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Corriere della sera - 10.06.2014

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MARTEDÌ 10 GIUGNO 2014 ANNO 139 - N. 136
Milano, Via Solferino 28 - Tel. 02 62821
Roma, Piazza Venezia 5 - Tel. 06 688281
Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004 art. 1, c1, DCB Milano
Francia
Marine contro papà
doppio fronte Le Pen
Il saggio
La libertà è donna
con Figaro e Mozart
Con il Corriere
Living, ville minimal
Un giardino per stanza
di Stefano Montefiori
a pagina 15
di Paolo Mieli
alle pagine 32 e 33
Il magazine in edicola
oggi è in omaggio
www.abb.it
CANTONE E LE URGENZE DIFFERITE
Amministrative Livorno, Grillo esulta: virus inarrestabile. Berlusconi: stop al doppio turno con l’Italicum
LA SOLITUDINE
DEL COMMISSARIO
Il voto delle città agita il Pd
di GIAN ANTONIO STELLA
Renzi: finite le posizioni di rendita. Bersani e Letta: ora riflettere
affaele stai
sereno»,
continua a
rassicurarlo Matteo
Renzi. Ma Raffaele Cantone
ha buone ragioni per essere
preoccupato. Molto preoccupato. I giorni passano.
Inesorabili. Ne sono trascorsi già trentatré, dalla retata che vide l’arresto di Frigerio, Greganti, Maltauro e
degli altri figuri coinvolti
nell’inchiesta sull’Expo
2015. E già trenta dalla scelta del premier di spedire a
Milano il giudice campano
(già messo a marzo alla testa dell’Autorità anti corruzione da anni abbandonata
al ruolo di guscio vuoto)
perché ficchi il naso nei
cantieri e nelle imprese dell’Esposizione, dove l’angoscia per i ritardi e il tempo
che scorre velocissimo
s’impasta col timore delle
tangenti, dei lavori fatti male, dell’esplosione dei costi.
Sono tanti, 30 giorni. Bastarono ai californiani per
riparare l’arcata del Bay Bridge, il ponte che unisce San
Francisco a Oakland, crollata per il terremoto del 1989.
Non sono bastati a un capo
del governo che va di fretta
per definire quali poteri
avrà quello che dovrebbe
essere il suo plenipotenziario sul fronte anti mazzetta.
Lo stesso Cantone, intendiamoci, spiega a tutti che
se c’è uno di cui si fida è
Renzi. Ma la ragnatela di
quello che Charles Dickens
chiamava il «Ministero delle Circonlocuzioni» dedito
a «immischiarsi di tutto»
perché nulla si muova, si è
andata via via tessendo fino
ad avvolgere con morbide
tenaglie ogni svolta riformatrice. Ma chi è, il ragno?
Meglio: quanti sono, dove
sono, che volto hanno i ragni che con sottile e pignola
pazienza sembrano voler
infiacchire gli sforzi contro
i corrotti?
È questo che Cantone
non capisce. Questo che lo
intimorisce. Fino al punto
di fargli confidare agli ami-
ci di avere quasi più paura
di questi oscuri tessitori che
dei camorristi. Dei Casalesi,
dopo anni di sfida frontale,
sa tutto. Sa come ragionano, come si muovono, come puntano i nemici. Dei
ragni annidati negli interstizi della cattiva politica,
della cattiva amministrazione, della cattiva burocrazia, non sa niente. O quasi
niente. Ed è difficile combattere un nemico invisibile. Anche se si sa di avere il
consenso di tantissime persone perbene.
Per questo lo slittamento, sia pure di pochi giorni,
delle regole più dure sulla
corruzione e della definizione dei poteri del «supervisore» sull’Expo («urgentissime» ma evidentemente non troppo), non è un bel
segnale. Perché mostra incertezze, divisioni e ambiguità sulle competenze che
la dicono lunga su come
manchi, in questa trincea, il
cemento che fa vincere le
guerre: la compattezza.
Vale per l’Expo, vale per
tutte le grandi opere, vale
per il Mose. È stupefacente
il silenzio con cui si dà per
scontato che il Consorzio
Venezia Nuova, benedetto
da tre decenni di deroghe e
di proroghe e di mancati
controlli, debba finire ormai il lavoro iniziato a dispetto del coinvolgimento
in un vorticoso sistema di
tangenti. Non c’è padrone
di casa al mondo che, accortosi che l’idraulico ha
fatto il furbo, ha speso una
tombola in bustarelle e non
ha ancora finito il lavoro, gli
confermi la fiducia e gli dia
altri soldi. Non ce n’è uno
che non cercherebbe subito
altri professionisti, con una
gara internazionale e non
casereccia, per capire se,
come, dove, quanto si è sbagliato. E come eventualmente si possa rimediare.
Venezia viene prima degli
interessi di un cartello di
potentati che, si è visto,
purtroppo, non meritava
tanta fiducia.
Livorno e Padova a 5 Stelle e Lega: i
ballottaggi lasciano l’amaro in bocca al
Pd. Ma Renzi parla di risultato «straordinario» e ne trae semmai un insegnamento: «Sono finite le posizioni di rendita».
Bersani e Letta invece sottolineano che la
sconfitta di Livorno «deve far riflettere».
Da Berlusconi un nuovo no all’Italicum.
Giannelli
Il vice dei dem:
ora apriremo
a nuove figure
DA PAGINA 2 A PAGINA 9
di MONICA GUERZONI
I CONFORMISTI
DELLA DISCONTINUITÀ
ALLE PAGINE 2 E 3
Perugia, Spoleto
L’Umbria
è meno rossa
di PIERLUIGI BATTISTA
I
luoghi comuni del gergo politico
italiano sono misteriosi come le
barzellette: si diffondono a una
velocità impressionante, ma non si sa
mai dove nascano e perché proprio in
quel momento.
di FABRIZIO CACCIA
A PAGINA 6
Gli azzurri verso il Mondiale, sabato il debutto con l’Inghilterra
A PAGINA 22
l caro estinto avrà anche
lasciato qualche vedova.
Non molte, a giudicare dagli
ultimi risultati elettorali,
dove i funerali del Centro si
sono consumati in una
chiesa vuota di fedeli.
Tracollo dei centristi e dei
centrini, astensionismo
record (50,5%); e i due
fenomeni sono
indubbiamente collegati.
Però sul primo non abbiamo
letto neppure un necrologio,
mentre il secondo riceve per
lo più letture minimali,
quando non venga
addirittura sventolato come
un indice di maturità della
democrazia italiana. Difficile
da credere, se c’è da credere
alla verità dei numeri.
Riforma Venerdì la decisione sul piano Madia
Il governo ci prova
Per i dipendenti statali
mobilità obbligatoria
L’effetto Mose
Il dubbio di Prandelli: Immobile o Balotelli?
di ALESSANDRO BOCCI, MARIO SCONCERTI, PAOLO TOMASELLI
L
a tentazione di Cesare Prandelli nella settimana che porta al debutto azzurro al Mondiale in Brasile è legata
a un nome illustre: quello di Balotelli, che sabato con l’Inghilterra potrebbe essere sostituito da Immobile,
capocannoniere del campionato, in forma eccellente. ALLE PAGINE 40 E 41 - ALTRI SERVIZI di Rocco Cotroneo e Roberto Perrone
«Quando dissi a Obama: fermatevi»
orveglianza di massa e spionaggio
illegale da parte delle agenzie governative come la Nsa (National security agency degli Stati Uniti) o il Gchq
(Government communications headquarters del Regno Unito): Eric Schmidt, il grande capo di Google, spiega
al Corriere: «L’ho detto con chiarezza,
al presidente Obama e ad altri: solo
perché potete fare qualcosa non significa che dovete farlo. Pensavano di
potersela cavare, che noi non avremmo reagito: è stato un errore».
I
CONTINUA A PAGINA 36
L’intervista Eric Schmidt, capo di Google, e lo spionaggio illegale: così abbiamo reagito
S
LE VITTIME
DI UN’ELEZIONE
IMPREVEDIBILE
E RADICALE
CONTINUA A PAGINA 36
© RIPRODUZIONE RISERVATA
di BEPPE SEVERGNINI
Umori e tendenze
di MICHELE AINIS
In primo piano
SYNC / ALBERTO RAMELLA
«R
9 771120 498008
Servizio Clienti - Tel 02 63797510
mail: [email protected]
Fondato nel 1876
www.abb.it
40 6 1 0>
In Italia (con “Living”) EURO 1,40
www.corriere.it
italia: 51575551575557
Sicurezza
Il processo
Un’auto su tre
della polizia
è troppo vecchia
per essere usata
Caso Parioli
Il pm: 6 anni
alla mamma
della ragazza
di FIORENZA SARZANINI
di FULVIO FIANO
A PAGINA 21
A PAGINA 19
Fischi e urla
contro i politici
Lite a Venezia
di MARCO IMARISIO
I
l Pd ha preso le distanze
dal sindaco di Venezia
Orsoni finito nello
scandalo Mose e agli
arresti domiciliari. Ma lui
non ci sta e accusa un
mediatore infedele.
Sospeso il primo Consiglio
comunale post scandalo
per i fischi e le urla dei
veneziani indignati.
ALLE PAGINE 10 E 11
Pasqualetto, S. Rizzo
di LORENZO SALVIA
P
rime bozze del piano
del ministro Madia
sulla riforma della pubblica amministrazione:
marcia indietro sul pensionamento anticipato di
chi è vicino alla fine della
carriera e mobilità anche
senza consenso dell’interessato, ma a parità di stipendio e con un limite
geografico.
ALLE PAGINE 12 E 13
Bocconi, Ducci, Pagliuca
BUONI ACQUISTO
PER IL WELFARE
di MAURIZIO FERRERA
A PAGINA 23
2
Primo Piano
Martedì 10 Giugno 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
#
Amministrative 2014
I ballottaggi Il bilancio
Renzi parla di vittoria
Ma avverte il partito:
posizioni di rendita finite
Prima e dopo
Come cambia la mappa dei Comuni capoluogo dopo le Amministrative 2014
Centrosinistra
14
13
Verbania
Bergamo
Biella
Ferrara
Pavia
Reggio
Emilia Modena
Prato
Livorno
DAL NOSTRO INVIATO
di Massimo Franco
Il Pd rimane forte
però rischia di trovarsi
da solo contro tutti
È
difficile dare torto al premier Matteo Renzi
quando avverte che i ballottaggi di domenica
«segnano la fine delle posizioni di rendita elettorale». L’analisi del segretario del Pd va completata con quella del suo predecessore, Pier
Luigi Bersani, che evoca «delle spine, dei problemi. Siamo in una situazione in cui il Pd è un po’ contro il resto
del mondo». Non esiste più il bipolarismo, ma tre tronconi politici dai contorni ideologici più liquidi del passato; e
la tendenza di FI e M5S a non disdegnare l’alleanza per
battere la sinistra. Insomma, il partito del presidente del
Consiglio non arretra. Eppure avanza perdendo qualche
colpo, in un panorama nel quale gli avversari cercano antidoti per frenarne la vittoria.
Se un meccanismo del genere si trasferisce a livello di
elezioni nazionali, l’idea di un sistema che prevede il ballottaggio evoca scenari imprevisti. L’ipotesi che al secondo turno la competizione sia tra Renzi e Beppe Grillo, con
un centrodestra tentato di appoggiare quest’ultimo, fa riflettere. È vero che alle europee è successo il contrario: è
stata proprio la paura di un’affermazione grillina a contribuire al trionfo del Pd anche con l’apporto di alcuni spezzoni moderati. Ma la sconfitta nella roccaforte storica di
Livorno rappresenta la conferma che non si può più dare
per scontato nulla. L’ex capo del governo, Enrico Letta,
sostiene che l’esito è stato così bruciante da suggerire
«una riflessione nazionale».
La preoccupazione del Pd, tuttavia, è che l’analisi si trasformi in una guerra tra vecchia guardia e nuovo corso
renziano. Indubbiamente, si
intravede una certa omogeneità di giudizio sulla tendenza dell’elettorato a premiare il
Renzi rivendica
cambiamento e a punire le
il «grande
nomenklature del passato. Il
risultato», ma
partito cerca di smussare la
tesi, cara ad una parte dei renl’astensionismo
ziani, secondo la quale la siniè un’incognita
stra ha vinto dove sono emerse candidature e logiche nuove, mentre si è ritrovata isolata e perdente in alcune delle tradizionali «zone rosse»,
avulse dai cambiamenti imposti dal premier. Il timore
palpabile, però, è che un’impostazione del genere ricrei
tensioni interne.
Per questo il capo del governo preferisce sottolineare il
«risultato straordinario». Le sconfitte in città come Livorno, Potenza, Perugia e Padova, a suo avviso non lo offuscano. L’idea di una «frenata» dell’effetto Renzi dopo le
europee viene scansata con una punta di fastidio: anche
perché le disomogeneità locali rendono difficile tirare
somme sul piano nazionale. E gli ultimi risultati arrivati
ieri dalla Sicilia sono confortanti per il Pd. In questa fase,
è indubbio che il partito del premier si presenti come una
sorta di unico perno del sistema. Il problema è che si tratta di un sistema in crisi. L’unico elemento sul quale quasi
tutti si ritrovano d’accordo, infatti, riguarda il crollo della
partecipazione, arrivata al 49,5 per cento.
Colpa degli scandali emersi nelle ultime settimane, che
configurano responsabilità trasversali; e di una risposta
inadeguata nei confronti di una corruzione endemica. Il
ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, propone «una rigida semplificazione delle regole per ricostruire un senso di
responsabilità delle persone». Ma la percentuale crescente dei non votanti prefigura una massa di scontenti che
può fluttuare da uno schieramento all’altro, da una forza
all’altra a seconda delle circostanze; e dunque sconvolgere equilibri di potere e alleanze in maniera imprevedibile.
È un «partito» eterogeneo eppure potenzialmente maggioritario, in attesa di trovare nuovi punti di riferimento:
un universo volatile e per questo incontrollabile.
❜❜
© RIPRODUZIONE RISERVATA
SHANGHAI — È soddisfatto per un risultato che ritiene «straordinario», visto
che il Pd aumenta il bottino
ed espugna un numero di
Comuni superiore a quelli
che governava, visto che con
Grillo «è finita 20 a 1, altro
che frenata», ma allo stesso
tempo Matteo Renzi ammette apertamente che la
perdita di Livorno, tradizionale roccaforte rossa, le
sconfitte di Perugia o Potenza, hanno un valore che è da
registrare, da non sottovalutare: significano che i cittadini ormai votano in base ai
risultati, alle esperienze
concrete di governo, alla capacità di mantenere le promesse fatte in campagna
elettorale.
A margine dei colloqui
con le istituzioni del Vietnam, nel suo primo giorno
di visita in Asia, il presidente
del Consiglio trova il tempo
di fare un’analisi informale
del voto amministrativo.
Analisi sganciata dalla sua
partecipazione, minima, agli
ultimi giorni di campagna
elettorale, piuttosto ancorata al significato di un voto
amministrativo che per lui
significa una cosa sola: «Sono finite le posizioni di rendita, non ci sono più roccaforti», ovvero non ci sono
più posizioni che possono
essere tramandate da un
candidato a un altro.
Il voto amministrativo
non è quello Politico, contano le persone prima che i
partiti, quello che hanno realmente realizzato. «Il grado
di aderenza alla realtà della
buona amministrazione è
sempre più alto», come è
giusto che sia, lascia intendere Renzi, nei saloni dello
storico albergo della capitale
vietnamita, quel Sofitel Legend che è un landmark del
Paese che fa concorrenza alla
Cina per capacità di attrarre
imprese europee manifattu-
riere e che con Pechino vive
da alcuni mesi una progressiva crisi diplomatica.
Renzi vorrebbe minimizzare, lasciare ad altri l’analisi
del voto, il ballottaggio, ai
suoi occhi, mentre si appresta ad incontrare lo stato
maggiore della nomenklatura cinese (oggi sarà a
Shanghai, domani a Pechino), è comunque un segno
minoritario di un trend che
si è già espresso alle Europee. Lui, in quella occasione,
ci ha messo la faccia, ha rilanciato l’idea di un Paese
che può voltare pagina e fare
riforme mai fatte prima. È
stato premiato, con un record di consensi, al di sopra
di ogni aspettativa. Se nel
secondo turno delle Amministrative ci sono anche risultati in chiaroscuro, com-
Le differenze
Secondo Palazzo Chigi
nel voto delle città non
conta l’idea del Paese
ma la capacità dei sindaci
presa la perdita di Livorno,
poco male: siamo in piani
completamente diversi, fa
intendere.
Alle elezioni europee, come avverrà alle Politiche,
conta una certa idea del Paese, nella città vale ben altro,
le capacità dei sindaci, delle
singole persone, dei singoli
candidati e in questo quadro
poco male se ci sono da
commentare anche risultati
negativi. Livorno è il primo e
bisogna solo essere sinceri:
il candidato del movimento
di Beppe Grillo, «è stato bravo, ha fatto bene», ha in sostanza convinto più del candidato del Partito democratico. Eppure è inutile fasciarsi la testa, «Grillo ha
vinto uno solo dei ballottaggi in cui era in corsa», dunque poco male, il risultato
del Pd è comunque lusin-
I sindaci
uscenti
Vercelli
«Con Grillo è andata 20 a 1, altro che frenata»
La Nota
Padova
Cremona
Centrodestra
Forlì
Pesaro
Ascoli Piceno
Firenze
Perugia
Terni
Pescara
Teramo
Foggia
Campobasso
Bari
Sassari
Potenza
Tortolì
Caltanissetta
I sindaci dei capoluoghi
Firenze
Reggio Emilia Prato
Sassari
Ferrara
Forlì
Pesaro
Dario
Nardella
Luca
Vecchi
Nicola
Sanna
Tiziano
Tagliani
Davide
Drei
Matteo
Ricci
Matteo
Biffoni
59,2% 56,4% 58,2% 65,3% 55,6% 54,3% 60,5%
Campobasso Bergamo
Cremona
Pescara
Antonio
Battista
Giorgio
Gori
Gianluca
Galimberti
Marco
Antonio
Alessandrini Decaro
50%
53,5% 56,3% 66,3% 65,4% 63,1% 59,5%
ghiero.
Ci sarebbe da aggiungere
che lui, a differenza del voto
europeo, non vi ha messo la
faccia, è rimasto un passo
indietro: si è goduto quel record del 40,8% dei voti che
L’analisi
Per Renzi a Livorno
il candidato M5S ha
convinto di più di quello
pd, «è stato bravo»
Bari
non sarà una rendita ma su
cui è possibile mettere una
«residenza», secondo
l’espressione che ha coniato,
appena chiuse le urne del
voto per il Parlamento di
Bruxelles.
Di sicuro una cosa non
vuole sentire e non condivide. L’idea che ci sia un vecchio Pd che perde e uno
nuovo che vince, che la responsabilità di alcune defaillances sia da attribuire a
una classe dirigente che non
è renziana; un’interpretazio-
Modena
Terni
Gian Carlo
Muzzarelli
Leopoldo
Di Girolamo
ne, autorizzata da alcuni dei
suoi, che lo trova freddo
quanto contrario: «Il Pd è
uno solo e lottiamo tutti per
lo stesso risultato, non ci sono mondi vecchi e nuovi, ci
sono solo candidati più o
meno bravi». Una visione
laica che lo autorizza a dire a
concludere in modo pratico,
così: «Ci siamo presi il Piemonte e la Lombardia, e Forza Italia ha fatto la fine che
ha fatto».
Marco Galluzzo
© RIPRODUZIONE RISERVATA
L’intervista Guerini: «In molti casi abbiamo vinto, in altri perso. Non esistono roccaforti»
«Non ci sono Comuni che valgono di più
Ora apriremo a nuovi protagonisti»
Il vicesegretario dem: Livorno e Perugia?
A volte le scelte sono contraddittorie
ROMA — «No, non è vero che il Pd
ha frenato. Abbiamo vinto le elezioni».
La valanga renziana si è fermata,
onorevole Lorenzo Guerini.
«Parlare di un risultato non soddisfacente significa non tenere conto dei
dati reali, che sono straordinari. Alle
Europee il Pd ha preso il 40,8 per cento,
abbiamo vinto in tantissimi comuni al
primo turno e anche al ballottaggio».
Ma avete perso Livorno, Civitavecchia, Perugia, Padova, Urbino...
«Governavamo in 128 comuni sopra
i 15 mila abitanti e ora siamo a 160, nei
capoluoghi passiamo da 15 a 20 e abbiamo strappato tre Regioni al centrodestra: Sardegna, Piemonte e Abruzzo».
Non brucia la sconfitta di Livorno?
«Brucia, ma il numero delle vittorie è
più ampio. Lo dico con una battuta e
con pieno rispetto per una storia che è
patrimonio di tutto il Pd. Abbiamo perso l’Impero romano, possiamo ben perdere Livorno! Il tema adesso è rimboccarci le maniche per riconquistarla».
Non vi interessano più le roccaforti
rosse?
«Il mio punto di vista è che non ci
sono roccaforti, non c’è un comune che
vale più di un altro. Nessun risultato è
acquisito in partenza, l’elettorato di
volta in volta decide a chi consegnare la
fiducia in base ai programmi o ai risultati del governo locale».
❜❜
La città simbolo
Abbiamo perso
l’Impero romano,
possiamo ben perdere
Livorno! Il tema
adesso è rimboccarci
le maniche
per riconquistarla
Corriere della Sera Martedì 10 Giugno 2014
Primo Piano
italia: 51575551575557
3
#
Il retroscena Uno parla di «spine», l’altro chiede una «riflessione profonda»
I nuovi
eletti
Centrodestra
Centrosinistra
Movimento 5 Stelle
FdI-An
Liste civiche
Liste
civiche
Centrosinistra
19
1
Verbania
1 1
5
Bergamo
Biella
Cremona
FdI-An
M5S
Ferrara
Pavia
Reggio
Emilia Modena
Prato
Livorno
E l’ala sinistra vuole una «rigorosa analisi» dei risultati
Padova
Vercelli
Centrodestra
Forlì
Pesaro
Ascoli Piceno
Firenze
Perugia
Terni
Pescara
Teramo
Foggia
Campobasso
Bari
Sassari
Potenza
Tortolì
Nei Comuni più grandi
Chi ha vinto nei 243 centri (inclusi i capoluoghi)
sopra i 15.000 abitanti
Centrodestra
Centro41
sinistra
164
Caltanissetta
Liste
civiche
Altri
M5S
10
25
3
Pavia
Verbania
Massimo
Depaoli
Silvia
Marco
Marchionini Cavicchioli
Biella
Vercelli
Caltanissetta Livorno
Potenza
Maura
Forte
Giovanni
Ruvolo
Dario
De Luca
Filippo
Nogarin
53,1% 77,9% 59,2% 67,5% 64,3% 53%
Ascoli Piceno Perugia
Padova
Teramo
Foggia
Tortolì
Guido
Castelli
Massimo
Bitonci
Maurizio
Brucchi
Franco
Landella
Massimo
Cannas
Andrea
Romizi
58,9% 58%
53,5% 51,5% 50,4% 30,7%
40,8
58,5%
CORRIERE DELLA SERA
la percentuale ottenuta dal Partito democratico
alle Europee del 25 maggio: sul territorio
nazionale, nelle cinque circoscrizioni,
per il Pd hanno votato oltre 11 milioni di elettori
(l’affluenza alla consultazione
per il Parlamento Ue è stata del 58,68 %).
Alle Politiche dello scorso anno i voti per i Democratici alla Camera sono stati 8,6 milioni
Livorno è il simbolo di una storia
che voi renziani non sentite vostra?
«Non è che Livorno o Perugia non ci
interessano, ma dobbiamo viverla laicamente. Il risultato del Pd va letto nella
sua complessità. Non mi permetto di
banalizzare, però dobbiamo fare i conti
con una realtà profondamente cambiata. Gli italiani votano in modo libero e
in alcuni casi contraddittorio».
Il M5S vince in asse con la sinistra.
Problemi sul fronte alleanze?
«Voglio vedere alla prova del governo una coalizione spuria, che tiene insieme grillini, sinistra e Fratelli d’Italia...».
Parliamo del Pd, vicesegretario.
Per Gianni Cuperlo è un errore accusare la vecchia guardia: non si può dire che si vince con i candidati renziani
e si perde con gli altri.
«Questa è una forzatura, una lettura
semplificata. Trovo sbagliato porre la
questione in questo senso. C’è un Pd
che in molti casi ha vinto e in alcuni ca-
Le critiche di Bersani e Letta
Il voto riapre le ferite nel Pd
Portavoce Lorenzo Guerini, 47
anni, è vicesegretario e portavoce del Partito democratico.
Deputato, è stato sindaco di Lodi
dal 2005 al 2012
ROMA — Se la vittoria storica del 25 maggio aveva pacificato il partito e silenziato i capicorrente, il risultato in chiaroscuro dei ballottaggi riapre
antiche ferite e rianima la minoranza. Il tentativo di alcuni
renziani di spaccare il Pd tra
nuova guardia che vince e vecchia guardia che perde ha colpito nell’orgoglio l’ala sinistra
del partito, che ora chiede a
Matteo Renzi una riflessione
profonda sulla natura del partito e sulla gestione delle realtà
locali. All’ultima direzione il
silenzio dei «big» rottamati
era stato assordante, ieri invece si sono fatti sentire uno dopo l’altro, per rimarcare quanto dolorosa sia stata la perdita
di storiche roccaforti e sottolineare, più o meno esplicitamente, che il Pd ha un problema a sinistra. «Ci sono delle
spine — chiede di studiare “a
fondo” la situazione Pier Luigi
Bersani — e Livorno è una di
queste». Dove il non detto, per
i bersaniani, è che dove la sinistra non va a votare il Pd perde.
Persino Enrico Letta, che
non era mai intervenuto nel
dibattito politico nazionale
dalla traumatica staffetta con
Renzi, a margine di un seminario a Pisa ha commentato il
dato meno felice dei ballottaggi: «La sconfitta del Pd a Livorno merita una riflessione profonda, perché del tutto inattesa». E Perugia, Padova, Potenza? L’ex premier non entra nel
merito delle sconfitte incassate dal suo partito, ma da toscano insiste su Livorno: «È la
sconfitta più clamorosa e non
solo per il suo valore simbolico, per questo credo che necessiti di una riflessione nazionale».
Parole che suonano molto
distanti dalla posizione di
Renzi, che dal Vietnam ha definito «straordinario» il risultato. Anche questa volta il premier tira dritto sulla via della
rottamazione e non si volta indietro. «Dove non abbiamo
creato cambiamento abbiamo
perso — è il ragionamento che
ha condiviso con i suoi —. Paghiamo un prezzo dove siamo
stati individuati come un partito strutturalmente al potere». Per lui non esistono città
«rosse» e non esistono roccaforti: il voto di domenica di-
si ha perso. Leggiamola come una vittoria e non apriamo una discussione tra
maggioranza e minoranza del partito».
Prima dei ballottaggi eravate pronti alle gestione unitaria, ora ripenserete la segreteria?
«Assolutamente no, il risultato è positivo e il percorso della gestione unitaria resta intatto. Non vedo ostacoli. Lo
dico molto francamente, a me questo
approccio in base al quale sembra che
dobbiamo fare una seduta di autocoscienza collettiva perché abbiamo perso alcuni comuni pare figlio di un atteggiamento autolesionista, che ogni
tanto riaffiora. Lavoreremo insieme per
farci trovare pronti fra cinque anni o, in
alcuni casi, anche prima».
È mancato l’effetto Renzi perché il
premier non ci ha messo la faccia?
«Matteo si è speso con grande generosità ed efficacia alle Europee e nel primo turno delle Amministrative e la sua
presenza nella campagna è stata determinante per la vittoria. Gli impegni di
Gli sconfitti
Livorno Marco Ruggeri, 39
anni, sconfitto col 46,5%
Perugia Wladimiro Boccali,
44 anni, si è fermato al 42%
Padova Ivo Rossi, 59 anni, al
ballottaggio ha preso il 46,5%
governo non gli hanno consentito di
partecipare ai ballottaggi, ma abbiamo
mobilitato il partito a livello locale perché le Amministrative si basano su dinamiche del territorio».
Avete perso dove non avete rottamato abbastanza?
«La tematica del cambiamento si è
sentita con forza, qualche difficoltà c’è
stata e ne ragioneremo con i dirigenti
locali. Ci sono realtà in cui si è perso e
che hanno un valore importante, ma è
la democrazia. Limitarsi a questa lettura è una operazione sbagliata. Il Pd è un
partito sano, che ha avuto un grandissimo consenso anche grazie a un leader
su cui gran parte del Paese ha investito
le sue speranze».
Perché Ruggeri a Livorno non ce
l’ha fatta?
«Ogni situazione è una storia a sé, in
molti casi non siamo stati capaci di
comporre una proposta complessiva
vincente».
E Padova? Colpa del Mose o dell’ex
mostra che le rendite di posizione non valgono più e che il
Pd i voti deve andarseli a cercare di volta in volta, anche a
destra e senza puzza sotto il
naso. Una strategia molto distante da quella che la minoranza ex diessina ha portato
avanti per anni.
L’ala sinistra chiede di affrontare già nell’assemblea di
sabato una rigorosa analisi del
voto e contesta l’approccio dei
renziani, i quali insistono nel
buttare la croce sulle spalle
della vecchia guardia. Dario
Nardella, sindaco di Firenze, la
mette così: «Il risultato negativo si è verificato nelle città dove il Pd non si è rinnovato».
Giudizi che Gianni Cuperlo
contesta con forza. In un post
accorato su Facebook scrive
che «alcune ferite pesano e
bendarsi gli occhi è ingiusto»
e si dice colpito da alcuni commenti dei renziani: «Davvero
c’è chi pensa si possa dire che
si vince dove il corso renziano
si è fatto strada e si perde altrove? E quale sarebbe la vecchia guardia da rottamare?».
Marco Ruggeri, il «dem» sconfitto a Livorno, «ha l’età di
Renzi» ricorda l’ex sfidante
delle primarie, Wladimiro
Boccali (Perugia) ne ha poco
più di 40 e quando si perde «la
prima cosa da fare non è preoccuparsi di dire che ha perso
“uno degli altri”».
Al Nazareno assicurano che
le reazioni a catena innescate
dai ballottaggi non avranno ripercussioni sulla nuova segreteria a gestione unitaria, la cui
composizione Renzi annuncerà entro sabato. Eppure i nomi
ballano. Prima di indicare le
sue scelte Cuperlo aspetta un
incontro con Renzi. Uno dei
nodi è che il leader non vuole
in squadra chi ha fatto parte
della segreteria di Bersani, come Nico Stumpo o Matteo Orfini. Anche la questione della
presidenza si è riaperta. La lettiana Paola De Micheli, partita
favorita, sa che niente è ancora
deciso: «Sono una donna di
partito, il resto lo vedremo...».
E anche l’ipotesi che il successore di Cuperlo possa essere
una figura forte della sinistra
ex ds come Nicola Zingaretti,
appare adesso più lontana.
M.Gu.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
sindaco Zanonato?
«Anche Padova sarà oggetto di riflessione, non per individuare responsabilità ma per costruire le condizioni
per arrivare preparati alle prossime elezioni».
Avete trascurato i territori?
«No, il Pd è il partito più radicato nei
territori. In qualche città dovremo metterci più lavoro e più attenzione, molto
serenamente».
La rottamazione farà altre vittime?
«Dove è necessario faremo dei cambiamenti con coraggio, aprendo il partito a nuovi protagonismi, a una nuova
partecipazione».
D’ora in avanti, solo candidati renziani doc?
«No, la posizione congressuale non
ci interessa. Candideremo le democratiche e i democratici che ci sembreranno più capaci e in grado di ricevere la fiducia degli elettori».
Monica Guerzoni
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Il voto in Sicilia
Caltanissetta
Si impone
l’asse
dem-Udc
PALERMO – (f.c.) A parte la
bruciante sconfitta di
Bagheria dove i Cinque
Stelle battono tutti, in
Sicilia Pd e Udc si
impongono nei ballottaggi
tanto che il segretario
regionale dei Dem, Fausto
Raciti, esulta soprattutto
per avere strappato al
centrodestra Caltanissetta,
il maggior comune in cui si
è votato: «Torniamo ad
essere protagonisti e ci
affermiamo in importanti
amministrazioni come
Monreale e Termini
Imerese». Raciti non lo
dice, ma nel suo partito
molti nutrono una sorda
soddisfazione per il
risultato deludente dei
candidati sui quali puntava
il governatore Rosario
Crocetta con il suo
Megafono. Anche se,
proprio a Termini Imerese,
nella città lasciata dalla
Fiat, è stato riconfermato
Salvatore Burrafato, vicino
a Lumia, leader di questo
movimento da tanti
considerato più un’insidia
alternativa che non una
corrente interna al Pd.
Mentre a Caltanissetta
trionfa con il 64 per cento
Giovanni Ruvolo, un
biologo arrivato ieri in
moto al comitato
elettorale, candidato di Pd,
Udc e Polo civico, anche in
provincia di Catania, ad
Acireale, sembrano
appagati Salvatore D’Alia e
il presidente
dell’Assemblea regionale
Giovanni Ardizzone per il
63,5% di Roberto
Barbagallo, contro il 36,5%
di Forza Italia, certi che «gli
elettori hanno premiato la
scelta dell’Udc per il
cambiamento e la
credibilità dei progetti
amministrativi».
Ma a Monreale, il comune
alle porte di Palermo
famoso per il suo Duomo,
vince il Pd con Piero
Capizzi conquistando il
56,3% dei voti contro il
43,6% di Alberto
Arcidiacono, sostenuto da
Udc, Forza Italia e alcune
civiche. Magro il bilancio
del centrodestra che deve
accontentarsi della
riconferma di Nicolò
Cristaldi a Mazara del
Vallo, dove l’ex presidente
dell’Ars, sostenuto da liste
civiche, ha ottenuto il 59%
contro il 41 dello sfidante
Vito Torrente. Premio di
consolazione, lontano
dalla Sicilia del «61 a 0».
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4
Primo Piano
Martedì 10 Giugno 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
#
Amministrative 2014
Ballottaggi I bilanci
Grillo esulta, «virus inarrestabile»
Asse nell’Ue: Farage, Cameron o Verdi
La festa dopo le polemiche. Giovedì referendum online sull’eurogruppo
Caccia all’alleanza
Summit con il leader
degli indipendentisti
Dopo il risultato
deludente delle elezioni
europee, Beppe Grillo è
volato a Bruxelles con
Davide Casaleggio, il
figlio del cofondatore del
Movimento 5 stelle. La
spedizione è servita per
incontrare Nigel Farage,
il leader degli
indipendentisti britannici
dell’Ukip e valutare la
possibilità di un accordo
tra i due partiti
nell’Europarlamento.
I dubbi
e le nuove trattative
A molti militanti stellati la
possibile alleanza con
l’Ukip non è piaciuta:
Farage viene considerato
troppo di destra,
maschilista e ai confini
con la xenofobia. Grillo
ha dunque aperto altri
tavoli di trattativa. Ha
scritto ai Verdi (che non
vogliono rapporti con
l’Ukip), ai conservatori
moderati dell’Ecr e ai
liberali dell’Alde.
Consultazione online
per la scelta
Una risposta definitiva
su chi saranno gli alleati
europei del Movimento
5 stelle potrebbe
arrivare giovedì,
quando si svolgerà una
consultazione online tra
gli iscritti del
movimento. Anche se
l’opzione-Farage resta
la preferita di Beppe
Grillo, è possibile che
venga chiesto il parere
su altre ipotesi.
ROMA — «Un virus inarrestabile». Beppe Grillo canta
vittoria, esulta pubblicamente
sul blog per i nuovi sindaci a 5
Stelle conquistati a Livorno,
Civitavecchia e Bagheria e prova a cancellare la delusione per
il risultato delle Europee. Entusiasmo genuino, certo, per
l’importante scacco al Pd nella
rocca livornese, ma anche un
modo per galvanizzare i suoi,
dopo le polemiche dei giorni
scorsi. E così il Movimento
procede in due direzioni: continuando nella riflessione sulla battuta d’arresto del voto
europeo, come si è fatto ieri
anche nell’assemblea parlamentare congiunta (che ha
rinviato il voto sulle proposte
dei gruppi di Camera e Senato), ma anche preparando le
prossime mosse. Tra le quali,
sarà fondamentale lo schieramento in Europa, mossa identitaria e strategica, anche in
chiave interna.
Ieri si era diffusa la voce di
un altro incontro con il leader
britannico dell’Ukip Nigel Farage, che avrebbe dovuto tenersi oggi. Il vertice era effettivamente previsto per oggi a
Bruxelles, ma nel frattempo
sono arrivate nuove nuvole all’orizzonte. I no dei tedeschi di
«Alternative für Deutschland», dei «Veri Finlandesi» e
dei danesi di «People’s party»
stanno rendendo più difficile
la formazione di un eurogruppo (servono 25 parlamentari
di almeno sette Paesi). Per
questo c’è chi dice che i 5 Stelle
si stiano orientando a mettersi
in ditta con l’Ecr, il gruppo dei
conservatori e riformisti tra i
quali si colloca anche il premier britannico David Cameron. Ma c’è anche una battaglia interna da combattere.
Con la solita tattica: si esalta la
democrazia diretta e la si condiziona dall’alto. E così i contatti di queste ore serviranno
proprio per costruire la lista
delle opzioni che giovedì, salvo contrordini, sarà sottoposta
alla Rete. I militanti 5 Stelle dovranno esprimersi su quale
gruppo preferiscano in Europa. Le opzioni dovrebbero essere Farage, l’Ecr e i Verdi.
Qualcuno ipotizza che possa
rientrare dalla finestra Marine
Le Pen, ma dalla Comunicazione sono pronti a scommettere
che non sarà così, visto che
Grillo sul Front national si è
espresso più volte negativamente.
Ma la questione europea
non è ovviamente l’unica sul
tappeto. C’è la riflessione sul
voto. Si può gioire per Livorno,
Civitavecchia, Montelabbate e
Bagheria? Si può, ma ricordandosi che si tratta di pochi Comuni e che il #vinciamopoi è
ancora tutto da costruire. Così
come è da costruire la nuova
immagine dei 5 Stelle, annun-
In Europa
Dopo i no degli
euroscettici tedeschi e
danesi più difficile
il gruppo con Farage
Comunicazione
Presentato il nuovo
staff: resta da capire se
la svolta «moderata»
nei toni sarà reale
Il sindaco M5S contestato dai suoi
A Parma la frattura è ufficiale
Nasce il gruppo anti Pizzarotti
Sindaco
Federico
Pizzarotti, 40
anni, negli
ultimi mesi
ha avuto diversi contrasti con Beppe Grillo
Aria di scissione tra i pentastellati di Parma. Con una
nota firmata da anonimi «Amici di Beppe Grillo di Parma
e provincia», arriva una dissociazione dura dall’operato
della giunta comunale («Sempre più lontana dai principi
del Movimento Cinque stelle») accusata di essere chiusa
in sé stessa, scollata dalla base, e poco interessata al
candidato parmigiano a Cinque Stelle alle Europee,
risultato poi non eletto. Quanto al sindaco, è accusato di
«mettere in imbarazzo» il movimento con i suoi
«personalismi». Ma il M5s difende il sindaco. E lo fa con
una nota ufficiale che respinge l’ipotesi di correnti nel
Movimento. Mentre secondo il capogruppo in Comune
Marco Bosi «non c’e’ sostanza, non c’è concretezza né
verità nel comunicato che ho letto. Solo opinioni di chi
non conosce i confini del realizzabile e dell’irrealizzabile.
Amministrare è quel confine».
ciata il 5 giugno sul blog. Il
nuovo Movimento smetterà i
panni da descamisados della
politica e diventerà «una forza
di governo responsabile e moderata nei toni». L’ammissione
di «errori» nella comunicazione era stata fatta da Beppe
Grillo e Gianroberto Casaleggio in persona ed era contestuale a una riorganizzazione
dello staff. Ieri in assemblea si
sono presentati i nuovi capi:
alla Camera arriva Ilaria Loquenzi (già ufficio stampa romano), che si affianca a Nicola
Biondo. Quest’ultimo, chiamato per comunicare, è stato
spesso in posizione conflittuale con la stampa, costruendo
dossier sui cronisti, e potrebbe
anche fare un passo indietro.
Al Senato, invece, ha fatto il
suo esordio da capo della Comunicazione Rocco Casalino,
che prende il posto di Claudio
Messora, volato in Europa.
Resta da capire se la svolta
«moderata», almeno nei toni,
sarà reale o è stata solo un modo per placare l’insoddisfazione dentro il Movimento. L’area
di disagio sicuramente ha
un’arma in meno per contestare il duo Grillo-Casaleggio, ma
non è detto che le ammissioni
di colpe bastino per evitare
contraccolpi. Così come sarà
da verificare l’atteggiamento
di Federico Pizzarotti. Il sindaco di Parma si è trovato spesso
in disaccordo con Grillo nei
mesi scorsi, finendo quasi per
essere scomunicato, e potrebbe fungere da collettore per
l’area della dissidenza. Anche
perché nella sua Parma il livello dello scontro si alza. È di ieri
la notizia della presa di distanza da Pizzarotti di pochi militanti scissionisti, che hanno
fondato un nuovo gruppo, gli
«Amici di Beppe Grillo di Parma». Il gruppetto, il cui numero oscilla a seconda delle versioni da 5 a 20 su 80, contesta
la timidezza nella chiusura
dell’inceneritore e l’adesione
di Parma all’Expo.
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Ingegnere
Filippo Nogarin, 44 anni,
ieri ha fatto la
sua prima
conferenza
stampa da
sindaco(sopra). A sinistra
con il simbolo
dei No Tav (Liverani, Ansa)
Alessandro Trocino
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Il sondaggio Il 30% dei sostenitori boccia l’intesa con gli inglesi dell’Ukip. E per il 30% Grillo e Casaleggio dovrebbero lasciare ad altri la guida
MA UN ELETTORE DEL MOVIMENTO SU DUE NON VUOLE ALLEATI
di Nando Pagnoncelli
rale: 5,8 milioni di voti, cioè poco
più di un elettore su cinque (21,2%)
tra quelli che si sono recati alle urne
e all’incirca uno su 9 (11,8%) se si
considera l’intero corpo elettorale.
Rispetto allo scorso anno sono
mancati all’appello circa 2,9 milioni
di elettori. Le aspettative alle Europee erano indubbiamente molto
elevate: vincere le elezioni ripetendo il grande successo dello scorso
anno e vincere la sfida contro Renzi,
opinione? Innanzitutto è la conseguenza della tripolarizzazione dello
scenario politico: con l’eccezione di
Renzi, che ha un consenso molto
trasversale, i leader politici sono destinati a radicalizzare le opinioni e a
coalizzare nei giudizi negativi elettori diversi e avversari tra loro. E ciò
accade in contesti caratterizzati da
campagne molto aggressive nelle
quali i toni sono esasperati e non
mancano attacchi personali ed insulti. Il secondo motivo potrebbe
essere ricondotto, in una sorta di
contrappasso, alle aspettative di rigore, responsabilità e coerenza suscitate proprio da Grillo e Casaleggio e dal loro movimento. In questa
fase di assestamento post-elettorale
è difficile immaginare quale potrebbe essere la traiettoria politica
del M5S; nell’immediato futuro il
tema delle alleanze in sede europea
può avere ripercussioni sulla tenuta
dell’elettorato di Grillo. L’ipotesi di
accordo con il partito della destra
antieuropea Ukip guidato da Nigel
Farage, secondo i più (47%) potrebbe determinare un indebolimento
del M5s e una perdita importante di
elettori. Un quarto degli intervistati
(27%), al contrario, ritiene che i
grillini capirebbero e si adeguerebbero a questa scelta senza tanti problemi, in virtù dell’elevata fiducia
che ripongono nel loro leader. Va
sottolineato che una quota rilevante
(31%) di elettori pentastellati consi-
dera rischiosa in termini di consenso questa eventualità. Di fronte alle
diverse ipotesi di cui si sta discutendo, quasi un elettore su due (46%)
ritiene che la scelta più conveniente
per il M5S sia quella di non fare alleanze con nessuno, il 24% considera
più opportuno un accordo con i
Verdi e i 10% con Farage. Tra gli eletD’ARCO
In Europa
1
Negli ultimi giorni Grillo ha manifestato l’intenzione, per contare di più in Europa, di allearsi
con Farage, il leader del partito di destra anti-europea che ha vinto le elezioni in Inghilterra.
Secondo lei, se questa alleanza andasse in porto, la maggioranza degli elettori del M5s...
Capirebbe e vi si adeguerebbe
senza tanti problemi
La riterrebbe inaccettabile e si
allontanerebbe definitivamente
dal Movimento
Non sa, non indica
Totale elettori
Scenari
in una competizione fortemente
personalizzata. Una parte rilevante
della pubblica opinione era convinta che il movimento avrebbe mietuto consensi, probabilmente fuorviata dall’enfasi mediatica riservata
al M5S e, soprattutto, dai riscontri
su internet, i blog e i social network
che, ancora una volta, hanno determinato una forte distorsione
delle percezioni collettive.
Con il rischio di avere «la rete piena e le urne vuote»,
mutuando la famosa citazione di Pietro Nenni. Nonostante il risultato ottenuto
sia stato tutt’altro che modesto (quasi 6 milioni di elettori al
giorno d’oggi sono un capitale di
voti ragguardevole), la maggioranza assoluta degli italiani (56%) lo
considera una bocciatura e ritiene
che Grillo e Casaleggio dovrebbero
farsi da parte, lasciando ad altri la
guida del Movimento. Ed è interessante osservare che tra gli attuali
elettori del M5S una robusta minoranza (30%) sia dello stesso parere.
Come si spiega questa severità di
11%
47%
27%
58%
Elettori
26%
M5s
31%
elezioni europee del 25 maggio, il risultato elettorale raggiunto dal M5s è stato al di sotto
2 Alle
delle aspettative espresse (21,2%) più volte dai leader del Movimento prima del voto. A suo
parere questo voto rappresenta una bocciatura per la leadership di Grillo e Casaleggio?
Sì, dovrebbero lasciare ad altri la
guida del Movimento
No, il risultato del Movimento
è stato comunque buono
Non sa, non indica
Totale elettori
L
a conquista della poltrona di
sindaco a Livorno e a Civitavecchia nei ballottaggi di domenica scorsa da parte dei
candidati del Movimento 5 Stelle
mitiga in parte la delusione per il risultato alle elezioni europee che è
stato al di sotto delle attese espresse
da Beppe Grillo in campagna eletto-
2%
56%
30%
35%
Elettori
M5s
8%
69%
tori del Movimento prevalgono nettamente (56%) gli oppositori ad
ogni alleanza in sede europea, coerentemente con la strategia adottata
a livello nazionale, volta a sottolineare l’unicità del M5S rispetto a tutti
gli altri soggetti politici; i restanti
elettori si dividono in parti quasi
uguali tra sostenitori di Farage e dei
Verdi. In questi giorni si è parlato di
contatti anche con altri gruppi (Ecr
e Alde) e probabilmente gli elettori
sarebbero interessati a saperne di
più riguardo ai contenuti dei possibili accordi, soprattutto quando ci si
confronta con soggetti politici molto diversi dal proprio. Finora, sorprendentemente, gli incontri non
sono stati trasmessi in streaming, a
differenza di quanto avvenuto in occasione di quelli con Bersani, Letta e
Renzi. E la coerenza rappresenta un
punto di forza e un tratto distintivo
del M5S e dei suoi esponenti a cui
sarebbe rischioso rinunciare perché, sempre citando Pietro Nenni,
«a fare a gara a fare i puri, troverai
sempre uno più puro che ti epura».
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Corriere della Sera Martedì 10 Giugno 2014
Primo Piano
italia: 51575551575557
5
#
Il ritratto Il neo sindaco di Livorno: selezione pubblica degli assessori
Ingegnere e ambientalista
il ciclone Nogarin:
sono io quello di sinistra
«Noi con l’Ukip? Manipolazioni della stampa»
DAL NOSTRO INVIATO
LIVORNO — L’uomo che ha fatto
crollare l’ultimo muro rosso d’Italia è
un ambientalista convinto, uno che votava i Verdi, qualche volta i Radicali,
«una volta da giovanissimo perfino Democrazia Proletaria». «Anche se non
ho mai fatto politica nei partiti, sì, io
sono di sinistra. Vengo da lì. A Livorno
il Movimento Cinque Stelle, che dopo
68 anni ha scippato agli eredi del Pci la
città natale del partito, ha il volto mite e
pacioso di Filippo Nogarin, 44 anni a
settembre, ingegnere aerospaziale, libero professionista in città ma residente a Castiglioncello, venti chilometri
più a sud lungo la costa.
Altro che fascisti, dice lui: «Noi siamo quelli che si battono contro gli F35,
contro l’omofobia, contro lo strapotere
delle banche e in difesa della Costituzione antifascista». Guai per esempio a
parlargli di Farage. «Non abbiamo fatto
nessuna alleanza in Europa, queste so-
Paolo Virzì
Il commento del regista di
Livorno: «È stata una risposta
rabbiosa della città, ha vinto
il risentimento»
I dati
Sono 11 i centri
a guida stellata
1
Con i ballottaggi
dell’ultima tornata
amministrativa,
i Comuni guidati
da esponenti del
Movimento 5 stelle
sono saliti a undici.
Il primo consigliere
comunale eletto dagli
stellati fu a Treviso,
dove nel 2008 il
movimento si aggiudicò
il 3,6%.
Le vittorie
in tre capoluoghi
2
Con la clamorosa
vittoria a Livorno,
guidata per quasi 70
anni da amministrazioni
di sinistra, sale a tre
il numero dei Comuni
capoluogo amministrati
dal Movimento. Il primo
successo fu quello di
Pizzarotti a Parma nel
2012, seguito nel 2013
da Piccitto a Ragusa.
Quattro Comuni
alle elezioni 2014
3
Nella tornata
amministrativa appena
conclusa il Movimento 5
stelle ha guadagnato la
guida di quattro Comuni.
Al primo turno,
Montelabbate (nelle
Marche); al ballottaggio,
oltre a Livorno, anche a
Bagheria con Patrizio
Cinque e a Civitavecchia
con Antonio Cozzolino.
21,1
la percentuale ottenuta dal Movimento 5
stelle alle Europee del 25 maggio
Un dato in discesa rispetto alle Politiche
del febbraio 2013, quando i pentastellati
superarono il 25%, affermandosi come
primo partito nei voti espressi in Italia
Il Movimento avrà 17 deputati
al Parlamento europeo
no manipolazioni di voi giornalisti». E i
voti della destra cittadina arrivati per
dare la spallata ai «rossi»? Nessun imbarazzo. «Anche perché il Pd non è più
un partito di sinistra». «Anzi, facciamo
così — dice il neosindaco, indicandosi
la testa scottata dal sole —: se il Pd è di
sinistra io ho i capelli rasta».
Nogarin ha già spiegato di voler scegliere i futuri assessori attraverso una
selezione pubblica delle candidature. I
livornesi inviano il curriculum e lui con
una commissione di saggi sceglierà i
profili giusti per le poltrone giuste.
Modello Pizzarotti. «Dovrò fare la conta
delle macerie», dice riferendosi all’eredità, «disastrosa», lasciata dalle amministrazioni precedenti. Prima il lavoro,
in una città che ha il tasso di disoccupazione più alto della Toscana. E poi no
al progetto del nuovo ospedale e sì invece a un po’ di concorrenza tra la grande distribuzione per rompere con il
«monopolio» della Coop. Esselunga,
per dire, da queste parti, non è mai riuscita ad arrivare. «Noi siamo per il piccolo commercio, ma ho detto in campagna elettorale che a fianco di una coop un giorno sarebbe bello potesse anche nascere un altro marchio, tutto
qui».
L’ultimo tabù da rompere è quello
del campanile. Con Pisa bisogna lavorare insieme. «Gli sfottò, le prese in giro piacciono a tutti e anche a me. Però
noi si deve lavorare con loro. Loro hanno l’aeroporto e noi il porto, bisogna
fare sistema».
Poco pallone e tanta vela. Appassionato di fotografia, cucina e letteratura.
Dopo la notte del trionfo è arrivata la
telefonata di Grillo. «Belin, mi devi 50
euro, mi ha detto». Una scommessa?
«No, non ve lo dico, è un segreto tra me
e lui». E poi quell’altra telefonata, il papà Bruno che gli confessa il proprio orgoglio per il «figliolo diventato sindaco». Non se l’aspettava nessuno in città. In pochi conoscono Filippo. È di
fuori ed era fuori dai giri che contano.
La condizione di outsider lo ha portato
dritto alla vittoria.
Ieri sono arrivati anche le congratulazioni del vescovo Simone Giusti.
«Complimenti per questa storica vittoria, ora non si lasci abbattere dalla difficoltà». Assai meno tenero il commento
del day after di un altro livornese illustre come Paolo Virzì: «È stata una risposta rabbiosa della città, ha vinto il
risentimento». La guerra dentro il Pd e
il mancato ricambio generazionale del
partito hanno fatto il resto, sostiene il
regista di Ovosodo. «Quello livornese è
un Pd ancora poco renziano, chiuso e
autoreferenziale», attacca da pochi chilometri di distanza un sindaco dem che
ce l’ha fatta, Lorenzo Bacci da Collesalvetti. Ha vinto Grillo o ha perso il Pd?
Nogarin è salomonico: «Hanno vinto i
livornesi: gente straordinaria, capace di
guardare avanti. E anche il fenomeno
Renzi presto si sgonfierà».
Andrea Senesi
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Il caso Il giovane Cinque, candidato del Movimento, ha ottenuto il 69,7%
La conquista di Bagheria
con una maggioranza bulgara
BAGHERIA (Palermo) — Con la sua
aria scanzonata, celiando sul cognome
che coincide con il partito di Grillo nel
quale ha cominciato la vita politica, Patrizio Cinque, 29 anni fra pochi giorni,
laurea in Comunicazione, sfiorando un
clamoroso 70 per cento, 69,77 per
l’esattezza, ha spodestato con i Cinque
Stelle la tormentata città di Renato Guttuso e Giuseppe Tornatore, di Dacia Maraini e Vittoria Alliata, del poeta Ignazio
Buttitta e di altri grandi artisti amareggiati dal disastro dell’abusivismo, dalle
ferite della malapolitica, dal sopruso dei
mafiosi.
E forse questa somma di problemi
aggrovigliati da anni spiega il trionfo
del ragazzo che sbaraglia una roccaforte
della vecchia Democrazia cristiana e gli
eredi di un Partito comunista che negli
anni Ottanta vide fra i consiglieri comunali anche il premio Oscar di Baarìa.
La spunta al ballottaggio con 14.574
voti, contro le 6.314 preferenze del centrosinistra, di Daniele Vella, rimasto al
In Rete
Patrizio Cinque, 28 anni, neo
sindaco di Bagheria. È stato
eletto con i 5 stelle, ottenendo
quasi il 70% dei voti (Facebook)
30,23% in una città dove il nuovo sindaco non dovrà però dimenticare di essere
stato eletto da appena il 40 per cento degli aventi diritto al voto. Un astensionismo altissimo. Effetto di una disaffezione che si specchia nella disoccupazione
galoppante, nella difficoltà dei vecchi
leader di dare risposte clientelari, nella
catastrofe delle montagne di immondizia che sfregiano la città un tempo amata dai nobili siciliani.
È esplosa una gran festa in corso Umberto, fino a piazza Vittime della mafia,
un corteo spontaneo poi fermatosi sotto
le finestre del municipio, mentre Vella il
rivale correva da Cinque a complimentarsi. Reciproco fair play. Con il nuovo
sindaco entrato nelle case dei suoi concittadini attraverso il video di «Bagherianews»: «Dopo il momento del confronto e delle inevitabili divisioni, arriva il momento della ricostruzione e della rinascita e ci sarà bisogno del
sostegno e della intelligenza di tutti».
Non volano parolacce e minacce. Tut-
t’altro. D’altronde, Cinque negli ultimi
anni ha lavorato mattina e sera a Palermo, in sala regia all’Assemblea regionale, con i 14 deputati stellati, come loro
consulente per la definizione dei disegni di legge, «dall’ambiente alla sanità»,
stipendio da 1.300 euro netti al mese.
Un impegno costante, un pungolo continuo nel Palazzo del Potere, un esempio poi trasferito in campagna elettorale
con il sorriso temuto da big come Giuseppe Lumia, Antonello Cracolici o altri
leader storici del centrosinistra.
Alle Europee il M5s si era avvicinato
al 30 per cento e per questo Cinque era
certo di farcela, impegnato a tempo pieno sui nodi di un paesone offeso da condomini tirati su a ridosso delle ville nobiliari del Settecento, edifici incollati alla «Villa dei mostri» dove nel 1962 Lattuada girò il «Mafioso» con Alberto
Sordi. Allora provava ad arginare le prime devastazioni il poeta-cantastorie,
Buttitta, mentre il figlio Nino, poi diventato preside di Lettere a Palermo, si
cimentava in politica diventando segretario dei socialisti siciliani. Ed è lui a 81
anni ad esprimere soddisfazione: «Non
credo ai grillini, ma ben venga questo
segno di cambiamento in un paese che è
morto e che forse potrà finalmente sentire il campanello d’allarme».
Felice Cavallaro
© RIPRODUZIONE RISERVATA
A Civitavecchia
Quegli auguri
al vincitore
«sbagliato»
DAL NOSTRO INVIATO
CIVITAVECCHIA — Tra due
litiganti, c’è sempre un
terzo che gode. E così, in
quello che un tempo era
l’impero dei Sensi (Franco,
ex presidente della Roma),
oggi sventola la bandiera a
cinque stelle.
Civitavecchia, 50 mila
abitanti, 70 chilometri
dalla Capitale, è dall’altra
sera una «piccola
Livorno». Non solo per il
porto, ma per la vittoria
del M5s che qui ha il volto
di Antonio Cozzolino, 38
anni, ingegnere, borsa di
tolfa e occhiali con
montatura nera. Ma,
soprattutto, a
Civitavecchia c’è un pezzo
di Pd che frana. Perché,
come ripetono quasi tutti i
cittadini, «è stato un
referendum contro Tidei».
Cioè Pietro, ras della zona,
due volte sindaco, in
politica dagli anni 70, dal
Pci al Pd (nelle cui liste,
alla Camera, ha fatto
eleggere la figlia Marietta),
ricandidato di nuovo nel
2012 e «disarcionato» un
anno dopo dall’uscita dalla
maggioranza di Sel. Gli
stessi che, in queste
elezioni, non lo hanno
appoggiato: «Non gioiamo
— dice Gino De Paolis,
consigliere regionale —
per la vittoria di Grillo ma
è saltato il tappo nel
centrosinistra. Ora si può
ripartire». Ma tutta la città
sembrava ancorata a
vecchi schemi, con la
potentissima Autorità
portuale a fare il bello e
cattivo tempo. Fino al
2012, il sindaco era Gianni
Moscherini (centrodestra)
che proprio dall’Autorità
veniva, ex Cgil, livornese,
«portato» a Civitavecchia
proprio da Tidei. E a queste
elezioni Ncd presentava
Massimiliano Grasso, ex
portavoce sempre
dell’Autorità. E così, tra
due litiganti, è saltato fuori
il terzo, Cozzolino. Grillo,
ieri, lo ha chiamato: «Sei
Nogarin? A no, tu sei
Civitavecchia...». Forse
pensava di parlare con
Livorno, dove è caduto più
di un pezzo locale del Pd.
Ernesto Menicucci
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Primo Piano
Martedì 10 Giugno 2014 Corriere della Sera
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Amministrative 2014
Ballottaggi I bilanci
Da Perugia a Spoleto
la rossa Umbria
si risveglia azzurra
Il segretario regionale pd: sconfitta epocale
Processo a «una sinistra divorata dai clan»
A Casal di Principe
Il ritorno
del medico
anticamorra
«Ho avuto la sfortuna di
vederlo morto quella
mattina, venti anni fa...
Oggi è risorto, sta qui
insieme a noi. Siete tutti
voi don Peppe Diana!».
Così il neo sindaco di
Casal di Principe, Renato
Natale, ha salutato su
Twitter la sua elezione.
Medico, 64 anni,
volontario nei centri a
sostegno degli immigrati
della Caritas, Natale è stato
eletto dopo due anni di
scioglimento del Comune
e di commissariamento
per le infiltrazioni della
camorra. Il medico era già
stato sindaco tra il 1993 e
il 1994, proprio quando fu
ucciso don Giuseppe
Diana. E deve aver saputo
toccare i suoi concittadini,
visto che lo hanno rieletto
con il 68,2% dei voti:
«Sento una responsabilità
enorme ma la comunità
ha espresso voglia di
cambiamento». Giusto
mercoledì scorso il
collaboratore di giustizia
Roberto Vargas raccontò
che «tutti i politici a
Casale sono collusi tranne
Renato Natale che ci ha
sempre combattuto». E
infatti i casalesi gli
gettarono letame davanti a
casa. Prime mosse da
sindaco: «Va ricostruito
l’apparato comunale
indebolito dalle tante
inchieste, in particolare
l’ufficio tecnico».
DAL NOSTRO INVIATO
PERUGIA — «Una sconfitta
epocale e terrificante»: usa queste parole, il giorno dopo, il segretario regionale del Pd umbro
Giacomo Leonelli. Che poi prova
a consolarsi con «Orvieto e Gualdo Tadino strappati al centrodestra», ma la logica del «prendi
due, perdi una» con Perugia funziona poco, qui non si tratta di
fustini per lavatrice, qui c’è
un’intera regione, l’Umbria rossa
e polmone verde d’Italia che in
poche ore è scolorita parecchio.
Altro che rosso sangue o rosso
vermiglio: a Perugia, il capoluogo
di Regione, 180 mila abitanti, il
centrodestra ha vinto per la prima volta dal 1946 e con una percentuale di voti, più del 58 per
cento, che ha il sapore della batosta forte e adesso incorona il sindaco-ragazzino, Andrea Romizi
di Forza Italia, già ribattezzato «il
Renzi della destra».
Ma la debacle è enorme e arriva fino a Spoleto, col suo celeberrimo festival dei Due Mondi, città
consegnata anche qui a un sindaco di centrodestra, Fabrizio Cardarelli. «Sconfitta epocale e terrificante» che si allarga poi a Bastia
Umbra, raggiunge Montefalco,
senza contare Assisi, dove non s’è
votato ma che pur sempre resta
l’inossidabile roccaforte bianca e
perenne dei frati e dei moderati.
