III CONGRESSO FLC CGIL BRESCIA

Relazione del Segretario
Pierpaolo Begni
III CONGRESSO FLC CGIL BRESCIA
25 FEBBRAIO 2014
Hotel Vittoria - Brescia
Premessa
Gentili ospiti, care delegate e cari delegati, compagne e compagni, a nome
mio e della FLC CGIL di Brescia a voi tutti il benvenuto al terzo Congresso
della nostra Organizzazione sindacale.
Ringrazio tutti gli ospiti per la loro presenza, ma in modo particolare le
delegate e i delegati che nelle scorse settimane hanno dato vita, durante
le assemblee di base, ad un confronto dialettico che non può fare altro che
bene al Sindacato.
Prima di iniziare la mia riflessione, permettetemi di ricordare in questa giornata tutte le compagne ed i compagni che in questi quattro anni ci hanno
lasciato e soprattutto Annibale Gallina.
Annibale se n’è andato in una sera di novembre senza dare disturbo, se n’è
andato nella solitudine di chi con grande tenacia e sforzo ha costruito un
impegno sociale, se n’è andato dopo solo un mese dalla scomparsa della sua
amata mamma, Nora.
Annibale era uno di noi, che aveva fatto del Sindacato l’impegno più importante dopo il lavoro, senza voler tuttavia ricoprire ruoli negli organismi
dirigenti.
“Con la sua presenza ha dato un contributo enorme alla costruzione di un
presidio di consulenza sulla scuola, che anche grazie alla sua preparazione
e alle sue sollecitazioni si è avvicinato a quello che lui riteneva essere il ruolo di un sindacato.
Non possiamo non menzionare le discussioni accese sul fatto che il sindacato non doveva trasformarsi in un luogo nel quale assecondare, proteggendole, situazioni indifendibili.
Ma nessuno di noi ricorda di quei dibattiti se non il sorriso nel quale si
stemperavano le asperità intellettuali, il sorriso luminoso che emanava dai
suoi occhi chiari.
Questo binomio: passione impegno lo ha segnato anche nella sua presenza
a scuola.
Ne ha conosciute molte sia in qualità di DSGA, sia in qualità di reggente,
sia in qualità di formatore di DSGA, sia in qualità di amico telefonico: Corte
Franca, Travagliato , XVI° circolo, Abba-Ballini, Tartaglia, Artistico Olivieri.
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L’attuale assetto normativo ha definito nei ritagli questa figura solitaria dei
DSGA e ha conferito loro, più surrettiziamente nei fatti, il compito immane
della tenuta del sistema.
Per chi, come lui, assumere il senso civile della cittadinanza corrispondeva
allo svolgimento del proprio dovere non c’è stato, non c’era l’abbandono o,
peggio, l’accettazione della condizione determinata.
La costruzione con Paola, Alba, Maurizio, Giulia, Nicola, Giovanna e altre
colleghe di uno spazio di confronto in CGIL che non poteva assecondare la
solitudine del lavoro di alcuno, è stata la sua risposta concreta alla vuota
deriva che si prospettava, e purtroppo si prospetta per la scuola pubblica.
L’approfondimento legislativo, la ricerca di variabili e la loro gestione dovevano e devono costituire fondamento dell’azione politica e in questo l’acutezza delle sue osservazioni è stata un aiuto importante, spesso decisivo.
Questo il suo ruolo, l’ambito del suo prospetto, il recinto della sua azione
politica.”1
Ci mancherà!
Ciao Annibale!
1974 – 2014: strage di Piazza della Loggia - III Congresso FLC.
Vorrei soffermarmi sulla memoria di ciò che è avvenuto quarant’anni fa: la
strage di Piazza della Loggia.
Coincidenze casuali, quarantesimo anniversario e III congresso FLC, fanno
si che per noi, donne e uomini di scuola, dell’università, dell’alta formazione artistica, insomma della conoscenza, oggi il ricordo riconduca alle compagne e compagni morti nella Piazza nell’espressione delle loro idee, nella
rivendicazione dei diritti dei cittadini e nella lotta per la vita democratica
del nostro paese.
Oggi, come non mai, quel sacrificio non può essere e non deve essere dimenticato; oggi che nuove eversioni, derivanti dalla crisi sociale in cui river-
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(dal ricordo di commiato di Santo Gaffurini)
sa il paese, emergono subdole e silenziose.
Non possiamo dimenticare per dovere nei confronti delle nuove generazioni.
L’identità di un popolo si costruisce intorno a valori condivisi; uno dei valori che un popolo dovrebbe sempre avere è quello della memoria storica.
