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Cooperativa
Migros Ticino
G.A.A.
6592
Sant’Antonino
Settimanale
di informazione e cultura
Anno LXXVII
21 luglio 2014
Azione 30
Società e Territorio
Intervista a Paola Merlini
sull’attività di Egalité Handicap
Ambiente e Benessere
Importanti risultati di ricerche
scientifiche suscitano nuove domande,
che cambieranno forse la nostra visione
dell’universo
Politica e Economia
Cambio di passo di Putin
nella crisi ucraina
Cultura e Spettacoli
Una Szeemann & Bohdan
Stehlik all’Ala Est di Lugano
pagina 13
pagina 3
-61
ping
M shop ne 45-50 / 60
i
alle pag
pagina 22
Un museo sulla montagna
pagina 33
di Elia Stampanoni pagina 10
La memoria nelle città
di Alessandro Zanoli
Fa molto piacere che si sia deciso di dedicare una targa commemorativa a Estival Jazz, in Piazza Riforma, sotto i portici dell’istituto
bancario che ne è sponsor. L’onirificienza, per quanto nella forma
un po’ semplice di cartoncino su plexiglas, è più che meritata. Ed è
un segno di stima anche per le centinaia di migliaia di appassionati,
i quali, nel corso degli anni, hanno partecipato con entusiasmo alle
esibizioni di un vero Pantheon del jazz internazionale.
L’iniziativa fa riflettere, d’altro canto, su come sia andata calando
nel corso del tempo l’abitudine di «celebrare» in questo modo
l’importanza di personalità o di particolari avvenimenti. L’urbanistica moderna sembra non prevedere più queste finestre temporali,
spiragli che ci rendono concreta la percezione del passato e rendono la città uno spazio del ricordo, magari minore, ma significativo.
Nella civiltà del presente assoluto manca la volontà di ricordare o
mancano le personalità degne di essere ricordate? Partendo dalla
targa estivaliera, ci viene la curiosità di un piccolo giro d’orizzonte,
sempre rimanendo nei pressi della piazza Riforma. Ecco dunque la
doppia targa commemorativa sull’angolo di Piazza Manzoni (che
registra il luogo in cui era installata la celebre tipografia Agnelli e
la tragica morte dell’Abate Vanelli, nel 1799). Poco più in là l’epigrafe dedicata al volontario luganese Giovanni Taglioretti, mentre
non lontano una targa in bronzo ricorda la presenza a Lugano di
Alessandro Manzoni, allievo dei Padri Somaschi tra il 1776 e il
1779. Volendo aggiungere alla lista anche il monumento dedicato a
Giacomo Luvini Perseghini nell’atrio del Palazzo comunale, ecco
come la Storia ci viene incontro, in una passeggiata in città, con
tutto il suo correlato di memoria civile e senso di appartenenza.
Se a noi sembrano oggi inutili, il valore sociale delle targhe commemorative era invece ben chiaro ai politici dell’800. In Italia, ad
esempio, celebrare luoghi e personaggi, fissare nel paesaggio urbano i fatti risorgimentali, serviva a creare un sentimento di unità
nazionale. Non si contano laggiù le case che hanno dato accoglienza a Giuseppe Garibaldi, creando un fenomeno dai tratti anche un
po’ umoristici.
Nel contesto delle targhe legate al Risorgimento anche la Svizzera
italiana può dire la sua, a testimonianza di un legame forte con le
vicende della vicina penisola. La più curiosa è forse quella che si
trova sulla facciata dell’Hotel Ravizza a San Bernardino. Vale la
pena di citarla per esteso: «In questo albergo / soffermossi nell’agosto del 1858 / il conte Camillo Benso di Cavour / reduce da Plombières / preludio agli eventi / che fecero / l’Italia libera e una».
Chissà cosa significa quel «soffermossi»... Dà l’idea di una breve pausa durante un lungo, scomodo, ballonzolante viaggio in
carrozza. Il Conte scende, si sgranchisce le gambe, si spolvera
il cilindro, entra nell’albergo mentre con un gran fazzolettone
pulisce le lenti dei suoi occhialini. Nella testa ha un complicato
piano politico: sta tornando da un colloquio segreto tenuto con
Napoleone III e nell’incontro ha concordato la possibilità che la
Francia sostenga militarmente la causa dell’indipendenza italiana.
Il piano andrà a buon fine. Quella lapide ricorda il frammento di
un avvenimento epocale che ha modificato l’assetto del mondo:
nessuno la noterà ma ha una sua piccola dignità, che vale molto più
della pietra su cui è scolpita.
È come un segnalibro, e ci ricorda che a volte, al di là della quotidianità distratta, la Storia può passare anche sotto casa nostra.
Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ’ 21 luglio 2014 ’ N. 30
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Attualità Migros
C’è pesce e pesce
Generazione M Intervista all’esperto ittico di Migros. Perché una gestione attenta della natura
è più importante del profitto
Pesce sostenibile
alla Migros
Andreas Dürrenberger *
La richiesta mondiale di prodotti ittici è
in costante crescita. Ma in che condizioni si trovano i mari? E quanto pesce ha
senso consumare? Domande che sono
spesso al centro dell’interesse dei consumatori: le abbiamo rivolte a Rüdiger
Buddruss, il 53enne direttore del reparto
prodotti ittici dell’industria Micarna di
Migros, con alle spalle una lunga esperienza nella pesca d’alto mare.
Nell’ambito di Generazione M, la
Migros promette che entro il 2020
tutti i suoi prodotti ittici soddisferanno le valutazioni del WWF
«consigliato» o «accettabile» oppure
recheranno una delle seguenti etichette:
’ @ R B b n m s q ` r r d f m ` hko d r b d c ` ` kkd vamento responsabile.
Signor Buddruss, fino a che punto
i mari sono minacciati dalla pesca
eccessiva?
Nei diversi mari del mondo ci sono tipi
di riserve ittiche molto diverse tra loro.
Pertanto a questa domanda non si può
rispondere in maniera generale. Un
certo tipo di pesca può andar bene in
una certa regione del mondo, mentre in
un’altra può essere ritenuto una forma di
sfruttamento eccessivo.
’ L R B r s ` o d q o d r b d r d ku ` s hb n c ` b ` s tura ecologicamente sostenibile.
’ A hn r hf m h3 b ` b g d hk o d r b d o q n ,
viene da allevamento naturale sostenibile.
Può farci un esempio?
L’anno scorso abbiamo avuto la maggior
quantità a memoria d’uomo di catture
di merluzzo della Norvegia, perché lì
le riserve sono ancora ricche. Nel Mar
Baltico, invece, i pesci catturati erano
troppo piccoli, il che dimostra che la popolazione non può rigenerarsi in modo
sufficiente. Di conseguenza, in quest’ultimo caso le quote sono state abbassate e
ai pescatori di merluzzo del Baltico non
viene più attribuito il marchio MSC per
la pesca sostenibile.
Oggi già il 94 per cento dei prodotti
ittici della Migros proviene da fonti
sostenibili. La quota di quelli in vendita al banco è addirittura del 100
percento.
A cosa si dovrebbe fare attenzione
quando si compra il pesce?
Fondamentalmente si dovrebbe considerare il pesce come un pasto speciale,
all’infuori dalle abitudini. Inoltre, marchi come Bio, MSC o ASC (cfr. schede a
lato) forniscono al consumatore un buon
orientamento sulle caratteristiche delle
varie specie.
riserve si trovavano in condizioni di
sicurezza biologica, e la tendenza è in crescita. Si tratta di un progresso positivo ed
è incredibile quello che può fare il mare.
Attenzione però: gli interessi economici
non devono pesare più della biologia.
E se, per esempio in vacanza, non ci
sono etichette visibili?
Cosa intraprende la Migros contro la
pesca marina eccessiva?
Vale la regola di base: il pesce catturato in
modo sostenibile proviene dai paesi con
acque fredde, le cui autorità effettuano
controlli credibili. Ne sono esempi
nazioni come gli Stati Uniti o il Canada,
che gestiscono già da molto tempo le
loro zone di pesca in modo responsabile.
Anche nella UE stanno avendo effetto le
misure contro la pesca eccessiva.
Chi compra il pesce alla Migros, può
mangiarlo con la coscienza pulita. Il
nostro compito principale è di scegliere correttamente tra l’offerta di pesce
mondiale. Nel corso degli anni abbiamo
adeguato l’assortimento in modo che
la sostenibilità sia garantita. In questo
contesto, facciamo controllare dal WWF
ogni prodotto ittico che finisce sugli
scaffali della Migros. Inoltre finanziamo
diversi progetti, come la pesca del tonno
sostenibile con il metodo «pole & line»
(canna e lenza, ndt.), usato ad esempio
alle Maldive.
Cosa significa in concreto?
Le cifre del Consiglio internazionale per
l’esplorazione del mare (ICES) indicavano nel 2005 che circa il 94 per cento
delle riserve esaminate non si trovavano
all’interno di confini biologici sicuri,
venivano perciò sfruttate eccessivamente. Nel 2013, invece, il 59 per cento delle
* Redattore di Migros Magazin
Rüdiger Buddruss: «Facciamo controllare dal WWF ogni prodotto ittico». (Jorma Müller)
M Il barometro dei prezzi
Informazioni sui cambiamenti di prezzo
Articoli
Prezzo vecchio
in Fr.
Cialde al limone senza zucchero, 235 g
Flan al caramello, 2 x 102 g
Pudding Crème Vaniglia, 3 x 72 g
Crème Patisserie Vaniglia, 2 x 100 g
Patissier Zucchero vanillinato, 4 x 13 g
Azione
Settimanale edito da Migros Ticino
Fondato nel 1938
Redazione
Peter Schiesser (redattore responsabile),
Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica
Puffi Poma, Simona Sala, Alessandro Zanoli,
Ivan Leoni
2.90
3.30
2.20
2.40
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2.60
3.—
2.—
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Cooperativa
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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶21 luglio 2014¶N. 30
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Società e Territorio
Coppie in crisi
Due punti di vista per parlare
della separazione, di come
evitarla e di come affrontarla
con i figli
Google e il diritto all’oblio
Dopo la decisione della Corte di giustizia
europea si apre il dibattito su come
garantire il diritto all’oblio e il diritto
all’informazione
Passeggiate svizzere
La storia dello spiaggia-lift di
Fürigen, messo in funzione nel 1937
dall’albergatore visionario Paul Odermatt
pagina 11
pagina 8
pagina 5
Eliminare
le disparità
Egalité Handicap Intervista a Paola Merlini,
avvocato dell’associazione che fornisce
consulenza giuridica alle persone con andicap
Barbara Manzoni
È di pochi giorni fa la notizia che il
Parco degli orsi di Berna sarà reso
accessibile a tutti con l’installazione
di un ascensore inclinato su rotaie. Lo
ha deciso l’esecutivo cittadino che ha
approvato un credito di quasi 3 milioni
di franchi. È solo uno dei casi in cui la
discriminazione nei confronti delle
persone disabili ha suscitato indignazione, forse il più eclatante visto il
sorpasso di costi per la realizzazione
del parco inaugurato nel 2009. Eppure
la Svizzera si è dotata da tempo di una
Legge federale sui disabili (LDis) che
punta a eliminare svantaggi e disparità,
inoltre lo scorso 15 aprile ha ratificato
la Convenzione ONU sui diritti delle
persone con disabilità.
Paola Merlini è avvocato, ha studiato
diritto perché fin da ragazza era interessata ai diritti dell’uomo e umanitari,
poi la vita l’ha riportata in Ticino, dove
ha lavorato per la Tutoria di Locarno
e, successivamente, ha iniziato la sua
attività presso la Federazione ticinese integrazione andicap (Ftia). Lì, il
direttore Lorenzo Giacolini le chiede
di adoperarsi insieme a lui perché
Egalité Handicap arrivi in Ticino. Ce la
fanno nel 2009, da quell’anno in Ticino
è attiva l’unica antenna regionale
dell’associazione che ha sede a Berna,
dove garantisce un servizio bilingue
francesce-tedesco.
Avvocato Merlini, di che cosa si
occupa Egalité Handicap?
Il servizio, voluto e sostenuto finanziariamente dalla conferenza nazionale
delle organizzazioni di aiuto privato
delle persone con andicap (Dok) e
dalla Federazione ticinese integrazione
andicap (Ftia), si occupa di dare assistenza giuridica per quanto riguarda
l’applicazione del divieto costituzionale
di discriminare a causa di un andicap.
La consulenza giuridica è assicurata
anche per la Legge federale sui disabili
e le relative ordinanze nonché le singole
norme contenute nelle varie leggi.
Poi ci occupiamo di divulgare questo
diritto, di farlo conoscere e ci mettiamo
a disposizione per organizzare dei corsi
di formazione nei vari ambiti, abbiamo
un sito internet per informare e fornire
documentazione. Il servizio è stato pensato non solo per le persone con andicap
e i loro famigliari, ma anche per enti
pubblici come la scuola, gli operatori
sociali, oppure i datori di lavoro.
In Ticino sono molte le richieste?
Quali sono le sollecitazioni più
frequenti?
Le richieste sono in costante crescita,
basti pensare che il nostro servizio dal
2009 al 2011 era garantito con un’occupazione del 20% sostenuta dall’Ufficio
federale delle pari opportunità delle
persone con disabilità. Nel giro di tre
anni si è dovuto aumentare la presenza
e nel 2012 si è passati a un’occupazione
del 50%. Dall’inizio di quest’anno, ad
esempio, le sollecitazioni sono state
circa 60. Le richieste più numerose
sono legate al mondo della scuola,
soprattutto quella dell’obbligo e ai
trasporti pubblici. Poi ne riceviamo
tante che non ci riguardano direttamente: sono persone con andicap che
hanno un problema e non sanno a
chi rivolgersi, ci siamo dunque dati il
compito di trovare il referente giusto
per ogni situazione, insomma agiamo
da trait d’union. Un coordinamento
che mancava in Ticino.
Il parco degli orsi di Berna sarà adeguato alle esigenze dei disabili. In
Svizzera e in Ticino vi capita ancora
spesso di imbattervi in situazioni
come questa?
Purtroppo sì. La Ftia ha un architetto a
tempo pieno che fornisce una consulenza alle persone con andicap che
devono adeguare l’abitazione o il posto
di lavoro alle proprie esigenze, ma si
occupa anche di verificare le domande
di costruzione ed eventualmente di fare
opposizione nei confronti di chi non
rispetta la Legge federale sui disabili e
la nostra legge edilizia cantonale. Ogni
mese la Ftia inoltra almeno un paio
di opposizioni e alcuni avvisi di non
conformità. Abbiamo anche organizzato, in collaborazione con la Ftia e con
la SIA, dei corsi di formazione per gli
architetti e ci siamo impegnati affinché
fosse tradotta in italiano la norma SIA
500 (norma tecnica per la progettazione di edifici senza ostacoli, ndr). La
nostra impressione è che ancora troppo
spesso non si abbia la consapevolezza
che mettere a disposizione edifici e
mezzi di trasporto pubblici adeguati
alle necessità delle persone con andicap
è un modo per favorire un gran numero
di persone: chi ha bambini piccoli e si
sposta con passeggini o carrozzine, gli
anziani, chi ha avuto un infortunio ed
è temporaneamente limitato nei propri
movimenti, ma anche più semplicemente le persone che viaggiano con un
bagaglio pesante.
Paola Merlini: «edifici e trasporti pubblici accessibili ai disabili favoriscono un gran numero di persone». (Vincenzo Cammarata)
Che cosa vi aspettate dalla ratifica
della Convenzione ONU da parte
della Svizzera?
Ci aspettiamo che migliori ulteriormente il nostro diritto. A livello svizzero abbiamo un diritto costituzionale
che prevede la non discriminazione di
una persona a causa di un andicap, la
Convenzione in questo senso non aggiunge nulla di nuovo al concetto base,
ma darà sicuramente un aiuto importante attraverso norme specifiche per
permettere al legislatore di completare
il diritto svizzero che per ora è ancora
lacunoso. La Convenzione porta degli
oneri a tutti, non solo a Confederazione, Cantoni e Comuni ma anche a tutte
le organizzazioni delle persone con
andicap che si devono impegnare in
prima persona a divulgare questo diritto alla parità universalmente pensato: è
questo il mandato che ci è stato affidato
dall’ONU.
Lo scorso 27 giugno l’Ufficio federale di statistica con un comunicato
informava che in Svizzera le persone
con disabilità sono più formate ma
anche più esposte al rischio di povertà, che cosa pensa di questi dati?
Innanzitutto nello studio dell’Ufficio
federale di statistica ci sono anche dei
risvolti positivi. Ad esempio è migliorata la formazione e l’accesso alla
formazione delle persone con andicap.
Il problema è che ciononostante, dal
2007 al 2012 non è migliorato l’accesso al lavoro. Questo dato evidenzia
come sussistano ancora delle grandi
carenze legislative in ambito di diritto
del lavoro, il quale non prevede norme
specifiche che garantiscano la non
discriminazione in particolare al
momento dell’assunzione. Le statistiche ci mostrano come invece sarebbe
necessario intervenire in maniera più
incisiva non solo a livello di norme ma
anche di sensibilizzazione e di sostegno
ai datori di lavoro. Quello che più mi
preoccupa dei dati forniti dall’Ustat è
però l’ultima notizia: nessun miglioramento sul fronte della capacità di
utilizzare i trasporti pubblici in maniera autonoma. Questa è un’ulteriore
dimostrazione che il termine stabilito
dalla legge federale sui disabili che permette alle aziende dei trasporti pubblici
di adeguarsi entro il 2024 ha finora
permesso alle aziende di rimandare il
problema. Lo abbiamo ben visto con i
distributori di biglietti automatici che
purtroppo non sono ancora accessibili
a tutti, come non lo sono tante stazioni
ferroviarie del nostro cantone.
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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶21 luglio 2014¶N. 30
Società e Territorio
Superare la crisi è possibile
Coppia I periodi difficili in una relazione arrivano quasi inevitabilmente, come accorgersene
e correre ai ripari prima che la crisi diventi rottura? Ne parliamo con la psicoterapeuta Barbara Rossi
Elisabetta Oppo
La crisi del rapporto di una coppia,
quando ci sono dei figli, corrisponde
quasi sempre anche alla rottura della
famiglia intesa nel senso più stretto e
tradizionale del termine. La decisione
di una coppia di separarsi determina,
infatti, nella vita di due persone uno
stravolgimento e la difficile situazione
diventa ancora più delicata quando i coniugi hanno figli, in particolare piccoli.
I bambini, infatti, risentono inevitabilmente della separazione dei genitori,
tutto il loro equilibrio viene scosso e
la loro vita scombussolata. Le reazioni
a questa decisione presa dagli adulti
possono essere le più disparate e testimoniano il malessere per la nuova realtà
che si è venuta a creare. Eppure spesso i
segnali di crisi di una coppia sono ben
evidenti già prima della rottura e in
alcuni casi basterebbe prestare un po’
più di attenzione ad alcuni sintomi in
modo da evitare la separazione. Sempre
più spesso, infatti, molti matrimoni
in crisi si concludono con un divorzio.
Secondo i dati statistici del movimento
naturale della popolazione dell’Ufficio federale di statistica in 40 anni
il numero dei divorzi in Ticino è più
che quintuplicato passando da 156 nel
1970 a 885 nel 2010. Più difficile, invece,
confrontare i dati degli ultimi anni con
quelli precedenti, poiché dal 2011 è stato
modificato il metodo di rilevamento
dei divorzi. Tuttavia è possibile fare un
raffronto tra il 2011 e il 2012. In un anno
è stata registrata una leggera flessione,
passando da 737 a 704 divorzi. Ma quali
passi sarebbe opportuno compiere per
evitare la rottura? Ne parliamo con Barbara Rossi, psicologa e psicoterapeuta,
collaboratrice dell’Istituto ricerche di
gruppo di Lugano.
Dottoressa Rossi, quali sono le prime avvisaglie di una crisi di coppia,
come riconoscerle e cosa fare per
intervenire in tempo?
John Gottmann, uno studioso
nell’ambito delle relazioni d’amore,
sostiene che una relazione è vicina al
capolinea se sono presenti i seguenti
sintomi: se si considerano gravi e
difficilmente superabili i problemi di
coppia; se parlarne sembra inutile e si
cerca di affrontare le difficoltà ognuno
per conto proprio; se si conducono vite
Desiderio, pazienza, disponibilità e rispetto sono buoni ingredienti per rilanciare un progetto di coppia. (Keystone)
parallele; e se si prova un senso di solitudine, anche in presenza del partner.
In una ricerca che condussi anni fa
con l’Università degli Studi di Padova
su alcune coppie in difficoltà, emerse
chiaramente come per poter superare
la crisi un rapporto di coppia necessiti
di alcune funzioni che lo pischiatra
e psicanalista Donald Meltzer aveva
individuato chiaramente. Secondo
Meltzer per fare fronte alla crisi nella
coppia sono necessarie due capacità
fondamentali: la facoltà di pensare e
quella di contenere il dolore. Senza
queste due funzioni il rapporto si può
considerare «a rischio».
Naturalmente non c’è una ricetta
che vada bene per tutti, e spesso
non si riesce ad affrontare una crisi
di coppia da soli. Quando si può dire
che è giunto il momento di rivolgersi
ad un professionista?
Non credo ci sia un momento giusto e
uno sbagliato per rivolgersi a un professionista. Le persone possono chiedere
aiuto nei momenti più vari: quando si
sentono in difficoltà e temono di com-
promettere il loro rapporto; se qualche
aspetto della relazione di coppia non
funziona più: ad esempio se si ama
ancora il partner ma non si hanno più
rapporti sessuali o se non c’è più dialogo
di coppia; altre volte sotto pressione di
un partner, se non si riesce a scegliere
tra moglie e amante; quando la crisi è
forte e non si sa come uscirne; per giocare l’ultima carta, prima di separarsi
davvero. In generale, direi che è sempre
meglio rivolgersi per tempo: quando
qualcosa non funziona, ma la relazione
non è compromessa, è più facile risolvere o sciogliere eventuali problemi.
In molti casi ci si rende conto della
gravità della situazione troppo tardi,
quando la vita di coppia è ormai
logora. È comunque possibile recuperare il rapporto? Quali consigli
può dare?
Indubbiamente è più complesso
recuperare un rapporto ormai logoro.
Ma se c’è il desiderio, io sono ottimista,
qualcosa credo si possa fare e comunque vale sempre la pena provarci. La
speranza, il desiderio, la pazienza, la
disponibilità, il rispetto sono ottimi
ingredienti per rilanciare un progetto
di coppia. Nell’ipotesi peggiore, potrà
comunque essere un’occasione importante per separarsi senza farsi troppo
male, imparando ad attraversare il
conflitto se necessario. Non è banale
separarsi, non bisogna sottovalutare la
complessità e la sofferenza di una separazione. Spesso le persone esprimono il
peggio di sé stesse, il che rende ancora
più difficile la possibilità di perdonarsi
e riconciliarsi, con se stessi in primis.
Maggiore attenzione bisogna prestare al modo in cui si affronta una
crisi di coppia quando ci sono dei figli. Come ci si deve comportare con i
minori già dal primo momento in cui
ci si rende conto di essere in crisi?
Anche qui non ci sono ricette. È importante ricordare che se la separazione è
difficile per i genitori, benché adulti e
con esperienza alle spalle, lo è ancora
di più per i figli. Direi che è importante
la comunicazione, perché i figli hanno
una specie di «radar», per cui se qualcosa non funziona loro se ne accorgono
ma non sempre capiscono cosa accade
e perché. È importante usare con loro
la stessa correttezza e sincerità che ci
aspettiamo da loro. Ma senza esagerare. L’equilibrio è delicato, occorre comunicare, cercando di non travolgerli
con il proprio dolore, e cercando di non
coinvolgerli nel conflitto. Tutti aspetti
ben noti che sono più facili da dire che
da mettere in pratica. All’Istituto ricerche di gruppo l’anno scorso abbiamo
trattato il tema in una conferenza. Il
punto cardine dell’incontro è stato
appunto il tema della comunicazione.
Quanto essa diventi difficile quando si
è travolti dalle emozioni e quanto possa
diventare violenta quando si soffre,
spesso non prestando la dovuta attenzione a quanto questo atteggiamento si
ripercuota sulla serenità dei figli. Vista
l’importanza dell’argomento l’Istituto
riproporrà un incontro anche nel corso
di quest’anno.
Informazioni
www.irgpsy.ch
Riconoscere la sofferenza dei figli
Pubblicazioni Il nuovo libro della psicologa Simona Rivolta nasce dall’osservazione di come i genitori abbiano
la tendenza a edulcorare l’esperienza della separazione
Laura Di Corcia
Possiamo raccontarcela quanto
vogliamo, dire che se ci si separa in
modo civile, i bambini non sentiranno dolore. Senza voler fare del
reazionarismo (due persone che non
vogliono stare insieme hanno tutti i
diritti di dirsi addio), bisogna ammettere che il divorzio non è una passeggiata per i figli, i quali spesso, come
spiega Simona Rivolta nel suo ultimo
libro, La nostra famiglia da qui in poi
(Bur), rimangono toccati da questa
esperienza per tutta la vita. «Lavorando a contatto con le coppie – spiega
la psicologa, la cui area di interesse
riguarda in particolare la gestione del
processo di cambiamento familiare
– ho colto la tendenza, da parte dei genitori, ad edulcorare l’esperienza della
separazione, che invece va riconosciuta come trauma». Un evento doloroso
che però può essere affrontato con
intelligenza, per evitare di peggiorare
la situazione.
Dottoressa Rivolta, qual è il modo
migliore per comunicare la decisione di separarsi ai propri figli?
Non esiste un modo migliore di un
altro. A volte si sente dire che questa
comunicazione così importante vada
fatta assolutamente insieme; ecco, non
sono completamente d’accordo. Si può
fare assieme o separatamente, tenendo
conto della situazione che garantisce
più tranquillità al bambino. Se uno
dei due genitori è molto sofferente e il
suo stato d’animo rischia di invadere
il campo della comunicazione con il
figlio, allora è meglio che gli parli il
genitore meno provato.
C’è un modo per proteggere i bambini dal dolore della separazione?
Non si può… non voglio dire che una
coppia che non funziona più non possa
separarsi, mi preme semplicemente
sottolineare che cadiamo in un’illusione credendo che un cambiamento
del genere non provochi sofferenza ai
nostri figli. Solo guardando la realtà
possiamo dare ai bambini la possibilità
di esprimere i loro sentimenti, anche
quando sono negativi.
In che fase della crescita il cambiamento è più duro da accettare?
La prima infanzia è il periodo più
delicato: durante quella fase i bambini
hanno meno risorse sia da un punto
di vista cognitivo che emotivo. La
presenza di entrambi i genitori è essenziale per costruire una personalità
mediamente adattata (non perfetta, la
perfezione non esiste) e questo aspetto
ha maggiore rilevanza nei primi anni.
Va detto che i figli che crescono in famiglie separate diventano grandi in modo
diverso e che non si tratta di una ferita
che poi si richiude, anche se bisogna
stare attenti a non usare quella lente per
interpretare tutto. Una crisi adolescenziale, per esempio, non è sempre
causata dal divorzio dei genitori, anzi,
spesso è un passaggio fisiologico.
Quanto è importante riunire il
nucleo familiare, per esempio per le
feste o per particolari occasioni?
È un atteggiamento salutare. In
generale, credo che sia essenziale non
eliminare l’altro genitore dai propri
discorsi: fare riferimento a mamma
o papà significa lasciare la libertà al
bambino di esprimere i propri sentimenti nei confronti dell’ex compagno
(o compagna). I tabù non fanno bene ai
figli, ma tutto dipende dalla relazione
che esiste fra i due genitori: se parlarne
significa esprimere disapprovazione o
rancore, meglio evitare il discorso.
E se uno dei due genitori non riesce a
superare il dolore della separazione?
A volte non ci si riesce da soli, è al di là
delle proprie forze. In quel caso bisognerebbe farsi dare una mano. Quello
che mi sento di sconsigliare è di farsi
aiutare dai propri figli. È il genitore
che deve sostenere il bambino, non
viceversa.
40%
50%
40%
9.90 invece di 17.–
11.80 invece di 19.80
7.90 invece di 16.20
Paté del 1° agosto con carne di vitello
Svizzera, 500 g
Salmone affumicato dell’Atlantico*
d’allevamento, Norvegia, 330 g
Bratwurst di vitello, TerraSuisse
3 x 2 pezzi, 840 g
30%
30%
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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶21 luglio 2014¶N. 30
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Società e Territorio
Dagli spazzini all’oblio
Privacy e nuove tecnologie Come sta cambiando l’approccio alle notizie scomode su Internet dopo la sentenza
della Corte di giustizia dell’Unione europea dello scorso 13 maggio
Mirko Nesurini
Alcuni anni fa un mio amico finì in
prigione. Aveva combinato un guaio
pesante. Tutti (o quasi) gli girarono le
spalle. Come spesso capita quando ti
accade un evento negativo, ti giri attorno e ti accorgi di essere solo. Scontata la
carcerazione preventiva, uscì tramortito. Seguì il processo, poi un altro e poi
il terzo grado. Risultato: colpevole! Tra
l’accusa e il terzo grado di giudizio sono
passati una decina d’anni ed Internet si
è riempita di notizie negative. Direte:
ci mancherebbe altro. Risposta: certo,
ma il punto non è questo. Il punto è che
dopo avere pagato il conto con la giustizia per il suo errore, questo mio amico
che apprezzavo come professionista e
con il quale ora ho un rapporto di profonda amicizia, mi ha chiesto cosa poteva fare per liberarsi del suo passato, in
altre parole, del suo errore.
«Ripulire» la propria
identità digitale: fino
a poco tempo fa un
servizio piuttosto caro
assicurato da società
prevalentemente
anglosassoni
La domanda mi è sembrata lecita, anche se da subito ho ritenuto le intenzioni del mio amico di difficile attuazione.
La soluzione, a quel tempo, prevedeva
di affidarsi agli «spazzini del web». Il
servizio che consisteva nel «ripulire l’identità digitale» del soggetto e costava
diverse migliaia di franchi al mese. Tra
gli utenti del servizio c’erano molti VIP.
Le società che se ne occupavano erano
prevalentemente anglosassoni. La strategia era di spingere in secondo piano
sui motori di ricerca le notizie cattive
o comunque non gradite dal cliente.
L’obiettivo era relegare la notizia negativa nella seconda o terza pagina del
motore di ricerca dato che la gente si
ferma spesso alla prima pagina di ricerca. Non desidero abusare della vostra
pazienza descrivendovi il processo nel
dettaglio. La strategia era rifarsi una
reputazione con notizie fresche e positive. Non si trattava si nascondere i fatti, ma di dare altre notizie o il racconto
della stessa notizia in modo diverso.
Tutto questo è ancora attivo, ma
oggi c’è un alleato nuovo, grazie al giudice spagnolo Mario Costeja Gonzàlez.
Una sentenza della Corte di giustizia
dell’Unione europea pubblicata lo scorso 13 maggio, ha imposto ai motori di
ricerca di rimuovere i collegamenti ad
articoli o contenuti di qualsiasi tipo con
informazioni inadeguate o non più rilevanti sul conto di utenti espressamente citati. È il primo concreto passo verso
il diritto all’oblio. Primo passo perché
in realtà cercando bene le notizie ci
sono ancora, ma poco importa ai fini
di questo articolo. La notizia, credo, è
che il tema è ora in un’agenda e questa
è una buona notizia per tutte le persone
come il mio amico che hanno pagato il
conto con la giustizia oppure di gente
diffamata in modo ingiusto e che vorrebbe evitare di portarsi dietro le brutte
avventure per tutta la vita. Nell’ultimo
mese e mezzo le richieste per rivendicare il diritto all’oblio in rete sono state
migliaia e in tutti i Paesi europei. Google ha lanciato un servizio attraverso il
quale i cittadini europei possono chiedere che vengano cancellati i link a risultati di ricerca che si ritengano inopportuni promettendo di «esaminare
ogni richiesta cercando di bilanciare il
diritto alla privacy con quello all’informazione».
L’avvocato Diego Fulco è un esperto di privacy e gestione dei dati personali con esperienze in diverse multinazionali europee. Gli abbiamo chiesto
cosa cambierà in concreto per gli utenti, dopo la sentenza della Corte di Giu-
Anche Google riuscirà a garantire il «diritto all’oblio»? (Keystone)
stizia su Google. Secondo l’avvocato
Fulco «l’utente del web potrà presentare alla società che rappresenta il motore
di ricerca in uno Stato membro dell’Unione europea una richiesta motivata
di non fare più comparire un’informazione che lo riguarda fra i risultati di
quel motore di ricerca». Tecnicamente,
questa richiesta si chiama «opposizione
per motivi legittimi», nel senso che l’utente la deve motivare adeguatamente.
Per intenderci, «nessuno può chiedere
per un semplice capriccio al motore di
ricerca l’eliminazione dai risultati di
informazioni che vuole fare scomparire per motivi futili, come sarebbe la
domanda di eliminare dai risultati una
foto, perché in quella foto non è venuto
bene». Bisogna che l’utente spieghi per
iscritto per quali ragioni la presenza di
quell’informazione nell’elenco dei risultati può ledere la sua identità personale o la sua dignità.
La direttiva europea sulla privacy
e le leggi nazionali di attuazione prevedono casi in cui il diritto di cronaca e/o
il diritto alla ricerca storica prevalgono sul diritto all’oblio. Soprattutto per
quanto riguarda informazioni relative
a persone note, l’interesse della collettività ad essere informata vince sul diritto di queste persone a fare scomparire
dal web informazioni personali che le
mettono in cattiva luce.
Voltaire disse che «la tolleranza
è una conseguenza necessaria della
nostra condizione umana. Siamo tutti figli della fragilità: fallibili e inclini
questa bolla, dalle relazioni umane
ai sentimenti più intimi è sospeso,
ogni cosa è ovattata, eterea, impalpabile, finta. Svanisce ma poi subito si
riforma, la bolla, ogni qualvolta Theodor si scontra con la realtà. Quando
la moglie gli chiede se sta vedendo
qualcuno e lui risponde di avere una
relazione con un sistema operativo,
oppure quando il suo collega gli chiede di uscire insieme in quattro e lui
risponde «non posso, sto con un sistema operativo».
L’ironia si fa ancora più sottile quando raccontando della sua esperienza
con Samantha Theodor dice «è bello
stare con qualcuno che è entusiasta
della vita». La stessa Samantha che
poco prima di lasciarlo perché troppo
diversi, gli confiderà di avere una re-
lazione con altre 8316 persone ma di
amare lui di un amore diverso. E che
in un’altra occasione, commentando i suoi contatti sui social network,
esclama «Wow, Theodor, sei molto
popolare in rete, questo significa che
hai un sacco di amici?». In realtà gli
unici amici di Theodor sono Amy e
suo marito. Anche gli spazi aperti, il
rapporto con la natura, non esistono.
Sarà così il nostro futuro? Andremo
in giro negli autobus parlando con il
nostro computer? Risolveremo i nostri problemi d’amore comprando
un sistema operativo disegnato per
soddisfare tutte le nostre richieste?
Che ci accontenta sempre? Faremo
scrivere ad altri le nostre lettere perché non abbiamo tempo? Passeremo
le nostre serate a giocare con simpa-
all’errore. Non resta, dunque, che perdonarci vicendevolmente le nostre follie». In questo senso, il reiterato presentarsi sulla pagina Google di follie del
passato non aiuta a superare i momenti
bui, giusti o ingiusti che siano, e nel
caso di quelli ingiusti anzi, li acuisce.
Nei casi in cui un soggetto ha pagato il
suo conto con la giustizia o è stato vittima conclamata di diffamazione, mi
pare benvenuta una riflessione sull’uso
delle notizie da parte dei motori di ricerca.
Rimane in piedi un tema assai difficile da affrontare in termini di regole
nella gestione della libertà d’informazione che dovrebbe essere – proprio
come dice il nome – il più libera possibile.
