenza spaventosa, l’esiguità del suo collo formava un contrasto vivissimo colla grossezza della sua testa,
di cui un ricco volume di capelli neri, folti, lunghissimi, quali non vidi mai in altra donna, aumentava ancora la
sproporzione. Tutta la sua vita era ne’ suoi occhi che erano nerissimi, grandi, velati – occhi d’una beltà
sorprendente. Non era possibile credere che ella avesse mai potuto essere stata bella, ma era evidente che la sua
bruttezza era per la massima parte effetto della malattia, e che, giovinetta, aveva potuto forse esser piaciuta. La
sua persona era alta e giusta; v’era ancora qualcosa di quella pieghevolezza, di quella grazia, di quella flessibilità
che hanno le donne di sentimento e di nascita distinta; i suoi modi erano così naturalmente dolci, così
spontaneamente cortesi che parevano attinti dalla natura più che dall’educazione: vestiva colla massima eleganza,
e veduta un poco da lontano, poteva trarre ancora in inganno. Tutta la sua orribilità era nel suo viso.
Iginio Ugo Tarchetti, Fosca, 1869
Era alta, magra, aveva soltanto un seno fermo e vigoroso da bruna – e pure non era più giovane ; era pallida come
se avesse sempre addosso la malaria, e su quel pallore due occhi grandi così, e delle labbra fresche e rosse, che vi
mangiavano. Al villaggio la chiamavano la Lupa perché non era sazia giammai – di nulla. Le donne si facevano la
croce quando la vedevano passare, sola come una cagnaccia, con quell’andare randagio e sospettoso della lupa
affamata; ella si spolpava i loro figliuoli e i loro mariti in un batter d’occhio, con le sue labbra rosse, e se li tirava
dietro alla gonnella solamente a guardarli con quegli occhi da satanasso, fossero stati davanti all’altare di Santa
Agrippina. […] «Svegliati!» disse la Lupa a Nanni che dormiva nel fosso, accanto alla siepe polverosa, col capo fra le
braccia. «Svegliati, ché ti ho portato il vino per rinfrescarti la gola». Nanni spalancò gli occhi imbambolati, tra
veglia e sonno, trovandosela dinanzi ritta, pallida, col petto prepotente, e gli occhi neri come il carbone, e stese
brancolando le mani. «No! non ne va in volta femmina buona nell’ora fra vespero e nona!» singhiozzava Nanni,
ricacciando la faccia contro l’erba secca del fossato, in fondo in fondo, colle unghie nei capelli. «Andatevene!
andatevene! non ci venite più nell’aia!» Ella se ne andava infatti, la Lupa, riannodando le trecce superbe,
guardando fisso dinanzi ai suoi passi nelle stoppie calde, cogli occhi neri come il carbone.
Giovanni Verga, La lupa, in Vita dei campi, 1880
Ella [Ippolita Sanzio] portava tra i capelli un garofano, acceso come un desiderio. E i suoi occhi ombrati dai cigli
risplendevano come i laghi tra i salici nei crepuscoli.
Ella appariva, così, la donna di delizia, il forte e delicato strumento di piacere, l’animale voluttuario e magnifico
destinato a illustrare una mensa, a rallegrare un letto, a suscitare le fantasie ambigue d’una lussuria estetica. Ella
così appariva nello splendore massimo della sua animalità: lieta, irrequieta, pieghevole, morbida, crudele.
Giorgio pensava, guardandola con una curiosità intenta: «Di quante diverse apparenze ella si veste agli occhi miei!
La sua forma è disegnata dal mio desiderio; le sue ombre sono prodotte dal mio pensiero. Ella, quale m’appare in
tutti gli istanti, non è se non l’effetto d’una mia continua creazione interiore. Ella non esiste se non in me
medesimo. Le sue apparenze sono mutevoli come i sogni dell’infermo. Gravis dum suavis! Quando?» Era assai
confuso nella sua memoria il tempo in cui egli l’aveva insignita di quel titolo di nobiltà ideale, baciandola su la
fronte. Quella esaltazione era per lui ora quasi inconcepibile. Confusamente gli ripassavano nella memoria parole
proferite da lei, che sembravano rivelare uno spirito profondo. «Chi parlava in lei, allora, se non il mio spirito? Fu
una delle mie ambizioni dare alla mia anima triste quelle labbra sinuose, affinché esalasse il suo dolore per un
tramite di bellezza insigne».
Gabriele d’Annunzio, Il trionfo della morte, 1894
– La signora, – rispose quello, – è una monaca; ma non è una monaca come l’altre. […] Il suo aspetto, che poteva
dimostrar venticinque anni, faceva a prima vista un’impressione di bellezza, ma d’una bellezza sbattuta, sfiorita e,
direi quasi, scomposta. Un velo nero, sospeso e stirato orizzontalmente sulla testa, cadeva dalle due parti, discosto
alquanto dal viso; sotto il velo, una bianchissima benda di lino cingeva, fino al mezzo, una fronte di diversa, ma
non d’inferiore bianchezza; un’altra benda a pieghe circondava il viso, e terminava sotto il mento in un soggolo,
che si stendeva alquanto sul petto, a coprire lo scollo d’un nero saio. Ma quella fronte si raggrinzava spesso, come
per una contrazione dolorosa; e allora due sopraccigli neri si ravvicinavano, con un rapido movimento. Due occhi,
neri neri anch’essi, si fissavano talora in viso alle persone, con un’investigazione superba; talora si chinavano in
fretta, come per cercare un nascondiglio; in certi momenti, un attento osservatore avrebbe argomentato che
chiedessero affetto, corrispondenza, pietà; altre volte avrebbe creduto coglierci la rivelazione istantanea d’un odio
inveterato e compresso, un non so che di minaccioso e di feroce: quando restavano immobili e fissi senza
attenzione, chi ci avrebbe immaginata una svogliatezza orgogliosa, chi avrebbe potuto sospettarci il travaglio d’un
pensiero nascosto, d’una preoccupazione familiare all’animo, e più forte su quello che gli oggetti circostanti. Le
gote pallidissime scendevano con un contorno delicato e grazioso, ma alterato e reso mancante da una lenta
estenuazione. Le labbra, quantunque appena tinte d’un roseo sbiadito, pure, spiccavano in quel pallore: i loro moti
erano, come quelli degli occhi, subitanei, vivi, pieni d’espressione e di mistero. La grandezza ben formata della
persona scompariva in un certo abbandono del portamento, o compariva sfigurata in certe mosse repentine,
irregolari e troppo risolute per una donna, non che per una monaca. Nel vestire stesso c’era qua e là qualcosa di
studiato o di negletto, che annunziava una monaca singolare: la vita era attillata con una certa cura secolaresca, e
dalla benda usciva su una tempia una ciocchettina di neri capelli; cosa che dimostrava o dimenticanza o disprezzo
della regola che prescriveva di tenerli sempre corti, da quando erano stati tagliati, nella cerimonia solenne del
vestimento. Queste cose non facevano specie alle due donne, non esercitate a distinguer monaca da monaca: e il
padre guardiano, che non vedeva la signora per la prima volta, era già avvezzo, come tant’altri, a quel non so che
di strano, che appariva nella sua persona, come nelle sue maniere. Era essa, in quel momento, come abbiam
detto, ritta vicino alla grata, con una mano appoggiata languidamente a quella, e le bianchissime dita intrecciate
ne’ vòti; e guardava fisso Lucia, che veniva avanti esitando.