Non c’è futuro senza memoria.
Distruggere la memoria equivale a cancellare la base della propria identità
e della propria continuità nel tempo.
La memoria è testimonianza del passato..
Tutto ciò che oggi noi siamo ha le sue radici nel passato e dimenticare queste radici è come condurre una vita priva di riferimenti.
L’orologio della piazza
rintocca le ore che scorrono,
testimone muto di una strage impunita,
ancora vede,
e triste li rammenta,
con un rintocco a morte,
gli acerbi anni di una gioventù
saltata in aria,
ed oggi
per una seconda volta,
per via di una giustizia stagnante
e che non funziona affatto.
Don Pompeo Mongiello
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Dentro la crisi
Era il 10 febbraio 2010 quando la FLC CGIL festeggiava, con il secondo congresso, i suoi primi quattro anni di vita e già allora s’ intravedeva che gli
anni che sarebbero seguiti non sarebbero stati migliori rispetto a quelli precedenti, ma non si pensava certo ad un disastro di dimensioni così grandi,
sia dal punto di vista economico - finanziario, sia occupazionale e sociale.
Le conseguenze della crisi iniziata nel 2008 si sono accentuate negli anni
successivi ed hanno portato l’intero paese in un tunnel cieco.
Molteplici sarebbero gli aspetti da analizzare; non vorrei dilungarmi a lungo, ma permettetemi solo alcuni cenni.
Analizzando tali aspetti spesso ci si sofferma alla superficie dei problemi,
alle loro manifestazioni esterne, senza scavare nel vissuto quotidiano di chi
vive le conseguenze delle scelte altrui.
In questi anni i Presidenti del Consiglio che si sono alternati ci hanno detto
più volte che la crisi era giunta ormai al termine: in molti hanno creduto che
ciò fosse vero!
Nel 2008 governava Silvio Berlusconi e la crisi economica era per lo più
raccontata da indicatori numerici, abbastanza lontani dalla percezione dei
cittadini italiani.
Confindustria riconosceva le prime difficoltà di quella che era la terza recessione del dopoguerra dopo quelle del 1975 per lo shock petrolifero e del
1993 per la crisi dalla finanza pubblica. L’associazione di categoria degli
imprenditori tuttavia dichiarava: “Nel 2009 l’Italia potrà agganciarsi alla
ripresa internazionale chiudendo l’anno con un PIL a + 0,4 per cento”. Gli
italiani pensarono che la crisi fosse un temporale estivo o poco più.
E così si arrivò al 2009; sempre Berlusconi al governo.
Le difficoltà per le famiglie italiane iniziarono a farsi più serie, tra fabbriche
che delocalizzavano ed altre – magari più piccole – che chiudevano i battenti.
Subentrò allora il fattore psicologico: “Mi aspetterei che tutte le fabbriche
del disfattismo – disse il Cavaliere a Radio anch’io – e del pessimismo la
smettano di produrre un’atmosfera che non è soltanto di odio e di violenza
nella politica ma che è anche negativa sul piano dei consumi e degli investimenti”. Poi, rispondendo ad una domanda sulla possibilità di una fase di
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crescita nel 2010, affermò: “La ripresa ci sarà”.
Nessuna ripresa nel 2010: gli acuti consiglieri del Cavaliere devono aver
sbagliato i conti, perché nel frattempo la disoccupazione iniziava a farsi preoccupante. Ancora una volta arrivò una pillola di sano ottimismo sempre
da parte di Berlusconi che, alla vigilia di Natale, disse: “Ritengo che il 2011
sarà un anno di ripresa di cui già abbiamo iniziato a cogliere qualche segnale. Non possiamo escludere altre turbolenze dell’area euro: l’Italia è al riparo da attacchi speculativi, ed è merito del governo che ha tenuto in ordine i
conti pubblici, ma soprattutto delle famiglie e delle imprese dei lavoratori.
Per i mercati le aspettative contano molto – sottolineava – se si fosse aperta
una crisi di governo le conseguenze avrebbero potuto esser gravi, e per questo sentiamo il dovere di continuare a governare”.
E la crisi di governo arrivò. Il 2011 non fu l’anno della ripresa, ma quello
dello spread: parola mai sentita, che di colpo iniziò ad animare gli incubi
degli italiani e quelli del governo.
Nel mese di novembre Berlusconi crollò.
Le opposizioni esultarono e venne chiamato a dirigere il Paese il professor
Mario Monti. Bocconiano di ferro, trovò l’appoggio di Pd, Pdl e Udc.