La società connessa di Natascha Fioretti
«Wilhelm, cosa è mai il nostro cuore, il mondo senza l’amore? È come
una lanterna magica senza luce! Ma
appena tu vi introduci la lampada, le
più belle immagini compaiono sulla
parete bianca». Oggi più che su una
parete bianca, come ne I dolori del
giovane Werther di Goethe, le immagini comparirebbero su uno schermo bianco del pc raccontate dalla
suadente voce di un sistema operativo chiamato Samantha. Samantha
che nella pellicola Her di Spike Jonze dice al suo Theodor, interpretato
da Joaquin Phoenix, quali sono gli
appuntamenti della giornata, quali
quelli più importanti, quale strada
prendere per arrivare prima nel tal
posto… Non solo, da agenda parlante super performante, si trasforma in
amica comprensiva e confidente poi,
addirittura, in amante passionale e
compagna di vita onnipresente quando Theodor la cerca. A tal punto che
Theodor non vive più senza lei. Samantha riempie ogni minuto della
sua vita, quella vita interrotta dalla
dolorosa separazione con la ex moglie
di cui non riesce a farsi una ragione.
Da quando è solo vive come in una
bolla tecnologica.
La tecnologia pervade e invade tutte
le sfere della sua vita a partire dal pc
con il quale lavora alla beautifulletters.com, azienda dove i dipendenti
scrivono toccanti lettere per conto
di terzi, ai videogiochi olografici con
i quali trascorre le serate, alle chat
di appuntamenti con le quali interagisce nelle notti insonni. Tutto in
tici ologrammi anziché passeggiare
per le strade della città? Guardando
il film vien da dire «speriamo di no».
Speriamo che l’essere umano del
prossimo futuro assomigli più al Giovane Werther che a Theodor. Se il primo vive la sua vita e le sue emozioni,
va incontro alle relazioni umane con
tutte le gioie e le delusioni che ne derivano, il secondo sceglie di sopravvivere, di non sentire davvero, di non
mettersi in gioco. E se il primo è attore del suo destino, si toglie la vita perché non può sopportare di stare senza la sua Lotte, il secondo ne diventa
prigioniero e muore ugualmente, piano piano, di tecnologia, di finzione e
di ovattata serenità. Se non fosse che
alla fine, l’amore reale di Amy, lo salverà. Forse.
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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶21 luglio 2014¶N. 30
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Società e Territorio
Fili a sbalzo
e fieno selvatico
La fornace della
Torrazza di Caslano
Valle Verzasca Il sentiero etnografico di Odro è una gita
entrò in funzione era un impianto moderno
e produsse calce fino al 1950
Elia Stampanoni
Fieno selvatico, fili a sbalzo e sprügh
sono alcuni termini che dovrebbero invogliare ad incamminarsi lungo il sentiero etnografico di Odro, un cammino
che sale da Vogorno, località verzaschese a 461 metri di altitudine, fino ai 1240
dell’agglomerato sui monti. L’agglomerato di Odro, da dove si apre una bella
vista sulla valle e sul Locarnese, era un
centro dell’attività agricola fino agli
anni 50. Su questi dirupi i contadini
salivano per falciare il fieno selvatico,
ossia l’erba raccolta su pendii dove le
mucche non riuscivano a pascolare,
in pratica fino alle cime. Era un lavoro
molto faticoso e anche pericoloso, tanto che sono molte le testimonianze di
disgrazie dovute alle difficoltà sui pendii. Gli uomini s’inerpicavano su questi
maggenghi a piedi, spesso accompagnati dalle donne con tutta la famiglia,
e vi restavano il tempo necessario per
falciare il fieno a cui ognuno aveva diritto. Norme stabilite dai regolamenti
comunali garantivano soprattutto ai
paesani di Vogorno, Corippo, Mergoscia e Lavertezzo di falciare sui pendii
per raccogliere il prezioso fieno selvatico. Tanti ciuffi d’erba che, sommati,
permettevano di rimpolpare le scorte
per il lungo inverno, di regola scarse a
causa dello stretto ed esiguo terreno
coltivabile disponibile nel fondovalle.
Si sale da Vogorno e
in due ore e mezza di
cammino si arriva a
Odro dove si riscopre il
duro lavoro di chi, fino
agli anni 50, falciava il
fieno selvatico
Per portare il fieno a valle, accanto al
tradizionale trasporto a spalla, i verzaschesi seppero trovare valide alternative, utilizzando per esempio i fili a
sbalzo. Di queste infrastrutture oggi
rimangono dei segni sul terreno e a
Stavèll, un nucleo di monti che s’in-
contra salendo a Odro, si vedono per
esempio il punto di partenza e di arrivo. Il filo che scendeva a valle è ancora
ancorato a un grosso masso e sostenuto
da tre pali. C’era la possibilità anche di
spingere il fieno a valle lungo i menadoo, dei corridoi naturali (di roccia o
erba) dove il foraggio raccolto scorreva
con più facilità. Un’operazione tanto
faticosa quanto pericolosa che causò
diverse tragedie tra i lavoratori di quel
periodo.
Le famiglie salivano sui monti nei mesi estivi, da agosto ma anche
fino a settembre, e creavano dei piccoli rifugi dove trascorre le poche ore
di riposo, oppure, come verso la cima
di Bardüghè, avevano un posto dove
soggiornare, gli sprügh. Alcuni sono
caduti, altri sono stati salvati e oggi utilizzati per altri scopi, come quello in cui
troviamo il piccolo museo del fieno di
bosco, altro termine per definire il fieno selvatico. La piccola esposizione è il
frutto di un’iniziativa di Jean-Louis e
Chris Villars, i due operosi agricoltori
che a Odro gestiscono un’azienda biologica. Il giurassiano Jean-Louis Villars, dopo essere arrivato in Verzasca
un po’ per caso oltre trent’anni fa, ha
iniziato a riparare e ricostruire i primi
ruderi diroccati e nel 1996 si è trasferito
definitivamente su questa radura scoscesa. La coppia attualmente gestisce i
terreni e gli stabili: un fiorente agriturismo che accoglie i turisti di passaggio.
La loro fattoria si è allargata lentamente
e nei rustici restaurati oggi troviamo
la loro abitazione, ma anche le stalle, il
caseificio, i dormitori e le cascine per
gli ospiti. Il piccolo museo è invece
stato realizzato poco più a monte del
nucleo di Odro, in quella che una volta era l’abitazione temporanea di Luigi
Berri (1904-1988). Oggi racchiude i ricordi e le testimonianze di un passato
ormai lontano, ma che vuole rimanere
vivo nella memoria della gente. Nella
casupola ristrutturata trovano spazio
diversi utensili, ritrovati da Jean-Louis
e Chris che, dopo il restauro e la catalogazione, sono stati donati al Museo Val
Verzasca.
Una pausa nell’angusto sprügh è il
momento ideale per ripercorre la storia
Tratti di muro a secco lungo il sentiero etnografico di Odro. (Elia Stampanoni)
di questi agricoltori che, con il loro ingegno, sapevano trovare utile foraggio
anche su questi pendii. Il museo è arricchito dai vari attrezzi utilizzati per la
fienagione, come le piccole falcette che
permettevano di tagliare anche i ciuffi
d’erba più discosti. All’interno pure
una fornita documentazione, dove si
ricordano le famiglie più attive fino agli
anni 50 nella raccolta del fieno selvatico: gli Jacop, i Gamboni, i Domenighini, i Berri, di cui l’ultimo fu Luigi, detto
Stevenin. Fieno selvatico, fili a sbalzo e
sprügh sono inseriti nel sentiero etnografico di Odro che attraversa almeno
una decina di altri punti d’interesse.
L’itinerario, riportato sull’opuscolo informativo, sale da Vogorno a Odro per
poi proseguire verso l’alpe Bardüghè e
riscendere dall’altro sentiero passando da Costapiana. Subito in partenza,
sulla sponda sinistra del ruscello della
Valle del Molino, a pochi passi da una
cappella, ci sono ancora le tracce di un
vecchio mulino, mentre oltrepassando
un’ostica scalinata si raggiunge l’oratorio secentesco dedicato alla Madonna
Addolorata. Situato in località Colletta,
l’oratorio è oggi meta della processione che ogni anno al venerdì della Passione (che precede la Domenica delle
Palme) attira i fedeli. Il sentiero si snoda in seguito nella bella selva castanile
con imponenti castagni monumentali,
presenti fino a 900 metri di altitudine.
Una tappa importante del sentiero è
sicuramente Odro, raggiungibile dopo
circa due ore di cammino. Sul terrazzo,
troviamo l’azienda agrituristica, ma
anche i massi cuppellari. Su un sasso
affiorante al centro dell’insediamento
sono di fatto ben visibili alcune coppelle. Dal piccolo museo del fieno di bosco
la salita continua verso l’alpe Bardüghè,
costeggiando lunghi tratti di muri a
secco. Altre «battute» di fili sospesi attraversano la valle e, a quota 1’600 metri, si apre il vasto pianoro utilizzato un
tempo quale alpe e oggi punto culmine
del percorso etnografico. Una gita che
si conclude in discesa tra i vigneti di
Vogorno e ci fa scoprire i luoghi impervi e discosti della Verzasca, mentre sul
fondovalle il fiume si fa sentire in lontananza.
Laura Patocchi-Zweifel
incantevole e istruttiva che permette di scoprire un piccolo museo
ad alta quota e scollinare all’alpe Bardüghè
Archeologia industriale Nel 1913 quando
Laura Patocchi-Zweifel
In Ticino, fino al secondo Ottocento,
per costruire edifici e strade si sfruttavano le ricchezze naturali del proprio territorio. Il Sottoceneri è ricco
di numerose varietà di pietre calcaree
utilizzate per murature, decorazioni,
rivestimenti e per la produzione di calce. In passato mescolando calce, sabbia
e acqua si otteneva un’ottima malta che
permetteva di realizzare opere edilizie stabili. Da un’inchiesta sulle cave
di calce ticinesi del 1895 si può leggere:
«Cave di sassi calcari sul versante orientale e occidentale del monte di Caslano. Esplorate da tempi remoti. Furono
sempre esercitate dai fornaciai o dai
loro addetti e con esito felice. Estensione mq. 21’000. (...) Per la utilizzazione
di detti sassi vi sono 6 fornaci a sistema
vecchio cotte con legna». La toponomastica della zona indica che le attività
estrattive della pietra calcarea e la produzione della calce si trovavano in diretta vicinanza favorendo così il sorgere
di una fiorente industria delle fornaci
che ha largamente contribuito allo sviluppo dell’insediamento. La calce, oltre
ad essere impiegata come componente
primario nella preparazione della malta
trovava parecchie applicazioni in svariati campi. La si usava per intonacare
e imbiancare locali anneriti dal fumo
e come rimedio contro muffe, insetti e
nei periodi di pestilenza l’imbiancatura
fungeva da disinfettante per gli ambienti e le sepolture. Nell’agricoltura veniva
utilizzata per correggere i terreni acidi
e per combattere i parassiti e nei pollai
per eliminare i pidocchi delle galline.
Le fornaci della Torrazza, frazione
di Caslano situata sullo stretto di Lavena a sud del monte Sassalto, inizialmente venivano gestite per conto della
Comunità di Lavena (I) poi col tempo
vennero cedute con le cave a privati che
vi si stanziarono. La Torrazza fu oggetto di frequenti e aspre controversie fra
i caslanesi e lavenesi che si conclusero
con il trattato di Varese del 1604 tra i
Cantoni Svizzeri e il Ducato di Milano
in cui si stabiliva che il territorio della
Torrazza era di pertinenza confederata
e del comune di Caslano, «tuttavia veniva concesso agli abitanti di Lavena,
proprietari di stabili nel territorio di
Caslano, di usarli e di goderli con parsimonia: inoltre ai terrieri di Lavena
vengono conservati i loro diritti di pascolare, di estrarre sassi e calce, di far
legna sul monte di Caslano». La calce
ben cotta veniva spedita nel Sottoceneri ed anche nel Sopraceneri su carri o
via lago su barconi. Il ponte di Melide,
iniziato da Pasquale Lucchini nel 1844
ed aperto al libero passaggio nel 1847, è
stato costruito con la calce tratta da Caslano e da Cragno sopra Mendrisio. Nel
Malcantone la calce veniva trasportata
in gerle. Case, chiese, torri campanarie
della Valle della Magliasina e della Tre-
sa sono state edificate con calce di Caslano. La costruzione della ferrovia del
San Gottardo inaugurata nel 1882 favorì l’importazione dalla Svizzera interna
e dall’Italia di un’ottima calce prodotta
in fornaci moderne a prezzi altamente
concorrenziali. In breve tempo la maggior parte delle obsolete fornaci ticinesi
cessarono la produzione. Anche a Caslano non si produsse più calce per alcuni anni fino al 1913 quando entrò in
funzione una nuova e moderna fornace
a fuoco continuo costruita di fronte a
una cava di pietra dolomitica alla Torrazza. Il forno, di forma cilindrica con
tino verticale alto circa 17 metri era alimentato da due focolari contrapposti al
primo piano utilizzando la legna come
combustibile. Dopo alcuni anni si procedette a una modifica che permetteva
una migliore resa. Vennero chiusi i due
focolari laterali e il forno veniva caricato dall’alto con strati alternati di pietra
e carbone. Una passerella collegata con
il piano della cava consentiva di entrare
nella cappa del forno e distribuirvi strati di pietrame e carbone.
Il ridimensionamento del mercato della calce causò il fallimento della
ditta Bellorini gestrice della fornace
della Torrazza. La società Sassalto SA
ne rilevò i diritti e nel 1931 l’architetto
Nino Moccetti assunse con il padre la
direzione dell’esercizio alla Torrazza.
Alla fornace si produceva calce viva
in zolle, calce idrata e concime. Inoltre vennero installati impianti per la
produzione di pietrischi calcari usati
per il sottofondo stradale, per i viali da
giardino, i campi da bocce e da tennis.
L’uso sempre maggiore del cemento
nelle opere edilizie determinò il declino della produzione di calce e nel 1950
la fornace della Torrazza cessò l’attività
mentre l’estrazione e la lavorazione del
pietrisco continuò fino al 1976. Oggi la
fornace si erge imponente e solitaria,
in un commovente stato d’abbandono,
sotto la parete del monte Sassalto, parco naturale di straordinario interesse
naturalistico. Questa preziosa testimonianza di un’attività industriale ormai
dimenticata è stata posta sotto tutela
cantonale.
Bibliografia
Nino Ezio Greppi, La Vicinia di Caslano, Estratto dall’Archivio Storico
della Svizzera Italiana, Agno, 1929.
Francesco Dario Palmisano, Documenti per la storia di Caslano, ASPT,
Ponte Tresa, 2008.
Roland Hochstrasser, La fornace di
Caslano. Proposte per la conservazione e valorizzazione del patrimonio
storico-culturale regionale, Museo del
Malcantone, Curio, 2003.
Francesco Gianferrari, Caslano e le
sue fornaci, Bellinzona 2004.
Ilse Schneiderfranken, Ricchezze del
suolo ticinese, Bellinzona, 1943.
Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶21 luglio 2014¶N. 30
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Società e Territorio Rubriche
Lo specchio dei tempi di Franco Zambelloni
L’angoscia rimossa
L’aneddotica del passato è ricca di personaggi che – a quanto pare – affrontavano spavaldamente la morte o perfino
ne ridevano: il filosofo stoico Zenone,
dopo una caduta che lo aveva ferito gravemente, si rivolse alla Morte: «Vengo.
Perché mi chiami?», e si diede volontariamente la morte per assecondare
il destino. Verso la metà del Cinquecento Montaigne scriveva: «Si sa che la
maggior parte dei filosofi ha anticipato
volontariamente, o affrettato e facilitato la propria morte». Sempre nel primo
Cinquecento, un celebre buffone dei
Gonzaga, Mattello, giunto alla fine dei
suoi giorni si diede a recitare una pantomima, giocando e scherzando con
la Morte finché questa, «scherzando e
ridendo l’uccise»: così racconta il poeta
d’Isabella d’Este, Antonio Cammelli.
E di un poeta del Settecento, l’abate
Casti, un suo biografo dice che «morì di
coliche barzellettando». Il boia Sanson
ha raccontato che durante la Rivolu-
zione francese il duca di Charost, sulla
carretta che lo portava alla ghigliottina, rimase immerso nella lettura di
un libro; prima di salire i gradini del
patibolo piegò l’angolo superiore della
pagina come segno del punto a cui era
arrivato nella lettura.
Certo, sarebbe assurdo concluderne
che la morte, in passato, non facesse
paura, o che almeno i grandi personaggi la contemplassero serenamente.
Goethe, ad esempio, non tollerava né
di vedere i morti, né che si parlasse di
morte in sua presenza. Quando morì
la moglie, Christiane Vulpius, non
volle vederne il cadavere; e se qualcuno
parlava di morti in sua presenza, era
allontanato per sempre dal suo salotto.
Dunque, anche i grandi possono
temere la morte. Ma una cosa per lo
meno è certa: la morte, un tempo, era di
casa; oggi, secondo le analisi di studiosi
come Ariès, Morin, Vovelle, viene
rimossa, occultata, quasi fosse un tabù.
Ci sono molte ragioni alla base di
questo cambiamento. Fino a non molto
tempo fa per lo più si moriva in casa,
e lì avveniva la veglia funebre; oggi si
muore in genere all’ospedale o in una
casa per anziani, e la visita al defunto
avviene nella annessa camera ardente.
La morte poi, in passato, era molto più
frequente: la durata media della vita
viene calcolata dagli studiosi intorno
ai 20 anni nella lontana antichità; all’inizio del XX secolo era di circa 50 anni.
La mortalità infantile era elevatissima:
nel Seicento, a Firenze, oltre il 70% di
tutti i funerali riguardava bambini di
meno di 10 anni. Ancora nella Francia
del XIX secolo, prima che si diffondessero le scoperte mediche di Pasteur, il
20 o 25% dei nati moriva entro il primo
anno di vita. Attualmente la speranza
di vita si aggira intorno agli 80 anni
(per gli uomini) e agli 85 (per le donne)
e si calcola che un neonato su due nei
Paesi industrializzati ha oggi una
buona probabilità di campare fino a
100 anni.
Come sempre, ogni conquista genera
problemi nuovi. Lasciamo in disparte
le questioni – tutt’altro che semplici
– dello scarso ricambio generazionale, delle incerte sorti del sistema
di pensionamento e dell’AVS, del
più che probabile aumento dell’età
di cessazione del lavoro; rimane da
chiederci che cosa si perde quando
si vince. Si vive molto più a lungo, è
vero: ma purtroppo in molti casi non
si tratta propriamente di vita, ma di
sopravvivenza – qualcosa di simile a
quel che Henry Miller chiamava «la
morte vivente». Se si giudica in base
alla quantità, il progresso è indubbio;
ma la qualità della vita lascia perplessi
in molti casi. Inoltre, la possibilità
crescente di rinviare una morte che
in passato sarebbe stata inevitabile,
affievolisce quel fatalismo che ha
sempre aiutato l’uomo ad accettare
l’inevitabilità della morte. «Quando
sarà la mia ora…» – dicevano i vecchi,
rassegnati. Ma quell’ora, adesso, sembra procrastinabile sine die.
Infine, la consapevolezza del comune
destino di morte ha sempre fatto parte
della psiche umana, ne ha alimentato la
cultura. Non aveva forse torto Dürrenmatt quando scriveva: «Per paura
della morte abbiamo creato un aldilà,
abbiamo creato gli dei, abbiamo creato
Dio. Tutta la nostra cultura è una specie
di edificio che si oppone alla morte».
Ora, per la prima volta, nella storia
dell’uomo, l’esistenza nostra si nutre
assai meno del passato e del futuro,
e sempre più affonda nel presente. E
quel presente, come insegna Pascal,
dev’essere divertissement, un distogliere il pensiero dalle ombre del domani
sviandolo nel piacere e nella distrazione del momento. La cultura del nostro
tempo rispecchia fedelmente questo
atteggiamento.
anche se sembra disabitata e l’unico
segno di vita sono le bandierine di
preghiera tibetane. Poi, camuffati a
prima vista dalla vegetazione, di primo
pomeriggio a luglio inoltrato, in quel
clima caldo-umido poco prima di un
violento acquazzone, scorgo sul pendio, i tre piloni dell’ex lift da spiaggia
di Fürigen (486 m). Di qui non si passa,
muro davanti. Su un cartello è indicata
una fortezza-bunker degli anni Quaranta diventata museo. Dietro l’angolo,
per fortuna, un sentiero ripido sale su
a scalini nel bosco. Un recinto; la porta
reticolata con lucchetto però, sotto, è
piegata in modo da passarci furtivi.
Erba alta sul pianoro, due antichi tavoli
da ping pong dove c’è un cero rosso cimiteriale. Lilla delle campanule, maggiorana selvatica. Il pilone d’arrivo o
partenza è lì, con la grande ruota sopra
arrugginita che ricorda proprio quella
degli ski-lift. Sei pulegge sono le altre
poche tracce rimaste di quel movimento rotatorio definito tecnicamente nel
gergo degli ascensori: «a paternoster».
Ascensore a paternoster, un ciclo continuo come rosario da sgranare. Cerco
agganciati gli aggeggi dove si viaggiava
in piedi per una manciata di metri, ma
niente, spariti. Sciacallaggio di archeologia vacanziera. Chissà l’Odermatt se
vedesse com’è ridotto il suo bikini-lift
(1937-1982). Eppure, nell’ottobre del
2010, un giornalista dell’«Obwalden
und Nidwalden Zeitung», parlando di
«monumento della tecnica», si augurava un non degrado. Ora viene giù che
Dio la manda. M’inerpico su fino a un
gazebo di legno pericolante, ai margini
del bosco. La vista si apre un po’, anche
se il panorama non è un granché: porzioni di lago, laggiù Hergiswil tagliato
dell’autostrada A2. Dirigo di nuovo
lo sguardo su quel pilone di sorrisi
perduti con la ruota liturgica sopra.
Sembra una scultura di Tinguely, ma
più interessante. Così priva di fronzoli
artistoidi, disinteressata, dimenticata,
semplicemente spontanea.
segnale tipico di una situazione. Ma la
ricerca di Hausendorf, che ha esaminato ben 8000 cartoline, era rivolta
soprattutto a decifrare i significati,
per così dire segreti, di questi piccoli
saggi di scrittura: il repertorio dei
temi, la disposizione delle parole, su
linee orizzontali, verticali o traversali,
nello spazio a disposizione, e, non da
ultimo, le capacità creative degli autori
di minitesti. Ed è rivelatrice anche la
scelta stessa della cartolina: prevalgono
le immagini di paesaggi, ma non mancano i monumenti e il folclore locale.
Conclude Hausendorf: «Non si tratta di
un’operazione banale».
In un certo senso, questo rito vacanziero mette alla prova. A chi si decide
d’inviare la cartolina, qual è il luogo
che merita un ricordo da far condividere e qual è la motivazione di questo
messaggio? Sta di fatto che, nell’era dei
viaggi per tutti, la cartolina ha perso
il significato di un’esibizione di tipo
sociale, da parte di privilegiati che potevano concedersi quel lusso. Prevale,
oggi, il significato d’ordine affettivo.
Si scrive ai familiari, agli amici, ai colleghi. E, soprattutto, ci si scrive sul filo
della reciprocità. Spesso, una cartolina
inviata è la risposta a una ricevuta. Ciò
che ha creato una forma particolare di
amicizia: fra persone che, magari non
s’incontrano, ma si parlano attraverso
questo mezzo, già di per sé eloquente. C’è cartolina e cartolina, e conta
scegliere quella giusta, in sintonia con il
gusto del mittente e del destinatario. E
c’è persino chi la cartolina se l’inventa.
Qui bisogna citare Mario Agliati che,
dalle vacanze in Liguria, inviava cartoncini da lui disegnati e dipinti.
Ma, forza segreta delle parole, cartolina non indica soltanto un rettangolo
di carta, a uso postale. Nel nostro
linguaggio, sino a qualche decennio fa,
definiva «una macchietta, un tipo curioso e bizzarro», come si legge nel «Dizionario dei modi di dire» di Ottavio
Lurati. L’autore ne attribuisce l’origine
alla rubrica «Cartoline del pubblico»,
che, a partire dagli anni 20, ospitava
sulla «Domenica del Corriere», battute
scherzose dei lettori.
Passeggiate svizzere di Oliver Scharpf
L’ex spiaggia-lift di Fürigen
A Fürigen, sul lago dei Quattro
Cantoni, intorno agli anni Trenta, un
albergatore visionario di nome Paul
Odermatt (1879-1970) mette in piedi
un movimentato hotel in anticipo
sul Club Med (1950). A grandi lettere
bianche, sotto l’hotel, nel bosco, il
nome di questa frazione di Stansstad
a settecento metri sul livello del mare,
era hollywoodianamente scandito.
La scritta FÜRIGEN, al contempo
anche il nome dell’hotel nato nel
1910, a quanto pare, si vedeva perfino
dall’altra parte del lago. Una funicolare collegava l’Hotel Fürigen con la
struttura balneare in una insenatura.
Tra le varie attività organizzate tipo
serate danzanti o tornei di ping pong,
risalta una stravagante «zatterata»
settimanale. Il signor Odermatt,
assieme al fratello Walter, nel giugno
1929 brevetta addirittura una zatteracanoa. Un «mezzo di nuoto adatto per
la cura di bagni al lago» prodotto poi
in serie per ravvivare le vacanze degli
ospiti dell’hotel. Ma l’idea eccezionale
è il lift da spiaggia. Visto che la caletta
era piuttosto in ombra, Odermatt crea,
al di sopra del lido, uno spiazzo per
prendere il sole. E ispirato dagli ski-lift
– tra l’altro invenzione svizzera rivendicata da Davos : 1934 – commissiona
alla ditta Niederberger di Dallenwil, lo
spiaggia-lift. Così, nel 1937 pronti via:
e hop, piedi su una pedana circolare,
attaccati a una stanga, un tetto-miniparasole sopra la testa. Su e giù per
cinquanta metri: nuoto e bagni di sole
sopraelevati. Certo, bisogna vedere
i manifesti pubblicitari degli anni
Quaranta con le ragazze sorridenti in
costume da bagno, sospese, per rendersi conto della straordinarietà. Così,
oggi, andiamo un po’ a vedere cosa
rimane di questo lift balneare nel canton Nidvaldo, unico al mondo, caduto
in disuso nel 1982. Cammino spedito
senza distrazioni per le vie ortogonali
di Stansstad, quattromilacinquecento
anime a due chilometri da Stans e a
un quarto d’ora di treno da Lucerna. Il
suono dei palleggi di tennis risolleva
un po’ i miei passi in questo paese piatto, senza prospettiva. Trovata la baia,
lassù si scorge l’hotel chiuso da un paio
di anni. Nessuna traccia della struttura
balneare, i classici filari di cabine di
legno, smantellati. Nessuna spiaggia,
addio lido. Al loro posto, un tremendo
complesso residenziale al cui interno,
c’è il ristorante Aiola al Porto. Un salice
piangente isolato su una piattaforma
è forse l’unico testimone dei tuffi di
un tempo. Giro attorno a questa unità
abitativa a ferro di cavallo, incontrando l’entrata del «ristorante mediterraneo». Una foto retroilluminata di una
tagliata di manzo sopra una pizza, la
dice lunga. Proseguo a passo lento in
questa cala incassata a ridosso della
roccia verticale, ecco la casa d’aspetto
collegata alla funicolare. Di legno,
tre piani, balconi, tetto piramidale;
costruita nel 1944 dall’architetto locale
Arnold Durrer e ora casa d’abitazione,
Mode e modi di Luciana Caglio
La cartolina, superstite in buona salute
È scomparso il telegramma, diventano
sempre più rare, nei rapporti privati,
le lettere soprattutto quelle scritte a
mano, sono in calo anche i biglietti
d’augurio, tutte forme di comunicazione spazzate via dagli sms, dalle e-mail,
dai messaggi affidati ai social network.
A questa valanga elettronica resiste,
invece, la cartolina che, anzi, sembra
in buona salute proprio grazie alla sua
materialità: un pezzo di carta che reca
un’impronta umana. Ciò che ne fa l’unica occasione in cui, oggi, una persona
può e deve esprimersi, attraverso la
scrittura di proprio pugno, offrendo a
un destinatario, di propria scelta, una
testimonianza di vita vissuta. Ora, ad
assicurare alla cartolina una continuità, controcorrente, rispetto alla
supremazia del virtuale, è il ruolo che
le spetta nell’ambito turistico. E grazie
a una coincidenza storica. La cartolina
illustrata, inventata da un librario francese nel 1870, fu subito sfruttata in Svizzera come mezzo di propaganda per
far conoscere le bellezze del paesaggio:
proprio mentre muoveva i primi passi il
turismo moderno, praticato da precursori inglesi e tedeschi. Per i quali l’invio
di una cartolina, su cui figurava una
vetta alpina o un lago, documentava
una prova di coraggio o una curiosità
scientifica: in quei luoghi lontani, loro
c’erano stati.
Se sei in vacanza scrivi...
Quest’esigenza di far partecipi gli altri
all’esperienza di un viaggio continua
ad accompagnare anche i vacanzieri,
nell’era del turismo di massa che ha
reso accessibili, persino banalizzato,
mete un tempo distanti e avventurose.
Certo, partendo, oggi, non si affronta
più l’ignoto in assoluto, non si fa niente
di originale, spesso si seguono itinerari
prestabiliti in luoghi arcinoti. Tuttavia,
si tratta sempre di un cambiamento
rispetto alla quotidianità, qualcosa da
condividere con familiari, amici, conoscenti, rimasti a casa, tramite, appunto,
la cartolina: sempre attuale.
Lo conferma un sondaggio condotto in Svizzera: il 70 per cento degli
intervistati ha l’abitudine di mandare
cartoline dalle vacanze.
Il risultato non ha sorpreso il linguista
Heiko Hausendorf, docente all’università di Zurigo, che alla persistenza
del «fenomeno cartoline» ha dedicato
uno studio scientifico. «Si potrebbe
dire, ha dichiarato, che solo chi scrive
cartoline è veramente in vacanza». In
altre parole, la cartolina rappresenta il
Ricetta e foto: www.saison.ch
Bratwurst con chutney
di cipolla e insalata verde
con melone
50%
7.90 invece di 16.20
Bratwurst di vitello, TerraSuisse
3 x 2 pezzi, 840 g
Piatto principale per 4 persone
3.35
Olio di colza
svizzero,
TerraSuisse
500 ml
PREZZO DEL GIORNO
1.45
Cipolle
al kg
Aceto di vino
bianco M-Classic
1l
OFFERTE VALIDE SOLO DAL 22.7 AL 28.7.2014, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK
Ingredienti: 4 cipolle, 7 cucchiai d’olio
di colza, 8 cucchiai d’aceto di vino bianco,
4 cucchiai di miele, sale, pepe,
300 g d’insalata verde, ad es. lattuga foglia
di quercia, 400 g di melone, ad es. Galia,
1 cucchiaio di senape dolce, 4 bratwurst
di ca. 200 g
Preparazione: dimezzate le cipolle
e tagliatele a striscioline. Fatele appassire
in poco olio finché si dorano leggermente.
Bagnatele con la metà dell’aceto.
Aggiungete il miele e fate sobbollire finché
il liquido sarà evaporato. Condite con sale
e pepe. Spez zettate le foglie d’insalata.
Tagliate il melone a dadi. Per la salsa,
mescolate l’olio e l’aceto rimasti. Unite la
senape e condite con sale e pepe. Grigliate
i bratwurst a fuoco medio per ca. 12 minuti.
Condite l’insalata e il melone con la salsa.
Servite i bratwurst con il chutney.
Tempo di preparazione 20 minuti
Per persona 15 g di proteine, 32 g di grassi,
19 g di carboidrati, 1800 kJ/430 kcal
Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶21 luglio 2014¶N. 30
13
Ambiente e Benessere
Guida turistica o e-book?
È forse giunto davvero il punto
di svolta, in cui si abbandona
il cartaceo per il virtuale?
Roma-Grosseto con gli Etruschi
In viaggio sul percorso della Via Clodia,
un cammino che serviva per portare le
derrate alimentari verso Tuscania
e fino all’antica città di Velleia
Vademecum per trapiantati
Un manuale che consiglia
come organizzare un viaggio
o delle vacanze dopo
un trapianto d’organi
Viaggiare con gli animali
Il quattrozampe di compagnia
più facile da portare in vacanza
è il cane: ecco come procedere
pagine 16-17
pagina 15
pagina 19
Amble
pagina 14
L’inflazione dell’universo
«Big Bang» Per la prima volta si ha l’evidenza sperimentale di un fenomeno molto misterioso
Simone Balzelli
Una recente conferenza stampa all’Harvard-Smithsonian Center for
Astrophysics (nei pressi di Boston) ha
avuto grande risonanza anche al di
fuori del mondo scientifico. Sono stati,
infatti, pubblicati i risultati dell’esperimento Bicep2, un telescopio situato
al Polo Sud (vedi immagine qui sopra).
L’esito è notevole, poiché per la prima
volta vi è l’evidenza sperimentale di
un fenomeno decisamente misterioso:
l’inflazione dell’universo.
Il tutto si lega alla teoria del Big
Bang, abbozzata per la prima volta dal
belga Georges Lemaître nel 1927. Essa
descrive la nascita del nostro universo
in uno stato estremamente (se non infinitamente) denso, a cui seguì un’espansione che continua ancora oggi e che
forse durerà all’infinito.
Fra le maggiori prove a favore della
teoria del Big Bang vi è la scoperta del
cosiddetto C.M.B. (Cosmic Microwave
Background), che risale al 1964. Si trat-
ta di raggi a microonde che giungono a
noi da luoghi remoti dell’universo (più
lontani di qualsiasi altro oggetto visibile al telescopio) e da tutte le direzioni in
modo uniforme, come se fossero tutti
emessi da regioni con la stessa temperatura. La conclusione è sempre stata
che queste regioni fossero, in principio,
compresse in uno spazio molto piccolo,
come previsto appunto dalla teoria del
Big Bang. Essendoci contatto diretto
fra le varie parti, non è difficile immaginare che si fosse instaurata una temperatura uniforme.
Continuando con le osservazioni,
però, è sorto un grosso problema. Ci si
è resi conto che le regioni in questione
sono troppo lontane le une dalle altre
per aver avuto un’origine comune secondo il modello accettato di Big Bang.
Questa è una delle ragioni principali
per cui è stato proposto, all’inizio degli
anni Ottanta, il meccanismo dell’inflazione.
Si tratta di un’enorme accelerazione dell’espansione, di durata bre-
vissima ma di portata vastissima, che
separa porzioni dell’universo, le quali
appena un istante prima erano in contatto, portandole a distanze cosmiche
le une dalle altre. Una volta terminata
l’inflazione, l’espansione continua, ma
a una velocità molto minore, in accordo
con quella che viene misurata oggi.
L’inflazione è perciò, in sostanza,
un argomento inserito ad hoc per far
sì che la teoria d’insieme sia coerente,
e ha dunque una natura abbastanza
speculativa. La ragione per la quale
essa venne generalmente accettata fu
la mancanza di spiegazioni alternative
piuttosto che l’evidenza del fenomeno
in sé. Il risultato dell’esperimento Bicep2 al Polo Sud, tuttavia, sembra destinato a cambiare le cose.
Il punto è semplice: quando si misura un fenomeno nuovo, ma predetto
da una teoria già esistente, la teoria in
questione acquista molta credibilità.
Ed è proprio quello che succederà se
i risultati di Bicep2 verranno confermati.
L’idea che sta alla base dell’esperimento è invece piuttosto articolata.
Cercando di riassumerla in poche parole, si può dire che durante l’inflazione, le enormi accelerazioni di materia
dovrebbero aver generato delle onde
gravitazionali, come se fossero vibrazioni causate da un’esplosione. Queste onde, propagandosi nello spazio,
avrebbero poi influito sull’emissione
dei raggi a microonde del C.M.B., perturbandoli in modo particolare, e lasciando una sorta di impronta caratteristica (i cosiddetti B-modes), la quale è
stata appunto misurata.
Siamo di fronte a un capolavoro
della speculazione teorica, tanto più
che anche il secondo ingrediente necessario per generare i B-modes, cioè
le onde gravitazionali, sono un concetto quasi esclusivamente teorico, per il
quale non c’è ancora nessuna evidenza
diretta.
Una conferma dei risultati di Bicep2 sarebbe quindi una nuova, grande
conquista della mente umana. Forse
però si può anche guardare il tutto da
una prospettiva un po’ più umile. In
tempi recenti, stiamo perlopiù assistendo a esperimenti che tendono a confermare le teorie standard del Novecento,
mentre lo spazio per nuove teorie, più o
meno esotiche, sembra restringersi.
