Quadriga Gerhard Loibelsberger

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Capitolo 3 – Sistemi di cambio fissi e loro sostenibilità1
Indice
3.1.
Squilibri commerciali e regime di cambio
3.1.1. Cambi flessibili
3.1.2. Cambi fissi
3.2.
Il problema del paese n-esimo in un sistema di cambi fissi
3.2.1. Soluzione asimmetrica (egemonica)
3.2.2. Soluzione simmetrica (cooperativa).
3.3.
Vantaggi/svantaggi dell’asimmetria
3.4.
Le triadi impossibili dei cambi fissi
3.5.
Le triadi inquietanti
Sistemi di cambio fissi possono essere favoriti perché:
(a)
possono avere un beneficio per il commercio internazionale evitando guerre
commerciali basate su svalutazioni competitive; essi lasciano però aperta la
questione di come riequilibrare eventuali squilibri commerciali fra paesi;2
(b)
essi possono costituire un forte elemento disciplinante per i sindacati in quanto un
paese vincolato da un accordo di cambio dovrà attestare la propria inflazione in
linea con quella del paese più virtuoso. Questo è in genere ritenuto un obiettivo
conservatore ma, come s’è visto nel capitolo precedente, esso trova il sostegno
nell’analisi economica dominante.
Conosciamo diversi sistemi di cambio fissi. Il gold standard adottato dai maggiori paesi fra a
cavallo fra XIX° e XX° secolo; il sistema di Bretton Woods (BW); il Sistema Monetario Europeo
(SME o European Exchange Rate Mechanism ERM) ; il currency board; l’unificazione monetaria
(che ne è la forma estrema). Una differenza di rilievo, su cui torneremo, fra il sistema di BW e lo
Sme è che il primo prevedeva il controllo dei movimenti di capitale, liberalizzati invece nel
secondo.
1
Chi lo ritenga utile veda anche il capitolo 5 di De Grauwe (2013).
Le famose proposte di Keynes alla conferenza di Bretton Woods nel 1944 erano indirizzate
proprio a cercare di risolvere questo problema.
2
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La questione aperta è la sostenibilità dei sistemi di cambio fisso. Una causa importante della
sostenibilità è dovuta all’atteggiamento cooperativo o meno del paese virtuoso, quello che è in
genere l’architrave del sistema.
3.1. Squilibri commerciali e regime di cambio (da Colombo-Lossani cap. 2)
Ricordiamo che la variazione delle riserve ufficiali è pari al saldo della bilancia dei
pagamenti:
 RU = BP.
3.1.1. Cambi flessibili
Supponiamo per cominciare cambi flessibili.
La figura D mostra il mercato valutario dove si incontrano domanda e offerta di valuta
estera (per esempio $) in funzione del tasso di cambio nominale S (che misura, per esempio, lire per
1$). Le funzioni di domanda IG e offerta XG sono funzioni derivate dalla domanda di importazioni
e dall’offerta di esportazioni. Le importazioni aumentano quando il cambio S si rivaluta (cioè diamo
meno moneta nazionale in cambio di una unità di valuta estera per cui S diminuisce) e aumenta così
la domanda di valuta straniera. Le esportazioni aumentano quando il cambio si svaluta (S aumenta)
sicché aumenta l’offerta di valuta straniera (provento delle esportazioni). Quindi quando il cambio
si rivaluta si accresce la domanda di valuta estera per finanziare le maggiori importazioni (funzione
IG) e diminuisce l’offerta di valuta estera che proviene dalle esportazioni (funzione XG).
Supponiamo un equilibrio commerciale in E dove in corrispondenza a S0 si abbia  RU = BP = 0.
In questo caso il canale estero non influenza la creazione di moneta. Supponiamo ora uno shock
sfavorevole alle nostre importazioni, per cui a parità di S si importa di più e la IG si sposta verso
destra. C’è un nuovo equilibrio in E’ (la maggiore domanda di valuta estera determina una
svalutazione del cambio) e al nuovo tasso di cambio S1 abbiamo di nuovo l’equilibrio esterno, senza
ricorrere alle riserve ufficiali. Concludiamo che con tassi di cambio flessibili, le variazioni del
cambio si assumono il compito di mantenere l’equilibrio della bilancia dei pagamenti, lasciando
dunque invariate le RU e così lo stock di moneta:
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In un regime di tassi di cambio flessibili il saldo globale di bilancia dei pagamenti è sempre nullo:
l’offerta di moneta non è influenzata dal canale estero di creazione della base monetaria.
