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LUNEDÌ 5 MAGGIO 2014 ANNO 53 - N. 17
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Del lunedì
Wikipedia
La donna che guiderà
il «sapere» della Rete
Oggi
su
Risparmio
Spread giù, Borsa su:
come guadagnare
di Marta Serafini
a pagina 21
CorrierEconomia
Barrì, Drusiani, Marvelli
e Sabella nell’inserto
Su Living
Tradizione toscana
e arredi svedesi
Il magazine da domani
in edicola con il Corriere
L’IMMAGINE CHE IL PAESE NON MERITA
La ricostruzione Alfano: nessuna trattativa. Renzi: sono rimasto per non lasciare lo stadio ai violenti
UNA VERGOGNA
DA RISCATTARE
Le tre condizioni degli ultrà
di BEPPE SEVERGNINI
Le minacce del capo dei tifosi, i colloqui, poi il sì alla partita
he umiliazione, per
il presidente del
Consiglio e per il
presidente del Senato: ostaggi di un energumeno in diretta televisiva. Che
pena per le autorità sportive
riunite all’Olimpico: impotenti davanti alla loro sconfitta. Che tristezza per i bambini che accompagnavano le
squadre in campo: un giorno
speciale rovinato così. Che
vergogna per tutti noi, ammutoliti davanti ai televisori.
Lo spettacolo offerto, all’Italia e al mondo che ancora ha voglia di guardare, dalla finale di Coppa Italia tra
Fiorentina e Napoli non è
soltanto squallido. Puzza di
pessimo passato prossimo.
Quello che tutti, da Palazzo
Chigi in giù, dicono di volersi lasciare alle spalle. Abbiamo una sola possibilità per
redimerci. Fare in modo che
cose del genere non accadano mai più. Il 3 maggio 2014
sia il capolinea della nostra
vigliaccheria.
Basta sociologia, basta
letteratura, basta piagnistei,
basta paura. Basta leggi cervellotiche dai nomi complicati. Basta palliativi come il
Daspo. Ha ragione Mario
Sconcerti: allontanare i violenti dagli stadi è come tenere i ladri fuori dai supermercati. Ma questi ultimi si processano e si puniscono; per i
violenti del calcio troviamo
sempre qualche giustificazione. Sono passionali, sono
spettacolari, sono divertenti,
sono della nostra squadra!
Storie: sono dei delinquenti,
e noi siamo i loro ostaggi.
Gli stadi sono luoghi della
vita italiana, e le partite sono
momenti di festa: contenitori di ricordi, esercizi di umiltà, lezioni di vittoria e sconfitta. È intollerabile che qualcuno violenti tutto questo.
Che giochi alla guerra perché, in fondo, si diverte. Il
nostro silenzio è diventato
assenso. Politica e forze di
polizia, magistratura e autorità sportive, società e tifoserie: siamo tutti pavidi, patetici amanti del calcio.
È ora di reagire: l’Italia
non è il pietoso impasto di
fumogeni e arroganza che
abbiamo visto sabato. L’Italia
non è odio e pallottole e bande dementi. L’Italia non è
questa. L’Italia è ancora il posto dove nessuno tiene armi
in casa, e basta un sorriso a
smontare la diffidenza.
Prendete un treno, parlate
con i viaggiatori. Gli italiani
sono gente che fatica ma
non odia, che sbaglia ma
non distrugge, che sogna e
ha pudore di ammetterlo.
Come può, quest’Italia
normale, riconquistare lo
sport che ama di più? Esiste
un modo? Certo che esiste.
Abolire qualsiasi reticolato,
transenna, ingresso separato, treno speciale, presenza
massiccia delle forze dell’ordine (hanno di meglio fare).
Lo stadio è una festa, e alle
feste non si va scortati dalla
polizia. I biglietti si acquisteranno in rete o al botteghino, senza formalità, come al cinema o per un concerto. Ma se qualcuno sgarra — insulta, esplode,
minaccia, colpisce, ferisce
— dev’essere immediatamente fermato e punito. Come accade in una piazza o in
qualunque altro posto.
I luoghi dello sport non
sono extraterritoriali. Sono,
ripetiamo, luoghi della vita.
Tra i più belli, oltretutto. Lo
sanno bene negli Stati Uniti,
dove lo sport è una grande
festa, una magnifica coreografia, un enorme business.
Lo hanno capito in tutta Europa. Come hanno fatto gli
inglesi a debellare gli hooligan? Processi per direttissima negli stadi. Pene proporzionate, rapide, certe. Invece,
in Italia, le pene sono sempre teoricamente drammatiche, praticamente lentissime, assolutamente incerte.
Abbia coraggio, Matteo
Renzi, che ama il calcio e ha
visto da vicino, sabato, cosa
ne abbiamo fatto. Basta scenografie di guerra preventiva, basta impunità, nessuna
nuova legge: basta e avanza il
codice penale. Basta volere.
È una riforma che non costa niente, e cambierebbe
tutto.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Terzo scudetto consecutivo
Juve, il trionfo e la festa
La Roma perde 4-1 con il Catania e la Juventus conquista, senza
giocare, il terzo scudetto consecutivo, lo scudetto della stella.
Festa nel ritiro bianconero e nelle strade di Torino (nelle foto).
DA PAGINA 40 A PAGINA 48
Derby al Milan (1-0, gol di De Jong).
Il coraggio
di cambiare
di MARIO SCONCERTI
V
incere e poi cambiare. Sì, suona
strano. Ma per restare
in alto può essere una
A PAGINA 40
necessità.
Tevez, Buffon
I voti dell’anno
di ROBERTO PERRONE
L
e pagelle di una
cavalcata da 100
punti. Lo scudetto nelle
mani di Buffon e nei
piedi di Tevez. A PAGINA 45
Anticipazione È la protagonista del nuovo romanzo di Paolo Giordano
Elogio della colf, linfa della famiglia
di RANIERI POLESE
Il bicentenario
La sposa polacca all’Elba
per l’esilio di Napoleone
di MASSIMO NAVA
L
a celebrazione di un esilio: dosando
cultura, folklore e turismo l’Elba festeggia
il suo Napoleone nel bicentenario dello sbarco
sull’isola. L’imperatore restò dieci mesi fino
alla fuga e alla riconquista di Parigi.
A PAGINA 25
C
arissima colf, umile custode dell’equilibrio domestico. È lei la protagonista
del nuovo romanzo di Paolo
Giordano, Il nero e l’argento.
Il suo nome lo pronuncia alla
fine del libro il bambino che
la donna ha accudito nei primi otto anni di vita. Prima è
sempre chiamata Babette, come nel racconto di Karen
Blixen, Il pranzo di Babette.
ALLE PAGINE 28 E 29
con l’incipit del romanzo
Referendum
Ucraina dell’Est:
i filorussi
preparano
il bis della Crimea
di GIUSEPPE SARCINA
A PAGINA 14 con l’articolo di Massimo Gaggi
Tra caos e milizie
LA LIBIA
SPROFONDA
(E PAGHEREMO
ANCHE NOI)
di FIORENZA SARZANINI
di FRANCO VENTURINI
T
ll’indomani del 20
ottobre 2011, sebbene
turbato dall’orribile
linciaggio di Gheddafi,
l’Occidente che aveva
contribuito ad abbatterlo
a colpi di missili e di
bombe era marcatamente
ottimista sul futuro della
Libia. Dopotutto una
dittatura crudele era
caduta, si erano create le
condizioni per una marcia
verso la democrazia, e
non sembrava troppo
difficile mettere d’accordo
sei milioni di libici quasi
tutti sunniti e con poche
minoranze non arabe.
re le richieste dei capi ultrà del Napoli per garantire lo svolgimento della
finale di Coppa Italia tra gli azzurri e la Fiorentina. Il ministro Alfano nega la
trattativa. Il premier Renzi: sono rimasto per non lasciare lo stadio ai violenti.
DA PAGINA 2 A PAGINA 6 Arachi, Caccia, Frignani, Meli
ANSA / TWITTER E ALESSANDRO DI MARCO
C
9 771120 498008
In Italia EURO 1,40
www.corriere.it
italia: 51575551575557
Genny, il potere
di quelle curve
I rischi, i timori
e l’ira degli agenti
di MARCO DEMARCO
di GIOVANNI BIANCONI
Q
L
uel tizio che all’Olimpico indossava una maglietta che inneggiava a chi uccise il commissario
Raciti, è diventato una sorta di
Leviatano. Tutti ad aspettare Genny
‘a carogna. Così la democrazia si
A PAGINA 35
mostra impotente.
e violenze intorno alla finale di
Coppa Italia riaccendono la
protesta dei poliziotti. Lo spunto è il
capo-tifoso napoletano arrampicato
sulla rete di protezione che parlamenta con giocatori e funzionari
A PAGINA 6
della sicurezza.
A
CONTINUA A PAGINA 35
Bilanci Primi 70 giorni del governo: sicuri gli 80 euro solo per il 2014
Tutti i ritardi sui tagli alla spesa
e i pagamenti alle imprese
di ENRICO MARRO
I
ritardi sui tagli alla spesa
e i pagamenti alle imprese. Approvati dieci decreti legge e quattro disegni di legge, mentre sono
già cinque le volte in cui il
governo ha posto la fiducia
(oltre alle due d’obbligo
sulle dichiarazioni programmatiche): sul decreto
legge per prolungare le
missioni militari all’estero,
sul disegno di legge Delrio
che elimina le province
elettive, sul decreto enti
locali (il cosiddetto salva
Roma), sul decreto Poletti
appunto, e sul decreto sulle tossicodipendenze. I
primi settanta giorni del
governo Renzi mettono in
conto gli 80 euro in busta
paga ma solo per il 2014. E
sono l’esempio di un percorso di provvedimenti
annunciati che faticano ad
arrivare in porto.
ALLE PAGINE 12 E 13
Giannelli
Riforme
Presidenzialismo
Apertura
del premier
di DINO MARTIRANO
I
Berlusconi
«Per me fase difficile
ma supereremo il 25%»
di ELISABETTA SOGLIO
A PAGINA 10
l premier Matteo Renzi
apre al presidenzialismo
dopo le sollecitazioni
innescate dalla lettera
inviata da Silvio Berlusconi
al Corriere della Sera. «Non
ora, le priorità sono altre,
ma dopo l’approvazione
della riforma del Senato e
del Titolo V si può anche
ragionare...». È questa la
linea dettata da Renzi al suo
staff. L’orizzonte temporale
per affrontare il nodo della
forma di governo si
sposterebbe comunque
a settembre del 2015.
A PAGINA 8
2
Primo Piano
Lunedì 5 Maggio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
La guerra degli ultrà
Scoppia il caso della «trattativa»
Alfano: lo Stato non ha ceduto
Cosa è successo
La vedova Raciti: istituzioni sconfitte. La madre del ferito: perdono
La vicenda
Il ragazzo ferito
e il lavoro in famiglia
Ciro Esposito (foto sotto),
29 anni, di Scampia,
lavora nell’autolavaggio
a gestione familiare
aperto dal padre, che fa
l’aiuto infermiere
Lo scontro
con «Gastone»
Sabato pomeriggio Ciro
era con altri tifosi del
Napoli quando l’ultrà
della Roma Daniele
De Santis, noto come
Gastone, ha cominciato
a sparare
Il proiettile
nella schiena
Ciro viene raggiunto da
un proiettile alla
schiena che si conficca
nella quinta vertebra.
Viene subito
trasportato d’urgenza
al Policlinico Gemelli
L’operazione
e il rischio paralisi
L’intervento si è
concluso ieri sera: i
medici hanno detto che
è andato bene. Il
ragazzo è tornato in
rianimazione, rischia
comunque la paralisi
ROMA — L’intervento è riuscito. Ciro Esposito resta in prognosi riservata, ma c’è più di una
speranza che possa salvarsi, anche se i medici del Gemelli non
si pronunciano su quando e se
tornerà a camminare. Ai familiari del ragazzo ferito sabato a Tor
di Quinto da uno dei colpi di pistola sparati dall’ultrà romanista
Daniele De Santis, nella bolgia
che ha preceduto Fiorentina-Napoli, basta questo per ringraziare
San Gennaro e lasciarsi andare a
un pianto liberatorio. Non solo.
«Quello che il romanista ha fatto
è una mostruosità — spiega la
madre di Ciro, Antonella Leardi
—, ma io nel mio cuore l’ho già
perdonato. Forse sono sbagliata,
ma non lo odio. Perché dovrei?
Siamo fratelli d’Italia».
Un lampo di luce in uno dei
momenti più bui, e non soltanto
del calcio o della Capitale. Sul
dramma che ha accompagnato la
finale di Coppa Italia infuria la
polemica. Il ministro dell’Interno Angelino Alfano affida a
Twitter intenti e convinzioni:
«Su episodi di violenza nello
sport giro di vite fortissimo: sto
pensando a rafforzamento Daspo e Daspo a vita». E ancora:
«Quelli che vanno in giro con
spranghe e catene sono delle
belve e vanno arrestati» e «Le tifoserie italiane sono sane. Episodi di violenza a causa di mele
marce». Oltre agli spari prima
della finale c’è da contenere lo
scandalo sul capo tifoso napoletano, Genny a’ carogna, al secolo
Gennaro De Tommaso, che con
indosso la maglietta «Speziale libero» — Antonino Speziale, ultrà catanese condannato a otto
anni per l’omicidio dell’ispettore
capo Filippo Raciti nel 2007 —
sta seduto sulla vetrata della curva Nord a parlamentare con il capitano azzurro Marek Hamsik e
con i responsabili dell’ordine
pubblico. Immagini che hanno
fatto il giro del mondo. «Non c’è
stata nessuna trattativa fra Stato
e ultrà. Non sta né in cielo né in
terra. Come Stato siamo e saremo in grado di garantire l’ordine
pubblico», assicura il ministro
che poi ha telefonato alla vedova
del poliziotto Marisa, sconvolta
dai fatti dell’Olimpico.
«Una vergogna — aveva detto
— lo stadio ai violenti, lo Stato
che non reagisce, anzi, resta impotente e quindi ha perso». Più
tardi la vedova Raciti, dopo aver
parlato anche con il premier
Matteo Renzi, il presidente del
Senato Pietro Grasso e il capo
della Polizia Alessandro Pansa,
ha aggiunto: «Ora mi sento meno sola». Anche il questore della
Capitale Massimo Maria Mazza
ha assicurato che «con gli ultrà
non c’è stata alcuna trattativa:
non abbiamo mai pensato di non
far giocare la partita, né la Federcalcio né le società. Il Napoli ci
ha chiesto se avevamo nulla in
contrario che Hamsik spiegasse
ai tifosi che il ragazzo ferito non
era morto e che quelli della Fiorentina non c’entravano niente.
Il piano di sicurezza ha funzionato bene — ha sottolineato —.
In ospedale
Riuscito l’intervento sul
giovane napoletano
Il questore: «Il piano di
sicurezza ha funzionato»
L’uomo che ha sparato
Il leader della curva
romanista che ha sparato
ricoverato in un luogo
segreto: paura di ritorsioni
Non ci diamo voti, datene a De
Santis. L’imponderabile di qualcuno che si mette a sparare va al
di là di qualsiasi previsione e del
resto si tratta di un episodio senza precedenti in Italia».
Ma le indagini proseguono. La
Digos consegnerà oggi in procura una prima informativa al pm
Antonino Di Maio. Ciro Esposito,
che lavora in un autolavaggio a
Scampia, tifoso del Napoli, è agli
arresti per rissa aggravata con gli
altri due feriti dal romanista De
Santis, Carmine Fioretti e Alfonso Esposito. L’ultrà giallorosso,
piantonato in un ospedale tenuto segreto perché si temono vendette, è accusato di tentato omicidio plurimo e porto abusivo
d’arma da fuoco. Ma la tensione
non cala: domenica prossima, in
notturna, c’è Roma-Juve, con lo
scudetto già assegnato quasi a
sorpresa e con il rischio di altri
scontri. Ieri i romanisti hanno
evitato la trasferta a Catania: girava voce che i napoletani volessero vendicarsi. Per il 24 agosto
ancora all’Olimpico è prevista la
finale di Supercoppa Napoli-Juve. Prima di allora qualcosa dovrà cambiare. Per forza.
Rinaldo Frignani
La rissa e gli spari Durante una rissa vengono esplosi
sette colpi di pistola: tre feriti, grave un tifoso del Napoli
Spranghe e manganelli Gli scontri a Tor di Quinto
tra polizia e ultrà prima dell’inizio della finale
Allo Stadio Fumogeni in campo prima del fischio di inizio.
La partita comincerà con 45 minuti di ritardo
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Le indagini C’è un video che riprende l’azione di De Santis. Ha aperto il fuoco fino a quando la pistola si è inceppata
I petardi, la fuga e gli spari: il romanista non era solo
Gli investigatori: il gesto di un pazzo
Ma si cercano altri tre o quattro
giovani protagonisti dell’agguato
ROMA — Daniele De Santis
non ha agito da solo. Ne sono
convinti in Questura — e anche
in procura —, dove il capo della
Digos Diego Parente precisa:
«Che fosse solo o in compagnia
l’unico ad aver agito, ad aver
sparato e lanciato ordigni è stato
lui». Una convinzione che per il
momento, in attesa dei risultati
della prova dello stub, è tutta
concentrata sull’ultrà giallorosso, custode dei campi di calcetto
in un’area abusiva a Tor di Quinto, nota alle forze dell’ordine come luogo di ritrovo delle frange
estreme del tifo romano, «campo di addestramento» di teppisti
nel lancio di bombe carta e punto strategico — già segnalato —
sui percorsi seguiti dai torpedoni dei tifosi ospiti per raggiungere l’Olimpico. Da lì — anche
secondo le testimonianze di alcuni napoletani — sabato pomeriggio non è sbucato solo De
Santis. C’erano almeno altri tre,
forse quattro, giovani con i caschi, che hanno tirato petardi
contro gli ultrà azzurri in marcia
su viale di Tor di Quinto dopo
aver lasciato auto e pullman nelle zone previste dal piano di sicurezza della Questura. A loro —
ma per alcuni testimoni erano
molti di più, si parla di decine —
danno la caccia le forze dell’ordine. In un video, che un tifoso azzurro ha consegnato alla polizia
(non sarebbe l’unico), c’è De
Santis che provoca i tifosi partenopei con petardi e fumogeni e,
alla loro reazione, fugge di nuovo verso il circolo dal quale si
sentono provenire quattro colpi
di pistola. De Santis (erronea-
mente confuso nella foto pubblicata ieri con Stefano Carriero
per i fatti all’Olimpico del 2004)
sarebbe scivolato e poi, ormai
circondato dai napoletani armati
di spranghe, avrebbe aperto il
fuoco fino a quando l’arma —
una Beretta 7.65 con matricola
abrasa — si è inceppata. Secondo Parente — che ieri ha fatto il
punto della situazione con il
Il luogo
L’area dove sono stati
colpiti i napoletani era
nota come ritrovo del tifo
giallorosso più estremo
questore Mazza e il comandante
provinciale dei carabinieri Salvatore Luongo — il suo gesto
«ha avuto una dinamica semplice e folle: ha fatto tutto da solo,
un vero e proprio atto di sfida ai
tifosi napoletani».
L’ipotesi di un commando di
ultrà giallorossi in azione prima
della finale di Coppa Italia è però
tutt’altro che irreale. Fra i primi a
soccorrere De Santis, steso a terra sanguinante dopo essere stato
pestato dai napoletani di fronte a
un vivaio vicino ai campi di calcetto, c’era anche una dipendente della discoteca Ciak — nella
stessa area — che ha preso la pistola, l’ha messa in un vaso e poi
l’ha consegnata alla polizia. «Da-
niele gridava “mi vogliono ammazzare!” — racconta —. Con la
pompa dell’acqua ho cercato di
cacciare quelli che lo picchiavano, gli ho tamponato le ferite
con gli stracci ma i napoletani
continuavano ad arrivare, pensavo fosse morto». Da quel momento si è scatenato l’inferno: i
napoletani hanno pensato che a
sparare fosse stato un poliziotto
e hanno aggredito gli agenti che
li scortavano. In due, della Mobile, sono rimasti feriti seriamente. Massacrato di botte anche un
passante. In un punto che, secondo più di un investigatore,
forse andava controllato meglio.
R. Fr.
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Corriere della Sera Lunedì 5 Maggio 2014
Primo Piano
italia: 51575551575557
3
Pollice su
Gennaro De Tommaso, soprannominato «Genny ‘a
carogna», capo dei
tifosi napoletani
della Curva A del
San Paolo, dà l’ok,
sabato sera, all’inizio della finale di
Coppa Italia Fiorentina-Napoli all’Olimpico di Roma.
La sfida è iniziata,
secondo alcune ricostruzioni, dopo
una lunga mediazione con i tifosi
partenopei dopo la
sparatoria e gli
scontri nelle vicinanze dello stadio
(foto di Alessandro
Sabattini/Ipp)
Il retroscena Riunione tra dirigenti delle forze dell’ordine, De Laurentiis e delegato di Della Valle
La mediazione, le condizioni
poi il capo ultrà ha garantito
il controllo della sua curva
ROMA — Erano tre le richieste fatte dai
capi ultrà del Napoli per garantire il «controllo» della curva e dunque il regolare svolgimento della finale di coppa Italia. E i responsabili della sicurezza hanno accettato
che i dirigenti della società e il capitano Marek Hamsik fornissero le rassicurazioni, tenendo però fermo un punto: si gioca in ogni
caso, non ci sarà alcuna sospensione della
partita. L’ordine della questura era perentorio e adesso è il prefetto di Roma Giuseppe
Pecoraro a ribadirlo: «Una sospensione non
è mai stata ipotizzata. E i motivi fondamentali sono due. Il primo riguarda la sicurezza
dei 60 mila spettatori, il secondo attiene al
rispetto dei diritti della maggioranza. Non
avremmo potuto consentire che un manipolo di violenti prendesse il sopravvento».
Gli interrogativi
degli ultrà
Il momento di massima tensione arriva
verso le 20.15 quando si rincorrono le notizie su quanto è accaduto fuori dall’Olimpico. Il questore Massimo Mazza ha già dato
disposizione di limitare al massimo le informazioni sulla sparatoria avvenuta un paio
d’ore prima, consapevole che l’episodio può
essere il detonatore per scontri all’interno
dello stadio. Ma le indiscrezioni corrono e
dalla tifoseria azzurra arriva la richiesta di
conoscere esattamente la situazione. Gli interrogativi sono tre: ci sono morti tra i tifosi? Ci sono stati incidenti tra napoletani e
fiorentini? Ci sono stati scontri con la polizia che hanno causato feriti?
A portare le istanze al comandante provinciale dei carabinieri Salvatore Luongo
che si trova nello stadio è un dirigente della
società, stretto collaboratore del presidente
Aurelio De Laurentiis. Viene informato il
prefetto Pecoraro e i due dirigenti delle forze
dell’ordine si chiudono nell’anticamera della saletta autorità in una riunione improvvisata alla quale partecipa, oltre al presidente
De Laurentiis, anche un rappresentate della
Fiorentina delegato da Andrea Della Valle.
I rischi di incidenti
sugli spalti
Mentre viene consultato il questore, i responsabili della Digos tengono sotto controllo un conciliabolo tra i «capi» delle due
Hamsik e gli agenti
Tocca ad Hamsik informare i tifosi:
le immagini del giocatore e della
sua scorta diventano il simbolo
del Paese che si piega ai violenti
tifoserie. Sono i napoletani ad averlo sollecitato e i fiorentini non hanno avuto nulla in
contrario. Anche perché loro stessi non possiedono informazioni precise sulla situazione all’esterno. Alla fine lasciano la responsabilità della scelta finale agli «azzurri» perché — specificano — «siete voi che avete i
feriti». I napoletani comunicano subito le
proprie decisioni: non ci saranno cori e non
saranno esposti striscioni, anche se poi la
vittoria darà comunque il via ai festeggiamenti. Nessuno tra i tifosi fa minacce esplicite, ma la situazione è tale da rendere ben
comprensibile quale sia il pericolo. La possibilità di un’invasione di campo viene
esclusa, tenuto conto del numero di uomini
in divisa e in borghese che sono schierati all’interno dell’Olimpico e dei rinforzi che
possono arrivare da fuori. Senza concedere
le rassicurazioni richieste si corre però il rischio che i napoletani ricomincino il lancio
di petardi e bombe carta non soltanto in
campo, ma anche sugli spalti.