Eppure la fisica è lungi dall’essere
compresa a fondo, e dovrà pur arrivare
un giorno in cui un esperimento porti a
dei risultati imprevisti, che siano eventualmente decisivi per la nascita di una
teoria più completa e un cambio di paradigma, come è avvenuto per esempio
con la nascita della relatività e della fisica quantistica.
Conferme di modelli attuali come
quella di Bicep2 o quella legata al Bosone di Higgs, fanno nascere il sospetto
che questo momento, se anche ci sarà,
non sia imminente.
A dispetto dell’importanza e della
portata dei risultati, resta pur sempre
l’impressione di una Natura misteriosa
e sfuggevole, reticente a svelarsi nella
sua interezza all’uomo.
Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶21 luglio 2014¶N. 30
14
Ambiente e Benessere
Cartaceo o virtuale?
Ippopotami
e sirene
Viaggiatori d’Occidente Lo stesso destino che sembra essere prossimo per i romanzi
Bussole Inviti
vale anche per le guide turistiche
a letture per viaggiare
«Non molto tempo fa mi è stato chiesto
di partecipare a un festival con un contributo sui temi del viaggio e dell’incontro. Scelsi di parlare di Erodoto, ma devo
dire che il primo pensiero, quando ho
ricevuto l’invito, non è andato subito a
quello che è considerato il primo storico
occidentale. È andato quasi automaticamente a Omero e al viaggio di Ulisse.
Superfluo dire perché: il viaggio di Ulisse è il viaggio per antonomasia, il primo
di cui la letteratura occidentale racconta
le infinite peripezie…»
Claudio Visentin
In Italia le guide
su carta sono
passate da 11
milioni nel 2001
a 4,5 nel 2012.
(Myahya)
alla rete. A ciò si aggiunge il fatto che
connettersi all’estero è sempre meno
costoso, anche solo per la diffusione
del wi-fi.
Non a caso dunque la più importante casa editrice di guide turistiche
al mondo, l’australiana Lonely Planet,
si è affidata a un venticinquenne fanatico delle nuove tecnologie, Daniel
Houghton, per chiedergli di cercare
l’app perfetta per far riconquistare alla
sua azienda viaggiatori svogliati. Il
fondatore Tony Wheeler, che nel 1973
aveva fondato la casa editrice scommettendo sul bisogno di informazioni
aggiornate dei giovani viaggiatori in
Asia nel tempo dell’Hippie Trail, ha
U.S
A volte penso che non sia difficile capire verso cosa stia andando il mondo;
più complicato è dire quando ci arriverà. Molte delle previsioni sul futuro
avanzate negli ultimi decenni si sono
realizzate, ma con tempi diversi da
quelli ipotizzati: per esempio la scomparsa dei libri cartacei in favore degli
e-book, che era considerata certa qualche anno fa, e che forse solo ora potrebbe essere davvero prossima. Senza
contare che spesso il vecchio e il nuovo
procedono affiancati per un bel tratto
piuttosto che sostituirsi: l’invenzione
della stampa non fece certo sparire da
un giorno all’altro gli eleganti manoscritti miniati. Di solito, se non m’inganno, si pecca per eccesso d’ottimismo, cioè si prevede un cambiamento
più rapido di quello reale. Il tempismo
insomma potrebbe essere la principale
qualità degli imprenditori di successo,
prima ancora della creatività.
Adesso proviamo a trasferire questo ragionamento nel campo del viaggio e delle guide turistiche. Da tempo
si annuncia la morte imminente delle
guide cartacee, ma nei fatti hanno
continuato a vendere piuttosto bene,
soprattutto per la praticità d’uso e per
il basso costo (perderle non è un problema, a differenza dei tablet, e non si
corre il rischio di essere rapinati anche
in zone poche raccomandabili).
Ora però è forse giunto davvero il
punto di svolta. Diversi dati sembrano indicarlo: per esempio in Italia le
guide su carta sono passate da 11 milioni nel 2001 a 4,5 nel 2012; mentre
maturava questo calo impressionante,
gli smartphone si sono diffusi con rapidità saturando il mercato e insieme
ai tablet sono diventati il principale
strumento attraverso il quale accedere
fatto un (ben remunerato) passo indietro, tornando a viaggiare a tempo
pieno, quasi avvertisse che una stagione stava per chiudersi.
Daniel Houghton crede, assai sensatamente, che tutte le informazioni
pratiche – trasporti, alberghi, ristoranti – migreranno sulla rete, aggiornate in tempo reale, mentre le guide
stampate saranno sempre più specializzate, curate nella forma, d’autore,
utili più per trovare la giusta ispirazione piuttosto che un indirizzo. La guida
servirà per dare al proprio viaggio un
taglio particolare (per esempio enogastronomico) e soprattutto per entrare
più facilmente in contatto con i locali.
Anche in questo campo peraltro le app
e i social network potrebbero aver molto da dire. Il tradizionale dialogo a due
tra l’autore della guida – competente e
informato – e il suo lettore bisognoso
d’aiuto si frantuma in una molteplicità di conversazioni tra persone con
un diverso grado di competenza, dove
ciascuno porta il proprio contributo.
Il cambiamento al quale assistiamo non è solo tecnologico, ma modifica alla radice l’esperienza stessa del
viaggio. In passato il viaggiatore era
drammaticamente privo di informazioni – lingua, geografia, storia, costumi – né poteva farsi aiutare dalla
sua comunità di origine, dalla quale
era radicalmente separato, senza possibilità di comunicare. Per questa sua
condizione il viaggiatore era esposto
a ogni sorta di malinteso, al tempo
stesso però queste difficoltà rappresentavano anche un potente impulso
a superarle con spirito d’iniziativa,
apertura mentale, ingegnosità… tutte
qualità che restavano dopo il ritorno e
rappresentavano i doni del viaggio.
Ora invece il viaggiatore, al pari di
chi non si è mai mosso da casa, è immerso in una bolla fatta di informazioni, relazioni, dialoghi. Semmai ha il
problema di scremare l’utile dal superfluo. Al tempo stesso il suo universo
domestico lo segue sin nei luoghi più
remoti, sostenendolo con suggerimenti, indicazioni, commenti. Il viaggio
diventa più sicuro e prevedibile, ma al
tempo stesso perde quel carattere di
sfida che era suo da sempre.
Dinanzi a questi cambiamenti
c’è chi è tornato a parlare di «morte
del viaggio» (un lamento ricorrente, e l’ultima volta fu in occasione del
diffondersi del turismo di massa negli anni Cinquanta del Novecento),
anche con qualche ragione, ma forse
di nuovo anticipando troppo i tempi.
Dopo tutto, anche all’inizio di questo
terzo millennio possiamo ancora sentire quel risveglio di ogni nostra facoltà che ci sorprende piacevolmente
in viaggio, possiamo ancora accettare
le scommesse che il mondo ci propone, obbligandoci a crescere per poterle
vincere. Non sarà una app o un social
network a cambiare questo sentimento
antico…
Nel mondo antico sono racchiuse le forme del nostro pensiero e della nostra
identità e anche il viaggio non fa eccezione. Ma i due modelli di riferimento aprono prospettive completamente diverse.
Da un lato il viaggio di Ulisse nell’Odissea celebra la ricerca di sé che si conclude con il ritorno alla propria terra
e alla propria cultura: un ritorno conquistato con immensa fatica, sia pure
indugiando tra le paure e i piaceri che
sanno offrire Ciclopi, incantatrici e sirene. Come scriveva il poeta Costantino
Kavafis in Itaca, «Quando ti metterai in
viaggio per Itaca / devi augurarti che la
strada sia lunga, / fertile in avventure e in
esperienze. / I Lestrigoni e i Ciclopi / o la
furia di Nettuno non temere»…
Nelle Storie di Erodoto troviamo
invece un movimento di apertura alla
ricchezza del mondo, allargando l’oriz-
zonte geografico a luoghi esotici, con una
prima consapevolezza di come popoli e
culture siano anche radicalmente differenti tra loro, ma non per questo migliori
o peggiori, anche se in ultimo ciascuno
tende a radicarsi nella propria cultura
d’origine.
Nello scorrere delle pagine si disegna un percorso dove la contrapposizione tra civiltà e barbarie perde la sua
rigidità e si declina in un percorso di scoperta e fascinazione per ciò ch’è diverso
e lontano.
Bibliografia
Eva Cantarella, Ippopotami e sirene.
I viaggi di Omero e di Erodoto, UTET,
2014, pp. 144, €14,00.
Più acqua o più vino, pensiamoci
Giochi matematici Quando per risolvere l’enigma basta un pizzico di logica e un banale calcolo
problema consente l’impostazione di
un sorprendente gioco di prestigio, che
può essere eseguito nel modo qui di seguito descritto.
1. Prendete un mazzo di 40 carte e,
dopo averlo mescolato e fatto mescolare più volte, prelevate le prime 20 carte.
2. Girate a faccia in alto queste 20 carte
e inseritele tra le altre 20.
3. Mescolate e fate mescolare più volte
il mazzo così composto in modo che le
carte scoperte si distribuiscano casualmente tra le altre coperte.
4. Porgete il mazzo a uno spettatore
e chiedetegli di prelevare di nascosto
un insieme di 20 carte, a sua scelta (lasciando ciascuna carta nel verso in cui
si trova).
5. Fatevi consegnare il mazzetto di 20
carte così selezionato e sottolineate che
voi non potete assolutamente sapere
quante carte scoperte contiene, né tanto meno potete sapere quante ne contiene il mazzetto rimasto in mano allo
spettatore.
6. Nascondete il vostro mazzetto (dietro la schiena o sotto il tavolo) e manipolatelo per alcuni secondi.
7. Annunciate che, per effetto delle
operazioni da voi compiute, nel vostro
mazzetto ora ci sono tante carte scoperte, quante ce ne sono in quello dello
spettatore.
8. Chiedete allo spettatore di contare
quante carte scoperte sono presenti
nel suo mazzetto e mostrate che il vostro mazzetto ne contiene una quantità
identica.
Che cosa dovete fare, per compiere un
simile prodigio?
Soluzione
Molto spesso, un’adeguata impostazione di un problema matematico consente, non solo di ricavare la soluzione
corretta, ma anche di ridurre al minimo la quantità di operazioni da svolgere. Un significativo esempio al riguardo è costituito dal seguente enigma,
la cui ideazione è attribuita a Lewis
Carroll (l’autore di Alice nel Paese delle
Meraviglie).
Immaginate di avere due bottiglie
contenenti, la prima un litro di acqua, e
la seconda un litro di vino. Immaginate
ora di prelevare un centimetro cubo di
acqua e di travasarlo nel vino e, dopo
avere mescolato completamente i due
liquidi, di ripassare nell’acqua un centimetro cubo della miscela così ottenuta.
Alla fine la percentuale di acqua presente nella bottiglia del vino sarà maggiore della percentuale di vino presente
nella bottiglia dell’acqua, o viceversa?
Se si cerca di risolvere questo problema, interpretando gli effetti delle
due operazioni di travaso, ci si può
impelagare in una serie di calcoli insidiosi. La soluzione, però, può essere ottenuta più rapidamente, considerando
che, alla fine, le due bottiglie tornano a
contenere un litro di liquido ciascuna.
Di conseguenza, la quantità di liquido originario che manca in ognuna di
esse, deve necessariamente essere stata
rimpiazzata con un’uguale quantità
dell’altro tipo di liquido. In definitiva,
deve esserci tanta acqua nel vino, quanto vino c’è nell’acqua...
La logica che è alla base di questo
Per tramutare una quantità d’acqua
in un’equivalente quantità di vino,
sarebbe necessario un miracolo di...
vino. Per far sì che nel vostro mazzetto tutte le carte scoperte diventino
coperte (e viceversa), dovete semplicemente ribaltarlo di nascosto. Siccome
la quantità delle vostre carte coperte
è uguale a quella delle carte scoperte
dello spettatore, effettuando questa
mossa, avrete tante carte scoperte,
quante ne ha lo spettatore. Infatti, se
nel mazzetto dello spettatore ci sono
X carte scoperte, le rimanenti 20–X
saranno coperte. Dato che ci sono in
totale 20 carte scoperte e 20 coperte, il
vostro mazzetto deve contenere: 20–X
carte scoperte e: 20–(20–X) = X carte
coperte.
Ennio Peres
Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶21 luglio 2014¶N. 30
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Ambiente e Benessere
Lungo la via Clodia
Eco-percorsi La strada degli Etruschi a cavallo, a piedi o in bicicletta
Blanche Greco
L’hanno percorsa a piedi, a cavallo e
in bicicletta, è stata un’avventura, un
bagno di storia e una scommessa esaltante per chi è andato sino in fondo –
arrivando da Roma fino a Grosseto. Le
celebrazioni per la riapertura della Via
Clodia, in parte percorribile, in parte
«riscoperta» con tutto il suo patrimonio archeologico, hanno segnato di recente anche l’avvio dei festeggiamenti
di «Passione Maremma 2014», una
serie di appuntamenti ospitati dalla
provincia e dalla città di Grosseto, per
sottolineare le bellezze e le particolarità
di quella zona.
Norchia è famosa
soprattutto per la sua
necropoli, nel cuore del
paesaggio etrusco fatto
di pianori e di gole
«È stato un inizio con le fanfare, che ha
riportato all’attenzione generale questa
mitica strada costruita dagli Etruschi»
ci ha detto sorridendo l’architetto Francesco Montuori che si sta occupando
del «Progetto Antica Via Clodia». «È
stata una sorta d’inaugurazione per
incentivare un turismo ecologicamente e culturalmente consapevole verso
una zona molto bella e ancora oggi
misteriosa. Un’intera area attraversata
dall’antica Via Clodia della quale sono
rimasti alcuni tratti, come quello ben
visibile all’entrata di Tuscania, il quale
è stato in parte inglobato nella trafficata
strada asfaltata che porta alla cittadina.
Oppure il tratto che attraversa l’antica
e famosa città termale di Saturnia che,
oltre ad Ansedonia, ne era una delle
mete».
Dall’alta Tuscia laziale sino alla
Maremma, infatti, si estendeva l’influenza dell’antica città etrusca di Vulci, e grazie alla sua importanza in quella zona, chiamata anche il «granaio di
Roma», sul percorso della Via Clodia,
che serviva agli Etruschi per portare le
derrate alimentari verso Tuscania e la
capitale, erano nate cittadine come Blera, Barbarano, Norchia e altre più piccole. Ma nel 280 a.C. i Romani decisero
di disfarsi dell’alleanza con gli Etruschi, ne conquistarono le città e presero
il controllo della Via Clodia.
«Era una strada importante per
i romani che volevano dominare l’Etruria. Per questo fondarono la città di
Cosa, sulla costa vicino ad Ansedonia,
e grazie alla Via Clodia – che si snodava attraverso boschi e terreni salubri, e
non era infida come l’Aurelia (su terreni
paludosi e spesso allagata) –potevano
controllare il territorio e andare verso
nord» continua l’architetto Montuori.
«Non è un caso se in epoca medievale lo
stesso Carlo Magno scelse proprio questa antica strada per arrivare a Roma e
farsi incoronare Imperatore da Papa Leone III. Più tardi, grazie alla Via Clodia,
arrivarono i maestri comacini che a Tuscania costruirono le belle chiese roma-
niche di San Pietro e Santa Maria Maggiore, dove Pierpaolo Pasolini ha girato
alcune scene dei suoi film: dell’Uccellacci, uccellini e del Decameron».
Oggi l’antico percorso della Via
Clodia è ancora per gran parte un mistero, su ciò che si sa, o che si è scoperto,
è stata disegnata e inaugurata a maggio,
la «pista Vannucci» dal nome di uno
degli organizzatori, che collega tutti i
tratti conosciuti della Via Clodia e i vari
luoghi e siti archeologici etruschi, ed è
percorribile a cavallo, a piedi e in bicicletta, anche guadando fiumi, o torrenti, senza rimanere impantanati, o finire
«fuori strada» aggirando le recinzioni
delle proprietà private.
Con questo «nuovo» percorso, risalendo da Roma a Grosseto si arriva
a Norchia, altrimenti raggiungibile in
auto da Vetralla, dove oltre alle rovine
di epoca medioevale del castello, si trova anche lì, una chiesa romanica della
stessa epoca di quelle di Tuscania, intitolata a S. Pietro.
Norchia è famosa soprattutto per
la sua necropoli, nel cuore del paesaggio etrusco fatto di pianori e di tagliate,
profonde incisioni che portano nelle
valli, simili a gole, percorse da torrenti,
dove i pendii sono costellati di tombe
etrusche. Ma c’è anche Blera, cittadina
moderna che si stende accanto a quella
antica, nel comune di Viterbo, e tanti
altri luoghi mete di escursioni e passeggiate spesso organizzate dall’Associazione Archeotuscia.
Tuttavia la «pista Vannucci», è
solo l’inizio, infatti il «Progetto Antica
Cascate del Gorello a Saturnia. (Wausberg)
Via Clodia» mira a individuare tutto il
percorso originario della strada che era
larga sei metri, lastricata; con due scassi
laterali per far passare le ruote dei carri;
ed era piuttosto tortuosa. Attraversava,
o costeggiava, infatti, tutte le cittadine
etrusche.
«Per ritrovare l’antica Via Clodia»
ci racconta l’architetto Montuori, «stiamo studiando anche le carte utilizzate
dall’aviazione inglese (la Raf, nel 1944),
soprattutto nel tratto sopra Canino
dove la bonifica, negli anni Cinquanta,
ha coperto tutto. Ma l’idea è di utilizzare anche una forma della cosiddetta
“archeologia satellitare a raggi infrarossi” per indagare nel terreno con l’ausilio del satellite Galileo, in parte della
regione Lazio. E poi ci rimarrebbe l’ultimo atto: lo scavo, per far riemergere la
strada, ma sarà l’ultima risorsa, da sfoderare solo quando ormai avremo delle
certezze, poiché è la parte più costosa di
tutto il progetto, ma siamo fiduciosi anche perché la Via Clodia ha comunque
ricominciato a vivere».
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Ambiente e Benessere
Ambiente e Benessere
Precauzioni speciali da viaggio
Salute Una guida edita da Roche Pharma e redatta da medici specialisti indica alle persone trapiantate
come prepararsi adeguatamente per le vacanze
Maria Grazia Buletti
In Svizzera ogni anno oltre un migliaio
di persone sono in attesa di sottoporsi a
un trapianto di organi per continuare a
vivere e il numero dei pazienti che ha ricevuto un organo rimane da tempo più
o meno stabile attorno alle 470 unità.
Questi i numeri statistici di Swisstransplant, Fondazione svizzera che coordina la donazione di organi nel nostro
Paese.
S’intitola: Manuale
di viaggio – come
organizzare un viaggio
o delle vacanze dopo
un trapianto d’organi
«Quando si ha bisogno di un organo
perché uno dei nostri non funziona più
bene, significa che la nostra qualità di
vita non è più soddisfacente a causa della malattia che, a dipendenza dell’organo colpito, può essere parecchio limitante e invalidante», esordisce Eva
Ghanfili, infermiera specializzata in
Cure intense e una delle coordinatrici
del dono d’organi per il Ticino.
Fra le tante limitazioni di chi ancora non ha ricevuto un trapianto, sta
pure quella della scarsa mobilità: «Chi
è in attesa di ricevere un organo deve
spesso sottoporsi a terapie continue e
complesse che possono impedirgli di
Per i trapiantati
non basta
una farmacia
da viaggio.
(Keystone)
allontanarsi facilmente da dove abita
e dall’ospedale dove si deve recare costantemente per cure e controlli medici. In quelle condizioni è molto difficile organizzare una vacanza, senza
dimenticare le problematiche di salute
legate all’attesa di un organo e la reperibilità che queste persone devono avere
se vengono chiamate da un centro di
trapianti per l’intervento».
Un momento decisivo che, quando
arriva, cambia letteralmente la qualità
della vita di questi ammalati: «Uno degli obiettivi che un trapianto di organi
permette di raggiungere è il recupero
della possibilità di viaggiare», conferma Eva Ghanfili, la quale a questo proposito ci orienta su di un’interessante
guida redatta da medici specialisti svizzeri, esperti in trapianti appartenenti a
diverse discipline mediche: il Manuale
di viaggio – come organizzare un viaggio o delle vacanze dopo un trapianto
d’organi.
Si tratta di una guida per chi, al termine di una convalescenza di circa un
anno dopo l’intervento di trapianto,
sarà in condizioni di salute stabilizzate
tali da consentirgli di potersi mettere in
viaggio, anche se Ghanfili puntualizza:
«Sempre con le precauzioni necessarie
a chi è trapiantato! La guida vuole ricordare i punti importanti, dare i consigli pratici e fornire le liste di controllo
di cui la persona trapiantata deve assolutamente tenere conto prima, durante
e dopo una vacanza o un viaggio».
Comprendiamo che in linea di
massima per un ricevente di un organo
valgono le stesse regole suggerite per
tutti i viaggiatori, anche se egli deve approfondire alcuni punti inerenti la sua
salute, i luoghi a rischio dove è meglio
non recarsi, la sua terapia farmacologica e la relativa riserva, gli ospedali del
luogo di destinazione che devono poter accoglierlo al bisogno e così via: «Il
medico curante è e rimane il punto di
riferimento di questi pazienti e la guida
non sostituisce i suoi consigli, anche se
si tratta di un valido aiuto per prepararsi e per sapere bene come comportarsi
in viaggio».
Prima di organizzare la vacanza,
la persona trapiantata deve considerare alcuni principi fondamentali: «La
guida riporta i criteri decisivi per stabilire se una destinazione è appropriata o
no, indica a quale tipo di assicurazione si deve pensare e quali vaccinazioni andrebbero effettuate prima della
partenza. Poi ci sono i consigli pratici
e una check list utile per non dimenticare nessun dettaglio». Ad esempio:
«La guida consiglia di scegliere come
meta un paese in cui vengono eseguiti
trapianti di organi perché se si dovessero manifestare reazioni di rigetto o
complicanze (o in caso di emergenza)
la persona trapiantata potrebbe rivolgersi a medici esperti per essere curata
adeguatamente».
Consigli pratici
e una check list utile
per non dimenticare
nessun dettaglio, come
scegliere la meta giusta
Inoltre, leggiamo sul Manuale che dovrebbe avere preferibilmente un clima
temperato e disporre di elevati standard igienici, ed Eva Ghanfili ci spiega
i motivi: «La persona trapiantata deve
assumere farmaci che indeboliscono il
suo sistema immunitario. È importante che si rechi in paesi dove l’igiene è
assicurata proprio per il pericolo di infezioni a cui è maggiormente soggetta».
Un ampio spazio viene riservato
alla preparazione della terapia farmacologica da portare con sé: «Si consiglia
di portare una terapia di riserva sufficiente e di tenerla nel bagaglio a mano,
nel caso di eventuale furto o ritardo
nella consegna delle valigie se si viaggia
in aereo». Un altro aspetto importante da considerare a priori è l’eventuale
perdita dei farmaci di cui le persone
trapiantate non possono assolutamente
fare a meno: «Allora la guida consiglia
di mettersi immediatamente in contat-
to con un centro trapianti, un medico o
una farmacia nelle vicinanze e portare, naturalmente, una lista dei farmaci
che si assumono, comprensiva dei loro
principi attivi, in modo da facilitarne la
ricerca in un Paese straniero».
Ci rendiamo conto che tutti questi
aspetti paiono banali, ma non lo sono
affatto e potersi preparare con l’aiuto
di una guida permette di non andare incontro a spiacevoli problemi di
salute che potrebbero anche compromettere il trapianto: «L’assunzione di
farmaci durante il viaggio, ad esempio, è un punto molto importante e il
Manuale lo sottolinea bene quando
dice che per i viaggi in paesi con una
differenza di fuso orario fino a 3 ore
bisogna assumere le medicine durante il viaggio alla stessa ora come a casa
e, quindi, non si deve tener conto del
cambio di orario».
Altri consigli come conservare le
medicine a temperatura ambiente e
non esporle alla luce solare completano il capitolo delle cure e danno spazio a quelli più organizzativi come i
documenti di viaggio che una persona
trapiantata deve avere con sé: «Lettera
del proprio medico, libretto sanitario,
piano terapeutico e tesserino delle
vaccinazioni sono alcuni dei documenti più importanti».
Uno spazio particolare viene poi
riservato al comportamento durante
il viaggio in situazioni di rischio e in
caso di complicanze, agli alimenti e alle
bevande per i quali bisogna a maggior
ragione rispettare scrupolosamente le
norme generali per ridurre il rischio di
ammalarsi e le relative complicazioni a
cui una persona trapiantata è più sensibile. Uno spazio al viaggio con bambini
trapiantati e l’importante consiglio del
dopo viaggio concludono la guida: «Se
al rientro si dovessero manifestare disturbi fisici bisogna andare subito dal
medico», conclude Ghanfili augurando
a tutti buone vacanze.
Notizie scientifiche
Medicina e dintorni
intestinale degli animali, i ricercatori
sono riusciti a trattare cavie autistiche.
Si è aperta così una nuova pista che,
entro un anno, approderà a test clinici.
Con l’approfondimento del legame tra
batteri intestinali e cervello, probabilmente, si troveranno rimedi anche per
altre malattie.
Marialuigia Bagni
Masticare per dimagrire
La masticazione è uno dei fattori che
determinano la sazietà. Già affermato
nella metà dell’Ottocento, ora lo dimostra uno studio condotto in Francia. Esaminati due gruppi di persone,
quello che masticava risparmiava, al
giorno, tra le 140 e le 240 calorie, circa il 10 per cento in meno di cibo. Una
donna attiva, con una lunga masticazione, risparmia dal 5 al 15 per cento
di calorie.
L’origine delle allergie
alimentari
Che sia un’allergia alle uova oppure al
latte – le più frequenti sono reazioni
«esagerate» delle nostre difese immunitarie, che identificano un alimento
come dannoso. Come spiegano gli
specialisti, si tratta di una «irregolarità» immunitaria associata a una forte
produzione di anticorpi, le immunoglobuline. Queste si legano alle cellule
immunitarie e provocano le reazioni
responsabili degli arrossamenti, degli eczemi e dell’orticaria. I bambini,
quando i genitori sono allergici, hanno il 40 per cento di rischio di esserlo
a loro volta.
Antinfluenzale ed effetti
Il vaccino antinfluenzale ha minori
effetti sull’uomo. Lo dicono ricercatori dell’Università di Stanford (USA).
La reazione immunitaria provocata
dal vaccino antinfluenzale si è rivelata meno importante negli uomini che
nelle donne. La differenza sarebbe legata a livelli elevati del testosterone,
che trattiene il fenomeno infiammatorio.
Batteri che tranquillizzano
i bebè
Le coliche nei primi mesi di vita sono
terribili per i bimbi quanto per i loro
genitori. Secondo uno studio dell’Università di Bari, sarebbe possibile evitare una mezz’ora di crisi e due rigurgiti
al giorno dando probiotici ai neonati,
quotidianamente, insieme al nutrimento. Il cocktail di batteri del probiotico favorirebbe lo sviluppo di una
flora batterica sana e diminuirebbe, al
tempo stesso, i pericoli di stitichezza.
«Strizzare» gli occhi fa capire…
Questo perché il movimento riduce la
parte di informazioni nella corteccia
somatosensoriale, a vantaggio delle
informazioni «sonore». In parallelo,
l’atto istintivo di «strizzare» gli occhi
migliora la percezione dei dettagli di
quanto si trova al centro del campo visivo. Ad esempio, spiegano gli studiosi
francesi che hanno fatto questi esperimenti, si guadagna dal 10 al 20 per
cento di comprensione quando si leggono le labbra dell’interlocutore in un
ambiente molto rumoroso dove, viceversa, si comprendono meno le parole.
Autismo e batteri
Secondo studi condotti al Caltech, la
famosa università californiana, esiste
un legame tra l’autismo e i microbi.
Riequilibrando semplicemente la flora
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Un orecchio musicale diverso
Normalmente le capacità musicali
vengono acquisite nella prima infanzia, in bambini che vanno tra i 4 e i 6
anni. Ora un’équipe del King’s College di Londra ha scoperto che ciò
può avvenire assumendo un farmaco, chiamato Valproate e utilizzato
per curare l’epilessia. I giovani che si
sono sottoposti all’esperimento dopo
una settimana sapevano associare
ciascuna nota a un nome. Non hanno
certo acquisito un orecchio musicale
in assoluto, spiegano i ricercatori, ma
per la prima volta la percezione delle
note è stata associata al loro apprendimento.
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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶21 luglio 2014¶N. 30
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Ambiente e Benessere
Viaggiare insieme
Mondoanimale Prima di partire in vacanza con il proprio animale bisogna preparare ogni dettaglio
Maria Grazia Buletti
Quando partiamo in vacanza e decidiamo di farlo insieme al nostro fedele
amico animale domestico, non dobbiamo trascurare nessun aspetto della
questione, a partire dalle regole sanitarie vigenti nel paese di destinazione,
passando per le leggi che permettono
di varcare la frontiera all’andata (ma
pure al ritorno), fino alla preparazione dei dettagli per assicurare al nostro
beniamino il benessere necessario a
godere entrambi di un meritato periodo fuori casa. Che si tratti di un trekking in montagna, del dolce far niente
su una bella spiaggia o di una gita in
bicicletta, per partire con animale al
seguito bisogna essere davvero preparati e improvvisare non è la scelta migliore.
Questi i presupposti che l’Ufficio
federale della sicurezza alimentare e di
veterinaria (Usav) pone, nell’affrontare il tema dei viaggi con il proprio animale, attraverso le riflessioni del veterinario Charles Trolliet al quale viene
chiesto innanzitutto se porterebbe in
vacanza il proprio animale: «Tutto dipende dalla destinazione, dalla durata
del viaggio, dal luogo in cui mi reco e…
dall’animale!»
Il dottor Trolliet afferma che l’animale più facile da portare con sé in
vacanza è il cane: «Esso è legato alla
famiglia». Mentre il gatto è più legato
al proprio territorio e farà fatica ad abituarsi al nuovo ambiente. Perciò, egli
suggerisce che è più sensato lasciare il
micio a casa e trovare una persona che
si occupi di lui, a meno che il luogo in
cui ci si reca non gli sia già familiare.
A proposito della lunghezza del
tragitto, il veterinario ricorda che più
il viaggio è lungo, più la destinazione
sarà percepita come un luogo estraneo: «In tal caso eviterei di portare l’animale con me». E se già fatichiamo a
trasportarlo per dieci minuti quando
andiamo dal veterinario, egli ci invita
a immaginare lo stress se si intraprendesse un viaggio di sei o sette ore: «Se
poi partite in aereo, occorrerà che vi
informiate presso le compagnie aeree
in merito alle loro condizioni di trasporto».
Una volta scelta la destinazione e
verificati tutti questi aspetti, chiediamo
a che cosa bisogna ancora pensare prima
di partire: «È necessario informarsi se
il Paese di destinazione accetta gli animali da compagnia. Chiedetevi pure se
le vacanze che avete scelto siano adatte
anche al vostro animale: se prevedete
di trascorrere quindici giorni al mare,
non saranno sicuramente delle vacanze
ideali per il vostro cane, dato che molto
probabilmente gli sarà vietato l’accesso
Più il viaggio
è lungo, più
la destinazione
sarà percepita
come un luogo
estraneo
dal nostro cane.
(Marka)
in spiaggia o sarà molto limitato nei movimenti. Se invece prevedete una vacanza più attiva, in montagna ad esempio, in
cui farete lunghe passeggiate, il vostro
cane sarà ben contento di accompagnarvi». Trolliet ricorda di informarsi anche
sulle regole degli alberghi che accettano
animali: «Taluni chiedono un supplemento per il vostro animale da compagnia e in tal caso non dimenticate di informarvi sui prezzi!».
Poi va considerato l’aspetto sani-
E se Fido resta a casa
Sulla questione se il cane percepisca
davvero un «senso del tempo», parecchi studiosi rispondono in modo diverso: c’è chi sostiene assolutamente
di no, c’è chi è convinto del contrario.
La verità la conoscono solo i cani, almeno per ora. Specialmente i soggetti
ansiosi sembrano effettivamente non
notare la differenza tra qualche minuto e diverse ore di assenza del proprietario, tant’è che quest’ultimo può usci-
re di casa e poi rientrare subito dopo, e
venire festeggiato dal proprio animale
come se non si fossero visti da secoli.
Ma ciò potrebbe semplicemente voler
dire che anche solo un minuto senza
di noi sembra al cane un’eternità, e
questo è sinonimo di amore e non di
incapacità nel contare i minuti di assenza. Per contro, pare che i cani soggetti all’ansia da separazione manifestino i sintomi entro la prima mezz’ora
di assenza del padrone e mai dopo. Per
far sentire un po’ meno la solitudine
al cane, oltre alla compagnia di un altro animale, servono dei punti di riferimento: la sua cuccia, le sue ciotole
piene del suo cibo, rumori e odori a cui
è abituato. Può pure essere utile insegnargli a fare la guardia a un oggetto
finché non torna il padrone, perché lo
farebbe sentire utile e saprebbe che ci
fidiamo di lui per un compito preciso.
tario sotto tutte le sue sfaccettature:
all’andata bisogna informarsi sulle
regole a cui ottemperare per varcare la
frontiera e sulle leggi sanitarie vigenti
nel Paese di destinazione, senza dimenticare che poi si ritorna: «Al rientro, sarebbe opportuno sverminare l’animale
ed eventualmente eseguire un controllo parassitologico». Da un punto di vista sanitario, bisogna ovviamente pensare anche alla rabbia: «In tutti i casi,
la vaccinazione deve essere effettuata.
Controllate bene la durata di validità
della vaccinazione ed effettuate un richiamo in tempi utili. Penserei anche
alle parassitosi, tipiche dei paesi caldi e
in particolare delle regioni che si affacciano sul Mediterraneo».
Finalmente in viaggio, dobbiamo
comunque pensare ad alcune cose molto importanti: «All’acqua, alle pause,
al movimento e alle temperature gradevoli!», ricorda il dottor Trolliet, che
dice di restare vigili e riservare particolare attenzione alla zona posteriore
dell’auto: «Anche in un’auto dotata di
aria condizionata, nella parte arretrata
la temperatura è spesso più elevata rispetto all’abitacolo dei passeggeri». Le
soste durante il viaggio devono essere
sufficientemente lunghe e permettere
all’animale di muoversi abbastanza
per sgranchirsi le gambe e fare i propri
bisogni. Questo vale anche per il treno:
«Potete sempre prendere la coincidenza
successiva per dare al vostro animale
un po’ di tempo per passeggiare».
A proposito di eventuali tranquillanti da somministrare ad animali un
po’ troppo agitati, il dottor Trolliet
sostiene che «teoricamente non è necessario: questi prodotti hanno effetti
secondari fastidiosi come una relativa
debolezza muscolare, la perdita dello stimolo della sete e addirittura un
abbassamento della pressione sanguigna». Per animali molto agitati, consiglia piuttosto di utilizzare un prodotto
ai feromoni: «Gli animali possono anche soffrire il mal di viaggio e, in questi
casi, oltre all’abituarli progressivamente, può essere indicato ricorrere agli antinausea».
Questi consigli e indicazioni del
veterinario sono indispensabili per affrontare la vacanza insieme al nostro
animale da compagnia, con serenità,
salute e senza brutte sorprese.
Curare le allergie, con la natura
Fitoterapia Pur cercando di ridurre anche i sintomi in tempi accettabili,
Eliana Bernasconi
I dipinti ottocenteschi ci consegnano
immagini di rigogliose foreste, ampie
lussureggianti campagne, cieli tersi e
chiari. Forse anche allora esistevano disturbi allergici, ma oggi si moltiplicano,
ci accompagnano, sono il prezzo che
paghiamo alla civilizzazione. Secondo
l’Organizzazione mondiale della sanità
(Oms) occupano il quarto posto fra
le patologie dei paesi industrializzati;
ricerche epidemiologiche dimostrano
che negli ultimi tre decenni hanno
avuto un picco in tutta Europa e in altre
parti del mondo.
Conosciamo le cause: espansione
massiccia dell’industrializzazione,
inquinamento da traffico, polveri
sottili, concentrazione di diossidi di
azoto, aumento dell’ozono, inquinamento domestico, farmaci, prodotti
alimentari e altro ancora, si può sviluppare allergia anche al pelo di alcuni
animali. Esiste pure l’ipotesi igienista:
il nostro sistema immunitario, non
dovendo più combattere contro molti
batteri e microbi ormai inesistenti, si
scompenserebbe.
