novembre dicembre 2012

novembre - dicembre 2012
N. 11
club milano
Eugenio Finardi: “Molte persone pensano per parole, i matematici e i musicisti usano il linguaggio dei numeri”.
La straordinaria avventura in Antartide dell’Endurance raccontata dagli scatti originali del fotografo Hurley.
Fumare il sigaro è un’arte, anche a Milano: si scoprono regole antiche, storie affascinanti e luoghi inaspettati.
Alla scoperta di Dublino attraverso i romanzi degli scrittori che l’hanno amata come Joyce, Beckett e Wilde.
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editorial
Navigli addio
Quando arrivai a Milano meno di 20 anni fa mi innamorai di una città frenetica e
difficile, con meno attrattive rispetto ad altre, ma che proprio per questo era gelosa
di quelle zone che la rendevano unica: Brera con le sue chiese e i suoi palazzi storici,
il quadrilatero della moda con le sue vetrine, il Duomo con quella forma così strana
e quella Madunina che vigila su tutto e tutti, i navigli con le sue botteghe di artisti
e i suoi ristorantini. Quando nel 2006 decisi di aprire questa folle attività di piccolo
editore e avevo bisogno di un ufficio non ebbi alcun dubbio e la fortuna mi aiutò:
un’amica mi disse che si era liberato un piccolo spazio di 45 metri quadrati sul Vicolo
dei Lavandai. Lo presi al volo. In quel luogo si respiravano creatività e arte come da
nessuna altra parte, e speravo di riuscire ad assorbirne l’energia per osmosi. Fu esattamente così. Quell’energia che avevo respirato il primo giorno era più forte di tutto:
più forte dello spazio buio e sempre più piccolo man mano che l’attività cresceva,
dell’umidità e del freddo invernale così come delle zanzare d’estate, della mancanza
di una linea ADSL decente, del frastuono del ristorante a fianco e delle bizze del
padrone di casa. Ho provato a cambiare, ma quell’atmosfera non l’ho ritrovata in
altri luoghi. Dove non sono riuscite le caratteristiche bohémien del naviglio è riuscita
un’ordinanza del Comune. Dallo scorso giugno è iniziata una sperimentazione, già
confermata, per rendere tutta la zona un’isola pedonale. Di per sé si tratterebbe
di un’ottima notizia e sarebbe potuta diventare uno strumento per riqualificare il
quartiere. Peccato che l’amministrazione (che ho votato) si sia dimenticata che per
risanare una zona non basta una delibera per impedire l’accesso alle auto, così come
per rendere l’aria più pulita o invogliare i cittadini a usare i mezzi pubblici non basta tassare gli ingressi all’interno della cerchia dei bastioni. Occorrono anche misure
alternative e ogni buon amministratore dovrebbe sapere che senza un giusto mix di
divieti e incentivi (chiamatelo pure “carota e bastone”), la situazione che vuoi migliorare rischia persino di peggiorare. Nella fattispecie si dovrebbe capire cosa si intende
preservare e, al contrario, cosa si vuole combattere.
Il Naviglio Grande per anni è stato un luogo vivace non soltanto per la sua movida
notturna, ma più ancora per la sua storia e la sua cultura che attirano scolaresche
in gita, stranieri curiosi e appassionati di arte e di storia. A qualsiasi ora del giorno.
Chi amministra la città dovrebbe saperlo: Milano è nata e si è sviluppata nei secoli
proprio grazie ai suoi navigli e sarebbe un peccato pensare che una zona come questa
possa avere un senso solo grazie ai suoi locali, peraltro quasi tutti di altissimo livello.
Recentemente ho vissuto un episodio che, per quanto piccolo, ha rappresentato una
pietra tombale della mia piccola storia su questi argini: due simpatici vigili mi hanno
multato perché stavo scaricando pacchi e caricando riviste sulla mia auto proprio davanti al nostro ufficio, operazione di normale routine per chi fa il mio lavoro. In questi
casi la scena, non si sa come mai, assume sempre tratti grotteschi e un po’ comici:
mentre io provavo a spiegare che a quell’ora le operazioni di carico/scarico erano
autorizzate e che era esattamente ciò che stavo facendo, l’arguto uomo in divisa mi
rispondeva che per fare carico/scarico dovevo avere un furgone. Morale: se non hai
un furgone sui Navigli non puoi aprirci un’attività che implichi un minimo di logistica. Così, mentre chiudono botteghe di artigiani e artisti, piccoli negozi e trattorie
a gestione familiare, aprono catene di ristoranti e spopolano le bancarelle (legali?).
Non è una tragedia, ma è importante essere coerenti e consapevoli di ciò che si sta
facendo, perché se l’obiettivo della giunta era un altro allora si tratta di incompetenza
e questo è più preoccupante.
Stefano Ampollini
4
ph: Pierluca De Carlo
coNteNts
point of view
10
focus
ascoltate una radio vi renderà più liberi
cigar movie meneghino
di Roberto Perrone
di Elisabetta Gentile
inside
26
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brevi dalla città
di Cristina Buonerba
outside
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brevi dal mondo
di Cristina Buonerba
cover story
16
Cody
Un extraterrestre a milano
di Alberto Motta
Jared
interview
28
milano “l’autostoppista”
di Jean Marc Mangiameli
focus
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l’acqua che arriva da lontano
di Filippo Spreafico
focus
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capo, ho perso l’aereo…
di Alessia Delisi
portfolio
20
design
inferno bianco
Un esempio calzante
Foto di Frank Hurley
di Dino Cicchetti
style
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true brit spirit
di Luigi Bruzzone
style
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Non solo moda
di Giuliano Deidda
wheels
Guidare off-limits
di Andrea Zappa
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W E T HE PEOPL E
THE TWINS
They teach wilderness survival skills to all kinds of people.
WATCH THE STORY ON MCSAPPAR E L.COM
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hi tech
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food
Un cuore di silicio
Un cibo da re
di Filippo Spreafico
di Marilena Roncarà
sport equipment
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WWW.jacobcohen.it
contents
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Sciando sulle nuvole
di Gianandrea Lecco
food
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Trattoria del Nuovo Macello
di Valerio Venturi
club house
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L’importanza dell’innovazione
week-end
di Enrico S. Benincasa
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Emozione ad alta quota
a cura della Redazione di Club Milano
wellness
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Benessere secondo natura
di Chiara Belforti
week-end
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Dublino tra le righe
di Cristina Buonerba
overseas
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Sulla rotta di Van Dike
free time
di Andrea Zappa
Da non perdere
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a cura di Enrico S. Benincasa
free time
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TerreMoMi
a cura della Redazione di Club Milano
In copertina
Eugenio Finardi.
Foto di Davide Zanoni.
“Sono Elliott Erwitt, e lo sono da un certo numero di anni.”
8
www.citroen.it
point of view
roberto perrone
Vive a Milano da trent’anni, ma ha conservato
solide radici zeneisi. Nato a Rapallo, è giornalista
e scrittore. Per il Corriere della Sera si occupa
di sport, enogastronomia e viaggi. Ha pubblicato
diversi libri, tra i quali il suo ultimo romanzo
Occhi negli occhi edito da Mondadori.
Ascoltate una radio
vi renderà più liberi
“Con la radio si può scrivere leggere o cucinare”. Lo so, quando poi mi rileggo penso
che potrei essere accusato di eccesso di nostalgia. Una volta gli anni Sessanta, una
volta gli anni Ottanta, in mezzo i Settanta, come in questo caso. Tra un po’ rimpiangerò l’altro ieri, del resto ho sempre odiato il Capodanno, con le sue scarpe
scomode, i suoi lazzi, i suoi fuochi d’artificio. Ho sempre pensato che un anno che
finisce è un anno in meno. Comunque quando sento il nome di Eugenio Finardi
comincio a canticchiare “amo la radio perché arriva dalla gente, entra nelle case, ci
parla direttamente”. Quando Finardi cantava questa canzone esplodeva in Italia il
fenomeno delle radio libere. Da destra a sinistra, cattoliche, laiche, solo musica,
solo rock, solo heavy metal, solo dialetto, solo di giorno, solo di notte. Che mezzo
meraviglioso. L’ho sempre amato, anche quando c’era il monopolio Rai. Ricordo
una sera d’estate, la finestra della mia camera spalancata su un cielo stellato e sulla
prospettiva di raggiungere gli amici sul lungomare. Poi un “clic” sulla radio e una
voce calda che parlava. Era l’inizio della Trilogia della Villeggiatura di Carlo Goldoni. Non sono più uscito. Negli anni bui del terrorismo e delle città in fiamme,
le radio si sfidavano, erano contro, ma c’erano anche quelle che dialogavano, che
mandavano musica e parole come ponti tra diverse ideologie, cercando un punto
d’incontro. Spesso lo erano proprio, riunendo, attorno a un microfono, percorsi esistenziali antitetici. Erano compagne di studio, di lavoro, di passioni, di solitudine.
Poi, qualche anno dopo, in una radio ho lavorato, avvolto da un meraviglioso senso
di libertà. Certe notti ero da solo, lì nello studio, con i dischi in vinile, i piatti, il
microfono, il telefono con cui dialogavo con gli ascoltatori. È stata un’esperienza
ricca di emozioni. Poi sono partito per Milano e ho lasciato lo studio con i dischi
in vinile e la vista sul mare. Perché racconto tutto questo? Perché le radio esistono
anche adesso, ma le ascoltiamo più distratti, persi nelle cuffie di un iPod, sempre
con un telefono incollato all’orecchio, un social network da aggiornare (al 90%
con stupidaggini) o un canale satellitare acceso 24 ore su 24. Non vi sentite come
catturati in una ragnatela di comunicazioni che invece di avvicinarvi gli uni agli
altri, vi allontanano? Se volete sapere cos’è la libertà accendete la radio. “Se una
radio è libera, ma libera veramente, mi piace ancor di più perché libera la mente”.
Roberto Perrone
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INSIDE
Longines compie 180 anni
FGF Store inaugura a Milano
è stato inaugurato in via Manzoni 16/A, nel cuore del quadrilatero della moda milanese, il nuovo flagship store di FGF Industry. Un elegante
spazio di 300 metri quadri che racchiude al suo interno le collezioni
dei tre brand aziendali: Blauer, C.P. Company e BPD Be Proud Of This
Dress. Lo store, appena arrivato in città, si aggiunge a quelli di Londra,
Padova, Cortina, Olbia e Puntaldia.
Longines, la maison dei segnatempo conosciuta in tutti il mondo,
ha spento 180 candeline. Per
l’occasione, ha festeggiato con un
party presso lo Spazio Dedon in
zona Tortona. Durante la serata
sono stati presentati alcuni modelli
in esclusiva dal Museo Longines di
Saint-Imier e orologi iconici che
hanno fatto la storia del marchio.
www.longines.com
www.fgf-industry.com
Just Like You
Herno approda a Milano
Ha inaugurato al civico 1 di Via
della Spiga il primo monomarca
Herno. Uno spazio che, nel suo
arredamento, rispecchia in tutto
il concept del celebre brand di
capospalla. Un ambiente accogliente e confortevole, caratterizzato da
pareti in ardesia e morbida flanella
intervallate dal logo del marchio,
simbolo di riferimento nell’outwear
di lusso.
www.herno.it
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Citizenzs of Humanity, il marchio della West Coast statunitense, lancia una nuova iniziativa: Just Like You, un progetto charity di cortometraggi dedicati a personaggi creativi che hanno
influenzato il brand. I protagonisti dei video hanno realizzato
T-shirt in edizione limitata in vendita sul sito del marchio e in
store selezionati, il cui ricavato sarà devoluto in beneficenza.
citizensofhumanity.com
Cin Cin
Ora che Natale è alle porte ed è quasi tempo di
vacanze e parenti, ogni scusa è buona per bere
in compagnia. E tra cenoni e succulenti pranzi,
un buon digestivo è indispensabile. Amaro
Ramazzotti, nato nel 1815 all’ombra della
Madonnina, omaggia il capoluogo dedicando
una special edition di bottiglie che riprendono
quattro skyline della città.
www.ramazzotti.it
outSIDE
La Galleria illy arriva a Pechino
Dopo NY, Milano, Trieste, Istanbul, Berlino e Londra, la Galleria illy sbarca
a Pechino. Uno spazio plurifunzionale dove, fino al 2 dicembre, ci saranno
corsi di degustazione e preparazione dell’espresso condotti dall’Università
del caffè. Per l’occasione, è stato realizzato uno chandelier alto cinque metri
che ripercorre la storia delle tazzine d’autore degli ultimi vent’anni.
www.illy.com
Ruco Line compie 25 anni
Per festeggiare il suo venticinquesimo anniversario, Ruco Line, brand leader nella produzione di
sneakers con la zeppa, ha pubblicato una monografia che ne ripercorre la storia. Il leit motiv del
progetto è il tema del viaggio, che vede come
protagonisti non solo Marco Santucci e Daniela
Penchini, fondatori del marchio, ma anche le
particolari caratteristiche che hanno reso Ruco
Line celebre in tutto il mondo.
www.rucoline.it
Giubbino di pelle, cromature e In Sella
Dall’8 all’11 novembre a Verona si è rinnovato il consueto
appuntamento con Fieracavalli: un’occasione per immergersi
nel panorama equestre internazionale tra spettacoli, eventi,
competizioni e concorsi. Tra le novità, il progetto Cavallo in
tutti i sensi, uno spazio dove scoprire le migliori offerte equituristiche del momento.
www.fieracavalli.it
The Italian Talent
Home sweet home
Quality Living, concept store di cinque piani situato nel
centro storico di Verona, si è aggiudicato l’ultima edizione
del Global Innovator Award come miglior punto vendita di
oggettistica e design d’Italia. A marzo 2013 QL parteciperà
al Gran Galà internazionale di Chicago per competere con
i vincitori degli altri paesi in gara. All’interno dei suoi spazi,
QL offre proposte di arredo, design e oggettistica per la casa.
www.qualitylivingverona.it
Il premio della giuria del Festival di
Annency è stato assegnato a Tutti i
rumori del mare, debutto cinematografico di Federico Brugia. Il
giovane regista di spot pubblicitari è
tra gli autori italiani più riconosciuti
all’estero. Pluripremiato all’Advertising Film Festival di Cannes, al Clio
Awards di New York e al New
York Film Festival, ha anche diretto
video musicali per Elton John e
Luciano Pavarotti.
Fall / Winter
2013/14
InternatIonal FashIon trade show
JANUARY 15–17, 2013
StAtioN-BeRliN luckenwalder Str. 4-6, 10963 Berlin
www.premiumexhibitions.com
14
Cover story
Cover story
eugenio finardi
UN EXTRATERRESTRE
A MILANO
Roccando rollando, ripercorriamo gli itinerari musicali e le geografie
metropolitane dell’autore di Musica ribelle. Dalle jam session delle
origini – insieme ad Alberto Camerini all’Ippodromo del Galoppo –
fino alla sua prima al teatro La Scala di Milano, la storia di un nativo
americano che ha cantato l’Inno di Mameli in piazza San Giovanni
a Roma per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.
di Alberto Motta
Foto di Davide Zanoni
Eugenio Finardi
(Milano, 16 luglio
1952) inizia il suo
percorso musicale
suonando con Alberto
Camerini. Il suo primo
disco viene prodotto
dalla mitologica casa
discografia Cramps
(etichetta, tra gli altri,
degli Area) nel 1975.
16
Milano, via Cesare Correnti. È il caotico primo pomeriggio di un tardo ottobre che sa di marzo. Eugenio Finardi
ci accoglie nel più didascalico dei cortili milanesi, quello dello storico Studio
Convertino, mentre fuori le tavole calde parlano mandarino e lì alla fermata
del 2 i nuovi bauscia si fanno chiamare
hipster. Sembra di trovarsi in un libroilleggibile di Bruno Munari. Il cantante
milanese – ma di origini americane –
indossa con savoir faire le contraddizioni della città: ricorda il passato di una
via Vincenzo Monti, estrema frontiera
prima della campagna, subito dopo si
appassiona parlando di iPod e archivi
digitali. I due estremi sono tenuti insieme da quei 28 dischi che in 40 anni di
carriera musicale fanno di Finardi uno
dei cantanti (“non sono un cantautore”
– precisa lui) simbolo di Milano. Oggi
vive la musica con l’incoscienza di un
punk – non a caso nei suoi primi progetti (a 12 anni) lo vediamo a fianco di
Alberto Camerini – l’interesse onnivoro
di un Lester Bangs (per dire, definisce
“genio” il chitarrista dei Calibro 35) e la
posa rilassata di un “Grande Lebowski”
(che peraltro ricorda, e non poco, con
codino e pizzetto). Ci sarebbe ancora
da raccontare di Bill Clinton, dei lanci
da 39 mila metri, di Paolo Giordano.
Ma iniziamo dalla città.
Eugenio, qual è il tuo posto segreto di
Milano?
Beh, questo cortile… In realtà Milano
è piena di luoghi segreti, tutto il verde
è nei cortili, negli angoli. Il mio altro
posto segreto è dove sono poi finito ad
abitare, nelle stradine attorno all’Ippodromo del Galoppo, dove andavo a
suonare da ragazzo. C’era un mio amico che abitava in una scuderia lì vicino,
ed era un posto dove potevamo fare
rumore. Quella zona mi aveva sempre attirato – io abitavo in via Vincenzo Monti, che era il limite esterno di
Milano, ai tempi – e mi piaceva questo
misto di città e campagna. E ora abito
proprio lì. Ancora oggi il mio cane non
si ritiene un cane di città: se lo porto in
via Torino con il guinzaglio si spaventa. È più abituato a stare in mezzo ai
cavalli.