Il riscaldamento
dei giocatori
Sono quasi le 9 quando il questore illustra
la situazione e ribadisce la necessità di giocare. Del resto il regolamento parla chiaro: la
sospensione dell’incontro può essere decisa
soltanto per gravi motivi di ordine pubbli-
I punti
Le tre richieste al comandante
provinciale dell’Arma
1
Prima di interrompere i lanci di petardi
e bombe carta gli ultras del Napoli
hanno voluto sapere dalle forze
dell’ordine se c’erano morti tra i tifosi,
se c’erano stati incidenti tra napoletani
e fiorentini, e se c’erano stati scontri
con la polizia con tifosi feriti
Il patto con i tifosi viola
«Siete voi che avete i feriti»
2
Intanto che le forze dell’ordine
consultavano il questore di Roma,
allo stadio gli ultrà del Napoli hanno
voluto confrontarsi con quelli della
Fiorentina, che hanno lasciato la
responsabilità della decisione agli
azzurri: «Siete voi che avete i feriti»
L’«ok» di Genny ‘a carogna:
la partita può iniziare
3
Ascoltate le spiegazioni del capitano
del Napoli Hamsik su che cosa è
successo fuori dallo stadio, il capo
della curva del Napoli Gennaro De
Tommaso, conosciuto come Genny
‘a carogna, si volta verso i suoi e
segnala che la partita si può giocare
co. E i responsabili della sicurezza sanno che
una dichiarazione di questo genere potrebbe incendiare il clima con conseguenze imprevedibili.
Le squadre — che sono entrate in ritardo
all’Olimpico a causa degli incidenti con la
polizia in tutta la zona intorno allo stadio —
chiedono di poter avere più tempo per il riscaldamento. Anche in questo caso si consultano i vertici delle società, ma soprattutto il responsabile della Lega Maurizio Beretta. Non ci sono controindicazioni. Anzi,
mezz’ora in più può diventare preziosa per
cercare di raffreddare gli animi, per domare
le intemperanze di chi dagli spalti continua
a lanciare oggetti facendo capire che l’offensiva può diventare ben più seria. Si stabilisce di fornire le rassicurazioni richieste.
La scorta
per Hamsik
È il momento più brutto della serata, il filmato trasmesso in televisione fa il giro del
mondo e si trasforma nella rappresentazione della vergogna. Perché quando si decide
di consentire ad Hamsik di informare la
propria tifoseria di quanto è accaduto fuori,
si stabilisce anche che il giocatore sarà accompagnato da alcuni dirigenti e da alcuni
poliziotti. Dovrebbe essere una garanzia che
tutto vada per il meglio, diventa l’immagine
dello Stato che si piega ai violenti.
Il capitano guida la delegazione e dietro
ha una decina di persone. Si avvicina alla
curva, si rivolge all’uomo pelato a cavalcioni
di una ringhiera che indossa una maglia di
oltraggio all’ispettore Filippo Raciti. Gennaro De Tommaso, Jenny ‘a carogna, ascolta le
spiegazioni poi si volta verso la curva con il
pollice alzato. «Si gioca», grida. Alle 21.45
l’arbitro fischia l’inizio dell’incontro.
Fiorenza Sarzanini
[email protected]
© RIPRODUZIONE RISERVATA
L’intervista Maurizio Beretta, presidente della Lega di Serie A: «Bene il Daspo a vita proposto dal Viminale»
«Una legge per vietare lo stadio a chi ha precedenti»
ROMA — «Il problema non è punire le
società o l’intera tifoseria. Il vero salto di
qualità passa per la punizione dei singoli, dobbiamo riuscire a impedire l’ingresso allo stadio dei violenti, di chi vorrebbe
tenere tutti sotto ricatto».
Maurizio Beretta, il presidente della
Lega di Serie A, era all’Olimpico per la finale di Coppa Italia Napoli-Fiorentina. E
in tribuna autorità ha seguito personalmente quanto accaduto dal momento
dell’ingresso delle squadre nello stadio
fino al fischio di inizio.
Lo Stato si è piegato ai tifosi?
«Lo escludo. I responsabili della sicurezza hanno gestito al meglio una situazione complicata, garantendo l’incolumità di decine di migliaia di persone che
erano sugli spalti. Mi rendo conto che lo
spettacolo visto da 9 milioni di telespettatori non sia stato edificante, ma posso
dire che ognuno ha fatto la propria parte
nel modo migliore».
Chi è
Le origini
Maurizio Beretta (foto), è
nato a Milano 58 anni fa
La carriera
Beretta è diventato
presidente della Lega
Calcio il 18 settembre
2009. Dal luglio 2010 è a
capo della Lega Serie A. Il
18 gennaio 2013 è stato
riconfermato presidente
della Lega Serie A
Lei era accanto al presidente del Senato e al capo del governo. A un certo
punto è sembrato quasi che Renzi avesse deciso di andare via.
«Ho molto apprezzato il loro atteggiamento pacato che ha rassicurato gli addetti ai lavori. Il fatto che siano rimasti è
stato un segnale molto positivo per chi
stava gestendo una situazione indubbiamente complicata».
Il ministro dell’Interno Angelino Alfano parla di introdurre un Daspo a vita
per i violenti. Lei ritiene che possa essere una soluzione?
«Certamente. Dobbiamo lavorare per
approvare norme che impediscano l’accesso negli impianti sportivi a persone
che hanno precedenti specifici. Bisogna
sanzionare le singole persone, isolarle. È
l’unico modo per ottenere risultati».
Non crede che anche le società debbano avere degli obblighi?
«Tutte le misure che in questa materia
passano per la responsabilità oggettiva
non funzionano. Fino a che sarà previsto
di punire un’intera curva o le società daremo alle minoranze uno strumento di
ricatto e di pressione. Provvedimenti generalizzati diventano controproducenti e
diseducativi».
E lei crede davvero possibile tenere
fuori dagli stadi i capi ultrà?
«Abbiamo le telecamere, i biglietti nominativi, individuarli non è difficile. In
questo contesto il Daspo a vita sarebbe
sicuramente utile. Naturalmente anche
con nuove norme che rendano il sistema
articolato ed efficiente. Ad esempio dovremmo vietare l’ingresso a chi ha precedenti penali specifici. Ma per questo serve una legge. Non possiamo pensare di
applicare all’interno degli stadi regole diverse da quelle generali, ma dobbiamo
avere la certezza di agire con severità».
Eppure il legame tra società e capi
❜❜
Il modello
❜❜
I ricatti
Il modello degli stadi
inglesi si è rivelato
vincente, gli impianti siano
luoghi di aggregazione
Bisogna eliminare gli
strumenti di ricatto, ma la
responsabilità oggettiva
per i club non serve
delle tifoserie è molto stretto.
«Per questo è necessario eliminare gli
strumenti di ricatto. Soltanto così il rapporto diventa elemento positivo. Con il
ministro Alfano abbiamo fatto un lavoro
importante istituendo la figura di raccordo tra sostenitori e squadra proprio per
cercare di evitare pericolose commistioni. Naturalmente molto si dovrebbe fare
anche per quanto riguarda gli impianti».
Che cosa vuol dire?
«Sarò ripetitivo, ma il modello degli
stadi inglesi si è rivelato vincente ed è a
quello che dobbiamo tendere. Avere ristoranti, negozi e altre strutture attigue li
trasformerebbe in luoghi di aggregazione dove anche il flusso e il deflusso diventano molto più semplici da gestire. E
anche per la sicurezza penso a una tecnologia più avanzata che ci consente di tenere sotto controllo tutto lo stadio».
C’è stato un momento, sabato sera,
durante il quale ha temuto il peggio?
«Ci sono stati momenti di tensione ma
sono sempre stato convinto che alla fine
sarebbe prevalso il buon senso di tutti».
F. Sar.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Lunedì 5 Maggio 2014 Corriere della Sera
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4
Corriere della Sera Lunedì 5 Maggio 2014
Primo Piano
italia: 51575551575557
5
La guerra degli ultrà
Le immagini dall’elicottero
La ricostruzione
su Corriere.it
Nella foto più a
sinistra, alle
16.30, sul Lungotevere dei Mellini i
tifosi del Napoli
tentano di aggredire alcuni fan
della Fiorentina.
Un’ora dopo, in
via Tor di Quinto, i
tifosi napoletani
si scagliano contro le forze dell’ordine. Un’ora
dopo la sparatoria e l’arrivo dell’ambulanza
Espulso dagli stadi, poi alzò la Coppa
Genny, il capo dei Mastiffs citato da un pentito per gli scontri di Pianura
Gli sfottò sulla Rete
In Normandia Genny “a
carogna organizza lo sbarco
in Normandia del 1944
Capo branco Un fotomontaggio con il capo ultrà
che guida un branco di pecore
Il «creatore» Gennaro
De Tommaso accanto
all’Adamo di Michelangelo
DALLA NOSTRA INVIATA
NAPOLI — Il giorno dopo
«Genny ‘a carogna» diventa un
simbolo che fa impazzire la Rete. C’è tutto dentro. Il boss tatuato. Il palestrato abbronzato.
L’uomo che non deve chiedere
mai. E l’uomo che non si cura
della legge, a dispetto anche dei
morti. Per Gennaro De Tommaso ieri qualcuno ha invocato
persino una nomina a prefetto,
senza scherzare. Ed è esplosa la
polemica politica per quella sua
t-shirt nera che inneggiava alla
liberazione dell’omicida del poliziotto Filippo Raciti.
Sui social network nelle ultime ventiquattro ore si sono rincorse le variazioni ironiche dei
gesti di quell’uomo che da capo
degli ultrà napoletani sabato si
è trasformato in un’icona mediatica. Chi li ha visti in diretta,
li ha stampati nella mente come
un flash i fotogrammi di quello
scambio di parole tra Hamsik e
De Tommaso, e poi quel pollice
alzato, il suo, in segno di via libera alla partita di Coppa Italia,
come se davvero anche la nostra
polizia stesse aspettando un gesto di Genny ‘a carogna per decidere che fare.
Chi non li ha visti in diretta, li
ha rivisti per forza ovunque
quei fotogrammi, e poi quella
faccia di Genny, al quale è bastato un segnale impercettibile per
far tacere tutta la sua curva in
trasferta all’Olimpico quasi fosse una specie di direttore d’orchestra. State zitti, ha detto il capo. E una folla di tifosi scatenati
ha trattenuto anche il respiro.
Potenza di Genny ‘a carogna.
Napoletano di Forcella da generazioni, Genny cresce sotto lo
stesso tetto di papà Ciro ed è da
lui che, suo malgrado, erediterà
quel nomignolo che non lo abbandonerà mai più, nella vita. È
papà che viene chiamato Ciro ‘a
carogna, Genny ci deve fare
semplicemente i conti, come
fosse un cognome. È papà Ciro
che le sentenze della magistratura vogliono affiliato al clan dei
Misso, camorra doc. Per lui in-
vece la fedina penale comincia
da un arresto per droga. Poi
quella citazione negli scontri a
Pianura per la storia dell’emergenza dei rifiuti nel 2008 che
portò a quaranta arresti. È un
pentito che tira in ballo il tifo
organizzato in quegli scontri.
Per questo il nome di Gennaro
De Tommaso finisce in quelle
carte in cui si organizzano attacchi alla polizia e violenze.
Cresce a Forcella il giovane
Gennaro e impara presto le regole della strada, e prestissimo
quelle degli stadi. Una vera passione gli stadi per Genny capo
dei Mastiffs, uno dei gruppi organizzati più importanti della
curva del Napoli, la curva A,
quella per definizione più aggressiva e violenta. Quella dove
Genny trova lo spazio e il tempo
per nuotare come un pesce nel
suo acquario. E crescere.
Non ci si diventa per caso capo di un gruppo come quello
dei Mastiffs, tifosi che non esitano a scontrarsi con gli hooligans a Londra come con i tifosi
nostrani, senza differenza.
Sempre con la stessa determinata violenza. Gennaro De
Tommaso ci è arrivato attraversando (quasi) indenne ben due
Daspo che, fuori dal gergo sportivo, altro non sarebbero che i
divieti dati dalle forze dell’ordine di frequentare lo stadio. Sono punizioni che vengono date
Dopo i due Daspo
Gennaro De Tommaso con in
mano la Coppa Italia vinta dal
Napoli nel 2012 (Twitter/Raisport)
A petto nudo
Gennaro De Tommaso, all’Emirates Stadium di
Londra durante
Arsenal-Napoli lo
scorso ottobre.
Una di queste immagini fu usata
dai media inglesi
che accusavano i
tifosi azzurri della
devastazione di
un pub: accusa
infondata
a chi negli stadi non si comporta bene, per usare un eufemismo.
Genny a’ carogna ha avuto il
suo battesimo di Daspo nel
2001 dal questore di Napoli. Il
secondo è arrivato durante una
trasferta, nel 2008, dal questore
di Siena. Avrebbe dovuto durare
ben cinque anni questo secondo divieto a frequentare gli stadi. Ma la verità è che nel 2012
Genny non ha esitato a farsi immortalare sul campo dell’Olimpico con la Coppa Italia fra le
mani, radioso. L’aria di chi ancora una volta ha avuto la meglio sulla legge. Aveva avuto due
anni di sconto per la sua pena.
Aveva avuto un’altra consacrazione ad una leadership ormai
indiscussa da anni.
Non si diventa per caso il capo di un gruppo di ultrà turbolenti e indisciplinati come lo sono i Mastiffs napoletani. Bisogna avere almeno un tatuaggio
lungo tutto il braccio e un altro
lungo tutto l’avambraccio. Bisogna sapersi muovere con quel
piglio che ti permette di alzare
soltanto un sopracciglio e far tacere un’intera curva. Bisogna
essere duri. Ieri però raccontano
di un Genny trasformato. Lo descrivono al rientro da Roma con
l’angoscia nel cuore per quel tifoso di trent’anni che dentro un
ospedale della capitale sta lottando per rimanere in vita. È dicono sia stato lui, Genny ‘a carogna, il primo a soccorrerlo dopo
gli spari. Lui che ieri non è stato
visto nemmeno nel suo bar di
Forcella.
Alessandra Arachi
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Il giallorosso I tifosi: De Santis non veniva più alle partite
La militanza a destra,
le arti marziali e la Roma
Agli amici della Sud diceva:
«Le armi? Da vigliacchi»
ROMA — Lui ha sempre detto: «Io
mi difendo da solo, perché sono forte, sono un karateka, e chi usa le armi
è un vigliacco...». Perciò adesso i
suoi vecchi amici di Curva Sud,
«Boys», «Opposta Fazione», «Tradizione e Distinzione» — quando la
Curva Sud della Roma era un’orgia di
croci celtiche e denti di lupo, parliamo soprattutto degli anni Novanta e
dei primi Duemila — restano perplessi all’idea che Daniele De Santis
sabato pomeriggio abbia usato quella Beretta. «È sempre stato un attaccabrighe ma pistole mai», tagliano
corto i capitifosi giallorossi di un
tempo, oggi navi da guerra in disarmo, pescecani spiaggiati anche per
ragioni d’età. In fondo come lui, ormai vicino ai 50.
Perseguitato da un soprannome,
«Gastone», che non è mai stato il suo
ma di un altro tifoso romanista quasi
omonimo, in realtà per tutti De Santis era «Danielino» malgrado la stazza e la consuetudine con la boxe e le
arti marziali: suo padre Ivo, 73 anni,
è maestro storico di karate e il suo regno era la palestra «Power Temple»,
vicino alla Piramide Cestia e al vecchio covo degli «Irriducibili» della
Lazio. Fu proprio suo padre, ormai
nel lontano maggio 1999, a finire
gambizzato da ignoti mentre viaggiava in motorino. Una storia mai
chiarita. E quella era stata l’unica volta che in casa De Santis si era parlato
di spari e rivoltelle. Fino a due giorni
fa.
Ora dicono tutti: «Con lo stadio
Daniele aveva chiuso almeno da dieci anni, mai più visto in curva da allora, la partita se la vedeva alla pay tv
del baretto del circolo sportivo di Tor
di Quinto dove lavorava come custode dalla mattina alla sera». «Daspato» e diffidato com’era, in effetti, non
poteva più entrare all’Olimpico. Tifoso indesiderato. L’ultima volta fu il
derby del 2004, quello famigerato interrotto dagli ultrà che andarono a
parlare con Francesco Totti dopo che
si era sparsa la voce (infondata) che
un ragazzino era morto negli incidenti del prepartita. Ma «Gastone»
non era tra tutte quelle facce poi immortalate dai giornali e dalle tv. Un
altro equivoco che lo ha seguito fin
qui: «Stava con loro, ma non in prima fila. Tutti ragazzi che all’alba degli anni Novanta avevano militato
con me nel Movimento Politico Occi-
L’ultrà «Gastone»
Daniele De Santis, noto tra i tifosi
con il soprannome di Gastone, è
l’ultrà della Roma arrestato dalla
polizia con l’accusa di tentato
omicidio dopo aver sparato a un
sostenitore del Napoli prima della
finale di Coppa Italia tra Napoli e
Fiorentina
dentale...», ricorda Maurizio Boccacci, pluricondannato leader dell’estrema destra romana, oggi a capo di Militia. E proprio con Boccacci, che oggi
ha 56 anni, De Santis fece il suo debutto nella cronaca nera nel novembre del ‘94, quando un gruppo di ultrà giallorossi finì in manette per
l’accoltellamento a Brescia del vicequestore Selmin: «Io mi beccai 5 anni
di condanna — racconta Boccacci —.
Ma Daniele non c’entrava e infatti
poi fu assolto». E anche risarcito dallo Stato italiano: 2 milioni e 900 mila
lire per quasi due mesi di ingiusta
detenzione, ricorda il suo avvocato
d’allora, Gianni Dell’Aiuto. Due anni
dopo, 1996, fu coinvolto (e in seguito
ancora assolto) nell’inchiesta sui
presunti ricatti della tifoseria ai danni del presidente Franco Sensi: biglietti gratis in cambio di pace allo
stadio. «Finimmo sotto processo in
sette — ricorda Giuliano Castellino
—. Io, Danielino, Marione, Peppone,
il Mortadella, il Mafia e Guglielmo il
Farmacista. Tutti assolti. Ma Mortadella e Mafia purtroppo non ci sono
più, sono morti da tempo». Già. Ma
forse è tutto un mondo che non c’è
più, un mondo che è sparito, insieme
a una certa idea del calcio e della curva: «Hanno introdotto la tessera del
tifoso, i tornelli, i controlli e che hanno ottenuto? Hanno forse sconfitto la
violenza?», s’interroga amaro Guido
Zappavigna, un tempo capo dei temutissimi «Boys» (di cui De Santis
faceva parte) e oggi cinquantasettenne gestore di un’amena trattoria in
zona Castel Sant’Angelo.
«La Curva Sud della Roma oggi è
diventata anarcoide, la destra rispetto a dieci anni fa non comanda più
niente, oggi ci trovi perfino le bandiere No Tav e la cosa in fondo manco mi dispiace, perché i No Tav per
me hanno ragione», dice Boccacci.
Eppoi la politica che pensava di far
proseliti allo stadio ha sempre regolarmente fallito: lo stesso De Santis,
alle amministrative del 2008, si candidò con una lista civica, “Il Popolo
della Vita”. Daniele prese 44 voti.
Non lo votarono manco tutti gli amici della palestra.
Fabrizio Caccia
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6
Primo Piano
Lunedì 5 Maggio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
La guerra degli ultrà
La spirale di violenza che alimenta
la tensione degli uomini in divisa
Il livello di conflittualità rischia di crescere, anche tra le forze dell’ordine
ROMA — È bastato un nuovo episodio
di violenza tra gruppi di tifosi ultrà —
seppure con feriti gravi, e dai contorni ancora non del tutto chiari — a riaccendere
la protesta dei poliziotti. Rinfocolando
una polemica che non potrà non provocare ulteriori conseguenze negative se continuerà ad alimentare la rabbia di chi, per
mestiere, è chiamato a fronteggiare e controllare quella degli altri. Senza cedimenti
nelle reazioni, come invece è successo in
più di un’occasione.
Dopo il poco edificante spettacolo offerto dal congresso del Sap, il sindacato
autonomo secondo per rappresentanza e
numero di iscritti, il segretario Gianni Tonelli ha preso spunto dall’immagine del
capo tifoso napoletano arrampicato su
una rete di protezione mentre parlamentava con giocatori e funzionari della sicurezza per tornare alla carica: «Il vero “cretino” si trovava allo stadio Olimpico di Roma, indossava una maglietta inneggiante
all’assassino di un poliziotto, è stato in
passato soggetto a Daspo (il divieto di entrare allo stadio, ndr) e addirittura risulta
essere figlio di un boss della camorra. Vogliamo vedere adesso la stessa indignazione dei vertici della nostra Amministrazione e del Viminale...».
L’appuntamento di Torino
I disordini arrivano dopo gli
scontri del 1° maggio e prima
del corteo di Torino per i No Tav
L’obiettivo di Tonelli è, ancora una volta, il capo della polizia Alessandro Pansa
che definì «cretino» l’agente sorpreso da
una telecamera a calpestare i manifestanti
a terra, insieme a tutti coloro — dal presidente della Repubblica in giù — che si sono indignati per il prolungato e plateale
applauso che i delegati del Sap hanno riservato ai colleghi condannati per la morte violenta del giovane Federico Aldrovandi. Ed è abbastanza chiaro come il poliziotto-sindacalista sia spinto nelle sue
esternazioni da una base che continua ad
agitarsi contro chi stigmatizza certi eccessi da parte delle forze dell’ordine. «Non
dobbiamo vergognarci di niente», ripetono molti degli aderenti al Sap, mentre
spostandosi un po’ più a destra il Coisp
(Coordinamento per l’indipendenza sindacale delle forze di polizia) di fronte alle
immagini che hanno fatto da contorno alla finale di Coppa Italia si lascia andare a
commenti del tipo: «Ci si rivolta lo stomaco. Da oggi il nuovo consulente per l’ordine e la sicurezza pubblica in Italia è nientemeno che Gennaro, meglio noto alla
stampa come “Genny ‘a carogna”!», cioè il
capopopolo napoletano che avrebbe dato
Il presidente del Consiglio
All’Olimpico
Matteo Renzi
sabato sera allo
stadio Olimpico
di Roma per la
finale di Coppa
Italia tra il Napoli e la sua
Fiorentina
(Italy photo press)
La decisione di Renzi:
«Io non lascio il campo
a chi non rispetta la legge»
1500
il via libera allo svolgimento della partita.
Sembra una situazione in cui posizioni
più problematiche ed equilibrate faticano
a trovare spazio. Che diventa preoccupante perché i disordini dell’Olimpico sono
arrivati appena due giorni dopo gli scontri torinesi del 1° maggio, e una settimana
prima di un altro appuntamento, sempre
a Torino, che si annuncia denso di incognite: la manifestazione a sostegno di
quattro militanti No Tav accusati di terrorismo. In un clima dove tutto si mescola, e
ogni episodio viene preso a pretesto per
contestazioni e nuove accuse reciproche,
non è difficile prevedere ulteriori tensioni, nelle piazze e nel confronto tra le diverse componenti. Anche all’interno della
polizia, unica forza dell’ordine non militare, dove il malessere per condizioni economiche e di lavoro di certo non ottimali
tende a esplodere in occasioni simili. Al
punto che il sito Internet di Magistratura
democratica, la corrente dei giudici di sinistra, s’interroga sulle cause del «disagio
e dell’insofferenza di qualche sindacato, e
delle dure posizioni corporative che sfociano in manifestazioni che non è esagerato definire eversive».
In un contesto generale di conflittualità
permanente, la violenza tende a espandersi e fagocitare ogni altra espressione. È
accaduto di nuovo allo stadio, fuori e dentro; negli scontri fra tifosi sono addirittura comparse le armi da fuoco, e la decisione se giocare o meno una partita è stata
condizionata — nonostante i tentativi di
sminuire la «trattativa» — dalle minacce
di provocare incidenti all’interno dell’Olimpico gremito. E prima era accaduto
il 12 aprile nella manifestazione di Roma
«contro precarietà e austerity», sfociata
nell’attacco pianificato da una nutrita e
organizzata frangia di «incappucciati»,
che ha provocato le cariche dei celerini
complete di manganellate su persone non
più in grado di reagire, fino alla famosa
immagine dell’agente che calpesta la ragazza a terra; come un giocatore che fa un
fallo sull’avversario a palla lontana, per
provocazione e sfregio. È il gesto del «cretino» subito stigmatizzato da Pansa, che
in seguito non è riuscito a trovare espressioni che rendessero meglio il suo pensiero. Nonostante le reazioni stizzite suscitate all’interno del Corpo.