«Di quale allergia soffrite?» è fra le
prime domande che incontri se devi
riempire un questionario medico.
Fortunatamente molte persone non
ne soffrono, ma i bambini che stanno
nascendo e crescendo in questo nostro
ambiente inquinato ne risentono,
e molto. Al dottor Gabriele Peroni,
chimico, farmacista, etnofarmacologo
abbiamo fatto alcune domande per
meglio capire.
Quali mezzi di difesa ci offre la Fitoterapia, e come farne uso?
L’allergia è una risposta, una reazione
esagerata del nostro organismo, in
particolare del sistema immunitario
di fronte a una molecola che di per sé
potrebbe non essere considerata pericolosa, come il polline, che non è certo
una tossina. Il nostro sistema immunitario è talmente sotto pressione in
questo ambiente degradato rispetto ad
alcuni decenni fa che reagisce in modo
improprio a questi «allergeni», cioè a
ogni sostanza in grado di determinare
uno stato di allergia.
Per esempio?
I pollini, alimenti, polveri, acari,
farmaci, prodotti di pulizia… e molti,
molti altri. Si può essere allergici a
tutto, a qualsiasi sostanza. Vi è allergia
da inalazione, come quella dei pollini,
e allergia da contatto, come quella
scatenata da alcune componenti dei
cosmetici. Gli inquinanti e l’immissione massiccia nell’ambiente di molecole
nuove tiene in continuo stress il nostro
sistema immunitario, situazione che
provoca reazioni allergiche in percentuale molto maggiore rispetto al
passato.
Come si verifica?
Spesso, al contatto di inalanti (pollini,
polveri, eccetera) le persone hanno una
reazione simile a quella che un tempo
veniva definita come raffreddore da
fieno. I sintomi tipici sono starnuti
ripetuti e occhi rossi fino, nei casi più
sfortunati, attacchi asmatici. Oppure, nel caso di allergia da alimentari,
disturbi gastroenterici, dissenteria,
anche notevoli reazioni cutanee come
l’orticaria, sintomi dovuti al rilascio di
istamina e molecole correlate. Si conoscono anche «malattie autoimmuni»,
patologie in cui il sistema immunitario
aggredisce e distrugge l’organismo che
dovrebbe difendere.
Come agisce la fitoterapia?
Ha un approccio molto diverso da
quello sintomatico, (pur cercando di
ridurre anche i sintomi in tempi accettabili). L’obiettivo è di riequilibrare il
sistema immunitario un po’ esagerato
nelle sue reazioni. Fermo restando che
ogni caso è sempre un caso a sé, esistono anche schemi generali che hanno
trovato riscontro nella pratica terapeutica degli specialisti. È possibile far uso
di farmaci tradizionali al bisogno, per
esempio con gli antistaminici (e meno
male che esistono), e contemporanea-
mente prendere rimedi fitoterapici, che
hanno il vantaggio di essere assunti per
tempi molto lunghi i quali si addicono
alla cura delle allergie. Nella visione
olistica è l’individuo nel suo insieme a
essere allergico, l’allergene è il fattore
scatenante ma su un terreno già predisposto, che dovrà essere riequilibrato.
Il trattamento con rimedi naturali
può iniziare in qualsiasi momento
dell’anno e proseguire per diversi mesi.
Tengo a precisare che è la Natura (in
senso biologico, non certo metafisico) a
guarire, l’operatore si limita a mettere la sua conoscenza ed esperienza a
disposizione.
Mi parla di un caso che ha trattato?
Ricordo una donna, medico e specialista otorinolaringoiatra, afflitta da anni
da fastidiosa allergia a diversi pollini
che le procuravano frequenti attacchi
d’asma. Dopo esami, prove del caso,
innumerevoli terapie farmacologiche e
vaccinazioni mi chiese di approntarle
un trattamento naturale che durò circa
un anno. Da allora non soffre più di
allergie e nemmeno di asma. Nel frattempo siamo diventati grandi amici, ha
seguito un corso di terapie naturali che
consiglia ai suoi pazienti più «versati»
al naturale, spesso lavoriamo insieme
a un medesimo caso. Purtroppo non
tutti i problemi hanno una soluzione
tanto felice, ma per quanto riguarda
Marka
l’obiettivo è quello di riequilibrare il sistema immunitario
la mia esperienza e quella riportata in
letteratura dagli autori più accreditati,
il bilancio è positivo.
Che piante si usano?
Raramente si usano tisane; piuttosto
sono impiegati prodotti più malleabili
come i macerati gliceridi e le tinture
madri: preparazioni liquide che si assumono in gocce e si sono rivelati efficaci
e fedeli nei risultati. Esistono ottimi
testi in proposito. Mi limito a ricordare
che nella mia esperienza il «principe» dei rimedi è Ribes nero macerato
glicerico, da solo, o più spesso associato
(faccio solo alcuni nomi) a uno o più dei
seguenti fitoterapici: Elicriso tintura
madre, Agrimonia tintura madre,
Viburno macerato glicerico, eccetera.
Esistono in ogni caso anche rimedi in
capsule o compresse, preparate con
polvere e l’estratto secco delle piante.
Come sempre, benché questi e altri
rimedi siano del tutto innocui, per
risultati migliori è bene rivolgersi a
persone esperte.
Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶21 luglio 2014¶N. 30
20
Ambiente e Benessere
Cucina
di Stagione
La ricetta
della settimana
Lasagne alle zucchine
Piatto principale
Ingredienti per 4 persone: 3 zucchine medie · sale · 1 dl d’olio d’oliva · 30 g di man-
dorle tostate e salate · 3 mazzetti di basilico · 2 spicchi d’aglio · 3 pomodori carnosi ·
3 rotoli di pasta fresca di 125 g ciascuno · 50 g di parmigiano grattugiato · 1,5 dl di
panna.
1. Tagliate le zucchine a fette di 5 mm e salatele leggermente. Rosolatele in olio
d’oliva, poco alla volta. Trasferitele in un piatto e mettete da parte.
2. Per il pesto, tritate finemente le mandorle con il basilico, l’aglio e l’olio rimasto in un tritatutto.
3. Scaldate il forno a 180 °C. Tagliate i pomodori a fette sottili. Dividete la pasta
in pezzi uguali (calcolatene tre a testa). Accomodate in una pirofilina una sfoglia di pasta. Distribuitevi uno strato di zucchine e di pomodori. Coprite con
un abbondante strato di pesto e spolverizzate con poco formaggio. Ricoprite
con un’altra sfoglia di pasta e procedete allo stesso modo terminando con una
sfoglia. Coprite le lasagne con panna e formaggio e cuocetele al centro del forno per circa 20 minuti.
Un esemplare gratuito
si può richiedere a:
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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶21 luglio 2014¶N. 30
21
Ambiente e Benessere
E ora saremo serviti di... barba e capelli
Sportivamente Ancora qualche considerazione sui Mondiali di calcio vinti dalla Germania
Sì, ho gridato «goool!» anch’io quando l’attaccante tedesco Mario Götze
ha insaccato con un bel sinistro, dopo
aver smorzato il pallone in corsa sul
petto, da campione, sul cross dalla sinistra di Schürrle, autore di un’autentica
cavalcata lungo la fascia. La Germania
ha battuto l’Argentina e vinto il titolo mondiale, evitando la tortura dei
rigori. Calci dal dischetto che spesso
sembrano soltanto voler punire i protagonisti perché, come lascia intendere il
regolamento: «L’avete voluto voi!».
Mi accorgo ora che il Mondiale
è già passato agli archivi e un po’ mi
manca. Non ci sono più partite alla tv,
mentre fanno festa in Germania, com’è
giusto che sia, e da noi è già bell’e servito il nuovo campionato. Avessimo
vinto la finale di Rio (sì, faccio per dire:
i rossocrociati) saremmo corsi allo stadio colmi di entusiasmo – «i più forti
siamo noi!» – oppure avremmo badato ai preparativi per le vacanze. O, più
semplicemente, a un festoso barbecue
con gli amici?
Qualche critica dopo
le lunghe ore trascorse
davanti alla tv,
ma è subito campionato
svizzero, con tanto
di bomboletta spray
Fate voi. Al primo weekend del calcio
giocato in casa, l’alternativa, per quanto riguarda la squadra più rappresentativa del campionato nazionale, il Basilea, sarebbe stata quella di correre allo
stadio del Brügglifeld, come lo chiamavano i nostri cronisti d’antan, quando
si recavano ad Aarau al seguito di una
delle due o tre squadre ticinesi per riferire in radiocronaca diretta. Vien da
dire che fortunatamente non siamo
campioni (del mondo), anche se i nostri
giocatori più forti militano all’estero, in
Italia e Germania, così che non si sarebbe neppure posto il problema nel caso
in cui i rossocrociati avessero portato a
casa il trofeo, o fossero stati semplici…
vicecampioni, o medaglie di bronzo, o
giù di lì.
Pensare che l’Argentina, l’avremmo davvero potuta grigliare, esattamente come fanno i gauchos della
pampa con le pregiate bisteccone di cui
si favoleggia; comprenderanno certamente coloro che sono stati almeno una
volta da quelle parti, magari in visita di
qualche parente.
Poi ci sarebbe stato il Belgio, solido
e quadrato come tutte le squadre che
avevano superato gli ottavi, ma ormai,
forti della convinzione di poter abbattere ancora qualche ostacolo, avremmo
magari fatto un sol boccone anche di
quell’avversario. E poi? No, contro l’Olanda no. Non si poteva neppure sognare in un miracolo, come forse sarebbe
successo al sempre ottimista presidente
dell’ASF Peter Gilliéron: l’instancabile attaccante del Bayern Arjen Robben
avrebbe messo alla frusta tutti i rossocrociati coi crampi alle gambe e dolori
ovunque. Forse avrebbe resistito il solo
Rodriguez, sempre più in evidenza.
Beh, fermarsi lì sarebbe stato comunque già un colpaccio, di cui vantarci
con chiunque.
A quel punto la Svizzera avrebbe
forse cominciato ad essere interessante
anche all’estero e non solo sulle nostre
piazze. Magari soltanto la Rai avrebbe
continuato a ignorarla, nonostante la
presenza di quattro giocatori che potevano riguardare la stampa sportiva
azzurra, poiché uno – Stephan Lichtsteiner – fa pur sempre parte dell’undici volte campione d’Italia (ma era in
crescente difficoltà col passare degli incontri) e gli altri tre, Gökhan Inler, Valon Behrami e Blerim Dzemaili hanno
vinto col Napoli la Coppa Italia.
Nel limite del possibile sono stato
Qualcosa di più mi attendevo invece dallo psichiatra, criminologo e saggista Massimo Picozzi, invitato a partecipare soprattutto alla rubrica «Cafè
do Brasil». Consulente per la gestione
delle emozioni in ambito manageriale e
sportivo, autore di una ventina di libri
su delitti, rabbia, aggressività, Picozzi
poteva indubbiamente risultare una
scelta indovinata. Non ricordo però
onestamente che abbia detto qualcosa
di particolare (complice forse la nostra
stanchezza), oppure che abbia fatto un
commento che non avrebbe potuto fare
anche una persona avveduta e competente residente dalle nostre parti.
Eppure il giorno appresso, ce lo siamo
ritrovati nelle vesti di criminologo, su
una rete italiana mentre si chinava sulla
triste storia della povera Yara Gambirasio. Picozzi in tutte le salse, insomma.
Troppo. Alla Rsi sembra però sia stato
pagato bene, probabilmente anche più
di Cerruti, grazie ai suoi titoli.
Riconosciamo però che a Comano
si sono impegnati per intrattenere bene
i telespettatori, allungando lo sguardo
oltre gli stadi di calcio, mentre la mia
costanza nello zapping mi ha permesso di applaudire anche gli opinionisti
della Televisione svizzera di Zurigo,
dove un divertente capo degli arbitri
svizzeri, il ticinese Carlo Bertolini, ha
risposto con precisione e chiarezza
agli interrogativi di tecnici, giocatori
e pubblico, e infine dei conduttori, sui
casi più intricati che coinvolgevano gli
arbitri.
L’ultima notizia è che la bomboletta spray, ossia la schiuma da… barba
usata con successo in Brasile per stabilire con precisione le distanze fra la
palla e la barriera nei casi di calci di punizione battuti in prossimità dell’area
di rigore, verrà usata anche nel nostro
campionato di Super e Challenge League. Se tutto andrà bene, con il nuovo
campionato, come si dice, saremmo
serviti come in un salone, di… barba e
capelli.
Arne Müseler
Alcide Bernasconi
un assiduo spettatore del prima e del
dopo le partite. Alla Rai hanno continuato per giorni a piangersi addosso
per l’eliminazione degli azzurri, dapprima portati al settimo cielo con la
vittoria all’esordio sull’Inghilterra. Va
dato atto che un paio di giornalisti più
avveduti avevano però analizzato le
scarse indicazioni di quel risultato e si
schermivano di fronte all’esaltazione
continua di Mario Balotelli e del coach
Cesare Prandelli, i primi poi a essere
fucilati sul campo (si fa per dire), dopo
l’eliminazione subita con una sofferenza che sembrava tutt’altro che genuina.
Eppure, ho continuato a seguire quel
«processo» di mezzanotte, nel quale i
conduttori interrompevano di continuo
gli ospiti che stavano cercando di rispondere alle loro domande, ex campioni del mondo compresi. C’era sempre
un collegamento con Rio o da qualche
altra parte, dove transitavano giocatori
con le cuffiette appiccicate alle orecchie
e non sentivano alcun richiamo.
La nostra Rsi La2, per contro, poteva contare su inviati che in alcuni casi
sapevano trasmettere simpatia oltre
alle indispensabili informazioni tec-
niche. Anche a Comano, nonostante il
polverone sollevato sugli emolumenti, gli ospiti che cambiavano a seconda
delle partite ci hanno offerto spunti di
discussione, d’accordo o meno con le
loro opinioni.
Io ho sempre fatto il tifo per Kubi
Türkylmatz, pur se granata dell’ACB
salvo una parentesi bianconera a Cornaredo. Era il nostro uomo di punta
della nazionale e mi piaceva il modo
con cui esponeva (ed espone) fatti e misfatti della massima rappresentativa.
Ora è un commentatore che dice le cose
senza girarci attorno e lo sa fare con un
tocco di humor. Non è da tutti. Stendiamo un velo pietoso su quanto è successo invece con Julio Hernan Rossi, cui è
stato giustamente mostrato il cartellino
rosso dopo le pesanti esternazioni sul
suo computer riguardo agli olandesi,
gli altri si sono comportati bene. Ho
molta stima per Alberto Cerruti, una
firma della «Gazzetta dello Sport», che
applaudo sempre per le sue puntuali informazioni e i giudizi equilibrati, senza
mai dimenticare un occhio di riguardo,
spassionato e non di maniera, per la
Svizzera e i suoi tifosi.
ORIZZONTALI
1. Un vero coniglio
4. Paurosa per gli amici
9. Le figlie di Zeus
10. L’uomo inglese
11. Tra uno e uno dà due...
12. Rendono gelosa Elsa
13. Vela aurica quadrilatera
15. Le iniziali del cantante Dalla
16. La cascata più alta del mondo
18. Supera l’esame di maturità
a settembre
20. Un moto dell’animo
21. Il cantante Minghi
22. Ha molto fegato ma non coraggio
23. Incitazione spagnola
24. Titolo di prelati (abbrev.)
26. Centro della Guinea
27. Preposizione articolata
29. Dopo una lunga assenza
Sudoku Livello difficile
Giochi
Cruciverba
L’aro titano è… Termina la frase leggendo,
a soluzione ultimata, le lettere evidenziate.
(Frase: 2, 5, 3, 6, 3, 5)
1
2
3
4
6
10
9
12
14
17
18
20
21
22
23
24
25
27
26
28
7
15
19
8
,
11
13
16
29
5
VERTICALI
1. Moda del momento
2. Sarcastico
3. Articolo
4. Accanito sostenitore
5. Si indossa
6. Pari in coppa
7. Niente per Cicerone
8. Il sonoro...
10. Comune... è mezzo gaudio
13. La colpisce la legge
14. Saluto d’altri tempi
17. Di rilevanti proporzioni
19. Le iniziali dello scrittore Daudet
21. Le spiega anche il 22 orizzontale
22. Celebre moschea di
Gerusalemme
25. L’ultimo Silvestro
28. Le iniziali di Tolstoj
Scopo del gioco
Completare
lo schema classico
(81 caselle,
9 blocchi, 9 righe
per 9 colonne)
in modo che ogni
colonna, ogni riga
e ogni blocco
contengano tutti i
numeri da 1 a 9, nessuno escluso
e senza ripetizioni.
Soluzione della settimana precedente
Lo sapevi che? – Resto della frase: …
Segno zodiacale di nome Ofiuco.
E
L
I
C
A
D I
A M
L O
L
C A
S
O
L
A
L I
E
B
A U
C I
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Z I O
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I A
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G I N O
M O D A
O L O G N
R A
L O
A
M I T
O
D
I
O
F
A
T
O
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22
Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶21 luglio 2014¶N. 30
23
Politica e Economia
Barbarie mediorientale
Hamas è in cerca di resurrezione
dopo essersi cacciato in un
pericoloso isolamento
pagina 23
Le mistificazioni dell’economia
Prima parte di una serie di articoli
dedicati ai dogmi e alle ideologie
che dettano le leggi (anche sbagliate)
dell’economia
Non solo narcos
Il presidente Nieto ristruttura
da capo a piedi l’economia
messicana
Fusione a Basilea
In autunno si voterà per la
riunione dei due semicantoni,
separati dal 1833
Hamas gioca alla guerra
Conflitto israelo-palestinese Sui cadaveri di quattro ragazzi innocenti si è innescata una strategia della tensione
pagina 25
pericolosa fatta di lanci verso Gaza e Israele causando molte vittime, fra cui il governo di unità nazionale palestinese
Marcella Emiliani
pagina 29
La faida senza fine tra Gaza e Israele
sta mostrando al mondo intero a quali
livelli di barbarie sia giunto il vecchissimo conflitto israelo-palestinese. La
ripresa delle ostilità è partita dalla sparizione – il 12 giugno scorso – di tre
giovani coloni israeliani Gilad Shaar, di
16 anni, Naftali Fraenkel, suo coetaneo
ed Eyal Yifrah di 19 anni, rapiti mentre
tornavano a casa dalla yeshiva, la scuola religiosa che frequentavano a Kfar
Etzion, un insediamento ebraico illegale situato tra Betlemme ed Hebron.
I loro corpi sono stati ritrovati solo il
30 giugno nell’area a nord ovest di Hebron, nei pressi di Telem e, mentre il 1
luglio si svolgevano i funerali, le Israeli
Defence Forces (IDF) rastrellavano a
tappeto la Cisgiordania per arrestare
i presunti colpevoli, tutti membri di
Hamas. Il governo israeliano e soprattutto il primo ministro Benjamin Netanyahu, infatti, erano fermamente
convinti che dietro il rapimento e l’esecuzione dei tre ragazzi ci fosse il Movimento di resistenza islamica.
pagina 27
La crisi
di frontiera
spinge Mosca
a Pechino
Svolta Il primo passo per uscire dal pantano
ucraino Putin lo ha fatto siglando accordi
di cooperazione con la Cina. Una manovra
rivolta direttamente a Washington
L’Ucraina rischia di diventare una ferita permanente per la Russia. Putin ne è
perfettamente consapevole. E considera questa minaccia come esiziale. Per il
suo potere e per il suo stesso paese. Su
questo sfondo possiamo interpretare
il recente cambio di passo e di tono del
Cremlino nella crisi ucraina. Se fino
a ieri prevalevano i toni da propaganda di guerra – ancora forti nei media,
quasi tutti sotto controllo governativo
– nella comunicazione diplomatica con
l’esterno l’accento è posto sulla necessità di mantenere aperte le porte della cooperazione con l’Unione Europea e con
gli stessi Usa. Obiettivo: un accordo fra
tutte le parti in causa, dentro e fuori
l’Ucraina, che permetta a lui e naturalmente anche ai suoi avversari di salvare
la faccia. Come siamo arrivati a questa
svolta?
In primo luogo, Mosca non può
permettersi un coinvolgimento protratto in una crisi senza sbocco, per di
più in quello che percepisce tuttora
come uno spazio domestico – l’Ucraina madre della Russia imperiale. Già
mezzo milione di ucraini provenienti
dal Sud-Est investito dal conflitto fra
separatisti e autorità di Kiev hanno
varcato il confine e cercano alloggio
provvisorio o definitivo in Russia. Se
la guerra civile a bassa intensità dovesse continuare, il numero dei profughi
crescerebbe e con esso costi sociali ed
economici pesanti.
Secondo, le sanzioni, per ora
modeste ma in via di inasprimento,
mettono in crisi non tanto l’economia russa (e dei paesi europei in affari
con Mosca) quanto le aspettative della nuova classe medio-alta, abituata a
uno stile di vita occidentale e indisponibile a sacrifici troppo forti, sia pure
nel clima di sciovinismo eccitato dalla
propaganda. Un elemento di destabilizzazione potenziale che inquieta il
Cremlino.
Infine, Putin ha comunque imboccato la parabola discendente del
suo lungo periodo al potere. La lotta
per la successione, invisibile, è già cominciata. Una sconfitta in Ucraina, o
anche solo la non soluzione della crisi,
rafforzerebbe coloro che spingono per
un cambio al vertice. Fra questi, importanti settori dell’establishment militare,
che hanno sempre visto con diffidenza
l’avvento di un uomo dell’intelligence ai
vertici del potere. In ogni caso, la successione a Putin non è predeterminata:
il rischio che si trasformi in bagarre esiste, con esiti imprevedibili sulla stabilità del paese.
Il primo passo per uscire dal pantano ucraino Putin lo ha compiuto il 21
maggio, quando ha firmato a Shanghai 49 accordi di cooperazione con la
Cina, tra cui un’importante intesa sul
gas. La Russia si impegna ad esportare a partire dal 2018 circa 38 miliardi
di metri cubi di gas verso la gigantesca
economia in ascesa alla sua frontiera
orientale. Un affare da oltre 400 miliardi di dollari. Soprattutto, un indicatore
geopolitico. La crisi alla sua frontiera
occidentale spinge Mosca verso il suo
confine orientale. Verso quella Cina di
cui diffida in quanto principale minaccia alla sua sicurezza, non fosse che per
il dislivello demografico fra la Siberia
russa e l’Impero di Mezzo, che secondo
i catastrofisti a Mosca implicherebbe
la colonizzazione «gialla» dell’Oriente
russo.
La Cina ha deciso di accettare
l’accordo, dopo dieci anni di stallo nei
negoziati, perché in questo modo si garantisce un flusso importante di gas,
energia necessaria per ragioni ambientali oltre che economiche al suo sviluppo, ma soprattutto perché in questo
modo guadagna più di un punto nel
braccio di ferro con gli Stati Uniti. L’intesa tattica con Mosca permette infatti
a Pechino di rompere l’accerchiamento geoeconomico e geopolitico con cui
Obama sta cercando di allestire un cor-
AFP
Lucio Caracciolo
Dalla ripresa degli
attacchi contro Israele
Hamas ha ignorato
Abu Mazen e Al-Fatah.
Per risorgere
ora punta solo sulla
guerra
done sanitario asiatico destinato a frenarne la potenza.
Il paradosso dell’intesa russocinese, accelerata dalla crisi ucraina,
è che i due paesi si strumentalizzano a
vicenda per meglio negoziare con gli
Usa. Per i russi, l’obiettivo primario
della trattativa è oggi ottenere la neutralizzazione dell’Ucraina, ossia impedirle di entrare nella Nato, insieme
alla regionalizzazione del potere al suo
interno, garantendo alle minoranze
russe una voce rilevante nell’equilibrio
dei poteri ucraini. Per i cinesi, si tratta
di convincere gli americani che trattare
la Repubblica Popolare come una riedizione dell’Unione Sovietica è insensato
e controproducente.
La differenza di fondo è che mentre i russi vogliono essere riconosciuti
come polo autonomo paritario, i cinesi
vorrebbero concordare con gli americani una sorta di G2, un patto bilaterale
di «cosviluppo», di reciproco vantaggio, attraverso il quale codeterminare
le nuove regole del gioco geopolitico
e geoeconomico su scala globale. In
questi percorsi paralleli Cina e Russia
trovano oggi una forte convergenza di
interessi, tuttavia mitigata da due fattori: la storica diffidenza reciproca – ai
limiti del razzismo – e la diversità degli
obiettivi di fondo. Quando gli storici si
occuperanno di questa strana coppia,
non potranno mancare di notare come
una grave crisi alla frontiera euro-russa
abbia prodotto esiti tanto rilevanti sul
lontano fronte dell’Asia-Pacifico. Paradossi della geopolitica.
La situazione era già critica così, quando il 2 luglio un sedicenne palestinese,
Muhammad Abu Khdeir, è stato a sua
volta rapito a Shuafat, un sobborgo di
Gerusalemme Est, e dodici ore dopo
il suo corpo è stato ritrovato in una radura vicina. Era stato bruciato vivo. La
polizia ha subito arrestato i tre responsabili, che hanno ammesso di aver agito
per vendicare i ragazzi israeliani appena inumati, ma nel frattempo a Gerusalemme Est scoppiava quella che si
temeva fosse la Terza intifada. A nulla
sono valse le scuse che Netanyahu e il
presidente uscente Shimon Peres hanno presentato alla famiglia di Muhammad Abu Khdeir.
Sui cadaveri di quattro ragazzi
innocenti si è innescata una strategia
della tensione pericolosissima fatta di
lancio di razzi verso Israele da Gaza e di
raid aerei israeliani sulla Striscia che il
14 luglio, una settimana dopo l’inizio
del conflitto armato, aveva già causato la morte di 200 civili palestinesi, il
ferimento di altri 1500, e una vittima
israeliana. Tra i defunti va annoverato
anche il governo di unità nazionale palestinese Hamas-Fatah inaugurato da
poco più di un mese, il 2 giugno. E dalla
ripresa degli attacchi contro Israele Hamas ha ignorato Abu Mazen e al-Fatah.
Per «risorgere» ha puntato solo sulla
guerra.
Quello che Hamas va cercando
infatti è una resurrezione vera e propria dopo che l’assedio israeliano alla
Striscia di Gaza e gli sviluppi convulsi
delle primavere arabe in Siria e in Egitto l’hanno spinto alle corde. Dal 2011
il Movimento di resistenza islamica ha
perso l’appoggio dei suoi alleati più preziosi, la Siria e l’Iran, che gli fornivano
armi e aiuti. Il solo Iran gli garantiva
20 milioni di dollari al mese, quanto
bastava a gestire quella galera a cielo
Il pianto di alcune donne palestinesi a Gaza. (AFP)
aperto che è Gaza. Tre anni fa l’errore
di Hamas è stato quello di schierarsi coi
ribelli sunniti che si illudevano di dare
la spallata al regime sciita-alauita di
Bashar al-Assad, alleato di ferro dell’Iran degli ayatollah.
Da quel momento Teheran ha sospeso la fornitura di armi e gli aiuti
finanziari ad Hamas, compensati nel
biennio 2011-2013 dalla salita al potere in Egitto dei Fratelli musulmani e
dalla vittoria alle presidenziali di Mohamed Morsi. Il quale Morsi da una
parte garantiva «ufficialmente» la pace
tra Gaza e Israele non ultimo per mantenere il favore dell’amministrazione
americana e di Barak Obama; dall’altra si adoperava per mantenere aperti i
tunnel sul confine tra l’Egitto e la Striscia attraverso cui transitavano armi,
medicinali e derrate provenienti dalla
Siria e dall’Iran via Sinai. Certo, di
tanto in tanto, qualche tunnel veniva
chiuso, tanto per mantenere credibile
il ruolo della nuova presidenza islamica dell’Egitto, ma nella sostanza Morsi
aiutava finanziariamente e tatticamente Hamas.
La loro luna di miele è durata fino
al 3 luglio 2013 quando l’ennesimo colpo di Stato militare in Egitto ha portato
al potere il generale Abdul Fattah al-Sisi che ha messo fuori legge i Fratelli musulmani e il loro partito Libertà e Giustizia, ha fatto arrestare Morsi e tutta la
dirigenza della Fratellanza e ha apertamente dichiarato di considerare Hamas un’organizzazione terroristica. Di
lì a poco anche l’Arabia Saudita, che ha
sempre sostenuto e finanziato la Fratellanza musulmana ovunque si trovasse,
ha assunto la stessa posizione. In questo
contesto sia la riconciliazione con al-
Fatah, sia la pioggia di missili su Israele
sono frutto dell’isolamento regionale e
internazionale di Hamas, ma il rimedio
scelto per uscirne sembra decisamente
peggiore del male.
Sollecitatissimo dagli Stati Uniti, il nuovo presidente egiziano al-Sisi,
affiancato dalla Lega araba, il 14 luglio
scorso si è fatto promotore di una proposta di tregua Hamas-Israele, ma la
tregua non è durata nemmeno un giorno. Accettata da Israele il 15, è stata violata dopo appena sei ore dai soliti razzi
da Gaza mentre Hamas, per bocca del
suo portavoce Mushir al-Masri, chiariva che il suo partito non poteva accettarla poiché non consultato sui termini
e le condizioni della medesima. Notare
che al Cairo si è trasferito dal 2011 Khaled Meshaal, più o meno sfrattato da
Damasco dopo l’appoggio garantito
da Hamas ai ribelli siriani. Meshaal è
ufficialmente il leader più importante
dell’ala esterna di Hamas ed è stato sicuramente consultato.
La dichiarazione di al-Masri, dunque evidenzia una grave frattura tra
l’ala esterna del Movimento di resistenza islamica e l’ala interna, quella
confinata a Gaza, guidata ufficialmente da Ismail Haniyeh ma soprattutto
da Mohamed Deif, capo militare del
braccio armato di Hamas (le Brigate
Ezzedine al-Qassam), sostenuto a sua
volta da Mahmoud Zahar, noto falco
filo-iraniano. Tra Haniyeh e Dief non
corre buon sangue e visto l’intensificarsi del lancio di razzi verso Israele
c’è da dedurre che l’ala dura di Hamas
dell’interno abbia avuto la meglio tanto
sull’ala moderata di Hamas dell’interno quanto su Hamas dell’esterno. Detto in altre parole Hamas è profonda-
mente divisa a vari livelli, il che la rende
ancora più pericolosa e intrattabile.
Se poi completiamo la panoramica
di quanti dalla Striscia di Gaza sono in
grado di lanciare razzi, il quadro si fa
ancora più fosco. Dobbiamo citare innanzitutto la Jihad islamica, che a differenza di Hamas non si è mai esposta
apertamente a favore dei ribelli siriani e
ha continuato a ricevere aiuti da Teheran; e varie milizie claniche palestinesi
che hanno imparato a costruirsi razzi
da sole, razzi che anche se non hanno
una gran gittata, sono sempre in grado
di far danni e di tenere alta la tensione.
Tutti, dunque a Gaza, giocano sulla
pelle dei civili palestinesi nella speranza che il mondo arabo si mobiliti al
fianco delle organizzazioni islamiste
della Striscia, Hamas in testa.
L’esibizione di muscoli
di Hamas, sempre più
isolato e diviso, è una
dimostrazione
di debolezza più che
di forza
Ma questa volta la risposta è stata dura
e sprezzante. Il 15 luglio il telegiornale serale della tv di Stato egiziana, dopo
aver dato la notizia del fallimento della
tregua tra Hamas e Israele, chiosava:
«Se Hamas pensa di trascinare il mondo arabo nella sua inutile guerra contro
Israele, che è costata solo il sangue dei
civili palestinesi, sbaglia i suoi calcoli».
Il gioco di Hamas, dunque, è stato smascherato, e la sua esibizione di muscoli
sarebbe la spia non tanto della sua forza
quanto della sua debolezza. Ma intanto i
raid israeliani hanno riportato la Striscia
di Gaza «all’età della pietra», come ha
commentato un osservatore israeliano.
Le cose non sono più chiare sul
fronte di Israele, che – ripetiamo – in
questa occasione non è causa del riaccendersi del conflitto ed ha tutto il
diritto di difendersi. Certo la forza militare di Israele, paragonata a quella di
Hamas e Jihad islamica, è soverchiante.
Per di più Israele è dotato di un sistema anti-missile, l’Iron Dome, che neutralizza la quasi totalità dei razzi provenienti dalla Striscia, ma il governo
Netanyahu si dibatte in un difficile dilemma: attuare o non attuare un’invasione di terra per smantellare la minaccia di Hamas? Il premier Netanyahu e
il ministro della Difesa Moshe Ya’alon
sono estremamente cauti sull’ipotesi
invasione. I servizi segreti stimano in
10’000 i razzi presenti nel sottosuolo di Gaza e distruggerli tutti sarebbe
impossibile. Per di più la presenza di
soldati e riservisti nella Striscia moltiplicherebbe i bersagli israeliani che
Hamas avrebbe occasione di colpire o
rapire.
Netanyahu inoltre ricorda bene
che l’interventismo del suo predecessore, Ehud Olmert, non riuscì a sradicare
Hezbollah dal Libano come si era prefisso con la guerra «dei 33 giorni» del
2006, e nemmeno riuscì a sloggiare Hamas da Gaza con l’Operazione Piombo
fuso del dicembre 2008-gennaio 2009.
Chi spinge apertamente addirittura
per la rioccupazione di Gaza è il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman
che avendo intenzione di correre per la
carica di primo ministro sta giocando
anche lui alla guerra.
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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶21 luglio 2014¶N. 30
25
Politica e Economia
I Superuomini dell’economia
Dogmi duri a morire A partire dagli anni Settanta è iniziata in America un’operazione ideologica che ha idolatrato
i top manager facendone delle star: un’oligarchia di razza superiore, resistente e immune da regole – Prima parte
Federico Rampini
Quando parliamo di economia, quanto
siamo prigionieri di ideologie? È fondamentale capirlo, perché le ideologie
accecano, paralizzano, conducono a
commettere errori fatali. Pensate ai casi
più estremi, come le religioni che imponevano sacrifici umani per placare gli
dei: quante povere vittime innocenti
finirono uccise in omaggio a una credenza insensata. Ma più vicino a noi:
ideologie nazionaliste o totalitarie contribuirono alle carneficine della Prima
e Seconda guerra mondiale.
La rappresentazione che noi ci
facciamo dell’economia, è vulnerabile ai miti, ai dogmi. La resistenza del
neoliberismo è esemplare. Quando si
dice neoliberismo non bisogna pensare solo a idee astratte sull’efficienza
del mercato, ma a scelte concrete che
incidono sulla vita di tutti i giorni. Ne
abbiamo avuto una prova recente con
il referendum in cui la maggioranza
degli svizzeri respinse l’idea di limitare
gli stipendi dei top manager. Quel referendum ebbe una risonanza mondiale,
finì sulle prime pagine dei giornali di
tutta l’Europa e anche degli Stati Uniti.
Per il «Wall Street Journal» – massimo
organo del neoliberismo americano –
quel verdetto fu un esempio del buonsenso degli svizzeri. Una maggioranza
di elettori elvetici non si fece condizionare dalla «moda» demagogica ricorrente che vorrebbe demonizzare i top
manager, incitare all’odio di classe,
istigare l’invidia verso i migliori. Questa la visione prevalente dei neoliberisti che hanno accolto con sollievo nel
mondo intero l’esito di quella consultazione.
E non c’è dubbio che una parte di
loro siano in buona fede. Scrivendo
«loro» alludo sia ai teorici della suprema saggezza del mercato; sia agli stessi
top manager. Molti dei quali sono persone per bene, convinte delle proprie
ragioni.
Un esempio: Francesco è una persona squisita, amabile, intelligente,
colto, e molto cortese. Ci penso mentre sorseggio con lui un bicchiere di
champagne, nel suo salotto, in attesa di
passare a tavola. Salotto, è una parola
che non rende l’idea. Ci starebbe dentro un’orchestra sinfonica, e l’acustica
sarebbe all’altezza di Carnegie Hall.
L’appartamento dove vive Francesco
con sua moglie, nella zona più esclusiva dell’Upper East Side di Manhattan,
ha il soffitto alto come quello di una
chiesa. Fu disegnato dall’architetto che
costruì il grattacielo, per ospitarvi il
magnate che aveva finanziato l’intero
progetto edile. Extra-Large, dunque,
con una «volta» alta come due o tre
piani normali. Arredato con raffinatezza, perché Francesco è fiorentino e sua
moglie parigina. C’è una biblioteca a
muro, fatta su misura, che per arrivare
fino all’estremità del soffitto ha scaffali irraggiungibili. Alle pareti, opere di
arte contemporanea di sicuro valore.
