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Corriere della sera - 17.07.2014

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GIOVEDÌ 17 LUGLIO 2014 ANNO 139 - N. 168
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PASSIONE, RESPONSABILITÀ, LUNGIMIRANZA
LA DISCIPLINA
DELLA VERITÀ
Medio Oriente
La testimonianza dei giornalisti: «Bombardati mentre giocavano a calcio». Israele parla di tragedia e apre un’inchiesta
Missile sulla spiaggia:
morti 4 bambini a Gaza
di MICHELE SALVATI
di DAVIDE FRATTINI
bambini palesti- ORRORE SENZA FINE
Q uattro
nesi tra i 9 e gli 11 anni
AFP / THOMAS COEX
sono rimasti uccisi ieri mentre giocavano sulla spiaggia di
Gaza, colpiti da un missile
israeliano: l’ipotesi è che siano stati confusi per combattenti (nella foto, i soccorsi a un
ragazzo ferito). Intanto dalla
Striscia continua il lancio di
missili verso lo Stato ebraico,
che per oggi ha accettato un
cessate il fuoco umanitario di
sei ore chiesto dall’Onu. Hamas chiede una tregua decennale e la fine dell’embargo.
di CLAUDIO MAGRIS
L
a morte orribile e straziante dei
quattro bambini palestinesi intenti
a giocare o ad aiutare i padri pescatori
a gettare le reti — morte che si aggiunge
a quella di tante altre vittime
egualmente innocenti di una parte e
dell’altra e alla quale seguiranno
verosimilmente altre morti altrettanto
strazianti ed orribili — non tollera
alcuna effusione sentimentale, che
dinanzi alla terribile realtà suonerebbe
retorica anche se sentita profondamente.
CONTINUA A PAGINA 11
ALLE PAGINE 10 E 11 Valentino
I leader non trovano l’accordo, nomine rinviate ad agosto. Renzi: chiediamo solo rispetto
In Francia
Caso italiano al vertice Ue
GLI UNDER 13
E IL COPRIFUOCO
NELLE CITTÀ
DOPO LE 23
Resistenze su Mogherini. Nuove sanzioni Usa, l’ira della Russia
Renzi «chiede il rispetto dovuto a un Paese fondatore». Ma esplode il caso italiano al
vertice Ue sul nome del successore di Cathy
Ashton alla guida della diplomazia europea:
l’Alto rappresentante per la politica estera è
anche vicepresidente della Commissione.
Resistenze su Mogherini. I leader non trovano l’accordo, nomine rinviate ad agosto.
Nuove sanzioni Usa, l’ira della Russia.
Giannelli
ALLE PAGINE 2 E 3
di STEFANO
MONTEFIORI
L’analisi
LE INSIDIE EUROPEE
SU UNA CANDIDATURA
CHE RESTA DIVISIVA
di FRANCO VENTURINI
Caizzi, Natale, Offeddu
A PAGINA 36
Il verbale di Pieczenik, consulente Usa di Cossiga nel ‘78
«Non dovevamo salvare Moro
ma stabilizzare il vostro Paese»
di GIOVANNI BIANCONI
È
Il premier: alla fine sarà lei
di MARIA TERESA MELI
A PAGINA 3
CONTINUA A PAGINA 7
stato ascoltato da un magistrato italiano il «dottor Pieczenik», lo psichiatra americano chiamato a Roma nel
marzo 1978 dall’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga dopo la strage
di via Fani (foto) e il rapimento di Aldo
Moro. «L’ordine non era di far rilasciare
l’ostaggio, ma di stabilizzare l’Italia».
A PAGINA 15
Le tensioni, il fastidio della società per l’atteggiamento di Conte: i retroscena dell’addio
Allegri alla Juve, i tifosi già contestano
di PAOLO TOMASELLI
LA FAME FEROCE
CHE CI MANCHERÀ
«L
a prossima vittoria è
sempre la più bella». Cita l’Avvocato Agnelli,
Massimiliano Allegri, nel
primo giorno da allenatore
della Juventus: per lui contratto biennale. Intanto si
susseguono le ricostruzioni tempestose sulla rottura
tra il club e Antonio Conte.
E i tifosi contestano il successore a voce e sul Web.
ALLE PAGINE 40 E 41 Bonsignore
Ravelli Riggio Sconcerti
di PIERLUIGI BATTISTA
N
el cuore bianconero Antonio Conte
non è stato un tecnico qualsiasi che
si cambia e si sostituisce come una
camicia sgualcita, ma il simbolo della
fuoriuscita da un inferno. Lo stile
Juventus, che poi esiste più nel rimpianto
della leggenda che nella storia vera,
avrebbe richiesto modi più compassati.
CONTINUA A PAGINA 40
ANSA
l’analisi più affidabile dei
guasti che corrodono il nostro Paese e, di conseguenza, quali sono le aree nelle
quali si dovrebbe intervenire con le riforme? E come?
Un giudice, ma anche uno
storico, sanno benissimo
com’è difficile ricostruire la
verità: nel film Rashomon,
Akira Kurosawa ne ha dato
una rappresentazione indimenticabile per la sua forza.
Dagli esempi che Galli della
Loggia riporta mi sembra di
capire che la sua verità assomiglia abbastanza alla mia.
E poi i guasti nelle istituzioni, nell’economia, nella società, nella cultura e nelle
mentalità del nostro Paese
sono così evidenti e macroscopici che dovrebbero bastare criteri elementari di efficienza e di giustizia —
condivisi dalla gran parte
dei nostri concittadini, quali
che siano le loro convinzioni politiche — per farne una
narrazione capace di ottenere un largo consenso. Temo
che le cose siano un po’ più
complicate di così, dato che
in Italia circolano oggi tante
«verità» partigiane, un quasi ossimoro. Ma ammettiamo, senza concederlo, che
le cose siano abbastanza
semplici da poter passare alla seconda domanda.
Basterà questa verità,
questa narrazione, per
«mobilitare le menti e i
cuori degli italiani e in questo modo spingerli al rinnovamento e all’azione»? In altre parole — perché di questo si tratta — che cosa deve
fare un politico dotato del
carisma di Matteo Renzi? Se
dire la «verità», e quanta verità dire, sia sufficiente a
«mobilitare le menti e i
cuori» in un Paese così
frammentato culturalmente e politicamente diviso com’è l’Italia — è un giudizio
che conviene lasciare al politico, perché questo — l’intuito per il consenso — è
una parte essenziale del suo
mestiere e di esso Renzi ha
dimostrato sinora di essere
ben provvisto.
OLYCOM e SYNC / ALBERTO RAMELLA
9 771120 498008
40 7 1 7>
Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004 art. 1, c1, DCB Milano
«B
isogna dire la
verità agli italiani». Non
so quanti siano gli articoli che ho scritto
su questo giornale e che si
concludevano con quel ritornello: forse troppi. Li ho
scritti quando al governo era
Berlusconi e imperava una
filosofia alla Mike Bongiorno («allegria!»); e quando al
governo era la sinistra, un
po’ più sobria ma che, con la
verità, non aveva un rapporto molto diverso. «La verità
mi fa male», cantava Caterina Caselli alla fine degli anni
60. Fa male a un politico dire
agli italiani che per troppo
tempo hanno vissuto al di
sopra dei propri mezzi — il
debito ne è la conseguenza
— e che, per rientrare e tornare a crescere, sarà necessario un lungo periodo di
sofferenze, durante il quale
molte istituzioni e rapporti
cui si sono assuefatti dovranno essere radicalmente
riformati. Nella politica,
nella pubblica amministrazione, nell’istruzione, nella
giustizia, nel Mezzogiorno,
nella legislazione del lavoro, nell’impresa, e si può
continuare. Le sofferenze,
in realtà, sono iniziate da
molto tempo: è almeno dall’inizio del secolo che il Paese ristagna e la prospettiva
di un declino secolare si avvicina. Ma la ragione per cui
gli italiani devono subirle
— la verità, appunto — non
è per loro ancora chiara. E
ancor meno chiaro è se le riforme promesse saranno
giuste e radicali quanto è
necessario ad evitare che
debbano subirle anche i loro figli. A partire da queste
convinzioni — che mi sono
formato attraverso lo studio
delle origini del declino italiano — ho provato una forte sintonia con l’editoriale
che Galli della Loggia ha
scritto sul Corriere di lunedì
scorso: «Dirsi in faccia un
po’ di verità». Due domande, però, che rivolgo anche
a me stesso.
La prima è ovvia: qual è la
verità? In altre parole, qual è
M
ulta per gli under 13
in strada dopo le 23.
I ragazzini di età inferiore
ai 13 anni sorpresi fuori
di casa a Suresnes (a
nord-ovest di Parigi) tra
le 23 e le 6 del mattino
saranno fermati, riportati
a casa e la multa
conseguente la
pagheranno i genitori.
Lo ha deciso il sindaco
Ump (centrodestra)
Christian Dupuy, dopo
che l’anno scorso una
banda di adolescenti
appassionati di petardi
aveva finito con il dare
fuoco a una villetta.
Con l’estate in Francia
arriva la stagione del
coprifuoco per i
ragazzini. Il primo a
deciderlo quest’anno
è stato il sindaco di
Béziers, Robert
Menard, eletto con i
voti del Front National.
A PAGINA 19
2
Primo Piano
Giovedì 17 Luglio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
#
Unione Europea Gli incarichi
Nomine e Russia, tensioni alla Ue
Rinvio al 30 agosto per le designazioni. Nuove sanzioni contro Mosca
Le restrizioni
Nel mirino Usa
la Rosneft
e la banca
di Gazprom
BRUXELLES — Sanzioni più
dure contro la Russia. La Casa
Bianca decide di inasprire i
provvedimenti per cercare di
«ammorbidire» Mosca sulla
crisi ucraina. L’accelerazione
voluta dal presidente Obama,
riportata dal New York Times,
riguarda misure nei confronti
di banche, energia e società
del settore della difesa.
Sebbene i nuovi
provvedimenti non
colpiscano interi settori
economici come era stato
minacciato in precedenza, si
tratta comunque di misure
che vanno ben oltre i vincoli
finanziari e di movimento
imposti fin’ora ad alcune
dozzine di singoli individui.
In particolare le sanzioni
mirano a restringere
fortemente l’accesso al
mercato del credito
statunitense per le aziende
messe nel mirino. Fra le
imprese colpite dalle sanzioni
di Washington, vi sono alcuni
dei maggiori gruppi
industriali e finanziari russi.
Giganti come Rosneft,
l’azienda petrolifera di stato e
principale produttore di
petrolio, guidata da Igor
Sechin e inserita nella top
ten delle multinazionali (con
un fatturato di 102 miliardi di
dollari), per la quale è
previsto il congelamento dei
beni negli Stati Uniti e il
divieto di fare affari con
aziende e i liberi
professionisti americani. E
Gazprombank, il braccio
finanziario di Gazprom, il
colosso statale che produce
gas naturale. La scure delle
sanzioni statunitensi cade
anche su Novatek, un altro
produttore di gas naturale,
principale concorrente di
Gazprom, e Veb, la banca di
sviluppo economico statale.
L’amministrazione Usa ha
inoltre inserito nell’elenco dei
soggetti da sottoporre a
sanzioni anche otto aziende
statali che operano nel settore
della difesa e quattro alti
funzionari del governo russo,
incluso un assistente del
presidente russo Vladimir
Putin, un alto ufficiale del
servizio di sicurezza, un
armatore in Crimea, la regine
da poco annessa alla Russia,
un leader separatista
filorusso e l’intera
organizzazione degli
indipendentisti asserragliati a
Donetsk e Luhansk, nell’est
dell’Ucraina, che Washington
ritiene siano finanziati e
armati da Mosca. Il conflitto
ucraino è all’origine delle
decisioni prese a Washington.
«Abbiamo messo in guardia
la Russia affinché si
adoperasse per una soluzione
della crisi altrimenti ci
sarebbero state conseguenze
economiche», ha dichiarato il
portavoce della Casa Bianca
Josh Earnest.
DALLA NOSTRA INVIATA
BRUXELLES — Tra candidature tattiche, frenate, prevertici
e bilaterali la giornata del Consiglio che apre di fatto l’era Juncker è un’altalena, non solo per
l’Italia che nelle parole del premier Matteo Renzi «chiede il rispetto dovuto a un Paese fondatore». Fonti interne Ue non nascondono la delusione per il ridimensionamento delle
aspettative in un vertice che doveva incoronare il successore di
Cathy Ashton alla guida della diplomazia europea, la più urgente tra le nomine poiché l’Alto
rappresentante per la politica
estera è anche vicepresidente
della Commissione, e che invece
ha mostrato un’Unione in affanno, ancora legata a logiche di
spartizione delle cariche e prestigio nazionale. Stallo a dispetto delle ambizioni di riforma
suggellate dal programma di
Jean-Claude Juncker e dalla sua
investitura a capo dell’esecutivo, primo passo verso quell’Europa dei cittadini simboleggiata
dai nuovi equilibri istituzionali
che potenziano il ruolo del Parlamento degli eletti.
La signora in giallo e il grande
capo arrivano a Palazzo Justus
Lipsius a due minuti di distanza.
La Cancelliera tedesca Angela
Merkel dà subito la rotta: la discussione si concentra sui «progressi insufficienti in Ucraina,
siamo pronti a nuove sanzioni
contro la Russia». Juncker tira
dritto in un sospiro, «Bonjour».
Buongiorno, lunga notte.
L’Italia punta tutto, troppo, su
Federica Mogherini Alto rappresentante per la politica estera e
di sicurezza. Il prevertice dei socialisti europei fa velo con una
doppia candidatura femminile e
affianca a Mogherini la premier
danese Helle Thorning-Schmidt. Ticket problematico, con
l’italiana che inquieta il CentroEst per le aperture su Mosca e la
leader di un Paese fuori dall’eurozona che andrebbe a presiedere il Consiglio dei capi di Stato
e di governo chiamato a definire
le priorità politiche dell’intera
Unione. Perfette per rappresentare all’estero un’Europa moderna e propositiva, provenienti
entrambe dalla metà occidentale del continente. A Est, il blocco
dei Paesi entrati nella Ue con il
grande allargamento del 2004
reclama riconoscimento e poteri effettivi. Ed è con il primo ministro polacco Donald Tusk che
la Merkel si mostra in un insolito faccia a faccia a beneficio della stampa nell’assolato pome-
Tarda sera
La prima riunione
dell’era Juncker si
chiude con uno stallo a
tarda sera
Nuove dinamiche
I funzionari europei
parlano di «nuove
dinamiche nella ricerca
di un compromesso»
riggio di bilaterali che precede il
vertice. «Cerchiamo un Alto
rappresentante che abbia più
esperienza», risponde sul caso
Mogherini Elmar Brok, presidente della Commissione Affari
esteri dell’Europarlamento e
consigliere della Cancelliera.
Nomi vecchi e nuovi si rincorrono, dalla bulgara Kristalina Georgieva al polacco Radek Sikorski alla francese di origini italiane Elisabeth Guigou. In serata
da ambienti Popolari filtrano
voci su un consenso di massima
intorno a Enrico Letta alla testa
del Consiglio. «Impossibile confermare», ripetono i funzionari
Ue, che non escludono la possibilità di «nuove dinamiche nella
ricerca di un compromesso
sempre più difficile». Tra i nomi
in corsa anche l’estone Andrus
Ansip e il lettone Valdis Dombrovskis, una partita che incrocia linee di frattura storico-geografiche, alchimie Popolari-Socialisti-Liberali, divergenze sull’interpretazione del Patto di
stabilità e crescita, mire sui portafogli della futura Commissione. Pacchetto nomine rinviato al
prossimo vertice, convocato per
il 30 agosto.
I leader hanno discusso nuovi provvedimenti contro Mosca:
blocco di prestiti per tre miliardi
di euro, congelamento di asset e
di visti individuali. Manovra in
sintonia, anche se più circoscritta, con l’inasprimento delle
sanzioni annunciato dagli Usa,
misure mirate ai settori difesa,
finanza ed energia per colpire
nodi vitali dell’economia russa
come il colosso petrolifero Rosneft e quello bancario Gazprombank. Il presidente russo
Vladimir Putin avverte: «Attenti
all’effetto boomerang».
Maria Serena Natale
© RIPRODUZIONE RISERVATA
L’omaggio
«Insegnare
il coraggio
della pace»
GERUSALEMME — Il
ministro degli Esteri,
Federica Mogherini, in
visita, ieri, a Yad
Vashem, il museo
dell’Olocausto, dove,
nel corso di una
cerimonia nella Hall of
Remembrance, ha
deposto una corona di
fiori in memoria delle
vittime della Shoah.
«Possa la mia
generazione imparare
dai padri l’aspirazione
alla pace e insegnare ai
figli il coraggio di
farla», ha detto il
ministro, visibilmente
emozionata, leggendo
il testo che aveva
apposto sul libro
d’onore del Memoriale.
Federica Mogherini, 41
anni, è candidata a
ricoprire la posizione
di Alto commissario
per la politica estera e
di sicurezza e
vicepresidente
dell’Unione Europea.
Dietro le quinte A pesare sull’eventuale vittoria o la sconfitta della candidata italiana, la posizione della Cancelliera tedesca
Le manovre di baltici e inglesi
Ma Berlino non vuole strappi
Le indiscrezioni dopo le riserve espresse da Juncker
DAL NOSTRO INVIATO
BRUXELLES — Lo scontro sulla
candidatura della responsabile della
Farnesina Federica Mogherini come
Alto rappresentante per la politica
estera e di sicurezza dell’Ue, che è
contemporaneamente anche vicepresidente della Commissione europea, ha aperto un delicato problema
politico nel Consiglio straordinario
dei capi di Stato e di governo sulle
euronomine. Il premier Matteo Renzi, entrando nella riunione a Bruxelles, ne ha fatto una questione di «rispetto» dell’Italia, «uno dei Paesi
fondatori». In questo modo ha elevato e radicalizzato il livello del confronto, facendo capire che dal summit sulle euronomine — se fosse stata bocciata Mogherini — sarebbero
usciti leader vincitori e vinti. Con
tutte le relative conseguenze per un
organismo comunitario orientato a
decidere principalmente per consenso.
In questo modo Renzi ha replicato
all’unico vero freno ufficiale alla candidata italiana, in un vortice di manovre, ipotesi e indiscrezioni quasi
sempre pilotate. Lo stop è arrivato
dal neonominato presidente della
Commissione europea, il lussemburghese Jean-Claude Juncker dei
popolari Ppe, che ha incontrato i capi
Interessi
Oltre ai dubbi per la posizione
«filorussa» di Mogherini, ci
sarebbe l’interesse a
boicottare South Stream
di governo nella prima parte del
summit. Juncker ha chiesto come Alto rappresentante e suo vice in Commissione «un giocatore forte ed
esperto». In pratica, pur essendo un
sostenitore della segretezza nelle
trattative comunitarie, ha sorprendentemente evidenziato pubblicamente la principale lacuna diffusa
dagli oppositori a Mogherini, ministro degli Esteri solo dal febbraio
scorso.
In più l’ex premier lussemburghese si è dichiarato orientato a non
concedere nella sua istituzione gli
ampi poteri attribuiti dal Trattato di
Lisbona all’Alto rappresentante, che
finora la britannica Catherine
Ashton non ha utilizzato (trovandosi
spesso in viaggio quando alla Commissione si decideva su dossier importanti). Nel suo programma quin-
Commissione Ue Jean-Claude Juncker
quennale ha scritto di «confidare in
altri commissari per affidargli il
compito di sostituire l’Alto rappresentante per il lavoro in Commissione e sulla scena internazionale».
La richiesta di Renzi del «rispetto»
per l’Italia ha messo gli altri 27 leader
davanti alla responsabilità di chiarire la loro posizione sulla sollecitazione di Juncker, che è stato eletto grazie all’appoggio dell’europartito S&
D del premier italiano e in cambio
del via libera della cancelliera tedesca Angela Merkel e del suo Ppe a un
Alto rappresentante socialista. Dal
summit non è emerso ufficialmente
perché il lussemburghese si è esposto con quelle riserve pesanti alla pagina 10 del suo programma.
L’indiscrezione più semplice ricorda che, da presidente della Commissione, il rappresentante del mini-Granducato da 500 mila abitanti
non gradisce attribuire un ruolo potente e influente alla candidata di un
grande Paese. Juncker ha poi promesso di tutto in quasi tutti i settori
dell’Europarlamento per ottenere i
voti necessari all’approvazione della
sua nomina. Un freno a Mogherini
era sicuramente una buona merce di
scambio con alcuni eurodeputati polacchi e dei Paesi Baltici, che rimproverano alla responsabile della Farne-
Corriere della Sera Giovedì 17 Luglio 2014
Primo Piano
italia: 51575551575557
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Non si tratta di una posizione o dell’altra ma chiediamo il rispetto che spetta a tutti i Paesi e, in
particolare, a uno dei Paesi fondatori come il nostro
Matteo Renzi, presidente del Consiglio italiano
Il retroscena Il premier nega le voci su D’Alema e su Letta: «Proposte mai avanzate»
«C’è un solo nome: Mogherini»
La partita (senza fretta) di Renzi
LLaa m
appa ddei
ei ffunzionari
unzionari Ue
mappa
L'Italia sottorappresentata negli alti ruoli dei funzionari europei
è una delle carte che Renzi ha utilizzato per dare peso
alla candidatura Mogherini
DIREZIONI GENERALI
26
ITALIA
Francia
Regno Unito Germania
Spagna
4
5
5
3
Paola
Testori Coggi
Salute
e consumatori
4
Marco
Marco
Benedetti*
Buti*
Interpretariato Affari economici
e monetari
Giovanni
Kessler
Antifrode
(possibili uscite)*
VICEDIREZIONI GENERALI
ITALIA
2
Germania
Francia
Regno Unito Olanda
6
3
3
3
Roberto Viola: digitale
Fabrizio Barbaso*: energia
CAPIGABINETTO
ITALIA nessuno
DIRETTORI
26
ITALIA
29
29
Germania
Francia
Regno Unito
25
SIAE (servizio diplomatico europeo)
ITALIA
4
Stefano Manservisi: Turchia
Fernando Gentilini: Balcani
Ugo Astuto: Asia meridionale e sudorientale
Agostino Miozzo: responsabile centro di crisi
CORRIERE DELLA SERA
sina una eccessiva condiscendenza
con la Russia di Vladimir Putin. Sempre a Strasburgo è trapelato che, oltre ai dubbi politici di Polonia, Lituania, Estonia e Lettonia, ci sarebbe
l’interesse a boicottare il mega-progetto multimiliardario del gasdotto
russo-italiano South Stream. Più a
largo raggio il solito Regno Unito,
per conto degli Stati Uniti, avrebbe
sobillato Paesi amici dell’Est per in-
Le assicurazioni di Merkel e Hollande: «Quel posto è dell’Italia»
DALLA NOSTRA INVIATA
BRUXELLES — Matteo Renzi non cambia idea. «La politica estera ha un grande
valore»: continua a ripetere il premier italiano per spiegare per quale ragione insiste
per avere la ministra Mogherini al posto di
Lady Pesc. «Non ci sono altri nomi oltre
quello», ribadisce il presidente del Consiglio.
Non è tipo da mollare l’osso, Renzi, e infatti si dice disposto ad accettare l’eventuale slittamento di tutto il pacchetto delle nomine a fine agosto, proposto dalla Germania, solo dopo aver avuto due colloqui
chiave prevertice. Uno con Angela Merkel:
la cancelliera tedesca torna a rassicurarlo
sul fatto che quel ruolo spetta a un esponente del Pse. Il secondo colloquio è con
François Hollande. Il presidente francese
conferma il patto stipulato tra i socialisti
europei: quel posto è dell’Italia.
«Bene — è a questo punto la riflessione
di Renzi — perché gli accordi vanno rispettati, come va rispettata l’Italia, che è
uno dei Paesi fondatori dell’Unione, e il
Partito democratico che alle elezioni europee ha preso il 40,8 per cento». Quindi:
«C’è solo Mogherini».
Esclusivamente a questa condizione il
premier italiano può accontentarsi di tornare in Italia senza avere già la nomina di
Lady Pesc in tasca: «Una volta che mi hanno garantito l’Alta rappresentante, perché
dovrei impuntarmi sui tempi?».
Non mira a un «piano B», Matteo Renzi.
Capisce che Merkel preferisce fare il pacchetto delle nomine tutto insieme, ma
questo non significa che lui abbia intenzione di cambiare opinione. Quello dell’Alto
rappresentante, «utilizzato bene», è un
ruolo chiave e il presidente del Consiglio
non è disposto a rinunciarci: «Il nome dell’Italia lo sceglie il governo italiano». E ancora: «Io non faccio il lobbista del nostro
Paese, sono un europeista convinto, ma
voglio rispetto».
Renzi è conscio del fatto che si sta giocando molto: «So che molti stanno lì pronti a giudicarmi e considerano questo un
banco di prova importante». Però è una
partita su cui è disposto a buttarsi a capofitto. Anche se è chiaro che di qui alla fine
d’agosto tante cose potrebbero accadere e
molte situazioni cambiare.
Per Renzi, comunque, non esistono altri
nomi oltre quello di Federica Mogherini,
anche se dall’Italia alcuni esponenti del
1999
l’anno in cui la Ue
introdusse il ruolo di Alto
rappresentante per la
politica estera e di
Sicurezza Comune
fluenzare — tramite l’Ue — la concorrenza globale tra il gas russo e
quello di scisto Usa.
Un punto fondamentale è capire la
posizione di Merkel, che è stata fin
dall’inizio il principale sponsor della
nomina di Juncker ed era abituata a
mandarlo avanti — quando il lussemburghese era presidente dell’Eurogruppo dei ministri finanziari —
per far imporre le politiche del rigore
Schäuble
Rispetto
«Io non faccio il lobbista del
nostro Paese, sono un
europeista convinto, ma voglio
rispetto»
peo e che si attende solo l’ok di Matteo
Renzi per procedere in questa direzione.
È un palese tentativo di mettere in difficoltà il premier, i cui rapporti con il predecessore, com’è noto, non sono propriamente idilliaci, visti i trascorsi, benché i
due si siano incontrati qualche tempo fa.
L’indiscrezione su Enrico Letta rimbalza
sugli organi di stampa. E arriva, inevitabilmente, anche alle orecchie di Renzi. Il quale è letteralmente basito. Perché a lui, spiega ai suoi, quell’ipotesi e quella proposta
non gli sono mai state avanzate. Di più. Ieri
sera quando è arrivato tardi — apposta —
sul limitare del vertice, proprio per evitare
altre riunioni e, quindi, la possibilità di rimettere in discussione tutte le nomine, ha
Gruppo Da sinistra, Elio Di Rupo, François Hollande, Mariano Rajoy, Matteo Renzi, Frederik Reinfeldt, e il presidente del Consiglio europeo Herman van Rompuy
suo stesso partito, il Pd, la danno per bruciata. Lo ribadisce anche ai suoi, riferendosi all’ipotesi di un ritorno in campo di Massimo D’Alema in quel ruolo. È una voce che
ha ripreso a circolare da una manciata di
giorni a Bruxelles. Nome degnissimo, per
carità, quello di D’Alema, secondo il presidente del Consiglio, ma lui non lo ha mai
fatto nelle sue trattative europee di questo
periodo: «Credo che sia ripreso a circolare
per giochi interni agli ex Ds», confida Renzi ai collaboratori.
Già, giochi. Quelli della politica italiana
rimbalzano anche a Bruxelles. Per mettere
in imbarazzo il governo, e, soprattutto, il
presidente del Consiglio, dopo la riunione
del Ppe, il forzista Antonio Tajani fa circolare la voce che il Partito popolare vorrebbe
Enrico Letta alla guida del Consiglio euro-
avuto un breve colloquio con Herman Van
Rompuy, che non gli ha fatto il nome di
Letta, né gli ha detto che quella sarebbe la
soluzione che non dispiacerebbe al Ppe. E,
assicurano gli uomini dello staff del presidente del Consiglio, nemmeno Angela Merkel, che un certo peso nel Partito popolare
europeo ce l’ha, ha accennato all’eventuale
candidatura di Letta alla presidenza del
Consiglio nel suo colloquio di ieri con il
premier. Del resto, Renzi e la Cancelliera si
sentono spesso e il premier ha confidato
più volte ai suoi collaboratori di non aver
mai sentito Merkel proporgli il nome dell’ex premier. Un’ipotesi che non gli è prospettata nemmeno da Hollande nel colloquio che ha preceduto il vertice.
Le posizioni
Sì tedesco (forse)
Angela Merkel non ha preso
una posizione netta né a
favore né contro la
candidatura della Mogherini,
ma sembra escluso che la
Cancelliera voglia infliggere
all’Italia una sconfitta in Europa
Polonia più possibilista
«Europa vecchia zia? È a lei che si obbedisce»
BERLINO – L’Europa come «una
vecchia zia noiosa», l’ormai
famoso paragone di Matteo
Renzi, non scandalizza il
ministro delle Finanze tedesco
Wolfgang Schäuble, che ha
scelto l’occasione della lecture
organizzata a Berlino dal centro
italo-tedesco di Villa Vigoni per
garantire che la Germania «si
fida» del presidente del
Consiglio. «Non voglio
avergliene a male, perché so che
nella tradizione delle famiglia
italiane — ha detto sorridendo
Tempi
«Una volta che mi hanno
garantito l’Alto rappresentante,
perché dovrei impuntarmi sui
tempi?»
— si obbedisce più alla zia che
ai genitori». Nel suo discorso —
dedicato alla sfide europee del
futuro — Schäuble è partito
proprio da una valutazione
positiva delle «nuove riforme di
largo respiro e molto
ambiziose» che sono
nell’agenda del governo italiano.
«Il piano è stato presentato
prima delle elezioni e il partito
di Renzi ha vinto. Questo
dimostra che i cittadini possono
scegliere la strada delle riforme
se vengono spiegate in maniera
convincente». Rispondendo a
una domanda sui tempi della
loro realizzazione, ha detto che
«non sarebbe una buona idea se
un ministro del governo tedesco
parlasse dell’implementazione
delle riforme del governo
italiano». «Sento dire sempre
dalla Cancelliera — ha aggiunto
— che le relazioni tra lei e Renzi
sono molto strette. Già all’inizio
siamo rimasti molto
impressionati dal programma.
Credo che in ottobre ci saranno
dei passi avanti».
La Polonia, indicata finora nel
fronte contrario alla nomina
della Mogherini, ieri ha dichiarato
di «essere aperta a soluzioni di
compromesso» pur ricordando
di avere un suo candidato alla
carica di Lady Ashton
La Lituania insiste: è no
Per il posto di Alto
rappresentante Ue, il presidente
lituano Dalia Grybauskaite ha
ribadito il no alla Mogherini:
«Sosterrò solo una personalità
esperta di politica estera e che
non sia filo-Cremlino»
Maria Teresa Meli
© RIPRODUZIONE RISERVATA
e le misure di austerità ai Paesi mediterranei con difficoltà di bilancio. Da
varie delegazioni nazionali, durante i
lavori notturni, è trapelato che vari
capi di governo sono arrivati al summit principalmente per chiarire questo dubbio. Naturalmente, se la cancelliera si schierasse contro Mogherini, avrebbe ben altro effetto rispetto al «no» di alcuni Paesi est-europei,
non sufficienti per una minoranza di
blocco nel voto a maggioranza. La
candidata italiana potrebbe saltare.
Ma, tra diplomatici di diversi leader impegnati nel summit a Bruxelles, si tende a escludere che la Germania possa rischiare di decretare
apertamente una dura sconfitta di
Renzi in Europa. E di non rispettare
l’impegno di accettare Mogherini
come Alto rappresentante, nonostante l’appoggio ribadito nella riunione pre-summit dei leader eurosocialisti. La costruzione di una
maggioranza parlamentare tra popolari, socialisti e liberali, che non
presenta al momento alternative per
il governo dell’Ue, potrebbe essere
rimessa in discussione. Il summit si
è così esteso nella notte. Alla fine si è
rinviato l’intero pacchetto di euronomine, evitando vincitori e vinti.
Ivo Caizzi
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✒
Cene informali,
vertici ripetuti
Quei riti eccessivi
di LUIGI OFFEDDU
«B
raccio di ferro per
l’Europa!», gridavano
ieri sera i telegiornali. Allarme
sul monito del Fondo monetario
internazionale, che ha appena
tagliato le previsioni di crescita
dell’eurozona? O sull’altro
monito di Mario Draghi, che ha
intimato di non allentare le
regole di bilancio perché
evidentemente scorge burrasca
all’orizzonte? O sui debiti
pubblici che continuano a
salire? O sull’Unione Bancaria,
data per fatta due anni fa? No,
il braccio di ferro al vertice
straordinario di Bruxelles, ieri,
era sulle nomine. Sulle poltrone
ai vertici. Certo oggi, nel
comunicato finale, si parlerà
anche un poco delle sanzioni
alla Russia, o di economia
continentale. Ma la posta vera,
preannunciata da settimane,
erano le poltrone. Niente
scandali, l’Ue non vive fra gli
angeli, i giochi di potere vanno
regolati. Ma questo è stato il
centosessantaduesimo vertice
dei capi di Stato e di governo
dal 1975 a oggi (più altri 7
precedenti, che ancora non si
chiamavano Consigli europei).
La cadenza di questi sontuosi
appuntamenti è andata
intensificandosi. Un tempo si
tenevano 3, 4 vertici in un
anno: ora 5, 6, a volte di più
perché ci sono pure le «cene
informali». L’Ue ha tanti luoghi
dove decidere, tante procedure
diplomatiche a disposizione.
Ma il vertice dei leader è
diventato ormai la modalità
prevalente, con i suoi riti
ingessati: arrivo di decine di
aerei in serata, con relativi
picchi di inquinamento; strade
sbarrate da cavalli di frisia,
elicotteri, sirene, folle di
telecamere mai rifiutate da
alcuno, cortei di auto verso gli
alberghi; inizio ufficiale di
solito dopo le 20, con la cena,
così da buttar via tutto il giorno
appena trascorso; trattative, a
volte fino all’alba; conclusioni
— quando ci sono — alle 14 del
secondo giorno, conferenze
stampa e partenza di tutti. Solo
nel 2014, nel bilancio Ue è
prevista per i vertici dei leader e
per le riunioni del Consiglio dei
ministri dell’Ue la spesa di
534,2 milioni, che comprendono
gli stipendi di 3.100 addetti (il
6% del budget totale Ue). E
Skype, e gli incontri in
videoconferenza? Stanno nei
programmi dell’Europa digitale
del futuro. Vi ricorre, pare,
perfino il Papa. Intanto, qui a
Bruxelles per settembre, si
preannuncia già un altro
vertice straordinario, o una
cena informale, seguita dal
vertice di ottobre.
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4
Primo Piano
Giovedì 17 Luglio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Il Parlamento Le scelte
Riforme, è già rischio ingorgo
L’opposizione teme la «ghigliottina»
Ostruzionismo trasversale. Chiti: se il testo resta così, io non lo voto
La Nota
di Massimo Franco
Il Senato e l’Europa
spingono il premier
a segnare il passo
I
tempi delle decisioni si debbono inchinare alla complessità delle mediazioni:
in Italia e in Europa. E la strategia di
Matteo Renzi è costretta a segnare il
passo almeno per qualche giorno. Ieri a
Bruxelles i ventotto Paesi dell’Ue non hanno
raggiunto nessun accordo sul «ministro degli Esteri». La candidatura della titolare italiana della Farnesina, Federica Mogherini,
per ora si è arenata di fronte alle resistenze di
alcune nazioni del Nord e dell’Est. È stata la
cancelliera tedesca Angela Merkel, vera regista delle nomine, ad annunciare che non sarebbero state prese decisioni. Ma forse l’elemento più imbarazzante, per Renzi, è un altro.
Dall’entourage del presidente del Consiglio Ue uscente, Herman Van Rompuy, è filtrata la notizia di un «gradimento» di molti
Paesi alla candidatura di Enrico Letta come
suo successore: un’eventualità che il premier
italiano ha sempre escluso, vista la ruggine
politica e personale tra lui e l’ex presidente
del Consiglio. Ma se emergesse un’indicazione corale in questo senso, al governo non sarebbe facile rifiutare un incarico ben più importante del «Pesc», la Farnesina europea,
per un italiano dello stesso partito di Renzi. Si
tratta di un gioco a incastro nel quale le questioni e le diatribe interne passano in secondo piano: o almeno dovrebbero.
Si vedrà. Quanto alla riforma del Senato, la
previsione è che il
testo voluto dal
premier e da Silvio
Berlusconi sarà
votato non prima
d e l l a p ro ss i m a
Pesano le
È zaresistenze di Pd settimana.
vorrato da quasi
e FI e il gioco
ottomila emendamenti dell’opposia incastri
zione e ieri si prea Bruxelles
vedevano ancora
almeno diciassette
ore di dibattito.
«Affrontiamo un giorno alla volta», ha risposto con realismo il ministro Maria Elena Boschi, consapevole che la filiera dei contestatori comprende pezzi del Pd e di FI.
Sebbene si tratti di minoranze, sono agguerrite e sembrano non temere le minacce
dei gruppi dirigenti. Il timore che la fretta di
Renzi sia legata alla voglia di voto anticipato
viene gonfiato strumentalmente, sapendo
che può fare breccia in un Parlamento inquieto. Il problema è che l’allungamento dei
tempi al Senato fa slittare a settembre la legge
sul mercato del lavoro: un tema che sta a cuore sia a palazzo Chigi, sia soprattutto all’Europa. Nei toni degli alleati europei, tedeschi
ma non solo, si nota un’aria di sfida nei confronti del presidente del Consiglio.
A Renzi che aveva paragonato l’Europa a
«una vecchia zia noiosa», replica sarcastico il
ministro delle Finanze della Germania, Wolfgang Schauble: «Nella tradizione delle famiglie italiane si obbedisce più alla zia che ai genitori». Lo scontro tra Ppe e Pse si confonde
con quello tra Nord e Sud dell’Unione. E l’Italia rischia di farne le spese. La partita è aperta, e la lobby degli Stati che gravitano nell’area tedesca getta semi di scetticismo legati
alla presunta posizione filo-russa della Mogherini e alla sua inesperienza. Sarà una trattativa più lunga del previsto: una sfida insidiosa alla strategia della velocità renziana,
poco compresa fuori dall’Italia.
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ROMA — «Affrontiamo le cose
un giorno alla volta...». Maria Elena Boschi si prepara a scalare la
montagna dei 7.830 emendamenti
alla riforma della Costituzione.
L’ostruzionismo trasversale delle
opposizioni non sembra spaventare il ministro, che oggi (o lunedì al
massimo) sarà in Aula per rivendicare la bontà del testo del governo.
La prima incognita sono i tempi.
L’approvazione in prima lettura rischia di slittare, come fa capire l’ex
presidente del Senato, Renato
Schifani: «Sulla Costituzione è difficile contingentare i tempi, forse
dovremo ricorrere a delle sedute
notturne per consegnare queste riforme alla Camera prima della
pausa estiva».
Il governo conferma la tabella di
marcia, Renzi vuole chiudere la discussione generale tra oggi e lunedì con la replica del ministro, votare gli emendamenti e consegnare
alla Camera la riforma la prima settimana di agosto, al più tardi. La
renziana Rosa Maria Di Giorgi è
scettica, per lei «uscirne in tempi
stretti sarà un po’ complicato».
Toccherà ai capigruppo, alle 13.30,
decidere il calendario dei lavori e
scongiurare che il treno rallenti la
sua corsa: nell’agenda della prossima settimana ci sono due decreti
in scadenza e domani l’Aula sarà
occupata per impegni internazionali.
Il timore delle opposizioni è che
il governo voglia strozzare il dibattito imponendo la cosidetta «ghigliottina». Per Loredana De Petris
(Sel) sarebbe gravissimo: «Spero
non gli venga in mente di contingentare i tempi, perché nessuno di
noi uscirebbe più da quest’aula». E
il pentastellato Mario Giarrusso:
«Sarebbe inaccettabile». A sentire
il sottosegretario Luciano Pizzetti,
però, l’idea di sforbiciare i tempi
non è affatto remota: «L’ostruzionismo è legittimo, ma chi lo pratica deve sapere che la tattica parlamentare prevede sistemi altrettanto legittimi per opporsi». Lo scoglio più grande sono gli
emendamenti, che vanno vagliati,
sfrondati e accorpati. Per Luigi
Zanda i numeri sono dalla parte
del governo: «Non temiamo nes-
sun asse, mi preoccupa piuttosto la
complessità della materia». Ma i
«dissidenti» del Pd lavorano per
mettere a punto una strategia comune con partiti e componenti che
contestano i pilastri della riforma.
Dal governo si guarda con attenzione alle mosse di Vannino
Chiti e compagni, i quali sono in
stretto contatto con i senatori di
Sel (firmatari di seimila emendamenti), i grillini fuoriusciti, i cinquestelle dubbiosi e gli azzurri vicini ad Augusto Minzolini. Un
ponte di dialogo si è aperto anche
tra Ncd e M5S. «Ci stiamo parlando
tutti — conferma Felice Casson, pd
La citazione
Marchesi il comunista
e il no a Togliatti nel ‘46
In un’intervista alla Stampa, ieri il pd
Chiti ha rivendicato il diritto al dissenso
interno citando l’esempio, nel ‘46, della
Costituente: «Perfino nel Pci di Palmiro
Togliatti (sopra), Concetto Marchesi (in
alto) votò contro l’articolo 7 della
Costituzione». Il latinista, membro della
Commissione dei 75 che scrisse la Carta,
disse no al testo sui Patti Lateranensi
— Su quali emendamenti puntiamo? Lo scoprirete la prossima settimana». La trappola per il governo
può scattare sull’elettività dei senatori con la proposta di Chiti, che
incasserà anche il voto di cinque
senatori alfaniani. Punto di riferimento dei «ribelli» democratici, in
Aula l’ex vicepresidente del Senato
ha fatto il pieno di applausi bipartisan esponendo le sue tesi: «Stiamo imboccando in senso contrario
l’autostrada del futuro della democrazia». Chiti ha messo in guardia
da «acrobatismi», «pasticci» e
«tatticismi incredibili» e dichiarato che la riforma di Renzi «allunga
un’ombra inquietante sul nostro
futuro». L’ombra di un «presidente
eletto senza contrappesi autonomi, senza Camera e Senato forti e
legittimati». Lo accusano di essere
un conservatore e Chiti, che cita il
filosofo Habermas, non si offende:
«Conservare la democrazia e la libertà non è un male». Se la riforma
non cambia, lui non la voterà e così
Corradino Mineo, il quale ha annunciato il suo voto a favore del
Senato elettivo: «Nella riforma c’è
di peggio... In nessun Paese liberale il premier ha tanti poteri quanti
ne avrà in Italia quando, nonostante la nostra battaglia, sarà passata la riforma». Durissimo anche
Massimo Mucchetti, per il quale
l’Italicum è materia «da antitrust
della politica».
Insidie si nascondono anche
negli emendamenti sul bilancio
dello Stato. E un’altra buccia di banana è la richiesta di ridurre il numero dei deputati, questione che
ribalterebbe la riforma e sulla quale c’è una valanga di emendamenti. «È una modifica che ha molte
chance di far saltare tutto», spera
Mineo. Il governo ha fiutato la
trappola e il sottosegretario Ivan
Scalfarotto avverte: «L’ipotesi di riformare la Camera non è all’ordine
del giorno».
Grande agitazione anche in Forza Italia, dove Augusto Minzolini si
è convinto che Renzi stia correndo
verso il voto anticipato nel 2015 e
paragona il premier a Breznev: «È
peggio della Russia di Putin, perché almeno lì il presidente è eletto
dal popolo». Anche dalla Lega si
All’anulare sinistro
Maria Elena Boschi ieri in
Aula ha ripetutamente
giocato con l’anello che porta
all’anulare sinistro (Ansa)
avanzano molti dubbi: «Così com’è, la riforma costituzionale non
va e non si può votare» ha detto ieri il leader Matteo Salvini. I timori
rimbalzano anche nella maggioranza. Gaetano Quagliariello, Ncd:
«Questo bicameralismo pone problemi di equilibrio complessivo
del sistema, pesi e contrappesi che
vanno trovati nella legge elettorale
e nel presidenzialismo». La strada
da fare è ancora tanta.
Monica Guerzoni
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Il retroscena Ma le carte si scopriranno una volta scelto il profilo del successore di Napolitano
Renzi tiene accesa
la fiammella
del presidenzialismo
per sedare Forza Italia
ROMA — Un po’ per tattica un po’
per strategia, Renzi tiene accesa la
fiammella del presidenzialismo: oggi gli serve per aiutare ciò che resta
del partito di Berlusconi, domani gli
potrebbe servire per prendersi ciò
che resta dei voti di Berlusconi. Se
ciò avvenisse con il consenso politico del Cavaliere o più probabilmente
per il fallimento politico del Cavaliere, poco importa. Il punto è che la
variabile dell’elezione diretta del capo dello Stato — lasciata dal governo sullo sfondo come un’eventualità
— è al momento legata alla necessità del premier di superare le forche
caudine del Senato sulle riforme
istituzionali: agisce come un poten-
te sedativo su Forza Italia, serve per
contenerne le fibrillazioni e per impedire il patatrac nell’Aula di palazzo Madama.
Ecco il motivo contingente che
spinge il ministro Boschi a non porre il veto sulla materia, inducendola
però a precisare il timing: «Solo dopo aver portato a definitivo compi-
Le mosse
L’ex Cavaliere al telefono
con Casini: rischiamo
che Matteo ci prenda
tutti per i fondelli
mento la modifica del bicameralismo — ha detto ad Avvenire — potremo mettere a tema il presidenzialismo. Non oggi, altrimenti rischia
di saltare la riforma a cui lavoriamo
da mesi». E il caos che regna nell’area berlusconiana si scatenerebbe
nel Pd. L’equilibrismo è necessario,
è figlio della fase delicata e anche del
tatticismo di Renzi, abile a gestire i
pedali dell’acceleratore e del freno
simultaneamente, pronto a dire che
«non ho alcuna obiezione sul presidenzialismo ma è ancora prematuro». La dote è apprezzata dal Cavaliere, conscio di potersi trasformare
nella vittima sacrificale del leader
democrat. «Ah, questo Renzi...», ha
sospirato l’ex premier giorni fa al telefono con Casini: «Qui rischiamo
che ci prenda tutti per i fondelli».
Sia chiaro, il primo a non credere
al traguardo presidenzialista è proprio Berlusconi, che nelle scorse settimane è stato capace — nella stessa
conferenza stampa — di issare il
vessillo caro al centrodestra per poi
arrotolarlo subito: «Certo, se Renzi
fosse contrario, noi comunque non
romperemmo sulle riforme». Il Cavaliere ha la testa da tutt’altra parte,
e questo è un tema che non lo appassiona più, ma che accalora molti
nel suo partito, un po’ per tattica un
po’ per strategia. Ed è così che ieri il
senatore forzista Minzolini — ostile
Il dibattito
L’appello
Il 18 giugno,
Berlusconi
rilancia lo storico
cavallo
di battaglia
dell’elezione
diretta del
presidente della
Repubblica e
dice: «Renzi
faccia sua la
nostra proposta»
Lo stop
Tiepida la
risposta di Renzi:
«Ora la questione
è intempestiva»
Lo spiraglio
In un’intervista
sull’Avvenire di
ieri, il ministro
alle Riforme
Maria Elena
Boschi riapre
la partita cara a
FI: chiudiamo con
il nuovo Senato,
assicura, poi
toccherà al
presidenzialismo
al progetto di riforma renziano — ha
preannunciato in Aula il voto favorevole all’emendamento presentato
da Casini, in base al quale — se le
Camere non riuscissero ad eleggere
il capo dello Stato all’ottava votazione — spetterebbe al popolo scegliere l’inquilino del Quirinale tra i due
candidati più votati in Parlamento.
Secondo l’ex presidente di Montecitorio questo modello «non altererebbe affatto gli equilibri istituzionali», secondo l’ex leader del Pd Bersani, sì: «E che facciamo, le primarie?». È immaginabile quindi cosa
accadrebbe se passasse l’emendamento, di sicuro lo immagina Minzolini: «Sarebbe divertente», ride.
Il premier, che vuole evitare il fallimento, intende tenere separato
questo materiale altamente esplosivo dal progetto di modifica del Senato. Ma non è detto che non sia interessato al presidenzialismo. Anzi,
secondo il coordinatore di Ncd,
Quagliariello, «proprio il presidenzialismo potrebbe essere la norma
di chiusura delle riforme istituzionali e potrebbe raccogliere consensi
anche nell’area non renziana del Pd.
Perché un modello che è stato vissuto a sinistra come una minaccia negli anni del berlusconismo, ora si va
trasformando paradossalmente in
un elemento di garanzia». Ce n’è la
prova, sta nel ragionamento di Ber-
Corriere della Sera Giovedì 17 Luglio 2014
Primo Piano
italia: 51575551575557
Il retroscena L’ex governatore prende tempo sulla strategia
5
Il senatore dissidente
Scontro Fitto-Verdini
La fronda alla prova
della sfida con Berlusconi
Il leader si prepara alla sentenza su Ruby
La giornata
Da sinistra, in senso orario: il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi
arriva a piedi a Palazzo Madama per l’esame del ddl sulle riforme;
l’applauso dei senatori 5 Stelle dopo l’intervento critico del democratico
Vannino Chiti; baciamano e carezze tra gli azzurri Domenico Scilipoti e
Mariarosaria Rossi; i due relatori del testo, la democratica Anna
Finocchiaro e il leghista Roberto Calderoli
(Fotografie Ansa)
7
mila Il totale degli emendamenti
al ddl riforme in discussione
al Senato ammonta a 7.830
e di questi, circa 6 mila arrivano
da Sel, un migliaio da Gal e FI, una
sessantina quelli presentati dalla
fronda del Pd. Le votazioni
inizieranno la prossima settimana
sani, che era e resta parlamentarista
convinto, e a cui non piace il progetto di riforma dell’attuale capo democrat: «Piuttosto che avere un presidenzialismo implicito e straccione, il peggio che ci possa capitare, è
preferibile un sistema chiaro, tra-
ROMA — «È tutto il giorno
che c’è gente che mi chiama per
dire “vediamoci, riuniamoci”.
Però aspettiamo un attimo, evitiamo cene...». Nel tardo pomeriggio ieri, c’è un volo proveniente da Bruxelles che atterra a
Fiumicino. A bordo, tra gli altri
passeggeri, c’è Raffaele Fitto.
Non fa a tempo ad accenderlo
dopo l’atterraggio che il telefonino di colui che viene indicato
come «il capo della rivolta dentro Forza Italia» viene inondato
da messaggi di chiamate perse.
Ai pochi che riescono a parlarci
l’europarlamentare — commentando i litigi del giorno prima alla riunione con Berlusconi
— si limita a dire che «no, ma
quali probiviri, non ci sono
margini perché si sollevino temi
del genere e comunque nessuno
di noi se ne andrà dal nostro
partito». Ma, di fronte all’idea di
imbastire una riunione carbonara degli «autoconvocati», Fitto intima un altolà. «Non è il caso, almeno per stasera».
Eppure, proprio mentre lui
ferma sul nascere l’organizzazione estemporanea di un summit della «fronda politica», i senatori berlusconiani che si oppongono alla riforma cercano
una casa per vedersi. Ci sono
Cinzia Bonfrisco e Augusto Minzolini, Antonio Milo e Vincenzo
D’Anna e altri ancora. Un po’ di
Forza Italia e un po’ di Gal, quella specie di gruppo misto del
centrodestra in cui convivono
governisti e antigovernisti, favorevoli alla riforma e contrari.
«Una riunione tecnica. Stiamo
cercando un posto per vederci
solo per distribuire tra noi il carico delle centinaia di emendamenti alla riforma», sussurra
D’Anna. «Ma siamo molti, molti
di più di quelli che si pensa, noi
contrari. Avrete sorprese...».
L’ala Fitto che frena, l’ala
Minzolini che avanza. Perché,
sparente, fatto di pesi e contrappesi».
L’allusione è chiara. D’altronde
tutto sta mutando, attraverso le riforme istituzionali ma anche attraverso le leggi ordinarie. Il provvedimento voluto da Renzi per il riordi-
quando il conto alla rovescia
verso la sentenza Ruby sta per
arrivare all’ultimo travaso della
clessidra, Forza Italia sembra un
partito balcanizzato come non
mai. Un partito in cui due fronde, composte da persone che
hanno obiettivi diversi, possono trasformarsi in un unico
grande problema per un Silvio
Berlusconi, che trascorre la sua
serata in compagnia di Gianni
Letta e Niccolò Ghedini, chiuso
a Palazzo Grazioli a fare un punto prima della sentenza.
Tra i berlusconiani della cerchia ristretta, c’è chi giura che
«l’ala Fitto» sia lì lì per spaccarsi. Saverio Romano, uno di
quelli che spingerebbe per abbandonare l’ex Cavaliere e fare
una scissione, ammette con un
amico che «dopo i vaffa... di
Berlusconi dobbiamo trovare
un punto mediano. Se andiamo
allo scontro adesso, perdiamo
qualche pezzo per strada». E la
prova vivente di questo schema
L’incontro
serale
I senatori
contrari
alla riforma
si vedono
a cena: una
«riunione
tecnica»
A Palazzo
Grazioli
L’ex
premier
resta a
Palazzo
Grazioli
con Letta
e Ghedini
Le anime
Fedeli al patto del Nazareno
1
Dentro FI la maggioranza segue la linea di
Berlusconi: fedeltà al patto del Nazareno.
Verdini è l’uomo della trattativa con Renzi.
Con l’ex Cavaliere, Romani, Toti, Gelmini
I critici sull’accordo per le riforme
2
Alcuni senatori sono contrari al patto con
Renzi, considerandolo negativo per Forza
Italia. Tra questi Minzolini, Bonfrisco e
D’Anna, che siede nel gruppo Gal
I dissidenti nel partito
3
Altri dissidenti, oltre a essere critici sulle
riforme, chiedono un cambio nella
gestione del partito. In testa l’ex governare
Fitto, con Polverini, Capezzone, Romano
sarebbe Renata Polverini, vicina
alle posizioni di Fitto, che quando ieri l’altro ha sentito parlare
di «autoconvocati» ha alzato il
telefono e s’è messa a urlare con
un compagno di corrente. «Ma
quali autoconvocati. Se stiamo
in questi termini, vi avverto che
non ci sto...».