E la famosa ripresa?
Draghi, nel frattempo diventato presidente della Bce, l’8 marzo del 2012
disse: “Ci sarà una ripresa graduale dell’economia nel corso di quest’anno”.
“Le misure straordinarie della Bce, assieme al consolidamento fiscale hanno
provocato un miglioramento significativo e il maxi-prestito triennale alle
banche darà ulteriore sostegno alla stabilizzazione dei mercati finanziari”.
Va bene, ancora qualche mese di pazienza e ne saremo fuori, pensarono i
cittadini italiani, ormai stremati.
Come i soldati del più celebre romanzo di Dino Buzzati, gli italiani attesero
anche per tutto il 2012 la ripresa economica.
Non arrivò neppure allora, così il professor Monti spiegò: “L’anno prossimo
sarà un anno in ripresa per l’andamento dell’attività economica, il 2013 sarà
crescente. La media del 2013 è tuttavia prevista essere di uno 0,2% inferiore
alla media 2012. Questo è chiamato effetto trascinamento, ma la luce della
ripresa, anche se non voglio riprendere immagini abusate, si vede”.
Con le elezioni politiche del febbraio 2013 e la costituzione del governo
Letta la musica non è cambiata, infatti lo stesso Presidente del Consiglio e
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la Banca Centrale Europea hanno affermato che l’economia dell’Eurozona
avrebbe dovuto stabilizzarsi e registrare una lenta ripresa nel prosieguo del
2013 e nel 2014. Ci sarebbero stati degli indicatori (quali?) che avrebbero
finalmente fatto intravedere una luce in fondo al tunnel. Come dire: finora
abbiamo sofferto, la disoccupazione è alle stelle e la povertà non è mai stata
così alta, ma dopo anni di sacrifici vedremo finalmente i frutti. L’occupazione sarebbe tornata a crescere anche, secondo la Bce, grazie alla “rimozione
delle rigidità nel mercato del lavoro”.
In realtà la crisi ha interessato strati sempre più ampi della popolazione; nel
2013, così come già nel 2012, la mancanza di denaro o situazioni debitorie
insanabili hanno rappresentato la motivazione principale all’origine di un
numero elevatissimo di suicidi (108 nel 2013, 44 del 2012). La perdita del
posto di lavoro ha continuato ad essere la seconda causa di suicidio: 26 gli
episodi registrati nel 2013, in lieve aumento rispetto al 2012 quando i casi
sono stati 25. Ad incidere inoltre sul tragico epilogo, i debiti verso l’erario:
13 le persone che nel 2013 si son tolte la vita a causa dell’impossibilità di
saldare i propri debiti nei confronti dello Stato.
Quella famosa luce in fondo al tunnel non si è mai vista, anzi in quel tunnel
rimaniamo e spesso succede che l’ingiustizia finisca per essere sottovalutata, diventando così un evento quasi naturale.
“I tempi dell’emergenza scardinano le regole, distorcono le istituzioni, riducono i diritti”2.
Una realtà in emergenza si è trasformata in una molteciplità di crisi: politica, sociale, della classe dirigente e anche del sindacato. In altre parole è possibile parlare di una crisi della rappresentanza, quella rappresentanza che
una volta era confronto. Oggi sono scomparsi quei luoghi in cui le persone
potevano discutere e decidere della propria condizione e di come risolvere
i propri problemi
“Effettivamente noi viviamo in una sorta d’ipertrofia del presente, amplificata dai media, vecchi e nuovi. In un certo senso il nostro tempo non è
più lineare ma circolare, come quello delle società primitive, come quello
del mondo contadino, fondati sull’alternanza delle stagioni”3. Insomma, al
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Stefano Rodotà
Marc Augè
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confronto si è sostituita una sorta d’individualismo, che ha prodotto la demonizzazione del conflitto, in quanto lo stesso è stato sostituito da forme
di rivendicazioni individuali che vengono risolte mediante trattive private.
Ma il conflitto può ancora essere innescato secondo la vecchia categorizzazione padrone/operaio? O piuttosto il conflitto innescabile oggi si attua tra
precario e cosiddetto tutelato, tra pubblico e privato e pertanto tra la stessa
classe di lavoratori e lavoratrici dipendenti.
Un nuovo scenario si è profilato all’orizzonte; uno scenario che mai si sarebbe immaginato nel secolo scorso, che a tutti gli effetti segna una divisione
tra pari e che pertanto prospetta una nuova visione del mondo del lavoro e
porta ripensare quello che dovrebbe essere il modello di sindacato.