Alessandro Manzoni, I promessi sposi, cap. IX, 1840
Gustav Klimt, Giuditta I, 1901. Vienna, Österreichische Galerie Belvedere.
Il soggetto, tratto da un episodio del Deuteronomio, è ovviamente una rivisitazione della storia biblica di Giuditta,
protagonista della vicenda che la porta a tagliare la testa del generale Oloferne per vincere l’assedio in cui era
tenuta la sua città. Tale soggetto è stato sempre utilizzato quale metafora del potere di seduzione delle donne, che
riesce a vincere anche la forza virile più bruta. In clima simbolista la figura di Giuditta si presta ovviamente
all’esaltazione della femme fatale quale simbolo di quella esasperazione dell’eros che giunge a confondere i
confini tra amore e morte. L’immagine ha un taglio verticale molto accentuato con la figura di Giuditta, di grande
valenza erotica, a dominare l’immagine quasi per intero. La testa di Oloferne appare appena di scorcio, in basso a
destra, tagliata per oltre la metà dal bordo della cornice. Da notare la notevole differenza tra gli incarnati della
figura, che hanno una resa tridimensionale, e le vesti, trattate con un decorativismo bidimensionale molto
accentuato.
www.francescomorante.it
2. AMBITO SOCIO-ECONOMICO
ARGOMENTO: Economia e felicità
L’economia conta molto per la felicità. Ma non nel senso che la tradizione prevalente del pensiero economico e
sociale si aspetterebbe, cioè che conti il livello del reddito medio, la prosperità economica. L’economia conta molto
perché conta nel determinare la dimensione relazionale in cui gli individui vivono. Ciò che conta di più per la felicità
sono le relazioni umane e l’economia conta perché plasma largamente le relazioni.
L’economia di mercato è un tentativo di costruire un sistema economico che faccia a meno delle motivazioni
intrinseche. Si tratta di un sistema che mette in relazione gli individui per motivi strumentali. Così facendo
influenza la percezioni del perché stiamo in relazione, fornisce un senso al nostro stare insieme, al nostro
costituire una società, suggerisce che il motivo è strumentale, cioè poggia sull’interesse personale e materiale. In
sostanza il mercato enfatizza la capacità umana di stare in relazione per motivi estrinseci […]. Dato che la cultura
del consumo consiste in un’elevata priorità delle motivazioni estrinseche, organizzare le relazioni economiche sulla
base di tali motivazioni tende a generare un sistema di valori consumisti. Il problema degli individui consumisti è
che i loro bisogni di attività motivate intrinsecamente persistono nonostante il sistema di valori cui fanno
riferimento attribuisca a quei bisogni poca importanza. Gli individui consumisti tendono a godere di un minor
benessere perché hanno un debole rapporto di ascolto con i propri bisogni profondi. Data la loro scarsa capacità di
riconoscere i bisogni intrinsecamente motivati, le loro vite non sono organizzate per soddisfarli. È questo il lato
oscuro principale del mercato. Mentre ci fornisce vantaggi in termini di prosperità economica, esso sparge i suoi
svantaggi diffondendo valori che sono un pessimo affare per chi li abbraccia e per la società. E la misura in cui fa
questo varia col variare del grado di penetrazione dei rapporti di mercato nelle relazioni sociali.
Stefano Bartolini, Manifesto per la felicità, Roma, Donzelli, 2010
Vorrei riflettere su uno dei più antichi esercizio umani, il processo per mezzo del quale nel corso degli anni, dei
secoli in realtà, ci siamo impegnati a togliere i poveri dalla coscienza. […] Si inizia con la soluzione proposta dalla
Bibbia: i poveri soffrono in questa vita ma sono meravigliosamente ricompensati nella prossima. […] Questa è, per
certi aspetti, una soluzione mirabile. Permette ai ricchi di godersi i loro beni invidiando i poveri per la loro fortuna
futura.
Molto, molto più tardi […] Jeremy Bentham, quasi contemporaneo di Adam Smith, se ne uscì con la formula che
per una cinquantina d’anni influenzò straordinariamente il pensiero britannico […]: l’utilitarismo. «Per principio di
utilità» […] disse [Bentham] nel 1789, «si intende il principio che approva o disapprova ciascuna azione a seconda
della tendenza che sembri avere di aumentare o diminuire la felicità della parte il cui interesse è in questione». La
Virtù è, e deve essere, egocentrica. Per quanto ci fossero persone con enormi fortune e molte di più in grandi
ristrettezze, il problema sociale era risolto fintantoché, di nuovo con le parole di Bentham, ci fosse «il maggior
bene per il maggior numero». La Società faceva del suo meglio per più persone possibile; si accettava che il
risultato potesse essere tristemente spiacevole per i molti la cui felicità non veniva perseguita. Intorno al 1830 fu
disponibile una nuova formula, altrettanto influente a tutt’oggi, per toglier i poveri dalla coscienza sociale. È
associata ai nomi di David Ricardo, un agente di borsa, e Thomas Herbert Malthus, un pastore. Le sue parti
essenziali sono note: la miseria dei poveri è colpa dei poveri, e lo è perché è prodotta dalla loro eccessiva
fecondità: la loro lussuria terribilmente incontrollata li porta a riprodursi al limite massimo della sussistenza
disponibile. Questo è il maltusianesimo. La povertà essendo causata a letto, i ricchi non sono responsabili né della
sua creazione né di eventuali miglioramenti.