Difficile dire se Berlusconi,
alla fine, avrà ragione dei rivoltosi. Di certo c’è che l’ex Cavaliere, che comunque sta evitando
di parlare con Fitto, l’altro giorno ha fatto chiamare l’ex governatore pugliese da Denis Verdini. Una telefonata molto dura,
raccontano i testimoni. «Raffaele, mi spieghi dove volete arrivare?», avrebbe detto l’uomomacchina dei berlusconiani all’interlocutore. «Denis, voi state
sbagliando. Perché questa riforma, questo rapporto con Renzi...», ha replicato l’altro. E Verdini, di rimando: «Vabbe’, ho capito. Vaff...». E poi il clic che ha
certificato la fine della conversazione.
Difficile trovare un filo rosso
in tutta questa storia. Com’è difficile capire se le due «fronde»
riusciranno a fare fronte comune. Alla sentenza Ruby mancano
ormai poche ore. «Ma è naturale
che Berlusconi speri nella grazia», spiegava l’altro giorno a un
collega il deputato Ignazio Abrignani a un collega. «E prima facciamo le riforme, prima Napolitano si dimette, prima abbiamo
la speranza che arrivi un nuovo
capo dello Stato con cui si possa
aprire il dibattito sulla grazia».
Sarebbe questo, in fondo,
l’obiettivo segreto che in molti
attribuiscono a Berlusconi. Fare
in fretta. Fare presto. E bloccare
quel dissenso che comunque,
secondo le confidenze di Fitto,
sarebbe «molto più vasto di
quello che si vede».
Tommaso Labate
© RIPRODUZIONE RISERVATA
no della pubblica amministrazione,
per esempio, contiene norme che
rafforzano ruolo e poteri della presidenza del Consiglio, a Costituzione
invariata. E in prospettiva la stessa
legge elettorale nata dal «patto del
Nazareno» ridurrebbe di fatto i po-
La polemica
Camusso:
Madia non c’è?
Forse ha paura
«Evidentemente ha
avuto pura di venire
qua». Così il segretario
generale della Cgil,
Susanna Camusso, ha
spiegato sorridendo
l’assenza del ministro
della Pubblica
amministrazione,
Marianna Madia, al
confronto previsto
ieri a Roma in
occasione
dell’iniziativa del
sindacato sul pubblico
impiego «Riformo io!»
(Foto Benvegnù,
Guaitoli, Lannutti)
teri del Quirinale. Il presidenzialismo potrebbe dunque essere l’approdo naturale alla trasformazione
del sistema. Ma visto il timing deciso dal premier e ribadito ieri dal ministro Boschi, sarebbe davvero possibile arrivare a quella forma di Stato
dopo aver costruito un nuovo edificio costituzionale che al momento
non lo prevede?
Il nodo come al solito è politico.
Dunque bisognerà attendere per verificare se quella di Renzi è solo tattica o sarà anche strategia. Non servirà molto tempo: il passaggio decisivo sarà infatti la scelta del successore di Napolitano. Se venisse
privilegiato un profilo di «garanzia», vorrebbe dire che il progetto
presidenzialista è stato accantonato
e che è prevalsa l’idea del premierato forte. Qualora si optasse invece
per una figura di minor spessore politico, e quindi di «transizione», allora si aprirebbero gli spazi per un
radicale cambio di modello. Al momento però il nodo resta, se Renzi fa
mostra di volerlo sciogliere in futuro è solo per aiutare Berlusconi (e
dunque se stesso) nel presente. Gli
serve per sedare Forza Italia e impedire che la maratona al Senato sull’eutanasia del Senato si trasformi
nell’eutanasia del suo governo.
Francesco Verderami
© RIPRODUZIONE RISERVATA
D’Anna : Silvio
teme la galera
ma così uccide FI
ROMA — «Come diceva Pertini, è
proprio nel momento della paura che si
vedono gli uomini forti...».
Sta dicendo che Berlusconi...?
«Avere paura della galera è normale. Però
non è che per questo si può condannare
un partito all’eutanasia».
Quindi lei crede che Berlusconi vi stia
facendo votare la riforma di Renzi per
sperare nella grazia?
«Sa, prima fanno il patto del Nazareno,
poi arriva Pier Silvio che loda Renzi,
dopo ancora ci vogliono costringere a
votare ‘sto schifo di riforma del Senato...
Le voci girano, si mormorano tante
cose». Vincenzo D’Anna (nella foto),
classe ‘51, senatore di Forza Italia da
sempre vicino a Nicola Cosentino, ieri
l’altro è stato mandato a quel paese da
Silvio Berlusconi in persona. Fa parte
della fronda forzista che si oppone alla
riforma del Senato e al patto del
Nazareno.
Ma Berlusconi l’ha proprio mandata
a...?
«Sì, m’ha mandato a...».
Come si sente ? Umanamente, che cosa
prova?
«Sono dispiaciuto, contrito, amareggiato.
La mia stima per Berlusconi è intatta. Mi
spiace solo che lui abbia, come dire,
queste flessioni umorali».
Lei forse l’ha provocato, senatore.
Lo ammetta.
«Io gli ho detto una cosa semplice
semplice. Se Renzi è abile, affidabile,
simpatico, perfetto, allora a ‘sto punto ha
ragione Alfano, che ci sta al governo.
Non fa una grinza, no? Visto che io
questa cosa non la penso, non capisco
perché dobbiamo consegnarci a lui.
Questa è una riforma liberticida che, in
assenza di leader di centrodestra che
possano battere il Pd, rischia di
consegnare alla sinistra il Parlamento, il
Quirinale, due terzi della Consulta, un
terzo del Csm... E poi, è l’eutanasia di
Forza Italia».
Lei non ci sta.
«No, non ci sto».
Tifa per Fitto leader?
«Il leader è Berlusconi, nei modi e nelle
forme che la sua situazione processuale e
la sua età permettono. L’epoca della
leadership berlusconiana che batteva la
sinistra, purtroppo, è finita. Quindi, con
chiarezza, con questa cosa dobbiamo fare
i conti. Senza tranelli, senza imboscate,
senza agguati».
Quindi, gira e rigira, dietro il
silenziamento della «fronda»
ci sarebbe...?
«Ripeto. Aver paura di andare in galera è
umano. Anche se altri politici, prima di
Berlusconi, ci sono finiti per gli stessi
motivi “politici”».
Si riferisce al suo amico Cosentino?
«Senza fare nomi, Berlusconi avrebbe
dovuto mettere il suo peso politico ed
elettorale nella battaglia garantista
contro il concorso esterno in
associazione mafiosa... Legga le carte su
Dell’Utri e Cosentino».
Berlusconi li ha scaricati?
«Si sa, l’uomo è egocentrico. Ma ora non
c’entra questo. Io, sull’eutanasia di Forza
Italia, la mia firma non la metto».
T. Lab.
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6
Primo Piano
Giovedì 17 Luglio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Il Parlamento Le scelte
Pressione su Di Maio
dell’ala dura dei 5 Stelle:
porta a casa un risultato
I precedenti
27 marzo 2013
A un mese dalle Politiche
concluse senza una chiara
maggioranza, l’allora leader
del Pd Pier Luigi Bersani
incontra Vito Crimi e Roberta
Lombardi, capigruppo M5S
di Senato e Camera, e chiede
il loro sostegno. L’incontro,
trasmesso in streaming, si
conclude con una fumata nera
Oggi l’incontro con Renzi in diretta streaming
L’ideologo
M5S, Becchi
si smarca:
la proposta
non funziona
ROMA — «La proposta del
Movimento 5 Stelle rischia di
essere anticostituzionale». Ma
come, dice così proprio lei che è
considerato l’ideologo dei 5
Stelle (sia pure a giorni alterni)?
«Eh sì, amicus Plato, sed magis
amica veritas. Voglio dire, sono
amico dei 5 Stelle, ma mi è più
amica la verità». A Paolo Becchi,
professore di Filosofia del
diritto, deve costare non poco
questa presa di posizione, ma lo
fa «nel bene del Paese».
Perché incostituzionale?
«Il Movimento, per rimediare al
fatto che premio di maggioranza
e doppio turno non garantiscono
governabilità, ha lanciato una
controproposta al Pd».
Quale?
«Si parte dall’idea di un primo
turno con proporzionale puro,
che è un’idea buonissima. Ma
poi, se nessuno raggiunge la
maggioranza, si introduce un
secondo turno tra i due partiti
più votati, con l’assegnazione del
52 per cento dei seggi al
vincitore».
E cosa non va?
«Che possono arrivare al
ballottaggio anche forze con solo
Paolo
Becchi,
59 anni,
docente
all’ateneo
di Genova
il 15 per cento che poi al secondo
balzano al 52».
E dunque?
«Dunque è incostituzionale.
Bisognerebbe stabilire una
soglia del 37 per accedere al
premio di maggioranza. Se
nessuno ci arriva, vanno al
ballottaggio i due migliori che
ottengono almeno il 20 per
cento. E se nessuno ci arriva, si
torna al proporzionale con
sbarramento».
Insomma, i 5 Stelle stanno
sbagliando.
«È un’ingenuità. Va bene trattare,
ma dentro i paletti fissati dalla
Corte. Quindi è giusto chiedere le
preferenze, ma anche la soglia».
Allora non è un errore questa
trattativa con il Pd?
«No, è un’abile mossa politica.
Anche per far parlare della legge
varata in rete, esperimento unico
di democrazia».
Ma Renzi è affidabile?
«Assolutamente no, lui è la
malattia infantile del
berlusconismo. Ma dobbiamo
frenare il crollo».
Il colpo di Stato permanente, di
cui parla nel suo libro?
«Ci sono tutti i presupposti. La
riforma del Senato è un gran
paciugo. Se non volete usare il
termine dittatura, possiamo
senz’altro parlare di post
democrazia».
Al. T.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
ROMA — «Speriamo che non
ci prendano in giro». Il mood
dei 5 Stelle è incerto e negli incontri febbrili del giorno prima,
si cerca di capire come andare
all’incontro di oggi con il Partito democratico. Dopo il botta e
risposta via blog di Grillo e sito
del Pd dei giorni scorsi, «oggi è
il giorno della verità», come dice Alfonso Bonafede. Verità in
che senso? «Nel senso che noi ci
siamo mossi come una forza responsabile e siamo andati a vedere le carte: ora, però, non facciano giochini».
Alle 14 le delegazioni del Movimento 5 Stelle e quella del
Partito democratico si incontre-
Le condizioni
Taverna: basta scambi
epistolari. Toninelli: noi
non bluffiamo, vogliamo
almeno le preferenze
ranno per parlare di legge elettorale e non solo. Incontro dialogante che arriva mentre fuori
si spara, metaforicamente. Basta ascoltare uno qualunque dei
senatori a 5 Stelle, saliti sulle
barricate contro la riforma del
Senato: «Renzi e la ragazzina
Boschi stanno presentando una
riforma dittatoriale — dice
Gianluca Castaldi — Hitler e
Stalin si stanno riesumando
dentro il Pd, il peggior partito
della storia».
Eppure proprio con «il peggior partito della storia», il Movimento si è acconciato a trattare, con più di un mal di pancia.
A cominciare da Beppe Grillo,
per nulla entusiasta di parlare
con il principale responsabile di
quella che ieri il fondatore, riprendendo le parole del senatore Carlo Martelli, ha definito
«una dittatura per legge». Che
la tensione sia alta nel Movimento è sicuro. Anche perché
l’ala dei pasdaran è pronta a rinfacciare ai trattativisti un eventuale fallimento. Per questo Luigi Di Maio, che ci mette la faccia
in questo dialogo, insieme agli
altri membri della delegazione,
vuole strappare qualche impegno subito, già oggi, alle 14. Per
esibirlo di fronte al popolo della
rete, che guarderà in streaming
e per tacitare i mugugni interni.
Ed è per questo che si leva forte
l’urlo per ottenere il più immediato e percepibile dei risultati
possibili: le preferenze. Per dirla
con Federico D’Incà, «basta nominati dalla politica solo perché
fanno parte di quella o dell’altra
corrente, leccapiedi in doppiopetto o amanti di secondo letto.
La scelta della prossima legge
elettorale deve avere un paletto
ben piantato nel solco costituzionale: le preferenze nella
scheda elettorale».
Risultati subito. Li chiede anche Paola Taverna, tra le più agguerrite nemiche del Pd («mi
danno un fastidio anche fisico»,
ha detto). Che dice «basta agli
scambi epistolari». E rispolvera
un tema che ieri è stato ripreso
da molti: l’anticorruzione. «Abbiamo presentato le nostre proposte al ministro Orlando già
un mese fa. Cosa stiamo aspettando? Chiederemo l’immediata calendarizzazione del pacchetto». Intervento apparentemente fuori tema, se non fosse
che tutto si tiene. E che dietro la
delegazione democratica, i 5
Stelle vedono l’ombra di Forza
Italia e di Silvio Berlusconi.
L’ombra della possibile grazia
all’ex presidente del Consiglio,
l’ombra dei paventati scambi
tra riforme e giustizia. Per questo la pressione su Di Maio e gli
altri è forte. «Se non ottengono
risultati subito per loro si mette
male» dice un collega deputato,
25 aprile 2013
L’esponente del Pd Enrico
Letta, incaricato
dal Quirinale di formare
il governo, parla con
i capigruppo a Cinque stelle
di Camera (Lombardi
e Boni) e Senato (Crimi
e Giarrusso). E li incalza:
«Scongelatevi». Ma
l’appello non sortisce effetti
19 febbraio 2014
Matteo Renzi, premier
in pectore in fase
di consultazioni, incontra
il fondatore del M5S Beppe
Grillo. Il faccia a faccia tra
i due si articola in una lunga
serie di botta e risposta.
E finisce, nuovamente,
con una stretta di mano
e un nulla di fatto
25 giugno 2014
Il presidente del Consiglio
Matteo Renzi discute
sulla riforma
della legge elettorale
con una delegazione
dei Cinque stelle guidata
dal vicepresidente della
Camera Luigi Di Maio.
I toni sono più rilassati che
nelle precedenti occasioni
40
i senatori del M5S
che voteranno contro
la riforma del Senato.
Il dialogo tra Pd e
5 Stelle è invece aperto
sulla legge elettorale
al quale non dispiacerebbe un
ritorno alla lotta dura e pura.
Per questo Danilo Toninelli
tiene a ribadire che «noi non
stiamo bluffando e vogliamo almeno le preferenze. Ma anche
se ce le dessero, non per questo
la renderebbero quella una
buona legge». Serve di più,
molto di più: «Vogliamo anche
il divieto delle pluricandidature
e la fine dei parlamentari condannati in Parlamento. Voglia-
mo le liste pulite». E che non si
provi a menar il can per l’aia:
«Di riforme non parliamo — dice — prima devono bloccare i
lavori al Senato».
Nessuno si fida di Renzi. «Io
per formazione personale e
professionale — dice il senatore
Vito Petrocelli — non mi fido di
nessuno. Ma ogni tanto la realpolitik serve». Lui potrebbe
non esserci nella delegazione,
(«Ho una capigruppi, stiamo
decidendo») ma la sua non è
una fuga: «La realpolik è utile
soltanto se riusciamo a fare delle cose concrete. Bisogna stare
attenti a fare compromessi al ribasso». E anche alle trattative
infinite: «Ecco, questo non ce lo
possiamo permettere. L’iter deve essere breve. Non dico di
giorni, ma nell’ordine delle poche settimane».
Alessandro Trocino
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A Napoli Il Professore ascoltato come teste consegna al giudice la lettera in cui De Gregorio si scusa per aver fatto cadere il suo governo
Prodi e il caso compravendita: giravano chiacchiere
«Non fui informato direttamente
altrimenti sarei ancora premier»
NAPOLI — Se mai se ne
fosse dimenticato, ieri Romano Prodi ha dovuto rifare i
conti con l’abitudine della
politica di interpretare le parole. L’occasione è stata la testimonianza che il professore
bolognese ha tenuto in tribunale a Napoli al processo per
la presunta compravendita
dei senatori che vede imputati Silvio Berlusconi e Valter
Lavitola.
Per spiegare quali informazioni gli arrivarono in quei
mesi tra il 2007 e il 2008,
quando scattò la cosiddetta
«operazione libertà», vale a
dire l’offensiva di Forza Italia
per sottrarre senatori alla
maggioranza di centrosinistra e portarli nel proprio
schieramento in modo da
mettere in crisi il governo,
Prodi — che di quel governo
era il capo — ha usato il termine «chiacchiericcio». Lui,
cioè, all’epoca era a conoscenza del chiacchiericcio che
girava negli ambienti politici
circa i metodi della campagna
acquisti di Berlusconi, ma
non ebbe nessuna informazione precisa, «altrimenti —
ha aggiunto volendo fare evidentemente una battuta — a
quest’ora sarei ancora presidente del Consiglio». Informazioni precise su quegli avvenimenti, Prodi ha riferito di
averne avute soltanto nel giugno dello scorso anno, quando Sergio De Gregorio (che ha
ammesso di aver ricevuto da
Berlusconi, tramite Lavitola,
tre milioni di euro per cam-
Testimone
In basso, l’ex
premier Romano
Prodi in tribunale
a Napoli, testimonia
al processo
sulla presunta
compravendita
di senatori
che avrebbe fatto
cadere il governo
nel 2008
(Ansa)
biare schieramento) gli inviò
una lettera in cui gli chiedeva
scusa per come agì. Lettera
che l’ex leader dell’Ulivo ha
consegnato alla Corte e che è
stata acquisita agli atti del
processo.
La testimonianza di Prodi
si è rivelata meno lunga di
quanto ci si potesse aspettare,
e gli stessi avvocati di Berlusconi — Nicolò Ghedini e Michele Cerabona — non hanno
protratto a lungo il controes a m e . M a q u e l te r m i n e
«chiacchiericcio» che in aula
non ha riscosso nessuna particolare reazione né da parte
dei pubblici ministeri Vincenzo Piscitelli e Fabrizio Vanorio né dai difensori, rimbalzato negli ambienti politici è stato interpretato come
una smentita dell’ex presidente del Consiglio alle tesi
che la Procura sostiene contro Berlusconi. L’incarico di
tradurre in valutazioni processuali quella parola usata
da Prodi se l’è assunto il vicecoordinatore campano di
Forza Italia, Amedeo Laboc-
cetta. «Quello che doveva essere il teste principale d’accusa si è rivelato un indiscutibile punto a favore della difesa», sostiene l’esponente
berlusconiano, secondo cui
Prodi si è «soffermato sui “si
dice” sui “si racconta”, molte
chiacchiere e zero contenuti.
La dimostrazione più chiara
che Silvio Berlusconi nulla
c’entra con questa vicenda».
La precisazione
Poi risponde ad alcune
interpretazioni della sua
testimonianza: mai
smentita la tesi dei pm
E così rientrato a Bologna,
il Professore ha dovuto chiarire di non aver smentito
niente, ma di essersi solo «limitato a rispondere alle domande che gli sono state poste, riferendo ciò che sapeva».
Fulvio Bufi
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Corriere della Sera Giovedì 17 Luglio 2014
Primo Piano
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7
#
Il Parlamento Le scelte
Galan, slitta ancora
il voto sull’arresto
Boldrini avverte:
basta con i rinvii
ROMA — È stato rinviato al
22 luglio il voto per l’arresto
di Giancarlo Galan, deputato
di Forza Italia, su richiesta
dell’interessato, per
questioni di salute. L’exministro ed ex governatore
del Veneto è imputato
nell’inchiesta sulle tangenti
per la costruzione del Mose
e l’aula di Montecitorio
avrebbe dovuto votare già
oggi per decidere se
concedere o no la custodia
cautelare. Laura Boldrini,
presidente della Camera,
avrebbe voluto confermare il
voto per stamattina. Galan le
ha fatto arrivare una
certificazione medica dove si
parla di una prognosi di
quaranta giorni. E la
presidente della Camera non
riteneva utile differire di una
settimana il voto: «Un
ulteriore rinvio in questo
quadro clinico sarebbe sine
die», ha spiegato Laura
Boldrini prima di concedere
comunque il rinvio su
pressione dell’aula. Poi ha
aggiunto: «Va bene
concedere qualche giorno in
più, ma in maniera
ultimativa e non
ulteriormente differibile». I
legali di Galan, Niccolò
Ghedini e Antonio
Franchini, hanno contestato
la decisione della Camera.
Ha spiegato l’avvocato
Franchini: «Un rinvio così
breve, soli sei giorni, non ha
nessun senso logico. Per
quella data saremmo
esattamente punto a capo
come adesso. È ridicolo,
hanno certificati medici
dove c’è scritto che Galan
non può camminare per 40
giorni, periodo in cui deve
stare con la gamba in
estensione per via di un
embolo». Proprio a causa di
questo impedimento
dell’ex-governatore del
Veneto, i legali hanno
presentato al Gip un’istanza
di richiesta di arresti
domiciliari. Ma il Gip di
Venezia Alberto Scaramuzza
ha deciso di non decidere.
Meglio: ha emesso
un’ordinanza di non luogo a
procedere sull’istanza dei
legali in attesa della
decisione dell’aula di
Montecitorio sulla custodia
cautelare. Ghedini e
Franchini hanno contestato
anche questa decisione. «È
Motivi di salute
L’ex governatore,
imputato nell’inchiesta sul
Mose, deve stare fermo
per un embolo alla gamba
Sicilia
Lazio
156.107
16.312
TOTALE
Il costo dei consigli regionali nel 2012. Dati in migliaia di euro
Calabria
116.416
20.628
20.200
34.591
13.414
Sardegna
78.933
19.202
15.970
14.506
5.858
Per i consiglieri
5.472
4.281
Per il personale
Lombardia
73.970
14.335
10.238
Vitalizi in essere
8.784
11.288
Il commento
Contributi ai gruppi
Campania
68.452
19.175
16.678
11.144
4.454
Altro
Piemonte
66.358
17.103
10.451
Alessandra Arachi
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Lo studio Il governo ha deciso di rendere pubblico il documento commissionato da Cottarelli
Le spese
sbagliata», hanno detto
annunciando che
presenteranno appello. Il
rinvio del voto è stato
chiesto formalmente da
Renato Brunetta,
capogruppo di Forza Italia,
mentre la data di martedì 22
luglio è stata indicata da
Roberto Speranza,
capogruppo del Pd e
contestata vivacemente dal
Movimento 5 Stelle. Beppe
Grillo ha voluto postare su
Facebook: «Si sarebbe
dovuto votare domani (oggi,
ndr) e invece è arrivata la
triste notizia».
61.680
13.218
12.895
10.783
7.411
14.613
7.728
LA DISCIPLINA
DELLA
VERITÀ
SEGUE DALLA PRIMA
12.292
86.675
33.239
Puglia
52.810
4.126
5.308
Toscana
51.606
15.795
14.404
13.177
15.188
4.215
9.604
716
746
3.577
7.000
5.250
3.976
1.542
2.381
5.020
2.092
1.626
4.108
3.602
1.634
2.345
8.750
4.846
TOTALE ITALIA
1.024.434
14.340
5.477
915
3.159
601
4.888
1.576
235.737
173.478
358.943
2.381
12.463
4843
2.074
8.596
Valle d'Aosta
15.045
5.809
4.009
29.109
13.346
5.095
6.394
Molise
21.318
5.540
2.674
Abruzzo
32.545
9.965
7.972
7.620
Basilicata
21.145
Liguria
32.958
6.140
4.689
10.719
21.464
7.497
5.038
24.647
Friuli Venezia Giulia
33.798
9.235
5.127
Umbria
22.042
13.275
20.826
Emilia Romagna
21.729
Marche
29.073
28.364
46.411
11.746
10.510
9.947
Trento e Bolzano
173
781
33.996
Veneto
95.655
5.184
7.732
7.782
4.674
4.116
Fonte: Report finale del gruppo di lavoro sui costi della politica (2014)
CORRIERE DELLA SERA
Costi della politica, ecco il rapporto
I tagli possibili dalla Rai ai vitalizi
La critica per il giro di nomine nei tg
ad ogni cambio di esecutivo
ROMA — La Rai, per esempio. «A
ogni cambio di governo, maggioranza
e ad ogni scadenza del consiglio
d’amministrazione segue normalmente un giro di nomina dei direttori
dei telegiornali, i quali a loro volta nominano e promuovono 3-4 tra vicedirettori e capiredattori per governare
con persone fidate. I passati capi tornano a disposizione mantenendo però stipendi, titoli e ruolo che avevano
precedentemente. Il risultato è che ad
esempio nel Tg1 solo un terzo dei
giornalisti è un redattore ordinario e
gli altri due terzi sono graduati». La
mazzata alla tivù di Stato è tutta qui.
Ma tremenda. E non tanto per la stoccata alla nave ammiraglia. Già un anno fa il deputato del Pd Michele Anzaldi denunciava che dei 113 giornalisti del Tg1 appena 32 erano redattori
ordinari, mentre i soli capiredattori
risultavano ben 34. Rapporto fra soldati semplici e graduati? Uno a 2,5.
La botta è micidiale perché nel rapporto sui costi della politica commissionato dal direttore d’orchestra della
spending review Carlo Cottarelli a un
pool di esperti coordinato da Massimo Bordignon, la Rai è assunta a simbolo poco edificante. L’emblema di
quell’enorme indotto costituito dalle
imprese pubbliche sulle quali la stessa
politica scarica un peso economico
non indifferente. Tanto da indurre gli
autori del documento — che il governo ha deciso di rendere pubblico — a
formulare una raccomandazione:
quella che «le posizioni apicali nelle
imprese pubbliche soggette a nomine
politiche devono avere carattere temporaneo, con la previsione che la retribuzione segua la funzione effettivamente svolta». Vale per la Rai, come
per tutte le altre migliaia di aziende
controllate dal pubblico. Dove per
pubblico si intende Stato, Regioni,
Province e Comuni.
E non è un caso che questo passaggio si trovi nell’ultimo capitolo, quello
intitolato «Il sistema del finanziamento dei partiti», che comincia a pagina
86 del rapporto fino a ieri svanito e
oggi finalmente ritrovato. Perché, come abbiamo tante volte ricordato, i
canali attraverso cui la politica drena
risorse pubbliche sono così numerosi
da sfuggire a un calcolo preciso. Ragion per cui le raccomandazioni degli
esperti di Cottarelli si sprecano. Come
quella di «introdurre la massima trasparenza sui finanziamenti ai gruppi
parlamentari», che nel solo 2012 hanno incassato 73 milioni: somma andata ovviamente ad aggiungersi ai rimborsi elettorali. O quella di alzare almeno al 10 per cento l’Iva sulle spese
elettorali, che una legge d’altri tempi
aveva fissato al 4 per cento appena:
Le raccomandazioni
Gli esperti chiedono
«massima trasparenza sui
finanziamenti ai gruppi
parlamentari»
160.622
stesso livello vigente per i beni di prima necessità. Oppure quella di portare ad almeno 10 centesimi il francobollo per le lettere di propaganda politica, contro i 4 attuali. O ancora,
quella di tagliare ancora del 20 per
cento i sussidi alla stampa di partito.
Anche se i risparmi non sarebbero
certo dell’ordine di quelli che si potrebbero ottenere intervenendo sugli
apparati istituzionali.
E qui viene il bello. Come abbiamo
anticipato ieri, la relazione di 106 pagine consegnata nello scorso mese di
marzo a Cottarelli contiene una radiografia approfondita dei costi della politica nei Comuni e nelle Regioni. Arrivando alla conclusione che su questo fronte si potrebbero realizzare
economie per 630 milioni di euro
l’anno oltre a quelle già portate a casa
con le riforme fatte a partire dal governo di Mario Monti.
Quasi metà, pari a 300 milioni e 698
mila euro l’anno, deriverebbe da interventi sulle amministrazioni comunali. Il rapporto suggerisce l’accorpamento dei piccoli Comuni (quelli sotto i 5 mila abitanti), la riduzione del 20
per cento del numero di consiglieri e
assessori (oggi quasi 139 mila), l’eliminazione del trattamento di fine
rapporto per i sindaci e il taglio compreso fra il 10 e il 20 per cento delle remunerazioni per il personale politico
nei municipi al di sotto dei 15 mila
abitanti. Tutte misure, si aggiunge nel
documento, che andrebbero necessariamente estese anche alle Regioni a
statuto speciale alle quali viene riconosciuta autonomia finanziaria nella
gestione della finanza locale, quali
Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige e
Friuli-Venezia Giulia.
Altri 330 milioni sarebbero i risparmi attesi dall’applicazione dei «costi
standard» agli apparati politici regionali. Alcuni dei quali, va detto, si sono
mostrati decisamente riluttanti di
fronte ai tagli già imposti sull’onda
degli scandali di Batman&co. alla Regione Lazio. Innanzitutto sulla trasparenza. Nonostante in seguito al decreto Monti sia stata fissata una retribuzione lorda onnicomprensiva uguale
per tutti i consiglieri (11 mila euro
mensili), i dati pubblicati per legge sui
vari siti «non dicono», sostiene il rapporto, «quanti consiglieri cumulano
all’indennità di carica le varie indennità di funzione previste, ed è dunque
impossibile calcolare la retribuzione
effettiva». Poi c’è il caso della Sardegna, che ha fatto ricorso alla Corte costituzionale contro il decreto Monti e
non l’ha applicato, dov’è fissata
«un’indennità di carica molto più alta
Le carte
Il rapporto del gruppo di lavoro
sui costi della politica
commissionato da Cottarelli:
era pronto già quattro mesi fa
ma finora non era stato diffuso
(14 mila euro) della soglia su cui possono cumularsi le altre indennità».
Del resto le differenze nei costi delle assemblee, fra Regione e Regione,
restano rilevantissime anche dopo la
quasi generale equiparazione delle indennità. La media nazionale per consigliere «è superiore ai 900 mila euro
ma Lazio, Calabria e Sicilia spendono
più di un milione e mezzo mentre
Molise e Marche sono attorno ai 500
mila euro», rivelano gli autori. Affermando la necessità di ridurre anche
qui, ulteriormente, di 266 unità il numero di assessori ed eletti, con un risparmio possibile di 35 milioni: più
altri 25 se si allineasse lo stipendio del
consigliere a quello del sindaco del
capoluogo. In tutto, dunque, sessanta
milioni. Che salirebbero a 107 se, come propone il rapporto, si eliminasse
anche il rimborso forfettario mensile.
«In fondo», scrivono gli esperti di
Cottarelli, «ai percettori di redditi di
lavoro dipendente non è in genere riconosciuto un rimborso per le spese
attinenti alla loro attività». Non si capisce quindi per quale ragione i consiglieri regionali debbano averne diritto.
Altri 50 milioni di minore
spesa potrebbero derivare
dalla revisione dei vitalizi pagati agli ex consiglieri in base
ai cosiddetti diritti acquisiti:
semplicemente ricapitalizzando i contributi effettivamente versati sulla base del
sistema contributivo e ricalcolando così gli assegni mensili. I vecchi vitalizi rappresentano una fetta gigantesca del costo
della politica regionale: 173,4 milioni
nel 2012. Che continua a lievitare. Basti pensare che nella sola Regione Lazio l’esborso è salito di oltre il 30 per
cento in due anni, da 15,9 milioni nel
2012 a più di 20 quest’anno.
Sergio Rizzo
© RIPRODUZIONE RISERVATA
A noi come cittadini
interessano altre parti del
suo mestiere, anzi della sua
vocazione: quelle che Max
Weber descrive con la
tripletta passione,
responsabilità, lungimiranza. Passione vuol dire dedizione ad una causa esterna
da sé (la vanità e la ricerca
del potere di per se stesso è
uno dei crimini del politico) e questa passione spero
che Renzi ce l’abbia: la sobrietà con cui ha reagito alla
grande vittoria elettorale
delle Europee promette
bene. Responsabilità vuol
dire che la causa che il politico si prefigge — nel caso
nostro sollevare il Paese
dall’infelice condizione in
cui è caduto, e così facendo
migliorare anche la situazione dei nostri concittadini più disagiati — dev’essere la stella polare del suo
agire, l’unico metro
con cui misura il suo
personale successo.
E lungimiranza vuol dire —
la faccio breve — freddezza,
realismo, capacità di
valutazione distaccata.
Le cose che Galli della Loggia vorrebbe che Renzi dicesse agli italiani — la «verità» — io vorrei che le pensasse lui e agisse in conseguenza, con la massima
lungimiranza, astuzia e
freddezza di cui è capace.
Se non ne fosse
intimamente convinto la
tripletta weberiana lo
porterebbe in direzione
sbagliata: resterebbe un
politico per vocazione, ma
non il politico di cui oggi il
Paese ha bisogno. Perplessità e preoccupazioni gli
osservatori esterni — Galli
della Loggia, chi scrive e
tanti altri — è comprensibile che le abbiano e la mia
maggiore è se Renzi, e il
gruppo dirigente che ha
portato al governo, abbiano
le risorse tecniche e
culturali adeguate al
compito, alle fatiche di
Ercole, che si sono
addossati. Ma consigli non
ne ho, se non quello di tenersi sul comodino il profondo e commovente saggio di Max Weber cui ho
fatto riferimento: La politica come vocazione.
Michele Salvati
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8
Primo Piano
Giovedì 17 Luglio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Il mercato Piazza Affari
La corsa del Pil cinese spinge i listini
Milano guida i rialzi con il 3,17%
L’economia di Pechino cresce del 7,5% all’anno. Cala lo spread, banche in recupero
MILANO — I segnali di ripresa dell’economia cinese
uniti agli annunci (o alle voci)
di grandi operazioni di acquisizione hanno dato la spinta
alle borse occidentali, in particolare a quella di Milano che
con un rimbalzo del 3,17% recupera buona parte delle perdite (-4,3%) registrate da inizio mese. Bene sono andate
anche le altre piazze europee,
anche se con rialzi inferiori:
Parigi +1,5%, Londra +1,11% e
Francoforte, +1,44%.
Gran parte della spinta alle
borse è da attribuire ai risultati macroeconomici della Cina, che ha registrato una crescita del 2% nel secondo trimestre rispetto a quello precedente, portando l’aumento
del Pil annuo al 7,5%, leggermente sopra la media delle
previsioni. Positivi sono stati
anche i dati cinesi sulle vendite al dettaglio e sulla produzione industriale di giugno.
Sembra dunque che Pechino
si sia stabilizzata dopo un inizio d’anno incerto, anche se
gli osservatori mostrano an-
Le Borse ieri
+ 1,11%
Londra
FTSE MIB
+ 1,44%
Francoforte
20.979
+ 1,48%
Parigi
20.824
+ 3,17%
20.559
+7,5%
20.514
la crescita del Pil cinese
nel secondo trimestre
9.01
11.48
14.37
17.30
D’ARCO
cora incertezza: «Il dato sul Pil
è in linea con le nostre attese,
ma la ripresa è ancora fragile,
data in particolare la correzione del mercato immobiliare»
ha commentato Chang Jian,
analista di Barclays a Hong
Kong. «La ripresa dipende in
ampia parte dal sostegno governativo». Non è un caso
quindi se a non festeggiare siano state proprio le borse cinesi, con Shangai che ha
chiuso in calo dello 0,15% e
Shenzen dello 0,58%.
L’altro grande motore dei
mercati di ieri è stato l’allentamento della tensione relativa alla crisi della banca portoghese Espirito Santo. L’istituto di Lisbona ha recuperato
dai minimi storici con rialzi
fino al 20% durante la giornata (per poi chiudere a +17%)
grazie al sostegno assicurato
L’effetto Lisbona
Le banche europee
riprendono fiato grazie
all’allentamento dei timori
su Banco Espirito Santo
dalla banca centrale del Portogallo in caso di necessità e
alla disponibilità mostrata
dagli azionisti dell’istituto a
ricapitalizzare la banca. Il clima più sereno ha scatenato
un rimbalzo generale dei titoli bancari in tutta Europa, fortemente penalizzati nei giorni
scorsi per il timore di un ef-
fetto contagio. A Piazza Affari
il rimbalzo ha riguardato l’intero comparto del credito,
con il Banco Popolare salito
del 7,98%, Ubi Banca del
5,86%, Intesa Sanpaolo del
4,27%, Bpm del 3,97%, Mediobanca del 3,77%, Bper del
3,14%, Unicredit del 2,5% e
Mps del 2,24%. In miglioramento anche lo spread Btp/
Bund che ha chiuso in calo a
162 punti base.
Anche Wall Street ha beneficiato del clima positivo offerto dalla Cina oltre che dalla
forte spinta al settore delle fusioni e acquisizioni (come la
mossa tentata da Newscorp
su Time Warner per 80 miliardi di dollari). Hanno avuto
un effetto solo parziale le parole della presidente della Federal Reserve, Janet Yellen,
secondo cui i titoli dei social
media e delle biotecnologie
sarebbero sopravvalutati.
Fabrizio Massaro
© RIPRODUZIONE RISERVATA
La spending review
In quattro voci
il piano
antisprechi
Municipalizzate, illuminazione
pubblica, immobili e forze
dell’ordine sono tra i capitoli
principali della «spending
review» del commissario Carlo
Cottarelli, con l’obiettivo di
risparmiare e alleggerire il
bilancio pubblico. Il mondo
delle partecipate locali, scrive
il commissario, è «una
giungla» per lo più
«inesplorata e di estensione
incerta». Oltre la metà delle
partecipate comunali –
secondo le stime – ha più
manager che addetti e ci sono
addirittura 1.213 società che
oltre agli amministratori non
hanno nessuno sul libro paga.
Municipalizzate
Una su tre delle quasi settemila società,
grandi, medie, piccole e piccolissime,
partecipate dai Comuni ha i conti in rosso. Il
33% delle aziende partecipate è in perdita e
un altro 20% ha i conti in pareggio.
Insomma più della metà non è in attivo. Per
questo motivo sono previste
semplificazioni, sinergie e fusioni.
L’obiettivo è quello di una maggiore
efficienza e condivisione dei costi con effetti
positivi sulla redditività
Illuminazione stradale
Costa circa due miliardi l’anno - secondo le
stime - e grava prevalentemente sulle
finanze dei Comuni, ma risparmi immediati
di 100-200 milioni l’anno potrebbero essere
ottenuti risparmiando sull’illuminazione
pubblica. In pratica, spegnendo alcune luci.
Ma altre strade prevedono la sostituzione
delle luci con nuove tecnologie più efficienti
o economiche. Con interventi che richiedono
anche investimenti, capaci però di far
risparmiare fino a un miliardo per anno
Immobili e uffici
Meno affitti e sedi condivise: è la «ratio»
della riorganizzazione degli immobili
pubblici. Dalla razionalizzazione della
gestione degli immobili si attendono
risparmi per 500 milioni. La proposta
Cottarelli prevede una razionalizzazione
della presenza sul territorio, una revisione
normativa su permute e altri istituti e una
riorganizzazione della gestione degli archivi.
Il tutto nell’ambito di una generale revisione
nell’uso degli spazi pubblici
Forze dell’ordine
Anche dalle sinergie fra i corpi di polizia si
potrebbero ottenere, secondo i piani, alcuni
risparmi. La spesa per le forze di polizia in
Italia è di circa 20 miliardi. Il numero di unità,
per Cottarelli, è elevato rispetto ad altri
Paesi. Tuttavia, in base alle ultime risultanze,
il piano di risparmi avrebbe subito qualche
ridimensionamento, concentrandosi ora
soprattutto sui guadagni d’efficienza che
possono arrivare dall’accorpamento delle
sedi logistiche, come le caserme
Il programma Atteso per la fine del mese anche l’orientamento sulle sinergie nel settore della sicurezza e del riordino delle forze di polizia
Risparmi, si parte dalla giungla delle municipalizzate
Pronte le misure del commissario straordinario Cottarelli: 200 lettere agli enti che spendono troppo
ROMA — Carlo Cottarelli, commissario per la Revisione della spesa, ha
scritto in un foglio tutte le cose fatte finora. E poiché in tal modo ha riempito
un’intera facciata si ritiene soddisfatto
del suo lavoro. Anche se, sin da quando è arrivato, ripete che gli effetti dei
risparmi di spesa programmati possono essere valutati solo nel medio termine quando, al di là dell’ammontare
dei tagli, sarà valutabile anche il ritorno di efficienza degli interventi fatti.
Ritardi certo ce ne sono stati – uno per
tutti la realizzazione dei provvedimenti di limitazione delle auto blu – e
ce ne saranno, ma nel complesso il lavoro del suo staff di tecnici prosegue
secondo il timing previsto. Ma del resto non spetta a Cottarelli, ma a Matteo Renzi e al suo governo, prendere le
decisioni politiche e trasformare in
provvedimenti normativi le proposte
che il parlamento deve poi approvare
e inviare alla realizzazione.
Ieri Cottarelli ha aggiunto altre righe al foglio delle cose fatte: la definizione degli standard di fabbisogno dei
Comuni, in base alle loro caratteristiche territoriali e agli aspetti socio-demografici della popolazione residente. Nei prossimi mesi sarà definita anche la capacità fiscale standard, così
che per gli enti locali, che avranno parametri su cui misurarsi, si potrà superare il criterio della spesa storica.
Una volta trasferite alla gestione del
ministro Marianna Madia i suggerimenti per la razionalizzazione della
Pubblica amministrazione, Cottarelli
ha deciso di concentrarsi sul dossier
delle partecipate che sarebbero le oltre
10 mila società controllate direttamente o indirettamente, anche col sistema delle «scatole cinesi», da enti
locali o enti pubblici. All’interno di tale conglomerato – ha denunciato lo
stesso commissario – c’è di tutto: le
aziende che ti aspetti ci siano, che
vendono ai cittadini i servizi di luce,
trasporti, acqua e rifiuti ma anche
quelle che non ti aspetti perché producono uova piuttosto che prosciutti,
o vino o servizi turistici o perché han-
Il decreto
Individuerà i requisiti dei 12
soggetti che assieme a Consip
gestiranno le spese della
Pubblica amministrazione
no – e sono nel 2.761 società – più amministratori che dipendenti. Le cifre
di questa «giungla», come la chiama
Cottarelli, sono peraltro ancora da
completare, come è da definire il comunque «significativo» risparmio di
spesa realizzabile nell’immediato e nel
medio termine con lo sfoltimento –
tramite cessione, accorpamento o
chiusura – delle aziende. Quel che è
certo è che il censimento delle partecipate è in cima alla lista degli impegni
di Cottarelli e del suo staff anche perché c’è una scadenza precisa da rispettare. Quella del 31 luglio, termine per
la definizione del «programma di razionalizzazione della aziende speciali,
delle istituzioni e delle società direttamente o indirettamente controllate
dalle amministrazioni locali» che deve
essere reso «operativo e vincolante»
Occupazione
Cassa in deroga,
400 milioni in più
Ma slitta
la delega lavoro
Spending review Carlo Cottarelli
per gli enti locali, anche ai fini di una
sua traduzione nel Patto di stabilità e
crescita interno, nella legge di Stabilità per il 2015.
Mentre Cottarelli ha deciso di raddoppiare – da 100 a 200 - il numero dei
destinatari – gli amministratori di enti
locali e Asl – delle lettere (firmate anche dal presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone) di richiesta di chiarimenti sugli acquisti di
beni e servizi fatti, è in corso di definizione – dovrebbe vedere la luce entro
luglio – il decreto per individuare i requisiti dei 12 soggetti che assieme a
Consip e alle Regioni gestiranno la
spesa della Pubblica amministrazione
nell’ambito della riforma dell’intero
sistema. Nello stesso tempo il commissario punta a fare passi avanti – e
con la collaborazione dell’Agenzia del
Stato e imprese
Il governo ha stanziato 400
milioni di euro per il pagamento
della cassa integrazione e della
mobilità in deroga per
completare il pagamento del
2013 e avviare una parte dei
pagamenti per il 2014, pari a 1,4
miliardi. Intanto potrebbe
slittare a settembre
l’approvazione della delega sul
Lavoro. Al centro del confronto
l’eventuale abrogazione
dell’articolo 18, richiesta da Ncd.
Pagamenti,
il Tesoro accelera
A giugno rimborsi
per 26 miliardi
Non mancava nessuno ieri
all’incontro promosso dal
ministero dell’Economia sui
debiti della p.a. A Confindustria,
Rete Imprese, Unioncamere, Anci
Regioni e Comuni, Abi e Cdp è
stato chiesto di usare tutti gli
strumenti possibili per accelerare
il pagamento nei tempi richiesti
dal premier: settembre. A giugno,
ha fatto sapere la Ragioneria,
risultano pagati 26 miliardi e
pronti altri 30.
demanio – anche in un’altra importante area della spesa pubblica. Quella
del patrimonio immobiliare. Il piano
per rendere efficiente la gestione degli
immobili pubblici ruoterà su diversi
punti: dalla verifica delle spese di riscaldamento a quelle dell’elettricità.
Anche i servizi di pulizia passeranno
al vaglio antispreco del commissario
così come sarà sottoposta a una verifica l’illuminazione. La parsimonia nell’uso della luce è una preoccupazione
di Cottarelli pure nel più vasto panorama delle spese degli enti locali e dello Stato. L’illuminazione stradale costa
circa due miliardi di euro e grava prevalentemente sulle finanze dei Comuni oltre a provocare un inquinamento
luminoso i cui danni non vanno sottovalutati. Naturalmente, per ottenere
risparmi importanti, dell’ordine di un
miliardo l’anno, occorrono tempo e
investimenti ma nell’immediato si
possono recuperare, secondo l’economista ex dirigente del Fmi, dai 100 ai
200 milioni l’anno: basta spegnere le
luci non necessarie che non sono certo
quelle di città ma quelle di strade extraurbane a scorrimento veloce, di
aree a uso industriale o artigianale e di
zone urbanizzate non edificate. Infine
Cottarelli punta a fare progressi nella
difficile area dei risparmi nella sicurezza. Di fronte alle difficoltà politica
di mettere mano a un accorpamento
delle varie forze, si sarebbe convinto
dell’opportunità di limitarsi per ora
alle sinergie logistiche: dalle sedi agli
acquisti.
Stefania Tamburello
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Corriere della Sera Giovedì 17 Luglio 2014
Primo Piano
italia: 51575551575557
9
Il negoziato L’acquisizione
Etihad-Alitalia alla firma, la Cgil dice no
Verso l’intesa. Il nodo delle Poste. Camusso: azienda incomprensibile
ROMA — La Cgil non firmerà
l’accordo sugli esuberi Alitalia.
Lo annunciano il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, e il segretario generale
della Filt Cgil, Franco Nasso, in
una lettera inviata al ministro
delle Infrastrutture e dei Trasporti, Maurizio Lupi, e al ministro del Lavoro e delle Politiche
Sociali, Giuliano Poletti.
Il sindacato di corso Italia
aveva chiesto qualche giorno di
tempo dopo che sabato Cisl, Uil,
Ugl e le sigle di piloti e assistenti
di volo (Anpac, Anpav e Ania)
avevano siglato l’intesa su 2.251
esuberi. Ieri i vertici della Cgil
hanno confermato la bocciatura
del piano: «Con ogni evidenza si
tratta di una crisi indotta dalla
palese inadeguatezza del “piano
Fenice” (sulla base del quale Alitalia ripartì nel 2009, ndr), oltre
che dall’assenza di una politica
di settore e certamente non di-
pendente da fattori riconducibili al lavoro», fanno notare Camusso e Nasso che comunque
esprimono un giudizio positivo
sul programma di rilancio presentato da Etihad: «Un piano
molto prudente che però si
muove, a differenza di quello
targato Air France, nella direzione giusta: più qualità e più rotte
intercontinentali». Camusso e
Nasso definiscono «incomprensibile» la posizione di Cai in merito alla gestione degli esuberi.
Per questi motivi la Cgil e la Filt
confermano la «non sottoscrizione dell’intesa», aggiungono i
leader sindacali che confermano «l’impegno a sostegno dei
lavoratori ingiustamente colpiti
e per garantire una prospettiva
di salvataggio e rilancio di Alitalia e dell’intero settore del trasporto aereo italiano».
«Sinceramente me l’aspettavo. Era nella logica delle cose»
D’ARCO
I numeri dell’alleanza
616
Esu
Esuberi
uberi
Dipendenti
che passano ad
Alitalia-Etihad
22
2.251
13.287
954
4
Licenziati e riassunti
con contratti
di ricollocamento
commenta l’ad di Alitalia, Gabriele Del Torchio, «se non altro, però, c’è un passo positivo
perché hanno detto di voler firmare il contratto».
Rispondendo al «question time» sulla vertenza Alitalia, il
ministro del Lavoro, Giuliano
Poletti, ribadisce: «Abbiamo
fatto tutto ciò che si può fare per
ridurre al minimo gli elementi
di problematicità che sul piano
dell’occupazione si stavano presentando».
Comunque, dopo l’ok delle
banche alla ristrutturazione del
1 miliardo
Riassorbiti
dentro
il gruppo
11.036
Dipendenti attuali
di Alitalia-Cai
Il debito di Alitalia
Il debito
da ristrutturare
con le banche
La quota futura
di Etihad in Alitalia
681
565
milioni
49%
Licenziati
e ricollocati
presso società
esterne
debito di Alitalia e le voci di una
resistenza di Poste Italiane ad
affiancare gli istituti di credito,
ieri il numero uno di Etihad, James Hogan, ha incontrato Francesco Caio, l’ad di Poste, sulla
partecipazione del gruppo all’aumento di capitale da 200 mi-
lioni destinati a eventuali contenziosi o debiti superiori alle
previsioni entro il 2014. «Chiariremo la posizione di Poste nelle prossime ore perché ormai
non c’è più tempo - ha detto Del
Torchio -. Il 25 luglio abbiamo
l’assemblea».
Missione di Hogan per inaugurare il nuovo volo dalla Capitale
ROMA — «Buongiorno! Vengo da un
Paese in cui ci sono molti italiani, per cui
conosco un po’ del vostro stile di vita».
Non è l’arabo che ti aspetti, James Hogan,
ceo di Etihad, la compagnia degli Emirati
Arabi che vuole acquistare il 49% di Alitalia. E infatti Hogan è australiano, biondo,
occhi azzurri, e si fa largo nell’incredibile
ressa di giornalisti e operatori, che lo attendevano ieri mattina in uno degli alberghi della «Dolce vita», con le spalle
del rugbista. Chi si aspettava in prima fila
capi coperti da lenzuoli bianchi è rimasto
deluso, la delegazione arrivata a Roma
per presentare il volo giornaliero per Abu
Dhabi comprendeva, tra gli altri, due vicepresidenti, Hasan Al Hammadi e Khaled Al Mehairbi, perfettamente mimetizzati tra gli altri gessati. Unica nota di colore concessa al nostro immaginario,
quattro hostess Etihad, con il cappellino
ingentilito da un accenno di velo, in visibile difficoltà nel sedare la zizzania per il
L’ex miss Italia
È Roberta Capua a introdurre
un filmato che illustra
le meraviglie di Abu Dhabi con
tanto di grattacieli e Ferrari World
possesso dei microfoni da parte dei giornalisti.
«Sono arrivati gli arabi». Alla saletta
dove Hogan accetterà «anche qualche
domanda su Alitalia ma, cercate di capire, siamo nel bel mezzo della trattativa»,
si accede attraversando la zona buffet, in
perfetto stile italiano. Hogan gli dedicherà un minuto, solo al termine dell’incontro, per la photo-opportunity per poi scivolare via evitando approcci diretti, tramezzini e cornetti.
Tocca a Roberta Capua, già miss Italia,
introdurre la conferenza stampa con un
filmato che illustra le meraviglie di Abu
Dhabi con tanto di grattacieli e Ferrari
World. Passano anche un paio d’occhi
femminili dietro un velo scuro, poi di
nuovo il superlusso della «nuova cabina
residence con dentro anche la doccia».
Una cartina illustra meglio di ogni discorso il sogno visionario di Etihad: spostare l’asse del trasporto aereo mondiale
dall’Europa al Medio Oriente. E infatti
ecco Abu Dhabi, hub della compagnia, al
centro di tre cerchi concentrici, l’ultimo
dei quali tocca da una parte Sidney e dall’altra San Francisco. «Siamo in grado di
collegare senza sosta tutto il mondo» è la
spiegazione. «A tre ore da noi ci sono 40
milioni di viaggiatori del subcontinente
indiano» si aggiunge.
Lo sfoggio di potenza e ricchezza è
convincente e rende plasticamente le
condizioni in cui è stata condotta finora
la trattativa: di qua una compagnia che
ha accumulato negli ultimi sei anni, da
quando cioè è rinata con il «piano Fenice» dalle ceneri, un miliardo e mezzo di
perdite, di là un colosso che fattura 7,4
miliardi di dollari e movimenta quasi
cento aerei (avendone prenotati altrettanti).
Che cosa abbia spinto gli arabi a intestardirsi dall’anno scorso su questa trattativa, sfidando tutti i pregiudizi sulle
«paludi» italiane e concedendo (ieri) che
il negoziato superi il termine ultimo di fine luglio, è presto detto. Acquisire Alitalia è l’occasione di penetrare il mercato
europeo, dotandosi di una base ricca, cara agli arabi, con un esborso che non sarebbe stato possibile per nessuno degli
altri big carrier europei: non British, non
Lufthansa, nè Air France-Klm con cui
Hogan ieri ha rivendicato ottime relazioni.
Il campanello d’allarme in Europa, rispetto all’invasione di campo, è suonato
forte e chiaro e ne è seguita una gragnuola di ricorsi all’Ue. Hogan lo ha ben presente quando dice: «Sappiamo che ci sono delle regole e siamo conformi a queste
regole».