Diventa allora indispensabile riportare la nostra discussione dentro i luoghi
di lavoro, nei luoghi che ancora possono essere identificati tali rispetto ai
non luoghi di cui è costellato lo spazio fisico che circonda ogni individuo.
Diventa importante ricostruire la classe delle lavoratrici e dei lavoratori
come soggetto unico e non suddiviso in categorie che, come è stato detto
poc’anzi, si contrappongono le une alle altre nella ricerca del benessere individuale, un’entità unica proiettata verso il bene comune e collettivo.
Da ciò deriva che anche il sindacato deve recuperare il suo ruolo fondamentale di rappresentanza di quel soggetto che ha mutato le sue richieste di
tutela, diventando un sindacato capace di rappresentare istanze collettive
ed individuali di tutte e tutti, un sindacato che sia in grado di dare segnali
evidenti per ridurre la precarietà del lavoro e per estendere la cittadinanza
sociale, mediante la revisione profonda della legislazione lavoristica, a partire dai contratti a termine, dall’’istituzione di una qualche forma di reddito
di base per i periodi di non lavoro e per i giovani ai quali è negato l’accesso
al proseguimento degli studi per fattori economici, da un forte impegno a
sostegno della formazione professionale e continua, lungo tutto l’arco della
vita.
E a proposito di giovani, com’è possibile pensare ad un loro futuro occupazionale se è stata innalzata l’età pensionabile di chi oggi un lavoro ce l’ha?
La riforma Fornero sulle pensioni è intervenuta a mano bassa sui criteri di accesso all’assegno pensionistico, rendendo impossibile prevedere la
data del pensionamento con pesanti conseguenze sulla vita delle persone;
allungando l’età pensionabile, si rende impossibile il ricambio generaziona-
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le e si penalizzano soprattutto le donne, sempre più impegnate nel lavoro
di cura.
È indispensabile che il governo riveda la Riforma Fornero negli aspetti
che rendono il nostro sistema previdenziale il più duro dell’ Europa, per cui
occorre ripristinare la flessibilità in uscita e trasformare i coefficienti previsti
dal metodo contributivo.
Per quello invece che più direttamente concerne il sistema delle relazioni
industriali, si tratta di confermare l’attuale sistema a due livelli, col primato
dei contratti nazionali, di cui però andrà ridotto il numero, di recuperare un
modello di democrazia sindacale basato su rappresentanze sindacali elettive e unitarie con poteri contrattuali, di fare una legge sulla democrazia
sindacale che renda finalmente misurabile, esigibile e trasparente il diritto
dei lavoratori ad avere una propria rappresentanza sindacale democratica.
Diviene indispensabile pensare ad una strategia di reinsediamento sindacale che sappia parlare ad una realtà come quella dei migranti, ai lavoratori
e alle lavoratrici atipiche, ai giovani lavoratori con livelli di scolarizzazione
e qualifiche più elevate, impiegati in settori sempre più strategici come l’elettronica, la ricerca, le bio-tecnologie. Anche il gruppo dirigente sindacale
dovrà sapersi rinnovare dal punto di vista generazionale.
Occorrerà potenziare la rete dei servizi e delle tutele nel mercato e nel posto
di lavoro. Occorrerà creare un sistema ben rodato, all’interno del sindacalismo confederale.
Di sicuro non ci sono ricette facili; sarà necessario utilizzare tutti gli strumenti che la storia sindacale, italiana ed internazionale, ci offrono.
L’esperienza storica del nostro movimento sindacale ha in più occasioni saputo dimostrare questa duttilità.
L’auspicio è che in futuro si possa giungere ad una sintesi adeguata per
tener testa alle sfide che il capitalismo globalizzato sta muovendo al sindacato, vale a dire ad uno dei pilastri della nostra democrazia.
Insomma serve un sindacato che “oltre” ad ascoltare ed interpretare sia in
grado di rielaborare il bisogno sociale espresso dalle lavoratrici e dai lavoratori; forse in questo modo riusciremo a recuperare il rapporto con i nostri
rappresentati.
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I comparti della conoscenza
E per i comparti della conoscenza?
Le cose non stanno diversamente da quanto sino ad ora descritto.
Dal settembre 2008 al settembre 2013 (che significa governo Berlusconi con
ministro Gelmini più una breve appendice di governo Monti con ministro
Profumo) il numero degli alunni dalla prima elementare alla quinta liceo è
cresciuto di 90.990 unità. In uno sviluppo normale del rapporto discentedocente, questa crescita avrebbe dovuto significare 9.000 insegnanti in più.