Il doppio rischio che la violenza porta
con sé, nei differenti ambiti, è proprio
questo: da un lato l’imbarbarimento del
clima che mette a repentaglio le legittime
manifestazioni di dissenso e protesta; dall’altro l’esasperazione delle forze dell’ordine, che può alimentare le pulsioni di sfida nei confronti degli aggressori, fino a
comportamenti sbagliati e non ammissibili che poi si tende a giustificare. È quello
che lo stesso capo della polizia non può
consentire, pur consapevole della complicata contingenza sociopolitica e della difficoltà in cui sono costretti a lavorare i
suoi uomini.
ROMA — Nei giorni scorsi Matteo Renzi aveva immaginato
che l’evento dell’Olimpico fosse tutt’altro: una partita
normale, magari con un risultato straordinario, cioè la vittoria
della Fiorentina. Tant’è vero che aveva pensato di sconvolgere
il cerimoniale: in caso di successo dei viola, la coppa l’avrebbe
consegnata lui e non Piero Grasso: «Lo convinco io. E magari
in cambio gli prometto di modificare la riforma del Senato»,
celiava con gli amici. Ma l’altro ieri, purtroppo, c’era poco da
scherzare. Il premier aveva promesso ai figli di portarli allo
stadio. E questo è uno dei motivi (non il solo, ovviamente) che
lo ha spinto ad assistere alla partita di Coppa Italia, nonostante
i disordini. A chi gli suggeriva di lasciar perdere, dopo il
ferimento del tifoso del Napoli, il premier rispondeva: «Ho
fatto una promessa ai ragazzi». E per un padre è difficile venir
meno alla parola data. È però un’altra la ragione che alla fine
ha indotto Renzi ad andare all’Olimpico e a restarci. È
connaturata al carattere dell’uomo: «Non me ne vado perché
io non lascio lo stadio a loro, ai violenti», ha spiegato il
presidente del Consiglio. La mattina dopo, di nuovo nella sua
Toscana, perché uno dei figli scendeva in campo, Renzi
ragionava così: «Vedere quella partita, vedere l’entusiasmo dei
ragazzi e dei genitori della
Settignanese è stato bello. Il calcio è
Le polemiche
quello». Niente a che vedere con la
«delusione» che ha provato quando
Gli attacchi di
Forza Italia e Grillo ha sentito fischiare l’inno italiano:
«Che brutto spettacolo». Nulla a che
per essere rimasto spartire con gli «insopportabili e
sugli spalti
inaccettabili» episodi dell’altro ieri.
«Bisognerà essere più rigorosi», è la
riflessione che il premier affida agli
amici dopo quello spettacolo di certo non decoroso. Gli è
dispiaciuto per lo sport, per l’Italia. E anche per i figli, che non
vedevano l’ora di andare all’Olimpico. Quando sono arrivati,
Maurizio Beretta, presidente della Lega, ha regalato a Renzi
una riproduzione della coppa Italia proprio per loro. Una
vicenda «sconcertante», quella di sabato. Resa ancor più grave
dal dolore che ha provocato alla vedova dell’ispettore capo
Raciti, morto il 2 febbraio del 2007 a Catania durante scontri
fra tifosi e forze dell’ordine, la vista della maglietta del capo
degli ultras del Napoli Genny ‘a Carogna, con la scritta
«Speziale libero». Ieri, dopo la confusione del giorno prima, il
premier l’ha chiamata, per esprimerle tutta la sua
«solidarietà», la «comprensione» e, soprattutto, per
confermarle che «lo Stato le è vicino». Ma la presenza
dell’inquilino di Palazzo Chigi all’Olimpico ha suscitato molte
polemiche. Gli si sono scagliati contro gli esponenti di Forza
Italia, da Maurizio Gasparri a Giovanni Toti. Il più duro, però, è
stato Beppe Grillo, che ha subito colto la palla al balzo per
attaccare, come ormai fa quasi quotidianamente, il presidente
del Consiglio: «Genny a carogna sarà invitato al Nazareno dal
Pd e si dirà, “signor Carogna possiamo fare una legge insieme
sulla violenza negli stadi”». E così anche gli incidenti dell’altro
ieri a Roma sono entrati nella battaglia elettorale. E a Renzi
non sono piaciute per niente le «strumentalizzazioni» di una
vicenda così «grave».
Giovanni Bianconi
Maria Teresa Meli
© RIPRODUZIONE RISERVATA
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Gli agenti
di polizia impegnati l’altro ieri
nel servizio d’ordine all’Olimpico per la finale di Coppa Italia
I casi
Lo striscione ieri a San Siro
I tifosi rossoneri: «Un applauso
alle mamme delle vittime
umiliate dal sindacato di polizia»
I piedi sulla manifestante
Il capo della Polizia Pansa
critica il gesto di un agente
Corriere della Sera Lunedì 5 Maggio 2014
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Primo Piano
Lunedì 5 Maggio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Il governo Le riforme
«Il presidenzialismo?
Dopo il Senato
possiamo parlarne»
L’apertura di Renzi a Berlusconi
Palazzo Madama, il lodo di Calderoli
ROMA — E se adesso la sinistra rompesse lo storico tabù
che le ha fatto sempre dire di no
al presidenzialismo? «Non ora,
le priorità sono altre, ma dopo
l’approvazione della riforma del
Senato e del Titolo V si può anche ragionare...» sull’elezione
diretta del capo dello Stato: è
questa la linea dettata da Matteo
Renzi al suo staff dopo le forti
sollecitazioni innescate dalla
lettera inviata da Silvio Berlusconi al Corriere della Sera. Il
ping pong tra l’ex Cavaliere e il
premier continua: il primo (ieri
anche in tv) sostiene che l’unica
riforma seria sarebbe quella di
mettere in condizione gli italiani
di votare direttamente per il presidente della Repubblica e il secondo ora fa sapere ai suoi fedelissimi collaboratori che l’apertura è possibile: sì, si può «ragionare», ma solo dopo avere
intascato la riforma del Senato e
del Titolo V. E visto che ci sono
ancora quattro passaggi parlamentari da superare, l’orizzonte
temporale per affrontare il nodo
della forma di governo si sposte-
rebbe (nella migliore delle ipotesi) a settembre del 2015.
Comunque ieri — sollecitato
per tutta la giornata dalle dichiarazioni dei colonnelli di Forza
Italia — Renzi ha dato la sua risposta sul presidenzialismo invocato dal leader di Forza Italia:
«Tirare fuori ora questo argomento sa molto di trovata elettorale». Tuttavia, e qui prende corpo l’apertura del presidente del
Consiglio sull’elezione diretta
La direzione pd
Oggi la riforma del
Senato al centro della
direzione allargata pd
con il capo del governo
Il voto delle Regioni
L’opzione leghista
di far eleggere i nuovi
senatori alle Regioni
non tra i consiglieri
del capo dello Stato, «in via di
principio possiamo essere anche
d’accordo ma ora le priorità sono altre». Dunque, chiude il suo
ragionamento Renzi, «si approvi
intanto la riforma del Senato e
del Titolo V e dopo, solo dopo, si
può anche ragionare di presidenzialismo. Non adesso, però».
Ecco, ora resta da vedere se
davanti a questo scambio di opinioni tra leader, formalmente
contrapposti in materia di governo ma alleati sulle riforme, i
senatori di Forza Italia si comporteranno di conseguenza sulla
legge costituzionale (Senato e
Titolo V, appunto) che domani
arriva al primo giro di boa in
Parlamento. Oggi Renzi è impegnato con il fronte interno (riunisce la direzione del Pd e chiude il seminario del partito sul
Senato con i costituzionalisti)
ma già domani a Palazzo Madama i suoi ambasciatori (Luigi
Zanda e Lorenzo Guerini) dovranno trattare seriamente con i
capigruppo di FI, Paolo Romani
e Donato Bruno. Forza Italia —
come la minoranza del Pd, Sel e
Il parlamentino dem
La direzione nazionale è composta da:
Il presidente
(Posto vacante:
Cuperlo si è dimesso
a gennaio)
120
membri
eletti dall’assemblea dopo
le primarie di dicembre
e in base ai risultati
del congresso:
80
Le questioni
Il segretario del partito
Il nodo principale
dell’elezione diretta
20
sindaci
indicati da Renzi
(nella rosa di nomi
a disposizione
del segretario)
area Renzi
22
area Cuperlo
18
area Civati
I membri di diritto
i vicesegretari
il tesoriere
i presidenti dei gruppi
parlamentari
I membri per funzione
gli ex segretari
e presidenti di partito
gli ex presidenti
del Consiglio
i presidenti di Regione
iscritti al Pd
IL PRECEDENTE
il segretario
dell’organizzazione giovanile
i segretari regionali
del partito
i sindaci delle città
metropolitane iscritti al Pd
i componenti
della segreteria nazionale
i candidati
alle primarie 2013
La direzione il 28 marzo ha approvato
la relazione del segretario, che includeva
i progetti di riforme costituzionali, con:
93
12
sì
no
8
astenuti
Per il nuovo Senato non è
prevista l’elezione diretta:
è uno dei cardini di Renzi.
Ma c’è chi spinge per un
Senato elettivo. Il
governo ha aperto a
possibili modifiche sulle
«modalità tecniche» per
individuare all’interno dei
consigli regionali i
rappresentanti in Senato
La proporzionalità
tra le Regioni
Il testo del governo
prevede due consiglieri
per ciascuna regione a
Palazzo Madama.
Potrebbe essere
introdotto un principio di
proporzionalità rispetto
al numero di abitanti:
alle regioni più grandi un
numero maggiore di
rappresentanti
CORRIERE DELLA SERA
il Ncd — vuole adottare in commissione come testo base un articolato diverso da quello confezionato a Palazzo Chigi. Renzi
invece resiste.
Fa molte aperture sul fatto
che «dopo» si potrà modificare
il testo e spera di fare passare, almeno in prima battuta, l’articolato del ministro Boschi, per
piantare una bandierina elettorale prima del 25 maggio. Ecco
allora che, a Palazzo Madama, si
fanno avanti i mediatori che dispongono di sole 24 ore per tro-
vare una soluzione. Domani si
vota in commissione.
Il lodo che ha in mente lo sintetizza bene Roberto Calderoli
(Lega) tirato in ballo da Berlusconi («Sono in contatto con
lui»). Spiega, con il suo stile,
Calderoli: «Prima vedere moneta, poi dare cammello...». Insomma, sulla scia di quanto ipotizzato da Gaetano Quagliariello
(Ncd), che però non è più alleato
di Berlusconi, la commissione si
appresterebbe a un doppio voto:
prima un ordine del giorno (la
moneta) in cui vengono perimetrati gli emendamenti concordati tra commissione e governo
e in particolare l’elezioni dei senatori alle Regionali ma in un listino a parte. E dopo, solo dopo,
si vota il testo base del governo
(il cammello) cui tanto tiene
Renzi. Resta da vedere come i relatori, Anna Finocchiaro (Pd) e
lo stesso Calderoli, riusciranno a
coniugare la doppia capriola con
la prassi parlamentare.
D. M.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
I membri nominati
dal capo dello Stato
Il testo della riforma
approvato dal governo
prevede la possibilità
per il capo dello Stato di
nominare 21 senatori
per «altissimi meriti».
Da più parti questa
norma è stata criticata
e il numero sembra
destinato a diminuire:
non più 21 ma 5
Corriere della Sera Lunedì 5 Maggio 2014
Primo Piano
italia: 51575551575557
9
Il governo La polemica
Il contrattacco dei sindacati al premier
Il fronte di Camusso e Bonanni dopo le parole di Renzi: non mi fermeranno. Angeletti: sia sereno
L’intervista Antonio Corona
Il prefetto di Lodi
e lo spettro dei tagli
«Noi siamo lo Stato
altro che burocrati»
ROMA — La prefettura di Lodi, istituita nel 1995, potrebbe essere uno dei 60 «avamposti dello Stato» che il
presidente del Consiglio Matteo Renzi intende cancellare dalla carta dello Stivale. E dunque va da sé che il responsabile di quella struttura periferica, il prefetto Antonio Corona, sia decisamente preoccupato, tanto per
usare un eufemismo: «Guardi, io sono uno dei più moderati ma devo dire che i colleghi sono letteralmente avvelenati. Siamo stufi di essere chiamati burocrati, conservatori, inutili appendici dello Stato e via sparlando...Qui c’è qualcuno che pontifica senza neanche avere
conoscenza specifica di problemi legati alla presenza
dello Stato sul territorio».
Prefetto Corona, il premier Renzi teorizza che il
60% delle prefetture andrebbe chiuso. Il calcolo è avventato?
«Ecco, partiamo dai numeri. Perché 60%? E non 70%
oppure 40%? Mi sembra che i numeri vengano dati a casaccio come in una trattativa a Porta Portese. Eppoi di
tutto questo mica si può ragionare su Internet, come ha
chiesto il presidente del Consiglio».
Dunque, ha ragione Renzi quando dice che siete
conservatori, avvinghiati allo status quo?
«Noi abbiamo parlato di “pugnalata alla schiena” ma
non abbiamo messo in atto alcuna forma di resistenza.
Abbiamo solo chiesto un confronto con il governo perché con
questi numeri si tratterebbe di
tagliare 60-65 prefetture. Per cui
ci chiediamo: dove? Quando?
Con quale logica? Insomma
chiediamo al governo qual è il
modello che ha in mente per assicurare la presenza dello Stato
sul territorio».
Via le Province, via le prefetL’affondo
ture. Funziona l’equazione?
«Guardi, le prefetture esistono dall’Unità d’Italia. C’erano
ben prima che arrivassero gli enSiamo
ti provincia».
Eppure prima del ‘95 a Lodi
avvelenati,
regnava la prefettura di Milano
c’è qualcuno
e tutto filava liscio.
che pontifica
«Le spiego quale può essere la
giornata di un prefetto e quali i
senza
problemi
che si trova ad affronconoscere
tare. Pochi giorni fa mi telefonai problemi
no da Roma e mi dicono che
stanno per arrivare a Malpensa
40 immigrati trasferiti dalla Sicilia: ”Veda lei come sistemarli”, è
il messaggio tra le righe. E noi in poche ore abbiamo
scritto a tutti i Comuni che ci hanno risposto picche;
messo gli avvisi pubblici e ci hanno risposto picche;
scritto agli alberghi e ci hanno risposto picche. Da soli,
poi, abbiamo trovato un albergo, una parrocchia e un
centro di volontari che hanno ospitato gli extracomunitari sbarcati in Sicilia. E questo è successo non solo a Lodi ma in quasi tutte le prefetture».
Renzi dice di essere sorpreso che i prefetti, come i
segretari comunali, abbiano un sindacato. Cosa risponde lei che è anche presidente dell’Associazione
prefettizi?
«Dico che il presidente del Consiglio parla di un mondo che neanche conosce. Potevano informarlo che da
anni esistono quattro sigle sindacali: il Sinpref, lo Snadip, l’Ap, la Cisl e un’associazione, l’Anfaci».
Tra prefetti e vice prefetti siete in 1.500. Se è vero
che due terzi dei prefettizi lavora sul territorio, questo
vorrebbe dire tagliare 5-6.00 poltrone di sede.
«Se bisogna tagliare sarà necessario farlo anche al
centro. In ogni caso c’è da riflettere su quanto ha detto di
recente Giuseppe De Rita: “Cosa sarebbe un ministero
dell’Interno senza prefetti?”».
Dica la verità, siete rimasti legati a un modello di
prefetto del secolo scorso? I tempi sono cambiati...
«È vero, i tempi sono cambiati e noi cerchiamo di
adeguarci magari fornendo risposte sbagliate, non adeguate. Ma poi quando sul territorio non si trovano soluzioni e risposte ai problemi piccoli e grandi si fa sempre
la stessa cosa. Si passa la palla al prefetto».
❜❜
Dino Martirano
© RIPRODUZIONE RISERVATA
ROMA — Matteo Renzi insiste, spiega che vuole «cambiare il Palazzo» e abbattere le
resistenze corporative. Al
Corriere della Sera spiega che
«non sarà un sindacato a
bloccarci» e aggiunge: «Non
vorrei che la polemica derivasse dal fatto che si dimezza
il monte ore dei permessi sindacali e che i sindacati saranno obbligati a mettere online
ogni centesimo di spesa».
Proprio dalle confederazioni
sindacali arrivano le critiche
più forti alle sue parole e al
decreto sul lavoro.
Il segretario della Cgil Susanna Camusso, a chi le chiede di replicare all’affermazione «i sindacati non mi fermeranno», risponde ironica:
«Com’era l’hashtag, #amicigufi?». Riferimento a un tweet di qualche giorno fa con il
quale Renzi si rivolgeva, con
acre ironia, a chi da sinistra
nutre dubbi sulla sua azione
riformatrice. Altro non dice,
la Camusso, a parte: «Per noi
parlano le cose che facciamo». Raffaele Bonanni, leader della Cisl, è più loquace:
«Il governo vuole fare tutto a
scavalco delle parti sociali,
perché pensa solo a trovare
una mediazione tra i soggetti
politici. Ma questo è un comportamento lesivo dei criteri
democratici che anche questo governo deve rispettare».
E ancora: «Non abbiamo nessun interesse a fermare Renzi
su una strada che lui vuole
condurre e che è quella di
non fare assolutamente nulla.
Sono tre mesi che Renzi ci
parla del Jobs act, ma ci pare
che siamo di fronte a un Jobs
ghost». Rassicura il premier,
invece, il segretario della Uil
Luigi Angeletti: «A Renzi dico
di essere sereno che i sindacati non frenano, non ne abbiamo nessunissimo interesse».
A difesa del premier scende
il ministro della Pubblica amministrazione Marianna Madia, che spiega: «In Renzi vedo una capacità di rompere la
ritualità che va oltre Berlusconi. Non cerca il politically
correct, ma va al punto senza
seguire metodi e rituali che
erano pieni di falsità». Poi, ri-
Al «Corriere»
La frase sui confederali
Nell’intervista pubblicata ieri sul
«Corriere della Sera» Matteo Renzi ha
parlato, tra le altre cose, dei sindacati,
contrari al decreto lavoro e alla riforma
della pubblica amministrazione: «Non
abbiamo problemi ad ascoltarli ma
non ci fermeranno. Le loro resistenze
sono rispettabili, non comprensibili.
I sindacati devono farsi un esame
di coscienza, devono cambiare»
ferendosi alle giornate del lavoro organizzate a Rimini
dalla Cgil, dice: «Renzi ascolta
c metodi diversi dal passacon
t Noi ascolteremo tutte le
to.
p
parole
che verranno dette a
R
Rimini
e le proposte che da lì
a
arriveranno.
Mi aspetto sugg
gerimenti,
ma non per forza
b
bisogna
andare lì fisicament
te».
A sostegno di Renzi int
terviene
anche la vicepresid
dente
della Camera Marina
S
Sereni:
«Da troppi anni
a
aspettiamo
che la classe dirig
gente
trovi il coraggio e la
f
forza
di rompere i tanti cons
servatorismi
che frenano
l
l’Italia.
E ora abbiamo un presidente del Consiglio che non
si ferma di fronte alle prime
resistenze».
Resistenze che arrivano da
più fronti e coinvolgono diversi aspetti. Come quello dei
prefetti, che Renzi ritiene necessario diminuire nel numero, perché «appartengono a
un modello di Stato diverso
da quello di oggi». Gianfranco Rotondi, Forza Italia, si occupa proprio di questo: «Dai
banchi del governo ombra
vorrei ricordare al presidente
del governo che i prefetti sono stati nella storia repubblicana l’immagine e la presenza
del governo nel Paese». Quelli di Renzi sono «solo slogan», dice Anna Maria Bernini, mentre per Daniela Santanché il premier corre un rischio: «A Renzi sta venendo il
complesso di piacere a tutti e
così il rischio è quello di non
piacere a nessuno. Questo
decreto legge sul lavoro ne è
la dimostrazione: un pasticcio che non accontenta né i
lavoratori né le imprese». E se
per il leghista Matteo Salvini
Renzi non è «né carne né pesce» e anzi il suo governo è
«l’anticamera della dittatura», il Mattinale (la nota politica del gruppo di Forza Italia)
sottolinea «l’ipocrisia della
sinistra che preferisce un presidenzialismo strisciante a un
presidenzialismo vero o a un
premierato a suffragio universale. Berlusconi rovescia il
secchio delle finte riforme
annunciate e mai fatte».
Alessandro Trocino
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Santiago di Compostela
Rajoy, Abe e consorti
Foto ricordo
sul tetto della cattedrale
Una foto ricordo scattata sul tetto
della cattedrale di Santiago di
Compostela per il primo ministro
spagnolo Mariano Rajoy e il primo
ministro giapponese Shinzo Abe,
accompagnati dalle rispettive mogli
— Elvira Fernandez e Akie Abe — e
dal presidente del governo della
Galizia, Alberto Núñez Feijóo. Abe,
che ha fatto tappa in Spagna nel
lungo tour europeo che si concluderà
in un vertice a Bruxelles il 7 maggio
— ha avuto parole di elogio per gli
ospiti: «Personalmente sono molto
impressionato per la rapida ripresa
economica della Spagna e sono
sicuro che il Paese andrà sempre più
rinforzandosi in futuro» (Epa)
5 Stelle Ieri il leader a Sky Tg (in attesa di Vespa): «Referendum sulla Ue». Oggi via al tour
Tra piazze e offensiva in tv
Così Grillo va alla sfida del Pd
MILANO — Ieri intervistato dal
salotto di casa sua, a Marina di
Bibbona, da Sky Tg24. Presto forse (si tratta sui dettagli) nel salotto di Bruno Vespa. Comunque davanti alle telecamere. La campagna elettorale per le Europee Beppe Grillo la gioca in tv, oltre che in
piazza.
Un netto cambio di strategia rispetto all’anno scorso. Allora,
quando il Movimento correva per
le Politiche, erano le telecamere a
inseguire il leader. Che snobbava,
e attaccava, le tv: fu proprio Sky
ad andare su tutte le furie quando
si vide negare un’intervista all’ultimo minuto. Ora, invece, il leader
dei Cinque Stelle ha deciso di andare sullo schermo prima di cominciare il tour per le piazze, che
prende il via oggi in Sardegna.
Dopo essere stato intervistato, a
marzo, da Enrico Mentana, il 28
aprile abbiamo visto Grillo abbracciare la giornalista di Agorà
(Rai3) sulla spiaggia di Bibbona.
E a metà mese dovrebbe essere
il turno di Porta porta. Si tratta
ancora, per mediare tra le garanzie richieste da Grillo e Casaleggio
e i paletti dell’Agcom. Alcuni nodi
da sciogliere sulla partecipazione
(in studio o in collegamento) o
sulla collocazione (prima o seconda serata). «Stiamo ancora
aspettando una serie di verifiche
dell’Agcom — ha spiegato Bruno
Vespa —. Tutto quello che si dà a
Grillo, naturalmente, si deve dare
agli altri. Abbiamo fatto un progetto e aspettiamo la risposta, vedremo se si farà». Già circolano
però indiscrezioni sulla data (intorno al 19 maggio).
Ma se intensifica l’impegno in
tv, Grillo non rinuncia alle piazze.
Sul capo del governo
«Renzi è finto. Genny ‘a
carogna? Sarà invitato
a fare una legge sulla
violenza negli stadi»
La prima tappa del Vinciamonoi
tour, oggi a Cagliari, è la prima di
una lunga serie. Anche perché se
la strategia dei Cinque Stelle punta sul grande schermo per raggiungere soprattutto gli indecisi,
il partito dell’astensione e possibili delusi del centrodestra, nelle
piazze va in scena la sfida con il
Pd: quello che i pentastellati considerano il duello per il primo posto. Per questo Grillo comincia
dal Sud (domani a Palermo, poi
Bari e Napoli), dove alcuni sondaggi danno il Movimento testa a
testa con il Pd se non in vantaggio
in alcune aree, mentre a ridosso
della scadenza elettorale si sposterà a Nord, dove il divario è più
ampio. Fino al gran finale: negli
ultimi giorni prima del voto sarà a
Pescara, Firenze, Milano e Roma.