John Kenneth Galbraith, L’arte di ignorare i poveri, in “Harper’s Magazine”, novembre 1985
La vita di consumo non può essere altro che una vita di apprendimento rapido, ma ha anche bisogno di essere una
vita di oblio altrettanto rapido. Dimenticare è importante come, se non più, che imparare. […] Devi «buttar via» il
beige per preparare il viso a ricevere i nuovi, vivaci colori, oppure sono questi ultimi che stanno inondando il
reparto cosmetici dei superrnarket per garantire che le scorte inutilizzate di beige vengano effettivamente buttate
via, immediatamente? Molte delle donne che a milioni stanno buttando via il beige per riempire la borsetta di
cosmetici a colori vivaci direbbero molto probabilmente che cestinare il beige è un effetto secondario, deprecabile
ma inevitabile, del rinnovamento e miglioramento del make-up, un sacrificio triste ma necessario per stare al
passo con il progresso. Ma tra le migliaia di direttori di negozio che stanno inviando ordini per il nuovo
assortimento qualcuno ammetterebbe, in un momento di sincerità, che se gli scaffali dei cosmetici si sono riempiti
di colori vivaci ciò è accaduto per la necessità di abbreviare la vita utile del beige, facendo in modo che il traffico
nei grandi magazzini rimanga intenso, che l’economia continui ad andare avanti e che i profitti crescano. […] Il
consumatore che non si dà da fare per liberarsi di cose consumate o obsolete (o, meglio, di tutto ciò che rimane
degli acquisti di ieri) è un ossimoro: come un vento che non soffi o un fiume che non scorra.(…). Ricordiamoci del
verdetto della cultura consumistica: gli individui che si accontentano di avere un insieme finito di bisogni, che
agiscono solo in base a ciò di cui pensano di avere bisogno e non cercano mai nuovi bisogni che potrebbero
suscitare un piacevole desiderio di soddisfazione sono consumatori difettosi, vale a dire il tipo di emarginati sociali
specifici della società dei consumatori. La minaccia e la paura dell’ostracismo e dell’esclusione aleggiano anche su
chi è soddisfatto dell’identità che possiede e su chi si accontenta di ciò che i suoi “altri che contano” lo portano a
essere. La cultura consumistica è contrassegnata dalla costante pressione a essere qualcun altro. I mercati dei beni
di consumo sono imperniati sulla svalutazione delle loro precedenti offerte, in modo da creare nella domanda del
pubblico uno spazio che sarà riempito dalle nuove offerte. Essi alimentano l’insoddisfazione nei confronti dei
prodotti usati dai consumatori per soddisfare i propri bisogni, e coltivano un perenne scontento verso l’identità
acquisita e verso l’insieme di bisogni attraverso i quali viene definita. Cambiare identità, liberarsi del passato e
ricercare nuovi inizi, lottando per rinascere: tutto ciò viene incoraggiato da quella cultura come un dovere
camuffato da privilegio.
Zygmunt Bauman, Se la vita diventa consumo, in “la Repubblica”, 7 novembre 2008
Boisguilbert1 afferma […] che il comportamento egoista e massimizzatore degli agenti economici porta
automaticamente all’equilibrio e al benessere di tutti, grazie al solo gioco delle forze di mercato. […] Questo
automatismo è dovuto all’interesse personale e alla libera concorrenza. «Tutto il commercio della terra,
all’ingrosso come al minuto, […] è governato soltanto dall’interesse degli imprenditori, che non hanno mai pensato
a servire o a costringere coloro con i quali intrattengono il loro commercio; l’oste che vende vino ai passanti non
ha mai avuto l’intenzione di essere loro utile, né i passanti che si fermano da lui lo fanno per timore che le sue
merci vadano a male. È questa reciproca utilità che fa l’armonia del mondo e mantiene gli Stati; ciascuno si
preoccupa di soddisfare il proprio interesse personale al più alto grado e con la maggiore facilità possibile». La
concorrenza, al tempo stesso provvidenza e forza naturale, regola ogni cosa. […] È l’armonia naturale degli
interessi, egoistici certo, ma illuminati.
Nicole esprime il concetto con altrettanta chiarezza: «Quale carità sarà mai in grado di costruire un’intera casa per
qualcun altro, di ammobiliarla e tappezzarla, per consegnarla a costui chiave in mano? La cupidigia lo farà con
gioia. E quale carità può spingere alla ricerca di medicamenti nelle Indie, ad abbassarsi ai mestieri più vili, a
rendere agli altri i servigi più infimi e più vili? La cupidigia fa tutto ciò senza lagnarsene». E Boisguilbert gli fa eco:
«L’ansia del guadagno era così naturale che non servivano altri motivi che l’interesse personale per muovere le
azioni [dei mercanti]». Quanto ai poteri pubblici, è bene che si guardino dall’intervenire. Il libero gioco delle
passioni realizza dunque il disegno della ragione! L’ordine sociale obbedisce a una meccanica naturale.
1. Boishuilbert: Pierre le Pesant de Boiguilbert, economista francese (Rouen 1646-1714) ; è considerato un precursore dei fisiocratici per aver difeso sia il
laissez faire sia gli interessi dell’agricoltura.
2. Nicole: Pierre Nicole, Teologo e polemista francese (1625-1695).
Serge Latouche, L’invenzione dell’economia, Torino, Bollati Boringhieri, 2005
3. AMBITO STORICO-POLITICO
ARGOMENTO: 1943-45: tra Resistenza e Repubblica Sociale Italiana
Domani la storia dirà di noi: ecco un gruppo di pazzi. Non era la nazione italiana, ma erano italiani pur sempre.
Travolti così dall’inizio, soldati della più insensata delle guerre, hanno continuato ferocemente e valorosamente,
insani e condannabili forse, ma degni di rispetto.
Adriano Bolzoni, La guerra, questo sporco affare, Roma, De Luigi, 1946
1. Adriano Bolzoni (Cremona 1919 – 2005), regista, sceneggiatore e giornalista italiano, dopo l’8 settembre 1843 aderì alla Repubblica Sociale Italiana.