Al contrario, in cinque anni ci sono stati 81.614 docenti in meno. Dietro il
paravento dell’ottimizzazione della spesa si è celata una gigantesca operazione di tagli sconsiderati che ha inciso sulla qualità del servizio pubblico e
sul tempo scuola.
Sempre nei cinque anni presi in considerazione, le classi sono diminuite:
meno 9.285. Ne sarebbero servite 4.500 in più (con una media di 20 alunni
per aula), vista la forte crescita di iscritti. La naturale conseguenza è che
sono aumentate le classi pollaio: il limite di 20 alunni per classe in presenza
di un compagno con disabilità, regola definita per legge, quasi mai viene
rispettato.
A fronte della più bassa percentuale in Europa di spesa pubblica per l’istruzione (fonte Eurostat), l’Italia ha tagliato in ogni ciclo scolastico: 28.032
posti nella primaria, 22.616 nella secondaria di primo grado, 31.464 nella
secondaria di secondo grado. Solo nella scuola dell’infanzia c’è stato un aumento del corpo insegnante: più 538 docenti. La scuola più tagliata, rispetto
alla sua capienza, è la secondaria di primo grado, dove più profonda la
riduzione del tempo scuola, soprattutto per alcune discipline.
Grazie alla politica degli accorpamenti, in Italia dall’inizio dell’anno scolastico sono scomparse 2.094 scuole, il venti per cento della totalità. Sono 557
gli istituti senza un preside né un dirigente amministrativo. Gli effetti della
cura Gelmini, che il governo Monti non ha voluto lenire, si vedono negli
orari spezzati dei docenti, distribuiti fra troppe classi, nell’aumento degli
alunni per classe……….
Le famose ore di compresenza sono state prosciugate pressoché completamente. In sintesi, “l’offerta formativa si è impoverita”.
Purtroppo anche gli interventi del Ministro Carrozza si sono rilevati insuf-
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ficienti rispetto a quanto la stessa aveva dichiarato, nell’incontro congiunto delle commissioni istruzione di Camera e Senato, all’atto del suo insediamento presso il ministero di viale Trastevere: “I sistemi dell’istruzione,
dell’università e della ricerca non possono vivere nell’incertezza perenne
tra tagli e rimodulazioni in corso d’anno. Quello che serve è un orizzonte
temporale pluriennale in cui il budget su cui sviluppare il sistema sia coerente con le politiche, le strategie e le priorità che il Paese si impegna a
perseguire, tenendo conto, peraltro, della necessità di rispettare gli obiettivi
assunti a livello internazionale. In tal senso occorre, ad esempio, superare la
metodologia attualmente utilizzata per la gestione degli organici evitando
il blocco del turn over con l’introduzione, invece, di un vincolo di bilancio.
Trasparenza delle politiche per l’istruzione, per l’università e per la ricerca
significa chiarezza delle regole e dei criteri valutativi, applicazione di criteri
meritocratici per l’allocazione di fondi, certezza dei percorsi, trasparenza
nei processi di allocazione delle risorse e della loro gestione, nonché puntuale valutazione e attento monitoraggio ex post. Vanno rafforzati i meccanismi di valutazione dei risultati raggiunti e di controllo delle azioni, al fine
di permettere una continua verifica del rapporto costo/benefici per centro
di costo e garantendo la totale “accountability” delle attività finanziate con
risorse pubbliche.”
È soprattutto sull’incertezza che ritengo utile soffermare la riflessione poiché di quanto affermato non si è nemmeno vista l’ombra.
I tagli alle risorse in corso d’anno sono continuati; ad oggi non conosciamo
ancora la vera consistenza del MOF; le paventate assunzioni del personale
ATA per l’anno 2013 non sono state ancora realizzate.
Non c’è un piano di assunzioni dei docenti su posto comune, il precariato
è ancora maltrattato e utilizzato contro le indicazioni dell’Unione Europea.
Gli edifici scolastici sono per la maggior parte in condizioni pietose; il
Ministro Carrozza ha fatto approvare l’8×1000 per l’edilizia scolastica, provvedimento utile ma insufficiente. Il Governo ha anche stanziato per la questione 150 milioni con il decreto “Fare” ed altri 800 milioni da spendere in
tre anni, reperiti mediante mutuo con la Banca per lo sviluppo europeo: si
tratta di una media di 266 milioni all’anno, anche se in realtà la ripartizione
non è uniforme. Sono stati già sbloccati 112 milioni e il 29% degli interventi
riguarderà l’amianto, di cui le scuole sono piene. E’ difficile abbozzare un
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preventivo della spesa complessiva necessaria, ma il panorama è preoccupante. L’impressione è che le somme stanziate siano solo una frazione di
quanto sarebbe necessario. E poi, chi è sicuro che nei prossimi anni questi
soldi saranno esigibili?