«Ora è suonato un bel campanello d’allarme per Catiuscia...»,
accusa Diego Dramane Wague,
scrittore del Mali trapiantato a
Perugia dall’87, tra i fondatori
del Pd cittadino dopo un passato
nella Margherita e apparentatosi
alla vigilia del ballottaggio con il
candidato Romizi di Forza Italia
in aperta polemica con il suo
partito di riferimento. La Catiuscia di cui parla Wague è Catiuscia Marini, la governatrice rossa
dell’Umbria e il «campanello
d’allarme» sta suonando per lei,
perché tra otto mesi qui si voterà
per le Regionali. E quella davvero
sarà la prova del nove: «Il voto di
Perugia mostra un preoccupante
allontanamento dell’elettorato
del Pd dal candidato sindaco
(Wladimiro Boccali, ndr) ma
coinvolge il Pd dell’Umbria nella
sua interezza — ammette Catiuscia Marini — ed impone ora
un’analisi franca e trasparente».
Parole sante. Anche perché «il
preoccupante allontanamento
dell’elettorato del Pd», secondo
Diego Dramane Wague, è dato
dal sistema di potere nato in vent’anni intorno alla nomenklatura
democratica regionale. «Un partito divorato dalle beghe tra clan,
sempre più lontano dalle aspettative delle persone e attento solo
alla distribuzione delle poltrone
e dei posti pubblici», attacca a testa bassa il dissidente italo-maliano che domenica ha spostato
da solo con la sua lista più di 2
mila voti e dice di aver convinto a
votare per Romizi perfino dei
vecchi partigiani. «Catiuscia Marini e Wladimiro Boccali, il sindaco uscente, sono figli diretti di
Maria Rita Lorenzetti e del suo
«Renzi della destra»
Il nuovo sindaco di Perugia, Andrea Romizi, 35 anni, ieri davanti all’ingresso
di Palazzo dei Priori, sede
del comune. Romizi è stato per 10 anni in Consiglio
comunale (Ansa)
Azzurri
Spoleto Fabrizio
Cardarelli, appoggiato
da due liste di
centrodestra, ha vinto
con il 55%dei voti
Bastia Umbra
Stefano Ansideri
si è riconfermato
al ballottaggio con
il 55,8% dei consensi
collaudato modello di gestione...», continua Wague. Già: Maria Rita Lorenzetti, la zarina di
Foligno, deputata del Pci nel lontano ‘87 e poi dal 2000 eletta governatrice dell’Umbria per due
mandati, al centro di un sistema
complesso di interessi e di relazioni, finita un anno fa agli arresti
domiciliari (poi revocati) nell’ambito dell’inchiesta sul passante del Tav in costruzione a Firenze.
E sebbene il sindaco uscente di
Perugia, Boccali, adesso si assuma «interamente la responsabilità» della sconfitta, Marina Sereni,
vicepresidente della Camera e
parlamentare umbra di spicco
del Pd, sembra guardare oltre:
«Nel Paese la geografia politica è
cambiata. Per la sinistra non esistono più da tempo zoccoli duri
né zone sicure. Ma il Pd e il centrosinistra vincono là dove riescono ad interpretare la voglia di
cambiamento». Al Pd umbro, insomma, servirebbe un Renzi. «I
mali del partito io li conosco bene
— conclude con un sorriso Wague il Dissidente —. Se Matteo
vuole, sono a disposizione».
Fabrizio Caccia
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Il caso Unico sindaco di Fratelli d’Italia, De Luca ha sfiorato il 60%. Ma il Pd ha ottenuto 19 consiglieri su 32
Paradosso a Potenza, il vincitore senza maggioranza
ROMA — L’ingegnere civile Dario De Luca è il nuovo
sindaco di Potenza. Il primo
(e unico) sindaco espresso da
Fratelli d’Italia. Nemmeno lui
riesce ancora a crederci.
Entrato per un soffio al ballottaggio, De Luca è partito
con il 17 per cento delle preferenze al primo turno e domenica scorsa ha sfondato il traguardo con quasi il 60 per
cento. Luigi Petrone, l’avversario, non si è schiodato dal
40 per cento. Attonito. Lui,
come tutto l’apparato del Pd
che lo aveva sostenuto e che
ieri ha passato la giornata in
dolorose autocritiche e inquietanti interrogativi: come
è potuto succedere?
L’ingegnere civile Dario De
Luca si appresta a governare il
capoluogo della seconda regione più povera d’Italia con
un carico d’entusiasmo e un
groviglio di maggioranza in
giunta. Meglio: senza avere la
maggioranza nella giunta di
cui sarà sindaco. Già, proprio
così, c’è l’effetto paradosso.
Tutta colpa della legge elettorale: al primo turno il Pd ha
preso il 56 per cento di preferenze, il suo candidato il 48.
Ma quel 56 per cento ha fatto
sì che al Pd venissero affidati
subito 19 consiglieri sui 32
previsti.
Lui, il sindaco De Luca, alza
le spalle: «Non mi preoccupa
questa situazione. Sono stato
eletto in maniera trasversale
dai cittadini e sono convinto
che riuscirò a parlare a tutti
dentro la mia giunta. Del resto sono stato eletto proprio
Voto disgiunto
Due settimane fa i dem
avevano preso il 56%,
ma il loro candidato
sindaco solo il 48%
per questo, perché sono riuscito a parlare a tutti».
Lui, il nuovo primo cittadino di Potenza, ha un pensiero
che viene prima di tutti gli altri: «Mettere mano al bilancio. Una vera tragedia. I miei
predecessori hanno lasciato
in Comune un buco di bilancio di 200 milioni».
Loro, i suoi predecessori,
hanno davvero passato la
giornata in dolorose assemblee di autocritiche, anche se
una motivazione univoca per
una sconfitta arrivata quando
il successo sembrava alle porte non sono riusciti a trovarla.
Il primo a rimanere di stucco domenica notte è stato Roberto Speranza, il capogruppo
del Pd alla Camera. È arrivato
nel suo territorio, Speranza, e
faticava a rigirarsi tra le mani i
risultati che gli piovevano sul
tavolo nella notte. Lui, come
Vito Santarsiero, il sindaco
uscente del Pd di Potenza.
Sorpasso
Il nuovo sindaco di Potenza
Dario De Luca, 57 anni, dopo
la vittoria: al primo turno
aveva ottenuto il 17 per
cento dei voti, al ballottaggio
quasi il 60 (Ansa)
Adesso sospira Santarsiero:
«Abbiamo sottovalutato l’avversario, non si fa. Abbiamo
preso tanti voti al primo turno e ci sentivamo fortissimi
con Luigi Petrone, un avvocato della società civile. E abbiamo abbassato la guardia. Così
De Luca ha affilato le armi e ci
ha sorpassato».
Ma il primo a non credere a
queste motivazioni è proprio
lui, Santarsiero, anche se poi
sono le uniche che riesce a
trovare Marcello Pittella, presidente della Regione nonché
fratello di Gianni, europarlamentare del Pd: «È stato sottovalutato l’avversario e la
competizione», dice. Poi, disorientato, si aggrappa a frasi
di circostanza: «Nella campagna elettorale c’è stata poca
inclusività ed è stata troppo
autoreferenziale. Sì, ecco perché abbiamo perso».
L’intervista Romizi, 35 anni
Il sindaco a sorpresa
che gioca a calcetto:
ho vinto in due mesi
DAL NOSTRO INVIATO
PERUGIA — Ha fatto rumore l’endorsement plateale dedicatogli, alla vigilia del voto, da uno dei fondatori del Pd umbro, lo
scrittore maliano Diego Dramane Wague, amatissimo dalla base e in polemica con i vertici del suo partito: «Romizi — ha detto Wague — è il Renzi del centrodestra». Dopo quelle parole, è
stato il diluvio. Andrea Romizi, 35 anni, di Forza Italia, avvocato
amante del calcetto, è il nuovo sindaco di Perugia: la sua campagna elettorale è durata appena due mesi. Dieci anni fa entrò
in consiglio comunale con 370 voti, domenica ne ha presi 35
mila. Hanno votato per lui parecchi democratici e anche tanti 5
Stelle. E subito l’ha chiamato Silvio Berlusconi. «Il presidente
mi ha telefonato per complimentarsi e ovviamente m’ha fatto
piacere, ma non sono qui per rottamare nessuno. Vorrei che il
centrodestra si rigenerasse sui vecchi valori, la meritocrazia,
l’impegno, la coerenza. Ma soprattutto vorrei che tornasse unito. Com’è stato a Perugia: Forza Italia e Ncd alleati da subito. È
questa, per me, la ricetta vincente. Non vedo alternative».
Il nonno Renato Romizi grecista insigne, il padre Sergio
pediatra, la mamma Rita erborista, il gemello Francesco antropologo in Brasile e lui,
Andrea, il sindaco-ragazIl paragone
zino, avvocato civilista, fidanzato con Angela, stu«Io il Renzi del
diosa di diritto amminicentrodestra?
strativo: una famiglia perNon sono qui per
bene stimata da tutti. Un
rottamare nessuno»
piccolo miracolo?
«Ma infatti io mi sento
semplicemente un perugino, nessuna battaglia ideologica e nessun pregiudizio. Io voglio solo il bene della mia città. E se la sinistra ha perso, secondo me, è perché ormai a livello locale rappresentava un sistema
di potere che di sinistra aveva davvero poco. Un sistema ormai
fermo, ingessato, che non pensava allo sviluppo del territorio».
Sarà. Ma i problemi restano: la droga, innanzitutto. Eppoi
la disoccupazione, l’università in crisi, il centro storico che
si spopola, le buche stradali...
«Ad asfaltare le buche ha già pensato il sindaco uscente,
Boccali, alla vigilia del voto, nella speranza di farsi rieleggere.
Gli altri problemi, invece, restano sul tappeto. Abbiamo la
maglia nera delle startup, qui da noi non nascono più imprese. Eppoi 15 mila universitari che sono andati via da Perugia
in pochi anni per la mancanza di servizi, cancellando ricchezza. Per ripopolare il Centro, invece, voglio rinegoziare da subito i prezzi dei parcheggi: oggi son troppo alti, una pizza la
sera ti costa il doppio perché il ticket auto incide pesantemente».
E la droga? Dall’omicidio di Meredith in poi Perugia è vista da fuori più o meno come una porta dell’Inferno...
«C’è stata una rappresentazione mediatica esagerata, ma la
vecchia Giunta ha saputo rispondere solo col vittimismo. Io
voglio colpire duro l’offerta e la domanda. Voglio andare nelle
scuole a parlare con i ragazzi...».
Come Renzi? Gli alunni le dedicheranno una canzoncina.
«Non scherziamo. Mi sento già in campo».
Alessandra Arachi
Fa. C.
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Corriere della Sera Martedì 10 Giugno 2014
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Martedì 10 Giugno 2014 Corriere della Sera
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Amministrative 2014
Ballottaggi I bilanci
L’ex manager Mediaset
Effetto ballottaggi sull’Italicum
Berlusconi: il doppio turno mai
Verso un incontro con Renzi il 17. L’ex premier: con lui tratto solo io
Delusione per Pavia. E il giovane sindaco di Perugia è già atteso ad Arcore
In 11 capoluoghi
La carica
(bipartisan)
dei sindaci
under 45
MILANO — Si
rassomigliano per l’infanzia
con gli scout e la laurea in
Giurisprudenza. E per l’età
in cui sono stati eletti
sindaco, uno a 35 anni a
Perugia (domenica), l’altro a
34 a Firenze (ma cinque
anni fa): Andrea Romizi,
come Matteo Renzi, è stato
indicato come simbolo del
volto giovane che incarna la
voglia di cambiamento (in
questo caso, però, a scapito
del Pd, con Forza Italia).
Romizi, in effetti, è il più
giovane dei sindaci eletti nei
capoluoghi. Ma in generale
avanzano, dopo questo
turno di Comunali, gli
under 45: su 27 capoluoghi
al voto, ne sono stati eletti
11 alla carica di primo
cittadino, in maggior parte
nelle fila del centrosinistra.
Democratico, e renziano, è
Matteo Ricci, 37 anni, nuovo
primo cittadino di Pesaro:
come Renzi arriva alla guida
del Comune passando per la
presidenza della Provincia; e
con una kermesse in stile
Leopolda ha lanciato, a
febbraio, la sua candidatura.
A Palazzo Vecchio l’eredità
del premier è stata raccolta
da Dario Nardella, suo
fedelissimo, che di anni ne
ha 38. Mentre poco distante,
a Prato, un altro
trentottenne, Matteo
Biffoni, ha vinto al primo
turno. E 38 anni ha anche
Silvia Marchionini, prima
cittadina di Verbania. Tutti
loro in campagna elettorale
hanno, naturalmente,
parlato di rinnovamento.
Anche chi, come Antonio
Decaro, 43 anni, era già
assessore: il nuovo sindaco
di Bari del dopo Emiliano —
in uno spot elettorale con il
ministro Maria Elena Boschi
— ha evocato una
«rottamazione gentile». Già,
questo voto segna «la fine
delle posizioni di rendita»,
hanno detto ieri sia Matteo
Renzi sia Nichi Vendola. In
molti hanno puntato sul
rinnovamento e chi poteva
giocare sul dato anagrafico
l’ha fatto. Ma, certo, l’età
non è tutto. Se è di Forza
Italia il più giovane eletto, lo
è anche un altro simbolo:
Alessandro Cattaneo, che
compirà 35 anni a giugno,
l’astro nascente azzurro
sconfitto al ballottaggio a
Pavia. E Marco Ruggeri, 39
anni, e Wladimiro Boccali,
44, i volti delle sconfitte
simbolo del Pd.
Re.Be.
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ROMA — «Da adesso con Renzi
tratto direttamente io…». È diventata
quasi una cantilena quella che Silvio
Berlusconi sta ripetendo ai dirigenti
del partito da qualche giorno a questa
parte. Gliel’hanno sentita dire in tanti,
anche nelle ultime ore, questa frase.
Peccato che l’ormai ex Cavaliere abbia
omesso, almeno nella gran parte delle
sue chiacchierate riservate, il «dettaglio» più importante. E cioè che un
«contatto diretto» tra Arcore e Palazzo
Chigi ci sarebbe già stato, nei giorni
scorsi. Prima che il presidente del Consiglio lasciasse l’Italia alla volta dell’Asia. Ci sarebbe, condizionale d’obbligo, anche una «data indicativa» per
la prossima volta che Renzi e Berlusconi si ritroveranno faccia a faccia. E questa data, che entrambi avrebbero già
appuntato sulle rispettive agende, sarebbe tra una settimana esatta. Martedì 17 giugno. A Roma.
Se si volesse intercettare la tela del
dialogo che il presidente del Consiglio
del Pd e il suo predecessore forzista
La rinuncia di Fitto
Fitto rinuncia al suo evento
di venerdì a Napoli, in
contemporanea a quello
di Toti: lo faccio per l’unità
tesseranno a breve, allora bisognerebbe spostare l’attenzione su quello che è
successo nella villa di Arcore ieri mattina. Dopo la lettura dei giornali, infatti, un paio di parlamentari di Forza Italia — che avevano contattato Berlusconi per chiedergli una sua «analisi del
voto» — hanno ascoltato dalla viva voce del «Presidente» la considerazione
che segue. «Io lo sapevo già», è stata la
premessa dell’ex Cavaliere. «Ma questi
ballottaggi mi confermano che questo
Paese non può permettersi una legge
elettorale nazionale a doppio turno.
Troppo rischiosa per tutti. Noi non potremmo certo votarla…». Un vero e
proprio epitaffio dell’Italicum, insomma. Di più, la marcia funebre nei confronti di quella legge elettorale che era
nata proprio dall’incontro al Nazareno
con Renzi. E a cui gli stessi protagonisti, martedì 17, potrebbero dare il colpo di grazia. Per favorire un ritorno all’antico, magari al Mattarellum? Probabile. E con quali ricadute sulla riforma del Senato? Chissà.
37%
la soglia prevista
dall’Italicum per
ottenere il premio
di maggioranza
al primo turno.
Nel caso nessun
partito o coalizione
la raggiunga, si va
al ballottaggio
tra i primi due
16,8
la percentuale
ottenuta da Forza
Italia alle Europee del
25 maggio scorso.
La Lega Nord ha
preso il 6,2%, il
Nuovo centrodestra
il 4,4% e Fratelli
d’Italia-Alleanza
nazionale il 3,7%
5
le vittorie del
centrodestra nei
Comuni capoluogo
alle Amministrative:
a Padova, Teramo,
Foggia, Perugia e
Ascoli. A Potenza
ha vinto
il candidato di FdI
e Popolari
«Questo è stato un voto molto strano. In cui l’astensione ha danneggiato
soprattutto noi», ha ripetuto ieri mattina l’ex premier ai suoi interlocutori.
«Per esempio», ha aggiunto, «sono rimasto molto deluso dalla sconfitta di
Pavia. Ma Alessandro Cattaneo non
doveva essere il sindaco più amato
d’Italia? E ha perso così?». Per un dolore, due gioie. La prima è la rimonta di
Padova, dove la vittoria del leghista
Massimo Bitonci «ha dimostrato che la
strada del dialogo con la Lega è quella
giusta». La seconda è la storica «presa
di Perugia», per giunta arrivata grazie a
un giovanissimo (Andrea Romizi, classe ’79), che l’ex Cavaliere avrebbe già
invitato ad Arcore.
Ma se le elezioni sono alle spalle e
l’incontro con Renzi già fissato, le grane interne di Forza Italia sono tutto
fuorché risolte. L’ala Fitto potrebbe
usare l’ufficio di presidenza di oggi
(l’unico tema all’ordine del giorno è
l’approvazione del bilancio) per tornare alla carica con la richiesta di convocare le primarie interne. «È necessario
affrontare con coraggio un percorso di
rifondazione del nostro partito», è stato il siluro mandato da Mara Carfagna.
«Non possiamo dire che in questo ballottaggio abbiamo avuto un grande risultato, chi lo dice non prende il dato
della realtà», ha rincarato la dose Laura
Ravetto, altra «colonna» dell’area che
fa capo all’europarlamentare pugliese.
Che subito dopo, tra l’altro, è tornata a
chiedere la consultazione interna, seppur implicitamente: «Io sono per un
rinnovamento che parta dalla base.
Dobbiamo metterci tutti in gioco». Il
tutto mentre Fitto in persona, ieri mat-
E il neosindaco Gori
festeggia a Bergamo
cantando «Bella ciao»
Decine di sostenitori hanno festeggiato domenica
notte l’elezione a sindaco di Bergamo di Giorgio Gori,
l’ex manager Mediaset candidato per il centrosinistra.
A un certo punto, tra bandiere del Pd e qualche
tricolore, hanno intonato «Bella ciao», il canto più
popolare della Resistenza. Il neosindaco Gori, camicia
bianca e maniche rivoltate, prima ha applaudito e poi
si è unito al coro.
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Al Quirinale
Riforme, Napolitano riceve Boschi
Il capo dello Stato Giorgio Napolitano ha ricevuto ieri il ministro per
le Riforme e i rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi. Il
percorso delle riforme istituzionali — dal nuovo Senato alla legge
elettorale — sta entrando nuovamente nel vivo. Dopo la «pausa»
per il voto per le Europee e il secondo turno dei ballottaggi la
discussione è destinata a riprendere in tempi stretti. Il ministro
Boschi intanto via Twitter ha esultato per il risultato del Pd alle
Amministrative: «Abbiamo vinto! — ha scritto — in bocca al lupo ai
nuovi sindaci e un grazie a chi si è messo in gioco e stavolta non ce
l’ha fatta».
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tina, ha annullato la sua manifestazione prevista per venerdì a Napoli, che
avrebbe creato un cortocircuito con la
kermesse ufficiale del partito, in programma nella stessa città e alla stessa
ora. «Ancora una volta, faccio prevalere il mio senso di responsabilità e il lavoro dell’unità», è stata la versione
pubblica dell’annuncio dell’ex governatore pugliese. Che in privato, però,
ha spiegato ai suoi che «adesso non
possiamo cedere alle provocazioni, visto che quella di convocare una manifestazione in contemporanea alla nostra era una provocazione bella e buona».
Di fronte alla controffensiva della
«fronda», i colonnelli dell'ex Cavaliere
reagiscono in maniera soft. «Ci sono
stati risultati deludenti. E dobbiamo
affrontare anche una questione morale», è stata l’analisi del consigliere politico Giovanni Toti, che paradossalmente ha utilizzato un’argomentazione non troppo distante da quella del
M5S («In Italia ci sono tre grandi opere
in costruzione. E due su tre sono condizionate dalla malapolitica»). «Gli
elettori moderati sono rimasti a casa»,
ha aggiunto Mariastella Gelmini. E
Berlusconi? C’è chi lo racconta come
«indifferente» ai movimenti dell’area
Fitto. E chi, al contrario, lo descrive a
tratti come «furibondo» rispetto a «come si stanno comportando Raffaele,
Mara e tante altre persone che ho creato io…». Prima che gli confermassero
della rinuncia di Fitto alla sua manifestazione napoletana, tra l’altro, l’ex Cavaliere s’era abbandonato a un commento a limite del beffardo. «Che facciano pure quello che credono. Poi voglio vedere se la gente segue me o
loro…». Ma una strategia a colpi di
«stop and go» difficilmente reggerà allo stress test a cui sarà sottoposta Forza
Italia a partire da oggi. Quando i maggiorenti dell’ufficio di presidenza, seppur per ragioni di bilancio, si troveranno di nuovo seduti allo stesso tavolo.
Tommaso Labate
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L’intervista Del Debbio: la differenza è Renzi. Berlusconi non è finito, il problema è chi gli sta attorno
«Macché questione del Nord, conta il leader»
MILANO — In principio fu Milano.
Dopo aver perso la propria roccaforte,
nel maggio 2011, il centrodestra ha affrontato una disfatta dietro l’altra nella
(ex) bianca Lombardia, culminate con le
sconfitte a Pavia, Bergamo e Cremona.
Giovanni Toti, consigliere politico di
Forza Italia, dichiara aperta la questione
settentrionale. Ma Paolo Del Debbio, filosofo, anchor man e, soprattutto, estensore del primo documento programmatico di Forza Italia, taglia corto: «La sola
questione che esiste è la questione Matteo Renzi. Oggi vince chi è leader e il leader è lui».
Ma come? Anche quando si vota per
scegliere un sindaco?
«Certo. Non sono più tempi in cui, come diceva Bersani, “vince il collettivo”.
Oggi vince chi ha un nome, un cognome
e un indirizzo e che si presenta all’elettorato talora al di là del partito».
Chi va a votare a cosa pensa?
«Partiamo da cosa non pensa: non
pensa più “Appartengo, dunque voto”.
Pensa piuttosto “Voto chi mi dà fiducia”.
E quindi votano Renzi, perché è il suo kairos, il suo momento».
Anche, ripeto la domanda, quando si
deve scegliere il sindaco?
«Non è neppure l’era degli amministratori. Questa onda è molto forte: c’è
l’onda Renzi così come ci sono l’onda
Giuseppe Grillo e l’onda Matteo Salvini.
Invece non c’è stata l’onda Meloni, perché lei avrebbe potuto essere credibile,
ma intorno aveva cariatidi».
La differenza è l’età?
«La differenza è essere credibili e avere
una cosa che si chiama carisma: quella o
ce l’hai o non ce l’hai. Torno a ripetere:
siamo nell’era renziana. Che non sarà
lunga come l’era carolingia, ma intanto
con questa bisogna fare i conti».
E l’era berlusconiana?
«C’è stata e Berlusconi non è finito».
Perché perde, allora?
«Perché la gente ha sempre votato lui:
ma prima non conoscevano il partito che
gli stava intorno, ora sì. Così, ci sono i fedelissimi che lo voterebbero anche in
contumacia; quelli medio-fedeli che lo
apprezzano, ma dicono che non si possono votare quelli intorno. E poi ci sono
quelli che stavolta hanno votato Renzi».
Anche lei ha votato Renzi?
«Mah...».
Al centrodestra serve un leader carismatico e nuovo?
«A destra c’è Berlusconi e io non me lo
vedo che si ritira e fa il secondo...».
E Toti?
«Toti non fa, per ora, il leader: fa il consigliere politico del leader. Intendiamoci,
uno che fa quel mestiere lì è in un ruolo
fondamentale. Ma è Mazzarino, non Luigi XIV».
Beh, Mazzarino contava parecchio: o no?
«Sì, certo: e contava anche Aristotele
con Alessandro Magno. Ma non erano né
Luigi XIV né Alessandro Magno».
Quindi non vede altri leader?
«Berlusconi dovrebbe metterli alla
prova. Provi con Toti, con Fitto, con la
Santanchè, con Brunetta: li butti in acqua
e vediamo se sanno nuotare».
La spaccatura con Ncd ha pesato sul
risultato elettorale?
Chi è
Conduttore tv
Paolo Del Debbio, 56
anni, è stato tra i
fondatori nel 1994 di
Forza Italia, di cui è
stato direttore
dell’Ufficio studi. Nel
2002 ha lasciato la
politica e intrapreso
una carriera da
conduttore tv a
Mediaset
«Ncd ha raggiunto il 4 per cento e credo che siano contenti così. Visto che a Livorno non ci sono più i comunisti, direi
che dovrebbero fare un pellegrinaggio
alla Madonna di Montenero...».
Il risultato della Lega?
«Salvini, che ha carisma, ha trovato il
tema giusto: siamo ancora sovrani in
questo Paese o no? Con questo ha recuperato consenso cancellando i boxer verdi e
la laurea in Albania, cosa che non era facile né scontata. E, in effetti, vedo la vecchia guardia della Lega con atteggiamento da cocker: orecchie abbassate».
Un consiglio a Berlusconi?
«Forza Italia deve diventare il partito
CF, contenuti e facce».
Il centrodestra riparte da Milano?
«Qui c’è molto da fare. Tra dieci mesi
ci liberiamo dell’Expo che finora ha portato più danni della grandine e che speriamo alla fine regali qualche risultato. E
poi, si entra nel pieno delle amministrative. Forza Italia, invece di avvitarsi sulle
teorie dei complotti, invece di farsi guidare da epigoni scoloriti del berlusconismo, che è cosa molto diversa da Berlusconi, deve studiare la risposta a un bel
perché. Perché votare centrodestra? ».
Elisabetta Soglio
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Corriere della Sera Martedì 10 Giugno 2014
Primo Piano
italia: 51575551575557
La sconfitta Nella regione boom di comuni al centrosinistra
L’amarezza di Cattaneo
e il caso Lombardia:
c’è bisogno di un partito
«Silvio mi ha chiamato, è dispiaciuto»
MILANO — Niente sa essere
beffardo come la politica. E
crudele. Di certo, Alessandro
Cattaneo la penserà così per
tutta la vita. Lui, ex sindaco di
Pavia a 35 anni, battuto a sorpresa da Massimo Depaoli,
professore di liceo, che correva
nelle liste democratiche.
Un autentico choc. E poco
può consolarlo il fatto che
ovunque guardi in Lombardia,
trova un paesaggio politico
cambiato: dove per decenni
sventolavano le bandiere del
centrodestra, ora ci sono nuove amministrazioni dell’oppo-
Le avvisaglie
«Ho cominciato
a preoccuparmi
alle Europee, con il Pd
al 42% e FI al 17%»
Cristina Parodi «copia» Michelle Obama
Cristina Parodi (in alto) abbraccia il marito Giorgio Gori sfoggiando
lo stesso abito indossato da Michelle Obama nella celebre foto
postata dopo la vittoria del presidente Usa (Fotogramma)
sta sponda che iniziano a
prendere le misure.
Ma qui sembrava impossibile. Perché Cattaneo era il
vincitore certo. Giovane nella
nuova era della politica giovane, soltanto nel gennaio scorso, soltanto cinque mesi fa, era
stato eletto a furor di popolo il
sindaco più amato d’Italia.
L’indagine di Ipr marketing
per il Sole 24ore gli aveva attribuito un gradimento del 67 per
cento. E poi al primo turno
aveva staccato di 10 punti l’avversario. E poi dava risalto nazionale a Pavia da quando era
salito alla ribalta come portavoce dei «formattatori» del
Pdl, i giovani che volevano che
il partito si aprisse a un maggior ascolto della base. «Beh,
direi proprio che l’esperienza
di queste elezioni dimostra
proprio che il partito resta ancora da radicare».
Di analisi, Cattaneo per il
momento non ne fa: «Che cosa
le devo dire? È la dimostrazione che una cosa è rispondere a
un sondaggio, un’altra cosa è
farsi votare in un rovente secondo turno a scuole chiuse».
Normale, però, che sia stata
una brutta delusione: «Normale... — osserva Cattaneo —
Sì, normale. Dall’altra parte
però mi chiedo che cosa avrei
dovuto fare. E la risposta è che
ho la coscienza a posto, ho fatto tutto quello che potevo».
E in effetti, il centrodestra
ora si lecca le ferite in tutta la
Lombardia. Che era con il Veneto la roccaforte del centrodestra, e ora ha dato Bergamo,
Cremona e Pavia ai Democratici. Come la stragrande maggioranza dei comuni dell’hinterland milanese. Persino i comuni della bianca Brianza ora
guardano a sinistra. «Ma sì,
credo che siano stagioni storiche. E poi, gli elettorati. Un
sacco di gente mi diceva “Sei
bravo, il migliore che abbiamo
avuto. Però, io sono di sinistra
e voterò a sinistra”. Mentre
quelli di centrodestra mi dicono “sei bravo, ma stamattina
c’era un cestino gettacarte pieno. E quindi non ti voto”».
Ma il cambio di stagione a
Pavia non si sentiva? «Io ho cominciato a preoccuparmi con
le Europee, con il Pd al 42% e
Forza Italia al 17%. Inevitabile
Chi è
Ragazzo prodigio
Alessandro Cattaneo,
nato a Rho nel 1979, si
è laureato con lode in
ingegneria mentre già
era impegnato in
politica, dato che milita
in Forza Italia dall’età di
19 anni. A 27 anni
diventa coordinatore
cittadino di Forza Italia.
Oggi è nell’ufficio di
presidenza del partito. È
anche vicepresidente
dell’Anci.
I formattatori
Nel maggio del 2012
diventa il portavoce del
movimento
«formattiamo il Pdl».
L’obiettivo è quello dare
un maggior
radicamento al partito
attraverso il
coinvolgimento dei
militanti nelle decisioni.
In particolare, i
formattatori chiedono
le primarie per
selezionare le
candidature.
Il sindaco più amato
Nel 2009 diventa
sindaco di Pavia, e nello
scorso gennaio
un’indagine Ipr gli
assegna il titolo di
sindaco più amato dai
suoi concittadini.
Domani lo sciopero
il pensare che qualche influsso
ci sarebbe stato anche a Pavia».
Silvio Berlusconi si è fatto
sentire: «Sì, in effetti era abbastanza dispiaciuto anche lui,
proprio per il quadro complessivo che è emerso da queste
elezioni. Ma avremo tempo per
parlarne domani (oggi) durante l’ufficio di presidenza di
Forza Italia». Sì perché Cattaneo, oltre ad essere il vicepresidente dell’Anci è anche uno
dei componenti dell’ufficio di
presidenza del partito.
Ma oggi Cattaneo non vuole
recriminare. Certo, ribadisce
che «di un partito c’è bisogno.
Altrimenti la gente se ne va in
spiaggia. E poi, purtroppo da
noi c’è stato un certo calo della
Lega, che al primo turno ha
preso soltanto il 6 per cento».
E così, l’ex sindaco sarà il
rappresentante dell’opposizione in consiglio comunale.
Eppure, ancora deve capire:
«Lei provi a fare un giro per Pavia. Non avrà la sensazione di
un’aria così cambiata. Ho visto
un servizio in televisione in cui
su dieci cittadini interpellati,
Il bilancio
Si svolgerà oggi l’ufficio
di presidenza
di Forza Italia: lì avremo
tempo per parlarne
otto parlavano bene del mio
mandato». Ma allora che cosa
è? «È questa rabbia, questo clima incredibile di ostilità. Un
tempo, l’essere il sindaco
uscente era un indubbio vantaggio. Oggi, è il contrario. È
diventato un handicap». Cattaneo si ferma un attimo: «Prenda Andrea Romizi a Perugia. La
sua vittoria è un bel segnale
per noi. Ma io credo che anche
per lui abbia vinto la logica del
voto contro, figlio di un clima
incredibile da caccia alle streghe. Con continue recriminazioni da parte di chi poi nemmeno vota».
Marco Cremonesi
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In Veneto Il «duro» ex sindaco di Cittadella promette un assessore all’opposizione. A luglio il congresso del partito, probabilmente in città
Bitonci galvanizza la Lega: Padova ora è un simbolo
Salvini incassa e cita un sondaggio;
io leader preferito nel centrodestra
DAL NOSTRO INVIATO
PADOVA — Sarà anche il primo
cittadino di Padova, ma intanto continuerà a tenere casa a Cittadella, di
cui è stato sindaco dal 2002 al 2012 e
della cui qualità della vita, a cominciare dalla sicurezza, si fida molto di
più, essendosene occupato in prima
persona: «Quando avrò ripulito questa città e la sentirò più sicura per i
miei figli, allora potrò venirci a vivere». Una mission, quella contro la microcriminalità, l’immigrazione selvaggia e i tanti balordi che infestano
la città del Santo, sulla quale Massimo Bitonci, 48 anni, capogruppo della Lega in Senato e da ieri notte punta
di diamante del Carroccio e di tutti
coloro che vedono nel suo trionfo
elettorale a Padova il primo indizio
per la ricostruzione del centrodestra,
batte e ribatte, sapendo che è questa
la chiave grazie alla quale ha intercettato, tra la sorpresa generale, lo scontento dei cittadini verso un Pd grande
e grosso nei pronostici, minimo nelle
urne, rotolato all’opposizione dopo
quasi un ventennio di potere e azzoppato dallo scandalo Mose («Penso
che la vicenda abbia pesato» ha affer-
mato la vicesegretaria dei Democratici, Debora Serracchiani).
Nel giorno dell’orgoglio padano,
con il governatore veneto Luca Zaia
che lo abbraccia in piazza delle Erbe e
gli consegna la bandiera di San Marco («Questa è la madre di tutte le battaglie, da scrivere sugli annali»), Bitonci, di professione commercialista
e revisore dei conti, due figli, al secondo mandato in Parlamento («La-
La bandiera
Il governatore del
Veneto, Luca Zaia,
46 anni, ieri in
piazza delle Erbe
a Verona consegna
la bandiera di San
Marco al
neosindaco
Massimo Bitonci,
48 anni, dopo la
vittoria della Lega
al Comune
La città era
in mano al
centrosinistra
da dieci anni
(Ansa)
scerò subito il ruolo da senatore»),
non rinuncia a quei toni vagamente
da «sceriffo» che lo resero famoso ai
tempi di Cittadella quando emanò
un’ordinanza che imponeva agli stranieri di dimostrare di avere un reddito minimo per poter ottenere la residenza. Grande fu il rumore in tutta
Italia, tra applausi e fischi. La Procura
di Padova, vedendoci del marcio, lo
mise sotto inchiesta, ma la cosa si risolse in un’archiviazione e non impedì al parlamentare leghista, nel 2010,
di essere eletto numero due dell’Anci, oltre che presidente della Consulta
per la sicurezza. Ora, sarà perché i
tempi sono cambiati o perché Padova
non è Cittadella, il neosindaco promette di «essere il rappresentante di
tutti», invita i suoi «a riporre i simboli dei partiti», promette «un assessorato all’opposizione» e incassa con
soddisfazione «la disponibilità a lavorare assieme» degli industriali e
dei commercianti padovani.
La sicurezza
Il primo cittadino continuerà a
vivere fuori: verrò quando
avrò ripulito questa città e la
sentirò più sicura per i miei figli
9
Il boom di Bitonci è uno di quei
bingo che raddoppiano la posta.
Matteo Salvini, segretario di una Lega che si è presa la rivincita dopo aver
perso il feudo di Treviso, aveva ieri la
faccia dei giorni migliori quando, da
Milano, ha annunciato che il congresso federale si terrà il 20 luglio,
probabilmente proprio a Padova, e
che, anche sulla scia di quest’ultima
affermazione elettorale, «non si limiterà a essere un appuntamento per
aggiornare lo statuto sulla nuova legge che disciplina il finanziamento dei
partiti, ma sarà un congresso politico
per aggiornare l’offerta del Carroccio
e accogliere la sfida di un centrodestra in libera uscita». In altre parole,
la Lega si candida a fare da locomotiva «per la ricostruzione del centrodestra in difficoltà», un laboratorio politico in cui Salvini, mentre attorno a
Berlusconi si accapigliano presunti
delfini ed ex colonnelli, aspira a giocare un ruolo da leader. «Secondo un
sondaggio Swg — ha rivelato, parlando di sé in terza persona — l’attuale segretario della Lega gode immeritatamente di maggiore fiducia di
Renzi e di Berlusconi nell’elettorato
di centrodestra». Messaggio chiaro.
Fin troppo per il capogruppo di FI in
Regione Lombardia, Claudio Pedrazzini: «Caro Salvini, il primo partito
restiamo noi, non ti allargare…».
Francesco Alberti
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Rai, presidio
e diffida
dei sindacati
al governo
ROMA — Nuovo capitolo
del confronto tra i sindacati
e il governo Renzi sulla Rai.
Le segreterie nazionali SlcCgil e Uilcom-Uil (le due
associazioni di Cgil e Uil che
si occupano dei dipendenti
dello spettacolo) con le
associazioni dei
consumatori
Federconsumatori e
Adusbef hanno notificato
una diffida al ministro dello
Sviluppo economico in base
all’articolo 3 del decreto
legislativo 20 dicembre
2009, n. 198. «La diffida —
annuncia una nota
congiunta — che si pone
l’obiettivo di bloccare il
taglio ampiamente definito
incostituzionale dei 150
milioni a carico della Rai,
rappresenta l’atto formale
con cui le organizzazioni
sindacali, unitamente alle
associazioni dei
consumatori, agiscono
legalmente nei confronti del
ministero». Secondo i
sindacati il decreto legge
sull’Irpef «rischia di
peggiorare
irreversibilmente gli
standard qualitativi ed
economici stabiliti
dall’Agcom, mettendo in
pericolo il rinnovo della
concessione del Servizio
pubblico, nonché le
prospettive occupazionali
dei dipendenti Rai».
Il taglio dei 150 milioni al
bilancio Rai 2014 deciso dal
governo Renzi sarà
comunque al centro delle
manifestazioni organizzate
per lo sciopero proclamato
per domani, mercoledì 11
giugno. Dall’astensione dal
lavoro si sono dissociati sia
la Cisl sia l’Usigrai (il
sindacato nazionale dei
giornalisti Rai) così come
l’Adrai, che raccoglie i
dirigenti di viale Mazzini.
Non ci sarà un corteo ma
sono previsti presidi
davanti ai centri di
produzione (per esempio
corso Sempione a Milano
così come via Teulada a
Roma e non viale Mazzini,
dove ci sono solo uffici). Lo
sciopero avrà forti
ripercussioni sulla
programmazione per la
mancanza di tecnici e
registi. Quindi Tg ridotti
all’osso senza servizi
esterni, modifiche del
palinsesto, soppressione di
programmi. Le redazioni
dei telegiornali
funzioneranno
regolarmente, proprio per la
sospensione dello sciopero
decisa dall’Usigrai dopo le
assemblee nettamente
contrarie registrate in gran
parte delle redazioni. Ma
senza supporto tecnico
dovranno necessariamente
limitarsi a brevi notiziari.
Sempre domani, mercoledì
11, proseguirà l’audizione
del presidente Annamaria
Tarantola e del Consiglio di
amministrazione della Rai.
Verrà anche ascoltato il
vertice dell’Usigrai.
Paolo Conti
© RIPRODUZIONE RISERVATA
10 Primo Piano
Martedì 10 Giugno 2014 Corriere della Sera
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Tangenti in Veneto L’inchiesta
Abbiamo bisogno non di moltiplicare leggi e regole, ma di fare una vera
alleanza per la legalità
Graziano Delrio, sottosegretario alla presidenza del Consiglio
Tre ore dai magistrati, l’ira di Orsoni sul Pd
La linea dell’ex sindaco punta su un mediatore infedele. Consiglio sospeso per le proteste
1993
Il lancio delle
monete contro Craxi
Il 30 aprile, in piena
Tangentopoli decine di
manifestanti lanciano
di tutto, monetine
comprese (nella foto
sopra), contro Bettino
Craxi alla sua uscita
dall’hotel Raphael, a
Roma
2011
Il lancio davanti
a Montecitorio
Il 30 marzo 2011 molte
persone contestano la
decisione del governo di
cambiare la priorità dei
lavori alla Camera e
votare subito il decreto sul
processo breve. Vengono
lanciate anche alcune
monetine contro i politici
(sopra, foto Emblema)
2011
DAL NOSTRO INVIATO
VENEZIA — E poi siamo arrivati al casino organizzato.
«Manca solo Alì Babà», «La
vostra trasparenza è come
l’acqua dell’Oselin», che sarebbe un fiume molto inquinato di Mestre. Erano una
quindicina, armati di manifesti e cartelli dai quali risultava
una certa fantasia negli slogan
e altrettanta aggressività. I soliti noti veneziani, motoscafisti abusivi, reduci dalle breve
stagione dei Forconi, scissionisti della Lega Nord, presenze abituali delle proteste contro i campi rom.
Le loro telegeniche urla
hanno coperto il vuoto pneumatico e l’indifferenza che
gravava sul primo consiglio
comunale veneziano dopo
l’arresto del sindaco Giorgio
Orsoni. «Mai vista così poca
gente» diceva sconsolato Beppe Caccia dei Verdi, prima di
scambiarsi qualche manata
con i contestatori. «Voi dove
eravate quando abbiamo fatto
le battaglie contro il Mose?
Dove eravate quando c’era il
munale. La versione più accreditata di questo suo nuovo
interrogatorio parla di un incontro di natura quasi «istituzionale», con l’inoltro della richiesta di «poter gestire la misura con gli impegni d’ufficio», ovvero il permesso di
poter incontrare vicesindaco
e assessori per mandare avanti almeno l’ordinaria amministrazione della città. Ma c’è
dell’altro.
L’ormai ex sindaco consi-
dera chiusa la sua esperienza
politica. Quel che gli interessa
è soltanto un rapido ritorno
alla rispettabilità, camminare
a testa alta per poter ricominciare il suo lavoro di amministrativista. Orsoni è furioso
con il Pd veneziano, non solo
perché a suo parere non gli
avrebbe concesso neppure il
beneficio del dubbio. All’origine delle sue disgrazie, un finanziamento illecito da 450
mila euro, ci potrebbe essere
Il 5 e il 13 luglio centinaia
di abitanti di Parma
decidono di manifestare
all’ingresso del Municipio
chiedendo le dimissioni
dei politici locali coinvolti
in un’inchiesta che ha
fatto emergere un giro di
corruzione sugli appalti
per il verde pubblico
Il consigliere dei Verdi
Caccia ha affrontato
i contestatori:
«Ma voi dove eravate
quando abbiamo
fatto le battaglie
contro il Mose?»
dati a un’altra imprecisata
persona incaricata di girarli al
futuro sindaco, il quale sostiene di non averli mai ricevuti. Ammesso e non concesso che Orsoni e Sutto dicano
entrambi la verità, l’unica alternativa possibile è quella di
un emissario infedele. Il problema, secondo la sua difesa,
non è quel che ha ricevuto lui,
ma qualcun altro a suo nome.
Ieri in consiglio comunale si
scommetteva su un pesante
intervento pubblico di Orsoni
nei confronti del Pd, se e
quando tornerà a piede libero.
Gli umori sono questi, tendenti alla cupezza, in un clima
di sospetti e paure. Difficile
che il sereno venga dalle prime, parziali ammissioni di indagati o arrestati, in una inchiesta che sembra più si configura a cerchi concentrici. Ieri Patrizio Cuccioletta, ex
presidente del Magistrato alle
Acque, accusato di aver incassato dal Consorzio uno stipendio annuale da quattrocentomila euro e vacanze pagate in cambio di limitati controlli sull’attività del
L’ex governatore
Galan ha fatto sapere di
essere pronto a rilasciare
dichiarazioni spontanee
davanti ai giudici
La richiesta
Il Comune chiede
una commissione
d’inchiesta sulle attività
del Consorzio
vostro Galan?». I solerti vigili
urbani hanno evitato scontri
ancora più ravvicinati.
L’episodio vale soltanto come indicatore dell’attuale
precarietà del governo cittadino, con sindaco ai domiciliari e conseguente paralisi
istituzionale, poca responsabilità nei fatti di questi giorni
a causa dei suoi scarsi poteri,
ma pur sempre un simbolo
sul quale lanciare strali e rancori assortiti, tanto più oggi
che risulta debole come non
mai. A Ca’ Farsetti, storica sede della giunta cittadina, va in
scena la rappresentazione posticcia di una indignazione
che non c’è nei fatti. Le partite
che contano, quelle vere, si
giocano altrove.
Giorgio Orsoni è entrato in
procura alle undici del mattino, per uscirne solo tre ore
dopo, proprio quando stava
per cominciare la finta rissa
nel suo ormai ex consiglio co-
concessionario unico del Mose, ha riconosciuto di aver ricevuto «qualcosa». Ma ha aggiunto di averle sempre considerato quegli omaggi come
«piccole regalie» che mai
avrebbero interferito con il
suo lavoro. Giancarlo Galan
ha invece fatto sapere di essere pronto a rilasciare dichiarazioni spontanee davanti ai
giudici. L’appuntamento potrebbe essere per giovedì.
Ieri il consiglio comunale
ha votato un ordine del giorno
nel quale si chiede al governo
una Commissione d’inchiesta
sulle attività del Consorzio
Venezia Nuova, il suo scioglimento, il superamento del regime di concessione unica e
l’abolizione della figura del
Magistrato alle Acque. Ripartire da zero. Forse è l’unico
modo per ritrovare l’onore
perduto di una città.
Marco Imarisio
Tensione La protesta in Comune a Venezia. Il cartello riprende un antico adagio popolare: «Votateli, pesateli (e se sbagliano) impiccateli» (Vision)
Anticorruzione Il governo pronto alle nomine
Le manifestazioni
al Comune di Parma
qualcuno che sa ma non dice.
L’ex presidente del Consorzio
Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati racconta di otto diversi incontri mirati a determinate l’importo e le modalità di versamento di un contrib u to a l l a s u a ca m p a g n a
elettorale.
L’imprenditore sostiene di
aver consegnato i soldi «in
nero» a Ferdinando Sutto, ex
socialista, nei fatti il suo ufficiale pagatore, che gli avrebbe
La corsa dei burocrati
a caccia di un posto
nel pool di Cantone
La lista dei 213 candidati
La legge parla chiaro. I componenti dell’autorità anticorruzione
devono essere scelti «tra esperti di
elevata professionalità, anche
estranei all’amministrazione, con
comprovate competenze in Italia e
all’estero, sia nel settore pubblico
che in quello privato, di notoria indipendenza e comprovata esperienza in materia di contrasto alla
corruzione». A far riflettere, sem-
mai, è la procedura: i candidati
vengono indicati dal governo ma
le nomine sono subordinate al
«parere favorevole delle commissioni parlamentari competenti
espresso a maggioranza dei due
terzi dei componenti». Il che potrebbe inevitabilmente aprire spazio ad accordi sottobanco fra i partiti. Secondo il ben noto meccanismo: «Due scelti da me, uno da te e
uno da lui».
Inutile dire che per la piega che
hanno preso le cose, con le inchieste sull’Expo e sul Mose che stanno
squarciando il velo su un cancro
dalle metastasi diffuse in profondità nel mondo degli affari, della
politica e anche dell’alta burocrazia, la faccenda è delicatissima.
Così delicata da richiedere tempi
di reazione rapidi. Forse più di
quelli a cui stiamo assistendo. I
termini per la presentazione delle
candidature da parte degli interessati sono scaduti il 14 aprile, due
mesi fa. In un paese nel quale abbiamo subito il proliferare di authority di ogni tipo, questa è quella
che ha avuto la vita più travagliata.
E dopo lo spettacolo sconcertante
che ci hanno offerto in questi giorni le cronache non è molto difficile
capire perché.
L’autorità anticorruzione viene
istituita con poche risorse umane
e pochissimi soldi sette anni fa,
soltanto perché c’è lo impongono
gli accordi internazionali. A capo ci
mettono il prefetto Achille Serra,
© RIPRODUZIONE RISERVATA
che l’anno seguente sceglierà di
candidarsi alle elezioni con il Partito democratico passando poi all’Udc. È il 2008, Silvio Berlusconi
ritorna a palazzo Chigi, e una delle
prime iniziative del nuovo governo è quella di sopprimere l’authority, bollata come inutile. Ma siccome i trattati ne prevedono comunque l’esistenza, le funzioni
vengono assegnate alla Civit, meglio nota come autorità anti fannulloni. Si tratta di un organismo
che dovrebbe vigilare sulla trasparenza e l’efficienza della pubblica
amministrazione, ma lo stato in
cui versa la nostra burocrazia dice
tutto sulla sua efficacia. Lo capisce
immediatamente uno dei suoi
componenti, Pietro Micheli, che se
la dà a gambe appena può. Nel
frattempo l’unica cosa che marcia
sono le assunzioni. Si arriva così a
oggi. La Civit diventa Anac, che sta
per Autorità nazionale anticorruzione, e alla sua testa viene nominato il magistrato Raffaele Cantone. A cui viene affidato un compito
da far tremare le vene ai polsi, in
un clima non proprio confortevole
per chi vuole stroncare la corruzione.
E qui torniamo alle decisioni che
governo e parlamento sono chiamati a prendere in questi giorni.
Scelte cruciali, visti i precedenti. Le
autorità indipendenti, che dovevano rappresentare il baluardo dei
cittadini contro i soprusi dei poteri
economici e in qualche caso anche
I criteri
I componenti dell’Authority
devono essere dotati di
«comprovate competenze» e
«una notoria indipendenza»
I volti noti
Hanno chiesto di far parte
dell’Autorità consiglieri
di Stato, ex capi di gabinetto
ed ex direttori di ministero
Corriere della Sera Martedì 10 Giugno 2014
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Primo Piano 11
italia: 51575551575557
Non ci interessa sapere perché gli imprenditori corrompono: essi
non possono stare tra noi
Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria
Gli indagati
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Esiste una situazione di malaffare che pervade parte della città,
ma la maggioranza è gente per bene Sandro Simionato, vicesindaco di Venezia
Baita
Giovanni Mazzacurati
(ai vertici del Consorzio Venezia Nuova fino al 2013)
Il sistema veneto delle tangenti
sul Mose secondo
la ricostruzione dei pm
In carcere
Ai domiciliari
«Le proteste
di Brunetta
perché era
escluso»
membri del consiglio direttivo del Consorzio Venezia Nuova (detentori dell’83% delle quote)
DAL NOSTRO INVIATO
VENEZIA — «Una volta Baita mi
ha confidato che parte di quei fondi
(neri, ndr) Mazzacurati (Giovanni,
ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, ndr) li faceva avere a Roma a… in particolar modo credo a
Gianni Letta, una volta a Tremonti,
una volta a Matteoli».
Claudia Minutillo parla così davanti al pubblico ministero di Venezia. È il 4 marzo dello scorso anno, lei è sciupata da quattro giorni
di carcere ed evidentemente non ce
la fa più. Sorprende il repentino
cambiamento della dama nera del
potere veneto, fino al giorno prima
ermetica e attenta, ora loquacissima e incurante di nomi e conseguenze.
Dice che gliel’ha confidato Baita e
dunque non è una testimonianza
oculare, mentre di Letta, ex sottosegretario alla Presidenza del consiglio dei ministri del primo governo
Berlusconi poi candidato alla Presidenza della Repubblica, dice «credo» e dunque non ha certezze. Ma i
nomi li fa e la procura ha dovuto
quindi verificare le rivelazioni che
vanno ben oltre i 35 arresti disposti
mercoledì scorso dal gip di Venezia
Alberto Scaramuzza nell’ambito
dell’inchiesta sul Mose. E per farlo
non poteva che chiedere lumi a
Piergiorgio Baita, ex presidente del
gruppo Mantovani e sempre più
supertestimone dell’inchiesta che
sta scuotendo Venezia.
«A Letta solo favori»
Il successivo 24 maggio Baita
chiarisce tutto. Il pm non bada ai
preamboli: «Sono mai state versate
somme di denaro direttamente a
Gianni Letta?». Baita: «Dunque, io
non ho conoscenza di somme di
denaro ma nel Consorzio è sempre
circolata la voce tra soci che l’incarico di progettista unico a Technital
del gruppo Mazzi servisse a questo
scopo… Poi devo dire che dal dottor
Letta abbiamo avuto due richieste.
Lo ricordo perché sono stato io a
farvi fronte: la prima modesta, di
dare un subappalto a una certa impresa di Roma, piccola, Cerasi e Cerami, alla quale abbiamo dato a
Treporti un subappalto praticamente senza ribasso. In perdita per
noi. E la seconda era la richiesta di
farci carico dell’esborso… mi pare
fosse inizialmente un milione e poi
500 mila euro, che era la somma
che la Corte dei Conti aveva chiesto
all’ex ministro Lunardi per una
questione riguardante l’Anas... Praticamente noi abbiamo dato a Lunardi 500 mila euro, senza chiedergli il ribasso sulla tariffa di un lavoro che abbiamo dato alla sua società
(la Rocksoil, ndr) e che riguarda
l’A27, Pian di Vedoia – Caralte di Cadore».
del malaffare, hanno in gran parte
fallito la propria missione. Un caso
per tutti, quello dell’authority per
la vigilanza sugli appalti. Organismi che dovevano essere rigorosamente separati dal politica e dai
partiti non sono rimasti estranei
alle pratiche della lottizzazione, risultando talvolta un comodo approdo per alti burocrati pubblici a
fine carriera, spesso esponenti di
quella magistratura amministrativa competente a giudicare sui ricorsi avverso le stesse authority, in
un conclamato conflitto d’interessi.
Al governo sono arrivate 213
candidature regolarmente pubblicate sul sito. Ma senza i curriculum
e i riferimenti anagrafici, così da
rendere difficilmente identificabili
persone dai nomi piuttosto comuni come il candidato Ciro Esposito.
Nella lista non mancano tuttavia
numerosi esponenti riconoscibili
della burocrazia pubblica. Come il
magistrato del Tar Alfredo Allegretta. E il consigliere di Stato Michele Corradino, già capo di gabi-
Alessandro Mazzi
(presidente Mazzi
Scarl e Fincosit)
Piergiorgio Baita
(presidente
Mantovani)
Stefano Tomarelli
(cda Condotte spa,
presidente Italvenezia)
Franco Morbiolo
(presidente Consorzio
veneto cooperativo)
Pio Savioli
(esponente Consorzio
veneto cooperativo)
«Fondi neri»
versati dalle aziende e recuperati con fatture false
Giancarlo
Galan*
(ex governatore)
Renato
Chisso
(assessore)
Vittorio
Giuseppone
(Corte Conti)
Patrizio
Cuccioletta
(Magistrato
Acque)
M. Giovanna
Piva
(Magistrato
Acque)
Giorgio
Orsoni
(sindaco)
Giampietro
Marchese
(consigliere
regionale)
Lia
Sartori*
(eurodeputato)
Emilio
Spaziante
(Guardia
di Finanza)
Marco
Milanese
(Ministero
dell’Economia)
*I pm hanno inviato la richiesta di autorizzazione all’arresto
FUNZIONARI IN REGIONE
DAL NOSTRO INVIATO
ALTRI COINVOLTI (imprenditori, funzionari e collaboratori)
Claudia Minutillo
ex segretaria di Galan
Enzo Casarin
capo segreteria Chisso
Giuseppe Fasiol
Giovanni Artico
Stefano Boscolo
«Bacheto»
M. Teresa Brotto
Vincenzo Manganaro
Luciano Neri
Corrado Crialese
Luigi Dal Borgo
Francesco Giordano
Nicola Falconi
Dario Lugato
Gianfranco
«Flavio» Contadin
Roberto Meneguzzo
Paolo Venuti
Lino Brentan
Andrea Rismondo
Federico Sutto
Manuele Marazzi
Alessandro Cicero
Danilo Turato
Fonte: Procura di Venezia, Ansa
CORRIERE DELLA SERA
I verbali
«Ecco come il re del Mose
dava soldi ai politici di Roma»
«Pagavamo questi magistrati»
Atro filone che scotta è la corruzione della magistratura contabile e
amministrativa allo scopo di evitare al Consorzio e al gruppo Mantovani da una parte ostacoli nella realizzazione delle Grandi Opere, fra
cui il Mose, dall’altra di vincere le
cause a Roma.
Mazzette, le prime, per le quali è
finito in carcere il magistrato della
Corte dei Conti Vittorio Giuseppone con l’accusa di aver ricevuto uno
«stipendio» annuale in nero dal
2000 al 2008 oscillante fra i 300 e i
400 mila euro. «A noi risultano pa-
35
netto di Giulio Santagata (governo
Prodi), Stefania Prestigiacomo
(governo Berlusconi) e Mario Catania (governo Monti). E Carlo
D’Orta, già consigliere dei ministri
Maurizio Sacconi, Sabino Cassese,
gamenti sia al Tar locale, sia al Consiglio di Stato, somme pagate dall’avvocato cassazionista Corrado
Crialese (arrestato, ndr) per favorire la Mantovani in alcuni ricorsi…
Contro la Net Engineering Crialese
ci ha chiesto una somma da girare
al Presidente del Collegio, mi pare
100 mila euro. Pagati e vinto. E abbiamo pagato Crialese anche per la
Pedemontana Veneta perché intervenisse presso il giudice, 120 mila
euro, per aggiudicarci il ricorso
contro la Sacyr che però abbiamo
perso. Si vede che Sacyr aveva pagato di più!... e poi 100 mila euro
per un ricorso contro Maltauro, ricorso poi ritirato». Ce n’è abbastanza per indurre il Presidente del
Consiglio di Stato, Giorgio Giovannini a nominare una Commissione
d’indagine .
Le ordinanze di custodia cautelare disposte mercoledì 4 giugno dal
gip di Venezia Alberto Scaramuzza
nell’ambito dell’inchiesta sul Mose. Tra i coinvolti ci sono il sindaco
del capoluogo veneto, Giorgio Orsoni (ai domiciliari) e l’ex governatore Giancarlo Galan (in attesa
dell’autorizzazione all’arresto)
Lo «zio» di Udine
Per quanto riguarda il settore
spionaggio e controspionaggio,
spuntano sospetti su un altro magistrato che avrebbe condizionato
l’inchiesta. Ma qui c’è pure l’accusa
di millanteria in chi ha fatto il suo
nome, cioè Mirco Voltazza, indagato, titolare della Italia Service, una
società di sicurezza alla quale si affida Baita.
In ogni caso, la storia è stata raccontata così da Claudia Minutillo.
«Voltazza si spacciava per un agente
dei servizi. Un giorno avvisò che
ero intercettata. È venuto in ufficio,
ha voluto conoscermi e mi disse
che ero ascoltata in macchina, io feci fare una bonifica e trovarono una
microspia. Mi disse che aveva uno
zio in procura a Udine.
C’è spazio anche per un siparietto con il pm che le chiede: «Poteva
Franco Frattini e Franco Bassanini.
E Manin Carabba, classe 1937, presidente onorario della Corte dei
conti, già capo di gabinetto di vari
ministri per un decennio consecutivo ai tempi della Prima repubbli-
ca. E Caterina Cittadino, capo dipartimento di Palazzo Chigi. E Stefano Passigli, ex sottosegretario alla presidenza nei governi D’Alema
e Amato. E Livio Zoffoli, ex presidente del Cnipa, già authority per
Gli scandali Expo e Mose
e il ruolo del magistrato
Il nodo della nomina
degli altri componenti
Le tappe
La scelta al vertice
dell’Anticorruzione
Il 27 marzo scorso la
commissione Affari
costituzionali del Senato ha
votato all’unanimità il
magistrato Raffaele
Cantone nuovo presidente
dell’Autorità anticorruzione.
L’ente ha il compito di
valutare la trasparenza e
l’integrità all’interno delle
amministrazioni pubbliche.
Cantone, 50 anni, è entrato
in carica il 28 aprile scorso
1
L’11 maggio, dopo gli arresti
nell’ambito dell’inchiesta sui
lavori legati a Expo 2015, il
premier Matteo Renzi ha
deciso di affidare a Cantone
anche la supervisione dei
lavori nei cantieri lombardi
dell’Esposizione universale.
E il ruolo dell’Autorità
presieduta dal magistrato si
potrebbe estendere anche
ai lavori legati al Mose sulla
laguna di Venezia
2
Ora bisogna nominare i
componenti dell’autorità:
questi devono essere scelti
«tra esperti di elevata
professionalità». La
procedura prevede che i
candidati vengano indicati
dal governo ma le nomine
siano subordinate al «parere
favorevole delle commissioni
parlamentari competenti a
maggioranza dei due terzi
dei componenti»
3
agevolarlo?». «Poteva influire sulle
indagini, anche su di lei». «Su di
me?». «Sì, su di lei». «In che modo?». «Non lo so, dandole in pasto
qualcos’altro”.
Sanità, Milano e Zanonato
Uno dei filoni che la procura si ripromette di sviluppare è quello sanitario. C’è da far luce sull’intreccio
di partecipazioni che legano Venezia a Milano. Società come la Ihfl,
come la Sirefid, dirigenti del calibro
di Giancarlo Ruscitti, ex direttore
sanitario del Veneto, di Maria Alessandra Massei che lavorò a Venezia
e alla clinica Maugeri, e politici come Galan. L’ex governatore aveva
ideato il nuovo ospedale di Padova
sul quale voleva mettere le mani il
Consorzio Venezia Nuova. Per farlo
avvicinò l’allora sindaco Flavio Zanonato. Come? Cena alle Calandre,
tre stelle Michelin. Partecipano
Mazzacurati, Pio Savioli, Zanonato
e Francesco Giordano. Prenota e
paga il Consorzio.
Andrea Pasqualetto
[email protected]
© RIPRODUZIONE RISERVATA
l’informatica pubblica. E Costanza
Pera, direttore generale del ministero delle Infrastrutture. E Sergio
Basile, già capo di gabinetto dell’ex
sindaco di Roma Gianni Alemanno. E il consigliere della Corte dei
conti Ermanno Ranelli. E Diana
Agosti, capo del dipartimento delle politiche europee di palazzo
Chigi, consorte dell’ex presidente
dell’Antitrust ed ex viceministro
Antonio Catricalà. E Salvatore
Sfrecola, magistrato della Corte dei
conti che dirige il giornale online
www.unsognoitaliano.it sulla cui
home page campeggia il motto di
Marco Porcio Catone: «I ladri di
beni privati passano la vita in carcere e in catene, quelli di beni pubblici nelle ricchezze e negli onori».
Nell’elenco dei candidati c’è anche
un certo Francesco Merloni. Che
sia lo stesso Merloni, 89 anni a settembre, autore da ministro dei Lavori pubblici della famosa legge
per stroncare Tangentopoli, subito
tradita?