«Sono sicuro che vinceremo
queste elezioni», ha continuato a
ripetere Grillo ieri a Sky Tg24. E in
caso di vittoria, «noi andremo là
fuori e vogliamo che Napolitano
se ne vada. E poi andiamo alle ele-
zioni con il Porcellum modificato
dalla Consulta». In ogni caso, «faremo un referendum sull’euro»,
ha continuato. Ma anche sulla
presenza nell’Ue: «Se non tolgono
il fiscal compact, se non spalmano il debito con l’Eurobond, se
non finanziano le nostre piccole e
medie imprese, se non accettano
tutto ciò, faremo un referendum
sull’Ue».
Nell’intervista Grillo ha attaccato il premier: «Le persone come
Renzi hanno una specie di malattia che si
chiama
alessitimia,
che è l’incapacità di
riconoscere
le emozioni
dentro di te
e negli altri.
Renzi è finto, dentro ha un odio moderato
perché solo così può arrivare a dire le cose che dice e non farlo». E
ancora: «Genny ’a carogna sarà
invitato dal Pd e si dirà “signor
Carogna possiamo fare una legge
insieme sulla violenza negli stadi”», ha detto citando le violenze
di sabato a Roma.
Renato Benedetto
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Su Facebook
Anche il papà
di Matteo
contro Pelù
«Sono onorato di non aver
avuto mai rapporti di
conoscenza con quel
personaggio che spara m...
sulla mia famiglia». Tiziano
Renzi, papà del premier, è
intervenuto sul caso
sollevato dalle parole di Piero
Pelù al concerto del Primo
maggio. Su Facebook ieri ha
scritto: «Orgoglioso di essere
agli antipodi di chi, per
vendere un disco in più, dà
aria alla bocca in occasione di
una manifestazione credo
pagata dalle organizzazioni
sindacali, emettendo rantoli
indecifrabili».
10 Primo Piano
Lunedì 5 Maggio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Verso il voto Il centrodestra
Il «momento eroico» di Berlusconi:
alle Europee supereremo il 25 %
Il leader di Ncd
situazione generale dell’economia che imporrà un cambio della classe dirigente». Le riforme,
quindi, non è detto che le farà
l’attuale esecutivo: su quella del
Senato, in particolare, «Renzi ha
presentato una proposta assolutamente inaccettabile da parte
nostra e non accettata nemmeno dalla maggioranza dei suoi
senatori». Dopo di che, «il nostro capogruppo al Senato Paolo
Romani parla con il loro, Zanda,
e stanno cercando di trovare un
accordo su una nuova formula».
L’ex Cavaliere fa sapere di essere
invece «in contatto quasi quotidiano con Roberto Calderoli per
cercare una soluzione ragionevole su questo tema».
Tra una riflessione, una confidenza e una polemica, la mezz’ora del programma viene superata abbondantemente e si recuperano anche i minuti persi
nel 2006. Non solo: per l’edizione straordinaria di ieri, Annunziata aveva previsto un collegamento in diretta con Pontida,
con il segretario della Lega, Matteo Salvini. «Presidente, vuole
restare ad ascoltare Salvini?»,
chiede la giornalista rivolgendosi poi al leader leghista: «Salvini le dà fastidio se resta in studio Berlusconi?». Avuto il via libera da entrambi, la puntata
procede e l’ex Cavaliere si guadagna altri spazi di intervento.
Si alza a dieci minuti dalla conclusione, per lasciare campo libero all’avversario, ma resta in
una stanza attigua per aspettare Annunziata e ringraziarla. Poi via, verso Arcore per il collegamenro dovere e non c’è stato telefonico con l’asto nulla che sia stato
semblea di Forza
spiacevole».
Italia in corso a Bari,
Poi, si attacca con
presieduta da Rafla politica. Per le Eufaele Fitto — qui
ropee, Berlusconi è
l’ex Cavaliere atconvinto di portare
tacca ancora il goForza Italia a superaverno, «Abbiamo
re il 25% e che unenscoperto che la sido questi voti a quelli
nistra pensa ad una
degli altri partiti di
patrimoniale di 400
Silvio Berlusconi saluta Lucia Annunziata e
centrodestra «compresa
miliardi», e poi anabbandona in anticipo lo studio di «In ½
la Lega», il centrodestra
nuncia anche che «troora» il 12 marzo 2006. In alto, i due
tornerà a prevalere sul cenveremo un papà o una
durante la trasmissione
trosinistra. Sull’eventuale enmamma a 150 mila prigiodi ieri (Ansa)
trata in scena della figlia Marina,
nieri nei canili d’Italia» —. Fuoripete che potrebbe essere un
ri, non c’è la solita ridda di teleleader perfetto: «Ha tutte le qua- Renzi, Berlusconi è critico: «Vo- camere e giornalisti, segno dei
lità per esserlo, ma spero pro- glio vedere quale sarà il suo per- tempi cambiati. Pochi curiosi:
prio che non accada. Tuttavia, è corso politico perché avevo del- qualcuno tenta di bloccarlo per
una decisione che non riguarda le speranze su di lui e sono piut- la foto, qualcuno gli urla «in game, ma mia figlia e soprattutto tosto deluso». Quanto durerà il lera». Ma lui è chiuso in macchigli elettori perché il leader lo suo governo? «Non credo andrà na. Non sente.
Elisabetta Soglio
scelgono loro». Incalzato dalla oltre un anno o un anno e mez© RIPRODUZIONE RISERVATA
Annunziata sui rapporti con zo, perché penso che ci sarà una
Ritorno dalla Annunziata: fase difficile, ma non sono depresso
MILANO — Si affida alla storia: «Chiarirà gli eventi, uscirò
mondato da tutte le accuse che
mi hanno fatto e diventerò il padre della patria». Silvio Berlusconi è tornato ieri al programma televisivo In ½ h di Lucia Annunziata, da cui otto anni fa se
ne era andato in modo burrascoso, dopo aver accusato la
giornalista di non lasciarlo parlare. Clima diverso fra i due e diversa anche la location: per intervistare l’ex Cavaliere, a causa
delle restrizioni stabilite dal tribunale di Sorveglianza di Milano, lo studio viene trapiantato
nel capoluogo lombardo, al Circolo della Stampa dove Berlusconi arriva accompagnato dalle
fidate Maria Rosaria Rossi e Deborah Bergamini, oltre che dal
suo medico personale Alberto
Zangrillo.
In questa cornice, il leader di
Forza Italia ripercorre le tappe
«Padre della patria»
«Diventerò padre della
patria. La sinistra?
Vuole una patrimoniale
da 400 miliardi»
salienti della sua vicenda politica, atterrando nel presente: «Il
destino ha messo me nelle condizioni di essere l’uomo del
grande cambiamento per il nostro Paese», sostiene. Certo, l’affidamento ai servizi sociali pesa:
«Non sono depresso, ma sono
in un momento molto difficile»,
ammette. Per poi precisare:
«Non posso dire che sono allegro e faccio festa, ma è un periodo eroico». Il lavoro che dovrà
svolgere nella casa per anziani e
malati cui è stato destinato? «Il
fatto di stare con le persone che
soffrono non mi dà fastidio. Di
natura sono fatto per cercare di
dare conforto». I controlli dei
carabinieri? «Sentirsi limitato
nella propria libertà personale
non fa piacere. Non è stato umiliante, anche perché già di mio
ho una grande umiltà: i militari
sono venuti ad adempiere al lo-
I temi
La corsa e le aspettative per Bruxelles
1
A «In ½ ora» ieri Berlusconi ha smentito di aver
mai detto «Se alle Europee Forza Italia arriva 25%
accendo un cero»: «Frase inventata, ho intenzione
di superare il 25% e di arrivare a prevalere»
Le riforme e il dialogo con il Carroccio
2
Il leader di FI ha bocciato ancora la riforma del
Senato, «così com’è non va bene», e ha confermato
i contatti con la Lega: «Sento Roberto Calderoli
quasi ogni giorno per una soluzione ragionevole»
La crisi ucraina e la difesa della Russia
3
L’ex Cavaliere, parlando di politica estera, ha difeso la
Russia: «Sull’Ucraina stanno facendo molto male l’Ue,
i Paesi della Nato e gli Usa. Con la pretesa di imporre
sanzioni si rischia di tornare alla guerra fredda»
Ieri e oggi
Alfano sicuro:
«Sì, Marina
entrerà
in politica»
Una risposta secca: «Sì».
Il leader del Nuovo
centrodestra, Angelino
Alfano, ospite ieri su RaiUno
all’Arena ha risposto così al
conduttore Massimo Giletti
che gli chiedeva se secondo
lui Marina Berlusconi
entrerà in politica. La
discesa in campo della
primogenita di Silvio
Berlusconi, per il ministro
dell’Interno, è «una
questione che non mi ha
per nulla sorpreso, ma io
nutro grande rispetto, non
voglio essere tirato in
polemiche, sono vicende
interne alla famiglia nelle
quali non entro, la
domanda dovrebbero
porsela i tanti dirigenti di
primo livello di Forza Italia
che evidentemente non
sono stati ritenuti all’altezza
ma è un altro paio di
maniche». Alfano ha poi
smentito le voci di
avvicinamento al suo
partito di Sandro Bondi:
«Non è passato con me, non
l’ho mai sentito negli ultimi
mesi, non c’e stato alcun
contatto, potrà smentirlo
tranquillamente anche lui».
Un commento, infine, sulla
polemica Renzi-sindacati in
merito al decreto lavoro: «Se
Cgil e Vendola protestano e
le categorie produttive sono
dalla nostra parte vuol dire
che abbiamo ragione».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
La foto su Facebook
La Lista Tsipras
e il caso
del bikini
elettorale
Il retroscena Toti e Fitto uniti contro Ncd. L’ipotesi di un congresso dopo le Europee
Forza Italia, alleanza ritrovata (fino al voto)
Archiviati i falchi e le colombe
ma c’è già chi prevede una diaspora
se il partito scendesse sotto il venti
ROMA — È chiaro che il clima da
campagna elettorale aiuta. Che la necessità di sopravvivere impone, a chi
di politica vive, saggia prudenza e
sorrisi anche di circostanza. Ma c’è
qualcosa che si muove in una Forza
Italia che si ritrova a celebrare il capo
e a celebrarsi, con tutti i suoi capilista
in prima fila.
Organizzata da Raffaele Fitto, l’uomo che probabilmente risulterà il 26
maggio di gran lunga il più votato del
suo partito, la kermesse pugliese non
ha solo un senso elettorale, ma serve
a mandare un messaggio politico, interno ed esterno. Tra gli azzurri sta a
significare — per dirla con le parole
entusiaste di Anna Maria Bernini —
che «a dispetto dei tanti gufi, iene e
sciacalli che volevano Forza Italia divisa e litigiosa», si sta invece riuscendo a dare una risposta di grande
compattezza. Plasticamente visibile
in un Toti e un Fitto che, uno accanto
all’altro dopo gli scontri a distanza
degli ultimi mesi, remano nella stessa direzione. All’esterno, il messaggio è altrettanto chiaro: in questa fase non esistono alleati né minuetti,
ma solo avversari da battere perché
la sopravvivenza dell’uno mette a rischio quella dell’altro. E dunque, non
ci sono né falchi e né colombe oggi,
ma solo una falange che ha nel Nuovo Centrodestra un nemico. Per ora.
Quello che potrà accadere dal 26
maggio, però, al momento è impossibile da dire. Troppe variabili contribuiscono a rendere il quadro imprevedibile. Fra gli azzurri c’è comunque qualche certezza. Se il partito riuscirà a superare la soglia del
20%, la sopravvivenza sarà assicurata. Non si prevedono fughe in quel
caso, né rivoluzioni imminenti: sullo
sfondo resterebbe la carta Marina
con tempi e modi da definire, e la
classe dirigente rimarrebbe più o
meno l’attuale, magari da riequilibrare con pesi e ruoli dopo un congresso del quale già si comincia a
parlare.
Se si riuscisse invece a sfondare la
soglia numerica del 21,6 (il risultato
del Pdl alle ultime politiche), per gli
azzurri sarebbe «quasi un trionfo»:
vorrebbe dire, spiegano, che anche
senza Alfano Forza Italia non perde
voti, e nel momento peggiore della
vita politica di Berlusconi è in grado
di vincere la prova di forza. A quel
punto, si passerebbe con ogni probabilità alla formazione di un organo
ristretto decisionale con tutti i big
delle varie anime dentro, senza
esclusioni eccellenti di alcun tipo ma
anzi con un bilanciamento perfetto
di esponenti del partito macchina e
di quelli più vicini al «cerchio magico».
Diversissima sarebbe la situazione
se invece Forza Italia dovesse scendere sotto il 20%, magari pesantemente: «A quel punto, dell’armonia di oggi non vedreste nulla: con Berlusconi
rimarremmo in quattro...», dice preoccupato uno dei fedelissimi. E l’ipotesi di un figlio che prende le redini
di un partito in via di lacerazione e
senza più lo smalto salvifico del padre, sarebbe più una mossa da ultima
spiaggia che un segnale di resistenza.
Infine, c’è un quarto scenario che
tra gli azzurri non si sottovaluta:
quello di una vittoria sonante di Grillo anche rispetto allo stesso Pd di
Renzi: se accadesse, dicono gli azzurri, il quadro politico verrebbe terremotato, e gli assetti che si vedono
oggi potrebbero radicalmente modificarsi. Qualcuno lo teme, qualcuno
arriva ad auspicarlo, in vista di un
voto tra i più imprevedibili degli ultimi venti anni.
Paola Di Caro
Bari Giovanni Toti e Raffaele Fitto ieri alla convention in vista delle Europee (Ansa)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Una foto in bikini, lei di spalle
su una barca: «Ciao. È iniziata
la campagna elettorale e io
uso qualunque mezzo. Votate
l’Altra Europa per Tsipras».
È il post che Paola Bacchiddu,
responsabile comunicazione
per la lista Tsipras, ha
pubblicato su Facebook.
Subito condivisa da centinaia
di contatti (che si sono
complimentati con la
giornalista per l’ironia e il
fisico), la foto ha scatenato
anche polemiche a sinistra
contro una trovata che «con la
politica ha poco a che fare». In
sua difesa, però, è già partita
in Rete la campagna «Ce lo
chiede l’Europa» con foto di
donne in costume e non.
Bacchiddu, che rivendica
l’ironia del gesto, commenta
online il polverone sollevato
dalla sua foto: «L’importante
è che si accenda un riflettore
sulla nostra Lista,
ingiustamente trascurata dai
© RIPRODUZIONE RISERVATA
media».
Corriere della Sera Lunedì 5 Maggio 2014
Primo Piano 11
italia: 51575551575557
Verso il voto Il Carroccio
La giornata
Da sinistra:
Umberto
Bossi in
carrozzina
con Matteo
Salvini;
il segretario
sul palco con
i bambini in
verde padano
e il prato visto
dall’alto (foto
Fotogramma
Bergamo
e Ansa)
Salvini contro tutti
La sua prima Pontida
tra i figli dei venetisti
Il neo leader rilancia la battaglia contro l’euro
Dal 1990 a oggi
La commemorazione
Il raduno di Pontida
è l’annuale ritrovo
dei militanti della Lega
Nord organizzato nella
cittadina in provincia di
Bergamo per celebrare il
«Giuramento di Pontida»
del 7 aprile 1167
che sancì l’alleanza tra
i Comuni lombardi contro
il Sacro Romano Impero
di Federico Barbarossa
La prima edizione
Il primo raduno di Pontida
si svolge il 20 maggio
1990 e durante la festa,
dopo il discorso del
fondatore e leader del
Carroccio Umberto Bossi
(foto sopra), intervengono
i maggiori esponenti
della Lega
Le tradizioni
Sin dalla prima edizione,
sul «sacro suolo»
di Pontida — come viene
definito dai leghisti
il pratone lungo la strada
statale 342 sul quale
si tiene il raduno — viene
issata la bandiera della
Padania e suonato il «Va,
pensiero» di Giuseppe
Verdi, scelto come inno
dal Carroccio
L’esordio del segretario
Quello di ieri è stato
il primo raduno
da segretario della Lega
per Matteo Salvini.
Presenti alla kermesse l’ex
segretario e governatore
lombardo Roberto Maroni,
il Senatùr Umberto Bossi,
il governatore veneto
Luca Zaia e il senatore
Roberto Calderoli
DAL NOSTRO INVIATO
PONTIDA (Bergamo) — Matteo Salvini indica i palloncini
verdi che volano verso un cielo
azzurro smalto. «Quelli sono i
nostri sogni. Quello è il futuro,
la libertà che nessuno ci potrà
mai rubare». I palloncini sono
stati «liberati» dai bambini che
poco prima lui aveva fatto salire
sul palco, figli degli indipendentisti arrestati su iniziativa
della procura di Brescia, ma anche congiunti di militanti leghisti scomparsi. Tutti riuniti ai
piedi di un «albero della vita»
appena piantato per ricordare i
militanti scomparsi. Due baghèt, le cornamuse bergamasche, suonano una commossa
Amazing grace, inno alla ritrovata grazia.
È la prima Pontida con Salvini
segretario, a 20 giorni dalle Europee. Occorre un raduno che suoni la carica. La gente c’è, il prato
è pieno. E il tema è: ne
abbiamo passate tante,
ma siamo ancora in
piedi. Umberto Bossi, il
vecchio capo, unico destinatario delle ovazioni oltre a Salvini, lo dice in forma compiuta:
«Una cosa in tanti anni
l’abbiamo fatta. Abbiamo dato ai nostri popoli una coscienza.
Quello, almeno, non
potranno togliercelo».
La prima carica è di Giancarlo
Giorgetti, capogruppo alla Camera: «Non ci lasciano fare un
referendum contro l’euro, dicono che la Costituzione non lo
permette. E allora, il 25 maggio
andiamo a votare, il nostro referendum sarà quello». Gianluca
Buonanno, deputato eccentrico,
si agita con una canna da pesca a
cui è appesa una sagoma di pesce con la testa di Laura Boldrini.
Ma intanto tocca a «Berto» Calderoli, unico a toccare l’argomento difficile della legge elettorale: «Ma quando mai un Senato fatto di sindaci, governatori
e presidenti di Provincia? Quelli
hanno da lavorare duro». E poi:
«I senatori non si nominano, li
elegge il popolo». Con un’aggiunta da sottolineare: «Se Renzi
ci prova con il semipresidenzialismo, davvero salta tutto». L’ex
ministro parla con in mano una
mezza banana: «Ciascuno mangi
la banana a casa sua».
Tocca a un Roberto Maroni
d’opposizione: «Renzi aveva
parlato del patto di stabilità co-
me del patto di stupidità. Ora
che è al governo, un governo
carosello fatto solo di spot, se
ne è dimenticato». Il governatore lombardo nomina Angelino
Alfano, ed esplode una bordata
di fischi. Salvini rincarerà: «Se
non è in grado di fare il ministro dell’Interno, meglio che si
dimetta».
Ecco Bossi, che tocca il pratone parlando della storia recente
del Carroccio: «Siamo abbastanza umili da sapere quando abbiamo sbagliato, e siamo abbastanza forti da saper recuperare». E ancora: «Ci sono state cose sbagliate, persone scelte
superficialmente e persone
messe fuori dal partito. Io penso
che tutto rientrerà».
Il finale è tutto del segretario,
il «Matteo giusto». La novità politica è l’accordo con Marine Le
Pen e gli altri partiti anti euro:
«Grazie a quell’accordo, in Europa non saremo più in trenta
ma in duecento». Perché, è
«meglio essere chiamati populisti che fessi». Salvini cita Bobby
Sands, l’indipendentista irlandese morto il 5 maggio 1981 per
uno sciopero della fame in carcere: «Sono quelle le nostre radici». Poi, a testa bassa sul lavoro. Con una tirata gridata contro
la riforma Fornero: «Maledetta.
Ladra di lavoro, ladra di stipendi, ladra di futuro. Vada a fanc...
Fornero e chi ce l’ha messa». La
svolta Salvini include la discesa
al Sud: «Contro l’euro, noi siamo pronti a liberare la gente per
bene che vive al Sud. Perché
l’euro, la moneta della fame, ci
sta ammazzando tutti». Infine
Grillo: «Mi chiedono perché
non facciamo battaglie insieme
a loro. Semplice: è impossibile.
Su uscita dall’euro e immigrazione clandestina, Grillo prende
per il c... gli italiani».
Dopo la fine del raduno, Salvini viene chiamato da Lucia
Annunziata, che ha per ospite
Berlusconi: «Salvini ha molte
ragioni ma è un fatto avventuristico uscire dall’euro». Il segretario leghista taglia duro: «Spiace che Berlusconi dia una mano
a Renzi».
Marco Cremonesi
© RIPRODUZIONE RISERVATA
La campagna della lista ambientalista
LOCMAN
®
ITALY
MONTECRISTO LADY
Titanio, acciaio e diamanti.
Quadrante in madreperla naturale o laccato. Impermeabile fino a 10 atm.
Bonelli e la linea dei Verdi:
no a larghe intese Pse-Ppe
che portano solo austerità
ROMA — «Hanno provato ad escluderci dalle Europee, ma la
legge ci ha dato ragione e siamo stati riammessi. Adesso
abbiamo avviato una nuova azione legale, presso la Corte di
giustizia a Lussemburgo, contro lo sbarramento del 4%: lo
riteniamo incostituzionale e in violazione del Trattato di
Lisbona del 2009». Angelo Bonelli, co-portavoce dei Verdi,
annuncia una nuova battaglia e il ritorno sulla scena elettorale
dell’Unione: «Dopo anni di travagliate vicende del mondo
ecologista italiano, ci presentiamo con una riaggregazione cui
partecipano ex pd come Roberto Della Seta e Francesco
Ferrante, e la presidente dei Verdi europei Monica Frassoni». E
poi, racconta ancora Bonelli, «c’è il nostro José Bové, Vincenzo
Fornaro: l’inchiesta sull’Ilva è partita da lui, da una sua
denuncia dopo che ha dovuto subire l’abbattimento di circa
mille capi di bestiame contaminati proprio dalla diossina dello
stabilimento». Per quanto riguarda il programma, Bonelli fa
sapere che coincide con quello dei Verdi europei, mentre gli altri
partiti sono interessati «solo a
determinare equilibri interni e
Il ricorso
non ad affrontare le grandi
sfide». Per spiegare meglio, fa
Avviata un’azione
un esempio: «La Corte dei
legale alla Corte di
conti europea ha censurato
Lussemburgo contro
l’Italia per non aver utilizzato
lo sbarramento al 4%
neppure un centesimo dei 3,5
miliardi di euro messi a
disposizione nel quinquennio
2008/2013 per la bonifica e riqualificazione delle aree di declino
industriale. Con quel denaro avremmo potuto trasformare
Taranto in un polo di cultura e di innovazione tecnologica,
come è successo a Bilbao, che prima era un grande centro
siderurgico». La parola d’ordine dei Verdi infatti è centrata sul
trinomio economia-ecologia-lavoro, oltre che sull’attenzione ai
cambiamenti climatici: «La lotta alla povertà sociale si fa con il
lavoro, non con l’assistenza: la Germania prevede di arrivare al
75% di energia rinnovabile entro il 2050, con posti di lavoro in
più. Serve un nuovo modo di produrre: Pittsburgh, Usa, ha
triplicato l’occupazione grazie a un capitalismo illuminato di
questo tipo». Stesso discorso per l’industria automobilistica
italiana: «Siamo preoccupati per il suo futuro perché altri sono
più avanti di noi: Francia e Germania hanno iniziato da 10 anni
a produrre l’auto ibrida, l’auto pulita». Infine, le alleanze:
«Ovviamente, se eletti, faremo parte del gruppo Verdi europeo
— conclude Bonelli —. E con loro ci impegneremo contro le
larghe intese, contro una convergenza Pse-Ppe che porterebbe
soltanto politiche di austerità».