Dall’altra parte del tavolo, chi per l’Italia ha tenuto la trattativa, nata per la cocciutaggine dell’allora premier Enrico
Letta e facilitata dai buoni uffici di Luca
Cordero di Montezemolo, a questo punto
può ben dire di poter dare ad Alitalia
un’occasione migliore di quella proposta
dai francesi, ormai pericolosamente vicini al loro declino. Basta ascoltare i propositi di sviluppo sui nostri scali di Etihad,
con la crescita dei voli intercontinentali
che nessuno avrebbe potuto immaginare
tornassero a Fiumicino, dopo il «sacco»
dei francesi che li avevano dirottati sul
loro hub di Parigi. Con la centralità di Linate, dove gli arabi vogliono dar battaglia
con ogni mezzo ai vettori europei che da
lì oggi drenano traffico del Nord per portarlo nei rispettivi hub. E persino con
I protagonisti
Alitalia
Gabriele Del
Torchio, classe
1951, è amministratore delegato di Alitalia
da aprile 2013,
indicato dai soci di Cai. Proviene da Ducati, al cui vertice
era arrivato nel
2007 da Carraro Group
Quella festa
per pochi
Malpensa, cui viene assegnato finalmente un ruolo: quello di scalo cargo, con la
chance di dimostrare nell’anno dell’Expo
che potrebbe essere qualcosa di più.
Tutto questo ha un prezzo, dice a un
certo punto chiaramente Hogan a chi gli
chiede se non si potevano salvare i 954
lavoratori rimasti fuori da ogni prospettiva, sia pure lontana, di ricollocamento.
Hogan vuole un «brand Alitalia rivitalizzato e un’azienda ridimensionata per
mantenere un equilibrio economico di
lungo periodo: siamo qui per rimanere».
Quindi «dobbiamo ridurre il numero dei
dipendenti, abbiamo un nostro piano,
ma in futuro ci saranno nuove opportunità di lavoro nella compagnia. Non posso essere responsabile per il passato».
Quanto al «no» della Cgil, esplicitato più
tardi dal segretario Susanna Camusso,
l’amministratore delegato di Etihad non
drammatizza e nel concedere ancora
tempo alla conclusione dell’accordo
sembra riaccendere una luce.
Restano sullo sfondo, nemmeno citate, le banche, con i loro mille advisor,
chiamate a rattoppare il vestito della
compagnia, rinegoziando un po’ di debiti
da una parte, pagando perché i vecchi
contenziosi non ricadano sulle spalle degli arabi, e in fondo rimaste troppo coin-
Etihad
James Hogan,
classe 1956,
manager australiano, è
presidente e
amministratore delegato del
vettore aereo
di Abu Dhabi
da settembre
2006 dopo oltre trent’anni di
carriera nel
settore del trasporto aereo
L’azionista
Lo sceicco
Hamed bin
Zayed Al Nahyan, presidente della
compagnia
statale degli
Emirati Arabi,
fondata nel
2003, e membro della famiglia reale di
Abu Dhabi
F. D. F.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
✒
Retroscena Ultimi passaggi prima dell’acquisto del 49% da parte degli emiratini. Il ruolo delle banche, le incursioni della politica
La nuova Dolce vita degli arabi
A Roma la bandiera di Abu Dhabi
Intanto è ripresa ieri sera la
trattativa al ministero delle Infrastrutture tra sindacati e Alitalia per proseguire il confronto
sul nuovo contratto nazionale
del trasporto aereo: i sindacati
hanno chiesto aumenti salariali
del 6% per i prossimi tre anni.
Inoltre se il contributo di solidarietà chiesto dall’azienda dovesse essere accolto, nell’accordo a
livello aziendale Alitalia potrebbe risparmiare 31 milioni di euro nel secondo semestre 2014.
Dai calcoli dei sindacati il taglio
per un lavoratore di terra è di
100 euro al mese su 1.200 euro
mensili, mentre per un pilota si
tratta di meno 1.500 euro. Su
questi temi la trattativa si era
arenata l’altra notte quando la
Uil aveva chiesto di consultare la
base e pure piloti e assistenti di
volo avevano puntato i piedi.
volte nel nuovo affare per poter immaginare di venirne fuori il più presto possibile.
E la politica? «Non ho visto mister
Renzi questa volta» confessa Hogan. A
sventolare il vessillo della difesa dell’italianità, madre di tutte le battaglie sei anni fa, non resta nemmeno il leghista Matteo Salvini. E ci mancherebbe: Malpensa,
lo scalo varesino, ha spalancato da tempo
le porte all’altra compagnia del Golfo,
Emirates. Del resto gli sceicchi ieri hanno
annunciato che entro il 2021 manderanno una navicella su Marte. Mica ce la vogliamo perdere?
Antonella Baccaro
© RIPRODUZIONE RISERVATA
di FRANCESCO DI FRISCHIA
B
ignè di crema al tartufo,
polpettine fritte di verdure,
fagottini «mozzarella e
verdure», carichi di sugo (il cui
ricordo è rimasto su cravatte e
camicie). Per primo, trofie con
melanzane e ricotta salata,
insalata russa e paccheri al
pesto. E per secondo grigliata
di bocconcini di carne, spiedini,
salmone, cotolette e formaggio
con contorno di insalata. Il
tutto annaffiato da prosecco,
vino e superalcolici. Alla festa
organizzata da Etihad nella
panoramica Villa Miani, per
celebrare con circa 300 ospiti il
volo giornaliero Roma-Abu
Dhabi, erano attesi, secondo il
comunicato-stampa di Etihad,
«rappresentanti di istituzioni
governative, operatori del
turismo, compagnie aeree
partner, agenti di viaggio». Ma
alla conta delle hostess
emiratine e italiane sono
mancati proprio i vip. Non
c’era il ministro dei Trasporti,
Maurizio Lupi (impegnato in
tv), «sostituito» dal capo della
segreteria tecnica
dell’Economia, Fabrizio Pagani
(in prima fila nella trattativa),
né il sindaco di Roma, Ignazio
Marino. Mancava Luca di
Montezemolo, impegnato
all’estero, né tantomeno c’era
Matteo Renzi. Tra i tavoli si è
visto il vicepresidente del Csm,
Michele Vietti, e una vecchia
gloria di Alitalia: l’ex
amministratore delegato
Giovanni Bisignani, oltre
ovviamente al top management
attuale, Gabriele Del Torchio e
Roberto Colaninno, affiancati
tra gli altri da Giancarlo
Schisano (vice direttore
generale). Una nuova sobrietà
sembra aver contagiato politici
e personalità, che in altre
circostanze non si erano mai
negati al flash dei fotografi (e
al buffet). Del resto, dietro i
riflettori, la vicenda Alitalia
conta pur sempre quasi un
migliaio di nuovi disoccupati.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Giovedì 17 Luglio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Esteri
Sulla costa Un uomo porta in
braccio il corpo di uno dei quattro bambini uccisi ieri (Reuters)
Nella Striscia Gli israeliani li avrebbero scambiati per combattenti. Aperta un’inchiesta
Gaza, il missile centra in spiaggia
i bambini che giocavano a palla
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
GERUSALEMME — Sono nato e
cresciuto a Gaza. Per me il mare è
importante perché è l’unico spazio
dove posso sentirmi libero e semplicemente divertirmi. Come ogni
altra persona che vive qui, del mare non ne ho mai abbastanza (Basil Yazouri, fotografo)
***
Stavano giocando a nascondino
o a pallone o a rincorrersi sulla
spiaggia. Vicino alle baracche dove
i pescatori tengono le reti, dove il
padre intreccia a mano quelle da
lanciare nel mare di Gaza. Il porto è
già stato bombardato in questi nove giorni di guerra, le piccole barche distrutte, a brandelli le tende
colorate che riparano dal sole gli
uomini mentre fumano le pipe ad
acqua.
Scappano alla prima esplosione,
uno di loro muore subito, corrono
lontano dai capanni, credono sia
I giornalisti stranieri
che stavano
in un hotel vicino
al luogo dell’attacco
sono subito accorsi
per aiutare i feriti
più sicuro. Il secondo colpo — raccontano i testimoni — centra gli
altri, tre restano uccisi, i feriti vengono aiutati dai giornalisti internazionali che stanno in un albergo
lì vicino. «Alle quattro del pomeriggio — scrive Peter Beaumont,
del quotidiano britannico Guardian — sento un’esplosione. Dietro la colonna di fumo e sabbia vedo quattro figure muoversi, dalle
dimensioni capisco che sono tre
bambini e un adulto».
Le tovaglie del ristorante vengono usate per provare a tappare il
sangue, uno dei ragazzini ha un
frammento conficcato nello stomaco. Dalle poche parole che i feriti riescono a tirar fuori, i soccorritori capiscono che con loro c’erano
altri bimbi. I cadaveri sono sulla
spiaggia, fanno parte della fami-
glia Bakr, sono tutti cugini: Ahmed
e Zakaria, 10 anni, Mohamed, 11,
Ismail, 9. «Erano andati al mare —
racconta Khamis Bakr, un parente,
all’agenzia France Presse — per
giocare e stare lontani da Shati, dove vivono. È a nord, verso la frontiera con Israele, i bombardamenti
da quelle parti sono continui». Sono stati seppelliti al tramonto.
Le navi dispiegate al largo della
Striscia cannoneggiano la costa, i
pochi pescherecci che si avventurano in mare non possono superare le tre miglia, verrebbero considerati possibili aggressori e bersagliati. Dalla Kirya, il quartiere generale del ministero della Difesa e
dello Stato Maggiore a Tel Aviv, filtra una prima ricostruzione, riportata dal telegiornale del Canale 10:
su un molo vicino a dove giocava-
L’offensiva
Inizio
L’8 luglio Israele lancia
l’operazione Protective
Edge contro la Striscia di
Gaza, con l’obiettivo
immediato di
smantellare l’arsenale di
Hamas e quindi di
annientare
l’organizzazione
islamica accusata di
aver rapito e ucciso in
giugno tre giovani
israeliani in una colonia
a nord di Hebron
Sviluppi
Dopo centinaia di raid
israeliani su Gaza con
decine di vittime e
centinaia di razzi
palestinesi su Israele,
con una vittima, l’Egitto
propone una tregua per
martedì 15 luglio. Il
cessate il fuoco viene
però rispettato solo per
poche ore da Israele che
poi riprende i raid sulla
Striscia: Hamas infatti
annuncia di non essere
stata interpellata e
comunque di non
accettare le condizioni
previste per la tregua
no i ragazzini l’intelligence militare avrebbe individuato un container utilizzato dai miliziani di Hamas, un primo razzo è stato sparato sul tetto per avvertire che stava
per essere distrutto, i bambini presi dal panico sono fuggiti e sono
stati colpiti da un missile lanciato
da un drone. Sarebbero stati confusi per combattenti. «È stata aperta un’indagine — commenta un
portavoce — posso solo dire che
abbiamo attaccato un obiettivo sospetto. Le vittime innocenti sono
una tragedia».
L’organizzazione Save the Children calcola che dei 194 morti (il
bilancio dopo questa stima è cresciuto a 220) 149 siano civili, tra
loro 38 bambini. «I piccoli che abbiamo cercato di aiutare nei precedenti conflitti stanno rivivendo
l’incubo e l’angoscia. Almeno 25
mila bimbi avranno bisogno di sostegno psicologico».
«Siamo morti viventi», dice Abu
Ashem mentre passeggia sotto le
jacarande in una strada della città
✒
Ma la vera svolta in Medio Oriente
dipende dall’intesa con l’Iran
di PAOLO VALENTINO
D
ev’esserci più di un fondo di verità, se anche analisti
conservatori come Leslie Gelb o diplomatici con una grande
esperienza in Medio Oriente come Ryan Crocker, indicano l’intesa
in fieri sul nucleare con l’Iran come il vero, potenziale game
changer, la svolta, nel grande terremoto in corso nella regione.
Seicento anni di Storia si stanno disfacendo sotto i nostri occhi.
La struttura politica impostata dagli Ottomani nel 1500 è quasi
del tutto crollata. Le artificiali costruzioni degli imperi coloniali
sono a pezzi. E gli Stati Uniti, comunque privi di un disegno
strategico, appaiono sempre meno in grado di influenzare gli
avvenimenti, dominati dall’avanzata dello Stato islamico in Siria
e Iraq, dalla nuova esplosione di violenza nella Striscia di Gaza,
dalla continua instabilità dell’Afghanistan. In questo scenario
caotico e pericoloso, il negoziato con Teheran appare come la sola
carta in mano a Washington e agli occidentali per innescare una
nuova dinamica nell’area. Probabilmente, ma non è detta ancora
l’ultima parola, l’accordo non si farà il 20 luglio. Il segretario di
Stato John Kerry ha lasciato Vienna parlando di «grosse
divergenze» ancora esistenti su temi decisivi, ammettendo però
che progressi sostanziali siano stati fatti. Un rinvio è probabile.
Ma ormai è solo questione di tempo. Qui non entriamo nel merito.
Ogni accordo dovrà assicurare che Teheran non sviluppi l’atomica
militare, si sottometta al regime di non proliferazione e possa così
avere un’industria nucleare pacifica nel pieno rispetto delle regole
internazionali. Ma non c’è dubbio che un’intesa restituirebbe
l’Iran a un ruolo di interlocutore regionale, del quale gli Stati
Uniti e l’Europa oggi hanno assolutamente bisogno per far fronte
alle crisi in corso. Teheran e Washington condividono interessi
importanti in Iraq, in Siria e in Afghanistan. Per Teheran, la
creazione di uno Stato islamico sunnita ai suoi confini sarebbe
una catastrofe. E a Bagdad i leader persiani devono scegliere se
appoggiare i loro clienti sciiti in una guerra settaria, ovvero
lavorare con la comunità internazionale per costruire un Iraq
federale. Ma è l’intera regione che sarebbe scossa positivamente
dal ritorno e dalle nuove responsabilità del regime iraniano, che
potrebbe infine volgere a fini positivi i suoi network d’intelligence,
i suoi legami storici, religiosi, politici e geografici con i Paesi
vicini. Ci sarebbero più opzioni disponibili e meno possibilità di
ricatto. E anche le monarchie del Golfo, fin qui ostili a ogni
affrancamento di Teheran, sarebbero costrette a scelte più chiare
nei confronti del pericolo dello Stato islamico integralista.
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Corriere della Sera Giovedì 17 Luglio 2014
Esteri 11
italia: 51575551575557
#
Le strategie Ma è improbabile che Netanyahu accetti
Il pacchetto di Hamas:
tregua di dieci anni
e lo sblocco dei valichi
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
di Gaza. «Israele ci ha messo sotto
assedio otto anni fa — commenta
all’agenzia Reuters — e in tutto
questo periodo abbiamo vissuto
come se fossimo in guerra. Che cosa abbiamo da perdere adesso?».
Cugini
I quattro ragazzini, tra i 9 e gli
11 anni, erano tutti cugini.
Erano scappati dal nord della
Striscia per paura dei raid
Container
Il ministero della Difesa
israeliano ha dichiarato che
su un molo vicino c’era un
container utilizzato da Hamas
L’esercito israeliano ieri ha lanciato ancora volantini nelle zone a
nord e a est della Striscia. Intimano
agli abitanti di lasciare le case, avvertono che l’area diventerà un
campo di battaglia. L’invasione di
terra — se Benjamin Netanyahu, il
premier israeliano, dovesse dare
l’ordine — passerebbe tra questi
campi.
Questa volta la maggior parte
dei palestinesi non avrebbe lasciato i cubi di cemento grigio dove
più famiglie vivono insieme. Perché non sanno dove andare, perché da Gaza non c’è dove scappare,
più che per rispettare gli appelli
dei miliziani di Hamas: restate,
non abbandonate gli appartamenti, vogliono solo terrorizzarvi. In 20
mila hanno già cercato riparo tra i
muri dipinti di blu delle scuole gestite dall’Unrwa, l’agenzia delle
Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi.
Davide Frattini
@dafrattini
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Il commento
L’ORRORE CHE NON HA FINE
SEGUE DALLA PRIMA
È ovvio, e un dovere, dinanzi a questa
realtà, gridare che la guerra deve finire.
Ma la morte cesserà di essere la regina in
quelle terre non certo soltanto se
esprimiamo il nostro sdegno per un
crimine o un altro, il nostro lutto per vite
come queste e tante altre stroncate in una
assoluta assurdità. La morte di qualsiasi
bambino — e certo non solo di un
bambino ma di chiunque, a cominciare
dai tre israeliani rapiti — sotto qualsiasi
bomba è un momento in cui la vita, la
Storia, il potere politico mostrano il loro
volto più imbecille e sanguinoso. Ma tutto
ciò potrà cessare, in quei Paesi, soltanto se
i contendenti saranno capaci di risolvere
realmente il loro conflitto, di rimuovere ed
eliminare le cause oggettive che portano
inevitabilmente all’orrore, oppure se, nel
gioco della politica mondiale, si riuscirà
ad imporre loro la pace, una pace reale.
Entrambe le ipotesi — le uniche
suscettibili di porre fine alla barbarie —
appaiono altamente improbabili ed è
invece tragicamente probabile che ci
attendano altre catastrofi umane.
Claudio Magris
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221
20
140
vittime: dall’inizio dell’operazione «Protective Edge», lanciata da Israele lo scorso 8 luglio, sono stati uccisi 220 palestinesi e un israeliano.
La maggior parte delle vittime
nella Striscia di Gaza sono
civili. I feriti sono centinaia
tra i palestinesi e decine tra
gli israeliani
per cento: una su cinque delle
vittime a Gaza è un bambino.
Lo ha annunciato ieri la Ong
internazionale Save the Children che ha chiesto l’immediata fine delle ostilità anche
in difesa dei bambini israeliani, terrorizzati dalle centinaia
di razzi palestinesi lanciati
dalla Striscia
razzi: sparati in media ogni
giorno dalla Striscia di Gaza su
obiettivi in Israele, a partire
dall’8 luglio, per un totale di
1.260 razzi. La maggior parte
sono stati distrutti in aria dal
sistema Iron Dome. I raid israeliani su Gaza sono stati invece 1.750, pari a oltre 194 ogni
giorno
GERUSALEMME — In questi nove giorni
di guerra gli egiziani hanno aperto solo per
poche ore il valico di Rafah a sud della Striscia di Gaza. I feriti più gravi sono stati lasciati passare, centinaia di palestinesi sono
rimasti dall’altra parte, schiacciati contro le
cancellate e la barriera costruite sulla sabbia
del deserto.
Rafah è anche il passaggio verso una possibile tregua. Abu Mazen, il presidente palestinese, è arrivato al Cairo per parlare proprio di questo punto con Abdel Fattah al Sissi: i generali al potere in Egitto sarebbero disposti a sbloccare la frontiera, se i controlli
vengono affidati alle forze di sicurezza al
comando di Abu Mazen. Che oggi vola in
Turchia e da lì in Qatar: i leader di Hamas
non si fidano più degli egiziani, dopo essere
Valichi
CISGIORDANIA
Beit Lahiya
Beit Hanoun
ISRAELE
Gaza City
GAZA
Gerusalemme
Bureij
Deir al-Balah
Persone e merci,
negli ultimi mesi
GAZA
quasi sempre
chiuso
Khan Younis
RAFAH
EREZ
Persone e merci,
spesso chiuso
ISRAELE
Rafah
EGITTO
KEREM SHALOM
Merci, spesso chiuso
Frontiera
Al valico di Rafah con la speranza di riuscire
a passare. Nei
giorni scorsi le
autorità del Cairo hanno aperto il passaggio,
ma solo per poche ore. Abu
Mazen ne ha
parlato con il
generale Al Sissi, prima di recarsi in Turchia
e Qatar
stati lasciati fuori dalle discussioni sul cessate il fuoco annunciato per martedì mattina.
Il movimento fondamentalista propone
una tregua di lungo periodo, dieci anni, agli
israeliani. Chiede che venga tolto l’embargo
alla Striscia, che tutti i valichi vengano riaperti, che il porto e l’aeroporto siano ricostruiti e affidati alla comunità internazionale, che vengano liberati i palestinesi rincarcerati dopo essere stati liberati nello scambio per il caporale Gilad Shalit, rapito nel
giugno del 2006.
È improbabile che il governo di Benjamin
Netanyahu possa accettare l’offerta. Il premier ripete di volere «una Gaza smilitarizzata»: «Israele continuerà a fare quanto è
necessario per difendersi fino a quando la
pace e la calma non saranno ripristinate»,
dice a Federica Mogherini, la ministra italiana degli Esteri, in visita da due giorni nella regione.
Dalla Striscia di Gaza sono continuati i
lanci di missili verso le città israeliane, a Tel
Aviv le sirene sono suonate al mattino, per
tutto il giorno gli allarmi si sono ripetuti nel
sud del Paese. Israele ha accettato per oggi
un cessate il fuoco umanitario di cinque ore
chiesto dalle Nazioni Unite. Avigdor Lieberman, il ministro degli Esteri, era in visita ad
Ashkelon, quando ha dovuto rifugiarsi in
un bunker con Boerge Brende, il capo della
diplomazia norvegese. Abbastanza perché
Lieberman ribadisse la sua posizione: rioccupare la Striscia, liberarsi di Hamas.
La possibilità di un’invasione di terra —
commenta una fonte militare israeliana — è
diventata «molto elevata». Per la prima volta anche Tzipi Livni, ministra della Giustizia
e voce moderata nel governo, lo ammette:
«Se i missili non si fermano, non avremo altra scelta».
D. F.
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12 Esteri
La storia
Giovedì 17 Luglio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
La vicenda del giornalista americano contribuisce ad attrarre l’attenzione su milioni di persone che da anni risiedono negli Usa e che ora vivono un incubo
Vargas, premio Pulitzer
e immigrato clandestino
Arrestato in Texas perché senza documenti
DAL NOSTRO INVIATO
NEW YORK — Un’autodenuncia civica, una provocazione in cerca di pubblicità o un incidente casuale? Può avere una o tutte queste ragioni l’arresto
del giornalista, premio Pulitzer, José
Antonio Vargas, diventato paladino degli immigrati clandestini dopo aver rivelato in un articolo la sua condizione
di illegalità, ma di sicuro contribuisce ad
attrarre l’attenzione
su milioni di persone
che da anni risiedono
negli Usa senza documenti e che ora vivono un incubo.
Il confine tra il
Messico e gli Stati
Uniti è il campo di una
delle tante battaglie
tra l’amministrazione
Obama e i repubblicani in vista delle elezioni di medio termine.
Per ora a «cadere» sono le centinaia di migliaia di immigrati
che passano la frontiera illegalmente, tra
cui l’anno scorso c’erano 52 mila minorenni molti dei quali non accompagnati. Da un lato i repubblicani che accusano Barak Obama di aver favorito
l’ingresso di milioni di persone, lasciando incontrollato il confine, dall’altro i democratici che temono di alienarsi le simpatie dell’elettorato ispani-
Su Twitter
Immagini
José Antonio
Vargas ha
postato su
Twitter la foto
del suo arresto
Costituzione
Postate anche le
immagini del
passaporto
filippino accanto
al testo della
Costituzione Usa
co, una delle componenti del successo
alle urne del primo presidente afroamericano. In mezzo ci sono loro, milioni di persone confinate in un limbo in
cui i funzionari dell’immigrazione non
sono venuti a cercarli fino a quando
l’amministrazione non ha dovuto dare
un giro di vite e avviare i rimpatri.
Un’operazione di «deportazione» che
ora riguarda anche i bambini non accompagnati spediti illegalmente negli
States dai genitori per sottrarli alla violenza del Centroamerica oppure solo
per garantire loro un futuro migliore.
Aveva 12 anni José Antonio Vargas
nel 1993 quando i genitori lo misero su
un aereo con un uomo che per quasi 5
mila dollari gli trovò documenti falsi e
dalle Filippine lo consegnò ai nonni
che risiedevano legalmente in California. Solo a 16 anni venne a sapere, per
caso, di essere un immigrato illegale.
Da allora la sua vita è stata un inferno
di paure che però non gli hanno impedito di diventare un affermato giornalista fino ad essere premiato con il Pulitzer per un articolo sul Washington
Post del 2008. Ma fu nel 2011, mentre
lavorava al New York Times, che decise
di svelare la sua condizione di immigrato che, al pari di altri milioni nelle
sue stesse condizioni, rischiava di essere scoperto e mandato via. «La mia
vita come immigrante senza documenti» era il titolo del pezzo in cui
spiegava che dopo essere stato per anni
costretto a mentire e senza la possibilità di una regolarizzazione, ora era stanco: «Sebbene mi senta americano e
Paladino
José Antonio Vargas
(nella foto)
è diventato
un paladino
dei diritti
degli immigrati clandestini,
molti minorenni. Una
battaglia
che sta entrando prepotentemente nel
dibattito
per le elezioni di medio termine
consideri l’America la mia patria, essa
non mi ritiene uno dei suoi cittadini».
Nessuno lo ha mai cercato. Non lo
mandarono via nel 2012, quando fu arrestato per una infrazione stradale e
addirittura comparve sulla copertina
della rivista Time. L’anno dopo fu per-
fino consultato da una commissione
del Congresso.
Martedì scorso José Antonio Vargas
si è presentato all’aeroporto di McAllen, città della Valle del Rio Grande, al
confine con il Messico, l’ingresso principale dei clandestini. Era stato invita-
Domani su Sette
L’Africa che non ti aspetti
Sui media occidentali, l’Africa fa notizia solo per
conflitti e carestie. Quando mai si è letto, per esempio,
che, su una popolazione di circa un miliardo di
abitanti, quasi 600 milioni possiedono un cellulare? E
che proprio la telefonia mobile e la diffusione degli
smartphone è all’origine dell’exploit economico di
quest’ultimo decennio? Lo racconta il numero di Sette
in edicola domani con il Corriere, nella sua storia di
copertina, in cui mette a fuoco, accanto alle ombre, le
molte luci che provano a scacciarle.
to, dirà dopo, dagli attivisti locali che
protestano contro i rimpatri di questi
giorni. Mentre si imbarcava su un volo
di ritorno per Houston, è stato arrestato dagli agenti dell’immigrazione perché sul suo passaporto filippino non
c’era il visto americano. Da quel momento lui e i suoi sostenitori inondavano i social network con dichiarazioni e
immagini di quello che stava accadendo. Dopo alcune ore è stato rilasciato
«perché non c’erano segnalazioni» a
suo carico, hanno spiegato i funzionari, e l’hanno invitato a presentarsi in
tribunale per un processo. «Come me
anche 11 milioni di immigrati senza
documenti non sono una minaccia»,
ha dichiarato Vargas al New York Times, aggiungendo di non aver cercato
di farsi arrestare, anche se gli agenti
hanno sostenuto di avergli messo le
manette quando «ha dichiarato di trovarsi illegalmente negli Usa».
Giuseppe Guastella
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Corriere della Sera Giovedì 17 Luglio 2014
I
60
Esteri 13
italia: 51575551575557
In Germania
ANNI DELLA CANCELLIERA MERKEL
di HERFRIED MÜNKLER
L’
agire politico di Angela Merkel è di basso profilo, così
come il suo atteggiamento e il
suo look. Questo basso profilo non è
l’esito di una strategia premeditata,
bensì esprime semplicemente il carattere della Cancelliera: non si tira
indietro, è riservata. I tempi di Angela Merkel sono quelli in cui il peso
economico della Germania si è palesato come potere politico ed è diventato anche percepibile per i Paesi vicini, un colpo di fortuna — per la
Germania, ma anche per l’Europa. La
peculiarità del suo atteggiamento
politico nasconde gran parte dell’inconsueto potere tedesco in Europa,
che non è tuttavia ostentato e proclamato. La grande influenza della Germania sembra quasi normale perché
Angela Merkel è l’incarnazione della
normalità. La normalità ha sempre
un che di banale. La rappresentazione della banalità è uno dei punti di
forza politici di Angela Merkel.
I suoi pregi
Dal look all’indole
incarna la normalità
Immaginiamo se, all’apice della
crisi dell’euro, al vertice del governo
tedesco ci fossero stati uomini come
Helmut Schmidt o Gerhard
Schröder: auto-consapevoli, sicuri
di sé e delle proprie capacità, ostentatamente determinati e risoluti, refrattari al confronto: la politica del
basta, dall’espressione attribuita a
Gerhard Schröder. Il malcontento
dei Südländer, a causa della necessaria politica di austerità (rappresentata disinvoltamente come diktat tedesco) a fronte dell’eccessivo
debito pubblico, avrebbe trovato un
obiettivo in una politica tedesca vi-
rile impostata su gesti eroici, da cui
sarebbe scaturita un’immagine del
nemico: un ritorno dell’arroganza
teutonica, della vecchia volontà di
potenza, di dominare l‘Europa;
avendo fallito con la forza militare,
si ritenterebbe con il potere economico.
Angela Merkel non fu scalfita da
tali accuse: per attaccarla, i caricaturisti la rappresentavano con il vecchio elmo prussiano in testa, un paio di baffi sinistri sotto il naso avvolta nei drappi della svastica. Tutte
queste caricature rimasero caratterizzazioni che non attecchirono. Le
dichiarazioni e interviste di Frau
Merkel erano un’unica negazione di
queste insinuazioni. Angela Merkel
preferiva essere austera e parsimoniosa, una vera casalinga sveva appunto, ma non si poteva descrivere
come aggressiva e dispotica; questo
ritratto non convinceva.
A Frau Merkel si rimprovera spesso di non avere visione politica, sia
relativamente alla Germania che all’Europa. Questa osservazione è pertinente, ma è altrettanto giusto porla
come rimprovero? La politica della
Merkel significa, come si dice spesso
in Germania, «navigare a vista»: non
potendo vedere bene nella nebbia
fitta, si va piano facendo attenzione
a non finire fuori strada. Nel lungo
termine non è una soluzione sostenibile per raggiungere un obiettivo,
ma nel breve termine è la cosa più
ragionevole che si può fare. La cosa
giusta consiste nell’evitare di sbagliare. Nei suoi «Discorsi» Machiavelli illustra come Fabius Maximus
Cunctator grazie ai suoi indugi aves-
se salvato Roma da Annibale. Successivamente arrivarono altri che
praticarono una politica più offensiva. Ogni cosa ha il suo tempo, appunto. Anche in Europa ritornerà un
momentum in cui una politica visionaria e risoluta sarà necessaria e
vincente. Ora, tuttavia, una simile
politica è troppo pericolosa, in
quanto moltiplicherebbe le forze
Herfried
Münkler
62 anni, è docente di Teoria
politica all’Università Humboldt di Berlino
centrifughe in Europa. L‘Europa è in
una fase attendista, di difesa e consolidamento. La si potrebbe definire
la «fase Merkel».
(Traduzione di Ettore Claudio
Iannelli)
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Angela, miglior leader d’Europa?
Le immagini Gli scatti di una vita, Angela Merkel dagli anni dell’infanzia
nella Ddr, al debutto in politica tra le file dei cristiano-democratici. Poi la gioia per il trionfo tedesco ai Mondiali e la
torta (finta) per festeggiare i 60 anni
di EUGEN RUGE
L
a chiamiamo Mutti — espressione difficile da tradurre: addolcisce la parola Mutter (madre) che
ha un suono piuttosto duro e allo
stesso tempo aggiunge un tocco di
provincialismo, di buona condotta da
asilo infantile della Ddr.
Non stava male nella Ddr. Come
quasi tutti i suoi coetanei, era entrata
nella Freie Deutsche Jugend, l’associazione giovanile della Repubblica
Democratica Tedesca. Stando al suo
biografo Gerd Langgut, era addirittura una funzionaria responsabile per
l’Agitazione e la Propaganda. Non
certo i presupposti ideali per la sua
successiva carriera. O magari sì?
Delle sue abilità politiche ha dato
prova per la prima volta solo dopo la
cosiddetta Wende, la svolta. A pensarci bene si è resa conto che in fondo
era stata sempre contro la Ddr. Era
passato un mese dalla caduta del muro quando ha iniziato a lavorare per il
neonato movimento di opposizione
Demokratischer Aufbruch (risveglio
democratico).
Da allora la sua carriera è stata favorita da varie casualità e svolte storiche, ma decisiva è stata la sua capacità di imprimere sempre la piega giusta agli eventi. Alla prima occasione
ha cercato il contatto con il Cancelliere Helmut Kohl, che la chiamava la
sua «ragazza» e ne ha accelerato la
I suoi difetti
Reticente, calcolatrice
L’alleata dei più forti
carriera. Tuttavia al momento giusto,
quando è rimasto coinvolto nello
scandalo per il finanziamento illecito
al partito, ha preso le distanze anche
da Kohl.
Angela Merkel non ha carisma.
Non ha la battuta pronta ed è priva di
qualsiasi appeal. Eppure anche questa
si è rivelata una fortuna: essere sottovalutata da molti. È stata sufficientemente furba da allearsi con i più forti
– e da sciogliere i patti quando appariva opportuno. Ha avuto la pazienza
di aspettare il momento giusto, prima
di attaccare o eliminare gli avversari
oppure all’occorrenza sbarazzarsene
con tanti complimenti.
Il suo principio è non avere principi. O per meglio dire, il suo principio
è l’utilità politica. Quando le è servito
ha fatto marcia indietro sull’uscita dal
nucleare già decisa dal governo rosso-verde. E quando le è servito ha
messo in scena la sua personale uscita
dal nucleare.
Forse la sua fortuna sono proprio le
crisi degli ultimi anni. Nella gestione
delle crisi si è conquistata un’apparenza di profilo politico — sebbene
non siano suoi nemmeno i programmi di gestione della crisi. Ricordo che,
dopo il crac Lehman Brothers, aveva
annunciato che «da noi» problemi di
quel genere non ce n’erano, per poi
poco dopo seguire invece il piano di
Gordon Brown, salvando banche dissestate con i miliardi dei contribuenti.
Anche la positiva situazione economica della Germania — più esattamente bisognerebbe dire: delle imprese tedesche — non è del tutto opera sua, come forse si ritiene all’estero,
bensì soprattutto del suo predecessore, il socialdemocratico Gerhard
Schröder, che con la sua Agenda 2010
ha fatto parecchi regali alle grandi
imprese — purtroppo a spese dello
stato sociale.
Perché diamine allora la Merkel ha
tanto successo? Perché i tedeschi la
votano?
Io credo che Angela Merkel incarni
in maniera ideale il modello di politico della nostra epoca. Non ha una posizione definita né una visione. Non
cerca il dialogo. Si barcamena. Blandisce, fa promesse, minimizza. Che
una persona così goffa, un’outsider
della politica gestisca i complessi problemi del mondo rassicura gli elettori: tanto male non può essere. La frase
più importante del suo duello televisivo con il maldestro ma combattivo
Peer Steinbrück era rivolta al pubblico. «Voi mi conoscete bene!», ha detto. Ed è stata la sua più grossa bugia.
Nessuno la conosce. Le sue deciEugen Ruge
60 anni, regista
e scrittore, in
Italia ha pubblicato «In tempi
di luce declinante» (Mondadori)
sioni le prende in segreto. La sua azione politica si svolge nei retrobottega.
Agli elettori si rivolge come Mutti —
dietro le spalle tratta con i grandi capi. Si fa consigliare da Joseph Ackermann — proprio durante la crisi delle
banche! Sta al telefono per tre giorni
nel tentativo di ribaltare all’ultimo
momento il compromesso raggiunto
dall’Unione Europea per la riduzione
dei gas di scarico, schierandosi a sostegno dell’industria automobilistica
tedesca. La pigrizia mi impedisce di
fare i calcoli, ma penso che alla fine
persino l’uscita dal nucleare si dimostrerà un affare per l’industria atomica tedesca.
La chiamiamo Mutti, ma in realtà è
soprattutto la mamma del capitale finanziario internazionale e i tedeschi
la votano un po’ perché non ci credono e un po’ perché sono convinti che
con il grande capitale internazionale
conviene andarci d’accordo.
Tuttavia, malgrado tutte le critiche,
voglio rivolgere almeno un elogio ad
Angela Merkel nel giorno del suo
compleanno: finora nella crisi ucraina ha saputo mantenere i nervi saldi.
Pur essendo ben lungi dal concepire o
appoggiare un nuovo piano di sicurezza per l’Europa — urgentemente
necessario — che si sganci finalmente dai dogmi della guerra fredda e abbandoni le strategie statunitensi di
gestione delle crisi, tanto rischiose
quanto infruttuose, almeno ha continuato a dialogare con il nuovo mostro
prediletto dall’Occidente. Minimizzando, con poca trasparenza, insomma con il tipico stile Merkel — almeno finora — ha impedito un’escalation di questo pericoloso conflitto.
Grazie cara Mutti. Sinceramente.
(Traduzione di Maria
Franca Elegante)
© 2014 di Eugen Ruge; pubblicato
con l’autorizzazione di Rowohlt Verlag GmbH, Reinbek bei Hamburg
Un sistema
anti-spie
La macchina
per scrivere
L’ex agente della Cia per anni
si è rifiutato di possedere o
usare un cellulare. E contava
poco che fosse in pensione.
Per lui non era un grande
problema avendo iniziato quel
«mestiere» quando ancora
buona parte del lavoro si
faceva scarpinando, con
contatti diretti e pochi gingilli
elettronici. Un eccesso di
prudenza che oggi, a causa
delle intrusioni della Nsa,
rischia di diventare regola.
Con un ritorno all’antica. Il
capo del comitato del
Parlamento tedesco che
indaga sullo spionaggio Usa,
Patrick Sensburg, ha proposto
di tornare alle care macchine
per scrivere. Niente email,
messaggi via telefono o
qualsiasi altra cosa digitale:
tutto dovrebbe essere scritto
con tasti meccanici. E a
sentire il politico di questi
«dinosauri» sopravvissuti
all’estinzione ancora ne
circolano negli uffici. L’idea,
ovviamente, ha suscitato
commenti acidi e battute. Ma
c’è chi ha già pensato a quel
rimedio. Il servizio di
segreteria del Cremlino ha
comprato, da oltre un anno,
venti macchine per scrivere
Triumph Adler per trattare in
sicurezza la corrispondenza
dei grandi capi: imprimono
un carattere unico e
tracciabile. Ovviamente è una
diretta conseguenza dei
Dopo il caso Nsa
Un politico tedesco ha
proposto di evitare
mezzi elettronici per le
comunicazioni riservate
racconti di Edward Snowden,
il funzionario della Nsa che ha
svelato le tecniche della sua ex
ditta e ora vive in esilio a
Mosca. In preda al panico da
intercettazione c’è chi si è
arrangiato con metodi usati
durante la guerra fredda.
Musica ad alto volume
all’interno della stanza che
ospitava un meeting riservato
o il classico incontro nel parco
ma in un punto dove è
possibile vedere se c’è una
«coda» che ti osserva e
ascolta. I membri del comitato
guidato da Sensburg hanno
preso la buona abitudine di
chiudere i loro telefonini in
un grosso contenitore di
metallo lasciato in una sala
diversa da quelle delle loro
riunioni. Ma è possibile
gestire un partito, uno Stato,
un governo senza avere un
link a qualche apparecchio? La
risposta è scontata: no. E
allora serve uno scudo
adeguato, una serratura a
prova di ogni grimaldello che
possa uscire dai laboratori
della Nsa. A cominciare da
linee sicure. Da tempo molti
dirigenti tedeschi hanno
acquistato telefoni criptati
che, in teoria, dovrebbero
essere al riparo da assalti. La
stessa cancelliera Angela
Merkel, il cui cellulare è stato
spiato a più riprese dalla Nsa,
lo ha cambiato almeno due
volte. L’ultimo modello le è
stato consegnato poche
settimane fa. Se poi tutto
questo basterà è difficile dirlo.
Magari la Nsa ha già inventato
le sue contro-contromisure.
Guido Olimpio
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Giovedì 17 Luglio 2014 Corriere della Sera
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Cronache
Trentasei anni dopo
Lo psichiatra mandato dal governo Usa nel 1978 interrogato dal pm Palamara: «L’ordine non era di far rilasciare l’ostaggio ma di stabilizzare il vostro Paese»
L’americano che aiutò Cossiga dopo via Fani
«L’incompetenza dell’Italia uccise Moro»
Pieczenik: ero terrorizzato, vivevo in albergo con la pistola che mi diede il ministro
di GIOVANNI BIANCONI
La vicenda
D
avanti al magistrato italiano, il protagonista «amerikano» del caso
Moro mostra di avere un’alta considerazione di sé. Vuole essere chiamato
«dottor Pieczenik», rivendicando il titolo
di medico psichiatra al servizio del governo degli Stati Uniti. Nella primavera del
1978, durante il sequestro del leader democristiano, fu inviato in Italia per assistere il ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Il suo ruolo — rimasto sempre piuttosto misterioso — venne alla luce molto più
tardi, e dopo tante interviste e affermazioni spesso ambigue Steve Pieczenik, oggi
settantenne, è stato interrogato per la prima volta da un inquirente italiano. Il 27
maggio scorso il pubblico ministero della
Procura di Roma Luca Palamara è andato
ad ascoltarlo in Florida, con l’assistenza di
un magistrato statunitense. Quello che segue è il resoconto della sua testimonianza,
raccolta a 36 anni di distanza dai fatti in
un’indagine che tenta, se non di scoprire
nuove verità, almeno di dissipare ombre.
All’epoca Pieczenik veniva considerato
un esperto di sequestri: «Ero appena riuscito a negoziare il rilascio di circa 500
ostaggi americani a Washington in tre diversi palazzi utilizzando tre ambasciatori
arabi… Cossiga è venuto a sapere di me e
ha chiesto al segretario di Stato Cyrus Vance di chiedermi se potevo andare ad aiutarli nel rapimento di Aldo Moro».
Allo psichiatra statunitense sbarcato a
Roma una decina di giorni dopo la strage
di via Fani in cui le Brigate rosse avevano
sterminato la scorta del presidente della
Dc e portato via il prigioniero, erano state
date consegne precise per la sua collaborazione col governo italiano: «L’ordine non
era di far rilasciare l’ostaggio, ma di aiutarli nelle trattative relative ad Aldo Moro e
stabilizzare l’Italia». Poi aggiunge: «In una
Chi è
Steve Pieczenik,
psichiatra
statunitense, è
stato assistente al
Sottosegretario di
Stato del governo
americano e capo
dell’Ufficio per la
gestione dei
problemi del
terrorismo
internazionale del
Dipartimento di
Stato
Il ruolo
Subito dopo il
sequestro Moro da
parte delle Brigate
Rosse (16 marzo
1978), Pieczenik fu
inviato dagli Stati
Uniti in Italia per
fornire assistenza
al governo nella
gestione della crisi
Il libro
Nel 2008 Pieczenik
ha pubblicato
con il giornalista
francese
Emmanuel Amara
un libro intervista
intitolato
«Abbiamo ucciso
Aldo Moro»
(Cooper edizioni)
situazione in cui il Paese è totalmente destabilizzato e si sta frantumando, quando
ci sono attentati, procuratori e giudici uccisi, non ci possono essere trattative con
organizzazioni terroristiche… Se cedi l’intero sistema cadrà a pezzi».
Aveva paura anche per se stesso, il consigliere americano: «Ero terrorizzato, non
avevo nessuna protezione, mi hanno messo in una abitazione sicura con due carabinieri senza pistola e senza munizioni, e sono andato via… Cossiga mi ha dato una pistola Beretta 7.4 mm e qualcuno che venisse con me per allenarmi a sparare, non ero
vestito in modo formale ma con i jeans, in
incognito… Mi ero trasferito all’hotel
Excelsior. Ho trascorso tutte le notti con
una pistola tra le gambe, pronto a sparare a
chiunque».
Pieczenik trascorse le sue giornate romane per lo più nell’ufficio di Cossiga, insieme a «uno psichiatra italiano» (probabilmente il criminologo Franco Ferracuti,
iscritto alla Loggia P2 di Licio Gelli) e al
giudice Renato Squillante, all’epoca consigliere del ministro dell’Interno. Il pm Palamara gli chiede che cosa ha fatto in concreto, e il testimone risponde: «Dovevo valutare che cosa era disponibile in termini
di sicurezza, intelligence, capacità di attività di polizia, e la risposta è stata: niente.
Ho chiesto a Cossiga cosa sapeva delle
trattative con gli ostaggi e lui non sapeva
niente; in terzo luogo dovevo assicurarmi
che tutti gli elementi che negoziavamo dovevano diminuire la paura e la destabilizzazione dell’Italia; quarto: dovevamo valutare la capacità delle Br nelle trattive e sviluppare una strategia di non-negoziazione, non-concessioni».
Nella sostanza, Pieczenik voleva «costringere le Br a limitare le richieste in modo che avessero una sola cosa possibile da
fare, rilasciare Moro». Andò al contrario,
come il consigliere statunitense ha confidato in un libro scritto da un giornalista
francese e crudamente intitolato «Abbiamo ucciso Aldo Moro». Ma adesso Piecze-
Le istituzioni assenti
«Nessuno era in grado di fare
qualcosa: né i politici, né i pubblici
ministeri, né l’antiterrorismo.
Tutte le istituzioni erano assenti»
Il ritorno in patria
Andò via prima dell’omicidio:
«Sono stato impegnato, l’America
e io abbiamo abbattuto l’Urss
e portato la libertà in Cambogia»
Via Caetani Cossiga (al centro, con l’abito scuro) davanti alla R4 con il cadavere di Moro
Dovevo valutare cosa era disponibile in termini
di intelligence, sicurezza, capacità di attività
di polizia. E la risposta è stata: niente
❜❜
nik prova a fare marcia indietro: «Programmi tv e interviste per me sono solo
spettacolo e finzione, ciò che dico alla
stampa o nelle interviste è disinformazione». E dunque, quasi si spazientisce il pm
Palamara, è vero o no che secondo Pieczenik lo Stato italiano ha lasciato morire il
presidente dc? Risposta: «No, l’incompetenza dell’intero sistema ha permesso la
morte di Aldo Moro. Nessuno era in grado
di fare niente, né i politici, né i pubblici
ministeri, né l’antiterrorismo. Tutte le istituzioni erano insufficienti e assenti».
Lo specialista arrivato da Washington
sostiene di essersi limitato a leggere i comunicati delle Br, che avevano una «strategia molto facile», rendendosi conto che
il governo italiano non era in grado di fare
nulla. Quindi, dopo aver sponsorizzato la
linea della fermezza appoggiata dal partito
comunista, ripartì alla volta degli Usa, a sequestro ancora in corso. Come se la sua
missione fosse compiuta: «Cossiga era un
uomo estremamente intelligente che ha
capito molto in fretta ciò che doveva fare,
ed è stato in grado di attuarlo… Continuare a cercare di stabilizzare l’Italia e continuare la politica di non-negoziazione,
nessuno scambio di terroristi e nessun altro scambio». Rientrato in patria, il consigliere venne a sapere che Moro era stato
assassinato: «Ho pensato che sfortunatamente le Br erano dei dilettanti, e avevano
fatto davvero un grande sbaglio. La peggior cosa che un terrorista possa fare è uccidere il proprio ostaggio. Uccidendo Aldo
Moro hanno vinto la causa sbagliata e creato la loro autodistruzione».
Dopo il sanguinoso epilogo, Pieczenik
sostiene di non aver seguito gli sviluppi
del caso Moro, né avuto altri contatti con il
governo italiano: «Ho fatto il mio lavoro e
sono tornato a casa, ero felice di aiutare
l’Italia… Poi sono stato impegnato nella
caduta dell’Unione Sovietica… L’America e
io abbiamo abbattuto l’Urss, portato la libertà in Cambogia, abbattuto il partito comunista cinese e integrato l’Unione Europea, ma l’Italia non è cambiata, ha un tasso
di crescita negativo, una disoccupazione
elevata… Penso che abbiate oggi un problema più grave di quello che avete avuto
nel rapimento di Aldo Moro».
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Giovedì 17 Luglio 2014 Corriere della Sera
Corriere della Sera Giovedì 17 Luglio 2014
Cronache 17
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Giustizia Sotto la lente i rapporti di collaborazione con la Procura nazionale antimafia
Calabria
Il Csm rinvia il caso Boccassini
ai titolari dell’azione disciplinare
I fuochi
per il parroco
prescritto
Hanno pensato di
festeggiare con i
fuochi d’artificio la
prescrizione scattata
per il loro parroco in
un processo di
’ndrangheta. È
successo a Reggio
Calabria, dove don
Nuccio Cannizzaro è
uscito indenne dal
procedimento in cui
era imputato per falsa
testimonianza a favore
di un presunto boss. E
intanto a Vibo Valentia
ieri sera è saltata la
processione della
Madonna del Carmine
perché tre dei
portatori della statua
erano ritenuti vicini a
una cosca.
Le divisioni: «Regole infrante», «Volete delegittimare»
ROMA — «Noi non vogliamo
delegittimare nessuno, ma il fine
non giustifica i mezzi e le regole
vanno sempre rispettate da parte
di tutti; non esistono Procure di
serie A e di serie B», attacca un
consigliere. Ribatte un altro: «Mi
viene difficile pensare che non ci
sia voglia di delegittimazione
dopo che da mesi si tiene sulla
graticola un ufficio giudiziario
che tanto ha fatto per il nostro
Paese, arrivando all’inaudita richiesta di sollecitare un’ispezione ministeriale». Il primo replica
ancora, e si va avanti così per
quasi tre ore. Al Consiglio superiore della magistratura va in
scena il nuovo atto del «caso Milano», stavolta circoscritto (ma
non tanto) alla presunta mancata collaborazione tra la Direzione
antimafia guidata da Ilda Boccassini e la Procura nazionale.
Per alcuni si tratta di un arbitrio
che non può essere tollerato, per
altri di diverse interpretazioni
delle norme su cui l’organo di
autogoverno non può interferire. La conclusione è racchiusa in
un paio di votazioni (una che
spacca il Csm a metà, 10 contro
9, l’altra con 18 sì e 6 astenuti)
che per un verso archiviano la
vicenda, ma per altri la riaprono.
Almeno in teoria, e sul piano
mediatico.
Le relazioni approvate, infatti,
sanciscono che non ci sono profili di «incompatibilità ambientale» del pubblico ministero an-
La scheda
L’organo di autogoverno
Il Consiglio superiore della
magistratura, organo di
autogoverno delle toghe,
garantisce l’autonomia e
l’indipendenza della magistratura
dagli altri poteri dello Stato. Ha
competenza su trasferimenti e
assegnazioni, promozioni e sui
procedimenti disciplinari dei
magistrati ordinari
L’azione disciplinare
Il Csm ha una sezione disciplinare
composta da sei membri (il vice
presidente che la presiede e 5
eletti tra i propri membri: uno dal
Parlamento, un magistrato di
Cassazione e 3 magistrati di
merito). L’azione è promossa dal
ministro della Giustizia e dal
Procuratore generale presso la
Corte di Cassazione. L’esercizio
dell’azione è obbligatoria per il
Procuratore Generale e
discrezionale per il ministro. Le
indagini sono svolte dal Pg che
formula le sue richieste inviando il
fascicolo alla sezione disciplinare
e le comunica all’incolpato. La
sezione delibera sentite le parti e
la decisione può essere
impugnata alle sezioni unite civili
della Corte di Cassazione
Milano Contestato l’approccio del giudice
«Puniscono gli imputati
se facciamo gli avvocati»
E i legali scioperano
MILANO — Nel «comportamento processuale» dell’imputato, che i giudici valutano per
misurare il trattamento sanzionatorio e decidere ad esempio
se concedergli o meno le attenuanti generiche, devono rientrare anche le scelte del suo avvocato e le strategie con le quali
esercita il mandato difensivo, e
la sua disponibilità o meno ad
accorciare i tempi dei processi
per concentrare l’istruttoria sui
testimoni e sui punti davvero
cruciali per la causa? È il punto
d’attrito che spinge la Camera
Il magistrato
Aveva criticato l’uso di
testi «inutili» e detto che
in caso di condanna se
ne sarebbe tenuto conto
Penale di Milano ad astenersi
oggi dalle udienze per protesta,
dopo aver raccolto le doglianze
dei legali che il 20 giugno, in un
processo per associazione a delinquere finalizzata al traffico di
opere d’arte contraffatte, non
avevano gradito una frase del
presidente Filippo Grisolia, ex
capo di gabinetto del ministro
della Giustizia Paola Severino.
Finita la deposizione dell’unico di 4 testi del pm presentatisi, il giudice aveva «ripreso il
discorso che non mi stancherò
mai di ripetere, che secondo me,
quando in un processo si insiste
a sentire dei testi che si rilevano
inutili, ovviamente si può essere
assolti, ma se si è condannati sicuramente il Tribunale ne tiene
conto ai fini del comportamento
processuale, e mi dispiace che
sugli imputati a volte ricadano
le scelte dei difensori». Per la
Camera Penale presieduta da
Salvatore Scuto, «il frequente richiamo e il pressante invito ad
una contrazione dei tempi dell’istruttoria, accompagnato dalla previsione di intemerati aumenti di pena al fine di ottenere
un consenso all’acquisizione dei
verbali resi nel corso delle indagini, svilisce il ruolo del giudice
e comprime la libertà del difensore». Dalle trascrizioni di
udienza si ricava che il giudice
aveva rivolto analogo concetto
anche al pm: «...sì, per me (questo approccio, ndr) riguarda
tutti quanti, ovviamente ho fatto l’esempio del caso dei difensori perché non posso condannare il pm, mi sembra ovvio»: e
il pm aveva rinunciato a due testi, l’avvocato acconsentito ad
acquisire il verbale di un terzo.
L’approccio di Grisolia, comunque lo si giudichi, è peraltro teorizzato nelle motivazioni
di sentenze di sezione: ad esempio in un processo a gang sudamericane ha rimarcato che «la
disponibilità dimostrata dai difensori ad acconsentire a buona
parte delle richieste del pm di
acquisizione di atti d’indagine, e
dal pm a tenere nel giusto conto
le legittime esigenze difensive
sulle richieste probatorie, ha
giovato alla qualità dell’istruttoria, inducendo il pm a formulare
richieste molto equilibrate, in
gran parte accolte dal Tribunale
a cominciare dalle attenuanti
generiche agli imputati».
Luigi Ferrarella
[email protected]
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timafia e del procuratore Edmondo Bruti Liberati, né rilievi
sull’organizzazione dell’ufficio.