Sergio Rizzo
© RIPRODUZIONE RISERVATA
VENEZIA — Alle comunali
del 2010 Renato Brunetta
(foto sopra) era in corsa
per la poltrona di sindaco
di Venezia contro Giorgio
Orsoni. Ma Orsoni aveva
avuto 560 mila euro per la
campagna elettorale e lui
no. «Era arrabbiato per
l’esclusione», ricorda
Piergiogio Baita, ex
presidente del gruppo
Mantovani, nel corso
dell’interrogatorio del 28
maggio 2013. Baita dice
non aver mai dato «denaro
in contanti a Brunetta»,
anche perché non era il
«cavallo» su cui puntava il
Consorzio. Ma siccome
Giovanni Mazzacurati, ex
presidente del Consorzio,
voleva sembrare
imparziale, «per lui
abbiamo sostenuto una
serie di costi elettorali.
Però avevamo deciso di
sostenere Orsoni». Una
decisione presa sulla base
di ragioni non proprio
ideologiche: perché veniva
dato vincente. «A quanto
ammontavano le spese
elettorali di Brunetta?»,
chiede il pm. “Saranno
stati 50 mila euro, ma
posso sbagliarmi.
L’abbiamo fatto come
Adria Infrastrutture, credo
che siano in contabilità».
L’ex ministro per la
Pubblica amministrazione,
oggi presidente dei
deputati di Forza Italia,
naturalmente, si scalda:
«Mai detto una cosa del
genere anche perché non
sapevo neppure che il
Consorzio Venezia Nuova
mi avesse mollato. Ho
peraltro un bel ricordo di
quella campagna
elettorale, nonostante ne
sia uscito perdente. C’era
un clima molto rispettoso.
Ma questa storia
dell’arrabbiatura per i soldi
del Consorzio mi giunge
nuova». Il contributo
elettorale, però, c’è stato.
«È tutto rendicontato e poi
non posso rispondere a un
giornalista che mi chiama
alle nove di sera su una
cosa di quattro anni fa. Di
certo che il Consorzio
avesse puntato su Orsoni
l’ho appreso solo in questi
giorni». Cosa pensa
dell’indagine sul sindaco?
«Sul punto non voglio dire
nulla perché ritengo di
essere un garantista
sempre e comunque: sia
che i provvedimenti
tocchino la mia parte
politica, sia che riguardino
gli avversari».
A. P.
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12 Primo Piano
Martedì 10 Giugno 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
#
Il governo Le riforme
Prepensionamenti pubblici, il governo frena
Il ministro Marianna Madia
«non opportuna» con la necessità di trovare in fretta un
«piano B». E poi ancora una
mossa tattica, per aprire una
breccia nel muro che i sindacati stanno per alzare: la promessa che «dal prossimo anno», quando la riforma dovrebbe essere già approvata,
si torni a parlare anche di rinnovo del contratto, dopo un
blocco che va ormai avanti dal
2009. Il ministro della Pubblica amministrazione, Marianna Madia, convoca i sindacati
per giovedì prossimo, vigilia
del Consiglio dei ministri che
dovrebbe portare all’approvazione della riforma della Pubblica amministrazione. Dovrebbe, perché ieri sono circolate voci di un possibile rinvio, anche se appare difficile
che il governo faccia slittare
un appuntamento annunciato con grande risalto più di un
mese fa.
Tra le prima bozze che cominciano a circolare e il documento che il ministro Madia
ha inviato ai sindacati, vengono fuori diverse novità rispetto al testo sottoposto per un
mese alla consultazione pubblica. La marcia indietro sul
pensionamento anticipato
dei dirigenti pubblici è probabilmente legata alla contrarietà dei lavoratori del settore
privato, per i quali non è stato
ancora del tutto risolto il problema «esodati». Nel documento inviato ieri Madia scrive che a fronte di un «ritorno
marginale» ci sarebbe stato il
rischio di «nuove distorsioni». Niente «scivolo» fino alla
pensione, dunque. Mentre
dovrebbe restare in piedi la
cosiddetta «opzione-donna»,
la possibilità di andare in
pensione con i requisiti pre
Fornero per le lavoratrici che
scelgono il regime contributivo. Ma come costruire, allora,
quella «staffetta generazionale» di cui si parla da tempo? La
prima ipotesi è accelerare sulla cancellazione del cosiddetto trattenimento in servizio,
cioè la possibilità di continuare a lavorare per due anni
dopo l’età della pensione. Il
governo pensava di liberare
così 10 mila posti, ma coinvolgendo anche altri settori
— come giustizia, sanità e
università — si potrebbe arrivare almeno a 15 mila. Ma c’è
anche un’altra ipotesi, che si
incrocia con l’ammorbidi-
GLI IMPEGNI
LA REALIZZAZIONE
Riforma Lavoro, ora il Jobs Act
La riforma del lavoro era e resta
la priorità del governo Renzi
insieme alle riforme istituzionali.
Il cronoprogramma, indicato dal
premier a febbraio, cioè al
momento dell'insediamento, fissava
in marzo la sua realizzazione.
Il capitolo lavoro è stato diviso in due.
Il primo, contenuto in un decreto
legge che ha riformato i contratti a
termine, è andato a compimento a
metà maggio. Entro l’anno è stato
fissato il termine per l’approvazione della
legge delega (Jobs Act).
Burocrazia e riforma dello Stato
La riforma della Pubblica
amministrazione doveva vedere la
luce in aprile, secondo le
indicazioni fornite a febbraio dal
premier. Il 30 aprile è stata lanciata
una pubblica raccolta di pareri via email
sui 44 punti della riforma, che si è
conclusa alla fine di maggio, con 39.343
email inviate dai cittadini.
Il 13 giugno, venerdì prossimo,
è la nuova data che il governo si è
dato per presentare la riforma
della Pubblica amministrazione. Il
ministro della Funzione pubblica,
Marianna Madia, come promesso incontrerà il giorno prima i sindacati. Tra
le ipotesi c’è anche quella che il governo presenti solo una prima bozza.
Nuovo catasto e 730 a casa
Era fissata per maggio la riforma
del Fisco. Il riferimento fatto a
febbraio dal premier Renzi era
all’attuazione della delega fiscale
elaborata sotto il governo Letta.
Quella legge, approvata in Parlamento
a larghissima maggioranza, prevede
tra l’altro invio del 730 a domicilio e la
riforma del catasto.
Potrebbe vedere la luce venerdì
prossimo o la settimana successiva il primo decreto attuativo
della delega fiscale, quello sulle
semplificazioni, che comprende
anche la riforma del catasto e l’invio
della dichiarazione. L’atteso riordino
delle agevolazioni fiscali entrerà invece nella prossima legge di Stabilità.
Competitività, sconti in bolletta
La riduzione della bolletta elettrica
del 10% è un provvedimento per la
competitività delle imprese che il
premier ha annunciato a fine marzo.
Il ministro dello Sviluppo economico,
Federica Guidi, ha fissato «ai primi di
maggio» il piano dettagliato, mentre
l’entrata a regime «entro il 2015».
Potrebbe arrivare venerdì
prossimo o, al più tardi, quello
successivo, la presentazione
delle misure «finanza per la crescita» e quelle sul taglio dei costi
dell’energia. L’intero pacchetto dovrebbe rientrare in quello che Guidi ha
chiamato «decreto competitività».
mento del blocco del turnover, oggi limitato al 20% con
un nuovo ingresso ogni cinque uscite. L’idea è di calcolare il rapporto fra entrate e
uscite non in base al numero
delle persone ma all’ammontare dei loro stipendi. Un
cambiamento che, di fatto, farebbe venire meno la sacralità
della pianta organica, aprendo la strada anche a nuovi
esuberi. Definite le regole anche della nuova mobilità. Non
solo perché viene eliminata,
per gli spostamenti volontari,
la necessità del nullaosta da
parte dell’amministrazione di
provenienza. Ma soprattutto
perché il passaggio da un ufficio all’altro sarà possibile
Prefetture
Il progetto prevede
la riduzione
delle Prefetture
a quota 56
anche senza l’assenso del lavoratore interessato. A patto
che sia conservato lo stesso
stipendio e il «trasloco» avvenga entro certi limiti geografici.
Resta da sciogliere il nodo
del numero delle Prefetture:
l’ipotesi iniziale era di scendere a 40, una per regione con
qualche deroga al Sud nelle
zone a più alto rischio criminalità. Ma si ragiona anche su
un numero più alto: 56. Non
ci sono dubbi, invece, sul dimezzamento dei permessi
sindacali. La spiegazione del
ministero, nel documento inviato agli stessi sindacati, è
l’unica che non arriva nemmeno ad una riga: «Il governo
ritiene la misura necessaria».
Marcia indietro sul
prepensionamento per i
dirigenti vicini alla fine
della carriera. Doveva
essere uno degli
strumenti per la
staffetta generazionale.
Il governo lo ritiene
«non opportuno»
Il rinnovo
del contratto
Il governo dice che «a
partire dal prossimo
anno» si tornerà a
parlare di rinnovo della
parte economica del
contratto, bloccata dal
2009. Era una delle
richieste dei sindacati
del settore
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«L’Italia ha il primato
delle aziende che rientrano»
economico del Pd: «Si può fare un
parallelismo fra Fiat-Chrysler e
governo» (...«non mi rovini»,
scherza Taddei) «ed è il salto di
paradigma: bisogna cambiare il
modo di fare le cose».
E se la «storia di coraggio im-
Prepensionamenti,
niente anticipi
Lorenzo Salvia
@lorenzosalvia
Camere di commercio
su base regionale
Industria II dibattito tra Taddei (Pd) e il banchiere Profumo sul libro di Barba Navaretti e Ottaviano alla Fondazione Corriere della Sera
«Siamo i leader in Europa per il
ritorno delle imprese che avevano
delocalizzato. C’è un’evidente
apertura di credito da parte degli
investitori internazionali. Segnali
importanti: possiamo far finta di
niente o cogliere l’opportunità.
Come? Per il governo ciò significa
decidere, scegliere, non procrastinare elargendo rinvio con la
cassa integrazione. Così ieri il responsabile economico del Pd Filippo Taddei ha voluto spendere
un po’ di ottimismo e sottolineare
l’azione dell’esecutivo di Matteo
Renzi.
L’occasione è del resto favorevole: nel dibattuto organizzato
dalla Fondazione Corriere della
Sera sul libro «Made in Torino?»
di Giorgio Barba Navaretti e Gianmarco Ottaviano (il Mulino), la
fusione Fiat-Chrysler diventa subito punto di partenza per una discussione su sistema Paese, nuova industria e politica industriale,
relazioni sindacali, innovazione.
E Barba Navaretti, cattedra di Economia alla Statale di Milano, dice
rivolto proprio al responsabile
Le misure
prenditoriale», come ha definito
l’«impresa» di Sergio Marchionne
il direttore del «Corriere» Ferruccio de Bortoli, che ha introdotto i
lavori, è fin da ora una grande sfida per il futuro, Alessandro Profumo, presidente di Mps, sottolinea
che anche per il Paese non c’è alternativa: «È l’unica strada che
possiamo seguire». Il numero
uno di Fca prefigura un’Alfa che
batte Bmw? Il banchiere dice che
«il sistema deve incorporare quella qualità» che permettono e di
«competere sul valore aggiunto e
non sul costo del lavoro e sui consumi». Certo, il giuslavorista Pietro Ichino sottolinea che il sindacato deve «imparare a “ingaggiare” l’imprenditore migliore: cosa
sarebbe successo se avessero vinto i “no”? Marchionne se ne sarebbe andato». E Profumo replica che
Il progetto
II Tesoro: no al condono per il rimpatrio di capitali
ROMA — Il ministero dell’Economia fa sapere di essere
contrario a qualsiasi ipotesi di condono legata al rientro
dei capitali dall’estero. Un «no» che arriva dopo che nei
giorni scorsi il deputato del Pd, Giovanni Sanga, aveva
presentato un emendamento al disegno di legge sulla
cosiddetta voluntary disclosure, quello nato dallo stralcio
del decreto presentato dal governo Letta a inizio anno, ma
poi mai convertito in legge.
Nel nuovo testo all’esame del Parlamento c’è non solo la
copertura dalla responsabilità penale anche per gli
intermediari che aiuteranno i contribuenti nelle
procedure di rientro dei capitali, che altrimenti avrebbero
evitato di consigliare ai propri clienti di scegliere la via
della regolarizzazione. Ma è previsto anche un calcolo
forfettario dei rendimenti per gli importi fino ai 2 milioni
l’anno e, soprattutto, la possibilità di regolarizzare anche i
beni non dichiarati al Fisco e rimasti in Italia. Un vero e
proprio condono che non era previsto nel decreto
presentato a suo tempo dal governo.
Proprio ieri il presidente della commissione Bilancio della
Camera, Francesco Boccia (Pd), ha annunciato di voler
presentare una «proposta di legge per consentire una
sorta di ravvedimento operoso delle imposte anche in
Italia. Prendiamo gli ultimi dieci anni e consentiamo, per
un periodo limitato di tempo, una regolarizzazione della
propria posizione». Una proposta simile a quella entrata
nel disegno di legge sul rientro dei capitali dall’estero.
Quasi un avvio di dibattito che ha spinto il ministero
dell’Economia ha rendere pubblico il suo «no».
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il primo «a fare le scelte dev’essere
l’imprenditore».
Il punto che viene messo al centro è però: cosa può, deve fare la
politica? Ottaviano, professore alla London School of Economics e
a Bologna, cita la task force che il
presidente degli Stati Uniti Barack
Obama ha costruito sul «caso»
Chrysler e per decidere la strategia migliore. «Fiat e Chrysler hanno dovuto convincere che i soldi
dei contribuenti non sarebbero
stati impiegati invano». Però, aggiunge che il lungo lavoro è stato
reso possibile anche dalla certezza
della stabilità politica: «In Italia se
un presidente del Consiglio ti invita a riflettere ulteriormente su
un piano industriale, hai buone
probabilità che fra sei mesi dovrai
ridiscuterlo con un altro premier».
E Taddei, dopo aver accolto con
ironia la «gufata». come ha chiamato il riferimento ai sei mesi del
governo, ricorre allo “storytelling”: «Ho il privilegio di andare
in tante parti del Paese. Ho incontrato un esportato di macchine
utensili che mi ha detto: se vedete
che non riuscite a migliorare le
cose, almeno non peggioratele.
Ho pensato: ma cosa può fare
questo Paese con un minimo di
sostegno, con un normale sistema
di incentivi?».
Sergio Bocconi
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Non viene cancellato il
registro delle imprese
ma vengono accorpate
le camere di
commercio. L’obiettivo
è arrivare ad un ente
per regione, i risparmi
saranno destinati a
interventi per le imprese
ILLUSTRAZIONI DI ROBERTO PIROLA
ROMA — Ci sono passaggi
che vengono definiti meglio,
come quello sulle camere di
commercio: potrebbero essere accorpate in modo da arrivare ad un organismo per regione, con l’obbligo di destinare la metà dei risparmi a
«interventi straordinari a favore delle imprese», come si
legge nelle bozze del provvedimento. Altri sui quali il governo fa marcia indietro, come l’«esonero dal servizio»,
cioè il pensionamento anticipato di chi è vicino alla fine
della carriera per aprire nuovi
spazi ai giovani. Doveva essere la chiave per la famosa
«staffetta generazionale» ma
adesso il governo la ritiene
IL PROGRAMMA DEL GOVERNO RENZI
Scatterà la mobilità obbligatoria a parità di stipendio. Camere di commercio regionali
Addio al trattenimento in servizio per consentire la «staffetta generazionale»
Statali in mobilità
a parità di busta paga
La mobilità sarà possibile
anche senza consenso
dell’interessato, ma a
parità di stipendio e con
un limite geografico. Per
la mobilità volontaria
non servirà più l’ok
dell’ufficio di
provenienza
Corriere della Sera Martedì 10 Giugno 2014
Primo Piano 13
italia: 51575551575557
#
Gli sconti sul reddito
Tipo di deduzione
Contribuenti
interessati
8.476.638
579.331
90.679
183.595
129.233
1.032.818
1.305.608
Contributi previdenziali
Contributi servizi domestici
Erogazioni a istituzioni religiose
Spese mediche portatori handicap
Assegno al coniuge
Previdenza complementare
Altri oneri
TOTALE
Deduzione media Vantaggio fiscale
dal reddito in euro
medio in euro*
855
293
103
1.429
2.405
828
144
874
2.250
770
270
3.760
6.330
2.180
380
2.300
Gli oneri detratti dalle imposte nel 2013
Tipo di detrazione
Detrazioni per carichi di famiglia
Oneri detraibili al 19% (mutui, spese mediche ecc)
Spese ristrutturaziozne edilizia
Spese riqualificazione energetica
Detrazione canoni di locazione
Altre detrazioni
TOTALE
Le detrazioni per carichi familiari: quanti ne hanno usufruito in Italia
Gli oneri dedotti dal reddito nel 2013
Contribuenti Detrazione media
interessati di imposta in euro
900
12.780.836
280
19.868.448
450
6.173.777
920
1.405.638
190
878.146
210
41.011
*ipotizzando che la riduzione di imposta sia pari al 38% dell’importo dedotto dal reddito
Fonte: Elaborazione Corriere della Sera su dati Agenzia delle Entrate
Regioni
Dichiaranti
Detrazioni
Piemonte
Valle d'Aosta
Lombardia
Liguria
Trentino A. Adige (Trento)
Trentino A. Adige (Bolzano)
Veneto
Friuli Venezia Giulia
Emilia Romagna
Toscana
Umbria
Marche
Lazio
Abruzzo
Molise
Campania
Puglia
Basilicata
Calabria
Sicilia
Sardegna
3.242.083
100.315
7.143.604
1.209.273
415.289
414.879
3.579.781
944.311
3.378.291
2.747.341
642.125
1.144.745
3.877.468
934.148
220.934
3.167.642
2.598.902
386.664
1.225.505
2.956.336
1.082.451
889.506
27.001
2.061.648
321.877
117.698
106.254
1.094.927
265.110
926.399
796.785
192.126
338.187
1.205.861
287.580
67.063
1.180.715
917.968
126.940
387.255
1.120.857
349.079
dichiaranti
41.414.154
detrazioni
780
12.780.836
740
media
790
900
750
810
850
840
760
760
760
820
820
850
920
1.010
1.150
1.070
1.050
1.080
1.100
960
Detrazione media in euro
CORRIERE DELLA SERA
Nel 730 Nel 2013 ci sono state 18,6 milioni di richieste per un ammontare medio di 750 euro
Il caos delle detrazioni sopra 4 mila euro
Case e separazioni nel mirino del Fisco
Attesa di sei mesi sui rimborsi per le verifiche dell’Agenzia delle Entrate
Anche se pochi sono benedetti e
soprattutto arrivano subito. La possibilità di ottenere nel giro di un
mese il rimborso in busta paga dei
crediti risultanti dalla dichiarazione dei redditi è l’aspetto che ha
maggiormente spinto negli ultimi
anni i contribuenti a dare la preferenza alla compilazione del 730 rispetto a quella del Modello Unico,
che invece consente di ottenere il
credito solo chiedendolo direttamente al Fisco o utilizzandolo per
compensare altre imposte.
Quest’anno c’è una novità sgradevole per chi sul 730 giunge a crediti superiori a 4.000 euro; se il contribuente usufruisce di detrazioni
non otterrà subito il rimborso ma
dovrà aspettare che l’Agenzia delle
Entrate effettui controlli formali
sulla spettanza delle detrazioni per
carichi di famiglia o per crediti di
imposta derivanti da dichiarazioni
degli anni precedenti. La promessa
del Fisco è che entro sei mesi al domicilio del contribuente verrà inviato un assegno con il dovuto.
Una stima precisa del numero di
persone interessate non è possibile
anche se appare ragionevole un ordine di grandezza attorno al mezzo
milione di contribuenti; dai dati ufficiali rilasciati dall’Agenzia delle
Entrate sulle dichiarazioni dei redditi compilate nel 2013 emerge che
per quanto riguarda per le due categorie di contribuenti cui il 730 si rivolge, e cioè i lavoratori dipendenti
e i pensionati, ci sono state rispettivamente 11,4 milioni e 7,2 milioni
di richieste di rimborso, per una
media di circa 750 euro a testa.
Arrivare a 4.000 euro di credito
non è facile ma nemmeno impossibile, purché il reddito imponibile
sia superiore a 25 mila euro (al di
sotto si diventa incapienti). Per dimostrarlo bastano un paio di esempi. Per il primo ipotizziamo un contribuente che lo scorso anno abbia
acquistato una casa; l’ha ristruttu-
Titoli di Stato
Effetto Bce
lo spread
a quota 133
Chiude in netto calo a
133 punti base lo spread
tra Btp e Bund tedesco,
con il tasso di
rendimento del
decennale italiano che
scende al 2,7% sul
mercato secondario. Per
il differenziale si tratta
dei minimi dall’aprile
2011.
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rata spendendo 70 mila euro e ha
avviato un mutuo da 150 mila euro.
Avrebbe così il diritto a 3.500 euro
di detrazione per le ristrutturazioni
e a 760 euro per il mutuo, toccando
i 4.260 euro. Per la seconda ipotesi
consideriamo un dirigente con uno
stipendio di 90 mila euro e che a seguito di separazione debba al coniuge un assegno di 10 mila euro
all’anno: pagandolo matura un credito di imposta di 4.300 euro.
Come spesso succede però la
norma che ha tagliato il rimborso
immediato non è di chiarissima
lettura: si tratta dei commi 586 e
587 dell’art. 1 della legge di Stabilità 2014. Il testo infatti dice che
l’Agenzia delle Entrate «effettua
controlli preventivi, anche documentali, sulla spettanza delle detrazioni per carichi di famiglia in
caso di rimborso complessivamente superiore a 4.000 euro, anche determinato da eccedenze d’imposta
derivanti da precedenti dichiarazioni». Dall’interpretazione letterale del testo si ricaverebbe che i controlli e quindi il ritardo nei rimborsi
riguarda a prescindere tutte le eccedenze superiori a 4.000 euro ma a
buon senso (e così si è espressa uf-
Parola
Detrazioni
‘‘
Una detrazione di
imposta è una voce di
spesa che comporta una
riduzione diretta dell’Irpef. Nel
caso della deduzione la voce di
spesa abbatte invece
l’imponibile, e apporta un
vantaggio maggiore a chi ha
scaglioni di reddito più alti. Un
caso è quello menzionato
nell’articolo, relativo
all’assegno al coniuge: con la
deduzione di 10 mila euro il
reddito imponibile scende da
90 a 80 mila; siccome quei 10
mila euro sono nello scaglione
di imposta dei redditi sopra i
75 mila euro (e che pagano
un’Irpef del 43%) il risparmio
sarà di 4.300 euro.
ficiosamente l’Agenzia delle Entrate) chi non ha carichi di famiglia o
crediti precedenti di imposta non
dovrebbe essere coinvolto perché
comunque non bisogna operare
nessun controllo straordinario sulla sua dichiarazione. Un chiarimento definitivo non guasterebbe.
Ma quali sono le spese che più
determinano crediti con il Fisco? Lo
vediamo nelle tabelle di questa pagina, elaborate partendo dai dati
ufficiali dell’Agenzia delle Entrate
relativi alle dichiarazioni del 2013 e
che operano la fondamentale distinzione tra deduzioni dal reddito
e detrazioni di imposta. Nel primo
caso la voce di spesa abbatte l’imponibile e apporta un vantaggio
maggiore a chi ha scaglioni di reddito più alti. Un caso è quello sopra
menzionato dell’assegno al coniuge: il manager dell’esempio vede il
suo reddito imponibile scendere da
90 a 80 mila; siccome quei 10 mila
euro di fatto sono nello scaglione di
imposta dei redditi sopra i 75 mila
euro e che pagano un’Irpef del 43%
il suo risparmio sarà di 4.300 euro.
Una detrazione di imposta invece è
una voce di spesa che comporta
una riduzione diretta dell’Irpef; le
spese di ristrutturazione edilizia di
entità fino a 96 mila euro sostenute
nel 2013 sono detraibili nella misura del 50% da spalmare in 10 anni.
Nel nostro primo esempio si ipotizzavano 70 mila euro; 35 mila si possono detrarre nel decennio, e quindi il credito di imposta è di 3.500
euro.
Gino Pagliuca
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Incontri Il ministro dell’Economia trova l’interesse della comunità finanziaria e il forte appoggio della Casa Bianca
«Fidatevi di Roma», la missione americana di Padoan
DAL NOSTRO INVIATO
NEW YORK — Fiducia del governo americano e atteggiamento più disponibile da parte
dei protagonisti del mercato finanziario Usa: rispetto ai suoi
predecessori, costretti a camminare su un sentiero molto stretto, Pier Carlo Padoan, nella sua
prima visita negli Stati Uniti da
ministro dell’Economia del governo Renzi, sta trovando porte
aperte e molto interesse. L’Italia
è sempre un Paese che non cresce e in una situazione di finanza pubblica critica: di questo gli
americani sono ben consapevoli. E ieri qualche osservatore non
ha mancato di far notare che il
nostro debito pubblico, che nel
2011, quando il governo Berlusconi fu travolto dalla sfiducia
dei mercati, viaggiava intorno al
120% del Pil, ora è al 133%.
Padoan è consapevole che la
situazione è tutt’altro che facile
ed è venuto negli Stati Uniti —
ieri a Washington, oggi e domani a New York — proprio per
spiegare le riforme e gli interventi che il governo conta di attuare per migliorare la sua posizione fiscale, riattivare la crescita, creare lavoro e ricominciare
ad attirare investimenti dall’estero. Più facile a dirsi che a
farsi: Wall Street rimane prudente nonostante la buona impressione fatta in passato prima
da Mario Monti, poi da Enrico
Letta e dal suo ministro del Tesoro Fabrizio Saccomanni. Già
da tempo, del resto, qualcuno,
come Larry Fink di BlackRock,
ha ricominciato a investire in
Italia. Si è trattato, però, finora
di interventi limitati, dettati soprattutto da considerazione di
convenienza immediata, vista la
possibilità di acquistare immobili e quote di aziende a prezzi
molto convenienti dopo le flessioni di questi mercati. Comunque una certa fiducia è tornata,
come testimonia anche il calo
dello spread tra Btp e Bund tedeschi.
Ora Padoan, che ha iniziato
ieri la sua visita a Washington
incontrando i vertici del Carlyle
Group e del fondo Tudor Investment Corporation, storico investitore in titoli del Tesoro italiano, sembra puntare a qualcosa
di più: un forte ritorno di investimenti finanziari e anche produttivi nel nostro Paese. Il sostegno politico del governo di
Stretta di mano Il segretario del Tesoro americano Jacob Lew
(a sinistra) con il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan
Washington c’è tutto: Obama ha
avuto ottimi rapporti sia con
Monti che con Letta e ora è stato
molto colpito dal risultato elettorale del partito di Renzi in Europa: «La Casa Bianca è interessata a una forte leadership dell’Italia nella Ue» ci diceva qualche giorni fa, durante la missione del presidente Usa in
Europa, uno dei suoi più stretti
collaboratori. «Abbiamo cercato
per 3 anni di arginare gli eccessi
di austerity dei leader europei
del rigore che non incoraggiavano abbastanza la crescita. Sosteniamo i nuovi leader» nel loro sforzo di riportare l’Europa su
un sentiero di sviluppo.
La solidarietà e la fiducia politica sono un propellente importante, ma non bastano: per
questo Padoan ha cercato di il-
lustrare in modo dettagliato il
piano di riforme del governo
Renzi con l’obiettivo di modernizzare il Paese rendendolo più
efficiente e attraente per gli investitori. Padoan si è dilungato
sul Job Act, sulla riforma della
pubblica amministrazione, su
quella della giustizia civile, sulla
legge-delega sul Fisco. Padoan
ha, poi, parlato diffusamente
del piano di privatizzazioni, dalle Poste ai cantieri navali.
Dopo aver visto il segretario
del Tesoro Jacob Lew, Padoan si
è spostato a New York dove oggi
avrà incontri a Wall Street. Ma
già ieri sera ha avuto modo di
parlare con banchieri e opinion
leader americani in una cena
«off the records» al Council for
Foreign Relations, insolitamente affollata. Con la discussione
animata da Martin Feldstein, il
decano degli economisti americani.
Massimo Gaggi
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14
Martedì 10 Giugno 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Esteri
Il viaggio Oggi il premier visita gli stabilimenti italiani a Hanoi, poi la partenza per Shangai
Russia
Renzi, prima missione in Asia
«Subito più affari con il Vietnam»
«Obiettivo: interscambio da 5 miliardi». Con lui la moglie Agnese
DAL NOSTRO INVIATO
La politologa
L’Italia vista
dalla Cina?
«Il paradiso
dei pigri»
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
PECHINO — Che cosa pensa
l’establishment cinese
dell’Italia? Un vecchio Paese con
tanta storia e poco futuro nel
mondo globalizzato oppure
ancora una potenza industriale
con la quale si possono fare
affari? Zhang Lihua, direttrice
del Centro di ricerca sui
rapporti tra Cina ed Europa
dell’Università Tsinghua di
Pechino non gira intorno alla
domanda: «L’Italia è un Paese di
grande storia e civiltà che
purtroppo è stato lasciato
indietro dagli altri. Penso che i
problemi dell’Italia siano molto
simili a quelli della Grecia, cioè
un’eccessiva democrazia e un
welfare troppo alto che rendono
meno efficienti i servizi
HANOI — Nella sua prima
missione internazionale fuori
dall’Europa Matteo Renzi ha portato con sé la moglie Agnese e un
ricordo d’eccezione, quel Giorgio
La Pira che fu sindaco di Firenze,
che resta suo riferimento ideale,
che il suo cattolicesimo politico lo
spese anche da
queste parti, contribuendo ad una
bozza di accordo
fra il Vietnam e gli
Stati Uniti.
Renzi atterra ad
Hanoi all’ora di
pranzo ed è il primo presidente
del Consiglio italiano a mettere
piede nel Paese dal 1973. Più di 40
anni di assenza colmati dagli investimenti delle imprese italiane,
dalla Piaggio alla Ariston, i cui
stabilimenti il premier visiterà
oggi, prima di trasferirsi in Cina.
Negli ultimi anni le leggi vietnamite hanno costruito un ambiente economico e amministrativo
favorevole agli investimenti este-
ri, il Paese viene ritenuto un hub
della produzione manifatturiera
mondiale, Renzi rilancia il contesto, appena arrivato: «Sono sicuro
che il meglio del nostro rapporto
deve ancora venire, stiamo lavorando per assicurare un interscambio di 5 miliardi di dollari».
La prima giornata in Vietnam è
un omaggio al mausoleo dell’ex
93
per cento l’aumento
dell’interscambio
con il Vietnam negli
ultimi 3 anni
presidente vietnamita Ho Chi
Minh e soprattutto l’intenzione di
rilanciare le relazioni commerciali: «L’Italia deve e può fare di più.
Oggi in Europa siamo il nono Paese per investimenti in Vietnam e
noi per il Vietnam siamo il terzo.
Dobbiamo recuperare posizioni e
costruire un rapporto strategico».
Negli ultimi tre anni l’interscambio è quasi raddoppiato, con una
crescita del 93%, ma, dice Renzi,
«possiamo fare di più e meglio,
entro il 2014 si terrà una commissione economica mista con un
piano di lavoro concreto tra i due
Paesi su temi come la cooperazione culturale, l’innovazione tecnologica, la difesa, la ricerca accademica, tutte opportunità di lavoro
concrete, così come l’Expo che
renderà ancora più forti le relazioni tra i due Paesi».
Al margine degli incontri con
le principali istituzioni, il premier
ricorda che il governo italiano intende creare nuovi investimenti,
«fare le cose più sul serio, perché
con il vertice Asem di ottobre a
Milano le relazioni tra Vietnam e
Italia entreranno in una fase ancora più forte e proficua soprattutto nei settori del turismo, della
difesa e della finanza». Il primo
ministro vietnamita definisce
«amichevole» l’incontro con Renzi sottolineando come per la prima volta un capo del governo italiano è arrivato nel Paese e questo
«segna una fase nuova di sviluppo e cooperazione soprattutto ora
che abbiamo celebrato i 40 anni di
First lady Agnese
Landini in Renzi,
37 anni, con Tran
Thanh Kiem,
moglie del premier
vietnamita
Nguyen Tan Dung
ieri ad Hanoi (Afp)
relazioni diplomatiche».
Oggi Renzi farà visita a due
stabilimenti italiani da anni presenti in Vietnam, quello della
Piaggio e quello degli elettrodomestici Merloni. Subito dopo, la
partenza per Shangai, dove nel
pomeriggio visiterà il padiglione
(italiano) dell’ultimo Expo ancora
aperto (c’è anche un museo della
Ferrari) e incontrerà il sindaco di
una metropoli di 24 milioni di
persone.
Alla vigilia del
suo arrivo in Cina,
Renzi vede i rapporti tra Roma e
Pechino sempre
più solidi. «Il nostro interscambio
commerciale è
aumentato del
400% negli ultimi
dieci anni — ha
detto il premier in
un’intervista alla
Xinhua — tuttav i a , c re d o c h e
l’Italia potrebbe
aumentare le sue
esportazioni verso
la Cina, mentre la
C i n a p o t re b b e
considerare l’Italia come un Paese
in cui gli affari possono essere
ampliati in molti settori di mercato. Italia e Cina sono anche due
grandi potenze culturali e dunque
il dialogo in questo settore dovrebbe essere rafforzato».
Marco Galluzzo
© RIPRODUZIONE RISERVATA
❜❜
Inefficienza
Politkovskaya,
condannati
gli esecutori
MOSCA — Il tribunale di
Mosca ha condannato tutti e
cinque gli imputati nel terzo
processo per l’omicidio
della giornalista dissidente
Anna Politkovskaja
avvenuto nel 2006: tutti
esecutori, nessun
mandante. Il presunto killer
Rustam Makhmudov e il
presunto organizzatore, suo
zio Lom-Ali Gaitukayev,
sono stati condannati
all’ergastolo. Per gli altri tre
imputati previste pene dai
12 ai 20 anni.
«Non sarò soddisfatto
finché non saranno
condannati i mandanti»,
ha dichiarato il figlio della
reporter Ilya Politkovskaja
alla tv russa Rossiya 24. La
Novaia Gazeta, il giornale
per cui la giornalista
lavorava, ha dichiarato che
il verdetto è «opportuno»
ma chiede che l’inchiesta sia
perseguita con «lo stesso
zelo» fino alla fine. «I
principali protagonisti non
sono stati presi: il
mandante, l’intermediario e
altre persone», ha
dichiarato il direttore.
Attivisti e colleghi della
donna hanno parlato di
«pista cecena» per la morte
della giornalista che si era
fatta molti nemici
raccontando le atrocità
perpetrate dai miliziani pro
Cremlino in Cecenia.
Egitto
Sette arresti
per molestie
sessuali
Da voi c’è troppa
democrazia. E serve
un anno per avere
il rimborso del
biglietto del treno
G.Sant.
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Gli onori I picchetti militari rendono gli onori ai primi ministri di Italia e Vietnam, Matteo Renzi e Nguyen Tan Dung, a Hanoi (Reuters)
✒
pubblici e meno ordinata
l’amministrazione politica. Ho
visto che i negozi in Italia
chiudono molto presto la sera e
spesso rimangono chiusi per il
fine settimana, questa secondo
me è mancanza di flessibilità.
Una volta sono incappata in uno
sciopero dei treni: per ottenere
il rimborso del biglietto ho
dovuto aspettare un anno. In
Cina mi avrebbero ridato subito
i miei soldi. Così alla fine questo
sistema diventa il paradiso dei
pigri».
La visita di Renzi sarà molto
breve, altri leader come il
francese Hollande e l’inglese
Cameron sono rimasti per una
settimana in Cina: pensa che
questo sia visto male dalla
leadership cinese?
«Non si offenderà. L’Italia
industrialmente è ancora
potente: per stringere accordi
serve soprattutto stabilità
politica, tempo per costruire
rapporti di fiducia».
La Cina si è impegnata con una
partecipazione importante
all’Expo 2015 di Milano: lei ha
sentito dello scandalo di
corruzione negli appalti?
«Anche la Cina soffre molto per
fatti di corruzione. Trovo che
per l’Italia l’inefficienza sia un
problema anche più grave della
corruzione».
L'analisi
LE INSIDIE SULLA ROTTA HANOI-PECHINO
di GUIDO SANTEVECCHI
ilitari delle Marine del
Vietnam e delle Filippine si
sono incontrati per una
partita di calcio e pallavolo su
un’isola delle Spratly nel fine
settimana. L’incontro amichevole
si è concluso con una grande
bevuta di birra. La trovata però
non è piaciuta alla Cina, che
rivendica l’arcipelago: «Una farsa
maldestra», l’ha definita il
ministero degli Esteri di Pechino in
una nota lunghissima nella quale
accusa i due Paesi di provocazione.
Le Spratly e le Paracel sono al
centro di una disputa
internazionale che oltre a Cina,
Vietnam e Filippine coinvolge
anche Malaysia, Brunei e Taiwan. Il
mese scorso si è combattuta una
battaglia navale con cannonate ad
M
acqua e speronamenti intorno a
una grande piattaforma petrolifera
ancorata dai cinesi tra le isole
Paracel, 240 chilometri al largo
delle coste del Vietnam. Pechino
ieri ha accusato i vietnamiti di aver
compiuto 1.416 azioni di disturbo
contro la piattaforma. A fine
maggio un peschereccio
vietnamita con una decina di
marinai è affondato (tutti salvati
per fortuna). La furia nazionalista
ha percorso il Vietnam dove decine
Veleni
C’è un clima avvelenato
nel Mar Cinese mentre
arriva la missione italiana
di migliaia di manifestanti hanno
dato l’assalto a un centinaio di
fabbriche cinesi dandole alle
fiamme: i morti sono stati una
ventina e Pechino ha dovuto
organizzare un ponte aero-navale
per evacuare migliaia di suoi
tecnici e lavoratori. C’è un clima
avvelenato nel Mar Cinese
meridionale, attraversato da linee
di approvvigionamento vitali
anche per Sud Corea e Giappone.
Metà del traffico mercantile
mondiale passa in zona; quasi un
terzo del greggio e metà del gas
liquido percorrono quella rotta. I
fondali sono ricchi di giacimenti
petroliferi e sono sfruttati per la
pesca. E la Cina, oltre alle Spratly e
alle Paracel, rivendica con
aggressività il 90 per cento dei 3,5
milioni di chilometri quadrati di
quel mare. Mentre Hanoi accusa
Pechino di usare la piattaforma
petrolifera per piantare la bandiera
nella zona contestata, l’intelligence
di Manila denuncia che il genio
cinese sta lavorando alla
costruzione di un’isola artificiale
tra le isole Spratly. L’avamposto
potrebbe essere dotato di una base
aerea e di un porto e secondo le
foto della ricognizione sarà grande
due volte Guam, la base militare
americana nell’Oceano Indiano
(che è di 44 km quadrati). Tra
queste isole e questo tratto di mare
che divide Vietnam e Cina naviga
anche la missione italiana guidata
da Matteo Renzi.
@guidosant
© RIPRODUZIONE RISERVATA
IL CAIRO — Sette uomini
sono stati arrestati ieri al
Cairo per molestie sessuali
compiute domenica sera
vicino piazza Tahrir mentre
erano in corso i
festeggiamenti per
l’insediamento del nuovo
presidente egiziano Abdel
Fattah Al Sisi. L’aggressione
è stata ripresa in un video
postato su YouTtube. Nel
filmato appare una donna
denudata, circondata dalla
folla.
La notizia dell’accaduto,
diffusa dalla Ong «Shoft
taharosh» («Ho visto
molestare»), ha sollevato
sdegno nel Paese. Episodi
analoghi sono stati
denunciati anche davanti al
palazzo presidenziale nella
stessa serata.
La scorsa settimana il
governo egiziano ha
emesso un decreto che
finalmente affronta in
modo specifico i reati di
abusi sessuali, prevedendo
condanne da un minimo di
sei mesi ad un massimo di
cinque anni. Le leggi in
vigore finora affrontavano
in modo vago le molestie
sessuali, definendole nei
casi più gravi «assalti
indecenti» e di fatto non
venivano mai applicate
nonostante il forte
aumento delle denunce
seguito alla Rivoluzione del
2011.
Corriere della Sera Martedì 10 Giugno 2014
Esteri 15
italia: 51575551575557
✒
Francia Primo duello (pubblico) ai vertici del Front National
L'analisi
Le Pen contro Le Pen
Marine zittisce il papà
per la frase antisemita
NO A JUNCKER,
CAMERON UNISCE
GLI INGLESI
E SFIDA MERKEL
E Jean-Marie alla figlia: «Traditrice»
L
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
PARIGI — Anni di lavoro per
fare del Front National un partito quasi normale, e l’85enne
fondatore Jean-Marie rischia di
buttare tutto al vento: per questo, stavolta, Marine Le Pen
prende pubblicamente le distanze dal padre. Non era mai
successo. In un’intervista video
condotta da una militante e
pubblicata sul sito ufficiale del
Fn, il presidente onorario se la
prende con gli artisti che hanno
attaccato il Front National dopo
la vittoria elle europee: l’umorista Guy Bedos, Madonna, Yannick Noah, «e tutti quelli che
avevano giurato, in caso di successo del Fn, di fare le valigie e
lasciare la Francia», aggiunge
l’intervistatrice, evocando il
cantante e attore Patrick Bruel,
ebreo. «Ascolti, la prossima volta faremo un’infornata», conclude ridendo Le Pen, soddisfatto della battuta.
Adesso Jean-Marie Le Pen
parla di persecuzione e di processo alle intenzioni, ma se tra
le migliaia di parole a disposizione ha scelto fournée a proposito di un ebreo, è difficile credere a un caso. Il video è stato
tolto dal sito, Marine Le Pen
parla di «errore politico», il suo
compagno e vicepresidente del
Fn, Louis Aliot, definisce la frase «stupida e sconsolante», il
deputato Gilbert Collard suggerisce all’anziano fondatore di
andare in pensione. Lui giudica
le parole della figlia «un po’ come un tradimento», dà al genero dell’imbecille, a Collard dice
che nel suo nome c’è un errore
di consonanti (Connard vorrebbe dire idiota), nega qualsiasi
affermazione antisemita, ora e
sempre, e con riflesso automatico protesta «contro il pensiero
unico» al quale lui, uomo libe-
In famiglia
Il padre
Jean-Marie Le Pen, 85 anni,
nel 1972 fonda il partito
nazionalista di estrema
destra Front National, di cui
è presidente fino al 2011.
Apertamente razzista e
antisemita (ha subito varie
condanne), candidato più
volte alle presidenziali
arrivando al ballottaggio nel
2002 ( ha perso con il
17,8% contro Chirac). Dal
1984 è europarlamentare
La figlia
Marine Le Pen, 45 anni,
avvocato, due divorzi e tre
figli, a 18 anni entra nel Fn.
Dal 2004 è
europarlamentare e dal
2011 presidente del partito.
Fautrice dell’uscita dall’euro,
di una Francia laica e
nazionalista, ha cercato di
«normalizzare» il Fn con
un’immagine «moderata».
Dopo il forte balzo alle
amministrative di marzo,
alle recenti europee il Fn si
rivela il primo partito di
Francia con il 24,8%.
Marine, terza alle
presidenziali 2012, punta
all’Eliseo nel 2017
di IVO CAIZZI
ro, mai si adeguerà.
Finora la ripartizione dei ruoli nel Front National aveva funzionato alla perfezione: la figlia
Marine che rompe con la tradizione estremista e antisemita
per dare un volto rispettabile al
partito e farlo entrare nel gioco
politico; il padre Jean-Marie che
ogni tanto dice uno sproposito
per conservare almeno un po’ di
carica eversiva, ed evitare che la
sua creatura fondata nel 1972
con neofascisti e nostalgici dell’impero coloniale diventi davvero un partito come un altro,
troppo simile alla destra istituzionale dell’Ump.
Il sottile equilibrio tra nuova
vocazione di governo e delirio
vecchio stile, che ha portato il
Front National al trionfo delle
elezioni europee (primo partito
di Francia con il 25%), si è spezzato. Marine Le Pen, che aveva
fatto finta di niente anche pochi
giorni fa, quando il padre aveva
auspicato il virus dell’Ebola come rimedio all’esplosione demografica africana e mondiale,
adesso gli rimprovera di avere
24,8
per cento i voti
con cui il Fn è
diventato il primo
partito francese
alle ultime europee
esposto il partito agli inevitabile
attacchi «di chi userà quelle parole in modo malevolo» (come
se un’interpretazione benevola
invece fosse possibile).
Jean-Marie Le Pen sfida a trovare una sua dichiarazione antisemita «in sessant’anni di vita
pubblica», ma ce ne sono moltissime. Dalla più celebre, le camere a gas «dettaglio della Seconda guerra mondiale» nel
1987 e ripetuta altre due volte,
all’avere fatto fischiare in quanto
Preferita
Jean-Marie Le
Pen, 85 anni,
bacia la sua
terza e ultima
figlia Marine, 45
anni, da sempre
la sua preferita.
I dissensi politici tra i due fino
a due giorni fa
erano sempre
rimasti latenti
(Afp)
ebrei i giornalisti Jean-François
Kahn, Jean Daniel, Ivan Levai e
Jean-Pierre Elkabbach nel 1985;
dal gioco di parole sul ministro
Durafour crématoire (four significa forno), alla battuta sul naso
di un giornalista ebreo cacciato
dal congresso di Tours nel 2011.
Per il Front National è la prima vera crisi famigliare e politica. La sera del 25 maggio, nella
sede del partito a Nanterre, Marine Le Pen aveva pronunciato il
suo discorso della vittoria da-
vanti allo sguardo commosso
del padre, fatto accomodare in
prima fila quasi a volere rivendicare il lungo cammino percorso
insieme. Ma adesso che molti
(non la Lega Nord di Matteo Salvini) si rifiutano di formare un
gruppo con il Fn al Parlamento
europeo, le uscite di Jean-Marie
non fanno più ridere neanche la
figlia.
Stefano Montefiori
@Stef_Montefiori
© RIPRODUZIONE RISERVATA
L’intervista Parla Annemans, leader del Vlams Belang, partito euroscettico fiammingo. «L’alleanza a Bruxelles si farà»
«Non razzisti ma anti-immigrati. Come Salvini»
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
BRUXELLES – Tutto cominciò
nel 1302 con Guldensporenslag,
la battaglia degli sproni d’oro. I
contadini fiamminghi insorsero
con falci e picche contro i cavalieri del re di Francia, che galoppavano appunto con gli sproni
d’oro. E vinsero: «Fu la nostra
prima rivolta, e vittoria — racconta Gerolf Annemans — e per il
resto abbiamo conosciuto secoli
di oppressione linguistica, politica, sociale. Fino ad oggi, ma tutto
per sta cambiare. Il Belgio è uno
Stato fallito, la comunità internazionale dovrebbe prepararsi alla
sua scomparsa». Annemans è un
signore alto e distinto, il capo del
partito Vlaams Belang (Interesse
fiammingo). Ma nonostante il
sorriso sotto la rada barba grigia,
a qualcuno in Europa fa paura:
«…E c’è anche qualcuno che mi
chiama fascista, antisemita..».
Chi?
«Nigel Farage, per esempio
(capo dell’Ukip, il partito euroscettico britannico arrivato primo
alle ultime elezioni, ndr). Ha deciso che nel nostro movimento
siamo così».
Perché?
«Non lo so. E mi dispiace molto. Primo, perché sono accuse
non vere: noi del Vlaams Belang
non siamo razzisti, antisemiti o
nazisti. Siamo amici della comunità ebraica. E secondo, perché
con Farage abbiamo diverse idee
in comune, se non si dialoga è un
vero peccato. Però Farage si siede
poi a trattare con uno imprevedibile come Grillo… Incredibile».
In che senso?
«Quei due sono molto, molto
lontani fra loro. Una loro intesa
non reggerà. Farage dev’essere
disperato per aver cercato Grillo.
Anzi, devono essere disperati tutti e due».
E perché il vostro movimento
preoccupa i partiti moderati europei?
«Forse perché io sono un indipendentista, un patriota fiammingo. E preparo l’indipendenza
della Repubblica delle Fiandre».
Con Bruxelles?
«Con Bruxelles, certo».
Dove però la maggioranza della popolazione parla francese.
«Lo so, naturalmente. Io sono
un pragmatico: ogni cosa avverrà
in modo ordinato, nessuna imposizione. I francofoni della Vallonia
potranno restare con noi, nella
Repubblica delle Fiandre, da amici e non da rivali, oppure andarsene. Decidano loro. Ma tutti i
fiamminghi vivranno qui, nelle
loro terre, dove sono sempre vissuti».
Identità
❜❜
Grillo-Farage
Farage deve
essere
disperato per
aver cercato
Grillo. Anzi
sono disperati
tutti e due
Belgio
Secessionista Gerolf Annemans nato 55 anni ad Anversa (Afp)
Nel frattempo, dovete scegliere un posto nell’Europarlamento. Nel gruppo euroscettico in
formazione ci sareste voi, il
Fronte Nazionale di Marine Le
Pen, la Lega Nord, l’Fpö austriaco erede di Haider, e forse il Partito della libertà di Geert Wilders, o i nazionalisti slovacchi.
«Abbiamo già 5 partiti dei 7
necessari».
Quale sentite più vicino alla
vostre idee?
«Beh, con Marine Le Pen collaboro da 25 anni».
Anche se è francese, e parla
francese…
«Sì. E vuole sapere una battuta
scherzosa che le faccio ogni tanto
quando brindiamo? “Salute, ma
quante volte ci avete invaso? Forse 732…” E ridiamo tutti».
E la Lega Nord?
«Vado ai suoi congressi da tanti
anni, facevo i discorsi dal palco
con Bossi. E ho un ottimo rapporto con Matteo Salvini. Lo ammiro
per la sua energia, per esempio
per la sua battaglia contro l’euro,
che è stato un grande fallimento».
❜❜
Indipendenza
Il Belgio è uno
Stato fallito.
Voglio
indipendenza
delle Fiandre,
ma dentro
la Ue
E sull’immigrazione? Condivide anche qui la linea Salvini?
«Sì, in pieno. Non possiamo
chiudere gli occhi davanti a ciò
che accade. Non possiamo spalancare le nostre porte senza danneggiare il nostro sistema. Ma
questo non significa che non abbiamo i nostri sentimenti umani».
E allora?
«Allora bisogna almeno chiudere le frontiere».
Respingere gli immigrati in
mare?
«Sì. Se accogliamo tutti, la marea crescerà sempre di più, e le ragioni umanitarie non possono
travalicare le possibilità reali».
Torniamo al vostro progetto
di indipendenza. Quando nascerà, la vostra Repubblica delle
Fiandre resterà nell’Unione Europea? I Trattati Ue non prevedono queste secessioni: se si esce
dallo Stato originario, si esce anche dall’Europa. Scozia e Catalogna sono già state avvertite.
«Noi resteremo nella Ue, se
questa ce lo consentirà. E credo
che la Ue non si opporrà. Se no,
andremo per la nostra strada,
quella dell’indipendenza: che è
già nell’ordine delle cose».
Luigi Offeddu
[email protected]
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a cancelliera tedesca Angela Merkel e il
suo europartito di centrodestra Ppe
rischiano una dura sconfitta politica per
aver indicato il lussemburghese Jean
Claude Juncker come presidente della
Commissione europea. E per non essere
ancora riusciti a convincerlo a ritirarsi,
dopo l’evidente logoramento della sua
candidatura. A casa il premier britannico
David Cameron ha esteso il fronte del
«no» all’opposizione laburista. All’estero
ha telefonato anche al collega Matteo
Renzi, che aveva pubblicamente preso le
distanze dal lussemburghese in quanto
espressione della vecchia Ue da cambiare.
Merkel ha così accettato l’invito a cena dei
principali premier anti-Juncker, Cameron,
Fredrik Reinfeldt (Svezia) e Mark Rutte
(Olanda) per negoziare una soluzione.
Il problema è che i capi di governo dell’Ue
non possono più scegliere da soli il
presidente della Commissione europea,
come in passato. L’Europarlamento
pretende l’applicazione — per la prima
volta — del Trattato di Lisbona, che invita
a «tenere conto» del voto alle Europee e
attribuisce l’elezione agli eurodeputati.
Per questo i principali
eurogruppi politici
Le regole
hanno presentato
come candidato il
loro capolista,
promettendo il
trasferimento agli
elettori della scelta
Il Trattato
del presidente della
Il Trattato di
Commissione.
Lisbona è entrato
Il Ppe di Juncker ha
in vigore nel
preso la maggioranza
2009. Il testo
relativa, davanti al
prevede un
socialdemocratico
maggior
tedesco Martin
coinvolgimento
Schulz, presidente
dei Parlamenti
dell’Assemblea Ue, e
nazionali nelle
all’ex premier liberale
scelte europee
belga Guy
Verhofstadt.
Voto popolare
Ma il
Sulla nomina del
lussemburghese ha
presidente della
controindicazioni in
commissione
serie. L’alternativa è
europea la
Schulz. Il Ppe però ne
procedura
uscirebbe sconfitto
prevede che
insieme a Merkel, che
venga eletto
non vuole cedere a un
dall’assemblea di
socialdemocratico
Strasburgo su
l’esposizione
proposta del
mediatica globale
Consiglio
garantita dalla
europeo (gli
poltrona a Bruxelles.
«azionisti» della
Verhofstadt,
Ue) tenendo
sostenitore di una Ue
conto, però, del
sempre più unita, è
voto popolare alle
indigesto a Cameron
elezioni europee
e Reinfeldt, che ha
organizzato la
riunione a quattro
nella sua casa in Svezia per valutare una
soluzione gradita a Merkel. Azzerare tutti
e tre i candidati votati dagli elettori.
«Siamo contro l’idea dei capolista perché
rende impossibile la corsa per chiunque
altro, eliminando molti potenziali
presidenti della Commissione», ha
dichiarato il premier svedese. Da qui un
compromesso potrebbe uscire definendo
l’intero pacchetto di euronomine, che
include le presidenze di Consiglio,
Europarlamento ed Eurogruppo, più i
principali portafogli della Commissione.
Del resto da sempre gli eurodeputati
protestano, ma alla fine accontentano i
premier, che sono i leader dei loro
principali partiti nazionali.
Stavolta però la perdita di credibilità,
dopo la promessa agli elettori, potrebbe
risultare devastante per
l’Europarlamento. Così viene ventilata la
minaccia di bocciare — nella prevista
approvazione a Strasburgo — qualsiasi
candidato diverso dai capolista votati alle
Europee. Ne scaturirebbe uno scontro
istituzionale senza precedenti, pericoloso
per Merkel, che fin dall’inizio ha
sostenuto Juncker e la sua linea
chiaramente filo-Berlino.
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16
italia: 51575551575557
Martedì 10 Giugno 2014 Corriere della Sera
Corriere della Sera Martedì 10 Giugno 2014
Esteri 17
italia: 51575551575557
#
E Israele rende omaggio a Napolitano
«Si è opposto a terrorismo e negazionismo»
Peres gli consegna l’onorificenza più alta. Al Quirinale anche Abu Mazen
La giornata
La visita
Dopo la visita in
Vaticano i
presidenti di
Israele, Shimon
Peres e
Palestina, Abu
Mazen hanno
incontrato il
capo di Stato
italiano Giorgio
Napolitano e il
ministro degli
Esteri Federica
Mogherini
Nucleare
Da domani
riprendono,
sempre a Roma,
i negoziati sul
programma
nucleare
iraniano tra i
rappresentanti
del governo di
Teheran e
quello di Mosca
in attesa del
vertice di Vienna
ROMA — Settimana tutta medio-orientale per l’Italia, eletta
crocevia diplomatico delle più
importanti trattative in corso
sulla regione.
Dopo la preghiera per la pace
di domenica in Vaticano insieme
a papa Francesco, il presidente
israeliano Shimon Peres e il leader palestinese Abu Mazen hanno proseguito la loro visita romana incontrando separatamente il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il
ministro degli Esteri, Federica
Mogherini.
Domani e giovedì toccherà
poi agli inviati di Mosca e Teheran dar vita nella nostra capitale
a un cruciale round di negoziati
sul programma nucleare iraniano: gli incontri di Roma, cui
prenderà parte il capo della diplomazia persiana Javad Zarif,
seguono la ripresa della trattativa Usa-Iran di ieri a Ginevra e
In Nigeria
servono a preparare la prossima
e forse decisiva tornata negoziale della formula 5+1 (Cina, Francia, Gran Bretagna, Russia e Stati
Uniti più la Germania) in programma a Vienna dal 16 giugno
prossimo.
Il clou della giornata di ieri è
stato il conferimento da parte di
Shimon Peres a Giorgio Napolitano della Medaglia d’Onorificenza Presidenziale, il più alto
Al Colle
L’incontro al Quirinale
dei tre presidenti.
Giorgio Napolitano ha
ricevuto l’israeliano
Shimon Peres (a sinistra)
e Abu Mazen (a destra)
La Knesset al voto
Israele sceglie il nuovo presidente
La Knesset, il Parlamento israeliano, oggi vota per
eleggere il nuovo presidente. I centoventi deputati
sceglieranno il successore di Shimon Peres. Per farsi
eleggere serviranno 61 voti. Altrimenti si andrà al
ballottaggio tra i due più votati tra 15 giorni. Questi i
candidati: Reuven Rivlin, Dalia Yitzik, Meir Sheetrit,
Dalia Dorner, Dan Shechtman.
riconoscimento civile d’Israele.
Era la prima volta che un capo di
Stato israeliano la consegnava
personalmente all’estero.
«Nel corso gli anni il presidente Napolitano — si legge nella motivazione — ha dimostrato
un perseverante impegno per il
benessere e la sicurezza dello
Stato di Israele e, da lui ispirato,
il Partito Comunista Italiano ha
adottato posizioni nuove e indipendenti riguardo al Medio
Oriente». Egli «diede voce con
fermezza alle posizioni sulla
questione dei prigionieri politici
sionisti ebrei nell’ex Urss, la cui
richiesta di emigrare in Israele
era stata respinta». Parole che
suonano come un risarcimento
del passato migliorista di Napolitano, che nel Pci si ritrovò
spesso in minoranza proprio per
le sue aperture su temi controversi e le sue posizioni autonome e filo-occidentali.
Quanto all’oggi, recita ancora
la motivazione, il presidente italiano «ha condannato ogni manifestazione di terrorismo, ha
ospitato vari incontri tra israeliani e palestinesi nel tentativo di
cercare una soluzione al conflitto sulla base di un mutuo riconoscimento e ha offerto agli
israeliani l’opportunità di presentare la loro posizione alla sinistra italiana». Ancora, egli è
una «figura guida in Europa nella lotta al negazionismo della
Shoah e all’antisemitismo ed è
consapevole del legame spesso
esistente tra sentimenti antiebraici e anti-israeliani».
Nella cerimonia al Quirinale,
cui hanno preso parte anche il
ministro Mogherini e il presidente delle comunità ebraiche
italiane, Renzo Gattegna, Peres
ha sottolineato che «Israele tende la mano per la pace ai palestinesi nostri vicini» e che occorre
«trovare una soluzione concordata e accettata da entrambe le
parti». Nel ringraziarlo, Napolitano ha colto lo spunto per ricordare a Peres che «la pace è parte
del suo retaggio» e che «oggi
dobbiamo dire con convinzione:
è giunto il tempo di far pace». Il
presidente della Repubblica ha
infine spiegato che la sua costante relazione con lo Stato e il
popolo ebraico e la sua determinazione a combattere l’antisemitismo e gli attacchi contro
Israele, sono «parte integrante
del mio impegno antifascista».
Al termine dei due colloqui
con Peres e Abu Mazen, il ministro Mogherini ha detto che «c’è
una forte domanda di presenza
politica europea nella regione
mediorientale e l’Italia farà la
sua parte durante il semestre di
presidenza della Ue».
Paolo Valentino
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Specializzata in psichiatria forense, studia le mosse dei rapitori delle 200 studentesse di Chibok. Ieri altre 20 sequestrate
«Scrivo libri per bambini. E do la caccia a Boko Haram»
La doppia vita di Fatima Akilu
la signora dell’anti-terrorismo
Di giorno studia le mosse di Boko
Haram, di notte scrive libri per bambini. «Due facce della stessa missione»,
dice Fatima Akilu al Corriere. La signora dell’anti-terrorismo in Nigeria è
una psicologa dalla voce lieve e la passione per i poeti romantici inglesi.
Cresciuta nello Stato di Kaduna, dove
il nord musulmano incontra il Sud a
maggioranza cristiana, si è specializzata in Inghilterra, lavorando per anni
a Londra con i ragazzi homeless prima
di passare alla psichiatria forense. Dalla mente dei killer solitari a quella di
Madre
«Anch’io come molte mamme
di Chibok ho una figlia di 16
anni che ora vuole sapere tutto
sulla sorte di quelle ragazze»
Abubakar Shekau, il capo terrorista
che da ragazzo raccoglieva bottiglie
vuote per il mercato di Maiduguri e
ora è diventato famoso per il rapimento di 200 studentesse: «Anch’io come
molte mamme di Chibok — dice Akilu
— ho una figlia di 16 anni, che ora
vuole sapere tutto del mio lavoro e di
quello che accade». Che cosa sta accadendo alle ragazze di Chibok e alla
missione per riportarle a casa?
La pressione internazionale si è affievolita, gli aerei spia setacciano la
boscaglia del Nord-Est mentre Boko
Haram continua a rapire(ieri seque-
strate altre venti ragazze da un villaggio vicino a Chibok). Forse è questo il
tempo della mediazione: «La carta del
dialogo è sempre sul tavolo — dice la
psicologa dell’Agenzia per la Sicurezza
Nazionale (Nsa) — E’ vero che Shekau
è abituato a giocare soltanto quella
della paura. Lui, ragazzo nessuno, ha
sentito pronunciare il suo nome dal
presidente Obama. Da una parte deve
continuare a colpire per restare all’altezza del personaggio. Dall’altra si
sente sotto pressione: nei suoi ranghi
c’è insoddisfazione, non riesce più ad
arruolare giovani volontari essendo
costretto a rapirli. E quando un leader
è sotto pressione, può anche agire in
maniera difforme dal suo carattere». E
dunque arrivare alla trattativa: le studentesse in cambio della liberazione di
alcuni militanti in carcere. E’ una tragedia da risolvere al più presto, anche
se la missione a cui lavora la dottoressa Akilu è a lungo periodo: «Alla Nsa
mi hanno chiamato tre anni fa, per
provare a disinnescare la minaccia di
Boko Haram con una strategia non militare su diversi piani. Primo, evitare
che le prigioni diventino luoghi
di proselitismo radicale. Secondo, reinserire i detenuti nel tessuto sociale». Per fare questo Fatima ha viaggiato in tutto il mondo
per raccogliere esperienze: «Arabia
Saudita, Indonesia, Algeria». In Afghanistan e in Iraq no? «Ci interessavano i piani messi a punto dalle
autorità nazionali più che quelli calati dall’esterno». Eppure il governo
Dai 3 anni in su
Fatima Akilu circondata dai
bambini. A sinistra, uno dei suoi
libri: «Il cappello
multicolore di
Mamuda», illustrato da Mustapha Bulama
nigeriano ha sempre mostrato di privilegiare la risposta delle armi, più
soldati e meno psicologi: «Può darsi
che ci sia stata una certa lentezza, ma il
fatto che abbiano chiamato una come
me nella squadra antiterrorismo prova
la volontà di agire su vari fronti».