Daria Gorodisky
© RIPRODUZIONE RISERVATA
12 Primo Piano
» Approfondimenti
BAROMETRO DELLE MISURE
Lunedì 5 Maggio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Le mosse del governo
Lavoro, percorso a ostacoli
I ritardi sui tagli alle spese
Bilancio di 70 giorni, gli 80 euro sicuri solo per il 2014
Approvati finora 10 decreti e 4 disegni di legge
Legenda:
Annunciato
In itinere
Fatto
di ENRICO MARRO
Ieri il governo Renzi ha compiuto 70 giorni. Insediatosi il 22
febbraio, in 10 settimane ha riunito per 15 volte il consiglio dei
ministri. Ha approvato finora 10 decreti legge e 4 disegni di
legge, a riprova della difficoltà anche per questo esecutivo di
limitare il ricorso alla decretazione. Che spesso si giustifica
non, come dovrebbe essere, con l’urgenza del provvedimento,
ma con la necessità di assicurare una maggiore efficacia allo
stesso, dato che il decreto va convertito in legge entro 60 giorni
e con ridotti margini di modifica in Parlamento. Necessità forte anche per l’esecutivo Renzi, tanto più che il presidente del
Consiglio si ritrova con gruppi parlamentari del suo stesso
partito, il Pd, spesso critici se non ostili, come si è visto al Senato sul disegno di legge costituzionale che abolisce il bicameralismo perfetto e alla Camera sul decreto legge Poletti che liberalizza i contratti a termine. Tanto è vero che, in questo secondo caso, anche per superare l’ostruzionismo dei grillini, Renzi
è dovuto ricorrere al voto di fiducia. Sono già 5 le fiducie che il
governo ha chiesto (oltre le 2 d’obbligo sulle dichiarazioni programmatiche): sul decreto legge per prolungare le missioni
militari all’estero, sul disegno di legge Delrio che elimina le
province elettive, sul decreto enti locali (il cosiddetto Salva Roma), sul decreto Poletti appunto, e sul decreto sulle tossicodipendenze.
Fin dall’inizio Renzi ha utilizzato il metodo dell’annunciare
provvedimenti che solo dopo alcune settimane vengono approvati dal Consiglio dei ministri. Un modo per costringere la
squadra a correre, secondo i suoi collaboratori. Un modo per far
propaganda, tenendo a lungo sulle prime pagine dei giornali le
sue decisioni, secondo le opposizioni. Vediamo, più semplicemente, a che punto è l’azione di governo, osservando le principali cose fatte, quelle in itinere e quelle solo annunciate.
Il bonus
È la decisione più importante
presa da Renzi. Ottanta euro in
più al mese, che dallo stipendio
di maggio andranno nelle tasche di 10 milioni di lavoratori
dipendenti con redditi compresi tra 8 mila e 24 mila euro
lordi l’anno (tra 24 e 26 mila il bonus decresce rapidamente
fino ad azzerarsi). Annunciata con la discussa conferenza
stampa delle slide il 12 marzo, la decisione è stata trasformata in legge con un decreto approvato dal Consiglio dei
ministri il 18 aprile. Obiettivo della manovra: spingere i
consumi e per questa via la crescita dell’economia. Per capire se avrà funzionato bisognerà aspettare alcuni mesi.
Molto dipenderà dalla capacità del governo di convincere
le famiglie che il bonus non è una tantum, cioè solo per il
2014, ma permanente. Questo potrà avvenire solo con la
legge di Stabilità per il 2015 che il governo presenterà entro
il 15 ottobre. Solo in questo caso, infatti, sarà più facile che
il bonus verrà speso anziché risparmiato. È importante ricordare, infatti, che il decreto legge del 18 aprile copre il
bonus solo per 2014.
Fatto.
L’occupazione
Sul tema il governo è intervenuto
con due provvedimenti. Un decreto legge che allunga da un anno a
tre anni la durata massima dei contratti a termine senza causale e che elimina una serie di vincoli per le aziende sui contratti di apprendistato. Il provvedimento deve essere convertito entro il 19 maggio, pena la decadenza. È passato alla Camera col voto di fiducia, è stato modificato in commissione al
Senato, dove dovrebbe essere approvato questa settimana per
poi tornare alla Camera. Salvo sorprese sarà convertito in
tempo. Il secondo provvedimento è un disegno di legge delega che prevede, tra l’altro, la riforma degli ammortizzatori sociali (cassa integrazione, mobilità, ecc...) e l’introduzione del
contratto di inserimento a tutele progressive. Dopo l’approvazione del Parlamento il governo avrà circa un anno per
emanare i decreti di attuazione della delega. Molto prima, invece, l’esecutivo dovrebbe risolvere il problema delle risorse
in più che servono nel 2014 per finanziare la cassa integrazione in deroga. Secondo le Regioni i soldi stanno finendo e serve con urgenza almeno un miliardo. I sindacati dicono un miliardo e mezzo. Il governo non sa dove trovarli.
In itinere (fatto al 50%).
La pubblica
amministrazione
Nel suo cronoprogramma Renzi aveva annunciato la riforma
per aprile. È stata presentata il 30, ma solo come un
elenco di 44 proposte sottoposte a una consultazione
pubblica online fino al 30 maggio. Poi, il 13 giugno, il
consiglio dei ministri approverà i provvedimenti di legge. Renzi ha detto che sicuramente ci sarà un disegno di
legge delega mentre vorrebbe evitare il decreto. Su alcune proposte c’è già un largo consenso, indipendentemente dalla consultazione, e il governo avrebbe potuto
provvedere. Per esempio, sull’introduzione del pin, il
codice personale col quale sbrigare online tutte le pratiche con gli uffici pubblici, tanto più che lo stesso Renzi
ha ammesso che ci vorrà un anno, dal momento dell’approvazione della legge, per darlo a tutti i cittadini.
Ma si poteva senz’altro decidere anche sulla standardizzazione della modulistica; sull’incrocio delle 128 banche dati, che non dialogano tra loro e potrebbero risultare decisive per combattere l’evasione fiscale; sulla
messa online di tutte le spese di tutte le amministrazioni; sull’accorpamento di Aci, Pubblico registro automobilistico e Motorizzazione civile; sulla fusione in una
delle 5 scuole per i dirigenti; sul censimento di tutti gli
enti pubblici. E invece anche per conoscere la sorte di
queste proposte bisognerà aspettare il 13 giugno. Quando si vedrà anche che fine avranno fatto le proposte più
controverse. Alcune sembrano di difficile realizzazione
pratica, visto che nessun governo ci è riuscito: dalla mobilità obbligatoria per i dipendenti alla licenziabilità dei
dirigenti, dal demansionamento per evitare di finire tra
gli esuberi agli aumenti di retribuzione legati al merito.
Annunciato.
I numeri dell’esecutivo
I voti di fiducia
sì
no
astenuti
169
139
Camera Dl Salva
10 aprile Roma
2014
325
176
0
Camera Dl Lavoro
23 aprile
2014
184
1
Camera Dl Missioni
13 marzo
2014
325
177
2
Camera Dl Droga
29 aprile
2014
186
Senato Ddl Delrio
26 marzo
2014
0
Senato Governo
25 febbraio
2014
0
Camera Governo
25 febbraio
2014
378
220
344
335
160
133
La spending review
La revisione della spesa pubblica è
uno dei capisaldi della politica
economica del governo. Alcuni tagli sono stati realizzati, per lo più di natura simbolica, come i
371.400 euro incassati con la vendita all’asta online delle
prime 52 auto blu dei ministeri. Una seconda asta è in corso
e si concluderà il 16 maggio. Obiettivo: cedere in tutto 151
auto blu. Un piccolo segnale anche la decisione, presa il 4
aprile, di chiudere 4 ambasciate (Honduras, Islanda, Santo
Domingo, Mauritania) e la rappresentanza presso l’Unesco a
Parigi, che verrà assorbita dalla rappresentanza italiana all’Ocse, sempre nella capitale francese. Il governo, con il voto
di fiducia, ha portato a casa anche la legge Delrio (presentata
sotto il governo Letta) che abolisce le province elettive: una
riforma importante dal punto di vista politico, molto meno
per i risparmi che potrà generare (i 60 mila dipendenti delle
Province passeranno infatti agli altri enti locali). Più consistenti i tagli per 3,1 miliardi di spesa pubblica nel 2014 messi
tra le coperture del decreto bonus: 2,1 dovrebbero venire da
tagli a carico di ministeri, regioni ed enti locali (700 milioni
ciascuno), ma questi ultimi hanno già detto che non sanno
come fare. E nessuno ha capito dove il governo troverà i 14
miliardi di euro di tagli di spesa annunciati per il 2015 e da
decidere con la prossima legge di Stabilità per confermare
anche nei prossimi anni il bonus di 80 euro.
In itinere (fatto al 25%).
Le riforme istituzionali
Ruotano intorno a due provvedimenti, il cui cammino si è fatto molto più
difficile di quanto il presidente del
Consiglio immaginasse: la riforma elettorale e l’abolizione del Senato elettivo. Su entrambi Renzi, ancor prima di entrare a Palazzo
Chigi, aveva raggiunto, da segretario del Pd, un accordo con il leader dell’opposizione Silvio Berlusconi (il cosiddetto patto del Nazareno). La tabella di marcia iniziale prevedeva l’approvazione entro
Corriere della Sera Lunedì 5 Maggio 2014
29
22
15
52
le auto blu dei ministeri
vendute all’asta su ebay
371.400 euro
l’incasso totale
febbraio
data di insediamento del governo
i nomi scelti dal governo che
compongono le liste dei membri
dei consigli di amministrazione di Eni,
Enel, Finmeccanica e Poste Italiane
4
le riunioni
del Consiglio
dei ministri
Primo Piano 13
italia: 51575551575557
80
ambasciate
saranno soppresse (Honduras,
Islanda, Santo Domingo,
Mauritania).
gli euro in più
in busta paga
dal mese di maggio
per circa 10 milioni
di lavoratori
dipendenti
con redditi compresi
tra 8 e 24mila euro
lordi annui
44 proposte
104
annunciate dal governo per la riforma
della pubblica amministrazione tutti i cittadini
potranno inviare le loro osservazioni all’indirizzo
[email protected] fino al 31 maggio
decreti
legge
Tra cui un disegno di legge costituzionale
che riforma il Senato (non più elettivo),
la riforma del Titolo V della Costituzione
disegni (federalismo) e un disegno di legge delega
di legge di riforma del mercato del lavoro
CORRIERE DELLA SERA
aprile dell’«Italicum», la nuova legge elettorale che introdurrebbe
per la prima volta nelle elezioni politiche la possibilità del ballottaggio tra le prime due liste o coalizioni se nessuna supera il 37%.
Sempre entro il mese appena passato, era ipotizzata l’approvazione
in almeno uno dei due rami del Parlamento del disegno di legge costituzionale per l’abolizione del Senato elettivo. Le cose sono andate diversamente. I provvedimenti procedono con ritardo. L’Italicum, frutto dell’integrazione e correzione di progetti di legge già in
discussione in Parlamento, approvato alla Camera, è ora all’esame
delle commissioni in Senato. Il disegno di legge costituzionale, che
oltre al bicameralismo perfetto corregge anche il Titolo V della Costituzione (federalismo), è stato varato dal Consiglio dei ministri il
31 marzo. Attualmente è fermo alla commissione Affari costituzionali del Senato. Renzi ha spostato l’obiettivo della prima approvazione al 10 giugno. Va ricordato che i disegni di legge costituzionali
richiedono 4 voti, cioè la doppia approvazione in Camera e Senato.
Sia in Forza Italia sia nel Pd sono in corso importanti ripensamenti
sull’intero pacchetto. La prospettiva che il secondo partito possa
essere non quello di Berlusconi ma quello di Beppe Grillo, ipotesi
che andrà verificata alle elezioni europee del 25 maggio, genera ripensamenti sull’opportunità di introdurre una legge elettorale col
ballottaggio, mentre Forza Italia fa marcia indietro rispetto al Senato delle Regioni (darebbe un vantaggio al Pd) e rilancia il presidenzialismo.
In itinere (fatto al 20%).
I pagamenti alle
imprese
«Entro luglio pagheremo 68 miliardi di euro di debiti arretrati con le
imprese», aveva annunciato Renzi il 12 marzo presentando il
disegno di legge approvato in Consiglio dei ministri che, attraverso la garanzia della Cassa depositi e prestiti, favorisce la cessione alle banche dei crediti vantati dalle imprese nei confronti
della pubblica amministrazione. Nei 68 miliardi erano compresi i 22 già pagati nel 2013 sui 47 miliardi messi a disposizione dai provvedimenti del governo Letta per il biennio 20132014. A questi 47 miliardi Renzi ne ha aggiunti 13 con il decreto
bonus, che ha fatto propria anche la garanzia della Cdp. Il totale
sale così a 61 miliardi, un po’ meno dei 68 annunciati. Ma il pagamento effettivo è fermo a 23,5 miliardi, secondo l’ultimo
monitoraggio del ministero dell’Economia fermo al 28 marzo.
Anche ipotizzando un’accelerazione nell’ultimo mese, l’obiettivo di pagare 61 miliardi resta molto lontano.
In itinere ( fatto al 40%).
Il riassetto di Palazzo
Chigi
Sarà la presidenza del Consiglio a dare
l’esempio, ha più volte spiegato Renzi,
riferendosi alla necessità di ruotare gli incarichi dei dirigenti pubblici, di fissare un tetto alle retribuzioni, di legare la parte variabile
dello stipendio ai risultati. Il tetto di 240 mila euro lordi annui, pari
a quanto prende il presidente della Repubblica, è stato deciso per
tutti i dirigenti pubblici e per i manager delle società pubbliche non
quotate (escluse Poste, Ferrovie e Cdp perché emettono obbligazioni) con il decreto bonus. A buon punto è anche la riorganizzazione
di Palazzo Chigi, con la rotazione dei capi dipartimento. Sono in via
di costituzione le due unità di missione, una per l’edilizia scolastica
e l’altra per la difesa del suolo. Quanto alla cabina di regia per l’economia con a capo Yoram Gutgeld niente è stato ufficializzato, né il
previsto trasloco del commissario per la spending review, Carlo
Cottarelli, dal ministero dell’Economia a Palazzo Chigi risulta avvenuto. Infine, sulla trasparenza, bisognerà attendere fino al 24 maggio, quando scade il termine di legge per la pubblicazione dei redditi e della situazione patrimoniale del presidente del Consiglio e
dei ministri. La casella di Renzi sul sito di Palazzo Chigi è ancora
vuota.
In itinere (fatto al 70%).
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Lo studio
La finanza pubblica
durante la Grande Crisi
In un documento di 42
pagine l’istituto Bruno
Leoni ha fatto il punto
sulle misure di finanza
pubblica negli ultimi
cinque anni passando in
rassegna quattro diversi
governi (Berlusconi IV,
Monti, Letta e il neonato
esecutivo Renzi) e le loro
misure di politica
economica. L’istantanea
scattata dall’istituto
restituisce alcuni temi
chiavi sintetizzabili in: 1)
aumento dell’incidenza
della spesa pubblica
sopra quota 50% del
prodotto interno lordo; 2)
una crisi del debito
sovrano (2011)
successiva alla crisi
finanziaria deflagrata con
il collasso di Lehman
Brothers (2008) con
conseguente crollo della
fiducia da parte dei
creditori di non vedersi
rimborsati i titoli di Stato
a scadenza; 3)
L’inevitabile aumento del
costo del debito pubblico
italiano salito in un solo
anno (2011) dal 4 al
6,3%
Le scelte dei governi
Dell’era Tremonti l’istituto
Bruno Leoni segnala
come abbia «ignorato a
lungo i segnali della crisi»
non adoperandosi a
dovere nelle misure di
liberalizzazioni.
Dell’esecutivo Monti il
paper rivela come l’opera
di «risanamento sia stata
convincente», ma la
riforma Fornero «ha reso
più rigido il mercato del
lavoro scoraggiando le
assunzioni a termine».
Dell’era Letta un bilancio
in chiaroscuro per le
premesse di crescita della
spesa pubblica non
compensate dagli effetti
benefici della spending
review. Infine del governo
Renzi il suggerimento «di
accompagnare con
misure di privatizzazioni
più incisive volte a ridurre
il debito il previsto
allentamento del rigore»
Il vertice Oggi a Bruxelles le previsioni della Commissione sulle economie Ue
«Pareggio di bilancio al 2016
credo che l’Europa dirà di sì»
Padoan: i dubbi del Senato sulle coperture? Non sono solidi
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
BRUXELLES — «I dubbi del Senato mi
sembrano non molto solidi. Le coperture
per il decreto Irpef ci sono. Mi aspetto
sorprese positive per la seconda metà
dell’anno: l’Italia sta cambiando, i suoi
squilibri – crescita debole e debito pubblico eccessivo – verranno sanati».
Questo spiega, o promette, Pier Carlo
Padoan, ministro dell’Economia. «Rassicurazione» è la parola chiave che oggi
apre – o vuole aprire – la pista alle riforme economiche in Italia. A partire dai famosi bonus da 80 euro in busta paga
(«quasi 11 milioni di persone li prenderanno»). È una parola lanciata da Roma
anche in direzione di Bruxelles, Berlino,
o Parigi. Padoan, ospite della trasmissione «Che tempo che fa» con Fabio Fazio su
Rai3, parla al Senato diffidente sulle coperture del decreto Irpef, ma non solo:
gli interlocutori principali sono i ministri delle finanze dell’Eurozona e di tutta
l’Unione Europea, che attendono da oggi
il collega italiano nei vertici dell’Eurogruppo-Ecofin; e poi la Commissione
Europea che metterà nero su bianco le
sue previsioni economiche di primavera,
anche sull’Italia: pagella temuta e spesso
scivolosa, per tutti i Paesi europei a cavalcioni fra un inizio di ripresa e nuove
tentazioni di prodigalità nei bilanci.
Ma Padoan, preannuncia dallo schermo, verrà a dire a Bruxelles esattamente
l’opposto: che l’Italia non ha le stesse
tentazioni, per esempio, della Francia,
nel guardare al rapporto fra il proprio
deficit e il prodotto interno lordo, fissato
dall’Ue in un 3% (quasi, come dimostra
Parigi) invalicabile. Se Bruxelles ci concedesse di arrivare a quota 4,3% in quello
stesso rapporto, dicono certe simulazioni, avremmo circa 25 miliardi di euro in
più da spendere… «Ma a noi non serve –
parola di ministro – aumentare il nostro
2,6%, ben lontano dal risultato della
Francia». Traduzione: staremo ai patti,
non usciremo dai vincoli che Bruxelles
ha stabilito. Eppure quegli stessi vincoli,
poco tempo fa, hanno provocato spallucce e aggettivi come «anacronistici» fra
uomini di prima fila in questo stesso governo: e dunque, oggi come tante altre
volte in passato, a Padoan come già a Fabrizio Saccomanni e ad altri prima di loro, toccherà l’ingrato compito di vaccinare la Commissione Europea, o l’Eurogruppo-Ecofin, contro l’antico virus della diffidenza nei confronti dell’Italia. E
tutto questo a poche settimane dalle elezioni europee, quando ogni mezza parola da Bruxelles può sciogliere le brigate
delle cordate populiste all’arrembaggio.
Se sul gradino del rapporto deficit/Pil
il ministro annuncia disciplina e resi-
stenza, poi ammette però che l’Italia ha
guai di altro genere con serie ripercussioni per l’Europa: «Vero, da noi ci sono
squilibri eccessivi: come l’eccessivo debito pubblico maturato dagli anni ‘80 (il
secondo nella Ue dopo quello di Atene,
ndr), o come il fatto che cresciamo troppo poco. Questi squilibri, dirò all’Europa, cesseranno».
L’altra domanda carica di muto imbarazzo, e sospesa fra Roma, Bruxelles e
Berlino, è quella sul rinvio del pareggio
di bilancio al 2016, quasi una bestemmia
per le regole merkeliane del «fiscal compact» e per tutti gli altri patti
stretti negli anni peggiori della crisi fra i governi dell’euro.
Accetteranno, dunque, i nuovi leader della Commissione e
del Consiglio Europeo, e con
loro la signora Merkel che regna a Berlino? «Penso di sì –
dice Padoan – la giustificazione addotta per questa richiesta è in linea con ciò che l’Europa prevede». Per conferme,
smentite, o semplici giudizi
integrativi, attendere oggi o
anche il 2 giugno, quando la
Commissione diffonderà le
sue prossime raccomandazioni contro gli squilibri maIl ministro dell’Economia, Padoan, ospite da Fazio
croeconomici (che secondo la
dottrina merkeliana potrebbero essere
generati, appunto, anche dal rinvio di un
pareggio di bilancio).
Gli appuntamenti
E l’altro enorme fardello, quello dei
debiti pregressi della pubblica amminiSettimana intensa quella che comincia
strazione nei confronti delle aziende prioggi per l’Europa. Alle 11 saranno note
vate? L’Italia s’è già beccata una procedule nuove previsioni macro-economiche
ra di infrazione della Commissione Eudella Commissione europea:
ropea a causa dei suoi ritardi, e un’altra si
conterranno dati e stime su inflazione,
profila all’orizzonte. Anche in questo
occupazione, deficit e debiti dei conti
campo, Padoan si mostra però ottimista:
pubblici dei 28 Paesi dell’Unione.
«Abbiamo mobilitato risorse che perLa valutazione dell’esecutivo Ue sarà
metteranno di risolvere il problema».
comunque resa nota il 2 giugno. Nel
Quando, in che tempi? «Adesso, la cosa
pomeriggio è in programma la riunione
sta nel decreto Irpef». Oggi, l’Europa codell’Eurogruppo. Domani invece
mincerà a dire che cosa ne pensa.
la riunione dell’Ecofin con i ministri
Luigi Offeddu
dell’economia dell’unione europea
[email protected]
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Il caso Andrà sul mercato senza l’ombrello della troika Ue-Fmi-Bce
Il Portogallo come l’Irlanda,
fuori dal piano di salvataggio
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
MADRID — Dublino l’ha deciso 4 mesi fa, ieri è toccato a Lisbona: il Portogallo sarà il secondo Paese dopo l’Irlanda a
uscire dalla procedura di salvataggio della troika. E lo farà in
modo «pulito», senza cioè chiedere alcun ombrello per le future aste di finanziamento del debito pubblico. Lisbona confida
cioè che i capitali in fuga dai Paesi emergenti continuino ad affluire abbassando i tassi d’interesse per tutta Europa. Pochi,
anche solo un anno fa, ci avrebbero sperato.
Conti e competitività sembrano avviati verso un orizzonte migliore nonostante l’obiettivo di deficit sia stato posticipato
e il debito sia aumentato. Partito da quota 100% nel 2010 il debito luso sfiora ora i livelli italiani con il 128%. La bancarotta
e l’uscita dall’euro però sono
state evitate grazie al prestito da
78 miliardi del 2011. Ora Lisbona si dice in grado di camminare sulle proprie gambe. Il doloroso miracolo si riassume con
due valori che su un grafico si
incrocerebbero come una x. Da
una parte la linea in salita a indicare la crescita del 12% del
prelievo fiscale da 32,3 miliardi
del 2010 a 36,2 nel 2013. Dall’altra la linea in discesa, quella del
Pil, crollato negli stessi anni del
6%. Strizzare più soldi da
un’economia in recessione ha
significato guadagnarsi la fiducia sui mercati, ma anche provocare povertà ed emigrazione.
I portoghesi hanno protestato in modo molto diverso dalla
Grecia. Cortei sì, numerosissimi, ma senza le violenze di piazza Syntagma, anche perché il
primo ministro Pedro Passos
Coelho è stato eletto quando
erano già chiari i sacrifici che
avrebbe imposto. Così il Paese è
finito nel radar della curiosità
cinica degli altri europei quasi
solo per i paradossi del benessere perduto: le ambulanze anti
infarto ferme per mancanza di
benzina, le code alle ambasciate
delle ex colonie africane per
emigrare, le autostrade costretL’esecutivo
Pedro Passos Coelho,
49 anni, primo ministro
del Portogallo da giugno
2011. Socialdemocratico,
guida un governo di coalizione con
il partito
Popolare
te a cambiare nome a causa di
quell’eccesso di ottimismo che
le aveva fatte battezzare Sem
Custo Para el Utilizador, cioè
«gratis».
Uscire dalla lente della troika
non significherà ancora abbassare le tasse. Nella dodicesima e
ultima analisi delle finanze portoghesi, Fmi, Commissione Europea e Bce, hanno ottenuto
l’impegno di Lisbona a mantenere la pressione fiscale praticamente invariata anche per il
2015. Dei dati positivi, però ci
sono. Il 23 aprile Lisbona ha
collocato sul mercato 750 milioni di bond decennali al tasso del
3,5752% (i Btp italiani erano al
3,40%). Il Pil portoghese è previsto in crescita dell’1,2% per fine anno e la bilancia dei pagamenti è ora leggermente positiva. Il Paese ha sofferto e continuerà a farlo, ma resta
caparbiamente attaccato all’Ue.