Un “merito” che il ministro può vantare è quello di aver evitato impedito
il prelievo forzoso sugli stipendi dei docenti.
Non così per il personale ATA. La tragicomica tra il ministero dell’istruzione e quello dell’economia sulle posizioni economiche del personale
ATA è giunta a conclusione limitando il prelievo forzoso dagli stipendi dello stesso personale, infatti per molti di loro l’Amministrazione procederà al
recupero delle risorse corrisposte in modo “indebito”, calcolando gli importi a partire da settembre 2013.
Non tranquillizza nemmeno il fatto che il Governo voglia procedere al
riconoscimento degli scatti di anzianità recuperando le risorse dai fondi per
il Miglioramento dell’Offerta Formativa.
Insomma non c’è stato un reinvestimento.
Gli insegnanti eliminati non sono ritornati: le classi sono affollate e spesso vengono divise quando c’è un’epidemia influenzale che tiene a casa più
docenti di quanti si riesca a sostituire con risorse interne. I docenti hanno
più alunni e più classi, corrono avanti e indietro e non riescono più a seguire la didattica, sono costretti a non fermarsi mai e così non si fermano mai
nemmeno bambini e ragazzi.
Non è possibile la formazione dei docenti.
Avremmo sicuramente preferito ai tanti proclami dei ministri scelte decise
atte a migliorare realmente i sistemi d’istruzione e formazione del nostro
paese, con un netto cambio di rotta rispetto agli anni precedenti.
Avremmo apprezzato che si arrivasse a fare una seria riflessione sui tempi
della scuola, poiché la variabile tempo e la qualità del tempo scuola sono
fondamentali per la realizzazione di qualsiasi processo innovativo. Il tempo
che gli insegnanti trascorrono con i ragazzi, tutti con aspettative, ma ognuno
con esigenze e possibilità diverse è prezioso; è questo il tempo fondamentale del rapporto insegnante – alunno, un rapporto che deve essere sempre
leale, rispettoso dell’altro e produttivo. E’ inoltre il tempo dell’organizzazione degli spazi, dell’ambiente, dei progetti; è un tempo in cui ci si deve confrontare con l’altro insegnante, è il tempo della discussione e della sintesi di
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momenti operativi comuni, della cooperazione, del gruppo di lavoro. Vi è
poi il tempo di un’utile contemporaneità per i laboratori, per il fare , per le
attività di recupero e di potenziamento… E’ il tempo per i piani di studio
personalizzati e l’individualizzazione dell’insegnamento. Infine la flessibilità dei tempi è decisiva tale flessibilità, unita all’adattabilità delle proposte
prefigura il superamento del concetto di metodo e la sua sostituzione con
quello di strategia in rapporto alle caratteristiche individuali degli alunni.
I fondi per il diritto allo studio universitario sono ai minimi storici dal 2008
e, per la prima volta, oltre metà delle borse di studio sono a carico delle
famiglie degli studenti. Nel 2014, saranno 140,8 i milioni che entreranno
nel capitolo di spesa per sostenere gli studi dei ragazzi italiani capaci, meritevoli e con scarse disponibilità economiche. Nel 2013 erano 154 milioni,
l’anno precedente 175.
Quello che si prefigura è un diritto allo studio quasi dimezzato e per lo
più pagato dagli stessi studenti che dovrebbero beneficiarne e il numero di
coloro che, pur avendone diritto, non riusciranno a percepire alcuna borsa
di studio - i cosiddetti “idonei non beneficiari” - salirà a quota 70mila. Per
assicurare una borsa di studio a tutti quelli che si trovano nelle condizioni
previste dalle norme vigenti servirebbero altri 214 milioni di euro. Ma le
risorse scarseggiano. Gli interventi previsti dal decreto-scuola rischiano di
essere la pietra tombale definitiva per il diritto allo studio previsto dalla
Costituzione.
Il governo e il ministro dell’istruzione devono capire che demolire il diritto
allo studio significa in realtà bloccare definitivamente l’ascensore sociale del
nostro paese, significa precludere completamente agli studenti in difficoltà
economiche l’accesso all’università e alle scuole superiori.
Avremmo voluto sentire parlare di rinnovo del contratto!