La Resistenza del settembre nasce dall’incontro tra il vecchio e il nuovo antifascismo. I due fiumi, divisi per anni
dagli argini polizieschi del regime, confluiscono. Il vecchio antifascismo dell’esilio, della cospirazione, del silenzio e
dello sdegno che ha opposto al regime un no di principio, rifiutandone l’esperienza; e il nuovo antifascismo, nato
dentro il fascismo, arrivato al no dopo aver partecipato, peccato, capito. Il primo, orgoglioso delle sue storiche
benemerenze, della lunga lotta […]. Il secondo, persuaso di rappresentare nel 1943 lo spirito insofferente della
maggioranza passata per tutte le delusioni […].
Giorgio Bocca, Storia dell’Italia partigiana, Bari, Laterza, 1977
Nella realtà di tutti i giorni, quella degli scontri, le imboscate, i rastrellamenti, noi siamo, per la Resistenza e per la
gente comune che vede in noi la provocatoria memoria vivente di un passato che si rinnega e si vorrebbe
cancellare e i responsabili della continuazione delle pene e delle privazioni della guerra, la forza armata nella quale
si materializza il risorto fascismo, siamo i “fascisti”, come d’altronde indicano i simboli che abbiamo raccolto e
come si proclamano non pochi di noi. Ma in che cosa consiste il “fascismo” di questi giovani di diciannove, diciotto,
diciassette, sedici anni? Fascisti «per battesimo e non per convinzione» […]. In ultima analisi, del motto che
sintetizzava la cultura nella quale quella generazione era stata educata, ripetuto con martellante insistenza in ogni
occasione – Credere, Obbedire, Combattere – solo l’ultimo imperativo è sopravvissuto al crollo che ha spazzato via
tutto. La caduta repentina e imbelle di Mussolini e del fascismo ha sgretolato il Credere, la fuga del re e del
governo, lo sfacelo dello stato e quindi la scomparsa di ogni autorità hanno sciolto ogni vincolo di obbedienza. Non
resta che quel Combattere, nudo e crudo, isolato in una sfera che non è più quella della storia, ma quella eroica, la
sola in cui è permesso conseguire la propria redenzione individuale dal destino che è toccato in sorte come
membri di una nazione. […] Il combattimento, il fronte, la volontà di misurarsi con il nemico, faccia a faccia.
Mostrare il proprio coraggio; pur quando tutto è crollato, mostrare di saper “tenere la mano sul fuoco” almeno
quanto i giovani degli altri Paesi.
Carlo Mazzantini, I Balilla andarono a Salò, Venezia, Marsilio, 1995
Quando le truppe tedesche di occupazione cominciarono a dare un minimo di formalizzazione alla loro violenza,
che aveva dilagato per tutto il campo lasciato scoperto dall’eclisse delle autorità italiane, e quando, subito dopo, i
fascisti crearono la Repubblica sociale, quando cioè il vuoto istituzionale fu in qualche modo riempito da un
diverso sistema di autorità, la scelta da compiere divenne più dura e drammatica, perché la spontanea, umana
solidarietà dei primi giorni non fu più sufficiente. La scelta dovette infatti esercitarsi tra una disobbedienza dai
prezzi sempre più alti e le lusinghe della pur tetra normalizzazione nazifascista. […] Il primo significato di libertà
che assume la scelta resistenziale è implicito nel suo essere un atto di disobbedienza. Non si trattava tanto di
disobbedienza a un governo legale, perché proprio chi detenesse la legalità era in discussione, quanto di
disobbedienza a chi aveva la forza di farsi obbedire. Era cioè una rivolta contro il potere dell’uomo sull’uomo, una
riaffermazione dell’antico principio che il potere non deve averla vinta sulla virtù. Che il potere contro il quale ci si
rivoltava potesse poi essere giudicato illegale oltre che illegittimo in senso forte, non fa che completare il quadro.
La scelta dei fascisti per la Repubblica sociale – è una differenza che giova subito porre in rilievo – non fu avvolta
da questa luce della disobbedienza critica. “L’ho fatto perché mi è stato comandato” sarà, com’è noto, il
principale argomento di autodifesa dei fascisti e dei nazisti nei processi loro intentati dopo la guerra. Esso era così
intrinseco all’etica nazifascista che relegherà in secondo piano, e non solo per opportunità processuali, le spinte ad
una scelta in senso proprio […] Per la prima volta nella storia dell’Italia unita gli Italiani vissero in forme varie
un’esperienza di disobbedienza di massa».
Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino, 1991
Al fascismo, incapace di reggere il peso dei morti e delle rovine della guerra, cadeva la maschera e tutto ciò che ci
aveva detto su di noi e sugli “altri” risultava, alla prova dei fatti, uno stolto inganno. […] Non era stata una mia
colpa, come quella di tanti altri miei amici studiosi, quella di aver considerato il fascismo un semplice “errore di
gusto”, chiudendo ipocritamente gli occhi sulla sua vera sostanza? Il comodo “alibi” della dittatura che tutto
avrebbe imposto dall’alto soffocando ogni coscienza individuale poteva difenderci dagli altri, ma non da noi stessi,
non poteva giustificarci, di fronte alla coscienza, della freddezza o della rassegnazione con cui eravamo arrivati alla
catastrofe. Sentirmi e dichiararmi colpevole cominciò allora ad essere per me l’unico modo per non disperare
completamente, poiché c’era già in questa ammissione la possibilità d’un riscatto o d’una rinascita.
Roberto Battaglia, Un uomo, un partigiano, Bologna, Il Mulino, 2004
La guerra ha distolto gli uomini dalle loro abitudini, li ha costretti a prendere atto con le mani e con gli occhi dei
pericoli che minacciano i presupposti di ogni vita individuale, li ha persuasi che non c’è possibilità di salvezza nella
neutralità e nell’isolamento. […] Senza la guerra io sarei rimasto un intellettuale con interessi prevalente letterari.
[…] Altri amici, meglio disposti a sentire immediatamente il fatto politico, si erano dedicati da anni alla lotta contro
il fascismo. Pur sentendomi sempre più vicino a loro, non so se mi sarei deciso a impegnarmi totalmente su quella
strada. C’era in me un fondo troppo forte di gusti individuali, d’indifferenza, per sacrificare tutto questo a una fede
collettiva. Soltanto la guerra ha risolto la situazione travolgendo certi ostacoli, sgombrando il terreno da comodi
ripari e mettendomi brutalmente a contatto con un mondo inconciliabile. […] Una società moderna si basa su una
grande varietà di specificazioni, ma può sussistere soltanto se conserva la possibilità di abolirle ad un certo
momento per sacrificare tutto ad una esigenza rivoluzionaria. È questo il senso morale, non tecnico, della
mobilitazione: una gioventù che non si conserva “disponibile”, che si perde completamente nelle varie tecniche, è
compromessa.