I musicisti milanesi passano per essere, allo stesso tempo, sexy e lamentosi.
In che squadra ti schieri?
Sono sufficientemente lamentoso e
sufficientemente sexy. Non è che abbia mai molto usato la parte sexy; solo
adesso, che ho 60 anni, arrivano un sacco di belle donne a dirmi: “Ah, quando
avevi 20 anni, o 30 anni, avrei fatto follie
per te” e io: “E perché non sei venuta?
Dov’eri?”
Le persone in genere pensano per paro-
le, solo i matematici e i musicisti hanno
un linguaggio altro, quello dei numeri,
e questo ci rende strani.
Mia moglie spesso mi accusa di non esserci, perché magari sto pensando a una
musica, a qualcosa che mi gira per la
testa. A mia volta lo vedo in mia figlia,
musicista anche lei, sempre lì a cantare.
E mi accorgo che mentre le parlo lei sta
pensando ad altro.
Però tu hai il vaccino e riconosci il suo
retropensiero.
E proprio per questo io e lei ci capiamo. Ma tornando ai musicisti, abbiamo
anche molte fisime: io detesto chi usa
male la voce. Ricordo Bill Clinton, con
quella laringite perenne. Mi fa male
solo sentirlo parlare.
Beh, sarà stata una malattia professionale, quanto avrà dovuto parlare,
durante il mandato presidenziale!
Sì. Anche perché si fa più fatica a parlare che a cantare. Paradossalmente alcune canzoni riposano la voce, la scaletta
di un concerto si fa anche pensando a
quello.
E torniamo a parlare di musica. Che
dischi consigli ai lettori di Club Milano?
Sto ascoltando Tilt di Scott Walker, i
Beirut, Blunderbuss di Jack White (leader degli White Stripes, loro il poporoppopopo, NdR), poi c’è il mio all
17
Cover story
Cover story
“Una volta che hai eseguito anche
in minima parte composizioni di
John Cage, la tua mente si è aperta”
La playlist preferita
di Eugenio Finardi:
Tilt di Scott Walker,
Blunderbuss di Jack
White, Mescalero degli
ZZ Top e So Beautiful or
So What di Paul Simon.
star di sempre che è Mescalero degli ZZ
Top e… ah no! È bellissimo l’ultimo di
Paul Simon, So Beautiful or So What.
Passiamo alla musica fatta in casa.
In questi giorni sono in sala prove per
creare cose nuove. Ho idee che devono
ancora cristallizzarsi.
A proposito di prove: hai presentato al
Blue Note di Milano una reinterpretazione in chiave quintetto jazz del tuo
repertorio. Quanto avete provato prima della prima?
Quattro ore. Un paio d’ore il giorno prima e quattro ore il giorno stesso. Questo prima della data zero che abbiamo
tenuto in Puglia quest’estate. Prima del
concerto al Blue Note abbiamo provato
giusto un paio d’ore.
Non sei uno che butta via le ore.
No, è che non c’è bisogno. Uno dei
dischi migliori che ho registrato negli
ultimi anni è quello su Vysotsky (Vladimir Semënoviò Vysockij, poeta, chitarrista, attore – fonte Wikipedia) con
il quale ho vinto la targa Tenco, diretto
da Carlo Boccadoro con musiche di Filippo Dal Corno insieme all’ensemble
di classica contemporanea Sentieri Selvaggi. Bene, quel disco (Eugenio Finardi intepreta Vladimir Vysotsky) è stato
registrato dalle due del pomeriggio alle
due di notte. Sai, la musica classica è
scritta su spartito, quindi la esegui e
buona la prima.
Niente ansia da prestazione?
No, anzi, adrenalina. Come quello che
si è lanciato da 39.000 metri. Ho pensato immediatamente “anch’io lo voglio fare”. Diciamo che ogni esperienza
musicale fatta, dal fado al blues alla
classica al teatro alla narrazione, ha aggiunto un tassello alle mie capacità. E a
ogni livello salivo di grado, come in un
18
videogioco. Una volta che hai eseguito
anche in minima parte composizioni
di John Cage, la tua mente si è aperta.
Non impari a cantare tutto, ma impari
ad ascoltare quello che ti sta attorno. E
poi il bello del jazz è l’improvvisazione,
a ogni concerto il pubblico sentirà note
e interpretazioni uniche. Questo prendersi dei rischi è parte del gioco.
Quindi parliamo di una dimensione
artigianale, materica della musica.
Dipende. Il musicista è condannato a
essere musicista, ne parlavamo prima.
Quelli che vogliono fare i musicisti per
autonominarsi artisti esistono, ma non
vanno molto lontano – a parte nella
canzonetta italiana. Ma per chi nasce
condannato, con il linguaggio della musica già acceso, non è una scelta.
Un esempio di talento su tutti?
Mario Convertino, il fondatore dello
studio in cui ci troviamo ora, era un
vero artista: se quello che il cliente gli
chiedeva andava contro la sua visione,
non riusciva a farlo.
Un controesempio?
Il caso attuale è quello di Paolo Giordano, autore de La solitudine dei numeri primi; è ora al suo secondo romanzo
e lo accusano di aver scritto lo stesso
libro. Quello è un problema. Io vengo
accusato di cambiare continuamente
genere, ma quello che rispondo è che
non sono nato nella canzone d’autore,
io provengo dal blues, dal rock e quindi
mi adatto.
Che è il limite a volte del pop, della
Pausini, del pausinificio che la circonda.
Eh, lì è una scelta industriale. Invece
prendi Lucio Dalla: nel suo universo
armonico era completamente immerso
e lo riconoscevi sempre, subito.
Due persone che ti hanno lasciato a
bocca aperta?
Lucio Bardi, chitarrista di De Gregori:
a 12 anni ero in sala prove con Alberto Camerini, ci prendemmo una pausa
per litigare al bar, lui rimase giù e quando tornammo stava suonando da solo;
era già ai livelli di Eric Clapton. Un altro è Massimo Martellotta, il chitarrista
dei Calibro 35.
Vivi nella musica da oltre 40 anni. Fai
una previsione per il futuro?
Penso che rock e derivati saranno una
costante, sono la nuova classica, i musicisti hanno un rispetto etimologico
per il genere. Il rap e la cassa in quattro hanno fatto il giro del mondo e ora
stanno tornando da est. Le prossime
star verranno dall’India e dalla Cina,
dal Maghreb. I nuovi Beatles arriveranno da lì.
iPod o giradischi?
iPod. Ne ho uno carico con tutti i miei
brani che uso come archivio. Ora dovrò
prenderne un altro da 180 giga per riempirlo di altre canzoni.
Raccontaci l’esperienza più emozionante della tua carriera.
Il mio primo concerto alla Scala, a
gennaio 2011. Con mia madre e la
mia famiglia nel palco reale. Ma anche
cantare L’inno di Mameli in piazza San
Giovanni a Roma per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.
Salutiamo e prendiamo il tram. Guardiamo fuori. Scorgiamo la targa Non
gettate alcun oggetto dai finestrini. Titolo
del disco d’esordio di Eugenio Finardi,
1975, Cramps Records, prodotto insieme ad Alberto Camerini, con cameo di
Franco Battiato (sotto lo pseudonimo
Franc Jonia), altre eccellenze dal passato milanese. Ma questa è un’altra storia.
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Portfolio
Portfolio
inferno bianco
Quando si narra dei marinai di una volta si parla spesso
di “uomini di ferro su navi di legno”, mai espressione è stata
tanto appropriata come nel caso del capitano Ernest Shackleton
e del suo equipaggio. L’avventura della nave Endurance
(1914-1917), se pur fallimentare, è forse la più incredibile
nella storia delle esplorazioni di inizio secolo. Incredibili
sono anche le foto di Frank Hurley, il fotografo ufficiale
della missione: scatti che danno ancora di più l’idea della
grandiosità dell’impresa.
di Andrea Zappa
Foto courtesy Nutrimenti / Frank Hurley
L’Endurance non raggiunse mai le coste antartiche. L’obiettivo della missione era di navigare attraverso il Mare
di Weddell (Oceano Atlantico) fino al
continente bianco, sbarcare e raggiungere con le slitte, passando per il Polo
Sud, il Mare di Ross (Oceano Pacifico), dove, una seconda nave, l’Aurora, avrebbe dovuto recuperare l’intera
spedizione. Purtroppo il tre alberi di 44
metri rimase imprigionato tra i ghiacci
andando così alla deriva per mesi, sino
a quando il 21 novembre del 1915 la
nave venne letteralmente sbriciolata
dalla morsa dei ghiacci, costringendo
Shackleton e i suoi a un’estenuante lotta per la sopravvivenza. Il comandante
porterà in salvo tutti i suoi uomini.
Il 9 agosto 1914 Shackleton parte da
Plymouth, Inghilterra, con 28 uomini, 69 cani e un gatto, Mrs Chippy. A
dicembre l’Endurance si trova a fare
rotta nel Mare di Weddell, ma la nave
incontra quasi subito il pack (strato di
ghiaccio derivato dallo sgretolamento
della banchisa) e la missione si rivela
un’estenuante ricerca di spazi d’acqua
navigabili. Cinque settimane di inferno
bianco, dove gli uomini, per avanzare,
sono costretti a sbarcare e rompere con
seghe e picconi il ghiaccio. Il 19 gen20
naio 1915, non c’è più nulla da fare,
l’Endurance si ritrova completamente
imprigionata. A maggio, oltre che dal
ghiaccio gli uomini di Shackleton vengono avvolti anche dal buio del lungo
inverno australe: le ore di luce sono
solo due. La temperatura esterna si aggira attorno a -25° C. La pressione del
pack è elevata, la nave inizia a gemere
e a torcersi e lo scafo viene sfondato
dal ghiaccio. Il 27 ottobre Shackleton
è costretto a dare l’ordine di abbandonare la nave.
Ora c’è solo una cosa da fare, tornare
a casa trascinando sul ghiaccio le tre
scialuppe di sette metri salvate dall’inabissamento della nave avvenuto a
novembre. I crepacci e i taglienti Blizzard (le tempeste di neve) rendono
l’avanzamento impossibile: solo 18
chilometri in una settimana. L’idea
viene abbandonata e si decide di fare
campo e aspettare la frantumazione
del ghiaccio. Le provviste iniziano a
scarseggiare e gli uomini per sopravvivere devono abbattere i cani da slitta.
A inizio aprile l’equipaggio si divide
sulle tre scialuppe e abbandona finalmente il pack. Dopo circa una settimana di navigazione, il 14 aprile 1916,
Shackleton e i suoi sbarcano sull’isola
di Elephant: uno “scoglio” inospitale
ricoperto di neve e ghiaccio, fuori da
qualsiasi rotta. Lì non li troveranno
mai. L’unica possibilità per non morire di stenti è tentare di raggiungere
con una delle scialuppe una stazione
baleniera della Georgia del Sud a circa
800 miglia nautiche (1.400 km in uno
dei mari più tempestosi al mondo). Il
24 aprile 1916 Shackleton parte con
cinque uomini. L’equipaggio sfida a
forza di remi e con una piccola vela le
grandi onde dello Stretto di Drake, il 9
maggio la scialuppa tocca nuovamente terra, concludendo una delle più
temerarie navigazioni della storia. Ma
la costa raggiunta è quella sbagliata.
La stazione baleniera è sull’altro lato
dell’isola. A questo punto Shackleton,
Worsley e Tom Crean decidono di tentare la scalata delle montagne ghiacciate che li separano dalla costa abitata.
Riescono nell’impresa e i balenieri di
Stromness li accolgono increduli. Una
volta in salvo Shackleton inizia a organizzare una spedizione di soccorso per
il recupero degli altri marinai. Soltanto
però al quarto tentativo, a bordo di una
nave militare cilena, riuscirà a raggiungere nuovamente i suoi uomini. È il 30
agosto 1916.
L’Endurance
imprigionata tra i
ghiacci mentre va
alla deriva a 69° di
latitudine Sud. Il tre
alberi di 44 metri e 300
tonnellate si sbriciolerà
sotto la morsa del pack
il 15 novembre 1915,
lasciando in mezzo a
un inferno bianco i 28
uomini di equipaggio.
21
Portfolio
Foto sopra.
L’unico modo per far
avanzare l’Endurance
è scendere sul pack
e rompere a forza di
braccia il ghiaccio.
Foto a fianco.
Cena del giorno di
mezzo inverno, 22
giugno 1915.
22
Portfolio
L’equipaggio prepara i
cani per una battuta di
caccia. Il cibo inizia a
scarseggiare e bisogna
recuperare carne fresca
di foche e pinguini, 25
agosto 1915.
23
Portfolio
Portfolio
L’Endurance cede
Foto sopra.
sotto la pressione
Una delle tende
del ghiaccio. Il pack
di Ocean Camp, il
respira, si spacca e si
campo attorno alla
ricompatta creando
nave che ospiterà
“schegge di ghiaccio”
per mesi l’equipaggio
che sollevano e
dell’Endurance.
perforano lo scafo.
Foto a fianco.
La partenza da
Elephant Island di
Shackleton con cinque
uomini. La scialuppa
navigherà per 16 giorni
nel tempestoso Stretto
l’occhio di hurley
Shackleton in Antartide è il volume
fotografico, edito da Nutrimenti
(pp.288 – 29 euro), sulla leggendaria spedizione dell’Endurance.
Il libro raccoglie più di 200 fotografie che Frank Hurley scattò durante
i due anni che trascorse sul pack
prima e su Elephant Island poi,
24
come membro della missione.
Nonostante fosse stato costretto
ad abbandonare gran parte delle
attrezzature Hurley continuò il suo
lavoro sino alla fine, documentando
un’eccezionale impresa che, senza
quelle foto, sarebbe stata forse
dimenticata.
www.nutrimenti.net
di Drake prima di
raggiungere la Georgia
del Sud. 800 miglia
su una lancia di sette
metri: un’impresa
epica.
25
FOCUS
FOCUS
CIGAR MOVIE
MENEGHINO
poltrona per cigar
addicted
Il design pensa agli amanti del sigaro
e crea Garibaldi, poltrona fumoir
disegnata da Luca Scacchetti per
Domodinamica. Dotata nei fianchi
di un piano ribaltabile verso l’alto
dove è possibile appoggiare tutto
quello che serve per gustare al
Milano scopre il “fumare bene” e diventa amante
dei sigari. Cubani & co. si svelano con luoghi da
scoprire e regole da imparare catapultandoci in un
universo di storie affascinanti e seducenti.
massimo un buon cubano, la seduta e il suo pouf sono realizzati con
telaio in legno multistrato di pioppo
e imbottitura poliuretanica flessibile.
A completare il progetto ci pensa
Paolo Castelli che realizza la lampada aspirante Fumò. Base in marmo
bianco di Carrara, stelo e cappello
aspirante in acciaio verniciato.
di Elisabetta Gentile
01
01. Il locale milanese
Noon sceglie mobili di
modernariato per il suo
fumoir dalle atmosfere
chic e dal sapore
vintage.
26
La leggenda narra che l’embargo americano a
Cuba del 1960 venne posticipato di 24 ore per
poter rifornire JFK e la Casa Bianca di Avana. È
noto che Churchill amasse così tanto fumare da
addormentarsi con un cubano ancora acceso tra
le mani, per questo le sue cravatte erano spesso
bucate. Verità o fantasia, il mondo dei sigari racchiude storie meravigliose e tradizioni affascinanti. Anche a Milano, dove si scrive la sceneggiatura
di un nuovo genere: il cigar movie. Fatto di personaggi e attori fenomenali. La location è la Casa del
Habano, luogo di culto per gli amanti meneghini
del sigaro, gestito con maestria dai fratelli Luca e
Simone Borla. L’attore principale è Stefano Bertini. Per lui i sigari (caraibici) sono diventati il pane
quotidiano da quando, nel 2005, ha aperto la propria società di distribuzione, unica in Italia a importare Flor De Selva, Villa Zamorano e Cumpay,
direttamente dall’Honduras e dal Nicaragua. Si
comincia con le regole del fumare nel modo giu-
indirizzi
La Casa del Habano
via Augusto Anfossi, 28
The Westin Palace Milan
piazza della Repubblica, 20
Bulgari Hotel Milan
via Privata Fratelli Gabba, 7/b
Noon Milano
via Giovanni Boccaccio, 4
Bertini Lupi Sigari
via Castel Morrone 1/a
sto: “Gli accendini sono permessi ma solo di alcuni
tipi. Vietati gli zippo che con la benzina intaccano
il sapore, l’ideale è un fiammifero di cedro. La conservazione deve essere fatta servendosi degli humidor che sono scatole rivestite di cedro, umidificate al
60/75% che garantiscono il corretto mantenimento e
difendono il sigaro dal temuto lasioderma (parassita
del tabacco, NdR)”. E ancora: “il sigaro premium,
quello vero, è fatto a mano con foglie intere. Poi ci
sono quelli fatti a macchina, detti meccanizzati, che
possono avere all’interno foglie intere oppure trinciato (tabacco tagliato e sminuzzato, NdR). Ma
di solito il vero intenditore non li fuma”. La regola
aurea per Stefano è che “il fumatore di sigaro è appassionato del bon vivre”. Buon vino, ottimo cibo e
un cubano, per un trittico che non delude mai. Ma
questa è solo la base (ludica). La faccenda in realtà è molto più seria. Si parla infatti – come precisa
Bertini – di qualcosa che già esisteva migliaia di
anni fa e “le rovine della Valle di Copán in Hondu-
02
ras ne sono testimonianza, con incisioni che raffigurano uomini che fumano”. I nostri fratelli maggiori
realizzavano sigari secondo il metodo contemporaneo. Essiccazione e fermentazione erano e sono
le basi per creare il prodotto. Cubano o toscano
che sia. E se questi sono gli step fondamentali per
la realizzazione, gli interpreti di questa saga lunga
vite intere sono degni della miglior tradizione narrativa. Personaggi gloriosi già solo nei nomi, che ti
fanno venire voglia di aspirare per prendere parte
a quest’affascinante commedia umana. Maestri de
liga o master blender, a seconda della scelta linguistica, torcedor e catador: eccoli i divi del sigaro! I
primi decidono e selezionano i tabacchi da usare,
i secondi trasformano in realtà queste scelte e gli
ultimi sono veri e propri sommelier. E poi c’è lei,
come in ogni film che si rispetti, la donna. E nel
cigar movie di Stefano il ruolo è interpretato da
Maria Pia Selva detta Maya Selva. Natali hondureñi, studi a Miami e vita a Parigi. Produttrice di
tabacco, unica donna a imporsi nei punti di potere
del fumo caraibico. L’incontro tra i due co-protagonisti avviene tramite Internet. Un contatto,
un appuntamento, un sodalizio. Se i Flor de Selva prodotti da Maya si trovano nel nostro Paese è
solo merito e giusta intuizione di Stefano che con
la sua attività cerca di diffondere il più possibile la
cultura del buon fumo. Ma non è l’unico. Paladini
sono anche i membri del Cigar Club Ambrosiano.