S
IG’
XG (offerta valuta)
IG (domanda di valuta)
S1
E’
S0
E
0
XG, IG
( per memoria: S che aumenta: svalutazione; S che diminuisce: rivalutazione)
Figura D
3.1.2. Cambi fissi
Supponiamo ora invece che il paese aderisca a un accordo di cambi fissi e che vi sia un
equilibrio iniziale di BP al tasso di cambio S0 (Figura F). Supponiamo poi uno shock sfavorevole
sulle nostre importazioni che sposta la IG verso destra portando l’economia nel punto E’. Lì la
domanda di valuta OB è superiore all’offerta OA e per mantenere la parità cambiaria la banca
centrale dovrà andare incontro all’eccesso di domanda di valuta estera cedendo RU (es. lire contro
DM). In tal modo si riduce l’offerta di moneta domestica (ripasseremo nel cap. 6 che le riserve
ufficiali costituiscono una componente esogena dell’offerta di moneta). Le RU sono però limitate,
per cui il paese si può trovare costretto ad aumentare il tasso di interesse per attirare capitali che
finanzino il disavanzo di BP. Il paese perde dunque il controllo della politica monetaria in quanto
lo strumento del tasso di interesse deve essere utilizzato per mantenere l’accordo di cambio e
finanziare il disavanzo della BP e non per sostenere output e occupazione interni. Con cambi
flessibili, invece, 3dell’equilibrio esterno si occupa lo strumento della variazione del tasso di
cambio sì da lasciare libero il tasso di interesse come strumento per gli obiettivi interni.
In una visione un po’ monetarista, la variazione del tasso dell’interesse nel processo di
aggiustamento ha carattere semi-automatico in maniera analoga a quanto accade nel gold standard.
Il paese che, ad esempio, vede contrarsi la BM a seguito di uno squilibrio di BP e cessione di
3
Si osservi come stiamo applicando la regola di politica economica per cui a ogni obiettivo va associato uno strumento.
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riserve, vede aumentare il tasso dell’interesse (la liquidità si fa più scarsa), ciò porta a una
contrazione della domanda aggregata interna e a un aggiustamento della BP (nella figura la IG torna
un po’ indietro verso la posizione originaria). Quindi abbiamo due effetti dell’aumento del tasso di
interesse: da un lato esso favorisce l’afflusso di capitali necessari a finanziare il disavanzo esterno
e, dall’altro, esso induce una contrazione della domanda aggregata che riduce il disavanzo
esterno. Questo non solo perché il calo del reddito (o una minore crescita) fa diminuire
direttamente le esportazioni, ma anche perché se salari e prezzi sono flessibili, la loro diminuzione
(o la riduzione del tassi di inflazione) fa guadagnare competitività esterna.
Simmetricamente nel paese in surplus l’aumento di RU implica un aumento della BM, un
minore saggio dell’interesse e un aumento della AD domestica; questo implica una riduzione
dell’avanzo della BP. Questo per le ragioni simmetriche a quelle viste sopra per il caso del paese in
disavanzo: aumentano le importazioni e l’aumento dei prezzi fa perdere competitività.
In entrambi i casi, ciascuno dei due paesi potrebbe “sterilizzare” la variazione della BM
indotta dallo squilibrio della BP. Nel caso del paese in disavanzo, la banca centrale potrebbe
accrescere l’offerta di moneta in maniera tale da lasciare tasso di interesse e AD immutati (per
esempio per salvaguardare l’occupazione). Tuttavia ciò impedisce la rimozione dello squilibrio
della BP. Alla lunga il paese non potrà fronteggiare tale squilibrio cedendo RU, destinate a esaurirsi
e dovrà o lasciar contrarre la domanda interna e/o indebitarsi con l’estero, cosa alla lunga
insostenibile, o abbandonare la parità di cambio. La BC del paese in surplus potrà sterilizzare
l’aumento della BM con operazioni di mercato aperto volte a drenare liquidità. In tal modo, tuttavia,
il paese in avanzo non aiuta l’aggiustamento del paese in disavanzo su cui ricade tutto il peso del
riequilibrio.
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S
IG’
XG (offerta valuta)
IG (domanda di valuta)
S0
0
E
A
E’
B
XG, IG
Figura F
Un paese aderente a un sistema di cambi fissi (S0) colpito da uno shock asimmetrico sarà
dunque costretto ad adottare politiche deflazionistiche che sono in parte automatiche per la
riduzione delle riserve ufficiali e, conseguentemente, di base monetaria. L’aumento del tasso di
interesse conduce a una caduta della domanda interna, del reddito e, di conseguenza, delle
importazioni. Questo riporta la IG verso la posizione originaria E. L’aggiustamento può essere
agevolato da uno spostamento della XG verso destra se la minore inflazione domestica fa
deprezzare il tasso di cambio reale e stimola le esportazioni e scoraggia le importazioni (nella figura
P la XG muove verso destra in XG’ mentre la IG torna un po’ indietro in IG’’). Il paese troverà un
suo equilibrio in E’’ senza dover ridurre le importazioni attraverso una riduzione del reddito al fine
di collocarsi in E. Come s’è detto, l’aggiustamento sarà anche meno doloroso se esso è simmetrico,
ovvero se nel paese che subisce uno shock positivo l’aumento delle riserve e della base monetaria si
traduce in un minor tasso di interesse, crescita della domanda aggregata e un tasso di inflazione più
elevato e, da un lato, in un aumento delle importazioni e, dall’altro in una diminuzione delle
esportazioni. Naturalmente questo paese non deve sterilizzare l’aumento di base monetaria. Anche
questo sosterrà le esportazioni del paese in disavanzo (lo spostamento verso destra della XG).