Giaime Pintor, Il sangue d’Europa, Torino, Einaudi, 1950
Furono anni in cui molti divennero diversi da ciò che erano stati prima. Diversi e migliori. La sensazione che la
gente fosse divenuta migliore circolava nelle strade. Ognuno sentiva di dovere dare il meglio di sé. Questo
spandeva intorno uno straordinario benessere, e quando ricordiamo quegli anni, ricordiamo il benessere insieme
ai disagi, al freddo, alla fame e alla paura, che in quelle giornate non ci lasciavano mai: così si scoprì che “il
prossimo” era diverso dalle stupide moltitudini che urlavano menzogne nelle piazze.
Natalia Ginzburg, Prefazione a Letteratura partigiana in Italia 1943-1945, Roma, Editori Riuniti, 1984
Eppoi c’erano le canzoni. Tutte quelle canzoni che avevano popolato di miti e di fantasie la tua adolescenza e che
avevano il potere magico di ricreare come una nube attorno a te nella quale ti sentivi sciolto da ogni peso. Sì,
uccidevamo, ma continuavamo a cantare. Lassù fra le montagne facevamo le nostre faccende di sangue, ma al
ritorno ce ne scrollavamo di dosso il ricordo col frastuono dei nostri canti che rimbombavano sotto i porticati e
s’infilavano nelle strade. Come se avessimo due volti: uno per quelle cacce nei boschi, gli appostamenti all’angolo
di un cascinale, le scariche che stendevano uomini contro il muro, l’altro per ripresentarci sulla scena dove si
svolgeva l’altra faccia di quella storia, la nostra rappresentazione. Non appena cominciavano ad apparire le prime
case sparse dei sobborghi della città […] dagli autocarri che precedevano giungevano a folate, portati dalla corsa,
frammenti di canzoni e, come per contagio il canto si accendeva su tutta la colonna. Era come un lungo brivido che
percorreva la fila dei camion. Immediatamente la voce sorgeva dentro di te, esplodeva, si mescolava con quella
degli altri: Cristo, eri ancora vivo. L’avevi riportata indietro la pelle! Era un improvviso turbine che ti prendeva,
un’esaltazione che ti travolgeva e ti stordiva. La tua voce che si fonde con quella degli altri, cresce, si gonfia, ci si
perde in mezzo, e ti ritorna indietro ingigantita. […] Il canto rimbalzava contro le imposte chiuse, e subito si
restaurava quella contrapposizione. Loro erano là, nelle loro case, al caldo dei loro letti, i borghesi, estranei, ottusi;
si erano ritirati con modi circospetti e lì erano restati. Immaginavo i bisbigli ansiosi e increduli dietro le finestre:
“Loro? ancora loro? Da dove tornano? Cosa vogliono?” E il silenzio pieno d’angoscia che lasciavamo dietro di noi.
Ci esaltava quel senso di violazione, l’impressione di penetrare in un corpo ostile che i nostri canti facevano
sussultare. […] E le recuperammo tutte le note e le voci di quella kermesse eroica definitivamente travolta. Gli inni,
i cantari, le strofette. Quelle dell’Abissinia, della campagna di Grecia, del fronte russo. […] E quanto più non
corrispondevano a nulla, non rappresentavano che vuote nostalgie, tanto più ci davamo dentro per riempire il
silenzio che ci circondava e per rivivere tutto quel mondo di illusioni e di emozioni che aveva rapito la nostra
giovinezza.
Carlo Mazzantini, A cercar la bella morte, Milano, Mondadori, 1986
4. AMBITO TECNICO-SCIENTIFICO
ARGOMENTO: L’uomo e le macchine
Se un uomo riuscisse a compiere, non un’invenzione particolare, anche se di grande utilità, ma ad accendere una
nuova luce nella natura, una luce che col suo stesso sorgere illumini le regioni della realtà contigue a quelle già
esplorate, e poi, sempre più innalzandosi, potesse svelare e chiarire i segreti più riposti, costui sarebbe veramente
il propagatore del regnum hominis sull’universo, il vero difensore dell’umana libertà, il soggiogatore della
necessità.
Francis Bacon, Prefazione di Sull’interpretazione della natura, 1603
Ciò che mi dà pensiero è l’aggiunta della tecnica moderna al vecchio sistema: oggi i fini della coscienza sono
realizzati da macchine sempre più possenti, dai mezzi di trasporto, dagli aerei, dalle armi, dalla medicina, dagli
insetticidi ecc. La finalità cosciente ha ora il potere di turbare gli equilibri del corpo, della società e del mondo
biologico intorno a noi. C’è la minaccia di un fatto patologico, di una perdita di equilibrio. [...] Se si seguono i
dettami “sensati” della coscienza, si diviene in realtà avidi e stolti: e per “stolto” intendo colui che non riconosce e
non si fa guidare dalla consapevolezza che la creatura globale è sistemica. [...] Quell’arrogante filosofia scientifica è
ora fuori moda, ed è stata sostituita dalla scoperta che l’uomo è solo una parte di più vasti sistemi e che la parte
non può in alcun caso controllare il tutto.
Gregory Bateson, Verso un’ecologia della mente, Milano, Adelphi, 1976
Auto che si guidano da sole, automi spazzini e protesi per gli arti comandate da chi le indossa attraverso il
pensiero. Non si tratta di scenari da film di fantascienza: già oggi i robot sono entrati nelle nostre vite, dai
programmi che eseguono le transazioni commerciali su Amazon ai robot chirurgo nelle sale operatorie, passando
per la Google car, lanciata l’anno scorso in Arizona. Tutti questi oggetti, pur così diversi, necessitano di una
normativa per la convivenza uomo-robot. […] Oltre Asimov, al di là (o meglio al di qua) della fantascienza c’è
Robolaw, la prima ricerca interamente dedicata al diritto delle tecnologie autonome. […] La ricerca contribuirà a
colmare un enorme vuoto normativo: […] nel caso della Google car, chi sarebbe responsabile in caso di incidente?