Fondato nel 2002 da cinque ragazzi milanesi, conta oggi una trentina di iscritti. “Il nostro punto di
partenza è un buon Avana, ma siamo aperti anche
agli altri”, spiega Pietrogiacomi, membro dell’associazione da due anni e orgoglioso di poter diffondere la bellezza della convivialità del fumare
insieme. Il “Fight Club” del tabacco si riunisce
ogni mercoledì al fumoir del Westin Palace che
in città, insieme a quello dell’Hotel Bulgari e del
Noon, è l’unico luogo dove si possono degustare
in pace e tranquillità cubani & co.
02. La cura dei dettagli
nella preparazione,
dal raccolto fino al
packaging, rendono
i sigari di Maya Selva
prodotti di prima
qualità.
Foto A.C. Wöhrl per
Villa Zamorano.
27
Interview
interview
philippe daverio
“L’Expo? La città non è pronta, il
sistema dei trasporti non c’è e delle
tematiche dell’evento non si discute.”
milano “l’autostoppista”
Critico d’arte, docente universitario, conduttore tv. Abbiamo raggiunto l’intellettuale
più “pop” d’Italia per un parere sull’offerta culturale milanese, le nuove architetture
del centro città e l’appuntamento, sempre più vicino, dell’Expo 2015.
di Jean Marc Mangiameli
Foto courtesy ufficio stampa Rai
28
Prof. Daverio, ci consigli una mostra
da vedere a Milano.
Una buona mostra è quella che celebra
il XVII centenario dell’editto di Costantino, realizzata dal Museo Diocesano (a Palazzo Reale fino al 17 marzo
2013, curata da Gemma Sena Chiesa
e Paolo Biscottini, NdR). È il risultato
di una ricerca, non di un’operazione
preconfezionata, come quasi tutte oggi.
Quando facevo l’assessore avevo creato
una macchina di produzione intellettuale e di ricerca interna al comune di
Milano: non compravamo mostre, ma
ne elaboravamo sempre di nuove.
Lei era nella giunta di Marco Formentini, che rapporto ha oggi con la Lega?
Formentini e la Lega non sono la stessa cosa. Inoltre, nei primi anni, la Lega
era un partito fortemente innovativo, di
rottura, di critica; era un’alternativa alla
Milano corrotta di tangentopoli. C’era
una grande energia e volontà di cambiamento. Oggi non è più così, la Lega
è un partito mediocre, che sta tentando
faticosamente di rinnovarsi senza più
l’appoggio trasversale di una società innovativa. Oggi l’elettorato è sostanzialmente reazionario – nel senso etimologico della parola – senza più volontà di
fabbricare tempi nuovi.
Dell’attuale sindaco cosa mi dice?
Ho sostenuto molto Pisapia in campagna elettorale, ma oggi non sono più
molto convinto. Non ho visto succedere nulla di interessante. Sembra che
manchi un’idea di futuro e che i grandi
temi che dovevano venire affrontati in
modo intelligente siano stati lasciati li
dov’erano. L’Expo avrà un seguito molto modesto rispetto a quelle che sono
le aspettative.
A proposito, tutti ne parlano come di
una grande opportunità, ma per chi?
Per chi fa affari immobiliari. Milano non
è in grado di affrontare un così grande
numero di presenze. Se va in tilt col Salone del Mobile, con appena 400 mila
anime, figuriamoci con l’Expo, dove
si arriverà a sei milioni. La città non è
pronta, il sistema dei trasporti non c’è
e delle tematiche dell’evento non si
discute. Il dialogo sull’alimentazione
nel mondo, sul rapporto tra la città e la
campagna, sulla sopravvivenza del pianeta, lei ne ha mai sentito parlare?
L’Expo ha generato anche parecchi investimenti immobiliari. Cosa ne pensa
delle nuove emergenze architettoniche
del centro città?
Da una parte trovo che i grattacieli mettano di buon umore, la gente è
contenta. Paradossalmente si recupera
il rapporto con la campagna, questo
perché oggi la natura a Milano non si
vede, ma dal tetto dei grattacieli sì. Non
sono d’accordo però sulla scelta di chiamare architetti stranieri, e per giunta
nemmeno i più noti al mondo. Quando
eravamo noi a realizzare le nostre architetture oggettivamente avevamo più
successo. Guardi la Torre Velasca per
esempio, i giapponesi ce l’hanno copiata e sono ancora lì a fotografarla.
Le faccio notare però che non tutti i milanesi amano quell’edificio...
Perché è tenuto molto male, avrebbe
bisogno di un rilancio. Dal punto di
vista architettonico è mirabile e la sua
morfologia linguistica è interessante
perché è la trasposizione moderna della torre del Castello Sforzesco. È stata
molto copiata in Giappone e in Cina
ed è un esempio eclatante di come noi
italiani per tanti anni siamo stati i protagonisti, mentre oggi non lo siamo più.
Continui...
Ad esempio, il Pirelli ha ispirato il grattacielo MetLife (ex Pan Am) di New
York. Tre anni dopo, a Giò Ponti venne
affidata la concessione della realizzazione del Museo di Denver in Colorado: un capolavoro architettonico. Io
penso che nella vita sia più bello essere
protagonisti che autostoppisti. Purtroppo, negli ultimi anni, Milano ha smesso
di essere protagonista per essere autostoppista.
Parliamo di progetti italiani allora,
come il Bosco verticale di Boeri. Cosa
ne pensa?
Vorrei vederlo finito. Con queste architetture contemporanee si pone un problema che prima non c’era. Noi usiamo
marmo e cotti che col tempo migliorano. Invece l’architettura nord europea e
americana utilizza materiali che vanno
presto in obsolescenza e necessitano di
parecchia manutenzione. Noi non abbiamo questa cultura, ogni volta che si
devono pulire i vetri diventa un problema. Bosco verticale andrà incontro a
difficoltà analoghe. Se la manutenzione
c’è, sarà interessante, altrimenti genererà cadaveri.
Mi tolga una curiosità: dove va a fare
shopping?
Mi rivolgo a parecchi sarti. Una volta ne
avevo uno che lavorava direttamente in
casa mia, ora mi affido a un napoletano
molto bravo, che vive e lavora a Carrara.
Ogni tanto le camicie me le faccio fare
in Calabria, oppure a Londra o a New
York. Insomma, dove capita. Devo però
confessare che molti gilet me li compra
mia moglie, nei negozi vintage.
Qual è il suo luogo preferito a Milano?
Direi casa mia.
Suvvia, ci sarà pure uno spazio pubblico...
No, per quanto riguarda gli spazi pubblici, non trovo che Milano sia stata in
grado di fare qualità. Poi io esco poco,
vado in giro per il mio quartiere, tra via
Amedei e P.zza Sant’Alessandro.
29
FOCUS
FOCUS
L’ acqua che arriva
da lontano
Dai ghiacciai della Patagonia agli atolli dell’Oceano Pacifico:
un viaggio alla ricerca delle acque più pure da portare in
tavola. Con un occhio all’ecologia e al design.
La Carta delle Acque
La mineralizzazione, il pH e le
altre caratteristiche organolettiche
permettono alle acque di differenziarsi tra di loro in maniera anche
sensibile: con la Carta delle Acque,
stilata dall’Associazione Degustatori Acque Minerali, si è cercato
di valorizzare queste differenze
proponendo abbinamenti specifici,
esattamente come si fa con i vini.
La regola aurea è quella dei contrasti: acque acidule per pietanze
grasse, acque molto mineralizzate
e sapide per le portate più leggere
o i dolci.
www.degustatoriacque.com
di Filippo Spreafico
01
01. Il nome del brand
finlandese Veen Waters
deriva dalla dea Veen
Emonen, la Madre
dell’Acqua. Le bottiglie
sono realizzate dal
designer Antti Eklund.
30
Storicamente l’Italia mantiene nei confronti
dell’acqua un atteggiamento paradossale: nonostante sia circondata dalle migliori fonti al mondo e sia dotata di un sistema “acquedottistico” di
buon livello, il nostro paese è da sempre ai primi
posti per consumo pro capite di acqua in bottiglia:
nel 2011 ci siamo posizionati addirittura terzi al
mondo dopo Arabia Saudita e Messico.
Il consumo di acqua in bottiglia si traduce oggi
in un’offerta sempre più varia e specializzata, ma
soprattutto sempre più attenta alla propria qualità: dopo vino, olio e birra, anche l’acqua reclama
a gran voce una presa di coscienza, quella di un
prodotto destinato a diventare raro e prezioso,
da cercare e selezionare perché diventi finalmente protagonista della tavola. Fino a oggi relegate
all’ambito della ristorazione di lusso, le acque
pregiate vedono in questi ultimi anni un notevole
sviluppo in termini di mercato, grazie soprattutto
alla diffusione di spazi adatti alla vendita, come le
gastronomie di qualità, o di portali online completamente dedicati. È altrettanto vero che la costante richiesta di acqua imbottigliata e il suo ap-
sul web
www.fijiwater.com
www.vosswater.com
www.blingh2o.com
www.diucowater.com
www.veenwaters.com
provvigionamento nei più remoti angoli del globo
comportano notevoli conseguenze in termini ambientali ed ecologici: in un mondo che si muove
sempre più verso una consapevolezza a chilometro zero, come è possibile mettere d’accordo il
bisogno di lusso con una coscienza ecologica? La
risposta sta nella sostenibilità dei processi e nella
compensazione delle emissioni prodotte.
Tra le prime a essersi imposte sul mercato delle
acque di lusso, la Fiji Water è forse oggi il marchio
più celebre e popolare, anche grazie al sostegno
ricevuto, in termini di immagine, da numerose
star internazionali. L’acqua viene prelevata direttamente da una falda artesiana di Viti Levu, una
delle principali isole dell’arcipelago vulcanico: il
punto di forza del prodotto sta in un sistema di
imbottigliamento completamente automatizzato,
che non prevede l’intervento umano, permettendo così di arrivare al consumatore finale perfettamente vergine, “untouched by man” come precisa il claim dell’azienda. Per compensare i costi
energetici e garantire il minor impatto ambientale
possibile, oggi Fiji Water è partner di numerose
02
iniziative e progetti volti alla salvaguardia dell’ecosistema locale, dalla scelta di packaging responsabili all’impiego di trasporti a bassa emissione.
Imbottigliata nel suo inconfondibile e iconico cilindro di vetro, l’acqua Voss arriva direttamente
dal cuore della Scandinavia: la purezza del prodotto e la sua composizione oligominerale la rendono una delle acque preferite dai grandi ristoranti e alberghi del mondo, tra cui anche l’Hilton
e il Park Hyatt di Milano. Le strategie di sostenibilità ambientale intraprese dal gruppo svedese
consentono inoltre di azzerare completamente le
emissioni di CO2, offrendo all’utente un prodotto
dall’anima green. Punta invece tutto sulla sua immagine glamour e su un packaging d’impatto una
delle acque più costose al mondo, la statunitense (meglio, hollywoodiana) Bling H2O, di stanza
presso gli eventi più esclusivi dello show business
internazionale: venduta unicamente nel suo store
online, l’acqua è disponibile in bottiglie di diversi formati ed edizioni, dalle Platinum Bottle alle
versioni completamente realizzate a mano e tempestate di cristalli Swarovski. Il viaggio dell’acqua
Diuco comincia invece dai ghiacciai delle Ande e
termina a Collòn Curà, un villaggio di 200 anime
nel cuore della Patagonia, dopo un lungo percorso
sotterraneo che le garantisce una filtrazione perfetta e completamente naturale: quella che risulta
è un’acqua antica e delicata, oggi riscoperta e impreziosita da un packaging ricercato e di altissimo
design che l’ha portata a essere uno dei premium
brand più importanti di tutta l’Argentina. Di natura altrettanto esclusiva e presente solo in selezionati ristoranti, Spa e alberghi del mondo, l’acqua
Veen viene raccolta in Lapponia, prelevata direttamente da una fonte a flusso libero e filtrata dai
sedimenti millenari dell’area. Il gruppo Veen Waters è rinomato nel mondo non solo per la bontà
dell’acqua, ma anche per il pluripremiato design
delle sue bottiglie di vetro, esposte oggi all’interno
dell’Helsinki Design Museum. Nonostante tutto,
la domanda rimane: in un mondo dove l’acqua
è sempre più un bene per pochi, bastano un’impronta ecologica a impatto zero, un design ricercato e una qualità certificata a giustificare questa
risorsa come il nuovo prodotto di lusso?
02. L’inconfondibile
design delle bottiglie
Voss, l’acqua norvegese
rigorosamente
artesiana oggi presente
sulle tavole dei migliori
ristoranti del mondo.
31
FOCUS
FOCUS
Capo, ho perso
l’aereo…
Avete mancato la coincidenza? Siete in anticipo di tre ore sul volo? Niente paura,
perché a rendere più piacevole la permanenza in aeroporto ci sono ora centri
benessere, locali e ristoranti d’autore. E presto anche un museo.
di Alessia Delisi
02
LE COCCOLE DI ETIHAD
Ecco come l’attesa di un volo
Etihad Airways può rivelarsi un’esperienza piacevole: la compagnia
aerea offre infatti ai suoi ospiti della
Classe Pearl Business e Prima Classe Diamond un’incredibile pausa
di relax nelle esclusive aree lounge
dell’Aeroporto Internazionale di
Abu Dhabi, oltre che in quelle di
tutti gli altri aeroporti di destinazione. Trattamenti benessere da 15
minuti nella prestigiosa Six Senses
Spa e menu à la carte nel ristorante
riservato. Inoltre Champagne bar
e Cigar Lounge per gli amanti di
sigari e bollicine.
03
01
01. Una veduta del
mercatino di Natale
dentro l’aeroporto di
Monaco di Baviera.
32
Non più semplici luoghi di transito, ma avveniristiche strutture in cui è possibile praticare attività
di ogni tipo, tra cui naturalmente volare. È questo
l’identikit dei moderni aeroporti. A firmarli sono,
il più delle volte, architetti e designer di fama internazionale il cui intento è quello di interpretare
le esigenze di chi, sempre più spesso, trascorre in
queste moderne cattedrali gran parte del proprio
tempo. Non solo: molti dei più favolosi e importanti aeroporti mondiali posseggono qualità compositive impensabili altrove, ma capaci nel contempo di definire la città che li ospita con tutta
la sua ricca trama culturale. Ne è un esempio il
futuristico Terminal 3 dell’aeroporto internazionale di Pechino: realizzato nel 2008 dall’architetto britannico Norman Foster per supportare
l’afflusso di turisti durante i giochi olimpici, ha
la forma di un dragone stilizzato che evoca, con
i colori rosso e oro, i fasti della Cina imperiale.
Inutile aggiungere che è dotato di ogni comfort
possibile, costituendo una sorta di città nella città:
ci sono infatti ristoranti e fast food, supermercati, negozi e boutique di lusso, oltre ai numerosi
angoli di meditazione e riposo che reinterpretano
i principi tipicamente orientali del Feng Shui. Il
Changi Airport di Singapore, invece, con i suoi tre
terminal costituisce un vero e proprio eden dedicato a tutti i business traveller che vogliano alleviare lo stress da jet-lag, magari con una seduta di
riflessologia plantare o con una passeggiata tra gli
spettacolari giardini: dal Butterfly Garden, dedicato alle diverse specie di farfalle tropicali, all’inebriante Fragrant Garden che vanta un’incredibile
varietà di alberi profumati. Servizi da mille e una
notte anche nelle numerose aree lounge dell’aeroporto internazionale di Abu Dhabi, negli Emirati
Arabi, mentre all’Incheon International Airport
di Seul chi non è stanco può optare per una partita a golf o un giro di roulette al Golden Gate
Casinò. Neppure l’Europa è da meno quando si
tratta di rendere più piacevole la permanenza a
terra tra un volo e l’altro, basti citare l’imponente
Terminal 5 dello scalo di Londra Heathrow. Realizzato da Richard Rogers, già autore del sinuoso
Barajas di Madrid, rappresenta uno straordinario
esempio di architettura eco-compatibile, recentemente insignito del prestigioso premio “Supreme
Award for Structural Engineering Excellence”. Al
suo interno, oltre agli shop delle migliori marche,
il Caviar House & Prunier, ristorante del pluristellato chef britannico Gordon Ramsay, in cui, accanto all’eccellente selezione di caviali Prunier, è
possibile degustare il celebre salmone affumicato
Balik. Il tutto naturalmente accompagnato da una
selezione di vini e champagne da veri intenditori.