Tuttavia stabiliscono di inviare
gli atti «per ogni valutazione di
competenza» sia ai titolari dell’azione disciplinare che alla
quinta commissione dello stesso
Csm, che valuta il conferimento
degli incarichi direttivi e semidirettivi. Decisione che permette
di dire, a chi vorrà brandirla, che
sul capo di Boccassini e Bruti resta la spada di Damocle di eventuali provvedimenti a loro carico, o di negative ipoteche per il
proseguimento della carriera.
Le conseguenze
Sia per il pm che
per Bruti Liberati
resta la possibilità di
eventuali provvedimenti
Ma a parte che si tratta di ipotesi
astratte, di là da venire e dall’essere prese in considerazione, restano le scorie disseminate dallo
scontro ancora in atto tra il procuratore Bruti e l’altro aggiunto
Alfredo Robledo. E separano chi
vorrebbe proteggere quell’ufficio da nuove delegittimazioni
(sia pure votando una relazione
in cui si stigmatizzano le «oggettive criticità» nei rapporti tra
quell’ufficio e la Superprocura
antimafia), da chi rivendica il diritto di distribuire rimproveri
senza timori di strumentalizzazioni.
«Evidentemente a Milano
tengono ‘a capa tosta, la testa
dura», s’infervora Giuseppina
Casella, della corrente Unità per
la costituzione, rivendicando
che poche settimane fa «il Csm
ha avuto il coraggio di dire che il
procuratore della Repubblica
non è al di sopra della legge, no-
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nostante il diverso auspicio del
capo dello Stato, e noi abbiamo il
dovere di ribadire certi concetti». Replica l’indipendente Nello
Nappi: «Stiamo mettendo in croce la magistratura di Milano, ci
stiamo distruggendo con le nostre mani». Vittorio Borraccetti,
di Magistratura democratica, reagisce a chi ha sostenuto che il
fine non giustifica i mezzi: «Ma
che dite? Quella Procura non ha
mai violato alcuna regola nelle
indagini, né preso scorciatoie
sull’esercizio dell’azione penale.
Abbiamo già fatto troppi danni,
cerchiamo di mantenere la misura». Replica che offre il quadro
del dibattito (e delle divisioni):
«Come mai quando discutiamo
di Milano s’invocano sempre sobrietà e senso della misura?».
Giovanni Bianconi
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Cronache 19
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Famiglie Un sindaco socialista: «Misura di destra? Io penso non sia normale che un ragazzino vagabondi per strada la sera»
Ultrà romanisti
La Francia e il coprifuoco per i tredicenni
Gridavano
«spara!»
al killer di Ciro
Denunciati
Le regole approvate in diverse città: «A casa entro le undici di sera»
La vicenda
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
PARIGI — A cominciare da ieri
sera, i ragazzini di età inferiore ai
13 anni sorpresi per strada a Suresnes (a Nord-ovest di Parigi)
tra le 23 e le 6 del mattino saranno fermati, riportati a casa e la
multa — oltre che la ramanzina
— sarà riservata ai genitori. Lo ha
deciso il sindaco Ump (centrodestra) Christian Dupuy, dopo che
l’anno scorso una banda di adolescenti appassionati di petardi
aveva finito con il dare fuoco a
una villetta.
Con l’estate in Francia arriva la
stagione del coprifuoco per i ragazzini. Il primo a deciderlo quest’anno è stato il sindaco di Béziers, Robert Menard, eletto con i
voti del Front National. Quando a
maggio Menard ha emanato la
sua ordinanza sull’ordine pubblico, è stato accusato di riflesso autoritario, di scegliere una misura
liberticida e rep ress i va co m e
primo atto del suo
mandato. «Sono
sciocchezze alle
q u a l i p o ss o n o
credere giusto
quattro bobo parigini», ha detto subito Menard.
I «bobo» sono
una categoria importante nel dibattito socio-politico francese: li ha identificati e
descritti il columnist del New
York Times, David Brooks, in un
libro di ormai 14 anni fa che descriveva il tipo umano del «bourgeois bohème», il borghese (quasi
sempre parigino) con il portafoglio a destra e il cuore a sinistra,
facoltoso e integrato nel sistema
economico ma affezionato alle
parole d’ordine e ai valori della
sinistra alternativa e ecologista. Il
termine «bobo» ha avuto una fortuna straordinaria in Francia come versione aggiornata di «radical chic», usato quasi quotidianamente dagli esponenti del Front
National per denunciare l’ipocri-
Il provvedimento
In molte cittadine francesi le
autorità hanno introdotto
un «coprifuoco» per gli
adolescenti (sotto i 13 o
sotto i 16 anni) per sottrarli
ai pericoli e istituire una
sorta di protezione sociale.
Il primo a introdurre il
divieto di uscita serale per i
ragazzi, che scatta alle 23 e
si protrae fino alle 6, è stato
Robert Menard (nella foto),
sindaco di Beziérs, eletto
per il Front National. Il suo
esempio è stato imitato da
altri amministratori,
non solo appartenenti
alla destra
Le polemiche
Il provvedimento di Menard,
ritenuto troppo autoritario,
è stato duramente
attaccato specialmente da
esponenti dei cosiddetti
«bobo» (borghesi
bohemien), concentrati
nell’area di Parigi. In realtà i
primi esperimenti di
coprifuoco per gli
adolescenti furono adottati
da sindaci di città
americane ( Baltimora l’ha
appena rilanciato), anche se
con risultati non sempre
soddisfacenti
sia e il conformismo politicamente corretto delle élite parigine.
La Lega dei diritti dell’uomo si
è opposta in tribunale contro
l’ordinanza di Menard, ma nel
frattempo decine di altre piccole
città di tutta la Francia — governata da sindaci di destra, centro e
pure sinistra — hanno adottato
misure analoghe. Florent Montillot, vicesindaco centrista di Orléans, ha decretato il coprifuoco
per i minori già dal 2001. «Fa parte di un’iniziativa globale che
punta a sottrarre i bambini e gio-
7
Ore
È la durata del «coprifuoco» deciso da
vari sindaci di tutti gli schieramenti
politici francesi per i minori di 13 anni.
Se saranno sorpresi in strada verranno fermati, riportati a casa e i genitori
saranno multati
«Preoccupati per la Corsica»
Costa Concordia
Anche Ségolène
chiede garanzie
PARIGI — Il ministro francese dell’Ambiente Ségolène Royal
«chiede al suo omologo italiano tutte le garanzie sull’assenza
di rischi di inquinamento in occasione del passaggio della
Costa Concordia al largo della Corsica». Lo riferisce una nota
del ministero transalpino, precisando che l’intervento della
Royal è stato sollecitato dal sindaco di Bastia (foto Sestini)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
vani adolescenti alla scuola della
strada per restituirli all’educazione dei genitori e della scuola —
dice al Figaro —. Si raccolgono i
bambini che vagano per strada
nella notte con l’obiettivo di responsabilizzare i genitori, e poi
seguire i ragazzini a scuola durante l’anno».
Il coprifuoco per i bambini e
adolescenti — il limite di età varia dai 13 ai 16 anni — fa parte
delle invenzioni americane che i
francesi adorano detestare ma
alla fine adottano, come McDonald’s (la Francia è il secondo
mercato mondiale, dopo gli Stati
Uniti, ndr). Inaugurata una ventina di anni fa, la politica del coprifuoco per ridurre la delinquenza giovanile ha attraversato
negli Usa diverse fasi, dall’entusiasmo iniziale alla disillusione
per mancanza di risultati quantificabili all’abbandono per mancanza di fondi. Ma in questi giorni viene rilanciata a Baltimora,
una delle città della costa Est dove più alta è la criminalità giovanile, per provare a ridurre gli atti
di teppismo.
Al di qua dell’Atlantico, molte
città francesi fanno lo stesso.
Provano a combattere la «cultura
della strada» decantata in tante
canzoni rap francesi, e ribadiscono il principio che il posto dei
bambini e dei pre-adolescenti, la
notte, è a casa. Sébastien Pietrasanta è stato il primo sindaco socialista a instaurare il coprifuoco
per i minori di 18 anni a
Asnières-sur-Seine, alle porte di
Parigi, assieme al collega comunista del comune vicino di Gennevilliers. «Lo abbiamo fatto nel
2011 in un contesto particolare,
un ragazzo era stato ucciso e
c’erano state violenze di strada.
Io credo che non si debba essere
ideologici. Il coprifuoco è una
misura di destra, dicono. Perché,
è normale che un ragazzino vagabondi per strada dopo le 10 di sera? Io non ho esitato a convocare i
genitori per dirgliene quattro».
Stefano Montefiori
«Stamina, una banda a caccia di soldi»
Chiesto il processo per Vannoni e soci
Yara, un teste
rilancia l’idea
della vendetta
Un test di Vicenza
confermerebbe
l’ipotesi, sostenuta dal
presunto assassino
Giuseppe Bossetti, che
la morte di Yara
Gambirasio sarebbe
legata a una vendetta
contro il padre Fulvio.
A riferirlo è l’avvocato
vicentino Agron
Xhanaj, che afferma
di aver inviato la
testimonianza al pm
Letizia Ruggeri. «Non
ho ancora ricevuto
nulla — commenta
Ruggeri —. Comunque
la verificheremo, come
tutto in questi tre anni
e mezzo di indagini. In
ogni caso, la pista della
vendetta era stata già
valutata ma non è mai
emerso nulla».
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Da 20 a 13 le richieste di rinvio a giudizio. Udienza fissata
per il 4 novembre. Forse in una
maxi aula, perché il caso Stamina rischia di fare giurisprudenza. Bocciato dalla scienza, complicato dalla politica, «promosso» da alcuni giudici del lavoro,
contrastato dalla magistratura
penale. E, mentre il comitato
scientifico nominato dalla ministra Beatrice Lorenzin ancora
prende tempo, potrebbe essere
proprio l’udienza del 4 novembre il momento clou di questa
storia all’italiana. Dove c’è anche un giudice del lavoro che
obbliga un ospedale pubblico
ad accettare una biologa estranea alla struttura, Erica Molino,
e per la quale ieri è stato richiesto il rinvio a giudizio, a «guidare» medici dipendenti del
servizio sanitario in compiti
deontologicamente rifiutati.
Sono quasi 40 mila le pagine
del fascicolo del procuratore
Raffaele Guariniello che hanno
portato alla richiesta di rinvio a
giudizio per lo psicologo Davide Vannoni e altri 12. Dopo la
chiusura indagini, molte persone sono state sentite o risentite
dagli inquirenti e, secondo indiscrezioni, sarebbe stato confermato il ruolo di Vannoni ipo-
La smentita
Il tifoso giallorosso
accoltellato a Napoli:
esclusa la matrice
del tifo calcistico
© RIPRODUZIONE RISERVATA
L’inchiesta Il pm torinese Guariniello accusa 13 persone di truffa. E il capo della Fondazione chiede soldi via Facebook
Da Vicenza
ROMA — Gridarono «Daje,
spara, ammazzali!» a
Daniele De Santis.
Un’istigazione a premere il
grilletto della pistola con
cui è stato ucciso Ciro
Esposito. Quanto basta per
formulare l’accusa di
concorso in omicidio
volontario. Quattro ultrà
romanisti, presenti il 3
maggio scorso agli scontri
di Tor Di Quinto prima
della finale di Coppa Italia
Fiorentina-Napoli, sono
stati perquisiti ieri mattina
nelle loro abitazioni e poi
condotti in Questura. Con
loro gli investigatori,
coordinati dai pm Eugenio
Albamonte e Antonino Di
Maio, sono convinti di aver
ricostruito per intero il
commando di tifosi che
quel pomeriggio provocò
gli incidenti e supportò
materialmente e/o
moralmente De Santis
(ancora piantonato e sotto
protezione nell’ospedale di
Viterbo) nell’azione in cui
morì Esposito. L’inchiesta
sembra progredire anche
sul delicato fronte della
trattativa all’Olimpico per
far giocare la finale: il capo
ultrà Gennaro De
Tommaso (Genny ‘a
Carogna), che poche ore
dopo gli spari davanti alle
telecamere di tutta Italia
sembrava poter disporre
delle sorti della partita, è
infatti accusato di violenza
privata e interruzione di
pubblico servizio. La Digos
romana, diretta da Diego
Parente, mantiene sempre
tizzato dal pm. Oltre all’associazione a delinquere e alla truffa
aggravata (ai danni di persone e
ai danni della sanità lombarda),
c’è l’esercizio abusivo della professione medica, la diffamazione e la sostituzione di persona.
Guariniello contesta, inoltre, a
vario titolo anche ad altri indagati, la somministrazione di
farmaci diversi da quelli dichiarati, il commercio di prodotti
medicinali imperfetti, l’abuso
d’ufficio per i medici di Brescia.
Quattro indagati, in particolare,
rischiano più degli altri: Vannoni (ideatore del progetto Stamina), il suo vice nella Fondazione, Marino Andolina (a lui è
contestato anche il peculato), la
biologa Erica Molino, l’imprenditore Gianfranco Merizzi, presidente della società Medestea
che si proponeva di diffondere
(guadagnando) il metodo Vannoni nel mondo. Se ci sarà processo, rischiano fino a 21 anni.
Guariniello, in realtà, il processo a Stamina lo ha già fatto,
concludendo che la miracolosa
cura di Vannoni, con le sue
biopsie e i suoi reimpianti di
cellule, non ha prodotto benefici e, anzi, ha fatto registrare un
20-25% di «eventi avversi». Davanti al giudice ci sarà quella
Sanità e giustizia Per Davide Vannoni la prima udienza
davanti al giudice di Torino è fissata per il 4 novembre. Ma
intanto altri tribunali continuano a dire sì alle discusse terapie
che l’indagine dipinge come
una vera e propria «banda disposta a tutto pur di fare quattrini»: pazienti trattati come
«cavie» (101 quelli censiti), offensive mediatiche, manifestazioni di piazza.
La difesa di Vannoni mette
sul tavolo le circa «180 ordinanze dei tribunali del lavoro» che
hanno ordinato agli Spedali Civili di Brescia di continuare con
le infusioni. In un caos totale
che ha portato anche i familiari
del piccolo Daniele, 7 anni, affetto dal morbo di Niemann Pick, a denunciare i vertici degli
Spedali Civili: avevano ottenuto
da un giudice di Matera il per-
messo di procedere, ma a Brescia, dice il papà del bimbo,
«hanno fatto in modo che non
succedesse». Ma per un giudice
che autorizza le cure ce ne sono
altri che le negano: un magistrato torinese, intervenendo
su un ricorso, ha addirittura definito Stamina un caso di «ciarlataneria». Fuoco incrociato tra
magistrati, mentre il mondo
guarda perplesso a quanto accade in Italia dove le toghe ordinano ciò che la scienza boccia.
Le altre richieste di rinvio a
giudizio. Filone bresciano: Ermanna Derelli, direttore sanitario degli Spedali Civili; l’oncologo pediatra, Fulvio Porta; la
responsabile del coordinamento ricerca e membro del Comitato etico, Carmen Terraroli; la
responsabile del laboratorio,
Arnalda Lanfranchi; Carlo Tomino, dell’ufficio ricerca e sperimentazione dell’Aifa (Agenzia
italiana per il farmaco), imputato di concorso in diffusione di
medicinali imperfetti. Filone
torinese: Leonardo Scarzella,
Marcello La Rosa, Roberto Ferro, Andrea Losana. Escono di
scena: i biologi ucraini Vyacheslav Klimenko e Olga Shchegelska; Luigi Bistagnino (socio di
Vannoni nella Re-Gene Srl);
Mauro Delendi, ex direttore del
Burlo Garofalo di Trieste; Gabriele Tomasoni, anestesista
degli Spedali Civili; il biologo
Giuseppe Mauriello Romanazzi; il medico Luciano Ettore
Fungi, deceduto.
Commenta Vannoni: «In aula
ci difenderemo». E intanto
chiede su Facebook una colletta: «Servono con urgenza seimila euro altrimenti saremo
fermi». Spiega all’Ansa: «Serviranno a pagare le spese di viaggio, almeno uno stipendio alla
biologa Molino (non retribuita
da dicembre) e all’acquisto di
ciò che serve a preparare l’infusione». L’Ordine dei medici di
Trieste, intanto, rende noto che
ha avviato un procedimento disciplinare nei confronti del vice
di Stamina Foundation Marino
Andolina.
Mario Pappagallo
@Mariopaps
© RIPRODUZIONE RISERVATA
il più stretto riserbo sulle
indagini intorno
all’omicidio di Ciro e sul
ferimento degli altri due
napoletani (Alfonso
Esposito e Gennaro
Fioretti): la prudenza è
legata anche al timore che
ogni notizia collegata
all’inchiesta sulla tragica
fine del tifoso azzurro
possa alzare ulteriormente
la tensione a poco più di
un mese dall’inizio del
campionato. Gli esempi
non mancano: ieri Rodolfo
Pianigiani, il romanista che
aveva raccontato di essere
stato accoltellato a Napoli
da persone che gli avevano
detto «Questo è per Ciro»,
ha smentito alla polizia
qualsiasi collegamento fra
il suo ferimento e quella
vicenda. A riferire che gli
aggressori avevano
pronunciato quella frase
sarebbe stato personale del
118 intervenuto in
soccorso del giovane, che
ora sarà ascoltato dagli
investigatori. Pochi giorni
fa era stato chiarito che
anche il ferimento di un
altro tifoso romanista,
sempre a Napoli, non aveva
alcun legame con la
vicenda di Ciro ma era
stato il frutto di contrasti
sul posto di lavoro.
Rinaldo Frignani
Ilaria Sacchettoni
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Giovedì 17 Luglio 2014 Corriere della Sera
Corriere della Sera Giovedì 17 Luglio 2014
Taranto La matrice non si è mai trovata. Ma ora un giudice potrebbe dargli ragione
Il disoccupato che fece «13»
«Da 33 anni aspetto la vincita»
È in causa contro lo Stato. «La mia schedina è regolare»
Nel 1981, mentre Sandro
Pertini affidava l’incarico a
Giovanni Spadolini e nelle sale
cinematografiche usciva Ricomincio da tre di Troisi, Martino Scialpi con 500 lire e due
semplici colonne aveva vinto
poco più di un miliardo di vecchie lire al totocalcio. Grazie a
un gol di Falcao che aveva permesso alla Roma di espugnare
Torino battendo la Juventus. Il
numero della matrice vincente: 625SA77494. Scialpi, di
Martina Franca (Taranto), professione ambulante, era diventato ricco. La sua vita sarebbe
cambiata. Radicalmente. Mai
avrebbe immaginato però che
da quel momento sarebbero
iniziati i guai. E la sua rovina.
Sono passati 33 anni da quel
giorno e Scialpi non ha ancora
incassato i soldi della vincita.
Ma continua la sua battaglia
contro il Coni e il ministero
delle Finanze. In una querelle
legale che è passata dai tribunali di Lecce, Salerno, Bari, Roma e Taranto. Questi i fatti.
Quando un martedì mattina
porta la schedina vincente nella sede del Coni a Bari, si sente
rispondere che la ricevuta non
è mai arrivata. Per loro non c’è
stata nessuna vincita. Su consiglio di un avvocato, Scialpi
corre alla ricevitoria. Spera di
ricevere spiegazioni dalla signora Annamaria Taiana, che
allora gestiva la tabaccheria a
La prova Martino Scialpi mostra una gigantografia della schedina del novembre del 1981 (Foto Todaro)
Miliardario mancato
«Il montepremi era di un
miliardo di lire. In questi
anni ho perso tutto:
moglie, casa e lavoro»
Cronache 21
italia: 51575551575557
Martina Franca. Nel frattempo
fa un esposto alla procura di
Taranto. Invece dei chiarimenti viene chiamato dai Carabinieri che lo informano che la
titolare della tabaccheria lo ha
denunciato per minacce. A distanza di poco tempo scopre
pure di dover rispondere alle
accuse di truffa del Coni e della
Guardia di Finanza: Scialpi
avrebbe falsificato la schedina.
Iniziano le battaglie legali:
Scialpi è un ambulante, soldi
ne ha pochi, gli pignorano la
casa, sua moglie non ce la fa
più, lo lascia, ha difficoltà a
mandare avanti i suoi tre figli.
Le sue fortune se ne vanno in
spese legali: oltre 400 mila euro. In compenso è dai tribunali
che arrivano le buone notizie.
Viene assolto dalla minacce alla tabaccaia e una sentenza del
1987 lo assolve pienamente
dall’accusa di aver falsificato la
Parroco in Piemonte
La vicenda
La vincita
A novembre del 1981
Martino Scialpi,
ambulante, gioca al
totocalcio due colonne
che gli frutteranno un
tredici e la vincita di un
miliardo di vecchie lire.
Da 33 anni aspetta di
riscuotere la somma
che il Coni non intende
versare perché
sostiene di non aver la
ricevuto la matrice
I processi
Nel 1987 un tribunale
assolve Scialpi dalle
accuse di truffa
avanzate dal Coni:
la matrice della sua
schedina è autentica.
A settembre un giudice
dovrà stabilire se
risarcirlo della somma
di 3,9 milioni di euro
schedina: una perizia dice che
è autentica. Riabilitato, gli viene restituita la matrice, che è
conservata nella cassaforte di
un notaio.
Scialpi continua a chiedere
al Coni di mostrare i verbali di
controllo dei bollini utilizzati
per le matrici del 1 novembre
1981, il verbale dello spoglio
del giorno dopo, e l’armadio
che conservava le matrici. Ma
né Coni, né ministero delle Finanze, dice, rispondono. Né
vogliono pagare. Il nuovo avvocato di Scalpi, Guglielmo
Boccia, aggiunge che nemmeno nel 2012, dopo un’ingiunzione di pagamento di 2,4 milioni di euro rivolta da un giudice di Roma al Coni, Scialpi ha
avuto modo di riscuotere la
vincita. Ed è di ieri la notizia
che il gip del tribunale di Roma ha accolto l’opposizione
presentata dalla difesa ad archiviare l’indagine in cui sono
indagati con l’accusa di aver
prodotto documenti falsi l’avvocato del Coni Luigi Condemi, l’avvocato Enrico De Francesco di Taranto e l’ex responsabile Coni per la zona di Bari
Mario Bernacca.
Scialpi parla al telefono, si
scusa per l’agitazione: «Sa,
non ho ancora l’età della pensione (ha 61 anni) e non lavoro. Vivo grazie all’aiuto di alcuni amici». In 33 anni ha collezionato 31 processi, «molti più
di quelli di Berlusconi», ironizza. Ora la parola fine potrebbe arrivare a settembre,
quando un giudice dovrà stabilire se la somma accantonata
nella Bnl di Roma (banca del
Coni) di 3,9 milioni di euro a
favore di Scialpi (per ora congelati) potranno finire sul suo
conto corrente.
Agostino Gramigna
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Sacerdote
al coca party,
arrestato
per spaccio
MILANO — E stato colto in
flagranza di reato mentre
partecipava a un «cocaparty» a casa di alcuni
amici a Milano. Don
Stefano Maria Cavalletti,
parroco a Carciano di
Stresa, in provincia di
Verbania, è stato arrestato
per spaccio e detenzione di
cocaina. Alla vista della
polizia il parroco avrebbe
tentato di disfarsi della
cocaina e del passaporto,
temendo di essere subito
identificato. Ma il
sacerdote, 45 anni, ha
confessato tutto durante
l’interrogatorio di garanzia
e il suo fermo è stato
convalidato dal gip. Non è
la prima volta che il prete
finisce nei guai. Un anno fa
era già stato condannato
in primo grado per truffa
dal tribunale di Verbania
per una vicenda legata a
una eredità. Il prete
mancava dalla parrocchia
da domenica scorsa,
quando non ha celebrato
messa. L’inchiesta che ha
portato al suo arresto è
coordinata dalla procura di
Milano. «La diocesi di
Novara — si legge in un
comunicato diffuso dopo
la notizia dell’arresto di
Cavalletti — affida don
Stefano nella preghiera al
Signore e attende che si
faccia chiarezza
sull’accaduto».
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Cronache 23
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Non bastavano le proteste dei giornali e la confusione su metodi e risultati. A rivelare la fragilità del «diritto
all’oblio secondo Google» si è messo
anche un programmatore del New
Jersey, Afaq Tariq, il quale — con
l’aiuto di alcuni sviluppatori conosciuti online — ha appena lanciato
«Hidden from Google», sito che raccoglie e ordina i risultati rimossi sul
motore di ricerca.
A partire da giugno, in seguito a
una sentenza della Corte di Giustizia
europea che ha imposto all’azienda
l’obbligo di rimuovere link a informazioni ritenute non pertinenti dai soggetti citati, Google dà la possibilità
agli utenti di richiedere la deindicizzazione dei risultati che li riguardano
qualora le informazioni risultino
«inadeguate, obsolete o irrilevanti».
Oltre a non aver fornito informazioni
sui parametri di cancellazione, Google avrebbe addirittura ammesso, tramite il portavoce europeo dell’azienda
Peter Barron (fonte Daily Telegraph),
di non essere a proprio agio nel doppio ruolo di «giudice e giuria» ma di
«dover rispettare la legge».
La rimozione dei link riguarda solo
il motore di ricerca della nazione di riferimento: la notizia resta dunque
leggibile sia sul sito «originale» sia sui
motori Google degli altri Paesi. È questo che ha permesso ad Afaq Tariq di
costruire la piattaforma dei «dati censurati». «Hidden from Google» ha un
approccio partecipativo e aperto, ovvero chiunque sia in grado di recuperare una voce cancellata con il relativo
link, può includerlo nell’elenco compilando un modulo. Lo scopo, si legge
sul sito, è «tenere traccia dell’attività
di censura su Internet. Spetta all’utente decidere se le nostre libertà vengono rispettate o violate dalle recenti
sentenze europee».
Leggendo gli articoli presenti sulla
piattaforma, si realizza quanto sia labile il confine tra diritto di cronaca e
diritto alla privacy: perché mai Google ha accettato la richiesta di oblio
del portoghese Carlos Silvino, condannato per abuso su minori con una
sentenza di 18 anni? Oppure quella di
Robert Daniels Dwyer, esperto borseggiatore di Oxford? Di sicuro, la rimozione di molti risultati — denunciata e documentata da Tariq come dai
molti giornali che vedono sparire i
propri articoli da Google — sta avendo conseguenze boomerang per i richiedenti oblio.
C’è chi tira in ballo «l’effetto Streisand», espressione che si riferisce al
tentativo della famosa attrice e cantante di bloccare nel 2003 la pubblica-
Illustrazione di Alberto Ruggieri
Internet Gli esperti:
rimuovere notizie
sgradite è tecnicamente
impossibile
Il diritto all’oblio (che non c’è)
Un sito ripubblica in rete i dati cancellati da Google
La scheda
La sentenza
Un mese fa una
sentenza comunitaria
ha imposto a Google
di rimuovere dal
motore di ricerca link
o informazioni
ritenute «inadeguate,
obsolete o irrilevanti».
Il provvedimento è
rimasto però fino a
oggi lettera morta,
soprattutto perché i
link restano visibili dai
server di molte
nazioni
Il sito
Di queste lacune sta
approfittando ora il
sito «Hidden from
Google» che si sta
specializzando proprio
nel raccogliere e
riordinare tutte le
informazioni rimosse
da Google. Lo scopo
secondo i fondatori
del sito è «tenere
traccia dell’attività di
censura di Internet»
Il vertice
Intercettazioni e giornali
No a norme più restrittive
La richiesta del presidente del Consiglio Matteo Renzi di avere
un contributo su una nuova regolamentazione dell’uso delle
intercettazioni telefoniche e l’approvazione in Senato di una
norma che punisce con il carcere chi esercita abusivamente la
professione di giornalista sono state al centro ieri mattina di
una riunione a Roma tra vertici dei giornali e consiglio
dell’Ordine. All’incontro hanno partecipato i direttori (o loro
delegati) di Avvenire, Corriere della Sera, Gazzetta del Sud, Il
Fatto quotidiano, Il Giornale, Il Giorno, Il Tempo, Irpinia
news, l’Unità, La Stampa, News Mediaset, Repubblica.it, Sky
Tg24, Tg2 e Tgcom 24. Un primo confronto, al quale ne
seguiranno altri. I direttori e i vertici dell’Ordine hanno parlato
del «dovere di tutelare l’interesse pubblico, garantendo ai
cittadini un’informazione corretta, completa, rispettosa della
verità e delle persone» e ribadendo — in una nota congiunta
— che «non possono essere i giornalisti i custodi del segreto
delle indagini. Esistono già norme chiare che attribuiscono
ben precisi doveri ad altri soggetti che dovrebbero occuparsi
di eliminare tutto ciò che non è pertinente alle inchieste, in
particolare quanto riguarda persone terze. Il problema è,
quindi, far rispettare le regole esistenti fin dal 1989, anziché
ipotizzarne altre che rischierebbero di trasformarsi in una
lesione dei diritti dei cittadini e in un bavaglio per i giornalisti.
Sull’ipotesi del carcere per i non iscritti all’Ordine «è stato
rivolto un appello perché la norma venga cancellata in
occasione della seconda lettura alla Camera», poiché non solo
«contrasta con la legge che riguarda l’accesso alla professione
giornalistica» ma sarebbe anche «una intollerabile limitazione
della libertà di espressione».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
zione di immagini della sua villa di
Malibu: un’azione che ebbe come risultato un’esplosione dell’attenzione
pubblica sulla notizia. Chi ignorava,
ad esempio, che Adam Osborne, fratello del ministro delle finanze inglese
George, si fosse a un certo punto convertito all’Islam, lo ha appreso nei
giorni scorsi, con grande clamore,
grazie alle proteste del Daily Express,
autore dello scoop, contro Google.
Oltre a dimostrare la debolezza di
una decisione che — affidando al giocatore il ruolo di arbitro nella delicata
partita della privacy online — ha creato le condizioni per il «pasticcio» di
Google, la vicenda dimostra , ancora
una volta, quanto sia illusoria l’idea di
poter rimuovere le nostre tracce online.
Nel novembre del 2012, l’Agenzia
europea per la sicurezza delle reti e
dell’informazione (Enisa), istituzione
dell’Unione europea, ha pubblicato
uno studio in materia. I risultati, recapitati alla commissione che ha emanato la sentenza del 13 maggio, parlano chiaro: «Una volta che l’informazione è stata pubblicata, è di fatto impossibile prevenire o vietare — da un
punto di vista tecnico — la creazione
di copie non autorizzate. In un sistema aperto come internet il diritto all’oblio non può essere tecnicamente
esercitato». Parole che ricordano le
dichiarazioni del capo tecnologico del
colosso di sicurezza informatica McAfee, Raj Samani, che in un’intervista
all’edizione inglese dell’Huffington
Post ha detto: «Non c’è nulla di permanente quanto un tatuaggio digitale. E il tuo tatuaggio digitale si disegna ogni volta che fai un tweet, un
post o che mandi una mai. Rimuoverlo è doloroso, costoso e lascia cicatrici».
Serena Danna
@serena_danna
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Il mercato Alla ricerca di bellezza e buoni atenei per i figli
Vigneti e ville sul lago
L’Italia che attira
gli investitori cinesi
Dal Nord al Sud ecco, lungo lo Stivale, una mappa dei desideri degli investitori cinesi.
Ville sul lago di Como o nella campagna del Veneto, case in Versilia e tenute in Toscana.
Loft e appartamenti arredati a Milano o Firenze
NORD
COMO
CENTRO
SUD E ISOLE
TAVERNERIO
(Como)
Migliaia di richieste per luoghi prestigiosi
Dimore dalla storia secolare o
appartamenti nel cuore di Milano.
Pied à terre nei centri universitari,
ville vista lago o vigneti in Toscana. O immobili di prestigio (trophy
asset), come la ex sede Unicredit di
piazza Cordusio a Milano (palazzo
Broggi) per la quale si è parlato anche di un interesse da parte di investitori cinesi.
Ecco i nuovi oggetti del desiderio dei cittadini dell’ex Celeste impero. Di quei cinesi che, costruita
una piccola o grande fortuna, so-
Nel mirino
Sono stati già venduti
ad acquirenti cinesi
diversi appartamenti
arredati di lusso nel
condo-hotel Ramada
Plaza di Milano (foto
sotto, a sinistra). A
destra, un’immagine
storica di Villa della
Torre di Valsassina,
a Sagrado
in provincia di Gorizia
Il caso
Dove sono i «mattoni»
italiani che piacciono ai cinesi
conquistare i cinesi. È l’immigration by investing che a Lisbona ha
portato al rilascio di permessi speciali (Golden Visa): 324 nel 2013,
ben 297 a cinesi (attraendo 220
milioni di euro in un anno). In Italia, per ora, non c’è una legge specifica, ma il «requisito economico
minimo» di 31 mila euro di rendita
fissato con decreto nel 2011 ha incoraggiato i cinesi.
Così gli occhi di danarosi investitori si sarebbero già posati su
gioielli come Villa Canossa a Grez-
GREZZANO
DI MOZZECANE
Villa Canossa
(Verona)
VENEZIA
SAGRADO
Villa della Torre
Valsassina
(Gorizia)
COLLI EUGANEI
Hotel Ritz
(Padova)
MILANO
Appartamenti
(da Piazza Duomo
a Via Imperia)
Condo Hotel
Ramada Plaza
FORTE
DEI MARMI
Lucca
SAONARA
Villa Bauce
(Padova)
ABANO TERME
Hotel President
(Padova)
MONTALCINO
Azienda Agricola
Marchesato
degli Aleramici
(Siena)
COSTA
DELLA
SARDEGNA
gnano di assaggiare la Dolce Vita
italiana (o quel che ne resta), o
mandare i figli a studiare in un nostro Ateneo. E, perché no, trovare
un porto sicuro per il frutto della
propria fatica. «Ogni giorno riceviamo decine di richieste di informazioni da parte di cinesi che sognano una casa in Italia, e da inizio
anno abbiamo già seguito la pratica per il rilascio di una trentina di
visti di questo tipo. Ma siamo appena agli inizi di un fenomeno dal
potenziale enorme», spiegano all’Ambasciata d’Italia a Pechino. Da
dove arrivano le richieste? «Dal
Centro-Nord della Cina, soprattutto. Da Pechino, Xian o Harbin per
esempio, mentre i cinesi del Sud
guardano a Filippine, Thailandia e
Singapore». A dare un aiuto al
mercato italiano anche il giro di vite di Canada e Australia, tradizionali approdi d’elezione dei capitali
cinesi. Come pure gli Usa: hanno
già raggiunto quota 22 miliardi di
dollari gli investimenti immobiliari cinesi negli Stati Uniti. Per ora,
valgono invece solo 1-2 miliardi di
dollari gli investimenti cinesi in
Italia.
Per la normativa italiana con un
investimento in real estate e una
rendita annua (che consenta di
mantenersi), ci si può assicurare
un visto per residenza elettiva.
Spagna, Portogallo, Cipro o Malta
hanno varato leggi ad hoc pur di
2
Miliardi
Gli investimenti cinesi
in Italia, in dollari,
nel 2013, secondo le
stime dell’Ambasciata
22
Miliardi
Gli investimenti
cinesi negli Usa,
in dollari, solo nel
settore immobiliare
297
Golden Visa
I permessi rilasciati in
Portogallo a cittadini
cinesi nel 2013, circa
il 90% del totale
zano di Mozzecane (Verona) o Villa
della Torre di Valsassina a Sagrado
(Gorizia), ma anche su Villa Bauce
a Saonara (Padova). «E in questi
giorni il direttore dell’associazione
ville venete ci ha segnalato altre
costruzioni che si pongono sul
mercato», spiega Fiorella Peraro de
«Il Quadrato» (restauri architettonici e urbanistica) che sta presentando queste opportunità di investimento ai cinesi, «anche se non
siamo immobiliaristi». Giordano
Zizzi della «Venas Vinus» (importa
in Cina vini italiani), intercettando
la nuova tendenza, sta «prendendo
contatti con possibili soci cinesi
per eccellenze vitivinicole, come il
Castello di Montepò nella Maremma e il Marchesato degli Aleramici
a Montalcino». Queste tenute prestigiose sono state presentate, come opportunità di investimento,
anche a un parterre di potenziali
acquirenti cinesi riunito all’Ambasciata d’Italia a Pechino.
«World Capital Italia» di Andrea
Faini, con uffici a Pechino, Shanghai e Hong Kong, ha già concluso
diverse trattative. Dove? «A Milano, per esempio nel complesso Ramada Plaza, appartamenti arredati
di lusso, forse il primo condo-hotel italiano», dice Faini. «Ma c’è interesse anche per case sul lago di
Como», aggiunge Zhang Meng,
China country manager di «World
capital».
GROSSETO
Castello
di Montepò
FIRENZE
CORRIERE DELLA SERA
Come trattare? «Non provate a
vendere cascine in Toscana a persone connesse, per lavoro, 24 ore
su 24 con Wechat che in vacanza
non si fermano a oziare», suggerisce Cristina Lambiase che ha seguito la start-up di «To Italy», tour
operator italiano con base a Hong
Kong (fa capo alla quotata «Sanfaustino») che propone viaggi a
misura di turista cinese. «L’incanto
— continua Lambiase — è una poesia che ha bisogno di tempo. Non
è il caso della Cina in corsa per di-
❜❜
La qualità
Come numeri non reggiamo ancora
il confronto con altre città europee,
ma qui seduce la qualità della vita
❜❜
L’ozio
Il consiglio? Non proporre una cascina
a persone connesse 24 ore al giorno
In molti non hanno il concetto di ozio
ventare la prima potenza al mondo».
Infine, a proporre una stanza
con vista sull’Italia ci sono pure big
europei. Come la britannica W&B,
che ha in portfolio «location» da
Venezia alla Toscana: «Come investimento l’Italia non regge il confronto con altre città europee, ma
per i cinesi le vostre ville e casali
sono competitivi rispetto agli immobili di alta gamma a Shanghai o
Pechino. E assicurano in più
un’elevata qualità della vita», spiega Paul Hudson. Che cosa piace?
«La Toscana o una casa a Milano. E
se l’Italia non basta, proponiamo
loro un castello nella Loira o un
buen retiro in Grecia o Cipro», aggiunge Dirk Laeremans della belga
«Orientas», uffici a Pechino, Shanghai, Johannesburg e cuore a Bruxelles. Intanto, l’ex stabilimento di
fotoincisione dell’azienda serica
Orsucci, a Tavernerio (Como), restaurato dall’architetto Stefano Valabrega, è già diventato il nuovo
hub europeo della cinese «Jv International» che fa capo al moloch
«XinXin Cathay» (che veste gli
astronauti e l’esercito cinese) e due
anni fa ha unito le forze con l’italiana «Nt Majocchi».
Enrica Roddolo
© RIPRODUZIONE RISERVATA
✒
La lettera
Infrazioni e ingiustizie tollerate al test che seleziona gli insegnanti
❜❜
Gentile Direttore,
vorrei condividere un piccolo spaccato di
italietta (la scelta della parola non è
casuale) vissuto in prima persona. Le
parole non ancora trovate per descriverla
mi hanno fatto venire in mente alcuni versi
dell’incipit della Divina Commedia. «Ahi
quanto a dir qual era è cosa dura esta
selva selvaggia e aspra e forte che nel
pensier rinova la paura! Tant’è amara che
poco è più morte [...]». Si chiederà quale
disavventura mi sia capitata. Lunedì 14 si
è dato il via ai test di selezione per
l’accesso al Tirocinio formativo attivo
(Tfa) per conseguire l’abilitazione
all’insegnamento. Andranno avanti fino a
fine mese. Gli iscritti non si contano. Ieri è
toccato a me, al Gentileschi di Milano, per
le classi di concorso accorpate A043 e
A050. Per farla breve, l’esperienza mi ha
lasciata sgomenta. Ecco i fatti più
eclatanti documentati dai miei occhi e
dalle mie orecchie. Una busta del test
aperta prima del consentito e
riconsegnata al legittimo proprietario con
un lieve rimbrotto. Candidati trovati a
chiacchierare durante la prova o
organizzati in veri e propri team di lavoro,
ripresi con qualche generica ammonizione
lanciata a tutta la platea dalla cattedra dei
professori. Persone che a fine prova hanno
provato a correggere (chissà se ci sono
riuscite) le risposte dopo aver consultato il
cellulare o aver chiesto conferma al
compagno-amico al fianco. Tutto questo
davanti alla commissione, perfettamente
conscia delle infrazioni commesse. «Così
vid’io quella masnada fresca». Per dirla
bene, una totale mancanza di serietà, che
mai mi sarei aspettata per un test che
deciderà chi potrà accedere a un concorso
pubblico e chi no. È davvero questa
l’Italia? È davvero questa la gestione di
eventi che decidono il futuro delle singole
persone e quello di una nazione intera?
Quelle persone che hanno copiato, con
l’inganno, otterranno forse tra qualche
anno una cattedra e formeranno gli
italiani del domani, e chi gliel’ha lasciato
fare ce l’ha già. Povera Italia, tanto piccola
e misera nelle tasche ma ancora di più
nello spirito. Chiudo sempre con le parole
di Dante «Ahi serva Italia, di dolore
ostello, nave senza nocchiero in gran
tempesta, non donna di provincie ma
bordello!». Quanto a me, non contavo di
superare il test. Non ho studiato. A
settembre compirò 33 anni e da 7 lavoro
(da 2 sono addirittura assunta) con uno
stipendio che è forse pari a quello di un
docente dopo 20 anni di lavoro, ma ho
sempre avuto il pallino dell’insegnamento.
Ma chi ha studiato, chi ho visto ripassare
fuori dall’aula, chi ha puntato tutto su
questo test, chi ha speso mesi a farsi
appunti che sembravano antologie
scolastiche cosa ha provato in questa
situazione ingiusta? Una sola risposta
corretta in più fa la differenza. Quello che
ho vissuto ieri non può essere l’Italia, al
massimo è un’italietta fatta dai soliti
furbetti e dai soliti menefreghisti. Ma
quando inizieremo a essere un Paese serio?
Perché chi è stato chiamato a vigilare non
l’ha fatto? Purtroppo ho idea che il mio
spaccato sia la replica di tanti altri.
Cordiali saluti,
sgomenta e amareggiata.
Stefania Canzano
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Conflitti sociali
Pechino
va a lezione
dal Sant’Anna
Lezioni di conflittualità nel
Paese che per qualcuno è il
più grande regime autoritario
al mondo. Le dà un professore
italiano, Andrea de Guttry,
ordinario di Diritto
internazionale alla Scuola
Sant’Anna (una delle due
università di eccellenza
pisane), che oggi terrà una
lectio magistralis sulla
gestione dei conflitti sociali a
oltre 200 funzionari della
Municipalità di Pechino
(Cina). L’iniziativa fa parte di
un programma di scambio di
tre anni con l’ateneo toscano,
promosso dal governo cinese.
«Sono molto interessati
all’esperienza europea in
termini di prevenzione dei
conflitti sociali. Si sono resi
conto che la loro risposta
tradizionale, la repressione,
non funziona più, perché
sono aumentati e cambiati di
natura», aggiunge de Guttry,
che è anche direttore della
scuola di peace-keeping del
Sant’Anna. Il governo cinese
deve affrontare soprattutto le
tensioni legate alla
costruzione delle grandi
infrastrutture, come le
mastodontiche centrali
idroelettriche, che causano
problemi di inquinamento e
mettono in gioco i diritti dei
lavoratori. «Gli parliamo di
democrazia partecipata e
insegniamo l’approccio
europeo alle grandi opere,
come la consultazione
pubblica per rendere gli
obiettivi compatibili con
quelli dei cittadini». (e. teb.)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Università
Un doppio
libretto
agli studenti
transessuali
Torino, Bologna, Napoli,
Padova. E adesso anche
Urbino. Cresce il numero
delle università che
adottano il doppio libretto,
pensato per quegli
studenti «in attesa di
riattribuzione
di genere». Quei ragazzi
cioè che si ritrovano nella
fase di passaggio da un
sesso all’altro, i
transessuali, e che, per
motivi di privacy,
preferiscono non dover
giustificare ogni volta un
nome maschile in presenza
di aspetto femminile o
viceversa. Spesso decisioni
simili arrivano dopo la fase
adolescenziale, quindi è
normale che la transizione
avvenga durante gli anni
dell’università. Alla Carlo
Bo di Urbino ora il doppio
libretto è legge:
«Riconosciuto
all’unanimità il diritto di
studenti e studentesse in
situazione di riattribuzione
del sesso ad avere un
doppio libretto
universitario», recita una
nota diffusa ieri
dall’ateneo. Nella
documentazione
amministrativa, invece,
tutto rimarrà immutato
fino alla definitiva
sentenza del tribunale che
si occupa dei singoli casi.
Intanto anche a Pisa, Roma
e Milano si discute della
questione del doppio
documento.
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italia: 51575551575557
Giovedì 17 Luglio 2014 Corriere della Sera
Corriere della Sera Giovedì 17 Luglio 2014
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italia: 51575551575557
Economia
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La lente
PER NTV 20 MILIONI
IN PIÙ DI BOLLETTA
«ATTACCO
ALLA CONCORRENZA»
U
n provvedimento che
«mette al tappeto la
concorrenza nel trasporto
viaggiatori sull’alta
velocità». Antonello
Perricone, presidente di
Ntv, lancia l’allarme e
mette sul banco degli
imputati il decreto
competitività del governo
che «prevede un costo di
circa 20 milioni all’anno
per i maggiori oneri della
bolletta elettrica». L’atto
d’accusa — «siamo molto
arrabbiati» — è arrivato
ieri dopo la prima
relazione tenuta alla
Camera dal presidente
dell’Authority dei trasporti
Andrea Camanzi,
commentata dal numero
uno dei treni Italo come
«un discorso ineccepibile,
belle e condivisibili
intenzioni per il futuro»
che vanno «messe
velocemente in pratica, e
per noi è già tardi». Ma la
denuncia di Perricone è
tutta diretta al decreto
competitività che rivede il
costo dell’energia per le
imprese ferroviarie e «al
tentativo di scaricarlo solo
sull’alta velocità». Ntv
(tra i soci Luca
Montezemolo, Diego Della
Valle, Intesa Sanpaolo,
Sncf e Generali) chiama in
causa direttamente il
premier Matteo Renzi e il
suo governo. «Vuole
davvero — si è chiesto —
mettere a rischio un
miliardo di investimenti
privati e oltre mille giovani
lavoratori?». I conti 2013
di Ntv si conosceranno al
cda del 30 luglio quando
verrà approvato il bilancio.
Carlo Turchetti
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Lotterie e scommesse Sede fiscale a Londra e unica quotazione a Wall Street per la nuova società. Addio a Piazza Affari
Gtech-Igt, la fabbrica mondiale dei giochi
Il gruppo italiano rileva il produttore Usa per 4,7 miliardi, primi al mondo
Il gruppo De Agostini scommette 4,7 miliardi di euro a Las
Vegas. La controllata GTech (ex
Lottomatica) compra International Game Technology (Igt),
primo gruppo negli Usa nell’intera filiera delle slot machine. Si
tratta della maggiore operazione
di merger and acquisition all’estero realizzata da un gruppo
italiano quest’anno. Le due società saranno fuse in un nuovo
gruppo che sarà quotato soltanto a New York. GTech (+4,07%
ieri in Borsa) sarà delistata e darà l’addio a Piazza Affari. Da primo operatore al mondo nelle
lotterie, GTech raddoppierà
quasi la capitalizzazione per diventare il maggiore gruppo internazionale nell’intera gamma
dei giochi, con oltre 6 miliardi di
Ieri in Piazza Affari
19.38
+ 4,07%
a 19,2 euro
ad azione
D’ARCO
L’ACCORDO
4,7 mld € il valore
dell’operazione
4,43 mld di € i ricavi attesi
per il nuovo gruppo
19.27
19.16
19.05
18.95
Ore 10 11 12 13 14 15 16 17
dollari di ricavi. Le sede legale
sarà spostata nel Regno Unito,
ma in Italia continuerà a esistere
una controllata che gestirà le
concessioni dei Monopoli di
Stato.
80%
la quota di GTech
nel nuovo gruppo
20%
la quota di Igt
nel nuovo gruppo
47% la quota di De Agostini
nel nuovo gruppo
L’ex Lottomatica torna a inserirsi tra le poche società italiane
che comprano all’estero invece
di diventare preda di player internazionali: nella gara per la
conquista del produttore di slot
machine di Las Vegas, ha scalzato concorrenti di peso come la
società MacAndrews & Forbes
del miliardario Ron Perelman,
Scientific Games e i fondi di private equity Apollo e Carlyle. Era-
Soci e top manager
De Agostini scenderà
dal 59% di GTech al
47% del nuovo gruppo
Sala resta alla guida
no alcuni mesi che le parti stavano dialogando tra Las Vegas e
New York. Ieri, è arrivato l’annuncio. Con la fusione, GTech
bilancia il portafoglio e l’estero
acquisirà un peso maggiore nel-
la ripartizione dei ricavi. Inoltre,
sono previste sinergie per 280
milioni di dollari l’anno, che
non si ripercuoteranno sull’Italia.
In base all’accordo siglato
nella notte tra martedì e ieri,
GTech e Igt confluiranno in una
holding di nuova costituzione di
diritto inglese controllata al 20%
dagli attuali azionisti di Igt e all’80% da quelli di GTech, con la
quota di De Agostini che scenderà dal 59 al 47% circa. Marco Sala, Ceo di GTech, resterà al comando anche della nuova realtà.
Il valore complessivo dell’operazione, che si chiuderà entro i
primi sei mesi del 2015, è di circa 6,4 miliardi di dollari (4,7 miliardi di euro), comprensivi di
circa 1,75 miliardi di dollari
(1,29 miliardi di euro) di debito
netto di Igt. Il 75% sarà corrisposto in cash e il 25% in azioni. Agli
azionisti di GTech sarà assegnata una nuova azione della newco
per ogni azione GTech. La società prevede di finanziare la parte
in contanti attraverso una combinazione di disponibilità liquide e di nuovi finanziamenti e ha
già ottenuto impegni vincolanti
per 10,7 miliardi di dollari da
Crédit Suisse (anche leading
advisor), Barclays e Citigroup.
Ieri il gruppo De Agostini ha
anche annunciato i conti 2013: il
bilancio chiude con un utile netto di 24 milioni di euro, in linea
con il 2012. I ricavi passano da 5
a 4,9 miliardi.
Fausta Chiesa
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Multinazionali Rapporto R&S Mediobanca sui big mondiali dell’industria. Gli effetti se il Lingotto diventa «olandese»
variata) e da PetroChina che nove anni
prima non era presente nelle classifiche. La prima fra le italiane è l’Eni,
14esima, mentre Exor, che era al
20esimo posto nel 2012, passa al
18esimo grazie a Chrysler. E ribaltata
rispetto al 2004 è la graduatoria per capitalizzazione con Apple (numero 13
per attivo) stabile al
primo posto con un
I giganti in Europa
Fonte: Ricerche&Studi Mediobanca
valore di 363,4 miDati in miliardi di euro
Posizione
Top 10 per totale attivo
l i a r d i d ava n t i a
1
Volkswagen
265.1
ExxonMobil: nove
2
Royal Dutch Shell
256,1
anni prima Apple
3
Bp
196,8
non era in classifica
4
Total
160.2
perché capitalizzava
5
Daimler
159.1
19 miliardi mentre
6
Eni
134.2
il numero uno era
7
BMW
132,2
8
Exor
General Electric con
107,9
9
BHP Billiton
96.4
283,3 miliardi.
10
Statoil
95.0
L’ i n d a g i n e h a
D’ARCO
due focus particolabiando anche fra i superbig. Numero ri: la posizione dell’Italia e il settore auuno per totale attivi è il colosso energe- tomotive. E in entrambi i casi il protatico russo Gazprom, che nel 2004 era gonista principale è Fiat-Chrysler. Il
ottavo, seguito da Toyota (posizione in- quadro delle nostre multinazionali si
Fiat con Chrysler
«supera» i francesi
Cresce il peso delle multinazionali
dei paesi emergenti e si profila il sorpasso: nei prossimi cinque anni i big
industriali asiatici diventeranno i più
grandi del mondo. Oggi in media il primato resta in Europa dove l’Italia si
conferma fanalino di coda e con un peso nel panorama continentale che appare destinato a scendere dal 7,5% dei
ricavi al 5,5% quando Fiat-Chrysler
post fusione avrà sede legale in Olanda.
Il diciannovesimo rapporto di R&SMediobanca sulle 383 multinazionali
industriali, che nel 2013 hanno fatturato complessivamente 12.369 miliardi e
occupato oltre 32 milioni di persone,
offre un quadro globale in grande movimento. L’asse del mondo sta cam-
conferma modesto: il numero scende
da 16 a 14 e il 55% del fatturato fa capo a
imprese pubbliche, quota destinata a
crescere al 70% con lo spostamento in
Olanda delle sede legale di Fiat-Chrysler. Le multinazionali con sede in Italia
(criterio che esclude società con sede
nel Benelux come Tenaris, Ferrero e
Stm) sono piccole e poche: la loro incidenza sul Pil nazionale è pari al 26,%,
che scende al 19,6% con Fiat «olandese» e il contributo al fatturato aggregato europeo è pari al 7,5%, quota che cala
al 5,5% sempre per effetto Fiat. Il «peso» delle big inglesi è pari al 24% e di
quelle tedesche al 22%. Creano poi poca
occupazione nel nostro Paese: in Italia
solo 3 cittadini su mille lavorano in una
multinazionale, contro 13 in Francia e
9 in Germania. E «bruciano» ricchezza.
Il secondo focus, sull’auto, mostra
come l’Italia si sia risollevata rispetto in
particolare alla Francia grazie all’operazione Fiat-Chrysler: la quota di ricavi
del nostro Paese nell’automotive mondiale sale nell’ultimo decennio dal 3,8%
al 7,3% mentre senza l’operazione negli
Stati Uniti sarebbe scesa al 2,8%. Lo scenario mondiale dal 2004 è cambiato
parecchio: Giappone e Germania piazzano sempre più colossi ai primi posti
(Toyota è il numero uno, Volkswagen è
salita dal quarto al secondo posto, Daimler è scesa dal primo al terzo, Bmw è
quarta mentre era ottava) mentre scendono in classifica le americane Gm (da
terza a ottava) e Ford (da quinta a decima). Fiat conserva con Chrysler l’undicesima posizione ma, per la prima volta
dopo nove anni, è davanti a Peugeot. Il
gruppo guidato da Sergio Marchionne
(che aumenta il rapporto debiti-capitale netto ma con una liquidità di 20 miliardi) presenta poi una redditività pari
al 4% contro l’1% dei gruppi francesi
(che nel 2004 erano al 4,9%). Per quanto riguarda la quota di vendite sul mercato mondiale, Volkswagen primeggia
con il 15%, e Fiat l’ha aumentata di due
punti portandola al 6,6%.