Il futuro del nostro paese passa anche attraverso servizi pubblici universali ed efficienti e i diritti dei cittadini si realizzano compiutamente solo
garantendo loro risposte pubbliche. I lavoratori pubblici sono quindi una
risorsa per il paese: è inaccettabile che il nostro contratto di lavoro, scaduto
da quattro anni, non venga rinnovato e si paventi la possibilità di ulteriori
proroghe. Occorre dare risposte certe e immediate, definendo le priorità:
rinnovare i contratti nazionali e stabilizzare i lavoratori precari della pubblica amministrazione, subito!
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La pubblica amministrazione e i comparti della conoscenza possono
essere i fattori di avvio di un circuito positivo per la ripresa dell’economia
nazionale. I risultati negativi delle politiche economiche e sociali sviluppatesi negli ultimi anni attraverso i tagli all’istruzione e formazione ed ai servizi pubblici sono evidenti: un impoverimento culturale ed economico del
nostro Paese e la mortificazione delle aspettative di quanti, in particolare le
nuove generazioni, vorrebbero poter progettare il proprio futuro.
Per queste ragioni è necessario garantire servizi pubblici, istruzione e formazione pubblica di qualità reinvestendo risorse economiche, avviare un
progetto di riforma e di riorganizzazione degli assetti istituzionali, valorizzare il ruolo del “pubblico”, qualificando il lavoro pubblico attribuire alla
cittadinanza un ruolo partecipativo.
Credo sia altrettanto importante affermare che per ridare piena dignità ai
contratti collettivi nazionali di lavoro per il pubblico impiego si debba procedere celermente all’abolizione del Decreto Legislativo 150/2009, infatti
non è accettabile che siano le leggi, i decreti a determinare il benessere materiale ed immateriale delle lavoratrici e dei lavoratori della conoscenza.
È importante che la FLC e la CGIL continuino ad essere riferimento delle
battaglie per il cambiamento, che continuino a cercare risposte alle tante
domande, che sappiano organizzare e proporre mobilitazioni riattivando
alleanze con le altre Organizzazioni sindacali, i genitori, gli studenti, i coordinamenti in difesa della costituzione e della scuola e università pubbliche.
È importante che intercettino e organizzino la disobbedienza civile, l’informazione e la protesta;, solo se sapremo inserirle in una proposta complessiva di mobilitazione, allora potremo dire di essere andati “oltre” nella difesa della scuola, dell’università, della ricerca, dell’alta formazione artistica
e musicale dal pesante assedio, facendo uscire i comparti della conoscenza
dal silenzio e da quel senso d’impotenza che li pervade ormai da tempo.
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A Brescia
Gli anni appena trascorsi sono stati caratterizzati dalla mancanza di confronto vero con gli organi istituzionali.
Infatti, pensando al mutamento della geografia scolastica bresciana, vengono in mente le scelte unilaterali operate dall’Amministrazione provinciale
che ha proceduto senza ascoltare le eventuali proposte di parte sindacale.
Nello stesso modo si è proceduto nella definizione dei piani di ristrutturazione delle sedi scolastiche mediante l’utilizzo di risorse derivanti dallo
Stato e dagli Enti locali.
Avevamo richiesto di poter dare il nostro contributo nella discussione, ma
ahimè questo non è stato possibile.
Uno spiraglio si è aperto nella parte conclusiva dell’anno appena trascorso, quando, in occasione degli Stati generali della scuola Bresciana la FLC
ha chiesto l’apertura di tavoli di confronto sulle problematiche riferite alla
scuola bresciana, e l’Assessore all’istruzione e alle politiche giovanili del
Comune della città, presente al momento dell’intervento, ha accettato di
buon grado la proposta.
Da allora le Organizzazioni sindacali di settore sono state convocate per
essere ascoltate riguardo alle scelte dell’Amministrazione comunale.
Chiedo all’Assessore Morelli di continuare su questa strada al fine di poter
contagiare i suoi colleghi dell’Amministrazione provinciale per il futuro e il
bene della nostra scuola e delle nuove generazioni. Solo se si riuscirà a condividere un cammino, nel rispetto delle singole competenze, a costruire un
contratto territoriale, solo allora potremo dire di essere andati “oltre” nella
costruzione di una società futura.
La riduzione di posti in organico a fronte di un aumento della popolazione
scolastica si è sentita anche nelle scuole bresciane, e con essa si sono accentuati i problemi connessi all’organizzazione didattica e alla questione occupazionale dei docenti inseriti nelle graduatorie di terza fascia.
Le problematiche connesse alla riduzione delle risorse hanno causato l’impoverimento dell’offerta formativa e con esso si è ridotta in qualche modo
la capacità di interpretare la scuola all’interno di un contesto quotidiano in
continua evoluzione.