L’arretratezza da isolamento
dell’epoca della dittatura è troppo recente. Con una prospettiva
più lunga della dichiarazione
dei redditi annuale, la maggioranza dei portoghesi valuta che
l’adesione all’Ue ha cambiato in
meglio la sua vita. Nel ’74, anno
della rivoluzione dei garofani,
solo il 5% dei giovani arrivava
alla maturità. Oggi il 78%.
Andrea Nicastro
@andrea_nicastro
© RIPRODUZIONE RISERVATA
14
Lunedì 5 Maggio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Esteri
Ucraina Verso il voto dell’11 maggio nell’Est. A Odessa la polizia sotto assedio libera una trentina di separatisti
I filorussi preparano il bis della Crimea
«Il nostro referendum lo paga Mosca»
Stampate 3 milioni di schede, mentre Kiev rafforza l’offensiva per impedirlo
A Odessa, nel Sudest del Paese, qualche migliaio di militanti pro russi ha assediato il comando di polizia, chiedendo e ottenendo il rilascio di una trentina di attivisti arrestati
venerdì scorso, dopo gli scontri e l’incendio che hanno provocato 46 morti. Intanto a Nord di Donetsk continua l’offensiva dell’esercito ucraino, tra Sloviansk, Kramatorsk e Konstantinovka. I filorussi oppongono una dura resistenza.
DAL NOSTRO INVIATO
DONETSK — Nel palazzone del Governatorato tutto
sembra pronto per il referendum «sull’indipendenza del
Donbass» fissato per domenica prossima, 11 maggio.
Così almeno dice un uomo
che si qualifica come il «responsabile per la consultazione popolare». Niente nomi, niente foto e informazioni che troveranno la loro verifica nei fatti dei prossimi
giorni. Nel Donbass gli elettori sono circa tre milioni.
Organizzare da zero una consultazione di questa portata
costa molto, anche se è difficile stimare una cifra precisa.
Ma non ci sono problemi, è
la risposta che stupisce per la
sua linearità, tutte le spese
sono già state coperte con i
soldi arrivati da Vladimir Putin e dall’ex presidente Victor
Yanukovich, esiliato a Rostov
sul Don, nella Russia meridionale. Stanno pensando
loro a tutto. A cominciare
dalla doppia barricata che
protegge il grande edificio di
concezione razionalista dove
sono asserragliati i capi del
movimento. Sarebbe costata,
dicono gli stessi militanti, un
milione di grivne, circa 65
mila euro. Per Yanukovich
poco più di una donazione se
è vero, come sostiene il procuratore generale di Kiev,
Oleg Makhnitsky, che il clan
del presidente sia scappato
rubando 32 miliardi di dollari (23 miliardi di euro), dalle
riserve statali.
I separatisti dicono di aver
già stampato le schede con
una domanda semplice: «Volete voi l’indipendenza della
Repubblica del Donbass?».
Di solito gli elettori ricevono
a casa un invito con l’indicazione del seggio di appartenenza. Ma stavolta non sarà
così e qui comincia la confusione, perché nessuno sa ancora se e dove verranno allestite urne regolari. Il «responsabile» rimanda l’annuncio a ridosso del voto,
perché teme che l’esercito
possa presidiare gli edifici
individuati, vanificando i
piani.
Dunque, dietro i posti di
blocco, i passamontagna, i
kalashnikov c’è un gruppo,
assistito da Mosca, che ragiona in modo spregiudicato, ma con lucidità per applicare lo schema Crimea anche
qui. I filo russi dicono che rispetteranno l’esito del referendum, stanno cercando gli
scrutatori e vogliono soprattutto donne. A patto, però,
che facciano parte del movimento. In altre parole non
Rilasciato a Odessa
Uno degli attivisti pro Mosca
liberato ieri. Era stato incarcerato
venerdì dopo gli scontri
a Odessa con i filogovernativi (Ap)
Fuoco
Manifestanti
filorussi
bruciano la
bandiera
dell’Ucraina fuori
dal municipio di
Donetsk. Ieri il
premier ucraino
Arseny
Yatseniuk ha
accusato la
Russia di aver
orchestrato gli
scontri di
Odessa che
venerdì scorso
sono culminati in
un rogo che ha
ucciso oltre 40
attivisti filorussi
e portato il
Paese sull’orlo
della guerra
civile (Reuters)
hanno intenzione di offrire
alcuna seria garanzia sulla
correttezza delle procedure.
Nonostante tutto per i separatisti il referendum è una
scommessa. Non solo perché
Kiev, spinta dagli americani,
sta forzando le manovre mi-
litari per bloccare tutto. Ma
perché va risolta l’incognita
più profonda: come risponderà la città? Basta frequentare Donetsk e i dintorni per
rendersi conto di quanto sia
rozza la caricatura di un movimento composto solo dagli
In Svizzera
Congelati i conti di Viktor Yanukovich
ZURIGO — La Procura generale svizzera ha
congelato 170 milioni di franchi (139,5 di
euro) depositati su conti in banche elvetiche
intestati all’ex presidente ucraino filorusso
Viktor Yanukovich e a suoi collaboratori, in
tutto 20 persone compreso il figlio Oleksander.
Berna ha aperto cinque inchieste contro
personaggi sospettati di riciclaggio di denaro.
«uomini verdi», mandati dal
Cremlino.
Esiste, invece, un sentimento popolare autentico, ci
sono gli anziani, i giovani,
persone normali, oneste che
in buona fede credono che
sia meglio passare con la
Russia. Ma che questa gente
e questo sentimento rappresentino la maggioranza è
tutt’altro che certo. Così Donetsk vive in un clima di attesa surreale, turbata da ridicoli allarmi. Per esempio: i
«fascisti» di Kiev stanno avvelenando l’acqua; l’esercito
ucraino sta costruendo un
campo di concentramento
per i dissidenti.
Finora la città ha convissuto con i disordini, le occupazioni degli edifici, la barricata da 65 mila euro, la violenza dei picchiatori armati.
Ora i filorussi, di fatto, chiedono «la verifica» agli altri
concittadini, quelli che anche ieri passeggiavano tranquillamente nei parchi, portavano i bambini alle giostre,
si fermavano nei caffè e nei
ristoranti. Non serve neanche un «sì» o un «no». In
questi casi, chi non ci sta
semplicemente non si presenta.
Giuseppe Sarcina
[email protected]
© RIPRODUZIONE RISERVATA
L’intervista Yergin riflette sulle conseguenze economiche della crisi: l’Europa si rivolgerà agli Usa, chi rischia di più è la Germania
«La Russia ha già scelto:
venderà il gas alla Cina
E sarà una rivoluzione»
DAL NOSTRO INVIATO
NEW YORK — «L’Europa, ancora per alcuni anni, non avrà alternative vere all’approvvigionamento di gas dalla Russia, ma anche
per le multinazionali petrolifere Usa e per
l’intero mercato mondiale dell’energia un
inasprimento delle sanzioni nei confronti di
Mosca avrebbe conseguenze immense: ha ragione chi dice che le decisioni di oggi incideranno per decenni sul commercio mondiale».
Daniel Yergin, uno dei più rispettati e
ascoltati esperti internazionali del mercato
dell’energia, è in grande allarme per l’escalation del conflitto nell’Ucraina orientale.
L’analista, considerato il maggiore storico
dell’industria petrolifera grazie a libri acclamati come The Quest e, soprattutto, The Prize (Il premio, Sperling & Kupfer) col quale ha
vinto il Pulitzer, racconta che nei suoi contatti
coi capi dei grandi gruppi dell’energia percepisce smarrimento, più ancora che ostilità
nei confronti delle possibili misure restrittive
dei traffici.
Gli operatori che si sono impegnati fortemente in Russia, dalla Shell all’Eni, sape-
vano di certo che lì avrebbero corso anche
rischi politici. Del resto petrolio e gas vanno presi dove ci sono.
«E’ vero, ma nel caso della Russia è successo qualcosa di più. Sono stati gli stessi governi, a cominciare da quello americano, a invitare le multinazionali a investire massicciamente in questo Paese. E ciò, nonostante i rischi politici. Anzi, proprio per questo: si
pensava che, allargando la cooperazione economica di Mosca con l’Occidente, creando interessi reciproci pressoché indissolubili, il
Cremlino avrebbe pian piano rinunciato alla
sua aggressività, alla tentazione della con-
❜❜
I nuovi equilibri
Il gas naturale Usa sarà
venduto oltre l’Atlantico. Nel
2021 gli Usa saranno il primo
esportatore mondiale di gas
trapposizione politico-strategica con gli Stati
Uniti e l’Europa. Ma Putin ha mandato all’aria
questi calcoli. Il presidente russo rischia
grosso, ma ora l’Occidente non sa come reagire. Deve mostrare fermezza ma non può
ignorare che le conseguenze di un embargo
allargato a interi settori dell’economia, come
l’energia, saranno pesantissime».
Quali sono i trend che individua, nell’ipotesi di un aggravamento del conflitto?
«Sostanzialmente tre: uno spostamento
delle forniture di gas russo dall’Europa alla
Cina, il crollo degli investimenti esteri in Russia e un’intensificazione degli sforzi per sostituire il gas che l’Europa oggi compra da Mosca con Lng, il gas naturale americano che
verrà esportato in forma liquida attraverso
l’Atlantico. Ma ci vogliono anni per preparare
gli impianti. Tutti, oggi, cercano di concludere contratti con gli Usa che hanno, ormai, vaste riserve di shale gas. Ma le prime forniture
arriveranno solo nel 2015-16 e solo dal 2018
diventeranno un fattore importante per l’Europa. Nel 2021 l’America sarà il maggior
esportatore mondiale di gas».
Un modello di business completamente
diverso per «big oil», le multinazionali degli idrocarburi.
«Beh, non è che si possa passare da un modello all’altro in modo indolore. Come le dicevo, queste società investono massicciamente in Russia da almeno vent’anni, spinte
dagli stessi governi. Progetti che spesso hanno un orizzonte, per il recupero degli investimenti, di 30 o 40 anni. Non possono certo andar via da un giorno all’altro. Per questo parlo
di smarrimento. Lo “choc” è forte. Credo che,
anche se la crisi si risolverà, d’ora in poi i
Profilo
Docente
Daniel Howard
Yergin, nato a
Los Angeles nel
1947, è docente
e grande esperto
d’energia (sotto)
Pulitzer
Nel 1992 ha
vinto il Premio
Pulitzer con un
libro sulla storia
dell’era del
petrolio: «The
Prize». Nel 2011
è stato
pubblicato
il seguito,
«The Quest»
grandi gruppi ci penseranno molto prima di
fare investimenti di lungo periodo in Russia».
Chi rischia di più? Dove verranno prese le
decisioni più importanti e difficili?
«Gli Usa sono sempre determinanti, sul
piano strategico e anche come potenza energetica. Ma stavolta le decisioni più importanti
verranno prese a Berlino. La Germania è centrale non solo per il forte impegno in Russia
dei suoi grandi gruppi industriali e per le
massicce importazioni di gas russo, ma anche
perché il Paese sta perdendo competitività proprio
sul fronte energetico: ha
investito molto in energie
alternative, più pulite ma
anche molto costose. Senza
gas russo, a parte i problemi di approvvigionamento, la competitività del sistema economico sarebbe
ulteriormente compromessa».
Il gas russo alla Cina è
una minaccia o sta già diventando realtà?
«La scelta di fondo Mosca l’aveva già fatta,
e per ragioni economiche: la domanda europea è stagnante. Recessione e demografia
non incoraggiano. La Russia ha bisogno di
vendere più gas e la crescita può venire solo
dall’Asia. La crisi ucraina accentua questa
spinta. Ma Pechino è decisa a negoziare con
durezza sui prezzi con Mosca. E i russi non
vogliono rinunciare a quelli che spuntano
nella Ue».
Massimo Gaggi
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Secondo la «Bild»
«Cia e Fbi
aiutano
gli ucraini»
BERLINO — Cia e Fbi in
aiuto del governo di
Kiev. Decine di
specialisti dei servizi di
intelligence e della
polizia federale
americana
contribuiscono ad
aiutare il governo
ucraino. Lo riferisce la
Bild am Sonntag,
l’edizione domenicale
del quotidiano tedesco
Bild. Citando fonti
tedesche anonime, la
Bild precisa che agenti
della Cia e dell’Fbi
aiutano Kiev a mettere
fine alla ribellione
nell’est dell’Ucraina e a
creare un dispositivo di
sicurezza efficace. La
Bild aggiunge che gli
agenti non sono rimasti
direttamente coinvolti
negli scontri con i
separatisti filorussi. «La
loro attività è circoscritta
alla capitale Kiev», scrive
il giornale nell’edizione
in edicola ieri. Inoltre, gli
agenti dell’Fbi aiutano
Kiev nella lotta contro il
crimine organizzato e un
team specializzato in
questioni finanziarie è
invece impegnato a
identificare l’origine
della fortuna accumulata
dall’ex presidente
ucraino, Viktor
Yanukovich. Il mese
scorso, la Casa Bianca ha
confermato che il
direttore della Cia John
Brennan ha effettuato
una visita a Kiev
nell’ambito di un viaggio
in Europa, una tappa
«condannata» come
un’ingerenza da Mosca.
Corriere della Sera Lunedì 5 Maggio 2014
Esteri 15
italia: 51575551575557
La festa La tradizionale «cena dei corrispondenti»
Spiritoso
Quattro espressioni del presidente Obama
che, ieri, alla cena dei corrispondenti non
ha lesinato battute sui repubblicani, su se
stesso, sulla sua
amministrazione e persino
sull’arcinemico
del momento, il
presidente Vladimir Putin.
Obama ha ricordato
che il capo del
Cremlino era tra
coloro che, lo
scorso anno,
vennero considerati per il
Premio Nobel
per la Pace.
«Ma a
essere onesti —
ha scherzato —
ormai lo danno
praticamente a
tutti».
«Il Nobel a Putin?
Lo vincono tutti»
L’(auto)ironia di Obama
La serata da showman del presidente
DAL NOSTRO INVIATO
NEW YORK — «Nel 2008 il
mio slogan è stato “yes, we can”.
L’anno scorso ho scelto “control-alt-canc”». Per fortuna che,
a salvare l’aspetto
giocoso della cena
dei corrispondenti
dalla Casa Bianca c’è
stata l’autoironia
amara di Barack Obama sui disastri informatici che nei mesi
scorsi hanno semiparalizzato la sua riforma sanitaria. Altrimenti l’evento, atteso
come una rara finestra di buonumore nel grigiore
della politica washingtoniana,
sarebbe scivolato nell’irrilevanza. Con un presidente che, solitamente brillante e dall’eloquio
convincente, non è molto propenso a prendersi in giro in circostanze come questa, mentre i
suoi consiglieri gli preparano
testi che diventano, anno dopo
anno, sempre più prudenti.
Qualche battuta per cercare
di sdrammatizzare gli insuccessi del 2013 riconoscendo, comunque, che quello passato è
stato per lui un anno molto difficile. Un po’ di sarcasmo per gli
avversari repubblicani e per la
stampa. Rinuncia totale a fare
dell’ironia sulle questioni e sui
personaggi internazionali con
un’unica eccezione per Vladimir
Putin. Il presidente russo, però,
non viene tirato in ballo per
Il sorriso della First Lady
Michelle Obama ride divertita
mentre ascolta le battute del marito, ieri, alla cena dei corrispondenti
l’Ucraina, ma in quanto nuovo
«beniamino» dei repubblicani
che amano confrontare la sua
aggressiva determinazione con
l’irresolutezza del presidente
americano. L’arciconservatore
Pat Buchanan l’anno scorso vedeva Putin ormai a un passo dal
premio Nobel per la Pace. «Beh,
può sembrare pazzesco», dice
Obama davanti a una platea a
caccia di risate, «ma non c’è da
stupirsi, visto che ormai quel
premio lo danno al primo che
capita»: il riconoscimento implicito di averlo ricevuto anche
lui senza grosso merito.
Per il resto Obama ha mollato
qualche sberla al capo dei conservatori alla Camera, John Boehner («sono dispiaciuto per come lo trattano i repubblicani:
con lui sono più duri che con
me») e al suo vice: «Come sapete, leggo tutti i giorni le lettere
che mi mandano normali cittadini in difficoltà è l’altro giorno
mi è capitata tra le mani quella
di un cittadino della Virginia,
costretto da anni ad accettare un
lavoro part-time per sopravvi-
vere, mentre viene maltrattato
dal suo capo. Uno che non ha alcuna possibilità di fare carriera:
Eric Cantor». Ma, soprattutto,
Obama ha approfittato dell’occasione per levarsi qualche sassolino dalle scarpe nel difficile
rapporto con la stampa, soprat-
Parigi
Monti accademico di Francia al posto di Havel
PARIGI — Oggi l’ex premier italiano
Mario Monti entrerà con una
cerimonia solenne alla prestigiosa
Accademia di Scienze morali e
politiche de l’Institut de France, a
Parigi, occupando la poltrona che fu di
Vaclav Havel, di membro associato
straniero. Monti accetterà la nomina
pronunciando un discorso di elogio
del predecessore. Ieri sera il presidente
francese François Hollande era l’ospite
più atteso alla cena che l’ambasciatore
d’Italia, Giandomenico Magliano, ha
offerto per l’Institut de France. Monti
era diventato membro dell’Accademia
il 3 dicembre 2012 in riconoscimento
dell’impegno profuso a favore dei
valori europei.
tutto le tv, che non lo seguono
più con la simpatia e l’attenzione di un tempo.
A due reti un tempo considerate amiche — Cnn e Msnbc —
ha riservato vere e proprie staffilate. Parlando davanti a una
platea di 2.400 giornalisti, politici e personaggi dello spettacolo in tenuta di gala, il presidente
ha ironizzato sulla crisi di ascolti della Msnbc: «I suoi giornalisti sono stupiti davanti a questo
pubblico: non hanno mai visto
tanti spettatori tutti insieme». E
alla Cnn, accusata di trascurare
la Casa Bianca per seguite a tappeto, da settimane, le inconcludenti ricerche dell’aereo scomparso della Malaysia Airlines:
«Scusate se mi vedete un po’ affaticato: è il jet lag per il lungo
viaggio che ho dovuto fare, fino
in Malaysia, per cercare di ottenere un po’ di attenzione dalla
Cnn. Vedete i loro giornalisti?
Sono quelli in piedi là in fondo:
stanno ancora cercando il loro
tavolo».
Chiusura dedicata di nuovo
agli infortuni di Obamacare con
una gag: un filmato si blocca,
Obama mostra imbarazzo e
chiede se c’è qualcuno in sala
capace di riattivare il video. Dalle quinte esce Kathleen Sebelius, l’ex ministro della Sanità
(si è dimessa di recente) considerata da molti la vera responsabile dei disastri organizzativi
dell’autunno scorso: «Tranquillo, ho sistemato tutto io».
M. Ga.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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16 Esteri
Lunedì 5 Maggio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
L’intervista L’ambasciatore a Roma Naor Gilon
L’ombra degli islamisti somali in Kenya
Israele avverte l’Italia
«Sbagliato sottovalutare
le intenzioni dell’Iran»
trebbe eleggere il proprio governo
dentro Israele. E’ la sostanza del dibattito sullo Stato ebraico, che non
significa uno Stato senza nonebrei».
Lei non cita le 13 mila abitazioni
nei territori occupati, che il suo governo ha autorizzato nei 9 mesi
passati... Non sono state una causa
del fallimento?
«Molte riguardano territori che,
sotto ogni piano immaginato finora,
dovrebbero essere comunque israeliani. Ma in generale, abbiamo dimostrato in passato che gli insediamenti non sono un ostacolo, a comincia-
«Negoziati fermi per colpa dei palestinesi»
ROMA — «L’Italia non deve farsi
troppe illusioni con l’Iran. Un giorno, quando le sanzioni verranno tolte, gli iraniani non ragioneranno in
modo sentimentale, tenendo a mente chi per primo aveva riaperto il dialogo. Sceglieranno i loro partner
commerciali in modo geo-strategico, pensando a dove intendono acquistare potere negoziale, America,
Cina, Russia e guardando ai nuovi
equilibri del mondo,
con l’ambizione di essere superpotenza regionale e forse qualcosa in più».
Non usa giri di parole, Naor Gilon. L’ambasciatore d’Israele a
Roma non fa mistero
che il suo governo non
abbia visto positivam e n te l ’ e c c e s s i va
esposizione italiana
verso Teheran. Anche se in questa fase, precisa, gli sembra di registrare
«un rallentamento» rispetto alla gestione Letta-Bonino: «Mi pare che
questo governo sia più prudente verso l’Iran, che ricordo è ancora sotto
sanzioni, l’unica leva che li tiene al
tavolo del negoziato. In tutta sincerità il nostro problema con l’Italia, anche con altri Paesi ma soprattutto
con l’Italia, è che rischia di creare la
falsa percezione che tutto sia cambiato e aperto nel rapporto con Tehe-
Chi è
Diplomatico
Naor Gilon
è nato nel 1964
in Israele,
ha studiato
a Tel Aviv
e Budapest
Entrato al
Ministero degli
Esteri nel 1989,
ha ricoperto
diversi incarichi
diplomatici.
Dal primo
febbraio 2012
è ambasciatore
d’Israele
in Italia
e a San Marino
ran, mandando un segnale sbagliato.
E questo è pericoloso per il negoziato».
Eppure la trattativa nucleare
sembra registrare progressi significativi. Cosa vi preoccupa?
«Gli obiettivi dell’accordo preliminare non sono quelli giusti, non
danno abbastanza garanzie. E non
solo noi, i Paesi arabi del Golfo temono un Iran nucleare. Noi non vogliamo che l’Iran diventi come il
Giappone o il Canada, che hanno la
tecnologia necessaria per il nucleare
militare, ma non fanno il salto. Quelli sono Paesi pacifici, mentre l’Iran è
pericoloso, ha ambizioni egemoniche sull’intera regione. Teheran dovrebbe avere una limitata capacità
atomica civile, sotto controllo internazionale. Dovrebbe essere bloccato
non a 3 mesi, ma a 3 anni dalla possibilità di costruire un ordigno».
Intanto l’altra trattativa, quella
che vi riguarda direttamente con i
palestinesi, è nuovamente deragliata. Per colpa di chi?
«Mi sembra chiaro. Tutte le volte
che ci avviciniamo a un accordo, loro
fanno inversione a U. E’ successo tra
Arafat e Ehud Barak, tra Abu Mazen e
Ehud Olmert. Quella attuale è un’inversione più sofisticata: prima è sparito dalla scena il famoso paper americano, che i palestinesi hanno rifiutato. Poi hanno minacciato di dissolvere l’Autorità. Quindi, contro ogni
Il ruolo di Hamas
«Abu Mazen si sta alleando
con Hamas senza porre
condizioni, come la rinuncia al
terrorismo. Dovremo reagire»
Terrore a Nairobi, bombe contro due autobus
NAIROBI — Almeno tre morti e 62 feriti, tra
i quali 20 in gravi condizioni: è il bilancio
provvisorio dell’esplosione di due ordigni
che ieri hanno devastato due autobus a
Nairobi (nella foto Afp alcuni dei passeggeri
sotto choc). Gli autobus stavano viaggiando
su Thika Road, un’arteria molto trafficata a
impegno preso, hanno chiesto di
aderire a 15 organizzazioni dell’Onu.
Dulcis in fundo, l’alleanza con Hamas. La sequenza dimostra che cercavano una strada per chiamarsi
fuori».
Nel merito, dov’è stato il punto di
rottura?
«A parte l’acqua, ci sono 5 temi
fondamentali: la natura dell’entità
palestinese, Gerusalemme, i confini,
la sicurezza e i rifugiati. Hanno avuto
Nord-est della capitale. Sabato a Mombasa
c’era stato un duplice attacco con granate
contro due hotel, tre i morti. Attentati e
agguati si sono intensificati in Kenya
dall’ottobre del 2011, quando l’esercito del
Paese africano è intervenuto in Somalia
contro le milizie islamiste di Shebab.