Francesco è un intenditore: la multinazionale del lusso di cui lui è chief executive finanzia uno dei più bei musei di
Nel 1980, con
Reagan al potere,
lo stipendio di
un top manager
era 30 volte
quello dei suoi
impiegati, oggi
è salito a 300.
(Keystone)
New York. Mecenati generosi, che credono nella cultura.
Francesco è un uomo di ampie vedute, non un reazionario. E tuttavia mi
guarda con rammarico, quando parliamo del tema «diseguaglianze sociali».
«Tutti puntano il dito contro noi manager – mi dice Francesco – ma noi in fondo siamo dei lavoratori. Il mio stipendio è alto, certo, ma vivo di quello, cioè
del mio lavoro. I veri ricchi, i patrimoni
che sono la fonte delle diseguaglianze
più stridenti, vanno cercati nella finanza. È il capitale ereditato e dinastico,
quello che andrebbe colpito. Invece il
fisco va a caccia dei nostri stipendi, tartassati anche qui in America. Mentre i
patrimoni finanziari la fanno franca,
beneficiati da aliquote ridicole, o addirittura esenti nei paradisi offshore».
Lo ascolto e mi guardo intorno.
Osservo la sua magnifica casa, i quadri
appesi alle pareti, l’eleganza di sua moglie. Non riesco a provare irritazione,
tantomeno ostilità, verso una persona
per bene. E tuttavia mi chiedo quanto
ciascuno di noi sia incapace di vedersi
«dall’esterno», con gli occhi degli altri.
Francesco non ha tutti i torti. Certo,
anche per i ricchi come lui, c’è sempre
qualcuno più ricco, e perfino di molto.
C’è qualcuno sopra di lui, che ha capitali superiori senza aver mai lavorato,
ricevuti per successione ereditaria.
Non ha torto quando osserva che la
rendita finanziaria gode di favoritismi
assurdi, mentre uno stipendio milionario da chief executive è tassato a New
York con aliquote sul reddito quasi
«europee» (secondo lui l’aliquota marginale si aggira attorno al 55% e non ho
motivo per non credergli).
Sì, anche l’1% dei più benestanti
è pieno di persone che hanno faticato
tutta la vita, che si fanno un mazzo così,
che dedicano anima e corpo al proprio
lavoro e alla propria azienda, che sono
ammirati e rispettati dai propri colleghi e collaboratori.
Resta che questi chief executive
non si rendono conto di essere diventati un’élite predatoria, per il semplice
fatto che le loro retribuzioni non hanno più nulla a che vedere con il valore
reale che portano all’azienda (per non
parlare della società nell’insieme). La
media dei chief executive americani
prende 20 milioni di stipendio annuo.
Nel 1980, quando Ronald Reagan arrivò alla Casa Bianca, l’America era già
un paese capitalista. In quell’anno un
chief executive guadagnava in media 30
volte lo stipendio dei suoi dipendenti, il
che non è male come «sovrappremio»,
e certo consente di pagarsi tutti i lussi e
tutti i privilegi. Ma trentaquattro anni
dopo, lo stipendio del numero uno vale
in media 300 volte quello dei suoi dipendenti.
Cos’è accaduto in questo periodo,
quale straordinario aumento nella produttività e bravura dei singoli manager,
può giustificare che abbiano spiccato il
volo verso la stratosfera, abbandonando noi poveri comuni mortali qui a terra? Mentre stiamo per sederci a tavola,
capisco dallo sguardo di Francesco che
lui non capisce, proprio non capisce,
perché qualcuno possa avercela con la
sua categoria.
Siamo diventati forse cripto-nazisti, senza saperlo? Il nazionalfascismo
di Adolf Hitler rielaborò, strumentalizzandolo e anche deformandolo, il concetto di Superuomo (Uebermensch) che
il filosofo tedesco Friederich Nietzsche
aveva esposto in Così parlò Zarathustra (1883). Secondo la storica dell’economia Nancy Koehn, docente alla
Harvard Business School, oggi un’i-
deologia analoga detta legge in tutto
il mondo. È l’ideologia che giustifica i
superstipendi per i top manager. Oltre
a Nietzsche, la Koehn cita l’influenza di
un altro pensatore dell’Ottocento.
È lo scozzese Thomas Carlyle, che
rese popolare una versione divulgativa
della storia: «the Great Man Theory of
History», la teoria della storia fatta dal
Grande Uomo. Nel suo libro su The Heroic in History, Carlyle sosteneva che la
storia dell’umanità è decisa da poche figure eroiche, gigantesche: da Maometto a Napoleone. Da allora molta acqua
è passata sotto i ponti, la storia «fatta
dai grandi leader» è stata screditata,
sostituita con metodi di analisi ben
più completi e raffinati, per esempio la
Scuola degli Annali di Parigi (Fernand
Braudel, Marc Bloch, Jacques Le Goff)
che ha investito nello studio delle strutture sociali, dei costumi popolari, delle
interazioni tra ambiente, demografia,
cultura, valori.
Ancor più di recente studiosi come
Jared Diamond hanno aggiunto un sovrappiù di ricchezza interdisciplinare
attingendo allo studio delle epidemie,
delle migrazioni, della selezione naturale della specie, delle tecnologie. Insomma, la storia è molto più complessa
delle trame dei re e dei generali, questo
ormai lo sanno anche i bambini.
A maggior ragione, sostiene la
Koehn, non ha senso mitizzare il chief
executive di una grande azienda come
un Superuomo. Sappiamo infatti che
«gestire un’impresa è uno sport di
squadra, è un’attività che dipende da
un lavoro di concerto, dalla cooperazione fra tante persone, a tutti i livelli
dell’organizzazione». Eppure, a partire
dagli anni Settanta, è iniziata in America un’operazione ideologica che ha idolatrato i top manager. Ne ha fatto delle
super-star, sul modello dei campioni
sportivi e delle celebrità di Hollywood.
Si è finito con l’attribuire il risultato di
intere aziende al ruolo del singolo Superuomo (molto più raramente Superdonna) al vertice.
La Koehn descrive questa mistificazione ideologica come una forma
di «estremismo meritocratico». Ma
con una perversione ulteriore. Nel
caso dei campioni sportivi, sappiamo
che la celebrità è legata ai risultati. Se
un calciatore imbrocca una serie di
prestazioni deludenti, se la sua squadra sprofonda nel declino, la tifoseria
può essere spietata: la star dello sport
finisce dalle stelle alla polvere. Almeno questa è meritocrazia. Nel mondo
ovattato dei consigli d’amministrazione, come abbiamo visto durante la crisi
del 2008, tanti Superuomini che hanno
trascinato le aziende nel disastro, hanno continuato a godere di trattamenti
economici generosissimi. Nel loro caso
l’estremismo meritocratico vale sono
in una direzione: per alzare gli stipendi. Mai nel senso inverso. Gran parte
delle diseguaglianze attuali si spiega
con questa perversione.
Come ricorda la Koehn attingendo anche ai dati dell’economista francese Thomas Piketty, se osserviamo lo
0,1% degli individui più ricchi, la punta
estrema della piramide sociale nel capitalismo contemporaneo, scopriamo
che i due terzi sono top manager. Non
star di Hollywood, non super-atleti,
bensì i Superuomini che si sono arrogati il diritto di fissarsi da soli i propri
stipendi. Le società capitalistiche avanzate, nonché tante nazioni emergenti,
si comportano come se davvero questa
oligarchia fosse una razza superiore,
alla quale non si possono applicare le
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Politica e Economia
La Revolución liberista
Messico Dalla privatizzazione del petrolio alla liberalizzazione dell’economia: ecco come un narco-stato
sta cambiando la faccia dell’economia messicana gestendo immensi patrimoni naturali
Angela Nocioni
Venditore della patria o leader pragmatico? Corrotto burattino in mano a chi
si vuole divorare il Messico boccone
dopo boccone, o concreto e coraggioso
capo di Stato deciso a modernizzare il
Paese prima che sia troppo tardi?
Peña Nieto non ha
ancora spiegato
come intende porre
rimedio alla gigantesca
contraddizione del suo
Paese, per non parlare
del gap fra ricchi e poveri
Su Enrique Peña Nieto, presidente della
repubblica eletto dalla destra messicana,
i giudizi politici non prevedono molte
sfumature: c’è chi lo considera la punta
di lancia delle grandi potenze economiche interessate a smantellare le ultime tutele sui beni pubblici messicani,
il petrolio innanzitutto, e chi invece lo
ritiene l’esecutore coraggioso di una necessaria politica di apertura economica
che liberalizzi completamente il mercato messicano, terra di conquista da sempre dei vicini Stati Uniti, ma con sacche
di proprietà pubblica protetta ancora
dall’antica legislazione post rivoluzionaria (la Rivoluzione messicana del 1910).
Fatto sta che il presidente Peña
Nieto ha varato una serie di leggi di liberalizzazione che cambiano la faccia
dell’economia messicana. Esaminiamone alcune. È stata approvata la Ley
Federal de Competencia Económica
(legge federale di concorrenza), finalizzata nei suoi propositi a combattere i monopoli e le restrizioni al libero
mercato. Il provvedimento, passato
con una larga maggioranza di 408 voti
a favore e 56 contrari (e 7 astensioni),
è stato approvato in tempi record da
entrambi i rami del Parlamento, con
uno schema che ha visto nuovamente
ricompattate le diverse forze del Pacto
por el México, una sorta di governo di
unità nazionale che comprende gran
parte dell’arco parlamentare, dalla destra del PAN e del PRI, al tradizionalmente socialdemocratico PRD.
La Camera dei Deputati ha licen-
Il presidente
messicano
Enrique Peña
Nieto. (Keystone)
ziato la legge definendola «una misura che punta a prevenire, investigare,
combattere, perseguire, castigare ed
eliminare i monopoli, le concentrazioni illecite, le barriere alla libera concorrenza in economia». La legge introduce
inoltre «un nuovo quadro istituzionale
che fungerà come strumento per stimolare la crescita, la concorrenza e gli
interessi dei consumatori, aumentando
le sanzioni contro coloro che limiteranno la concorrenza».
È stata istituita, per esempio, la Comissione federale per la concorrenza che
dovrebbe avere funzioni di antitrust.
Per quanto riguarda la riforma delle
telecomunicazioni, anch’essa promulgata lo scorso febbraio, è stata decisa la
suddivisione delle nuove concessioni
televisive, che entreranno in funzione
all’indomani dell’entrata in vigore di Riforma. Per il momento sono state fissate
due concessioni, con base di gara pari a
63 milioni di dollari ciascuna. La legge
è una vittoria di Peña Nieto su Carlos
Slim, l’uomo più ricco del mondo, che
ha in mano l’80% della telefonia fissa e
il 70% della mobile attraverso la compagnia America Movil e che ora si dovrà
attrezzare a convivere con altre compagnie in condizioni di non monopolio.
Approvato anche il Piano straordinario per le infrastrutture 2014-2018,
definito dal presidente della repubblica
«una strategia generale per la costruzione di opere e la realizzazione di progetti,
per liberare il potenziale economico del
Messico». Si tratta di un grande piano di
investimenti, per 587 miliardi di dollari (di cui circa 370 saranno stanziati dal
settore pubblico), che riguarda: comunicazioni e trasporti, energia, gestione
delle acque, salute, sviluppo urbano,
case, e turismo. Enrique Peña Nieto non
ha ancora spiegato, però, come intenda
porre rimedio alla gigantesca contraddizione del suo Paese che, pur essendo la
quattordicesima economia del mondo,
è solo sessantaquattresimo sulla scala
che misura la qualità delle infrastrutture secondo la stima del World Economic
Forum. Per non parlare della forbice tra
ricchi e poveri che spiega, in parte, la
totale disaffezione alla politica di buona parte della popolazione, soprattutto
giovanile e universitaria, che si rifiuta
ormai da anni di andare a votare.
Il petrolio, pubblico e in quanto
tale simbolo della ricchezza messicana
per la cultura democratica postrivoluzionaria, è stato privatizzato. Una
legge, votata e approvata da entrambi
i rami del Parlamento, ha deciso che
imprese straniere possono liberamente
sfruttarlo senza passare per la Pemex, la
gigantesca (e corrottissima) industria
di Stato. Ma poiché la politica ha i suoi
passi formali da compiere, ed è lì che
gli oppositori navigati concentrano di
solito le forze per ottenere il massimo
del risultato possibile, è proprio sulla
liberalizzazione del petrolio che le riforme di Peña Nieto stanno mostrando di avere i piedi di argilla. Le riforme
infatti hanno bisogno di decreti attuativi per poter entrare in vigore concretamente. E nonostante il governo si sia
preoccupato di mettere in calendario le
votazioni sui decreti attuativi della riforma del petrolio in coincidenza con le
partite del Messico ai Mondiali di calcio, il Parlamento ha trovato il modo di
rimandare il dibattito e il voto di qualche mese ancora.
Poiché la principale obiezione mossa contro il piano di liberalizzazione è la
debolezza delle garanzie anticorruzione, per evitare che la privatizzazione del
pubblico si risolva in un lauto banchetto per riciclatori del denaro dei narcos
(potentissimi in Messico, sempre più
strutturato come narco-stato) il governo, secondo quanto dichiarato dal Ministro dell’Economia Luis Videgaray,
promette di pubblicare «una completa
lista di banche ed imprese legate al narcotraffico». L’elenco è stato stilato dalla
collaborazione tra le Nazioni Unite e un
istituto antiriciclaggio statunitense. In
teoria, a tutti coloro che saranno inclusi
nella lista, dovrebbe essere vietato realizzare operazioni economiche e banca-
rie di qualsiasi tipo. Provvedimento nei
fatti inapplicabile, perché se le ricchezze
dei narcos venissero ritirate dal sistema
bancario messicano, ben pochi liquidi
rimarrebbero in circolazione essendo
quella del narcotraffico la prima industria nazionale.
Il Parlamento ha già approvato invece le leggi applicative della riforma
politica elettorale, votata lo scorso dicembre: le principali novità prevedono
la rielezione di parlamentari e sindaci,
nuove restrizioni al sistema di finanziamento dei partiti e spese di campagna elettorale, e la creazione di un
Istituto federale responsabile della realizzazione delle elezioni (INE). Tra le
leggi attuative, è stata introdotta la triplicazione delle pene per i reati elettorali, compresa la compravendita di voti.
Arrivano intanto dal Banco Central segnali di lieve ripresa della crescita: in primavera l’economia del Paese
si è espansa dello 0,54%. Molte sono le
attese per l’anno in corso, dopo l’entrata in vigore delle riforme e dell’annuncio del Piano di Investimento in infrastrutture, in termini di aumento del
Prodotto interno lordo che, secondo
stime del governo, nel 2014 dovrebbe
attestarsi al +3,9% (3,4% secondo i recenti dati OCSE), al di sopra dell’1,1%
del 2013. Aspettative importanti sono
legate al rilancio delle attività di Pemex
nel 2014, le cui raffinerie opereranno al
massimo livello mai raggiunto, con la
lavorazione di 1,248 milioni di barili al
giorno, circa l’80% della capacità totale
delle 36 raffinerie. A mostrare i limiti
del settore, i dati diffusi dal Ministero
dell’energia: le riserve accertate di idrocarburi sono calate del 3,1% all’inizio
del 2014. È stata intanto annunciata la
costruzione di un gasdotto per il trasporto di 3,780 milioni di piedi cubici
di gas. Il gasdotto, che attraverserà gli
Stati di Chihuahua, Durango e Sonora,
richiederà un investimento complessivo pari a 2,250 miliardi di dollari, in
larga parte provenienti da privati.
In questo contesto di megainvestimenti rimane però una disoccupazione
reale che è almeno quattro volte quella
ufficiale (che non considera i sottoccupati, grande esercito di lavoratori) data
al 4,8%, circa 0,3% in più che il 2013.
Inoltre gli stipendi si confermano miseri: il 20% di chi lavora regolarmente è
povero.
Il Pakistan non è polio-free
Francesca Marino
«Devo andare a vaccinarmi e sto diventando matto per capire dove si può
fare» mi dice un ultrasessantenne amico pakistano. E io, ingenuamente, penso si tratti del vaccino antinfluenzale
che comunemente si fa. In genere autunno e non a marzo, quando si svolge
questa conversazione, ma vai a sapere.
E invece no: si tratta della vaccinazione
antipolio, quella della gocce sullo zuccherino che da bambini abbiamo fatto
tutti. Il mio amico doveva partecipare
a una conferenza a Delhi e l’India, dichiarata polio-free da almeno sei mesi
impone da altrettanto tempo a tutti i
pakistani che viaggiano nel Paese di
mostrare il certificato delle vaccinazioni antipolio. Come misura precauzionale perché in Pakistan la polio c’è
ancora. Non solo, diventa sempre più
maligna e diffusa. Grazie ai talebani
pakistani e ai loro sostenitori, che considerano spie della Cia tutti i medici e i
volontari impegnati a somministrare il
vaccino ai bambini. E di conseguenza,
con mirabile logica, sparano addosso a
tutti coloro che si sobbarcano il gravoso quanto meritevole incarico.
Nell’ultimo anno c’è stata nel Paese una vera e propria strage di volontari e dottori, al punto che è sempre
più difficile trovare gente disposta a
rischiare la vita nel nome della salute
pubblica e che anche le organizzazioni
internazionali incominciano a rifiutarsi di assumere l’incarico. Il ceppo
del virus pakistano della polio è stato isolato anche al di fuori dei confini
nazionali, il mese scorso. Esportato da
turisti e lavoratori emigrati altrove.
Dopo l’India, quindi, anche l’Organizzazione mondiale della Sanità è scesa
in campo. E con una decisione senza
precedenti ha decretato che tutti i cittadini pakistani che si recano all’estero
devono mostrare il certificato con l’avvenuta vaccinazione antipolio. Altrimenti, saranno fermati alle frontiere.
La decisione, inutile dirlo, ha scatenato
in Pakistan un vero e proprio terremo-
to. Per molti politici più o meno in malafede, quelli che caldeggiano il dialogo con i talebani definiti da loro «angry
brothers», addossano la colpa di tutto,
manco a dirlo, all’Occidente in generale e agli Stati Uniti in particolare.
Colpevoli di aver rintracciato Osama
bin Laden, si dice, grazie alle soffiate di
un dottore locale che avrebbe rintracciato il Dna dell’ex-pericolo numero
uno proprio fingendo di lavorare come
volontario nelle campagne antipolio.
Ogni discussione è inutile, ogni tentativo di far ragionare i suddetti politici
e i loro fratelli talebani ricordandogli
che sono i loro figli a rischiare la vita
o la disabilità permanente, è inutile e
nessuno è riuscito fino a oggi a fermare
la strage.
Nemmeno Imran Khan, uno dei
«fratelli» dei talebani, che è andato di
persona con telecamere e fotografi al
seguito a somministrare le gocce antipolio ad alcuni bambini a Peshawar
e dintorni. La Khyber-Paktunwa e le
regioni di frontiera sono le più colpite
dalla malattia, a parte il Baluchistan
che è polio-free da almeno due anni.
Curiose le misure adottate dal governo di Islamabad: tutti coloro che dalle
altre regioni si recano nel dominante
Punjab devono mostrare il certificato
antipolio o accettare di essere vaccinati all’aeroporto. Peccato che il Punjab
non sia affatto libero dalla polio, e che
gli abitanti delle altre regioni siano
giustamente furibondi per questa ennesima prova della «superiorità» di
Islamabad e Lahore rispetto al resto
del Paese. Gli abitanti del Punjab sono
furibondi invece perché, come il mio
amico, stanno freneticamente cercando di ottenere il vaccino e il sospirato
certificato capace di non mandare a
monte le vacanze all’estero di molti:
ma il vaccino non si trova e, soprattutto, non si capisce bene dove bisogna andare per vaccinarsi e ottenere
il suddetto certificato. Su Facebook e
Twitter si scambiano dritte e indirizzi
dei migliori ambulatori come fossero
ristoranti alla moda e si disquisisce su
Keystone
Sanità Grazie ai talebani che considerano medici e volontari agenti Cia e quindi li uccidono
che tipo di vaccino adoperare. Perché
anche chi è stato vaccinato da piccolo,
non avendo alcun certificato, deve rifare la vaccinazione. Intanto, i bambini
delle province di frontiera, i bambini dei poveri e degli integralisti stessi,
aspettano che la politica e il governo la
smettano di giocare sulla loro pelle le
loro partite più o meno truccate. E che
il Pakistan entri finalmente, almeno
sotto questo aspetto, in un futuro senza più bambini poliomielitici.
Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶21 luglio 2014¶N. 30
29
Politica e Economia
Un’unica Basilea
Aggregazioni In autunno la popolazione sarà chiamata
a votare la riunione dei due semicantoni
Commercio
di materie prime
ai vertici
Statistica La classifica delle maggiori
Marzio Rigonalli
C’è molta attesa a Basilea Città e Basilea Campagna per l’esito della consultazione popolare che si terrà nei due
cantoni in autunno. È in gioco l’avvio
di un processo di riunificazione delle
due entità renane. Negli ultimi mesi, il
Gran Consiglio di Basilea Città, a larga
maggioranza, e quello di Liestal, con
una maggioranza chiaramente meno
importante, hanno deciso di imboccare questa strada. Basilea Città conta
circa 190’000 abitanti, sparsi su una
superficie di 37 chilometri quadrati,
e comprende tre soli comuni, la città
di Basilea, Riehen e Bettingen. Basilea
Campagna ha un territorio più esteso,
518 chilometri quadrati, sul quale vivono circa 280’000 abitanti ed è suddiviso
in 86 comuni. I due cantoni collaborano in modo molto stretto in vari settori.
In particolare, il loro partenariato comprende istituzioni comuni in materia di
sicurezza e nei settori della sanità e della cultura. Come è noto, i due cantoni
renani contano mezzo voto nel calcolo
della maggioranza richiesta nelle votazioni che mirano a modificare la costituzione federale ed inviano ciascuno
un solo rappresentante al Consiglio degli Stati. Sono equiparati ad Obvaldo e
Nidvaldo, nonché ad Appenzello Interno ed Appenzello esterno.
Già bocciata dalle urne
nel 1969, la fusione torna
di attualità nel contesto
del progetto teorico
di riduzione dei cantoni
La divisione del canton Basilea, entrato nella Confederazione nel 1501 come
undicesimo stato membro, risale al
1833 e fu la conseguenza di un conflitto tra la città e la campagna. I contadini
chiedevano maggiori diritti e volevano
essere meglio rappresentati nelle autorità del cantone. I borghesi residenti
in città, però, non erano disposti ad
accogliere queste rivendicazioni. Ritenevano di essere meglio istruiti e più
preparati per assumere incarichi politici e, soprattutto, sostenevano di contribuire in larghissima parte alle risorse
del cantone. Questa loro posizione li
fece apparire supponenti ed arroganti
agli occhi di coloro che chiedevano più
diritti. Il conflitto ebbe parecchi momenti di alta tensione e sbocciò nella
battaglia di Hülftenschanz, che oppose
le truppe della campagna ai soldati della città e che si concluse con la vittoria
della campagna. Più tardi, la battaglia
assunse una portata simbolica tale da
essere ricordata, soprattutto dagli avversari della fusione residenti a Basilea
Campagna, come un mito, un motivo
d’orgoglio, un momento fondamentale della storia di questo cantone. La
separazione in due parti del territorio
di Basilea venne poi sancita dalla Dieta
federale, che comunque lasciò la porta
aperta alla riunificazione, qualora ne
fosse sorta la volontà nei due territori.
Nei 180 anni che ci separano dal
1833, non mancarono i tentativi per ripristinare la vecchia unità politica e territoriale. Il più importante avvenne nel
secolo scorso. Nel 1936 gli abitanti dei
due cantoni approvarono due iniziative
che prevedevano il principio della fusione. Due anni dopo venne approvato
anche un articolo costituzionale cantonale che mirava allo stesso obiettivo.
In un primo tempo però, le Camere federali si rifiutarono di dare la garanzia
e si pronunciarono a favore soltanto nel
1960, sulla base di una nuova iniziativa
cantonale. Nel 1969, infine, si arrivò al
voto popolare su una nuova costituzione cantonale, elaborata da un’assemblea comune, in cui veniva sancita la
fusione dei due cantoni. Basilea Città
approvò la riunificazione con il 65%
dei voti espressi, Basilea Campagna la
bocciò con il 59%. Si disse allora che le
ragioni della bocciatura erano prevalentemente economiche. La città aveva
perso attrattiva nei confronti dei comuni della campagna, in seguito alla riduzione del divario economico tra i due
cantoni, divario che era sempre stato
favorevole a Basilea Città. Basilea Campagna aveva migliorato e potenziato
le sue infrastrutture e si accontentava
dell’ottima cooperazione economica
che era riuscita a stabilire con la città.
Il percorso che i due cantoni cercano ora di affrontare insieme è lungo
ed accidentato; il suo successo dipende
dall’esito positivo di ben tre votazioni
popolari. In autunno avremo la prima
votazione popolare, indetta per creare
un’assemblea costituente. Il suo principale compito sarà di preparare una
costituzione che preveda la fusione dei
due cantoni. Questa assemblea dovrebbe comprendere 125 membri, 75 in rappresentanza di Basilea Campagna e 50
provenienti da Basilea Città. Se gli elettori dei due cantoni si esprimeranno in
favore del progetto, la nuova assemblea
potrà iniziare i suoi lavori ed impiegherà sicuramente alcuni anni, prima di
riuscire a sfornare un progetto di costituzione per il nascente cantone. Toccherà allora, di nuovo, al popolo renano esprimersi nelle urne, per approvare
o bocciare la nascita del nuovo cantone.
Se anche la seconda votazione popolare
avrà un esito favorevole, e se quindi ci
troveremo di fronte alla creazione di un
nuovo cantone, bisognerà modificare la
costituzione federale, con una terza votazione popolare, questa volta a livello
svizzero. La modifica della costituzione
richiede la maggioranza del popolo e
dei cantoni.
È difficile fare previsioni sulla scelta che faranno i cittadini renani. Con
ogni probabilità, Basilea Città si pronuncerà a favore. Più incerto, invece,
appare l’esito a Basilea Campagna. Il
peso della storia con i suoi miti, i cliché
popolari sulle differenze tra gli abitanti
dei due cantoni, trasmessi da una generazione all’altra ed ancora presenti,
nonché i dubbi sulle conseguenze pratiche della fusione, non sono trascurabili. In particolare, Basilea Campagna
teme di ritrovarsi un giorno troppo dipendente dalla città, dal punto di vista
economico e, perfino di dover accettare
una situazione fiscale meno vantaggiosa di quella attuale. Sono paure, in parte inconsce, che si confronteranno con
i vantaggi che possono essere generati
dalla fusione, in termini di efficienza e
di razionalizzazione dei compiti, delle
istituzioni, delle infrastrutture e dei costi. Vantaggi che possono derivare anche dal probabile rafforzamento della
posizione di Basilea nei confronti della
Svizzera, e delle vicine regioni dell’Alsazia e del Baden-Württemberg.
In ambito elvetico, la procedura
avviata dai due cantoni renani arriva dopo il fallito tentativo di creare un
nuovo cantone con l’attuale canton
Giura ed il Giura bernese. S’iscrive in
quel processo, finora rimasto perlopiù
teorico, che mira a ridisegnare la carta
dei cantoni elvetici, riducendone drasticamente il numero. Un processo avviato all’inizio del secolo, in particolare
da Avenir Suisse, che nel 2005 pubblicò
uno studio in cui proponeva di suddividere la Svizzera in sei grandi regioni.
Da allora, le voci favorevoli alla modifica delle frontiere cantonali si sono moltiplicate. Voci che giudicano gli attuali
cantoni troppo piccoli per poter assumere nuove responsabilità e che auspicano la creazione di entità più grandi,
capaci di svolgere pienamente un ruolo
a livello nazionale ed in grado di rafforzare il federalismo elvetico.
La riunificazione di Basilea Città
e Basilea Campagna costituirebbe un
piccolo passo, un piccolo traguardo,
all’interno di un processo in divenire
che, fra qualche decennio soltanto, diventerà, probabilmente, di stretta attualità.
In una caricatura d’epoca, la divisione tra Città e Campagna, avvenuta nel 1833. (Wikipedia)
aziende in Svizzera conferma il ruolo
di importante piattaforma per questo
settore economico
La multinazionale
energetica è la
prima per cifra
d’affari. (Keystone)
Ignazio Bonoli
La statistica delle cento maggiori aziende svizzere nel 2014 conferma una tendenza in atto da qualche anno soltanto,
ma che vede nettamente in testa per
volume della cifra d’affari le aziende
del commercio internazionale delle
materie prime. È però altrettanto significativo che, se si considera il numero
dei dipendenti, questa classifica, allestita ogni anno per conto della «Handelszeitung», vede ai due primi posti
due grandi aziende della tradizione
industriale svizzera come la Nestlé e la
ABB, seguite a poca distanza dai grandi gruppi della chimica e farmaceutica
come Novartis e Roche.
Ancora una volta, come nei due
anni precedenti, la maggiore cifra d’affari è stata realizzata dal gruppo Vitol,
con 307 miliardi di franchi e 32’000
dipendenti, occupati però quasi tutti all’estero. La posizione di testa dei
gruppi internazionali, operanti nel settore delle materie prime, è confermata
dalla presenza della Glencore (215,7
miliardi), dalla Carghill International
(123 miliardi), dalla Trafigura (119,7
miliardi) e dalla Mercuria Trading
Company (100,8 miliardi). La prima
azienda svizzera è ancora la Nestlé,
con 92,2 miliardi, ma soltanto al sesto
posto. Le banche e le compagnie di assicurazione non sono però comprese
in questa statistica, ma fanno parte di
un’indagine separata.
Sulla base dei dati della cifra d’affari, si può constatare che le aziende che
superano il miliardo di franchi crescono di anno in anno, e non solo a causa
dell’inflazione. Infatti, le aziende migliori crescono in misura superiore sia
al tasso di crescita dell’economia, sia
al tasso di inflazione. La statistica della «Handelszeitung», che è iniziata nel
1968, indicava allora soltanto undici
aziende con cifra d’affari superiore al
miliardo di franchi. Alla fine degli anni
ottanta si superava per la prima volta il
centinaio e da allora la crescita del loro
numero è stata costante.
Anche nel 2013, con i primi segni
di una ripresa generale dell’economia,
si sono osservati interessanti progressi. Per esempio la Pilatus di Stans, con
un incremento del 71% delle vendite, ha
superato per la prima volta il miliardo
di franchi. Lo ha fatto anche la Stäubli
di Horgen, attiva nel settore della mecatronica per macchine tessili e dei robot.
In totale, questo particolare «Club dei
miliardari» ha ormai raggiunto le 160
imprese. Ma sono parecchie le aziende
che hanno guadagnato oltre 20 posti
in questa speciale classifica generale:
tra di esse si possono contare la Apple
Suisse (computer), la Octopharma (farmaceutica) o anche il SIX Group, che
gestisce la borsa svizzera. È invece tornata nel gruppo dei miliardari la Rieter
di Winterthur (macchine tessili) che ne
era uscita durante il periodo di ristrutturazione del gruppo.
Nella prima parte della classifica
figurano anche i grandi gruppi della
distribuzione con Coop (27 miliardi), Migros (26,7), cui si aggiungono
Transgourmet (Coop, 8,2 miliardi),
Denner (Migros, 3,2 miliardi), Gruppo Bell (Coop, 2,6 miliardi), Coop
Mineralöl (2,6 miliardi), Migrol (1,9
miliardi). Aldi Suisse entra pure in
questa classifica con 1,8 miliardi (stimati). Nell’orologeria spicca il Gruppo
Swatch (8,5 miliardi) cui si aggiunge il
Gruppo Omega (2,5).
È interessante osservare anche la
ripartizione geografica di queste aziende miliardarie: 44 di esse si trovano nel
canton Zurigo, 15 in quello di Berna,
14 a Ginevra, 13 a Basilea Città e 13 in
Argovia. Zugo ne conta 10, San Gallo 8,
Vaud 7, Basilea Campagna 7, Lucerna 5,
Neuchâtel 4, Svitto, Nidvaldo e Turgovia 3 ciascuno e gli altri cantoni 2 o una
sola, come in Ticino. Solo i due Appenzello, il Giura, Obvaldo e Vallese non
ospitano queste grandi aziende. Se però
si considera la cifra d’affari, la ripartizione del territorio cambia. Dei 1820
miliardi di franchi realizzati in Svizzera, ben il 36,4% è realizzato a Ginevra,
il 14,1% a Zugo, il 9,7% a Basilea Città,
il 9,4% nel canton Vaud e solo il 9,3% a
Zurigo e il 7,1% a Lucerna.
È evidente in questa suddivisione
l’importanza dei grandi gruppi internazionali a Ginevra e Zugo, che distanziano nettamente gli altri cantoni.
In questo caso è altrettanto evidente
l’importanza dei grandi gruppi del
commercio internazionale delle materie prime, che da soli occupano ben 7
dei primi 10 posti. Aggiungendo le altre
quattro del gruppo arrivano a realizzare una cifra d’affari che è praticamente pari a quella di tutte le altre aziende
comprese in questa statistica.
La Svizzera ha avuto anche in passato importanti protagonisti del commercio internazionale, grazie alla sua
particolare posizione e ai servizi che
offre. Oggi però le grandi aziende non
sono più confrontabili con le tradizionali ditte svizzere. Il commercio internazionale basato in Svizzera contribuisce in misura di oltre il 3% al prodotto
interno lordo del paese e supera quindi
il contributo dell’intero turismo.
Nessun altro paese al mondo conta una proporzione così alta di aziende multinazionali. Aziende che sono
spesso soggette a critiche di tipo ecologico e sociale, il che può creare qualche rischio di reputazione anche per la
Svizzera. Non si può però negare anche
l’effetto positivo dovuto all’indotto, al
gettito fiscale, ai posti di lavoro e ai conseguenti alti salari. È quindi importante mantenere in Svizzera una piattaforma per il commercio internazionale.
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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶21 luglio 2014¶N. 30
31
Politica e Economia Rubriche
Il Mercato e la piazza di Angelo Rossi
Cessione BSI. Sospiro di sollievo e futuro incerto
Dapprima la buona notizia. Come
tutti i lettori sanno BSI, la più vecchia
banca ticinese, ha finalmente trovato
un compratore. Per 1,5 miliardi è stata
rilevata dalla banca di investimenti
brasiliani BTG Pactual. Il giro porta a
porta, che durava da più di due anni,
per cercare di vendere la banca è quindi
terminato. Il proprietario della BSI, le
Assicurazioni Generali, hanno trovato
un compratore che sembra disposto,
rispettate certe condizioni, a garantire
un futuro abbastanza autonomo alla
banca. Non solo i dipendenti della
banca e i suoi fornitori, ma la BSI stessa
e anche la piazza bancaria luganese
tirano un grosso sospiro di sollievo. Poi
ci sono le notizie meno buone. Intanto
l’insolita durata del periodo di vendita
con notizie di vari compratori, anche
svizzeri dapprima, che si interessano
all’acquisto per poi rinunciarvi. Forse
chi voleva vendere domandava troppo.
In seguito, la traiettoria di decadenza
che la BSI sta seguendo, da una cessione
all’altra. La possiamo illustrare con i
prezzi pagati dai successivi compratori.
Vediamo: Generali aveva comperato
la BSI, nel 1998, per 1,9 miliardi a un
prezzo quindi che era del 26% superiore a quello che paga oggi la banca
brasiliana che la rileva da Generali.
Ma, purtroppo, c’è di peggio perché,
nel 2007, la BSI aveva, a sua volta,
comperato la Banca del Gottardo dalla
Swiss Life per 1,8 miliardi. In sostanza,
quindi, i brasiliani hanno comperato
oggi due banche per meno di quello
che ieri era il prezzo di una. Come nel
supermercato quando ci sono le azioni!
Ma se compariamo il valore della BSI
di oggi con quello delle due banche alla
fine del secolo scorso ci accorgiamo che
la decadenza è stata ancora maggiore.
Nel 1999, Swiss Life aveva comperato
la Banca del Gottardo per 2,4 miliardi.