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S
IG’
IG
S0
0
XG
XG’
IG’’
E
A
E’’
E’
B
XG, IG
Figura P
Quella descritta è una logica un po’ monetarista per cui il paese in disavanzo perde riserve ufficiali,
ciò implica una contrazione della base monetaria e un aumento del tasso del’interesse, e un calo di
reddito, prezzi e salari che fa aggiustare lo squilibrio esterno. A meno di una sterilizzazione, un
processo simmetrico accade del paese in surplus in cui l’aumento delle riserve ufficiali implica un
aumento della base monetaria e una di munizione del tasso di interesse, un aumento del reddito, di
prezzi e salari e una riduzione del surplus esterno. Questi mutamenti della base monetaria in seguito
alla variazione delle riserve trovano però un limite nel paese in disavanzo proprio nella limitatezza
delle riserve ufficiali. Peraltro nessun paese le lascerà esaurire completamente. Inoltre deflazioni di
prezzi e salari sono difficili e dolorose. Si deve perciò ritenere che i paesi in disavanzo agiranno
deliberatamente - cioè senza dar corso agli automatismi di tipo monetarista – per ridurre il
disavanzo esterno attraverso politiche fiscali e monetarie restrittive. Simmetricamente, un sistema
di cambi fissi sostenibile implicherebbe che i paesi in surplus espandano la loro domanda interna
attraverso opportune politiche fiscali e monetarie per riassorbire i propri avanzi non lasciando
l’onere dell’aggiustamento sui soli paesi in disavanzo.
Riassumendo, un paese che il sistema di cambi fissi incorra in disavanzi esterni può
- ricorrere fin che può alle riserve valutarie
- indebitarsi con l’estero
- affidarsi ai meccanismi monetaristi di aggiustamento a là gold standard.
- più plausibilmente ricorrere a politiche fiscali e monetarie restrittive.
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L’onere dell’aggiustamento sarà in tutti i casi più grande se il paese in surplus non cerca di
espandere la propria economia. Questo ci introduce alla prossima sezione.
3.2. Il problema del paese n-esimo in un sistema di cambi fissi4
Il problema che un sistema di cambi fissi deve risolvere è quello cosiddetto del Paese nesimo. Il paese leader rispetto alla cui valuta gli altri n – 1 paesi fissano il proprio tasso di cambio
può liberamente decidere la propria politica monetaria e, ci si potrebbe attendere, lo farà badando ai
propri obiettivi interni senza curarsi di quelli dei partner.
Se n-1 paesi decidono di fissare il proprio tasso di cambio con l’ennesimo paese, questo non
deve dunque far nulla  ovvero il paese ennesimo ha completa libertà di fissare la propria politica
monetaria nel senso che saranno gli altri n-1 paesi ad adeguare la propria allo scopo di stabilizzare il
cambio.
Il disinteresse potenziale del paese leader per i paesi follower crea situazioni spiacevoli. Il
paese follower, se colpito da una recessione, non potrebbe diminuire il proprio tasso di interesse per
contrastarla. Se subisse uno shock negativo sui propri prodotti e vedesse, ad esempio aumentare le
proprie importazioni (come nell’esempio fornito all’inizio del capitolo), l’aggiustamento ricadrebbe
tutto sul paese periferico costretto a una recessione volta a diminuire le importazioni. Gli
economisti più conservatori vedono un vantaggio in un sistema asimmetrico in quanto esso impone
disciplina sul paese B il quale, sulla base dei ragionamenti svolti nel capitolo 2, può essersi legato le
mani proprio per acquistare credibilità negli obiettivi di moderare il tasso di inflazione.
Nella figura L la curva decrescente è la curva di domanda di moneta. La funzione verticale è
l’offerta di moneta. Supponendo che i mercati non si attendano variazioni del tasso di cambio, tale
stabilità è compatibile con differenti tassi di interesse. Nella figura L, i due paesi possono scegliere
diversi tassi di interesse, per esempio r1 o r2. Tuttavia tale scelta può o meno essere cooperativa
(decisa assieme). Il paese periferico (o follower) è comunque costretto a fissare il medesimo tasso di
interesse del paese leader. In un sistema di cambi fissi senza controllo dei movimenti di capitale un
paese “piccolo” (periferico o follower) deve adeguare sistematicamente i propri tassi di interesse a
quelli del paese leader, pena entrate o uscite di capitali che determinerebbero variazioni
indesiderate del tasso di cambio. Con libertà di movimenti di capitale e cambi fissi si perde la
politica monetaria.
4
Mi avvalgo di elementi da De Grauwe (ed. 2010) e Colombo & Lossani (cit).