Sergio Bocconi
© RIPRODUZIONE RISERVATA
con il patrocinio di:
LA PRIMA FIERA INTERNAZIONALE
SULL’EFFICIENZA ENERGETICA
Believe
in collaborazione con:
IL PRIMO FORUM INTERNAZIONALE
SULL’EFFICIENZA ENERGETICA
Verona 8 -10 Ottobre 2014
www.smartenergyexpo.net
SECONDA EDIZIONE
organizzato da:
28
Giovedì 17 Luglio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
avviso al pubblico
IDeA FIMITsgr
Società con Unico Socio,
soggetta all’attività di direzione e
coordinamento dell’Automobile Club d’Italia
Via Fiume delle Perle, n. 24 - 00144 Roma
e-mail gara:
[email protected]
CIG: 5823264578
AVVISO PER ESTRATTO DI GARA
A PROCEDURA APERTA
E’ indetta una gara a procedura aperta ai sensi
del D.Lgs. 12 aprile 2006, n. 163 per l’acquisizione di servizi bancari e finanziari (operazioni di
pagamento/incasso, anche con moneta elettronica). La base d’asta complessiva non superabile
è di € 5.300.000,00 (cinquemilionitrecentomila/00), per una durata contrattuale di 36 mesi.
Gli oneri di sicurezza per i rischi interferenziali
sono pari a zero. La gara è aggiudicata al prezzo
più basso. Il Bando di gara è pubblicato sulla
Gazzetta Ufficiale UE e su quella della Repubblica
Italiana, alle quali è stato inviato in data 1° luglio
2014. I concorrenti possono ritirare la documentazione ufficiale di gara tutti i giorni feriali,
escluso il sabato, fino alla data di presentazione
delle offerte dalle ore 9.00 alle 16.00 presso
gli uffici della ACI Informatica S.p.A., secondo le
indicazioni in evidenza sul Bando di gara.
La documentazione è disponibile sul sito www.informatica.aci.it. Le offerte dovranno essere presentate entro il termine perentorio delle ore 12:00
del giorno 11 settembre 2014, pena la non ammissione alla gara. Informazioni e/o chiarimenti
sugli atti di gara potranno essere richiesti esclusivamente mediante fax al n. 06/5295975 entro
le ore 12:00 del giorno 25 luglio 2014.
Il Direttore Generale - Ing. Mauro Minenna
Fall.889/2013 del Tribunale di Roma, vende
pulmini per trasporto
scolastico e disabili.
Info e manifestazioni
d’interesse entro il
29/07/2014 alla PEC
[email protected]
S.E.A.B. S.P.A.
Società Ecologica Area Biellese
Viale Roma, 14, 13900 Biella
punti di contatto:
tel.0158352911 fax 0158352951
Bando di gara
Questo Ente indice una procedura aperta
con il criterio di aggiudicazione dell’offerta
economicamente più vantaggiosa per l’appalto dei servizi di copertura assicurativa
diviso in 5 lotti. Termine ricezione offerte:
12/09/2014. Invio alla GUUE: 20/06/2014.
Per tutte le ulteriori specifiche si rimanda
al bando di gara.
Info: [email protected]
IL PRESIDENTE SILVIO BELLETTI
NOMINATI I MEMBRI DEL COMITATO CONSULTIVO DEL FONDO ATLANTIC 1
JEAN-CHRISTOPHE DUBOIS NOMINATO PRESIDENTE DELL’ASSEMBLEA
DEI PARTECIPANTI
Si è riunita in data odierna l’Assemblea dei Partecipanti del Fondo Atlantic 1,
fondo comune di investimento immobiliare gestito da IDeA FIMIT sgr e quotato
sul segmento MIV di Borsa Italiana S.p.A. (codice di negoziazione QFATL1,
codice ISIN IT0004014707), per la nomina del Presidente dell’Assemblea
dei Partecipanti, dei Membri del Comitato Consultivo e l’assunzione delle
pertinenti deliberazioni.
L’ Assemblea ha nominato:
- Marina Bottero
- Jean-Christophe Dubois
- Alessandro Fiascaris
- Paolo Villani
- Vittorio Vismara
quali membri del Comitato Consultivo, che resteranno in carica per il triennio
2014-2017 e scadranno alla data di approvazione del rendiconto della gestione
del Fondo relativo all’ultimo esercizio della loro carica.
Il Presidente del Comitato sarà nominato nel corso della prima riunione
del Comitato Consultivo.
Jean-Christophe Dubois è stato eletto Presidente dell’Assemblea dei Partecipanti,
anch’esso per la durata di tre anni (2014-2017) e fino all’approvazione
del rendiconto della gestione del Fondo relativo all’ultimo esercizio
della sua carica.
Il presente avviso e le delibere assunte dall’Assemblea dei Partecipanti
saranno resi noti secondo le modalità previste dal regolamento di gestione del
Fondo, pubblicati sul sito del Fondo www.fondoatlantic1.it e sul meccanismo
di stoccaggio autorizzato all’indirizzo www.1info.it.
L’ Amministratore Delegato
Emanuele Caniggia
Roma, 16 luglio 2014
IDeA FIMIT sgr
Via Mercadante n. 18 00198 Roma
T. (+39) 06 681631 F. (+39) 06 68192090
Via Brera n. 21 20121 Milano
T. (+39) 02 725171 F. (+39) 02 72021939
ISMETT
ISTITUTO MEDITERRANEO
PER I TRAPIANTI E TERAPIE
AD ALTA SPECIALIZZAZIONE
PALERMO
E’ indetta procedura aperta, ai sensi del D.
Leg. Vo n. 163/06 e successive modifiche
ed integrazioni, per la fornitura a lotto
unico e indivisibile del noleggio quinquennale di apparati multifunzione necessari
alle strutture di ISMETT e UPMC (Numero
gara 5662067). L’importo complessivo
presunto del contratto quinquennale di noleggio per ISMETT ammonta a circa euro
310.000,00 IVA esclusa; Per UPMC a circa
euro 135.000,00 IVA esclusa. Le offerte
dovranno pervenire entro le ore 12,00 del
giorno 9 settembre 2014. L’apertura delle
buste avverrà il giorno 10 settembre 2014
alle ore 10,00. I rappresentanti delle imprese che ne hanno interesse possono
presenziare. Il bando integrale di gara, inviato alla G.U.U.E. il 25 giugno 2014, verrà
pubblicato sulla G.U.R.S. Gli interessati
possono scaricare gratuitamente il bando
integrale, il capitolato di gara e relativi allegati dal sito internet www.ismett.edu.
Direttore dell’Istituto
Firmato Prof. Bruno Gridelli
W W W . I D E A F I M I T. I T
I N F O @ I D E A F I M I T. I T
Oggetto: Progetto “Metanodotto. Derivazione per Valdobbiadene DN 150. Variante DN 200 per Approfondimento Tubazione in Comune di Farra di Soligo e Moriago della Battaglia”.
Premesso che:
- con istanza del 14 gennaio 2014 prot. 3730, la Società Snam Rete Gas S.p.A. ha depositato il progetto in oggetto, avviando formalmente le procedure di cui agli artt. 52 quater e 52 sexies del
D.P.R. 8/06/2001, n. 327 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di espropriazione per pubblica utilità) come introdotti con D.Lgs. n. 330 del 27/12/2004;
- l’istanza è finalizzata ad ottenere il provvedimento che comprenda l’accertamento della conformità urbanistica del tracciato o la variante alla strumentazione urbanistica vigente, l’apposizione
del vincolo preordinato all’esproprio/asservimento, l’approvazione del progetto medesimo, la contestuale dichiarazione di pubblica utilità delle opere e l’autorizzazione alla realizzazione ed
all’esercizio delle condotte;
- che in data 13/02/2014 è stato pubblicato sui giornali “Il Corriere della Sera” e “La Tribuna di Treviso” l’avviso di avvio del procedimento affinché tutti gli interessati ne siano a conoscenza;
- che a mezzo posta ordinaria è stata trasmessa la comunicazione di avvio del procedimento ai soggetti interessati dall’intervento a titolo di servitù e/o occupazione temporanea;
- che, ai sensi dell’allegato “A” della Dgr n. 2607 del 7 agosto 2006 “Procedura per l’autorizzazione alla costruzione ed all’esercizio dei gasdotti non soggetti a valutazione di impatto ambientale”
con nota in data 27/02/2014 prot. n. 21742 la Provincia di Treviso ha convocato per il giorno 28 Marzo 2014 la Conferenza di servizi per l’esame del progetto presentato da Snam Rete Gas S.p.A.;
Si comunica a tutti gli interessati che:
- con Deliberazione di Giunta Provinciale n. 243/62599/2014 del 16/06/2014, dichiarata immediatamente eseguibile ai sensi dell’art. 134, comma 4, del D.Lgs. 267/2000, è stato approvato il
progetto e le integrazioni relative all’intervento “Metanodotto. Derivazione per Valdobbiadene DN 150. Variante DN 200 per approfondimento tubazione in Comune di Farra di Soligo e Moriago
della Battaglia”;
- gli elaborati progettuali ed i disegni di progetto possono essere consultati presso le segreterie dei Comuni di Farra di Soligo e di Sernaglia della Battaglia e dal lunedì al venerdì dalle ore 8.30
alle ore 14.30 ed il lunedì ed il mercoledì anche dalle 15.30 alle 18.00 presso la Provincia di Treviso - Settore Urbanistica - Nuova Viabilità” - Via Cal di Breda n. 116, 31100 Treviso Edificio 9
Piano Terra Stanza 38 oppure scaricando la documentazione in formato digitale dal link: ftp://utente_metanodotto:[email protected]/Progetto_Metanodotto_SNAM_DER_
VALDOBBIADENE/Parte2/;
Le ditte catastali, proprietarie dei terreni interessati dall’opera sono le seguenti:
Elenco Ditte Catastali
Comune di Farra di Soligo
Ditte oggetto di occupazione temporanea
1) Piccolin Silverio nato a Falcade il 03/09/1924 - Fg. 9 Mapp. 183 - 182
2) Zanon Manuela nato a Farra di Soligo il 10/07/1961 - Fg. 9 Mapp. 181
3) Pederiva Gregorio nato a Farra di Soligo il 12/10/1944 - Fg. 9 Mapp. 222
Ditte oggetto di asservimento
1) Balliana Angelo nato a Farra di Soligo il 30/09/1938 - Fg. 9 Mapp. 418 - 412
2) Facci Doriano nato a Farra di Soligo il 29/12/1954; Facci Fiorenza nata a Farra di Soligo il 03/04/1956; Varago Letizia nata a Farra di Soligo il 27/07/1922 - Fg. 9 Mapp. 177
3) Facci Giancarlo nato a Farra di Soligo il 20/10/1957 - Fg. 9 Mapp. 302
4) De Biasi Domenico nato a Farra di Soligo il 08/11/1921 - Fg. 9 Mapp. 172
5) Arman Agostino nato a Farra di Soligo il 29/12/1946; Casagrande Valentina nata a Miane il 23/12/1957 - Fg. 9 Mapp. 168
6) Puppetti Dario nato a Farra di Soligo il 10/03/1947; Tormena Mirella nata a Farra di Soligo il 07/05/1940 - Fg. 9 Mapp. 162
1) 7) Damuzzo Elisabetta nata a Farra di Soligo il 15/10/1938 - Fg. 9 Mapp. 161
2) 8) Da Ruos Clara nata a Farra di Soligo il 31/05/1949 - Fg. 9 Mapp. 160
9) Bedin Marilena nata a Pederobba il 07/03/1960 - Fg. 9 Mapp. 159
10) Merotto Giuseppe nato a Farra di Soligo il 23/10/1949 - Fg. 9 Mapp. 288
11) Merotto Antonio nato a Farra di Soligo il 17/01/1928; Merotto Angelo nato in Francia il 21/02/1958; Merotto Roberto nato in Francia il 14/05/1961; Merotto Ida nata a Farra di Soligo il
01/07/1967; Merotto Marina nata a Farra di Soligo; Benedetti Renata nata a Sernaglia della Battaglia il 23/03/1938 - Fg. 9 Mapp. 329;
12) Merotto Carmelo nato a Farra di Soligo il 13/07/1931 - Fg. 9 Mapp. 330;
13) Paccanoni Giovanni Battista nato a Farra di Soligo il 10/10/1947 - Fg. 9 Mapp. 300;
14) Merotto Giancarlo nato a Farra di Soligo il 01/12/1945 - Fg. 9 Mapp. 301;
1) 15) Merotto Genoveffa nato a Farra di Soligo il 14/09/1945 - Fg. 9 Mapp. 304.
Comune di Moriago della Battaglia
Ditte oggetto di asservimento
16) Martinotto Franco nato a Farra di Soligo il 22/12/1955 - Fg. 11 Mapp. 13;
17) Balliana Giuseppe nato a Farra di Soligo il 13/04/1959 - Fg. 11 Mapp. 12;
18) Pupetti Franco nato a Roma il 30/08/1935 - Fg. 11 Mapp. 10;
19) Bottarel Valdi nato in Svizzera il 03/10/1967 - Fg. 11 Mapp. 9;
20) Dal Molin Stella nato a Valdobbiadene il 27/06/1935; Piazza Giuliana nato a Vidor il 12/09/1934 - Fg. 11 Mapp. 8 - 7;
21) Contessotto Angelo nato a Moriago della Battaglia il 14/02/1946 - Fg. 11 Mapp. 6;
22) Covolan Emilia nato a Ivrea il 23/08/1950; Covolan Francesco nato a Moriago della Battaglia il 04/10/1922; Covolan Giovanni nato a Ivrea il 01/11/1953 - Fg. 11 Mapp. 241;
23) Gallonetto Flora nato a Farra di Soligo il 14/11/1960 - Fg. 11 Mapp. 5;
24) Toffolo Antonietta nato a Valdobbiadene il 20/10/1926 - Fg. 9 Mapp. 48;
25) Connors Mary Veronica nato in Gran Bretagna - Irlanda n. il 27/12/1943; Merotto Ilario nato in Svizzera il 01/07/1966; Merotto Nadia nata in Svizzera il 29/07/1983 - Fg. 9 Mapp. 46 - 47;
26) Balemi Biancarosa Luciana nata in Svizzera il 12/01/1936; De Conti Alessandro Federico nato in Svizzera il 01/05/1969; De Conti Davide Mattia nato in Svizzera il 17/12/1971 - Fg. 9 Mapp. 301 - 322;
27) Bressan Maria Dolores nata a Moriago della Battaglia il 19/09/1944; De Conti Alfredo nato a Moriago della Battaglia il 06/09/1937 - Fg. 9 Mapp. 45;
28) De Conti Edi nato a Montebelluna il 15/07/1968; De Conti Michele nato in Belgio il 07/05/1960; Spadetto Alice Sara nato a Moriago della Battaglia il 05/07/1937 - Fg. 9 Mapp. 43;
29) Zanetton Domenico nato in Belgio il 30/01/1953; Zalamena Angela nato a Moriago della Battaglia il 05/12/1929; Zanetton Arduino nato a Moriago della Battaglia il 04/10/1929 - Fg. 9 Mapp. 353;
30) De Conti Vito nato a Moriago della Battaglia il 26/11/1930 - Fg. 9 Mapp. 275;
Ditte oggetto di occupazione temporanea:
1) 33) Zanetton Domenico nato in Belgio il 30/01/1953; Zanetton Arduino nato a Moriago della Battaglia il 04/10/1929 - Fg. 9 Mapp. 44.
Si precisa che, ai sensi dell’art. 3 del D.P.R. n. 327/2001, tutti gli atti della procedura espropriativa/servitù sono disposti nei confronti dei soggetti proprietari degli immobili interessati alla
realizzazione del progetto, come risultanti in base ai registri catastali.
Qualora la ditta individuata nell’elenco non sia più proprietaria del relativo terreno è tenuta a comunicarlo tempestivamente allo scrivente Ufficio, indicando, altresì, ove ne sia a conoscenza, il
nominativo del nuovo proprietario o, comunque, fornendo copia degli atti in suo possesso utili a ricostruire le vicende dell’immobile in argomento.
Avverso il provvedimento finale sopraccitato è ammesso ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale entro il termine di sessanta giorni dalla pubblicazione del presente avviso.
Il Responsabile del Procedimento
Arch. Lucio Bottan
Dirigente del Settore
“Urbanistica - Nuova Viabilità”
Provincia di Treviso
ANAS S.p.A.
Compartimento della viabilità
per la Campania
ESITO DI GARA
Sul foglio inserzioni della Gazzetta Ufficiale n. 80 del 16 luglio 2014 è pubblicato l’esito di
gara relativo alla sotto indicata procedura aperta ai sensi dell’art. 55 del D.Lgs. n. 163/06
s.m.i., aggiudicata con il criterio del prezzo più basso mediante offerta a prezzi unitari ai
sensi degli artt. 81 e 82 comma 2 lett. a) del D.Lgs. 163/2006 s.m.i..
Oggetto: BANDO NALAV006-14 -S.S. 87 - Lavori di manutenzione straordinaria per
il rafforzamento ed il risanamento strutturale delle opere d’arte maggiori fortemente
ammalorate, con realizzazione dei giunti sugli impalcati. - CIG 563895440C”. Importo
a base d’appalto: € 1.002.000,00 (Euro unmilioneduemila/00) di cui € 972.000,00 Euro
novecentosettantaduemila/00) per lavori a misura ed € 30.00,00 (Euro trentamila/00) per
oneri della sicurezza non soggetti a ribasso, al netto dell’ I.V.A.. Offerte pervenute: n. 54
Aggiudicazione: prot. n.20707del 20.05.2014.
Impresa Aggiudicataria: DELTA COSTRUZIONI GENERALI S.R.L. con sede in Roma, Via
Arno, 7. Importo di aggiudicazione: € 631.580,52 (Euro seicentotrentunomilacinquecent
ottanta/52) di cui € 30.000,00 (Euro trentamila/00) per oneri della sicurezza.
Ribasso di aggiudicazione: -38,109%.
Responsabile del Procedimento: Ing. Gioacchino Lucangeli.
IL DIRIGENTE DELL’AREA AMMINISTRATIVA
Avv. Massimo Siano
VIALE KENNEDY, 25 - 80125 NAPOLI
Tel. 081/7356111 - Fax 081/621411 • sito internet www.stradeanas.it
ANAS S.p.A.
DIREZIONE GENERALE
AVVISO DI GARA
Sul foglio inserzioni della Gazzetta Ufficiale n. 80 del 16.07.2014 è pubblicato il bando
di gara relativo alla sotto indicata procedura ristretta, con il criterio dell’offerta
economicamente più vantaggiosa, ai sensi degli artt. 81, 83 del D. Lgs. 163/2006 e s.m.i..
Oggetto: DGACQ 05-14 Servizi per il rilievo, l’ispezione e l’accatastamento delle opere
d’arte, dei manufatti e delle pertinenze presenti lungo le strade statali della viabilità ANAS
in gestione nei Compartimenti della Viabilità per il Piemonte, la Liguria e la Valle d’Aosta;
l’Emilia Romagna; le Marche; il Lazio; la Campania, suddiviso in 5 lotti.
Importo complessivo dell’appalto: pari ad € 10.115.464,24, di cui € 307.000,00 per oneri
per la sicurezza non soggetti a ribasso. Lotto 1: € 1.961.677,33, di cui € 60.000,00 per oneri
per la sicurezza non soggetti a ribasso; Lotto 2: € 2.077.972,27, di cui € 63.000,00 per oneri
per la sicurezza non soggetti a ribasso; Lotto 3: € 1.839.555,56, di cui € 56.000,00 per
oneri per la sicurezza non soggetti a ribasso; Lotto 4: € 1.771.304,91, di cui € 54.000,00
per oneri per la sicurezza non soggetti a ribasso; Lotto 5: € 2.464.954,17, di cui € 74.000,00
per oneri per la sicurezza non soggetti a ribasso.
Durata dell’Appalto: Lotto 1: 350 giorni; Lotto 2: 300 giorni; Lotto 3: 300 giorni; Lotto 4:
250 giorni; Lotto 5: 300 giorni.
Responsabile del Procedimento: Dott.ssa Ing. Francesca Macrì. Il bando di gara è
visionabile anche sul sito internet: http://www.stradeanas.it nella sezione “Appalti ad
evidenza pubblica”.
Termine per presentare la domanda di partecipazione: 15 settembre 2014, ore 12.00.
Roma, li 17.07.2014
IL RESPONSABILE DELL’UNITÀ ACQUISTI
Mauro FRATTINI
VIA MONZAMBANO, 10 - 00185 ROMA
Tel. 06/44461 - Fax 06/44461 - 06/4456224 • sito internet www.stradeanas.it
CITTA’ DI BENEVENTO
AVVISO DI APPALTO AGGIUDICATO
CIG 5360348B18 - CUP J88F12000140001
Si comunica che questa Amministrazione con determina n. 125 del 05/06/2014 Reg. Generale n. 838 del
2.07.2014 ha aggiudicato definitivamente all’ATI FAVELLATO CLAUDIO SPA capogruppo e ING. PIETRO
CIARDIELLO - con sede in 86070 Fornelli (IS) in via Bivio n. 1, P.I. 00800240947 telefono 086550311 fax
086553141, la procedura di gara aperta relativa alla progettazione esecutiva ed esecuzione dei lavori di
completamento rete fognante di Benevento, per l’importo di euro 6.538.770,39 oltre IVA. Le offerte ricevute
sono pari a n. 20. Il bando di gara è stato pubblicato sulla GUUE: 2013/S 233-387598 del 16/11/2013 e
sulla GURI n. 134 del 15/11/2013. L’avviso di appalto aggiudicato è stato inviato alla GUUE l’08/07/2014,
e pubblicato sul sito www.comune.benevento.it. Procedure di ricorso TAR Campania Sezione di Napoli Piazza Municipio, i termini per l’introduzione dei ricorsi sono quelli stabiliti dal D.Lgs 104/2010. Punti di
contatto: SETTORE OPERE PUBBLICHE Arch. Isidoro FUCCI [email protected] tel.
0824772831 fax 0824772488; Responsabile del Procedimento: Ing. Giuseppe SORECA tel. 0824772439.
Il Dirigente - Arch. Isidoro FUCCI
REPUBBLICA ITALIANA
REGIONE PUGLIA
Il Commissario Straordinario Delegato
Per l’attuazione degli interventi per la mitigazione del rischio idrogeologico nella Regione Puglia
previsti nell’Accordo di Programma siglato il 25/11/10
AVVISO PUBBLICAZIONE ESITO DI GARA
CUP: J55D12000160003 CIG: 539467851D
Il Commissario Delegato avvisa che sul sito www.dissestopuglia.it nella sezione
“AVVISI E BANDI” è pubblicato l’AVVISO RELATIVO AGLI APPALTI AGGIUDICATI
inerente l’aggiudicazione della procedura aperta ai sensi del Decreto legislativo
12 aprile 2006, n. 163 e s.m.i. relativa alla PROGETTAZIONE ESECUTIVA E
LA REALIZZAZIONE DEI LAVORI RELATIVI ALL’INTERVENTO DENOMINATO
FG051A/10 - COMUNE DI APRICENA (FG) - “LAVORI DI REALIZZAZIONE DEL
CANALE SCOLMATORE 2° LOTTO - ADEGUAMENTO DEL CANALE SAN MARTINO
NEL COMUNE DI APRICENA(FG)”. L’avviso per estratto sarà altresì pubblicato
sulla G.U.R.I. Il Commissario Straordinario: Avv. Francesco Paolo Campo
Corriere della Sera Giovedì 17 Luglio 2014
Economia 29
italia: 51575551575557
Telefonia Operazione da 750 milioni. Recchi: non cambia la strategia. Madrid: impegni confermati
Telecom, passo indietro di Telefonica
Un convertendo per scendere all’8%
La mossa dopo l’altolà dell’Antitrust brasiliano sul mobile
Argentina
Tango bond,
duello a colpi
di manifesti
È guerra dei comunicati
tra Argentina e creditori
«hedge fund» a proposito
del paventato eventuale
nuovo default del Paese
sudamericano. Dopo la
nota di Buenos Aires
pubblicata su diversi
organi di stampa, ora la
stessa strada viene seguita
da un’associazione (Atfa)
che lavora per alcuni fondi
internazionali creditori.
«Il tempo sta finendo per
l’Argentina», dice la nota
(sopra l’inserzione sul
«Financial Times»).
Buenos Aires – si legge –
«ha tempo fino alla fine
del mese per raggiungere
un’intesa con i creditori,
altrimenti farà default».
D’ARCO
L’andamento
’andamento in Borsa
0,932
32
0,835
35
0,737
37
0,639
39
Ieri
0,90
euro per azione
+7,51%
0,542
42
0,444
SSettembre
b
Novembre
b
Gennaio
G
Marzo
2013
Telefonica lancia un bond
convertendo in azioni ordinarie Telecom per 750 milioni a
tre anni. Gli spagnoli intendono quindi ridurre sotto il 10%,
più probabilmente fra il 7 e
l’8%, la partecipazione nella
società italiana di telecomunicazioni. Fonti ufficiali iberiche
sottolineano che «l’impegno
verso Telecom non cambia». E
il presidente di Telecom Italia,
Giuseppe Recchi, ha commentato subito che la decisione
spagnola non ha riflessi sulle
strategie italiane. «Siamo e restiamo focalizzati a perseguire
le nostre strategie».
L’operazione, coordinata da
Hsbc, Jp Morgan e SocGen, è
rivolta a investitori istituzionali e, secondo la domanda,
potrebbe anche essere più
estesa. Il bond sarà convertito
a scadenza ma è previsto possa
essere rimborsato cash nel caso non dovesse aver luogo la
scissione di Telco approvata la
scorsa settimana e in virtà della quale Telefonica dovrebbe
ricevere il 14,8% di Telecom: in
Maggio
Luglio
l
2014
La parola
Convertendo
‘‘
È un’obbligazione (in questo caso lanciata
da Telefonica) che dopo un certo lasso di
tempo può essere convertita in azioni (qui
Telecom, partecipata dagli spagnoli)
questo caso non avrebbe i titoli al servizio dell’obbligazione.
È probabile che oggi, prima
della riapertura dei mercati, gli
spagnoli in un comunicato indichino la quota effettivamente ceduta attraverso il bond e
quindi quella che resterebbe in
portafoglio a Telefonica.
Come si spiega la mossa a
sorpresa del gruppo iberico?
L’alleanza
Apple-Ibm:
100 app
per le aziende
Apple e Ibm si
alleano per creare
app business e per la
vendita di iPhone e
iPad ai clienti
corporate di Ibm.
Attese 100 nuove app
per sanità, trasporti,
banche e tlc.
Il crac portoghese
Secondo alcune interpretazioni si tratterebbe del primo
passo in vista di un’uscita graduale dal capitale di Telecom
Italia. Scenario che tuttavia
contrasterebbe al momento
con la dichiarazione di Telefonica. L’annuncio potrebbe, secondo altre interpretazioni,
«guardare» più che altro in
Sudamerica, e cioè al Cade,
l’Antitrust brasiliano, che in
questi giorni sta valutando la
scissione di Telco. Con lo scioglimento della holding che per
otto anni è stata azionista di riferimento di Telecom con oltre
il 22% Telefonica, come si è
detto, verrebbe a detenere il
14,8%. La riduzione della partecipazione vorrebbe quindi
segnalare al Cade l’intenzione
La fine di Telco
Dopo il via alla scissione
della holding Telco con i
soci italiani, gli spagnoli
sono al 14,8%
di non avere un ruolo strategico in Telecom Italia.
Nel settembre dello scorso
anno Telefonica, su spinta dei
soci italiani, è salita dal 46 al
66% in Telco, con la contestuale discesa di Generali, Mediobanca e Intesa Sanpaolo.
L’operazione prevedeva poi
una seconda tranche attraverso un’opzione di acquisto con
la quale gli spagnoli avrebbero
rilevato le quote restanti. In dicembre però il Cade ha sottolineato che l’incremento era
contrario agli impegni assunti
con l’Authority in relazione alla presenza nel mercato sudamericano. Quindi ha in sostanza indicato a Telefonica di
fare marcia indietro. La governance di Telco non è cambiata
e la seconda tranche non ha
avuto luogo. Con il convertendo Telefonica tornerebbe alla
situazione di settembre 2013.
Conserverà questa partecipazione? Questo è l’interrogativo
di fondo, dopo la mossa di ieri.
Sergio Bocconi
© RIPRODUZIONE RISERVATA
L’industria dei media Proposta mista, in azioni e contante. Il «New York Times»: ma il piano di Fox va avanti
La Cnn «oscura» Murdoch, no alla maxiofferta
Time Warner boccia la proposta da 80 miliardi del magnate australiano
I protagonisti
Uno contro l’altro
i capi azienda di
due delle cinque
corporation americane, vere e proprie conglomerate
con interessi che
spaziano dall’editoria alla tv via cavo all’immobiliare.
A sinistra Rupert
Murdoch, 83 anni,
ceo di News Corp.
Accanto Jeff
Bewkes, 62 anni,
suo omologo
in Time Warner
la Time Warner, rivelano fonti
citate dal «New York Times»,
secondo il quale l’imprenditore avrebbe programmato l’offerta con la collaborazione del
presidente della 21st Chase
Carey, di suo figlio James e dei
vertici del suo gruppo, a partire dal capo della finanza John
Nallen. Durante i contatti,
Murdoch ha avuto tra i propri
consulenti Goldman Sachs
mentre Time Warner si è avvalsa dell’assistenza, tra gli altri, di Citigroup. Le iniziative
di Rupert Murdoch hanno
sconvolto in quasi 50 anni
l’editoria e la televisione co-
Acquisita Oltan
Zagrebacka Banka
Ferrero e lo shopping
della nocciola in Turchia
«Un deposito per 100 anni»
L’idea di Unicredit in Croazia
Ferrero rafforza la sua presenza nel mercato della
nocciola: il gruppo di Alba ha acquisito il 100% della
turca Oltan, uno dei leader mondiali nella produzione e
commercializzazione della nocciola con un fatturato
superiore ai 500 milioni di dollari. Oltan ha sede a
Trabzon in Turchia, ma opera in tutte le regioni dove
sono presenti le piantagioni della materia base di
prodotti come Nutella, Rocher e Kinder Bueno. La
società turca ha 5 stabilimenti di produzione che
esportano in tutta la Ue e in altri mercati mondiali.
Una banca degli oggetti, da tenere in custodia per 100 anni, fino
al 2114: è l’iniziativa della banca croata di Unicredit, Zagrebacka
Banka, per celebrare i 100 anni dalla fondazione dell’istituto tra i
più grandi della Croazia con il 25% del mercato, acquistato da
Unicredit nel 2002. Di fronte alla sede di Zagabria è stata
installata una capsula nella quale i clienti possono depositare
foto, messaggi o oggetti che saranno conservati per 100 anni.
Nel 2114 chi sarà in possesso del certificato di deposito
rilasciato dalla banca potrà ritirare gli oggetti. Il ceo di Unicredit,
Federico Ghizzoni, sarà lunedì a Zagabria per il centenario.
struendo un impero fatto di
canali televisivi e di giornali
sparsi in tutto il mondo. Combinate insieme, Time Warner e
Century Fox diventerebbero
un mostro in cui confluirebbero tv come Fox, Fox news,
Fx, Tnt e Tbs alle quali si affiancherebbero le produzioni
cinematografiche degli studi
della 20th Century fox e della
Warner Bros.
Con un fatturato complessivo da 65 miliardi di dollari
l’anno, il gruppo diventerebbe
uno dei protagonisti principali
nel settore dell’intrattenimento dettando legge nel campo
dei diritti sportivi per la tv con
l’acquisizione delle esclusive
di Time Warner nel basket
professionistico e dei college e
nella Major league di baseball.
Discorso a parte, invece, per la
Cnn. L’Antitrust americano
non darebbe mai il consenso
all’ingresso della tv satellitare
di Atlanta in una costellazione
in cui è presente una tv concorrente diretta come Fox
News. Di conseguenza la Cnn,
se l’operazione dovesse andare in porto, dovrebbe essere
ceduta. Non mancherebbero
gli acquirenti, dato che i due
network americani Cbs e Abs
hanno da sempre manifestato
il loro forte interesse.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Giuseppe Guastella
DAL NOSTRO INVIATO
NEW YORK — Rupert Murdoch mette sul piatto 80 miliardi di dollari in contanti e in
azioni per acquisire Time Warner che però respinge la proposta impedendo al già grande colosso 21st Century Fox
del magnate australiano di
trasformarsi in un mostro dell’editoria ancora più spaventoso. Almeno per ora, visto
che Wall Street reagisce al fallimento dell’operazione con
un rialzo del 15 per cento delle
azioni dei due gruppi nella
consapevolezza che in passato
molte delle iniziative di Murdoch che in un primo momento sembravano sconfitte poi si
sono rivelate vincenti. A confermare l’esistenza della trattativa, che si sarebbe però interrotta a giugno con un nulla
di fatto, è stato lo stesso Rupert Murdoch con una nota
del suo gruppo in cui si dichiara che «Time Warner ha
rifiutato di andare avanti con
la nostra proposta. Al momento non siamo impegnati in alcuna trattativa con Time Warner».
L’offerta sarebbe stata rifiutata dopo essere stata presentata al consiglio di amministrazione dall’amministratore
delegato di Time Warner, Jeff
Bewkes, il quale ha sostenuto
che la dimensione della compagnia di cui fa parte «è superiore a ogni proposta che Fox è
in grado di fare». Un’opinione
diffusa anche tra alcuni operatori di Wall Street secondo i
quali Murdoch potrebbe rialzare l’offerta. Il miliardario
83enne, infatti, non sarebbe
intenzionato a mollare la presa
e si appresterebbe a trovare
nuove strade per conquistare
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Espirito Santo,
fuori la famiglia
entra Lisbona
Il faro della Bce
È una rete di protezione a maglie strette
quella che il governatore della Banca
centrale del Portogallo, Carlos Costa, ha
steso attorno al Banco Espirito Santo
(Bes), il primo istituto di Lisbona che la
scorsa settimana ha propagato i timori di
un default ai Paesi periferici
dell’eurozona. Ieri le azioni Bes sono
rimbalzate toccando un picco di 0,45 euro
(+20%) nonostante la controllante
indiretta Rioforte si appresti a chiedere in
Lussemburgo l’amministrazione
giudiziale per congelare le pretese dei
creditori. Ma ormai è chiaro ai mercati
che il cordone ombelicale con la proprietà
è stato reciso. I destini del Bes e quelli
della potente famiglia guidata dall’ex ceo
Ricardo Espirito Santo Salgado corrono su
binari diversi dalla sera del 13 luglio,
domenica, quando le autorità di vigilanza
di Lisbona hanno imposto un consiglio
straordinario con la cooptazione a ceo del
consigliere di Stato ed economista Vitor
Bento e del nuovo responsabile delle
finanze João Rato, già alla guida
dell’agenzia per il debito pubblico. Fuori
dal board tutti i membri della famiglia
ossia il patriarca Ricardo Salgado nonché
José Manuel e José Maria Espirito Santo.
Un assetto che verrà formalizzato
nell’assemblea convocata il 31 luglio
all’Hotel Altis di Lisbona. Anche la quota
azionaria della più nota dinastia di
banchieri portoghesi si è ormai ridotta al
20% dopo la vendita di un blocco del 5% a
Nomura cui è stata obbligata la
controllante diretta Esfg per far fronte ai
debiti.
Bento ha voluto rassicurare i mercati
spiegando che la banca ha un’eccedenza
di 2,1 miliardi sui parametri richiesti del
Gli ultimi 3 mesi in Borsa
IERI: 0,46 euro, +19,75%
1,00
0,80
0,40
Maggio
Giugno
2 0 1 4
Luglio
D’ARCO
core tier 1 (8%) rispetto a un’esposizione
con le holding della famiglia di 1,18
miliardi. La banca centrale del Portogallo
ha confermato che l’istituto di avenida de
Liberdade resta solido e che «se anche
servisse un aumento di capitale per far
fronte ai rischi ci sarebbero nuovi
azionisti interessati a intervenire» a fianco
del Crédit Agricole che figura tra i soci
maggiori con il 14,6% e della brasiliana
Bradesco con il 3,9%. La vicenda è
monitorata anche dall’Eurotower, a cui
entro l’anno verranno trasferite le
competenze di vigilanza. La percezione
della Borsa di Lisbona è che il default sia
stato scongiurato, nonostante si ipotizzi
entro l'anno un aumento di capitale
nell’ordine dei 2 miliardi. Il clima più
disteso si è riflesso sui titoli pubblici con
il rendimento del decennale portoghese
sceso al 3,76% dopo giorni di fibrillazione.
Fin qui il conto più salato l’hanno pagato i
soci Bes che da gennaio hanno visto
scivolare la capitalizzazione del 60% a 2,1
miliardi. E con loro gli azionisti di
Portugal Telecom, esposta per 847 milioni
verso la Rioforte della famiglia Espirito
Santo, un debito scaduto tre giorni fa e
non pagato.
Il gruppo di tlc ha fatto sapere che è
pronto a ricorrere a «ogni mezzo» per
recuperare il credito, lasciando intendere
che ricorrerà anche al contenzioso legale.
Ma la protezione chiesta da Rioforte al
tribunale del Granducato lascia poche
speranze nell’immediato . Portugal
Telecom è stata così costretta a
rinegoziare il memorandum di fusione
con la l’operatore brasiliano Oi a
condizioni meno favorevoli. Dopo il
merger i soci portoghesi avranno il 25,6%
della nuova società anziché il 38%
previsto nel piano originario.
Carlo Turchetti
© RIPRODUZIONE RISERVATA
30
Giovedì 17 Luglio 2014 Corriere della Sera
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09/07
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15/07 EUR
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Asian Equity B
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European Equity
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Greater China Equity B
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Greater China Equity B
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Growth Opportunities
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Japanese Equity
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Swiss Equity
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La lista completa dei comparti Invesco autorizzati in Italia
è disponibile sul sito www.invesco.it
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14/07 USD
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1536,631
Active Dollar Bond A
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1679,233
Active Emerging Credit A
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Active Emerging Credit B
14/07 EUR
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Active European Credit A
14/07 EUR
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1394,983
Active European Credit B
14/07 EUR
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Active European Equity A
Asia Balanced A
Asia Balanced A-Dis
Asia Consumer Demand A
Asia Consumer Demand A-Dis
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Asian Bond A-Dis M
Balanced-Risk Allocation A
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Em. Loc. Cur. Debt A-Dis.M
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117,053
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www.pharusfunds.com [email protected]
15/07 EUR
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PS - 3P Cosmic A
15/07 CHF
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PS - 3P Cosmic C
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15/07 EUR
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8a+ Eiger
8a+ Gran Paradiso
8a+ Latemar
8a+ Matterhorn
Tel 0332 251411
www.ottoapiu.it
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04/07 EUR 854760,583 841236,740
Legenda: Quota/pre. = Quota precedente;
Quota/od. = Quota odierna
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Corriere della Sera Giovedì 17 Luglio 2014
Sussurri & Grida
Piazza Affari
UN MERCOLEDÌ DA LEONI
CON BANCO E UBI
Hsbc lancia la campagna per i Piccoli del made in Italy
di GIACOMO FERRARI
Le trimestrali delle banche Usa
migliori delle attese, la Fed che
esclude rialzi a breve dei tassi, il
sostegno della banca centrale
portoghese al Banco de Espirito
Santo e, in Italia, un nuovo
leggero miglioramento dello
spread Bund-Btp (a 162 punti base): è questa miscela
di elementi che ieri ha messo il turbo al comparto
creditizio di Piazza Affari. Fra i titoli più gettonati, il
Banco Popolare (+7,98%) e Ubi Banca (+5,86%). E
l’indice Ftse-Mib, nel quale i valori bancari hanno un
peso rilevante, ha chiuso la seduta con un balzo del
3,17%, la performance migliore in un contesto europeo
comunque positivo. Nel paniere delle blue-chips non
si è registrato nemmeno un ribasso. Oltre alle banche
gli acquisti hanno privilegiato Telecom Italia (+7,51%)
grazie ai rumors su una possibile fusione tra Wind e 3.
Bene anche World Duty Free (+6,77%), StM (+5,33%) e
Ferragamo (+5,21%), promossa da SocGen che ha
portato a 21,5 euro il target price. L’acquisto
dell’americana Igt, che permetterà la creazione di un
colosso del gioco da oltre 6 miliardi di dollari di
fatturato, ha poi favorito Gtech (+4,07%). Nel
segmento Star, infine, balzo di Cementir (+5,92%).
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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(f.d.r.) Potrebbe sembrare una scommessa azzardata,
ma la scelta è stata meditata a lungo, anche perché l’impegno è importante. Hsbc, la più grande banca del mondo –
oltre 150 miliardi di euro di capitalizzazione, 6.300 sportelli
e uffici in 75 Paesi – ha deciso di puntare sul made in Italy
con una nuova strategia tutta dedicata alle medie imprese.
Il piano è stato approvato ieri dal board riunito a Londra e
rappresenta una svolta per Hsbc, che in Italia finora aveva
come riferimento il large corporate. «Non abbassiamo
l’asticella – spiega Marzio Perrelli, ceo e country manager di
Hsbc in Italia – ma alziamo quella delle medie imprese a cui
andremo a fornire supporto e strumenti per accelerare la
crescita e l’internazionalizzazione». Il piano ha un orizzonte di quattro anni e prevede assunzioni e un ingente stanziamento in bilancio. «Gli uffici di Milano e Roma saranno
potenziati con l’ingresso di bankers dedicati e aumenteranno le risorse a disposizione» spiega Perrelli. Di quanto?
«Quello che servirà per aiutare le aziende con vocazione all’internazionalizzazione attraverso tutti i servizi di Hsbc,
iniziando dalle attività di base, ossia pagamenti, cash management e trade finance». Il banchiere ha iniziato a studiare da tempo il progetto per il «mid corporate» ma solo
adesso dice di aver trovato il clima favorevole per proporre
a Londra un piano più aggressivo. «All’estero guardano con
grande interesse al Paese. L’Italia - spiega - sta mostrando
stabilità politica e ci sono segnali di ripresa». Inoltre «nel
mondo, ovunque si vengono a creare nuove sacche di ricchezza, uno dei primi desideri è comprare il made in Italy,
do negli Stati Uniti senza spostare le sedi in Paesi con aliquote fiscali più basse. L’obiettivo del Tesoro americano è
fermare la “corsa” di diverse multinazionali verso Paesi
con regimi fiscali più favorevoli. Per questo Lew ha chiesto al Congresso un’azione ampia, anche retroattiva. «Bisogna attuare regole immediatamente per fermare questo
abuso del nostro fisco», ha scritto Lew in una lettera al
Congresso. Ma nel parlamento, sul tema, non c’è ancora
accordo tra i partiti. E la “fuga” così continua.
che è prodotto prevalentemente da imprese di piccole o
medie dimensioni. Per questo abbiamo deciso di posizionarci direttamente sull’economia reale. Con questo piano
vogliamo dare accesso al made in Italy ai nostri clienti nel
mondo e viceversa». Per spiegare meglio, Perrelli racconta
che poche settimane fa, ad Abu Dhabi, si è trovato con alcuni clienti locali di Hsbc a parlare d’Europa. «Vedono un’Europa di serie A e una di serie B, con diverse realtà politiche
ed economiche, e mi chiedevano perché dovrebbero investire in Italia invece che in altri Paesi europei – dice il banchiere –. Ho fatto presente che per entrare nei loro uffici ero
passato attraverso un varco elettronico con tecnologia italiana, gli arredi degli uffici erano italiani e così le macchine
della caffetteria e gli attrezzi della loro palestra, come anche
i marmi del pavimento. Tutte ragioni evidenti per investire
in Italia». «Da Roma in su vi sono 4.700 aziende che rappresentano il 70% dei flussi commerciali italiani» spiega Perrelli. Hsbc guarda a questo bacino. E al suo potenziale, anche in termini di operazioni crossborder che nell’ottica di
un consolidamento in Europa «saranno quasi inevitabili
per fronteggiare i competitor asiatici e americani».
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Tre cordate per i crediti di Uccmb
(c.tur.) Rush finale come da copione nella gara tra i
pretendenti a Unicredit credit management bank (Uccmb), l’unità della banca guidata da Federico Ghizzoni
che gestisce i crediti non performing. Alla scadenza del
termine di ieri per le offerte vincolanti si sono presentate
le tre cordate che da tempo sono attive sul dossier. La gara
sarà perciò tra Prelios alleata con l’americana Fortress, la
cordata composta da Tpg, Goldman Sachs e Deutsche
bank, infine il raggruppamento composto da Cvc, Cerved
e Cerberus. Nel quartier generale della Unicredit tower
dovranno adesso valutare i prezzi offerti e il perimetro
delle attività richieste, che non è lo stesso per tutti i pretendenti. Cvc, Cerved e Cerberus per esempio si propongono di rilevare soltanto la piattaforma di gestione dei
prestiti deteriorati che conta 700 addetti.
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Usa, il patriottismo è anche fiscale
(g.str.) Il patriottismo è anche una questione economica. Addirittura fiscale. Ne è convinto il segretario al Tesoro Usa, Jack Lew, che ha chiesto alle grandi aziende statunitensi di mostrare «patriottismo economico», restan-
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32
Giovedì 17 Luglio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Cultura
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«In te, Lou, trovo riposo»
Ma più di tutto, ho bisogno di una tua
lettera, Lou. Ti ho pensata così
intensamente durante il viaggio e qui, e
ho desiderato tanto che tu tornassi in
buona salute dalla montagna. Di tutti i
miei pensieri, infatti, quello per te è
l’unico in cui trovo riposo, a volte
mi ci distendo completamente e
in quel pensiero dormo e da lì mi
rialzo al mio risveglio. Ora da te è
autunno, e tu cammini nel bosco
Tratto da «Da qualche parte nel profondo», il carteggio tra Rainer Maria Rilke e Lou-Andreas Salomé
Storia italiana Ristampato dalle edizioni Henry Beyle «Il mio primo processo», pubblicato dal giurista nel 1956 sulla rivista «Il Ponte»
Come il sottotenente Piero Calamandrei
salvò otto soldati condannati senza colpa
Fu un caso reale della Grande guerra che ricorda «Orizzonti di gloria»
di CORRADO STAJANO
I
l sottotenente di fanteria Piero Calamandrei
un giorno dell’estate 1916 riposava sotto la sua
tenda al Pian delle Fugazze, ai piedi del Pasubio, dove il suo reggimento si era accasermato
dopo la battaglia «degli Altipiani» in cui l’esercito
italiano aveva respinto una violenta offensiva austriaca.
Era accaduto che ai primi di maggio un disertore polacco avesse dato notizia di un attacco in
grande stile che gli austriaci stavano preparando
proprio in quel settore. Ne era stato informato il
generale Cadorna giunto sul posto con gli ufficiali
del suo Stato maggiore per rendersi conto se quelle informazioni potevano essere veritiere. Il generale salì su un cocuzzolo, puntò il binocolo dalla
parte di Rovereto e, algido e privo di dubbi, come
sempre, sentenziò che il soldato polacco era solo
un agente provocatore inviato dagli austriaci per
seminar zizzania. Il Comando supremo, lui, non
credeva per nulla a simili fanfaluche.
L’offensiva, puntualmente scatenata poco dopo, rappresentò un grave pericolo per la tenuta del
fronte. Le truppe italiane, con coraggio e sacrificio
di sangue, seppero resistere e arrestare sulle ultime alture del loro schieramento gli austriaci che
avrebbero potuto altrimenti dilagare nella pianura e arrivare fino a Vicenza.
Il sottotenente Calamandrei stava dunque gustando dopo la battaglia un po’ di pace steso su un
giaciglio di rododendri fioriti quando un portaordini lo scosse dal suo beato dormiveglia. Doveva
presentarsi immediatamente al Comando del
Reggimento. Il colonnello non perse tempo in
convenevoli: «Per ordine del Comando di Divisione, tra dieci minuti si aduna un Tribunale straordinario per giudicare otto soldati di fanteria imputati di abbandono di posto dinanzi al nemico:
lei ne assumerà la difesa». Il reato era punibile con
la pena di morte.
È immaginabile lo smarrimento di Calamandrei, il futuro grande luminare del diritto, padre
della Costituzione della Repubblica, politico di rilievo, uno dei protagonisti del Novecento. Aveva
27 anni. Vinto il concorso di Diritto processuale
civile all’Università di Messina, scoppiato il conflitto mondiale, interventista democratico qual
era con il mito dell’ultima guerra del Risorgimento, si era arruolato volontario. Convertito presto
dal sangue versato, dal vedere i poveri contadini in
grigioverde che, scesi dalla tradotta, non sapevano
neppure dove si trovassero e non si ponevano di
certo il problema di rendere concreta per sempre
l’idea di nazione che aveva infiammato le piazze.
Capì immediatamente la bestialità e la follia della
guerra, di ogni guerra. Vide i suoi orrori.
Imbarazzato, preoccupato, cercò di far capire al
colonnello che lui era un civilista, non un penali-
marsi in plotone di esecuzione. Il cappellano militare, con la croce rossa sull’uniforme di campagna, sembra il simbolo della morte.
«Perché vi fermaste dietro al muretto?» domanda il presidente. Gli otto soldati rispondono
come trasognati, ogni loro parola dà credito al capo d’imputazione. Anche l’avvocato difensore
sembra trasognato, «in quel gran silenzio che mi
schiacciava». Ma poi Piero Calamandrei ha un salvifico sussulto della mente che deve nascergli dalla disperazione. Chiede la parola, solleva un’eccezione di incompetenza procedurale. L’articolo 559
del Codice penale militare di guerra prevede che i
tribunali straordinari si convochino «per dare un
pronto esempio di militare giustizia». Ma sono
passate tre settimane da quell’evento, l’urgenza
non esiste più, dice Calamandrei. C’è un ansioso
momento di attesa, il capitano di stato maggiore
che fa parte della Corte e rappresenta il generale di
Divisione, il «puro folle», è furibondo e lo fulmina
con gli occhi, il colonnello trema, ma il pm fa sua
l’eccezione di incompetenza: il processo è rinviato
al Tribunale di Corpo d’Armata di Valdagno.
Piero Calamandrei (Firenze, 21 aprile 1889 –
27 settembre 1956), figura di spicco del nostro
Novecento e padre della
Costituzione della Repubblica. Si laureò a Pisa
nel 1912 e fu tra i fondatori del Partito d’Azione
Soldati in trincea durante la Prima guerra mondiale, al conflitto Calamandrei partecipò come sottotenente di fanteria (Archivio Corsera)
sta. Ma per il comandante del Reggimento non
esistevano differenze. Non era un professore di
legge?
Il mio primo processo è il racconto, scritto con
amara ironia, di quel che allora accadde. Calamandrei lo pubblicò nel 1956 sulla sua rivista, «Il
Ponte», ed ora esce di nuovo nelle preziose e carissime (di prezzo) Edizioni Henry Beyle (pp. 40, 22).
Ha pochi minuti e poche carte a disposizione
per documentarsi, il futuro grande giurista. Dei
suoi otto assistiti, almeno uno dovrà essere fucilato — verrà a sapere dopo — per dare un esempio e
sollevare, chissà come, il morale delle truppe.
Il regista è il comandante della Divisione, una
specie di «puro folle» della guerra: «Aveva la mania di uscire di pieno giorno fuori dai reticolati a
gironzolare sotto le trincee austriache ed esigeva
che gli ufficiali lo seguissero conversando del più
e del meno dimostrandosi beati come lui di quelle
passeggiate allo scoperto. Per fortuna le vedette
austriache avevano più testa di lui e non sparavano». (Un gemello del tenente generale Leone, il fanatico protagonista di Un anno sull’altipiano, di
Emilio Lussu).
Gli otto imputati sono meridionali, non giova-
Il libro
Vita di trincea
e codice civile
Il libro di Piero
Calamandrei
«Il mio primo processo»,
(pp. 40. 22) è tirato dalla
casa editrice Henry Beyle
in 575 copie numerate su
carta Zerkall Bütten
caratteri Garamond.
Racconta come
nell’estate del 1916, il
sottotenente Piero
Calamandrei si trova a
difendere otto soldati,
accusati di aver
abbandonato il posto di
combattimento. Secondo il
comando, almeno uno di
loro dovrà essere
condannato a morte.
ni, e sembrano inebetiti. Non si rendono conto di
quel che sta succedendo. Di che cosa sono accusati? Scesi da un autocarro durante la battaglia —
inizialmente erano 12 — gli era stato comandato
di marciare verso la prima linea raggiungendo un
paese di nome Valmorbia (una poesia degli Ossi
di seppia di Eugenio Montale ricorda che il poeta
in guerra si trovava proprio lì). Il gruppetto, poi,
doveva entrare nelle trincee del Reggimento. I dodici si erano persi, tra le bombe che scoppiavano,
le barelle dei feriti, le macerie delle case distrutte.
I carabinieri li avevano trovati «ammucchiati come bestie dietro un muretto». Ma poi erano rimasti in trincea per più giorni, due di loro erano morti, altri due, feriti, erano ricoverati in un ospedale
da campo.
Il processo spettacolo viene celebrato in un prato, tra gli abeti. Il Tribunale di guerra è sul fondo,
dietro un bancone di assi di legno, il colonnello
comandante del Reggimento nel mezzo, due ufficiali per lato. Poco discosto il pubblico ministero,
un capitano della Giustizia militare. L’avvocato difensore sta in piedi vicino agli otto soldati incatenati. Tutt’intorno i reparti in armi della Divisione
formano un quadrato minaccioso. Un picchetto di
dodici carabinieri attende in un angolo di trasfor-
Gli otto morituri, inconsapevoli di quel che è
accaduto, se ne vanno sperduti. Hanno avuto salva
la vita. Il Tribunale di Valdagno li assolverà.