In quindici anni, il valore delle due
banche è passato, quindi, da circa 4,3 a
1,5 miliardi, segnando quindi un calo
di circa 2/3. Questa perdita è dovuta in
primo luogo alla forte riduzione dei patrimoni amministrati. Con la vendita
della BSI termina in Ticino l’esperimento banche associate ad assicurazioni. Quello che, negli ultimi due decenni
del ventesimo secolo, in Svizzera, era
stato lanciato come il nuovo modello di
istituzione finanziaria scompare dalla
scena bancaria ticinese come era già
scomparso a livello nazionale. La sola
differenza è che, da noi, l’abbandono
del nuovo modello non ha sollevato le
polemiche che aveva sollevato, a suo
tempo, per esempio, il divorzio tra
la Winterthur e il Credito svizzero.
Swiss Life, dapprima, Generali, oggi,
lasciano la piazza finanziaria luganese
con perdite di circa il 20% rispetto
all’investimento iniziale. La NZZ
termina il suo commento alla cessione
di BSI affermando che per le Assicurazioni Generali «Ausser Spesen, nichts
gewesen» (cioè: oltre ai costi, non c’è
stato altro). È vero, ma se teniamo conto
del lungo tira e molla delle transazioni
sulla cessione, all’assicurazione italiana
poteva andare anche peggio. E adesso
che cosa succederà? I responsabili di
BSI e di BTG Pactual parlano di complementarietà. È vero che le due banche
svolgono sostanzialmente la medesima
attività, ma è anche vero che operano su due mercati diversi. Pactual è
attiva soprattutto nelle Americhe; BSI,
invece, soprattutto in Europa e Asia.
Per il momento quindi le attività delle
due entità finanziarie continueranno
a svolgersi come in precedenza, vale a
dire seguendo binari separati. Siccome
però il padrone è uno solo, e cioè il brasiliano André Esteves, è molto probabile che, a medio termine, la strategia di
BTG Pactual venga applicata anche alla
BSI. Esteves vuole realizzare guadagni
del 20% sui suoi investimenti. È difficile
oggi vedere come la BSI, che operava,
come proprietà di un’assicurazione,
con criteri di grande prudenza, possa
arrivare a soddisfare le ambizioni di
guadagno del suo nuovo proprietario.
È come se si chiedesse a una vecchia
Fiat Millecinquecento di vincere una
corsa di Formula 1. Difficile che ce la
faccia senza ritocchi alla carrozzeria e
al motore.
a meno 2 da Francia ’98). Soprattutto, il
Paese ha dimostrato di essere all’altezza del ruolo che si è conquistato e che
può esercitare in futuro. E la Coppa è
stata portata in regioni remote, come
l’Amazzonia e il Pantanal (pur se resta
il sospetto che gli stadi di Manaus e
di Cuiabà siano stati costruiti anche
per ragioni meno nobili). La prova era
tanto più difficile perché il Brasile che
ha accolto il Mondiale, e tra due anni
ospiterà a Rio le Olimpiadi, non era lo
stesso che aveva ottenuto i due eventi.
La crescita si è fermata. La fiducia dei
brasiliani in sé stessi e nel futuro appare
incerta. La campagna elettorale appena
cominciata si annuncia difficile per la
Presidenta Dilma Rousseff, senza che si
veda all’orizzonte un leader carismatico
in grado di riunificare il Sud «europeo»
e il Nord «africano» del Paese, com’era
riuscito al sindacalista pernambucano
Lula. Non a caso Dilma è stata mandata
letteralmente a quel paese dalla folla, sia
nella partita inaugurale a San Paolo sia
durante la finale al Maracanà (e anche
a Belo Horizonte, dopo la disastrosa
sconfitta con la Germania); né il suo
principale rivale Aecio Neves appare un
personaggio che scalda i cuori, mentre il
centrista Eduardo Campos, appoggiato
da Marina Silva, popolare ex ministro
dei governi di sinistra, può raccogliere
i voti dei delusi dal partito al potere ma
difficilmente avrà chances di arrivare
al ballottaggio, previsto nel prossimo
novembre.
Ma il Mondiale 2014 dimostra che la
storia non torna indietro. Il Brasile è
entrato nel consesso delle grandi nazioni, e pur con i suoi limiti e con le sue
differenze sociali ancora troppo grandi
(visibili in particolare a San Paolo,
metropoli dalla dimensione totalmente
urbana, priva di quella sorta di melting
pot, di livella sociale che sono le grandi
spiagge di Rio) si candida a giocare un
ruolo-chiave nel mondo globale, forte
di un territorio più vasto di quello degli
Stati Uniti (senza l’Alaska) e di una popolazione più numerosa di Germania,
Francia e Italia messe assieme.
Il bilancio italiano è molto meno
brillante. Nella rassegnazione con
cui è affondata la nazionale azzurra
si è intravisto il riflesso della sfiducia
che sembra attraversare una parte del
Paese. Quasi peggiori della sconfitta
sono state le reazioni, che indicano
come il movimento calcistico e sportivo
italiano vada rinnovato profondamente. La rarefazione di talenti è segno
della scarsa attitudine sia al sacrificio
quotidiano sia alla visione del futuro.
Lo sport incrocia la politica, l’economia,
la società: e l’Italia ha tutte le chances
per affacciarsi sul mondo come ha fatto
ora il Brasile, e come farà Rio nel 2016.
Neppure le Olimpiadi devono fare paura. Due anni fa Londra dimostrò che si
possono realizzare grandi stadi e opere
pubbliche (che a Roma oltretutto non
sarebbero neppure necessarie: molti
impianti ci sono già) senza rubare, e creando valore per la comunità nazionale:
l’invasione turistica sulle prime non ci
fu, ma sulla spinta dei Giochi la capitale
inglese è diventata la città più visitata del
pianeta, davanti a Parigi e a New York.
Roma non è neppure tra le prime dieci.
Purtroppo l’Italia ha perso l’occasione
di aggiudicarsi le Olimpiadi del 2020, e
chissà quando il treno ripasserà.
Un’altra nota positiva riguarda la
Svizzera: i rossocrociati hanno portato
ai tempi supplementari i vicecampioni
dell’Argentina, hanno mostrato un
ottimo gioco e una squadra multietnica. Complimenti da un italiano deluso
dagli azzurri.
per 1000 abitanti – e al primo posto, con
11,4 nascite per 1000 abitanti, figurava il
cantone Appenzello Interno – il Ticino,
con 8,3 nascite per 1000 abitanti, era
il cantone con il tasso di natalità più
basso. In gergo tecnico stiamo avvicinandoci al fenomeno noto come «baby
crack» o «baby slump» e c’è pericolo che,
soprattutto cessando le immigrazioni,
la «piramide delle età» possa rovesciarsi
con gravi ripercussioni sul piano della
politica sociale e dei costi del welfare.
Quello della denatalità è sempre stato
fenomeno sottostimato e inascoltato
dai politici, i quali, per spiegare le culle
vuote, preferiscono indicare come
responsabile… la crisi economica.
Niente di più falso: la crisi attuale
causerà effetti in demografia solo fra
30 o 40 anni. Invece l’abbassamento
di oggi ha avuto origine alla fine degli
anni Settanta (cioè una generazione
fa!), quando la crisi non c’era e vigeva
un po’ ovunque l’ondata dei «dinks»,
cioè del «double income no kids», ovve-
ro doppio stipendio, niente bambini.
Il conto di questo «stile di vita» (che
perdura tuttora, influenzando scelte,
priorità e spese sociali) viene ora recapitato anche a chi quando si parla di
problemi demografici pensa sempre...
all’incontrario, cioè a paesi lontani,
a processi legati al sottosviluppo,
eccetera. Piuttosto che accettare l’idea
che i problemi demografici possano
interagire anche da noi, si finge di non
sentire chi ci mette in guardia. Come
il sociologo Ben J. Wattenberg che nel
suo Fewer: How the New Demography
of Depopulation Will Shape Our Future
ammonisce che, se questa tendenza
della denatalità si prolunga e non viene
presa in considerazione, «il costante
calo delle nascite nei paesi democratici
industrializzati rischia di farli sparire.
La gente si meraviglia; ma le forze in
movimento sono queste. Se si va avanti
così le conseguenze saranno fosche».
La solita Cassandra? Per gli ambienti
politici di sicuro, soprattutto per coloro
che da decenni propugnano interventi
«progressisti» che vanno dal controllo
delle nascite all’eutanasia e coniugano
lo stereotipo della sovrappopolazione
sino all’inverosimile. Devo chiudere e
ho poco spazio per l’altra notizia, quella
più ghiotta. A inizio luglio tutti i media
hanno decantato un nuovo servizio
ideato dalla Confederazione per informarci in caso di pericoli imminenti:
un sistema di allarme generalizzato
per tempeste, inondazioni, valanghe,
inquinamenti, incendi, frane, terremoti ecc. ecc. Lette le varie relazioni mi
sono sorpreso a chiedermi: non sarebbe
opportuno ideare un analogo sistema
di allarme anche per altri «pericoli
incombenti», come l’indebitamento, il
calo demografico, la perdita di competitività in interi settori economici, un
abnorme indice di dipendenza (quota
della popolazione beneficiaria di sussidi), in modo da attivare gradi di allerta
e allarmi utili non solo per i politici, ma
anche per chi li vota?
In&outlet di Aldo Cazzullo
La Storia guarda avanti
Ricordate cosa si diceva e cosa si scriveva due mesi fa del Mondiale in Brasile?
Lavori non finiti, proteste inesorabili,
scontri di piazza, organizzazione non
all’altezza… Invece non è accaduto nulla di tutto questo. Qualche sparuto incidente, nel giorno dell’inaugurazione a
San Paolo e in quello della finale a Rio de
Janeiro, enfatizzato dalla presenza delle
telecamere e di giornalisti tra i contusi; ma nessuno scontro grave, nessun
disservizio irreparabile. Soprattutto, il
Brasile ha dimostrato a sé stesso di saper
organizzare una grande manifestazione
internazionale. Un segno che il mondo
globale è un fenomeno irreversibile;
e che i Paesi europei, abituati a essere
grandi in un mondo piccolo, saranno
sempre più piccoli in un mondo grande.
Certo, argentini e brasiliani si sono presi
parecchio in giro, e nella notte di Copacabana qualche colpo è volato, dopo
che i carioca avevano palesemente tifato
Germania (sia pure dopo l’1 a 7 della
semifinale) pur di non vedere i detestati
vicini alzare la Coppa al Maracanà. Ma
al di là delle rivalità sudamericane, si
può dire che il Mondiale 2014 sia stato
un successo. Anche perché il Brasile ha
dimostrato di saper reagire alla peggior
sconfitta della propria storia calcistica
con dignità e anche con humour: per
intenderci, non si sono avute notizie di
suicidi di massa; al punto da lasciar pensare che quelle diffuse nel 1950, dopo il
Mondiale perso in casa contro l’Uruguay, fossero esagerate se non inventate.
Piuttosto, le proteste viste un anno fa
in occasione della Confederations Cup
(il torneo organizzato in previsione del
Mondiale) hanno senz’altro aumentato
la pressione sui calciatori del Brasile, che
costretti a vincere al primo gol subito
hanno perso la testa. Ma il bilancio più
importante non è quello calcistico.
Ovviamente c’è stato qualche disagio,
che peraltro si era visto anche nelle edizioni tenute nei due Paesi più efficienti
del mondo, Giappone (2002) e Germania (2006); e il caso del traffico dei
biglietti ha creato più di un imbarazzo
alla Fifa, con il responsabile di «Match»,
società da cui la Fifa si è chiamata
fuori, costretto a fuggire dall’ingresso di servizio del suo hotel, inseguito
dalla polizia. Il successo organizzativo
e anche sportivo del Brasile è fuori
discussione: è stato il secondo Mondiale
come media di spettatori, dopo Usa
’94, e come numero di gol (si è arrivati
Zig-Zag di Ovidio Biffi
Paralleli fra tasse, culle e voti
«Sentir parlare spesso di conti pubblici
può dare fastidio, ma se i conti pubblici
non tornano i fastidi rischiano di essere
tutt’altro che grassi. E i conti del nostro
Cantone non tornano proprio». Diavolo
di un Pontiggia, che iniziava così il suo
editoriale sul «Corriere del Ticino» del
5 luglio scorso! Passano pochi giorni ed
ecco che il governo scodella un «correttivo» che conduce il deficit del preventivo 2015 sui binari del freno ai disavanzi
approvato in votazione popolare lo
scorso 18 maggio (limite del 4% delle
entrate correnti, cioè «soli» 140 milioni
invece dei 245 conteggiati a maggio). Mi
dico: se basta un editoriale per dimezzare i deficit, immaginate i miracoli che
potrebbe fare l’autocritica dei politici se
solo questa virtù figurasse nel bagaglio
di tutti i partiti eletti per governare?
Subito vengo smentito: tornano a risuonare le sirene d’allarme per un esercizio
2014 che sta esplodendo a causa delle
troppe spese. Così mi convinco che
stiamo sentendo sulle spalle il peso di
un decennio di lusso trascorso pagando
le uscite con carte di credito, oltre che
con tutto il contante a disposizione. Il
grosso pericolo ora è che, finita l’estate,
l’intollerabile venga definito «sopportabile» e, in ossequio all’apertura della
caccia elettorale, consentirà alla classe
politica di impallinare ancora ogni sforzo per correggere il legno storto delle
nostre finanze pubbliche.
Non ho alcuna intenzione di cavalcare
il fastidio evocato da Pontiggia e allora
mi sposto sull’altra sponda del debito
cantonale, richiamato da altre due notizie di attualità a mio avviso collegate
(o collegabili, dato che nessuno l’ha
fatto) con l’indebitamento cantonale.
La prima viene dall’Ufficio federale di
statistica (Ust) e ci ricorda che, secondo
i nuovi dati riguardanti il movimento
naturale della popolazione, il Ticino
brilla come cantone con il minor tasso
di natalità! L’Ust dice che nel 2013,
mentre in termini di natalità la Svizzera
presentava un tasso lordo di 10,2 nascite
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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶21 luglio 2014¶N. 30
33
Cultura e Spettacoli
Immagini sublimi
La Cons Arc di Chiasso
espone una serie di fotografie
dell’americana Vivian Maier
Fenomeno Macklemore
Anticonformista eppure adorato
dal grande pubblico,
indipendente e attento alle
tematiche sociali: Macklemore
alla conquista del mondo
Il valore di Chiesa
Un saggio su Francesco Chiesa sonda
l’importanza della sue prose per
il Novecento ticinese
Teatro e territori
Si è appena concluso
un festival imbastito sul
concetto di «confine»
pagina 39
pagina 37
pagina 40
pagina 37
Una Szeemann /
Bohdan Stehlik,
immagine
tratta dalla
pubblicazione
Dann immer erst,
immer erst dann
2014.
Tra verità e illusione
Mostre Le opere di Una Szeemann e Bohdan Stehlik a Lugano
Alessia Brughera
Quattro anni fa il Museo Cantonale
d’Arte di Lugano ospitava per la prima volta l’opera degli artisti Una Szeemann e Bohdan Stehlik. In quell’occasione la coppia esponeva insieme ad
altri colleghi nell’ambito della rassegna
Che c’è di nuovo? Uno sguardo sulla scena artistica emergente in Ticino, una
mostra che aveva come obiettivo quello
di offrire uno spaccato della produzione delle generazioni più giovani promuovendole nel contesto nazionale.
La circostanza fu molto propizia ai
due, che vinsero il «Premio Migros Ticino per l’incoraggiamento della creazione artistica» con un lavoro dal titolo
Casted Shadows (Wolves and Chair),
un’opera a metà tra scultura e installazione che colpì la giuria per la sua
capacità di creare un forte dialogo con
lo spazio in cui era stata allestita: suggestiva nel suo lento affiorare da un ambiente intriso di magnetismo e immerso in un’oscurità dipanata solo da una
flebile luce, l’opera si confrontava già
con alcune delle tematiche che sarebbe-
ro state poi ulteriormente approfondite
dai due artisti. La scultura si misurava
infatti ludicamente con le potenzialità
offerte dall’elemento ombra, indagando il rapporto tra verità e illusione e le
molteplici modalità per stimolare e irretire la percezione.
Forti di quel prestigioso riconoscimento, Una Szeemann e Bohdan
Stehlik espongono adesso nuovamente
al Cantonale in una mostra dedicata,
questa volta, interamente a loro, e che
rappresenta il primo della coppia di
appuntamenti riservati ogni anno dal
Museo ai più interessanti sviluppi della
giovane arte svizzera.
I due artisti, una nata a Locarno nel
1976 (e figlia del celebre storico dell’arte
e curatore svizzero Harald Szeemann),
l’altro nato a Karlovy Vary nel 1973,
hanno iniziato il loro percorso separatamente per poi intraprendere un
cammino comune a partire dal 2006.
A unirli, l’affinità sia nei linguaggi attraverso cui esprimersi – che spaziano
dalla scultura all’installazione, dalla
fotografia al video – sia nel campo di
ricerca, orientati come sono verso l’e-
splorazione dei processi percettivi e
della relazione tra realtà e rappresentazione.
Sebbene fin dall’esordio di questo
sodalizio artistico sia sempre stato impossibile individuare nelle loro opere il
contributo peculiare di ciascuno, nella più recente produzione (come ben
dimostra l’esposizione al Cantonale)
ognuno dei due artisti ha deciso di rendere riconoscibili le proprie specifiche
caratteristiche, realizzando lavori che
portano esclusivamente la propria firma. Una scelta che può essere interpretata come la volontà di rimarcare le rispettive individualità pur nella sempre
profonda corrispondenza d’intenti.
Quello di Lugano è un allestimento pulito ed essenziale, in cui poche ma
significative opere vengono presentate
in un’ambientazione che si affida a una
luce fioca per esaltare al meglio alcuni
loro aspetti.
È in questa atmosfera che le sculture e le fotografie di Una Szeemann
trattano le evanescenti frontiere tra visibile e invisibile, sondano i limiti tra
materia e spirito, i contrasti tra pieni e
vuoti, gli instabili equilibri tra fisicità
e apparenza. I suoi lavori sono pervasi ora da riferimenti allo spiritismo di
fine Ottocento che richiamano concetti
quali quello di ectoplasma attraverso
rappresentazioni di forme fluide e diafane che emergono rarefatte da fondi
scuri, ora da suggestioni visive che provocano l’occhio e la logicità attraverso
svelamenti e occultamenti che stimolano riflessioni sulle nozioni di assenza e
presenza.
Bohdan Stehlik approfondisce
queste stesse tematiche investigando
più nello specifico gli squilibri e le alterazioni nel rapporto tra l’oggetto e la
sua rappresentazione. Una complessa
relazione, questa, in cui è spesso difficile distinguere l’uno e l’altra, tanto labili e ingannevoli sono i loro confini e
le modalità con cui si manifestano. Tra
asimmetrie e riproduzioni mendaci,
l’artista coinvolge lo spettatore sia sul
piano sensoriale sia su quello speculativo, allestendo opere che rivelano gli
illusori meccanismi della nostra percezione.
Solo un lavoro è stato realizzato a
quattro mani, ponendosi come compendio delle meditazioni dei due artisti attorno ai medesimi temi di indagine. Si tratta di una piccola opera che
gioca con una realtà che si palesa per
quello che non è e che si nasconde per
quello che è, diventando l’emblema di
quell’invisibile che, citando il filosofo
francese Maurice Merleau-Ponty, «è il
rilievo e la profondità del visibile».
Dove e quando
Una Szeemann / Bohdan Stehlik.
Dann immer erst, immer erst dann.
Museo Cantonale d’Arte, Lugano.
Fino al 31 agosto 2014. A cura di Elio
Schenini. Orari: martedì 14.00-17.00;
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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶21 luglio 2014¶N. 30
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Cultura e Spettacoli
Storie di ordinaria normalità
Incontri L'autore olandese ha scritto diversi bestseller internazionali che prendono spunto dalla complessa
(e ipermediatica) realtà in cui viviamo
Blanche Greco
«Il mio ultimo libro è come un film
di Tarantino. La società che descrivo
è sopra le righe e la storia che racconto, è puro cinema». Ci dice l’autore di
Odessa Star, lo scrittore olandese Herman Koch, con un piccolo sorriso di
divertimento che gl’illumina gli occhi
azzurro-iceberg, nel viso abbronzato,
di passaggio a Roma per il Festival delle Letterature. Autore televisivo piuttosto noto, giornalista e romanziere,
con i suoi ultimi libri: La cena e Villetta con piscina, Koch ha fatto incetta di
premi e si è conquistato un pubblico
numeroso e affezionato che rimarrà
affascinato da Odessa Star, e dal suo
protagonista, così attuale da far venire i brividi. Fred, è un «perdente», imbelle e un po’ meschino che vive la vita
così come viene, finché non incontra
Max, la sua nemesi sin dai tempi della
scuola, e inizia un’avventura perversa, una sorta di resa dei conti con tutti
quelli che lo circondano, per poter ricominciare da capo, un’esistenza nuova per un Fred «diverso».
Herman Koch
nutre una vera e propria
passione per
la letteratura russa
dell'Ottocento
«Il mio protagonista guarda la realtà dall’esterno, gli piace rimuginare
ogni singolo avvenimento, riviverlo e
reinterpretarlo come se fosse un film
di gangster. Perciò quando descrive ciò
che gli accade, alle volte lo fa in modo
approssimativo e lacunoso, oppure
con tale abbondanza di particolari,
che per quanto ci si sforzi di credergli,
si finisce sempre per chiedersi cosa sia
realmente successo». La verità, secon-
do Herman Koch, è che in tutti noi alberga il desiderio di essere diversi, tanto da provare l’irresistibile tentazione
di passare per ciò che non si è, e se alle
volte ci riusciamo per qualche istante,
altre compiamo il miracolo e cambiamo davvero, almeno in apparenza,
nascondendoci anche a noi stessi. Insomma siamo tutti degli attori, lividi
d’invidie, cinici e affamati di attenzioni? «Non esattamente» – puntualizza Koch – «il mio protagonista come
molti uomini della classe media oggigiorno, vorrebbe essere un “uomo forte”, un vero “macho”, ma attualmente,
a livello culturale, questa sua ambizione non è considerata una virtù, anche
se il mio Fred (e molti come lui), la vedono come un enorme vantaggio per
vivere bene nella realtà odierna. In effetti Max è così, e ha successo, e Fred
sogna di essere come lui».
Una vicenda narrata con il ritmo
di una «discesa agli inferi», un thriller
che ha la qualità di certi fatti di cronaca nera, veri incubi della normalità.
«È in parte una storia autobiografica,
e Max altri non è, che un mio ex compagno di classe del liceo. Avevamo entrambi diciassette anni, ma lui si era
già fatto un nome come “lo spacciatore” della scuola, e più tardi sarebbe
diventato il capo della più grossa banda di Amsterdam. È stato assassinato
davanti all’Hotel Hilton, vent’anni fa.
Era un personaggio interessante. Già
alla fine degli anni ’60, in epoca hippy,
aveva adottato un modo di vestire elegante, tutto in nero, un po’ stile il “Padrino”. Era un bell’uomo direi, e una
persona affascinante, aveva avuto anche una storia d’amore con un membro della famiglia reale olandese, il che
causò un certo scandalo».
Sorride Herman Koch, ma sembra
leggermente imbarazzato quando aggiunge: «A differenza del mio protagonista io non sono mai stato amico del
mio ex compagno di scuola, e ciò che
I suoi libri non sono autobiografici ma si ispirano ad avvenimenti che ha vissuto. (Mark Kohn)
ho scritto, è pura invenzione. I miei
libri nascono, dalla mia esperienza
personale, non dalla cronaca nera dei
giornali, ma non hanno nulla di autobiografico, salvo la scintilla iniziale. È
stato così anche per La cena. Nel 2005
ero a Barcellona, quando la città si svegliò sotto choc per il crimine commesso da due adolescenti, belli, educati e
di buona famiglia. Mi trovai coinvolto mio malgrado, inghiottito nell’incubo di tanti genitori con un figlio di
quell’età, proprio come me, e, quasi
senza accorgermene cominciai a scrivere La cena».
Per Herman Koch è stata la passione per la letteratura russa dell’otto-
cento, a spingerlo a diciannove anni a
misurarsi con il romanzo, seguendo
idealmente le tracce di scrittori come
Turgenev, Dostoevskij, ma soprattutto
Čechov per quel suo modo di raccontare chiaro, diretto, poco artificioso
che divenne uno dei suoi obbiettivi
principali. Ma il suo campo d’indagine preferito è, da sempre, la realtà
in cui vive, l’unica «dimensione» che
veramente gli interessa in tutte le sue
declinazioni. «Anche al cinema, che
mi piace molto, detesto la fantascienza, i film di spie e quelli in costume mi
sembrano una ricostruzione ridicola,
mentre m’immergo volentieri in un
romanzo scritto nell’ottocento». Con-
fessa Koch, anche se noi non possiamo
fare a meno di trovare la «sua realtà»
molto particolare, almeno a giudicare dai suoi libri. L’ultimo, Dear Mister
M, appena uscito in Olanda, è la storia
di un vecchio scrittore, famoso per
un romanzo ispirato alla misteriosa
scomparsa di un professore. Quando
quarant’anni dopo, riceve una lettera
che rimette in causa parte del libro,
«Il suo dilemma è se scriverne un altro, raccontando la verità, ma smentendo sé stesso e la fama guadagnata
quarant’anni prima, o» – ci dice Koch
con uno sguardo di sfida – «mettersi
in gioco e realizzare forse un altro best
seller!».
La pittura zen e i tessuti sacri dedicati al Buddha
Mostre Due mostre a Zurigo e a Ginevra celebrano un’antica arte giapponese
Marco Horat
Lo haiku è un breve componimento
poetico diviso in tre versi di 5-7-5 sillabe. Uno dei più famosi lo si deve all’estro di Basho, monaco e poeta vissuto
nella seconda metà del ’600. Tradotto
in italiano (impresa sempre difficoltosa per la metrica e per i livelli di significato delle parole) potrebbe suonare
così: Vecchio stagno/rana salta/suono
d’acqua. Un flash. Ecco concentrato in
17 sillabe lo spirito del buddhismo zen,
che vuole sorprendere e spiazzare il
lettore con immagini fulminanti. Proprio come fanno i monaci zen quando
prendono in mano il pennello non solo
per scrivere versi – ricordiamoci che
anche la calligrafia è un’arte – ma per
dipingere. Esempio: Sengai, che traccia
su un foglio di carta di riso un cerchio,
un triangolo e un quadrato tra loro legati. Il titolo ufficiale dell’opera riprende le tre forme geometriche, ma c’è chi
lo ha definito «l’Universo umano», dal
momento che in pochi tratti vengono evocati l’acqua (cerchio), il fuoco
(triangolo) e la terra (quadrato); come
dire tre elementi essenziali per la vita,
se ci dimentichiamo per un momento
dell’aria. Siamo all’astrazione estrema
che sconfina nel mondo dei simboli,
sempre presenti nell’arte giapponese,
impregnata come è di tradizioni millenarie.
Al museo Rietberg di Zurigo è ora
aperta una mostra dedicata al grande
maestro zen Sengai Gibon (1750-1837)
e alle sue straordinarie opere che ancora oggi ci affascinano per la loro originalità. Disegni, penserà qualcuno, che
ricordano quelli di un bambino. Niente
di più sbagliato: l’apparente semplicità nasconde in effetti verità profonde,
come succede nell’arte, nella poesia e
nella vita quotidiana, nel passato ma
anche nel presente. È il caso dello haiku
ricordato all’inizio, che Sengai illustra
con pochi tratti di inchiostro, mettendoci ironia e intuito tipiche del buddhismo zen. La rana è l’uomo che deve
penetrare i vari livelli della coscienza
per raggiungere la saggezza e quindi
l’illuminazione interiore. Traguardo
che si consegue non infliggendosi do-
lorose punizioni ma standosene serenamente accucciati, in armonia con sé
stessi e con l’universo che ci circonda.
Uno specchio quindi dentro il quale rimirarsi per meditare sulla condizione
umana.
Le opere di Sengai vengono presentate per la prima volta al pubblico
svizzero in occasione dei 150 anni delle
relazioni tra Svizzera e Giappone e provengono dal Museo d’arte Idemitsu di
Tokyo, che possiede la più importante
raccolta di opere del maestro. Essendo
molto sensibili alla luce verranno presentate in due tornate di sei settimane ciascuna. Sono pitture e calligrafie
tracciate con l’inchiostro nero, utilizzate a scopo didattico nei monasteri
zen della setta Rinzai per l’iniziazione
Rana che medita
(zazengaeru), di
Gibon Sengai
(1750-1837).
(© Idemitsu
Museum of Arts
Tokyo)
dei giovani monaci; anche se noi oggi li
ammiriamo essenzialmente per la loro
eccezionale qualità artistica. Ma potrebbe essere questa l’occasione buona
per approfondire un discorso spirituale
sicuramente utile oltre che affascinante.
Come di grande interesse sono i tessuti buddhisti che invece vengono esposti nella sede delle Collections Baur di
Ginevra, acquisiti nel 1927 dallo stesso
Alfred Baur su indicazione di un famoso mercante d’arte giapponese che ne
aveva raccolti più di centoventi. Niente
kimono o abiti di corte, ma preziosi tessuti per gli altari laterali dei principali
templi buddhisti del paese, che risalgono al XVIII-XIX secolo. Un manufatto
molto particolare e poco conosciuto, in
genere di piccole dimensioni e di forma quadrata detto uchishiki, che veniva confezionato dai famosi tessitori di
Osaka e Kyoto utilizzando stoffe di seta
che i fedeli donavano al tempio. Nell’intreccio colorato arricchito con fili d’oro
e di argento, erano rappresentati motivi
tratti principalmente dalla tradizione
cinese e giapponese ma pure soggetti
riconducibili all’India e all’Europa. Tra
i soggetti dominanti vi sono il drago, la
fenice, la tartaruga e il liocorno, animali reali o fantastici che simboleggiano la
continuità del potere imperiale voluto e
protetto dalla benevolenza divina. Accanto a questi una serie di temi floreali
quali la rappresentazione delle foglie di
paulonia, per la tradizione cinese unico
albero sacro sul quale la fenice si posava.
Per gli artisti giapponesi il rapporto con
la natura era fondamentale e ogni stagione aveva i suoi simboli floreali di riferimento: la peonia per la primavera, il
loto in estate, il crisantemo in autunno e
per l’inverno il pruno. (Ancora oggi nel
vestibolo di una casa tradizionale dove
si accomodano gli ospiti, sia la decorazione floreale sia la pittura o la calligrafia della nicchia alle spalle del padrone
di casa, detta tokonoma, devono cambiare con il mutare delle stagioni). Vi è
poi tutta una serie di elementi simbolici
beneauguranti quali frutti (pesche, melograni e altri), nuvole e pietre preziose
che dovevano completare un quadro
di devozione nei confronti della divinità del tempio. Anche nei tessuti, così
come abbiamo visto per le pitture zen
di Sengai, si mescolano astrazione, simbologia e natura che qui rimane sempre
in filigrana come punto di riferimento,
dal momento che la rappresentazione
degli elementi più che rispondere a una
descrizione naturalistica, avviene sotto
forma di convenzione culturale o di invenzione dell’artista.
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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶21 luglio 2014¶N. 30
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Cultura e Spettacoli
Lo sguardo rivoluzionario Ben & Ryan,
500
milioni
di
clic
di Vivian Maier
Macklemore è riuscito a rubare
Fotografia Alla Cons Arc di Chiasso le affascinanti immagini
di una donna misteriosa e proiettata nel futuro
Musica
la scena a molti rapper afroamericani
Gian Franco Ragno
Big Bang Family
È stato uno dei fenomeni culturali degli
ultimi anni nato sulla Rete, in seguito
rimbalzato sui giornali di tutto il mondo, guardato con sempre maggiore curiosità anche fuori dalla stretta cerchia
dagli specialisti. Le iniziative espositive
che interessano le sue immagini si moltiplicano in modo esponenziale in tutto
il mondo. L’ultima delle quali alla sede
distaccata dell’importante museo di Jeu
de Paume, a Tours. Anche se dobbiamo
rendere merito alla scorsa Biennale di
Chiasso di avere offerto, tra i primi in
Europa, una delle più ricche occasioni
espositive. La vicenda di cui parliamo,
ormai assai nota, è quella di Vivian Maier: la storia di una governante che, a discapito della sua modesta posizione, è
stata autrice di una ricchissima serie di
immagini di grande valore storico ed
estetico. Nata a New York nel 1926, ma
europea di formazione e di cultura, Vivian Maier ha vissuto per molti decenni
a Chicago, camminando ai margini della
storia con una riservatezza che sfiorava
l’invisibilità. Scomparsa nel 2009, proprio mentre qualcuno cercava notizie sul
suo archivio di diecimila rullini ritrovato
in una vendita all’asta – oggi gode di una
sorprendente fama postuma. Perché una
volta emersa dall’oblio – dai negativi perlopiù lasciati senza sviluppo – la sua produzione si è rivelata spiazzante.
Nel suo percorso del tutto privato e solitario, al di fuori di ogni circuito
artistico, Vivian Maier è stata in grado
di anticipare – già negli anni Cinquanta – tendenze artistiche degli anni Sessanta e Settanta, così come di superare
per soluzioni stilistiche molti dei suoi
successori, esplorando intuitivamente
le possibilità espressive di un mezzo. Di
fatto sconvolgendo l’impianto storico
che si è costruito intorno alla fotografia:
ovvero quali siano gli autori e le correnti
più importanti, le precedenze e la trama
delle influenze, e soprattutto, quali fossero le scale di giudizio e valore. Tanto
da risultare non solo difficilmente collocabile, ma anche scomoda per la stessa
disciplina.
Ancora per una settimana è possibile, alla Galleria Cons Arc di Chias-
«Indipendente». Forse è questo l’aggettivo più corretto per descrivere Ben
Haggerty, meglio noto come l’astro
nascente Macklemore. Cresciuto in
una famiglia benestante a Seattle, Ben,
dimostra sin da adolescente una forte passione per la musica rap. All’età di
quattordici anni scrive i suoi primi testi
e nel 2000 pubblica la sua prima demo
autoprodotta, Open Your Eyes, firmandosi per la prima volta Professor Macklemore. Contrariamente a molti suoi
colleghi, il Professor, gode di un ottimo
riscontro con il pubblico che, anche se
dapprima in maniera molto ridotta, comincia a essergli fedele e a seguirlo assiduamente.
Vivian Maier
JFA_240-06.
(Courtesy of the
Jeffrey Goldstein
Collection)
so, ritrovare l’autrice americana in una
veste più contenuta ma non per questo
meno suggestiva rispetto alla Biennale
dell’Immagine ricordata in precedenza. La sequenza delle immagini segue
un ideale percorso nella quotidianità di
Vivian Maier: da quando accompagna
i ragazzi a scuola a quando, durante la
giornata, il suo obiettivo si apre accogliendo una serie di riprese nel vivo
della città. Ritornata a casa riesce ancora a cogliere, accanto alle faccende di
tutti i giorni, una sorta di lirismo anche
nella più banale quotidianità. I guanti
di gomma lasciati sul lavello oppure la
luce che penetra dalla finestra lasciando la trama delle tende sul giornale. Un
percorso che raggiunge anche gli attimi
più introspettivi, rappresentati dagli autoritratti. In essi, più che il suo volto, la
Maier si mette in scena come figura tra
ombre, specchi e riflessi. Riconosciamo
immediatamente il suo profilo e l’inconfondibile sagoma, data da un cappello
e un cappotto fuori moda, che la fanno
sembrare una sorta di Simone Weil nelle terre d’America. Senza contare la sua
sorprendente capacità nelle immagini di
cambiare registro: dalla toccante umanità nei confronti dei poveri, della popolazione afroamericana, degli anziani
alla più pura forma di contemplazione
di un dettaglio, di un frammento di vita
cittadina oppure di un’inattesa geometria di costruzioni.
Le stampe esposte a Chiasso provengono da uno dei due galleristi – Jeffrey Goldstein – che gestiscono congiuntamente l’archivio dall’autrice
scomparsa nel 2002; si tratta di edizioni fotografiche numerate e limitate di
grande pregio che rendono l’esposizione
senza dubbio meritevole. Ma oltre a ciò,
oltre alle iniziative commerciali che si
susseguono a suo nome, rimane ad oggi
comunque insoddisfatto il desiderio
di conoscere qualcosa di più profondo
della personalità di Vivian Maier. Quali
potessero essere le sue letture, le sue passioni. Intuiamo il cinema, sospettiamo
la politica – da alcuni accenni nella sua
fotografia. In poche parole si fa uscire
una straordinaria donna del Novecento
dall’aneddoto, dall’inesatto e reiterato
accostamento a Mary Poppins – con la
quale non condivide certo la leggerezza
esistenziale. Perché Vivian Maier racconta molto del nostro rapporto, anche
attuale, con la fotografia avendone frequentato a lungo la magia ed il mistero –
essendo stata cosciente del fatto che essa,
parte integrante della nostra memoria,
potesse costituire parte integrante della
nostra identità.