Il fatto che il suo piano di riabilitazione per i prigionieri di Boko Haram
non sia ancora partito prova che una
come Fatima sembra arrivata dalla luna, in un mondo di politici indifferenti
o interessati alle mazzette, contractor
che tengono al business della guerra,
generali che chiedono ai colleghi occidentali di vendergli la macchina che
«vede» all’interno di un’auto se c’è un
terrorista oppure no. Per forza Boko
Haram teme, più dei generali, i libri e i
palloni che Fatima Akilu promuove
come strumenti per combattere la
«narrativa» dei gruppi islamici radicali. Letteratura, arte, musica, sport:
«Sono gli elementi su cui puntiamo
per contrastare il messaggio unico degli estremisti». In una recente vita Akilu ha animato il piano «Cento libri»,
con l’obiettivo di portare piccole biblioteche nelle scuole povere che non
hanno neanche un volume. Ha scritto
libri per bambini dai 3 anni in su per
raccontare gli obiettivi del Millennium Goal dell’Onu. Il governo nigeriano dovrebbe investire di più, se è
vero che le storie illustrate da Mustapha Bulama sono introvabili fuori
da Lagos e Abuja. «I miei familiari vivono a Maiduguri — dice Bulama al
Corriere – quando posso mando io
qualche copia. Lo Stato fa pochissimo». Peccato. La storia del piccolo Mamuda e del suo cappello multicolore è
perfetta per raccontare la convivenza
inter-religiosa anche attraverso la passione per il calcio. Proprio adesso che
cominciano i Mondiali: Nigeria in
campo, Boko Haram pure: pronto a
colpire i ritrovi con tv dove la gente
guarda la partita. Quanti ragazzi nigeriani conoscono le avventure dei piccoli eroi della signora antiterrorismo?
Michele Farina
@mikele_farina
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✒
Summit Roma crocevia della diplomazia. Domani gli inviati di Russia e Iran per i negoziati sul nucleare
L'analisi
L’AEROPORTO
ATTACCATO
E L’ESCALATION
TALEBANA
di GUIDO OLIMPIO
L’
assalto all’aeroporto di
Karachi da parte dei
talebani pachistani
racchiude una serie di
messaggi significativi
che vanno ben oltre il
pur grave bilancio. Nella
battaglia durata ore hanno
perso la vita una trentina
di persone, compresi i
dieci membri del
commando, tutti dotati
della fascia da kamikaze.
Forse il piano era quello di
dirottare un jet passeggeri
o di distruggere alcuni
aerei, ma anche se non ci
sono riusciti gli insorti
hanno dato una «botta»
pesante. Un’infiltrazione in
un target che dovrebbe
essere protetto, una
ripetizione dell’attacco alla
base militare di Mehran,
nel 2011.
Il primo segnale è legato
alla strategia degli insorti.
E’ un salto di qualità e non
la solita operazione. I
mujahedin erano bene
armati, con scorte,
preparati sul fronte
logistico ed hanno colpito
con sicurezza. I loro capi
hanno confermato di aver
organizzato con largo
anticipo l’assalto. Del resto
i militanti si sono mossi
con rapidità in un
ambiente ben lontano dal
loro teatro tradizionale.
Karachi è però una città
molto «accogliente» nei
confronti degli estremisti e
ospita una rete logistica
formidabile. I protagonisti
sapevano che si trattava di
una «missione di non
ritorno» ma erano pronti a
resistere il più a lungo
possibile per moltiplicare
l’effetto. E non si esclude
che tra loro vi fossero dei
combattenti stranieri,
probabilmente uzbeki.
Il secondo segnale è
politico. I talebani
rispondono ai raid dei
governativi, presentano la
strage come la rappresaglia
all’uccisione del loro leader
avvenuta in novembre
«per mano» di un drone
Usa. E’ chiaro che i
tentativi di abbassare la
tensione sono del tutto
inutili. Il Pakistan rischia
di assistere a nuove stragi,
in parallelo a quelle
settarie che hanno per
protagonisti musulmani
sunniti contro sciiti.
L’ultimo massacro è
avvenuto 48 ore fa.
Infine — terzo segnale —
c’è la necessità dell’attuale
leader, mullah Fazlullah, di
riprendere il pieno
controllo del movimento,
scosso da divisioni e
contrasti. L’«emiro» è stato
messo in discussione da
una parte dei mujahedin e
ciò ha aperto una breccia
per le manovre del governo
pachistano che ha cercato
di sfruttare il dissidio. Ecco
perché i talebani ora
minacciano uno scontro
totale con Islamabad.
Quanto è avvenuto a
Karachi — dicono — è solo
il primo anello di una
catena di sangue. Una
promessa che nessuno può
ignorare.
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18
Martedì 10 Giugno 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Cronache
Il processo Sotto accusa 7 tra poliziotti e carabinieri
«Botte non provate»
Il pm vuole l’assoluzione
degli agenti del caso Uva
Ilaria Cucchi: è diventata una barzelletta
Non è stato il comportamento di poliziotti e carabinieri a
causare la morte di Giuseppe
Uva, il quarantenne deceduto
nel giugno del 2008 poche ore
dopo essere stato fermato e portato nella caserma dei carabinieri di Varese. Il procuratore
capo di Varese Felice Isnardi si
esprime così nell’aula del tribunale di Varese e sono parole tutt’altro che scontate, perché la richiesta di proscioglimento arriva al termine dell’ennesimo
supplemento di indagine e sull’onda di una infuocata campagna mediatica che aveva messo
al centro le forze dell’ordine.
Nell’ultimo scorcio di inchiesta che ha preceduto l’udienza
di ieri sono stati ascoltati 35
nuovi testimoni, nessuno dei
quali è stato in grado - secondo
l’accusa - di dare man forte al
sospetto che Uva sia stato ucciso dalle botte prese in caserma.
Al pm così non è rimasto che
arrendersi: proscioglimento
dalle accuse di omicidio preterintenzionale, abbandono di incapace e arresto illegale per tutti
Torino: due arrestati
La vicenda
La morte
Giuseppe Uva (nella foto), 43
anni, morì in ospedale il 14
giugno del 2008, sette ore
dopo essere stato portato
nella caserma dei carabinieri
di Varese perché fermato
preso servizio all’inizio dell’anno a Varese e tra le sue prime
decisioni c’era stata quella di togliere il fascicolo del caso Uva ai
suoi titolari originari, i pm Agostino Abate e Sara Arduini. Il gesto voleva restituire serenità a
un processo in cui le parti (la
procura convinta dell’innocenza degli uomini in divisa, la fa-
nevano che Consob stava registrando nei
derivati Unipol 200-300 milioni di sopravvalutazione. Pochi mesi fa il Corriere
ha rilevato come Consob, usando poteri
di legge sull’aggiotaggio, in segreto si
fosse fatta dare dal pool reati economici
guidato in Procura dall’aggiunto Greco
(all’insaputa del pm Orsi) i tabulati telefonici dei giornalisti. Ora Minenna spiega che fu convocato il 4 febbraio e «mi fu
chiesto dei miei rapporti con i giornalisti». A salvarlo, una fortuna: non poteva
essere lui la fonte «come è riscontrabile
dal fatto che all’11 dicembre 2012 non
avevo ancora le carte e certo non sapevo
che su quei derivati potessero spuntare
minusvalenze da 200-300 milioni».
Luigi Ferrarella
Marco Bardesono
[email protected]
© RIPRODUZIONE RISERVATA
mentre ubriaco, con un amico,
spostava alcune transenne
per regolare il traffico
Il processo
Sono imputati per omicidio
preterintenzionale e arresto
illegale sei poliziotti e un
carabiniere
Claudio Del Frate
@cdelfrate
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Caso Unipol Minenna, il funzionario dell’Autorità di Borsa che aveva dubbi sui derivati dell’assicurazione
«Il direttore Consob mi chiese: stai parlando con il pm?»
MILANO — Una sorta di «controinchiesta» della Consob sul teste principale
e sul pm dell’inchiesta milanese sui derivati Unipol e sui concambi della fusione
con Fondiaria: ad accreditare questo scenario, addebitandolo al direttore generale Gaetano Caputi, è Marcello Minenna, il
funzionario Consob di «Analisi Quantitative» che, in dissenso da un altro ufficio e dall’orientamento del presidente
Vegas favorevoli all’operazione, stimava
invece 600 milioni di differenza nel valore dei derivati Unipol.
Il 18 ottobre 2013 il pm Luigi Orsi convoca Minenna perché, attendendo dal 4
luglio 2012 che Consob risponda alla richiesta di informazioni sulla progettata
fusione Unipol-gruppo Ligresti, da alcune intercettazioni romane sul porto di
Ostia aveva captato «all’interno della
Consob un contrasto tra Vegas e Minenna». Il funzionario risponde sulla complicata situazione matematica, nei termini che lo scorso 23 maggio, insieme ad
altri elementi e in particolare alle parole
dell’ex commissario Consob Michele
Pezzinga, hanno portato all’iscrizione
nel registro degli indagati (per l’ipotesi
di aggiotaggio) del n.1 di Unipol, Carlo
Cimbri, e a una richiesta alla Consob di
esibire atti. Ma alla fine Minenna racconta il particolare che, se vero, sarebbe
piuttosto antipatico già solo per i rapporti istituzionali tra l’Autorità che vigila
sui mercati finanziari e la Procura: il direttore generale Consob «Caputi mi ha
chiesto — afferma Minenna al pm Orsi
— se io la conoscessi e la frequentassi. In
particolare all’inizio mi fu chiesto se io
avessi avuto anche informalmente una
sua nota a Consob del luglio 2012, e poi
se io la conoscessi e la frequentassi. Ho
risposto no a queste domande».
A detta di Minenna, peraltro, in corrispondenza con le proprie perplessità
contabili su Unipol, «è stata creata dal direttore generale» Caputi «una situazione
lavorativa non serena attraverso l’avvio
di un procedimento disciplinare nei confronti miei e del mio stretto collaboratore Paolo Verzella per docenze e convegni
senza le dovute presunte autorizzazioni,
nel quale si ipotizza addirittura il mio licenziamento», accusa che per lui è «infondata alla luce della prassi della Consob» e contro la quale dice di aver reagito
al Tar. Minenna, infine, lamenta di essere
stato messo nel mirino dentro Consob
dopo l’articolo nel quale l’11 dicembre
2012 i giornalisti Pons e Puledda soste-
G I O R G I O
M O N T E F O S C H I
Emanuele Trevi
Corriere della Sera
“ Montefoschi racconta l’amore
più grande che si possa immaginare,
che apre le porte al mistero.”
il Venerdì di Repubblica
“ Giorgio Montefoschi ha scritto
uno dei suoi romanzi migliori.”
Silvio Perrella Il Mattino
IN LIBRERIA E IN EBOOK
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Il nuovo romanzo di
“ Nella commedia umana di Montefoschi
una persona non è mai solo
se stessa, ma anche un’immagine
dei desideri di chi la osserva.”
Matteo Nucci
Veleno nella mousse
per ottenere l’eredità
Arrestati i due nipoti
TORINO — L’obiettivo era l’eredità della ricca zia quasi
centenaria. Elisabetta Martini, 62 anni, e suo figlio
Marco Coggiola, di 36, hanno cercato di avvelenare con
il topicida l’anziana zia di 97 anni per mettere le mani
su libretti di risparmio e case. La nipote ci aveva
provato come «amministratore di sostegno» della zia,
da anni ospite non autosufficiente in una casa di
riposo a Cavour (Torino). Ma gli interessi tutelati non
sarebbero stati quelli dell’anziana, ma i suoi. L’incarico
era stato revocato e la donna aveva patteggiato una
pena di sei mesi. Dopo quella condanna, Elisabetta e
suo figlio avrebbero maturato l’idea di eliminare
definitivamente l’ostacolo che li separava dal denaro.
Ma non ci sono riusciti, grazie anche al tranello messo
in atto dagli investigatori. Un progetto omicida che
prevedeva un lento avvelenamento attraverso la
somministrazione di veleno per topi. Prima decidono
allora di riconquistare la fiducia della zia, che alterna
momenti di lucidità e confusione, dei parenti e del
personale della casa di
riposo. Prestano tutte le
cure e le attenzioni che
l’inferma merita, le fanno
visita sempre più spesso.
Poi il veleno, a dosi
minime ma continue:
nella mousse, nel succo di
frutta, nel brodino perché,
pensano madre e figlio, il
topicida farà effetto
Topicida Il veleno e, in alto,
lentamente. La vecchia zia
il momento in cui l’uomo
tenta di uccidere l’anziana zia passerà a «miglior vita»
senza neppure
accorgersene e sembrerà il più naturale dei decessi.
Ma non è così, la donna si sente male e viene portata
in ospedale. I medici non scorgono nulla che
giustifichi i dolori e al terzo ricovero optano per
un’analisi del sangue. Questa evidenzia la presenza di
veleno. I fatti vengono denunciati e il capo della
Mobile, Luigi Silipo, organizza un tranello per i parenti
«serpenti»: intercettazioni e microtelecamere
nascoste. I due, convinti di non essere sospettati, ci
provano ancora, ma sono fermati appena in tempo.
Portati in questura, incastrati da quelle immagini
eloquenti, confessano: «Siamo stati noi, ma non siamo
dei mostri». Tentano l’ultima carta: «Se fosse morta, la
zia avrebbe finito di soffrire». Un moto di pietà per la
vecchietta alle soglie dei 100 anni. Ma il topicida pare
davvero troppo e poi c’è l’eredità (il movente). La loro
posizione è grave: l’accusa è tentato omicidio e il pm
Francesco Saverio Pelosi potrebbe aggiungervi anche i
«motivi abietti».
Sorella Lucia Uva con Domenica Ferrulli (centro) e Ilaria Cucchi (destra) davanti alla Camera
i sette imputati. Resta in piedi
solo il reato meno grave, abuso
di potere, che però non è riconducibile al decesso della vittima. Se ne riparlerà il 30 giugno,
quando il gup Stefano Sala deciderà sul rinvio a giudizio.
Molti sono rimasti spiazzati
dalla richiesta dell’accusa. Il
procuratore capo Isnardi aveva
miglia della vittima sostenitrice
invece della tesi del pestaggio)
si erano scambiate accuse roventi. Isnardi aveva deciso di
interrogare un nutrito gruppo
di nuovi testimoni, principalmente personale dell’ospedale
di Varese che la sera fatale vide
Giuseppe Uva. A parte un’infermiera che si era rivolta a «Chi
l’ha visto?» e che sosteneva di
aver sentito i poliziotti dire a
Uva «adesso ti diamo una mano
di botte...», tutti hanno negato
di aver assistito a violenze.
Tutto torna a combaciare, in
altre parole, con le perizie mediche, nessuna delle quali aveva
rilevato sul corpo della vittima
lesioni, fratture, ecchimosi riconducibili a un’aggressione letale. La morte, affermarono i
periti, andava ricondotta al prolasso di una valvola cardiaca in
una situazione di stress. Uva, lo
ricordiamo, era stato portato in
caserma in stato di ebbrezza.
«Siamo sorpresi da questa
svolta a 180 gradi. Rimaniamo
convinti che gli imputati alla fine andranno a processo» ha
commentato Fabio Anselmo,
legale della famiglia Uva. «La
nuova fase delle indagini era
stata salutata come “vento di
verità”. Quel vento sta arrivando» replica Luca Marsico, difensore di alcuni carabinieri. Ma
arriva anche la reazione di Ilaria
Cucchi, sorella di Stefano, a sua
volta al centro di un caso analogo: «Quanto successo a Varese è
una barzelletta»
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Corriere della Sera Martedì 10 Giugno 2014
Cronache 19
italia: 51575551575557
Il processo «Sedici anni per Ieni, l’organizzatore». In 8 alla sbarra, sentenza a luglio
Carige
Chiesti sei anni per la madre
di una delle ragazze dei Parioli
I nomi in codice
della truffa
«La fiamminga», «il magro»,
«la tunisina», «fazzolettino» e
«la spagnola». Sono i nomi
con i quali gli indagati per la
mega truffa alla banca Carige
e le loro mogli si chiamavano
tra loro. È negli atti depositati
al Riesame. «Il magro» era
Giovanni Berneschi, l’ex
presidente di Carige, arrestato
con altri sei il 22 maggio per
riciclaggio e truffa. La moglie
di Ferdinando Menconi «la
spagnola», la signora
Berneschi la «tunisina» e
quella di Sandro Maria Calloni
«la fiamminga». Ernesto
Cavallini era «fazzolettino».
Il pm: spingeva la figlia a prostituirsi invece di studiare
✒
Le colpe della donna
e l’indulgenza sui clienti
di FIORENZA SARZANINI
È
accusata di aver sfruttato il corpo
di sua figlia per mantenere tutta la
famiglia. Sospettata di aver utilizzato i
soldi che la ragazzina di appena 14
anni guadagnava vendendosi a decine
di clienti, per comprare cibo, vestiti,
ma anche divertimenti visto che
almeno in un’occasione l’aveva spedita
a ritirare i biglietti per un concerto. Per
questo il pubblico ministero che ha
condotto l’inchiesta sulle giovani
prostitute dei Parioli ha sollecitato per
la donna accusata di sfruttamento
della prostituzione una condanna a sei
anni di carcere. La pena è dura, ma
appare adeguata alla gravità dei fatti.
Anche tenendo conto che si tratta di un
giudizio abbreviato e dunque deve
essere conteggiato lo sconto pari a un
terzo. Ciò che appare incomprensibile è
l’entità delle condanne sollecitate per i
clienti. Perché nel caso ritenuto più
grave, quello del commercialista che
aveva foto e filmini pedofili, si
chiedono cinque anni. E nei due
giudicati più lievi, appena otto mesi.
Possibile che per fare sesso a
pagamento con una minorenne si
rischi così poco? Possibile che non si
ritenga necessaria una linea dura che
possa servire da deterrente?
C’è uno strano atteggiamento nei
confronti degli uomini che
frequentavano Azzurra e Aurora. Non
si tratta di invocare la gogna, ma è ben
strano che di loro non si sappia quasi
nulla, che la maggior parte abbia
potuto godere dell’anonimato e che in
alcuni casi si sia addirittura ipotizzato
di poterli far uscire di scena con un
patteggiamento. Quando i difensori di
alcuni avevano prospettato questa
eventualità, i vertici della Procura
assicurarono che nessuna decisione era
stata presa perché ogni singolo caso
sarebbe stato valutato. Opportuno
sarebbe non concedere alcun beneficio
a chi, nonostante sappia di incontrare
una minorenne, non si fa scrupoli e poi
facendo finta di niente torna alla sua
vita normale. O almeno così crede.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
ROMA — Merita la condanna
a sei anni di carcere la mamma
che ai pm «giustificava» l’improvvisa ricchezza della figlia
con un raggelante e poco convincente «pensavo solo che
spacciasse», ma che in realtà
spingeva quell’adolescente a
prostituirsi — «e se non ce la fai
a studiare e poi uscire, fai i compiti a scuola così hai più tempo
(per i clienti, ndr)». Mirko Ieni, il
principale organizzatore del giro
di prostituzione, lui che per primo — ma non unico — agganciò
le due ragazze su un sito di incontri, fornì clienti e appartamento-alcova ai Parioli (e cocaina), «un soggetto dalla capacità
criminale pericolosa» secondo i
pm, deve avere 16 anni e mezzo,
oltre a 54 mila euro di multa. Ma
rischiano condanne a 8 mesi anche i clienti Francesco Ferraro e
Gianluca Sammarone. Un trattamento che potrebbe essere riservato anche alle altre decine di
clienti identificati (e non ancora
a processo). Tra loro Mauro Floriani, il marito di Alessandra
Mussolini, e l’avvocato Nicola
Bruno, figlio del parlamentare di
Forza Italia, Donato Bruno.
A poco più di sette mesi dagli
arresti di fine ottobre arrivano le
prime richieste della procura
sulla vicenda delle squillo adolescenti che incontravano a pagamento decine di professionisti
della Capitale. Il totale delle pene
La vicenda
L’indagine
Otto le richieste
di condanna ieri
per il giro di
prostituzione
minorile scoperto
a ottobre a
Roma, ai Parioli.
Due adolescenti,
gestite secondo
l’accusa da Mirko
Ieni (sopra),
hanno incontrato
decine di clienti.
Tra questi nomi
noti, come Mauro
Floriani, marito
di Alessandra
Mussolini
sollecitate dal procuratore aggiunto Maria Monteleone e dal
pm Cristiana Macchiusi — già
scontate di un terzo, come prevedono i processi con rito abbreviato — è 40 anni di carcere e 80
mila euro di multa. Sei anni e 18
mila euro di multa sono stati
chiesti per l’altro sfruttatore, il
caporale dell’Esercito Nunzio
Pizzicalla. Cinque anni per il
commercialista Riccardo
Sbarra, che
deve rispondere anche di
p o ss ess o d i
materiale pedopornografico, e quattro
anni per l’imprenditore
edile Marco
Galluzzo — il
«cliente bambus» nel linguaggio
delle due amiche — che avrebbe
fatto sesso in cambio di cocaina.
Un anno e quattro mesi la richiesta per Michael De Quattro,
commerciante che si spacciò per
investigatore privato e dopo aver
filmato un rapporto chiese 1.500
euro per non diffonderlo. La
sentenza del gup Costantino Del
Robbio è attesa il 1° luglio.
M. e L. 14 e 15 anni all’epoca,
erano diventate in poche settimane uno dei segreti più noti tra
avvocati e manager, padri spesso
di figlie coetanee delle loro lolite.
I pedinamenti Una foto delle ragazze scattata durante le indagini
Gli arresti di ottobre avvennero
in fretta data la gravità del caso,
subito evidente al Nucleo investigativo dei carabinieri. Oltre 50
i clienti identificati tra la marea
di utenze spuntate dai tabulati
dei cellulari delle studentesse.
Molti hanno chiesto di patteggiare per uscirne in fretta, ma in
nessun caso la procura ha finora
dato l’assenso.
Tutto era nato dalla denuncia
della mamma della maggiore
delle due ragazze. «Mia figlia —
raccontò ai pm — ha assunto un
comportamento aggressivo, le
ho trovato centinaia di euro nella
borsa». L. aveva coinvolto M., la
cui mamma invece non solo fece
I clienti
Otto mesi le pene
sollecitate per i clienti,
cinque e quattro anni
solo per due di loro
finta di non capire quando l’altra
donna condivise i suoi timori,
ma anzi incoraggiava quegli introiti extra che le arrivavano dalla figlia. Uno «scenario di particolare squallore», era stato definito dai giudici del Riesame: «Da
una parte due ragazze spregiudicate e determinate, desiderose di
beni costosi e disposte a tutto.
Bisognose di soddisfare la sete di
apparire grandi, di essere desiderate ed anticonformiste». Dall’altra, insieme a sfruttatori e
clienti, una mamma «senza alcuno scrupolo, nemmeno per la
posizione della figlia minorenne». Gli arresti non sembrarono
scuotere le ragazze: «Io voglio
una possibilità economica mia.
O vado a spaccià la droga o faccio questo», ripeterono agli inquirenti. Oggi sono in una comunità. E la più piccola si è costituita parte civile contro la
mamma.
Fulvio Fiano
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Caso Matacena
Chiara Rizzo
resta in carcere
Resta in carcere Chiara Rizzo,
moglie di Amedeo Matacena.
Il gip ha rigettato l’istanza di
scarcerazione. Dalle carte
depositate al Riesame,
intanto, risulta che nello
studio di Scajola e della
segretaria Roberta Sacco sono
state trovate registrazioni
telefoniche relative a
campagne elettorali, un fax di
Gianstefano Frigerio due
giorni prima del suo arresto
all’ex ministro, una lettera di
Totò Cuffaro da Rebibbia e
una cartolina firmata
«Chicco» da Dubai, dove si
trova il latitante Matacena.
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Il video
A fine giugno
Il dramma
sul gommone
dei migranti
Si fa il concorso
in magistratura
È stato un incidente a
causare la morte di tre
migranti domenica durante
i soccorsi di un barcone
con 107 persone nel Canale
di Sicilia (altri due sono
dispersi). Una telecamera
sulla nave maltese Norient
Star ha ripreso il gommone
che, mentre i primi
migranti salgono a bordo,
urta la nave e si fora,
rovesciandosi. Ieri intanto
l’Onu ha affermato che «la
questione dei migranti nel
Mediterraneo non è un
problema che l’Italia può
affrontare da sola».
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Tutto in una manciata di ore,
e il risultato è che il 25-26-27
giugno si farà il concorso per
365 posti in magistratura
sospeso venerdì dal Tar Lazio
perché un candidato disabile
in dialisi non lo avrebbe
potuto affrontare in 3 giorni
consecutivi: ieri il ministero
della Giustizia fa reclamo, e a
razzo il Consiglio di Stato, con
provvedimento cautelare
monocratico del Presidente
della IV sezione, sospende
l’ordinanza del Tar. La sezione
ha due udienze prima del 25
giugno, ma fissa la causa all’1
luglio. A babbo morto.(L.Fer.)
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20
italia: 51575551575557
Martedì 10 Giugno 2014 Corriere della Sera
Corriere della Sera Martedì 10 Giugno 2014
» Dossier
Cronache 21
italia: 51575551575557
Ordine pubblico
I POLIZIOTTI APPIEDATI NELLE CITTÀ
UN’AUTO SU TRE FERMA DAL MECCANICO
A Catanzaro una sola volante per turno. A Vibo non c’è benzina
In Calabria
niente benzina
In una Regione dominata dalla
criminalità, dove il «pattugliamento» diventa uno degli strumenti fondamentali per far prevalere lo Stato, la situazione dei mezzi appare sconcertante. A Catanzaro «la questura riesce ad assicurare
una sola volante per turno per tutto il territorio, mentre fino a qualche anno fa le macchine erano almeno tre per turno e non ci sono
soldi per la manutenzione di quelle tuttora in servizio». A Foggia ci
sono «al massimo due volanti per
turno» e nella provincia l’emergenza è ancora più grave visto che
«a Lucera e a Cerignola la volante
non è neanche garantita per le 24
ore».
Le pattuglie
L’Italia in divisa
Le auto disponibili per città, per turno di volante
24.000
È il parco mezzi
m
complessivo
de
della polizia di Stato.
Un terzo delle autovetture
fermo in riparazione.
è fer
maggior parte ha più
La ma
di 200.000 km
Treviso
Milano
Bologna
Torino
Firenze
Terni
Roma
Foggia
Bari
Nuoro
Catanzaro
Sono le auto disponibili
in totale
101.963
6
1.300 euro
Il personale
della polizia di Stato
(2013)
È lo stipendio medio
netto di un agente
di polizia
2.000 euro
99.008
2.955
Forze
effettive
Frequentatori
di corsi
di formazione
Non servono commenti per
quanto accede a Vibo Valentia: «I
buoni acquisto benzina per le volanti sono terminati e la Prefettura
non ha ancora autorizzato nuovi
acquisti. Su 66 veicoli a disposizione della questura in tutta la Provincia, 23 sono in attesa di riparazione e 4 motoveicoli sono fuori
sede per esigenze di altri uffici».
È lo stipendio di un
vicequestore aggiunto
(con almeno 14 anni
di servizio)
Il capo della polizia
Alessandro Pansa ha deciso
di destinare l’intero
stanziamento «da 40 milioni
di euro ai mezzi operativi»
13 euro
La retribuzione
lorda di un’ora
di straordinario
D’ARCO
ROMA — Autovetture vecchie, in
riparazione, ferme per sempre nei
garage. Reparti Volanti in affanno,
spesso nell’impossibilità di coprire
anche il numero minimo per ogni
turno di servizio. L’ultima emergenza in materia di sicurezza riguarda le auto della polizia. Perché
dopo anni di denunce e di richieste
di intervento, nulla è cambiato e
anzi i piani di spending review hanno assestato un colpo gravissimo
all’operatività delle pattuglie. Un
dato su tutti: su 24 mila macchine
di servizio, un terzo è in riparazione da oltre cinque anni. E la maggior parte delle altre ha già percorso oltre 200 mila chilometri. Ancora non basta, perché il problema è
che alle Volanti sono state assegnate appena 3 mila vetture, un numero troppo esiguo per poter garantire un efficace controllo del territorio. Lo sanno bene i vertici del Dipartimento che per cercare di
ovviare a una situazione ormai
drammatica hanno diramato una
circolare per sollecitare la revisione
dei mezzi, finora non obbligatoria.
E il capo della polizia Alessandro
Pansa ha destinato «l’intero stanziamento da 40 milioni di euro ai
mezzi operativi per l’acquisto di
nuove 1.000 vetture». L’ultima radiografia aggiornata delle «carenze» è contenuta in un dossier del
Sap, il Sindacato autonomo di polizia, che si è fatto portavoce delle richieste di questure e commissariati
di tutta Italia e con il suo segretario
Gianni Tonelli torna a chiedere
«inutili sovrapposizioni delle forze
di polizia con una riorganizzazione
che elimini gli sprechi».
Le scorte
a Roma e Milano
Il Reparto Volanti della capitale
ha «40 auto divise nell’arco delle 24
ore e questo vuole dire che si garantiscono una decina di volanti per
turno». Il quadro diventa paradossale tenendo conto che «ben altre
120 auto, tra quelle in borghese e
con colori di istituto, vengono uti-
Forze dell’ordine
È composto da
260 mila persone
il personale in servizio
tra carabinieri,
polizia e guardia
di finanza.
Tra due anni,
dopo i tagli previsti
dal governo,
si arriverà a 238.000:
95.000 per l’Arma,
87.000 agenti
e 56.000 finanzieri
Risparmi
Ammontano a 700
milioni i risparmi
del comparto sicurezza
con la chiusura
di centinaia di sedi,
la soppressione
di interi reparti
e il trasferimento
degli uffici in immobili
demaniali
Militari
È di 40.000 persone
la riduzione prevista
entro il 2024
per i militari
di Aeronautica,
Marina ed Esercito,
che passeranno da
190 mila a 150 mila.
Le unità di personale
civile scenderanno
da 30 mila a 20 mila
Le unità
Al momento l’Esercito
comprende 108.355
unità, la Marina
31.000 effettivi e
l’Aeronautica militare
45.000 effettivi
più 665 aeromobili
Caserme e presidi
Sono 385 le caserme
e i presidi militari
che saranno dismessi
entro il 2024 secondo
il piano del ministero
della Difesa
lizzate per le scorte». Situazione
analoga a Milano dove fanno servizio «15 vetture per turno (dieci anni
fa erano 25 per turno) e spesso
escono in ritardo perché le macchine sono sempre quelle e i nuovi turni non possono uscire se non rientrano i colleghi del turno smontante». A ciò bisogna aggiungere appena «due “volantine” di copertura
per 19 commissariati», mentre tra
scorte e tutele ci sono «una ventina
di servizi fissi e una decina di dispositivi attivati saltuariamente».
Pesanti criticità a Torino: «Per
ogni turno al massimo 6 volanti,
dunque in zone difficili come San
Salvario dove la presenza di forze
dell’ordine diventa insufficiente a
fronteggiare la delinquenza. Anche
perché la mancanza di fondi ha portato i dirigenti a sollecitare una diminuzione del 10% del chilometraggio negli ultimi due anni».
Arezzo e la Bmw
del «capo»
A Firenze «il parco auto prevede
40 macchine, quelle realmente disponibili sono una ventina e circa un
terzo sono in perenne riparazione.
Vuol dire che la questura garantisce
massimo 5 volanti per turno». Ma il
Vetture d’epoca
Il servizio antirapine? A Terni
si fa con una Panda che ha
già superato il muro dei 200
mila chilometri
vero disastro si registra ad Arezzo
perché «alla sezione autostradale si
contano una decina di pattuglianti
ma c’è soltanto una “Alfa 159” e in caso di emergenza il comandante mette a disposizione la sua Bmw». Non
basta: «Al distaccamento stradale di
Ponte a Poppi, a fronte di 9 pattuglianti c’è una “Alfa 159” con oltre
200 mila chilometri e un “Pajero con
250 mila chilometri. Situazione pressoché identica al distaccamento stradale di San Giovanni Valdarno».
Non si sta meglio a Bologna con «4
macchine per turno di volante», oppure a Terni dove «la sezione antirapina della Squadra Mobile ha in dotazione una Panda con oltre 200 mila
chilometri» e a Bari, città ad alta densità criminale dove ci sono «5 volanti
per turno, che scendono a 2 volanti
nei fine settimana», a Treviso dove
«la questura ha a disposizione una
“Fiat Bravo” e una “Alfa 159”». Ma soprattutto alla Stradale di Lucca che
«ha dovuto impegnare l’unica pattuglia al tratto Pisa-Livorno e quando
c’è un’emergenza chiede la macchina
a Pisa».
Fiorenza Sarzanini
[email protected]
© RIPRODUZIONE RISERVATA
22 Cronache
L’intervista
Martedì 10 Giugno 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Il presidente del colosso web: se vuoi che qualcosa sia protetto devi darlo alla nostra azienda
«Noi di Google non siamo complici
del sistema di sorveglianza di massa»
ho detto con chiarezza, al presidente Obama
e ad altri: solo perché potete fare qualcosa
non significa che dovete farlo. Pensavano di
potersela cavare, che noi non avremmo reagito: è stato un errore».
«L’identità sarà il bene più prezioso per
i cittadini del futuro, ed esisterà innanzitutto online».
«Lo so. L’ho scritto io».
Un’altra frase che l’ha resa celebre, e
non sta nel suo libro «The new digital
Chi è
age»: «Se c’è qualcosa che non volete far
conoscere, forse quella cosa non avreste
Eric Schmidt, 59 anni di Washington, è
dovuto farla, tanto per cominciare». Mi dilaureato in ingegneria elettronica. È stato
ca: si applica anche al sesso?
amministratore delegato di Google Inc dal
«Conosco quella citazione. Mi domando
2001 al 2011 e da allora è stato nominato
perché non venga riportato l’intero paragrapresidente del consiglio di
fo. Mi riferivo al Patriot Act, quindi alla sicuamministrazione. Nel 2013, secondo la
rezza nazionale. Ecco perché questa cosa mi
classifica della rivista Forbes, è la 138°
irrita tanto: viene usata contro di me fuori
persona più ricca del mondo, con un
contesto».
patrimonio stimato di 8,2 miliardi di dollari
Ha letto «The Circle» di Dave Eggers? Mi
chiedevo se l’autore ce l’avesse con voi di
Google, con Facebook, con Microsoft
o con tutti quanti insieme.
«Cerco di non vedere film e non leggere
libri sulla mia industria».
Non ha letto neanche il libro su Steve
Jobs?
«Steve Jobs era un
caro amico, non ho bisogno di leggere quel
libro. Io sono nel libro».
Non ha visto neanche «The Social
Network», sulla naA confronto Erich Schmidt, a sinistra, risponde a Beppe Severgnini scita di Facebook?
«Preferisco guardaHo intervistato Glenn Greenwald al re i film italiani».
Jeff Bezos racconta di aver capito l’im«Corriere»: sostiene che non avete oppoportanza di Internet nel 1994, lo stesso disto resistenza alla sorveglianza di massa.
«Lo so. Ho letto il suo libro. Si sbaglia. Vo- ce Bill Gates... Lei quando ha capito che si
glio essere chiaro. Le affermazioni di Gre- trattava di una rivoluzione e non di una
enwald sono false e lui lo sa. Punto uno: non moda?
«Quando mi hanno mostrato Mosaic
eravamo consapevoli che la Nsa (National
security agency, Usa) o il Gchq (Government (uno dei primi browser, ndr) nel gennaio
communications headquarters, Uk) avesse- 1991 (cerca su Google). Anzi no, era il 1993».
ro accesso ai nostri servizi interni. Punto
Lei ha incontrato leader di tutto il mondue: non abbiamo collaborato con loro. do. Conosce e viene ascoltato da Barack
Quando, tempo dopo, è uscito un documen- Obama. Chi capisce meglio la Rete?
to da cui risultava che il Gchq in effetti inter«Il presidente di Singapore è un computer
cettava il traffico tra i nostri server, imme- scientist. Il presidente dell’Estonia ha capito
diatamente abbiamo criptato tutto, Gmail tutto. L’intero Paese è su Internet. Vediamo
verso Gmail e sempre di più Gmail verso quant’è grande l’Estonia (cerca su Google):
non Gmail. Ma queste intrusioni ci hanno popolazione, 1,3 milioni. Formidabile».
fatto arrabbiare. Molto».
In Italia potremmo migliorare?
E oggi?
«Il motore dell’Italia sono le piccole e me«Posso dirle: se vuole che qualcosa sia die imprese. Ma i clienti sono in tutto il
protetto, lo dia a Google. Una delle conse- mondo. Quindi: primo passo, un website e
guenze di quello che io considero lo spio- una connessione adeguata. Internet non è
naggio illegale della Nsa è questa: la tech in- abbastanza veloce, è una questione che il
dustry ora ha reso la vita molto difficile a chi vostro governo deve affrontare rapidamenvuole fare queste cose. Un pezzo recente nel te. Tutti gli italiani devono andare online:
Nyt racconta: Microsoft, che ha fatto cose subito».
cattive con la Nsa, adesso ha visto la luce ed è
(ha collaborato Stefania Chiale)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
impegnata a criptare tutto! È una cosa che
Eric Schmidt: su Internet imparate dall’Estonia, l’intero Paese lo usa
di BEPPE SEVERGNINI
Google non ha un ufficio a Roma. L’incontro è al quarto piano di un palazzo vetri e
alluminio vicino al ministero dell’Agricoltura. Nessuna insegna, niente scritte. Fuori un
caldo sfacciato. La scritta GOOGLE appare
all’ingresso, su una parete interna. Tre stanze e un corridoio, ribattezzato Via YouTube
(targa in finto marmo capitolino). La sobrietà in trasferta di una delle società più ricche
e potenti del mondo. Eric Schmidt, il grande
capo, 59 anni, camicia e cravatta, aspetta in
sala-riunioni chino sul MacBookAir. Spiega
che le foto dobbiamo farle prima o dopo
l’intervista («Due cose insieme non riesco a
farle»). È venuto, dice, per ragionare con
l’Europa, «ma non posso dire come condurla». La prima domanda, quindi, è obbligatoria.
Dove condurrebbe l’Europa?
«Ho passato due settimane a parlare con
molti leader europei, ma non c’è accordo sui
problemi. E perciò non c’è accordo sulle soluzioni. Bisogna decidere quali sono i problemi. Al primo posto io metto la crescita
economica».
Una domanda più facile — fino a un certo punto. Se lei fosse un editore tradizionale, proprietario di una testata affermata, cosa farebbe oggi?
«Lasci che le faccia io una domanda. Le
vendite stanno aumentando o scendendo?»
Le vendite scendono, nonostante l’aumento delle copie digitali.
«Be’, dovrei prenderne atto: i cittadini si
stanno muovendo verso il digitale e la gente
che comprava i giornali oggi li legge su
smartphone e tablet. Bisogna inventare una
strategia basata sul fatto che i tuoi lettori
stanno là. Ci sono tre modi per farlo: puoi
avere un paywall, puoi usare un modello
gratuito oppure trovare uno sponsor».
Come avrà letto nel rapporto Innovation
del «New York Times»...
«Si sta riferendo al rapporto interno? Non
l’ho letto. Pare sia un documento riservato e
io non leggo leaked documents (fatti uscire
di nascosto)»
D’accordo. Glielo dico io. In quel rapporto si legge: ormai i lettori arrivano agli
articoli non più dalla homepage ma da
link diretti. Spesso da Google News, il più
grande aggregatore di notizie al mondo.
Perché allora molti nei media non vi amano?
«Deve chiederlo a loro. Noi continuiamo a
dirglielo: siamo i vostri migliori amici! Noi
non produciamo notizie, mandiamo i lettori
verso i vostri siti».
I giornali sono prevedibili?
«Molte notizie sono ripetitive. “Il presidente Obama ha tenuto un discorso annun-
Dipendenti
Domin
Domini
atturat 180
49.829 Fatturato
15,42
a tempo pieno
miliardi di dollari
(1° trimestre
2014)
Uffici
Uffici
Lingue
Lin
Li
gue
ue
in 40 Paesi
130
70
ciando il programma e poi è volato a Miami”: ci sono migliaia di siti che dicono questo, scritti da migliaia di giornalisti. Non c’è
un vero insight, un’analisi, spesso manca un
punto di vista. Le notizie normali hanno
sempre meno rilevanza, troppa gente racconta le stesse cose. Mettiamola così: chi organizza i dieci titoli principali della giornata
non offre un grande valore».
Lei è arrivato a Google nel 2001. Si aspettava che l’atteggiamento generale verso la
vostra società cambiasse tanto in questi
anni?
«Quando sono arrivato a Google non
avrei mai immaginato che avremmo avuto
questo successo. E poiché il nostro prodotto
è gratuito, mi ero illuso che tutti potessero
essere gentili con noi... (sorride)».
È un atteggiamento che vi preoccupa?
Per questo avete reagito tanto velocemente
alla decisione della Corte di Giustizia Europea sul diritto all’oblio?
«Lasci che le spieghi la questione. La decisione della Corte di Giustizia è chiara: se non
sei una persona pubblica e l’informazione
non è rilevante per l’opinione pubblica, puoi
chiedere a Google di rimuovere quell’informazione. Questa decisione, le dirò, ci ha
stupito. È un equilibrio delicato quello tra il
diritto all’oblio e il diritto a sapere, e noi
pensiamo che la Corte abbia trovato l’equilibrio nel punto sbagliato. Ma poiché siamo
ligi alla legge e la legge è chiara, la rispettiamo; e abbiamo deciso di farlo nel modo migliore. Stiamo assumendo persone che
guarderanno a ogni caso in base ai principi
stabiliti dalla Corte. In settembre e ottobre
organizzeremo un tour chiedendo direttamente ai cittadini come affrontare i casi più
complicati. Ci sarò anch’io».
E finanzierete voi tutto questo?
«Certo, non abbiamo scelta. Poniamo che
un uomo abbia commesso un omicidio vent’anni fa e ora pretende che la notizia venga
rimossa. Noi ci rifiutiamo e lui ci denuncia.
Se l’autorità nazionale per la protezione dei
dati gli dà ragione e ci ordina di farlo, noi rimuoviamo quell’informazione».
Poiché in America questo è necessario,
per sapere tutto di una persona molti andranno su Google.com anziché su Google.it. Non è così?
«Non ho una risposta a questa domanda.
Noi mettiamo in pratica le decisioni europee. Deve parlarne con i suoi leader politici e
con la Corte di Giustizia».
Il convegno A Torino l’appuntamento mondiale dell’editoria
«Smartphone e tablet, il futuro è l’informazione mobile»
John Elkann: così due miliardi di persone
si collegano ogni giorno alla Rete da tutto il mondo
DAL NOSTRO INVIATO
TORINO — La ricerca della
soluzione dell’equazione postGutenberg è al centro del Summit mondiale dell’editoria organizzato da Wan – Ifra. Il dibattito sulla trasformazione in corso nell’industria dei media è
globale. E in questo caso la ricetta non è segreta. Gli ingredienti sono: editoria, new media, Internet, digitalizzazione,
mutamento delle abitudini di
lettura, viralità, mobilità e accesso ubiquo. L’incognita rimane il modello di business.
Come confermato ieri la direzione in cui stiamo andando
rientra tra le variabili che a questo punto possiamo dire di conoscere. «Quello che sta facendo la differenza — ha detto John
Elkann presidente di Fiat Chry-
sler Automobiles, editore de La
Stampa e primo socio dell’Rcs,
la società che edita il Corriere
della Sera — è che oggi nel nostro mondo due miliardi di persone si collegano alla Rete via
smartphone e tablet. Ormai un
quarto degli accessi su Internet
avviene attraverso il mobile. In
Africa e Asia la percentuale è del
40%, in Cina dell’80. Non ci sono solo persone nel loro ufficio
che vanno sul web via pc».
«Dieci anni fa — ha ragionato
Elkann — gli smartphone non
esistevano. Oggi ne vengono
venduti circa un miliardo ogni
anno, quattro o cinque volte più
delle tv e dei pc [...]. E ciò che è
interessante per la nostra industria è che questi utenti leggono
anche» sul device mobile.
Elkann ha anche citato il recente
report del Nyt sull’innovazione
del settore. «Ciò che ho trovato
interessante è l’ultimo capitolo
intitolato digital first. Credo
che sulla base dei numeri e della
crescita che vedo la realtà è
“mobile first”».
Il salto ulteriore secondo
Amy Webb, fondatrice del gruppo Usa WebbMedia, sarà rappresentato dalle esperienze come la testata Vox dove dal paradigma «digital first» si è passati
a quello «technology first». Il
media nasce in questo caso intorno alla tecnologia capace di
collegare il produttore di contenuti con la community di lettori.
Un passaggio per nulla banale. I media tradizionali sono basati sul vecchio concetto del
platform first: la tv, il giornale
di carta. Il mezzo determinava il
modello di business e l’eredità
del controllo della piattaforma
Presidente
A sinistra John
Elkann, presidente di Fiat
Chrysler Automobiles, editore
de La Stampa e
primo socio di
Rcs che edita il
Corriere, durante
il suo intervento
di ieri a Torino
(Ansa)
la sua sopravvivenza. Oggi, secondo Webb, i media, pur lasciando al centro il contenuto,
dovrebbero investire e fare acquisizioni sulla tecnologia per
lasciare alle spalle la fase del digital first, una transizione basata sull’unione tra contenuti tradizionali e canali social. Non a
caso la manager ha citato Nest i
termostati intelligenti con cui
Google sta cercando di creare la
casa cosciente. L’informazione
customizzata non è solo quella
che si basa sui Google trends.
Ora il motore di ricerca ci dice
quali sono le parole chiave degli
italiani ora, per ora, ma non va
dimenticato che è fallito il mastodontico progetto di Google
per anticipare le influenze basandosi sulle parole ricercate
dalle persone sul motore.
Il futuro potrebbe essere
quello di un «giornale cosciente» che capisce non solo gli interessi del lettore ma anche di
che tipo di informazione ha bisogno a seconda dei suoi spostamenti e della situazione in
cui si trova.
Resta il tema delle regole del
selvaggio web. «Siamo di fronte
ad una sfida da affrontare, per
certi versi, in termini costituenti. Il mondo digitale necessita di
regole che devono essere per loro stessa natura sovranazionali». Così il sottosegretario alle
telecomunicazioni Antonello
Giacomelli, intervenuto sempre
al Lingotto di Torino.
«Siamo convinti — ha proseguito — che la dimensione europea sia per noi la dimensione
minima per affrontare temi tanto complessi, come ad esempio
quello della trasformazione digitale. Per pesare bisogna avere
una voce sola ed il semestre di
presidenza italiana può rappresentare in quest’ambito una
straordinaria occasione».
Massimo Sideri
smarteconomy.corriere.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Corriere della Sera Martedì 10 Giugno 2014
Società Gli accordi per produrre senza raggiungere la scrivania pochi giorni al mese
«Agile», tra casa e ufficio
Il lavoro governato da noi
La svolta di Vodafone: in 3.100 opereranno a distanza
aziende scelgono il lavoro agile
perché così i dipendenti lavorano di più e meglio. In Italia tra i
gruppi che si sono mossi per
primi ci sono Siemens, Nestlé,
Microsoft, Ibm. Ma ora anche
Barilla, Sanofi, L’Oreal hanno
avviato o stanno avviando progetti e sperimentazioni. Tra le
banche, Barclays, Popolare di
Milano, Deutsche Bank.
Spesso si tratta di multinazionali agevolate da esperienze
già avviate da filiali in altri Paesi. O gruppi che vendono tecno-
logia, quindi inclini a dimostrare con i fatti che i loro prodotti
possono essere utili alle aziende. Ma ci sono anche una miriade di piccole imprese dei servizi
guidate da titolari con spiccata
I risparmi delle aziende
Le compagnie abbattono
i costi sulle sedi e vedono
aumentare i risultati
ottenuti dagli impiegati
sensibilità sia per l’uso intelligente delle tecnologie che per le
esigenze dei dipendenti.
Il lavoro smart riesce a liberare un po’ di flessibilità a vantaggio di impiegati, venditori, addetti al marketing e così via
elencando. Personale che, in caso di necessità, può conciliare il
lavoro con la famiglia (andare a
prendere i figli a scuola, curare
un familiare malato...).
In Vodafone Italia l’opportunità di scegliere il luogo da cui
lavorare è stata molto apprezza-
Fiera in California
Gli esempi
Che cos’è
Il «lavoro agile» o
«smart working»
consiste nel lavorare a
distanza o con orario
flessibile. Una
soluzione che comporta
benefici in termini di
conciliazione lavorofamiglia e risparmio
anche i datori di lavoro
ta. «Tutto avviene su base volontaria. Oltre 2.200 dipendenti
si sono già fatti avanti — racconta Caldera —. I fatti dimostrano che non bisogna avere
stereotipi, alla fine l’opportunità è stata colta tanto dagli uomini quanto dalle donne». E i giovani? Sono più disponibili al lavoro smart? «In linea di principio sì. Ma poi ad approfittare di
più di questa modalità sono
persone che hanno già esperienza». In Vodafone fanno anche notare che il lavoro agile
non ipoteca la carriera. «Il vero
cambiamento culturale è valutare le persone sui risultati, con
obiettivi chiari, raggiungibili e
misurabili», chiude Caldera.
Dopo la giornata milanese
del lavoro agile, lo scorso autunno, e il disegno di legge tripartisan presentato nello stesso
periodo da Alessia Mosca (Pd),
In Italia
Tra i gruppi che si sono
mossi per primi ci sono
Siemens, Nestlé,
Microsoft, Ibm. Ma ora
anche Barilla, Sanofi,
L’Oreal. Tra le banche
Barclays, Popolare di
Milano, Deutsche Bank.
Spesso si tratta di
multinazionali straniere
agevolate dalle
esperienze già avviate
da filiali
sorelle in altri Paesi
7.ooo
i dipendenti del gruppo
Vodafone in Italia, distribuiti
in otto sedi. Di questi, 4.000
hanno mansioni che vanno
svolte in ufficio
ILLUSTRAZIONE SKOPEIN/CORBIS
MILANO — Si candida a essere la più grande esperienza di
lavoro agile in Italia. Oltre tremila dipendenti (3.100 per la
precisione) con la possibilità di
lavorare dal salotto. O da qualunque altro posto: l’appartamento della suocera, il parco
davanti alla scuola, la casa di
vacanza.
Parliamo del progetto appena varato da Vodafone Italia.
L’azienda dà lavoro a settemila
persone distribuite su otto sedi.
Di queste, poco meno di 4.000
svolgono mansioni che non
possono prescindere dalla presenza in un ufficio o in un centro assistenza clienti. Ma per
tutti gli altri il lavoro agile oggi
è una realtà.
«Ad aprile siamo partiti con
la possibilità di lavorare da fuori ufficio due giorni al mese. A
settembre faremo una verifica e
valuteremo i risultati. Su quella
base potremmo decidere anche
di aumentare il numero di giornate in cui il luogo di lavoro è
scelto dal dipendente», racconta Elisabetta Caldera, direttore
risorse umane e organizzazione
di Vodafone Italia. «Ci stiamo
lavorando da diversi anni, inizialmente con progetti pilota.
Poi ad aprile è arrivato il salto di
qualità — continua Caldera —.
Anche la nostra sede di Milano
che ospita la maggior parte dei
dipendenti è già stata pensata
per lo smartworking, con spazi
di lavoro connessi e condivisi.
Siamo convinti in questo modo
di poter raggiungere due risultati: un aumento della produttività del lavoro e migliori opportunità di conciliazione famiglia-lavoro per i dipendenti».
Il punto sta proprio qui: le
Cronache 23
italia: 51575551575557
Irene Tinagli (Scelta Civica) e
Barbara Saltamartini, di smartwork si era smesso di parlare.
Ma ora a rilanciare il tema potrebbe essere la riforma della
pubblica amministrazione. Il
ministro Marianna Madia, sensibile ai temi della conciliazione, sta pensando di inserire
un’apertura allo smartwork in
questa chiave. E la stessa Alessia
Mosca, nel nuovo ruolo di eurodeputata, sfida le amministrazioni pubbliche: «Ci sono fondi
europei per la conciliazione non
utilizzati. I Comuni che lanciano il lavoro smartwork possono
avere accesso a queste risorse».
Rita Querzé
@rquerze
© RIPRODUZIONE RISERVATA
✒
L'analisi
I BUONI ACQUISTO WELFARE
PER CREARE OCCUPAZIONE
CON I SERVIZI ALLE FAMIGLIE
di MAURIZIO FERRERA
n confronto a Paesi come la Francia o il
Regno Unito, in Italia mancano circa un
milione di posti di lavoro nel settore dei
servizi alle famiglie. Questa stima già tiene
conto, in larga misura, delle badanti e di altre
forme di aiuto domestico «in nero». Sappiamo
che da noi il sistema-famiglia produce al suo
interno un ampio ventaglio di servizi per i
propri componenti, soprattutto per i bambini
piccoli e gli anziani. Ma i numeri ci dicono che
oggi tale sistema è sovraccarico. Il welfare «fai
da te» non regge più, soprattutto per le madri (e
sempre di più anche le figlie adulte) su cui
ricadono troppi compiti. Più di 650 mila donne
inattive che si prendono cura dei figli minori, di
adulti malati o disabili, di anziani non
autosufficienti dichiarano che vorrebbero
lavorare, ma non possono farlo per
l’insufficienza di servizi pubblici o per l’alto
costo di quelli privati. Il carico di cura che grava
sulle spalle di queste donne è così intenso che
molte devono comunque ricorrere ad aiuti
informali. La crisi ha accentuato il problema.
Per salvaguardare un minimo di cura
«professionale» per i non auto-sufficienti molte
famiglie hanno dovuto ridurre i consumi,
intaccare i risparmi, persino indebitarsi. Questo
deficit di servizi è un problema, ovviamente,
anche per chi è occupato e non sa come
conciliare responsabilità lavorative e familiari. È
da notare che in Italia non mancano solo
fornitori di «cura», ma anche professionisti che
offrano prestazioni «per la facilitazione della
vita quotidiana», secondo l’espressione
francese. Pensiamo all’assistenza informatica,
I
amministrativa, fisioterapica a domicilio.
Oppure alle piccole riparazioni, alla
manutenzione e vigilanza della casa; o ancora
all’aiuto per trasporti e mobilità (bambini,
anziani), alla preparazione di pasti, alle
consegne a domicilio, al disbrigo di pratiche
varie e così via. In altri Paesi sono disponibili ed
economicamente abbordabili servizi di
facilitazione che noi neppure ci immaginiamo
(provate a consultare il sito chez-vouz.com). La
promozione di un moderno settore di «neoterziario sociale» potrebbe generare molti
circoli virtuosi: più occupazione per giovani e
donne, più opportunità di scelta e consumo,
più conciliazione fra casa e lavoro, più libertà e
più tempo a disposizione. Siccome gran parte
dei vantaggi andrebbe alle donne, potrebbe
finalmente scattare quella «molla rosa» pronta a
dare impulso alla crescita economica grazie al
fattore D: il lavoro e il talento femminili. Quali
misure occorrono per muovere in questa
direzione? Dati i vincoli di bilancio (e i noti
problemi di inefficienza e rigidità), il settore
pubblico non può essere la soluzione. Il mercato
privato, da solo, non basta: per la maggior parte
delle famiglie i suoi servizi (pensiamo ai nidi o
alle case di cura) sono troppo cari. In altri Paesi
(Francia, Belgio, Regno Unito) si è però trovata
la soluzione: un sistema di voucher, di buoniacquisto convenienti per chi compra e per chi
vende (privati o terzo settore) grazie a un
sussidio pubblico incorporato nel buono e ad
agevolazioni fiscali (come l’abbattimento Iva).
Un esempio emblematico di «secondo welfare»,
insomma. Dopo l’introduzione del cosiddetto
Cesu (il voucher, appunto), nel 2005, in Francia
sono nate circa 10.000 nuove piccole società di
servizi e sono stati creati più di 100 mila posti di
lavoro solo nei primi dodici mesi. Anche in
Italia si parla da tempo di voucher e molte
regioni l’hanno già sperimentato. Occorre però
una misura nazionale di ampio respiro, sennò la
«molla» non scatta. Finalmente, le acque si
stanno muovendo. Domani verrà infatti
presentato in entrambi i rami del Parlamento
un disegno di legge per l’istituzione di un
voucher universale per i servizi alla persona e
alla famiglia, che il Governo farebbe bene a
recepire a fine giugno nell’ambito della
cosiddetta «riforma del Terzo Settore». Quanto
costerebbe questa misura? Secondo le stime del
Censis, il primo anno lo Stato dovrebbe mettere
Il sistema
Voucher
‘‘
Per rendere accessibili a una più
ampia platea di famiglie servizi di
cura che potrebbero liberare tante
donne da un lavoro non retribuito di
assistenza a bambini o anziani tra le
mura domestiche, Paesi come Francia,
Belgio e Regno Unito hanno introdotto
un sistema di voucher. Si tratta di
buoni-acquisto convenienti sia per chi
li compra sia per chi li vende — un
privato o un soggetto del cosiddetto
terzo settore — grazie a un sussidio
pubblico incorporato nel buono e ad
agevolazioni fiscali (per esempio un
abbattimento dell’Iva). In Francia,
dopo che nel 2005 è stato introdotto il
cosiddetto Cesu (il nome del voucher
oltralpe), sono nate circa 10.000 piccole
società di servizi e sono stati creati più
di 100 mila posti di lavoro nell’arco di
appena dodici mesi
sul piatto circa 1 miliardo e 300 milioni. A
regime, il costo salirebbe a circa 3 miliardi e
mezzo all’anno. Queste cifre non tengono però
conto del maggiore gettito prodotto dai circoli
virtuosi: Irpef, Iva e contributi sociali sulla
nuova occupazione (regolare), gettito da settori
limitrofi (cultura, intrattenimento, servizi alle
imprese), risparmi su prestazioni pubbliche di
assistenza e disoccupazione. Questi effetti si
sono già prodotti negli altri Paesi, non sono
«trucchi». Considerando il saldo netto fra uscite
e entrate dello Stato, a regime il voucher
costerebbe di fatto meno di 700 milioni l’anno,
invece dei 3 miliardi e mezzo. Bisogna,
ovviamente, trovare i soldi per l’investimento
iniziale: gli effetti benefici sono ritardati nel
tempo (almeno un paio d’anni). La cifra non è
La questione femminile
Molte donne sono ancora costrette
a un impiego non retribuito
di assistenza a bambini o anziani
tra le mura domestiche
certo proibitiva e la si potrebbe sostenere con
ricalibrature interne della spesa sociale. C’è
però anche un’altra possibilità: l’Unione
Europea. Non penso tanto ai fondi di coesione,
quanto a un’iniziativa più ambiziosa: un
«contratto» da proporre a Bruxelles.
Consentiteci di sforare il deficit di uno «zero
virgola» nel 2015 per realizzare la riforma. Di
più, aiutateci anche voi a migliorare il nostro
progetto, ad effettuare monitoraggio e
valutazione (così siete certi che non
imbrogliamo). Si sta per aprire il semestre di
Presidenza italiana della Ue. L’iniziativa che
suggerisco sarebbe una emblematica conferma
che il nostro Paese sta davvero facendo i
compiti a casa. Quelli che servono per la famosa
«crescita inclusiva». Una riforma utile,
valorizzata e sostenuta da un’Europa utile.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
La realtà
virtuale
entra nei
videogiochi
DAL NOSTRO INVIATO
LOS ANGELES —
L’industria dei videogiochi
non sente la crisi: la più
importante fiera di settore,
l’Electronic Entertainment
Expo che inizia oggi a Los
Angeles, produrrà in tre
giorni un giro d’affari da
40 milioni di dollari. E
questo malgrado i colpi
sparati lo scorso anno con
i lanci di Xbox One di
Microsoft e Playstation 4
di Sony. In California sono
arrivate 40 mila persone a
raccogliere i frutti di
quanto seminato nel 2013,
ossia i «tanti giochi»
annunciati durante le
conferenze che hanno
preceduto l’inizio della
fiera. Ma l’E3 2014 sarà
ricordato anche come
rampa di lancio della realtà
virtuale, che con il 2015
entrerà in modo massiccio
nelle nostre case. Da ieri,
in contemporanea con lo
show di Microsoft, Xbox
One costa 100 euro in
meno, stesso prezzo (400)
di Playstation 4 grazie al
taglio di Kinect, il sensore
di movimento venduto a
parte. Mossa necessaria
Affari
Amazon, presente
«per fare business»,
ha prenotato
un po’ di stanze
visto il successo della
console giapponese. La
partita tra i due big — a cui
si aggiunge Nintendo —
non è solo di prezzi, ma di
giochi disponibili. Oltre
alla conferma del titolo più
atteso dell’anno, Destiny di
Activision, Redmond e
Tokyo mettono sul piatto il
ritorno di classici esclusivi
— da Halo 5 per la One ad
Uncharted 4 per Ps4 — e
snocciolano titoli «indie».
Agli attesi Below (Xbox
One) e Rime (Ps4), si è
aggiunto l’italiano Nero
della softwarehouse di
Roma Storm in a Teacup.
Con Project Morpheus,
invece, Playstation ci porta
nella realtà virtuale. Gli
occhiali capaci di far vivere
in mondi digitali sono la
«cosa» nuova del progetto
di Sony — in attesa di
Microsoft e Samsung —,
ma gli occhi sono puntati
sui «vecchi» Oculus Rift.
Dopo l’acquisizione a
marzo da parte di
Facebook, questo è il
primo grande palcoscenico
per la piattaforma che
dovrebbe debuttare
quest’anno al prezzo di 350
dollari. Chi ha prenotato
un po’ di stanze è Amazon,
presente alla Fiera «solo
per fare business». Ma la
Fire Tv (99 dollari + 39 di
controller) presto sarà da
noi con molti videogiochi
in streaming. Con Bezos,
l’altro ospite silenzioso è
Samsung. I coreani
vogliono entrare nel
mercato del gaming con
più peso, oltre a stringere
mani e intese commerciali.
Federico Cella
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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italia: 51575551575557
Martedì 10 Giugno 2014 Corriere della Sera
Corriere della Sera Martedì 10 Giugno 2014
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italia: 51575551575557
Un’immagine
una storia
#italiavoltapagina
Al lavoro
per rifare
la scuola
La scuola media Sacchi
di Mantova aveva
bisogno di lavori di
ristrutturazione,
soprattutto dopo il
terremoto del 20 maggio
2012 (magnitudo 5.9). Di
fronte all’assenza di
fondi pubblici, i genitori e
gli insegnanti si sono
autotassati per
finanziare i lavori. Non
solo, insieme con gli
studenti hanno
impegnato le ore al di
fuori delle lezioni per
tinteggiare e restaurare.