Non è pensabile garantire la stessa qualità con meno risorse!
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Solo lo sforzo di chi lavora quotidianamente con gli alunni, reinventando
ogni giorno il mestiere dell’insegnante, ha permesso che i tagli effettuati
non abbiano avuto ripercussioni pesanti sull’azione educativa.
Non è più una novità nemmeno la riduzione di posti del personale collaboratore scolastico, spesso ridotto al semplice ruolo dell’operatore delle
pulizie. Poche parole contenute in una legge hanno cancellato lo sforzo prodotto in anni nella ridefinizione del vecchio ruolo di bidello; poche parole
per ridefinire articoli di contratto, per creare disagio nell’organizzazione dei
servizi e per abbassare la qualità degli stessi,
Sembrano vecchie lamentele, trame di film già viste, ma al contrario gli
effetti si sentono più che mai anche nelle nostre scuole.
A questa situazione si aggiunga la sperimentazione, autorizzata dal Ministro al liceo internazionale Guido Carli di Brescia, della riduzione del percorso di studi di una anno. Un accorciamento che se attuato su tutto il territorio nazionale determinerebbe la perdita di circa quarantamila cattedre con
un risparmio per le casse dello Stato di oltre un miliardo e trecento milioni
di euro. La riflessione non può limitarsi a definire la questione solo alla perdita di posti, ma deve rivolgere lo sguardo all’operazione di tipo culturale
che vuole essere attuata, cioè la riduzione del tempo di apprendimento e di
formazione degli studenti quasi a dire che le attuali competenze si possono
sviluppare in meno tempo. Inoltre, mediante la selezione in ingresso si vuol
lanciare il messaggio che solo gli studenti migliori potranno accedervi, dimenticando che l’adolescenza è l’età dei cambiamenti. Risultato di tali scelte
è una scuola non inclusiva di tutte e tutti.
Nell’Ateneo di Brescia le energie delle strutture tecniche e del personale
accademico sono state impegnate nell’assolvimento di pesanti oneri organizzativi e funzionali, spesso di natura fortemente burocratica, senza che
allo scopo fosse possibile disporre di risorse aggiuntive, né finanziarie né
umane.
Una sorta di gestione straordinaria che si è aggiunta, aggravandoli, agli
ordinari compiti istituzionali e di servizio che gli Atenei e le Comunità Accademiche hanno continuato a prestare nell’interesse della collettività.
Questa rivoluzione normativa e tecnologica ha cambiato profondamente, nei fatti, il modo di lavorare e il “ruolo” dei dipendenti tecnici e amministrativi, portando a diffusi processi di riorganizzazione di interi settori e ad
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una nuova configurazione dei servizi.
E’ più che mai necessario un intervento deciso su questi fronti per contrastare e disinnescare i processi di svilimento professionale ed esternalizzazione
del personale in corso. In questa situazione si deve fermamente impedire
l’ingerenza di strutture organizzative come Fondazioni, Aziende collegate
di tipo privato ed altro, negli ambiti gestionali, decisionali ed operativi propri dell’Università pubblica.
Se il nostro “oltre” dovesse essere il rafforzamento del sistema d’istruzione,
la capacità di incidere sulle scelte strategiche per il nostro territorio allora
avremo contribuito nella costruzione della società della conoscenza.
Se riusciremo a ricondurre il nostro agire là dove la difesa delle condizioni
di vita essenziali si uniranno sempre più alla difesa delle condizioni di lavoro, molto probabilmente avremo contribuito a costruire un sindacato più
attento al bisogno espresso dalle lavoratrici e dai lavoratori che rappresentiamo, insomma una società migliore e solo allora potremo dire di essere
andati “..…… oltre”.
Questi quattro anni sono stati per me anni di acquisizione di nuove conoscenze e di costruzione di nuove competenze; l’incontro con l’altro che si
affida a te per la tutela dei suoi diritti mi ha arricchito e mi ha guidato a
ricercare le risposte più adeguate.
È stato un percorso faticoso costellato dall’incertezza della riuscita della
mission affidatami, ma anche da tante soddisfazioni derivate dalla realizzazione di molti progetti.
Tutto ciò non avrebbe potuto realizzarsi se in tale percorso non avessi avuto
accanto persone capaci di sopportare i momenti di tensione e di condividere i momenti di gioia e per questo a tutti loro indistintamente va la mia
stima e il mio più sentito ringraziamento.
Grazie di cuore a tutti voi!
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