Il mio primo processo di Piero Calamandrei fa
ricordare Orizzonti di gloria, di Stanley Kubrick,
protagonista la macelleria della guerra sul fronte
franco-prussiano nel 1916. Fa male al cuore quel
gran film. Kirk Douglas, l’avvocato che difende
con infinita passione tre soldati del 701° Reggimento, tirati a sorte per dar l’esempio, ingiustamente accusati di codardia, anch’egli giurista di
fama, non ha, sia pure nella finzione, la stessa fortuna di Piero Calamandrei. I tre vengono fucilati
tra gli spasimi.
Fu una guerra feroce la Grande guerra. E non fu,
come era nella speranza di molti, l’ultima delle
guerre. Aprì piuttosto il cammino a vent’anni di
violenza, di sopraffazione, di sangue, il fascismo,
il nazismo, lo stalinismo, la Seconda guerra mondiale, la Shoah, la bomba atomica.
Piero Calamandrei, dalla vita retta e operosa,
pieno di speranze e anche di tormenti, riuscì in
quel massacro a esaudire almeno un sogno della
giovinezza. «4 novembre 1918: ieri alle 13.30 — annotò in un suo diario — sono stato il primo soldato italiano a entrare in Trento ancora tenuta dalla
marmaglia austriaca. Ora siamo qui in un tumulto
di festa…».
Figuriamoci la gioia. «Donne, vecchi, bambini,
giovinetti, signorine e popolane, tutti ci gridavano
sulla faccia il loro giubilo, la loro ebbrezza». (Ne
scrisse distesamente il 10 novembre 1919 su «la
Lettura» del «Corriere della Sera»). «Quanto vi abbiamo aspettato!», «Quanto abbiamo sofferto!».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Corriere della Sera Giovedì 17 Luglio 2014
Cultura 33
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L’INIZIATIVA
«Piccola». Così Pablo Neruda chiamava la donna che
amava: vezzeggiativo che ricorre nelle «Lettere d’amore
ad Albertina Rosa», il primo volume (foto accanto), ancora
in edicola, della collana «Lettere d’amore» proposta dal
«Corriere della Sera» — collana di venti libri, ciascuno dei
quali è in vendita a € 6,90 + il prezzo del quotidiano e per i
primi tre titoli c’è anche la versione in ebook a € 3,99. Rilke
non apostrofava così la sua Lou Salomé, come vedremo
«Ti aspetteremo qui»
Il carteggio dei lettori
e l’amore per i figli
nel prossimo volume, atteso il 22 luglio. Ma «piccola», nel
linguaggio amoroso, evoca un affetto più profondo, che
trascende i confini del «movimento collettivo a due», per
usare la celebre espressione di Francesco Alberoni. Una
lettera d’amore si può scrivere anche a un figlio. E infatti il
nostro invito su Corriere.it a mandare lettere, messaggi o
citazioni sentimentali è stato raccolto ieri da due genitori, i
quali, senza firma, hanno indirizzato un messaggio al figlio
Nicolò: «Ci sosterremo sui gomiti, qui alla ringhiera
del nostro balcone ad aspettare che la tua vita vada ad
incontrarne altra. E sugli stessi gomiti ti aspetteremo, a
rivedere il grano dei tuoi capelli e il mare dei tuoi occhi.
Così che il bianco neve del tuo sorriso ci scaldi
nuovamente il cuore e sciolga i pugni d’amore che
abbiamo stretti per te, bellissima promessa d’uomo».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Riconoscimenti Assegnato allo scultore il Praemium Imperiale 2014. Su di lui una mostra a Firenze
Giuseppe Penone: l’arte è sorpresa
Ma non ha bisogno di effetti speciali
«Quando lavoro su un sasso o un tronco cerco prima di tutto gioia»
di STEFANO BUCCI
L’
artista deve essere sempre un po’
stupido. Ma la stupidità evocata
da Giuseppe Penone, fresco vincitore del Praemium Imperiale
per la scultura, nasce dallo stupore e non
tanto dall’insensatezza: «Quello che cerco,
quando lavoro su un sasso, su un pezzo di
marmo o su un tronco d’albero è prima di
tutto la sorpresa ovvero la gioia di sorprendermi». Il Maestro dell’Arte Povera («Vuole chiamarmi Maestro? Faccia pure, tanto è
soltanto una convenzione») vuole dunque
continuare soprattutto a divertirsi, «a cercare quella freschezza e quella novità capaci di regalare gioia».
La motivazione del Praemium parla per
Penone (nato a Garessio, piccolo centro
nelle campagne di Cuneo, il 3 aprile 1947)
e per gli altri quattro vincitori (Martial
Raysse per la pittura; Steven Holl per l’architettura; Arvo Pärt per la musica; Athol
Fugard per il teatro/cinema) «di risultati
conseguiti, di influenza esercitata sul
mondo dell’arte a livello internazionale, di
un contributo alla comunità mondiale».
Un riconoscimento (di fatto una sorta di
Nobel dell’arte) che, certamente, non arriva inaspettato dal momento che Penone
(studi all’Accademia Albertina di Torino,
città dove ha tenuto la sua prima personale
nel 1969 e dove ancora oggi vive e lavora in
un capannone industriale pieno di materiali) è considerato uno dei «grandi maestri» del contemporaneo. Un riconoscimento che arriva in parallelo con la bellissima mostra che gli sta dedicando Firenze(Prospettiva vegetale, al Giardino di
Boboli e al Forte di Belvedere, fino al 5 ottobre) mentre da tempo il Giardino delle
Sculture Fluide della Reggia di Venaria Reale ha accolto con successo una ricca collezione di suoi lavori.
Quello a Giuseppe Penone è oltretutto
l’ennesimo riconoscimento del valore del
«made in Italy» dell’arte visto che l’anno
scorso per la pittura il Praemium Imperiale (istituito ufficialmente nel 1989 dalla Japan Art Association) era andato a Michelangelo Pistoletto e visto che nell’elenco
Il 20 a Pescara
Dhabi («Forse farò una mostra»), si chiede
perché quella stessa realtà così ricca e assetata d’arte abbia investito nelle filiali di
grandi musei come il Louvre, la National
Gallery e il Guggenheim e non piuttosto in
musei italiani altrettanto (se non di più)
forniti: «Anche se avessero voluto, con chi
avrebbero potuto parlare?».
Schivo e riflessivo, Giuseppe Penone si
dice contento del Praemium: «Mi ha dato
gioia perché rappresenta un riconoscimento del valore di quello che ho fatto, ma
certo non cambierà la mia esistenza perché sono talmente concentrato sul mio lavoro da non avere spazio per molto di più.
D’altra parte il mio è davvero un piccolo laboratorio fatto da me, da mia moglie, da
mio figlio e da pochi altri collaboratori e il
tempo è tutto preso dall’arte».
A proposito di arte cosa resta oggi di
quella sua esperienza dell’Arte Povera? «La
capacità di guardare la realtà al di là dell’apparenza e dalla conoscenza, in qualche
modo la voglia di arrivare all’essenza delle
cose».Un percorso che idealmente sembrerebbe non aver nemmeno bisogno di
manifestazioni come la Biennale di Vene-
Belpaese
L’anno scorso era stato premiato
Pistoletto. Prima di lui anche
Pomodoro, Merz, Vangi, Piano,
Abbado, Berio, Pollini, Fellini
Giuseppe
Penone (1947)
durante il montaggio della sua opera
Luci e ombra
(2014) al Giardino
di Boboli di Firenze
per la mostra Prospettiva vegetale
(foto Artribune)
dei vincitori figurano nei vari settori anche
Enrico Castellani, Umberto Mastroianni,
Arnaldo Pomodoro, Giuliano Vangi, Mario
Merz, Cecco Buonanotte, Renzo Piano, Luciano Berio, Claudio Abbado, Maurizio
Pollini, Federico Fellini, Sophia Loren.
«L’Italia è un Paese incredibile — ammette Penone —, un paese capace anch’esso di sorprenderti. Pensi che della mostra
di Firenze non avevo avuto più notizie da
novembre, poi improvvisamente tutto è ripartito, così in fretta che pensavamo persino di non farcela. Purtroppo questa imprevedibilità nasce dalla mancanza, tutta
italiana, di una vera e propria programmazione in campo artistico-culturale». E così
se da una parte «riusciamo a farcela», dall’altra «questa carenza priva gli interlocutori e gli investitori di possibili riferimenti». Penone, reduce da un viaggio in Abu
Il 15 ottobre a Tokyo la cerimonia di consegna
Raysse, Holl,
Pärt e Fugard
gli altri
vincitori
Oltre che all’italiano Giuseppe Penone (per la scultura) il Praemium
Imperiale 2014 è stato assegnato dalla Japan Art Association (e dal suo
patron il Principe Hitachi) al francese Martial Raysse (per la pittura), allo
statunitense Steven Holl (per l’architettura), all’estone Arvo Pärt (per la
musica), al sudafricano Athol Fugard (per il teatro cinema). Ieri a Roma
l’annuncio ufficiale da parte del consigliere internazionale del Praemium
(giunto alla ventesima edizione) Lamberto Dini. Ciascuno dei cinque
vincitori riceverà un premio di 15 milioni di yen (circa 108mila euro), un
diploma e una medaglia durante la cerimonia che si svolgerà a Tokyo il
prossimo 15 ottobre. La stessa Japan Art Association aveva già assegnato
nei giorni scorsi la «Borsa di studio per giovani artisti» (cinque milioni
di yen pari a circa 36mila euro) alla Fondazione Zinsou del Benin.
zia: «Nessun artista rinuncerebbe a parteciparvi, ma la spettacolarizzazione eccessiva non serve». Penone che ama avvicinarsi a Picasso, a Michelangelo ma anche a
Monet e a tutti quegli artisti capaci di stupirsi «di quello che avevano saputo creare» sembra al contrario non amare per
niente «la spettacolarizzazione» e «gli effetti speciali» utilizzati da certi suoi colleghi (da Koons a Hirst) soprattutto perché
«così si sminuisce il valore stesso dell’opera»: «un’opera se è veramente tale, sia che
si tratti di scultura o di dipinto, deve essere
capace di comunicare senza tanti pretesti
e senza tanti aiuti».
La freschezza e il metodo sono due delle
basi necessarie a ogni giovane artista:
«Cercare ogni giorno una nuova ispirazione, qualcosa capace di sorprenderti. Che
sia legno, marmo o bronzo poco importa.
Io quando scelgo un legno, un marmo o
un metallo lo faccio pensando prima di
tutto a quello che può raccontare con le
sue venature o con la sua forma». Quello
che Penone chiede, ancora una volta, è un
bellissimo senso di stupidità.
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Patrimonio Presentata la spending review del ministro Franceschini: fusioni tra gli organi ai beni storico-artistici e a quelli architettonici
Sovrintendenze accorpate. Nascono venti supermusei
di LUCA ZANINI
S
ovrintendenze accorpate e quasi dimezzate, con gli uffici per i beni storico-artistici
che si fondono a quelli per i beni architettonici e prendono il nome di «Soprintendenze
Belle arti e Paesaggio», in tutta Italia. Direzioni
regionali trasformate in Segretariati regionali
(con il compito di coordinare tutti gli uffici periferici del ministero). Una linea di comando
semplificata e snellita tra amministrazione centrale e periferica. E ben venti grandi musei che
si staccano dalla tutela dei sovrintendenti e acquisiscono — oltre ad una maggiore autonomia — nuovi vertici: super-direttori che potranno essere scelti — in deroga alla normativa vigente — anche all’estero, con concorsi. Sono le
novità che promette la rivoluzione Franceschini: la riforma del ministero dei Beni culturali e
del Turismo presentata ieri a Roma.
In epoca di tagli alla spesa pubblica e crisi
della cultura (calano i visitatori dei musei, diminuiscono gli italiani che vanno al cinema), il
progetto Franceschini si prefigge il triplo scopo
di ridurre i dirigenti, rendere più efficienti le
strutture ministeriali e riportare i turisti nei
musei e nei siti archeologici.
Motore della riforma l’adeguamento ai numeri della spending review, «divenuto l’opportunità — spiega il ministro — per intervenire
sull’organizzazione del dicastero» e per porre
rimedio «ad alcuni problemi che da decenni segnano l’amministrazione dei Beni culturali e
del turismo in Italia». Il ministero era obbligato
a ridurre 6 dirigenti di I fascia e 31 dirigenti di II
fascia tra centro e periferia (i sovrintendenti sono tutti di II fascia), «abbiamo scelto di fare un
accorpamento per materia e non per area geografica — sottolinea Franceschini — perché sarebbe assurdo avere un unico soprintendente
tra Piacenza e Rimini». È una strada già percorsa e sperimentata in Toscana e in Campania,
dove le sovrintendenze unificate funzionano.
Accanto ai tagli, la riorganizzazione, con la
nuova autonomia assegnata a 18 grandi musei e 2
aree archeologiche (Colosseo-Fori e Pompei), che
saranno presto indipendenti dalle sovrintendenze
grazie alla nuova qualifica
di Ufficio dirigenziale. Ai
Dario Franceschini loro vertici saranno chiamati super direttori scelti
anche all’estero, perché «se un giovane italiano
viene mandato dal Louvre a dirigere la sua nuova sede di Abu Dhabi, tanto vale ci siano anche
bravi esperti di altre nazionalità alla guida dei
musei italiani». E proprio riguardo al Louvre,
Franceschini denuncia «il nostro complesso di
inferiorità ingiustificato». Certo che, presto,
anche i musei italiani sapranno fare marketing
con prodotti che sfruttino l’immagine dei loro
tesori, vendersi bene e fare incassi». I super direttori avranno contratti a termine e saranno
sottoposti a severa valutazione periodica da co-
La riorganizzazione
Le 20 istituzioni che il ministro vuole rendere
autonome dalle sovrintendenze
Musei e siti archeologici con direttore dirigente di I fascia
Colosseo ed area archeologica di Roma
Pompei, Ercolano e Stabia
Galleria degli Uffizi
Pinacoteca di Brera
Reggia di Caserta
Gallerie dell”Accademia di Venezia
Museo di Capodimonte
Galleria Naz. d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma
Galleria Borghese
Musei con direttore dirigente di II fascia
Museo Nazionale Romano
Museo Archeologico Nazionale di Taranto
Galleria dell”Accademia di Firenze
Museo Archeologico Nazionale di Napoli
Museo nazionale d”arte antica di Roma
Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria
Galleria Estense di Modena
Galleria Sabauda di Torino
Palazzo Reale di Genova
g
Museo Nazionale del Bargello
Paestum
mitati di esperti internazionali. Quanto al calo
dei visitatori, sarà fondamentale lo sviluppo di
Poli museali cittadini misti: dovranno mettere
insieme i musei di Stato, Comune, privati e
Chiesa riuscendo così a fare sinergia, offrendo
un sistema di promozione unico, «perché al turista interessano i servizi e la card comune, non
a chi appartiene il singolo museo».
In merito alle sovrintendenze, la riforma che
le accorpa susciterà certo — avvisa il ministro
— «qualche resistenza: quando ci sono le riforme accade sempre». Ma restano autonome le
due sovrintendenze speciali di Roma e Pompei.
Grandi novità anche in decine di uffici ministeriali in tutti i capoluoghi di regione. Nascono la
nuova Direzione generale «Arte e architettura
contemporanea e periferie urbane» e la Direzione generale Educazione e ricerca, per «riorganizzare la parte formativa del ministero e organizzare grandi scuole tra cui, magari, una
grande scuola archeologica a Pompei».
Nel frattempo, però, Franceschini vuole fermare le diatribe tra vertici regionali del Mibact
e sovrintendenti: «Troppe volte quei contrasti
hanno portato a impasse e anche a dibattiti negativi sui giornali». Razionalizzati pure gli Archivi: «Il direttore di quello di Stato nel comune
capoluogo assumerà anche le funzioni di soprintendente archivistico; gli altri archivi saranno diretti da funzionari». Stessa procedura nelle biblioteche statali: resta un dirigente di II fascia solo in quelle di particolare valore storico.
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Il Flaiano
a Vassalli
per «Terre
selvagge»
Sebastiano Vassalli con il
romanzo storico Terre
selvagge (Rizzoli) è il
vincitore della 41ª edizione
del Premio internazionale
Flaiano per la narrativa. Il
premio sarà consegnato
domenica 20 luglio a
Pescara (in piazza della
Rinascita, ore 20.30), città
natale di Flaiano. L’ultimo
libro del 72enne Vassalli
racconta la battaglia tra
Cimbri e Romani del 101
a.C. Riconoscimenti
intitolati a Flaiano (19101972) che fu scrittore,
sceneggiatore, giornalista,
umorista e critico sono
stati assegnati dalle giurie
(quella letteraria è
presieduta da Dacia
Maraini) ad artisti, attori,
registi e personaggi del
piccolo schermo; tra i
vincitori il regista István
Szabó (premio alla
carriera), Paolo Virzì,
Massimo Romeo Piparo,
Flavio Insinna, Micaela
Ramazzotti e Paola
Cortellesi. Premiato anche
Armando Torno,
giornalista del «Corriere
della Sera» per il
programma radiofonico
«Musica maestro»,
dedicato alla musica
classica su Radio24.
Honduras
È morto
Óscar Acosta
Fu poeta
e diplomatico
Lo scrittore e poeta
dell’Honduras Óscar
Acosta è morto a
Tegucigalpa, capitale del
Paese. Aveva all’età di 81
anni ed era considerato il
maggior intellettuale
honduregno della
seconda metà del XX
secolo. Presidente
dell’Accademia
honduregna della lingua,
Acosta ha affiancato alla
attività letteraria
un’intensa carriera
diplomatica. È stato
ambasciatore del suo
Paese in Spagna, in Italia,
in Perù e presso la Santa
Sede. Come poeta è
autore di una ventina di
raccolte poetiche che
hanno segnato la storia
della lirica
latinoamericana
contemporanea; l’esordio
è nel 1955 con Responso
poético al cuerpo presente
de José Trinidad Reyes;
del 2002 è l’antologia
Escrito en piedra. Acosta
ha svolto anche attività di
giornalista dirigendo la
sezione culturale dei
quotidiani «El día» ed «El
Heraldo» e ha fondato le
riviste «Extra» e
«Presente».
34
Giovedì 17 Luglio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Eventi
LA RASSEGNA
DI CIVIDALE DEL FRIULI
Generazioni
A sinistra, «Attends, attends,
attends... (pour mon père)»,
assolo scritto dal regista
belga Jan Fabre per
il performer Cédric Charron,
il 23 luglio al Teatro Ristori
L’appuntamento Musica, teatro, danza, cinema dal 19 al 27 luglio
nella manifestazione che unisce idealmente l’area mitteleuropea
Mittelfest
La scena inquieta
Memorie di guerre, incertezza del presente
«Ma ovunque brillano segnali di bellezza»
B
ach e Gubajdulina,
Faust dentro/fuori,
danza su muri e biciclette, Bollani attore: i
9 giorni di Mittelfest sono
densi di musica, di teatro in
ogni forma (con l’apporto
giovane di Conservatorio e
Accademia di Udine), di arte e
cinema come nelle manifestazioni mondiali.
Sovrano da oltre 20 anni a
Cividale, città mirabile per
memorie storiche e natura, il
Festival della Mitteleuropa
racconta dal vivo l’inquietudine nel cuore del Vecchio
Continente. L’edizione 2014
— dopo l’apertura solenne, il
6, col concerto di Riccardo
Muti al Sacrario di Redipuglia
— dispiega dal 19 al 27 il suo
atlante su Austria, Croazia,
Germania, Repubblica Ceca,
Serbia, Slovenia, Svizzera, Paesi Bassi, Kazakistan; su produzioni od ospitalità italiane,
e punte di diamante del Friuli
come la Suite «Questa libertà» del poeta Pierluigi Cappello in scena col pianista
Glauco Venier; o, il 25, la
pièce in lingua furlana dal
mondo di Novella Cantarutti.
Cercare i «Segnali» di una
bellezza fragile e inquieta è titolo e obiettivo della rassegna. «La memoria in queste
In cartellone
Gubajdulina si confronta
con Bach, Bollani nelle
insolite vesti di attore,
Chaplin al fronte
Le relazioni
Il nuovo direttore
Calibetto: «Per Vienna,
Praga, Lubiana siamo
un punto di riferimento»
terre si lega alla tragedia di
una generazione; la bellezza
può essere risposta non effimera al presente incerto, come piccole lucciole nel buio
— dice mostrando la cover
del programma il neodirettore artistico Franco Calibetto
—. Mittelfest è ritenuto a
Vienna, Praga, Lubiana motore di un tessuto connettivo
nell’area non latina, avamposto culturale oltre i 18 stati
centrali europei».
Prendiamo un giorno a caso, lunedì 21, e scorriamo gli
eventi. Alle ore 17 è già vertigine con Danza Verticale sulle
mura del Belvedere, sax e live
electronics di Marco Castelli.
Poi, un’incursione multilingue dedicata alla Grande
Guerra, presenza profonda
anche dopo un secolo e musica contemporanea del Trio gitano Balkan String, sfida di
sei mani che si esprimono su
una chitarra sola. Alle 21, Tea-
tro Ristori (alla grande Adelaide è intitolato il Premio per
nuove interpreti in scena),
l’Europa si fa carne e speranza: Ivica Buljan guida la coproduzione serbo-slovenocroata «Una tomba per Boris
Davidovi » dal romanzo del
serbo Danilo Kiš, 7 variazioni
sul tema della sopraffazione e
persecuzione nel XX secolo.
«Continuando in direzione
del produrre insieme, vorremmo esportare un modello
di festival fluido, non solo vetrina», precisa Calibetto che,
affidato il teatro alla consulenza di Rita Maffei del
Css Stabile udinese,
cura la sezione cinema all’elegante Castello Canussio, spaziando da Keaton a Monicelli,
al Chaplin di «Shoulder Arms» del 1918.
Tra raffinati concerti di
pezzi superclassici affiancati a
quelli di autori viventi —
campione assoluto la coppia
Bach-Gubajdulina, e incontro con la composi-
trice russa —, il musical cubista dal Vecchio Testamento
dell’austriaco Loose Collective o il solo di Jan Fabre per
Cèdric Charron, il teatro ha
momenti di grande interesse:
con «Sketches» il Faust di Goethe «commenta» un dramma dei nostri giorni scritto
A sei mani
Una sola chitarra
per lo swing
gitano proposto
il 21 luglio
dall’originale Trio
Balkan Strings
dal premio Nobel Elfriede
Jelinek, regia di Fabrizio Arcuri; ha segno espressionista
lo Strindberg di «Danza Macabra», diretto da Luca Ronconi, in tandem con Spoleto;
conclude il festival un inedito
Stefano Bollani che, dopo il
concerto al piano, sarà in scena poliedrico fantasma per
«La Regina Dada» di Valentina Cenni.
Pizzicando nella selva chiara delle giornate cividalesi tra
chiese e chiostri, si incontrano pure la performance sonora di Markus Stockhausen, figlio di Karlheinz; «Alma_Ata»
per danzatori kazaki e italiani,
e la coreografia itinerante
«Ruedis» di Marta Bevilacqua; il Pinocchio russo di Zaches Teatro; le autoctone marionette di Podrecca per le
quali nascerà un Centro Studi.
Claudia Provvedini
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Il regista di «La parola padre» racconta la genesi dello spettacolo
I conti in sospeso delle ragazze dell’Est: una bella macedonia
di GABRIELE VACIS
T
re anni fa il Teatro Koreja mi ha
invitato a Lecce. Avevano fatto un
laboratorio internazionale e avevano
selezionato tre attrici: una bulgara,
una polacca e una macedone. Mi
hanno chiesto di fare un saggio finale
per questo laboratorio internazionale, affiancando alle tre ragazze dell’est
tre attrici italiane. Il lavoro ha appassionato molto tutti quanti, così quello che doveva essere il saggio che
concludeva un laboratorio è diventato uno spettacolo che gira l’Europa da
tre anni. Koreja è un vero teatro. Una
vecchia fabbrica ristrutturata alla periferia di Lecce: la mattina ci sono
spettacoli per le scuole, il pomeriggio
laboratori di ogni tipo e la sera spettacoli: un teatro sempre pieno, non so
se mi spiego... Per un mese abbiamo
ascoltato le storie delle ragazze dell’est: tutte loro sono nate comuniste.
Origini «La parola padre», regia di Gabriele
Vacis per Cantieri Teatrali Koreja, in programma il 27
luglio alla chiesa
di S. Francesco
(foto di Alessandro Colazzo)
Ola è polacca, canta divinamente e
compone musiche che abbiamo messo nello spettacolo: da bambina suo
padre le prometteva di portarla a Berlino, perché a Berlino c’era il MacDonald, ma non ce l’ha mai portata. Poi,
quando hanno fatto il primo MacDonald a Varsavia lei era già vegetariana.
Irina è nata a Plovdiv, la «Firenze bulgara», dicono che il carro d’oro massiccio di Alessandro il Macedone sia
lì, solo che durante il comunismo
l’hanno perso, non si trova più. E poi
c’è Simona, che nello spettacolo racconta questa storia: sono nata a
Skopje, Macedonia, sapete, la Macedonia: Mega Alexandros, Alessandro
Magno… Nella piazza di Skopje abbiamo fatto una statua di Alessandro
in groppa a Bucefalo: venticinque
metri! È più alta dei palazzi che ha intorno, Bucefalo non è venuto tanto
bene, sembra un unicorno. Anche
Alessandro non è venuto bene: sembra Gheddafi, quando si travestiva da
Michael Jackson. Sapete perché abbiamo fatto la statua? Per far incazzare i greci. Perché i greci dicono che
Alessandro è roba loro. Allora noi gli
abbiamo fatto questa statua di 25 metri perché i discendenti di Alessandro
siamo noi! Alessandro è nostro padre! Così siamo incazzati coi greci.
Anche con i bulgari siamo incazzati:
dicono che il macedone è solo un dialetto bulgaro, e questo ci fa incazzare
come iene! E poi ci sono gli albanesi.
In Macedonia il 25 per cento della popolazione è albanese: per questo siamo incazzati con gli albanesi. E i serbi? Quand’ero piccola con i serbi eravamo una sola nazione: la Jugoslavia.
Poi ci hanno fatto la guerra!... Se ci
pensate, c’è un’altra cosa che sapete
della Macedonia: la macedonia, l’insalata di frutta! Ecco la Macedonia è
una macedonia di greci, bulgari, albanesi, rom... La mia migliore amica
❜❜
Dinamiche in scena
Dal saggio finale di un
laboratorio a Lecce è
nato uno spettacolo che
frulla di identità fluide
è serba. Sono incazzatissima anche
con lei, perché io discendo da Alessandro il Macedone e lei no! Per questo abbiamo costruito una statua di
25 metri con Alessandro che brandisce lo spadone! Perché siamo incazzati con tutti! Io sono incazzata nera
con tutti i miei amici! Sono incazzata
con Gheddafi e con Michael Jackson,
sono incazzata con tutti! Ma più di
tutti sono incazzata con Alessandro
Magno! Quand’ero piccola c’era la Jugoslavia e potevo esser amica dei
miei amici... Sulla piazza di Skopje
vorrei una statua alta il doppio di
quella di Alessandro, una statua di Tito, perché era grazie a lui che potevo
amare i miei amici... I love you, Tito!
Le ragazze vengono da paesi diversi, hanno storie diverse. Tutte hanno
conti in sospeso con la loro patria,
tutte hanno conti in sospeso con i loro padri. Anche le italiane, of course.
Così abbiamo fatto questo spettacolo
che frulla identità fluide, impossibili:
La parola padre.
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Corriere della Sera Giovedì 17 Luglio 2014
Eventi 35
italia: 51575551575557
La guida Tra il 19 e il 27 luglio si svolgerà a Cividale del
Friuli la 23a edizione di Mittelfest (Info: tel. 0432/
733966, www.mittelfest.org). Spettatori e ospiti
potranno condividere sui social network (l’hashtag è
#mittelfest) le immagini della manifestazione (ma non
degli spettacoli) scattate con il loro smartphone. Ogni
giorno la foto vincente verrà premiata con due biglietti.
Scarica
l’«app»
Eventi
Musica e poesia Da sinistra, Stefano Bollani, Sofija Gubajdulina, Pierluigi Cappello e le Sorelle Marinetti
Il regista Ivica Buljan
L’omaggio Uno spettacolo sui «Piccoli», che da Cividale conquistarono il mondo
Il maestro Piccolowsky & C.
Vita gloriosa da marionette
Il mito di Podrecca e dei suoi 500 attori con i fili
di GIUSEPPINA MANIN
I
l maestro Piccolowsky, virtuoso del
pianoforte di fama universale, si riconosce lontano un miglio per via dei
capelli bianchi e spiritati e di un frac
le cui code sobbalzano a ogni accordo sulla tastiera costringendolo a interrompere
l’esecuzione per sistemare quelle due rondini impertinenti. Il maestro Piccolowsky,
di chiara origine polacca, dà il meglio
quando al suo fianco si ritrova la soprano
Sinforosa Strangolini, decolleté prosperoso, chiome rossastre raccolte in una crocchia con su infilata una piuma, bocca
sgangherata capace di esilaranti vocalizzi
in crescendo, così spericolati da allungarle il collo a ogni nota.
Una coppia di artisti di inossidabile
charme, inalterati dal tempo, eterni nella
loro entità perturbante di
marionette, superstar della vastissima scuderia dei
«Piccoli» di Podrecca.
Marchio di qualità italiano
per le teste di legno più affascinanti e divertenti che
mai abbiano girato il mondo. Per celebrare quell’epopea gloriosa lunga
cent’anni (i primi artisti
con i fili furono arruolati
nel 1914) e il loro geniale
impresario, il Mittelfest
propone al Teatro Ristori
«Dai 3 ai 93 – Una meravigliosa invenzione», spettacolo ideato da Barbara Della Polla ed Ennio Guerrato.
Una cavalcata nella storia
della Compagnia e di Vittorio Podrecca,
nato proprio a Cividale nel 1883 da una famiglia di avvocati di nome e melomani di
fatto. «Suo padre Carlo era così latitante
da faldoni e tribunali da venir detto l’avvocato fantasma — racconta Barbara Della
Polla, per molti anni animatrice delle marionette di Podrecca —. Invece di occuparsi di noiose pratiche legali, issava il suo
pianoforte su un carretto trainato da buoi
e andava per le valli del Natisone a far conoscere Beethoven e Chopin».
Quanto al fratello di Carlo, anche lui di
nome Vittorio, fece fuori tutta l’eredità per
concedersi una follia verdiana: andare al
Cairo per la prima di «Aida» nel 1870. Con
tale padre e tale zio, il nostro Vittorio non
poteva deludere. Secondo tradizione andò
a Roma per studiare legge, conseguì i titoli
di procuratore e avvocato, collaborò a
giornali eversivi come «L’Asino», diretto
da suo fratello Guido e, sulla scia di ricordi
d’infanzia e dopo la scoperta dei burattini
di Leningrado, mise in pratica il titolo di
una pièce di Rosso di San Secondo: «Marionette, che passione!».
«Vittorio, che non era marionettista, si
innamorò a tal punto di quegli esserini di
legno da decidere di votarsi a loro — prosegue Della Polla —. Nel 1914, in società
con Casa Ricordi e il marionettista Giovanni Santoro, prese in affitto l’ex scuderia di palazzo Odescalchi a Roma e la trasformò nel «Teatrino dei Piccoli».
Dove i suoi piccoli attori, non più alti di
un metro, si cimentavano in un repertorio
innovativo, tratto dalla rivista e dal varietà, dalle favole della grande tradizione, dal
teatro lirico e di prosa. Mosse da mani sapienti, quelle creature capaci di intrecciare i loro fili delicati con le più celebri armonie, divennero i protagonisti di una ribalta parallela e metaforica del mondo reale. Tanto che l’anno dopo, partendo per il
fronte del Primo conflitto mondiale, Podrecca porta con sé alcuni esemplari della
sua Compagnia. E mentre la guerra infuria, mette in scena dei piccoli spettacoli
per i soldati. «Le marionette sono tera-
Il fondatore
Durante la guerra preparava gli
show per i soldati: «Queste
creature sono terapeutiche.
Esorcizzano la paura della morte»
vratori e tecnici in carne e ossa, conquistarono le platee d’Europa e degli Stati Uniti.
Ad applaudirli a Parigi anche Maurice
Chevalier, Paul Valery, Maurice Ravel, Jacques Copeau. Per vederli Greta Garbo lasciò per una sera il suo eremo, Charlie
Chaplin li definì «incantevoli», Depero
«l’incarnazione della poetica futurista»,
Toscanini «miracoli dell’arte scenica». Il
grande Maestro prestò a Podrecca, sorpreso a New York dallo scoppio della Seconda
guerra mondiale, i soldi per riparare in
Brasile. Viaggi leggendari, con centinaia
di casse da stivare nelle pance di treni e
bastimenti fino ai villaggi dell’Amazzonia.
«Quando infine tornò in patria, Podrecca chiese un teatro per la sua Compagnia», ricorda Della Polla. Invano. E mentre i costi di gestione si facevano sempre
più onerosi, Vittorio Podrecca, l’uomo che
amava le marionette, l’impresario folle e
impeccabile, sempre in marsina scura,
farfallino e occhialini tondi, se ne andò.
Dopo la sua morte, nel 1959, la Compagnia andò avanti ancora un po’ retta dalla
moglie, la cantante Cissie Vaughan detta
Lia, e poi si sciolse.
A salvare il prezioso patrimonio dal rischio di andar perduto interviene nel 1979
la Regione Friuli-Venezia Giulia, che lo affida allo Stabile di Trieste. Quanto a Civi-
Il maestro
A sinistra, Vittorio Podrecca
con le sue marionette e, a lato,
una piccola orchestra. Al Mittelfest si festeggia un secolo
dalla nascita
della compagnia
La burattinaia collezionista
«I Piccoli di Podrecca e il teatro delle
meraviglie», esposti a Cividale, vengono
dal tesoro di Maria Signorelli, singolare
artista del Teatro di Figura. Romana
(1908-1992), allieva dello scenografo
Benois, a 20 anni realizza i primi
pupazzi ispirati alle suggestioni futuriste
di Boccioni e a quelle metafisiche
di De Chirico. Nel ’47 fonda L’Opera
dei Burattini, cui collaborano Savinio
e Scialoja. Alla sua morte, la figlia
Giuseppina Volpicelli si è presa cura
della sua sterminata collezione. (g.ma.)
peutiche, sosteneva. Sanno esorcizzare
persino la paura della morte».
Tornato alla vita civile, nel 1919 riapre
l’Odescalchi con la «Cenerentola» di Massenet versione per marionette. Poi sarà la
volta di Rossini, «L’occasione fa il ladro», e
di una «Tempesta» shakespeariana dove a
dare la voce a Miranda era la grande Vera
Vergani. E pure Eleonora Duse fu conquistata dai Piccoli. «Caro signor Podrecca —
scrisse la divina in una lettera — i suoi attori non parlano e obbediscono, i miei
parlano e non obbediscono. Quanto sarei
lieta che mi portasse con il suo teatro a fare il giro del piccolo mondo nostro».
E in giro per il mondo la Compagnia di
Podrecca andò davvero. Cinquecento attori di legno, una cinquantina di mano-
dale, che finora al suo illustre concittadino aveva dedicato solo una via, sta allestendo all’interno del monastero di Santa
Maria in Valle, che custodisce anche il celebre Tempietto Longobardo, uno spazio
dedicato a una collezione straordinaria.
«Quella di Maria Signorelli: 162 marionette magnificamente conservate del Fondo
Podrecca, più altre di varia provenienza,
costumi, fondali, copioni teatrali. Oltre
tremila pezzi che verranno esposti e fatti
rivivere», annuncia il sindaco Stefano Balloch. «Non un museo ma un laboratorio
creativo: i giovani potranno venire a imparare a costruire e animare le marionette.
Un’antica arte italiana da reinventare per
un nuovo futuro».
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La danza Le mille anime dello Scapino Ballet, creato da una coreografa che sosteneva la lotta partigiana
Gli olandesi senza timori. Dalla Resistenza al Barocco
T
ra le maschere della commedia dell’arte, Scapino
(Scappino, il nome originale) è
il servo più scattante nella fuga,
incline alla musica e furbissimo
nell’elaborare trucchi per salvare dai guai il proprio padrone,
immortalato da Molière nella
commedia del 1671 «Les fourberies de Scapin».
Nel segno del mercuriale e
incontenibile servo («A dire il
vero, poche cose mi sono impossibili quando le voglio»,
proclama impudente nel primo
atto e seconda scena della
pièce), è nata nel 1945 la più antica compagnia olandese di
danza, fondata ad Amsterdam
da Hans Johanna Snoek, una
ballerina allieva di Kurt Jooss, il
celebre coreografo il cui nome è
legato al «Tavolo Verde», brano
antibellico basato sulla medievale Danza della Morte. La
Snoek ne seguì le orme: durante
la Seconda Guerra aprì illegalmente una sua scuola ad Amsterdam in cui metteva in scena
spettacoli che foraggiavano la
Resistenza e, a conflitto ultimato, creò lo Scapino Ballet con intenti divulgativi per offrire
spettacoli ai bambini. Al termine della sua direzione, nel 1970,
la compagnia cambiò più volte
indirizzo artistico, passando da
un repertorio classico rivolto al
pubblico più giovane come
«Coppelia» e «Lo Schiaccianoci», a coreografie pur sempre
narrative e popolari ma pensate,
durante la gestione di Nils Christe, per un pubblico più trasversale, con titoli di autori del calibro di Kylián e Van Manen.
Nel ’91 lo Scapino traslocò a
Rotterdam e nel ’93, con l’avvento dell’odierno direttore,
l’olandese Ed Wubbe, subì una
piccola rivoluzione con titoli a
serata intera dal taglio più ag-
Informazione, approfondimenti,
gallery fotografiche e la mappa degli
appuntamenti più importanti in Italia.
È disponibile sull’App Store
di Apple la nuova applicazione
culturale del «Corriere della
Sera Eventi».
È gratis per 7 giorni.
gressivo come «Kathleen» o la
sua versione della «Sagra della
Primavera», in un repertorio di
quaranta nuovi lavori da lui
composti. Con una recente creazione di Wubbe, concepita nel
Evoluzioni
Un momento di
«Pearl» (foto di
Bas Uterwijk)
2012 e da due anni in tour, lo
Scapino viene ora a trovarci al
Mittelfest di Cividale, in Piazza
Duomo domenica 27: «Pearl» è
un’accattivante rilettura moderna del barocco, con dame e cavalieri sontuosamente agghindati in broccati, parrucche imbiancate, gonne ingabbiate e,
appunto, file di perle opalescenti. La danza passa con audacia
dalla bellezza formale del barocco alla decadenza di una Versailles peccatrice e moderna, mentre il linguaggio contemporaneo
si innerva in ciaccone e passacaglie per i quattordici interpreti
incalzati dall’accompagnamento «live» dell’ensemble Combattimento di Amsterdam sulle note di Vivaldi, de Visée, Merula.
Valeria Crippa
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Tensioni Da «Una tomba per Boris Davidovic». Sotto, Buljan
«Dall’ex Jugoslavia
il canto di libertà
che serve all’Europa»
È
il 1976 quando Danilo Kiš, uno dei più importanti
scrittori della ex Jugoslavia, pubblica Una tomba
per Boris Davidovic. Ha poco più di quarant’anni, vive
a Belgrado con la moglie, si gode quel dolce preludio al
successo vero. Ma il libro cambia tutto. «Perché quel
libro è una storia, anzi, un insieme di storie, vere,
autentiche, scritte con l’intento di scavare a fondo nella
parola rivoluzione», dice Ivica Buljan, drammaturgo e
regista croato, classe 1965. Buljan, a Mittelfest, mette
in scena proprio quest’opera. «Un omaggio alla mia
terra, a uno dei suoi scrittori più moderni ma,
soprattutto, un omaggio alla libertà. Che vuol dire
capacità di superare le differenze e imparare a vivere
insieme». Concepito come un insieme di capitoli densi
e serrati, il libro di Kiš ci guida per mano attraverso
sette storie che mettono alla berlina il Ventesimo
secolo, il «secolo delle idee assassine». C’è la ribellione
contro l’autocrazia zarista, ma anche contro la
repressione comunista.
Ci sono polacchi, russi,
rumeni, irlandesi,
ungheresi, per la maggior
di origine ebraica. C’è il
gelo liberticida in Bulgaria
e quello delle rivolte in
Spagna, c’è, insomma, un
canto alla bellezza del
pensiero autonomo, libero
da ogni pressione. «È
difficile definire l’idea di
modernità nell’ex
Jugoslavia — afferma
Buljan — ma con questa
pièce, dove sono impegnati
Conflitti
serbi, croati e sloveni
Porto in scena
insieme, cerco di
il libro di Danilo raccontare a tutti, specie
ai più giovani, che vivacità
Kiš contro i
aveva la nostra cultura, che
tipo di coraggio siamo stati
nazionalismi.
di esprimere».
Non basta più il capaci
Ivica si dice convinto che
dialogo tra etnie, l’Europa tutta, non solo
quel cumulo di città ferite
occorre
intorno ai Balcani, debba
un pensiero
ripartire da qui. A
cominciare dall’Ucraina:
che guardi
«Situazione difficilissima,
oltre i confini
ma soprattutto poco chiara
negli intenti di tutti i
protagonisti — dice —: non basta, credo, che persone
di diversa lingua, etnia o religione si sforzino di
amalgamarsi. C’è bisogno di un pensiero che trascenda
i confini nazionali e angusti. Un pensiero europeo
maturo, che sappia guardare al mondo. Noi le radici le
abbiamo: si guardi l’opera di Kiš: una lungimiranza di
temi e prospettive che a me ricorda il grande Borges.
Quello che dobbiamo fare è ripartire da queste basi
fertilissime».
Il riferimento all’attualità è scottante nell’opera che
vedremo a Cividale, perché si vuol restituire un
messaggio preciso, quello di Kiš (figlio di un ungherese
di religione ebraica e di una montenegrina): guardare
oltre le barriere del proprio Paese, pensarsi parte di un
«tutto» ben più ampio. Quando uscì Una tomba per
Boris Davidovic, l’autore attirò su di sé le ire dei
serbocroati nazionalisti (filorussi) fino a essere colpito
da una sorta di shock nervoso. E, guarda caso, l’accusa
che gli mossero fu quella di plagio — tanto quella voce
echeggiava le sensibilità più apprezzate a livello
mondiale, da Joyce a Borges. Buljan ha in mente un
riscatto culturale, un omaggio disincantato. «Il mio
Paese, inteso come la ex Jugoslavia — conclude — era un
laboratorio straordinario di cultura prima che il conflitto
spegnesse vite, sogni, opere, carriere. Eppure anche oggi
c’è vivacità. Per esempio, vedo movimento sull’arte
contemporanea, che significa una lettura del presente,
senza finte nostalgie. Vorrei che tutto ripartisse da qui».
❜❜
Roberta Scorranese
[email protected]
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36
Giovedì 17 Luglio 2014 Corriere della Sera
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LO STALLO SULLA TRATTATIVA NELL’UNIONE
✒
Piero Gnudi, commissario straordinario dell’Ilva, è uomo di grande
esperienza e capacità ma l’obiettivo a cui sta
lavorando, il salvataggio dell’Ilva, si presenta
come una missione impossibile. E non è un
problema di poco conto anche per il governo perché l’Ilva significa la più grande acciaieria d’Europa, 16 mila occupati (senza calcolare l’indotto), un centro industriale intorno a cui ruota l’intera economia di Taranto e
dintorni. Il piano di risanamento, che è stato
approvato dal governo e quindi ha forza di
legge, richiede investimenti importanti, di
almeno 1,8 miliardi, a cui sommare non meno di 1,5 miliardi per il rilancio del gruppo.
In tutto fanno come minimo 3,3 miliardi
mentre Enrico Bondi, il predecessore di
Gnudi, ne riteneva necessari circa 4,2.
Ma l’Ilva ha le casse vuote, gli eventuali finanziamenti bancari aggiuntivi servono per
pagare stipendi e materie prime per il funzionamento degli impianti, eventuali nuovi
azionisti non risultano disponibili per investimenti di tale entità. La necessità, come
spesso accade, è trovare i soldi. La Procura
di Milano ha sequestrato 1,8 miliardi ai Riva
(di cui 1,2 miliardi rientrati in Italia tramite
scudo fiscale) per reati societari. Possono
essere trasferiti nelle casse dell’Ilva? I pub-
blici ministeri chiedono che lo autorizzi un
decreto del governo. Gnudi, che ha come
consulenti Paola Severino, l’ex ministro della Giustizia, e l’avvocato milanese Giuseppe
Lombardi, lo ha proposto. Il governo, nell’ultimo consiglio dei ministri, si è diviso e
ora la palla è passata agli uffici legali dei ministeri.
La questione è controversa e anche i magistrati hanno qualche dubbio. I provvedimenti legislativi sull’Ilva prevedono che i
fondi sequestrati ai Riva possano finire nelle
casse della società perché sarebbero fondi
distratti all’azienda che tornerebbero a casa.
Ma, per il momento, si tratta semplicemente
di accuse. Non di una sentenza, neppure di
primo grado. E come finirebbe se i Riva risultassero innocenti? Facile prevedere, inoltre, la loro opposizione, con tanto di ricorsi
a raffica dagli esiti imprevedibili e dal sicuro
effetto destabilizzante. Per questo l’opinione prevalente, almeno in Procura, è che la
via di uscita più trasparente sia la procedura
di amministrazione straordinaria, la Marzano bis, prevista per i grandi gruppi in stato
d’insolvenza. Certo una soluzione decisamente sgradita ai Riva.
Fabio Tamburini
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CAPITALE DELLA CULTURA, SIENA IN CORSA
IL PALIO PIÙ IMPORTANTE CON CINQUE RIVALI
✒
La presentazione di Siena a capitale
europea della cultura 2019, avvenuta ieri, era un atto dovuto. Poche città al mondo possono vantare i suoi tesori d’arte o la
storia che ha vissuto. Certo, recentemente è
stata vista come simbolo della crisi politica
ed economica italiana, ma chiunque passeggi per Piazza del Campo o entri nello spettacolare Duomo capisce che ci sono cose che
passano e valori che restano.
Siena è per questi ultimi.
Perché Siena è Santa Caterina o La Maestà di Duccio,
tempera su legno che si vede
al Museo dell’Opera del Duomo e incanta; perché Siena è
nelle decorazioni della Libreria Piccolomini, uno dei
massimi cantieri pittorici
aperti in Italia agli albori del
XVI secolo, affidata al Pinturicchio. O forse Siena va cercata nel chiostro
romanico della Chiesa di San Cristoforo, dove
la tradizione vuole che sia sepolto Cecco Angiolieri. Di certo il poeta, che voleva far sprofondare il mondo, sostenne non poche risse
per le vie della sua città; in Piazza del Campo
un tempo misero, dopo i cazzotti, una lapide.
Siena è il Palio, Siena si rispecchia nelle Alle-
gorie del Buono e Cattivo Governo e dei loro
Effetti, affreschi del Palazzo Pubblico dovuti
ad Ambrogio Lorenzetti. Siena è anche altro.
In essa c’è più cultura che in alcuni Stati d’Europa messi assieme, anche se hanno un bilancio migliore del nostro.
Potrà spiacere che le candidature di Bergamo e Mantova non siano passate ma, oltre
Siena, Cagliari, Lecce, Matera, Perugia, Ravenna che ci rappresentano
non temono confronti. Una
per una ragione, una per
un’altra. L’Italia, detto in
soldoni, è il più grande giacimento culturale del mondo e anche quello che dispone di meno mezzi. Sembra incredibile che da noi
nessuno abbia tentato di
aiutare l’immenso patrimonio defiscalizzando seriamente le donazioni, ma i governi passano e
il problema resta. È impossibile salvarlo
senza l’intervento privato.
Spetta ora a Siena correre il Palio europeo. E per una volta i contradaioli si metteranno tutti d’accordo.
Armando Torno
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OLANDESI CONDANNATI PER SREBRENICA
UNA SENTENZA CHE APRIRÀ CONTROVERSIE
✒
La giustizia per i crimini della
guerra bosniaca arriva tardi e accoglie solo in minima parte le attese delle vittime, ma è pur sempre un atto di giustizia, coraggioso e politicamente forte, la sentenza
pronunciata ieri da un tribunale dell’Aia che
condanna l’Olanda a risarcire i familiari di
300 bosniaci uccisi a Srebrenica nel luglio
del 1995. Atto coraggioso e politicamente
forte poiché di fatto i giudici olandesi hanno
ritenuto il proprio Paese civilmente responsabile del comportamento dei propri caschi
blu, il battaglione che avrebbe dovuto proteggere i civili musulmani dell’enclave bosniaca e impedire la separazione dalle loro
famiglie di migliaia di uomini, poi trucidati
dalle milizie serbo-bosniache agli ordini del
generale Mladic. Le vittime dell’eccidio furono in realtà almeno ottomila, ma la sentenza si è limitata ad accogliere la domanda
di risarcimento presentata da 300 familiari.
Non era ovviamente necessario attendere
questo giudizio per confermare una ricostruzione del massacro ormai passata alla
storia: la mancata protezione da parte del
contingente olandese, la reazione tardiva
del comando dell’Onu e il generale Mladic
— poi condannato dal Tribunale internazionale dell’Aia come principale responsabile
del massacro — che in quella circostanza al-
za il bicchiere con gli ufficiali olandesi, evidentemente incapaci o timorosi di qualsiasi
reazione. Ma è comunque importante che
tutte le responsabilità vengano con il tempo
definite e accertate, in attesa che qualche altro squarcio di verità si apra anche sulle responsabilità di altri contingenti internazionali e dello stesso governo bosniaco che lasciò Srebrenica senza difese.
Sentenza coraggiosa, politicamente forte
(basti pensare, per confronto, alle reticenze
della Francia per l’appoggio dato alle milizie
hutu nel genocidio in Ruanda e, anche in
quel caso, alle responsabilità del contingente Onu), ma anche suscettibile di aprire una
controversia di non facile soluzione. I caschi
blu, quando impegnati in una missione internazionale, dovrebbero godere di immunità per gli atti compiuti nell’esercizio dei
compiti assegnati e, al tempo stesso, non si
comprende come si possa definire la responsabilità di uno Stato o di un governo
quando i propri soldati agiscono sotto bandiera internazionale. Sarà interessante leggere le motivazioni della sentenza. Ma il
precedente è di sicuro clamoroso: di fatto,
uno Stato paga un risarcimento di guerra
per conto dell’Onu.
Massimo Nava
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Dall’Italia una candidatura divisiva
Sottovalutate le insidie europee
di FRANCO VENTURINI
Q
ualcuno dice che l’Europa è cambiata
e c’è da sperare che sia vero, ma se dovessimo giudicare dalla appena trascorsa «notte delle poltrone» ogni ottimismo rischierebbe di risultare mal
riposto. Più che mai per noi italiani,
perché sono proprio l’Italia e i suoi candidati veri
o presunti ad agitare le acque.
Il via alle grandi manovre, in verità, lo ha dato
una bella signora danese: il primo ministro Helle
Thorning-Schmidt, che a metà pomeriggio di ieri
ha confermato quel che già aveva annunciato più
volte: di non essere interessata alla carica di
presidente del Consiglio, cioè al posto che sarà
lasciato libero da Herman Van Rompuy. I
socialisti del Pse, invece, si erano preparati a
puntare su di lei e, nel ruolo di Alto
rappresentante per la politica estera, sull’italiana
Federica Mogherini, tanto fortemente sostenuta
da Matteo Renzi quanto fortemente osteggiata da
un gruppo di Paesi dell’ex blocco sovietico con
ramificazioni a Londra e a Stoccolma, per
rimanere in Europa.
La guerra civile in Ucraina aveva dunque già fatto
irruzione nel vertice europeo con tutti i suoi
morti e le sue contrastanti ambizioni strategiche
quando la definitiva rinuncia della ThorningSchmidt ha rimesso sul tavolo, o almeno così è
parso, una opzione già evocata nel recente
passato: perché non Enrico Letta al posto di Van
Rompuy? Letta sarebbe stato accolto benissimo, e
nel contempo il caso Mogherini non avrebbe più
avuto ragione di esistere.
La notizia poi smentita di una proposta in tal
senso fatta dallo stesso Van Rompuy a Renzi
sarebbe venuta — il condizionale è davvero
d’obbligo — da ambienti di Forza Italia abituati ai
mercanteggiamenti europei, il che non mancherà
di mettere la classica pulce nell’orecchio del
governo. Ma un fatto rimane, ed è su questo che
occorre riflettere: è perfettamente comprensibile
che i vertici della Ue cerchino sulla candidatura
Mogherini una soluzione il più possibile
consensuale, e che non vogliano arrendersi alle
lacerazioni davvero eccessive ma reali che in
questi giorni si sono manifestate.
Ieri la presidente della Lituania è stata la più dura
e anche la meno accettabile, sostenendo di non
volere nella carica di Alto rappresentante «una
persona filo-Cremlino». Alzando al massimo la
tensione sul capitolo dei rapporti con Mosca il
gruppo anti-Mogherini conta di rendere sempre
più difficile la sua nomina fino a logorarla
definitivamente, anche se ben poco consente di
definire l’attuale ministro degli Esteri una filorussa (semmai questa sarebbe in ogni caso la
linea del governo, non soltanto la sua). Ma il fatto
DORIANO SOLINAS
PIANO DI RISANAMENTO DELL’ILVA
DUBBI SUI FONDI SEQUESTRATI AI RIVA
che tra un gruppo di Paesi europei da una parte, e
l’America con un altro gruppo di Paesi europei
dall’altra, sia in corso da molte settimane un
braccio di ferro sulla portata delle sanzioni antiRussia per l’Ucraina (ieri sono state varate nuove
sanzioni, più dure delle precedenti europee ma
meno dure di quelle decise sempre ieri dagli
❜❜
Braccio di ferro sulle
sanzioni anti-Mosca tra
un gruppo di Paesi Ue da
una parte, e Usa e altri
Paesi europei dall’altra
❜❜
Se Mogherini non ce
la farà, l’imprudenza
di Renzi lo avrà esposto
a una sconfitta secca
ma ricca di insegnamenti
Usa), crea una cornice ideale per usare Putin
come un ariete all’interno della Ue: l’ariete che
potrebbe affondare la candidata italiana.