La scuola, che fa parte
del Comprensivo
Mantova 2, è tornata
bella ed efficiente con
diversi locali attrezzati
per le varie discipline:
aula di informatica, aula
di educazione artistica,
due laboratori di
educazione tecnica,
laboratorio di scienze,
aula di musica e due
palestre
(Foto Giacomo Lombardi)
Verso il futuro
L’azienda alimentare
partner dell’iniziativa
lanciata dal «Corriere
della Sera»: una raccolta
di idee positive per
disegnare il rilancio del
nostro Paese
«Investire su bambini e anziani
La vera ricetta che produce ricchezza»
La «politica» di Ferrero: tutto parte (e poi torna) dal territorio
Gli anziani e i bambini. Il territorio e il mondo. Le radici e la crescita, il cambiamento, il futuro. L’Italia che volta pagina, perché ne vuole
e ne può scrivere di migliori, sta certamente
quasi tutta nel mezzo. Tra i giovani a caccia di
un lavoro qui, ma pronti a costruirsi esperienze ovunque sperando poi di tornare. Tra gli
adulti che il lavoro, quando non l’hanno perso
in piena Grande Crisi, lo difendono come
nient’altro non solo perché senza non guadagni e non vivi: perché è dignità. E identità.
Perciò lo sanno bene, quei giovani e quegli
adulti. Puoi scrivere migliori pagine domani
se, oggi, non seppellisci in un cassetto le migliori di ieri. Per i bambini che diventeranno
grandi, e lo faranno anche accanto ai nonni.
Per il territorio che andrà nel mondo, e le radici non saranno necessariamente un freno.
Vale per gli individui, uomini e donne e
qualunque siano i loro studi, la loro professione, i loro sogni. Vale per le aziende, che sono
poi il posto in cui chi la fortuna — complicato
di questi tempi trovare una parola diversa —
di lavorare ce l’ha passa almeno la metà della
propria vita da sveglio. È forse, anzi, è sicuramente per questo che una signora nota per la
totale riservatezza qui, sul collante che lega i
bambini agli anziani passando per i giovani e il
territorio al mondo passando per le radici,
concede l’unica eccezione a una regola familiare assoluta. Maria Franca Ferrero, moglie di
Michele «l’inventore» (della Nutella), madre
di Giovanni e dello scomparso Pietro, non vede ragioni di comparire in pubblico. Quasi
mai. Uno di quei pochissimi «quasi» è la Fondazione Ferrero. Sta da più di trent’anni ad Alba, dove l’impero è nato e dove restano cuorecervello dell’unico colosso mondiale del settore ancora completamente controllato, guidato,
gestito dalla dinastia che l’ha fondato. E sarà
questo, sarà l’effetto «capitalismo familiare»,
ma certo trent’anni fa di «responsabilità sociale delle imprese» non si parlava e di «anziani
risorsa della società» forse meno ancora. E’ invece esattamente quello che la Fondazione fa
dall’inizio.
La fondazione
Maria Franca, che ne è presidente, tutt’oggi
si stupisce (e lo scrive nella prefazione al volume per l’anniversario) e lo confessa. «Solo in
questi ultimi anni ci siamo resi conto che la
Fondazione è un modello» promosso dagli
studiosi: per loro in quel di Alba è sempre stato chiaro che la terza età è «una fase di ricchezza» da valorizzare. Lo testimoniano, fieri, i
1.800 ex dipendenti che la Fondazione la frequentano almeno una volta a settimana. Nessuno si sente chiuso in un recinto anagrafico,
il testimone passa quotidianamente da una
generazione all’altra. Via computer, per cominciare: e sono i nipoti che vanno a insegnare ai nonni. O via Asilo (aziendal-comunale, la
“A” maiuscola che senti praticamente pronun-
I numeri
2,697 milioni
Nata da una
piccola
pasticceria
fondata ad Alba
negli Anni 40 da
Pietro Ferrero,
l’azienda è oggi
una
multinazionale. I
sei anni di crisi
italiana si fanno
sentire sul
fatturato
nazionale, in calo
per la prima
volta (2,697
miliardi, — 5,3%
dei ricavi in Italia,
parzialmente
compensato dal
+4,1%
dell’export). Le
vendite
consolidate
mondiali
compensano
ampiamente (8,1
miliardi, +5,6%);
156 milioni di
profitti netti (il
5,3% dei ricavi)
Occupati
Il numero dei
collaboratori in
Italia è di 6.561
divisi tra il Nord
(Alba e Pozzuolo
Martesana) e
Sud. Nel mondo
gli occupati sono
oltre 30 mila
La fondazione
La Fondazione
Ferrero nasce nel
1983 come
«Opera Sociale
Ferrero» (Onlus).
Circo 1.800 ex
dipendenti
almeno una
volta la
settimana
prendono parte
alle varie attività
ricreative e di
solidarietà
ciare), con i più piccoli del paese. Quelli per i
quali Nina Grosso, 73 anni, 37 in Ferrero, è per
esempio diventata «nonna fiaba». O quelli cui
Carlo Verda, 80 primavere vissute quasi per
metà in azienda, insegna a riconoscere le piante che coltiva nel piccolo appezzamento dell’Asilo: e lui è diventato, ovvio, «nonno Orto».
Storie minime, forse. Storie però solo all’apparenza piccole. Sono quelle che fanno una
comunità, la rafforzano, ne segnano i legami.
Ed è «anche» così che crescono «anche» le
aziende. L’Italia che ce l’ha fatta negli anni del
boom e ce la vuole fare ora, dopo la Grande
Crisi, di racconti simili potrebbe narrarne a
centinaia. La Ferrero è certo uno dei paradigmi. A trasformarla da piccola pasticceria di
provincia in colosso globale sono state prima
l’inventiva di Pietro, il fondatore, e poi la genialità di Michele e la continuità assicurata dai
figli Pietro e Giovanni (rimasto solo alla guida
del gruppo dopo la scomparsa del fratello).
Senza «l’idea», non ci sarebbe stato nulla di
speciale per sfondare nel mondo. Però se quello che è ormai il quarto big globale del cioccolato mantiene le radici lì, ad Alba, dove rimane
la più grande delle quattro fabbriche nazionali
e delle venti complessivamente sparse per il
pianeta, un ruolo nella crescita l’hanno evi-
Impegno L’asilo realizzato dalla Fondazione Ferrero ad Alba che accoglie
75 bambini e prevede il coinvolgimento degli anziani in diverse attività
L’intervento
Responsabilità sociale, le nostre idee
Per la Ferrero la responsabilità sociale poggia su 4 pilastri.
1) I prodotti, la cui caratteristica è l’eccellenza della qualità
sotto tutti i profili: sicurezza alimentare, freschezza,
innovazione, forza attrattiva, e inoltre, approvvigionamento
sostenibile delle migliori materie prime nel rispetto dei
diritti dell’uomo, ed in particolare la lotta contro il lavoro
minorile, nella protezione costante dell’ambiente, con
l’obiettivo di ridurre al massimo i consumi energetici e
idrici e di incentivare l’utilizzo di fonti rinnovabili.
2) La Fondazione Ferrero, che sotto la guida di Maria Franca
Ferrero, seguendo il suo motto «Lavorare, Creare, Donare»,
si occupa degli ex dipendenti, continuando a farli sentire
parte della stessa grande famiglia, e di attività culturali
legate al territorio. Con l’espressione «Lavorare, Creare,
Donare» si è voluto esaltare, in ricordo del fondatore Pietro
Ferrero, il senso dell’origine: onore al lavoro, culto della
creatività e delle idee, missione filantropica e umanitaria.
La Fondazione, ente “non profit” che porta il nome degli
iniziatori dell’Azienda, nasce dal profondo senso di
responsabilità sociale della famiglia Ferrero.
3) Le Imprese Sociali Ferrero, fortemente volute da Michele
Ferrero. Le Imprese Sociali Ferrero sono delle vere e proprie
«imprese» basate su una concezione prettamente
imprenditoriale, che peraltro agiscono con uno spirito
«sociale». La loro missione si sviluppa secondo due
direttrici:
• creare posti di lavoro nelle aree meno favorite dei Paesi
emergenti. Con questo impegno le Imprese Sociali, oltre ad
offrire la possibilità di ottenere un reddito che consente di
affrontare il costo della vita per sé e la propria famiglia,
danno a chi lavora il senso della dignità e soprattutto la
capacità di divenire protagonista del proprio destino,
assicurano la formazione professionale e la capacità
lavorativa e creano la cultura del lavoro, fonte di progresso
ed evoluzione civile.
• realizzare progetti ed iniziative di carattere sociale ed
umanitario destinati a tutelare la salute e la crescita
educativa e sociale dei bambini e dei ragazzi. Per
raggiungere concretamente questo obiettivo è prevista la
costituzione di un fondo che verrà definito sulla base dei
volumi prodotti annualmente dagli stabilimenti.
4) Il programma volontario «Kinder+Sport»
Kinder+Sport è il programma educativo della Ferrero
volto a facilitare e incoraggiare l’attività fisica di bambini
e adolescenti, anche al fine di prevenire e combattere
l’obesità. Nel 2013 i bambini contattati dal progetto
Kinder+Sport nel mondo sono stati circa 15 milioni, e
sono stati attivamente mossi oltre 2,2 milioni. Si tratta di
un progetto globale che ad oggi, oltre che sul territorio
nazionale, opera attivamente in 20 diversi Paesi,
confermando così ulteriormente la vocazione
internazionale del progetto.
a cura di Ferrero
(da #Italiavoltapagina)
dentemente giocato la forza della comunità e
la reciprocità del rapporto.
Nuove strade
«Alba è la Ferrero e noi siamo la Ferrero»,
scrive con orgoglio Mario Corrado, 81 anni, 35
in azienda da tubista e poi capo officina. Lo si è
visto nell’alluvione del 1994, venti giorni per
eliminare l’acqua, proprietà e operai e impiegati insieme con gli stivali nel fango. Lo si vede
un po’ anche dai conti. È la Nutella, definita da
uno studio dell’Ocse del dicembre scorso «un
esempio di globalizzazione virtuosa», che in
cinquant’anni ha aperto al gruppo le strade
dell’export in oltre cento Paesi. Ma è lì, nelle
Langhe, dal territorio e dalla sua gente che il
successo è stato costruito. Per cui anche oggi
che i sei anni di crisi italiana si fanno sentire, e
presentano il conto di un fatturato nazionale
in calo per la prima volta nella storia Ferrero
(2,697 miliardi, —5,3% dei ricavi in Italia parzialmente compensato dal +4,1% dell’export),
nessuno pensa di andare sbrigativamente a
toccare l’occupazione. Le vendite consolidate
mondiali compensano ampiamente (8,1 miliardi, +5,6%), gli utili si continuano comunque a fare (anche se i 795 milioni prima delle
imposte registrati dal consolidato mostrano
un calo del 9,5%, mentre nella sola Italia i 156
milioni di profitti netti sono pur sempre il
5,3% dei ricavi). Quindi: non sono ancora tempi per tornare ad assumere, però la fiducia nella ripresa del Paese c’è e, nell’attesa, l’argine rimangono i 6.561 «collaboratori» divisi tra il
Nord (Alba e Pozzuolo Martesana) e quel Sud
che continua a essere l’emergenza delle emergenze nazionali. Del resto: è dopo un’altra di
queste grandi emergenze, il disastroso terremoto del 1980 in Irpina, che sono state costruite le fabbriche di Sant’Angelo dei Lombardi e
Balvano. E anche lì, anche per questo, il rapporto con il territorio è forte ed è cruciale. Almeno quanto quelle attività di comunicazione
che per un’azienda di consumo sono essenziali. Dunque si spende, e tanto, in pubblicità tradizionale. Ma, pure qui, alla fine si possono
unire l’utile e il social. Ancora una volta puntando sulle comunità. Solo per le sponsorizzazioni Kinder+Sport dal gruppo vanno al Coni,
che a sua volta li trasferisce alle singole federazioni, suppergiù quattro milioni l’anno. Servono a finanziare le attività «junior», ad attirare verso atletica, scherma, basket, nuoto e
quasi tutti gli sport «non ricchi» (quindi:
niente calcio) bambini e adolescenti dai sei ai
18 anni. In un Paese in cui di sport i ragazzi ne
fanno decisamente poco, e si vede a ogni
Olimpiade, i numeri «mossi» parlano da soli:
1,5 milioni di giovanissimi coinvolti nel 2013,
2 milioni quest’anno. È certo un modo efficace
di comunicazione di un marchio. Ma il Coni,
prima, poteva solo sognarlo. Molte famiglie,
in tempi in cui per tanti anche lo sport in sé sarebbe un lusso, idem.
Raffaella Polato
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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26
Martedì 10 Giugno 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
INTERPORTO SUD EUROPA S.p.A.
Sede in Maddaloni (CE) 81024 c/o Interporto Marcianise-Maddaloni
Ed. Lotto 1/C
Capitale sociale Euro 42.349.720,00 (interamente versato)
Codice Fiscale e n. d’iscrizione del Registro Imprese di Caserta 01871250617
Avviso di convocazione di Assemblea in sede ordinaria
I signori Azionisti sono convocati in Assemblea il 27 giugno 2014 alle ore
11.00 presso la sede sociale sita in Maddaloni c/o Interporto Marcianise-Maddaloni Ed.Lotto 1/C in prima convocazione ed, occorrendo, il 30 giugno 2014
alle ore 11.00 nello stesso luogo in seconda convocazione, per discutere e deliberare sul seguente
ordine del giorno
1) Approvazione bilancio al 31.12.2013;
2) Relazione sulla Gestione;
3) Relazione del Collegio Sindacale;
4) Nomina Organo amministrativo per scadenza mandato;
5) Nomina n. 2 sindaci supplenti;
6) Delibere inerenti e conseguenti.
Per la partecipazione all’Assemblea devono essere osservate tutte le norme di
legge e statuto vigenti.
Il Presidente del Consiglio di Amministrazione
Salvatore Antonio De Biasio
Igea Finanziaria S.p.A.
Sede Legale in Roma, Via G. Paisiello n. 38,
Sede operativa in Palermo, Via XX Settembre n. 53
Capitale sociale € 10.765.160,00
Iscritta al n. 39069 dell’Elenco degli Intermediari Finanziari
(art. 106 decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385),
Numero Iscrizione al Registro Imprese di Roma e Palermo,
Codice Fiscale e Partita I.V.A. n. 05548650828
Iscritta al R.E.A. di Roma n. 1391997 - Iscritta al R.E.A. di Palermo n. 261770
Avviso di Convocazione dell’Assemblea dei Soci di Igea Finanziaria S.p.A.
Gli azionisti di Igea Finanziaria S.p.A. sono convocati in Assemblea, in prima convocazione per il giorno 25, del mese di Giugno, dell’anno 2014, alle ore 11:00, presso la Sede
operativa, sita in Palermo alla Via XX Settembre n. 53, ed in seconda convocazione per
il giorno 26, del mese di Giugno, dell’anno 2014, alle ore 11:00, stesso luogo, per discutere e deliberare sul seguente
ORDINE DEL GIORNO
a. Parte ordinaria:
i. Presentazione ed approvazione del Bilancio di esercizio al 31 Dicembre 2013;
ii. Relazione del Consiglio di Amministrazione;
iii. Relazione del Collegio Sindacale;
iv. Relazione della Società di Revisione;
v. Deliberazioni inerenti e conseguenti;
vi. Varie ed eventuali.
b. Parte Straordinaria:
i. Coperture assicurative Esponenti aziendali;
ii. Varie ed eventuali.
E’ consentita, nel rispetto delle disposizioni di legge applicabili in materia, la partecipazione in Assemblea tramite delega scritta.
Palermo, 04 Giugno 2014
Il Presidente del c.d.a. e Legale Rappresentante - Dott. Giuseppe Li Calzi
SOGESID S.P.A.
AVVISO DI AGGIUDICAZIONE
PROCEDURA di gara aperta per l’affidamento della progettazione esecutiva ed esecuzione dei lavori
di “Messa in sicurezza d’emergenza dell’area ex Resit”. CIG: 524295602A - CUP: J72D10000650001.
STAZIONE APPALTANTE: SOGESID S.P.A.. Questa Stazione Appaltante rende noto che si è conclusa
la suddetta procedura di gara per l’affidamento delle attività sopra indicate. Importo complessivo
a base di gara: € 6.609.531,44 IVA esclusa, di cui € 97.903,01 per oneri della sicurezza non soggetti
a ribasso; Criterio di aggiudicazione: prezzo più basso. Data di aggiudicazione definitiva:
6.05.2014. Aggiudicataria: Costituenda ATI Treerre Recupero Riciclaggio Riutilizzo S.p.A. (mandataria) - Italrecuperi s.r.l. (mandante) con sede presso la mandataria in Viale Pasteur, n. 65
00144 Roma. Ribasso formulato: 45,002%. Valore dell’offerta a cui è stato aggiudicato l’appalto:
€ 3.679.151,49 IVA esclusa, di cui € 97.903,01 per oneri della sicurezza non soggetti a ribasso. Per
maggiori informazioni: http://www.sogesid.it. Punti di contatto: Responsabile del Procedimento Ing.
Enrico Brugiotti - posta elettronica: [email protected] - tel. +39 06.420821; fax: +39 06.483574.
Il Presidente e Amministratore Delegato - Avv. Vincenzo Assenza
CONCORDATO PREVENTIVO
EDEL ITALIA SRL IN LIQUIDAZIONE
TRIBUNALE DI MILANO RG. 189/2013
Sollecitazione di manifestazione di interesse per l’acquisto di ramo di azienda
EDEL ITALIA S.r.l. in liquidazione, avente
ad oggetto la realizzazione e distribuzione di
prodotti discografici. Le manifestazioni di
interesse dovranno pervenire entro le ore
12.00 del giorno 4.7.2014 presso lo
studio del Liquidatore Giudiziale - Dott.ssa
Silvia De Furia - Via F.lli Ruffini, 10 20123 Milano - in busta chiusa e per un
prezzo non inferiore a euro 720.000,00
(Imposte, tasse e ogni costo di trasferimento saranno a carico del cessionario).
Per maggiori informazioni contattare il Liquidatore Giudiziale - Dott.ssa Silvia De
Furia (tel. 02/4814477).
Cassa depositi e prestiti
BFP3x4Fedeltà - SERIE K05
INTERFUND, SICAV
17A, rue des Bains
L - 1212 LUSSEMBURGO
AVVISO AGLI AZIONISTI
Si informano gli azionisti di INTERFUND
SICAV che, a partire dal 10 giugno 2014,
la sede della Sicav è stata trasferita
da Rue des Bains 17A, L-1212 Lussemburgo, a Rue Goethe 9-11, L-1637 Lussemburgo. Si informano inoltre gli
azionisti che, a partire dal 10 giugno
2014, la sede di FIDEURAM GESTIONS
S.A., che ha funzioni di agente amministrativo, per le registrazioni e i trasferimenti, e quella di FIDEURAM BANK
(LUXEMBOURG) S.A., che ha funzioni di
banca depositaria, agente per i pagamenti e agente domiciliatario, sono state
trasferite da Rue des Bains 17A, L-1212
Lussemburgo, a Rue Goethe 9-11, L1637 Lussemburgo. Il Prospetto aggiornato sarà disponibile presso la sede
legale della SICAV, della Società di
Gestione e delle Società incaricate del
collocamento.
Lussemburgo, 10 giugno 2014
INTERFUND SICAV
CASSA DEPOSITI e PRESTITI spa
BUONI FRUTTIFERI POSTALI (in corso di pubblicazione in G.U.)
AVVISO
Cassa depositi e prestiti
società per azioni
Via Goito, 4
00185 Roma
Capitale sociale
euro 3.500.000.000,00 i.v.
Iscritta presso CCIAA
di Roma
al n. REA 1053767
C.F. e iscrizione
al registro delle imprese
di Roma 80199230584
Partita IVA 07756511007
AVVISO DI MANIFESTAZIONE
DI INTERESSE
Periodo di
possesso
(anni)
Tassi nominali annui
lordi per ogni
triennio di possesso (%)
3
6
9
12
1,50
2,00
2,50
3,61
Tassi effettivi annui dalla data di
sottoscrizione al termine di ogni
periodo di possesso (%)
Lordo
1,50
1,75
2,00
2,40
BFP3x4RisparmiNuovi - SERIE W01
• durata massima: 12 anni dalla data di sottoscrizione
• riconosce ogni 3 anni gli interessi maturati
S.A.C. - SOCIETA’ AEROPORTO
DI CATANIA - S.p.A.
La S.A.C. S.p.A. Società Aeroporto
Catania, intende procedere alla vendita mediante trattativa privata, dell’intera quota di partecipazione detenuta
in Katane Handling s.r.l. pari al 55%
del capitale sociale. Responsabile del
procedimento: Avv. Gaetano Sardo
([email protected]).
pec: [email protected]
tel. 095.7239226 - fax 095.7239228.
Documentazione integrale sul sito
www.aeroporto.catania.it al link
Bandi.
Catania, 9 giugno 2014
Il Presidente
Dott. Salvatore Bonura
O
OV
NU
• durata massima: 12 anni dalla data di sottoscrizione
• riconosce ogni 3 anni gli interessi maturati
Periodo di
possesso
(anni)
Tassi nominali annui
lordi per ogni
triennio di possesso (%)
3
6
9
12
1,50
2,00
2,50
3,61
www.cassaddpp.it
Per la pubblicità legale e finanziaria rivolgersi a:
Via Rizzoli, 8 - 20132 Milano
Tel. 02 2584 6665 o 02 2584 6256 - Fax 02 2588 6114
Via Valentino Mazzola, 66/D
00142 Roma
Tel. 06 6882 8650 - Fax 06 6882 8682
Vico II San Nicola alla Dogana, 9
80133 Napoli
Tel. 081 49 777 11 - Fax 081 49 777 12
Via Villari, 50 - 70122 Bari
RCS MediaGroup S.p.A.
Tel. 080 5760 111 - Fax 080 5760 126 Via Rizzoli, 8 - 20132 Milano
AVVISO PUBBLICO
Questa Autorità rende noto che è stata presentata richiesta per
ottenere in concessione il Fabbricato Demaniale 11 di mq 340, ubicato in
S. Marta - Venezia, allo scopo di destinarlo allo stoccaggio e deposito di
prodotti farmaceutici. Termine ultimo per la presentazione delle richieste
in concorrenza entro le ore 12 del 10 luglio 2014. L’avviso viene pubblicato all’Albo Pretorio del Comune di Venezia, all’albo dell’Autorità Portuale
di Venezia.
ENTE NAZIONALE RISI
Avviso di vendita di magazzini
A mezzo di asta pubblica a unico e definitivo incanto, con aggiudicazione ex art. 73 del R.D.L.
827/1924, l’Ente Nazionale Risi cede i seguenti immobili: lotto 1 - magazzino di Palestro (PV), v. per
Robbio n. 25, prezzo a base d’asta € 254.830,00;
lotto 2 - magazzino di Desana (VC), c.so Garibaldi
n. 54, prezzo a base d’asta € 480.000,00; lotto 3 magazzino di Casalvolone (NO), v. Roma n. 128,
prezzo a base d’asta € 740.000,00; lotto 4 - magazzino di Codigoro (FE), località Mezzogoro, prezzo a
base d’asta € 220.000,00. Le offerte dovranno pervenire entro le h 12,30 del giorno 14/07/2014. Il capitolato d’asta è scaricabile dal sito web dell’Ente
enterisi.it, sezione bandi e avvisi, oppure può essere
richiesto, come pure la documentazione riguardante
gli immobili in vendita, alla sede centrale dell’Ente
Nazionale Risi (v. San Vittore n. 40 - 20123 Milano
o [email protected] o fax 02 86 55
03). Per ulteriori informazioni: Ufficio Affari Generali
dell’Ente ([email protected] o tel. 02 88 55 111).
Netto
1,31
1,54
1,77
2,13
O
OV
NU
Tassi effettivi annui dalla data di
sottoscrizione al termine di ogni
periodo di possesso (%)
Lordo
1,50
1,75
2,00
2,40
Netto
1,31
1,54
1,77
2,13
FIDEURAM ASSET MANAGEMENT (IRELAND) LIMITED
George’s Court - 54-62, Townsend Street - Dublino 2, Irlanda
SOCIETA’ DI GESTIONE DEI FONDI COMUNI DI INVESTIMENTO
LUSSEMBURGHESI A COMPARTIMENTI MULTIPLI
FONDITALIA - FIDEURAM FUND
AVVISO AI SOTTOSCRITTORI
Si informano i sottoscrittori di FONDITALIA e di FIDEURAM FUND che, a partire dal
10 giugno 2014, la sede di FIDEURAM GESTIONS S.A., che ha funzioni di agente
amministrativo, per le registrazioni e i trasferimenti, e quella di FIDEURAM BANK
(LUXEMBOURG) S.A., che ha funzioni di banca depositaria e di agente per i pagamenti
sono state trasferite da Rue des Bains 17A, L-1212 Lussemburgo, a Rue Goethe 9-11,
L-1637 Lussemburgo. I Prospetti ed i Regolamenti di Gestione aggiornati saranno disponibili presso la sede legale di Fideuram Gestions S.A., della Banca Depositaria e delle
Società incaricate del collocamento.
Lussemburgo, 10 giugno 2014
La Società di Gestione
La Banca Depositaria
Corriere della Sera Martedì 10 Giugno 2014
27
italia: 51575551575557
Economia
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La lente
ACCISE PIÙ CARE
SUI TABACCHI
LE MULTINAZIONALI
TAGLIANO I PREZZI
A Roma i lobbisti delle
multinazionali del tabacco
sono al lavoro da mesi.
Perché l’idea a cui sta
lavorando il governo, che
entro questo mese potrebbe
arrivare in Consiglio dei
ministri nell’ambito
dell’attuazione della delega
fiscale, è aumentare l’accisa
sui tabacchi. I motivi sono
semplici: l’Italia ha un’accisa
fissa al di sotto della media
europea (7,5% contro il 42%)
ma soprattutto lo Stato,
dopo decenni di crescita
ininterrotta, ha registrato
nel 2013 un gettito in discesa
di 600 milioni di euro.
Complice la crisi e la
diffusione delle sigarette
elettroniche, negli ultimi
tempi sul mercato si è
verificata una vera e propria
guerra al ribasso dei listini
delle bionde. Ad aprile 2013
Imperial Tobacco ha ridotto
il prezzo delle Jps, British
American Tobacco delle
Rothmans e Japan ha portato
a 4 euro alcune Benson &
Hedge. A febbraio 2014 anche
il gigante Philip Morris è
stato costretto ad abbassare
il pacchetto delle Chesterfield
da 4,60 a 4 euro. E insieme ai
prezzi sono scesi anche gli
incassi dell’Erario. La
struttura della tassazione in
Italia è infatti largamente
proporzionale al costo del
pacchetto di sigarette. Se
l’Iva è fissa al 22%, l’accisa
ha una natura mista: una
componente fissa,
indipendente dal prezzo
(pari al 7,5% del totale del
carico fiscale) e una
componente ad valorem,
proporzionale al prezzo di
vendita e pari ad oltre il 92%
del totale. Più scende il
prezzo delle sigarette quindi,
meno ci guadagna lo Stato e
più si scatena un
meccanismo che anziché
scoraggiare i consumi, li
stimola. Il braccio di ferro è
tra chi raccomanda un
aumento significativo della
componente fissa (come il
ministero della Salute) e chi
invece vorrebbe aumentare la
variabile. Le multinazionali
del tabacco da tempo sono
stati sentite in audizione
dalla commissione Finanze,
a cui il deputato del Pd
Marco Di Stefano, ha
presentato
un’interrogazione: «Non
sappiamo se il governo stia
procedendo con le procedure
di valutazione relative
all’impatto sulle imprese del
settore: ci aspettiamo
risposte rapide e chiare».
Corinna De Cesare
corinnadecesare
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Il salvataggio Poletti e Lupi convocano le parti per oggi. Il via libera del consiglio di amministrazione atteso per venerdì
Alitalia, scoppia il caso dei 2.200 esuberi
Del Torchio: ristrutturazione dura e dolorosa. I sindacati: più rispetto
ROMA — La tregua sindacale
su Alitalia è finita. Le parole con
cui ieri l’amministratore delegato Gabriele Del Torchio ha annunciato che, in base all’accordo con la compagnia emiratina
Etihad, 2.200 persone «purtroppo devono uscire da Alitalia»,
non potendo prevedersi il ricorso a strumenti usati in caso di
crisi temporanee, come la cassa
integrazione e la solidarietà, ha
spinto i sindacati a erigere le
barricate.
Filt-Cgil è la prima a annunciare la «mobilitazione » nel caso in cui i numeri venissero
confermati. Il segretario Mauro
Rossi definisce «scorretto» il
«bombardamento mediatico»
attivato dall’ad. La Fit Cisl con
Giovanni Luciano si chiede «cosa ci convoca a fare un ad che
mette le carte sul tavolo». Domande cui oggi potrebbero fornire risposte i ministri Maurizio
Lupi (Trasporti) e Giuliano Poletti (Lavoro) che vedranno i
sindacati in previsione dell’incontro che le sigle avranno con
l’azienda giovedì prossimo.
Ma Del Torchio non ha parlato solo di esuberi, ha confermato che l’investimento di Etihad
sarà di 560 milioni e che il consiglio di amministrazione di
Alitalia sta lavorando per dare
l’ok al piano venerdì prossimo.
Ci vorrà invece «qualche setti-
Le due compagnie aeree
I numeri
di Alitalia
Fatturato
(primi 9 mesi 2013)
2,7 mld
Passeggeri
(2013)
24 mln
Flotta
134
Dipendenti
12.800
12 Capital spa 0,95
Finanziaria di part. e inv.
1,18
G & C. Holding
1,24
Pirelli &
Co spa
2,67
Macca srl 3,69
Odissea srl 3,90
Fire spa 4,28
Af/Klm 7,08
Accordo
L’amministratore
delegato: «Qualche
settimana per
chiudere gli accordi».
Intesa Sanpaolo
Messina (Intesa):
«Usciremo dopo
che la compagnia
genererà utili»
Aura Holding 0,92
Altri
3,4
I SOCI
%
Atlantia 7,44
mana per chiudere gli accordi»
che prevedono che la maggioranza della compagnia resti europea, condizione essenziale per
mantenere i diritti di traffico attuali. L’ad ha sottolineato che alle banche «sarà chiesto un sacrificio», alludendo alla cancellazione di una parte dei debiti, che
è ancora in discussione. Ieri l’ad
di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, ha spiegato che la banca avrà
un «approccio responsabile» e
che la possibilità di uscire dall’azionariato si colloca «a partire
da un arco temporale in cui la
compagnia genererà utili»,
quindi, secondo il piano, non
prima del 2017.
Ieri è stata anche la giornata
delle rassicurazioni fornite da
Lupi al governatore lombardo
Roberto Maroni e al sindaco mi-
Intesa Sanpaolo
20,59
Poste spa
19,48
Unicredit
12,99
Immsi
10,19
I numeri
di Etihad
(primi 9 mesi 2014)
Fatturato
1,4 mld$ (+27%)
Passeggeri
3,2 mln (+14%)
Flotta
89
Dipendenti
17.000
lanese Giuliano Pisapia su Linate e Malpensa. Lupi ha confermato «il piano Alitalia-Etihad
prevede il passaggio da 11 a 25
delle frequenze settimanali dei
voli intercontinentali a lungo
raggio, con un incremento annuale dei passeggeri a 550 mila»
sugli attuali 17 milioni, mentre
su Linate la questione della liberalizzazione delle rotte che, secondo Maroni, «è una richiesta
forte di Etihad», sarebbe «ancora aperta». Il governatore però
non ritiene del tutto sgombrate
le nubi e aspetta di vedere il piano di Etihad. In realtà ci sono già
tutti gli elementi per capire gli
sviluppi. Come Lupi ha ammesso, a crescere su Malpensa da 11
a 25 non saranno le destinazioni
(che potranno aumentare di
tre), ma i collegamenti, cioè la
Le partecipazioni
Air Serbia
ROMA – Lo scenario è simile a
quello che si prospettò nel 2008,
quando i vertici di Air France-Klm, in
procinto di acquisire Alitalia, nel giro
di una notte, girarono sui tacchi e se
ne volarono a Parigi, dopo aver fronteggiato inutilmente il muro dei sindacati, compatti nel non aderire al
piano che prevedeva un’offerta di 1,7
miliardi e 2.100 esuberi.
Questa volta gli esuberi sono 2.200
su 12.800 dipendenti, e a chiederli è
la compagnia emiratina Etihad, a
fronte di un’offerta di investimento di
560 milioni. L’alternativa, ha spiegato
ieri l’amministratore delegato, Gabriele Del Torchio, è mandarli a casa
tutti, perché un’altra offerta non c’è.
Possono avvicinarsi le due posizioni? I sindacati pretendono di vedere il piano di sviluppo di AlitaliaEtihad e, basandosi sulle anticipazioni di stampa, chiedono perché una
compagnia di cui è previsto un forte
sviluppo dei voli intercontinentali
dovrebbe fare a meno di 2.200 lavoratori. Bisogna ricordare che a febbraio i sindacati avevano firmato un
accordo per l’attivazione della cassa a
rotazione per 1.437 unità di terra e la
solidarietà per l’equivalente di 801
unità di volo, in tutto circa 2.200 dipendenti. Quell’accordo dunque
conteneva già in sé la prospettiva di
esuberi che oggi viene fissata da
Etihad. A febbraio però si decise di
aspettare il piano per vedere se quelle
unità sospese potessero trovare una
collocazione. Oggi i sindacati chiedono la stessa cosa, e ipotizzano che il
piano di sviluppo di Etihad possa, a
regime, ricomprendere quei 2.200 lavoratori. Per questo la loro proposta è
«trattarli» attraverso strumenti temporanei, come la cassa integrazione
straordinaria (quella ordinaria non è
prevista per il volo) e la solidarietà,
senza spezzare definitivamente il loro legame con l’azienda. Sì, ma chi
Protesta
Maserati,
sciopero
a Grugliasco
Primo sciopero alla
Maserati di Grugliasco
(nella foto l’impianto).
Venerdì gli operai
sciopereranno per
quattro ore contro la
decisione dell’azienda
di consentire due
settimane di ferie
(quelle centrali di
agosto), contro le tre
richieste.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
4
49
4
40
Air Seychelles
Etihad Regionall
(ex Darwin)
Air Berlin
33,3
33,
29,2
29,2
24
19
19,9
Jet Airways
Virgin Australiaa
Aer Lingus
frequenza dei voli. Ad esempio,
il volo per New York potrebbe
diventare giornaliero. E fin qui
si potrebbe considerarla una
piccola vittoria. Se non fosse che
su Malpensa rischia di gravare
lo sviluppo di Linate. Un esempio? Oggi il volo Malpensa-Dubai, operato da Emirates, è, secondo il rapporto presentato ieri
dall’Enac (ente aviazione civile),
il terzo tra gli intercontinentali
in termini di passeggeri in Italia.
Cosa succederà se Etihad, come
pare, otterrà di volare per Abu
Dhabi da Linate? E cosa accadrà
se strapperà anche voli da Linate per Mosca e Istanbul, che oggi
sono solo a Malpensa? La cannibalizzazione si nasconde nei
dettagli.
Antonella Baccaro
© RIPRODUZIONE RISERVATA
La trattativa Il precedente del 2008 e le richieste del socio degli Emirati
Le uscite, la partita dei tagli
e il fondo finanziato con i biglietti
Dati in %
paga? Esiste dal 2004 il Fondo speciale del trasporto aereo, finanziato in
parte della aziende, in parte dai lavoratori, in parte dall’addizionale sui
nostri biglietti aerei. Il Fondo risulta
capiente fino al 2018, di qui la richiesta di farne uso, ma non più per i sette anni che furono concessi eccezionalmente agli esuberi Alitalia (la normativa che permise questa deroga è
stata spazzata via dalle legge Fornero), ma al massimo per tre.
La proposta sembra ragionevole,
perché dunque Etihad sembra volerla rifiutare? Probabilmente perché i
piani della compagnia emiratina prevedono uno sviluppo non omogeneo. Facciamo un esempio: Alitalia
aumenta i voli su Fiumicino e li fa calare su un altro scalo. E’ chiaro che il
personale di terra del primo aeroporto potrebbe aumentare, quello del secondo è destinato a scendere, perché
difficilmente, soprattutto se si tratta
di lavoratori di terra, questi si sposteranno da uno scalo all’altro. Nel piano di Etihad i lavoratori di terra in
esubero sarebbero 1.700, mentre
quelli di volo sarebbero 500, per questi ultimi la mobilità territoriale sembra più possibile, essendo i piloti e gli
assistenti di volo più in grado di cambiare base ammortizzando lo spostamento.
Nessuno può dire come andrà a finire la disputa. Gli arabi non sono i
francesi. Si dice che siano ancora più
intransigenti.
A. Bac.
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2,9
Il gasdotto
Mosca-Ue,
scoppia il caso
South Stream
DAL NOSTRO INVIATO
BRUXELLES – Una
riunione serale
d’emergenza ha cercato di
evitare il blocco delle
forniture di gas da Mosca a
Kiev, minacciato per oggi.
Il commissario Ue per
l’Energia, il tedesco Gunter
Oettinger, ha invitato a
Bruxelles, oltre ai due
ministri competenti, il
russo Alexander Novak e
l’ucraino Yuri Prodan, i
numeri uno del colosso
russo Gazprom, Alexei
Miller, e della società
ucraina Naftogaz, Andriy
Kobolev. Non ci sono da
risolvere solo i problemi
del debito di vari miliardi
accumulato da Kiev con
Mosca e il prezzo delle
forniture. La Russia ha
accusato l’Ue di aver
imposto alla Bulgaria la
sospensione del progetto
russo-italiano per il
gasdotto South Stream. E
l’ha interpretata come un
inizio delle sanzioni
economiche ventilate da
Bruxelles per il caso
Ucraina. L’elezione del
nuovo presidente ucraino
Petro Poroshenko e
l’incontro in Normandia
tra Vladimir Putin e Barack
Obama avevano aperto
l’aspettativa di un
imminente compromesso
sul gas con Kiev. Ma il caso
South Stream, che prevede
un investimento stimato
in circa 45 miliardi, non è
facile da superare. Anche
se la Bulgaria, che dipende
quasi totalmente dal gas
russo, ha fatto capire la
disponibilità a fare
retromarcia. In più nell’Ue
crescono i malumori
perché aiuti miliardari per
Kiev sembrano destinati a
finire a Mosca per pagare i
debiti energetici.
Ivo Caizzi
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28 Economia
Martedì 10 Giugno 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
L’aumento di capitale A fine giornata rialzo del 20%, i diritti cedono circa il 7%
Aumento Mps, corsa al titolo
Profumo: scommessa vinta
Gli scambi a Francoforte. Il successore di Mansi entro il Palio
Per il presidente Alessandro
Profumo si è trattato di «una
buona partenza» della ricapitalizzazione anche se, ha ammesso, il rialzo di Mps in Piazza Affari è da attribuire «in
parte a motivi tecnici». Gli
stessi motivi tecnici che nelle
sale operative hanno creato ieri più di una tensione. Nel
giorno di avvio dell’ aumento
fino a 5 miliardi, una maxi richiesta al mercato della banca
che ai prezzi di venerdì ne valeva 2,8, è stato impossibile
per l’intero corso della seduta
scambiare azioni Mps. La forte
richiesta ha fatto sì che i titoli
restassero congelati per eccesso di volatilità fino all’asta di
chiusura, quando il rialzo è
stato di quasi il 20%(+19.8%).
Rispetto al riferimento rettificato della scorsa settimana di
1,54 euro, Mps è salita a quota
1,848 con 3,3 milioni di pezzi
scambiati (dai quasi 6 della
media delle ultime sedute). Le
azioni sono state scambiate ieri anche a Francoforte in quantità molto limitata, anche se a
fine giornata a far notizia è il
prezzo salito del 109% a 3 euro.
I diritti sono stati invece regolarmente trattati a Milano perdendo per effetto degli arbitraggi il 6,93% a 21,5 euro dai
23,1 euro tra scambi per 6,1
milioni di pezzi.
La caccia grossa alle azioni è
anche una diretta conseguenza delle caratteristiche di quest’operazione fortemente diluitiva (il passo indietro prevede
il sostanziale azzeramento della quota, 97,7%), tanto che la
Consob con una nota diffusa
venerdì scorso aveva messo in
guardia dalle turbolenze sui
prezzi e annunciato un monitoraggio che ieri il presidente
dell’Authority Giuseppe Vegas
ha definito «ordinario, in queste situazioni — ha spiegato —
lo facciamo sempre».
L’aumento Mps presenta un
netto sbilanciamento tra titoli
in circolazione e il numero di
azioni che comporranno il capitale una volta conclusa
l’operazione (27 giugno) che
prevede l’emissione fino a cir-
Tre mesi in Borsa
1,715
D’ARCO
Ieri
1,848 euro
+20,02%
1,628
1,542
1,455
1,369
1,282
10 mar
24 mar
Piazza Affari
7 apr
21 apr 5 mag
2014
19 mag
2 giu
Casa
Cerved, debutto il 24 giugno
Cariparma, 2,5 miliardi di mutui
Lo sbarco in Borsa è previsto per il 24 giugno.
Dopo, ma non prima del 2016, Cerved potrebbe
diventare una public company. Nel frattempo
continua a investire nell’attività principale
dell’informazione creditizia e guarda a nuove
acquisizioni. Ieri la holding ha lanciato l’Opv (il 6
giugno è partita quella agli investitori
istituzionali), che chiude il 18. Sul mercato andrà
tra il 43,1 e il 49,2% del capitale, con un valore,
prima dell’aumento, tra 750 e 975 milioni.
Un plafond di 2,5 miliardi di euro per sostenere
l’acquisto della casa con un mutuo a «un tasso
certo e conveniente e una flessibilità ampia e
modulare». È la nuova offerta mutui di
Cariparma Crèdit Agricole. Nel dettaglio, il tasso
finito è del 2,25% per i primi 24 mesi e sono
previsti l’azzeramento della prima rata e una
serie di opzioni di flessibilità su rate e durata che
«rendono il mutuo personalizzabile e
maggiormente sostenibile nel corso del tempo».
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I dati Ads
ca 5 miliardi di nuove azioni
ordinarie al prezzo di 1,00 euro, in rapporto di 214 nuove
azioni ogni 5 possedute. Le risorse serviranno anche per
pagare i Monti bond, mentre
ieri è arrivato l’ok al posticipo
da luglio ad agosto della rata di
interessi.
Mps è anche il «sottostante»
di contratti derivati che hanno
visto schizzare da 50 a 1.000 il
numero di azioni che necessario possedere a garanzia in caso di vendita. La banca senese
è anche parte dell’indie Ftse di
Borsa Italiana che da ieri valuta modifica della gestione dell’aumento e del calcolo del panieri che dovrebbero essere
annunciate questa mattina.
La ricapitalizzazione porterà
al rafforzamento dei soci sudamericani, dopo la discesa
della Fondazione che ieri ha
approvato il bilancio chiuso
con 20 milioni di utile e la speranza di individuare entro il
Palio del 2 luglio il successore
della presidente in uscita Antonella Mansi. «Quello che
conta è la strategia d’impresa,
non la senesità o l’italianità» è
tornato a ribadire Profumo nel
corso di un incontro al «Corriere» sottolineando, in tema
di strategie, che nel caso di
Mps la dimensione locale è
importante perché a Siena la
banca ha 47% di quote di mercato. In un’intervista al «Financial Times», l’ex capo di
Unicredit ha ricordato che al
suo arrivo al Monte «nessuno
avrebbe scommesso che la
banca sarebbe stata sul mercato e che Profumo sarebbe stato
in grado di fare il presidente».
«Credo di aver vinto entrambe
le scommesse».
Carta e digitale,
ad aprile il Corriere
si conferma
il più diffuso in Italia
MILANO — Il «Corriere della Sera» si
conferma il quotidiano più diffuso in Italia,
con una media di 433 mila copie giornaliere
ad aprile. Sono i dati Ads, basati sulle
statistiche degli editori: la somma delle copie
cartacee e digitali. Al secondo posto c’è la
«Repubblica» a quota 373 mila copie, quindi
il «Sole 24 Ore» con 365 mila copie. Seguono
la «Gazzetta dello Sport» (239 mila copie il
lunedì, 221 mila copie gli altri giorni), la
«Stampa» (222 mila copie), il «Messaggero»
(139 mila copie), il «Corriere dello SportStadio» (135 mila copie il lunedì, 110 mila gli
altri giorni), «Avvenire» (124 mila copie) e
«Qn-Il Resto del Carlino» (121 mila copie).
I numeri valgono come
diffusione totale,
Online
includendo per
esempio la
Il quotidiano
distribuzione in
di via Solferino
edicola, gli
vende 91 mila
abbonamenti, le
copie digitali
vendite dirette e le
copie digitali, con dati
per singolo canale
diversi a seconda della testata.
Per quanto riguarda le vendite di copie
digitali, in testa c’è il «Sole 24 Ore» (180
mila), quindi «Corriere» (91 mila) e
«Repubblica» (69 mila). Segue al quarto
posto «Italia Oggi» con 23 mila copie, quindi
la «Gazzetta dello Sport», che il lunedì arriva
a 17 mila copie e gli altri giorni della
settimana a 16 mila copie. La classifica
prosegue con la «Stampa» (16 mila copie), il
«Fatto Quotidiano» (13 mila copie),
l’«Unione Sarda» (8 mila copie), il
«Messaggero» (6 mila copie) e il
«Gazzettino» (6 mila copie).
Paola Pica
G. Str.
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Industria Lunedì la riunione dei sindacati sui 300 esuberi
Alcatel chiama Loiola da Huawei
«Puntiamo sulla banda larga»
MILANO — La sua nomina
rassicura anche i sindacati e
forse conviene partire da qui
per spiegare il nuovo corso
della filiale italiana della multinazionale franco-americana
Alcatel-Lucent. Oggi il gruppo di telecomunicazioni annuncerà la nomina di Roberto
Loiola, 49 anni, come nuovo
presidente ed amministratore
delegato in Italia. Una scelta
di profonda discontinuità
con il passato per un gruppo
che ha sempre avuto una politica orientata alla promozione delle figure interne. Loiola
lascia il concorrente Huawei
dove ricopriva la carica di vicepresidente per il Western
Europe e anche questo — a
suo modo — è un segnale interessante per un’azienda alle
prese con una complessa
riorganizzazione a livello
mondiale (il famigerato
«shift plan» con i suoi 10 mila
esuberi e un miliardo di euro
di dismissioni di asset messi
in cantiere da agosto scorso
dal ceo francese Michel Combes) perché indica un vero e
proprio cambiamento di pelle
per Alcatel-Lucent.
Loiola ha un pedigree fortemente orientato allo sviluppo
dei prodotti e al rapporto con
la clientela. Dice di aver accettato di cambiare “casacca”
perché spinto dalla «trasformazione che sta intraprendendo il gruppo», non solo
tramite una riduzione dei costi anche per l’elevato indebitamento (due miliardi di euro), ma anche dalla volontà di
investire su alcune tecnologie
ritenute all’avanguardia (dall’Ip networking all’accesso
fisso e mobile, alla banda ul-
Il manager R. Loiola, 49 anni
tra-larga, per finire alla trasmissione wireless a pontiradio) «rendendo così
l’azienda competitiva» già a
partire dal prossimo anno.
Sul fronte finanziario l’azienda ha appena lanciato con
successo un bond convertibile da oltre un miliardo di euro
per rinegoziare il debito esistente. Rileva Luis Martinez
Amago, presidente con delega ai mercati Europa, MedioOriente, Africa, a cui Loiola riporterà (ieri hanno incontrato insieme un gruppo di lavoratori nella mensa di
Vimercate, quartier generale
italiano), che è stato scelto un
titolo equity linked perché
«consente di rifinanziarsi a
un costo più basso in termini
di spesa per gli interessi» e offre soprattutto all’obbligazionista la possibilità di convertire il debito in azioni se lo riterrà conveniente. Amago,
supportato dai report degli
analisti, dice che l’azienda sta
pian piano uscendo dalle secche e cita una crescita del 4%
dei ricavi nel primo trimestre
del 2014, a variazione di perimetro data l’esternalizzazione di alcune funzioni come le
risorse umane. Tornando al
mercato italiano Loiola prevede «un processo di consolidamento da parte degli operatori dettato da una forte
pressione sui prezzi sul segmento mobile» (Alcatel, tra
gli altri, è fornitore di Telecom Italia, Vodafone, Wind e
Fastweb). Sul versante occupazionale le preoccupazioni
restano. Da luglio quasi 120
persone andranno in cassa
integrazione a zero ore (900
euro al mese). L’azienda li ritiene esuberi strutturali e da
qui non si sposta di un millimetro, nonostante le richieste dei sindacati che vorrebbero utilizzare la formula della cig a rotazione ampliando
la platea dei destinatari in
modo da distribuire i sacrifici. I sindacati confederali si
riuniranno il prossimo 16
giugno con l’obiettivo di riaprire un tavolo di confronto.
Entro la fine di giugno si concluderà intanto la fase di due
diligence con Siae Microelettronica per la cessione da parte di Alcatel-Lucent delle tecnologie segmento Optics (apparati per le telecomunicazioni ottiche su fibra) con il
contestuale trasferimento di
300 ingegneri a partire probab i l m e n te d a s e t te m b re .
Adriana Geppert, della Rsu
Fiom Cgil, dice che «si è ridotta di due terzi la parte di
ricerca e sviluppo del gruppo
nel giro di un anno». A Loiola
l’onere di smentirla.
Fabio Savelli
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Corriere della Sera Martedì 10 Giugno 2014
Economia 29
italia: 51575551575557
L’assemblea di Assolombarda Squinzi: fuori i corruttori da Confindustria. Delrio: patto per la legalità con le imprese
«Metodo Milano, anticipiamo la ripresa»
Rocca: l’industria punta sul territorio e la città metropolitana. Ma subito le riforme
Gianfelice Rocca ieri ha lanciato quello che si potrebbe
definire il «Metodo Milano».
Che non è tanto un modo di
fare le cose: roba vecchia. È un
approccio del tutto nuovo ai
guai dell’economia e alle opportunità di quella stessa economia; cambia la prospettiva
da nazionale a metropolitana;
pretende riforme strutturali
ma si prende la responsabilità
di dire agli imprenditori che il
loro destino non possono che
scriverlo essi stessi.
Il presidente dell’Assolombarda ha proposto la sua visione durante l’assemblea annuale dall’associazione degli industriali di Milano. Con l’intenzione di cavalcare il voto
degli italiani del 25 maggio,
che a suo parere «fra disperazione e richiesta d’azione hanno scelto l’azione».
Sono due i punti forti di
questo nuovo metodo di affrontare la ripresa. Il primo sta
nel fatto che «la competizione
del futuro sarà basata sulle città metropolitane — ha sostenuto Rocca — o meglio su aree
metropolitane che si proiettano nel mondo». E Milano è il
«centro di un’area supermetropolitana che nel raggio di
60 chilometri connette 8,5 milioni di persone. Un’area in cui
si addensa il 25% del valore aggiunto manifatturiero italiano
e il 25% dell’export totale del
Paese». Che manca di infrastrutture: se la connettività di
Londra è cento — ha detto il
presidente di Assolombarda
— Francoforte è a 95, Monaco
a 45,6, Milano a 23,5. Ma che
ha punti di forza straordinari:
otto università con 45 facoltà,
13 mila studenti stranieri (in
crescita), 285 centri di ricerca
che producono il 24% dei brevetti italiani e, attorno, una regione che esporta il 40% del
suo Prodotto lordo, «come la
Germania».
Sono queste reti di conoscenza, produzione, servizio,
Assemblea
Gianfelice Rocca
parla dal podio
all’assemblea
generale di
Confindustria.
Con lui in platea,
il presidente di
Confindustria
Giorgio Squinzi
e il
sottosegretario
alla presidenza
del Consiglio
Graziano Delrio
Nella foto a
sinistra Fedele
Confalonieri con
Mario Monti (a
destra)
25%
la quota di valore aggiunto manifatturiero
italiano realizzata nell’area metropolitana
milanese. Della stessa entità la quota di
export italiano che fa capo alla medesima
area territoriale
cultura, turismo, finanza, rapporti internazionali le basi sulle quali avviene oggi la competizione globale. Rocca dice
che Milano non può illudersi
di agire da sola, isolata dal resto del Paese: nel senso che ha
bisogni di quelle riforme
strutturali che sono indispensabili a tutta l’Italia, delle quali
ha parlato nel suo intervento
all’assemblea di Assolombarda il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi. Ma, durante una conferenza stampa,
Rocca ha anche detto di vedere
«le organizzazioni statali come
un residuo del passato», idea
interessante, suscettibile di
sviluppi. L’orizzonte è quello
tedesco dei Länder e delle loro
città metropolitane.
Il secondo punto forte del
Metodo Milano sta nel non
aspettare. «È mia profonda
convinzione — ha sostenuto
Rocca — che nel caso italiano
il recupero non possa che partire dalle imprese e dai territori». La politica non può non
fare riforme di struttura poderose nella riorganizzazione
dello Stato, nell’innovazione
della burocrazia, nella semplificazione di un fisco «diventato un incubo». Ma le forze della città metropolitana, imprenditori in testa, devono
mobilitarsi. Non in dichiarazioni generiche, però. Assolombarda ha lanciato 50 progetti per «far volare Milano»,
una ventina dei quali indirizzati a fare diventare la metropoli un «hub della conoscen-
Dopo 8 anni
Sony supera
Nintendo
Sony vince la guerra
contro Nintendo e torna
regina delle console per
la prima volta in 8 anni.
Nel 2013 la divisione
videogiochi ha venduto
18,7 milioni di
Playstation (foto) contro
i 16,3 milioni del
gruppo di Kyoto (-31%)
za» e «una città attrattiva» e
tutti con lo scopo di «rimettere
l’impresa al centro: senza gli
animal spirits degli imprenditori non si va da nessuna parte».
Non si tratta, questa volta,
di una richiesta generica di riconoscimento politico, di concertazione: è un impegno a fare per rispondere alla richiesta
di cambiamento. A cominciare
dalla creazione di un advisory
board per la competitività territoriale all’interno della strategia di città metropolitana,
della quale ieri all’Assembla
dell’Assolombarda ha parlato
anche il sottosegretario alla
presidenza del Consiglio Graziano Delrio. Per arrivare a
Nexpo, il dopo Expo fondato
sulla ricerca e l’innovazione.
Insomma, il clima nel Paese
sta forse cambiando e gli imprenditori milanesi in qualche
modo annusano la novità. Vogliono una metropoli competitiva nel mondo e sanno che
non la creerà il governo.
Danilo Taino
@danilotaino
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Il sindacato Contratti e salario minimo il terreno di confronto. La leader Cgil: ma finanziare la cassa in deroga è la priorità
Prove di dialogo tra Poletti e Camusso
(con qualche dispiacere sulle pensioni)
Il ministro: non scegliamo gli interlocutori, faremo il Jobs Act
MILANO – Prove di dialogo tra il
ministro del lavoro Giuliano Poletti e
la segretaria generale della Cisl, Susanna Camusso. A offrire l’occasione
è stato un incontro organizzato ieri a
Milano dalla Fondazione Corriere della Sera. «Confrontarsi con Maurizio
Landini è più facile che avere a che fare con Camusso, come sostiene il presidente del consiglio Renzi?», ha cercato di mettere un po’ di pepe Dario
Di Vico, moderatore della mattinata.
Il ministro – tutt’altro che arrendevole, in realtà – ha sfoderato bonomia e
diplomazia: «Non ci scegliamo gli interlocutori – ha detto Poletti –. Il segretario di una grande sindacato come la Cgil ha un ruolo fondamentale».
A far partire il confronto con il piede giusto è stata la possibilità di illustrare un risultato apprezzato sia dalla Cgil che dal governo come la recente intesa lombarda per il lavoro legato
a Expo. In un clima generale improntato alla volontà di dialogo, Susanna
Camusso ha comunque voluto segnare il territorio con due paletti. Il primo: il sindacato rosso vuole riaprire il
dossier pensioni. «Caro ministro – ha
detto la sindacalista – temo che le daremo dei dispiaceri. Lei ha detto che
ritiene chiuso il capitolo pensioni.
Mentre invece noi lo vogliamo riaprire». Il secondo: il giudizio della Cgil
sul decreto lavoro (quello che rende
più facili contratti a termine e apprendistato, per intenderci) resta durissimo. «Una schifezza», ha detto
senza mezzi termini Camusso.
Ultima criticità: il rifinanziamento
della cassa in deroga (l’ammortizzatore per le piccole e medie imprese,
ndr;). «Il governo deve trovare i soldi
in fretta. Le aziende hanno già cominciato a licenziare. A rischio ci sono alcune centinaia di migliaia di po-
sti di lavoro.
Dal canto suo il ministro Poletti ha
evitato accuratamente lo scontro. Al
contrario, ha valorizzato i punti di
partenza di un possibile dialogo con il
sindacato sui contenuti del cosiddetto Jobs act.
Prendiamo il salario minimo, generalmente osteggiato dalle tre confederazioni per il timore di uno svuotamento di significato dei contratti
nazionali. «Il mio problema non è fare saltare il contratto nazionale di lavoro – ha rassicurato Poletti –. Piutto-
L’incontro
Susanna
Camusso,
segretario
generale della
Cgil (a destra),
con il ministro del
Lavoro Giuliano
Poletti ieri a un
dibattito
organizzato dalla
Fondazione
Corriere della Sera
sto mi piacerebbe evitare trattamenti
indegni per lavoratori pagati una miseria». «Se il salario minimo serve a
contrastare il lavoro sommerso, allora siamo disposti a fare un ragionamento serio», ha aperto Camusso.
«Mio figlio è stato costretto ad
aprire una partita Iva ma in realtà il
suo è un lavoro da dipendente – ha
raccontato a un certo punto una spettatrice dal pubblico –. Cosa potete fare per lui?». Qui la risposta di Poletti
ha strappato un sorriso a Camusso.
«Noi crediamo che quello delle partite Iva false sia un problema. Stiamo
valutando l’idea di tirare una riga netta tra le professioni che possono scegliere la strada della partite Iva e quelle che invece per definizione appartengono alla platea del lavoro dipendente. Scontenteremo qualcuno. Ma
serve un po’ di chiarezza. D’altra parte, come si dice da noi in Romagna,
non si può essere un po’ incinta: o lo
sei o non lo sei».
Vista la carne al fuoco della delega
del Jobs act, anche una battuta può
servire se rasserena il clima. Riguardo
al contratto a tempo indeterminato
con tutele crescenti, Camusso ha ribadito che questo contratto andrebbe
affiancato soltanto da apprendistato e
part time. Un menù troppo scarno per
il ministro del Lavoro. Che però non
ha evitato contestazioni e ha preferito
rassicurare. Anche su un punto caro
alla Cgil, l’articolo 18: «Non è la riforma della normativa sui licenziamenti
individuali che può basarsi il rilancio
dell’imprenditoria italiana».
Rita Querzé
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Gli industriali
Boccia: «Un’agenda
per il credito
da 185 miliardi»
MILANO — Nel «momento delle decisioni»,
come lo ha chiamato Giorgio Squinzi nei giorni
scorsi a Santa Margherita Ligure, Confindustria
ha deciso di mettere nero su bianco delle proposte per l’economia reale da consegnare direttamente al governo. E dopo il documento sulle
riforme sul fronte dei contratti e del mercato del
lavoro, sulle scrivanie di ministero dello Sviluppo economico e ministero dell’Economia è arrivata nei giorni scorsi da viale dell’Astronomia
anche «Un’agenda per il credito per la crescita
del paese». Fondi strutturali per le pmi, investimenti, strumenti di debito alternativi che secondo i calcoli di Confindustria riuscirebbero ad
attivare risorse per oltre 185 miliardi tra il 2014
e il 2016 «senza pesare sulla spesa pubblica».
Missione possibile? «Sì se pensiamo all’effetto leva che si creerebbe a vantaggio dell’economia di tutto il Paese — spiega Vincenzo Boccia,
presidente del Comitato credito e finanza di
Confindustria —. Bisogna rafforzare i sistemi di
garanzia per le pmi
risolvendo il problema dei ritardi
dei pagamenti della
pubblica amministrazione, potenziare la nuova legge
Sabatini, prevedere
un credito di imposta per gli investimenti e favorire
l’intervento di assicurazioni e fondi
pensione nel finanVincenzo Boccia
ziamento dell’economia reale. Si creerebbero effetti leva a catena».
Il documento di 32 pagine «vuole essere una
piattaforma importante di dibattito e confronto
— aggiunge Boccia —. È un’operazione di accelerazione che non fa debito ma sostituisce debito con debito. Attivare nuove risorse per i confidi ad esempio vuol dire stimolare un effetto
moltiplicatore: per ogni euro speso, l’effetto leva
è di 15 euro. Idem per i debiti della pubblica
amministrazione: è urgente attivare tutti i decreti legge che si sono succeduti dal 2013 in poi.
Secondo il nostro centro studi nel momento in
cui si attivano questi pagamenti, il 20% si trasforma in investimenti».
Un intero capitolo del documento è dedicato
al ruolo della Bce e a «un nuovo rapporto bancaimpresa» perché, come hanno ribadito in più
occasioni gli industriali, «gli investimenti e lo
sviluppo delle imprese sono frenati dalla carenza di credito». «È necessario uno sforzo — conferma Boccia — per introdurre nuove parametri
di valutazione delle aziende che non siano solo
quantitativi ma anche qualitativi. Per avere un
paese competitivo dobbiamo normalizzarlo e
farlo tutti insieme può creare un effetto choc
positivo per l’intera economia».