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rA
rB
r1
r2
MA
Paese leader
MB
Paese periferico (follower)
Figura L
Se poi si generano aspettative di variazione del cambio, la difesa della parità comporterà un
differenziale nei tassi di interesse fissati dal paese follower rispetto al paese leader (che invece non
li varia non avendo un cambio da difendere).
Assumiamo perfetta mobilità dei capitali. La parità scoperta dei tassi di interesse è:
rA  rB  s e
Dove s e è il tasso di deprezzamento atteso della valuta del paese A. Se s e = 0, cioè il
regime di cambi fissi è affidabile al 100%, ovviamente rA  rB . Se ci si attende una svalutazione
della moneta del paese B, s e rappresenta la remunerazione del rischio di cambio.
Esempio. Supponiamo di acquistare con 100 euro un titolo a un anno denominato in $
quando il cambio è 1E = 1$ ed i = 2%. Se l’attesa a un anno è di una svalutazione del dollaro del
5%, cioè se il cambio atteso a un anno è 1E = 1,05$, comprerò il titolo solo se offre un atsso di
rendimento pari a 7%.
Il differenziale fra i tassi dei due paesi se c’è attesa di svalutazione sarà tanto maggiore
quanto meno cooperativo è il comportamento del paese leader. Se per esempio, se l’attesa di
svalutazione è dovuta a un disavanzo del paese A, il paese B potrebbe espandere la propria
economia per agevolare il rientro del disavanzo del paese A.
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3.2.1. Soluzione asimmetrica (egemonica)
rA
rB
r3
r1
r2
MA
Paese leader
MB
Paese periferico
Figura F
Supponiamo si verifichi un’aspettativa di svalutazione della moneta del paese B. La
condizione della parità scoperta dei tassi di interesse impone un aumento del tasso di interesse nel
paese B. Oltre che come decisione delle autorità di politica monetaria questo avviene anche per i
fatto che gli speculatori finanziari venderanno valuta del paese B disfacendosi di titoli denominati in
quella moneta in loro possesso e domandando valuta del paese A. Per difendere il cambio la banca
centrale del paese B dovrà cedere riserve ufficiali nella valuta A acquistando la propria valuta.
Questo ha un effetto sull’offerta di moneta che diminuisce in B e aumenta in A, col risultato che il
tasso di interesse diminuisce ad r2 in A (dove c’è un’attesa di rivalutazione) e aumenta in B. A
meno che il paese A non sterilizzi l’aumento della quantità di moneta, nel qual caso l’aggiustamento
ricade tutto sul paese B che sarà costretto a lasciar aumentare il tasso di interesse oltre r3. Se il paese
(n-esimo ) A sterilizza le variazioni dello stock di moneta, il proprio livello dei tassi di interesse non
risultano influenzato da quanto accade sul suo mercato monetario.
3.2.2. Soluzione simmetrica (cooperativa).
Supponiamo che si generino aspettative di svalutazione della moneta del paese B. Sappiamo
che per mantenere un tasso di cambio fisso in presenza di aspettative di deprezzamento s e del
tasso di cambio si richiede che nel mercato si venga a produrre un differenziale nei tassi di interesse
pari a:
rB  rA  s e
Se il sistema di cambio fisso funzionasse simmetricamente, tale differenziale di tasso
verrebbe ottenuto mediante un aumento del tasso di interesse nel paese B e una riduzione nel paese
A. Il deflusso di capitali da B verso A che segue l’aspettativa di deprezzamento genera una
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diminuzione del valore dei titoli nel paese B e un apprezzamento del loro valore nel paese A per cui
i tassi si muovono esattamente in questo modo. In termini di offerta di moneta ciò che si determina
nel paese B è una cessione di RU (denominate nella valuta del paese A) da parte della BC che va
incontro all’eccesso di domanda di valuta A da parte degli speculatori che intendono trasferire i
propri capitali nel paese A.5 In tal modo la BC del paese B contribuisce a stabilizzare il cambio. La
BC del paese A, simmetricamente, potrà acquistare valuta B, contribuendo anch’essa a stabilizzare
le aspettative di cambio (o come accadeva nello SME, sostenere l’intervento della BCB concedendo
l’ammontare necessario di valuta per l’intervento mediante finanziamenti a breve). In ogni caso la
BC del paese A lascia che il proprio tasso di interesse scenda (data la domanda di moneta per
transazioni, la maggiore offerta di valuta A si rivolge al mercato dei titoli del paese A e rA
diminuisce). Dunque non sterilizza.