Altro concept per Ikarus, ristorante dell’Hangar 7
di Salisburgo che, sotto la guida dello chef altoatesino Roland Trettl, ospita ogni mese una star
della cucina internazionale con l’intento di creare,
nel corso dell’anno, un incredibile patchwork di
sapori. A novembre sarà la volta dell’olandese Jacob Jan Boerma, mentre a dicembre a deliziare i
palati fini sarà la cucina tecno-emozionale dello
spagnolo Ramon Freixa. E se gli aeroporti di Londra e Salisburgo sono la dimostrazione del fatto
che anche le attese più estenuanti possono avere
le loro dolcezze, a Parigi invece a fare da protagonista è l’arte: a partire dal 2013 infatti lo scalo di
Roissy Charles de Gaulle verrà dotato di uno spazio museale destinato a ricevere una selezione di
opere provenienti da alcune delle più grandi istituzioni francesi. Certo non sarebbe la prima volta
che un aeroporto si consacra all’arte: in Olanda,
per esempio, l’Amsterdam-Schiphol vanta già da
tempo uno spazio riservato al Rijksmuseum, uno
dei più importanti musei della città. E non è tutto: all’aeroporto di Monaco di Baviera c’è persino
un mercatino di Natale in cui potere approfittare
dell’attesa per fare gli ultimi acquisti. Insomma,
qualunque sia la loro attrattiva, la tendenza degli aeroporti moderni è quella di trasformarsi in
luoghi capaci di attirare anche i non-viaggiatori.
Luoghi in cui poter sostare e godere di esperienze
piacevoli. E poi, se c’è tempo, volare.
02. ll ristorante Ikarus
del Red Bull Hangar-7
dell’aeroporto di
Salisburgo. Foto di
Helge Kirchberger.
03. Il suggestivo
Butterfly Garden
all’interno del Terminal
3 del Changi Airport di
Singapore.
33
design
advertorial
Omega 3 sotto l’albero
Un esempio calzante
Le festività natalizie sono ormai alle porte e il consorzio Bleu Blanc
Coeur Italia propone per l’occasione dei cesti-dono di prodotti sani dagli
elevati standard nutrizionali. Una piacevole sorpresa ricca di Omega 3.
La Falkland è
disponibile in 3
differenti lunghezze:
l’originale disegnata da
Bruno Munari lunga
165 cm e due versioni
più corte derivate
dall’idea iniziale di
info
Fattorie Italiane servizi srl
via Alessandria 8 Milano
T 02 83311200
www.bleu-blanc-coeur.com/ita
Il Natale ideale per un italiano? Una
tavola imbandita, cibo di qualità e un
folto numero di parenti e amici con i
quali festeggiare e condividere le prelibatezze del menù.
Bleu Blanc Coeur Italia lo sa bene e con
i suoi cesti Extralusso, Stellato, Soffice
e Candido offre un’esperienza unica
che unisce gusto e piacere al concetto
di prodotto sano, frutto di una filiera
alimentare rigorosa e controllata che
ha alla base l’utilizzo del lino.
In passato gli animali di allevamento
venivano alimentati sulla base di questa pianta erbacea ricca di Omega 3 e
con una ridotta presenza di grassi saturi
(Omega 6). Il risultato erano prodotti come uova, latte e carne dal profilo
nutrizionale eccellente ed equilibrato.
La sfida del consorzio BBC è di ritornare a integrare l’alimentazione degli
animali con il lino, così da garantire
34
nel giro di pochi mesi ottimi risultati
nell’alimento finale che risulta di gusto
e di qualità superiore. I benefici del lino
per l’animale riducono inoltre una parte dei costi aggiuntivi dell’allevamento
(approccio nutrizionale più efficiente,
riduzione di costi sanitari, etc.)
È dunque una filiera agricola rigorosamente controllata in ogni sua fase a fare
la differenza, riuscendo così a garantire
al consumatore finale un’alimentazione con caratteristiche nutrizionali migliorate.
Gli Omega 3 sono infatti acidi grassi “buoni”, fondamentali per la salute:
risultano importanti per la formazione
delle membrane cellulari e dei tessuti nervosi, per garantire una migliore
risposta immunitaria e per aiutare a
prevenire le malattie dell’apparato cardiocircolatorio. Purtroppo attraverso
la dieta normale ne assumiamo solo la
metà del fabbisogno quotidiano (due
grammi al giorno). Per questo, il reintegro del lino alla base dell’alimentazione animale rappresenta una garanzia
di qualità e attribuisce alla filiera BBC
un obiettivo salutistico, aspetto riconosciuto anche dalla Comunità Europea. Bleu Blanc Coeur Italia, che conta
circa 30 membri, divisi in sette categorie (produzione vegetale, alimentazione animale, produzione animale,
agricoltori produttori, trasformatori,
distributori e consumatori) rientra in
un progetto internazionale che vede
coinvolti anche: Inghilterra, Canada,
Spagna, Israele, Paesi Bassi, Portogallo, Svizzera e Tunisia. I prodotti BBC
costano mediamente solo un 10% in
più rispetto ai prodotti standard, ma al
contempo sono portatori di un concetto fondamentale: “la salute nasce da ciò
che mangiamo”. Anche a Natale.
Munari di vendere il
diffusore “al metro”.
Bruno Munari, attento osservatore del quotidiano,
è sempre riuscito a rivoluzionare gli usi del popolo
italiano, dalle forchette parlanti alle calze luminose.
Testo e illustrazione di Dino Cicchetti
35
laviniastyle.com
design
01
01. La lampada
venduta a 215 euro
può essere lavata
senza dover togliere
gli anelli.
36
È divertente immaginare cosa avesse di fronte
Bruno Munari quando ideò la lampada Falkland
per Danese. Lo si può pensare attento spettatore
in un night club a osservare donnine formose che
si denudano, oppure ostaggio di rapinatori dal volto coperto in una banca o, ancora, e forse sembra
la teoria più plausibile, passante curioso fra i vicoli
grigi della sua Milano, quando stendere i panni
per le vie del quadrilatero non era un delitto. Sì,
perché la lampada Falkland è fatta per buona parte di filanca, il tessuto sintetico delle calze femminili a cui si agganciano degli anelli concentrici di
metallo. È stata progettata nel 1964, solo cinque
anni dopo la creazione del collant in nylon.
Lo stesso Munari raccontava: “Un giorno sono andato in una fabbrica di calze per vedere se mi potevano fare una lampada. Noi non facciamo lampade,
mi risposero. E io: vedrete che le farete”.
Spiegata così la Falkland però non sembra un
granché, eppure si tratta di uno dei capisaldi del
Kaa ///
cocoon
Un’alternativa tecnica all’utilizzo della filanca, è sempre stato il cocoon.
Questo materiale, all’apparenza un
tessuto tesato, è in realtà una resina
spruzzata nata in ambito militare
negli Stati Uniti. Il primo a impiegarla fu il designer americano George
Nelson negli anni Cinquanta. Venne
poi ripreso dai fratelli Castiglioni
che ne intuirono il potenziale e
crearono la lampada Taraxacum
S per Flos. Dopo 45 anni anche
Marcel Wanders si è cimentato
con questo materiale, facendo di
fatto un omaggio ai Castiglioni. La
sua Zeppelin S1 è nata rivestendo
con questo tessuto un tradizionale
lampadario a bracci in metallo con
tanto di lampadine-candele.
design industriale italiano sotto tutti gli aspetti.
Stiamo parlando di un oggetto facilmente assemblabile, composto di materiali economici prodotti
industrialmente. La sua forma spontanea è generata unicamente dalla tensione delle componenti che la costituiscono: per ottenerla, infatti,
è necessario e sufficiente il gesto di appenderla.
Seppure alta un metro e sessanta, la lampada ripiegata nella scatola scompare raggiungendo lo
spessore di pochi centimetri favorendo lo stoccaggio, il trasporto e abbattendo notevolmente i costi
per il cliente. Infine, l’effetto della luce attraverso
il tubo, ritmato come se fosse una nuvola, risulta
morbido e diffuso. Un capolavoro.
Munari sosteneva che “il sogno dell’artista è comunque quello di arrivare al Museo, mentre il sogno
del designer è quello di arrivare ai mercati rionali”. Con la sua classe e la sua eleganza formale,
quest’oggetto ha la forza per poter essere collocato nei due ambiti, senza mai sfigurare.
sculture digitali per fabbricare idee
green
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lampada “Kaa”
design Roberto Nicolini
& Ignazio Pomini
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realizzati in 3D printing
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del design esclusivo.
style
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Under the rain
True Brit spirit
Trascurato da molti, quest’utilissimo
accessorio torna a essere indispensabile
nel guardaroba dell’autunno.
altea
Coppola in lana bouclé.
pedro garcia
Pochette in suede chiusa da una
grande fascia elastica.
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Mantella in lana blu.
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Desert boot in suede con zeppa e
delicati dettagli in lana.
Burberry
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Ombrello con riga college e
Ombrello nero con bordino multi riga
impugnatura e asta in legno.
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e manico in legno.
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Borsalino
Ombrello ad apertura automatica
Ombrello in cotone stampato a mano
Ombrello in seta con stampa fantasia
con pannelli stampa pois.
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faggio e stampa Naval Stripe.
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Finale a sorpresa per lo show londinese di Burberry
Prorsum. La sfilata autunno inverno si è infatti
conclusa con l’uscita di tutte le modelle con gli
ombrelli aperti sotto una suggestiva nevicata.
di Luigi Bruzzone
38
Samsonite
Ombrello rivestito in Teflon con
39
style
style
Non Solo Moda
Officina Slowear,
inaugurata lo scorso
maggio a Roma, in
via Campo di Marzio
Proporre uno stile di vita completo, dal cuore tutto italiano, e imporlo
con successo nel resto del mondo. L’espansione costante dell’universo
Slowear dimostra che si può. Come farlo ce lo spiega Mario Griariotto,
CEO Retail and Marketing dell’azienda.
22. L’allestimento
dello spazio di 80 mq,
all’interno di un edificio
del 1600, è stato curato
da Carlo Donati.
di Giuliano Deidda
Foto di Andrea Vailetti
È un momento molto impegnativo
per Mario Griariotto, CEO Retail and
Marketing di Slowear. Il gruppo ha infatti intensificato quest’anno il numero
di negozi nel mondo, arrivando a 14
tra monomarca e shop-in-shop: tre a
Milano, due a Parigi, più Londra, Beirut, Città del Messico, Udine, Treviso,
Roma, Tokyo, Istanbul e Seul, mentre
si prevede l’apertura di altri 25 entro
il 2014, senza contare la presenza in
1000 punti vendita multimarca. Lo abbiamo incontrato per approfondire la
filosofia del progetto, che è riuscito a
coniugare uno stile di vita originale al
senso per il business.
Partiamo dalle origini. Come è nata
l’idea di accorpare in un’unica realtà dei marchi specializzati in diverse
tipologie di prodotto, mantenendo le
loro identità? È stato il primo esperimento del genere, seguito da tentativi
di imitazione di scarso successo.
In sintesi si è trattato di un concreto e
coerente progetto di stile, per quanto
rivoluzionario. È un tipo di operazione
che poteva riuscire solo a un’azienda
a gestione familiare come la Incotex.
Trattandosi di un marchio storico (ha
festeggiato sessant’anni l’anno scorso),
specializzato e dall’immagine molto
precisa, aveva stretto un patto molto
forte con i consumatori. Quando è arrivato il momento di inserire la collezione di pantaloni in un contesto più ampio, Roberto Compagno, proprietario
dell’azienda, ha deciso di non buttarsi
in un progetto di total look qualsiasi,
perché non si può essere bravi a fare
tutto allo stesso modo. La ricerca è sta40
ta orientata verso marchi decisi e dalle
filosofie compatibili. Il primo brand a
essere incorporato è stato Zanone, una
linea di maglieria creata da un architetto che già aveva la giusta credibilità e
una distribuzione compatibile a quella
di Incotex. Poi sono arrivate le camicie
Glanshirt, brand fondato nel 1960, dallo stile rétro e rilassato, e Montedoro,
altra realtà storica del made in Italy,
specializzata in giacche e capispalla. La
coerenza è stata alla base di quest’operazione di business. Mantenendo l’identità dei diversi marchi si è creato un
stile di vita, anziché un total look.
Quant’è importante per Slowear l’identità italiana?
C’è molto cuore italiano nella nostra
proposta, ma non ci nascondiamo dietro etichette tradizionali. Nella contemporanea realtà globalizzata siamo
forse l’unico Paese al mondo che può
vantare tante varietà e diversità a tutti
i livelli, per cui ci proponiamo in generale di difendere la nostra creatività e il
nostro gusto.
La vostra filosofia ha il proprio manifesto di stile di vita online, lo Slowear
Journal. Come pensa che si evolverà il
supporto offerto dal web?
È inutile girarci intorno, ormai Internet
è una realtà vera e propria e sarà sempre più influente. Appare facile perdersi nelle infinite possibilità che offre,
bisogna essere concentrati e selettivi. Il
nostro Journal funziona e ci gratifica,
teniamo i contatti con i blogger affini
alla nostra filosofia. Bisogna avere una
visione lungimirante anche in questo
settore e, naturalmente, fare attenzione
a non snaturare la propria immagine.
Ancora non abbiamo un nostro sito di
e-commerce ma, dopo tante valutazioni, abbiamo deciso di appoggiarci solo
a uno dei tanti che ci hanno fatto delle
proposte, vale a dire Mr Porter, l’unico
che potesse rappresentare Slowear in
modo appropriato.
Parliamo di Officina Slowear, il vostro progetto retail su cui avete puntato molto nel 2012 e che l’anno prossimo continuerà a espandersi.
Dato che il nostro DNA è frutto dell’unione di realtà diverse, l’ispirazione
dei nostri negozi è più vicina al mondo delle boutique multimarca che a
quello dei flagship store. La scelta delle
location è già indicativa: vie trafficate
ma non troppo commerciali, come via
Solferino a Milano, South Molton Street a Londra o Rue Vieille Du Temple
nel quartiere Marais, a Parigi. L’idea è
quella di offrire un’esperienza di shopping piacevole, in un ambiente raffinato e accogliente, dove potersi sedere su
un divano a leggere le email sull’iPad, o
a sfogliare una rivista. Gli allestimenti
sono curati dall’architetto Carlo Donati, che ha personalizzato, senza snaturarlo, il contesto nel quale il negozio si
inserisce, attraverso per esempio l’utilizzo di mobili vintage. Le nostre “Officine” propongono inoltre una selezione
di accessori, profumi, libri, oggettistica
e dischi in vinile, frutto delle ricerche
del nostro team e difficili da trovare in
altri posti, che completano il lifestyle
offerto dalle nostre collezioni. Il tutto
da gustare sorseggiando un prosecco,
che nei nostri negozi non manca mai.
41
advertorial
BMW va in lunetta
BMW Milano, filiale commerciale di BMW Italia S.p.A., con sede a San Donato Milanese, conquista il basket
milanese e si lega alla EA7 Olimpia Milano per tutta la stagione 2012-2013.
Al fianco di grandi squadre ci sono sempre grandi sponsor: questa volta BMW
ha deciso di affiancare la EA7 Olimpia
nella sua avventura in Coppa Italia ed
Eurolega di basket. Dall’asfalto al parquet il passo è breve. Il contratto siglato
da BMW Italia S.p.A., testimonia la volontà di aumentare il radicamento del
marchio sul territorio, attraverso una
realtà sportiva che da sempre è lustro
del capoluogo lombardo.
“La partnership tra BMW Milano e la
squadra di basket EA7 Olimpia Milano
– spiega Franz Jung, Presidente e A.D.
di BMW Italia – rappresenta per noi un
vero fiore all’occhiello e un progetto del
quale andiamo particolarmente fieri per
due motivi. Da un lato perché BMW e
Armani condividono valori come qualità,
eccellenza, dinamismo e ricerca della perfezione. In questo senso i due brand sono
naturalmente affini. Dall’altro perché,
grazie a questo accordo la nostra filiale
42
BMW Milano avvia, in modo molto importante, quel programma di inserimento
sempre più capillare nel tessuto della città che riteniamo strategico per il nostro
futuro”.
BMW mette a disposizione per la mobilità del team, giocatori e manager, ben
22 automobili (BMW Serie 1, BMW
Serie 3, BMW Serie 5, BMW Serie 7,
BMW X3 e BMW X6). Il marchio della casa di Monaco di Baviera sarà ovviamente visibile sul retro delle maglie
della squadra e sulla sopramaglia da
riscaldamento, oltre che in tutti gli ambiti della comunicazione della squadra.
In risposta alle parole di Franz Jung,
Livio Proli, Presidente e Amministratore Delegato dell’Olimpia Milano, evidenzia l’importanza di una partnership
così forte: “La squadra è ricca di grandi
nomi tra sponsor e partner, che ci garantiscono il sostegno nel portare avanti un
progetto molto ambizioso: la presenza di
BMW nel nostro team, con il suo nome,
la sua reputazione e la qualità dei suoi
prodotti, è motivo di orgoglio. Significa
che stiamo lavorando al meglio”.
La concessionaria di BMW Italia avrà
la possibilità di mettere a disposizione
per alcuni fortunati clienti 12 posti dedicati per ogni partita disputata in casa.
Gli invitati ad assistere ai match avranno anche accesso all’esclusiva lounge
prepartita, dove potranno trascorrere
in uno spazio dedicato e personalizzato
BMW gli istanti che precedono l’incontro e i momenti di relax dell’intervallo.