Corinna De Cesare
© RIPRODUZIONE RISERVATA
30
Martedì 10 Giugno 2014 Corriere della Sera
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PS - Algo Flex A
05/06 EUR
106,270
PS - Algo Flex B
05/06 EUR
86,430
PS - BeFlexible A
05/06 USD
85,110
PS - BeFlexible C
03/06 EUR
102,850
PS - Best Global Managers A
03/06 EUR
106,700
PS - Best Global Managers B
05/06 EUR
110,190
PS - Best Gl Managers Flex Eq A
05/06 EUR
163,890
PS - Bond Opportunities A
05/06 EUR
122,230
PS - Bond Opportunities B
7,018
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6,503
5,639
5,176
5,513
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5,339
4,880
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6,045
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68,050
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111,180
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86,520
85,200
102,190
105,990
110,210
163,920
122,260
Fondo Donatello-Michelangelo Due
Fondo Donatello-Tulipano
Fondo Donatello-Margherita
Fondo Donatello-David
Fondo Tiziano Comparto Venere
Caravaggio di Sorgente SGR
31/12
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31/12
31/12
31/12
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EUR 51470,165 52927,939
EUR 46691,916 47475,755
EUR 27926,454 27116,197
EUR 58259,864 57863,932
EUR 468728,464 477314,036
2451,889
2506,583
EUR
www.vitruviussicav.com
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Asian Equity B
05/06 USD
Asian Equity B
05/06 USD
Emerg Mkts Equity
05/06 EUR
Emerg Mkts Equity Hdg
05/06 EUR
European Equity
05/06 USD
European Equity B
05/06 EUR
Greater China Equity B
05/06 USD
Greater China Equity B
05/06 USD
Growth Opportunities
05/06 EUR
Growth Opportunities Hdg
05/06 JPY
Japanese Equity
05/06 USD
Japanese Equity B
05/06 EUR
Japanese Equity Hdg
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Swiss Equity
05/06 EUR
Swiss Equity Hdg
05/06 USD
US Equity
05/06 EUR
US Equity Hdg
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190,020
Tel 0332 251411
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6,351
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Legenda: Quota/pre. = Quota precedente;
Quota/od. = Quota odierna
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Corriere della Sera Martedì 10 Giugno 2014
Economia/Mercati Finanziari 31
italia: 51575551575557
Piazza Affari
IL TRAINO DI FIAT E MEDIASET
VENDITE SU BPM E BPER
Sussurri & Grida
Il paradosso del bollo: meno guadagni più paghi
(g. str.) Più guadagni, meno paghi. E, naturalmente,
meno guadagni e più paghi. E’ questo, a suo modo, un
effetto sulle percentuali che arriva dal fronte della tassazione sul risparmio. Iniziamo dalle novità di quest’anno,
con l’imposta di bollo salita allo 0,2% da gennaio e la tassazione sulle rendite finanziarie che a luglio passerà dal
20 al 26%, con l’eccezione dei titoli di Stato al 12,5%. Ed
eccoci al punto, il mix tra i due prelievi, con un esempio:
un prodotto finanziario tassato al 12,5% paga al Fisco il
22,7% se rende il 2%, mentre paga il 14,7% se rende il
10%. Le aliquote sono calcolate considerando al numeratore le due imposte e al denominatore le sole rendite. Naturalmente prendendo in considerazione tutto il valore
dell’investimento, e non solo i guadagni dell’anno, i numeri sono diversi. In ogni caso, l’industria del risparmio
ha sottolineato la questione. «Minore è il rendimento atteso, minore è la convenienza a investire, essendo il prelievo fiscale più alto — spiega Giuseppe Marsi, amministratore delegato Schroders Italy Sim —. In caso di bassi
tassi nominali si potrebbe creare un problema per il rifinanziamento del debito pubblico». Confrontata con le
cedole «zero virgola» dei nuovi Bot, l’imposta di bollo —
calcolata sull’investimento — ha un valore non da poco.
Per Marsi, inoltre, «la doppia aliquota penalizza le emissioni obbligazionarie societarie incrementando la dipendenza delle società dalle banche a scapito di un mercato dei capitali che è già asfittico».
Antitrust: più mercato per gli architetti
Avvocati, round all’Ordine
Avvio di settimana sprint per
Piazza Affari, che brilla
incontrastata fra le Borse
europee e tocca nuovi massimi
dall’aprile 2011, mentre
l’ottimismo si estende allo
spread tra i rendimenti di Bund e
Btp, che si riduce ulteriormente fino a chiudere a 143
punti base. Il Ftse-Mib, positivo per l’intera seduta, è
terminato in rialzo dello 0,82%. Nel giorno dell’avvio
dell’aumento di capitale, il titolo Mps è rimasto
sospeso a lungo per l’impossibilità di segnare un
prezzo e alla fine si è incrementato del 20,02%, la
performance migliore non solo fra le blue-chips ma
dell’intero listino. Rialzi sostenuti anche per le azioni
di altri comparti: Mediaset, per esempio, è salita del
4,07% trainata dai rumors sull’interessamento di Al
Jazeera per Mediaset Premium, mentre Fiat ha
recuperato il 2,46% e Mediolanum il 2,34%. Più
modesta la crescita di Enel (+1,55%) dovuta all’attesa
per le prossime dismissioni. È proseguita, invece, la
discesa di Moncler (-1,46%) in atto ormai da alcuni
giorni. Piatto infine il comparto bancario, con
Popolare Emilia Romagna e Popolare Milano in
calo rispettivamente dello 0,57% e dello 0,48%.
(a. bac.) L’Antitrust avvia un’istruttoria per verificare
l’esistenza di possibili intese restrittive della concorrenza
messe in atto dagli Ordini degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori di Roma, Firenze e Torino. L’accusa emerge dalla constatazione che i tre ordini hanno messo
a disposizione degli iscritti sistemi di calcolo tariffario
strutturati in modo tale da determinare compensi identici
per le prestazioni degli architetti, calcolati sulla base delle
tariffe di settore vigenti fino all’entrata in vigore del decreto che ha abolito tutte le previsioni che fanno riferimento
alle tariffe. Il Consiglio nazionale degli Architetti reagisce
spiegando che sul sito è chiarito «in grande evidenza» che
le indicazioni non costituiscono «né un obbligo di legge né
deontologico». Ma il Consiglio si spinge oltre, attaccando
l’Antitrust che «ancora una volta» dedica «il suo tempo e le
sue risorse a rincorrere i fantasmi di un inesistente trust»
di professionisti «mentre i cittadini sono vittime quotidiane di vere intese restrittive e alterazioni del mercato». Tra
queste viene citata la limitazione alla concorrenza causata
«dallo strapotere delle partecipate pubbliche che programmano, progettano, appaltano, dirigono lavori e se li
liquidano, con incarichi diretti». Un riferimento chiaro agli
ultimi scandali, da Expo a Mose, passando per l’Aquila, che
non stanno risparmiando nemmeno quelle che dovrebbero essere Autorità terze.
(g.str.) La Corte di cassazione, con una sentenza del 28
maggio, ha dichiarato la legittimità del Consiglio nazionale
forense, vale a dire la prima istituzione del sistema ordinistico dell’avvocatura. Il caso, partito da una sanzione disciplinare inflitta dal Consiglio forense di Pisa, ha sollevato la questione della legittimità del Consiglio nazionale, giudice di
appello contro le decisioni degli ordini locali. All’interno del
Cnf non ci sarebbe distinzione tra organo amministrativo e
organo disciplinare, distinzione che alcuni regolamenti governativi prevedrebbero invece per tutti gli ordini professionali. Ma la Cassazione ha ribadito, accogliendo le tesi dell’avvocato Natalino Irti, la natura di giudice speciale del Cnf,
quindi disciplinabile solo con legge apposita. Ed ha chiarito
che il metodo elettivo non altera l’imparzialità del Consiglio.
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di GIACOMO FERRARI
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(giu.fer.) Pucci sceglie Marcolin per farsi gli occhiali. La
casa di moda, controllata dalla francese Lvmh ha siglato un
accordo mondiale di licenza della durata di 5 anni per il disegno, la produzione e distribuzione di occhiali da sole e
montature da vista Emilio Pucci. L’accordo, che verrà ufficializzato oggi, aggiunge quindi il marchio Pucci al portafoglio dell’azienda che già comprende, tra gli altri, Tom
Ford, Zegna, Cavalli, Tod’s, Swaroski e Montblanc.
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Martedì 10 Giugno 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Cultura
Il saggio La filosofa americana Nussbaum
esplora il rapporto tra emozioni e politica
Rilettura L’opera del compositore austriaco
è più democratica di quella di Beaumarchais
La libertà canta al femminile
attraverso le note di Mozart
Susanna e la contessa sono rivoluzionarie, Figaro no
di PAOLO MIELI
commedia il testo filosofico che chiunque rifletta sul
futuro della democrazia liberale dovrebbe studiare con
ierre-Augustin Caron de Be- attenzione… L’opera, assai più della rappresentazione
aumarchais (1732-1799) fu se- teatrale, riesce a reggere il confronto con i maggiori ingretario di Luigi XV, istruì alla terventi filosofici settecenteschi sul tema della fratelmusica le sue figlie, aiutò i ri- lanza, e in particolare con quelli di Rousseau e di Herbelli americani, ideò il diritto d’auto- der, perché, a differenza della commedia, ma appunto
re, ebbe vivaci scontri con alcuni al pari di Rousseau e di Herder, essa attribuisce un ruomaggiorenti del suo tempo, ma so- lo centrale alla cura delle emozioni, necessarie a fare
prattutto scrisse una fortunatissima della fratellanza qualcosa di più di una bella parola».
trilogia: Il barbiere di Siviglia (1755), Le nozze di Figaro Le nozze di Figaro mozartiane, secondo Nussbaum, a
(1778, ma messo in scena solo nel 1784) e La madre col- dispetto di quel che Da Ponte disse a Giuseppe II per
pevole (1790). Le nozze di Figaro (La folle journée ou le convincerlo ad autorizzarne la rappresentazione, «è
mariage de Figaro) è da sempre considerata una pietra politica e radicale tanto quanto la commedia, e ben più
miliare lungo la strada che portò alla Rivoluzione fran- profonda, perché indaga i sentimenti umani che sono i
cese per come rappresentò la transizione dal feudalesi- fondamenti necessari di una cultura pubblica di libertà, uguaglianza e fraternità». Le tre parole
mo alla modernità e la modificazione dei
chiave della Rivoluzione francese.
rapporti sociali nella Francia dell’epoca.
Stando alla versione corrente, BeauLa vicenda apparentemente giocosa e inmarchais avrebbe messo in scena «l’opnocua del conte D’Almaviva che insidia
posizione fra un antico regime basato
Susanna, la cameriera della moglie, prosulla gerarchia e la subordinazione (immessa sposa a Figaro, contiene evidenti
personato dal conte D’Almaviva) e una
elementi di satira contro le usanze di cornuova concezione politica democratica,
te e le gerarchie sociali del Settecento.
basata sull’uguaglianza e la libertà (incarL’imperatore austriaco Giuseppe II ne
nata da Figaro)». Per questo il monologo
vietò la messa in scena, accusando la
del V atto in cui Figaro denuncia il privilecommedia di seminare l’odio tra le classi
gio ereditario sarebbe il momento chiave
sociali. Tant’è che Wolfgang Amadeus
del testo di Beaumarchais; Mozart, avenMozart e il librettista Lorenzo Da Ponte
dolo eliminato, avrebbe depoliticizzato
decisero — nel ricavarne un’opera (1786)
l’opera, trasformando il conflitto fra il
— di attenuarne gli aspetti più corrosivi, Il genio
conte e Figaro in una banale competiziotogliendo dal testo originario il lungo
ne per una donna. Ma Nussbaum ritiene
monologo dell’atto V in cui Figaro denun- Il geniale compositore
che Mozart non abbia affatto individuato
cia, appunto, le rigide regole della gerar- austriaco Wolfgang
nel contrasto tra il conte e Figaro «il cuochia feudale. Ma — sostiene Martha C. Amadeus Mozart
re del conflitto politico» e, pur accettanNussbaum nel libro Emozioni politiche. (1756-1791). In alto,
do che il conte sia l’emblema dell’antico
Perché l’amore conta per la giustizia, che nella foto grande: Una
sta per essere pubblicato dal Mulino — rappresentazione delle regime, non abbia dato per scontato che
Figaro rappresenti la nuova cittadinanza.
questa è solo apparenza. Secondo Nus- «Nozze di Figaro» al
sbaum, l’opera di Mozart (che l’autrice teatro delle marionette Anzi, secondo Nussbaum, «Figaro e il
conte sono del tutto simili, tanto musicalanalizza alla stregua di un testo filosofico di Salisburgo
mente quanto tematicamente». Di «che
cogliendovi anticipazioni di quel che poi
si troverà in Jean-Jacques Rousseau, Johann Gottfried cosa cantano quando sono soli? Di onore oltraggiato,
Herder, John Stuart Mill, August Comte e addirittura di desiderio di vendetta, di piacere del dominio; le
Rabindranath Tagore) è ancora più politica e rivoluzio- energie che muovono questi due uomini non sono dinaria di quella di Beaumarchais. Ed è stato un grave er- verse, bensì profondamente coincidenti (tanto che un
rore considerarla fin qui «meramente domestica» an- unico baritono potrebbe in teoria, cantare entrambe le
parti il cui linguaggio è così simile che si rischia di conziché «fortemente politica».
Le nozze di Figaro, ricorda l’autrice, «sono conside- fonderle)». La cavatina iniziale di Figaro, Se vuol ballarate un testo chiave nella storia del liberalismo per il re, segue la sua scoperta che il conte ha in progetto di
modo in cui vi si immagina la sostituzione dell’antico sedurre Susanna. Ma se si sta ad ascoltare sempliceregime con un nuovo ordine basato sulla fratellanza e mente quello che Figaro canta, non sapremo mai delsull’uguaglianza». Ma in genere «chi è interessato alla l’esistenza di un essere umano di nome Susanna. Tutti
vicenda di Figaro si rifà alla commedia di Beaumar- i suoi pensieri sono «rivolti alla rivalità con il conte», e
chais e ignora l’opera di Mozart e di Da Ponte». E inve- le sue reiterate negazioni («non sarà, non sarà») antice, sostiene con decisione, è «l’opera ben più della cipano quelle perentorie del conte alla fine dell’opera.
P
Bibliografia
Come coltivare
l’impegno civile
Esce in libreria il 19 giugno
prossimo il volume di Martha
Nussbaum Emozioni politiche.
Perché l’amore conta per la
giustizia (Il Mulino, pagine 520,
38 in libreria dal 19 giugno),
nel quale la filosofa americana
dell’Università di Chicago, si
sofferma sui sentimenti che
contribuiscono alla formazione
di una religione civile. Tra le
opere della Nussbaum edite dal
Mulino, Non per profitto (2013)
e Creare capacità (2014)
Il conte immagina Susanna posseduta da Figaro, che
egli considera «un vile oggetto», ed è questo a tormentarlo, non perché egli provi amore o un desiderio particolarmente intenso per Susanna, ma perché gli risulta
intollerabile che gli sia, appunto, preferito un mero
«oggetto». Proprio come Figaro, è assillato dall’idea di
un altro uomo che ride di lui, insulta il suo onore, lo
costringe a vergognarsi. Anche musicalmente, oltre
che testualmente, l’aria del conte è affine a quella di Figaro: piena di una furia dirompente che esplode quando la voce arriva alle parole «felice un servo mio», e poi
ancora «ah non lasciarti in pace»; la rabbia nella musica è accompagnata da una sprezzante ironia (la frase
calante che accompagna «un vile oggetto»). Il libretto,
osserva l’autrice, «ci fornisce qualche indicazione sulla
similarità fra i due uomini, ma l’arco espressivo della
musica va ben oltre nel sottolineare la loro affinità ritmica e di accenti che spazia in entrambi dal disprezzo
beffardo alla rabbia furiosa». Mentre sono del tutto assenti emozioni, amore, meraviglia, piacere, ma anche
dolore e desiderio.
Secondo la lettura politica convenzionale del testo
di Beaumarchais, Figaro diventa nell’atto V «l’apostolo
di un nuovo tipo di cittadino, emancipato dalla gerarchia». Il Figaro di Mozart non compie questo passo
avanti. Come ha osservato Michael Steinberg, che molto si è dedicato a questo tema, per tutta l’opera (quantomeno fino alla conclusione dell’atto IV) Figaro «balla», musicalmente, al ritmo imposto dal conte: «Egli
non ha trovato un idioma musicale suo proprio; e così
anche il suo vocabolario politico ed emotivo è una riproduzione di quello del conte», sia in Non più andrai,
alla fine dell’atto I (dove impersona «l’autorità con la
quale il conte ha appena mandato Cherubino in servizio presso uno dei suoi reggimenti, impostando le sue
frasi sul tempo di una marcia militare»), sia in apertura dell’atto IV, quando, desideroso di cogliere Susanna
in flagranza di infedeltà, egli canta ancora dell’onore
offeso, chiedendo a tutti gli uomini di «aprire un po’
gli occhi» sui modi in cui le donne sanno umiliarli. Ancora una volta, sono gli uomini, non le donne e meno
che mai una donna in particolare, i destinatari delle
sue parole. Potrebbe darsi che Mozart non sia riuscito a
cogliere l’opposizione tra Figaro e il conte che Beaumarchais ci ha proposto. «Ma non corriamo troppo»,
scrive Nussbaum, «forse, al contrario, Mozart vede
qualcosa che Beaumarchais non percepisce: che l’antico regime ha formato gli uomini in una certa maniera,
di modo che la loro preoccupazione sia il rango, lo status, l’onore offeso, e che tanto i signori quanto i servi
rivelano questa impostazione; ciò che uno non vuol
perdere, l’altro desidera ottenerlo. In entrambi i casi,
data questa ossessione, non esiste spazio per la reciprocità né men che meno per l’amore».
A conferma di quanto detto, due personaggi secondari dell’opera, Bartolo e Basilio, intervengono a rafforzare questa percezione. Le loro arie (Bartolo nell’atto I,
Il parallelismo
I due protagonisti maschili sono del tutto
simili, tanto musicalmente quanto
tematicamente. Le energie che li muovono
non sono affatto diverse, bensì coincidenti
Profili Paolo Di Paolo (Rizzoli) a trent’anni, fa i conti con il grande maestro Montanelli. L’ammirazione del discepolo non esclude qualche distinguo
Indro: a torto o a ragione, però sempre dalla parte dei lettori
di ANTONIO CARIOTI
N
on sono pochi settantaquattro anni di
differenza, specie se nel corso di quei
sette decenni abbondanti il mondo ha
conosciuto guerre mondiali, incredibili scoperte scientifiche, trasformazioni sociali senza precedenti. Ma l’impronta delle firme che
valgono davvero si avverte proprio nella loro
capacità di parlare ai lettori di tutte le estrazioni e di tutte le età. Così la prosa impareggiabile di Indro Montanelli, nato nel 1909, incantò
molti anni fa un adolescente di nome Paolo Di
Paolo, classe 1983, che arrivò al punto di mandargli una lettera scherzosa firmata Karl Marx
e di vedersela pubblicare, con tanto di ampia
risposta, sul «Corriere» del 30 novembre 1998.
Ora, divenuto uno scrittore affermato, Di
Paolo prova a fare i conti con il grande giornalista nel libro Tutte le speranze. Montanelli
raccontato da chi non c’era (Rizzoli, pp. 220,
17).
Un testo forse più autobiografico che bio-
Indro Montanelli in una foto AP:
è scomparso nel 2001 a 92 anni.
Giornalista, saggista e commediografo, è stato per decenni la
bandiera del «Corriere della Sera». Ha fondato «il Giornale» e
più tardi il quotidiano «La Voce»
grafico, nel quale la figura del protagonista è
rievocata attraverso il filtro particolare di chi
ha cercato ispirazione in lui, nonostante lo
stacco generazionale, per capire l’umanità e in
particolare l’Italia, la nazione scombinata che
Montanelli, verso la fine della sua vita, descriveva come «un conglomerato impegnato a discutere, con grandi parole, di grandi riforme a
copertura di piccoli giochi di potere e d’interesse». Parole che purtroppo sembrano scritte oggi.
Di Paolo conosce a fondo Montanelli: ha curato per la Rizzoli un’antologia dei suoi scritti
e una delle sue lettere. Lo ammira, pur senza
fargli sconti. Ne rievoca gli atti di coraggio e le
brillanti intuizioni, ma anche gli errori, gli eccessi, le cadute di tono. Rifiuta comunque la
tendenza a condannarlo o esaltarlo sulla base
di un singolo episodio. È la parabola intera
che bisogna considerare, lo stile umano del
personaggio, il suo continuo desiderio di
mettersi alla prova senza risparmiarsi mai. Il
carattere temerario di chi, nonostante l’osten-
tato scetticismo, si dimostrò capace di fondare un quotidiano («il Giornale») a sessantacinque anni e un altro («La Voce») a ottantacinque.
Più ancora però conta lo spirito libero di
Montanelli, che spicca particolarmente nelle
pagine in cui la sua penna, osserva giustamente Di Paolo, «ha dato il meglio». Si tratta
degli «Incontri», i ritratti di personaggi famosi e potenti che rimanevano «il più delle
volte irritati» dall’immagine che di loro veniva offerta. Non mancava mai, nella descrizione del personaggio di turno, «l’increspatura
ironica, o perfino caustica». Montanelli si
guardava bene dal cercare benemerenze
presso i protagonisti della vita politica o culturale. Sposava sempre il punto di vista del
lettore, con la sua curiosità di scoprire il lato
debole, o semplicemente umano, degli uomini e delle donne celebri. In fondo è la ricetta più semplice, ma al tempo stesso assai difficile da applicare, del buon giornalismo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
La giuria di 400 studenti
Giuseppe Catozzella vince
il premio Strega Giovani
È Giuseppe Catozzella con Non dirmi che
hai paura (Feltrinelli), 93 voti, il vincitore
del Premio Strega Giovani (3 mila euro)
assegnato da una giuria di circa
quattrocento ragazzi — proclamato ieri a
Palazzo Montecitorio alla presenza del
presidente della Camera Laura Boldrini.
I ragazzi provengono da oltre quaranta
scuole secondarie superiori distribuite in
Italia e all’estero. I più votati dopo Catozzella
sono stati: Gipi (41 voti); Marco Magini (37
voti); Francesco Piccolo (30 voti); Donatella
Di Pietrantonio e Paolo Piccirillo ex aequo
(26 voti). Domani, tra i 12 candidati, verrà
scelta la cinquina a Casa Bellonci.
Corriere della Sera Martedì 10 Giugno 2014
Cultura 33
italia: 51575551575557
sembra capovolgere l’etica di Bartolo, che però in fin
dei conti rafforza. Da Ponte lo presenta «come un uomo malevolo e debole, carente delle risorse che ci vorrebbero per competere alla pari con i nobili, e privo anche dell’intelligenza necessaria a gareggiare con un Figaro». La sua aria nell’atto IV, «offre suggerimenti agli
uomini che si trovano in questa stessa posizione di debolezza». Esordisce affermando che è troppo rischioso
entrare in competizione con i «grandi», dal momento
che loro sono destinati a vincere. Sempre. Ma… racconta un episodio della sua giovinezza quando era impulsivo e non sentiva ragioni. «Donna flemma» gli regalò una pelle d’asino che usò per coprirsi dalla pioggia. E, sorpresa, il lezzo nauseabondo di quella pelle
bagnata ebbe poi il benefico effetto di tener lontano un
animale feroce. Morale: «Così conoscere/ Mi fe’ la sorte/ Ch’onte, pericoli/ Vergogna e morte/ Col cuoio
d’asino/ Fuggir si può». Quest’aria, secondo l’autrice,
apparentemente «offre un consiglio diametralmente
opposto a quello di Bartolo, che ci suggerisce di usare
il sapere e il diritto per sopraffare la persona che ha
causato la nostra umiliazione; ma la somiglianza è evidente: entrambi vedono il mondo nello stesso modo,
come un gioco a somma zero per la difesa dell’onore e
dello status. La sola differenza è che Basilio è consapevole che alcuni sono destinati ad essere perdenti, ed
egli vuole suggerire loro come limitare i danni». Fin
qui gli uomini.
È con i personaggi femminili che entrano in scena i
valori della Rivoluzione francese. Susanna e la contessa potrebbero essere rivali: dopotutto il conte sta cercando di tradire la moglie seducendo la futura sposa di
Figaro. Ma «il pensiero non le sfiora nemmeno». Esse
«capiscono di avere finalità comuni, perché ciò che
ciascuna desidera è che i due uomini, Figaro e il conte,
diventino mariti innamorati e fedeli mossi da affetto e
piacere, anziché da vendetta e gelosia». Come i due baritoni, le due donne condividono un idioma musicale
— al punto che possono essere scambiate l’una per l’altra anche dagli uomini che affermano di amarle (è però interessante che Figaro riconosca alla fine Susanna
proprio dalla voce, «la voce che adoro»). Qui però Nussbaum non coglie che c’è tra le donne una lieve diffe-
Contro le vecchie gerarchie
È il personaggio di Cherubino che porta
con sé il messaggio positivo dell’opera tutta
fondata sul rilievo centrale dell’amore
Basilio nel IV) spesso tagliate nelle rappresentazioni,
non richiamano nulla del testo di Beaumarchais. Bartolo è, «in termini emotivi», affine sia a Figaro, sia al
conte. «Diverso dal punto di vista vocale, essendo un
basso, tuttavia egli canta con le stesse espressioni: analoghi scoppi di rabbia e livore, temperati da quel tono
malizioso che già conosciamo in Se vuol ballare di Figaro». Quanto al testo, il suo personaggio sembra offrire la teoria generale di ciò che intendono sia Figaro
che il conte: «La vendetta, oh la vendetta/ È un piacer
serbato ai saggi:/ L’obliar l’onte, gli oltraggi/ È bassezza, è ognor viltà». Quindi la vita «è quasi completamente incentrata sulla competizione fra maschi per ottenere status ed evitare la vergogna, e la cosa più intelligente da fare è giocare la partita fino in fondo». Il
comportamento consigliato non solo fa sì che la rabbia
e l’umiliazione cancellino l’amore e il desiderio (Bartolo, come Figaro e il conte, non si cura affatto di Rosina,
che nel Barbiere di Siviglia ha ceduto al conte con un
intrigo di Figaro), ma impedisce anche ogni tipo di
perdono o riconciliazione. È questo atteggiamento che
porta ai sei «no» consecutivi del conte alla fine dell’opera. Bartolo ci mostra anche qualcosa riguardo alla
cittadinanza e alla ragione, perché egli è molto interessato al diritto. La sua convinzione è che il diritto sia
uno strumento della vendetta maschile, e chiunque ne
sia esperto la spunterà sempre su chi non lo conosce,
perché riuscirà in ogni occasione a trovare «qualche
garbuglio» con cui sconfiggere il suo nemico.
Basilio, maestro di musica che nella precedente
commedia di Beaumarchais, Il barbiere di Siviglia,
espone con entusiasmo il potere devastante della calunnia al fine di sconfiggere un nemico, inizialmente
renza sotto il profilo della voce: la contessa è un soprano lirico, mentre Susanna è un soprano leggero. In
ogni caso, prosegue l’autrice, a differenza degli uomini, le donne utilizzano la loro affinità non per combattersi ma per cooperare e, in particolare, per la complessa messinscena che alla fine svela l’ipocrisia del
conte. Osservando la loro intesa «si nota chiaramente
che non c’è nulla di tutto ciò tra gli uomini». L’accordo
fra le due donne, inoltre, nonostante la differenza di
classe, appare come del tutto privo di gerarchie, basato
sul vantaggio derivante a ciascuna da un’amicizia condivisa e genuina («Susanna, per esempio, nell’atto III è
sorpresa di essere proprio lei — forse non molto istruita — a dover scrivere la lettera al conte per proporre
l’incontro»). La reciprocità si vede nella natura dei loro
scherzi, senza trucchi maliziosi o beffardi sottintesi; vi
è solo solidarietà l’una verso l’altra e lo stesso desiderio
di giungere a un buon fine.
Tutto questo è nel libretto, ma, come ha fatto notare
Wye Jamison Allanbrook, «la musica porta ben oltre
l’impressione di reciprocità e di uguaglianza». Man
mano che la contessa detta la lettera e Susanna scrive,
«le donne traggono ispirazione dalle rispettive frasi
musicali, scambiandosi idee con una sinuosa capacità
di risposta e un’immediata consapevolezza dell’altezza,
del ritmo e anche del timbro dell’altra». Iniziano «con
uno scambio di frasi come in una normale conversazione; con il procedere del duetto, però, la loro intesa
diviene più intima e più complessa, il loro avvolgersi
l’una nell’altra raggiunge un’intensa armonia. Il loro
sodalizio musicale «esprime una sorta di amichevole
accordo, che è, potremmo dire, manifestazione di reciproco rispetto, ma anche di un affetto profondo; nes-
suna delle due cerca di prevalere sull’espressività del- dienza dall’altra». Nel «mondo democratico delle
l’altra, e ciascuna contribuisce con qualcosa di proprio, donne, invece, la genuflessione è semplicemente l’atto
di mettersi in ginocchio». Ci si inginocchia, come fa
che poi è riconosciuto dall’altra e sviluppato ancora.
La promessa del duetto non è la semplice promessa Cherubino, di fronte alla persona che ci aggiusta cufdi una libertà come mero rovesciamento delle parti, li- fia e colletto. L’inginocchiarsi «non ha valenza simbobertà di umiliare colui che ti ha umiliato. È una libertà lica; è soltanto un’azione utile». E con Mirate il bricconcello Susanna spiega che Cherubino è
che — ha scritto Allanbrook — ci porta
attraente proprio perché, sebbene maoltre l’immagine, fonte di ansia e di insiIn primo piano
schio e appassionato alle donne, non ne è
curezza, di ciò che dovrebbe essere la liattratto per controllarle e usarle come pebertà per gli uomini. È invece la libertà di
dine nelle competizioni con altri uomini.
essere felici, di avere accanto qualcuno
Bensì per poterle amare. Invece del domiuguale a te: la libertà di non doversi prenio, ci sono fascino e grazia; invece dei
occupare di chi sta sopra e chi sta sotto. In
complotti per nascondere la vergogna o
altre parole, conclude non senza una
Il drammaturgo
vendicare l’insulto, ci sono «furbe guarqualche enfasi Nussbaum, «questa musifrancese Pierredature» che rendono il ragazzo simile alle
ca ha inventato la reciprocità democratiAugustin Caron de
donne nel loro amore per gli scherzi e i
ca». Battersi per la libertà senza la fraterBeaumarchais (nel
pettegolezzi.
nità, come fa il Figaro di Beaumarchais,
ritratto qui sotto) ebbe
Così, osservando Cherubino, ci rendiasignifica solo capovolgere la gerarchia,
una vita disordinata e
mo conto di quanto poco rivoluzionario
non sostituirla con qualcosa di fondaavventurosa, nel corso
sia l’apparente radicalismo di Figaro. Non
mentalmente diverso. Se ci deve essere un
della quale scrisse la
solo perché egli mutua dall’antico regime
nuovo ordine, se mai ci sarà a questo
trilogia composta dalle
l’atteggiamento del suo padrone verso le
mondo qualcosa che assomigli a una poliopere teatrali «Il
donne, ma per qualcosa di più globale. Fitica di rispetto ed equità, dovrà iniziare
barbiere di Siviglia»,
garo semplicemente vede il mondo nello
come il canto di queste due donne, e ciò
«Le nozze di Figaro» e
stesso modo in cui lo vede il conte: in tersignificherà diventare un nuovo tipo di
«La madre colpevole».
mini di ricerca dell’onore e di fuga dalla
essere umano, radicalmente diverso. Ne
Il letterato italiano
vergogna. Se il nuovo mondo avrà cittadiviene fuori che il mondo maschile del FiLorenzo Da Ponte (nel
ni come lui, il cammino verso l’uguagliangaro «è una prigione dove ogni uomo
ritratto al centro) fu il
za e la fraternità non cesserà di essere piepassa la vita dominato dall’ansia del ranlibrettista di alcune
no di ostacoli. Le vecchie gerarchie sarango». La promessa non può che essere
delle opere più famose
no rimpiazzate dalle nuove, come tanti
quella di rivoluzionarlo. Anche se, ad infidel musicista Wolfgang
bastioni a difesa dell’io maschile. Ed è sul
ciare l’apoditticità di queste tesi, va osserAmadeus Mozart
personaggio di Cherubino che, secondo
vato che l’anno successivo all’inizio della
Nussbaum, Mozart incontra Rousseau e
Rivoluzione francese, vale a dire nel 1790,
soprattutto Herder. Entrambi, fa notare
gli stessi Mozart e Da Ponte misero in sceNussbaum, «condividono con Mozart la
na Così fan tutte, un’opera che — ecceconvinzione che una nuova cultura politizion fatta per l’aria di Despina In uomini,
ca necessiti del sostegno di sentimenti
in soldati — è sostanzialmente maschilinuovi, ed entrambi ritengono, come lui,
sta e contraddice buona parte delle teorizche questi sentimenti debbano includere
zazioni di Nussbaum sul rapporto contesnon solo quelli pacati del rispetto e delsa-Susanna. Ma non fermiamoci qui.
l’amicizia, ma anche, a sostegno e a stiÈ il personaggio di Cherubino, che non
molo di questi, qualcosa di più come
canta con voce maschile ed
l’amore, diretto alla nazione e ai suoi scoè impersonato da un mezzo
pi morali».
soprano, che, sostiene NusCherubino ha posto le basi di quello
sbaum, porta con sé il mesche sarà l’«amore civile» che si trasformesaggio positivo dell’opera
rà, presto, in «religione civile». Un’«emotutta. In genere Cherubino
tività civile» che smuoverà e travolgerà
è descritto superficialmenl’Ottocento. Contagiando Mill sul tema
te come un saltimbanco il
delle libertà: «Mozart e Da Ponte comprequale (per come lo aveva
sero che non era sufficiente disporre di
presentato Beaumarchais)
buoni documenti fondativi, nemmeno di
non ha un ruolo ben definibuone istituzioni» e che la libertà doveva
to. Ma è l’unico personag«penetrare nelle pieghe profonde della
gio maschile in tutta l’opera
personalità, allentando i vincoli interiori
che esprima interesse nei
della rabbia e della paura, vincoli che conconfronti dell’amore. Ed è il suo idioma
ducono a forme di dominio gerarchico».
musicale, ben più del testo di BeaumarInesorabilmente. «Il Cherubino di Mozart
chais, che ci fa intendere che la sensibilità
ci offre un’immagine affascinante del citdi Cherubino (Voi che sapete) è poetica e
tadino che non cerca di dominare gli altri
romantica e che il suo slancio nei conattraverso un rapporto di tipo gerarchifronti del genere femminile non è frutto
co… ma tende a uno scambio che è insiedi mera eccitazione. Cantando meravime giocoso e impegnato».
gliosamente, Cherubino candida se stesso
Sarà Comte a «sviluppare le promettenalla fraternità, all’eguaglianza e alla liberti prospettive del Figaro», avanzando una
tà. Quelle femminili, beninteso. Tanto
L’imperatore
riforma della politica di genere che ponga
che, prima di essere promosso, deve anGiuseppe II d’Asburgo
lo spirito «femminino» al cuore della socora superare la prova decisiva: travestirsi
(nel ritratto qui sopra)
cietà. Anche se Comte poi si dirà contrada donna.
regnava a Vienna nel
«Certo, è la trama della storia che ririo all’uguaglianza uomo-donna. Ma sa1786, quando andò in
chiede questo trucco», osserva Nusranno proprie le idee di Comte a diffonscena per la prima
sbaum, «ma Mozart collega tale momendersi in India e a far presa su Tagore, pavolta l’opera «Le nozze
to ai sentimenti più profondi del cuore».
dre spirituale del Mahatma Gandhi e di
di Figaro» di Mozart e
E l’aria di Susanna che lo aiuta a realizzare
Indira Gandhi. «Tagore e Mozart», scrive
Da Ponte
tale travestimento, Venite… inginocchiala Nussbaum, «sono spiriti affini, entramtevi, rende il senso di quel che l’autrice
bi convinti che la cittadinanza abbia bisointende sostenere. Sostiene che ciò che Mozart vuole gno di uno spirito ludico e dell’imprevedibilità individirci, rendendo l’aria così stringente, e allo stesso tem- duale». Tesi originali, affascinanti che inducono a ripo giocosa, è che «proprio qui, in un intimo momento pensare i tortuosi percorsi lungo i quali siamo giunti
di tenerezza, vengono gettati i semi del rovesciamento nella modernità. E il debito che, anche per questo tradell’antico regime». A cominciare dall’inginocchiarsi. gitto, abbiamo nei confronti di Mozart e Da Ponte.
Nel corso dell’opera quest’azione compare spesso; «in
[email protected]
tutte le altre occasioni (fino agli istanti finali) è simbolo di gerarchia feudale: superiorità da una parte, obbe© RIPRODUZIONE RISERVATA
Come una favola Romana Petri racconta (per Longanesi) una storia di sentimenti profondi al tempo della guerra, nei quartieri popolari di Napoli
Un grande amore? Non è detto che non abbia un lieto fine
di ISABELLA BOSSI FEDRIGOTTI
I
l suo tono avvolgente, di instancabile narratrice di saghe confinanti con le fiabe, già lo
conoscevamo: un tono quieto, attento ai minimi dettagli, che per lo più racconta storie di altri tempi e altri mondi, che attraversa fortune e
avversità gioendo delle une e dolendosi delle altre in maniera sommessa, e che al lettore fa perdere la nozione delle pagine e un poco anche
quello della realtà; è il tono di Romana Petri che
ritroviamo nel suo romanzo più recente, Giorni
di spasimato amore (Longanesi, pp. 204, €
14,90).
Molto più favola che saga è la vicenda di Antonio e Lucia, ragazzi innamorati ai tempi della
guerra, l’ultima, nei rioni popolari di Napoli.
Amore grandemente spasimato, come annuncia
il titolo, che stravolge le vite, fa perdere la testa,
procura felicità sublimi e sofferenze così profonde da non poterle neanche pronunciare, e tanto
meno credere.
Interpreti principali, principalissimi, sono i
L’autrice
Romana Petri (foto)
è scrittrice e
traduttrice. Con il
marito Diogo Madre
Deus dirige l’editrice
Cavallo di Ferro. Tra i
suoi libri: «Ovunque
io sia» e «Figli dello
stesso padre»
due ragazzi, beatamente chiusi nella loro dimensione amorosa, simile a una nuvola che si libra in
un cielo perfetto; intorno a loro si muovono alcuni cosiddetti personaggi minori, perfettamente definiti, sì, ma di assoluto contorno, la cui
temporanea presenza tra le pagine è al puro servizio di Antonio e Lucia, supporto «scenico» per
far risplendere di maggior luce il loro amore. Sono Silvana, la mamma di Antonio, che per il figlio sogna una «sistemazione» e per sé dei nipotini; e poi Teresa, la sua fuggevole sposa in realtà
mai stata tale, e il direttore dell’ufficio postale,
suo altrettanto fuggevole suocero oltre che, per
qualche tempo, suo principale. E poi, come un
coro che commenta la realtà, una banda di scugnizzi che giocano a calcio sotto il balcone dal
quale Antonio guarda il mare e s’inventa una vita
che non c’è.
Le fiabe, anche le più tristi, le più cupe, in genere poi finiscono in dolcezza, e quella narrata
da Romana Petri non si discosta da questa tradizione; e come tutte le favole vuole dirci o ridirci
qualche cosa cui siamo tentati di non credere più
Oggi sul Corriere.it
L’invisibilità di Elena Ferrante
nell’elogio di Jhumpa Lahiri
Al Festival delle Letteratura di Roma, ideato e
curato da Maria Ida Gaeta, è oggi in programma
un omaggio a Elena Ferrante: scrittrice
dall’identità misteriosa, pubblicata in Italia da
e/o (il prossimo libro si intitolerà Storia della
bambina perduta). In piazza del Campidoglio,
alle ore 21, con musiche di Gaia Possenti e i
reading delle attrici Michela Cescon e Anna
Bonaiuto, interverranno due lettori eccezionali
della Ferrante: Eric-Emmanuel Schmitt porterà
il testo «Perché leggere narrativa», Jhumpa
Lahiri reciterà due lettere rivolte alla Ferrante.
Una di queste, «Elogio dell’invisibilità», sarà
pubblicata oggi sul sito del «Corriere della
Sera», nella sezione Cultura.
tanto: per esempio, tra l’altro, che ci possono essere amori che fanno perdere la testa ma insieme ritrovare la ragione. Lungo questo paradosso
si snoda il racconto dell’autrice che porta a compimento la non facile impresa senza mai sbagliare tono, così salvandosi dal grande rischio di trasformare la sua bella fiaba in una qualunque storia rosa.
Altro suo merito è di essersi saputa immergere in una napoletanità non finta, non da commedia, non «verace» come le vongole che vengono
dall’Oceano Indiano, bensì di chi conosce e sa, di
chi ha vista e udito attenti per luoghi, persone,
strade, case, panorami, suoni e voci. E, per l’occasione, anche la sua scrittura sembra passata
per un breve bagno nel golfo, quel tanto da farla
lievemente risuonare qua e là del suo accento. Ci
sono scrittori, si sa, che conoscono il metodo dei
camaleonti e che possiedono un numero di vesti
pari alle storie che raccontano, e Romana Petri è
senza dubbio tra questi, la sua fittissima — e diversificatissima — opera lo conferma.
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34
Martedì 10 Giugno 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Eventi
L’anniversario A un secolo
di distanza, il restauro del
«Parco della Memoria»
UN’ESTATE
PER RICORDARE
L’appuntamento Mostre e
incontri: così la regione
commemora il Grande conflitto
Trentino
Guerra e pace
A
cento anni dallo scoppio della Grande
Guerra, il Trentino torna a immergersi
nell’evento che ne ha modificato indelebilmente il paesaggio e, soprattutto, la storia,
segnata da lacerazioni profonde (il passaggio
dall’Austria all’Italia), ingenti perdite di vite
umane e la deportazione di parte della popolazione civile nel resto del nostro Paese e in
Europa centrale. L’anniversario (sito di riferimento: www.trentinograndeguerra.it) è stato preparato meticolosamente attraverso un
lungo lavoro di restauro di forti, trincee, camminamenti che nel loro insieme costituiscono oggi un grande Parco della Memoria, visitabile grazie al Sentiero della Pace, più di 500
di LORENZO CREMONESI
T
rincee ancora quasi intatte
sulle creste, scalette di legno
marcio per raggiungere le
postazioni dei cecchini sulle
guglie più alte, cannoni nascosti, cimiteri e croci tra i fiori, lapidi lambite dai venti dei tremila metri, grovigli rugginosi di fili spinati ad annerire le nevi e le rocce: i resti delle battaglie si conservano meglio in
montagna che non in pianura. A
cento anni dallo scoppio della Grande Guerra i sentieri dei soldati sono
diventati percorsi di trekking, vie di
accesso alle cime, giganteschi musei
a cielo aperto pronti a testimoniare
in modo immediato vicende solo in
apparenza remote.
Un modo attivo e intelligente per
riscoprire un capitolo fondamentale
della storia del Novecento e dell’Italia, che proprio nella Prima Guerra
Mondiale vide il «compimento del
Risorgimento» e la sua entrata a pieno titolo nel consesso europeo. Lo
sta propagando il Trentino, cento
anni orsono regione «irredenta» per
eccellenza, allora parte dell’AustriaUngheria, ma che aveva ampi settori
della propria popolazione di lingua e
cultura italiane. Sono le sue strutture regionali ad aver approntato negli
ultimi trent’anni il lungo Sentiero
della Pace, fatto proprio per scoprire
le tracce di quelle zone di combattimento. Questo è il teatro della
«guerra bianca» da visitare lentamente, talvolta arrampicando sulle
antiche vie ferrate e i ghiacciai, per
comprendere la dimensione unica
delle battaglie combattute sulle Alpi
dal 1915 al 1918.
Ne è risultata una rete di sentieri
ricca e articolata, lunga oltre 520
chilometri, tutti contrassegnati da
segnavia bianchi e rossi con una colomba color giallo sul bordo. «Sentieri della pace»: una traccia segmentata di itinerari dall’Adamello,
giù a lambire il Garda e poi a zig-zag
verso nord sino alla Marmolada. Il
Trentino finisce qui, ma il sentiero
del fronte lambisce le Dolomiti friulane, per proseguire idealmente sulle Alpi Carniche, entrare in Slovenia,
superare Caporetto e scendere verso
Trieste. Sono state ripulite trincee,
riassestati i muretti di pietra dei
camminamenti, riaperte le vecchie
gallerie, le postazioni dei comandi,
le piazzole delle artiglierie, puntellati i bunker, ricostruite con cavi di acciaio e fittoni di ferro le vie ferrate
km che si snodano lungo quella che è stata la
linea del fronte della Prima Guerra Mondiale.
Per l’occasione sono stati previsti anche alcuni eventi, il primo dei quali è «Sentiero di
pace» (da non confondere con il sopracitato
Sentiero della Pace), con il triplice appuntamento del 28 giugno (anniversario dell’attentato di Sarajevo), e del 26 e 27 luglio. Intensa
anche l’attività dei 19 Musei trentini della
Grande Guerra (tra le mostre, «La Grande
Guerra sul grande schermo», alle «Gallerie»
di Trento dal 28 luglio e, al Mart di Rovereto,
«La guerra che verrà non è la prima – La
Grande Guerra 1914-2014», visitabile dal 4 ottobre 2014 al 20 settembre 2015.
Trincee, postazioni di cecchini, lapidi e cannoni
Nella Storia, camminando su 520 km di sentieri
più classiche. I percorsi sono tanti e
tutti organizzati prevedendo rifugi e
bivacchi per le escursioni di più
giorni. Qui ne proponiamo alcuni di
varia difficoltà da noi visitati negli
ultimi mesi.
Monte Nagià Grom
Partenza dal piccolo villaggio di
Manzano, posto a circa 700 metri sopra Riva del Garda. Visita alle postazioni austriache destinate a controllare l’eventuale avanzata italiana dal
lago e tenere sotto tiro le pendici del
Monte Baldo, abbandonate in buon
ordine dagli austriaci già nelle settimane appena seguenti l’entrata in
guerra dell’Italia per attestarsi su poPasso Fedaia
Canazei
Sentiero
3
della Pace
Il percorso
Musei di rilievo
1 Campana della Pace
2 Museo della guerra
3 Museo della Grande
guerra 1914-18
4 Museo della guerra
bianca adamellina
6
Vermiglio
10
Spiazzo
Rendena
4
TRENTINO
9
Borgo
Valsugana
Trento
5
5 Mostra della guerra
6 Museo della guerra
Rovereto
Forti
7 Forte Belvedere
9 Forte Cadine
8 Forte Pozzacchio
10 Forte Corno
2
8
1
Lavarone
7
520
i km
lungo i quali
si snoda
il Sentiero
della Pace
sizioni molto meglio difendibili. Il
percorso è fatto per tutti, specie per
le famiglie con bambini, non supera
i 200 metri di dislivello complessivo,
resta al di sotto dei mille metri di
quota, ed è consigliato nel periodo
da aprile a novembre. L’intera visita
non necessita oltre le tre ore di facile
marcia. Una larga mulattiera conduce in breve al complesso fortificato
con trincee, gallerie e fornito di ampie cisterne, depositi di munizioni e
zona cucine. Nella parte sommitale
del monte sono visibili i crateri causati dai proiettili dei cannoni che
sparavano del Baldo.
52 gallerie al Monte Pasubio
A vedere le gallerie elicoidali che
salgono nel cuore della montagna, la
precisione del tracciato tra viscidi
canali di scolo, pareti franose, guglie
instabili e precipizi erbosi, viene da
chiedersi se i reparti genieri dell’esercito nel 1917 non fossero migliori delle imprese statali che oggi
costruiscono le strade italiane. Visi-
tare per credere. Il generale Cadorna
voleva rifornire in modo rapido e sicuro i contingenti attestati sul Pasubio. Era una posizione strategica
centrale del sistema difensivo degli
altipiani, destinato ad evitare che le
truppe austriache dal Trentino potessero raggiungere il mare verso
Venezia e così tagliare alle spalle il
grosso dell’esercito impegnato verso
la Slovenia. Lo sforzo fu immenso:
dal febbraio al novembre 1917 vennero costruiti sei chilometri e mezzo
di strada, di cui due e mezzo scavata
in 52 gallerie larghe in media due
❜❜
Impronte di una tragedia
Un secolo dopo lo
scoppio del primo
conflitto, i monti sono
un museo a cielo aperto
metri e mezzo per permettere il
transito contemporaneo in senso
opposto delle salmerie trainate da
muli. Il tracciato parte dai 1.216 metri del posteggio a pagamento di
Bocchetta Campiglia e raggiunge i
duemila dove si trovano i campi di
battaglia del Pasubio e il celebre rifugio Papa. Assolutamente vietate le
biciclette.
Corno di Cavento, Adamello
Un percorso per alpinisti in grado
di maneggiare piccozza, corda e
ramponi, oppure disposti ad affidarsi ad una guida. Dai 2.459 metri del
Rifugio Carè Alto (aperto dal 20 giugno al 20 settembre) si sale in un
ambiente grandioso dominato da
massi granitici verso il ghiacciaio. Il
tracciato è ben segnato. In meno di
due ore si staglia nel cielo la linea di
creste dominate dai 3.402 metri del
Corno di Cavento, dove le truppe alpine italiane e austriache tra il 1916 e
1918 si combatterono a colpi di imboscate, assalti notturni in cordata e
I protagonisti
Paolo Rumiz
Nicola Piovani
Giuseppe Cederna
Nato a Trieste nel 1947,
il giornalista e scrittore è tra
i protagonisti del reading
in programma il 28 giugno,
«A Sarajevo il 28 giugno»,
a Rovereto, Campana della
Pace (ore 10.50). Letture
dal libro di Gilberto Forti,
per la regia di Franco Però
Il compositore (1946)
presenta «Sarajevo»,
un lavoro commissionato
per l’occasione, che verrà
eseguito il 28 giugno, a
Trento, presso il Teatro
Sociale (alle 20.30) in un
concerto dell’Orchestra
Sinfonica Nazionale Rai
L’attore (1957) interpreta
lo spettacolo «L’ultima
estate dell’Europa. Il
Sublime e l’Orrore» il 26
luglio, a Trento, Palazzo
Geremia (ore 22.30), da lui
curato con Augusto Golin.
Previste musiche di Alberto
Capelli e Mauro Manzoni
Eco&the
Bunnymen
Il gruppo post punk
britannico, che si è formato
nel 1978, si esibisce
insieme al musicista Piers
Faccini, il 26 luglio a
Rovereto, Auditorium
Melotti (ore 21). Presenta
Matteo Bordone
Licia Maglietta
Raphael Gualazzi
L’attrice (nata nel 1954)
interpreta il reading
«Le notti chiare erano tutte
un’alba - Voci di poeti nella
Prima guerra mondiale»
il 27 luglio, a Palazzo
Geremia di Trento (22.30).
Conduce il critico letterario
Andrea Cortellessa
Il cantante e musicista
nato nel 1981, sarà il
protagonista del concerto
del 27 luglio a Rovereto,
all’Auditorium Melotti
(ore 21) dal titolo «Get
Well Soon». Conduce
Matteo Bordone; diretta
su Radio2 Rai e Radio3 Rai
Corriere della Sera Martedì 10 Giugno 2014
Eventi 35
italia: 51575551575557
La guida A un secolo dalla Prima
guerra mondiale, il Trentino propone
«Dalla guerra alla pace», una serie di
eventi, concerti, reading, mostre e visite
ai luoghi storici del conflitto per riflettere
sul valore della pace e del dialogo tra
i popoli. Info: www.visittrentino.it
Il Sentiero della Pace Un tracciato
di 520 km fra le montagne, i forti, le
trincee ed i camminamenti, segnalato
con una colomba gialla, attraversa il
Trentino, dallo Stelvio alla Marmolada,
lungo la linea del fronte, e diventa luogo
di riflessione sul valore della fratellanza.
Scarica
l’«app»
Eventi
Informazione, approfondimenti,
gallery fotografiche e la mappa degli
appuntamenti più importanti in Italia.
È disponibile sull’App Store
di Apple la nuova applicazione
culturale del «Corriere della
Sera Eventi».
È gratis per 7 giorni.
Il racconto Fu deportato nel campo di Katzenau
Il mio avo Alfredo,
un’ombra riapparsa
dopo cento anni
In una mail la scheda di prigionia
di ISABELLA BOSSI
FEDRIGOTTI
L
cannonate. A poche decine di metri
dalla cima è situata la galleria, riscoperta dopo le estati calde di tredici
anni fa, dove era posto il comando
austriaco, preso e perso a più riprese
dagli italiani. All’interno sono conservati i pagliericci, le baracche degli
ufficiali, l’infermeria, le bombe a
mano appese alle brande. Prima di
partire occorre munirsi di pila frontale e della chiave per accedere ai locali. Insidiosi nebbioni possono rendere complicato l’orientamento sul
ghiacciaio.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Prima linea
Nella foto grande, i resti
del Forte Dosso delle
Somme, sull’Altipiano di
Folgaria, meta di numerosi
escursionisti (foto Arturo
Cuel). Qui sopra, alcuni
soldati italiani accampati
sul Pasubio, teatro
di una guerra di posizione
particolarmente
sanguinosa (foto Museo
della Guerra di Rovereto)
a mail è arrivata dieci giorni
fa, firmata da Claudia Salmini, direttore dell’Archivio
di Stato di Trieste. Allegata
vi era la scheda di un internato deportato nel 1915 nel campo di prigionia austriaco di Katzenau
(«landa dei gatti») e ivi deceduto
due anni dopo. La scheda compilata con puntigliosità asburgica riporta data e luogo di nascita (Firenze), residenza (Rovereto), domicilio (Londra), località della cattura (Trento), data di arrivo nel
campo (15/4/15) e numero della
baracca (51). La data della liberazione è cancellata da una riga e sostituita da quella della morte
(17/3/17) del quarantatreenne prigioniero.
«Immagino possa trattarsi di un
suo parente» scriveva la professoressa Salmini, e in effetti, l’uomo
cui fa riferimento la scheda è il
prozio Alfredo, cugino primo di
mio nonno, suddito austriaco probabilmente infedele, del quale sapevamo poco o nulla perché di lui
in famiglia non si parlava. La foto
mostra il suo bel volto serio, lo
sguardo tra l’ironico e il sorpreso,
le mani guantate, composte. Tutto
fuorché una testa calda, si direbbe.
Eppure qualcosa di simile deve
essere stato per finire a Katzenau,
l’odierna zona industriale di Linz:
luogo dal quale, secondo una tristissima canzone degli alpini, si ritorna solo in sogno, dove, alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia,
furono internati i cittadini austriaci del confine meridionale, trentini, triestini, friulani, considerati
inaffidabili, in odore di troppo vive simpatie per il vicino nemico. O
peggio, magari capaci di andare a
combattere dall’altra parte, come
poi, in effetti, fecero Cesare Battisti
e altri suoi seicento conterranei. Va
tuttavia ricordato che sorte non
molto diversa toccò a 1.500giovani
trentini di cittadinanza italiana
Versi in trincea
lare. Per noi quello zio era soltanto
un nome, un’ombra.
Sapevamo vagamente della deportazione e poi sapevamo solo
della sua cura per l’abbigliamento,
testimoniato da alcuni conti di un
sarto milanese ritrovati tra le vecchie carte di famiglia, gli ultimi,
par di capire, mai saldati. Ma non
sapevamo niente di più preciso,
non il motivo dell’internamento,
non il luogo della cattura, non la
data della sua morte. E, soprattutto, non conoscevamo il suo viso:
pur nell’abbondanza di fotografie
di parenti vicini e lontani onnipresenti nelle stanze di casa, di lui
nessun ricordo: per la solita ragione, probabilmente.
La scheda, giunta a sorpresa, ci
ha dato piccoli dettagli in più della
sua vita oltre che un volto alla sua
ombra. Due anni ha resistito nella
baracca 51, due inverni, fatale, così
sembra, il secondo, quello terribile
tra il ‘16 e il ’17 , quello delle micidiali valanghe nelle Alpi, che fu il
più rigido dell’ultimo mezzo secolo. Facile immaginare che morì di
polmonite; oppure di tifo, visto
che Katzenau aveva ospitato, prima dei sudditi infedeli, i prigionieri di guerra russi che erano stati
falcidiati dalla malattia. E i pagliericci (raccontarono i sopravvissuti) non erano stati disinfettati. Il
domicilio londinese potrebbe suggerire che Alfredo sia riparato in
Un ricordo nascosto
Deportato nel ‘15, morì
dopo 2 anni. Forse era un
suddito austriaco infedele: in
famiglia non si parlava di lui
Dal passato
La scheda di
Alfredo Bossi
Fedrigotti: fu
internato nei
campi austriaci
nel 1915, vi
morì nel 1917
che, sospettati di essere filoaustriaci, furono deportati, sia pure
in luoghi molto più accoglienti di
Katzenau, come, per esempio,
Ponza e Ventotene. Di Alfredo sapevamo poco o nulla. Di lui non si
parlava, forse perché il nonno, fedelissimo suddito asburgico e
combattente sul fronte polacco, si
era trovato in perfetto disaccordo
con il cugino politicamente irrego-
Una canzone, un’illusione
❜❜
E quando verso Trento muoverà,
il treno d’esiliati innalzerà
un grido forte al ciel e il ferirà
sì, che il cielo rispondere dovrà
Dall’«Inno di Katzenau»
Inghilterra per sfuggire alla leva
austriaca; ma rimane misteriosa la
sua decisione di rientrare a Trento,
dove fu catturato, alla vigilia dell’ingresso in guerra dell’Italia.
Del resto, un poco avvolta dal
mistero è tutta la sua storia. Sua
madre era una ballerina siciliana
che, prima di conoscere, forse in
qualche teatro, suo marito, fratello
del mio bisnonno e grande amante
della lirica (ecco perché «Alfredo»), aveva avuto una storia con
un famoso scrittore francese,
grande ammiratore di Garibaldi, e
forse aveva anche viaggiato assieme a lui per mare, sulle tracce dei
Mille. Così, almeno, con tono
scandalizzato, sussurra la mia bisnonna nelle sue lettere del «passato» della cognata. Un motivo in
più perché di quel ramo della famiglia non si parlasse.
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L’iniziativa I ragazzi del liceo «Rosmini» di Rovereto leggono documenti della narrazione orale dell’epoca. E partecipano a Eurostory
E in televisione rivivono le voci dei testimoni. Con gli studenti
«T
utto e tutto devo abbandonare per recarmi in luoghi
ignoti e forse lasciarli anche la vita,
per il capricio e lonore dei grandi
ipocriti». «Non vi ho forse già detto
che sono in trincea, che dormo in
ricoveri scavati nel terreno, sempre
vestito e carico di pidocchi?». Le
voci di Ettore e Emilio, giovani soldati chiamati a combattere la prima
guerra mondiale sul fronte italoaustriaco, riaffiorano sulle labbra
dei loro coetanei di oggi, studenti
del liceo «Rosmini» di Rovereto
che le leggono a voce alta, davanti
alla telecamera.
Hanno scelto un modo diverso,
gli alunni delle classi III B Classico e
VC Scientifico, per analizzare quel
conflitto che costò la vita a più di 15
milioni di persone, fra vittime e
soldati (1,2 milioni in Italia). Non
solo studio sui libri ma ricerca,
quella vera, che li ha portati a realizzare un programma televisivo. I
ragazzi si sono tuffati nei documenti dell’archivio della scrittura
popolare, con l’aiuto di Quinto Antonelli, ricercatore della Fondazione museo storico di Trento, e han-
no risvegliato dal loro sonno polveroso racconti di semplici cittadini,
donne, parroci, soldati, prigionieri,
profughi. Divisi in gruppi sotto la
supervisione di Tommaso Baldo,
operatore didattico del museo,
hanno poi scelto le testimonianze
Set e regia
In un set di sacchi
abbandonati e
reperti militari,
una studentessa
del Rosmini legge
una testimonianza durante una
puntata di «Con
parole loro». I ragazzi hanno curato anche la regia
più significative e le hanno distribuite per temi, che sono diventati i
titoli delle otto puntate del programma, emblematicamente chiamato «Con parole loro». Nei quattro minuti di ogni episodio gli studenti hanno curato la regia e letto le
testimonianze, in un set di sacchi
abbandonati e reperti militari.
La trasmissione è andata in onda
sul canale locale History Lab: una
narrazione collettiva di trentasei
minuti in cui sono condensati i temi cruciali del primo conflitto. Si
comincia con la mobilitazione generale, si attraversa la Galizia, ci si
sofferma a riflettere sulle sofferenze della prigionia e sul ruolo delle
donne rimaste a casa. Ci sono poi le
puntate dedicate al fronte, ai profughi, all’odissea del ritorno dalla
Russia e alla spinosa questione dell’identità in un territorio di confine
fra due potenze in guerra, abitato
da popolazione italiana sottoposta
però a un governo straniero. Ora la
trasmissione è in gara per il concorso nazionale Eurostory, che premierà il miglior prodotto multimediale realizzato da studenti.
Il «Rosmini» non è tuttavia la sola scuola che ha deciso di studiare
la guerra sul campo: i ragazzi del liceo «Russell» di Cles hanno creato
un sito web dedicato all’argomento, mentre i giovani della IVB dell’istituto tecnico Fontana di Rovereto hanno rilevato con strumenti
di precisione trincee e manufatti
bellici italiani sul monte Giovo, nel
Trentino meridionale. Le mappe
che ne sono derivate serviranno a
creare percorsi turistici e di conoscenza della zona.
Immergersi
(e non giudicare)
nelle notti chiare
dei poeti
di LUIGI NACCI
«I
o feci il sonno più bello /
di tutta la mia vita, / dentro una barella / ancora insanguinata», scrive ne La Buffa
Giulio Camber Barni, uno dei
tanti partiti al fronte come volontari. Come accogliere, a distanza di quasi un secolo, questi suoi versi, o quelli di Ardengo Soffici, per il quale «Le pallottole che sfiorano la nostra
guancia / Hanno il suono di un
bacio».
Come reagire alla voce altisonante di Corrado Govoni
quando ci grida «Bella è la
guerra!», come possiamo togliere i nostri panni e provare a
calzare i loro, senza sussultare?
Facile giudicare dalle nostre
postazioni comode e connesse,
stilare la lista dei cattivi e dei
buoni, facile (e giusto) commuoversi di fronte al cuore di
Ungaretti, in cui «nessuna croce manca». Meno facile mettersi nei panni di un Dino
Campana, quando afferma che
la causa della guerra è il suo
amore con Sibilla Aleramo, di
un Massimo Bontempelli, che
ci fa vedere «pezzi di cervello /
scivolare come le lumache», o
di un Clemente Rebora, che ci
porta sotto terra, parla in nome
dei morti, si sente parte di quei
morti, dice «noi, i putrefatti».
Per capire, per tentare di capire, non basta soffermarsi
sulle date che stanno in calce,
come lapidi, a molte di quelle
poesie, assieme ai luoghi in cui
sono state composte. Collocarle nel tempo e nello spazio,
nella Storia, nelle storie, non
basta. Dobbiamo, come ha fatto Paolo Rumiz di recente, andare a piedi in quegli spazi per
rievocare quei tempi, collocare
i nostri corpi e le percezioni in
quelle trincee, camminare, come scrive Piero Jahier, «nell’infinito di queste cose viventi».
Dobbiamo cadere in quei
camminamenti, poi restare
immobili, per ore, finché non
si materializzi nelle nostre narici la guerra, la Guerra, come
ce la descrive Sergio Solmi:
«l’odore del cuoio marcio.