Viola Bachini e Michela Perrone, Se il Robot sbaglia chissà chi paga, in “L’Espresso”, 6 marzo 2014
Tra i temi trattati dal progetto RoboLaw anche quello della violenza e dei robot usati come armi, spiega Pericle
Salvini, dottore di ricerca in biorobotica alla Sant’Anna e project manager di RoboLaw: «Una macchina non deve
uccidere un uomo e questo ci sembra un principio universale, anche se in questa stesura non affronteremo i
problemi legati alle guerre e agli eserciti. Stiamo discutendo molti temi, tra i quali quello del lavoro e la spinosa
questione della macchina che toglie occupazione alle persone, cercando di arrivare a una sintesi tra il bisogno della
tecnica e dello sviluppo industriale, l’annullamento di impieghi pericolosi e degradanti (sempre più affidati alle
macchine) e l’aumento di posti di lavoro». Anche la “personalità virtuale” è uno dei temi in studio, spiega Salvini:
«Un robot deve essere riconosciuto come tale e non deve mai ingannare le persone, né per le sembianze fisiche,
né per le capacità cognitive, né per gli pseudo sentimenti. Con un’eccezione: l’impiego in alcune terapie».
Marco Gasperetti, Il codice dei doveri dei robot “Obbedite e non uccidete”, in “Corriere della Sera”, 24 novembre 2013
MORPHEUS: Che vuol dire reale? Dammi una definizione di reale. Se ti riferisci a quello che percepiamo, a quello che
possiamo odorare, toccare e vedere, quel reale sono semplici segnali elettrici interpretati dal cervello.
Questo è il mondo che tu conosci (Morpheus accende un televisore e mostra immagini del nostro mondo): il
mondo com’era alla fine del XX secolo e che ora esiste solo in quanto parte di una neurosimulazione
interattiva che noi chiamiamo Matrix. Sei vissuto in un mondo fittizio, Neo. Questo è il mondo che esiste
oggi (Morpheus mostra le immagini di città distrutte, oscurate da una spessa coltre di nubi). Benvenuto nella
tua desertica, nuova realtà.
dal film Matrix, di Lana e Andy Wachowsky, USA, 1999
ARTHUR DENT: Ma quella porta ha sospirato!
MARVIN: Allucinante vero? Tutte le porte di questa astronave sono programmate per avere un carattere gioioso e
solare. Comunque andiamo, ho l’ordine di accompagnarvi sul ponte. Ah! fate pure... Io sto qui con un
cervello grosso quanto un pianeta e mi chiedono di accompagnarvi sul ponte. Me lo chiamate un lavoro
glorificante? Non direi! Ringraziate la società cibernetica Sirio per aver creato i robot con V.P.P.
ARTHUR DENT: V.P.P.?
MARVIN: Vera Personalità di Persona. Sono un prototipo con personalità, si vede subito no?
dal film Guida galattica per autostoppisti, di Garth Jennings, USA, 2005, dall’omonimo romanzo di Douglas Adams (1979)
TIPOLOGIA C: TEMA DI ARGOMENTO STORICO
Il Secolo Breve è stato un’epoca di guerre religiose, anche se le religioni più militanti e assetate di sangue sono
state le ideologie laiche affermatesi nell’Ottocento, cioè il socialismo e il nazionalismo, i cui idoli erano astrazioni
oppure uomini politici venerati come divinità. Muovendo da questa affermazione di E. Hobsbawm e dalle tue
conoscenze, ricostruisci i tratti salienti del fenomeno della guerra nel primo e nel secondo Novecento.
TIPOLOGIA D: TEMA DI CARATTERE GENERALE
I canali di comunicazione, che fino alla metà degli anni 90 erano adibiti a veicolare ciascuno una specifica tipologia
di contenuti (parola, immagini, testi, video), si sono fusi in un solo canale in banda unica, resa accessibile grazie
allo sviluppo della tecnologia informatica. Con l’avvento del digitale, la nascita dei motori di ricerca, lo sviluppo di
streaming e networking, il rischio dell’Information Overload è diventato un fattore critico: più aumentano le
opzioni di fruizione di contenuti e la massa di dati a disposizione, più cresce la difficoltà nel cercare, scegliere,
valutare, usare, sviluppare, imparare. Ogni contenuto, ogni messaggio si deve contendere ferocemente con molti
altri stimoli l’attenzione dei neuroni del destinatario. Si comincia a parlare di costante attenzione parziale,
ulteriormente complicata dalla cronica mancanza di tempo.
Si dedica sempre meno tempo a osservare, e questo minor tempo lo si dedica a un sempre maggior numero di
singoli media: e così collezioniamo frammenti.
Occorre quindi riflettere sul tempo e sull’uso che ne fa l’uomo di oggi.
Durata massima della prova = 5 ore.
È consentito soltanto l’uso del dizionario italiano.
Allegato b2
LICEO SCIENTIFICO STATALE “LEONARDO DA VINCI”
Via Cavour, 6 – Casalecchio di Reno (BO)
Anno Scolastico 2013/2014
TESTI delle ESERCITAZIONI COMUNI di SECONDA PROVA
21/2/2014
Il candidato risolva, a sua scelta, uno dei seguenti problemi e risponda a cinque quesiti
PROBLEMA 1
Considera la funzione f x   x  4  x  1
a) Determina il grafico probabile della funzione f ( x) , verificando che uno degli asintoti è y  2 x  1
2
b) Determina i coefficienti a e b della funzione g x  
ax2  bx  3
in modo che l’asintoto obliquo
2- x
della funzione f ( x) sia asintoto anche per g ( x) .
c) Traccia il grafico probabile di g ( x) .
d) Trova i punti della funzione g(x) in cui la tangente è parallela alla retta 3x  y  3  0
e) Applicando il teorema di esistenza degli zeri a un’opportuna funzione dimostra che la equazione
f x   g x  ha un soluzione nell’intervallo 2,1;3 .
PROBLEMA 2
Una piramide ha per base il rettangolo ABCD di lati AB=6 e BC=12. L’altezza VH della piramide è lunga
4 3 e il suo piede H è il punto medio del lato AB.
a) Calcolare la superficie della piramide.
b) Condurre per la retta AB il piano  che formi con il piano della base della piramide un angolo 
tale che tan   3 e indicare con EF la corda che il piano  intercetta sulla faccia VCD della
piramide.
c) Spiegare perché il quadrilatero ABEF è inscrittibile in una circonferenza.