Il prossimo appuntamento da non perdere, in cui BMW Milano sarà anche
Game Sponsor, è la sfida del 23 dicembre tra EA7 Olimpia Milano e Cimberio Varese. Ora non resta che attendere
il fischio di inizio.
www.bmwgroup.com
www.bmwmilano.bmw.it
wheels
wheels
Guidare off-limits
cayenne check
I Centri Porsche di Milano propongono ai possessori di Porsche
Cayenne immatricolate prima di
maggio 2010 un check up gratuito
della propria vettura. Verrà formulato gratuitamente un preventivo
personalizzato, oltre a offrire dif-
ferenti pacchetti di manutenzione.
Per aderire al programma Cayenne
Check, basta compilare il form
nella sezione “Prenota Tagliando”
del sito entro il 15 Dicembre 2012
o presentarsi alle accettazioni dei
Centri Porsche di Milano. www.milano.porsche.it
indirizzi
Centro Porsche Milano Nord
via Stephenson 53
Centro Porsche Milano Est
via Rubattino 94
01
Pioggia, neve e ghiaccio sono insidie da tenere ben presenti quando
si viaggia in auto. Imparare ad avere il pieno controllo della vettura
permette di essere pronti a qualsiasi imprevisto. Tra le curve del
ghiacciodromo di Livigno con la Porsche Sport Driving School si
impara a fare proprio questo.
02
di Andrea Zappa
01. Un allievo in azione
sul ghiacciodromo di
Livigno a bordo della
911 Carrera 2s.
44
Durante la stagione invernale guidare su un manto stradale in condizioni non perfette è quasi la
normalità. Possibilità che capita ancora più spesso
a chi ama la montagna e considera il week-end
tra le vette un appuntamento fisso. Indipendentemente dal tipo di vettura che si possiede, ci si
deve misurare con strade innevate e, nella peggiore delle ipotesi, se la temperatura scende sotto
lo zero, con insidiose lastre di ghiaccio. Diventa
quindi importante acquisire la giusta sicurezza
per avere il pieno controllo dell’auto, imparando a
conoscerne i limiti.
Tra le migliori scuole di guida per perfezionare le
proprie capacità di pilota spicca la Porsche Sport
Driving School (www.porsche.com/italy/motorsportandevents/sportdrivingschool/).
Gli “studenti” della scuola possono essere sia fortunati possessori del marchio tedesco, ma più
semplicemente anche coloro che hanno il desiderio di misurarsi e divertirsi con un mezzo di grande potenza. I corsi proposti sono molteplici e di
vari livelli (Warm-up, Precision, Performance, High-Performance e Master), ma durante la stagione
invernale è l’Ice, che si tiene a Livigno nell’ultima
settimana di gennaio, a riscuotere grande successo.
Durante questi sette giorni verranno tenuti quattro corsi della durata di un giorno e mezzo ciascuno presso il ghiacciodromo del paese. “Sono ormai
sette anni che teniamo il corso sulla neve – spiega
Nicola Giacobbe, responsabile della scuola presso
Porsche Italia e team manager della squadra padovana della Carrera Cup Italia – Ha un prezzo
uguale per tutti di 2150 euro, iva compresa, escluso
l’alloggio, e prevede un massimo di 20 partecipanti,
con un istruttore ogni due clienti. Un rapporto ideale,
che utilizziamo anche per i nostri corsi top level in
pista. Le auto che utilizziamo sono la 911 Carrera
2s, la 4s, recentemente presentata a Parigi, e la Cayenne”. Il tracciato del circuito sul quale si svolge
l’Ice è totalmente di neve battuta e le vetture non
sono dotate di gomme chiodate ma di gomme termiche, proprio per riproporre le condizioni che si
possono incontrare nel quotidiano. “Per affrontare
in sicurezza l’inverno, indipendentemente dal tipo di
auto – continua Giacobbe – è fondamentale utilizzare delle gomme termiche. Queste devono essere
montate già ai primi di novembre. Le gomme estive,
infatti, sotto i sette gradi non garantiscono più un’aderenza adeguata, soprattutto su macchine di una
certa cilindrata. In determinate condizioni diventa
più difficile controllare la potenza scaricata a terra
dal motore, oltre a vanificare l’operato di tutti i sistemi di controllo elettronici”.
I Centri Porsche di Milano, per esempio, offrono
ai clienti i kit ruote invernali per tutti i modelli
911 Carrera o Carrera S, a due o quattro ruote
motrici, con servizio di montaggio, equilibratura e
deposito. Sono disponibili due tipologie di kit, con
o senza il sistema di controllo automatico della
pressione di pneumatici RDK, gommati con gli
pneumatici delle migliori marche tutti con marcatura “N” (ovvero conformi alle specifiche progettuali richieste da Porsche). “Al ghiacciodromo di
Livigno – prosegue Giacobbe – l’appuntamento è
per le 8:30 e, dopo una breve teoria, si comincia a
lavorare subito con le vetture: insegnamo a controllare la derapata, a frenare e scartare in condizioni difficili, a compiere degli slalom, a condurre la
macchina in sovrasterzo per poi iniziare a fare anche
qualche giro di pista. Il giorno dopo, infatti, oltre a
riprendere gli esercizi spiegati, viene organizzata una
piccola prova a tempo per determinare i più veloci
tre piloti del corso”. Ma alla fine l’importante non è
essere veloci, ma avere appreso la tecnica corretta
per avere il pieno controllo del mezzo, come conclude il responsabile della Porsche Sport Driving
School: “Nella guida di tutti i giorni possedere una
buona tecnica conta al 90%. Risulta fondamentale
sapere cosa è in grado di fare la propria auto: per
esempio quanto efficace può essere la frenata, come
si comporta il cambio o lo sterzo, come reagisce la
vettura con e senza i sistemi elettronici inseriti. Poi,
se vogliamo parlare di istinto, quello può fare la differenza, ma a quel punto l’appuntamento è in pista”.
02. Il parco macchine
messo a disposizione
dalla Porsche Sport
Driving School. Il
corso Ice prevede un
massimo di 20 allievi,
con un istruttore ogni
due “aspiranti piloti”.
45
hi tech
hi tech
Un cuore di silicio
01
Se negli anni Cinquanta erano il simbolo di quello che sarebbe
stato il futuro, oggi i robot sono entrati di diritto nel mondo
reale. Noi forse non li vediamo, ma loro sono già qui.
02
insetti come macchine
Si chiama Daisuke Kurabayashi ed
è uno dei più importanti roboticist
del mondo: le sue ultime ricerche
si sono concentrate sullo studio
del cervello del baco da seta, un
lepidottero in grado di mutare
il proprio comportamento in
base all’ambiente circostante. Lo
scienziato giapponese è partito da
questo per derivare il Brain-Machine Hybrid System, trasportando i
principi alla base dell’adattamento
biologico nell’ambito della robotica.
www.titech.ac.jp
di Filippo Spreafico
01. Il robot NAO della
francese Aldebaran
Robotics. Alto 57 cm,
è completamente
programmabile ed è
dotato di telecamere,
sensori tattili, sonori e
di pressione.
46
La robotica umanoide e di servizio è arrivata il
7 novembre in fiera a Milano, che per una settimana è stata capitale mondiale di macchine e automazioni grazie a Robotica 2012 e Makers Italy.
Gli eventi internazionali hanno riunito non solo
aziende specializzate e importanti roboticist da
tutto il mondo, ma anche creativi digitali e tecnologici che hanno portato in mostra le ultime
innovazioni del settore.
Oggi la presenza di robot è infatti trasversale in
ogni ambito produttivo: le macchine programmate dall’uomo e in grado di effettuare operazioni in
maniera indipendente sono diventate di routine
non solo nell’industria, ma anche nel settore dei
servizi. Basti pensare a tutte quelle situazioni di
pericolo in cui l’intervento umano è stato di fatto
sostituito dalle macchine, capaci non solo di riconoscere un ambiente nuovo, ma anche di muoversi al suo interno, effettuare analisi, fornire risposte.
All’interno della Fiera erano presenti diverse
aree tematiche, ciascuna delle quali dedicata a
un settore particolare della robotica di servizio:
dall’ambito medicale e di assistenza alle persone a
quello educational, dalla robotica ludica a quella
di salvataggio, fino all’ambito della prototipazione
e della realtà virtuale.
Il design riveste da sempre un’importanza fondamentale nella progettazione delle macchine: se è
vero che siamo portati ad accettare con maggiore
facilità ciò che riconosciamo come simile a noi, è
allora facile spiegare l’insistenza che progettisti e
creativi hanno nel realizzare robot umanoidi dalle
caratteristiche sempre più mimetiche e umane.
Testimonial d’eccezione della Fiera è stato proprio iCub, il robot androide progettato dall’Istituto Italiano di Tecnologia: nato nel 2009 e sottoposto a continui miglioramenti progettuali, il robot
possiede capacità cognitive sviluppate, paragonabili a quelle di un bambino di quattro anni, di cui
possiede anche le fattezze, l’altezza e il peso. Ricoperto da una pelle che gli permette di interagire
con gli uomini, di capacità espressive in costante
evoluzione e, soprattutto, in grado di apprendere
dal comportamento umano (distingue le forme
degli oggetti, li manipola e li identifica), iCub è
una vera e propria piattaforma robotica destinata
allo studio e allo sviluppo di nuovo tecnologie.
I robot NAO della francese Aldebaran Robotics,
anch’essi presenti alla Fiera ma dedicati alla didattica scolastica e universitaria, sono completamente programmabili da zero e forniscono un
supporto importante nell’ambito della ricerca,
dalle scienze sociali allo studio dell’interazione
uomo-macchina. Dal 2008, inoltre, i robot NAO
sono diventati lo standard ufficiale utilizzato dalla
Federazione RoboCup, la celebre competizione
internazionale di calcio che ogni anno vede squadre di robot sfidarsi a “colpi” di software.
Non sono mancate, poi, le macchine destinate a
offrire un aiuto concreto all’uomo e che promettono di cambiare la vita così come la conosciamo.
Gli esoscheletri della Ekso Bionics sono sostegni
per il corpo umano, che consentono a portatori
di handicap o a persone con una mobilità limitata
di andare oltre i loro limiti fisici e di camminare
grazie a una vera e propria “tuta bionica” che ne
supporta il movimento. L’obiettivo a lungo termine della robotica è quello di essere accessibile e
parte integrante del quotidiano: è questo il senso
del numero sempre crescente di applicazioni per
la casa, dai sistemi di pulizia automatici a quelli di controllo e telesorveglianza. Fa un ulteriore passo in avanti il progetto Adam, dell’italiana
Hands Company: il robot, comandato attraverso
smartphone e computer, consente al proprietario
“lontano” di vedere e di essere visto, di parlare ed
essere ascoltato, e soprattutto permette il libero
movimento all’interno della casa, diventando così
un vero e proprio avatar fisico. Anche il progetto Telenoid, sviluppato dal giapponese Ishiguro
in collaborazione con il Laboratorio di Robotica
dell’Università di Palermo, ha alla base un concetto simile, ovvero quello di “trasmettere la presenza” di una persona lontana: l’androide, controllato
a distanza, replica voce e movimenti e consente
all’operatore di attivare azioni comportamentali
diverse. Sempre più la vita dell’uomo si intreccia
dunque con quella delle automazioni e dei robot:
è di fatto inevitabile che presto sorgeranno nuovi
interrogativi etici (esistono robot buoni e cattivi?
Quale sarà l’impatto sociale della robotica?) a cui
sarà necessario dare presto una risposta.
02. ADAM di Hands
Company. Il robot
domestico teleoperato
può muoversi
liberamente per la casa,
permettendo di vedere
e sentire tutto ciò che
accade.
47
sport equipment
sport equipment
Safe freeride
Sciando sulle nuvole
Tutto l’occorrente per non correre troppi
rischi nel praticare lo sci fuoripista.
di Luigi Bruzzone
natural born wood
Gli sci Leaf rendono unica l’esperienza dello sci fuoripista. Unico
infatti è il materiale con cui sono
costruiti: il legno. Non troverete
mai due paia di sci uguali, che vengono prodotti artigianalmente in
Italia con tanta passione e utlizzando macchinari all’avanguardia.
www.leafskis.com
Discendere con gli sci in un ambiente naturale
incontaminato è un’esperienza che segna il cuore
e lo spirito. Se l’approccio avviene nel rispetto della
montagna e dei propri limiti, si viene ripagati con
la moneta più pregiata: il piacere di sentirsi liberi.
di Gianandrea Lecco
Il rider Alberto
Benedetti indossa
sci Leaf durante un
fuoripista in Giappone
nel gennaio 2011.
Foto di Luce
De Antoni.
48
Il fascino della montagna è un richiamo a cui è
difficile resistere. L’uomo viene attratto dalle sue
vette per la pace che quell’ambiente riesce a regalare, per il silenzio unico che lo allontana dal
frastuono delle città, per i colori intensi, puri che
portano il cuore a uno stato di gioia interiore.
Il fascino della montagna in inverno è del tutto
particolare. La neve ammorbidisce le pendenze,
copre le asperità, apre la possibilità di itinerari che
d’estate sono difficilmente immaginabili.
Procedere con le pelli montate sotto gli sci o sfruttare gli impianti di risalita, per poi abbandonare le
aree controllate e avventurarsi su nuovi terreni, è
una scelta personale. Qualunque essa sia è però
fondamentale che venga presa con competenza o
con persone qualificate ed esperte: le guide alpine.
Avventurarsi in un ambiente montano non controllato, detto volgarmente “fuoripista”, è un’attività che regala emozioni uniche ma che può
anche, talvolta, chiedere un dazio molto gravoso.
È pertanto fondamentale prendere coscienza di
tali rischi e ciò che essi implicano per sé e per
gli altri. Rischi che possono essere bassi o anche
elevati, e che non potranno mai essere annullati
del tutto. Essere dei buoni sciatori o snowboarder
è una condizione necessaria ma non sufficiente.
Altrettanto importante è muoversi con l’attrezzatura adeguata. La tecnologia oggi aiuta, ma non
riduce il rischio. Il mercato offre una sempre più
ampia selezione di prodotti per ogni gusto ed esigenza, ma la prima voce nel budget deve essere
quella legata alla “sicurezza”. Oltre a sci e scarponi è fondamentale muoversi sempre con zaino,
possibilmente con sistema ad airbag ABS che, in
caso di coinvolgimento in slavina, viene attivato
dall’utente per favorire il galleggiamento. Nello
zaino non possono mancare ARVA (ricetrasmettitore che lavora a una frequenza standard internazionale), pala e sonda, che riducono drasticamente i tempi di ritrovamento. D’obbligo indossare il
casco, la maschera e il paraschiena. Tutti elementi
che non basta possedere, ma è fondamentale saper usare, frequentando camp specialistici come
i Mysticfreeride Safety Camp (www.mysticfreeride.com) o i numerosi corsi del CAI, per acquisire
tutte le informazioni necessarie a prevenire gli
incidenti e sapersi muovere nel caso questi, purtroppo, accadano.
Rossignol - Pursuit 14 White
Ortovox - 3+
Zerorh+ by Allison - Olympo
Casco dotato di sistema di regolazione della taglia.
Localizzatore con display circolare, che consente
Mascherina con lente altamente resistente
Leggerissimo grazie alla struttura In-Mould.
una facile lettura delle informazioni.
e aerazioni anti-appannamento.
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Dainese - Back Protector Soft
Haglöfs - Bungy Vest
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Gilet soft shell in tessuto tecnico, garantisce una
Giacca realizzata in collaborazione con il pro rider
permette di coniugare comfort e protezione.
ottima traspirabilità e resistenza a freddo e vento.
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www.oakley.com
Garmont - Delirium
Salewa - Verbier 26 Pro ABS Backpack
Hally Hansen - Enigma Ski Glove
Potente, con un flex progressivo e forte, questo
Segue perfettamente la forma del corpo questo
Questi guanti da sci permettono di rispondere
scarpone è appositamente pensato per il freeride.
zaino della linea FreeSkiMountaineering.
allo smartphone touch screen senza sfilarli.
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www.salewa.com
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49
WEEK - END
WEllness
Benessere secondo natura
Emozioni ad alta quota
Al bando formulazioni e brevetti hi-tech, in alta quota la cosmesi è green. Mirtilli,
fieno ed erbe alpine sono i beauty tips per realizzare massaggi e trattamenti nel
rispetto dell’ambiente.
di Chiara Belforti
romantik hotel post
La Spa dell'hotel si prende cura del
corpo con la linea cosmetica “Cavallino Care”, formulata con il latte
di cavalla di allevamento all’interno
della struttura.
www.romantikhotelpost.com
sul web
www.monterosa-ski.com
www.guidemonterosa.info
www.guidemonterosa.com
www.guidechampoluc.com
Raggiungere la vetta di una montagna e lasciarsi avvolgere
dal silenzio, spinti dal desiderio di scivolare liberamente lungo
chilometri di neve polverosa. Tutto questo nel comprensorio
Monterosa Ski, dove è il freeride a farla da padrone.
a cura della Redazione di Club Milano
01. Sono sempre più
numerosi gli sportivi
che decidono di
praticare la disciplina
del freeride. Le discese
in fuoripista in neve
fresca permettono di
sentirsi in completo
contatto con la
natura, amplificando la
sensazione di libertà.
50
Neve fresca, candidi pendii ancora vergini e il
brivido della pura adrenalina ad alta quota che
solo un fuoripista riesce a regalare: se per questa
stagione invernale siete in vena di un po’ di sano
divertimento, il freeride è ciò che state cercando.