13.000
le nuove case
nei territori
autorizzate
dal governo
d’Israele
negli ultimi
nove mesi
il sì degli europei sullo Stato, su Gerusalemme Est come capitale, sui
confini del 1967. Restano due temi
sui quali dovevano concedere qualcosa. Ad esempio vorrebbero altri rifugiati in Israele, dove i palestinesi
sono già il 20% della popolazione. E’
la teoria del salame, coniata da Arafat: otteniamo quello che possiamo
nel negoziato, demografia e democrazia faranno il resto, cioè diventare
col tempo una maggioranza, che po-
re da quando evacuammo più di 10
mila persone da Gaza senza ottenere
nulla in cambio, a parte i missili verso i villaggi israeliani al confine».
Che succede ora?
«Che Abu Mazen sta alleandosi
con Hamas, senza porre loro alcuna
condizione, come rinunciare al terrorismo, riconoscere Israele o accettare gli accordi passati. Sta facendo
un accordo tecnico. Ma così apre ad
Hamas le porte dell’Olp. Se ciò avvenisse, sarebbero loro poi a diventare
responsabili della trattativa».
Prenderete misure unilaterali?
«Penso che Israele reagirà. Ci sono
diverse idee che vengono discusse. I
palestinesi ci devono molti milioni
di dollari in utenze arretrate, energia
e servizi. E siccome noi siamo gli
esattori delle loro tasse, dedurremo
quello che ci devono prima di versar
loro il gettito fiscale».
Paolo Valentino
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Corriere della Sera Lunedì 5 Maggio 2014
La storia
Esteri 17
italia: 51575551575557
✒
Inutili le proteste delle organizzazioni umanitarie internazionali. Le norme si applicheranno anche ai cristiani
E la fidanzata
di Clooney
difende la spia
di Gheddafi
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
PECHINO — Nelle parole del sultano Hassanal Bolkiah, l’introduzione del codice penale islamico per
il felice popolo del Brunei è «un atto
di fede e gratitudine nei confronti di
Allah, l’onnipotente». Si tratta di infliggere pene come la flagellazione,
l’amputazione degli arti ai ladri e la
morte per lapidazione agli adulteri e
a chi commette atti sessuali contro
natura. La decisione è stata presa
dopo una lunga polemica che ha
coinvolto le organizzazioni internazionali per i diritti dell’uomo. Ma il
sultano, dall’alto dei suoi 20 miliardi di dollari di ricchezza personale
costruita sul petrolio e del diritto
divino al regno sui 416 mila sudditi
del suo minuscolo Stato incuneato
nel Borneo, il primo maggio ha
emanato il decreto. Come riportato
dalle cronache mondane, il sultano
vive in un palazzo di 1.788 stanze, si
fa proteggere da una guarnigione di
mille soldati britannici ereditati
dall’epoca coloniale ed è noto per la
stravaganza: quando festeggiò i 50
anni, ingaggiò Michael Jackson per
una serata costata 17 milioni di dollari. Come regalo di nozze alla terza
moglie, una star televisiva che ha
meno della metà dei suoi anni, pensò a un corano d’oro da quattro milioni. Gli eccessi contraddistinguono la famiglia regnante.
Il fratello del sultano, Jefri
Bolkiah, ha un harem e un superyacht che si chiama «Tits» (tette) e
due barche d’appoggio battezzate
«Nipple 1» e «Nipple 2» (capezzolo
uno e due). Tempo fa i fratelli si
scontrarono per un ammanco miliardario nelle casse del sultanato.
Oggi Hassanal Bolkiah ha 67 anni
e con l’età, dicono i politologi, sta
diventando sempre più religioso.
Forse si prepara all’aldilà. Il sultano,
secondo i sondaggi, gode dell’appoggio di quel 70 per cento della
popolazione del Brunei che è formato da musulmani di rito sunnita. Il resto è composto da un 15 per cento
di cinesi e da una minoranza cattolica e anglicana. La legge coranica si
applicherà anche a loro e i
vescovi locali già temono
di dover sospendere i battesimi per non incorrere
nei rigori del codice.
Bolkiah sostiene che il
codice penale islamico difenderà il regno dall’esterno, dalla globalizzazione che
porta influssi decadenti, tentazioni
che vengono diffuse via Internet:
«Queste leggi sono un aiuto di Dio».
Il codice legato alla Sharia sarà introdotto in tre fasi. Nella prima subiranno ammende e pene detentive
coloro che saranno trovati colpevoli
di condotta indecente, metteranno
al mondo figli al di fuori del matrimonio o non frequenteranno la
moschea il venerdì. Nella seconda
fase, a fine anno, i condannati per
di M. RICCI SARGENTINI
La famiglia
Il sultano del
Brunei Hassanal
Bolkiah, 67
anni, primo a
destra, con il
principe
ereditario
Muhammad
Ruzaini, al
centro con sua
moglie, la
principessa
Hafizah Sururul
Bolkiah. E,
ultima a
sinistra, la
consorte del
sultano, Saleha.
La famiglia vive
in un palazzo di
1.788 stanze
(Reuters)
Sharia e lapidazione per gli adulteri
Rivolta contro il sultano del Brunei
Appelli a boicottare i suoi hotel a 5 stelle dopo la svolta islamica
L’impero (fino a Milano)
furti e rapine saranno frustati pubblicamente o avranno le mani tagliate. L’anno prossimo la fase finale: lapidazione a morte per adulterio
e sodomia.
La protesta della Commissione
diritti Umani delle Nazioni Unite
non ha fermato il sultano. Lo ha lasciato indifferente anche la minaccia di Londra di rivedere l’accordo
Truppe britanniche
La Gran Bretagna, per
protesta, ha minacciato di
ritirare il contingente di soldati
che proteggono il sultano
Chiesa episcopale degli Stati Uniti
Dall’Athenée
al Principe di Savoia
Star del jet set internazionale
come Ellen DeGeneres e Stephen
Fry hanno reagito al decreto sulla
Sharia nel Brunei lanciando il
boicottaggio della catena di
alberghi Dorchester (sopra,
quello di Londra), di proprietà del
sultano. Altri hotel del gruppo
sono l’Athenée di Parigi e il
Principe di Savoia a Milano
Divorzia il primo vescovo gay
NEW YORK — Il primo vescovo dichiaratamente gay della Chiesa episcopale
negli Stati Uniti ha annunciato ieri il divorzio dal marito. Gene Robinson, 66
anni, vescovo del New Hampshire fino alla pensione nel 2012, dopo le nozze
con una donna e due figli si era unito civilmente con Mark Andrew nel 2008
per poi trasformare due anni dopo l’unione in matrimonio con l’entrata in
vigore della legge sulle nozze gay. Icona del movimento gay negli Usa,
Robinson era stato oggetto di dure critiche, perfino di minacce di morte, e
aveva causato una profonda divisione nella Chiesa episcopale Usa e in quella
anglicana inglese a cui la prima è legata. Nel 2008 gli era stato vietato di
partecipare alla Conferenza anglicana nel Regno Unito ma l’anno dopo aveva
aperto la cerimonia del giuramento di Barack Obama a Washington.
che fornisce al Brunei (a pagamento) il battaglione di soldati di Sua
Maestà britannica.
Si sta mobilitando anche un fronte di personalità del jet set internazionale, guidato dall’attore inglese
Stephen Fry e dalla star americana
Ellen DeGeneres. «Dobbiamo mandare al sultano un chiaro messaggio: cominciamo boicottando la sua
catena di alberghi a cinque stelle
Dorchester Collection», ha scritto
su Twitter Fry, che si rivolge ai suoi
6,7 milioni di followers. Si è unito il
designer di scarpe americano Brian
Atwood, che ha incitato l’industria
della moda a disertare gli alberghi
Dorchester di Londra, Parigi e Milano durante le settimane delle sfilate. La catena comprende tra gli altri
il Bel-Air di Los Angeles, il Dorchester di Londra, l’Athenée a Parigi, il
Principe di Savoia a Milano. I dipendenti degli alberghi hanno diffuso
un comunicato: «Noi con le questioni religiose e politiche non c’entriamo».
Guido Santevecchi
@guidosant
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D
ichiararsi una paladina
dei diritti umani e
decidere di difendere
Abdullah Al Senussi, l’ex capo
dell’intelligenze militare di
Gheddafi, un uomo accusato
di torture, massacri e atti di
terrorismo, è forse una
contraddizione in termini?
Assolutamente no per Amal
Alamuddin, 36 anni,
avvocata con clienti dal nome
pesante come l’ex segretario
dell’Onu Kofi Annan e Julian
Assange, l’uomo simbolo di
Wikileaks. La bella inglese
d’origine libanese,
recentemente finita sulle
pagine di tutti i giornali per il
suo fidanzamento con George
Clooney, ricorrerà alla Corte
penale internazionale (Cpi)
dell’Aja contro la decisione di
far svolgere in Libia il
processo contro Al Senussi.
«La Corte ha dato la sua
approvazione nonostante il
fatto che la Libia non mi
autorizzi a vedere Senussi. E
questo è un precedente
pericoloso» ha detto
l’avvocata all’Observer. In
effetti da quando, lo scorso
mese, sono cominciate le
udienze del processo, che vede
alla sbarra anche Saif alIslam Gheddafi, agli imputati
non è stato garantito il diritto
alla difesa né la visione delle
prove a carico. Il figlio del
defunto dittatore, tra l’altro,
comparirà in tribunale
soltanto in videoconferenza
perché è ancora nelle mani
delle milizie che lo hanno
catturato. La stessa Amnesty
International ha definito il
processo una farsa. Negli
uffici londinesi dell’avvocata
a Doughty Street i colleghi
giurano che le critiche non
scalfiranno la determinazione
dell’avvocata. Lei ne fa una
questione di principio: «Il
punto è che la Corte dovrebbe
intervenire quando i Paesi
non sono in grado di fare il
loro lavoro. Invece, in questo
caso, permette un processo
scorretto e pericoloso». Tutti
hanno diritto a una vera
difesa anche i criminali più
incalliti. Altrimenti il sistema
non funziona più.
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18
Lunedì 5 Maggio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Cronache
Marche
Vittime
e soccorsi
A Jesi Due carabinieri aiutano un anziano in difficoltà
Sull’acqua Sul pedalò, a Senigallia, durante i soccorsi (Ansa)
L’alluvione Carichi di viveri e medicine agli anziani delle frazioni più isolate
«Siamo feriti, ma ce la faremo»
A Senigallia dolore e solidarietà
Luce e telefoni a singhiozzo, scuole chiuse per due giorni
Renzi in città: «Sarà pronta per la stagione turistica»
Storditi, infangati, ma ancora
in piedi. Senigallia, colpita sabato da una bomba d’acqua che in
pochi attimi ha messo in ginocchio la città, causando due vittime e costringendo centinaia di
persone a rifugiarsi sui tetti e ai
piani alti, sta faticosamente tentando di tornare alla normalità.
Ovunque domina il fango. Elettricità e telefoni funzionano a
singhiozzo. Ma l’acqua sta calando, i fiumi stanno tornando
ai livelli di sempre e la prima
notte dopo l’alluvione è passata
in modo relativamente tran-
quillo. Nelle zone alluvionate si
è recato ieri in visita il premier
Matteo Renzi accompagnato dal
capo della Protezione civile,
Franco Gabrielli. Accolto dagli
applausi, il capo del governo ha
sorvolato le zone colpite a bordo
di un elicottero militare e, dopo
un vertice in Comune, ha affermato: «Questa sarà una settimana operativa con la Protezione
civile. Prima faremo il censimento dei danni e poi, compatibilmente con le difficoltà che
abbiamo nei vari territori, ci sarà l’impegno da parte del gover-
no. Senigallia sarà bella come
sempre, pronta ad affrontare la
stagione turistica». Renzi prende consapevolezza delle difficoltà, anche drammatiche: «Ma
anche della voglia di ripartire.
Sono andato nelle Marche, an-
Il sindaco
«È stato un disastro, ora
preoccupano le frane.
Ci sono stati esempi
di grande coraggio»
e
che in previsione della stagione
turistica, oltre che a portare solidarietà a dare incoraggiamento, a dire che, come fece la Germania di Schroeder con le esondazioni, siamo gente che si rimb o cca l e m a n i c h e , n o n s i
lamenta, non dispera e sa ripartire».
Ma la situazione resta critica e
il governatore Gian Mario Spacca ha annunciato che chiederà al
governo lo stato di calamità naturale. A Senigallia sono all’opera più di 200 Vigili del fuoco affiancati da squadre di soccorri-
tori acquatici. Il sindaco Maurizio Mangialardi non chiude
occhio da due giorni: «È stato un
disastro. Le scuole rimarranno
chiuse per altre 48 ore. Anche
perché adesso a preoccupare sono le frane. In più, l’interruzione
delle linee telefoniche e di internet mi ha impedito di comunicare con i cittadini. Senigallia è
una città ferita, ma ce la faremo.
Ci sono stati tanti esempi di coraggio e solidarietà».
Si guarda il cielo e si incrociano le dita. Da alcune ore non
piove e questo ha consentito
una notevole riduzione dei livelli dei corsi d’acqua, Misa e Cesano, ma soprattutto ha permesso
alle decine di sfollati di rientrare
nelle loro abitazioni (solo una
trentina di persone resta nei locali di un seminario). Protezione civile e forze dell’ordine stanno provvedendo a raggiungere
le frazioni più isolate per assicurarsi che non ci siano situazioni
di difficoltà e rifornire soprattutto gli anziani di viveri e medicinali. La questura di Ancona
ha disposto presidi 24 ore su 24
contro eventuali atti di sciacallaggio, invitando la popolazione
«a non dirigersi nelle zone ancora invase da fango e detriti».
Sarà un trauma difficile da
superare. È avvenuto tutto nell’arco di una decina di minuti.
«All’improvviso abbiamo visto
arrivare un’ondata di fango dalla
strada — racconta Oxana, una
ragazza che vive in uno dei
quartieri più colpiti —. Siamo
fuggiti al piano di sopra, mentre
l’acqua invadeva scantinati e
giardini. Guardate com’è ridotta
la mia cucina...». Se l’è invece
cavata con tanta paura ma pochi
danni il titolare del ristorante
due stelle Michelin, Mario Uliassi, il cui locale si trova sull’argine destro del fiume Misa: «Grazie agli dei, da noi qui tutto bene: da come si erano messe le
cose è stato un mezzo miracolo...». Danni anche nel resto delle Marche. A Porto Recanati, la
piena ha sradicato e catapultato
in mare lo stabilimento balneare
Palma Beach, già inclinato nelle
settimane scorse da una mareggiata. A Jesi i carabinieri hanno
salvato un uomo di 86 anni rimasto intrappolato nella sua auto in un sottopasso completamente allagato. Quando i militi
sono arrivati, l’acqua superava il
metro di profondità: l’anziano,
in stato confusionale, non è grave. Danni anche nel Fermano: a
Lungo Ete è crollato un ponte e a
Sant’Elpidio le strade sono devastate dalle buche. Zona decisamente esposta alle inondazioni, le Marche: negli ultimi 60 anni, ricorda l’Istituto di ricerca
per la protezione idrogeologica,
ci sono state 10 grandi alluvioni.
Il personaggio Roberto Copparoni
«In surf nel fango
ho salvato la vita
a quella donna»
«Mi avete cercato voi e vi rispondo volentieri, ma io non
ho bisogno di notorietà: sono ancora in mezzo al fango, c’è
tanto da fare... ». Roberto Copparoni si presenta così al telefono e nemmeno sa che in quel quartiere di Senigallia, dove
fango e acqua hanno picchiato più che altrove, il quartiere
Borgo Bicchia, lui per molti è già un eroe. «L’uomo del surf»
l’hanno ribattezzato. Comparso all’improvviso, in mezzo a
quel muro di fango, addosso la muta da sub, tra le gambe il
«sup» (una sorta di surf con un remo) e tanto coraggio nel
cuore. Ha salvato un’anziana che era ormai spacciata. Poi è
tornato indietro a cercare il marito ottantenne e disabile:
l’ha trovato, anche se ormai agonizzante, l’ha preso con sé,
ce l’aveva quasi fatta quando la corrente li ha ribaltati. «Ho
cercato di tenerlo forte, era impossibile, l’ho perso, è stato
tremendo... ». Aldo Cicetti, 80 anni, è una delle due vittime,
assieme a Nicola Rossi, 86, dell’alluvione.
Ha aiutato anche altre persone, Roberto Copparoni, che
vive a Senigallia, ha 52 anni, una figlia di 20, è commerciante in biancheria intima e ha una grande passione, da sempre: il surf.
Il suo racconto non ha bisogno di intermediari. «Io vivo
in una zona che per fortuna non ha subito particolari danni.
Sin dalla mattina di sabato, amici e parenti che abitano a
Borgo Bicchia mi avevano avvertito della gravità della situazione. Ho deciso di andare a
dare una mano. Ho indossato
la muta e ho preso il mio sup,
quando sono arrivato in zona
ho trovato uno scenario treCon me ci sono
mendo: l’acqua in certi punti
alcuni amici, gente era arrivata ai secondi piani
delle abitazioni, c’era gente sui
in gamba che può
tetti e altri che a stento cercavaessere utile,
no di mettersi in salvo».
Tra questi, l’ottantenne Solresteremo qui
Lattanzi: «Era aggrappaanche stanotte, c’è ferina
ta a una finestra, chiedeva aiubisogno di tutti
to, ma le forze la stavano abbandonando, stava per cedere.
Le sono andato vicino, l’ho caricata e, una volta arrivati al sicuro, lei mi ha detto che suo
marito era rimasto intrappolato in casa». Copparoni è tornato nell’abitazione a cercare Aldo Cicetti: «L’acqua quasi
arrivava al soffitto. I mobili galleggiavano, sbattuti dalla forza della corrente contro i muri. Lui era incastrato sotto un
tavolo. Era cianotico, il corpo gelato, gemeva. Era in acqua
da almeno 3 ore. Sono riuscito a tirarlo fuori e a caricarlo
sulla mia tavola. Pensavo di avercela fatta, ma la corrente ci
ha agganciato, ci ha ribaltato, siamo finiti tra lamiere e detriti. Abbiamo rischiato. È lì che l’ho perso». Anche se con la
morte nel cuore, Copparoni non si è fermato. A cavallo della
sua tavola, lottando contro la corrente, ha continuato la sua
personalissima missione in quello che un tempo era un
quartiere e ora invece un fiume in piena. «C’erano tante persone bloccate. Ricordo un malato di cuore, che aveva bisogno urgente di farmaci. Con dei fumogeni siamo riusciti a
segnalare la posizione della sua casa alla Protezione civile ed
è stato soccorso. Un’altra persona in difficoltà, anche lei ammalata, l’abbiamo portata in una zona raggiungibile dalle
ambulanze». La scorsa notte è passata abbastanza tranquilla, ma Copparoni è ancora là, in quel quartiere devastato:
«Con me ci sono alcuni amici, gente in gamba che può essere utile, resteremo qui anche stanotte, c’è bisogno di tutti».
❜❜
F. Alb.
Francesco Alberti
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Corriere della Sera Lunedì 5 Maggio 2014
italia: 51575551575557
Montagna Tragedia in Valle Stura. Altre due vittime in incidenti
Val di Susa
Il maratoneta estremo
e il compagno di cordata
uccisi dalla valanga
Altro assalto
al cantiere
della Tav
tremila metri e ha trascinato a
valle tutti quanti, impossibile
evitarlo. Fra gli otto scalatori del
gruppo sono rimasti feriti in
quattro: un’italiana e tre francesi, nessuno di loro è in pericolo
di vita. L’allarme è stato lanciato
subito da escursionisti che hanno visto la scena mentre salivano verso il Rifugio Morelli e nel
giro di pochi minuti sono arrivati nel canalone gli uomini del
soccorso alpino di Cuneo, della
Guardia di finanza e dei carabinieri. Ma nemmeno se fossero
arrivati un istante dopo avrebbero potuto salvare i
d u e i ta l i a n i c h e
sembra siano morti
sul colpo.
«Maggio è statiIl luogo
Cuneo
sticamente un buon
dell’incidente
periodo per le scalate perché la neve si
I T A L I A
assesta più in fretta
Piemonte
rispetto all’inverno»
dice Dino Pomelli,
Vallone di Lourousa
per 15 anni presidente del Soccorso
alpino della Val GarSportivo
dena. «Certo il riFRANCIA
Pieve
schio che si stacchi
In
alto
Daniele
Vottero
Svizzera
di Teco
un fronte nevoso riReis, 26 anni, una
Francia
delle due vittime della mane sempre, speItalia
cie se c’è il vento che
valanga sulle Alpi
Liguria
Marittime. Reis era un è un costruttore di
valanghe e lastroultramaratoneta
ni».
partiti dalle Terme di Valdieri ed
Non c’entra nulla la neve, inerano arrivati all’alba ai piedi La vicenda
vece, nel dramma di ieri pomedel Lourousa (che è una delle
riggio sul Monte Macina, nel
vette del gruppo Argentera, sulComune di Stazzema (Lucca),
Il gruppo
le alpi Marittime) per una scaladove Luca Pasqualetti, 39 anni,
Ieri un gruppo di 8 scialpinisti
ta che non presentava grandi
è morto dopo una scivolata di
italiani e francesi cercava di
difficoltà e in un giorno in cui il
200 metri su una parete roccioraggiungere la cima del
rischio valanghe non era elevasa. E poi c’è Lorena Rapelli, 53
Lourousa, nel Cuneese
to.
anni, precipitata in un canalone
La dinamica
Una prima ricostruzione dei
della Valchiusella (Torino)
A un certo punto il gruppo è
fatti ipotizza che le cause della
mentre passeggiava: è la vittima
stato travolto da un enorme
tragedia siano da cercare nelle
numero quattro di una giornata
blocco di neve e ghiaccio che si
nevicate dei giorni scorsi e nel
da dimenticare. Nonostante il
è staccato da una delle pareti.
vento che ieri si è fatto sentire in
cielo blu che sembrava finto.
Le vittime sono 2, i feriti 4
Giusi Fasano
quota. Il lastrone di neve si è
© RIPRODUZIONE RISERVATA
staccato da un’altezza di quasi
Alpi marittime, due morti e quattro feriti
Il blu del cielo sembrava finto, ieri, su tutto l’arco alpino. La
cima del Lourousa era lì ad
aspettare quegli otto puntini in
movimento lungo il canalone. E
loro — otto sci-alpinisti italiani
e francesi — salivano lenti dando le spalle alla Valle Stura, Comune di Demonte (Cuneo). All’improvviso un muro di neve si
è staccato e li ha travolti tutti.
«Ci è crollato addosso, non abbiamo avuto il tempo di fare
niente» raccontano i quattro feriti che sono sopravvissuti (tre
francesi e un’italiana). Non
hanno avuto il tempo né una
sola possibilità di salvare Daniele Vottero Reis, 26 anni, e Fabrizio Jacob, 46, trovati dai soc-
La visita del premier
Il premier Matteo Renzi parla con un bimbo di Senigallia durante la visita di ieri. Nella foto grande, la città marchigiana sabato
dopo l’esondazione dei fiumi
(foto Emma/LaPresse
e Calavita/Ansa)
200
Gli interventi di soccorso
Effettuati in poche ore nel territorio
di Senigallia subito dopo l’alluvione del
fiume Misa. In alcune aree l’acqua ha
raggiunto i due metri di altezza. Impegnati
oltre 180 vigili del fuoco e 80 automezzi
L’esperto
«Maggio è un buon
periodo per le scalate
perché la neve si
assesta più in fretta»
corritori ormai senza vita.
Daniele era di Ivrea ed era un
nome noto nel mondo dei maratoneti, soprattutto per le corse in alta quota. L’anno scorso
aveva vinto la Ultraskymarathon, una gara di endurance
estremo che si disputa sul massiccio del Gran Paradiso. Fabrizio viveva a Caprie, paesino all’imbocco della Val di Susa, e
anche lui non era nuovo a imprese sportive in montagna. Sono morti tutti e due perché, trascinati giù dalla valanga, sono
finiti contro le rocce centinaia
di metri più in basso.
Non erano escursionisti della
domenica, Daniele e Fabrizio.