Nei termini della figura D: nel paese B l’offerta di moneta si contrae - poiché le RU si
contraggono in seguito all’uscita di capitali - e il tasso di interesse sale; in A l’offerta di moneta si
espande e il tasso di interesse si riduce.
rA
rB
rB1
r0
rA1
M 0A
M 1A
MA
M 1B
M B0
MB
Figura D
Se tuttavia il paese A sterilizza l’aumento della quantità di moneta - ovvero BCA effettua
operazioni di mercato aperto vendendo titoli -, essa impedisce il rialzo del prezzo dei titoli che
avrebbe seguito l’afflusso di capitali e impedisce la diminuzione del tasso dell’interesse. Il carico
della difesa del cambio ricade dunque tutta sul paese B dove l’offerta di moneta si contrae e il tasso
5
Nello SME il paese B poteva ottenere l’ammontare necessario di valuta per l’intervento mediante
finanziamenti a breve delle altre BC.
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di interesse sale oltre il livello a cui sarebbe salito con un comportamento cooperativo di BCA, cioè
rB2 > rB1 , come mostrato nella figura V:
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rA
rB
rB2
r0
M 0A
MA
M 1B
M B0
MB
Figura V
I regimi di cambio fissi caratterizzati da comportamento asimmetrico incontrano notevoli
difficoltà che emergono dai conflitti fra la conduzione della politica monetaria da parte dell’n-esimo
paese e gli altri n-1 partecipanti. La credibilità del sistema ne viene dunque a soffrire a meno che gli
n-1 membri del regime non intendano sostenere di costi molto elevati. E’ questo un motivo che può
aver spinto gli n-1 paesi partecipanti allo Sme a passare a una unificazione monetaria che avrebbe
dovuto rispecchiare preferenze e obiettivi comuni per tutti i partecipanti (Vianello 2005).
BOX 1. Si noti anche che in un sistema di cambi fissi cooperativo c’è (idealmente) un
aggiustamento simile a quello del gold standard. I più bassi tassi nel paese A determinano
un’espansione della AD e, dunque, maggiori importazioni da B e maggiore inflazione (che nuoce
alla competitività di A); e simmetricamente i maggiori tassi di interesse in B determinano minori
importazioni da A e una minore inflazione che fa recuperare competitività.
Keynes che propugnò nella conferenza di Bretton Woods nel 1944 un sistema di cambi fissi
riteneva che, infatti, gli aggiustamenti dovessero essere simmetrici e non lasciati a mere forze di
mercato. Egli riteneva, inoltre, che per evitare deflazioni troppo forti nel paese in disavanzo (B nel
nostro esempio) il sistema monetario dovesse essere congeniato in maniera che i surplus
commerciali dei paesi in avanzo andassero a finanziare i disavanzi degli altri paesi, dando loro
tempo per un aggiustamento non socialmente doloroso.
Al di fuori di queste soluzioni, il peso degli aggiustamenti è tutto sui paesi deficitari, e da ultimo
anche le esportazioni di A ne verranno a soffrire. Nello SME il comportamento della Germania fu
non-cooperativo (v. le pagine di Vianello nel cap. 2). Questa fu una ragione che spinse i partner a
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perseguire un’unione monetaria nell’aspettativa che in quest’ultima avrebbero avuto più voce in
capitolo sulla politica monetaria.
BOX 2. Un’anticipazione. Nella maggior parte dei libri di testo lo stock di moneta è descritto
come esogenamente determinato dalla banca centrale. Lo stock di moneta è in verità endogeno.
Le autorità di politica monetaria decidono il tasso dell’interesse e, data la funzione di domanda
di moneta, resta determinata l’offerta di moneta. Per esempio, dato il tasso di interesse, il settore
privato decide quanto credito desidera. Il settore bancario (valutata l’affidabilità individuale dei
richiedenti) crea un corrispondente ammontare di depositi. La BC passivamente crea il
necessario ammontare di riserve (il suo ruolo attivo la BC l’ha già svolto decidendo il tasso di
interesse al quale concede le riserve). In questo senso si dice che la “moneta è endogena” e che
“i prestiti creano i depositi, e questi ultimi creano le riserve”. La teoria che vi hanno insegnato
che l’ammontare di depositi dipende dallo stock di moneta creato dalla BC e dal “moltiplicatore
dei depositi bancari” (che dipende dal coefficiente di riserva obbligatoria e dalla percentuale di
base monetaria detenuta dal pubblico) è sfacciatamente sbagliata, come ogni banchiere centrale
sa.
Questa sequenza di eventi è riconosciuta nel cosiddetto modello IS-LM-senza-LM, ora parte
della macroeconomia, in cui in luogo della LM (che è tracciata per un dato stock di moneta) v’è
una retta orizzontale corrispondente al tasso di interesse deciso dalle autorità di politica
monetaria. Dunque l’elemento “disciplinante” del regime a cambi fissi va visto
nell’impossibilità di disallineare il tasso di interesse nazionale rispetto a quello del paese leader,
e non nella libertà o meno di fissare lo stock di moneta. Questa libertà non c’è mai essendo lo
stock di moneta endogeno.
Attenzione però, la componente estera dello stock di moneta è esogena - per cui nei grafici
precedenti era lecito che l’offerta di moneta si spostasse a seguito di movimenti speculativi di
capitale. Tuttavia, quei movimenti esogeni possono, come s’è visto, essere sterilizzati.