Monterosa Ski è tra i principali comprensori sciistici di tutte le Alpi e rappresenta la meta ideale
per chi vuole abbandonarsi a questa disciplina attraverso itinerari unici e sempre vari. Sorge ai piedi del massiccio del Monte Rosa e, nel complesso,
abbraccia le valli d’Ayas, di Gressoney e la Valsesia. Innumerevoli sono i percorsi per i fuoripista:
dai tracciati tra i boschi di Champoluc a quelli in
quota al Passo dei Salati fino ad arrivare al ghiacciaio di Indren, che è facilmente raggiungibile
grazie al nuovo Funifor Passo dei Salati-Indren,
che raggiunge i 3.275 metri in meno di 5 minuti.
Tutte e tre le valli invogliano a splendide serpentine sui pendii più affascinanti del comprensorio,
ampi spazi di neve e chilometri di percorsi che
si snodano tra baite e laghi alpini. A questo punto non potrete fare altro che abbandonare mente
e corpo alla bellezza della montagna e all’adrenalina del freeride. Per chi, invece, è alle prime
armi e desidera avere una maggiore sicurezza, ci
sono a disposizione guide esperte di Monterosa
Ski. Mentre, i più appassionati che hanno voglia
di sfidare i propri limiti, non possono perdere la
possibilità di raggiungere il punto di partenza per
il freeride in elicottero. Esistono ben 50 punti
di atterraggio in Val D’Aosta per chi non resiste
alla voglia di assaporare il piacere dell’irresistibile
powder e di raggiungere quote superiori ai 4000
metri.
La piscina panoramica con vista sulle Dolomiti dell'Alpina Dolomites Gardena Health Lodge & Spa.
maso weidacherhof
Sull’altopiano del Renon, il centro
propone avvolgimenti nella lana
di pecora, per depurare la pelle,
riattivare la circolazione sanguigna e
fare il pieno di energia.
www.weidacherhof.com
sport&kurhotel bad
moos
I bagni termali di Sesto (BZ) offrono uno scrub rigenerante con una
particolare farina, derivata dall’essicazione delle pigne, da associare a
un bagno agli oli essenziali di pino
per un benessere tutto naturale.
www.badmoos.it
L’ufficialità è arrivata solo nel giugno
del 2009, quando le Dolomiti sono
state dichiarate Patrimonio Naturale
dell’Umanità dall’Unesco, anche
se lo splendore dei Monti Pallidi è da
sempre nel cuore di quanti hanno avuto la fortuna di ammirare di persona il
fascino dei loro paesaggi incontaminati.
In un luogo dove la natura è protagonista assoluta, nell’area più spettacolare
dell’Alpe di Siusi, sorge l’Alpina Dolomites Gardena Health Lodge & Spa, un
cinque stelle che ha fatto dei principi
di eco-sostenibilità la sua filosofia di
vita. La struttura, inaugurata due anni
fa, è realizzata in legno e pietra ed è
abbracciata da un panorama mozzafiato, da ammirare attraverso le vetrate
delle zone comuni. Oltre a godere di
una posizione privilegiata per gli amanti dello sci e di una cucina gourmet per
gli ospiti più golosi, il fiore all’occhiello
è l’Alpina Beauty Farm, per assaporare
proposte wellness “a chilometro zero”
e vivere un’esperienza indimenticabile
nelle acque calde della piscina a cielo
aperto. I rituali vedette sono quelli a
base di ingredienti di montagna: come
il protocollo viso anti-età al latte di
capra, un alimento ricco di acidi, proteine, minerali e vitamine, ottimo per
nutrire le cellule cutanee, stimolandone la rigenerazione, oppure il lifting
alla genziana, una pianta che cresce ad
alta quota, ed è in grado di dare sostegno al tessuto epidermico in virtù della
sua capacità di resistere a condizioni
climatiche estreme. Per il corpo, niente
di meglio di un impacco al fieno per
alleviare la stanchezza e stimolare la
circolazione, un avvolgimento al latticello (un derivato del burro), efficace
per lenire le irritazioni e un bagno agli
estratti di abete rosso e bianco, che distende le tensioni muscolari e rasserena
la mente. Sul fronte massaggi, l’olio di
pino mugo scioglie le articolazioni, il
miele revitalizza e idrata in profondità,
mentre i mirtilli contrastano la ritenzione idrica e rafforzano le pareti venose. Perché Madre Natura pensa proprio
a tutto, benessere compreso.
51
WEEK - END
WEEK - END
Dublino tra le righe
guinness storehouse
Conosciuto ai più come il museo
della birra, il Guinness Store House
è una delle principali attrazioni di
Dublino, nonché uno dei luoghi
maggiormente visitati in tutto il
paese. Una struttura di sette piani
che si sviluppa intorno a un atrio
centrale a forma di pinta, dove è
possibile scoprire tutti i segreti della
birra più famosa d’Irlanda. Sul tetto
dell’ultimo piano, si trova il Gravity
Bar, per godere di una vista a 360°
sulla città. Naturalmente, accompagnati da una birra appena spillata.
www.guinness-storehouse.com
sul web
www.discoverireland.com
www.visitdublin.com
www.aerlingus.com
flyingbookclub.ie
www.writersmuseum.com
01
02
Tra pinte di Guinness e pub, antiche università e musei
straboccanti di libri, passeggiare per le strade di Dublino ti
fa sentire protagonista della trama di un racconto. È meglio
cenare con Joyce, chiacchierare con Kavanagh o farsi una
serata con Wilde?
“Quando morirò, nel mio cuore
sarà scritto Dublino” James Joyce
di Cristina Buonerba
01. Vista di uno dei
numerosi ponti che
attraversano il Liffey
di Dublino, il fiume
che delimita il confine
naturale tra la zona
nord e sud della città.
52
Passeggiare per le strade di Dublino equivale a
sfogliare le pagine di un romanzo: andando alla
scoperta di stradine e vicoletti nascosti, frequentando bar e luoghi storici ci si sente protagonisti
delle trame dei grandi scrittori che l’hanno vissuta e raccontata attraverso le loro parole. James
Joyce, Oscar Wilde e Samuel Beckett si sono lasciati ispirare dal fascino di questo luogo, dichiarato Città della Letteratura dall’UNESCO. I suoi
abitanti sono famosi per la loro grande capacità
di raccontare storie e trascorrere le gelide serate
d’inverno all’interno di numerosi pub. Quindi
non ci sarebbe nulla di cui stupirci se scoprissimo
che Beckett o Flann O’Brien erano soliti far volare
la propria fantasia seduti su qualche sgabello di
Temple Bar sorseggiando boccali di ottima Guinness. Tanto per fare un esempio, il pub Oliver St
John Gogarty era uno dei preferiti del poeta Patrick Kavanagh, dove veniva a trascorrere le serate
in compagnia del suo amico Flann O’Brien. Una
curiosità: nel 1931 Kavanagh partì dalla sua casa
natale nella Contea di Monaghan e percorse ben
120 chilometri a piedi prima di arrivare a Dublino
in cerca di fortuna come scrittore. Prima di morire, espresse il desiderio di avere “solo una panchina
da viandante lungo la riva del canale”. Ancora oggi,
proprio lungo il Grand Canal di Dublino, si può
trovare quella panchina sulla quale riposa la sua
statua di bronzo. Tra le altre “chicche” della città
spicca lo storico Brazen Head, che serve da bere
ai dublinesi dal 1198: si dice che questo locale sia
stato una vera e propria seconda casa per Jonathan Swift, l’autore dei Viaggi di Gulliver. Ma non
solo, perché leggenda vuole che a varcare quella
soglia sia stato Robin Hood in persona. James Joyce, attraverso la voce di Leopold Loom, il protagonista dell’Ulisse, descriveva il pub Davy Byrne’s
come un bel bar tranquillo e accogliente. Ancora
oggi è possibile godere della sua atmosfera, bere
una pinta e provare ottimi piatti a base di frutti di
mare. Sempre per rimanere sulle orme dell'autore
di Dubliners, non si può perdere una visita al Ja-
mes Joyce Museum, che si trova a pochi passi dalla celebre Martello Tower. Al suo interno è possibile trovare fotografie, appunti e lettere, nonché la
primissima versione dell’Ulisse. Se si è particolarmente amanti di questo capolavoro, vale la pena
scaricare l’applicazione gratuita In The Steps Of
Ulysses iWalk: una guida audio che permette di
ripercorrere per filo e per segno i luoghi più simbolici del romanzo. Un esempio può essere l’antica farmacia Sweny, dove Leopold Bloom acquistò
una saponetta al limone: con un po’ di tempo a
disposizione, si può prendere parte a uno dei tanti
gruppi di lettura che vengono organizzati regolarmente. Per lasciarsi avvolgere completamente dal
fascino letterario di Dublino, il consiglio è di fare
una capatina al Trinity College, una delle università più antiche e prestigiose del Paese, dove Oscar
Wilde studiò materie classiche e Samuel Beckett
approfondì francese, italiano e inglese. Entrambi
conseguirono la laurea e, seguendo l’esempio di
Jonathan Swift, ottennero il prestigiosissimo ti-
tolo di Doctor of Divinity. All’interno del Trinity
College è possibile ammirare l’originale Book of
Kells, un manoscritto medioevale contenente la
copia decorata dei Quattro Vangeli in latino. Risale all’800 a.C. ed è considerato un vero e proprio
capolavoro dell’arte celtica. Non può poi assolutamente mancare una visita al Dublin Writers
Museum, che raccoglie la storia dell’immensa tradizione letteraria irlandese. È situato in un’antica
casa in stile georgiano e custodisce gli ultimi tre
secoli della letteratura irlandese tra libri, lettere
e oggetti personali appartenenti a Swift, Wilde,
Yeats e Joyce. Al suo interno vengono organizzate
letture di gruppo, esposizioni e spettacoli teatrali all’ora di pranzo. E per i buongustai di libri e
dibattiti, The Flying Book Club è un vivace club
letterario dove approfondire e scoprire curiosità
su scrittori contemporanei e del passato. E perché
no, è anche un’ottima occasione per farsi un po’
l’orecchio e mettersi alla prova con l’impegnativo
accento irlandese!
02. Gli interni del
Trinity College, una
delle università più
antiche e prestigiose
del mondo. All’interno
della sua biblioteca
sono custoditi circa
un milione di libri, tra
cui una delle prime
edizioni della Divina
Commedia.
53
overseas
overseas
Sulla rotta di Van Dike
sul web
www.bvitourism.it
www.aragornsstudio.com
www.chefdavide.com
www.biras.com
www.beyc.com
01
Ancora poco conosciute dal turismo di massa nostrano, le
British Virgin Islands sono una delle destinazioni caraibiche più
apprezzate da chi ricerca tranquillità e contatto con la natura.
Il modo migliore per visitarle? Certamente in barca, seguendo
le rotte dei pirati di un tempo.
di Andrea Zappa
01. Veduta aerea di
alcuni maxi yacht
presso i pontili
galleggianti dello YCCS
Marina Virgin Gorda.
Foto courtesy BVI
Tourism Board.
54
Sebbene le Isole Vergini Britanniche non siano
una meta classica per la voglia di caraibi degli italiani, nomi come Tortola, Virgin Gorda, Jost Van
Dyke e Peter Island possono suonare famigliari ai
più. Queste isole, infatti, sono state il rifugio di
molti filibustieri all’epoca di caravelle e galeoni,
diventando involontariamente protagoniste di innumerevoli libri e romanzi dedicati alla pirateria.
L’arcipelago, situato a poco più di cento chilometri a est di Porto Rico, era meta gradita ai pirati di
un tempo proprio per le sue caratteristiche: una
sessantina di isole disposte a corona dalle forme
più diverse, vicine tra loro, le cui acque sono ben
protette dalle onde dell’oceano e dal soffio degli
Alisei. Qui, era facile navigare e soprattutto nascondersi nella miriade di baie e insenature, che
questi smeraldi verdeggianti offrivano a chi arriva
dal mare aperto. Oggi le cose non sono cambiate,
a parte ovviamente l’assenza di pennoni e “penda-
gli da forca”. Il consiglio è quello di affittare uno
yacht e navigare a vista lasciando la carta nautica
sottocoperta, facendosi attrarre solo dalla bellezza
delle spiagge e delle baie. Le compagnie di charter
sono innumerevoli, in grado di soddisfare i gusti
e le esigenze più diverse. Il punto di partenza è
sicuramente Tortola, la più grande dell’arcipelago,
in cui si trova Road Town, la capitale delle BVI. Se
volete rispettare le tradizioni della pirateria e fare
scorta di rum per la cambusa, la prima tappa deve
essere la lunga e bianca spiaggia di Cane Garden
Bay. Qui si trova una vecchia distilleria ancora in
funzione, in cui lo stomaco verrà messo a dura
prova. Chi invece ha la consuetudine di tornare
da una vacanza con un certo “bottino” di souvenir, a Trellis Bay su Beef Island si trova l’Aragorn’s
Studio, il miglior laboratorio di artigianato di tutte
le BVI. Se state veleggiando da qualche giorno e
siete stufi del vostro cuoco di bordo e volete de-
02
gustare piatti raffinati dall’animo italiano, potete
chiedere ospitalità a Davide Pugliese, un toscano
con la passione per la cucina trapiantato alle BVI.
Ex-fotografo di moda, dopo Milano e New York,
ha trovato la sua dimensione su Scrub Island dove
gestisce il piccolo Wali Nikiti Resort. Una piccola realtà alberghiera ideale per isolarsi dal resto
del mondo, che comprende solo cinque cottage
completamente immersi nel verde. Pugliese, oltre
a essere un eccellente chef, conosce l’arcipelago
come le sue tasche e può dare ottimi consigli sul
prosieguo della rotta. Tra questi c’è sicuramente
quello di raggiungere l’ampia baia di North Sound
di Virgin Gorda, dove si trova il Bitter End Yacht
Club, di fronte al quale stanziano di solito i più bei
yacht dei caraibi. Alla sera tutti gli equipaggi scendono a terra, animando l’intera zona in tipico stile
caraibico. La parte meridionale dell’isola offre le
bellissime Savannah Bay, Mahoe, Spring Bay, ma
la spiaggia più famosa è sicuramente The Baths.
Qui, giganteschi massi morenici creano grotte
e piscine naturali di rara bellezza, dando vita a
un labirinto costiero incantato e interrotto solo
da qualche piccola mezzaluna di sabbia bianca.
Sull’isola si può soggiornare al Biras Creek Resort,
un hotel quattro stelle dotato di spiaggia privata e
Spa. Oppure “spendere” una notte da sogno nello
splendido Bitter End Yacht Club, caratterizzato
da eleganti cottage in legno dai caratteristici tet-
seguendo gli alisei
Chi vuole vivere una vacanza
diversa, a base di un pizzico di
agonismo, due dita di rum e una
spruzzata di lime, può affittare una
barca e iscriversi alla BVI Spring Regatta. La competizione, che si tiene
a marzo, rappresenta, insieme
alla St. Maarten Heineken Regatta
e all’Antigua Sailing Week, uno
dei principali appuntamenti della
stagione velica caraibica. Famosa in
tutto il mondo non soltanto per i
suoi luoghi meravigliosi, si distingue
per l’atmosfera che si respira in
banchina. La vera sfida infatti sono
i “dopo-gara” che proseguono
per sei giorni fino a notte fonda in
perfetto caribbean style.
www.bvispringregatta.org
ti rossi, premiato da Condé Nast Traveler (USA)
come uno dei 100 resort più belli al mondo. C’è
poi la piccola isola di Jost Van Dike, che prende
il nome dal leggendario pirata olandese, il suo rifugio preferito di ritorno dalle varie scorrerie. La
costa sud offre tra le tante spiagge quella di White
Bay, un nome che è di per sé una garanzia. Ma
l’isola è famosa soprattutto per il Foxy’s, un locale sulla spiaggia di Great Harbour. Il proprietario,
dalla grigia capigliatura rasta, di giorno pesca aragoste e la sera suona sul palco del bar. L’atmosfera
è molto rilassata e verso l’ora del tramonto il rum
inizia a scorrere a fiumi. Da vedere a ovest di Jost
Van Dyke anche la piccola Sandy Cay: la lingua
di sabbia bianca che la cinge e la fitta vegetazione
che vi cresce nel centro la rendono l’isola deserta per antonomasia. Gli appassionati di immersioni non possono poi mancare Anegada, la più
selvaggia delle isole dell’arcipelago. Il suo punto
più elevato misura tre metri sul livello del mare.
I numerosi relitti incagliati sulla barriera corallina
poco distante, costituiscono il paese dei balocchi
per qualsiasi sub. Chi invece preferisce scendere
a terra, lungo il sentiero naturale di Bones Bight
si possono incrociare i rari esemplari di iguana di
Anegada. Non dimenticate, quando sbarcate, di
portarvi sempre dietro una pala: non sia mai che
durante la passeggiata possiate imbattervi in una
vecchia X disegnata sul terreno.
02. Le accattivanti
trasparenze della
desolata Deadman's
Beach su Peter Island.
Foto courtesy BVI
Tourism Board.
55
food
food
Un cibo da re
sul web
www.fieradeltartufo.org
www.museodeltartufo.it
www.neronorcia.it
www.tartufonerofragno.it
www.tuber.it
www.universitadeicanidatartufo.it
01
Presenza fissa alle corti dei nobili d’Europa e apprezzato per un
profumo che a detta di molti è addirittura afrodisiaco, il tartufo è
diventato nel tempo uno status symbol, senza tuttavia mai disdegnare
le cucine più semplici. Del resto è un regalo della terra: cresce senza
essere per forza coltivato. La vera sfida è trovarlo.
di Marilena Roncarà
01. Una veduta di
Piazza San Benedetto
a Norcia durante la
Mostra Mercato del
Tartufo. In primo piano
uno stand di prodotti
gastronomici locali, tra
cui fa bella mostra di sé
il famoso tartufo nero
pregiato, tipico della
zona.