L’impressione è che Matteo Renzi abbia
sottovalutato le difficoltà dell’impresa, dando
troppo presto la nomina per acquisita con
conseguente esposizione della Mogherini al
fuoco incrociato del partito avverso, e soprattutto
ignorando i pur forti legami esistenti tra gli
eventi ucraini e le loro ripercussioni all’interno
della Ue. Proprio su quel confine che ha sempre
diviso i «vecchi» soci da quelli «nuovi»: i rapporti
da tenere con Mosca, del cui impero i «nuovi»
hanno buona e non lieta memoria. Se poi alle
divisioni europee si aggiunge un Obama a caccia
di rivincite contro le accuse di debolezza che gli
vengono rivolte negli Usa, lo scenario che Renzi
avrebbe dovuto vedere diventa completo.
Non ci sono state a Bruxelles vittorie o sconfitte.
Ma in nessun caso, anche in quello
progressivamente meno probabile di una
nomina della Mogherini, il suo cammino
potrebbe ormai presentarsi privo di ostacoli e di
recriminazioni. Se invece la nomina non ci sarà
nemmeno nelle prossime settimane,
l’imprudenza di Renzi lo avrà esposto a una
sconfitta secca ma ricca di insegnamenti, da
scambiare con una diversa presenza dell’Italia
nella Commissione europea.
[email protected]
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UNA NUOVA AGENDA PER LA CRESCITA
Eccesso di austerità, un errore da correggere
di RICCARDO REALFONZO
C
aro direttore, è un momento difficile
per i paladini dell’austerità. Negli
Stati Uniti e in Giappone si è reagito
alla crisi con aumenti della spesa
pubblica assecondati dalle rispettive
banche centrali, con il risultato che gli americani realizzano oggi un Pil reale superiore di
ben otto punti rispetto al 2007 e il gigante nipponico si è destato dal lungo torpore. Dal canto
suo, la scienza economica conferma sempre
più compatta la necessità di affrontare le crisi
con politiche fiscali e monetarie espansive. E
molti studiosi che in passato avevano sostenuto la dottrina dell’«austerità espansiva», secondo cui i tagli di bilancio avrebbero favorito la
crescita, sono giunti a ricredersi. Ben noto è il
caso del capo economista del Fondo monetario
internazionale, Olivier Blanchard, che nel World Economic Outlook di due anni fa candidamente ammise che i vistosi errori previsionali
del Fmi scaturivano da una sottostima degli effetti recessivi dell’austerità. Rifacendo i conti,
occorreva precisare che i tagli della spesa pubblica riducono il Pil, invece di accrescerlo, e anche in modo più che proporzionale.
Queste evidenze e questi ripensamenti non
hanno fatto breccia in Europa negli ultimi anni
e l’austerity ha imperato. Eppure, i risultati sono ben diversi da quelli americani o giapponesi: il Pil dell’eurozona resta inferiore ai livelli
pre-crisi, la disoccupazione è incrementata del
65 per cento (da 11,6 milioni del 2007 a oltre 19
milioni a fine 2013), gli obiettivi di risanamen-
to della finanza pubblica non sono stati raggiunti. Con questi dati era inevitabile che anche da noi si prendesse atto dell’impossibilità
di una crescita sostenuta e diffusa in presenza
di vincoli asfissianti sulle politiche economiche.
Proprio su queste colonne, il 6 aprile scorso,
due influenti studiosi come Alberto Alesina e
Francesco Giavazzi, a lungo sostenitori delle
austere regole europee, hanno condiviso l’idea
che fosse necessario lasciare lievitare il deficit
al di sopra del limite del 3 per cento previsto
dal patto di Stabilità, a patto di adottare provvedimenti molto aggressivi per fornire una spinta adeguata all’economia italiana. «Una politica
di piccoli passi per non sforare il 3 per cento sarebbe miope perché così la crescita non riparte», scrivevano, teorizzando la necessità di andare oltre i trattati europei.
Oggi il presidente Renzi — che ha varato una
manovra interna ai vincoli europei e che è alle
❜❜
Dove si è reagito alla crisi
con aumenti della spesa
pubblica assecondati
dalle banche centrali
l’economia è già ripartita
prese con un’economia che in questo primo semestre non ha voluto saperne di tornare a crescere — chiede ai partner europei una «austerità flessibile». Chiede cioè qualche margine
temporale e finanziario in più, sfruttando quel
po’ di flessibilità già previsto nei trattati, per
provare a uscire dal tunnel. Il forte timore, tuttavia, è che questa opportunità non venga concessa e, soprattutto, che questa «politica di piccoli passi» comunque non sia sufficiente, considerate le condizioni in cui versa la nostra economia. Anche perché — diciamolo con
franchezza — la capacità espansiva delle attese
riforme è tutta da verificare.
Ecco allora che assume un preciso senso politico il referendum «stop austerità», che sta
raccogliendo consensi trasversali tra le forze
politiche e sociali. Nel rispetto dei vincoli costituzionali, l’iniziativa mira ad abrogare il deleterio surplus di austerity rispetto ai trattati, che
in un eccesso di zelo rigorista ci siamo inflitti
in Italia; e a lanciare alle istituzioni europee un
segnale che le induca a prendere atto degli insuccessi delle politiche restrittive di questi anni. Il referendum «stop austerità» darebbe
man forte a quelle forze politiche e a quei governi che intendessero realmente impegnarsi
per cambiare l’agenda di politica economica
dell’Unione, per un’Europa all’insegna della
crescita e della occupazione.
Professore ordinario di Economia
Università del Sannio
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Corriere della Sera Giovedì 17 Luglio 2014
37
italia: 51575551575557
Lettere al Corriere
Le lettere, firmate con nome, cognome e città, vanno inviate a:
«Lettere al Corriere» Corriere della Sera
via Solferino, 28 20121 Milano - Fax al numero: 02-62.82.75.79
LA SVIZZERA FRA DUE GUERRE
NEUTRALE MA BENE ARMATA
Risponde
Sergio Romano
Caro Merlino,
urante la Grande
guerra l’opinione
pubblica dei cantoni
di lingua tedesca aveva sentimenti di affinità e simpatia
per gli Imperi centrali, mentre quelli di lingua francese e
italiana provavano gli stessi
sentimenti per la causa degli
Alleati. Se la Confederazione
non fosse stata neutrale e
avesse sostenuto apertamente gli uni o gli altri, la scelta
avrebbe avuto per effetto,
probabilmente, una pericolosa rottura dell’unità nazionale. La neutralità, quindi,
ha garantito la stabilità del
Paese: un risultato che fu
considerato positivo anche
dagli Stati vicini, tutti egualmente interessati a evitare
che una importante regione
dell’Europa centrale divenisse un’area di turbolenza politica e sociale.
La situazione cambiò in
parte durante la Seconda
guerra mondiale. Deciso a
trasformare l’intera Europa
in una sorta di Commonwe-
QUORUM PER L’ELEZIONE
COSTO DEI POLITICI / 1
SECONDO HELMUT SCHMIDT
Capo dello Stato
Appello a Renzi
Quella massima
Caro Romano,in caso di
approvazione del ddl sulla
riforma del bicameralismo,
cambierà il quorum per
l’elezione del capo dello
Stato. L’art. 83 della
Costituzione verrà modificato
e prevederà 4 scrutini a
maggioranza di 2/3, 4 con
quorum dei 3/5 e dal nono la
maggioranza assoluta. Qual
è la necessità della modifica?
Quando Matteo Renzi
affronterà lo spinoso
argomento dei costi dei
politici che fanno lievitare
enormemente il debito? Non
v’è dubbio che il premier si
farà centinaia di migliaia di
nemici, ma avrà il pieno
consenso di 59.850.000
cittadini italiani, gli stessi
che Renzi continua a dire di
proteggere e di aiutare.
Com’è riuscita a rimanere
neutrale nel corso degli
ultimi conflitti e soprattutto
durante la Seconda guerra
mondiale, quando tutta
l’Europa era in fiamme? Può
avere contribuito la
circostanza che in quella
nazione era possibile
depositare e mettere al sicuro
i propri tesori? Come è
possibile che anche ai nostri
giorni ci giungano notizie di
ingenti depositi effettuati dai
rappresentanti politici delle
più eterogenee ideologie?
Giuseppe Merlino
avv.giuseppemerlino@
hotmail.it
D
Virginia Menegon
Vicenza
Salvo incidenti di percorso
stiamo andando verso un sistema in cui il Senato avrebbe
soltanto cento membri e la
legge elettorale garantirebbe
un premio di maggioranza al
partito o alla coalizione che
avrà ottenuto una percentuale di voti su cui ancora si discute. In questa nuova situazione il presidente della Repubblica potrebbe essere
espressione della semplice
maggioranza anziché di un
più largo consenso. La necessità di quorum diversi prolungati nel tempo si propone,
per quanto possibile, di evitare questa prospettiva.
Domenico Capussela
Basiglio (Mi)
COSTO DEI POLITICI / 2
Compensi esagerati
Si torna a parlare di un
prelievo forzoso dalle tasche
degli italiani. Non ci sarebbe
da stupirsi: lo hanno già fatto
La tua opinione su
sonar.corriere.it
Raffaele Sollecito,
condannato per l’omicidio
di Meredith Kercher, si è
laureato con una tesi su
se stesso. Inopportuno?
alth tedesco, Hitler prese certamente in considerazione
per qualche tempo la possibilità di un’invasione. Ma ne
fu dissuaso da due fattori. In
primo luogo, l’evoluzione
del conflitto, soprattutto dopo le sconfitte di El Alamein
e Stalingrado, gli impediva di
allontanare truppe dai fronti
in cui erano maggiormente
impegnate. In secondo luogo, gli svizzeri, se invasi,
avrebbero rapidamente abbandonato i cantoni indifendibili, ma avrebbero resistito
tenacemente nel Ridotto Nazionale, una grande zona
montuosa e fortificata con le
piazzeforti di Sargans, St.
22 anni fa. Suona però come
una presa in giro sapendo che
un paio di milioni di
concittadini (tra politici,
amministratori pubblici,
pensionati d’oro, dirigenti
vari delle 20 Regioni, delle
124 Province e degli 8.100
Comuni italiani) continuano
a percepire mensili al di fuori
di ogni logica. Tagliando con
la scure (non si farebbe altro
che allinearsi alla media degli
altri Paesi europei) credo che
salterebbero fuori tutte le
risorse necessarie per evitare
assurde manovre da Banda
Bassotti!
Franco Milletti
Carpi (Mo)
Maurice e Gottardo. Ancora
una volta la neutralità armata si dimostrò, per la Svizzera, una carta vincente.
Mentre la Confederazione
difendeva la propria neutralità con misure convincenti,
le maggiori potenze constatarono che l’esistenza di uno
Stato estraneo al conflitto
poteva presentare parecchi
vantaggi. Era possibile utilizzare Berna per avviare qualche utile contatto con il nemico e comprenderne meglio le intenzioni. Era possibile usare Ginevra e la casa
madre della Croce Rossa internazionale per garantire il
migliore trattamento possibile dei prigionieri di guerra
e, eventualmente, il loro
scambio. Era possibile servirsi di Zurigo e delle sue
banche per operazioni commerciali e finanziarie che sa-
rebbero state altrimenti impossibili. La Svizzera fu costretta a qualche necessario
compromesso e chiuse un
occhio in parecchie circostanze. Ma praticò una politica che era, in ultima analisi,
utile a se stessa e agli altri.
Quanto ai depositi bancari
di alcuni discutibili uomini
politici, è certamente vero
che la Svizzera ha offerto asilo per parecchi anni a capitali
di dubbia origine. Ma il clima
è cambiato. Le proteste e l’indignazione della società
svizzera hanno costretto il
governo e le banche ad adottare una linea di maggiore
prudenza. E il segreto bancario è diventato, sotto la pressione degli altri governi e
delle nuove tecnologie, sempre più difficilmente applicabile.
dall’Egitto. In pochi giorni di
crisi c’è stato un morto in
Israele e 200 a Gaza.
Non si capisce, viste le forze
in campo, a che cosa aspiri
Hamas: forse al martirio di
tutto il popolo palestinese?
La disoccupazione in
Europa, e in Italia in modo
particolare, ha raggiunto
livelli allarmanti. Al riguardo
mi è tornata in mente una
frase del grande cancelliere
Helmut Schmidt: «Meglio 5
per cento di inflazione che 5
per cento di disoccupazione».
Ora ci troviamo con una
inflazione che si avvicina allo
zero e una disoccupazione
che ha superato di molto il 10
per cento!
Virgilio Avato
[email protected]
CRISI IN MEDIO ORIENTE
Il no di Hamas
Hamas ha detto di no alla
tregua con Israele proposta
SUL WEB Risposte alle 19 di ieri
La domanda
di oggi
Sì
La trattativa fra Etihad e
Alitalia va chiusa entro
luglio, ma la Cgil non
sembra intenzionata a
firmare. Siete d’accordo?
78
No
22
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Pasquale Mirante
Sessa Aurunca (Ce)
PANORAMI IN TV
Tour de France
Una critica costruttiva
(spero...). In occasione del
Tour de France le riprese della
loro televisione ci mostrano
ogni giorno immagini
mozzafiato e panorami
bellissimi. Il Giro d’Italia,
purtroppo, non è stato gestito
dalla tv italiana allo stesso
modo: pochissime le riprese
dei luoghi attraversati dai
corridori e trasmesse
troppo velocemente. Infatti
quelle immagini erano
soltanto minuscole pause per
le chiacchiere dei nostri
logorroici telecronisti, a
scapito della opportunità
di descrivere, con capacità e
conoscenza la nostra bella
Italia!
Silvano Soldaini
[email protected]
@
E-mail: [email protected]
oppure: www.corriere.it
oppure: [email protected]
Italians
di Beppe Severgnini
Allegri dopo Conte
Ragione e sentimento
C
onte, un tempo, era un ambìto titolo nobiliare. Oggi
l’àmbito è cambiato: è diventato un titolo di giornale.
Anzi, di moltissimi giornali, telegiornali, siti, blog,
post, tweet. L’allenatore vincente della Juventus se ne
va, rimpiazzato dall’allenatore allontanato dal Milan,
società che a sua volta ha già sostituito il sostituto (Seedorf)
con Inzaghi, che ha giocato quattro anni nella Juventus. Tutto
regolare: se il calcio fosse logico, non ci divertirebbe. Il calcio,
invece, è un gioco per eterni bambini che, come tutti i bambini, si prendono tremendamente sul serio.
Addio, Conte! Avrebbe potuto esclamarlo Dante Alighieri
dopo aver lasciato Ugolino della Gherardesca alle sue abitudini
alimentari. Invece lo dice Beppe Marotta, amministratore delegato e direttore generale della Juventus Football Club S.p.A.
I tifosi bianconeri sono in fibrillazione, il resto del mondo calcistico italiano discute appassionatamente il caso del secolo
per la settimana in corso.
Domanda: questa storia può insegnarci qualcosa? Secondo
me, sì. Il calcio è giocato, allenato e gestito da persone che non
ragionano come noi tifosi. Chiamarli mercenari è offensivo;
diciamo che sono professionisti pronti a cedere i propri servizi
al miglior offerente. Nell’offerta di una squadra, ovviamente,
stanno molte cose: denaro, prospettive, opportunità, stimoli.
Da un professionista del calcio
possiamo pretendere serietà.
Non dobbiamo, invece, chiedere
fedeltà. Perché non può darne.
Un tifoso, di solito, non cambia
Professionisti
squadra; un allenatore e un caldel calcio
ciatore, molte volte.
Il guaio, qual è? Nel nostro
possono dare
imperioso infantilismo, chiediaserietà
mo che il portiere, il centravanti
e l’allenatore dichiarino imperinon fedeltà
turo amore per i nostri colori. E
gli sventurati rispondono. Fin
dalla conferenza stampa di presentazione, attaccano a dire
che, in fondo, quella squadra l’hanno sempre voluta. Alcuni,
sciagurati, baciano la nuova maglia. Altri camminano sul filo
tra omissioni e mezze verità. Equilibrismo difficile, considerate le tracce lasciate su Internet. Ma come, lei non aveva dichiarato che la Juve (il Milan, l’Inter, la Roma) era sleale? E adesso
allena la Juve (il Milan, l’Inter, la Roma)? Come la mettiamo?
Incoerenza, dite? Ma no. I professionisti del calcio sono come quegli adulteri seriali che, messi alle strette («Lei è fedele a
sua moglie?»), rispondono: «Spesso». Tecnicamente, non è
una bugia. Ovviamente, è una colossale ipocrisia. Ma così va il
mondo (del calcio). Costringiamo bravi, insensibili professionisti a recitare la parte degli eroici cavalieri, pronti a sacrificarsi per una squadra e i suoi colori. Scarichiamo su un povero
tecnico, onesto vagabondo del pallone, le nostre ossessioni e
le nostre aspettative. Smettiamola, per il nostro bene. Il romanticismo di un allenatore è a tempo, lacrime e promesse
comprese. Diciamolo, quindi: Allegri alla Juve sta benissimo.
Basta che poi non venga all’Inter, perché a tutto c’è un limite.
@beppesevergnini
❜❜
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Interventi & Repliche
La Polonia agisce nell’interesse europeo
Non sono abituato a polemizzare con gli
articoli che appaiono sui media. Ma questa
volta faccio eccezione per la grande stima e
l’amicizia che mi lega all’autore dell’editoriale
del 15 luglio: Franco Venturini. Mi sembra che
l’autore sopravvaluti di gran lunga il nostro
ruolo in negoziato con l’Ucraina. Vorrei solo
ricordare che il Partenariato Orientale (Po),
anche se originariamente nacque come l’idea
polacco-svedese, fu adottato dal Consiglio
europeo nel 2009 su base di un progetto
della Commissione Europea (Ce). In seguito
essa propose di cominciare a negoziare
l’accordo di libero scambio con l’Ucraina, fra
l’altro con il consenso di tutti i Paesi Ue. La
Polonia non conduceva alcun negoziato con
Kiev a nome dell’Unione. I negoziati, come è
ben noto, erano condotti dalle istituzioni
europee. Però vorrei approfondire la
questione visto che questa opinione di
Venturini viene ribadita da molti esponenti
del mondo politico italiano. Ho l’impressione
che venga ripetuta come un mantra da tutti
senza andare a fondo della questione.
Quando chiedo quali errori sono stati
commessi nel giro dei negoziati dell’Accordo
di Associazione con l’Ucraina (e anche con la
Moldova e la Giorgia) nessuno sa
rispondermi eccetto qualche luogo comune
che il Po era antirusso. Vorrei ribadire che: 1)
tutta l’Unione sosteneva il programma di Po
dall’inizio e nessuno vedeva in questa politica
qualcosa di antirusso (è difficile cogliere
qualcosa che non esiste). 2) Po era una
politica aperta alla Russia, ma la Russia non
se ne mostrò mai interessata. 3) Davvero
Venturini pensa che sia un errore propagare i
valori europei quali rispetto delle leggi,
democrazia, libertà dei media e infine il
pacchetto economico che allarga le
possibilità di condurre business a tutto il
largo mercato ucraino per le imprese
europee (in base al nostro sistema legale)
rendendo allo stesso tempo possibile per le
imprese ucraine di operare sul mercato
europeo? Infine, dovremmo essere felici che
il progetto europeo suscita ancora cosi
grande entusiasmo nei nostri vicini. È un
visibile segno che l’Europa viene vista come
un sogno e una chance per il futuro migliore.
Non era forse quello che sognavano i nostri
Padri fondatori? Veramente siamo arrivati
nella nostra timidezza europea a considerare
tutto questo un errore? E quali errori segreti
sono stati commessi, se l’Ue (anche l’Italia)
firma l’Accordo di associazione solo qualche
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mese dopo il fiasco del summit a Vilnius?
L’altra questione a cui vorrei riferirmi è una
presunta obiezione della Polonia e dei Paesi
baltici verso la candidatura della ministra
Mogherini. Posso parlare solo a nome della
Polonia. La Polonia da tanti mesi sottolinea
che una delle cariche importanti dell’Ue
dovrebbe essere assegnata a uno dei Paesi
dell’Europa centro-orientale. Dopo 10 anni di
allargamento è arrivato il tempo di
riconoscere il ruolo positivo nell’Ue di questi
Paesi invece di trattarli in continuazione
come «quelli nuovi», che non hanno acquisito
i pieni diritti. Queste cariche alte sono adesso
il presidente della Ce, il presidente del
Consiglio, l’Alto rappresentante (Ar) e il
presidente del Parlamento europeo. A questi
nomi si potrebbero aggiungere anche altri,
tra cui il presidente della Bce, che
attualmente viene presieduta da un Italiano,
rispettato in tutta Europa, Mario Draghi. Ora
sono rimaste da dividere solamente due
cariche: di Ar e presidente del Consiglio. I capi
di stato e di governo durante il Consiglio
dovranno prendere in considerazione tanti
fattori: i partiti politici da cui provengono i
candidati, la giusta rappresentanza delle
donne, la regione e cosi via. La carica dell’Ar è
un elemento di questo puzzle. L’amicizia fra
la Polonia e l’Italia si basa sui legami
talmente forti che la nostra fiducia reciproca
dovrebbe fare scudo a qualsiasi tentativo
proveniente dalle fonti esterne di dividerci su
temi in cui l’Europa dovrebbe essere
veramente unita. Non ce lo possiamo
permettere!
Wojciech Ponikiewski
Ambasciatore di Polonia
EDIZIONI TELETRASMESSE: RCS Produzioni Milano S.p.A. 20060 Pessano con Bornago
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na + Cor. Como € 1,20 + € 0,50 + € 0,20. In Campania, Puglia, Matera e prov., non acquistabili separati: lun. Corsera + CorrierEconomia del CorMez. € 0,93 + € 0,47; m/m/g/d
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prov. non acquistabili separati: l/m/m/g/d Corsera + CorFi € 0,62 + € 0,78; ven. Corsera +
Sette + CorFi € 0,62 + € 0,50 + € 0,78; sab. Corsera + Io Donna + CorFi € 0,62 + € 0,50 + €
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1,20 + € 0,20; ven. Corsera + Sette + Cor. Como € 1,20 + € 0,50 + € 0,20; sab. Corsera + IoDon-
La tiratura di mercoledì 16 luglio è stata di 421.144 copie
ISSN 1120-4982 - Certificato ADS n. 7682 del 18-12-2013
Hong Kong HK$ 45; Thailandia THB 190; UK Lg. 1,80; Ungheria Huf. 650; U.S.A. USD 5,00. ABBONAMENTI: Per informazioni sugli abbonamenti nazionali e
per l’estero tel. 0039-02-63.79.85.20 fax 02-62.82.81.41 (per gli Stati Uniti tel. 001-718-3610815 fax 001-718-3610815). ARRETRATI: Tel. 02-99.04.99.70. SERVIZIO
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38
Giovedì 17 Luglio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Spettacoli
Dati Siae 2013
Cinema e concerti, incassi in crescita
Dopo due anni grigi, lo spettacolo italiano rialza la testa. Lo dice l’Annuario
dello spettacolo 2013 della Siae. I consumi di cinema, teatro, musica, sport e
ballo sono in positivo: gli italiani hanno speso l’1,17% in più del 2012. Al
vertice delle varie classifiche si trovano Checco Zalone, leader al cinema,
Bruce Springsteen per i concerti mentre Aldo, Giovanni e Giacomo a teatro.
L’anticipazione
Il regista americano
porterà a Venezia la
pellicola sull’autore,
interpretata da Willem
Dafoe. Nel cast
Ninetto Davoli nel
ruolo di Eduardo
L
e ultime ore di Pasolini, il sangue di un poeta, i nudi fatti intrecciati a una narrazione visionaria. «Io non sono un detective o un documentarista, il
mio è un approccio da artista» dice Abel
Ferrara. Il suo film, che dovrebbe andare in concorso alla Mostra di Venezia e
uscirà il 18 settembre (una coproduzione Capricci, Urania, Tarantula, distribuito da Europictures) non ha punte di
sentenziosità nel titolo: Pasolini. Ma il
sottotitolo dice: Scandalizzare è un diritto. Essere scandalizzati è un piacere.
È una frase dalla sua ultima intervista,
due giorni prima di morire; poi aggiunse: «Colui che rifiuta di essere scandalizzato è un moralista». Un altro film sul
poeta assassinato, che qui «è» Willem
Dafoe, il cui volto ha una ruga verticale
che lo attraversa e sembra scolpirlo, come aveva Pasolini.
Un’altra occasione perché il suo sangue lavi le coscienze di cattolici e comunisti, con cui dialogava, litigava, discuteva? Maurizio Braucci (co-autore di Gomorra), ha scritto la sceneggiatura districandosi nella giungla di altri film e
documentari, di ipotesi sull’omicidio
del 2 novembre 1975 all’idroscalo di
Ostia, di ricostruzioni e aule giudiziarie:
«Ci limitiamo alla base di questo immenso materiale, molto del quale discutibile. Noi sappiamo di non sapere.
Ci siamo attenuti al primo processo, che
ci sembra il più plausibile,
quello in cui il perito Faustino Durante accerta che,
dalle prime percosse e dal
numero dei bastoni, c’erano più persone».
Abel Ferrara ha voluto
incontrare Pino Pelosi, che
fu riconosciuto con sentenza definitiva colpevole
dell’omicidio di Pasolini:
«È stato un ragazzo di strada, a New York ne ho conosciuti centinaia come lui. Ero interessato ai dettagli, come fumava... Mi sono
chiesto cosa Pasolini vedesse in lui». E
lei, cosa ha visto in Pier Paolo Pasolini?
«A vent’anni restai folgorato da un suo
film, il Decameron; l’ho rivisto due mesi
fa e non ha perso niente della sua ener-
Realtà e finzione
Sopra, Pier Paolo Pasolini (1922 –
1975) in uno scatto del 1960 (foto Io
Donna/archivio di Federico Garolla)
mentre tira il pallone assieme ai
ragazzi di Centocelle, a Roma. A lato,
Willem Dafoe (58 anni) in una scena
di «Pasolini» diretto da Abel Ferrara
«Svelo le ultime ore di Pasolini
Misteri e visioni prima del delitto»
Abel Ferrara: ho incontrato l’assassino per il mio film onirico
La curiosità
Riccardo Scamarcio
(a sinistra) nei panni
di Ninetto Davoli
e Ninetto Davoli
in quelli di Eduardo
De Filippo
gia. Era la prima volta che sentivo nominare il suo nome, venni a conoscenza
dei guai che ebbe, il sequestro, il dissequestro. E la censura è uno dei temi che
tocchiamo nella nostra storia, accanto a
cosa significasse essere omosessuali
nell’Italia moralista dell’epoca».
Il film ricostruisce quello che il poeta
fece a Roma immediatamente prima
della morte. Era di ritorno da un viaggio
di tre giorni a Stoccolma (dove aveva
presentato la sua raccolta di poesie Le
ceneri di Gramsci) e Parigi (dove aveva
ultimato il doppiaggio di Salò o le 120
giornate di Sodoma). Il primo novembre si sveglia a Roma nella sua casa in
via Eufrate. «Lo vediamo nelle sue abitudini intime, quotidiane, come la lettura del Corriere della Sera, su cui scriveva. Poi la cena con Ninetto Davoli da
Pommidoro a San Lorenzo e l’intervista
a Furio Colombo». Era pronto per spendere alcuni giorni nella torre di Chia, il
borgo nel viterbese che aveva conosciuto durante i sopralluoghi di Il Vangelo
secondo Matteo. Dopo il tramonto, si
preparava per incontrare i compagni
della notte».
Nel cast, i cugini Nico Naldini e Grazia Chiarcossi (la vedova di Vincenzo Cerami, che fu allievo di Pasolini) sono interpretati da Valerio Mastandrea e Giada
Colagrande; Ninetto Davoli fa Eduardo
De Filippo mentre Riccardo Scamarcio
impersona Ninetto Davoli; Susanna, la
madre del poeta, è Adriana Asti, e Laura
Betti è Maria De Medeiros. Pino Pelosi è
il cameo di Damiano Tamilia.
Gli abiti sul set
Grazie ai parenti del poeta
sono stati usati abiti e mobili
della sua stanza
Regista
Abel Ferrara, 62
anni, nato a New
York. Dice il regista: «Non sono
un detective, il
mio approccio su
Pasolini è da artista»
Ferrara non ha usato filmati di repertorio, è tutto ricostruito, anche la scena
dell’automobile che quella notte sormonta il corpo di Pasolini in fin di vita.
Non ha potuto girare nella casa di Pasolini all’Eur, i nuovi proprietari non hanno voluto. Ma grazie ai parenti del poeta, ha avuto il privilegio di averne gli
abiti (Dafoe porta la stessa taglia), e il
mobilio della sua stanza.
Ma Abel Ferrara ha portato il suo stile
personale, dunque su un doppio registro si entra e si esce continuamente
dalla realtà, sospesi in una dimensione
onirica. Qui, racconta Braucci, esplode
l’altra metà del film, quella visionaria:
ed ecco pezzi di opere incompiute, il romanzo postumo Petrolio e il film PornoTeo-Kolossal, la fiaba desacralizzante
che non ebbe tempo di girare. Braucci:
«L’aveva scritta per Totò, che però morì;
ma sarebbe subentrato Eduardo come
Re Mago che parte per cercare il Messia,
va a Sodoma e Gomorra, arriva nella città della tolleranza di omosessuali e lesbiche che, alla festa della fertilità, si accoppiano per procreare...». C’è l’anima
dissacrante di PPP, le sue due ossessioni di segno opposto (per la gioventù e
contro la borghesia), la spiritualità, le
contraddizioni tra cristianesimo e comunismo, il centauro con la testa nei
valori metafisici e i piedi nella critica sociale, le periferie, i poveri...
«Pasolini — dice Ferrara — era una
figura unica, artista e intellettuale, scrittore, regista, polemista. Noi abbiamo
voluto scoprire perché lo amiamo così
tanto, dopo tutti questi anni. È stato anche un mio viaggio, alla ricerca delle
mie origini italiane. Da quasi un anno
ho deciso di vivere a Roma. Mi piace la
città e la gente, mi piacciono gli intellettuali scomodi».
Valerio Cappelli
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Una vita in immagini Il reportage fotografico di Graziano Panfili, uno dei finalisti del premio Ponchielli. «Un viaggio appassionante attraverso le istantanee»
Luoghi e oggetti:
tutto il mondo
di Pier Paolo
in una Polaroid
L
a Loggia di San Giovanni a Casarsa della Delizia in Friuli
dove affiggeva manifesti politici che scriveva di suo pugno, il Caffè Rosati luogo di incontro degli intellettuali,
l’Olivetti Lettera 22 che usava per scrivere... Pasolini tradotto in istantanee. I suoi luoghi, i suoi oggetti, i perimetri fisici in cui si muoveva — quelli mentali sono rimasti per
iscritto — fissati in Polaroid che traducono in immagini lo
spazio in cui si è mosso uno degli intellettuali più impor-
tanti del Novecento. È il lavoro fotografico di Graziano Panfili (è nato a Frosinone nel 1971) che con questo reportage è
stato tra i finalisti del Premio Amilcare G. Ponchielli, dedicato al ricordo di uno dei primi photo editor del giornalismo italiano (ha lavorato anche a Sette). Spiega Panfili:
«Nel mio viaggio fotografico, ho ripercorso le tappe più significative della vita di Pasolini: l’infanzia trascorsa a Casarsa della Delizia; Bologna dov’era nato nel ’22 e dove, tornato
in età adulta, ha alimentato la sua passione per la letteratura, il cinema, lo sport. Infine Roma, set naturale dei suoi
film più belli, dei suoi incontri con gli intellettuali del tempo, delle sue scorribande nelle periferie. Fino all’idroscalo
di Ostia, meta del suo ultimo viaggio». Autore anche delle
didascalie che accompagnano gli scatti, Panfili per il suo lavoro ha scelto pellicole a sviluppo istantaneo. Detto in una
marca, Polaroid (le scorte della madre alla fine sono servi-
te). Una scelta dettata da diverse ragioni: «Dall’esigenza di
individuare un riferimento fisico e iconografico con gli ultimi anni di vita del poeta; per ricreare un ideale legame di
unicità e irripetibilità della figura; fino alla caratteristica di
questi materiali di immergere gli scenari in un’atmosfera
intima, imprecisa, ovattata e lontana come i ricordi».
Renato Franco
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Corriere della Sera Giovedì 17 Luglio 2014
Spettacoli 39
italia: 51575551575557
Emergenti Il debutto dell’attrice, figlia di Laura Morante
«Basic Instinct»
L’ambiguità di Eugenia:
con Shakespeare
scopro un doppio eros
Sharon Stone:
tradita dal regista
nella scena cult
«Teatro e cinema, passione di famiglia»
«M
i sarebbe piaciuto
essere un uomo…». Solo una
donna molto femminile può
permettersi una simile frase.
Eugenia Costantini lo è. «Davvero — assicura la giovane attrice, figlia d’arte di Laura Morante
e del regista Daniele Costantini
— se fossi nata maschio, credo
che tutto sarebbe stato più facile. Intraprendenza, originalità,
persino insolenza… Se declinate al maschile sono qualità,
mentre al femminile assumono
subito toni più discutibili. La donna alla fine
è tenuta a comportamenti più convenzionali, e non tanto per
imposizioni sociali
quanto interiori. Siamo noi stesse, spinte
da antichi condizionamenti culturali, a limitarci».
Troppo tardi per
chiamarsi Eugenio… «Ma non
per diventare Cesario. Il teatro
permette miracoli che neanche
la genetica...» ride pregustando
il raddoppio di sesso che Shakespeare le regalerà. Ne La dodicesima notte, da ieri sera in prima
nazionale al Teatro Romano di
Verona, produzione Marche Teatro, regia di Carlo Cecchi, mu-
siche di Nicola Piovani, Costantini cambierà pelle, abiti e identità.
«Sarò Viola e anche Cesario.
Una fanciulla che, per far fronte
a eventi difficili, si traveste da
giovane uomo e come tale finisce al servizio di un Duca che di
“lui” fa il messaggero d’amore
per una bella ritrosa, pronta però a innamorarsi proprio di
quel bel paggio… Che deve di
Insieme
Nata a Roma il 2 agosto 1984,
Eugenia è figlia di Laura
Morante (con lei nella foto) e
del regista Daniele Costantini.
Al cinema è stata diretta da
Genovese e Tognazzi. Fino al
19 luglio è in scena a Verona
in «La dodicesima notte» con
la regia di Carlo Cecchi
sfuggire alle sue lusinghe e intanto far intendere al Duca il
suo amore….». Un bel groviglio
di ambiguità erotiche, un maschile e un femminile sempre
più fusi e confusi. «Viola ha un
gemello, Sebastian, che crede
morto. Quando ricompare, la
somiglianza innesca nuovi
equivoci e colpi di scena... Cambiar sesso è attraente ma vestirsi e atteggiarsi non basta. Bisogna entrare nella pelle e nella
testa di un uomo. Questa la vera
sfida. Finalmente ribelle e
sfrontata come avrei voluto,
senza sentimi dire, come a
scuola, sei un “maschiaccio”».
Per ritrovare un’identità mai
provata bisogna ben rifarsi a
qualche modello. «All’inizio
avevo in mente alcuni stereotipi: Bogart, Sordi… Poi Cecchi,
sapendo dei molti anni vissuti
in Francia con mia madre, mi
ha detto di pensare a un monello parigino, un “gamin”, e provare a improvvisare in quella
lingua. Mi è venuto in mente un
ragazzino arabo della mia scuola. Il bulletto della classe. Mi sono ispirata a lui».
La dodicesima notte resta
una delle pièce più complesse
di Shakespeare. Piena di misteri
e incongruenze. Per una giovane attrice come lei addentrarsi
in quella babele di maschere e
di emozioni non sarà facile.
«Per fortuna a guidarmi c’è un
regista geniale come Cecchi
(anche interprete del personaggio più folle della commedia, il
maggiordomo Malvolio, ndr).
Ho già recitato più volte a teatro
ma questo è senz’altro l’impegno più grande mai affrontato».
Uomo e donna
Eugenia Costantini (29 anni) interpreta Cesario
(sopra) e Viola
(in alto a destra)
nella commedia
di Shakespeare
«La dodicesima
notte»
Con il cinema invece gli incontri sono stati già molti. Costantini ha lavorato con registi
come Maselli, Genovese, Ricky
Tognazzi. «E da poco ho terminato di girare il “Boccaccio” dei
Taviani. Sono una delle novellatrici del Decameron. Il cinema
fa parte della mia vita. Ma il teatro mi piace anche di più».
Aver avuto una madre bella e
famosa come Laura Morante ha
contato e pesato non poco. «Lei
mi ha trasmesso l’amore per
questo mestiere, mi ha spinto a
guardare film sconosciuti a
quelli della mia età. Sono cresciuta con Billy Wilder, Fellini,
Chaplin. Con i musical anni 50.
Ho letto i classici. Adoro Tolstoj
e Don Chisciotte. Roba vecchiotta… Ma io sono antica. E
ne sono fiera». La lezione più
importante di sua madre? «Ricordarmi che la vita è altrove:
nella famiglia, negli affetti, nelle passioni. Il resto, il cinema, il
teatro, sono solo lavoro. Da
prendere con serietà ma senza
farsi mai troppo coinvolgere.
Perché, se lo vivi in modo totalizzante, se ne diventi dipendente, questo è un lavoro che
può farti male. Molto male».
Perle di saggezza. «Però… Se
poi capita di restare a lungo a
casa, di non sentire più squillare il telefono per te… Come si fa
a mantenere il distacco?».
Giuseppina Manin
© RIPRODUZIONE RISERVATA
La scena cult di Basic Instinct in cui
Sharon Stone accavalla le gambe senza
mutandine? «Fu un tradimento del
regista — rivela ventidue anni dopo la
56enne diva americana al settimanale
francese Télécâble Sat —. Poco prima
di girare, Paul (Verhoeven, ndr) mi
chiese di sfilare gli slip bianchi perché
si vedevano nella cinepresa. Mi
assicurò che non si sarebbe notato
nulla». Quella scena, insomma, non
doveva essere così spinta. «Quando
poi ho visto il film, a pochi giorni
dalla presentazione al festival di
Cannes, nel 1992, mi sono sentita
Gambe
accavallate
Sharon Stone
(56 anni) nella
scena clou di
«Basic Instinct» (1992): la
diva si dice
«tradita» ma
non rinnega il
film
tradita. Così mi sono alzata e l’ho
schiaffeggiato». Un «inganno» che
ricorda quello subito da Maria
Schneider sul set di Ultimo tango a
Parigi, nella famosa scena con Marlon
Brando che Bertolucci le fece girare a
sorpresa. L’attrice francese, scomparsa
nel 2011 a 59 anni, ha sempre detto
che, se avesse potuto tornare indietro,
non l’avrebbe mai girata, che si era
sentita manipolata e umiliata. Nessun
rimpianto, invece, per Sharon:
«Rifarei tutto. Basic Instinct ha
cambiato la mia carriera. Prima di
arrivare sulla Croisette ero una
semplice attrice americana. Quando
sono ripartita ero una star mondiale».
40
Giovedì 17 Luglio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Sport
Pallavolo: l’Italia doma gli Usa
Pallanuoto, Setterosa a segno
Final Six della World League a Firenze: l’Italia debutta con un 3-0 agli Usa
(25-22, 25-21, 26-24). Clamoroso il finale: andati sotto nettamente, gli azzurri hanno rimontato e Zaytsev (21 punti) ha risolto con 4 ace di fila. Oggi
l’Italia riposa: tornerà in campo domani contro l’Australia senza Kovar (colpo a un ginocchio). Sempre ieri: Russia-Iran 3-2 (rip. Brasile e Australia).
Agli Europei di pallanuoto di Budapest, ottimo esordio del Setterosa: la
nazionale di Fabio Conti ha travolto 14-4 la Francia. È un avvio confortante per le campionesse in carica, in attesa degli scontri diretti con le
russe iridate (domani) e la Spagna vicecampione olimpica. Oggi riprende
il torneo maschile: l’Italia gioca alle 11.20 (Raisport1) contro la Georgia.
Atmosfere & Sensazioni
Svolta Contestato per il suo passato, il nuovo allenatore ha le idee chiare
CONTE HA RIDATO
IL DESIDERIO
DI PRIMEGGIARE
Allegri
in trincea
SEGUE DALLA PRIMA
N
ella sua natura sanguigna, nella sua rusticità esplicita e rivendicata, Conte ha
incarnato una voglia incontenibile, una smania potentissima di rinascita dopo vicissitudini e traversie che hanno piagato l’anima di
milioni di juventini. Il suo addio alla Juve è
molto più di un normale avvicendamento di
panchine. E non è nemmeno soltanto la fine di
un ciclo glorioso, tre scudetti consecutivi, uno
straordinario record di punti. È lo spegnersi di
una stagione che è stata contrassegnata da
una fame feroce di nuova vita. Ecco perché il
congedo di Conte viene sentito dal popolo juventino con tanto dolore, con un dolore che
non si deve esitare a definire «luttuoso», anche se l’accostamento può suonare come un
affronto improprio. Ma si parla di emozioni,
non di due calci al pallone. Chi non è juventino
e odia la Juve stenta a capire che tipo strano di
identificazione si instauri tra la squadra bianconera e chi ha deciso di sposarne i colori. Forse solo gli interisti possono capire, e cioé solo
chi sente di appartenere a una squadra che
non è solo un semplice campanile trasferito su
un campo di calcio. Forse è per questo che tra
interisti e juventini ci si detesta così tanto:
perché ambedue, Juve e Inter (e solo parzialmente il Milan), non sono ancorati a una territorialità, a una città, a una comunità comunale o regionale, a uno spirito campanilistico per
cui si é della Roma perché di Roma,del Napoli
perché napoletani, della Sampdoria o del Genoa perché genovesi. No, sono il frutto di un
incontro. Non si può definire una scelta, perché non c’è nulla di irrazionale. Ma ci si trova
gettati in una comunità, in un’epopea, in una
mitologia, in un colore che non hanno nulla da
spartire con l’appartenenza geografica e territoriale. Per cui gli anni dell’inferno sono stati
vissuti dagli juventini come una prova
Strano ma vero iniziatica di sofferenza, un precipitare
Solo gli interisti
nell’abisso, una capossono capire
duta rovinosa in una
questo senso
sfera da cui la storia
della Juve, la storia
di identificazione
delle sue competizioni, della sua voglia di
vincere, del suo essere obbligati a stare sempre
in cima, mai sazi, mai appagati, era sempre
stata lontana. E ci si sentiva sopraffatti da
un’ingiustizia, feriti, distrutti, ma mai umiliati. E si andava a Crotone mentre gli altri si
spartivano gli scudetti. E ci si aggrappava alle
bandiere di Buffon, di Del Piero, di Trezeguet,
di Pavel Nedved e degli «eroi» che erano restati a soffrire con noi, attaccati a una storia, a
un simbolo, a una bandiera, a una leggenda.
Ma questo inferno non finì con la scalata in
serie A. Anzi quell’inferno diventò ancora più
bollente, quando la squadra prese a balbettare
una storia non sua. Una storia mediocre. Una
storia da centro classifica. Brocchi comprati
dall’estero a cifre mostruose. La paura di affrontare le squadre ancora meno blasonate ma
che incutevano un assurdo timore reverenziale. Allenatori di stoffa scadente. Giocatori condannati alla panchina messi lì a recitare in
bianconero una parte che non era la loro. È
questa storia che Conte, con l’ausilio di una
società finalmente rimessa in piedi dai suoi
vertici in giù, con il «nostro» stadio ha spezzato e sepolto restituendo l’orgoglio, la voglia di
combattere, il desiderio di primeggiare, la
determinazione, il non arrendersi mai, la classe di Pirlo, Tevez che corre come un dannato
fino al novantesimo, l’orrore della sconfitta. Il
riscatto. La rinascita. Gli scudetti. Persino le
frustrazioni in Europa. E ora? E ora si resta
svuotati, costretti a immaginare un futuro
incolore, in cui quella fame feroce di punti e di
gloria può diventare un ricordo del passato.
Un ripiombare nella mediocrità che ci spaventa. Una nostalgia crudele per Conte, e sono
passate a stento ventiquattro ore. Sul campo.
Pierluigi Battista
© RIPRODUZIONE RISERVATA
«Comprendo lo scetticismo
Risponderò con risultati e serietà»
La Juve infastidita da Conte
scenario mutevole per definizione del mercato estivo fa il resto, addensando sulla testa del
club di riferimento del nostro
calcio dei nuvoloni che fino a
due giorni fa sembravano lontani. Ma la vita va avanti, anche se
la tensione e il fastidio dei vertici
societari per l’epilogo turbolento della storia con Conte sono
tutt’altro che smaltiti. Allegri è
stato l’unico allenatore che la Juve ha contattato nelle poche ore
a disposizione, ha firmato un
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
TORINO — Cita l’Avvocato
(«Come diceva lui, la prossima
vittoria è sempre la più bella»),
evoca il modello Atletico Madrid, schiaccia ripetutamente il
pulsante della Champions e sorride, emozionato, circospetto,
ma anche orgoglioso: Massimiliano Allegri ha firmato un contratto biennale da due milioni a
stagione più bonus con la Juventus e ha subito toccato con
mano la delicatezza del momento. Perché raccogliere i cocci rimasti dopo il brusco divorzio
co n A n to n i o Co n te n o n è
un’operazione facile. «Si è vissuto l’epilogo di un confronto che
si è consumato nell’arco degli
ultimi mesi — sottolinea l’a.d.
Beppe Marotta, con l’aria di uno
che stava meglio due giorni fa —
. Conte abbiamo tentato in tutti i
modi di tenercelo stretto. Quando si è ripresentato al raduno c’è
stato un nuovo confronto in cui
sono emerse ulteriori difficoltà,
non legate al mercato, bensì a un
disagio che per questione di rispetto non starò a dirvi. E che ci
ha portato alla risoluzione e alla
conclusione di un’esperienza
straordinaria. Abbiamo dovuto
agire in fretta e Allegri è l’uomo
giusto per continuare a vincere». Il popolo bianconero è in
subbuglio, sia per l’addio del
tecnico e storico capitano, sia
per l’arrivo dell’ex milanista. Lo
Il nodo Pirlo
«Con lui ho un ottimo rapporto,
a volte pensi che le cose vadano
in un modo e invece vanno in un
altro... Mai discusso le sue doti»
contratto che gli dà la necessaria
solidità e porterà con sé uno
staff corposo.
«Innanzitutto mi ritengo fortunato — dice Allegri — perché
avere la fortuna di allenare il Milan e poi la Juventus, non è da
tutti. Per me è un onore, è uno
stimolo importante, soprattutto
per cercare di continuare a
vincere. Capisco lo scetticismo dei tifosi perché in un
giorno è cambiato l’allenatore della Juventus. Come riconquistarli? Con i risultati,
con il lavoro, con il rispetto e
con la professionalità. Ho fat-
mento. Ma ovviamente adesso il
rapporto tra Pirlo e Allegri è visto come un problema in più,
considerato che il giocatore
stesso ha ripetuto in passato che
era stata una precisa scelta tecnica quella di lasciarlo andar via.
«Partiamo dal presupposto che
con Andrea ho un ottimo rapporto. È stato ed è un campione,
quindi sono fortunato a ritrovarlo. Purtroppo nel calcio le co-
La Juve di Max
Il personaggio Max si adatta a società e giocatori
Concreto e capace
di reggere le critiche:
perché può funzionare
MILANO — È un ragazzo fortunato (e consapevole di esserlo) Max Allegri. Gli amici fino a qualche giorno
fa gli davano del matto per avere rifiutato l’offerta della Lazio e adesso
lui è lì, decisamente emozionato, che
se la ride con addosso il gessato dei
campioni d’Italia. Stranezze del calcio, così come è strano che due mesi
fa Antonio Conte sia stato molto vicino dall’occupare la sua ex panchina
al Milan, bloccato proprio dalla Juve
(ultima conferma, se ancora ce ne
fosse bisogno, dall’amico di Conte
to 4 anni di Milan, quindi credo
di essere in grado e pronto per
cercare di continuare questa
striscia vincente. E soprattutto
cercare di migliorarla».
Allegri sa che dovrà muoversi
con cautela («Non sarebbe intelligente stravolgere la squadra e il
gioco») ma non si nasconde ed è
possibile che abbia quell’incoscienza necessaria per non voltarsi indietro. Per adesso porta
inevitabilmente con sé un
aziendalismo che segna una discontinuità forte con il suo predecessore: «Ci sono club che
hanno fatturati completamente
diversi — ricorda Allegri — però
attraverso l’organizzazione, una
strategia oculata di mercato, come è stato l’esempio quest’anno
dell’Atletico Madrid, abbiamo il
dovere di fare una grande
Champions: credo che la Juventus debba stare tra le prime 8
d’Europa».
Con sé, Allegri porta anche la
nomea di chi ha lasciato andare
via a parametro zero Andrea Pirlo dal Milan. Il popolo bianconero dovrebbe fargli un monu-
Massimo Giletti).
Certo, è una sfida durissima arrivare dopo i record di punti, le vittorie
in serie e un allenatore venerato come un semidio. Oltretutto venendo
accolti dallo scetticismo (eufemismo
che sta per: aperta ostilità) popolare.
Impressione: non gliene potrà importare di meno. Allegri è uomo concreto, oltre che di mondo. Disincantato, sa bene che contano solo i risultati del campo, il resto è mobile, come la donna (argomento sul quale
non ha mancato di volubilità lui
4-3-1-2
Buffon
se pensi che vadano in un modo
e invece vanno nell’altro — dice
Allegri, facendo tutto sommato
una discreta gaffe — . Quell’anno lì Andrea ha subito una serie
di infortuni, poi ha fatto fatica a
rientrare. Alla fine, come ho
spiegato tantissime volte, è successo quel che è successo. Andrea ha preso questa decisione
di andare alla Juventus. Fortunatamente dopo tre anni lo ritrovo. Ma mai ho messo in discussione le qualità di Pirlo, altrimenti mi darebbero del matto». I dodici giocatori impegnati
in Brasile arriveranno tra il 20 e
il 21. Le nuvole bianconere difficilmente se ne andranno da Torino in pochi giorni.
Paolo Tomaselli
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Lichtesteiner
Barzagli
Pirlo
Vidal
EVRA
Chiellini
Pogba
Marchisio
Tevez
stesso, visto che — ormai è leggenda
e lui sa scherzarci su — non si presentò al suo matrimonio). È abituato
a non piacere alle folle, Max, perché,
con un po’ di sarcasmo e un po’ di
apparente ruvidezza tutta livornese,
non fa nulla per piacere (ma ora sta
provando a migliorare anche in comunicazione, usa Twitter e ha lanciato un sito mrallegri.com). Le critiche gli scivolano addosso, come
l’onda sui suoi amati scogli. Ecco
perché, date le circostanze, la Juve
non poteva scegliere di meglio: se c’è
Llorente
Tempi rossoneri
Max Allegri,
46 anni, abbraccia
Andrea Pirlo dopo
un gol segnato
nel 2010 (Ansa)
uno in grado di non farsi travolgere dai rimpianti dei vedovi di Conte, quello è lui.
Non farà nessuna fatica a passare oltre i tanti «avevano detto»
che in queste ore tutti si divertiranno a rispolverare dagli archivi: per esempio, quella volta del
gol-non gol di Muntari (25
febbraio 2012, episodio che
contribuì a fargli fallire il
secondo scudetto al Milan,
in favore proprio della Juve), quando lui disse ironico «Non parlo senza il permesso di Marotta» e la compagna Gloria Patrizi sfogò la
sua rabbia da tifosa su Twitter
(ora, per prudenza, ha rimosso il
profilo). Cose di campo: tutto cancellato, la vita scorre, il pallone rotola. Allo stesso modo non esiste per
lui nessun problema Pirlo: se anche
il centrocampista ha ribadito più
volte «era Allegri che preferiva altri
Corriere della Sera Giovedì 17 Luglio 2014
Sport 41
italia: 51575551575557
Figc: oggi si aspetta
l’assemblea di A
Tavecchio vede la B
Oggi la Lega di serie A, che resta spaccata, cercherà di
dare un’indicazione sul candidato alla presidenza della
Figc (elezione l’11 agosto, candidature entro il 27 luglio). È possibile che ci sia una presa di posizione ufficiale, anche se la Lega di A è abituata a non decidere. Ed
è per questo che potrebbe essere lasciata libertà di scelta
ai grandi elettori, anche se chi si è candidato e chi no (o
non ancora: Albertini) aspetta un segnale forte da parte
di chi rappresenta la forza trainante di tutto il movimento. Ieri Tavecchio, nella fase esplorativa in linea con
il mandato ricevuto dalla propria Lega, quella Dilettanti,
ha incontrato a Roma il presidente delle società di serie
B, Andrea Abodi, accompagnato da cinque presidenti e
«scortato» da Lotito. Tre ore di colloquio; alla fine, Abodi ha chiarito: «Io non mi candido; ho altri impegni e
anche altri obiettivi, ma credo che il problema non sia
cercare un presidente, ma cercare programmi e soluzioni. Se ci sono questi, le persone poi arrivano». Abodi ha
molto insistito sui rapporti fra Federcalcio e Leghe e ha
indicato la propria idea di modello federale. Alla fine,
Tavecchio ha avuto un lungo incontro con Franco Carraro, già presidente della Federcalcio, della Lega, del
Coni e membro Cio e ora grande sostenitore del n.1
della Lega Dilettanti nella corsa alla presidenza federale.