Per saperne di più:
http://keynesblog.com/2013/05/21/inflazione-e-moneta-endogena-il-pdf/ in particolare la
sezione 5.
3.3. Vantaggi/svantaggi dell’asimmetria
Come s’è detto, un vantaggio dell’asimmetria propugnato dagli economisti conservatori è la
disciplina imposta sui paesi follower.
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Lo svantaggio è l’impossibilità per il paese follower di reagire a shock asimmetrici - per
esempio una recessione - proprio perché, come si è detto, i paesi n-1-esimi perdono la politica
monetaria.
rA
rB
r0
rB1
M 0A
MA
M 1B
M B0
MB
Figura R
Nella figura R il paese B è colpito da recessione per cui la sua domanda di moneta (che
dipende dal reddito oltre che da r) si sposta verso sinistra. Il paese avrebbe bisogno di un più basso
tasso di interesse rB1 che si produrrebbe se le autorità di politica monetaria mantenessero l’offerta di
moneta M B0 . Il regime cambiario impone però una riduzione dello stock a M 1B in modo da non
violare la parità dei tassi in regime di libertà di movimento dei capitali. In altri termini, in seguito
alla recessione le autorità di politica monetaria potrebbero desiderare un nuovo tasso rB1 e di
conseguenza preservare lo stock di moneta M B0 . La necessità di mantenere il cambio fisso in
regime di liberta di movimenti di capitale impone tuttavia che esse non modifichino il tasso iniziale
r 0 - infatti a un tasso più basso i capitali fuggirebbero determinando un deprezzamento del cambio
-, ragione per cui la BC riduce lo stock di moneta domandato a M 1B . Come si vede lo stock di
moneta è determinato endogenamente dati tasso di interesse e domanda di moneta.
Se invece vi fosse un’espansione della domanda aggregata nel paese B, la domanda di
moneta si sposterebbe verso destra determinando un aumento del tasso di interesse, ciò che
attirerebbe capitali e un apprezzamento del cambio in violazione del regime di cambi fissi. Allora la
banca centrale è costretta ad accrescere l’offerta di moneta per stabilizzare il tasso di interesse al
valore di partenza.
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La conclusione è che in un regime di cambi fissi un paese (n-1)-esimo perde la possibilità di
controllare il ciclo economico attraverso la politica monetaria - e anche la politica fiscale ne soffre
in quanto in una recessione bassi tassi di interesse rendono meno costoso l’indebitamento pubblico
e dunque misure di sostegno della domanda aggregata.
3.4. Le triadi impossibili dei cambi fissi
Come s’è visto, in un regime di cambi fissi la banca centrale di una piccola economia aperta
- o paese follower come per esempio l’Italia ai tempi della lira - si impegna a mantenere la ”parità
ufficiale” del cambio attraverso gli intervento di acquisto o vendita della divisa estera sul mercato
valutario. Il criterio a cui si ispirano tali interventi è quello di stabilizzare il tasso di cambio
nominale tramite il soddisfacimento continuativo dell’eccesso di domanda di valuta (che può essere
di valuta domestica o di valuta estera); tale eccesso di domanda è determinato dal saldo delle partite
correnti (PC).
Se questo si trova in avanzo, si riscontra un eccesso della domanda di valuta nazionale
sull’offerta; la BC deve intervenire sul mercato valutario per evitare che il tasso di cambio nominale
si apprezzi, vendendo valuta nazionale e acquistando in maniera compensativa valuta estera. In
questo caso, l’offerta di moneta nazionale aumenta e la BC accumula riserve ufficiali. Se la BC
vuole evitare un eccesso di creazione di moneta via canale estero, perché timorosa di creare un
eccesso di domanda interno, dovrà vendere titoli e sterilizzare la moneta creata. I paesi in surplus
commerciale e che accumulano riserve non le tengono in genere oziose, ma le “riprestano” ai paesi
in disavanzo finanziando il loro squilibrio di PC. Il caso di scuola è fra Cina e USA.
Il contrario vale se il saldo estero si trova in disavanzo; in questa circostanza il
mantenimento dell’accordo di cambio comporta una riduzione dell’offerta di moneta e una
decumulazione delle riserve ufficiali. Se un paese ha un disavanzo persistente delle PC, le RU
possono esaurirsi nella difesa del cambio. Solo un ingresso di capitali può impedire una
svalutazione della moneta e la BC dovrà fissare il tasso dell’interesse in maniera da generare un
flusso di capitali che, finanziando il saldo negativo delle PC, stabilizzi il cambio.