56
“È bello girare la collina insieme al cane: mentre
si cammina, lui fiuta e riconosce per noi le radici,
le tane, le forre, le vite nascoste, e moltiplica in noi
il piacere delle scoperte. Fin da ragazzo, mi pareva
che andando per boschi senza un cane avrei perduto troppa parte della vita e dell’occulto della terra”,
sono parole di Cesare Pavese tratte da La casa in
collina, ma potrebbero essere benissimo quelle di
un qualunque tartufaio esperto che racconta il
piacere di andare per boschi, sentire l’odore della terra che profuma di tartufo e vedere il cane
che scava alacremente per trovare il tanto agognato fungo. Ma partiamo dall’inizio, quello vero,
dato che pare che il prezioso alimento fosse già
conosciuto in epoche remote e molto apprezzato da Greci e Romani. Questi ultimi ne avevano
attribuito l’origine misteriosa ai fulmini scagliati
da Giove in prossimità delle querce. Vero è che il
tartufo è un fungo sotterraneo, che nasce in ma-
niera spontanea quando o l’acqua o gli insetti ne
trasportano le spore sulle radici di qualche albero,
come la quercia, il nocciolo, il pioppo o il tiglio.
Il tartufo non si coltiva quindi, ma per nascere
ha bisogno di trovare un perfetto equilibrio tra
il clima, le condizioni ambientali e l’umidità del
terreno. È un fungo che cresce a una profondità
variabile da pochi centimetri a mezzo metro sotto
terra e, una volta giunto a maturazione, emana il
suo odore caratteristico. I periodi di raccolta variano da regione a regione e per il tartufo bianco
sono i mesi compresi tra settembre e dicembre.
Per andare a cercarlo bisogna svegliarsi presto la
mattina e uscire armati di pazienza. I tartufai sono
personaggi solitari e misteriosi e soprattutto sono
molto gelosi dei luoghi dove vanno a “caccia”:
“Nei posti segreti – dicono i più – si va solo di sera,
con la nebbia e con il cane, per poter poi un giorno
raccontare: quel posto l’ho scoperto io”.
fiera che vai, tartufo
che trovi
Si è appena conclusa (18 novembre) l’82° Fiera Internazionale del
tartufo bianco d’Alba, che si svolge
quasi in contemporanea con quella
di Acqualagna, mentre, per gli
amanti del tartufo nero, sempre a
cavallo tra ottobre e novembre,
c’è la Fiera di Fragno, in provincia
di Parma. Infine, per chi il tartufo
lo vuole bianco e anche nero,
l’appuntamento da non mancare è
a San Sebastiano Curone la terza
domenica di novembre. Bisogna
aspettare invece febbraio per il
nero pregiato di Norcia in occasione della 50° Mostra Mercato Nazionale del tartufo Nero Pregiato di
Norcia e dei Prodotti Tipici.
In Italia si raccolgono circa una decina di specie di
tartufi, il più pregiato è il tartufo bianco di Alba
o di Acqualagna, il famoso Tuber Magnatum Pico,
poi c’è il tartufo nero di Norcia e Spoleto (detto anche nero pregiato) e ancora il Bianchetto, lo
Scorzone estivo e tanti altri. Gli ambienti ottimali
si trovano sull’Appenino centrale, dove non mancano le rotte del gusto, come la Strada del Tartufo,
che conduce ad assaporare le eccellenze gastronomiche di un territorio che dall’Emilia Romagna
arriva fino all’Umbria. Ma altrettanti itinerari si
trovano anche nel nord d’Italia o in Campania,
dove abbonda il tartufo di Bagnoli, mentre la città
marchigiana di Acqualagna e i territori del Monferrato sono le zone del tartufo bianco pregiato.
E proprio ad Alba, nelle Langhe, c’è il più vecchio mercato del settore, dove viene fissata anche
la quotazione ufficiale del famoso tubero. E se il
prezzo da un lato non stupisce per le cifre in rialzo, d’altro canto fa sorridere ripensando a un Marcello Mastroianni d’annata che, nel film di Marco
Ferreri, L’uomo dei Cinque palloni, mette in scena
una costosissima “grattata di tartufo”, ripetendo
tra sé e sé il costo per ogni lamella, fino a fermarsi
a quota 4.000 lire, non per raggiunti limiti di spesa, quanto per un incipiente mal di fegato. Ma era
il 1969, altri tempi. Oggi per 10 grammi di tartufo
bianco, che è la quantità minima necessaria per la
preparazione di un buon piatto, servono all’incir-
02
ca dai 16 ai 25 euro. Se pensiamo che è composto
per l’80 per cento da acqua, ci rendiamo conto
ancora di più quanto è prezioso.
Ma qual è il suo segreto? Come ha fatto un alimento, entrato quasi in sordina nelle ricette piemontesi grazie a cuochi savoiardi cresciuti nelle
cucine nobili di Parigi, a conquistare le tavole di
tutto il mondo? Come fa a conferire un tono a
piatti semplici, come l’uovo al paletto (se non l’avete ancora assaggiato, dovete farlo) e originalità
alle ricette più sfiziose come i classici tagliolini al
tartufo? La risposta è tutta in quel suo profumo,
che non possiamo non avvertire e che invece di
appagarci, ci invoglia ad annusarlo ancora. Per
diventare cercatori di tartufi, bisogna munirsi di
una tessera regionale, seguire i periodi di raccolta
e soprattutto serve un cane, che però va addestrato bene, come fanno ad esempio all’Università
dei cani da tartufo di Roddi, una delle scuole più
singolari al mondo. Si tratta di un ateneo per studenti a 4 zampe, fondato nel 1880 e ufficializzato
nel 1935. Ne è rettore Giovanni Monchiero, un
esperto trifolaio, che porta avanti una passione di
famiglia. Le lezioni si tengono andando per boschi e sentieri e, in due o tre settimane, un tempo da far invidia a qualsiasi riforma scolastica, si
consegue la laurea. Ma anche qui, ad “avere naso”
si impara poi solo sul campo, uscendo quasi ogni
giorno con il proprio padrone.
02. Un cane riceve le
coccole del padrone,
dopo aver trovato il
prezioso tubero, un
tartufo bianco d’Alba.
Per capire se un cane è
predisposto alla ricerca
del tartufo, bastano
pochi giorni. Non è
una questione di razza
o pedigree, quanto di
olfatto e istinto.
I migliori a scovare il
fungo ipogeo sono,
infatti, i cani meticci.
57
food
food
La ricetta dello chef
Marco Tronconi e
Giovanni Traversone
Tronconi e Traversone ci presentano uno
dei piatti simbolo della Trattoria del
Nuovo Macello, il baccalà mantecato
al latte.
La Trattoria del Nuovo Macello, a due passi
dall'ortomercato, è un'oasi di buona cucina dove
la creatività sposa la tradizione. Traversone
e Tronconi, chef talentuosi giustamente celebrati
dalle guide, raccontano la loro mission: fare buona
ristorazione con ottimo rapporto qualità-prezzo,
vivificando ogni giorno la storia quasi secolare
della loro locanda.
di Valerio Venturi
Baccalà mantecato al latte
La vostra trattoria è aperta da 80
anni. Giovanni, come siete arrivati a
inaugurare il “nuovo corso” del ristorante della tua famiglia?
Giovanni: Io e Marco siamo amici
d’infanzia, abbiamo fatto ogni cosa insieme. A un certo punto mi è venuta
l’idea di metter mano alla locanda dei
miei. Non da solo, ma con lui, un altro
amico e mia sorella. Era la fine degli
anni Novanta.
Che caratteristiche aveva l’attività dei
Traversone?
Marco: La trattoria era attiva da anni, si
lavorava con i camionisti e gli operatori
del mercato. Si offriva una cucina semplice con materia prima fresca.
Con il vostro arrivo, cos’è cambiato in
cucina?
M: Il locale è una vera trattoria, con
cucina del territorio e in parte ligure:
piatti locali ma già moderni...
G: Abbiamo puntato a una cucina più
raffinata, più “presentata”, ma seguendo un’evoluzione naturale: uno scalino
per volta.
58
Oggi qual è la vostra linea?
M: Offriamo piatti ben fatti a prezzi
ragionevoli e cerchiamo materia prima
dal produttore. Anche così – e seguendo la stagionalità – conteniamo i prezzi.
Come ha reagito la città alla “new
wave” della trattoria?
G: La “nuova trattoria” ha rappresentato una novità che ha fatto rumore, prima di noi non esisteva niente di simile.
La stampa ci ha “spinto” e ancora oggi
tutti parlano bene di noi.
In cosa siete stati innovativi?
M: Abbiamo voluto conservare l’immagine di una trattoria tranquilla, piacevole, in cui si mangia bene...
G: E con una cucina che però sa sorprendere. Poche realtà lavorano così.
Com’è la ristorazione in città?
G: Quando andiamo a trovare i nostri
colleghi “scelti” si va sul sicuro, in altri
casi si rischia di spendere e di mangiare così così. Per evitare la fuffa, è bene
comprare le guide e informarsi.
Cosa pensate dei servizi tipo Trip
Advisor?
M: Funzionano. Il fatto che si possa scrivere liberamente praticamente
qualsiasi cosa, però, non è carino. Magari c’è un avventore nervoso, o succedono poche cose che fan sì che il buono diventi cattivo.
Quali sono i vostri piatti-manifesto?
G: Siamo famosi per la cotoletta, il
baccalà mantecato, i risotti. I clienti
trovano sia la tradizione (declinata in
chiave moderna) sia l’innovazione.
Sentite la crisi?
G: Un po’ sì. Se la città non offre niente si lavora poco. E poi c’è più attenzione a quanto si spende.
Che fare?
G: Puntiamo sulla qualità e sul prezzo:
abbiamo il menù di pranzo a 18 euro e
cambia tutti i giorni.
Il futuro?
G: Speriamo di rimanere “giusti” con i
tempi, i modi e i contenuti. Poi ci piacerebbe aprire un nuovo locale: una
trattoria vera.
M: Vogliamo riprovare con la formula
antica: cucina semplice ed economica.
Ingredienti per 4 persone: 1 baffa di baccalà,
½ l di latte, ½ cipolla, 1 spicchio d’aglio, 3 patate
piccole, olio, burro, salvia.
Mettere a bagno per due giorni in acqua fresca corrente il baccalà. Sfilettarlo, spinarlo e togliere la pelle. Lessare le patate con la buccia, a cottura
ultimata togliere la buccia e tagliare a
dadini. Affettare la cipolla e insieme
allo spicchio di aglio intero farla cuocere in una pentola per mezz'ora, senza farla dorare.
In una padella, rosolare i tranci di baccalà con olio, burro e salvia. Una vol-
trattoria del nuovo
macello
Capita raramente di desinare in una
locanda aperta da più di 80 anni.
Alla Trattoria del Nuovo Macello,
poi, i gestori sono i discendenti dei
proprietari originari. Proprio davanti
al mattatoio, Silvio Traversone
aveva scelto di aprire una trattoria
per gli operai della beccheria
e dell’ortomercato. Ora i suoi
nipoti Paola e Giovanni, insieme
al socio e amico Marco Tronconi,
hanno in mano le sorti dell’attività.
Del ristorante del nonno hanno
conservato l’atmosfera, i colori caldi
delle pareti, la pavimentazione, i
mobili anni Trenta e Cinquanta.
La cucina? Si è rinnovata, ma
è rimasta fedele ai sapori della
tradizione lombarda e casalinga.
Parole d’ordine della locanda di via
Lombroso? Fantasia, innovazione,
continuità e stagionalità. Un’oasi di
milanesità, un giusto mix tra passato
e futuro.
Via Cesare Lombroso, 20 Milano
www.trattoriadelnuovomacello.it
ta cotti, adagiarli nella pentola dove
precedentemente si erano fatte dorare
delle cipolle e dell’aglio, aggiungere le
patate lessate e latte fresco; fare cuocere a fuoco dolce per circa un'ora, mescolando il composto e spezzettando a
minuscoli frammenti il baccalà sino a
renderlo quasi cremoso ma consistente. Servirlo su un crostone di polenta,
con cipollotto fondente e composta
d’arancio.
59
Club house
Club house
L’importanza dell’innovazione
“Come azienda sosteniamo progetti legati
ai giovani, allo sport, alla cultura, alla
sostenibilità e, soprattutto, all’innovazione.”
L’incontro tra il Team Piatti e il Tennis Club Milano Alberto Bonacossa ha un nuovo
sostenitore: Bayer. Daniele Rosa, Direttore Comunicazione del gruppo Bayer in Italia, ci
spiega perché la multinazionale tedesca ha deciso di promuovere questo progetto.
di Enrico S. Benincasa
Foto di Andrea Zappa
Dottor Rosa, cosa vi ha spinto a impegnarvi a sostenere il lavoro del Team
Piatti con i giovani del Tennis Club
Milano Bonacossa?
Tutto parte dalla nostra mission a livello globale, Science For a Better Life.
In Bayer questo si traduce in forti investimenti nella ricerca, per poi creare
farmaci e prodotti che migliorino la
qualità della nostra vita. L’innovazione,
quindi, è parte integrante del nostro
DNA. In tutto il mondo sosteniamo
progetti legati ai giovani, allo sport,
alla cultura, alla sostenibilità e, soprattutto, all’innovazione. L’idea di fare lo
stesso con il Team Piatti ci piace perché
questa realtà si distingue per il metodo
d’insegnamento del tennis, dove i video
e l’informatica hanno un ruolo fondamentale. E ci piace ancor di più che
questa cosa sia unita al lavorare con i
giovani e lo sport, aree da sempre d’interesse per Bayer.
Oltre alla polisportiva Bayer Leverkusen, di cui tanti conoscono la squadra
di calcio, in che modo Bayer sostiene
lo sport nel mondo?
Cerchiamo di avvicinarci allo sport
dilettantistico e alle discipline meno
conosciute, ma comunque vicine alla
gente. Per esempio abbiamo sostenuto
il badminton, sport nazionale nei paesi
asiatici ma poco diffuso qui da noi se
non nelle scuole. Stiamo sostenendo il
running, il tennistavolo, la boxe dilettantistica e alcuni campionati minori
60
di motorsport. Non stiamo parlando di
professionismo, ma di realtà vicine alla
gente comune e pulite. Riteniamo che
il tennis rientri in questa categoria.
Essere vicini allo sport è quindi parte
fondamentale delle vostre strategie di
comunicazione…
Fare dei buoni prodotti, investire in ricerca e sviluppo e curare l’immagine
sono asset fondamentali per ogni azienda. Nella comunicazione oggi conta
molto la coerenza, e noi cerchiamo di
esserlo in tutte le nostre attività che
facciamo, sia che riguardino lo sport, i
giovani, il territorio o la cultura. Coerenti anche con l’innovazione però: per
esempio, di recente abbiamo creato una
nuova pubblicazione. Non abbiamo voluto fare un prodotto cartaceo, ma sperimentare con il mondo mobile. È nata
così Scienza 2.0, una nuova rivista per
iPad scaricabile gratuitamente dall’App
Store, che sfrutta tutte le peculiarità di
uno strumento come il tablet: quindi le
gallery di immagini, l’audio e il video
sono parte di essa tanto quanto i testi.
Esistono società o divisioni del vostro
gruppo che lavorano a stretto contatto
con il mondo del tennis?
Bayer è conosciuta in tutto il mondo
per i farmaci, ma si occupa anche di
agricoltura e dei nuovi materiali che
nascono dai polimeri. In quest’ultimo
campo abbiamo più di 10 mila prodotti, è assolutamente probabile che qualcuno sia oggi utilizzato nella produ-
zione di racchette, corde o delle stesse
superfici su cui si gioca. Non escludo,
poi, che da qualche parte nel mondo
ci siano delle attività di ricerca legate
in qualche modo al mondo del tennis.
So che anche lei è un giocatore di
tennis, oltre che grande appassionato. Che cosa l’ha fatta innamorare di
questo sport?
Mi è sempre piaciuta la competitività e
la voglia di vincere di chi ci gioca. Una
competitività che riguarda solo il campo, dove la correttezza è sempre presente. Ho sempre ritenuto il tennis uno
sport per tutti perché non ha dei costi
altissimi, ed è comodo perché si può
giocare anche un’ora, quindi in teoria si
può fare ogni giorno. Possono praticarlo
tutti sin da giovani, ed è una disciplina
che ti accompagna per tutta la vita e
ti aiuta a tenerti in forma anche in età
senior.
Quali sono i suoi tennisti preferiti?
Mi piace Federer, da sempre. Recentemente ho avuto modo di conoscere
Ljubicic ed è stato un bell’incontro. Mi
ha colpito la sua storia personale, decisamente “da libro”. Tra gli italiani sono
molto amico di Paolo Canè e seguo
sempre con attenzione le nostre tenniste: bellissime donne e grandissime
sportive di esempio in tutto il mondo.
Mi piacciono anche i nostri due migliori tennisti, Seppi e Fognini. Sono diversi
come giocatori e anche come carattere,
ma faccio il tifo per entrambi!
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Da non perdere...
Una selezione dei migliori eventi che
animeranno la città e non solo nei
prossimi mesi.
a cura di Enrico S. Benincasa
Chiara Civello
2012 da incorniciare per Chiara
Civello: prima il palcoscenico
di Sanremo, poi i buoni risultati
dell’album Al Posto del Mondo in
cui è contenuto anche il brano
Problemi che, nella versione in
portoghese composta con Dudu
Falcao e Ana Carolina, ha vinto il
premio Multishow come migliore
canzone brasiliana 2012. Non resta che chiudere l'anno in bellezza
nel famoso locale di via Borsieri.