Il mercato
La Roma soffia Iturbe alla Juve, che pensa ad Astori
MILANO — L’asta per Iturbe (foto) è conclusa. La
Roma, dopo il passo indietro compiuto dalla
Juve, risucchiata nel vortice del caos-panchina e
determinata a non partecipare ad aste, avrà
l’esterno per il tridente d’attacco composto oltre
che dall’argentino del Verona anche da Gervinho
e Totti. L’accelerata da parte del club capitolino
dopo un incontro che si è tenuto ieri mattina fra
la Roma e l’entourage del giocatore all’hotel
Parco dei Principi. Iturbe, pregustando il
passaggio alla Roma aveva twittato: «Oggi sarà
una giornata bellissima. Non vedo l’ora, sono
felice!») si lega alla Roma per 5 anni
guadagnando 1,6 milioni di euro più bonus. Il
Verona (che aveva riscattato il cartellino dal
Porto per 15 milioni) effettua una notevole
plusvalenza incassando 22
milioni di euro, più 2,5 di
bonus. Iturbe stamane
completerà le visite
mediche, poi potrà
mettersi a disposizione di
Garcia. E ora via alla Juve
di Allegri. Il tecnico
livornese (che ieri ha dato
la benedizione ad Evra e l’ok per Morata) non
avrà Quagliarella, trasferitosi per tre milioni al
Torino (contratto triennale a 1,3 milioni più
bonus). Chissà se ci sarà spazio per Vidal dopo le
parole di Marotta rassicuranti fino a un certo
punto. «È arrivata la proposta da parte di grandi
club ma non siamo andati oltre. Abbiamo
l’intenzione di tenercelo stretto ma in situazioni
simili conta di più la volontà del giocatore...».
Chi chiederà Max? Astori (trattato anche dalla
Lazio è da sempre uno dei suoi pupilli). Piace
Abate e per l’attacco Ljajic della Roma. Ceduto
Petagna al Latina, Galliani conta di trovare lunedì
una soluzione al caso Robinho. Il Sassuolo ha
chiuso per Vrasaljko del Genoa per 3,5 milioni di
euro (ma Preziosi incasserà il 40% dei proventi
derivanti da una futura cessione). Fra oggi e
domani missione in Inghilterra per Medel: l’Inter
offre 7 milioni al Cardiff che ne chiede 9. Navas
protagonista con la Costa Rica al Mondiale lascia
il Levante e va al Real Madrid per 10 milioni.
Monica Colombo
© RIPRODUZIONE RISERVATA
I tifosi Stupore e delusione. La curva: «Non lo appoggeremo mai»
Gli ultrà con Antonio
e già arrabbiati con Max
Christillin: «Troppo stress». Giletti: «Perdita grave»
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
✒
Ora la Roma ha raggiunto i bianconeri
di MARIO SCONCERTI
I
n due giorni si sono capovolte le
gerarchie del campionato. La
partenza di Conte e l’arrivo di
Iturbe alla Roma sono due pietre
pesanti. La Roma ha dentro di sé la
crescita che Conte non sentiva più
alla Juve. Iturbe, ma anche Cole,
chiudono un cerchio già abbastanza
magico. Credo sia giusto dire che la
Roma ha raggiunto adesso una
Juventus in ricostruzione dove non è
possibile prevedere la reazione di
giocatori condannati a cambiare
mano. Manca ancora Strootman,
ma sale Florenzi, matura Destro,
resta un Totti in più. Il punto è
capire se Garcia saprà resistere e se
per farlo saprà scendere ancora di
qualche decimo. Ma è forse la prima
volta in cui il calcio ricomincia con
una Juve rovesciata e Milano
ancora nella sua routine di illusioni,
risparmiosa e un po’ uggiosa, quasi
bugiarda. È un tempo non migliore,
ma è un tempo nuovo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
TORINO — Stupore. Incredulità. Rabbia. Paura di non vincere più. Da due giorni il popolo
juventino vive in un frullatore di
sentimenti ed emozioni contrastanti. L’addio di Antonio Conte
e, in neanche ventiquattro ore,
l’arrivo, al suo posto, di Massimiliano Allegri hanno fatto
esplodere la tifoseria bianconera. Divisa tra chi incolpa la società per non aver esaudito le richieste del tecnico dei tre scudetti consecutivi e chi non condivide la scelta del condottiero
di lasciare a stagione iniziata.
Divisa sul nome del successore.
L’amore incondizionato dimostrato fin dal primo giorno
dai tifosi al capitano diventato
allenatore ha giocato un ruolo
fondamentale nell’accompagnare la squadra nel ciclo di vittorie. Ora che tutto è mutato all’improvviso, i tifosi appaiono
disorientati. I vip come gli ex
calciatori, i frequentatori della
tribuna come gli ultrà. «Quando
si è separati in casa, è meglio
rompere il rapporto — rileva
Evelina Christillin, presidente
della Fondazione Teatro Stabile
di Torino —, non si poteva più
andare avanti. Sarebbe stato
meglio farlo a maggio quando
gli stridori erano già evidenti,
ma comunque è un bene che sia
accaduto ora, piuttosto che a
stagione in corso». Christillin,
molto vicina a casa Agnelli, evidenzia con umana preoccupazione lo sguardo di Conte nel video di commiato: «Non era più
lui, si vede che è troppo sotto
stress, che non ne poteva più».
Stanchezza, logorìo, ma anche il
mercato e il timore di poter perdere uno tra Pogba e Vidal: tutto
ha influito nel far precipitare la
situazione. «Ho parlato con lui
ma non dirò che cosa mi ha detto — afferma Massimo Giletti,
presentatore televisivo —. Penso solo che anche i rapporti più
intensi possano purtroppo
chiudersi: solo Agnelli e Conte
sanno la verità. È una perdita
grandissima ed è chiaro a questo punto che qualcosa a maggio
si era rotto».
«La sua permanenza alla Juve
era ormai scontata — sottolinea
Massimo Mauro, ex bianconero,
ora commentatore a Sky —. Non
può essere soltanto il mercato la
causa scatenante, evidentemente il rapporto era finito. Il fallimento vero è dell’accordo che si
era trovato a fine campionato».
I fedelissimi, che hanno ap-
Realista
Evelina
Christillin,
58 anni,
ha notato
un Antonio
Conte troppo
stressato per
continuare
l’avventura
(Imago)
Spiaciuto
Massimo
Giletti,
52 anni, è
dispiaciuto
per l’addio
del tecnico
artefice
dei tre
scudetti
di fila (Agi)
Concreto
Massimo
Mauro, 52 anni,
non crede che
le divergenze
di mercato
siano l’unica
causa
dell’addio di
Antonio Conte
(La Presse)
go Silva, però quest’ultimo era infortunato nel mese decisivo) e terzo
(dopo la fuga dai campioni) e ha
sempre passato la fase a gironi di
Champions. Ad Adriano Galliani è
bastato per difenderlo finché ha potuto, fino alla fine dello scorso girone d’andata, quello sì, davvero negativo. Circostanza che non ha impedito all’ad del Milan di mantenere ottimi rapporti con Allegri, compagno di
tante cene. «L’ho sentito ieri mattina
e l’ho visto partire per Torino. Pensate a quanto può essere bizzarro il destino — ha sorriso Galliani —. Ora il
prossimo Trofeo Tim il 23 agosto sarà il Max Day, visto che affronterà
due sue ex squadre, Sassuolo e Milan. Mancherà solo l’Aglianese...», da
cui Max è, orgogliosamente, partito,
per approdare, ora, sul tetto d’Italia.
È un ragazzo fortunato, anche se in
tanti proveranno a buttarlo giù.
Arianna Ravelli
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Sul web monta l’ironia
«Diteci che non è vero»
Ma c’è chi lo difende
MILANO — Se ai giorni nostri sono i Social Network a misurare l’umore dei tifosi, si fa
presto a capire la delusione di
quelli bianconeri per l’arrivo di
Massimiliano Allegri. «Dall’addio di Conte al Conte Max: ragazzi che salto nel vuoto», è
l’ironia che monta sul web.
Facebook e Twitter sono stati presi d’assalto per commentare l’addio del tecnico dei tre
scudetti di fila e l’arrivo dell’ex
milanista, il vero antagonista
nell’anno del primo trionfo tricolore (2012). In poche ore su
Facebook sono state aperte diverse pagine «No ad Allegri alla
Juventus» con più di 2.000 seguaci. E se a qualcuno proprio
non va giù la scelta di Andrea
Agnelli e Beppe Marotta, tanto
da scrivere «Piuttosto regalo
l’abbonamento: diteci che non
è vero. E ora che fate? Vendete
Pirlo?», c’è sempre qualche
utente che accetta sì l’idea, ma
con sfottò incorporato: «L’unica speranza è che Allegri non
passi le visite mediche». O anche: «Va bene ti prendiamo sulla nostra panchina. Ti prego la-
Filippo Bonsignore
© RIPRODUZIONE RISERVATA
La protesta
Un tifoso della
Juve con
uno striscione
ironico
dedicato
all’ex tecnico
bianconero,
sostituito da
Massimiliano
Allegri (Ansa)
In Rete I Social increduli, però allo scudetto ci credono
giocatori, voleva farmi cambiare
ruolo, aveva deciso che non servivo
più», Max ha sempre risposto con
parole concilianti, magari — come
ieri — ricordando che anche in Nazionale Pirlo è stato impiegato dove
l’aveva utilizzato lui. Comunque, acqua davvero passata, per Allegri.
L’allievo di Galeone non pensa di
avere inventato il calcio (straordinaria dote), non ha utopie da realizzare
sul campo da gioco, né tesi da sostenere fino alla morte. Sa farsi concavo
e convesso a seconda dei giocatori a
disposizione e delle esigenze societarie. Gli danno dell’aziendalista, come se fosse un difetto: è uno abituato
a preparare la cena con gli ingredienti che ha. I giocatori li fa lavorare tanto, senza cercare di diventarci amico:
colloqui stringati, spiegazioni il minimo indispensabile.
Al Milan «acciughina» è arrivato
primo, secondo (il peccato capitale:
aveva ancora in squadra Ibra e Thia-
scia Abate e Mexès al Milan».
Ma c’è anche chi lo difende:
«Fiducia in Allegri. Non ha ancora iniziato ad allenare, ma insieme rivinceremo lo scudetto.
Fino alla fine!». Può sembrare
una voce fuori dal coro, ma c’è
anche chi ipotizza una formazione tipo, con il 4-3-1-2: «Da
sempre nel calcio cambiano gli
interpreti, ma la Juventus rimane. Forza Allegri, in bocca al
lupo e regalaci lo scudetto. La
tua idea sarà quella vincente».
Tra la rabbia e l’ironia per il
nuovo tecnico, però, ci sono
pena rinnovato gli abbonamenti, si dicono «sotto choc» e ora in
tanti vogliono disdire la tessera.
Alcuni contestano anche la scelta di Conte: «Ha le sue colpe, doveva andare via a maggio». Nella
variegata galassia ultrà, si sottolinea che «ogni tifoso si rispecchiava in lui, Antonio è il clone
di 14 milioni di tifosi, è la Juve,
non può andarsene così. Antonio è uno di noi, è uno come
noi». E si chiede alla società: «È
stato fatto il massimo per trattenerlo?».
Ora si riparte con Allegri.
«Capisco i tifosi perché in un
giorno è cambiato l’allenatore
della Juventus. Come riconquistarli? Con i risultati, con il lavoro, con il rispetto e con la professionalità» spiega il nuovo tecnico. Fuori dallo Stadium, dove si
è tenuta la presentazione, una
cinquantina di fans sfida il caldo
per urlare il proprio malcontento. «Non lo vogliamo». A Vinovo
un centinaio di persone blocca
l’ingresso del pullman della
squadra. Cori pro Conte, più
uno meno amichevole: «Allegri
uomo di m...». Pesano i trascorsi
al Milan e qualche dichiarazione
del passato ritenuta non proprio
benevola verso la Juve. Si parla
anche di un confronto tra una
delegazione di tifosi e la società,
ma non trova riscontro. «Allegri
non è persona gradita a Torino,
la tifoseria non appoggerà mai
questa scelta della proprietà».
Ma la paura diffusa, di fondo, è
una sola: «il timore di non vincere più c’è, speriamo che continui il sogno».
anche i commenti sull’addio
improvviso di Antonio Conte:
«Dai mister, non scherzare. Sei
solo andato a comprare le sigarette e ora torni a casa. Fai il
bravo, ripensaci».
Si va dalla catastrofe («I suicidi juventini accertati sono 34.
Seguono aggiornamenti») alle
frecciate: «Conte si è dimesso e
ancora Buffon non ha dato la
colpa a Balotelli». Senza dimenticare il sarcasmo: «Conte
ha vinto tre scudetti di fila, ora
saranno assegnati a Moratti.
Attenzione, rigore per il Milan». Ma tra Conte e Allegri,
spunta qualcosa anche per l’ex
c.t. della Nazionale, Cesare
Prandelli: «E adesso che ci fai al
Galatasaray?». Ce n’è proprio
per tutti. È la condanna dei Social Network.
Salvatore Riggio
© RIPRODUZIONE RISERVATA
42 Sport
Giovedì 17 Luglio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Nuova stagione
Inter
Sky, 2.000 dirette ed esclusive nel segno del calcio
Vince 6-1:
Icardi brilla
con due gol
Debutta M’Vila
Oltre alla serie A e B
Champions, qualificazioni
e campionati stranieri
2016 (a cominciare da
Germania-Scozia, il 7
settembre) ed escluse quelle
dell’Italia (su Raiuno la diretta,
in differita su Sky). Ma la
nuova stagione — e quelle che
verranno — porta anche un
dubbio, che riguarda il
Mondiale da giocare tra
quattro anni in Russia. «I
grandi eventi sono per noi
occasione per alzare l’asticella
— ha spiegato Jacques
Raynaud, capo dello sport di
Sky —. Non abbiamo ancora
preso decisioni, per noi questo
è ancora il momento delle
valutazioni. I costi dei diritti
stanno però diventando
difficilmente sostenibili».
Traduzione: se la Fifa non
abbassa le pretese il terzo
Mondiale di Sky, quello
brasiliano, potrebbe anche
diventare l’ultimo. Ed è
difficile immaginare, in caso di
rinuncia di Sky, che il suo
posto venga preso dalla Rai o
da Mediaset. Vedremo, per il
momento le certezze. Oltre alla
serie A (e alla B), confermata la
Bundesliga e, attraverso Fox,
Premier, Liga (e relative
coppe), campionato francese,
olandese e, novità, il
campionato brasiliano. Sky
Calcio Show, ecco gli effetti del
Mondiale, avrà una squadra di
commentatori-opinionisti
raddoppiata con Ilaria D’Amico
quale conduttrice. E giusto per
non farsi mancare nulla, in
esclusiva la Guinness Cup
2014, versione aggiornata del
vecchio calcio d’estate, che si
gioca in 13 città degli Usa dal
24 luglio al 4 agosto e nel quale
saranno impegnate Inter,
Milan e Roma (oltre alle due di
Manchester, Liverpool, Real
Madrid e Olympiacos). E qui in
esclusiva anche le partite del
nuovo Milan di Pippo Inzaghi.
L’idea di fondo è semplice:
prendere quel che è stato fatto
per il Mondiale — un
successone nonostante la
prematura dipartita degli
azzurri — e declinarlo sul
campionato italiano,
Champions e qualificazioni ai
prossimi Europei e ai Mondiali
del 2018. La nuova stagione di
Sky, all’ingrosso, si fonda su
un obiettivo: «Rimettere al
centro il calcio giocato» (com’è
accaduto alla Coppa del
Mondo, ma lì era stato facile
una volta eliminata l’Italia), su
oltre 2.000 partite in diretta
(non passerà giorno senza
almeno 90 minuti di pallone);
sulle esclusive: la Champions,
playoff compresi — inizia il
Napoli il 18 d’agosto — ed
eccetto una partita a
settimana, mercoledì, in
chiaro su Canale 5; tutte le gare
di qualificazione a Francia
La storia
L’area Pro ha perso la società biancoscudata: in 104 anni non ha mai vinto lo scudetto, ma ha cambiato il calcio italiano
Conduttrice Ilaria
D’Amico guiderà la
squadra di opinionisti
e commentatori (Ansa)
I dubbi mondiali
«I costi dei diritti stanno
diventando insostenibili.
Faremo delle valutazioni»
Rocco, Hamrin e il catenaccio
Quando il Padova era una grande
gere; Boscolo all’ala sinistra; Rosa, reduce
da una deludente stagione con la Samp, a
costruire il gioco; Hamrin (20 gol in 30 partite)e Brighenti in attacco. Arriva uno storico terzo posto (alle spalle di Juve e Fiorentina), miglior piazzamento della storia
del Padova. È il trionfo del catenaccio: più
di un sistema di gioco, si trasforma in un
modo di pensare, destinato ad alimentare
interminabili dibattiti, ma efficacissimo
soprattutto allo stadio Appiani, trasformato in fortino inespugnabile. La forza di
Rocco è quella di dare vita ad una squadra
Gli ex illustri
che prende pochi gol e che ha gli uomini
giusti per colpire. Lo sa bene
anche Herrera che il 13 novembre 1960, dopo che l’Inter
ha vinto 5-1 con l’Atalanta, 6-0
a Udine e 5-0 con il Vicenza,
perde per la prima volta a Padova (2-1): Blason tira la riga
sul campo e agli attaccanti nerazzurri fa capire che quella è
una specie di limite invalicabile.
Rocco lascia il Padova nel
1961 (e va al Milan, scudetto e
Coppa dei campioni); la storia
dei biancoscudati continua,
ma il club conosce subito la
retrocessione in B e per ritrovarlo in A occorre aspettare il
ll talento
1994, quando vince lo sparegIl campione
Stephan
El
Shaarawy,
21
anni,
ha
giocato
nel
Padova
(25
gio con il Cesena. Si salva nel
Alessandro Del Piero, oggi 39 anni, ai tempi del Padova,
gare, 7 gol) prima di andare al Milan nel 2011 (LaPresse)
1996, dopo aver lanciato il didove ha giocato (14 gare, 1 gol) dal 1991 al 1993 (Omega)
fensore statunitense Lalas, famoso anche per le sue qualità
di sassofonista. Alex Del Piero
gnato da tre sconfitte, ma poi, trovata la
alla Juve (1957). L’allenatore, attento al bi- e Angelo Di Livio sono già stati ceduti alla
quadratura, i biancoscudati conquistano La caduta
lancio, ha già trovato la soluzione: oltre ai Juve, estate 1993,due grandi colpi di Boniun sorprendente ottavo posto (1956), ad- Sfiorata la A nel
soldi, ottiene Kurt Hamrin, velocissima ala perti. La caduta in B nel 1997 segna l’inizio
dirittura davanti alla Juve. Rocco ha già ini- playoff 2011 perso svedese, reduce da infortunio (andrà alla della fine di un club, che sprofonda in C2
ziato il suo lavoro di costruzione, fondato
Fiorentina e poi al Milan), così come Ser- nel 2000 e che sfiora la A nel 2011, ai tempi
sul recupero di alcuni giocatori che sem- con il Novara, è
gio Brighenti, già campione d’Italia con di El Shaarawy, perdendo però lo sparegbrano in fase declinante (Blason, ex Inter) iniziato il declino
l’Inter di Foni (1953 e 1954). La squadra è gio con il Novara. Adesso si ripartirà dai
e sul lancio di alcuni giovani. È questo il cafatta: Pin in porta; Blason libero; Scagnella- Dilettanti. Forse.
Fabio Monti
so di Nicolé, attaccante, che viene lanciato
to, Pison e Azzini marcatori, incapaci di
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in prima squadra a 17 anni e subito ceduto
usare le mezze misure; Mari e Moro a spin-
Travolto dai debiti il club che è stato di Del Piero e El Shaarawy
La mancata iscrizione del Padova al
campionato di Lega Pro (la serie C di una
volta) è un altro colpo di piccone a chi ha
contribuito a fare (e a cambiare) la storia
del calcio italiano. Dopo 104 anni (la fondazione nella sede della Rari Nantes risale
al 29 gennaio 1910 per volontà di un gruppo di sportivi guidato da Giorgio Treves de’
Bonfili), sedici campionati in serie A (il
primo nel 1932-1933, l’ultimo nel 19951996), è arrivata l’esclusione del club dall’area dei professionisti: niente soldi, niente iscrizione al campionato, dopo la retrocessione di maggio dalla B.
L’età dell’oro del Padova rimane legata
al nome e al prestigio di Nereo Rocco. Una
storia di sessant’anni fa, iniziata a metà del
campionato 1953-1954, quando il presidente Pollazzi decide di esonerare Rava (c’è
il rischio concreto della retrocessione in C)
e di prendere un allenatore che ha appena
avuto la stessa sorte alla Triestina. Rocco è
rimasto così deluso da quella decisione
della società che medita di lasciare il calcio
e dedicarsi alla macelleria di famiglia. Però
non resiste all’idea di tornare in panchina e
accetta l’incarico: «Se mi date la casa, più
un tanto al mese e mi lasciate tornare a Trieste tutte le settimane senza creare problemi, posso anche venire a tentare di salvare
la barca. Però non prometto niente; per il
futuro vedremo». Invece la salvezza arriva
davvero e l’anno dopo, in un campionato
dominato dal Vicenza, il Padova conquista
il secondo posto (sorpasso sul Legnano all’ultima giornata): è il ritorno in A.
Nasce così l’era del Paròn: l’inizio è se-
do.c.
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MILANO — (f.fio.) L’ Inter
ricomincia nel segno di
Mauro Icardi (2 gol e un
rigore sbagliato) nel test
contro il Trentino Team. 6-1
il risultato finale (doppietta
di Bonazzoli, Jonathan, Juan
Jesus e Mariotti), senza
Vidic, ma col positivo
debutto di Dodò sulla corsia
di sinistra e, nel finale, pure
di un appesantito M’Vila.
Sciolto e disinvolto, invece,
Icardi, a parte il rigore
calciato con poca
determinazione, e bene
pure Jonathan, utilizzato da
Mazzarri come interno di
centrocampo. «Sono molto
soddisfatto — ha
commentato il tecnico
interista —. Tutti hanno
provato a fare quello che ho
proposto. Ranocchia ha
tutte le qualità per fare il
capitano». Domenica alle 16
si replica, sempre a Pinzolo,
contro il Prato (Lega Pro).
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Milan
Il Faraone
torna e segna
nella prima
con Inzaghi
SOLBIATE ARNO — (m.
col.) Appesantito dai
carichi di lavoro, il Milan
nella sua prima uscita
stagionale batte, grazie ai
gol di El Shaarawy e
Saponara, il Renate (Terza
divisione). Senza Menez,
out per un lieve
affaticamento muscolare,
Inzaghi ha schierato nel
primo tempo un tridente
formato da Niang (mobile,
ma impreciso sotto porta),
Pazzini (pochi
rifornimenti) ed El
Shaarawy, appunto.
«Segnare è stata una bella
liberazione, speriamo sia il
primo di una lunga serie»
ha dichiarato il Faraone (a
secco dall’agosto 2013
quando segnò a Eindhoven
all’andata del preliminare
di Champions). Ha chiuso
con un auspicio. «Mi
auguro di tornare in
nazionale per l’amichevole
con l’Olanda».
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Corriere della Sera Giovedì 17 Luglio 2014
Sport 43
italia: 51575551575557
sparse senza effetti sulla classifica, prove tecniche di ribaltone
che né Porte, secondo, né Valverde, terzo, sembrano avere il
carisma di propiziare.
Ricade Scarponi (nessun danno), Talansky con il mal di schiena arriva ultimo dopo mezzora,
a un pelo dal tempo limite. La
nouvelle vague francese rimanda sul podio Tony Gallopin, già
in giallo per 24 ore, che vince in
volata dopo una fuga velleitaria
di Roche: giusto per far sapere
che la Tinkoff è viva e lotta insie-
Veleni Sospetti sul potenziale di Vincenzo
Troppi 410 watt?
Ma i conti tornano
OYONNAX — Tra i cento possibili motivi di una débâcle di
Vincenzo Nibali — elencati oggi
dai giornali francesi per spronare i transalpini ad attaccarlo —
manca solo l’impatto con un
meteorite. I gufi da queste parti
abbondano. Ma è Le Monde — il
prestigioso quotidiano politico
Le Monde — a sparare contro la
maglia gialla la più subdola delle pallottole impazzite in circolazione nel ciclismo attuale: i
watt. Il corsivo al veleno è firmato da Antoine Vayer, ex allenatore della (famigerata) Festi-
In rete Il sito di Le Monde
na e oggi considerato una sorta
di paladino dell’antidoping.
L’articolo s’intitola «Nibali nella
scia di Froome», comincia festeggiando il ritiro del kenianoinglese e di Contador (le cui performance vengono definite
«mutanti» e «miracolose»), celebra purezza e umanità dei
transalpini Vockler e Péraud, e
poi si dedica a Nibali definendo
lui e la sua Astana come «elementi inquietanti». A inquietare
il tecnico è il fatto che il siciliano
entri di diritto nel ristretto club
degli «over 410 watt», club che
include gli atleti in grado di superare questa potenza in salita e
da cui, ovviamente, sono esclusi
tutti gli atleti francesi.
Peccato che, nel supportare la
sua tesi, Vayer citi numeri ambigui e stimati, si suppone, da osservazioni televisive. Numeri
che si riferiscono alle tre grandi
imprese del siciliano in corsa:
inquietante sulle côtes di Sheffield («Volava» sostiene Vayer),
sul pavé di Arenberg («Andava
più forte che in salita») e sull’ascesa della Planche des Belles
Filles, dove «ha pedalato poco
più piano del miracoloso Froome».
Abbiamo esaminato i file del
computer di bordo di Nibali delle tre tappe «incriminate». Vero,
sull’ascesa finale della «Piccola
Liegi» di Sheffield Nibali è andato forte come su quelle della
«vera Liegi». Strano? No, visto
che il siciliano è uno dei migliori corridori «da Liegi» al mondo
(ha sfiorato due volte la vittoria)
e che la tappa prevedeva solo
metà del dislivello della classica
delle Ardenne. Sul pavé Nibali è
andato veloce in termini assoluti, ma il 20% più piano di quanto
facciano gli specialisti alla Roubaix, che comprende quasi il
quadruplo di chilometri in selciato. E per quanto riguarda la
Planche des Belles Filles, pur
avendo effettivamente forzato
solo negli ultimi tre chilometri,
Nibali ha tenuto per 17 minuti
un ritmo che, 15 anni fa, molti
atleti (quelli sì, forse, mutanti)
sopportavano per oltre mezz’ora. E oltretutto, con 390 watt
medi rilevati, si tira anche fuori
dal famigerato «Club 410» ipotizzato dal Vayer. Nella guerra
dei nervi contro Nibali, chi l’accusa è partito col piede sbagliato. Usare a casaccio l’arma dei
watt è una pessima idea.
Marco Bonarrigo
© RIPRODUZIONE RISERVATA
me a noi anche senza Contador
(aridagli). Tappa veloce (42.3
km/h di media) con finale velocissimo. La classifica non cambia. Cambiano, invece, le strategie per arginare il Gattopardo
sempre più insediato sul trono:
dopo i sorrisi di circostanza e gli
applausi sinceri per le imprese
(Sheffield, pavé, Planche des
Belles Filles), l’Equipe ha cominciato a menar gramo. Ecco le gufate e le risposte di Nibali: 1) vai
meglio con il fresco: ora che fa
caldo ti squaglierai («Dipende:
una grande crisi può capitare a
tutti»); 2) l’Astana non è poi così
compatta: qualcuno ti tradirà
(«Sulla squadra non ho dubbi»);
3) sei l’unico big ad essere rimasto in piedi: cadrai («Le cadute
purtroppo sono imprevedibili…» allungando la mano sotto il
tavolo).
Il solito Nibali, i soliti francesi. Bardet e Pinot, quarto e sesto,
47 anni in due, più Peraud, 37
anni, ottavo, sono gli enfant du
pays da pompare per difendere il
prodotto Tour dalle mire di que-
sto italien silenzioso e determinato, Vincenzò Nibalì, devoto alle due ruote, alla famiglia e alla
Madonna nera di Tindari. «Al
Tour bisogna correre con intelligenza — spiega pacato, in italiano, a tutte le tv dell’orbe terracqueo —. Con l’Astana controlliamo la fatica perché non vogliamo arrivare logori alle grandi
salite». La partita, è vero, andrà
chiusa lì. E bon courage a tutti
gli altri.
Gaia Piccardi
425m - Vaugneray
551m - Colle du Saule
d’Oingt
Col de Brouilly
278m - Villié
Morgon
370m - Cogny
75,5 83
Sempre in giallo
A sinistra Vincenzo
Nibali, 29 anni,
leader della
classifica generale.
In basso Tony
Gallopin, 26 anni,
vincitore della 11ª
tappa (Images, Epa)
DALLA NOSTRA INVIATA
OYONNAX — È uno di quei
giorni che ti prende la malinconia. Con 30 gradi a strapiombo
sulla tappa, il gruppo avanza a
onde girando intorno al massiccio del Giura, quattro colli negli
ultimi 50 km con arrivo a Oyonnax, capitale della plasturgie
(industria della trasformazione
delle materie plastiche), raffica
di attacchi alla maglia gialla da
ogni fronte, ciascuno ha un
buon motivo per scagliare una
freccia addosso a Vincenzo Nibali che alla fine, accaldato ma
non stremato, si rifugia nel focolare domestico. «Sì, ho una Batbici. È una storia particolare:
l’idea viene da una poesia scritta
da mia moglie e ispirata dalla
nostra Emma. È arrivata l’estate
da un giorno all’altro, l’obiettivo
era non prendere rischi: ci sono
riuscito, indosso la maglia e sono contento».
Tutti contro Nibalino, che tiene le unghie conficcate nel Tour.
Il primo giorno da padrone (le
domande su Contador ci accompagneranno fino a Parigi: «Certo, con Alberto in corsa ci poteva
essere più spettacolo» ha risposto ieri Vincenzo, per farlo contento, a un giornalista spagnolo)
è andato via liscio, nel martedì
di riposo si è ritirato anche Cancellara e i superstiti dei Vosgi, in
vista delle Alpi (domani e dopo),
si lanciano ad elastico in fughe
39,5 47,5 58,5
120
778m - Colle
de Grammond
513m La Talaudiére
14
867m - Col
des Brosses
0
km
Saint Etienne
494m
626m - Saint
Symphorien Sur Coise
I media francesi provocano, Vincenzo replica con i fatti
199m - Romanèche
Thorins
Nibali passa ancora col giallo
Resiste alle tattiche e ai gufi
LA TAPPA DI OGGI
Bourg En Bresse
221m
247m - Neuville les Dames
Tour Tony Gallopin vince la tappa. Il siciliano: «Non vogliamo logorarci ora»
138
150
164
Formula 1
Rosberg allunga
con Mercedes
Ferrari, Sassi
capo dei motori
185,5
177
Le classifiche
Ordine di arrivo
11ª tappa, BesançonOyonnax, 187,5 km
1. Gallopin (Fra) in 4.25’45’’
(media 42,3 km/h)
2. Degenkolb (Ger)
s.t.
3. Trentin (Ita)
s.t.
4. Bennati (Ita)
s.t.
5. Gerrans (Aus)
s.t.
6. Rojas (Spa)
s.t.
7. Van Avermaet (Bel)
s.t.
20. Nibali (Ita)
s.t.
21. Valverde (Spa)
s.t.
22. Peraud (Fra)
s.t.
24. Porte (Aus)
s.t.
30. Pinot (Fra)
s.t.
Classifica generale
1. Nibali (Ita) in 46.59’23’’
2. Porte (Aus)
a 2’23’’
3. Valverde (Spa)
a 2’47’’
4. Bardet (Fra)
a 3’01’’
5. Gallopin (Fra)
a 3’12’’
6. Pinot (Fra)
a 3’47’’
7. Van Garderen (Usa)
a 3:56.
8. Peraud (Fra)
a 3’57’’
9. Mollema (Ola)
a 4’08’’
10. Van den Broeck (Bel)
a 4’18’’
Così oggi
12ª tappa, Bourg
En Bresse-Saint Etienne,
185,5 km
Così in tv
ore 14.15: Eurosport
ore 15: Raitre e RaiSport2
(f.van.) Nico Rosberg (foto),
leader del Mondiale di F1, ha
allungato il contratto con la
Mercedes. Ufficialmente
l’accordo è definito,
genericamente, pluriennale;
in realtà si parla di un
rinnovo di 3 anni. Fresco di
nozze con la fidanzata Vivian
Sibold, Nico, 29 anni, vive
dunque anche un appagante
matrimonio sportivo: «È un
onore correre per il miglior
marchio al mondo: spero di
vincere molto, anche dei
Mondiali». Intanto alla
Ferrari pare stabilito chi sarà
il capo-motorista al posto di
Luca Marmorini
(formalmente in ferie, ma
silurato): dopo la rinuncia di
Andy Cowell (Mercedes), si
guarda all’interno e la scelta
sarebbe caduta su Lorenzo
Sassi, ingegnere toscano che
aveva già lavorato nel team di
F1 e che era passato al settore
Gt. Sassi avrebbe vinto il
ballottaggio con Mattia
Binotto, vice di Marmorini.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Scherma
Ai Mondiali
si concludono
le qualificazioni
Avola passa
Ai Mondiali di scherma di
Kazan, che oggi esauriscono
la fase di qualificazione ai
tabelloni finali, l’Italia non
perde colpi. Dopo la
promozione delle sciabolatrici
Bianco e Sinigaglia, ieri il
fiorettista Giorgio Avola (foto)
ha ottenuto facilmente il pass
per le sfide decisive di sabato,
vincendo tutti gli assalti e
concedendo al massimo due
stoccate a incontro. Avola era
rimasto escluso dalla
promozione diretta a causa di
un aggiornamento delle
classifiche mondiali: per soli
due punti era uscito dalla lista
dei 16 atleti che sono esentati
dalle eliminatorie. Oggi le
qualificazioni terminano con
la spada. L’Italia avrà in
pedana 5 atleti: Paolo Pizzo,
iridato 2011 e recente argento
agli Europei, gli esordienti
Marco Fichera e Lorenzo
Bruttini e, tra le donne, Bianca
del Carretto (campionessa
d’Europa) e Francesca
Quondamcarlo.
44
Giovedì 17 Luglio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
È mancato all’affetto dei suoi cari
Maurizio Lenzi
Ne dà l’annuncio la moglie Carmen con tutti i
famigliari.- I funerali avranno luogo in San Gioachimo.- Per informazioni chiamare lo
02.295014093.- Non fiori, ma opere di bene.
- Milano, 16 luglio 2014.
Partecipano al lutto:
– Giancarlo e Tita.
– Francesca e Valerio.
– Marica e Beppe.
– Chino e Daniela Fragapane.
– Rita e Vincenzo Troiani.
– Giuliano e Donata.
– Riki e Claudia.
Ciao
Mau
Attraverso le tue sofferenze così stoicamente sopportate abbiamo capito quanto fossimo importanti l’uno per l’altra.- Ora però amore mio non
ci sei più e io sono sgomenta.- Mi mancheranno
la tua intelligenza, la tua vis polemica, i tuoi consigli e la tua onestà.- Carmen con Ettore.
- Milano, 16 luglio 2014.
Ciao
Maurone
resterai sempre la nostra grande roccia.- Rossana con Federico, Simona con Antonello, Federica, Alessandro, Andrea e la piccola Sofia.
- Milano, 16 luglio 2014.
Giovanni abbraccia il suo amico
Mou
e ne ricorda la fulgida intelligenza, l’ironia e
l’onestà. - Milano, 16 luglio 2014.
Partecipano al lutto:
– Yana ed i piccoli Piko e Sashino Ferruccio con
Graziana.
Lo Studio Tributario Lenzi Crenna, con Giovanni, Laura, Edmond, Jorge, piange la scomparsa
del proprio socio fondatore
dott. Maurizio Lenzi
e si stringe a Carmen con un forte abbraccio.
- Milano, 16 luglio 2014.
I nipoti Alessandra e Matteo con Flavia e Lucio
abbracciano con affetto la zia Carmen e con lei
piangono la perdita dello
zio Maurizio
Grazie per gli insegnamenti di coraggio e generosità che ci hai dato fino all’ultimo.
- Milano, 16 luglio 2014.
Marisa, Andrea e Alessandro Lombardi partecipano al dolore delle famiglie Lenzi e Simeone
per la scomparsa del caro amico
Maurizio
- Almese, 16 luglio 2014.
Michele Mario Nascimbene e Andrea Zanoni
partecipano al dolore per la scomparsa del
dott. Maurizio Lenzi
caro amico, collega e maestro.
- Milano, 16 luglio 2014.
Luciano Franzolini e famiglia partecipano commossi al dolore di Carmen per la scomparsa del
marito
Dott. Maurizio Lenzi
- Milano, 16 luglio 2014.
I notai Anna Pellegrino e Luca Zona profondamente commossi si stringono al dolore della famiglia e dei collaboratori per la scomparsa del
dott. Maurizio Lenzi
che ricordano con grande affetto e stima.
- Milano, 16 luglio 2014.
Nel ricordo del nostro caro amico
Maurizio
siamo vicini a Carmen e ai familiari.- Giovanna
Ferdinando Federica Sapelli.
- Milano, 16 luglio 2014.
Enrico e Joyce, con Stefania, Francesco e Carola piangono la scomparsa di
Maurizio
amico di una vita e si stringono a Carmen in un
affettuoso abbraccio. - Milano, 16 luglio 2014.
Gabriella, Lina, Mara, Mece, Giorgio, Ruza,
Franco e Alex sono affettuosamente vicini a Carmen per la scomparsa dell’amico bridgista
Maurizio Lenzi
- Milano, 16 luglio 2014.
Graziano e Paolo Fiorelli partecipano con profondo cordoglio al dolore della famiglia per la
scomparsa di
Maurizio
al quale erano legati da grande stima ed amicizia. - Milano, 16 luglio 2014.
Il Presidente, l’Amministratore Delegato, il
Consiglio di Amministrazione, i Sindaci e tutto lo
staff del Gruppo Fineffe partecipano commossi al
gravissimo lutto che ha colpito la famiglia e i colleghi dello studio per la scomparsa di
Maurizio Lenzi
uomo saggio e professionista esemplare.
- Milano, 16 luglio 2014.
Ciao
nonna Fulvia
sarai sempre nei nostri cuori con la tua gioia di
vivere.- Viola Daria Sofia.
- Torino, 15 luglio 2014.
Mamma
Un crudele destino ha strappato lontano dal
nostro affetto
Fulvia Pitteri Viani
Angosciati la piangono la sorella Liliana, il nipote
Stefano con Mary e Dominique.
- Milano, 16 luglio 2014.
Partecipa al lutto:
– Elena Francheo.
Ciao
Maurizio
Fulvia
ti ricorderò sempre.- Partecipo al dolore di Piero,
Federica e Andrea.- Augusta Pitteri.
- Menaggio, 16 luglio 2014.
Il Presidente, il Presidente d’Onore, l’Amministratore Delegato, il Consiglio di Amministrazione e i dipendenti tutti di Fata S.p.A. e di Fata
Logistic Systems partecipano con profondo cordoglio al grave lutto che ha colpito la famiglia
per la scomparsa del
Tilde con tutti i suoi cari abbraccia forte Liliana
e la sua famiglia per la perdita dell’amatissima
sorella
Dott. Maurizio Lenzi
- Pianezza, 16 luglio 2014.
Dott. Maurizio Lenzi
- Milano, 16 luglio 2014.
Il 15 luglio ci ha lasciati
Lola Gnecchi Ruscone
Wilcocks
Lo annunciano con profondo dolore il marito
Francesco, i figli Giovanni con Nicolò, Luisa con
Gianmaurizio Fercioni, Giovanni e Olivia, Alessandra con Malina De Carlo, Carla con Guido,
Paolo con Alexia, Tania e Vittorio, Elisabetta con
Raffaele Origone, Teresa, Marina e Michele, Roberto con Bella, Jaiden e Olivia.
- Milano, 16 luglio 2014.
I cugini Gnecchi Ruscone Marco, Carola, Luca
ed Elena con Mario sono vicini a Francesco e ai
figli per la scomparsa della carissima
Lola Gnecchi Ruscone
- Paderno d’Adda, 16 luglio 2014.
Stefano e Laura, Natti, Elena e Benedetto, Luisa e Luigi, Carlo e Veronique, con le loro famiglie, si uniscono al dolore di Francesco, dei suoi
figli e nipoti, nel ricordo e nella preghiera per
Lola Gnecchi Ruscone
cugina saggia ed amorevole, alla quale erano legati da grande affetto.
- Milano, 16 luglio 2014.
I cognati Cesare e Marina partecipano con affetto e grande tristezza al dolore di Francesco,
figli e nipoti per la scomparsa di
Lola
- Milano, 16 luglio 2014.
Stop TB è vicina a Luigi per l’improvvisa scomparsa del padre
Alberto Codecasa
Fulvia Pitteri Viani
- Milano, 16 luglio 2014.
Rimarrai
Fulvia
tra i miei ricordi più cari.- Cochi.
- Milano, 16 luglio 2014.
Il Comprensorio Monticello partecipa con profondo e sentito cordoglio al dolore dei famigliari
per la perdita della signora
Fulvia Viani Pitteri
- Cassina Rizzardi, 16 luglio 2014.
Franco e Mariuccia Repetto con i figli Fabrizia,
Franco ed Andrea partecipano al dolore della famiglia per la scomparsa della cara
Maria Grazia De Martino
Oggioni
La Direzione dell’Hotel Celeste di Sestri Levante unitamente a tutto il personale porge sentite
condoglianze alla famiglia di
Maria Grazia De Martino
Oggioni
- Sestri Levante, 16 luglio 2014.
Angela, con Flora e Massimo, ricorda con infinito affetto la cara amica di sempre
Maria Grazia
L’Ordine degli Avvocati di Milano sentitamente
partecipa al lutto dei familiari per la scomparsa
dell’
Ugo Fiechter
Partecipano al lutto:
– Maria Alessandra Borletti.
– Alessandra Quaglia.
È venuto a mancare l’
Nel trigesimo della scomparsa della signora
Avv. Giorgio Pillan
Ne dà l’annuncio il fratello Igino con Annamaria
Marco e Francesca.- Per volontà del defunto la
salma sarà tumulata nella tomba di famiglia a
Castegnero (VI).
- Cerro al Lambro, 15 luglio 2014.
Anna Maria Antonia Minola
Redaelli Spreafico
una Santa Messa sarà celebrata in San Simpliciano oggi 17 luglio 2014 alle ore 18.- Il figlio
Sergio. - Milano, 17 luglio 2014.
Ricordando con dolore l’amico
Franco Vigevani
abbracciamo Rivka con i figli Mara e Gabriele, la
mamma Enrica, la sorella Emanuela e il fratello
Tullo.- Maurizio e Adriana Ghiretti.
- Playa d’Aro (Spagna), 16 luglio 2014.
Giovanna Ginatta ringrazia commossa assieme alla nipote Mariasole Brivio Sforza tutti coloro
che hanno partecipato al loro grande dolore per
la scomparsa dell’amata figlia e mamma
Maria Maddalena Pomi
- Milano, 17 luglio 2014.
Ricordando i nostri genitori
Vincenzo Pastore
e
Da tredici anni ha chiuso la sua vita terrena il
Dott. Libero Corrias
Flora Attimo
abbiamo cercato di vivere come ci avete insegnato, non è stato facile ma ce l’abbiamo quasi fatta.- Lo abbiamo insegnato ai nostri figli, che forse
lo insegneranno ai loro.- Grazie.- Gianni, Antonio e Nuccia; unitamente a Piera e Giancarlo con
Andrea, Paola, Riccardo, Niccolò, Paolo, Vally,
Antonio, Giò, Illa, Daniele, Bippo, Delietta, Gigio
e Manu. - Bollate, 17 luglio 2014.
Nel nono anniversario della sua scomparsa ricordiamo il
La moglie lo ricorda.
- Saronno, 17 luglio 2014.
17 luglio 2012 - 17 luglio 2014
Claudio Lovato
Il vuoto che hai lasciato è incolmabile.- Ciao Au.
- Milano, 17 luglio 2014.
Generale
17 luglio 2013 - 17 luglio 2014
Corrado Corsi
sempre nel cuore della famiglia tutta e nel ricordo degli amici.
- Città di Castello, 17 luglio 2014.
Ing. Giacomo Tavoletti
nel vivo dolore la tua famiglia ti ricorda sempre.
- Milano, 17 luglio 2014.
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- Sestri Levante, 16 luglio 2014.
Gli Pneumologi dell’Istituto Villa Marelli sono
vicini con affetto a Luigi e partecipano commossi
al suo dolore per la tragica scomparsa del suo
amato padre
Tico e Roberta si stringono con affetto a Piero,
Gaia e Silvio in questa terribile circostanza.
- Milano, 16 luglio 2014.
Mario Cal
Fulvia Pitteri Viani
Partecipano al lutto:
– Paolo de Sanctis.
– Luisa e Gianni Pontello.
– Paola Petazzi.
– Francesco e Gabriella Mottola.
– Silvana e Vittorio Taglietti.
– Clara, Mario, Ombretta, Gari, Giffi, Alberto,
Emanuele.
– Raffaello, Silvia Hassan e figli.
e si unisce al dolore di Daniela e di tutta la famiglia. - Milano, 16 luglio 2014.
Alberto
18 luglio 2011 - 18 luglio 2014
Sei sempre nel mio cuore con immutato amore.Tua moglie Tina.- Una Santa Messa verrà celebrata venerdì 18 luglio alle ore 18.30 nella parrocchia di Sant’Alessandro (piazza Sant’Alessandro). - Milano, 17 luglio 2014.
Stefano. - Milano, 15 luglio 2014.
Partecipano al lutto:
– Francesco e Umberto Bandiera.
– Michele Berardi.
– I dipendenti del Comprensorio Monticello.
insigne tisiologo. - Milano, 15 luglio 2014.
- Milano, 16 luglio 2014.
Michele Ketoff
è finito questo faticoso cammino, ora sei finalmente libera.- Federica e famiglia.
- Torino, 15 luglio 2014.
ti ha lasciato troppo presto.- Carmen, ti siamo
vicine con tutto il nostro affetto.- Paola e Giuse.
- Milano, 16 luglio 2014.
L’Amministratore Geometra Cozzi e i condomini dello stabile di via Vittor Pisani 12 Milano, partecipano al lutto della famiglia per la prematura
scomparsa del
Caro Paolo, ti sono affettuosamente vicino in
questo triste momento ricordando il caro
Avv. Saverio Cuscito
- Milano, 16 luglio 2014.
Letizia Moratti si unisce al dolore dell’Ambasciatore Sebastiano Cardi per la scomparsa della
moglie
Caroline Seitz
- Milano, 17 luglio 2014.
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Necrologie: € 5,00
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Adesioni al lutto: € 3,70
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trigesimi e ringraziamenti: € 258,00
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Servizio fatturazione necrologie:
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Corriere della Sera Giovedì 17 Luglio 2014
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alla panchina bianconera, il
popolo juventino si interroga.
Ironie (e speranze) sui social.
Commenta
online: ha
fatto bene
la Juve a
cambiare
allenatore?
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Giovedì 17 Luglio 2014 Corriere della Sera
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Tv in chiaro
Teleraccomando
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di Maria Volpe
PER DISTRARSI
PER CONOSCERE
Moda, la parola
a Jo Squillo
A tu per tu
con i delfini
Torna Jo Squillo (foto) con
un viaggio itinerante nelle
capitali della moda. Si parte
da Milano, con la sfilata
acqua e fuoco di Roberto
Cavalli, si transita per New
York, con le sfilate di Calvin
Klein e DKNY con ospiti
Naomi Watts e Rita Ora, e si
approda sulla Piazza Rossa
di Mosca con Sophia Loren,
l’attrice italiana più famosa
in Russia. La rubrica
«Mode & Star ospita Milla
Jovovich, la supermodella,
attrice e cantante ucraina
più nota al mondo. Per
finire parlano le neomamme
dello spettacolo: Belén,
Martina Stella, Syria ed Eva
Riccobono.
In estate, fedele
all’appuntamento, Piero
Angela propone nuove
avventure. Stasera nella terza
puntata del programma, il
documentario BBC «Una spia
nel branco»: le telecamere
nascoste spieranno i delfini
(foto) tra le creature più
affascinanti e intelligenti del
regno animale. Si potranno
vedere tutte le loro peripezie
grazie a speciali videocamere
applicate ad apparati
subacquei, capaci di
movimenti rapidissimi, che
sembrano finti pesci e quindi
possono filmare di nascosto i
loro comportamenti,
raramente osservabili sino a
oggi.
Mode
Rai2, ore 0.40
SuperQuark
Rai1, ore 21.20
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Film e programmi
Aniston e Vaughn
separati in casa
Spacey condannato
grida al complotto
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Jennifer Aniston e Vince Vaughn
(foto insieme) sono una coppia
tra amore e crisi. Per un certo
periodo decideranno di vivere
da separati in casa nella dimora
comprata da tutti e due.
Ti odio, ti lascio, ti...
Canale5, ore 23.30
Condannato a morte con
l’accusa di omicidio, un ex
docente universitario (Kevin
Spacey, foto) si dichiara vittima
di un complotto. Per raccontare
la sua vita chiama una reporter.
The life of David Gale
Iris, ore 21
Concerto di Brahms 1922: i fascisti
diretto da Pappano marciano su Roma
Sir Anthony Pappano dirige
l’Orchestra dell’Accademia
Nazionale di Santa Cecilia
nell’esecuzione del Concerto in
re maggiore per violino e
orchestra di Johannes Brahms.
La musica di Rai3
Rai3, ore 0.45
28 ottobre 1922: i fascisti si
armano, calano in forze sulla
capitale e spingono il re a dare
l’incarico di governo a Mussolini.
Lo storico Emilio Gentile
ripercorre «La marcia su Roma».
Il tempo e la storia
Rai Storia, ore 20.45
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Corriere della Sera Giovedì 17 Luglio 2014
47
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Film
e programmi
Rush esperto d’arte
cade in una trappola
La vita di un apprezzato esperto
d’arte (Geoffrey Rush, foto) scorre
al riparo dai sentimenti fin quando
una donna misteriosa gli chiede
una valutazione. Sarà l’inizio di un
rapporto che lo travolgerà.
La migliore offerta
Cinema Emotion, ore 21.15
Tre personaggi
per Antonio Albanese
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Antonio Albanese si triplica per
interpretare Cetto La Qualunque
(foto), un mistico strafatto e un
imprenditore nazi del Nord-Est.
Tre personaggi inquietanti che
finiranno in parlamento.
Tutto tutto niente niente
Sky Cinema Comedy, ore 21
Sean Penn politico gay
per Gus Van Sant
Nel film di Gus Van Sant, Sean
Penn (foto) interpreta Harvey
Milk, politico gay, che promosse
l’ordinanza sui diritti dei gay e
che per questo venne
assassinato nel 1978.
Milk
Premium Cinema, ore 21.15
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Bettany e Graham
poliziotti giustizieri
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Due poliziotti di una cittadina
costiera dell’Inghilterra (Stephen
Graham e Paul Bettany) indagano
sull’omicidio di una 12enne.
Sospettano di un balordo e
decidono di farsi giustizia da soli...
Blood
Sky Cinema 1, ore 21.10
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A fil di rete
di Aldo Grasso
Nel «Millennium»
non basta il tacco 12
L
e Vianello’s Angels, la tv con tacco 12, Rai3 mette la
minigonna… Invece di andare in vacanza, il direttore Andrea Vianello sperimenta. Deve coprire il buco
lasciato dal compagno Floris, deve proteggersi dall’assalto de La7, deve lasciare una sua impronta. Ed
ecco «Millennium», il nuovo talk di approfondimento: titolo
impegnativo che si usa nelle fiction per evocare un’età a venire, con riferimento a un passo dell’Apocalisse di Giovanni,
in cui Cristo inaugurerà insieme agli eletti il regno millenaVincitori e vinti
rio della felicità sulla terra
(Rai3, martedì, ore 21.08).
Tom
Per adesso siamo alle elette:
Beck
Mia Ceran, Elisabetta MargonaIl krimi
ri e Marianna Aprile. Tre donne
tedesco
tre per la nostra felicità, anche
batte la
se si comincia con un’intervista
politica italiana. Rai2
ad Anna Finocchiaro e il solito
sopra Rai3 il martedì
giochino dell’anteprima per
sera nel post-Ballarò:
guadagnare punti alla lotteria
sulla seconda rete
dell’Auditel. Difficile giudicare
«Squadra Speciale
un talk dalla prima puntata (il
Cobra 11» (con Tom
genere vive sulla ripetizione); si
Beck, foto) per
può solo dire che le gerarchie
1.835.000 spettatori,
in campo sono già definite: la
8,4% di share
Ceran è Santoro (più affascinante, meno ideologica), la
Mia
Margonari è Sandro Ruotolo
Ceran
(va be’, meno ideologica), la
La politica
Aprile è la Innocenzi (se la gioitaliana
ca, meno ideologica). Certo, da
superata
una nuova proposta ci si aspetdal krimi tedesco.
terebbe qualcosa di più, magari
Anche d’estate non si
degli ospiti meno consunti (da
ferma il talk:
Dario Fo a Matteo Salvini, da
«Millennium» (con Mia
Maurizio Paniz a Marella GioCeran, foto) prende il
vannelli), magari una costruposto di «Ballarò»,
zione meno affastellata (i servied è seguito da
zi dalla Sardegna erano surrea817.000 spettatori,
li, passavano dai pescatori che
4% di share
devono classificare i pesci con
il nome latino alla piazzetta di
Porto Rotondo, dalla nostalgia per i fasti di Villa Certosa alla
disperazione dei senzatetto), magari senza inutili sondaggi.
L’intervista precotta alla Finocchiaro è stato il momento
meno interessante: troppo costruita e meccanica. E poi non
si può ascoltare la Finocchiaro che dice «sono un dirigente
politico» con il tono che allo Strega si usa per dire «sono
uno scrittore».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Forum «Televisioni»: www.corriere.it/grasso
Videorubrica «Televisioni»: www.corriere.tv
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Giovedì 17 Luglio 2014 Corriere della Sera
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