Il vantaggio del regime di cambi fissi è nell’impedire le svalutazioni competitive che alla
fine nuocciono al commercio internazionale. Tuttavia tale regime vincola assai l’autonomia della
politica economica di un paese
Per questo si dice che coi cambi fissi un paese “perde la politica monetaria”. Prendiamo un
piccolo paese in tendenziale equilibrio di PC. Esso dovrà mantenere un tasso di interesse non
inferiore a quello degli altri paesi, in particolari a quelli delle grandi economie, e se questi
accrescessero il loro, di conserva il paese in oggetto dovrà accrescere il proprio (pena la fuoriuscita
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di capitali e il deprezzamento della valuta). Alti tassi di interesse possono andare a detrimento
dell’obiettivo del sostegno della domanda interna e dell’occupazione. Per contro, se il piccolo paese
volesse fissare tassi più alti di quelli internazionali vedrebbe affluire capitali indesiderati che
farebbero apprezzare la sua valuta in maniera indesiderata (l’apprezzamento potrebbe determinare
uno squilibrio commerciale e la necessità di politiche restrittive a detrimento dell’occupazione).
In un regime di cambi fissi un paese in disavanzo di PC non potrà fare affidamento sulla
svalutazione della propria moneta per aggiustare la bilancia commerciale. Esso sarà dunque
costretto o (a) adottare misure restrittive atte a riequilibrare la bilancia commerciale, ovvero (b) ad
attirare capitali attraverso elevati tassi di interesse.
Essendo un paese a rischio di svalutazione, esso potrà anche facilmente assistere a “fughe di
capitali”. Se v’è un’attesa di deprezzamento della moneta nazionale, sarà infatti conveniente per un
possessore di capitali detenuti in valuta nazionale cambiare questi capitali in valuta estera, azione
che a sua volta accelera la svalutazione, e ricomprare a più buon prezzo la moneta nazionale una
volta che la svalutazione abbia avuto luogo. Il tasso di interesse deve dunque essere tale da
compensare il rischio di perdita (o di mancato guadagno) che si incorre nel mantenere i propri
capitali in valuta nazionale. Sostenere disavanzi della bilancia commerciale attraverso ingresso di
capitali è tuttavia pericoloso in quanto: (a) il perdurare del cambio non competitivo può determinare
deindustrializzazione, dunque perdita definitiva di capacità produttiva in particolare nel settore
manifatturiero ed esportatore; (b) la crescita progressiva del debito estero sui cui si pagano, per
giunta, tassi di interesse elevati. Casi di scuola sono l’Italia nello SME, soprattutto nel periodo
1987-1992, l’Argentina degli anni 1990 nel currency board (si svolga da soli una piccola ricerca su
Wikipedia), ma in fondo, anche, la situazione che è maturata nell’Unione monetaria europea (UME)
essendo una unificazione monetaria un caso estremo di cambi fissi.
Una maniera per evitare, almeno parzialmente, la perdita di autonomia nella politica
monetaria è nel controllo dei movimenti di capitale. In questo caso i movimenti di capitale sia in
uscita che in ingresso sono soggetti a un regime di autorizzazioni. In tal modo un paese può
decidere il livello del tasso di interesse più consono senza veder fuggire (se fissa i troppo basso) o
affluire (se fissa i troppo alto) capitali. Il problema, si dice, è che i controlli di capitale sono difficili.
Per esempio, una impresa che volesse esportare clandestinamente capitali sotto-fatturerebbe le
proprie vendite all’estero oppure sovrafatturerebbe i propri acquisti.
In sintesi gli economisti parlano di triade impossibile: cambi fissi, autonomia della politica
monetaria (liberta di fissare i) e libertà dei movimenti di capitale: solo due dei tre corni sono
compatibili.
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Tassi di cambio fissi
Gold standard
Sme, Ume
Bretton Woods
Mobilità
dei capitali
Politica
Tassi di cambio flessibili
monetaria indipendente
3.5. Le triadi inquietanti
Oltre alla classica triade presentata in un precedente box, sono almeno altre 3 le triadi
impossibili.
1.
Classica macroeconomica: tassi di cambio fissi, libertà movimento dei capitali,
politica monetaria autonoma. Questa triade abbiamo già esaminato.
2.
Settore finanziario: tassi di cambio fissi, libertà movimento dei capitali, stabilità
finanziaria. Questa triade esamineremo in verità nel prossimo capitolo in cui vedremo che sistemi di
cambio fissi generano flussi di capitale fra paesi alla lunga finanziariamente destabilizzanti.
3.
Relazioni internazionali: tassi di cambio fissi, libertà movimento dei capitali,
indipendenza politica nazionale. La perdita della sovranità monetaria riduce lo spazio di manovra
indipendente dei singoli Stati.
4.
Politica: tassi di cambio fissi, libertà movimento dei capitali, democrazia (Rodrik
2007). Questa è la triade più inquietante. Le politiche restrittive che possono seguire sistemi di
cambio fissi possono condurre a proteste popolari e dunque alla necessità di restrizioni
democratiche per sedare tali proteste.
Un paper di due eminenti economisti americani, Bordo e James, che trae le implicazioni di
queste triadi per l’UME, tracciando le similarità fra quest’ultima e il gold standard, è riassunto in
questo articolo dell’Economist (A trio of trilemmas - The gold standard holds worrying lessons for
the single currency, July 6th 2013, http://www.economist.com/news/finance-andeconomics/21580452-gold-standard-holds-worrying-lessons-single-currency-trio).