Tale quadrilatero è anche circoscrivibile ad una circonferenza?
d) Dimostrare che il piano  è perpendicolare alla altezza della faccia VCD e calcolare i volumi delle
due parti in cui la piramide data è divisa dal piano  .
e) Dopo aver riferito il piano  ad un opportuno sistema di assi cartesiani xOy, determinare
l’equazione della parabola passante per i vertici del quadrilatero ABEF.
QUESITI
1. Considera le funzioni:
 x
sin 2 (2 x)
3x  1
 ( x)  tan   , t ( x) 
, f ( x) 
, h( x)  log 2 x  2 , g ( x)  arcsin(2 x  1)
cos x  1
x4
3
a) Quali di esse verificano il teorema di Weierstrass nell’intervallo  2; 2 ?
b) Quali di esse verificano il teorema di esistenza degli zeri nello stesso intervallo?
c) Alcune delle funzioni si annullano in un punto interno all’intervallo  2; 2 pur non verificando il
teorema di esistenza degli zeri. Quali sono? Perché non c’è contraddizione?
4x  a
ha una discontinuità di II specie in x  1
8  ax
3x  2sin x
3. Dire se esiste il limite della funzione f ( x) 
per x   , motivando adeguatamente la
2 x  3sin x
risposta. In caso di risposta affermativa calcolarlo, giustificando il procedimento seguito.
2. Trova per quali valori di a la funzione y  ln
4. Tra le seguenti funzioni individuare quelle dispari, motivando la risposta:
x4  x2
senx
cos x
c) f x  
ln x
a) f x  
e) f  x  
b) f x   x 3  x  1
 x 1
d) f x   ln 

 x 1
x2  1
x
3x 2  ax per x  1

5. Data la funzione f ( x)   b
per x  1
 2
x
determinare i valori di a e di b in modo che la funzione f ( x) sia continua e derivabile in tutto il suo
dominio. Rappresentare la funzione così trovata e calcolare le coordinate del suo punto stazionario.
6. Data una circonferenza  di raggio unitario e centro O, tracciare una semiretta s uscente da O e
intersecante  in un punto Q. Indicato con P un generico punto di s esterno alla circonferenza  ,
tracciare da esso le due tangenti alla circonferenza e chiamare A e B i punti di tangenza. Posto x  PQ
trovare f ( x) 
AQ  QB
e calcolare il lim f ( x) e il lim f ( x) .
x 0
x 
AB
7. Calcolare il limite per x  0 della derivata della funzione f  x  
x  sen x .
8. Il disegno, NON IN SCALA, mostra la sezione circolare di un tubo orizzontale. L’area ombreggiata
ˆ  46
rappresenta acqua contenuta nel tubo. Il cerchio, di centro O, ha raggio 63.7 cm e l’angolo AOB
a) Calcola la lunghezza dell’arco AWB
b) Calcola la lunghezza del segmento AB
c) Il tubo è lungo 10 m, determina il volume dell’acqua nel tubo.
9. Dimostra, tramite la definizione, quanto vale la derivata della funzione f  x  
1
x 1
2
10. Quale potrebbe essere l’espressione analitica della funzione rappresentata a fianco?
Motivare esaurientemente se ciascuna di esse può o non può essere rappresentata dal grafico.
a )y 
x 3 1
x 2 1
b )y 
x 2 1
x 3 1
c )y 
d )y 
x 2 1
x 1
x 3 1
x 1
Allegato b3
LICEO SCIENTIFICO STATALE “LEONARDO DA VINCI”
Via Cavour, 6 – Casalecchio di Reno (BO)
Anno Scolastico 2013/2014
TESTI delle ESERCITAZIONI di TERZA PROVA
4 dicembre 2013
Tipologia A (Trattazione sintetica di argomenti)
MATERIE COINVOLTE: Filosofia – Inglese – Fisica – Educazione fisica
Durata: h 4
CANDIDATO ___________________________________________
Materia: FILOSOFIA
In cosa consiste per Kant la deduzione trascendentale delle categorie? (max 25 righe)
Materia: INGLESE
One of the features of the Gothic genre, which reacted against the notion of order and decorum of the
Augustan Age, was the rebellion against the human limits. Illustrate how this theme is dealt with in Mary
Shelley’s Frankenstein. (max 25 lines)
Materia: FISICA
Illustra, deducendole sia da considerazioni sperimentali sia da deduzioni matematiche, quali sono le
caratteristiche del campo elettrico e del potenziale in un conduttore in equilibrio elettrostatico.