Quello del sudore», e «l’odore
dell’erba, annusata la faccia
contro terra, spiando la piega
del terreno-riparo per il prossimo balzo». Con un balzo
uscire, percorrere le retrovie,
incontrare chi, come Saba, si
sente «troppo fuori da ranghi», dirigerci nelle infermerie, osservare, annusare, ascoltare, allontanarci per far visita
al «fronte interno», dove le
donne e i bambini aspettano,
dove c’è chi, come Giovanni
Boine, langue nel proprio letto
come fosse una trincea.
Questi poeti, e molti altri,
sono inseriti in Le notti chiare
erano tutte un’alba, volume
dal titolo montaliano curato da
Andrea Cortellessa per Bruno
Mondadori nel 1998 – un’antologia corposa e accurata, che
potrebbe essere ampliata con
l’inclusione di voci femminili –
da cui è tratto l’omonimo spettacolo in scena a Trento, il 27
luglio, all’interno della «Rassegna di pace 2014».
Annalia Dongilli
Luigi Nacci, poeta e scrittore, è autore di «Alzati e cammina» (Ediciclo Editore)
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36
Martedì 10 Giugno 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
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LESSICO
✒
Le recenti elezioni in Siria ed Egitto
confermano un principio classico
dei sistemi liberali così come maturati in
Occidente: quello per cui il voto è un momento certamente necessario, ma non sufficiente a garantire la credibilità democratica dei governi. In Europa lo abbiamo imparato sulla nostra pelle nei lunghi e difficili decenni che hanno caratterizzato la
seconda metà del Settecento inglese, la Rivoluzione Francese, i codici napoleonici, la
Restaurazione imposta dal Congresso di
Vienna, le repressioni sanguinose delle
«Primavere delle Nazioni» a metà Ottocento, sino alle degenerazioni totalitarie fascista, nazista e comunista nel Novecento. Abbiamo cioè appreso che il momento individuale e segreto del cittadino che depone la
sua scheda nell’urna necessita di una lunghissima serie di condizioni preparatorie.
Le più ovvie sono una solida Costituzione
che garantisca l’indipendenza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. Mass media indipendenti, libertà di informazione e
circolazione delle idee, non soggetta a censure dal potere centrale. Oltre alla possibilità per i cittadini di imporre osservatori al
momento del voto e degli scrutini. E ac-
compagnata dalla libertà per le opposizioni di criticare pubblicamente i detentori
del potere e i loro apparati militari.
Ebbene, tutto questo non c’è stato nella
rielezione per la terza volta di fila di Bashar
Assad e nella vittoria alla presidenza egiziana dell’ex generale Abdel Fattah el-Sisi.
Due risultati scontati, ma proprio perciò
privi di qualsiasi valenza democratica. Utili
ai due dittatori per legittimarsi agli occhi
dei loro seguaci, però vuoti della cultura
della dialettica del rispetto per la società civile. Non ci sono conferme indipendenti ai
tassi di partecipazione e ai dati del voto diffusi dalle due amministrazioni. Assad dice
di vincere mentre in Siria continua la guerra civile e i suoi soldati reprimono, torturano, uccidono i suoi cittadini. El-Sisi a sua
volta si impone dopo il sanguinoso golpe
militare dell’anno scorso e la messa al bando dei Fratelli Musulmani. La maggior forza dell’opposizione non ha alcuna voce in
capitolo e i giornalisti che ne parlano vengono metodicamente perseguitati. Intendiamoci, nulla di nuovo nel mondo arabo.
Ma non confondiamo le elezioni con i
principi molto più seri della democrazia.
Lorenzo Cremonesi
© RIPRODUZIONE RISERVATA
SÉGOLÈNE, LA VICEPRESIDENTE-OMBRA
CHE SFIDA I FRANCESI SUL NUCLEARE
✒
Ségolène Royal alla prova della verità: mercoledì 18 giugno, dopo
qualche esitazione e qualche bastone fra
le ruote messo dai colleghi di governo, la
ministra dell’Ambiente e dell’Energia presenterà la sua legge sulla transizione energetica. Si tratta di uno dei momenti forti
della presidenza Hollande, uno dei cantieri anche simbolicamente più importanti.
L’autosufficienza energetica — grazie al nucleare
— è uno degli ultimi atout
rimasti a un Paese in grave
crisi produttiva e industriale, un punto a favore
sia per la competitività delle imprese — che da sempre possono approvvigionarsi di energia a costi relativamente bassi — sia
per la vita quotidiana delle
famiglie francesi. Ségolène Royal, che
molti ormai chiamano «la vicepresidente» per la rinnovata vicinanza con Hollande, ex compagno e padre dei suoi quattro
figli, è chiamata adesso a una missione
quasi impossibile: presentare un piano
per la riduzione dal 75% al 50% della parte
di nucleare nella produzione di energia. E
ovviamente senza tornare al carbone, senza aggravare il deficit, senza aumentare i
costi per industrie e famiglie, solo rilanciando le energie rinnovabili. Royal è la
numero tre del governo, dopo il premier
Manuel Valls e il ministro degli Esteri,
Laurent Fabius. Fa parte di uno dei governi più impopolari degli ultimi decenni,
eppure il suo tasso di gradimento è lusinghiero, il 57% dei francesi la giudicano
«decisa a cambiare veramente le cose», ed
è pur sempre la candidata
socialista che alle presidenziali del 2007 riuscì a
raccogliere 17 milioni di
voti: un’enormità, rispetto
ai due milioni e mezzo presi dal partito alle ultime
Europee. Forte di questo
capitale politico, tornata in
primo piano grazie a un insieme imprevedibile di circostanze (l’addio della rivale Valérie Trierweiler all’Eliseo, la disfatta socialista alle municipali, il rimpasto di
governo), Ségolène Royal potrebbe lasciare il segno nella politica e nella vita pubblica francese: un’occasione insperata per
la donna che neanche due anni fa non era
riuscita a conquistare il seggio in Parlamento.
Stefano Montefiori
© RIPRODUZIONE RISERVATA
CORRUZIONE NELLA SANITÀ, OK LE MULTE
MA ORA SERVE UNA VERA TRASPARENZA
✒
Il ministero della Salute chiede alle multinazionali farmaceutiche Pfizer, Roche e Novartis risarcimenti per oltre un miliardo e duecento milioni di euro, dopo i pronunciamenti dell’Antitrust su comportamenti, ritenuti anticoncorrenziali,
relativi alla commercializzazione di
medicinali.
Alla Pfizer, 14 milioni di euro per il
«palese e insistito intento anticoncorrenziale, volto a procrastinare la commercializzazione dei farmaci generici,
con notevoli danni anche al servizio sanitario nazionale» (si parla di un farmaco oftalmologico). E a Roche e a Novartis, per la vicenda Avastin-Lucentis,
un miliardo e 200 milioni. Cifra vicina
alla metà del taglio alla Sanità (due miliardi e mezzo in due anni) previsto
dalla spending review di Cottarelli ed
evitato dalla dura reazione della ministra Beatrice Lorenzin.
Ma come mai si scoprono «giochini» sul rallentamento della commercializzazione di un generico (molto più
economico rispetto al brand) e patti
anti-concorrenza solo dopo i ricorsi al-
l’Antitrust? Chi decide e chi controlla
che cosa fa quest’organismo? Non ci
sono altre responsabilità da individuare, oltre a quelle delle multinazionali?
Non sarebbe una novità in Italia. Secondo un recente rapporto della Guardia di finanza, solo nel 2013, si sono registrate truffe e danni erariali al servizio sanitario per oltre un miliardo di
euro. È solo la punta di un iceberg.
Secondo un report su «Corruzione e
sprechi in sanità», elaborato dal Riscc
(Centro ricerche e studi su sicurezza e
criminalità) e da Transparency International Italia, nel 2013 la corruzione
avrebbe inciso sui conti sanitari italiani per 6,4 miliardi di euro, a cui vanno
sommati 3,2 miliardi d’inefficienza e
14 miliardi di sprechi. Totale: 23 miliardi. In alcuni casi si tratta di reati non
sanzionabili, anche se poi incidono
pesantemente sul totale. Giusto per dare un parametro di confronto, nel 2013
la spesa sanitaria in Italia è stata di 114
miliardi.
Mario Pappagallo
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Da «discontinuità» a «metterci la faccia»
Il luogo comune incombe sulla politica
di PIERLUIGI BATTISTA
SEGUE DALLA PRIMA
Fatto sta che a leggere le interviste dei
politici oggi alla ribalta, da Alessandra
Moretti del Pd a Barbara Spinelli della
tempestosa Lista Tsipras, sembra che sia
scoppiata l’epidemia della «discontinuità». Tutti all’improvviso hanno scoperto la
«discontinuità», invocano la «discontinuità», diventano testimoni della «discontinuità», malgrado il loro eccellente
cursus honorum all’insegna della continuità. Ora vogliono, desiderano tutti insieme la «discontinuità». Fino a ieri ci
«mettevano la faccia» di qua e ci «mettevano la faccia» di là. Sempre tutti insieme,
perché la peculiarità del luogo comune
politico che va di moda è che ad usarlo
siano tutti insieme. Che saranno pure
«discontinui» e ci «metteranno la faccia»
temerariamente, ma restano pur sempre
dei conformisti.
La Prima Repubblica produceva formule
politiche con lentezza ma
inesorabilmente. Le «convergenze
parallele» restano testimonianza
imperitura di una stagione in cui la
politica se ne stava in un iperuranio di
incomprensibilità, ma in cui le parole
erano parte integrante di una liturgia. La
liturgia dell’«arco costituzionale», il rito
pagano del «governo balneare», la
tentazione del «rimpasto», i significati
occulti della «fedeltà atlantica», la magia
della «verifica», l’attesa spasmodica del
«governo di decantazione», i preliminari
voluttuosi del «preambolo». Nella
Seconda Repubblica, fino alla
«discontinuità» attuale che forse ci
traghetterà nella Terza, oppure nel niente,
invece le logore formule della gergalità
politica vuota e magniloquente sono
diventate di rapidissimo consumo. Si
immettono a getto continuo nel mercato
dei luoghi comuni per poi scomparire con
la stessa velocità con cui sono comparsi.
Il «governo del cambiamento» era il puro
vuoto: usarlo significava dirsi disposti per
il Pd a fare il governo insieme ai grillini,
che di lì a un anno (cioè adesso)
sarebbero diventati «squadristi». Nel
lessico legnoso del centrodestra a un certo
punto prese a usarsi senza misura il
termine «responsabile». Che nel
linguaggio corrente significa
semplicemente essere e comportarsi con
senso di responsabilità, ma che in quel
lessico significava essere come l’onorevole
Scilipoti, «responsabilmente» disposto a
BEPPE GIACOBBE
UNA DEMOCRAZIA NON VIVE SOLO DI VOTO
LEZIONE DALLE URNE IN EGITTO E SIRIA
tenere in piedi un governo senza
maggioranza parlamentare.
Sparito il «tavolo delle regole» che ha
ammorbato per un paio di anni un
dibattito politico sempre alla ricerca di
formule da usare ossessivamente, restano
impavide le «regole». Appena scoppia un
caso giudiziario, cioè sempre, ecco
l’invocazione immancabile delle «regole».
Fino a un momento prima si reclamava la
semplificazione delle leggi, un minuto
dopo ecco la richiesta di nuove «regole»,
che poi, in uno Stato moderno, altro non
sono che le leggi. Ma non importa: lo
scopo di un gergo è di confermare
l’appartenenza a un gruppo, non la
necessità di dire qualcosa di sensato.
«Metterci la faccia», che ha dominato
il territorio («i territori», altra orribile
espressione gergale) dei luoghi comuni,
vorrebbe dire più o meno «esporsi», «non
tirarsi indietro». Ma nella neo lingua è più
un modo per comunicare di essere del
gruppo, un metterci la faccia per
dimostrare di essere tra quelli che
possono dire «metterci la faccia».
«Discontinuità» è invece figlia di un’epoca
che vuole novità. La logica del gergo
prevede che si tenga conto di questa
impellente necessità anagrafica. E infatti
colpisce che mentre nel Pd, all’indomani
dei ballottaggi non esaltanti, si invochino
«facce nuove», anche in Forza Italia, dopo
la batosta, che cosa si richiede? Anche qui:
«facce nuove». Facce da «discontinuità».
Ma quanto reggerà la «discontinuità»?
C’è chi prevede almeno il passaggio
dell’estate. Ma quando esplose la moda
del «divisivo», la scomparsa repentina del
nuovo termine dimostrò l’estrema fragilità
delle parole del gergo. Resiste
coraggiosamente il suo opposto, il
«condiviso». E non c’è «tavolo delle
regole» all’insegna della «discontinuità»
dove, «mettendoci la faccia», si richieda la
«condivisione» di qualcosa. Torna invece
prepotentemente, anche per effetto delle
inchieste giudiziarie, la ripulsa del
«Sistema». Una volta il Sistema era il
bersaglio delle proteste giovanili, oggi
delle carte dei giudici che indagano sul
Mose. Non è più «la cricca», e nemmeno
«la cupola». Però si accompagna alle
«disponibilità», che sarebbero i favori
elargiti non in denaro. Disponibilità che
fa rima con discontinuità, ma che con
discontinuità non dovrebbe avere nulla a
che fare. Ma c’è bisogno sempre di nuovi
luoghi comuni. Con la fine delle elezioni
europee, scendono le quotazioni del
gergale «populista» e anche la «deriva
plebiscitaria» non se la passa affatto bene.
Bisogna trovare nuove parole. Che
segnino, almeno per un po’, la
«discontinuità». Mettiamoci la faccia.
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DOPO IL VOTO
L’unico sconfitto sicuro è il Centro
di MICHELE AINIS
SEGUE DALLA PRIMA
Mettiamo pure in un cassetto i ricordi della
nonna, dimentichiamoci le prime otto elezioni
generali (1948-1979), con un’affluenza mai inferiore al 90% del corpo elettorale. Ma sta di fatto che le Politiche dell’anno scorso hanno segnato il minimo storico in Italia (75%). E sta di
fatto inoltre che, fra il primo e il secondo turno
di queste Amministrative, si è dileguato un
elettore su cinque (21% in meno di votanti). Se è
il passaggio alla maturità, suona fin troppo repentino: nessun adolescente imberbe si sveglia con la barba lunga dalla sera alla mattina.
Ma è altrettanto fulminante — di più: brutale — la scomparsa dei partiti di centro,
equidistanti fra la destra e la sinistra. Perché
non è affatto vero che quello spazio politico
sia stato risucchiato dai gorghi della Prima
Repubblica. Non è vero che la Democrazia cristiana morì senza lasciare eredi. E non è vero
che la Seconda Repubblica abbia poi allevato
un bipolarismo duro e puro. In questi vent’anni si sono sempre fronteggiati un centro-destra e un centro-sinistra, ecco com’è andata.
Alleandosi ora con l’uno ora con l’altro, Casini, Mastella, Dini, Segni, Follini, Buttiglione
ne hanno determinato le fortune. Marciavano
divisi, ma le loro truppe non erano affatto esigue: per dirne una, alle amministrative del
1998 le formazioni di centro raccolsero il 25%
dei consensi. Ciascuna fiera della propria
identità centrista, come testimonia per esempio lo slogan elettorale dell’Udc nel 2006 e nel
2008 («Io c’entro»).
Semmai la differenza con mamma Dc stava
negli atteggiamenti, nelle strategie politiche.
La prima — per usare le categorie di Norberto
Bobbio — formava un centro «includente»,
con la pretesa d’assorbire la Destra e la Sinistra, d’annullarle in una sintesi superiore.
Mentre i suoi nipotini hanno rappresentato
un Centro «incluso», cercando il loro spazio
fra le ali, senza però negarne la legittima esistenza. Ma adesso?
L’ultima incarnazione del Centro – quella
tecnocratica di Monti – ha rastrellato alle Europee un misero 0,71%, passando in un anno
da 3 milioni a meno di 200 mila voti. Ormai
Scelta civica ha più eletti che elettori. E in generale il Centro incluso è stato escluso, il Centro includente è diventato inconcludente.
Sicché la domanda è una soltanto: perché?
Quale virus letale ha sterminato quest’antica
dinastia politica? Può darsi sia lo stesso virus
che in Italia sta uccidendo il ceto medio, tradizionale serbatoio di voti per i partiti moderati.
Può darsi che agisca il disincanto rispetto ai
troppi fallimenti dei politici centristi nel passato. O può darsi che la colpa sia dei pensionati, dato che alle nostre latitudini ospitiamo
la popolazione più vecchia del pianeta (ci su-
pera soltanto il Giappone). È la diagnosi di
Grillo per spiegare il suo deludente risultato,
anche se lui non è di centro: la Dc praticava la
politica dei due forni, Grillo invece cuocerebbe i suoi avversari al forno. Però è indubbio
che i vecchi dovrebbero essere assennati,
mentre i nostri vecchi sono disperati. Ed è altrettanto indubbio che nel corpaccione della
società italiana circola una rabbia livida, impaziente, che erompe nelle urne attraverso
scelte estreme.
Da qui un umore instabile e nevrotico, che
ad ogni elezione ci consegna una sorpresa. A
sinistra cade Livorno dopo settant’anni, espugnata dal Movimento 5 Stelle. A destra cade
Pavia, ma in tutto i ribaltoni sono stati 13 nei
principali capoluoghi. Ormai la sorpresa sarebbe l’assenza di sorprese. Non è più troppo
sorprendente, tuttavia, la direzione del voto, o
anche del non voto. L’uno e l’altro esprimono
una furia iconoclasta, un anelito alla rottamazione universale, per usare la parola più alla
moda. Gli italiani sono diventati radicali, ecco
perché il Centro non trova più seguaci. Di conseguenza sono diventati radicali anche i politici italiani, senza più mezze misure.
Magari è meglio così, la nostra crisi non si
cura con il misurino. Tutto sta a non perdere il
senso della misura.
[email protected]
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Corriere della Sera Martedì 10 Giugno 2014
37
italia: 51575551575557
Lettere al Corriere
TEDESCHI CONTRO HITLER
LA RESISTENZA NEL TERZO REICH
Risponde
Sergio Romano
Ci fu nella Germania nazista
una Resistenza (civile)
paragonabile a quella della
Francia e dell’Italia? Ciò al di
là degli attentati a Hitler, con
riferimento ad una
organizzazione della
popolazione tedesca che
abbia preso consapevolezza
degli orrori nazisti: esisteva
questa consapevolezza? Fu
un fatto di massa?
Giulio Portolan
[email protected]
Caro Portolan,
ella sua domanda ritrovo l’eco di una tesi
storica che fu molto
usata dagli Alleati durante la
guerra per ragioni di propa-
N
ABUSI SUI MINORI
No alla prescrizione
Ho letto recentemente di abusi
sessuali da parte di un
familiare verso i bambini della
famiglia. Apparentemente
questo individuo aveva già
abusato altri bambini negli
anni precedenti ma queste
violenze sono cadute in
prescrizione. Vorrei chiederle
come è possibile che queste
violenze cadano in
prescrizione. Noi in Australia
abbiamo cambiato la legge
affinché se una persona ha
commesso abusi verso un
bambino venga processato, non
importa quanti anni siano
passati dall’abuso. Questo
anche in considerazione che le
vittime spesso non trovano il
coraggio di denunciare l’abuso
che dopo decenni dal fatto per
paura e vergogna. Non le pare
che anche in Italia si dovrebbe
eliminare la prescrizione di tali
orrendi reati?
Le lettere, firmate con nome, cognome e città, vanno inviate a:
«Lettere al Corriere» Corriere della Sera
via Solferino, 28 20121 Milano - Fax al numero: 02-62.82.75.79
ganda ed ebbe una forte influenza sulla opinione pubblica europea anche dopo la
fine del conflitto. Secondo
questa tesi, il nazismo era il
più recente stadio di una storia nazionale dominata da autoritarismo e militarismo. Il
Grande Federico, creatore
della Prussia moderna, il cancelliere Bismarck, l’imperatore Guglielmo II e lo stesso Hitler erano quindi i personaggi
di una stessa storia e dimostravano una sorta di naturale allergia della nazione tedesca ai principi e ai valori delle
società democratiche. Dimenticammo per qualche anno che la Germania aveva
avuto un importante partito
ni prima, diventa alquanto difficile. Molti testimoni sono
scomparsi e la raccolta dei documenti necessari si scontra
con difficoltà talora insormontabili
liberale, che era stata la patria
della social-democrazia tedesca e del sindacalismo moderno nell’Europa continentale, che il suo giornalismo e
la sua editoria, con le loro
grandi tirature, avevano contribuito alla nascita di una
opinione pubblica informata
e libera.
Dimenticammo soprattutto la rapidità e la brutalità con
cui Hitler, dopo la conquista
del potere, si era sbarazzato
degli apparati politici dei par-
Troppe spese
Leggo che la nostra
rappresentanza numerosa
della nazionale di calcio è
alloggiata nel più bell’albergo
brasiliano al costo di 300 euro
per persona. Il più costoso
rispetto alle altre
rappresentative. Leggo avanti
che non ci sono problemi
perché i denari per pagare li
scucirebbe il Coni alla Figc e
comunque il risultato finale
sarebbe in attivo. Tutto bello,
certo che non perdiamo una
occasione per farci riconoscere
in tutto il mondo, alla faccia
della crisi.
Umberto Brusco, Bardolino
che la Resistenza tedesca, durante la guerra, non abbia
avuto le dimensioni e l’importanza di quelle che si organizzarono in Francia e in
Italia. Vi furono gruppi clandestini come la Rosa bianca,
composto da studenti cattolici della università di Monaco,
e il circolo di Kreisau, formato da esponenti della nobiltà
prussiana. E vi fu infine il
grande complotto dei generali contro Hitler nel luglio
1944. Ma non esistevano le
condizioni perché nel territorio tedesco, durante la guerra,
si costituissero gruppi combattenti come nei Paesi occupati.
BALLOTTAGGIO
molto denaro nella
ristrutturazione del mio
appartamento: «tutto in
regola». L’avrei fatto
comunque. Ogni anno avrei
versato in banca il rimborso
fiscale, abbattendo il capitale
residuo del mutuo stipulato per
l’acquisto. Tra 10 anni avrei
ridotto di un terzo il mio debito
con la banca. Tutto calcolato.
Se avessi scambiato una
stretta di mano con una ditta di
romeni, il risparmio sarebbe
stato immediato ed
irrevocabile. Io ho stretto la
mano allo Stato italiano.
Questo non l’avevo calcolato.
Meglio un solo giorno
CREDITO ALLE IMPRESE
Creare una banca
MONDIALI DI CALCIO
titi di opposizione e dei sindacati. L’incendio dei Reichstag, il 27 febbraio 1933, probabilmente appiccato da un
comunista olandese fuori di
mente, gli permise di fare arrestare e incarcerare l’intero
stato maggiore del partito comunista tedesco. Prima ancora di servire alla detenzione
degli ebrei tedeschi, i lager
furono usati per «ospitare» i
social-democratici e altri oppositori del regime. Molti
scrittori, giornalisti e artisti
furono costretti all’esilio. In
Olanda nacque addirittura
una casa editrice tedesca che
pubblicò per qualche tempo
le opere degli esuli.
Non è sorprendente quindi
Le associazioni degli
imprenditori lamentano in
continuazione e da gran tempo
la difficoltà ad ottenere crediti
dalle banche. Non si
comprende perché, per
rimediare, non decidano di
crearsi una propria banca.
Banca con attività ridotte al
minimo: raccolta dei depositi
da parte dei risparmiatori con
riconoscimento di interessi
decenti e concessione di credito
agli imprenditori. Avrebbe un
grande successo e
trascinerebbe le altre banche
sulla stessa strada, se non
altro per imitazione e
competitività.
Tonino Cesari, Milano
Mi piacerebbe sapere, perché,
con la situazione economica in
cui si trova il nostro Paese ed in
particolare la Sicilia, il
ballottaggio elettorale in tutta
Italia sia stato previsto nella
sola giornata di domenica,
mentre nella sola Sicilia sono
state previste due giornate,
domenica e lunedì, con le
relative spese. Forse è proprio il
caso di farla diventare una
Regione a «statuto normale»
come tutte le altre.
Ermanno Pirola
[email protected]
DETRAZIONI
L’incertezza del rinvio
I rimborsi fiscali superiori ai
4.000 euro sono rimandati a
Natale. Forse. Erogati dal
sostituto d’imposta. Forse. Ho
fatto sacrifici ed investito
Franca Arena
Sydney (Australia)
La durata della prescrizione
dipende dalla gravità del reato
ed è certamente possibile, in linea di principio, abolirla nel caso dei reati contro i bambini. Ma
l’esperienza insegna che la celebrazione di un processo, se il reato è stato commesso molti an-
La tua opinione su
sonar.corriere.it
La Lega propone di
reintrodurre il reato di
accattonaggio contro il
racket dei mendicanti.
Siete d’accordo?
SUL WEB Risposte alle 19 di ieri
La domanda
di oggi
Sì
Il ministro Stefania
Giannini: più dottori di
ricerca si formano in un
Paese, più ci sono sviluppo
e innovazione. Giusto?
90
No
10
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Marco Marcone
marco.marconebox@
gmail.com
IMMIGRAZIONE
Aiuti europei
La situazione che si sta
creando è insostenibile per il
nostro Paese, nell’accogliere
migliaia e migliaia di profughi
in arrivo giornalmente sulle
nostre coste. Il presidente del
Consiglio dovrebbe imporre ai
singoli Paesi europei di ricevere
una quota di tutti i disperati
che sono arrivati e, che
arriveranno in Italia, creando
centri di accoglienza come è
stato fatto da noi.
Pietro Griariotto, Milano
@
E-mail: [email protected]
oppure: www.corriere.it
oppure: [email protected]
Il piccolo fratello
di Paolo Di Stefano
Ispirarsi a Prandelli
non è lesa maestà
L
a letteratura ha sempre avuto un rapporto difficile
con la realtà: se non fosse così, non avrebbe senso. Il
«liberamente ispirato a» è una formula superflua,
sottintesa a tutti i grandi romanzi. Guerra e pace fa
incontrare il generale russo Kutuzov, storicamente
ben documentato, con un personaggio di finzione come il
principe Andrej Bolkonskij, che nel romanzo diventa suo
aiutante di campo pur non essendo mai esistito, con quel nome e quel cognome, nella realtà fattuale. Meravigliarsi di un
tale procedimento equivale a non conoscere nulla della creazione letteraria. Persino romanzi in cui tutto sembra spiattellato e scoperto, come Limonov, in fondo sono «liberamente
ispirati a». Emmanuel Carrère ha detto che quel che gli interessa, scrivendo, è capire «cosa succede quando realtà e racconto si intrecciano attraverso la vita e il punto di vista dello
scrittore». La letteratura non è mai neutrale: è un’azione contemporanea di empatia e di immaginazione necessariamente fondata sull’esperienza, su ciò che l’autore vede e sente.
Non è strano che la Figc, Federazione Italiana Gioco Calcio,
se ne stupisca al punto da diffidare l’editore Chiarelettere e lo
scrittore Marco Ciriello dall’utilizzare il nome di Cesare Prandelli a proposito del romanzo Per favore non dite niente, considerando «illecito» ogni riferimento al commissario tecnico
della Nazionale e riservandosi
possibili azioni legali «qualora
il libro fosse lesivo del nome o
della reputazione del Signor
Prandelli». Va detto subito che
Un libro
il romanzo di Ciriello non è lesiripercorre la
vo di nulla, perché il protagonivicenda del ct. E sta si chiama Marco, pur somigliando, per diversi aspetti, al
la Federcalcio
Signor Prandelli: è un allenatore, ha segnato dodici gol nella
subito diffida
sua carriera di calciatore, soprattutto ha perso la moglie,
malata di cancro, e ha deciso di lasciare provvisoriamente la
sua squadra per dedicarsi a lei durante la lunga malattia. Il
protagonista di Per favore non dite niente è in realtà (cioè nel
romanzo) un incrocio, a tratti divertito, fra tante figure di allenatori che conosciamo attraverso la tv e i giornali. Ma quel
che conta è che si tratta di un libro sulla perdita e sulla sofferenza, sul rapporto tra dolore privato e immagine pubblica.
Un intenso monologo in cui l’io narrante rivede la propria vita, ne cerca un significato in assenza della donna amata da
sempre, riflette su temi eterni, sulle geometrie del campo e
sul disordine dell’esistenza, prendendo spunto dalla vicenda
privata di Prandelli, diventata pubblica anche (certo intenzionalmente) attraverso interviste rilasciate sull’argomento.
La fascetta «Liberamente ispirato alla storia di Cesare Prandelli» è una trovata editoriale che si poteva evitare (e per questo è stata rimossa dal libro). Ma che ogni riferimento al commissario tecnico debba considerarsi «illecito» è il paradosso
di un «club di eletti» che continua a difendere la propria eccezionalità contro la normalità del mondo esterno. Ecco un
altro motivo che percorre il bel romanzo di Ciriello.
❜❜
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Interventi & Repliche
Nidasio
L’inchiesta sul Mose
Sulla base di quanto pubblicato sul
Corriere di ieri in relazione ad «eventuali
aiuti per indennizzo che avrei ricevuto
attraverso il mio studio Rocksoil»,
desidero puntualizzare quanto segue:
1)Nel corso del 2007 il mio studio ha
ricevuto un incarico di progettazione per
avviare un project financing sul
prolungamento dell’autostrada A27 da
Pian di Vedoia a Pieve di Cadore da parte
delle due imprese promotrici Grandi
Lavori Fincosit e Adria Infrastrutture
nostri storici clienti.
2)Premesso che l’incarico in oggetto non
ha niente a che fare con il progetto e la
costruzione del Mose ed è stato affidato
al mio studio grazie al fatto che la
Rocksoil spa è una delle poche società
specializzate in campo nazionale ed
internazionale per opere civili che
prevedono lo sviluppo dei tracciati
prevalentemente in galleria.
Sull’opera in oggetto, in particolare il
tracciato da noi studiato, prevede ben
42km di gallerie per un valore di circa
600 milioni di euro.
3)Il contatto con le imprese e gli
elaborati di progetto da noi prodotti
sono stati consegnati due anni fa, il 12
giungo 2012, alla Guardia di finanza, in
occasione di indagini su sospette
operazioni condotte con la Repubblica di
San Marino da parte di società
amministrate dall’Ing Baita.
4)Mi meraviglia e lo smentisco
categoricamente che il contatto di
Rocksoil, redatto sulla base di tariffe
professionali, sia stato utilizzato per
gonfiare una fatturazione già
considerata ampiamente congrua.
Al contrario tenuto conto dell’uso
improprio che sembrerebbe essere stato
fatto del nostro progetto nelle operazioni
con San Marino ci riteniamo parte lesa.
5)A proposito poi della sanzione della
Corte dei conti, dopo aver pagato nei
termini previsti quanto richiesto, ho
immediatamente dato mandato al mio
legale di Roma di recuperare la somma
per indebito arricchimento da parte
dell’amministrazione.
si possa parlare di arresti «ritardati» per
non influire sul voto.
Se infatti lo scandalo sulla corruzione a
Venezia fosse venuto alla luce solo una
settimana prima, il risultato delle elezioni
europee sarebbe stato forse differente.
Pietro Lunardi
ex ministro Infrastrutture e Trasporti
Nell’articolo di ieri a pagina 29, «Barbara
Spinelli candidata civetta. Le tante
contraddizioni di un successo», ho scritto
che Moni Ovadia, nella lista Tsipras, ha
lasciato il posto al candidato di
Rifondazione. In realtà il posto è andato
a Curzio Maltese. Mi scuso per l’errore.
Elezioni ed arresti
In passato ci sono stati dubbi su arresti
fatti poco prima delle elezioni per influire
sul voto. Per la prima volta penso invece
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Claudio Calabresi
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na + Cor. Como € 1,20 + € 0,50 + € 0,20. In Campania, Puglia, Matera e prov., non acquistabili separati: lun. Corsera + CorrierEconomia del CorMez. € 0,93 + € 0,47; m/m/g/d
Corsera + CorMez. € 0,93 + € 0,47; ven. Corsera + Sette + CorMez. € 0,93 + € 0,50 + € 0,47;
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separati: m/m/g/d Corsera + CorVen. € 0,93 + € 0,47; ven. Corsera + Sette + CorVen. € 0,93
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Alto Adige, non acquistabili separati: m/m/g/d Corsera + CorTrent. o CorAltoAd. € 0,93 +
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IoDonna + CorTrent. o CorAltoAd. € 0,93 + € 0,50 + € 0,47. A Bologna e prov. non acquistabili separati: m/m/g/d Corsera + CorBo € 0,62 + € 0,78; ven. Corsera + Sette + CorBo €
0,62 + € 0,50 + € 0,78; sab. Corsera + Io Donna + CorBo € 0,62 + € 0,50 + € 0,78. A Firenze e
prov. non acquistabili separati: l/m/m/g/d Corsera + CorFi € 0,62 + € 0,78; ven. Corsera +
Sette + CorFi € 0,62 + € 0,50 + € 0,78; sab. Corsera + Io Donna + CorFi € 0,62 + € 0,50 + €
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PREZZI: *Non acquistabili separati, il venerdì Corriere della Sera + Sette € 1,90 (Corriere €
1,40 + Sette € 0,50); il sabato Corriere della Sera + IoDonna € 1,90 (Corriere € 1,40 + IoDonna € 0,50). A Como e prov., non acquistabili separati: m/m/g/d Corsera + Cor. Como €
1,20 + € 0,20; ven. Corsera + Sette + Cor. Como € 1,20 + € 0,50 + € 0,20; sab. Corsera + IoDon-
La tiratura di lunedì 9 giugno è stata di 390.053 copie
ISSN 1120-4982 - Certificato ADS n. 7682 del 18-12-2013
Thailandia THB 190; UK Lg. 1,80; Ungheria Huf. 650; U.S.A. USD 5,00. ABBONAMENTI: Per informazioni sugli abbonamenti nazionali e per l’estero tel. 0039-0263.79.85.20 fax 02-62.82.81.41 (per gli Stati Uniti tel. 001-718-3610815 fax 001-718-3610815). ARRETRATI: Tel. 02-99.04.99.70. SERVIZIO CLIENTI: 02-63797510 (prodotti collaterali e promozioni).
* Con “Sette” € 2,90; con “Io Donna” € 2,90; con “Style Magazine” € 3,40; *con Living: abbinamento obbligatorio (Corriere € 1,30 + Living € 0,10); con “Romanzi d’Europa” € 11,30; con “Supereroi. Il Mito” € 11,39; con “Tutto Pratt” € 12,39; con “Giallo italiano” € 8,30; con “Le grandi storie Disney” € 9,39; con “La Biblioteca di Papa Francesco” € 12,30; con “Grandangolo” € 7,30;
con “Sampei” € 11,39; con “Mina, gli anni RAI” € 12,39; con “I dolci di Benedetta” € 9,39; con “Braccialetti Rossi” € 11,30; con “Harry Potter” € 10,30; con “Skylander” € 11,30; con “La grande cucina italiana” € 11,30; con “D-Day. 6 giugno 1944” € 8,30; con “Grande Guerra. 100 anni dopo” € 12,39; con “English Express” € 12,39; con “Biblioteca della Montagna” € 10,30
38
Martedì 10 Giugno 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Spettacoli
L’intervista Il programma di Italia 1 confermato per l’autunno
Le scelte
Errori musicali
per la nuova
sala del Maggio
di PAOLO ISOTTA
N
Renato Franco
el mio articolo di
venerdì 6 giugno su
L’amour des trois
oranges di Prokofiev al
Maggio Musicale Fiorentino
accennavo in via incidentale al
fatto che la nuova sala del
Maggio è stata inaugurata da
Zubin Mehta con «un concerto
miscellaneo». La cosa va
approfondita. L’inaugurazione
di una nuova sala ha un
programma obbligatorio:
l’Ouverture di Beethoven
Die Weihe des Hauses
(L’inaugurazione del teatro) e la
Nona Sinfonia. Qualsiasi altra
cosa è un errore di grammatica;
ma errore gravissimo è l’aver
proposto un programma da
fantasia bandistica da piazza
paesana (non ho certo
bisogno di ricordare che le
bande sono state un potente
strumento di cultura
musicale), con un atto della
Tosca, un atto dell’Otello e due
Balletti. Questo significa
considerare il pubblico
composto da una massa
d’ignoranti e l’offende: quel
pubblico fiorentino così colto e
competente. La stessa offesa al
pubblico reca il direttore
inglese Antonio Pappano
stabilmente a capo
dell’Orchestra dell’Accademia
di Santa Cecilia, il quale, a
differenza di Mehta, è da anni a
Roma ma non ha imparato
l’italiano. Costui, che alla Scala
ha ben diretto I Troiani di
Berlioz, si inventa un
«Concerto per la Libertà»
costituito da: 1) Un’Aria dal
Fidelio di Beethoven; 2) L’atto
unico di Luigi Dallapiccola
Il prigioniero (prescindiamo
dal valore di questa, per così
dire, composizione); 3) Due
tempi (dicesi due tempi)
della Nona Sinfonia di
Beethoven. Manca solo
La danza delle Ore. Questi
direttori stranieri da noi
locupletatissimi e
incensatissimi da una inane
stampa trattano l’Italia come
una terra di conquista; e la
colpa è nostra che glielo
concediamo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Chiambretti e la tv
da «Supermarket»:
è il mio frullato pop
«So fare solo questo, no a rivoluzioni»
«M
etto in scena un frullato pop, una versione virale e paradossale di quello che c’è
in televisione. La tv è fatta di generi che
vengono declinati seriamente: in un
programma come il mio, dove il direttore del supermercato è Malgioglio — e
questo già delinea una precisa scelta di
campo —, questi generi vengono rivestiti, trasfigurati e resi pop. Il surrogato
della televisione passa attraverso gli occhi del supermarket: c’è il politico, lo
sportivo, la starlette, la persona reale».
Ecco il frullato del chiambrettismo nelle parole del suo fondatore. Piero
Chiambretti allunga la data di scadenza
del suo programma fino a fine mese
(Chiambretti Supermarket, tutti i giorni su Italia 1, verso le 23, poi spiegherà
perché) e viene rimandato anche a settembre, che significa promozione: era
un esperimento, ora diventa un progetto.
Prendi tre e paghi uno: lui è fondatore, esponente e teorizzatore del chiambrettismo: «Se qualcuno mi compra, sa
cosa compra; se interessa, l’articolo è
questo; se non interessa, non ne faccio
un altro. Ognuno di noi ha una griffe e
quella è per sempre, pur con delle variazioni dettate dalla tecnologia di cui
puoi usufruire, dei mezzi economici
che ti vengono consegnati, dall’attualità che ti circonda. La griffe, o quello
che qualcuno chiama chiambrettismo,
rimane inalterata». Il discorso non è
solo personale, ma può essere allargato: «Ognuno di noi fa bene una cosa,
dunque perché deve farne un’altra? È
come chiedere a un chirurgo di fare
l’elettrauto. La novità deve essere all’interno della propria griffe, e al suo interno ognuno cerca di fare delle cose anche variegate: c’è un modo di fare
un’intervista nel 1990, e c’è modo di rifarla allo stesso personaggio nel 2014.
Non c’è mai carta carbone di programmi. L’innesto e l’incrocio di tanti linguaggi formano nuovi linguaggi. La ricerca esasperata del “nuovo” è un rischio che pochi prendono perché sanno che vanno incontro a difficoltà di
metabolismo televisivo».
Felice di quello che ha realizzato, ma
condannato all’eterna insoddisfazione:
«La mission che era stata immaginata è
stata raggiunta, cioè illuminare la rete
con un programma che fosse fuori dallo schema del linguaggio tradizionale e
che mantenesse le mie caratteristiche
con l’aggiunta di qualcos’altro. Dunque
sono molto soddisfatto. Come artista
invece non sono mai soddisfatto, però.
L’artista nasce per essere insoddisfatto». Perché? «Se un artista si soddisfa
di quello che fa, ha finito di recitare il
ruolo dell’artista, diventa l’amministratore di un condominio».
In onda a orario variabile, ha iniziato
Sky annuncia la seconda stagione
Fantasioso
Piero Chiambretti
(Aosta, 30 maggio
1956) in un
momento del suo
«Chiambretti
Supermarket»
in onda su Italia 1
alle 23.15, ma anche alle 23.45, orari da
disoccupati (purtroppo in aumento),
studenti fuoricorso, metronotte. Quasi
che la stessa Mediaset non ci credesse.
O no? «L’orario in effetti è una roulette
russa. Ma le seconde serate non esistono più, rimane qualche reduce, come
Vespa. Il grande monolito della seconda serata si è demolito con la scomparsa — televisiva — di Maurizio Costanzo. Lui ha chiuso quando l’orario da garantito è diventato oscillante perché le
prime serate si sono mangiate le secon-
de come la balena con Pinocchio. La seconda serata è ormai la terza, è faticosissima perché dalle 23 in avanti, ogni
mezzora, i milioni di spettatori che sono ancora miracolosamente davanti alla tv dalle 9 del mattino fisiologicamente si addormentano, alcuni muoiono anche...».
Allungandosi nella notte aumenta lo
share (la percentuale tra gli spettatori
di un canale e il totale degli spettatori
che hanno il televisore acceso), ma
l’obbiettivo non è questo. «Lo share va
❜❜
Orario e ascolti
La seconda serata
classica è morta con la
fine del Costanzo Show
smascherato come la marchetta, ai
pubblicitari interessa pochissimo, contano le teste, le persone che ti guardano. Il nostro obbiettivo finale è 800 mila spettatori, così al credito editoriale
del programma si aggiunge il credito
commerciale. Ora siamo a 670 mila e
partiamo alle 23.15 che è la terra di nessuno, la striscia di Gaza, perché la prima serata è nel cuore e le seconde non
sono iniziate. Noi che cosa siamo? La
costola di una prima serata, l’inguine di
una seconda?»
Mai pensato al filetto di una prima
serata? Non è nelle sue corde, nella sua
griffe: «Sarà una fissazione, un’ossessione, un pallino, non so nemmeno io,
ma in prime time mi vedo bene solo a
condurre o realizzare degli eventi dal
Festival di Sanremo al David di Donatello. Serate uniche, non un programma di prima serata». La morale? «Alla
fine comunque è solo televisione».
Il disco Anticipati brani che erano previsti per un’uscita natalizia. E c’è un duetto con il nipote di dieci anni
Nel «Selfie» di Mina anche la sigla dei Mondiali
E
«Gomorra» concede il bis
«Gomorra» fa il bis. La serie tv ispirata al bestseller di Roberto
Saviano (oltre 10 milioni di copie vendute in tutto il mondo)
che racconta il destino di due clan criminali, i Conte e i
Savastano, tornerà per una seconda stagione. L’esordio
della fiction prodotta da Cattleya e Fandango ha doppiato i
numeri di «Romanzo Criminale» e l’ultimo episodio ha toccato
i 750 mila spettatori medi. Stasera alle 21.15 su Sky Atlantic e
Sky Cinema 1 i due episodi conclusivi della serie.
sce oggi «Selfie», il disco
di Natale di Mina.
Non è uno scherzo. Il
disco natalizio era già pronto.
Poi la sorpresa. L’amicizia fra
Massimiliano Pani, figlio della cantante e suo produttore
di fiducia, e il direttore di Rai
Sport Mauro Mazza, ha fatto sì
che alla «Tigre di Cremona» e
al suo staff venisse chiesto di
scrivere una sigla per i Mondiali. Ed è nata — ma sarebbe
più esatto dire «è resuscitata»
— la canzone «La palla è rotonda», scritta parecchi anni
or sono da Claudio Sanfilippo, cantautore milanese della
quale Mina aveva interpretato, in «Lochness» del 1993,
«Stile libero». Così la decisione di aggiungere a «Selfie»
«La palla è rotonda» e anticipare l’album cavalcando gli
Azzurri anziché Babbo Natale.
Il testo è stato aggiornato
da Maurizio Catalani e offre
un mosaico di luoghi comuni
usati dai radiocronisti del calcio: scambio corto, limite dell’area, contropiede, catenaccio, lancio per il cross. Ora gli
inni su commissione tradizionalmente sono stucchevoli,
enfatici e, passata la festa,
vengono dimenticati. Ma questo sembra destinato a durare
(dipenderà anche da come
funzionerà la squadra di
Prandelli) sia per l’atmosfera
«carioca» che domina la scrittura, l’arrangiamento e il canto, sia per l’originalità del testo.
Talmente gergale da escludere completamente i digiuni
di questo sport. Ad esempio
«Viva il parroco, campo pe-
Copertina Il macaco di «Selfie»
sante fallo netto e dribbling
ubriacante» è un verso criptico. «Viva il parroco» indica un
gioco approssimativo, alla come viene viene, e ha un’origine incerta: probabilmente
quando il parroco scendeva in
campo all’oratorio con le sottane e veniva tollerato il suo
gioco falloso, perché lui era
appunto il capo di tutto. Il
«dribbling ubriacante» dovrebbe essere un gioco di finte che confonde l’avversario.
Qualcuno, di fronte a versi
come «La palla, la palla è rotonda, un tocco di tacco che
incendia, di collo, di piatto, di
esterno, di mezza punta» rimpiangerà l’inno di Mameli
(versione Fiorello-Mundial).
Il resto dell’album non ha nulla a che vedere col calcio ma
canta l’amore esaltante, frustrante, bugiardo e incosciente. Viene sviscerato con sonorità e arrangiamenti cesellati,
dagli autori già collaudati (Samuele Cerri, Maurizio Morante, Axel Pani, Franco Serafini)
del suo staff cui si aggiungono nomi nuovi come quelli di
Gianni Bindi e Matteo Mancini che firmano ben tre canzoni.
Mina anche stavolta ha
ascoltato tutti i provini ricevuti — qualche centinaio —, arrivati sia da autori noti che da
perfetti sconosciuti. E c’è anche una canzone firmata da
Don Backy che si intitola «Fine». Altre curiosità: un duetto
fra Mina ed Edoardo Pani (10
anni, secondogenito di Massimiliano) nel brano «Troppa
luce», e il clima da musical
con virtuosismi vocali senza
uguali nel brano «Mai visti
due». Notevole come sempre
la copertina. Per la seconda
volta nella sua carriera sceglie
un quadrumane: nel ’71, per
l’album «Mina» era un cucciolo di scimpanzè; quello di
«Selfie» è invece un macaco
giapponese.
Mario Luzzatto Fegiz
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Corriere della Sera Martedì 10 Giugno 2014
Spettacoli 39
italia: 51575551575557
Riletture I 75 anni della favola cinematografica: restauro in 3D e film d’animazione
Privacy e gossip
Un sequel per il Mago di Oz:
la fantasia nell’era dei computer
Nozze in vista:
Clooney
sogna Venezia
Nel cartoon allusioni all’uragano Katrina e all’attualità
LOS ANGELES — Un sequel
d’animazione per una delle fiabe cinematografiche più famose di tutti i tempi. Si celebrano i
75 anni de Il Mago di Oz (1939)
diretto da Victor Fleming e tratto dal memorabile romanzo di
L. Frank Baum. La rimasterizzazione in 3D dell’originale (dopo
il grande successo della nuova
pellicola interpretata da James
Franco, Il grande e potente Oz)
è andata ovunque a ruba. Ora
arriva anche sugli schermi italiani (il 12 giugno e con il marchio della M2 Pictures), un altro
film: Il magico mondo di Oz diretto da Will Finn e da Dan St.
Pierre (scenografo e co-regista)
tratto da un libro del pronipote
di L. Frank Baum, ossia Roger
Stanton Baum.
È una pellicola d’animazione,
una sorta di seguito di quella
che, per tutti i temi che affronta
(l’amicizia, la solidarietà con i
diversi, la forza dei sogni, il passo a due tra realtà e magia) non
può essere considerata solo una
fiaba. Nel cartoon, Dorothy (nel
film di Fleming interpretata da
Judy Garland) si risveglia in un
Kansas sconvolto e semidistrutto da un tornado e decide con
ogni mezzo di ritornare a Oz per
salvare e ritrovare i suoi amici:
lo Spaventapasseri, il Leone,
l’Uomo di Latta e Glinda. Entrano in scena anche altri personaggi come il malefico Giullare,
il Maresciallo Mallow, la Princi-
Ieri e oggi A sinistra, «Il
magico mondo di Oz»,
sequel animato di «Il mago di Oz» del ‘39 (sopra)
pessa di Porcellana, il gufo Socrate e la nave parlante Nat. Ha
così inizio un nuovo viaggio che
mira, attraverso un percorso
pieno di insidie nel regno di Oz
e nel Kansas contemporaneo, a
riportare la serenità nella Città
di Smeraldo. Nella versione ita-
liana la voce di Dorothy per la
parte cantata è quella di Violetta, finalista di «X Factor».
Accolto positivamente dalla
critica Usa, il film è in odore di
Oscar soprattutto per il lavoro
dello staff a cominciare dal coregista Daniel St. Pierre, che co-
me art director proviene dalla
Disney. Non è certo da meno
l’altro regista, Will Finn, che per
anni è stato a capo dell’animazione della stessa Disney. «È
una favola eterna — affermano
all’unisono Finn e St. Pierre — e
il libro del pronipote dell’autore
dell’originale è ricco di fantasia,
invenzioni e nuovi personaggi.
Tutto inizia dopo il ritorno di
Dorothy dal suo primo viaggio a
Oz. La fanciulla è una giovane
donna di oggi alle prese, come
milioni di americani, con i tornado che sconvolgono vite, in-
tere etnie, città e villaggi. Però le
appartengono in pieno l’innocenza, la delicatezza e la spontaneità della Dorothy tradizionale. Ovviamente ci sono tante curiosità che vanno ad aggiungersi ai temi della storia originale.
Lo Spaventapasseri per esempio è diventato un cervellone,
l’Uomo di Latta ha un temperamento umorale e provoca tantissime emozioni e il Leone non
è un codardo e ha imparato a
gestire la sua rabbia».
Raccontano ancora gli autori:
«Ovviamente abbiamo messo
in primo piano anche l’aspetto
musicale. Primo obiettivo di
tutta la troupe è stato uno soltanto: creare una nuova visione
sorprendente ma non deludere
le aspettative dei milioni di fan
di Oz (che con Peter Pan è un caposaldo dell’immaginazione
infantile e non soltanto). Ma
per noi era anche fondamentale
affrontare la realtà di oggi e far
vedere come il mondo reagisce
a calamità naturali (come ad
esempio l’uragano Katrina, i
terremoti, gli tsunami) che
sconvolgono l’America e non
solo.
Giovanna Grassi
Nozze veneziane per
George Clooney e Amal
Alamuddin? Il divo di
Hollywood (53 anni) e
l’avvocatessa per i
diritti umani (36), si
sposeranno in Italia, il
prossimo settembre.
Almeno stando alle
fonti vicine alla coppia,
i due convoleranno
all’altare a Venezia e
non più sul lago di
Como. Il motivo
sembra essere
riconducibile alla
privacy. La dimora sul
lago di Clooney sarebbe
troppo conosciuta.
Secondo il New York
Post «George e Amal
vogliono sposarsi in
Italia ma hanno
bisogno di un posto che
possa garantire una
certa riservatezza per
loro e gli ospiti».
Intanto,
la coppia è stata
avvistata in laguna un
paio di settimane fa e
pare che i due fidanzati
abbiano visitato alcuni
luoghi deputati alle
nozze.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Il film La regista firma «Il nome del figlio», commedia social-sentimentale ispirata al francese «Le prénom». Nel cast Gassmann, Ramazzotti e Golino
Se il nascituro è Benito, Archibugi riscopre la lotta di classe tra amici
«U
na commedia sentimentale tra amici di
vecchia data e parenti acquisiti che in una notte
si squartano l’uno con l’altro».
Francesca Archibugi parla dal
set romano del suo nuovo film,
Il nome del figlio, remake molto
libero del francese Le Prénom,
pièce di Alexandre de la Patellière che ne fece un film insieme a Matthieu Delaport.
Lì a riscaldare i toni era l’annuncio della scelta del nome
del nascituro di una delle coppie, Adolf. Qui — nel film interpretato da Alessandro Gassmann e Micaela Ramazzotti (i
futuri genitori), la sorella di lui
Valeria Golino e il marito Luigi
Sul set Da sinistra: Ramazzotti, Gassmann, Papaleo, Golino e Lo Cascio
Lo Cascio già compagno di banco di Gassmann e l’amico di
sempre Rocco Papaleo — diventa l’altrettanto dirompente
Benito. Un nome che fa da detonatore, racconta Archibugi per
«lotte di classe sopite da anni».
Perché anche se tutti i protagonisti appartengono a quella
«ineludibile pappa del ceto medio», la discussione fa riemergere differenze sociali, il fatto
di appartenere o meno alla
«razza padrona». Ci sono i «fratelli ebrei di altissimo lignaggio
culturale»: Gassmann, immobiliarista di lusso «ricco e menefreghista», e Golino, insegnante, che dei soldi di famiglia si è sempre un po’ vergo-
gnata. C’è il figlio dell’autista
Papaleo, ormai pianista di talento pronto a darsi al commerciale («Califano in versione
jazz») e il professore universitario di letteratura italiana di
estrazione popolare Lo Cascio.
E poi c’è «l’estranea, anzi l’esterna»: Ramazzotti, ragazza di periferia che ha fatto fortuna come conduttrice di un programma di calcio in tv e scrive ro-
Il Festival «Parlare di cinema»
Bobulova apre Castiglioncello
Sarà l’attrice Barbara Bobulova a inaugurare la decima
edizione di «Parlare di cinema a Castiglioncello»
(Livorno), la rassegna diretta dal critico del Corriere
Paolo Mereghetti, in programma dal 17 al 22 giugno. Tra
gli ospiti attesi: Paolo Virzì, Micaela Ramazzotti, Geppi
Cucciari, Claudio Amendola e Walter Veltroni.
manzi sentimental-erotici di
successo («Le notti di Effe»).
Sullo sfondo l’attualità politica
italiana. Un ritratto sociale?
«Non ne sarei capace» mette le
mani avanti Archibugi.
Piuttosto una tragicommedia, «un Carnage familiare, ma
caldo, pieno di amore». Tipo
alcune commedie francesi? «Il
modello, irraggiungibile, anche per loro resta Scola». Un
«film di attori, bravissimi, una
performance quasi atletica dopo due settimane di prove» dice la regista. Ultimi giorni di riprese a Castiglioncello. Uscita
prevista, gennaio 2015.
Stefania Ulivi
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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AURELIO PICCA
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UN GIORNO DI GIOIA
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“Aurelio Picca scrive con la stessa facilità con cui noi respiriamo.
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in cui gli adulti erano dei giganti e io un nano in loro ostaggio.”
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Martedì 10 Giugno 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Sport
Cile in ansia, Vidal a rischio
Delfinato, Froome concede il bis
Cile in ansia per Arturo Vidal. Il centrocampista della Juventus non si è allenato ieri a causa dell’infiammazione al ginocchio destro operato un mese
fa. Vidal salterà quasi certamente il debutto di venerdì notte con l’Australia
ma crescono i timori per la sua effettiva partecipazione al Mondiale. Il c.t.
Sampaoli avrebbe infatti già allertato Rodrigo Millar come suo sostituto.
Froome batte in volata Contador sul Col du Beal e si aggiudica anche la
2a tappa del Giro del Delfinato. Il britannico ha piazzato lo scatto decisivo a
800 metri dal traguardo, dove Nibali ha pagato 27’’ di ritardo.
SCHERMA — Beatrice «Bebe» Vio ha vinto l’oro nel fioretto paralimpico agli Europei di Strasburgo. Bronzo per Rossella Gregorio nella sciabola.
Meno quattro al debutto La tripletta dell’attaccante del Borussia mette in crisi Prandelli che dovrebbe però confermare il 4-1-4-1 con SuperMario
La tentazione
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
MANGARATIBA — Ora che
l’ha visto tagliare a fette l’allegra difesa del Fluminense, ne
ha constatato la spregiudicatezza con cui naviga nell’area di
rigore e la sfrontatezza con cui
si appresta ad affrontare il suo
primo Mondiale, Cesare Prandelli un pensierino su Ciro Immobile ce lo deve fare per forza.
A quattro giorni dall’Inghilterra il capocannoniere del campionato, appena passato dal
Torino al Borussia Dortmund
per 19 milioni e mezzo di euro,
è una bella tentazione. I tre gol
al Fluminense non fanno statistica, ma hanno allargato il
cuore di Cesare e instillato il
dubbio. Ciro al posto di Mario?
«Tutti devono sentirsi titolari»,
la risposta del c.t. che fa sperare il ragazzo di Torre Annunziata. Ciro con Mario? «Con
tanti giocatori di qualità in
mezzo al campo sarebbe una
scelta forzata. Per farli coesistere dovrei passare al centrocampo a quattro», la sentenza che
anticipa le scelte in vista del
debutto di Manaus.
L’Italia è fatta. Prandelli giocherà con il 4-1-4-1 e di conseguenza una sola punta di ruolo. Cambiare oggi sistema non
avrebbe molto senso dopo il
lungo addestramento al doppio play e agli esterni incursori.
Inoltre, quando l’allenatore ha
inserito un secondo attaccante
come Cassano, Balo ne ha tratto benefici ma l’equilibrio di
squadra è saltato. E la partita di
Botta e risposta
Balotelli favorito, ma Immobile avanza
Per il resto l’Italia anti Inghilterra è fatta
Volta Redonda con il Fluminense ha confermato le difficoltà a trovare equilibrio tra le
due fasi del gioco. La difesa è il
vero anello debole, il reparto su
cui Prandelli dovrà lavorare di
più alla vigilia del suo primo
Mondiale. «Ma non sono preoccupato. L’importante è che
gli errori non siano di concetto.
Mantenere la porta chiusa è il
problema di tutte le squadre e
fa parte del gioco. Non sottovalutiamo la questione, semplicemente abbiamo una filosofia
diversa: cercare di fare un gol
più di quelli che prendiamo».
Attaccare insomma, anche
se con una sola punta di ruolo.
Per adesso Balotelli è in van-
taggio, ma Immobile è pronto
a scalzarlo. Se il primo sbaglia
il debutto, il secondo è pronto
ad approfittarne. La forbice tra
i due si è accorciata. Mario è alle prese con i soliti lievi problemi muscolari, Ciro invece
scoppia di salute. Mario non
riesce a tirare fuori la sua strapotenza fisica, Ciro ha già mes-
so a frutto il lavoro di Coverciano e trovato la brillantezza.
Senza contare che, per la prima
volta da tanto tempo, Balotelli
ha un rivale vero e la cosa potrebbe turbare il suo delicato
equilibrio psicologico. Rossi
era complementare al milanista e Cassano pure. Immobile
lo sfida, gli mette pressione, gli
✒
L’ex granata è pronto, ha il destino in mano
di MARIO SCONCERTI
N
on è una discussione sulle qualità
di fondo di Mario Balotelli e Ciro
Immobile, quelle avranno ancora modo di
crescere e definirsi. La domanda è su chi
sia più adatto qui e adesso. Molte volte le
gerarchie sono cambiate all’ultimo
momento. Adesso sembra non migliore
ma più completo e in condizione
Immobile. Anche Balotelli sta bene, ma
aspetta più il pallone tra i piedi, dà meno
riferimenti. La situazione potrebbe
risolversi facendo giocare un’ora a
Immobile e l’ultima mezz’ora a Balotelli.
Ma un cambio è un bene prezioso a queste
latitudini, non del tutto programmabile.
La decisione sarà una scelta tattica.
Contro l’Inghilterra giocheremo
avanzando lentamente con i
centrocampisti. Immobile aiuta di più a
creare spazi per i loro inserimenti,
Balotelli, se fa il centravanti puro, è da
soluzione finale. L’impressione è che in
questo momento Immobile offra più
varianti e la squadra prenda più
volentieri la sua rapidità di idee rispetto
all’indipendenza di Balotelli. È comunque
adesso che un giovane centravanti di
futuro può trasformarsi in un uomo
guida. Nessuno ricorda i gol di Paolo
Rossi in campionato. Valgono ancora una
storia i tre gol al Brasile. Immobile dà
questa idea: di avere adesso il destino in
mano.
Trap, Cesare
e la condanna
senza data
«L’allenatore della
nazionale italiana è come
un condannato a morte
che non sa mai quale è la
data della sua
esecuzione». Parola di
Giovanni Trapattoni, che
nei quattro anni vissuti
sulla panchina azzurra
(44 partite, una Coppa del
Mondo e un Europeo da
commissario tecnico ) di
esperienza ne ha fatta. Dal
Brasile, arriva la risposta
di Cesare Prandelli (foto),
che si avvicina al debutto
nella rassegna iridata e
già nelle amichevoli ha
sperimentato le critiche.
«Trap ha ragione — dice
il c.t. azzurro —: lui
vicino all’esecuzione è
andato spesso, e non è
mai morto. È un concetto
che mi piace, lo farò
mio».
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toglie certezze. L’ingrugnito
rossonero dovrà dare di più
per scrollarsi di dosso l’ex granata rampante perché, parole
di Prandelli, «i giovani hanno
confermato entusiasmo e vitalità e sono una garanzia per i
prossimi tre mondiali». Sono
la faccia bella di una nazionale
che ancora non convince: «Ma
all’incertezza, prima di una
manifestazione così, ci siamo
abituati. Forse abbiamo bisogno di questo clima di insicurezza per fare bene».
Da oggi Prandelli lavorerà
sull’Inghilterra. Darmian è stato promosso e sarà titolare in
una difesa con Barzagli, Chiellini (se supererà il leggero mal
di schiena) e De Sciglio. A centrocampo c’è un piccolo allarme Verratti, alle prese con un
attacco febbrile, ma il talento
del Psg dovrebbe recuperare.
Lui e Pirlo sono l’architrave del
Insigne in salita
Il c.t.: «Mario e Ciro
insieme sarebbe una
scelta forzata». Salgono
le quotazioni di Insigne
centrocampo con il doppio regista in cui De Rossi gioca davanti alla difesa. Candreva e
Marchisio sono gli esterni che
avranno il compito di non lasciare isolato Mario. Nel borsino degli attaccanti di scorta
scende l’inquieto Cassano e sale il rampante Insigne, che come Immobile è stato l’eroe della partita con il Flu. Perché, parole di Lorenzo, «nel Napoli ho
imparato a coprire tutta la fascia». E Prandelli ha apprezzato.