“European leaders have enjoyed a period of respite from financial turmoil since last
summer. But the euro remains vulnerable. Portuguese bond yields soared this week as the ruling
coalition fractured. Ireland’s economy has contracted for three quarters in a row. A proper banking
union is a long way off. The euro’s fragility is underlined by a new study by Michael Bordo of
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Rutgers University and Harold James of Princeton University. The two economic historians look at
the flaws in another supposedly impregnable international monetary regime, the gold standard, and
find reasons to fret about the single currency.
The parallels between the euro and the gold standard are not exact. The single currency is a
monetary union with the European Central Bank (ECB) at its apex; the gold standard had no such
institution. The euro floats against other currencies such as the dollar, and the ECB is obliged to
maintain price stability rather than convertibility into gold. But for the 17 states that now share the
single currency, it represents a new gold standard in that their exchange rates with each other are
fixed.
That observation is not new, but the authors’ analysis of the tensions that eventually
scuppered the gold standard is fresh. Those tensions, they argue, emerged from a trio of
“trilemmas”, each a set of three choices of which any two options together are feasible but not all
three. One of the three trilemmas is familiar to economists: the “impossible trinity” of fixed rates,
free movement of capital and an independent monetary policy. This means that when currencies are
locked and capital can flow freely, countries surrender their ability to conduct their own monetary
policy. But Messrs Bordo and James reckon that countries in regimes like the euro and the gold
standard may not just be sacrificing their ability to set interest rates; they may also be forsaking
financial stability and even undermining democracy.
1) Start with monetary independence. By throwing away the key of exchange rates,
countries must alter their relative domestic prices and wages when they become misaligned. In its
heyday before the first world war the gold standard worked well. It generated pressures on both
surplus and deficit countries when they respectively gained or lost competitiveness. States with
surpluses acquired gold, pushing up the money supply, raising prices and making them less
competitive. States with deficits lost gold, which caused the money supply to shrink, pushing prices
down and sharpening their edge against rivals.
Unfortunately the euro resembles the flawed interwar version of the gold standard rather
than the classical pre-war model. After the gold standard was restored in the 1920s, central banks in
surplus states like France (which had rejoined it at an undervalued exchange rate) sterilised the
monetary effects of gold inflows so that prices did not rise. That put all the pressure to adjust on
countries like Britain, which rejoined the gold standard in 1925 at an overvalued rate. A similarly
harsh deflationary process is now under way in peripheral euro-zone countries like Greece. Their
adjustment would be much less draconian if the core states were prepared to tolerate considerably
higher inflation than the euro-zone average. But Germany fiercely resists this.
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2) The second of the authors’ trilemmas is the incompatibility of fixed exchange rates and
capital mobility with financial stability. When countries joined the gold standard, it bestowed a seal
of approval that prompted a big influx of foreign money. That pumped up credit, driving an
expansion of domestic banks that often ended in grief. Under the gold standard a strong state could
support wobbly banks and investors; in pre-war Russia, for example, the central bank was called the
“Red Cross of the bourse”. But a weak state could easily forfeit investors’ confidence, as happened
to Argentina in its 1890 debt-and-banking crisis. That same story has been repeated in the brief
history of the euro. Money cascaded into peripheral Europe, causing banking booms and housing
bubbles. In the bust that followed, the task of recapitalising banks has caused both the Irish and
Spanish states to buckle.
3) The third trilemma is the most worrying: the potential incompatibility of fixed exchange
rates and free movement of capital with democracy. Germany was able to rejoin the gold standard
after the first world war thanks to the confidence-boosting Dawes Plan in 1924 dealing with
reparation payments. But the harsh fiscal medicine administered during the Depression in its effort
to stay on gold contributed to the rise of the Nazis. Britain left gold in 1931, presaging the end of
the gold standard, because the austerity it required had become unbearable.
Demos and the demos
The potential for a similar backlash against the economic and fiscal requirements of
Europe’s monetary union is clear. Although southern Europeans still want to keep the euro, not
least because the cost of exit is harsher than that of leaving the gold standard, disenchantment
grows. Italian voters said basta to austerity in February; Portugal’s government is fraying in the
face of public hostility to tax rises and spending cuts. Northern Europeans are also unhappy.
Popular opposition to paying for euro-zone rescues constrains Angela Merkel, the German
chancellor, from spelling out the sacrifices voters must make to sustain the euro.
None of this means an explosion is imminent. Political pressures can simmer for a long time
before they boil over. The euro-zone recession has to end at some point. Progress towards
institutional reform may accelerate after the German election in September. But if the long-term
viability of the single currency is secured, the Europeans will be bucking history.”
* “The European Crisis in the Context of the History of Previous Financial Crises”, NBER
Working Paper 19112, June 2013, http://www.nber.org/papers/w19112.pdf.