Dove e quando
Vivian Maier. Fotografie. Galleria
Cons Arc, Chiasso. Fino al 31 luglio
2014. www.consarc.ch
Istanbul la bella, la promiscua
Letteratura Di recente pubblicazione per i tipi di Adelphi
un nuovo capolavoro di Georges Simenon, I clienti di Avrenos
Simona Sala
Nouchi non è bella, il suo volto è irregolare, il suo corpo troppo giovane, il suo
passato sotto gli occhi di tutti – all’inizio del Novecento le ragazze di vita
si spostavano da un locale notturno
all’altro, da una città all’altra, spesso
accompagnate addirittura dalla madre.
È nella promiscuità di uno di questi locali che la conosce il faccendiere Jonsac:
credendo nella possibile redenzione di
Nouchi, oppure solo semplicemente
sulla scia di un fulmineo innamoramento, egli decide di portarsela appresso a Istanbul, dove vivono in un albergo.
Gli amici di Jonsac non sono meglio di
lui: nobili decaduti, giornalisti e politici
corrotti ammazzano le notti tra le nebbie dell’hashish e i fumi del raki, in un
ambiente di decadente perversione, al
cui fascino tossico soccombe ben presto
anche Nouchi. Lungo il Bosforo si tengono cene ambigue, si leggono poesie,
si discute, si fanno vaghi progetti e improbabili congetture. Tutti aspettano il
prossimo passo di Nouchi, per scoprire
chi sarà il prescelto fortunato – ma la
giovane, dopo una vita difficile, di stenti, dopo essere stata costretta a conoscere troppo in fretta le leggi del corpo
e del mondo, ha un unico scopo: quello
di concedersi una vita agiata, possibilmente nel ricco quartiere di Pera. Si dà
quindi a tutti senza darsi realmente a
nessuno, poiché è questo che la vita le ha
insegnato a fare, a scapito di chiunque
cerchi di appropriarsi della sua anima.
I clienti di Avrenos di Georges Si-
menon è ambientato in un’Istanbul
lontana (siamo negli anni Trenta del
Novecento) da noi e dal mondo globale,
permeata ancora di un’aura di fascino
come la conosciamo, appunto, dai racconti e dalle immagini di quel tempo.
La penna (come sempre magica e agile)
di Simenon non si smentisce nemmeno
quando a fare da sfondo alle sue torbide e ammalianti vicende vi è una città
che frequentò per poco tempo. Ma lo
scrittore di origine belga non fa che
dimostrarci di essere a casa ovunque,
poiché ovunque l’animo umano mostra le stesse debolezze, le stesse pulsioni e le stesse passioni. Che si trovino
nell’umida campagna belga, nella provincia piccolo-borghese francese o in
una cittadina statunitense, i personaggi
di Simenon in qualche modo giocano
sempre. Con il destino, con la vita e con
il prossimo. E sempre, irrimediabilemente, qualcuno vince e qualcuno perde. Questo romanzo non smentisce la
regola: a fare le spese del fascino altrui
sarà Lelia. Lelia la seria, la remissiva.
Lelia la perdente.
Macklemore
è un’icona in carne
ed ossa, mainstream
eppure allo stesso tempo
sempre individualista
In pochi anni costruisce delle solide
basi artistiche ma, proprio quando potrebbe concentrarsi esclusivamente
sulla sua carriera, Macklemore, entra
nel vortice autodistruttivo di droga e
alcol. Nel 2008, grazie all’intervento
del padre, Ben riesce ad ammettere e
combattere le sue dipendenze, riprendendo a scrivere e raccontandosi apertamente con fan e stampa. Lo stesso
anno incontra Ryan Lewis un giovane
appassionato di musica e arti grafiche.
Proprio su quest’ultima passione si baseranno le prime collaborazioni tra i
due, fotografia e grafica portano Ryan
e Ben a stretto contatto, ma è sul piano
musicale che i due si rivelano pressoché imbattibili. Nel 2009 e nel 2010 il
duo realizza The Vs. EP e The Vs. Redux, due lavori di forte personalità e
carattere musicale ma la vera svolta per
Macklemore e il suo ormai ufficiale dj/
produttore Ryan Lewis è datata 2012. Il
29 agosto 2012 infatti viene pubblicato
Thrift Shop, il video della prima vera hit
dall’album The Heist, che ha recentemente superato i 550’000’000 di visualizzazioni.
Vincitori di quattro Grammy
Awards nel 2013, Macklemore e Ryan
Lewis, hanno ridefinito il «sogno americano» dei giorni nostri. Premiati
come Best New Artist, Best Rap album,
Best Performance e Best Rap Song con
Thrift Shop si sono gustati la loro rivincita dal gradino più alto del palcoscenico. Da sempre controcorrente, Ben è
diventato un’icona della musica rap pur
non assomigliando neanche lontanamente allo stereotipo del rapper.
Macklemore ha costruito attorno
a se un’immagine mediatica e carismatica potentissima, dalla cura per i video
alla grafica, dai capelli al vestiario, riuscendo ad avvicinare alla musica rap
un pubblico «nuovo». Poco d’accordo
con il binomio «prostitute e macchinoni» preferisce cantare di negozi dell’usato e di matrimoni omosessuali. Same
Love è uno dei brani che più ha colpito
la critica, racconta una storia a lui vicina, ispirata ai suoi zii e dedicata a tutte
le persone che, non solo sono costrette
a vivere avvolte dal pregiudizio, ma che
non possono nemmeno manifestare il
loro amore, lo stesso amore appunto,
unendosi in matrimonio poiché dello
stesso sesso.
Thrift Shop racconta invece una
tematica molto più frivola «ovvero la
moda». Macklemore si rivela un appassionato di moda, ma anche affrontando
questa tematica non vuole né scimmiottare le veci di uno stilista, né sembrare la pantomima di un altro rapper.
Ben, con questa canzone, svela la sua
passione per i negozi dell’usato, dicendo che lo costringono a ragionare, cosa
che la moda non fa, dovendo abbinare il
vecchio al nuovo in maniera innovativa, creativa e originale.
Premiato per la sua ironia e la sua
freschezza non ha mai dimenticato l’aiuto donatogli dai suoi supporter, e per
questo cerca ancora, ogni volta che può,
di rendersi disponibile.
Macklemore si divide fra il ritratto della star contemporanea, avendo
dalla sua numeri e click, e il giovane di
Seattle che per l’ansia sta male prima di
esibirsi, si destreggia sullo skateboard
e strizza la maglietta sudata davanti
alle telecamere. Un’icona ma in carne
e ossa, un modello arrivabile, la prova
tangibile di quanto valga la pena inseguire i propri sogni. A tutto ciò per il
rapper si aggiunge la fierezza di essere
la star indipendente più premiata degli
ultimi dieci anni.
Ebbene sì; Macklemore e Ryan
Lewis non hanno ancora firmato per
nessuna grande major musicale, anzi le
sbeffeggiano accusandole di aver avanzato solo pessime proposte. Nasce così
Jimmy Iovine, la decima traccia contenuta in The Heist, dedicata all’icona indiscussa del produttore discografico. Il
brano descrive l’avventura di Macklemore e assume toni coloriti, incolpando le major e i manager di distruggere
l’arte e di uccidere gli artisti musicali.
In molti chiedono a Macklemore
se in futuro arriverà mai la firma per
qualche grossa etichetta discografica,
palesemente annoiato dalla tematica,
risponde: «State tranquilli. Sicuramente firmerò, le major ci sono e i telefoni
squillano, ma firmerò solo un contratto
corretto, che ci rispetti e che rispetti il
nostro lavoro, dev’essere l’affare giusto
ma non credo che esista».
Ryan Lewis e Macklemore in un’immagine del 2013. (Keystone)
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Cultura e Spettacoli
E Francesco Chiesa?
Meridiani e paralleli Per una nuova lettura
dei romanzi dello scrittore ticinese
Giovanni Orelli
Ogni tanto si riaprono, nel bello e
ridente Cantone Ticino, i cosiddetti conti con Francesco Chiesa, numero 1 nella classifica (obiettiva) in
campo letterario per il primo Novecento della Svizzera italiana. Nel
secondo Novecento il Chiesa poté
registrare (registrazione fatta con
totale, distaccata dignità) un calo
del suo «successo». Che è fenomeno
nell’ordine quasi naturale delle cose.
Lo diceva già il campione del mondo Dante Alighieri, Purgatorio XI,
103-6: «Che voce avrai tu più...». Un
calo che qualcuno attribuisce, semplificando forse un po’ troppo le cose
(complesse) all’irrompere di voci
nuove, che si vollero personificare,
direi correttamente, in Giorgio Orelli per la poesia e Felice Filippini per
la prosa. Ma se la sbrighino un po’, se
vorranno dire la loro in proposito, gli
eventuali critici di nostre cantonali
vicende letterarie.
Torniamo a Chiesa. Altra questione (non fondamentale) è: se il
Chiesa fosse migliore come poeta
o come narratore. Con tutti i limiti
di quelli che ha un parere e non una
lettura «critica» (e neanche questa
coincide con la «verità»: «quid est veritas???») ripeterei che il poeta Chiesa
è migliore del Chiesa narratore.
A portare validi argomenti per
una più sostanziosa conoscenza del
Chiesa narratore (conoscenza non
vuole ancora dire predilezione), è
giunto in libreria un denso studio di
Alessandro Zanoli, Francesco Chiesa
e i suoi romanzi, edito dal Dadò, Locarno, 2013. Il Zanoli, nato a Bologna
nel 1958 ma poi cresciuto nell’un po’
meno bello e un po’ meno ridente
Cantone Ticino, laureatosi a Zurigo,
fa ora il giornalista. La sua ricerca su
Chiesa non va assolutamente presa
come «divertimento» colto-giornalistico. È ricerca che poggia su dati di
fatto indagati con padronanza della
materia e con attenta attenzione ai
pareri di altri lettori. E a questo proposito mi pare di poter muovere un
solo lieve dissenso con l’autore, per
il suo non aver tenuto in debito conto
del sostanzioso apporto di Romano
Top10
DVD
Top10
Libri
1. The Wolf of Wall Street
1. Andrea Camilleri
L. Di Caprio, C. Blanchett
2. Storia di una ladra di libri
S. Nélisse, G. Rush
3. 47 Ronin
K. Reeves, C. Tagawa
4. Monuments Men
G. Clooney, M. Damon
5. All Is Lost
Robert Redford
6. Lone Survivor
M. Wahlberg, T. Kitsch
7. Jack Ryan
C. Pine, K. Costner
AZIONE
Amerio, in particolare dei suoi Colloqui di San Silvestro con Francesco
Chiesa, Fondazione Ticino Nostro,
Lugano 1974, e ciò sia detto senza minimamente diminuire i meriti di Piero Bianconi, Mario Agliati e altri; ma
Amerio è quello che va più a fondo
nell’indagine sull’«animo» di Chiesa
uomo e scrittore.
Vediamo un paio di punti (tra i
tanti che ci sono) toccati nel libro di
Alessandro Zanoli: vediamo la pagina 64, sulla presenza nel Chiesa narratore, e come nel gusto del tempo,
tra Otto e Novecento (in D’Annunzio
e anche in Svevo, Fogazzaro, Pirandello…), di un eroe inetto. O vada il
lettore a vedere, soprattutto alla pagina 88, i rapporti con l’Italia fascista: «Chiesa in quell’epoca (facciamo 1925 e seguenti) era ritenuto una
personalità importante e influente;
la sua difesa dell’italianità nell’ambito della vita culturale ticinese era
assolutamente funzionale alla propaganda fascista. Mussolini, che non
era alieno da interessi strategici verso
“l’Italia svizzera”, teneva a mostrare
la sua benevolenza verso il Ticino e a
mantenere un rapporto di amicizia
che potesse eventualmente preludere a sviluppi politici (se non militari)
futuri. L’assegnazione del premio (per
il romanzo Villadorna) pare quindi
“pilotata” da intenti extraletterari,
considerando inoltre che essa coincise con l’attribuzione a Chiesa di una
Laurea ad honorem all’Università di
Roma, maggio 1928».
E dovrei ricordare molto altro.
Per esempio la nota 117 alla p. 150.
Scrive Alessandro Zanoli: «È indubbio che Chiesa «politico» abbia qui
influenzato con le proprie opinioni il
Chiesa “scrittore” (…)».
Si parla lì di Vincenzo Vela. Oltre
al quale («un radicale fiammante»)
c’è per es. alla p. 145 un’indagine sul
locarnese Angelo Nessi, con parole
giustamente limitative. Per dire che
un giovane lettore, un giovane storico, non fosse che per una ricerca universitaria, troverebbe molto in queste
pagine del Zanoli, in questo suo utile
e stimolante libro. Molto bello il ritratto del Chiesa di Giuseppe Foglia
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6. Autori Vari
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7. Marcello Simoni
L’abbazia dei cento peccati,
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8. American Hustle
C. Bale, A. Adams
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8. Sveva Casati Modignani
La moglie magica, Sperling
9. Frozen
9. Irene Cao
Per tutti gli sbagli, Rizzoli
10. A spasso con i dinosauri
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10. Anna Premoli
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Cultura e Spettacoli
Territori, un viaggio tra i confini
Rassegna Bellinzona ha ospitato un Festival di teatro pensato per spazi urbani; una programmazione
vivace e intelligente che è stata premiata da pubblico e critica
Giorgio Thoeni
Quando un festival mette in campo
una seconda edizione e, soprattutto,
quando a crederci – a partire dagli organizzatori – è soprattutto il pubblico,
si può esser certi che ha intrapreso la
via giusta verso il successo. La filosofia
di «Territori. Festival di teatro in spazi
urbani» è coerente con la linea editoriale del Teatro Sociale di Bellinzona:
si lega alla sua regione, approfondisce
un tema e, accanto a ospiti di prestigio,
tende a valorizzare la creatività e i pregi artistici locali. Un valore aggiunto
che permette di dare spessore a quanto siamo in grado di offrire ma anche
su quanto potremo investire in futuro.
Quest’anno il soggetto di riflessione è
«il confine», un pretesto che la rassegna ha esplorato attraverso una serie
di spettacoli di teatro, danza, performance e incontri. Nel giro di cinque
giorni (dal 15 al 19 luglio), Gianfranco
Helbling e la sua squadra hanno allestito un cartellone ricco, variegato, e stimolante, scegliendo come luoghi topici
Villa dei Cedri, il Castello Montebello,
l’oratorio nuovo, il Teatro San Biagio,
ovviamente il Teatro Sociale ma anche
spazi immersi nel tessuto urbano riproponendo, ad esempio, il percorso di
Sights della compagnia Trickster-P.
Il confine è un soggetto straordinario. Può essere fisico o metaforico.
Può riguardare l’alterità, la diversità
ma anche l’esplorazione di concetti
come educazione e crescita, emigrazione, follia, sogni e incontri fra linguag-
gi artistici. Significativa in tal senso è
la performance che ha dato avvio alla
rassegna. Con I hate this job (Odio
questo lavoro), Ledwina Costantini e
Camilla Parini hanno messo in gioco,
con ironia e profusione di simbologie,
il concetto stesso di uno spettacolo immerso in un’apparente superficialità
al confine con i contenuti proposti da
due artiste che si mettono liberamente
a confronto. Una creazione multidisciplinare che mette in luce l’approccio
delle due performer che inventano le
loro «provocazioni» ispirandosi al manifesto di Marina Abramovich. Territori è anche luogo di progetti, come
il pluripremiato Un bès di e con Antonio Perrotta (Premio Ubu, Premio
Hystrio-Twister) e Pitur, due momenti
di una trilogia del Teatro dell’Argine
dedicata a Antonio Ligabue. La forza di Un bès è tutta nelle mani, nella
voce e nel corpo di Perrotta. L’attore
e regista pugliese si immedesima nel
personaggio del pittore italo-svizzero
raccontandone passione e solitudine,
la schizofrenia, la marginalità nella ricerca di amore e del bacio di una
donna. Carboncino alla mano, la sua
stupenda recitazione è accompagnata da disegni su grandi fogli appesi a
pannelli movibili dove facce, paesaggi
e incubi si materializzano diventando
gli attori del suo folle immaginario.
Più collettivo ma meno avvincente è
lo spettacolo Pitur, la seconda tappa
del progetto, un incontro fra teatro e
danza con otto attori in scena che regge l’ipotesi dichiarata della descrizione
Antonio Perrotta
nello spettacolo
Un bès.
del drammatico paesaggio interiore di
Ligabue ma risulta più sfuggente e incompleto rispetto alla poetica puntuale
ed emozionante di Un bès. Un altro bel
momento di Territori è stato l’incontro con Rauw, uno spettacolo di danza contemporanea della compagnia
belga «Kabinet K» con la coreografia
di Joke Laurenys e Kwint Manshoven.
Attualmente impegnato in una lunga
tournée europea, Rauw (che significa
«crudo») vede protagonisti 7 bambine
di età compresa fra gli 8-10 anni, due
danzatori e un musicista. È una riflessione sull’età della crescita, sulle sue
contraddizioni, sulle battaglie in vista
dell’abbandono dell’infanzia. Spettacolo poetico e coinvolgente, Rauw può
risultare spiazzante laddove il contatto
fisico con le bambine può evocare immagini controverse sul confine tra due
mondi: quello del gioco e dell’innocenza a confronto con l’universo adulto.
Non sempre limpido. Su questo aspetto
lo spettacolo potrebbe aver diviso parte
del pubblico peraltro invece concorde
sulla straordinaria bravura delle sette
bambine in scena per la loro «guerra
dei bottoni».
Il festival è anche monologo. È il
caso di Ioana Butu, attrice, marionettista e cantante romena che, accom-
pagnata dalla fisarmonica di Daniele
Dell’Agnola, ha presentato Questa
mamma a chi la do?, un testo scritto
da Sara Rossi che racconta e canta storie di «badanti» venute dall’Europa
dell’Est. Ma l’offerta di questa edizione
di Territori ha spaziato anche nell’arte
figurativa con l’originale (e energetico)
incontro musicale, teatrale e pittorico
tra il bellinzonese Nando Snozzi e lo
svizzero-uruguaiano Claudio Taddei
con Dove d’arte ci si muove. Una sorta
di ideale complemento al «progetto Ligabue» misto a impegno civile di due
suggestivi maestri sul confine dei «ladri
di idee».
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Cultura e Spettacoli
Il ritorno di Peter Gabriel
Musica L’irresistibile tentazione dell’autocelebrazione: Peter Gabriel torna «on the road»
per il venticinquesimo anniversario del suo maggiore successo commerciale
Benedicta Froelich
È ormai ufficiale: indipendentemente
dal genere o dal performer, la tentazione
di rievocare e commemorare qualunque tipo di anniversario creativo è ormai divenuta prevaricante nel mondo
della grande musica pop-rock internazionale, tanto da colpire tutti indistintamente – in una sorta di stordimento
autocelebrativo davanti al quale non ci
resta che cedere alle lusinghe commerciali e disporci (possibilmente senza
troppi preconcetti) ad analizzare i risultati di tale tendenza. Una moda che
ha colpito anche un nome di portata
stellare quale Peter Gabriel, il quale,
volendo essere del tutto onesti, non ha
mai brillato per modestia o discrezione, giacché il suo abbandono del gruppo dei Genesis è stato principalmente
dovuto all’ego ipertrofico che lo aveva
reso, da cantante della band, una sorta
di deus ex machina intorno alla quale
ruotava il destino stesso della formazione. Ma la scelta si è dimostrata fortunata, in quanto la carriera solista di
Gabriel era destinata a grandi successi
critici e commerciali, come dimostrato
dalla risposta del pubblico al suo album
più amato, il celeberrimo So (1986) – la
cui pubblicazione fu seguita da un’ambiziosa tournée internazionale, caratterizzata dall’impiego di una band di
molti elementi e da quel sound dalle
molteplici contaminazioni etniche poi
sviluppato dal cantante tramite l’etichetta Real World.
A 25 anni di distanza dalla pubblicazione di So, proprio la grandiosità
di quest’exploit live è quanto Peter fa
rivivere nel nuovo Back To Front Tour,
inaugurato nel 2012 e tuttora in corso
(una data zurighese è prevista per il
prossimo novembre): un’impresa che
vede il cantante inglese riprendere la
formula degli exploit commemorativi già proposti da personaggi quali gli
Who e Roger Waters dei Pink Floyd,
offrendo al pubblico la riproposizione
dal vivo dell’intero album celebrato,
unita a una selezione di grandi hit a
completare lo show. Nel caso di Peter
Gabriel, però, la volontà di ricreare
il passato – nello specifico, il tour del
1986-7 – si spinge anche oltre, portandolo a riunire la medesima band che lo
accompagnò in quella trionfale serie
di concerti: il risultato è già stato immortalato in un DVD appena uscito,
intitolato semplicemente Back to Front
e filmato nell’autunno 2013 alla O2
Arena di Londra. Come prevedibile,
si tratta di un prodotto curatissimo in
ogni particolare, dall’uso suggestivo
delle luci di scena alla regia patinata,
fino alla superlativa qualità audio e video offerta dall’alta definizione in 4K
– proprio il genere di perfezionismo
che solo l’ipertecnologico Peter può
concedere ai suoi fans. E sebbene cotanta eccellenza tecnica potrebbe, alla
lunga, rischiare di distogliere l’attenzione dall’aspetto puramente musicale
del prodotto, bisogna dire che (a parte
le superflue interviste autocelebrative
che costellano la versione deluxe del
film) ogni dettaglio di quest’esperienza
live mantiene la spettacolare professionalità a cui Gabriel ci ha abituati.
Così, prima di riproporre traccia per
Peter Gabriel
si è esibito a
Lodz (Polonia) lo
scorso maggio
nell’ambito del
suo Back To Front
tour. (Keystone)
traccia l’album So, il cantante suddivide la lunga serata in altre due sezioni
distinte: dapprima un breve (e un po’
incerto) set acustico, e poi una roboante serie di classici, tra cui un vibrante e
potente Digging in the Dirt e l’immancabile Solsbury Hill, sostenuto da un
eccellente accompagnamento di basso.
Certo, la voce di Peter non conserva più la morbidezza e fluidità dei
tempi di So; ma l’artista compensa tale
inevitabile défaillance con la potenza
emotiva che caratterizza tutte le performance di questo DVD, giacché risulta
impossibile, per i conoscitori dell’opera
di Gabriel, rimanere impassibili nel riascoltare brani indimenticabili come la
suggestiva ballata In Your Eyes o l’inno
pop Red Rain. Così come è inevitabile
stupirsi davanti alle innovazioni interpretative qui tentate da Sir Peter o ad
alcuni dei suoi riarrangiamenti, pur se
non sempre azzeccatissimi – come nel
caso dello struggente capolavoro Mercy
Street, preceduto da un’interessante intro a capella in chiave soul, ma forse penalizzato da un arrangiamento un po’
trascinato, che attenua la forza espressiva di un setting scenico peraltro suggestivo. A compensare simili perplessità,
tuttavia, il concerto offre anche brani
meno noti e perfino inediti (l’abbozzato pezzo di apertura Daddy Long Legs e
la nuova canzone Show Yourself).
Certo, è probabile che, agli occhi
dei fan storici, Back to Front non riesca a raggiungere le vette dell’originale
tour seguito all’album So e immortalato nell’amatissimo film Live in Athens
(1987); eppure, considerando che Sir
Peter ha ormai superato la sessantina,
fa piacere constatare come l’energia e
la passione necessarie a gestire un tour
internazionale di questa portata siano
ancora parte integrante della sua esperienza di artista e di persona. Il che ci
spinge ad augurarci di poter presto assistere alla presentazione dal vivo di un
nuovo lavoro del cantante – certo la migliore autocelebrazione che una leggenda vivente del rock possa attualmente
offrire al suo pubblico.
Lorenzo De Finti
Compagni di viaggio Per scherzo o per sogno, un’interessante
(e forse pericolosa) avventura con Pastorius, Mozart e i Beatles
A cura di Zeno Gabaglio
Originario di Locarno, e residente a
Milano fin da bambino si è diplomato a
pieni voti in pianoforte presso il Conservatorio di Milano e in Advanced piano
al Berklee College of Music di Boston. È
attivo soprattutto in ambito jazzistico
con partecipazioni a rinomati festival su
scala internazionale (Newport Beach,
Umbria Jazz, Estival Lugano, Willisau,
Paraninfo Barcellona), con collaborazioni prestigiose (Eric Marienthal, Fabrizio Bosso, Alex Acuña, Frank Gambale,
Giorgio Di Tullio) e con due produzioni
discografiche a proprio nome: «Beyond
the desert» e «Colors of life». È anche animatore musicale per la RSI Rete Due.
Compagni di viaggio
Che musicista porterei con me in vacanza come compagno di viaggio?
Sono talmente tanti i personaggi, specialmente del passato, che ogni giorno
ispirano e danno nuova linfa ed entusiasmo alla mia vita musicale che avrei
bisogno di un treno speciale per portarli tutti con me. Prestandomi al gioco
– forse improbo – della selezione e adeguandomi alla necessità di ristrettezza
porterei con me:
1. The Beatles: anche se sono quat-
tro, la loro misteriosa unità creativa li
fa sembrare un’unica persona. Li vorrei
con me per chiedere loro – nella tranquillità della vacanza – di spiegarmi
per filo e per segno e di condividere con
me il segreto della loro alchimia. Come
hanno fatto a condividere in quel modo
l’attenzione per il dettaglio e la continua
curiosità, elementi ben presenti in ogni
passo della loro evoluzione artistica, da
Twist and Shout fino a A Day In The Life.
2. Jaco Pastorius. Ho avuto la possibilità di incrociare di persona il mitico bassista – già membro dei Weather
Report – quando ancora ero un ragazzino e lui era già in caduta libera verso
la fase tragica della sua esistenza, che
si sarebbe purtroppo conclusa con una
fine precoce e violenta, il 21 settembre
1987. A Jaco chiederei di portare quel
pizzico di follia che alberga in ogni genialità. La sua è stata una meravigliosa cometa nell’universo musicale che
continua sempre a splendere, a quasi
trent’anni dalla sua scomparsa.
3. Wolfgang Amadeus Mozart.
Forse per lui non è nemmeno necessario esplicitare il motivo dell’invito
a condividere un viaggio, anche se tra
tutte le sue doti sovrumane mi piacerebbe vedere da vicino l’irrisoria facilità di scrittura (che gli consentì fra le al-
tre cose di comporre 600 opere in poco
più di trent’anni di vita) e la leggendaria
destrezza nell’improvvisazione. Sono
anche consapevole che la sua convivenza con Jaco Pastorius potrebbe risultare
problematica per la gestione domestica
o delle camere d’albergo, ma questo è
un rischio che sento di voler correre volentieri...
4. Arturo Benedetti Michelangeli,
uno dei migliori pianisti mai esistiti:
una chiarezza interpretativa sempre
impeccabile, un suono probabilmente
mai eguagliato da nessuno, uniti ad un
carattere umano tanto generoso quanto imprevedibile. A lui chiederei di venire semplicemente per suonare, magari nel rilassamento della sera a due passi
dai coralli, in modo da chiarire a tutti il
vero significato della parola Pianoforte.
Suonare qualunque cosa, con una lieve
preferenza per la Sonata di Chopin in si
bemolle minore.
5. John Meyer: finalmente un nuovo guitar hero. Groove, tecnica, assoli
ben ponderati e mirati al punto giusto,
profonda voce da bluesman ma con
salutari aperture rock e soul. Una promessa già confermata da sei solidi album in studio e tre trascinanti dischi
dal vivo. Sarebbe davvero interessante
vederlo all’opera con gli altri compagni
Il musicista Lorenzo De Finti.
di viaggio: una continua jam session da
sogno!
Ecco dunque i cinque compagni
che ho scelto per il mio viaggio, una
trasmigrata estiva nell’isola di Vanua
Levu, nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico: una vacanza dall’esito senz’altro
imprevedibile. E approfittando sia della straordinarietà degli ospiti sia dell’agognata occasione di staccare la spina dalla quotidianità, porterei con me
anche la mia famigliola. La compagnia
perfetta e più gradita.
I compagni
1. The Beatles
2. Jaco Pastorius
3. Wolfgang Amadeus Mozart
4. Arturo Benedetti Michelangeli
5. John Meyer
La Rsi
e i numeri
dei mondiali
Visti in tivù Quello
che si è appena
concluso è stato
un mese d’oro per
il Servizio pubblico
Antonella Rainoldi
Per una volta niente recensioni, ma
solo una filza di numeri. La ragione è
presto detta: questa rubrica si è presa
qualche giorno di riposo. Lontani dal
video, intenti a svacanzare in Bassa
Engadina, ci serviamo di questo spazio per tirare le somme del periodo
più vivo della programmazione estiva. Inutile fare gli ingenui: in questi
anni di convergenza tecnologica e di
frammentazione dei consumi, la tv
e il sistema dei media sono cambiati
profondamente. Ma, come sempre,
lo schermo casalingo accresce il suo
potere di aggregare pubblico e fare
ascolti quando c’è lo sport e soprattutto il grande calcio. Così tocca parlare di un successo fragoroso.
Con la messa in onda di tutte
le 64 partite, e una copertura complessiva di 111 ore, 21 minuti e 9 secondi, quello dei Mondiali brasiliani
si è rivelato un mese da incorniciare
per la RSI. Lo testimoniano i dati
forniti da Mediapulse. Da metà giugno a metà luglio, tre incontri in
particolare si sono confermati un
appuntamento altamente remunerativo: Svizzera-Ecuador, il 15 giugno,
Germania-Argentina, il 13 luglio, e
Svizzera-Argentina, il 1 luglio. Il primo è stato seguito da 109’800 spettatori, il secondo da 107’000 e il terzo
da 102’800. A guidare la classifica dei
match più visti è dunque stata una
delle performance più rilevanti per le
sorti della Nazionale. Ma anche quelle «meno rilevanti» hanno riscosso
buoni ascolti. Ogni incontro trasmesso dalla RSI ha infatti raccolto una
media di 41’000 spettatori, per uno
share del 46,4%.
Durante i Mondiali brasiliani
La2 è stato indubbiamente il canale
più visto nella Svizzera italiana, ma
anche la programmazione alternativa e complementare della prima
rete ha portato i frutti tanto sperati.
Grazie soprattutto all’informazione
e alle fiction, genere femminile per
eccellenza, La1 ha raggiunto, tra le
18 e l’una di notte, uno share medio
del 19,1%. Sommando questa cifra
al 32,3% portato a casa da La2 nella
stessa fascia oraria, si arriva a più della metà della platea televisiva (51,4%
complessivo). Tradotto in termini
pratici, dal 12 giugno al 13 luglio più
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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶21 luglio 2014¶N. 30
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Cultura e Spettacoli Rubriche
In fin della fiera di Bruno Gambarotta
Per una pacca sulla spalla
Ogni scusa è buona per ritornare in
Sicilia. Come l’invito da parte dell’Ordine dei giornalisti dell’isola a prendere
parte attiva al corso di aggiornamento.
Il tema sul quale dovevo intrattenere
un centinaio fra giornalisti e pubblicisti della provincia di Agrigento era la
deontologia del linguaggio televisivo.
Ho accettato con quella discreta dose
di incoscienza che non mi abbandona
mai e che mi ha sempre permesso di
galleggiare sui marosi della vita. Nelle
poche occasioni in cui mi è capitato di
sedere al di qua di una cattedra ho potuto
constatare che per il docente si verifica
un benefico scambio con l’uditorio. È
necessario che colui che inizia a parlare
non abbia idee chiare in testa, così man
mano che va avanti se le chiarisce mentre
coloro che ascoltano, se sono entrati in
aula con qualche certezza, alla fine della
lezione l’hanno persa. Ho iniziato prendendola alla larga, citando a memoria
una frase di Woody Allen pronunciata in
un’intervista che mi aveva molto colpito;
il noto regista aveva detto: l’unica cosa
che conta nella vita sono le relazioni.
Ne consegue che un giornalista senza
relazioni non esiste, la sua ricchezza è la
sua agenda, con i numeri di telefono che
lo mettono in condizione di raggiungere
direttamente i personaggi pubblici,
difesi dalle segretarie, dai membri dello
staff e dagli addetti stampa; gli atleti
se uno si occupa di sport, gli attori o i
cantanti se lavora nel servizio spettacoli,
i politici se fa il cronista parlamentare o
giudici e poliziotti per la cronaca nera.
Però tutte le relazioni, nessuna esclusa, sono anche pericolose. Un tempo
i giornalisti andavano in cerca delle
notizie, adesso devono difendersi dalle
notizie, i loro antagonisti sono i colleghi
degli uffici stampa che li bombardano di
richieste. Un buon ufficio stampa non si
limita a redigere degli ottimi comunicati
e a inviarli tempestivamente alle varie
redazioni; deve anche avere, all’interno di ogni redazione, il suo «agente
all’Avana», da attivare per garantirsi
che quel comunicato abbia visibilità.
In pratica la città è attraversata da una
lui, prima ancora di scambiarci i soliti
convenevoli (come stai? dove andrai durante le feste di Natale?) mi domanda: di
cosa hai bisogno? Non ho ancora finito
di spiegarglielo che mio fratello è già
ricoverato. L’amico si congeda dicendo:
dobbiamo vederci uno di questi giorni e
io so già che quel giorno arriverà quando
mi chiederà di fare il moderatore a un
convegno che gli sta particolarmente
a cuore. Il canale è biunivoco; dopo
aver atteso per un mese che gli addetti
finissero di installarmi Alice per avere in
casa la connessione internet, ho telefonato ai colleghi dell’ufficio stampa della
società telefonica ponendoli di fronte a
una scelta: preferite che racconti la mia
odissea sulle pagine di cronaca locale
del giornale al quale collaboro oppure
mandate qualcuno in grado di risolvere
una volta per tutte il mio problema? Inutile aggiungere che nel pomeriggio dello
stesso giorno avevo per casa una squadra
di super tecnici. Un bravo giornalista
deve fare ogni giorno l’esame di coscienza e chiedersi se il servizio che si appresta
a scrivere o a realizzare possa fare il gioco
di qualcuno. Però è difficile resistere alle
tentazioni, non tanto di fronte a regali
o a favori, quanto a gesti che fanno leva
sulla vanità di ciascuno di noi. Gli uffici
stampa in questo sono diabolici: nella
cena che segue l’anteprima, ti fanno
sedere al tavolo d’onore, di fianco alla
famosa attrice; poi come fai a scrivere
che quel film ti ha deluso? Ti invitano
al viaggio inaugurale della nuova linea
Torino-Istanbul; in volo si brinda con lo
champagne e all’arrivo si viene ospitati
in un hotel con vista sul Bosforo. Al
ritorno scriverai forse che i sedili erano
stretti e che in volo la cabina passeggeri
diventa un suk dove vendono di tutto?