Blue Note - Milano
il 21 e 22 dicembre
www.bluenotemilano.com
Irene Grandi & Stefano Bollani
Per la sua 40esima stagione il
Teatro Franco Parenti presenta un
progetto speciale dedicato all’Amleto. Da ottobre a maggio saranno
in programma diverse rappresentazioni del capolavoro di Shakespeare, curate da registi italiani e
internazionali. A dicembre anche
Danio Manfredini proporrà la sua
versione, asciugata degli aspetti
prettamente letterari ma focalizzata
sul punto di vista di Amleto stesso,
che Manfredini vede come uomo
di pensiero e d’immaginazione.
Teatro Franco Parenti - Milano
il 12 e 14 dicembre
www.teatrofrancoparenti.it
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Si conoscono da vent’anni e da dieci
hanno entrambi un’idea fissa: registrare un disco tutto loro. Non che le occasioni di ascoltarli o vederli suonare
siano mancate, perché Stefano Bollani e Irene Grandi hanno incrociato il
loro cammino musicale più volte, sia
sul palco che in studio. Un progetto
discografico con tour annesso, però, era
un pallino di entrambi. “Il disco (…)
lo realizzavamo nella nostra testa, c’era
un file sempre aperto in cui finiva tutto
quello che sarebbe potuto diventare il
repertorio”, racconta Stefano, “c’erano
un sacco di pezzi candidati, ma il bello
è che quando siamo arrivati in studio la
scaletta si è fatta da sé”, conclude Irene.
La strana coppia è ben assortita, e nel
disco – uscito il 23 ottobre per Carosel-
Amore e Psiche
Per la prima volta la scultura di
Canova Amore e Psiche stanti,
esposta al Louvre, arriva a Palazzo
Marino, per il solito (quinto anno
consecutivo) appuntamento
gratuito con l’arte durante il
periodo natalizio. Non verrà però
da sola, perché i curatori hanno
deciso di affiancarle il dipinto Psyché
et l’Amour di Francois Gerard,
anch’esso ispirato dall’affascinante
soggetto narrato da Apuleio.
Sala Alessi di Palazzo Marino Milano
dal 1 dicembre al 13 gennaio
www.comune.milano.it
Mediolanum Forum - Assago
il 1 dicembre
www.lagrandesfida.net
Teatro della Luna - Milano
il 18 dicembre
www.grandibollani.com
Il Principe Amleto
La Grande Sfida
lo Records – gioca con la musica passando da Viva La Pappa col Pomodoro
di Rita Pavone a No Surprises dei Radiohead, andando a pescare anche dai
repertori di artisti come Chico Barque
e Pino Daniele. Bravi loro a colmare la
distanza tra visioni per i più antitetiche,
ma bravi anche a interpretare i due inediti donati da Cristina Donà e Niccolò
Fabi (rispettivamente Come Non Mi
Hai Visto Mai e Costruire, quest’ultimo
primo singolo del disco). Un progetto
del genere non poteva non prevedere
un tour, che è iniziato il 9 novembre
da Assisi. I teatri italiani li hanno quasi
girati tutti, manca giusto Milano che è
stata scelta come penultima data, a una
settimana da Natale. Perché non farsi
un regalo anticipato?
Chiusa oramai la stagione tennistica
con i Masters maschili e femminili,
è tempo di riposo per i giocatori e le
giocatrici pro. Ma fino a un certo punto, perché dicembre è un ottimo mese
per i match di esibizione in giro per il
mondo. I grandi successi raccolti dal
tennis femminile italiano sono stati lo
spunto per organizzarne uno anche a
Milano. Si chiama La Grande Sfida,
ed è un evento che l’anno scorso, con
Flavia Pennetta e Francesca Schiavone
contro le sorelle Williams, ha visto il
Mediolanum Forum registrare il tutto
esaurito. Quest’anno tornerà ma con
diverse protagoniste: saranno le nostre
Sara Errani e Roberta Vinci a doversela
vedere con due tra le più belle e brave
tenniste del circuito WTA, Ana Ivano-
vic e Maria Sharapova. La formula, rispetto al debutto dello scorso anno, è
stata variata: si giocheranno due set di
singolare e uno di doppio. L’agonismo
non mancherà di certo, visto che queste campionesse – tutte e quattro entro
le prime sedici della classifica – scendono sempre in campo per vincere. Ma
sarà anche l’occasione per festeggiare i
grandi risultati raggiunti da Sara e Roberta nel 2012. In doppio hanno vinto
US Open e Roland Garros e sono stabilmente prime in classifica, in singolare Roberta ha vinto un torneo mentre
Sara ben quattro. La Errani, inoltre, ha
raggiunto le semifinali a New York e la
finale a Parigi, perdendo proprio contro la Sharapova. Sarà questa l’occasione per la rivincita?
Abelow Schmabelow
La produzione artistica di Joshua
Abelow è solo apparentemente
dicotomica. In bilico tra il figurativo
e l’astratto, si divide tra piccole tele
rigide e metodiche (anche cromaticamente parlando) e disegni-schizzi
che, invece, danno l’impressione di
essere stati realizzati di getto. Ma
è proprio il rifiuto di una qualunque logica consequenziale la base
dell’opera di questo artista-blogger
di Brooklyn, condita sempre dall’ironia del paradosso.
Brand New Gallery - Milano
dal 22 novembre al 22 dicembre
www.brandnew-gallery.com
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network
TerreMoMi
Puoi trovare Club Milano
in oltre 200 location
selezionate a Milano
Il 24 novembre presso lo showroom Valcucine Milano Brera, appuntamento con
un’asta di beneficenza per l’Emilia Romagna e un viaggio in bicicletta A/R Modena
– Milano percorso in ventiquattro ore.
a cura della Redazione di Club Milano
sul web
www.demode.it/terremomi
www.valcucine.it
www.volontariamo.it
www.iridefixed.it
La squadra di ciclisti a scatto fisso capeggiata da Iride Fixed Modena si prepara ad affrontare il viaggio Modena-Milano A/R
in ventiquattro ore inforcando le loro biciclette.
Il design italiano va all’asta, in occasione di una serata organizzata per raccogliere fondi per aiutare le persone colpite dal forte sisma che nei mesi scorsi
ha messo in ginocchio l’Emilia Romagna. L’appuntamento è fissato per sabato 24 novembre, a partire dalle ore 17
presso lo showroom Valucine Milano
Brera in Corso Garibaldi 99. Il battitore
d’eccezione sarà Filippo Solibello, voce
inconfondibile del programma Caterpillar AM di Radio 2. Durante l’evento presenterà schizzi progettuali, pezzi
speciali e numerose opere realizzate
ad hoc per l’occasione da alcune delle
firme più prestigiose del panorama del
design italiano. Tra gli artisti coinvolti,
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spiccano i nomi di Aldo e Matteo Cibic,
Lorenzo Damiani, Carlotta De Bevilacqua, Rodolfo Dordoni, Davide Groppi,
James Irvine, Kengo Kuma, Matteo Ragni, Ugo La Pietra e molti altri. L’iniziativa, promossa da Demode, Valcucine,
Iride Fixed Modena e Brera Design District, è un’opportunità imperdibile per
unire le nostre forze e prendere parte
a una serata dedicata all’Emilia Romagna. L’intero ricavato dell’asta sarà
devoluto all’Associazione Servizi Per
il Volontariato di Modena, una Onlus
che si occupa della ricostruzione di alcuni luoghi distrutti dal sisma, come “la
casa del volontariato” di Mirandola, che
diventerà sede di interventi sociali de-
dicati a bambini e anziani. Inoltre, una
squadra di ciclisti a scatto fisso, capeggiata da Iride Fixed Modena, percorrerà
la tratta Modena – Milano A/R in ventiquattro ore, per prendere l’assegno del
ricavato dei fondi raccolti e consegnarlo all’associazione. Durante la serata ci
sarà un collegamento con i ciclisti, che
condivideranno attraverso delle miniclip la loro posizione e il loro viaggio.
Per non perdersi neppure un passaggio,
sarà possibile seguire la biciclettata in
diretta dagli account Twitter e Instagram di @iridemodena e @demode_it.
A fine asta, poi, non mancherà l’occasione di prendere parte a un aperitivo
di accoglienza per i ciclisti.
night & restaurant: Antica Trattoria della Pesa V.le Pasubio 10
Bar Magenta Largo D’Ancona Beda House Via Murat 2 Bento Bar C.so
Garibaldi 104 Bhangra Bar C.so Sempione 1 Blanco Via Morgagni 2
Blue Note Via Borsieri 37 Caffè della Pusterla Via De Amicis 24 Caffè
Savona Via Montevideo 4 California Bakery Pzza Sant’Eustorgio 4 - V.le
Premuda 449 - Largo Augusto Cape Town Via Vigevano 3 Capo Verde
Via Leoncavallo 16 Cheese Via Celestino IV 11 Chocolat Via Boccaccio 9
Circle Via Stendhal 36 Colonial Cafè C.so Magenta 85 Combines XL Via
Montevideo 9 Cubo Lungo Via San Galdino 5 Dada Cafè / Superstudio
Più Via Tortona 27 Deseo C.so Sempione 2 Design Library Via Savona 11
Elettrauto Cadore Via Cadore ang. Pinaroli 3 El Galo Negro Via Taverna
Executive Lounge Via Di Tocqueville 3 Exploit Via Pioppette 3 Fashion
Cafè Via San Marco 1 FoodArt Via Vigevano 34 Fusco Via Solferino 48
G Lounge Via Larga 8 Giamaica Via Brera 32 God Save The Food Via
Tortona 34 Goganga Via Cadolini 39 Grand’Italia Via Palermo 5 HB Bistrot
Hangar Bicocca Via Chiese 2 Il Coriandolo Via dell’Orso 1 Innvilllà Via
Pegaso 11 Jazz Cafè C.so Sempione 4 Kamarina Via Pier Capponi 1
Kisho Via Morosini 12 Kohinoor Via Decembrio 26 Kyoto Via Bixio 29
La Fabbrica V.le Pasubio 2 La rosa nera Via Solferino 12 La Tradizionale
Via Bergognone 16 Le Biciclette Via Torti 1 Le Coquetel Via Vetere 14 Le
jardin au bord du lac Via Circonvallazione 51 (Idroscalo) Leopardi 13 Via
Leopardi 13 Les Gitanes Bistrot Via Tortona 15 Lifegate Cafè Via della
Commenda 43 Living P.zza Sempione 2 Luca e Andrea Alzaia Naviglio
Grande 34 MAG Cafè Ripa Porta Ticinese 43 Mandarin 2 Via Garofano
22 Milano Via Procaccini 37 Mono Via Lecco 6 My Sushi Via Casati 1 V.le Certosa 63 N’ombra de Vin Via San Marco 2 Noon Via Boccaccio
4 Noy Via Soresina 4 O’ Fuoco Via Palermo 11 Origami Via Rosales 4
Palo Alto Café C.so di Porta Romana 106 Panino Giusto P.zza Beccaria
4 - P.zza 24 Maggio Parco Via Spallanzani - C.so Magenta 14 - P.zza Cavour
7 Patchouli Cafè C.so Lodi 51 Posteria de Amicis Via De Amicis 33 Qor
Via Elba 30 Radetzky C.so Garibaldi 105 Ratanà Via De Castillia 28 Refeel
Via Sabotino 20 Rigolo Via Solferino 11 Marghera Via Marghera 37 Rita Via
Fumagalli 1 Roialto Via Piero della Francesca 55 Serendepity C.so di Porta
Ticinese 100 Seven C.so Colombo 11 - V.le Montenero 29 - Via Bertelli
4 Smeraldino P.zza XXV Aprile 1 Smooth Via Buonarroti 15 Superstudio
Café Via Forcella 13 Stendhal Via Ancona 1 Tasca C.so Porta Ticinese 14
That’s Wine P.zza Velasca 5 Timè Via S.Marco 5 Tortona 36 Via Tortona
36 Trattoria Toscana C.so di Porta Ticinese 58 Union Club Via Moretto da
Brescia 36 Van Gogh Cafè Via Bertani 2 Volo Via Torricelli 16 Zerodue_
Restaurant C.so di Porta Ticinese 6 56 Via Tucidide 56 3Jolie Via Induno 1
20 Milano Via Celestino 4
stores: Ago Via San Pietro All’Orto 17 Al.ive Via Burlamacchi 11 Ana
Pires Via Solferino 46 Antonia Via Pontevetero 1 ang. Via Cusani Bagatt
P.zza San Marco 1 Banner Via Sant’Andrea 8/a Biffi C.so Genova 6 Brand
Largo Zandonai 3 Brian&Barry via Durini 28 Brooksfield C.so Venezia 1
Buscemi Dischi C.so Magenta 31 C.P. Company C.so Venezia Calligaris
Via Tivoli ang. Foro Buonaparte Dantone C.so Matteotti 20 Eleven Store
Via Tocqueville 11 FNAC Via Torino 45 Germano Zama Via Solferino 1
Gioielleria Verga Via Mazzini 1 Henry Cottons C.so Venezia 7 Joost Via
Cesare Correnti 12 Jump Via Sciesa 2/a Kartell Via Turati ang. Via Porta 1
La tenda 3 Piazza San Marco 1 Le Moustache Via Amadeo 24 Le Vintage
Via Garigliano 4 Libreria Hoepli Via Hoepli 5 MCS Marlboro Classics
C.so Venezia 2 - Via Torino 21 - C.so Vercelli 25 Moroso Via Pontaccio 8/10
Native Alzaia Naviglio Grande 36 Paul Smith Via Manzoni 30 Pepe Jeans
C.so Europa 18 Pinko Via Torino 47 Rossocorsa C.so porta Vercellina 16
Porsche Haus Via Stephenson 53 Rubertelli Via Vincenzo Monti 56 The
Store Via Solferino 11 Valcucine (Bookshop) C.so Garibaldi 99
showroom: Alberta Ferretti Via Donizetti 48 Alessandro Falconieri
Via Uberti 6 And’s Studio Via Colletta 69 Bagutta Via Tortona 35
Casile&Casile Via Mascheroni 19 Damiano Boiocchi Via San Primo 4
Daniela Gerini Via Sant’Andrea 8 Gap Studio C.so P.ta Romana 98 Gallo
Evolution Via Andegari 15 ang. Via Manzoni Gruppo Moda Via Ferrini 3
Guess Via Lambro 5 Guffanti Concept Via Corridoni 37 IF Italian Fashion
Via Vittadini 11 In Style Via Cola Montano 36 Interga V.le Faenza 12/13
Jean’s Paul Gaultier Via Montebello 30 Love Sex Money Via Giovan
Battista Morgagni 33 Massimo Bonini Via Montenapoleone 2 Miroglio Via
Burlamacchi 4 Missoni Via Solferino 9 Moschino Via San Gregorio 28
Parini 11 Via Parini 11 Red Fish Lab Via Malpighi 4 Sapi C.so Plebisciti 12
Spazio + Meet2Biz Alzaia Naviglio Grande 14 Studio Zeta Via Friuli 26
Who’s Who Via Serbelloni 7
beauty & fitness: Accademia del Bell’Essere Via Mecenate 76/24
Adorè C.so XXII Marzo 48 Caroli Health Club Via Senato 11 Centro
Sportivo San Carlo Via Zenale 6 Damasco Via Tortona 19 Palestre
Downtown P.za Diaz 6 - P.za Cavour 2 Fitness First V.le Cassala 22 - V.le
Certosa 21/a - Foro Bonaparte 71 - Via S.Paolo 7 Get Fit Via Lambrate 20
- Via Piranesi 9 - V.le Stelvio 65 - Via Piacenza 4 - Via Ravizza 4 - Via Meda
52 - Via Vico 38 - Via Cenisio 10 Greenline Via Procaccini 36/38 Gym Plus
Via Friuli 10 Intrecci Via Larga 2 Le Garcons de la rue Via Lagrange 1 Le
terme in città Via Vigevano 3 Orea Malià Via Castaldi 42 - Via Marghera
18 Romans Club Corso Sempione 30 Spy Hair Via Palermo 1 Tennis Club
Milano Alberto Bonacossa Via Giuseppe Arimondi 15 Terme Milano P.zza
Medaglie d’Oro 2, ang. Via Filippetti Tony&Guy Gall. Passerella 1
art & entertainment: PAC (Padiglione Arte Contemporanea) Via
Palestro 14 Pack Foro Bonaparte 60 Palazzo Reale P.zza Duomo Teatro
Carcano C.so di Porta Romana 63 Teatro Derby Via Pietro Mascagni
8 Teatro Libero Via Savona 10 Teatro Litta C.so Magenta 24 Teatro
Smeraldo P.zza XXV Aprile 10 Teatro Strehler Largo Greppi 1 Triennale
V.le Alemagna 6 Triennale Bovisa Via Lambruschini 31
hotel: Admiral Via Domodossola 16 Astoria V.le Murillo 9 Boscolo C.so
Matteotti 4 Bronzino House Via Bronzino 20 Bulgari Via Fratelli Gabba 7/a
Domenichino Via Domenichino 41 Four Season Via Gesù 8 Galileo C.so
Europa 9 Nhow Via Tortona 35 Park Hyatt (Park Restaurant) Via T. Grossi
1 Residence Romana C.so P.ta Romana 64 Sheraton Diana Majestic V.le
Piave 42
inoltre: Bagni Vecchi e Bagni Nuovi di Bormio (SO) Terme di PreSaint-Didier (AO)
65
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