Alessandro Bocci
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Protagonista «Mario è un campione, con lui penso di essere compatibile»
Ciro ha voglia di stupire
«Titolare? Ci penso sempre
e mi farò trovare pronto»
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
MANGARATIBA — Fermo immagine: Ciro Immobile festeggia il
suo secondo gol al Fluminense
(quello del 3-2) andando incontro
ai titolari che fanno riscaldamento
dietro ai cartelloni pubblicitari. Parolo mette una mano sulla testa a
lui e ad Insigne, quasi a misurarne
la statura a certi livelli. Bonucci, De
Rossi e Cassano scherzano con il
nuovo attaccante del Borussia
Dortmund e dietro a loro anche Balotelli sorride, contento per il vantaggio azzurro. Ciro, in più di Mario, ha sei mesi e otto gol nell’ultimo campionato: 22 senza rigori a
14, con tre rigori. Domenica, Immobile ha segnato per la prima volta in nazionale, una tripletta, con
l’aggiunta di due assist per Insigne:
«Bravi! Il samba napo-italiano è
iniziato» ha twittato il presidente
del Napoli, De Laurentiis. La partita
non rimarrà nelle statistiche, ma i
movimenti in attacco dell’ex coppia di Zeman (il terzo del tridente
da 62 gol nel Pescara 2011-2012 era
Sansovini), la ricerca della profondità, l’esultanza delle grandi occasioni e la sicurezza dei propri mezzi
esibite da Ciro possono lasciare il
segno sul mondiale azzurro.
Cir’Immobile come Paolorossi
‘78 (tre gol) o Totòschillaci ’90 (6
reti)? La suggestione si fa largo.
Quel che conta per Prandelli adesso
è soprattutto la consapevolezza di
poter contare su un attaccante che
nelle gerarchie iniziali non parte titolare, ma ha voglia di stupire.
«Schillaci, nel Mondiale del ‘90, era
considerato da tutti la quinta punta, poi è diventato il capocannoniere — ricorda il c.t. — . Questo vuol
dire che uno quando ha un’opportunità deve essere pronto mentalmente. Altro esempio, Grosso: nel
Mondiale 2006 non sembrava titolare invece Lippi l’ha messo nella
seconda partita ed è diventato protagonista…».
Il meno sorpreso di tutti per questi accostamenti, come è naturale
che sia, è proprio Immobile, che
prima di andare alla Juve a 14 anni
venne valutato anche dall’Inter, ma
non se ne fece nulla: nell’orbita nerazzurra gravitavano già un certo
Mattia Destro e un certo Mario Balotelli. Ciro si è rifatto con gli interessi e non ha alcun complesso di
inferiorità: «Adesso viene il bello
Bomber Ciro
Immobile, 24
anni e 22 gol
nello scorso
campionato
(Ramella)
— dice l’attaccante che un anno fa
era reduce da un debutto fallimentare in serie A col Genoa — . Di sicuro, se c’è bisogno di giocare dall’inizio mi farò trovare pronto, se ci
sarà da entrare dalla panchina ancora di più. Non so se con la partita
dell’altra sera ho messo Prandelli in
Alla Juve senza provino
Bocciato dall’Inter, finì a 14
anni alla Juve senza provino.
Rimase affascinato dalla neve
difficoltà, dovete chiederlo a lui.
Ma non è che questi tre gol mi facciano pensare più di prima a una
maglia da titolare: io ci penso sempre e mi alleno per migliorare sempre di più…».
L’inquilino di Chiellini nella casa
torinese sa di poter diventare il
proprietario del monolocale azzurro con vista sull’attacco. Perché Ciro va di fretta, da sempre: a otto
mesi già camminava, alla Juve ci è
finito (dal Sorrento) senza nemmeno sostenere un provino e quando
mamma Michela gli diceva «perché
non torni a casa?» lui tirava dritto,
rimanendo affascinato dalla neve,
vista la prima volta con i compagni
del convitto bianconero. Nelle ultime tre settimane Immobile ha accelerato ulteriormente, come un
giovane uomo e un attaccante in
stato di grazia: ha vinto la classifica
marcatori, è stato convocato per il
Mondiale, tra un ritiro e l’altro si è
sposato con Jessica (che gli ha già
dato una figlia, Michela, come la
nonna) e ha firmato con il Borussia
Dortmund: «Quello tedesco è un
treno che passa una volta sola —
spiega Ciro, senza fronzoli — . L’altra sera i tre gol mi hanno emozio-
nato: per una punta è sempre importante segnare, anche in allenamento. Io sono il capocannoniere
della serie A, conosco le mie potenzialità, ma so che c’è sempre da migliorare e far bene. Balotelli? Il mister sta scegliendo lui, ma non stiamo parlando di una schiappa, Mario è un campione che sta
dimostrando di stare bene e che ha
fatto tanti gol nelle qualificazioni.
Se il mister ritiene che debba giocare lui dall’inizio per me va bene, così come andrebbe bene giocare al
suo fianco, perché credo che siamo
compatibili. Ma io per entrambe le
situazioni saprò farmi trovare
pronto». Dal fermo immagine, allo
scatto in avanti. Fino alla prossima
foto di gruppo.
Paolo Tomaselli
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Corriere della Sera Martedì 10 Giugno 2014
Sport 41
italia: 51575551575557
Napolitano
«Azzurri, vietato
accontentarsi»
«Non ci dobbiamo accontentare». A pochi giorni dal debutto
dell’ Italia al Mondiale brasiliano,
Giorgio Napolitano indica la strada agli azzurri. E a chi gli fa notare
che la nostra nazionale potrebbe
arrivare «tra le prime», il Presidente della Repubblica risponde:
«Tra le prime quattro, le prime
due... non ci dobbiamo accontentare». L’invito del capo dello Stato
è stato immediatamente raccolto
da Cesare Prandelli. «Il presidente
Napolitano è uno degli uomini più
saggi che abbiamo — ha osservato
il c.t. —: se dice che l’Italia al Mon-
diale non deve accontentarsi, possiamo fare solo una cosa, ascoltarlo. Non ci accontenteremo».
Napolitano ha partecipato ieri
alle celebrazioni per i 100 anni del
Coni al Foro Italico. E, pur riconoscendo che l’Italia è «particolarmente vaccinata contro l’irruzione
nello sport della retorica, del nazionalismo e delle strumentalizzazioni politiche», ha ricordato
che bisogna sempre «guardarsi da
queste deviazioni». «Nel Coni —
ha aggiunto — si riconoscono i
nostri campioni e atleti, ma appartiene a tutti gli italiani».
La città
Sesto giorno di stop
della metro, auto
imbottigliate
in 251 km di code
Guerriglia
Scenario di guerriglia
nelle strade di San Paolo
dopo il sesto giorno
di sciopero della metropolitana.
La polizia ha caricato
i manifestanti con lacrimogeni
e granate stordenti (Ap)
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
S A N PA O L O — J o s e p h
«Sepp» Blatter scende nella hall
del Grand Hyatt alle 12.45 per il
pranzo. Grisaglia d’ordinanza,
ma scarpe da ginnastica, perché, anche se nel 64esimo congresso della Fifa (oggi e domani) annuncerà la sua ricandidatura e, soprattutto, stroncherà
ogni tentativo di mettere un limite d’età, a 78 anni i piedi bisogna che stiano comodi. Chiuso in quello che viene considerato l’hotel più lussuoso della
città, tra le varie forze di polizia
a proteggerlo c’è anche la Prf, la
Policia Rodoviaria Federal, la
polizia stradale, qui per favorire
i rapidi spostamenti dei dignitari Fifa. Quasi una beffa, per i 4
milioni di persone appiedate
dallo sciopero della metropolitana giunto alla sesta giornata e
per gli imbottigliati nei 251 km
di coda che hanno scosso la megalopoli.
È stata una giornata di lacrime e sangue a San Paolo. Davanti alla stazione di Ana Rosa,
nella zona sud della città, si è
combattuta una battaglia tra la
polizia in assetto anti-sommossa e gli scioperanti che picchettavano l’entrata della metro,
bloccando chi voleva lavorare.
Ana Rosa come Paraiso, teatro
degli scontri di sabato, è uno
snodo chiave della circolazione.
La polizia ha caricato lanciando
lacrimogeni e granate stordenti, sparando proiettili di gomma
e manganellando senza distinzioni scioperanti ed esponenti
Le sedi mondiali
Scontri, scioperi e proteste
Tutta San Paolo bloccata
La polizia carica, 3 feriti. Per la Fifa scorte e velocità
Paura Neymar
Distorsione alla
caviglia destra in
allenamento per
Neymar. Tanta paura
poi il campione si è
ripreso. «Stai attento
a non farti male, per
l’amor di Dio» l’invito
del c.t. Scolari.
dei movimenti sociali arrivati a
sostegno. Bilancio: 13 persone
arrestate (poi rilasciate) tre feriti, quattro in totale con l’autista
dell’autobus ustionato domenica per l’incendio del suo mezzo
nella zona dell’aeroporto di
Guarulhos. Guai anche qui con
code mostruose all’immigrazione, al recupero bagagli e nel
nuovissimo Terminal 3 a scartamento ridotto. Altri momenti
Presidente
Se
all’inaugura pp Blatter sorridente
zio
del Comitato ne dei lavori
della Fifa a esecutivo
San Paolo (An
sa)
caldi quando 200 dei movimenti sociali, tra cui i «Senza tetto»,
hanno bloccato la centrale avenue Vergueiro incendiando cassonetti al grido: «Non ci sarà
nessuna Coppa». Alle 8 la circolazione è ripresa, anche se lentamente.
Malgrado la decisione del
Tribunale Regionale del Lavoro
di dichiarare illegale lo sciopero
(ammenda di 30 mila euro per
giorno d’infrazione al sindacato), gli scioperanti, che guadagnano 450 euro al mese, non
mollano. Ad aumentare i disagi
il crollo di una struttura della linea 17 che ha provocato la morte di un malcapitato che passava
nelle vicinanze. Tre linee su cinque hanno funzionato a sprazzi,
24 stazioni su 65 erano chiuse.
Egoisticamente parlando, per il
Mondiale, tutto si riduce a una
sola linea, la Vermelha e a una
sola stazione la CorinthiansItaquera, quella dello stadio
dell’apertura, chiusa da giorni.
Ora, però, sul tavolo della trattativa, ripresa alle 20 italiane,
non più c’è solo l’aumento salariale del 12,2 per cento ma anche il reintegro dei 61 licenziati
per giusta causa. Secondo le ultime notizie la discussione si
sarebbe nuovamente interrotta.
Il timore è che molte categorie
di lavoratori (impiegati federali,
autisti di bus, insegnanti) utilizzino il Mondiale per forzare la
mano rendendo trasversale la
protesta.
A San Paolo i controllori del
traffico (che risolvono le situazioni da incidente o corrono a
riparare un semaforo rotto), agganciandosi alla legge per cui se
doni il sangue hai un giorno di
permesso, si sono fermati per
due giorni al prezzo di uno,
contribuendo al venerdì nero
della città. Il problema è ormai
politico: il sindacato che guida
la metà più agguerrita dei manifestanti appartiene a un’area
anti-governativa. In ballo c’è il
lavoro ma anche le spese abnormi, in esseri umani e soldi, del
Mondiale: 9 operai morti nei lavori, 11 miliardi di dollari spesi.
Al ministro dello sport, Aldo
Rebelo, è sfuggito: «Il Brasile
non è pronto». Ma il colonnello
con le scarpe da ginnastica, minimizza: «Sarà il miglior Mondiale di sempre». Però lui, a
Itaquera, ci va in elicottero.
Roberto Perrone
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La città che ospiterà l’esordio azzurro ha una sola squadra professionistica, in serie D. Amadeu Teixeira, 88 anni, per 52 tecnico dell’America Fc: «Qui nessuno investe»
Manaus, dove il «futebol» è leggenda e mistero
Ogni anno si sfidano nel «Peladão» oltre 1.100 squadre, ognuna con la sua miss
MANAUS — Francisco Lima, centrocampista dai modi spicci che giocò nella Roma all’inizio dell’altro decennio, e anche a Lecce e Bologna, è
l’unico calciatore dell’Amazzonia ad
aver messo piede in Italia. «Ma in
Europa il primo fui io, in Portogallo», protesta Zezinho Bastos, oggi
scatenato commentatore a Radio Difusora di Manaus. Oggi Lima rassicura gli azzurri su caldo e umidità
(«una volta in campo te li dimentichi») e chiede come incontrare Cassano e De Rossi, ex compagni di
squadra. «Devono conoscere il nostro grande fiume, li porto in giro
con la mia lancia». Lima è nato a Janauacá, nella selva più remota, e sa
di cosa parla: per arrivare nella sua
città ci vogliono 36 ore di navigazione. Così sono i tempi e gli spazi nella
maggior foresta pluviale della Terra,
dove avvenne la più audace della colonizzazioni umane, negli anni d’oro
del caucciù. Oggi Manaus conta 2
milioni di abitanti ed è un polo industriale, pur non essendo collegata via
terra ad altre grandi città del Brasile.
Il governo ha deciso che doveva essere una delle dodici sedi del Mondiale.
Anche il futebol qui ha il sapore
del mistero e della leggenda. Lima è
diventato un idolo locale del Peladão, il più grande torneo amatoriale
del mondo (è nel Guinness). Ogni
anno, sulla base del calendario più
complesso che si sia mai visto, oltre
1.100 squadre e 22.000 atleti cercano
gloria per quattro mesi, in qualunque posto dove sia possibile far correre un pallone. C’è il torneo della
capitale, quello dei villaggi, e poi i
ragazzini, le donne e gli indios (quest’ultimo diviso anch’esso tra maschi e femmine). L’ex romanista, qui
soprannominato Pifò, gioca nell’Obidense Fc, «dove la vasta esperienza internazionale del nostro idolo non ha bisogno di commenti —
recita la pagina web —. Guiderà verso il trionfo la grinta e la forza del
suo popolo!” Il grande Peladão (da
«pelada», partitella in Brasile) gode
di una aneddotica sterminata. Il suo
coordinatore, il giornalista Arnaldo
Santos, si aggira per Manaus con
pacchi di statistiche, ma sorvola sugli sconfinamenti nella cronaca nera. «Risse, feriti, morti? Sì, ogni tanto
ce ne sono, ma non ho i numeri».
Non c’è fuorigioco («come fai a vederlo su quei campi senza linee?») e
la rimessa laterale si può fare con i
piedi. C’è l’arbitro, ma qualche volta
resta bloccato nel viaggio e si fa senza.
Nulla attira tanto l’attenzione del
torneo quanto la grande trovata di
Santos: ogni club deve avere una
miss, e il concorso di bellezza corre
parallelo a quello del pallone. Vale
tutto, sopra i 18 anni. Visti i grandi
numeri, ogni squadra trova quel che
può nell’universo femminile del
quartiere o del villaggio sul fiume.
Amiche, zie, fidanzate, alte, basse,
belle e meno belle. Senza una rainha
(regina) non si può partecipare al
Peladão, anche se i criteri non si mischiano: sul campo vince chi è più
bravo, in passerella la più carina. La
finale delle due competizioni è il
grande evento annuale di Manaus,
sotto Natale. Ma l’apertura è ancora
Il torneo amatoriale
Niente linee e fuorigioco,
rimesse laterali con i piedi e
l’arbitro non sempre arriva
più spettacolare, perché allo stadio
della cerimonia le ragazze sono
quante le squadre in lizza, oltre un
migliaio. «Diamo spazio ad ogni genere delle nostre bellezze regionali»,
dice Santos. Mito di tutte le fanciulle
è la vincitrice del 2001, Patricia Meirelles, che da qui spiccò il volo verso
il titolo di Miss Brasile e alcune particine alla tv Globo. Comunque la
vincitrice porta a casa un’automobile. Da qualche anno Santos se n’è inventata un’altra. Un reality con le ultime dodici finaliste ambientato su
un barcone vagante lungo il Rio delle
Amazzoni, per un mese e mezzo, e
trasmesso da una tv locale. Il criterio
è quello del Grande Fratello, il pubblico elimina le concorrenti fino alla
vincitrice.
Con una attenzione così appassionata al calcio amatoriale, quello vero
non poteva non soffrirne. Trafiletti
sul giornale, poche centinaia di spettatori a partita. L’intero stato Amazonas oggi ha appena una squadra nel
campionato nazionale, e in serie D, il
Princesa. Ne sa qualcosa Amadeu
Teixeira, 88 anni, una leggenda a
Manaus. Ha allenato l’America FC,
squadra fondata dalla sua famiglia,
dal 1956 al 2008, 52 anni filati. Lo andiamo a trovare, è quasi bloccato a
letto, nella sua casa al quartiere Parque Dez. Non lontano dal nuovo stadio di Manaus, e soprattutto dal palazzetto dello sport costruito da poco
e che porta il suo nome: Ginasio
Amadeu Teixeira (sì, in Brasile dedicano strade ed edifici anche ai vivi).
Il mitico tecnico ha gettato la spugna
dopo quella che definisce una ingiustizia, l’America venne penalizzato
per aver schierato un giocatore squalificato. Ora il club è alla deriva. «Ci
siamo venduti tutto per pagare i debiti , dice la figlia Regina». «I politici,
incapaci e ladri. Gli imprenditori, un
disastro. Qui nessuno investe sul
calcio», aggiunge sconsolato Teixeira. Il mitico «professor» — come in
Brasile si definisce il mister — non
andrà a vedere Italia-Inghilterra, è
troppo debole. Ma mai avrebbe immaginato un Mondiale di calcio nella sua città. «Lo stadio nuovo è bellissimo, non prendeteci in giro, ci
servirà molto». Gli luccicano gli occhi all’idea, magari quando lui non ci
sarà più, che il suo America possa risorgere e giocarci.
Rocco Cotroneo
Idolo Francisco Lima ha giocato in Italia
Gruppo Una squadra del Peladão con la sua miss
Miss Il torneo di «bellezza», parallelo a quello calcistico
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Martedì 10 Giugno 2014 Corriere della Sera
Corriere della Sera Martedì 10 Giugno 2014
Sport 43
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Divorzio consumato Nemmeno un grazie nel comunicato che ufficializza l’esonero
Addio Clarence Seedorf, 38 anni, 11 vinte, 2 pareggiate e 6 perse in campionato col Milan (Ansa)
Il Milan ha cancellato Seedorf
Inzaghi: «Darò tutto me stesso»
simo, è un giorno indimenticabile. Ringrazio il presidente Berlusconi e la società per la fiducia e
la prestigiosa opportunità
professionale che mi sono
state concesse. Sono onorato e orgoglioso di essere
l’allenatore di una squadra
che è stata la mia vita per
tantissimi anni. Darò tutto me stesso per questi
colori, come ho sempre
fatto sia da calciatore sia
da allenatore delle giovanili». Guadagnerà 700 mila euro, e avrà una squadra rinnovata. Già certi
Agazzi e Alex, Menez arriverà domani per le visite
mediche. Poli è stato riscattato ieri (alla Samp Salamon)
mentre il sogno è Mandzukic in
rotta con Guardiola: «In questo
calcio non mi ci vedo, meglio separarci». Ma prima dovrà partire
Balotelli.
Decolla il mercato: Menez subito, il sogno è Mandzukic
✒
L’entusiasmo
contagioso
di Superpippo
di ALBERTO COSTA
A
differenza di chi lo ha
preceduto, Pippo Inzaghi
ha già segnato il primo gol
nella nuova veste di
allenatore rossonero. Gli è
stato infatti sufficiente
trascorrere un paio di serate
ad Arcore per restituire a
Silvio Berlusconi rigurgiti di
un entusiasmo che pareva
sopito per sempre. E questo,
nonostante il clima di
recessione dura e pura,
potrebbe tradursi in qualche
colpo a sorpresa alle
bancarelle del calciomercato.
La barriera che Pippo è
chiamato a sfondare è quella
della scarsa esperienza ma
anche in un’ottica del genere
l’approccio alla sua seconda
vita professionale appare
filosoficamente diverso dagli
eccessi di narcisismo del suo
predecessore: le motivazioni
di Inzaghi sono positive tout
court, il traguardo primario è
il cosiddetto bene collettivo
(cioè quello del Milan) e non
invece l’affermazione del
proprio ego nel tentativo di
certificare l’inadeguatezza, se
non addirittura l’incapacità,
del mondo circostante.
Seedorf (esistono riscontri in
proposito) riteneva che Dio gli
avesse affidato una missione:
Pippo, più semplicemente,
sogna di riportare i rossoneri
in Europa. A naso il suo
programma ci pare più
terreno e dunque molto meno
condizionabile dalla
demagogia.
MILANO — «Ac Milan comunica di avere esonerato l’allenatore Clarence Seedorf e di avere affidato la Prima Squadra, fino al 30
giugno 2016, a Filippo Inzaghi».
Con un comunicato poco più
esteso di un tweet (147 caratteri),
senza un cenno di affettuoso
commiato, il Milan ha ufficializzato, dopo 144 giorni di tumultuosa convivenza, l’addio all’allenatore olandese e la contemporanea promozione dalla Primavera
di Superpippo.
Sfumata l’ipotesi di una causa
(non essendoci elementi rilevanti), non raggiunta un’intesa su
una risoluzione consensuale, il
club rossonero ha esonerato il
tecnico fortemente voluto da Silvio Berlusconi, legato al Milan da
un accordo da 2,5 milioni netti
annui per le prossime due stagioni (a meno che l’oranje trovi un
altro ingaggio). C’eravamo tanto
amati, ma poi è finita come nella
guerra dei Roses con Michael
Douglas e Kathleen Turner aggrappati al lampadario nel vuoto.
Dopo giorni di silenziosa trattativa fra i legali, è stato Silvio Berlusconi a imprimere un’accelerata al
divorzio, stanco di questa situazione di empasse e determinato a
dare il via al ciclo di Inzaghi. A
Galliani è toccato il compito di
avvisare (prima del comunicato sul sito del club) lo stesso
Seedorf, che attraverso il suo
staff ha fatto pervenire un
asciutto «prendiamo atto».
La sensazione è che l’olandese (che nelle prossime ore
volerà in Brasile per commentare il Mondiale per la
Bbc) stia preparando una causa per danni all’immagine (ma
restando un dipendente del Milan
dovrà stare attento a non commettere passi falsi). Da oggi però
il futuro è di Pippo. «Sono felicis-
Monica Colombo
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Il neo allenatore La famiglia e la tv sono il suo rifugio
L’ossessione per la dieta
e telefonini spenti a tavola
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Tecnico Pippo Inzaghi, 40 anni, in 11 stagioni al Milan ha segnato 126 reti (LaPresse)
MILANO — «Pippo, accetti di fare l’allenatore della prima squadra o preferisci
rimanere alla Primavera?». Con questa telefonata scherzosa Adriano Galliani ha informato Inzaghi dell’investitura ufficiale a
tecnico della prima squadra. Chi gli era
stato vicino negli ultimi giorni lo ha descritto emozionato, impaziente e soprattutto insonne. «Mi sento in un frullatore», confidava l’ex euro-bomber, rassegnato nei giorni seguenti al primo vertice
di Arcore a svegliarsi alle 6 del mattino.
Professionale, meticoloso, attento ai
particolari: queste sono state le caratteristiche che hanno segnato la sua avventura da giocatore prima e da tecnico delle
giovanili poi. I suoi 288 gol non sono certo stati solo frutto dell’istinto o della furbizia sotto porta, doti che universalmente
gli vengono riconosciute. Pippo ha costruito la carriera studiando, visionando
filmati, raccogliendo su quadernetti dati
sui portieri o sui difensori che avrebbe incontrato la domenica successiva. La stessa
cura l’ha dimostrata in panchina (prima
agli Allievi, poi alla Primavera). Non solo.
Se da giocatore non lasciava nulla al caso
(attenzione ossessiva alla dieta, vita mondana ridotta alla domenica e al lunedì), da
allenatore si è riscoperto tutor di venti ra-
gazzini. Ne ha controllato i movimenti sui
social network, ha preteso i telefoni spenti a tavola, ha convocato i genitori in caso
di comportamenti sopra le righe. La famiglia è il nido in cui si rifugia. «Quando
mia mamma entra in casa, l’aria cambia»,
racconta il neo-allenatore del Milan, attaccato in maniera viscerale alla signora
Marina che almeno una volta la settimana
arriva con una scorta di pasta fresca a casa
di Pippo. La donna della sua vita è stata
Alessia Ventura, con cui è rimasto in rapporti amichevoli anche dopo la rottura.
«Pensavo fosse per sempre, invece è finita. Una riconciliazione? Mai dire mai», ha
confessato lei di recente a un settimanale.
Lui, al netto delle vacanze a Milano Marittima ai bagni Paparazzi o della movida
a Formentera dove ha casa, ama la vita domestica. «In pigiama, con lo stesso maglione e il telecomando in mano», riferisce papà Giancarlo. Legatissimo al nipote
Tommaso, talvolta in incognito si sistema
all’estremità del campo a osservarlo giocare a calcio. Da calciatore era afflitto da
mille superstizioni: chissà quali manie lo
accompagneranno dal 9 luglio prossimo,
giorno del suo primo raduno da mister.
m.col.
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F1 Non solo Mercedes,la rossa battuta anche da Red Bull, Williams e Force India. Mattiacci: «Seguiamo un programma di sviluppo preciso»
Ferrari, difficile trovare qualcosa da salvare
Le novità motoristiche e aerodinamiche
non hanno dato la resa prevista
«Bisogna essere feroci con noi stessi»
DALLA NOSTRA INVIATA
MONTREAL — Compagni
rossi, facciamo autocritica. Al
netto degli autoscontri e dei
guai altrui, a livello di performance, la Ferrari a Montreal è
stata battuta da Red Bull, Williams e Force India, oltre ovviamente che dalla Mercedes. Difficile trovare qualcosa da salvare, così il team principal Marco
Mattiacci dà al nuovo corso
tratti maoisti. «Dobbiamo essere feroci con noi stessi, mi attendo una forte autocritica da
parte della squadra. Siamo molto incazzati, ma motivati. Se mi
aspettavo che fosse così dura?
Certo».
Erano stati annunciati sviluppi sul motore o, come si
chiama adesso, power unit:
qualcosa è stato fatto (lavoro
sulle mappature, sostituzione
dei cuscinetti), qualcos’altro si
sarebbe voluto fare ma i rossi si
sono scontrati con i vincoli im-
posti, e ahiloro ribaditi recentemente, dalla Federazione. Risultato: nonostante le lamentele
del tedesco, il motore Renault
spingeva Vettel in rettilineo a
una velocità superiore a quello
Ferrari (mentre il vincitore Ricciardo era più o meno sulla
stessa velocità dei rossi). Ci dovevano essere novità sul fronte
aerodinamico — che è quella
cosa che consente alla Red Bull
di vincere non appena la Mercedes si stanca un attimo di dominare —, ma il nuovo cofano
motore, lungo, stretto e senza
aperture per smaltire il calore,
provato al venerdì funziona solo quando fa freddo (una condi-
Fiducia nei piloti
«Ci sono anche aspetti
positivi, abbiamo
piena fiducia
in Alonso e Raikkonen»
zione climatica che, in estate, è
possibile non si ripresenterà
spesso, forse a Silverstone e
Spa). Si è rimontato quello vecchio, che invece va bene quando
fa caldo ma che dà meno vantaggi aerodinamici e presto sarà
pronta una nuova versione per
le temperature intermedie (speriamo, come si sa non ci sono
più le mezze stagioni). «Quando mandiamo in produzione un
pezzo non possiamo prevedere
il meteo che troveremo settimane dopo nel momento in cui sarà pronto. Stiamo lavorando a
ritmi altissimi, ma abbiamo visto che gli altri sono stati più
veloci nel migliorare», continua
Mattiacci. Adrian Newey una
mano su telaio e aerodinamica
avrebbe potuto darla, ma domenica ha rinnovato con la Red
Bull, non senza mandare una
frecciata (attraverso i microfoni
Sky) a Maranello. «In Ferrari
forse saranno delusi». Frase che
si sposa poco con il commento
di Mattiacci («A Newey non ho
mai pensato»), vero solo nel
senso che ci aveva pensato Stefano Domenicali.
Nel tentativo di trovare qualcosa che funziona, Mattiacci
guarda ai piloti: «Ci sono anche
Il campione del mondo
Vettel battuto si sfoga
«La Red Bull è un cetriolo»
«Una volta per tutte bisogna dire che con questo cetriolo
sui rettilinei non si va da nessuna parte». Frustrato e
deluso per una vittoria buttata per assenza di strategie
del suo team, la Red Bull, Sebastian Vettel (foto) si è
sfogato con la stampa tedesca: «È frustrante che, come in
Canada, manchi la potenza, la vittoria era a portata di
mano e io non sono qui per arrivare secondo o terzo».
aspetti positivi, abbiamo piena
fiducia in Kimi e Fernando, tenaci, capaci, competitivi, sono
un asset importante». In realtà
si potrebbero indagare le difficoltà di Raikkonen, smarrito
anche con l’ingegnere ventriloquo a fianco, ma in questo momento il problema principale è
la macchina. Mattiacci ribadisce
che, dopo la batosta di Montreal, «le priorità non cambiano,
c’è un programma ben preciso
di sviluppo che stiamo seguendo», ma è chiaro che la F14 T va
ormai usata solo come laboratorio per portarsi avanti con il
progetto 2015. «Da inizio campionato il miglioramento è stato sostanziale, ma per costruire
i progetti ci vuole tempo, la
Mercedes non l’ha fatto in quattro mesi e nemmeno la Red Bull
a suo tempo». La Ferrari in teoria non dovrebbe partire proprio da zero (qualcosa è stato
fatto anche gli anni passati, per
esempio ingaggiare il nuovo
tecnico di riferimento assurto a
salvatore della patria James Allison), quindi è lecito sperare
che, almeno dall’anno prossimo, i risultati arriveranno.
Arianna Ravelli
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Basket
Milano gioca
senza paura
batte Sassari
ed è in finale
Con le spalle al muro, alla sesta partita, Milano ristabilisce
la reale distanza con Sassari
(76-95) e raggiunge Siena in finale. Estenuante finale.
È la quinta dell’epoca Armani. La prima nel 2005 contro la
Fortitudo, quella del tiro maledetto di Ruben Douglas e dell’instant replay, poi altre tre
(2009, 2010, 2012) sempre
contro Siena. Era la Siena dell’arroganza del potere, che nel
computo delle partite di finale
fin qui disputate ha lasciato a
Milano soltanto il punto della
bandiera (1-12). Da domenica
sarà una storia diversa per Milano: non più la Siena del potere ma quella dell’orgoglio.
Senza Daniel Hackett, Banchi
rinuncia a Wallace per l’esordio
di Willie Deane (2 punti per
lui), il playmaker di copertura
assicurativa, per una carenza di
regia l’alternativa poteva essere
soltanto l’organizzazione di
squadra: perfetta. E la rinascita
di Curtis Jerrels (12).
La storia si definisce e si
esaurisce fin da un primo tempo di dominio totale (33-57),
Milano imperiale, tirannica in
campo, a +22 (25-47) dopo solo
17’, quando il volo è spietato,
aquile crudeli con i rimbalzi
che stanno 6-25, con 11 offensivi per l’Armani.
La forza dei singoli che si
moltiplica nella squadra, con
l’avvio potente di Samuels (12
punti e 6 rimbalzi), rilevato
dalla lucida lama di Melli (9 più
7 rimbalzi e 3 assist), fino all’esplosione di Gani Lawal (17 e
8 rimbalzi) in avvio di secondo
quarto (19-36), con le scelte di
Keith Langford (24 e 3 assist)
come ultimo stoccatore quando non gira al vento la banderuola del gioco.
È tornata LA squadra. Finalmente. Osanna... Multateli tutti. Salatamente. Per tutte le volte in cui non hanno fatto quello
che possono e sanno fare. E che
ieri sera, invece, hanno continuato a fare con la forza e l’eleganza del passo doppio che
portava Milano a infliggere a
Sassari più di un punto al minuto: 26 al 25’ (40-66), vincendo in terra di Sardegna la sua
nona partita su nove: giocasse
sempre qui, l’Armani, sarebbe
imbattibile.
Alla Dinamo, che aveva perso Travis Diener (distorsione
alla caviglia) dopo solo 12’, non
restava che l’onore delle armi
per Drake (19), Caleb Green
(17) e Gordon (16), oltre la
sportivissima conclusione con
soltanto applausi dal pubblico
e abbracci sul campo.
Werther Pedrazzi
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Dal 15/6 con Siena
La semifinale
Così ieri
BANCO SARDEGNA SASSARI 76
EA7 ARMANI MILANO
95
(2-4 nella serie)
La finale
EA7 ARMANI MILANO
MONTEPASCHI SIENA
Le date: 15 e 17/6 (a Milano),
19 e 21/6 (a Siena), ev. 23/6
(a Milano), ev. 25/6 (a Siena),
ev. 27/6 (a Milano)
Nba, Miami pareggia
Dopo la sconfitta in gara 1, i
Miami Heat si prendono gara 2
sul campo di San Antonio,
vincendo per 98-96 e portando
la serie sull’1-1. Protagonista
LeBron James con 35 punti, per
gli Spurs 21 di Parker, 19 di
Ginobili e 18 di Duncan. Solo 3
punti per Belinelli, in campo per
22’24’’. Domani a Miami gara 3
44
Martedì 10 Giugno 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Dolce fino all’ultimo attimo di vita, se n’è andata la signora
Elide Redavid
Annunciandolo a esequie avvenute, la piangono
i figli Ornella e Fulvio Bufi, con Peppe e Cinzia e
Marta e Mattia. - Napoli, 9 giugno 2014.
La Direzione e la Redazione del Corriere della
Sera sono vicine al collega Fulvio Bufi per la
scomparsa della madre
Elide Redavid
Ferruccio de Bortoli, Luciano Fontana, Antonio
Macaluso, Daniele Manca, Giangiacomo Schiavi,
Barbara Stefanelli, Stefano Agnoli, Francesco Alberti, Giovanni Angeli, Luca Angelini, Alessandra
Arachi, Benedetta Argentieri, Cristina Argento,
Marco Ascione, Antonella Baccaro, Enrico Bagnoli, Roberto Bagnoli, Paolo Baldini, Alessandro Balistri, Laura Ballio, Andrea Balzanetti, Carlo Baroni, Francesca Basso, Pierluigi Battista,
Francesco Battistini, Gianluca Bauzano, Adriana
Bazzi, Paolo Beltramin, Renato Benedetto, Gianmario Benzing, Giovanni Bianconi, Alessandro
Bocci, Sergio Bocconi, Donatella Bogo, Fabio Boni, Riccardo Bozzi, Antonio Bozzo, Fausto Brambilla, Marzio Breda, Riccardo Bruno, Stefano Bucci, Goffredo Buccini, Rossella Burattino,
Emanuele Buzzi, Fabrizio Caccia, Manuela Cagiano, Enrico Caiano, Ivo Caizzi, Maria Antonietta Calabrò, Domenico Calcagno, Wladimir Calvisi, Alessandro Cannavò, Valerio Cappelli,
Alessandro Capponi, Maurizio Caprara, Antonio
Carioti, Davide Casati, Antonio Castaldo, Marco
Castoldi, Alessandra Cattaneo, Federica Cavadini, Fabio Cavalera, Giovanna Cavalli, Aldo Cazzullo, Federico Cella, Sandra Cesarale, Marco
Cianca, Carlo Cinelli, Gianluigi Colin, Claudio
Colombo, Paolo Conti, Alessandra Coppola,
Ruggiero Corcella, Anna Corno, Luigi Corvi, Emilia Costantini, Lorenzo Cremonesi, Marco Cremonesi, Manuela Croci, Matteo Cruccu, Laura
Cuppini, Fabio Cutri, Daniele Dallera, Ilenia Damiata, Serena Danna, Cristina D’Amico, Paola
D’Amico, Vito D’Angelo, Alessandra D’Ercole,
Margherita De Bac, Marika De Feo, Roberto De
Ponti, Federico De Rosa, Marco Del Corona, Bruno Delfino, Claudio Del Frate, Enzo D’Errico, Paola Di Caro, Francesco Di Frischia, Lavinia Di
Gianvito, Maurizio Di Gregorio, Giuseppe Di
Piazza, Paolo Di Stefano, Dario Di Vico, Maurizio
Donelli, Antonio D’Orrico, Gabriele Dossena, Pasquale Elia, Paolo Fallai, Andrea Fanti, Maurizio
Faravelli, Michele Farina, Giuseppina Fasano,
Giuliana Ferraino, Luigi Ferrarella, Luciano Ferraro, Dario Fertilio, Fulvio Fiano, Fabio Finazzi,
Flavia Fiorentino, Cinzia Fiori, Michele Focarete,
Maurizio Fortuna, Paolo Foschi, Paolo Foschini,
Massimo Fracaro, Massimo Franco, Renato Franco, Davide Frattini, Gianna Fregonara, Angela
Frenda, Rinaldo Frignani, Lorenzo Fuccaro, Alessandro Fulloni, Massimo Gaggi, Andrea Galli,
Marco Galluzzo, Nicola Gandelli, Anna Gandolfi,
Sara Gandolfi, Andrea Garibaldi, Mario Garofalo, Luca Gelmini, Angela Geraci, Mario Gerevini,
Mara Gergolet, Antonella Gesualdo, Maurizio
Giannattasio, Marco Gillo, Elio Girompini, Cesare Giuzzi, Roberto Gobbi, Iacopo Gori, Davide
Gorni, Daria Gorodisky, Agostino Gramigna, Roberto Gressi, Laura Guardini, Giuseppe Guastella, Monica Guerzoni, Fabrizio Guglielmini, Flavio
Haver, Roberto Iasoni, Marco Imarisio, Mariolina
Iossa, Luigi Ippolito, Paolo Isotta, Antonia Jacchia, Andrea Laffranchi, Irene Lasalvia, Paolo Lepri, Marco Letizia, Paolo Ligammari, Carlo Davide Lodolini, Michele Lovison, Nino Luca,
Piergiorgio Lucioni, Davide Lucisano, Chiara
Maffioletti, Alessandra Mangiarotti, Michele
Manno, Michela Mantovan, Roberto Marabini,
Chiara Nilla Mariani, Enrico Marro, Cristina Marrone, Biagio Marsiglia, Laura Martellini, Dino
Martirano, Giuditta Marvelli, Fabrizio Massaro,
Luca Mastrantonio, Viviana Mazza, Maria Teresa
Meli, Ernesto Menicucci, Gianluca Mercuri, Dino
Messina, Luca Milani, Stefano Montefiori, Daniela Monti, Fabio Monti, Grazia Maria Mottola,
Massimo Mucchetti, Alessandra Muglia, Elsa Muschella, Cristina Musetti, Maria Serena Natale,
Daniela Natali, Maurizio Natta, Andrea Nicastro,
Carlotta Niccolini, Riccardo Nisoli, Luigi Offeddu,
Guido Olimpio, Paolo Ottolina, Ester Palma, Pierluigi Panza, Mario Pappagallo, Marcello Parilli,
Alessandro Pasini, Andrea Pasqualetto, Carlos
Passerini, Emanuela Pelati, Tommaso Pellizzari,
Fabrizio Peronaci, Roberto Perrone, Matteo Persivale, Wilma Petenzi, Paola Pica, Gaia Piccardi,
Virginia Piccolillo, Sergio Pilone, Francesca Pini,
Ferruccio Pinotti, Carmen Plotino, Raffaella Polato, Paola Pollo, Franca Porciani, Mario Porqueddu, Venanzio Postiglione, Michela Proietti, Luisa
Pronzato, Alessandra Puato, Rita Querzè, Alessia
Rastelli, Paolo Rastelli, Pierenrico Ratto, Stefano
Ravaschio, Arianna Ravelli, Simona Ravizza, Massimo Rebotti, Sara Regina, Alessio Ribaudo, Monica Ricci Sargentini, Stefano Righi, Luigi Ripamonti, Orsola Riva, Roberto Rizzo, Sergio Rizzo,
Stefano Rodi, Maria Laura Rodotà, Fabrizio Roncone, Elisabetta Rosaspina, Corrado Ruggeri, Ilaria Sacchettoni, Annachiara Sacchi, Maria Silvia
Sacchi, Alessandro Sala, Nicola Saldutti, Paolo
Salom, Lorenzo Salvia, Stefano Salvia, Guido
Santevecchi, Giovanni Santucci, Giuseppe Sarcina, Fiorenza Sarzanini, Edoardo Sassi, Ugo Savoia, Alfio Sciacca, Andrea Senesi, Mario Sensini,
Elvira Serra, Massimo Sideri, Elisabetta Soglio,
Maria Rosaria Spadaccino, Martino Spadari, Daniele Sparisci, Matteo Speroni, Armando Stella,
Gian Antonio Stella, Giovanni Stringa, Cristina
Taglietti, Danilo Taino, Stefania Tamburello, Elena Tebano, Massimo Tedeschi, Franco Tettamanti, Paolo Tomaselli, Marco Toresini, Armando Tor-
no, Giuseppe Toti, Alessandro Trocino, Antonio
Troiano, Isidoro Trovato, Giampaolo Tucci, Stefania Ulivi, Luca Valdiserri, Paolo Valentino, Flavio Vanetti, Gian Guido Vecchi, Silvia Vedani,
Maria Teresa Veneziani, Pier Luigi Vercesi, Francesco Verderami, Rossella Verga, Lorenzo Viganò, Edoardo Vigna, Maria Luisa Villa, Marco Vinelli, Paolo Virtuani, Maria Volpe, Giovanna
Volta, Claudia Voltattorni, Carlo Vulpio, Luca Zanini, Cesare Zapperi, Cecilia Zecchinelli, Giulia
Ziino, Massimo Zingardi, Roberto Zuccolini, Diamante D’Alessio, Segreteria di Redazione Corsera, Segreteria di Direzione, Centro Documentazione. - Milano, 9 giugno 2014.
Partecipano al lutto:
– Maria Luisa Agnese.
– Fabrizio Dragosei.
– Antonio Ferrari.
– Maria Luisa Fumagalli.
– Mario Luzzatto Fegiz.
– Paolo Mereghetti.
– Antonio Morra.
– Ottavio Rossani.
RCS Quotidiani partecipa al lutto di Fulvio Bufi
per la perdita della madre
Elide Redavid
- Milano, 9 giugno 2014.
I cugini Paolo e Patricia con Dora e Julia, Tony
e Enrica, Raniero e Cristine, Andrea e Letizia, sono affettuosamente vicini a Nicoletta, Ricciarda e
Clotilde per la perdita del caro
Fabrizio
- Milano, 7 giugno 2014.
Mario e Anna con Fabrizio e Vittoria sono in
questi tristi momenti vicini a Nicoletta per la perdita di
Fabrizio
e ne condividono il dolore.
- Milano, 9 giugno 2014.
Jean-Marc ricorda con grande amicizia
Fabrizio
e, commosso, partecipa al dolore di Nicoletta e
della sua famiglia.
- Cernobbio, 9 giugno 2014.
Giovanni Sissi, Pietro Nicole, Alessandro Marta, Checco Isabella, Angelo Alessandra, Simone
Benedetta, Totò Mariacarla, Anna, Chiara, Niccolò Titta, Andrea Betta abbracciano con affetto
Ricciarda e famiglia nel ricordo del caro papà
Fabrizio
- Milano, 9 giugno 2014.
Il Comitato di Redazione del Corriere della Sera è vicino al collega Flavio Bufi per la perdita
della mamma
Piero e Tina ricordano i momenti felici passati
col caro amico
Elide Redavid
Fabrizio
- Milano, 9 giugno 2014.
Paolo Ermini abbraccia con grande affetto e
profonda commozione l’amico Fulvio nel dolore
per la morte della madre
Elide Redavid
- Firenze, 9 giugno 2014.
Carissimo Fulvio, nel giorno del tuo primo lungo addio per la scomparsa di
Elide
ti abbracciamo con immenso affetto.- Enzo, Laura e Giulia. - Milano, 9 giugno 2014.
Caro Fulvio, spero che il mio abbraccio ti sia di
conforto per il dolore della scomparsa della tua
mamma
Elide
Con l’affetto di sempre.- Pasquale.
- Milano, 9 giugno 2014.
Fiorenza, Giovanni e Marco abbracciano Fulvio nel ricordo della mamma
Elide Redavid
- Roma, 9 giugno 2014.
Federica Giulia Percival Mazza Francesco Carla Calvi Parisetti con Giulio Filippo Ottavia sono
affettuosamente vicini a tutta la famiglia nel ricordo di
Cleme Vefling
Galimberti de Capitani
- Milano, 9 giugno 2014.
Nel ricordo del suo caro amico Reidar Vefling,
Giorgio Pierini è vicino a Arild a Martin e alle loro
famiglie per la perdita di
Cleme Vefling Galimberti
gentile e dolce signora alla quale era legato da
antica amicizia. - Porto Cervo, 9 giugno 2014.
Partecipano al lutto:
– Studio Commercialisti Associati.
– Giorgio Pierini.
– Daniele Mandelli.
– Vincenzo Manni.
– Cristina Passarella.
Tutti i Fioruzzi di viale Montesanto ricordano
Cleme Vefling
Galimberti de Capitani
donna di straordinaria generosità e simpatia, con
la quale abbiamo condiviso momenti gioiosi ma
anche dolorosi durante i quali abbiamo imparato
da lei la capacità di essere sempre positiva e altruista.- Ci manca già ma la ricorderemo sempre
con immancabile affetto, unendoci nel ricordo alla sua bellissima famiglia.
- Milano, 9 giugno 2014.
Clementina Vefling
Galimberti de Capitani
Partecipano al lutto:
– Jacopo dal Verme.
– Margherita Sponzilli e figli.
I condomini e l’amministratore di via Lamarmora 40 - Milano, si associano al dolore della
famiglia per la scomparsa del dottor
Giuseppe Bignardi
- Milano, 9 giugno 2014.
e si uniscono al dolore di Nicoletta e della famiglia tutta. - Milano, 9 giugno 2014.
Giacomo e Enrica Piscicelli Taeggi, ed i figli
Oderisio con Ottavia e Carlo con Rebecca, si uniscono con grande affetto al lutto di Nicoletta, Ricciarda e Clotilde per la scomparsa di
Don Fabrizio del Balzo
dei Duchi di Caprigliano
- Parravicino, 9 giugno 2014.
Manu stringe forte Ricci e Clo conservando per
sempre il ricordo del loro fantastico papà
Fabrizio
- Milano, 9 giugno 2014.
Paolo e Francesca Scaroni con Clementina ed
Eugenio, Bruno e Violante, Alvise, sono affettuosamente vicini a Nicoletta, Ricciarda e Clotilde
nel dolore per la scomparsa dell’amico
Fabrizio
"Adesso sai dove sono.- Adesso sai cosa faccio.- Adesso sai quanto ti ho
amato".
(Francesco)
È mancato all’affetto dei suoi cari
Lodovico Gropallo
Nobile dei Marchesi Gropallo
patrizio genovese
Ne danno triste annuncio il figlio Francesco con
Stefano Pernigotti, che con estrema generosità
ed eterna amicizia lo ha accompagnato sino alla
fine dei suoi giorni, Giuseppe con Maria e figli e
Camilla Pallavicino.- Un ringraziamento particolare alla signora Marinella.- Il corpo riposerà nella cappella di famiglia a Sestri Levante.- Per luogo, giorno e ora del funerale telefonare al n.
02.324772. - Milano, 8 giugno 2014.
Vitaliano e Marina Borromeo sono vicini con
affetto all’amico Chicco e ne piangono la scomparsa del padre
Marchese
Lodovico Gropallo
- Milano, 9 giugno 2014.
Giberto e Bona Borromeo si stringono con affetto a Chicco nel ricordo del padre
Marchese
Lodovico Gropallo
- Milano, 9 giugno 2014.
Federico e Lucrezia Borromeo partecipano con
affettuosa amicizia al grave lutto che ha colpito
l’amico Chicco per la perdita del padre
Marchese
Lodovico Gropallo
- Milano, 9 giugno 2014.
Gughi, Angelica e Nicola, Barbara, Paolo e
Maria, Michele e Valentina sono vicini con affetto
al carissimo Chicco nel ricordo del suo papà
Conte
Dott. Lodovico Gropallo
persona in grado di affrontare con impareggiabile senso dello humour e signorilità anche le più
difficili vicende della vita.
- Milano, 9 giugno 2014.
Francesco e Ilaria abbracciano con tenerezza
Nicoletta ricordando la simpatia e la vitalità di
Fabrizio del Balzo
- Milano, 9 giugno 2014.
Tutti i dipendenti di Lago S.p.A., unitamente a
Francesco Abba, partecipano con affetto al dolore di Donna Nicoletta Gola, di Ricciarda e Clotilde per la scomparsa dell’amato
Fabrizio del Balzo
- Milano, 9 giugno 2014.
Fabrizio del Balzo
Partecipano al lutto:
– Beno e Giosetta Reverdini.
– Paolo e Alessandra Giulini di Vialba.
Cromm International Srl partecipa al dolore
della famiglia Pansera per la scomparsa del signor
Franco Pansera
- Milano, 9 giugno 2014.
Marco Consolaro esprime il suo cordoglio per
la scomparsa del signor
Franco Pansera
- Milano, 9 giugno 2014.
Siamo vicini a Raffaele per la scomparsa della
cara mamma
Giuliana Ferrero
Studio Legale De Falco e Grompe.
- Milano, 9 giugno 2014.
È scomparso l’
Ing. Manlio Tesio
Lo annuncia nel dolore il figlio Luigi con la moglie
Liliana ed i nipoti Guido ed Enrico.- I funerali saranno celebrati mercoledì 11 giugno alle ore 11
nella chiesa interna della Clinica Capitanio di Milano (via Mercalli). - Milano, 9 giugno 2014.
Rosangela, Antonio, Paola e famiglie ricordano
l’amico di sempre
ing. Manlio Tesio
e abbracciano con infinito affetto Gigi, Liliana,
Guido e Enrico. - Milano, 9 giugno 2014.
Dirigenti e collaboratori del gruppo Bracco partecipano sentitamente al dolore della collega Hilke Baasch e della sua famiglia per la perdita del
padre
Dott. Lodovico Gropallo
RCS MediaGroup S.p.A. - Via Rizzoli,8 - 20132 Milano
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L’INVIO DI UN FAX DEVE ESSERE ACCOMPAGNATO DA COPIA DI UN DOCUMENTO DI IDENTITA’
Horst Baasch
- Milano, 10 giugno 2014.
TARIFFE BASE IVA ESCLUSA:
Diana Bracco prende parte al lutto della Dottoressa Hilke Baasch per la perdita del padre
Corriere della Sera
Horst Baasch
Elisabetta Sgarbi e Mario Andreose con tutti gli
amici di Bompiani ricordano
Conte
Luca Canali
autore e amico di lunga militanza.
- Milano, 9 giugno 2014.
PER PAROLA:
Necrologie: € 5,00
Adesioni al lutto: € 10,00
A MODULO:
Solo anniversari,
trigesimi e ringraziamenti: € 540,00
- Milano, 9 giugno 2014.
Marco con Alba, Carlo e Angelica.
- Milano, 9 giugno 2014.
Fabrizio del Balzo
Ing. Marco Signorelli
esempio di competenza e passione professionale, che rimarrà sempre nel ricordo di tutti.
- Milano, 9 giugno 2014.
Carlo, Federica e Constantin, Eugenio e Clementina, Domitilla e Giacomo, sono vicini a Chicco ricordando con affetto il suo caro papà
- Milano, 9 giugno 2014.
Enrico e Matilde Giliberti, profondamente rattristati, si uniscono a Nicoletta e alla famiglia nel
ricordo del caro
I Dirigenti e colleghi di Conteco SpA sono vicini
a Marta e Chiara e tutti i familiari per la tragica
scomparsa dell’
- Milano, 10 giugno 2014.
Gege e Letizia abbracciano con tanto affetto
l’amica Nicoletta per la scomparsa dell’amatissimo
Fabrizio
Marco
- Milano, 9 giugno 2014.
Chicco, grande amico mio, ti sono vicino per
la perdita del tuo caro papà
- Milano, 9 giugno 2014.
Caro
ti ricordiamo con affetto ed amicizia, sei stato un
collega prezioso ed un amico sincero per tutti
noi.- Sarai sempre nei nostri cuori.- Elena, Emanuele, Francesco, Marco, Salvatore.
- Milano, 9 giugno 2014.
Lodovico
Con l’affetto di sempre che ho e avrò per
Lodovico
ti abbraccio Francesco.- Anna.
- Milano, 9 giugno 2014.
Cristina con Alberto e Ottavia, Simona con
Paolo, Leonardo e Matteo, insieme a Vera ricordano i tantissimi giorni felici trascorsi con
Lodovico
La casa editrice Rizzoli con Bur ricorda con
commozione
Lodovico
- Opera, 9 giugno 2014.
È mancata all’affetto dei suoi cari
Emilia Gatti ved. Testa
Il Presidente, la Direzione ed il personale tutto
di Astaldi S.p.A. si uniscono con grande e profonda tristezza al dolore della famiglia per la prematura ed improvvisa scomparsa del caro collega
Rag. Giuseppe Visinoni
ricordandone le innumerevoli doti umane e professionali. - Roma, 10 giugno 2014.
Anna Maria Liotti con i figli e il nipote Pietro
Liotti annuncia la scomparsa del cugino
Partecipano al lutto:
– Paola, Mario Pozzoli e figli.
10 giugno 1988 - 10 giugno 2014
A ventisei anni dal suo ritorno alla casa del Padre, la moglie Mariuccia ed i figli Giulio, Elio,
Emanuele con le loro famiglie ricordano con infinito amore il
Emilia Gatti ved. Testa
- Bergeggi, 9 giugno 2014.
Roberto, Gianluigi e Silvia Galbiati partecipano
con affetto al dolore dei figli e delle loro famiglie
per la scomparsa della
sig.ra Emilia Gatti Testa
- Monza, 9 giugno 2014.
Un uomo buono è volato via
Lorenzo Passera
Carlo. - Milano, 8 giugno 2014.
Necrologie: € 1,90
Adesioni al lutto: € 3,70
A MODULO:
Solo anniversari,
trigesimi e ringraziamenti: € 258,00
Marisa Bianchi ved. Viganò
Raggiungi la serenità accanto al tuo amato Alfredo ed ai tuoi cari defunti.- Ti accompagni un
forte abbraccio, Marco con figlie.- Un sentito ringraziamento a tutti coloro che mi sono stati vicini.- Le esequie avranno luogo martedi 10 alle ore
11 presso la parrocchia Santa Maria al Paradiso,
corso Porta Vigentina 14, Milano.
- Milano, 9 giugno 2014.
di 93 anni.- Ne danno il triste annuncio: i figli
Gigi, Marisa, Enrico e Lia, il fratello Virginio, le
nuore, i generi ed i nipoti.- I funerali avranno
luogo martedì 10 giugno alle ore 15.30 nel Duomo di Monza indi la cara salma verrà tumulata
nel cimitero urbano.- Un commosso ringraziamento a quanti interverranno alla mesta cerimonia. - Monza, 9 giugno 2014.
Gianfranco e Gabriella Locati sono affettuosamente vicini a Gigi e familiari nel dolore per la
perdita della loro cara mamma signora
PER PAROLA:
Sì è spenta come un lumicino
- Milano, 9 giugno 2014.
La famiglia Asti e tutta Asticarta si stringono
all’amico Chicco per la perdita del suo papà
Gazzetta dello Sport
Luca Canali
illustre latinista, scrittore e poeta.
- Milano, 9 giugno 2014.
Prof. Michele Correra
I funerali saranno celebrati oggi alle ore 16 nella
Cattedrale di Campobasso.
- Roma, 10 giugno 2014.
Diritto di trasmissione:
pagamento anticipato € 1,67 - pagamento differito € 5,00
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al pagamento con carta di credito
Servizio fatturazione necrologie:
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mercoledì 9/12.30 - giovedì/venerdì 14/17.30
fax 02 25886632
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Cavaliere del Lavoro
dott. Elto Nardi
- Milano, 10 giugno 2014.
10 giugno 2009 - 10 giugno 2014
Peppino Pisante
Vivi sempre con noi.- La famiglia.
- Milano, 10 giugno 2014.
Oreste Pellegrini
Caro papà sei sempre nel mio cuore.- Adriana.
- Monza, 10 giugno 2014.
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Corriere della Sera Martedì 10 Giugno 2014
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vittoria
del
marito.
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Martedì 10 Giugno 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Tv in chiaro
Teleraccomando
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di Maria Volpe
PER RICORDARE
PER DISTRARSI
La faccia onesta
della politica
Bonolis celebra
lo sport azzurro
Due speciali dedicati alla
memoria di Enrico Berlinguer
(foto), in occasione del
trentennale della scomparsa
del leader comunista. Stasera
va in onda «Berlinguer,
passione politica», ore 21.30,
con Emanuele Macaluso,
Walter Veltroni e Ugo Magri.
Si ricostruisce la vicenda
politica di Berlinguer a
partire dalla sua nomina a
segretario del Partito
Comunista italiano, il 17
marzo 1972. Domani, stessa
rete alle 20.50, il secondo
documentario, «La voce di
Berlinguer», filmdocumentario presentato
all’ultimo Festival del
Cinema di Venezia.
Uno spettacolo per celebrare i
100 anni del Coni, il Comitato
Olimpico Nazionale Italiano.
Conduttore della serata è
Paolo Bonolis (foto) che
insieme al pubblico
ripercorrerà la storia
sportiva italiana degli ultimi
100 anni attraverso storie,
immagini, rievocazioni.
Ospiti alcuni tra i più celebri
medagliati olimpici (tra cui
Federica Pellegrini, Alberto
Tomba, Sara Simeoni) e
attori come Giorgio Pasotti,
Claudio Santamaria,
Cristiana Capotondi.
L’accompagnamento
musicale è affidato alle voci
di Andrea Bocelli e Gianni
Morandi.
Berlinguer, passione politica
Rai Storia, ore 21.30
Lo spettacolo dello sport
Rai1, ore 21.15
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Film e programmi
Floris, tutto cambia Eddie Murphy torna
tranne la corruzione a indossare la divisa
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Anche le roccheforti politiche
cambiano bandiera: solo la
corruzione in Italia non passa
mai la mano. Giovanni Floris
(foto) ne discute con Poletti,
Cattaneo, De Micheli, Landini.
Ballarò
Rai3, ore 21.05
Terza avventura di Alex Foley
(Eddie Murphy, foto), agente
della polizia di Detroit dalla
risata inconfondibile. La regia di
John Landis mescola poliziesco
e comico con risultati esilaranti.
Beverly Hills Cop 3
Rete 4, ore 21.15
Ex violoncellista
prepara i defunti
Due storici incontri
per la Nazionale
Un giovane violoncellista
disoccupato (Masahiro Motoki)
fissa un colloquio di lavoro con
quella che pensa sia un’agenzia
di viaggi. Scoprirà che quello
che cercano è un tanatoesteta.
Departures
Rai5, ore 21.15
In attesa dei Mondiali, viene
riproposta la finale di Spagna
1982 tra l’Italia di Paolo Rossi
e la Germania di Karl Heinz
Rummenigge. A seguire, il
match Italia-Brasile del 1994.
Per sempre campioni
La7, ore 21.10
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Corriere della Sera Martedì 10 Giugno 2014
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Film
e programmi
Se la terapia di coppia
diventa un incubo
Quattro coppie di amici si iscrivono
a una terapia coniugale superlusso
in Polinesia. Dovranno sopravvivere
a esercizi tantrici, sedute di analisi
interminabili e al petulante maestro
di yoga. Con Vince Vaughn (foto).
L’isola delle coppie
Cinema Comedy, ore 21.15
La spia Matt Damon
ha perso la memoria
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Dopo un incidente in mare, Jason
Bourne (Matt Damon, foto) non
ricorda più chi è. Mettendo
insieme degli indizi scoprirà di
essere un agente segreto. Dal
bestseller di Ludlum.
The Bourne Identity
Cinema Energy, ore 23.20
Redford pazzo d’amore
per Mia Farrow
Jay Gatsby (Robert Redford) è stato
l’amante della bella e viziata Daisy
Buchanan (Mia Farrow, foto con
Redford), che ha però sposato un
altro. Gatsby sarà pronto a correre
qualsiasi rischio per riaverla.
Il grande Gatsby
Sky Cinema Classics, ore 23
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Dentro la mente
del serial killer
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Lo scrittore Jim Rash, vincitore
dell’Academy Award, rivela come
nasce e si sviluppa la psicologia
dietro al poliziotto/serial killer
più amato e controverso della
televisione, «Dexter».
Writers’ Room - Dexter
Sky Arte HD, ore 22.30
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A fil di rete
di Aldo Grasso
I canali sportivi Rai
e l’arte dell’autogol
I
l Servizio pubblico, come il diavolo, si nasconde nei dettagli. Tutti a riempirsi la bocca di Servizio pubblico, com’è, come dovrebbe essere. E poi accuse di politicizzazione, cattiva amministrazione, sprechi…
Si dice: la Rai deve cambiare, deve tornare a essere
competitiva e deve ritrovare una nuova identità, al passo con
un sistema mediatico completamente cambiato dalla rete. Ok,
tutto giusto. Persino quelli che sono entrati in Rai grazie a
qualche partito ora invocano serie riforme.
Vincitori e vinti
Poi succede questo. La Rai ha
u n a q u i n d i c i n a d i ca n a l i
Alex
(un’esagerazione), di cui due inO’Loughlin
teramente dedicati allo sport.
La serialità
Sabato scorso su RaiSport 1 stacrime supera
va andando in onda la finale
la musica
femminile del Roland Garros tra
italiana. Domenica
Maria Sharapova e Simona Hain compagnia della
lep. Le due tenniste stavano sul
squadra di «Hawaii
4-4 al terzo set, il momento clou
Five-0», capitanata da
di tutto il torneo, un torneo delAlex O’Loughlin: per la
lo Slam. A quel punto, il cronista
prima serata di Rai2
ha dovuto cedere la linea al calgli spettatori sono
cio, per trasmettere il playoff di
2.316.000, per una
Ritorno di Lega Pro (la vecchia
share del 9,2%
Serie C1) di calcio tra Frosinone
e Lecce per salire in Serie B.
Laura
Due network dedicati allo
Pausini
sport e si commettono simili erLa musica
rori? «Una figuraccia annunciaitaliana
ta, un orrore per gli appassionasuperata
ti di sport e una vergogna che ridalla serialità crime
cade sulla testata… offrendo ulmade in Usa. Su
teriori motivazioni a chi getta
Italia 1 concerto della
discredito sul Servizio pubblidomenica per Radio
co». Così l’Esecutivo Usigrai e il
Italia: per J-Ax,
CdR di RaiSport hanno comNegramaro, Pausini
mentato l’interruzione, aggiune gli altri 1.279.000
gendo: «La finale del Roland
spettatori, e una share
Garros altro non è che la prova
del 6,6%
più fragorosa di episodi simili
passati spesso sotto silenzio
perché la rilevanza non era della stessa portata».
Rai Sport è diretta da Mauro Mazza, ex direttore di Rai1, uno
dei «ragazzi di via Milano», insieme con Gianfranco Fini,
Maurizio Gasparri, Adolfo Urso, Francesco Storace, Gennaro
Malgieri, Bruno Socillo.
Nessuno getta discredito sul Servizio pubblico. Ci pensa la
Rai, da sola.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Forum «Televisioni»: www.corriere.it/grasso
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Martedì 10 Giugno 2014 Corriere della Sera
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