Non scherziamo. Bisognerebbe imitare
i colleghi statunitensi che si fanno assumere come autisti o come camerieri
negli hotel che ospitano le delegazioni
straniere. Poiché camerieri e autisti sono
invisibili, loro possono realizzare gli
scoop. Ma loro hanno il premio Pulitzer,
noi quando va bene la pacca sulla spalla
da parte del capo servizio.
una qualsiasi. Da una buona fortuna che
sarebbe potuta capitare anche noi. Non
si invidia il rocciatore che ha raggiunto
tutti gli Ottomila, lo si ammira, e chi mai
di noi saprebbe superare quota tremila,
pure in funivia? (ricordo un malore la
prima volta che superai quel limite sul
Bianco, il nonno mi sostenne, nessuna
invidia per Messner). Chi di noi invidia
bellezze da Hollywood, pettorali di marmo? Lontani, lontani da noi. L’invidia è
solo per coloro «che sembrano o sono i
nostri pari, intendendo per pari coloro
che sono simili a noi per stirpe, parentela, età, disposizione, reputazione e beni»,
dice infatti il proverbio citato sempre da
Aristotele che «il familiare sa anche invidiare». Si invidia quindi chi ci è simile, si
ha «tristezza» per i suoi beni, di conseguenza ci si procura compiti aggiuntivi:
maldicenza, diffamazione, godimento
delle disgrazie del prossimo, tristezza
per la sua prosperità. Un’attività instancabile, intensa, che non perde occasione
per denigrare, insinuare, sforzarsi
nell’innaturale godimento per il male (se
pur altrui, all’uomo non viene naturale
apprezzare le azioni malvagie, quindi
è comunque uno sforzo, una fatica). Si
accompagna ai primi passi dell’umanità,
è vero, in fondo Caino era solo invidioso della benevolenza divina verso suo
fratello Abele, anche se probabilmente i
sacrifici di Abele erano davvero frutto di
sacrifici personali, quelli di Caino forse
solo apparenti. Forse. Ma è meglio pensare così, lascia più tranquille le nostre
coscienze in cerca di una spiegazione,
anche per le preferenze di Dio. Comunque Caino era invidioso e quindi oltre a
rodersi per il bene di Abele si sobbarcò la
fatica del primo omicidio, e la punizione,
l’esilio, l’estrema protezione dello stesso
Dio, che gli era sembrato ingiusto eroga-
tore di preferenze: «nessuno tocchi Caino». Un vero labor, lavoro e fatica, questo
provare invidia. Donne della generazione sbagliata, non ancora nonne, non
più valchirie, respirate a fondo, come
vi insegnano ai corsi di yoga che certo
frequentate. Queste, queste ragazze che
hanno trent’anni, sono un’altra razza,
un’altra tribù. Non stiamo a recriminare, forse è anche un po’ merito nostro,
anche. Ma ora non è l’ora dei confronti,
non siamo pari, non meritano invidia.
Sono un’altra cosa. Guardiamole con
l’affetto riservato alle nipotine, non affatichiamoci con l’invidia e i confronti, per
una volta c’è qualcuno (qualcuna) che si
assume responsabilità. Per ora, andate
dal parrucchiere, al mare, scrivete quel
saggio rimasto a metà, studiate l’ebraico.
Vi chiederanno consiglio, aiuto, e vi
troveranno riposate, in nulla simili a chi
è «di livore sparso».
morte. In realtà quello di suo padre era
un ricordo: quand’era giovane a Bagheria c’era un solo fotografo, e siccome
per scaramanzia i vecchi non volevano
farsi fotografare (lo sapevano bene che
quando i figli dicevano loro: «Papà fatti
fotografare!», quei ritratti sarebbero
diventati gli ovali sulle loro lapidi), il
fotografo Coglitore veniva spesso chiamato dalle famiglie in lutto per fare un
primo piano del defunto: «Dopodiché,
– racconta Scianna – con grande perizia
artigianale, a matita, direttamente sulla
lastra, gli disegnava gli occhi. Era molto
bravo Coglitore e quando presentava
il ritratto finale, invariabilmente, con
orgoglio commentava: «Non pare vivo?».
Il guaio è, però, che si era talmente
specializzato nel ritratto del caro estinto
che quando fotografava i vivi, per esigenze di passaporti o carte di identità,
ne venivano fuori immagini piuttosto
cadaveriche…».
Sono racconti da 5½ o 6. Come quelli
contenuti nel volume, appena uscito,
Visti&Scritti (edito da Contrasto).
Ritratti e racconti, ogni ritratto una
storia. Il bisnonno Giacinto (rigoro-
samente fotografato da morto), larga
barba ottocentesca. Due vecchie donne
in chiesa durante la settimana santa
nel 1964. Contadini al circolo di Riesi
(Caltanissetta), «coppole nere per lutto,
non per mafia come, chi lo sa perché, si
crede al Nord (…), le mani scabre e polite
come vecchi utensili aspettano le carte
per il gioco». Tre compagni d’oratorio
a Bagheria nel 1960: una foto realizzata
con la Woigtlander Vito C, che il padre
di Ferdinando gli aveva portato da un
viaggio «in continente» con la moglie
fatto «a risarcimento, forse, di quel
viaggio di nozze che, sposati in piena
guerra, non avevano mai fatto». Un vecchio pescatore di Porticello, 1964: «Lui
è molto contento della sua bella spatola.
La spatola è una leccornia cucinata alla
ghiotta, con un po’ d’aglio, pomodoro e
prezzemolo». Clorinda a Capo Zafferano, 1960, sdraiata per terra, sul fianco,
una ragazzina con le spalle nude, mano
tra i capelli: «Gli amori adolescenziali
sono eterni. A condizione, beninteso,
che durino pochissimo…». Michele
Troja, 1962: «Bambino era stato colpito
dalla poliomielite. Trascinava una gam-
ba. E soffriva di una certa irrequietezza
d’umore. Ma nessuno di noi ci ha mai
fatto caso. Nemmeno lui, mi pare (…).
In piccolo gruppetto facevamo insieme
di tutto: la pesca subacquea, il calcio, il
cinema, la politica, con occhi e cuore
innocenti, soprattutto delle interminabili vasche tra piazza Madrice e Villa
Palagonia, a credere di rifare il mondo
mentre lo scoprivamo…». La signora
Natuzza Evolo, Paravati (Calabria), 1970:
ti guarda di sbieco, dentro una chiesa,
le grandi mani bianche pendenti sul
grembiule: specialità parlare con i morti,
infatti il compaesani venivano a trovarla
per mettersi in contatto con i defunti, per
chiederle consigli per un matrimonio o
una malattia. Ogni tanto i morti con cui
aveva parlato tornavano in paese, perché
non erano morti ma soltanto dispersi
in Russia. Poi c’è una lunga galleria di
celebrità: da Renato Guttuso (elegantemente seduto con le gambe accavallate
su una sedia di bambù, la sigaretta tra le
dita, i mocassini lucidi) al vecchio Mario
Monicelli con gli occhiali tra le dita e un
sorriso malinconico: «Non è morto. Si è
ucciso», scrive Scianna. Pare vivo e lo è.
fitta rete di canali privilegiati, dei quali i
lettori della carta stampata e gli spettatori dei telegiornali hanno solo, quando
va bene, un vago sospetto. Però nello
stesso tempo intuiscono nel giornalista
la figura di uno in grado di arrivare là
dove un comune mortale troverebbe la
strada sbarrata. E al giornalista fa piacere
coltivare quest’immagine. Mi spiego con
un paio di esempi, relativi ai miei comportamenti, così nessuno si offende. Mio
nipote ventenne, in partenza per gli Stati
Uniti, scopre all’ultimo momento che ha
il passaporto scaduto e mi chiede aiuto.
Con una telefonata all’amico che lavora
in prefettura riesco a farglielo rinnovare
in ventiquattro ore ma quando quell’amico mi chiederà di dare spazio a una di
quelle cerimonie che interessano solo gli
addetti, non potrò negargli il favore. Mio
fratello deve essere operato alla prostata, l’intervento è fissato per il gennaio
2013. Un anno dopo è ancora in lista
d’attesa e mi chiede se per caso conosco
qualcuno che lavora all’ospedale. Come
no? Chiamo la persona giusta e subito
Postille filosofiche di Maria Bettetini
Niente invidia, non è l’ora dei confronti
Pant pant. Fermatevi, donne della
generazione sbagliata. Donne che non
siete riuscite a essere l’angelo del focolare
e nemmeno la professionista di punta.
Con la mamma, o la zia, che vi diceva
perché non stai tranquilla a casa, con il
capo che vi diceva perché tante storie
per due giorni di trasferta, due cene con
ospiti stranieri. Donne che ancora organizzate la vita pratica della medesima
zia, del fratello piccolo, dei vostri figli,
di quel signore che vi pare di conoscere,
già, il marito; tirate il fiato, come si dice
popolarmente. Sono arrivate le altre, le
aliene. Belle, magre, energiche, naturali.
Rosee, sane, poliglotte. Con figlio, ci
può stare. Lontane dal pianeta terra, dal
vostro pianeta terra. Non hanno sentore
alcuno dei vostri problemi, degli antichi
aut aut, il loro sguardo è pacato e sereno
come quello della Venere del Botticelli,
che sorge dal mare tra pudiche onde, per
nulla turbata da rotondità in eccedenza, la dea che sembra dire al mondo
mbeh, che vuoi, eccomi qui. Qualcuno,
maligno, potrebbe pensare a invidia.
Chi, si domanda l’ingenuo lettore, non
vorrebbe avere trent’anni, un corpo sano
e non brutto, energia vitale e posti di
potere? No, caro lettore ingenuo, è qui
che ti sbagli. Le donne della generazione
sbagliata non riescono a provare invidia.
Un’altra fatica, no. L’invidioso è infatti
uno cui il sangue si fa «sì riarso», che si
diventa «di livore sparso» se si fosse veduto «uomo farsi lieto», donna farsi lieta.
Condizione penosa, così descritta da
Dante nel Purgatorio. L’invidioso vede
«in», con senso avversativo, vede «contro», non sopporta un bene o una qualità
posseduta da altri, in particolare da
altri che sono pari o vicini a essere pari.
Così Aristotele: «l’invidia è un dolore
causato da una buona fortuna», ma non
Voti d’aria di Paolo Di Stefano
Non pare vivo?
È difficile incontrare un fotografo che sia
anche un filosofo e uno scrittore, come
capita con Ferdinando Scianna. Scianna
è nato nel 1943 a Bagheria, lo stesso
paesotto del poeta Ignazio Buttitta, in
provincia di Palermo. È stato amico di
Leonardo Sciascia come quasi tutti i
siciliani della sua generazione. O meglio:
come dicono quasi tutti i siciliani suoi
coetanei. Il fatto è che Scianna lo è stato
davvero. Ventenne, al suo paese mise su
la sua prima mostra fotografica d’esordio sulle feste religiose di Sicilia e fu lì che
Sciascia lo conobbe apprezzandolo al
punto da scrivere subito la prefazione di
un suo libro: «È il suo fotografare, quasi
una rapida, fulminea organizzazione
della realtà, una catalizzazione della
realtà oggettiva in realtà fotografica:
quasi che tutto quello su cui il suo occhio
si posa e il suo obiettivo si leva obbedisce
proprio in quel momento, né prima né
dopo, per istantaneo magnetismo, al
suo sentimento, alla sua volontà e – in
definitiva – al suo stile».
Scianna si trasferisce prestissimo a
Milano, dove diventa fotoreporter per
«L’Europeo» passando poi a Parigi come
corrispondente per lo stesso settimanale. In Francia finisce sotto le ali del
grande Cartier-Bresson e frequenta il
giro prestigioso dell’agenzia Magnum.
Da allora per qualche decennio gira il
mondo con la macchina fotografica al
collo e crea opere d’arte in bianco e nero.
L’ho conosciuto la scorsa settimana a
Santarcangelo di Romagna, dove si tiene
un famoso festival di teatro, e mi ha
raccontato che da quando la sua schiena
non riesce più a reggere il peso dei mezzi
meccanici (rigorosamente non digitali),
preferisce raccontare la vita scrivendo,
mentre prima la raccontava fotografando. «L’importante è raccontare, non
importa come».
Quando suo padre, che desiderava un
figlio medico o ingegnere, seppe che Ferdinando voleva fare il fotografo, esclamò
angosciato: «Il fotografo? Ma è uno che
ammazza i vivi e resuscita i morti!». Non
era un filosofo, il papà di Ferdinando, e
non conosceva certo Roland Barthes, ma
suo figlio, dopo qualche anno, avrebbe
capito leggendo La camera chiara che
molto prima di Barthes suo padre aveva
colto il rapporto tra la fotografia e la
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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶21 luglio 2014¶N. 30
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Idee e acquisti per la settimana
shopping
La Farina Bianca Nostrana
Le avrete di sicuro viste, se percorrete
le strade del piano di Magadino oppure della zona dei Terreni alla Maggia
nei pressi di Ascona: le mietitrebbiatrici sono da qualche giorno in azione
per la raccolta del frumento. Il fattore
meteorologico è fondamentale per
la maturazione del grano, che predilige temperature tra i 25° e i 26° C e
un’umidità ridotta. In questi giorni si
farà il bilancio della produzione di un
anno intero e si è in trepidazione per il
lavoro che inizierà ad essere fatto nel
mulino con la macinatura della farina che sarà sulle nostre tavole l’anno
venturo. Pochi lo sanno ma la farina,
dopo essere stata accuratamente macinata, va stagionata in sili per alcune settimane in modo da ottenere un
prodotto ottimo. Infatti, ossidando
la farina migliora le proprie qualità.
Questo passaggio è di fondamentale
importanza per le farine da panificazione come la Farina Bianca Nostrana
che per i cultori dell’arte bianca corrisponde ad una farina italiana di tipo 0,
ovvero quella più usata per fare il pane
in virtù del suo buon contenuto di glutine, che permette di ottenere un pane
perfettamente lievitato e soffice. Anche Alessandro Fontana, a capo della
produzione del Mulino di famiglia a
Maroggia, usa questa farina per panificare ottime pagnotte come le ciabatte, di cui ci ha regalato la sua personale
ricetta. «Ho iniziato ad appassionarmi
di panificazione proprio con la produzione del pacco da 1 kg di Farina Bianca Nostrana», ci rivela Alessandro.
«Con un formato così comodo mi è
Flavia Leuenberger
Attualità È tempo di raccolto, l’oro dei campi si fa farina
Farina Bianca Nostrana 1 kg Fr. 2.–
venuto spontaneo portare a casa qualche pacco per provare a fare qualche
pagnotta, una passione che non mi ha
più abbandonato tanto che sono sempre alla ricerca di nuove ricette. Recentemente mi sono cimentato con la
ricetta del bürli e devo dire che ottenere risultati equivalenti a quelli di una
panetteria è sempre una grande soddisfazione». Oltre che essere ottima per
il pane, la Farina Bianca Nostrana è
perfetta anche per fare dolci. È ora di
tirare su le maniche e impastare! / Luisa Jane Rusconi
La ricetta
Ciabattine del mugnaio
Mischiate 220 g di Farina Bianca Nostrana a 220 g di acqua
e 5 g di lievito di birra fresco. Lasciate 2 ore a temperatura
ambiente in una ciotola coperta con pellicola, poi riponete
in frigorifero per 18 ore. Unite 100 g di acqua, un pizzico di
zucchero e 2 g di lievito di birra fresco. Da ultimo unite 220
g di Farina Bianca Nostrana, 10 g di sale e impastate finché
la farina sarà assorbita. Lasciate nella ciotola coperta con
pellicola 2 ore, a temperatura ambiente. Versate l’impasto su
un piano infarinato e ripiegate i due lembi esterni dell’impasto
uno sopra l’altro, come con una lettera, lasciando la piega
nella parte inferiore dell’impasto. Premete leggermente con
i polpastrelli, spolverate con semola, coprite con pellicola
e lasciate riposare 30’. Tagliate le ciabatte, spolverate
con semola, coprite con pellicola e lasciate riposare 30’.
Preriscaldate forno e teglia a 275°C per 15’. Quando il
forno è caldo spolverate la teglia con semola e adagiatevi le
ciabattine. Abbassate a 250°C, infornate per 15’ lasciando
dell’acqua nella teglia inferiore per i primi 5’-7’ di cottura poi
toglietela. Gli ultimi 5’ trasferite la teglia vicino alle resistenze
e lasciate lo sportello del forno leggermente aperto. Così le
ciabatte diventeranno croccanti. Raffreddate le ciabattine su
una gratella.
Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶21 luglio 2014¶N. 30
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Idee e acquisti per la settimana
Raviöö all’orto grigliato
Loredana Mutta
Novità Dall’orto al piatto, il gusto delle verdure di stagione
ne e peperoni colorano di sapore questa appetitosa pasta ripiena. Per dare il
massimo del gusto ai raviöö le verdure
vengono dapprima grigliate per poi
essere tritate grossolanamente. La melanzana e la zucchina, con la loro polpa
cremosa, ben si sposano al peperone
che invece rimane più croccante sotto i
denti. L’uso di peperoni rossi, arancioni e gialli conferisce al ripieno un gusto
dolce, morbido e rotondo. Dopo la grigliatura si procede con una marinatura
in olio, aceto, aglio e menta lasciando
riposare il tutto per una nottata intera,
con l’obiettivo di esaltare i sapori delle
verdure. L’aggiunta di ricotta nostrana
conferisce morbidezza e cremosità alle
verdure, rendendole vellutate e delicatissime al palato. Un primo piatto che si
contraddistingue per l’equilibrio tra la
texture degli ingredienti e il concerto di
sapori che si traducono in bocca in una
gioiosa sinfonia di gusto. / Luisa Jane
Rusconi
Raviöö all’orto grigliato
250 g Fr. 6.80
Iogurt di montagna
per un inizio
di giornata equilibrato
Flavia Leuenberger
Il sapore dell’estate racchiuso tra due
sfoglie di pasta fresca all’uovo, è quello
che propone questa settimana Migros
per allietare la vostra tavola. I ravioli
nostrani all’orto grigliato del Pastificio L’Oste di Quartino sono farciti con
le verdure che contraddistinguono la
stagione del sole: zucchine, melanza-
Concedersi una colazione sana ed
equilibrata è essenziale per il nostro
benessere e per garantirsi la giusta carica energetica per le prestazioni mentali e fisiche quotidiane. Una colazione
completa ideale è costituita da cereali
quali pane e müesli, che ci forniscono importanti carboidrati, vitamine,
sali minerali e fibre alimentari; frutta
o succhi di frutta ricchi di vitamine
nonché latte e latticini quali iogurt o
formaggio per fare il pieno di proteine
e calcio; sostanze importanti per mantenere ossa e denti sani e per il buon
funzionamento del sistema nervoso e
dei muscoli.
Per quanto attiene allo iogurt, la scelta
naturalmente non può non cadere sulla
gamma di iogurt a km zero della Agroval di Airolo, dal momento che non
solo offre una varietà che soddisfa tutti
i gusti, ma si caratterizza anche per l’alto valore nutritivo dovuto all’impiego
di solo latte vaccino di montagna proveniente da piccoli allevatori della regione che foraggiano i propri animali
con fieno e erba di montagna. I freschi
sapori più gettonati dell’estate? Ampói
(lamponi); Pompianta (mela); Frói (fragola); Natür (al naturale) e Mugnaca
(albicocca). Li trovate in tutti i supermercati di Migros Ticino.
Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶21 luglio 2014¶N. 30
47
Idee e acquisti per la settimana
La pizza, se ben preparata con ingredienti semplici e genuini, costituisce
un pasto completo, al contempo equilibrato, nutriente e sano. Chi poi, invece
di andare in pizzeria, la pizza ama prepararsela da sé a casa propria, a Migros
Ticino trova un impasto fresco pronto
all’uso tutto ticinese. Lanciata con successo lo scorso mese di maggio, la pasta
fresca per pizza dei Nostrani del Ticino
è preparata dagli abili fornai della Jowa
di S. Antonino con cereali coltivati sul
Piano di Magadino e nel Mendrisiotto,
accuratamente trasformati in farina
dal Mulino di Maroggia. Un’irresistibile croccantezza e un aroma caratteristico sono garantiti dall’utilizzo di semola di grano duro e dall’aggiunta di un
goccio di olio d’oliva nella miscela. Per
ottenere un’ottima pizza è sufficiente
spianare con le mani l’impasto su una
teglia foderata di carta da forno o ben
oleata, lasciar riposare per mezz’ora a
temperatura ambiente e farcire a piacere con gli ingredienti preferiti più golosi. Infornare per una ventina minuti
nel forno preriscaldato a 210 gradi e…
buona pizza!
Flavia Leuenberger
Una pasta per pizza tutta ticinese
Pasta per pizza 500 g Fr. 4.10
A tavola
in 5 minuti
Riso Scotti Risotto
Parmigiana 5 minuti
580 g Fr. 3.20
Riso Scotti Risotto
Porcini 5 minuti
580 g Fr. 3.20
In vendita nelle maggiori
filiali di Migros Ticino.
Due nuovi pratici e saporiti risotti del
noto marchio italiano Riso Scotti sono
entrati a far parte dell’assortimento
di Migros Ticino: il risotto alla parmigiana e il risotto ai porcini, entrambi pronti in soli 5 minuti di cottura in
acqua. Questi due risotti pronti a base
di riso della varietà Arborio non solo ti
assicurano un’ottima riuscita, ma si caratterizzano anche per l’assenza di glutine, conservanti e glutammato, e sono
pertanto ideali anche per le persone più
sensibili agli aspetti salutari. Una confezione è sufficiente per due abbondanti
porzioni.
La Riso Scotti è oggi un nome e una
garanzia a livello europeo nell’ambito della produzione e lavorazione del
riso. Quest’azienda famigliare nasce
nel 1860 per iniziativa di Pietro Scotti
nel cuore della Pianura Padana, territorio privilegiato per la coltura del riso.
Innovativa pur rispettando la grande
tradizione risicola pavese, la Riso Scotti
è stata tra l’altro l’ideatrice in Italia del
riso sottovuoto e del riso parboiled.
Infine, ricordiamo che alla Migros l’assortimento di Riso Scotti annovera ancora il sempre apprezzato Risotto Milano Classic, pronto in 15 minuti.
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Più
benessere
animale
Idee e acquisti per la settimana
Collaborare per un
valore aggiunto
Migros si congratula col suo partner IP-Suisse per il
25esimo compleanno. Insieme hanno fondato nel 2008 il
marchio TerraSuisse
I contadini IP-Suisse, che producono
per il programma del marchio
TerraSuisse, allevano i loro manzi e maiali
in stabililmenti rispettosi degli animali, con
possibilità di uscire all’aperto. I vitelli vengono
allevati in gruppi nel rispetto della loro specie
e nutriti con alimenti a base di latte intero e
fieno. Le nuove linee direttive di IP-Suisse
prevedono che entro la fine del 2014 tutti
i vitelli possano uscire all’aperto in
permanenza. Il 90 per cento della
carne di vitello proposta alla
Migros è di qualità
TerraSuisse.
Ulteriore
sviluppo
L’Associazione svizzera dei contadini che producono in modo integrato,
IP-Suisse e il programma col marchio
TerraSuisse forniscono su due piani un
valore aggiunto per la Svizzera e i clienti
Migros. Da una parte, i prodotti certificano «Il meglio dalle aziende agricole
svizzere», nel senso di generi alimentari
più gustosi e di alta qualità. Dall’altra, i
contadini IP-Suisse producono un valore aggiunto in fatto di benessere animale, di colture rispettose della natura e di
promozione della biodiversità, che si traduce nella protezione di animali e piante
rari e nella creazione di ambienti vitali
destinati a tali specie.
Oltre che dalla consapevolezza
ideologica, questa cooperazione è
caratterizzata anche dallo spirito innovativo.
Così IP-Suisse e la panetteria Migros Jowa
lavorano per ottenere varietà di cereali svizzeri
resistenti alle malattie, che presentino una
buona qualità di cottura. Ma per la Migros non
è importante solo sviluppare ulteriormente i
prodotti, bensì anche approfondire il partenariato
in generale. A tal scopo offre ai contadini IPSuisse dei contratti d’acquisto a condizioni
interessanti e ricompensa ulteriormente gli
allevatori di bovini che accordano ai loro
vitelli possibilità di uscire all’aperto
superiori alle abituali linee
direttive IP-Suisse.
Più
Svizzera
Nel 2008 la Migros lancia il
suo programma per il marchio
TerraSuisse, basandosi sulle linee
direttive dell’IP-Suisse. I prodotti
TerraSuisse provengono al 100 per cento
dalla Svizzera. Oltre a ciò, come il suo
partner IP-Suisse, Migros s’impegna in
molteplici modi per una maggior Swissness
nel segmento dei generi alimentari.
Entrambi i partner sostengono dal
2012 l’organizzazione Fructus, che
si batte per la conservazione di
antiche varietà di frutta.
La coccinella come simbolo
di un’agricoltura rispettosa
dell’ambiente
Latte
di pascolo
e altro ancora
Quale simbolo di qualità i fondatori di
IP-Suisse hanno scelto la coccinella, che
dal 1989 contraddistingue generi alimentari ottenuti nel rispetto degli animali e dell’ambiente. Con le loro aziende certificate, 20’000 contadini svizzeri
promuovono attivamente la biodiversità, circa 10’000 di loro producono per
TerraSuisse, quindi per la Migros. Questo assortimento comprende succhi di
frutta, olio di colza, patate, salumeria,
pasta, farina, pane, prodotti da forno e,
in singole regioni, latte di pascolo.
Nutrito anche l’assortimento di carne.
In qualità TerraSuisse abbiamo carne di
manzo, maiale, agnello e vitello. Circa il
90 per cento dell’offerta di carne di vitello Migros reca il marchio TerraSuisse. / Heidi Bacchilega
Fin dalla prima ora, Migros e IPSuisse costituiscono un partenariato
creativo. Così nel 2012 hanno lanciato
insieme il latte di pascolo, che è simbolo di
una produzione lattiera efficiente e locale.
Le mucche che forniscono latte di pascolo
brucano erba e fieno della loro azienda
e possono uscire all’aperto tutto l’anno.
L’alimentazione a base di soia è proibita.
Già due anni prima TerraSuisse aveva
sorpreso il mercato con una
novità: pasta fabbricata con
grano duro svizzero.
Più
sostenibilità
Il marchio TerraSuisse
certifica il meglio
dalle aziende agricole
svizzere. È garantito
dal partenariato della
Migros con IP-Suisse.
Dei circa 50’000
produttori svizzeri, circa
10’000 producono per
TerraSuisse.
Parte di
Generazione M è
simbolo dell’impegno
sostenibile
della Migros.
www.generation-m.ch
L’obiettivo nell’ambito del
programma di sostenibilità
della Migros Generazione M,
era di ampliare dal 2010 al 2013
le superficie ricche di viarietà
delle azlende IP-Suisse del 30
per cento. Col 50 per cento,
questo proposito è stato
ampiamente superato.
Più
biodiversità
I contadini IP-Suisse, che
producono nell’ambito del
programma TerraSuisse, promuovono
la biodiversità mediante misure
ecologiche mirate. Ad esempio, inserendo
nei campi di cereali superfici seminate a
fiori di campo forniscono un ambiente vitale
a insetti, uccelli e rettili. Le linee direttive
e le basi specialistiche necessarie sono
fornite dagli esperti della Stazione
ornitologica svizzera di Sempach,
che dal 2008 coopera con IPSuisse.
Coltivazione
rispettosa
della natura
Per TerraSuisse la Migros punta
sulla farina IP-Suisse. Così in Svizzera
la panetteria Migros Jowa è la maggior
acquirente di cereali provenienti da coltivazioni
rispettose della natura. I contadini rinunciano
all’uso di regolatori della crescita, insetticidi
e fungicidi. La frutta utilizzata per i succhi
di frutta TerraSuisse proviene da circa 200
aziende agricole che coltivano almeno
il 60 per cento di alberi ad alto fusto.
Si tratta di antiche varietà che
contribuiscono anche a offrire
un bel paesaggio.
50
Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶21 luglio 2014¶N. 30
Idee e acquisti per la settimana
Pane di spelta del 1° agosto
Per 3 pani di ca. 350 g
Per il
25esimo
compleanno
di IP-Suisse, Migros
si congratula con
TerraSuisse a
augura buon
appetito.
Ingredienti
300 g di farina di
spelta originale
Classic
500 g di farina di
spelta originale
chiara
1 cucchiaio di
sale
1 cubetto di lievito
di 42 g
3-3,5 dl d’acqua
tiepida
125 g di quark
semigrasso
1 cucchiaio di
miele
Procedimento
1. In una scodella ampia mescolate i
due tipi di farina con il sale e dispone
a fontana. Sciogliete il lievito in poca
acqua e versatelo al centro della fontana
con il quark e il miele. Amalgamate
gli ingredienti e aggiungete il resto
dell’acqua poco alla volta. Impastate
fino a ottenere una massa liscia e
omogenea. Copritela e lasciatela lievitare
a temperatura ambiente per ca. 2 ore,
finché raddoppia di volume.
2. Dividete l’impasto in 3 pezzi
omogenei. Modellate ogni pezzo su poca
farina in filoni di ca. 25 cm. Accomodateli
in una teglia rivestita con carta da forno.
Lasciate lievitare i filoni per ca. 20 minuti.
Preriscaldate il forno a 200 °C. Cuocete i
pani nella metà inferiore del forno per ca.
30 minuti. Prova cottura: per verificare
che il pane sia ben cotto, battetelo con
le dita sulla parte inferiore (deve suonare
vuoto). Sfornate e fate raffreddare.
Tempo di preparazione
ca. 30 minuti + lievitazione + cottura in
forno ca. 30 minuti + raffreddamento
Un pane ca. 42 g di proteine, 7 g di
grassi, 188 g di carboidrati, 4250
kJ/1010 kcal
Foto Claudia Linsi, iStock
Esempi di fa
Mescolate la rcia:
con poca crè senape granulosa
e con dadini me fraîche
e cetrioli. Sp di ravanelli
inferiore del almate sulla metà
con fleischkäpane e farcite
e foglie d’ins se delikatess
alata.
:
Esempi di farcia
n formaggio
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rc
Fa
verdure
fresco di capra ecchine e
grigliate quali zuate a fette e
melanzane taglie aromatiche
condite con erb ete con
e aglio. Cosparg
crescione.
Suggerimento
tagliate il pane a metà e farcitelo a
piacimento.
Ricetta di
Esempi di farcia:
Spalmate il pane di chutney di
mango e/o di burro. Farcite con
carne secca, fette di pomodoro
tagliate fini, erbe aromatiche o
foglie d’insalata.
TerraSuisse carne secca tagliata
finissima per 100 g Fr. 8.30
TerraSuisse Farina di spelta
originale Classic 1 kg Fr. 3.50
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originale chiara 1 kg Fr. 3.60
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Carne secca ticinese, prodotta
in Ticino, affettata in vaschetta,
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Lonza di maiale, Svizzera,
in conf. da ca. 1 kg, per 100 g
2.50 invece di 3.60 30%
Sottilissime di pollo, AIA, Italia,
in conf. da ca. 250 g, per 100 g
1.50 invece di 2.– 25%
PANE E LATTICINI
Baguette cotta nel forno di pietra
bianca e integrale, per es.
baguette cotta nel forno in pietra,
260 g 2.05 invece di 2.60 20%
*In vendita nelle maggiori filiali Migros.
Mezza panna per salse, mezza
panna acidula e prodotti
M-Dessert –.20 di riduzione,
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Latte M-Drink UHT Valflora,
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Gruyère Heidi, per 100 g
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Raccard Family, 900 g
15.60 invece di 22.30 30%
Mini Babybel, retina da 15 x 25 g
5.90 invece di 7.40 20%
Pane Passione Rustico e Pane
Passione, TerraSuisse, 380 g
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Rustico, 380 g 2.70 invece di 3.20
20%
Pane Piuma grano tenero
e integrale, Arte Bianca, 400 g
3.10 invece di 3.90 20%
Formaggella Leventina, prodotta
in Ticino, al kg 16.80 invece di 24.–
30%
FIORI E PIANTE
Minirose, Fairtrade, in diversi
colori, gambo da 40 cm, il mazzo
da 20 10.80 invece di 12.80
Phalaenopsis 1 stelo,
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8.70 invece di 12.50 30%
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5.90 invece di 7.80
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Cioccolato dell’esercito Frey, UTZ,
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Tutte le praline Giotto e Raffaello,
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7.80 invece di 9.80 20%
Biscotti Chocmidor Coco o Carré
in conf. da 3 (in conf. monovarietà),
per es. Carré, 3 x 100 g
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da 1 kg, UTZ, per es. Boncampo
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Tutti i cereali Kellogg’s, a partire
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Tresor, 600 g 5.80 invece di 6.80
Tutti i sandwich Wasa in conf.
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o al prosciutto Casa Giuliana
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per es. al prosciutto, 2 x 270 g
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Scatola del 1° agosto Happy
Hour, rotolini per l’aperitivo,
28 pezzi, gipfel al prosciutto,
12 pezzi, quiche gourmet, 12 pezzi
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Tutti i coni gelato Crème d’or
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per es. Crème d’or al caramello,
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Hamburger M-Classic, surgelati,
12 x 90 g 7.05 invece di 14.10 50%
Tutta la Coca-Cola in confezione
multipla, per es. Classic, 6 x 1,5 l
9.90 invece di 13.20 25%
Sciroppo al mentastro Heidi,
50 cl 3.50 invece di 4.40 20%
Tutti i tipi di pasta TerraSuisse,
per es. pipedi spelta originale,
500 g 2.30 invece di 2.90 20%
Olio di colza, TerraSuisse,
50 cl 2.65 invece di 3.35 20%
Senape Thomy al peperoncino
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maionese à la francaise, 2 x 265 g
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per es. miscela di noci, 170 g
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per es. alla paprica, 225 g
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Panini misti precotti
M-Classic, 270 g 3.20 NOVITÀ ** 20x
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per es. rotolo ai lamponi, 330 g
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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶21 luglio 2014¶N. 30
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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶21 luglio 2014¶N. 30
Idee e acquisti per la settimana
Festa
rossocrociata
in mezzo
al verde
Un posticino
tranquillo all’ombra
dei fiori: l’ideale
per festeggiare il
1° agosto in grande
stile. Istruzioni
e consigli per
decorare si trovano
anche su
www.pinterest.com
:
Come fare i pon pono otto
Stendete uno sull’altr gliateli
fogli di carta velina. Ta70 cm.
nella dimensione 25 x di 3
Ripiegateli a intervalli n forza a
centimetri. Piegate co rdoncino
metà e annodate un co
llevate
al centro. Alla fine, soi di carta.
delicatamente i lemb
Con idee semplici ma efficaci si può decorare
con stile il posto all’aperto dove si festeggia
il Primo d’Agosto. E imbandire una tavolata
in cui ogni ospite si senta benvenuto
Non ci vuole molto per trascorrere con
un certo stile la Festa nazionale, in compagnia e in mezzo al verde. Con un’appropriata decorazione del tavolo, il padrone di casa può creare un ambiente
che si presta perfettamente all’evento.
Il tono, naturalmente, lo danno i colori
della bandiera rossocrociata. Per esempio, su una tovaglia scura una decorazione rossa e bianca crea un contrasto che
si abbina particolarmente bene. Per infondere l’atmosfera giusta, sono indicati
come accessori lanterne e lampioncini di
carta, oltre naturalmente a qualche fiore. Chi ama le cose semplici ma eleganti,
apparecchia il tavolo con stoviglie di porcellana bianca. A volte le idee più semplici sono quelle che ottengono l’effetto
maggiore. Per esempio, una bottiglia
dalla bella forma può essere usata come
vaso per mazzi di margherite bianche e
gerbere rosse. Oppure si può mettere attorno al tavolo qualche vecchia sedia di
legno, comprata in un mercatino dell’usato, verniciata di rosso e bianco. Inoltre: non c’è Primo d’Agosto senza mele,
che però stavolta servono da base per i
cartoncini con i nomi dei commensali a
tavola, fissati con uno stuzzicadenti. L’assortimento Migros per il 1° agosto comprende molti elementi decorativi, anche
per l’illuminazione. Chi vuol essere creativo, può fabbricare da sé le lanterne, che
diffondo la loro calda luce fino a tarda
notte. Altrettanto si può fare con lampioncini e pon pon. / Anette Wolffram
Eugster; foto Salvatore Vinci; styling
Regula Wilson
Suggerimento:
Avvolgete il bordo
inferiore di alcuni
vasetti di vetro con de
nastro adesivo colora l
Avvolgete dello spag to.
sul bordo superiore. o
Inseriteci dentro dei ce
ri
e appendeteli.
I prodotti illustrati sono in vendita nelle maggiori filiali Migros fino ad esaurimento dello stock.
Lampioncini
set di 3 pezzi
Fr. 6.90
Mini girandola
con croce
svizzera
Fr. 2.–
Palloncini con la croce svizzera
20 pezzi Fr. 6.50
Lumi del 1° agosto
7 pezzi Fr. 4.50
Collana
di luminarie
da interno
10 LED Fr. 19.80
Candela cubica con croce
svizzera Fr. 6.90
Razzo-sorpresa
con croce
svizzera,
coriandoli
Fr. 14.80
Stella alpina
in vaso
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Pancetta alle erbe alpine Heidi*
100 g, 20% di riduzione
Piatto della merenda Heidi*
per 100 g, 20% di riduzione
Formaggio grigionese alla panna Heidi
per 100 g
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Salumi Heidi*
20% di riduzione, per es. carne secca
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