(max.25 righe; le eventuali figure nel retro del foglio)
Materia: EDUCAZIONE FISICA
“Tutte le parti del corpo che svolgono una loro funzione, se utilizzate con moderazione ed esercitate in attività a
loro congeniali, diventano sane e ben sviluppate ed invecchiano con lentezza; ma se non utilizzate e lasciate in ozio
vanno soggette a malattie ed accrescimento stentato ed invecchiano più rapidamente” (Ippocrate). Il/La candidato/a
esamini l’importanza odierna della frase di Ippocrate per la promozione della salute, anche ricordando, come
esempi, alcune delle attività pratico teoriche svolte durante il corso liceale. (max 25 righe)
8 MARZO 2014
Tipologia A (Trattazione sintetica di argomenti)
MATERIE COINVOLTE: Filosofia – Inglese – Storia dell’arte – Scienze
Durata: h 4
CANDIDATO ___________________________________________
Materia: FILOSOFIA
Facendo riferimento a Kant e a Kierkegaard, il candidato analizzi il significato e il contesto in cui vengono utilizzati
il sostantivo “estetica” e l’aggettivo “estetico”. (max 25 righe)
Materia: INGLESE
John Keats exalted beauty above all human qualities and was greatly admired by such artists as the PreRaphaelites and Oscar Wilde. Illustrate the similarities and differences between Keats’s cult of beauty and
Wilde’s. (max 25 lines)
Materia: STORIA DELL’ARTE
Le trasformazioni avviate nella seconda metà dell’Ottocento furono rese possibili dai progressi tecnici della
siderurgia e dall’uso di materiali come il ferro, la ghisa e il vetro. Descrivi la Galleria Vittorio Emanuele II a
Milano, primo esempio italiano di uso dei nuovi materiali. (max 25 righe)
Materia: SCIENZE
Spiega le differenze tra processo magmatico, sedimentario e metamorfico e quali sono le caratteristiche che,
di regola, consentono di distinguere le rocce sedimentarie da quelle ignee e queste due da quelle
metamorfiche. (max 25 righe)
Allegato c1
LICEO SCIENTIFICO STATALE “LEONARDO DA VINCI”
Via Cavour, 6 – Casalecchio di Reno (BO)
Anno Scolastico 2013/2014
TABELLA di VALUTAZIONE dell’ESERCITAZIONE di PRIMA PROVA
ITALIANO
aspetti del testo
punti
giudizio
1. PADRONANZA LINGUISTICO-ESPRESSIVA
- correttezza ortografica e morfosintattica
- uso adeguato della punteggiatura
- adeguatezza e proprietà lessicale
max
15
2. COERENZA E ADEGUATEZZA ALLA FORMA TESTUALE E ALLA CONSEGNA
- complessiva aderenza all’insieme delle consegne date
- struttura complessiva e articolazione del testo in parti
- coerente organizzazione delle argomentazioni
max
15
3. CONTENUTI
Ampiezza e ricchezza dei contenuti, in funzione delle diverse
tipologie di prove e dell’impiego dei materiali forniti:
Tipo A:
comprensione analitica del testo proposto;
comprensione globale; tecniche di analisi; coerenza
degli elementi di contestualizzazione; capacità
critica, originalità, creatività
Tipo B:
comprensione dei materiali forniti e loro utilizzo
coerente ed efficace; eventuale integrazione di
informazioni pertinenti; capacità critica, originalità,
creatività
Tipo C e D: coerente esposizione delle conoscenze in proprio
possesso in rapporto al tema dato; capacità critica,
originalità, creatività
valutazione complessiva 
max
15
max
45/3 =
15
sulla correttezza e sulla proprietà
1-2
nullo
3-4
del tutto insufficiente
5-6-7 gravemente insufficiente
8-9
insufficiente
10
sufficiente
11
più che sufficiente
12
discreto
13
buono
14
ottimo
15
eccellente
sulla pertinenza rispetto alle consegne e
sull’articolazione
1-2
nullo
3-4
del tutto insufficiente
5-6-7 gravemente insufficiente
8-9
insufficiente
10
sufficiente
11
più che sufficiente
12
discreto
13
buono
14
ottimo
15
eccellente
sul contenuto
1-2
nullo
3-4
del tutto insufficiente
5-6-7 gravemente insufficiente
8-9
insufficiente
10
sufficiente
11
più che sufficiente
12
discreto
13
buono
14
ottimo
15
eccellente
max
45/3 =
15
Allegato c2
LICEO SCIENTIFICO STATALE “LEONARDO DA VINCI”
Via Cavour, 6 – Casalecchio di Reno (BO)
Anno Scolastico 2013/2014
TABELLA di VALUTAZIONE dell’ESERCITAZIONE di SECONDA PROVA
MATEMATICA
PUNTEGGIO ASSEGNATO
CRITERI PER LA
VALUTAZIONE
1. Conoscenza dei
contenuti,
competenza
nell’impostazione di
procedure e
nell’applicazione di
concetti
2. Completezza della
risoluzione
Correttezza dello
svolgimento
3. Capacità logiche e
argomentative
Chiarezza di
esposizione
PROBLEMA
DESCRITTORI
Quesito
n…
Conoscenza di
principi, teorie,
concetti, termini,
regole, procedure,
metodi, tecniche
Utilizzazione di
conoscenze in
ambiti familiari e
no
Rispettare
la
consegna circa il
numero
di
questioni
da
risolvere
Correttezza nei
calcoli,
procedimenti,
argomentazioni.
Organizzazione e
utilizzazione delle
conoscenze e
competenze per
analizzare,
elaborare,
comunicare
da 0 a 25
suff.15
da 0 a 5
suff.3
da 0 a 20
suff.12
da 0 a 4
suff. 2,4
da 0 a 5
suff.3
da 0 a 1
suff.0,6
max 50
max 50
valutazione complessiva 
QUESTIONARIO
Quesito
Quesito
n…
n…
TABELLA DI CONVERSIONE DAL PUNTEGGIO GREZZO AL VOTO IN QUINDICESIMI
VOTI
1
2
3
4
5
punteggio
0x2
2<x7
7 < x  12
12 < x  18
18 < x  23
VOTI
6
7
8
9
10
punteggio
23 < x  29
29 < x  35
35 < x  42
42 < x  49
49 < x  56
Punteggio totale ………………/100 (suff. Punti 50)
VOTI
11
12
13
14
15
punteggio
56 < x  64
64 < x  73
73 < x  82
82 < x  93
93 < x  100
VOTO ASSEGNATO……………./15
Quesito
n…
Quesito
n…
Allegato c3
LICEO SCIENTIFICO STATALE “LEONARDO DA VINCI”
Via Cavour, 6 – Casalecchio di Reno (BO)
Anno Scolastico 2013/2014
TABELLA di VALUTAZIONE dell’ESERCITAZIONE di TERZA PROVA
aspetti del testo
1. PADRONANZA LINGUISTICO-ESPRESSIVA
- chiarezza espositiva
- correttezza morfosintattica
- ricchezza e proprietà lessicale
2. ORGANIZZAZIONE E RIELABORAZIONE
- coerente organizzazione degli argomenti
- selezione e rielaborazione dei dati significativi
- adeguati collegamenti pluridisciplinari
punti
max
4
max
3
3. PERTINENZA E COMPLETEZZA DELLE INFORMAZIONI
RISPETTO ALLA CONSEGNA
max
8
valutazione complessiva 
max
15
1
1.5
2
2.5
3
3.5
4
1
1.5
2
2.5
3
giudizio
sulla correttezza e sulla proprietà
gravemente insufficiente
insufficiente
non del tutto sufficiente
sufficiente
discreto
buono
ottimo
sull’organizzazione e sulla rielaborazione
gravemente insufficiente
insufficiente
sufficiente
buono
ottimo
sulla pertinenza e completezza rispetto
alla consegna
1-2-3 gravemente insufficiente
4
insufficiente
5
non del tutto sufficiente
5.5 sufficiente
6
più che sufficiente
6.5 discreto
7
buono
7.5 molto buono
8
ottimo
max
15