Allenatissimi, accorti, erano
Ginevra All’Onu le accuse dell’associazione delle vittime
«Sono stati promossi prelati
che coprirono atti di pedofilia»
DALLA NOSTRA INVIATA
GINEVRA — Inizia questa
mattina a Ginevra al Palazzo
Wilson l’esame pubblico della
relazione iniziale preparata dal
Vaticano per il Comitato dell’Onu sulla tortura. Ed è proprio sulla tortura e sui comportamenti «disumani e degradanti», sanzionati dalla Convenzione, che fanno leva le
associazioni delle vittime dei
preti pedofili per cercare di
mettere sulla graticola il Vaticano davanti ad una platea mondiale, per la seconda volta nel
2014, dopo la dura valutazione
espressa nel febbraio scorso dal
Comitato Onu per la protezione
dei minori.
Poi per il resto della giornata
sarà compiuta, a porte chiuse,
la procedura di ricerca relativa
alla verifica degli adempimenti
da parte del Vaticano anche in
base alla documentazione depositata presso il Comitato da
organizzazioni non governative. Domani pomeriggio sono
previste invece le repliche della
Santa Sede.
Il rapporto finale del Comitato Onu verrà pubblicato tra due
settimane, venerdì 23 maggio.
Alla fine di aprile il Center of
constitutional rights e lo Snap
(associazione che rappresenta
18 mila vittime degli abusi)
hanno depositato una memoria aggiuntiva di dieci pagine
per mettere in evidenza alcuni
fatti recenti in cui le gerarchie
cattoliche avrebbero coperto,
non collaborando con le autorità civili, casi di pedofilia del
clero in Sud America ed in Africa. Il primo è il caso di padre
Fernando Karadim, in Cile. Nel
rapporto vengono chiamati in
cumento, è stato nominato da
Papa Francesco nel selezionato
«Consiglio degli otto Cardinali», chiamato a riformare la curia, coordinato dal Cardinal Rodriguez Maradiaga. A Maradiaga il rapporto aggiuntivo, contesta il caso di un altro
sacerdote pedofilo, Enrique Vasquez, che sarebbe stato spostato da una parrocchia all’ altra.
Ieri al termine del Regina CoReligioso
Óscar Andrés Rodríguez Maradiaga è nato a Tegucigalpa (Honduras) 71 anni fa,
Cardinale e coordinatore degli 8
porporati che aiutano il Papa (Ansa)
causa l’allora arcivescovo di
Santiago Francisco Javier Erra Zuriz e il suo successore Ricardo Ezzati. «Entrambi — si
legge nel documento — hanno
ricevuto onori e promozioni.
Papa Francesco ha posto Ezzati
alla guida della Congregazione
dell’Educazione cattolica e lo
ha fatto cardinale nel febbraio
2014». Francisco Javier Erra Zuriz invece, prosegue il do-
Cronache 19
eli in Piazza San Pietro, il Papa
ha ribadito pubblicamente il
suo impegno sul tema della pedofilia — il giorno dopo le prese di posizione della nuova
Commissione presieduta dal
cardinale O’ Malley — ringraziando l’associazione «Meter»
di don Di Noto che da vent’anni
contrasta il fenomeno.
M. A. C.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
La mappa
Ancora scontri per l’Alta
velocità. Grossi petardi, razzi
e mortai artigianali sono stati
lanciati contro il cantiere della
Tav di Chiomonte, in Val di
Susa, nella notte tra sabato e
domenica. Attivisti «No Tav»,
vestiti di nero e incappucciati,
hanno sferrato un nuovo
attacco all’area dove da mesi
si sta scavando il tunnel
esplorativo. Gli attivisti sono
stati dispersi dalle forze di
polizia — che presidiano
giorno e notte il cantiere — e
si sono dileguati nei boschi,
dove più tardi sono stati
sequestrati alcuni degli
oggetti utilizzati per l’assalto.
Non ci sono stati feriti, né
danni al cantiere, che anche
ieri ha proseguito la sua
attività, ma è stato necessario
l’intervento della polizia
stradale per bonificare il
tratto della vicina autostrada
e le strade nel comune di
Giaglione. Sull’episodio
indaga la Digos. L’assalto —
scrive il «Comitato di lotta
popolare» di Bussoleno sul
sito notav.info — «dimostra
che il tanto millantato
dispositivo di sicurezza, che
costa milioni di euro, non è
così inviolabile». In
contemporanea con il blitz a
Chiomonte, è stata
vandalizzata a Cuneo la sede
provinciale del Pd: sono stati
rotti i vetri delle finestre e
della porta d’ingresso, e sono
comparse anche alcune scritte
anarchiche.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
festeggia 40 anni... con Voi!
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Lunedì 5 Maggio 2014 Corriere della Sera
Corriere della Sera Lunedì 5 Maggio 2014
Tecnologia Russa, ha 36 anni, sostituisce la canadese Sue Gardner
I due volti di Wikipedia:
voci scritte da uomini
ma comandano le donne
Lila Tretikov guiderà l’enciclopedia web
Wikipedia ha un nuovo capo. Ed è
una donna. Si chiama Lila Tretikov,
ha 36 anni. Origini russe, subito dopo
il crollo del regime sovietico emigra
negli Stati Uniti per studiare informatica. «Quando l’ho incontrata per la
prima volta, mi ha fatto un discorso
molto affascinante sulla sua infanzia,
trascorsa sotto il comunismo», ha
raccontato Jimmy Wales, co-fondatore di Wikipedia, presentandola come
nuovo direttore della Wikimedia
Foundation, la fondazione che controlla e gestisce l’enciclopedia online.
Stimata e conosciuta nell’ambiente
nerd, sulla sua pagina Wiki, alla voce
Tretikov, si legge: «Nata a Mosca, padre matematico, madre regista». Poi,
una lista di riconoscimenti e premi.
Lila eredita il posto da un’altra
donna, la giornalista canadese Sue
Gardner. Segno che a San Francisco,
dove ha sede la Foundation, prendono la parità di genere molto sul serio.
Ma la sfida che si trova ad affrontare
non è semplice. In testa, il sessismo
nel mondo della tecnologia e delle
scienze. Quando, nei giorni scorsi,
tutti hanno pianto la morte di
Adrianne Wadewitz, una delle editor
(chi partecipa alla scrittura delle pagine) più assidue dell’enciclopedia
online, il problema è tornato a galla
prepotentemente. Le donne sono poco rappresentate, e raccontate, su
Wikipedia. E non è una questione di
Cronache 21
italia: 51575551575557
vertici o carriere. Il nocciolo della
questione sta altrove. Se infatti solo il
9% degli editor è di sesso femminile
— i dati sono del 2011 e sono forniti
da Wikimedia Foundation — anche a
livello di contenuti il gap si fa sentire.
Basti pensare che la lista delle attrici
porno degli anni 50 è tre volte più
lunga di quella delle native americane o delle poetesse donne o, ancora,
delle sportive. Il che non vuol dire
che le attrici porno siano realmente
di più. Ma che i contributi redatti su
Wikipedia sono chiaramente curati
più dagli uomini che dalle donne. Un
dettaglio? No, se si pensa che ormai
La nomina
Chi è
Russa
Lila Tretikov (nella foto)
è nata a Mosca 36 anni
fa. Figlia di un
matematico e di una
regista, subito dopo
il crollo del regime
sovietico è emigrata
negli Stati Uniti per
studiare informatica.
Finora era responsabile
di prodotto
di SugarCrm. Ha
ottenuto diversi premi
e riconoscimenti
Roma
Guerre Stellari
davanti
al Colosseo
Roma come la galassia di Guerre Stellari, per lo Star Wars Day, che si è
celebrato ieri in tutto il mondo. Migliaia di fan della saga si sono radunati
davanti al Colosseo, per la sfilata dei protagonisti dell’universo di George
Lucas (Afp)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Wikipedia è una delle fonti più importanti del nostro sapere e che la
Wikimedia Foundation può contare
su 45,2 milioni di dollari all’anno di
donazioni.
Ma i grattacapi di Lila non sono finiti qua. L’enciclopedia online soffre
la concorrenza dei motori di ricerca e
delle applicazioni di ricerca vocale
come Siri e Google Voice Search, ai
quali ormai in tanti si rivolgono per
avere informazioni. Ed è difficile, data la sua natura open source, mantenere Wikipedia attendibile e affidabile, come dimostra il recente caso della finta guerra in India: non è raro
trovare notizie inventate o inesatte.
Sia quel che sia, il nuovo direttore
di Wikimedia Foundation è una donna esperta e conosce molto bene il
mondo della tecnologia. Lila è stata
finora il responsabile di prodotto di
SugarCrm, compagnia tech di software per le relazioni pubbliche. Il
suo curriculum è la vera novità di cui
si parla a San Francisco. Fino ad oggi
infatti Wikipedia aveva scelto per i
suoi vertici profili vicini al mondo del
non profit. E che dunque segna una
svolta nel mondo dell’open source:
«Credo che la mia sia una grande
missione: Wikipedia è il quinto sito
più visitato al mondo (dietro a Google, Facebook, YouTube, Yahoo, e il
motore di ricerca Baidu, ndr) con 80
mila utenti attivi e dobbiamo continuare a fornire conoscenza libera a
tutti», ha spiegato Lila. Questa manager infatti sa molto bene come i tentativi di censura minaccino costantemente la libertà di una delle prime
fonti di conoscenza. E che rischiano
anche di creare un danno economico
all’enciclopedia. Solo nell’ottobre del
2013 sono stati sospesi 250 account,
sospettati di conflitto di interessi e
utilizzati per modificare le pagine occultando fatti, condanne e notizie
scomode.
Marta Serafini
Seigradi.corriere.it
@martaserafini
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Rcs propone
per il consiglio
Teresa Cremisi
«Credo che molto sia cambiato in Rcs
negli ultimi due anni, e in positivo». Lo
ha detto ieri il presidente del gruppo
editoriale Angelo Provasoli al termine
del consiglio che ha deliberato di
proporre all’assemblea dell’8 maggio la
nomina di Teresa Cremisi, presidente e
general manager di Flammarion,
direttore editoriale e sviluppo
strategico di Madrigall (holding
Flammarion-Gallimard), in
sostituzione di Carlo Pesenti, che si è
dimesso in febbraio. Provasoli, facendo
riferimento ad alcune recenti
dichiarazioni di Carlo De Benedetti,
presidente de L’Espresso, sul gruppo
che pubblica il «Corriere della Sera»
(«sono convinto che in Rcs qualcosa
cambierà, altrimenti peggio per loro»)
ha sottolineato che i cambiamenti sono
«testimoniati dall’andamento dei
nostri risultati, rapportati agli obiettivi
del piano triennale, e
dall’apprezzamento espresso dal
mercato nei confronti dei titoli Rcs dal
luglio 2013 a oggi. Sono sorpreso che
uno dei nostri maggiori competitor
non abbia tracciato il nostro
andamento. Ma anche a me, come
concorrente, va bene così». Teresa
Cremisi ha cominciato in Garzanti, nel
1989 diventa direttore editoriale della
francese Gallimard e per 16 anni ne
guida la politica editoriale. Nel 2005
entra nel gruppo Rcs come presidente
e direttore generale di Flammarion.
Quando Rcs vende la casa francese a
Madrigall, aggiunge nel 2013 alle
cariche già ricoperte quelle nuove nella
holding acquirente. È anche
amministratore di Rcs libri (che lascerà
in caso di nomina), del Teatro
dell’Europa dell’Odéon e del Museo
d’Orsay.
S. Bo.
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22
italia: 51575551575557
Lunedì 5 Maggio 2014 Corriere della Sera
Corriere della Sera Lunedì 5 Maggio 2014
Cronache 23
italia: 51575551575557
Università C’è chi vuole sapere quali sono le lauree più spendibili nel mondo del lavoro e chi si lamenta per una bocciatura: «Era tanto preparato»
Colloqui, tutor e piano di studi:
quelle madri in ateneo con i figli
Il caso l’ha sollevato qualche
giorno fa una docente dell’università di Bologna, con un post sul
suo blog «Disambiguando»: «Ultimamente mi capita sempre più
spesso di veder arrivare a ricevimento studenti accompagnati dai
genitori. Oppure di leggere mail di
madri e padri che chiedono informazioni su corsi, crediti, piani di
studio al posto dei figli. Eppure
questi ragazzi hanno vent’anni:
non possono arrangiarsi?», si
chiede Giovanna Cosenza, professoressa di Teorie del linguaggio al
dipartimento di Comunicazione.
La stessa domanda se la sono
posta molti altri docenti, protagonisti di episodi simili: «Per due
volte mi sono trovato in corridoio
lo studente con il genitore accanto, deciso a partecipare al colloquio. Non si trattava nemmeno di
situazioni difficili, soltanto di madri ansiose che volevano sapere se
fosse giusto per il ragazzo seguire
un indirizzo piuttosto che un altro. Io ho impedito alle mamme di
entrare, lo trovo profondamente
sbagliato — racconta Piercesare
Secchi, professore di Statistica e
direttore del dipartimento di Matematica al Politecnico di Milano
—. Uno studente ha tutti gli strumenti per gestire da solo il rapporto con i docenti e il proprio iter
universitario. La presenza del genitore in queste sedi è fuori luogo.
Per carità, si tratta ancora di pochi
casi, ma qualche anno fa sarebbero stati inimmaginabili. E comun-
UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI BARI
ALDO MORO
ESITO DI GARA
Ente aggiudicante: Università degli Studi di Bari
Aldo Moro - D.A.G.E.S. - Area Appalti Pubblici
di Servizi e Forniture - P.zza Umberto I, 1 - Bari,
Tel. +390805714306. Tipologia e oggetto di
gara: procedura aperta per affidamento manutenzione quinquennale evolutiva e correttiva
del software per la gestione della Contabilità,
del Patrimonio e del Bilancio Unico di Ateneo
servizi di formazione, supporto e assistenza; criterio di aggiudicazione offerta economicamente
più vantaggiosa. Data di aggiudicazione: 29 novembre 2013 - CIG 524265254A. Esito gara:
aggiudicazione definitiva. Risultati integrali
disponibili sul sito internet: www.uniba.it sezione bandi e gare. Inviato alla GUUE in data
17 febbraio 2014.
Bari, 17 febbraio 2014
f.to Il Direttore Generale
avv.to Gaetano PRUDENTE
Per la
pubblicità legale
e finanziaria
rivolgersi a:
Via Rizzoli, 8
20132 Milano
Tel. 02 2584 6665
02 2584 6256
Fax 02 2588 6114
Via Valentino
Mazzola, 66/D
00142 Roma
Tel. 06 6882 8650
Fax 06 6882 8682
Vico II San Nicola
alla Dogana, 9
80133 Napoli
Tel. 081 49 777 11
Fax 081 49 777 12
Via Villari, 50
70122 Bari
Tel. 080 5760 111
Fax 080 5760 126
RCS MediaGroup S.p.A.
Via Rizzoli, 8 - 20132 Milano
ILLUSTRAZIONE DI GUIDO ROSA
I docenti: restino fuori, i ragazzi devono fare da soli
%
70
delle chiamate al servizio
di orientamento del Politecnico
di Milano arriva da madri e padri
que dietro a questi episodi c’è una
tendenza: la presenza sempre
maggiore dei genitori all’università». Basti pensare a quante mamme e a quanti papà accompagnano i figli ai test d’ingresso, partecipano agli Open day, telefonano
agli atenei per chiedere informazioni.
Un dato su tutti: al Politecnico
di Milano il 70% delle chiamate
destinate ai servizi di orientamento arriva da madri e padri. In Cattolica, sempre a Milano, «molti
genitori telefonano ai tutor che sarebbero dedicati agli studenti e si
sostituiscono ai ragazzi nella ricerca di informazioni, andando ai
colloqui di orientamento», racconta il coordinatore dell’area di-
dattica Michele Faldi. Tant’è che
quest’anno l’ateneo ha organizzato un Open day ad hoc per mamme e papà. Soluzione già adottata
in Bicocca dal 2012, con un appuntamento annuale in cui al posto di spiegare i corsi di laurea i
docenti lasciano ai genitori lo spazio per esprimere dubbi e paure.
«In tempi di crisi, con un mercato
FERROVIENORD S.P.A.
Società di Progetto Brebemi S.p.A.
Sede legale:
Piazzale Cadorna n. 14/16 - 20123 MILANO
Telefono 0285114250 - Telefax 0285114621
AVVISO DI GARA
Viene indetta la gara a procedura aperta ai sensi
del D.Lgs. 163/06 per l’affidamento dei seguenti
lavori: LAVORI DI RINNOVO ARMAMENTO
FERROVIARIO - RAMO MILANO SULLA TRATTA
SARONNO-RESCALDINA - BINARIO PARI (CIG: 57093787C4). Importo a base d’asta:
€. 3.001.716,76 + I.V.A. a corpo di cui
€. 96.114,74 = per oneri della sicurezza non soggetti a ribasso d’asta ed €. 631.144,45 per spese
relative al costo del personale. Somma assicurata € 3.100.000,00 ai sensi dell’art. 125 del
D.P.R. 207/10. Categoria prevalente: OS29 - Armamento ferroviario - € 3.001.716,76.= classifica IV* fino a €. 2.582.000,00. *con incremento
di 1/5. Il criterio di aggiudicazione sarà quello
del prezzo più basso inferiore a quello posto a
base di gara (art. 81 del Dlgs 163/06) determinato mediante il massimo ribasso sull’importo a
corpo posto a base di gara (art. 82 comma 2 lettera b) Dlgs 163/06). Le offerte, redatte in lingua
italiana, dovranno pervenire entro le ore 12,00
del giorno 26/05/2014 a FERROVIENORD S.P.A.
- P.LE CADORNA N.14/16 - UFFICIO PROTOCOLLO - 20123 MILANO. Il bando integrale di
gara è stato inviato per la pubblicazione alla
GURI il giorno 22/04/2014. Il bando integrale
di gara è altresì disponibile presso il Servizio
Gare, Appalti ed Acquisti - sito in Milano - P.le
Cadorna n. 14, nonché all’indirizzo internet
www.fnmgroup.it. e sul sito dell’Osservatorio
Regionale Contratti Pubblici Regione Lombardia.
L’AMMINISTRATORE DELEGATO
DOTT. ING. MARCO BARRA CARACCIOLO
Collegamento autostradale di connessione tra le città di Brescia e Milano
ESITI DI GARA
In relazione alle procedure aperte ai sensi della L. 498/92 dalla Società di Progetto Brebemi
S.p.A., con sede in Via Somalia 2/4 - 25126 Brescia Tel. 0302926311 fax 0302897630, per
l’affidamento dei servizi bar-ristorazione e vendita di alimentari/altri beni di consumo (market) nell’area di servizio provvisoriamente denominata “Caravaggio Nord” nonché per l’affidamento dei servizi di distribuzione di prodotti carbolubrificanti ed attività accessorie nelle
aree di servizio provvisoriamente denominate “Caravaggio Nord” e “Caravaggio Sud”, indette mediante pubblicazione sulla G.U.C.E. del 2 novembre 2013 e sulla G.U.R.I. del 6 novembre 2013 e su quotidiani nazionali e locali, si comunica che le predette procedure sono
state dichiarate infruttuose, per le motivazioni esposte nella documentazione consultabile
on-line all’indirizzo www.brebemi.it, sezione “Gare/Appalti”, sottosezione “Esiti di Gara”.
AZIENDA OSPEDALIERA SAN CAMILLO FORLANINI
P.ZZA C. FORLANINI, 1 00151 ROMA
TEL. 06/55552580 - 55552588 - FAX 06/55552603
ESTRATTO BANDO DI GARA
Questa Azienda ha indetto con deliberazione n. 537 del
16.04.2014 una gara a procedura aperta per la fornitura di Sistemi macchina-reattivi, Reagenti e Materiali
vari per le necessità della U.O.C. Genetica Medica e del
Centro Regionale Trapianti Lazio dell’Azienda ospedaliera San Camillo-Forlanini per un fabbisogno di mesi
24 ed un importo complessivo stimato di Euro
1.426.000,00 + Iva quale limite massimo di aggiudicazione. La gara verrà aggiudicata ai sensi dell’articolo
83 del D.L.vo. n. 163/06. Le offerte, la documentazione
amministrativa, redatte in conformità a quanto previsto nel bando integrale di gara, dovranno pervenire
all’Azienda ospedaliera San Camillo-Forlanini - Ufficio
Protocollo Generale, P.zza C. Forlanini, 1 00151 Roma
entro e non oltre le ore 12 del 16.06.2014, pena
l’esclusione. Il bando è stato pubblicato sul sito internet http://www.regione.lazio.it, http://www.serviziocontrattipubblici.it e sul sito internet dell’Azienda
ospedaliera San Camillo-Forlanini http://www.scamilloforlanini.rm.it/benieservizi. A quest’ultimo indirizzo verranno rese note le comunicazioni inerenti la
presente gara; eventuali chiarimenti potranno essere
richiesti entro e non oltre il 10.06.2014. NUMERO
GARA: 5565527. CODICE CIG - Lotto 1: 5724198D9C.
Data invio C.E.: 17.04.2014.
IL DIRETTORE GENERALE - PROF. ALDO MORRONE
CITTA’ DI MAZARA DEL VALLO
Servizio Appalti e Contratti
AVVISO ESITO
Si rende noto che il pubblico incanto per
l’“Affidamento della progettazione definitiva
ed esecutiva, dello studio geologico, del coordinamento per la sicurezza in fase di progettazione e di esecuzione, della direzione e
contabilità dei lavori relativi al Sistema fognario delle acque nere al servizio delle zone Trasmazzaro e Tonnarella e collegamento alla
rete esistente del lungomare Mazzini” è stato
aggiudicato al Costituendo Raggruppamento
temporaneo Technital s.p.a. (Capogruppo)
con sede a Verona e Studio Tecnico Ass.to
Ingg. G. Mineo & P. Scravaglieri (mandante)
con sede a Catania, che ha offerto il ribasso
del 20,00% sull’importo a base d’asta di
€ 1.583.734,72.
Il Titolare di P.O. - Dott.ssa Anna Asaro
COMUNE DI TARANTO
FEDERAZIONE ITALIANA GIUOCO CALCIO
ESTRATTO BANDO DI GARA
Stazione Appaltante: Federazione Italiana Giuoco Calcio, via Gregorio Allegri, 14 - 00198 Roma – C.F.
05114040586. Tipo di procedura e criteri di aggiudicazione: gara europea a procedura aperta, con aggiudicazione mediante il criterio del “prezzo più
basso”. Oggetto dell’appalto: fornitura triennale dei
servizi di copertura assicurativa obbligatoria infortuni
e assistenza dei tesserati del Settore Giovanile FIGC.
CIG: 57124552FE. Luogo di esecuzione: Italia, Roma,
Codice NUTS ITE43. Vocabolario comune per gli appalti (CPV): 66512100. Durata dell’appalto: 36 mesi.
Importo dell’appalto: € 13.464.750,00 comprese imposte. Capacità economica e finanziaria: come indicato nel Disciplinare di Gara. Capacità tecnica: come
indicato Disciplinare di Gara. Termine per il ricevimento delle domande di partecipazione: La domanda di partecipazione alla gara, redatta in lingua
italiana e corredata delle dichiarazioni e della documentazione indicati nel bando integrale di gara, dovrà
pervenire in un plico sigillato e firmato sui lembi di
chiusura, entro e non oltre il termine perentorio delle
ore 12:00 del giorno 12 GIUGNO 2014 all’indirizzo dell’amministrazione aggiudicatrice indicato al punto 1)
- Ufficio Affari Generali. Il bando di gara è stato pubblicato sulla G.U.U.E. in data 19/04/2014 - S78 numero di riferimento 136986-2014-IT e sulla G.U.R.I.
n. 47 - V Serie Speciale - Contratti pubblici del
28/04/2014. Il bando e tutti i documenti di gara sono
disponibili sul sito www.figc.it e rivestono carattere
di ufficialità. Il Responsabile del Procedimento è il
Sig. Antonio Di Sebastiano telefono +39 06.84912301
fax +39 06.84912525 indirizzo di posta elettronica
[email protected].
IL PRESIDENTE FEDERALE
(Dr. Giancarlo Abete)
AVVISO DI AVVENUTA AGGIUDICAZIONE
LOTTO 1 “Servizio di assicurazione
contro infortuni e malattie” ClG 5523047291
LOTTO 2 “Servizio di Assicurazione
sulla vita” CIG 5523049437
L’Autorità Garante della Concorrenza e del
Mercato comunica che la gara a rilevanza
comunitaria per i servizi assicurativi a
favore dell’Autorità, suddivisa nei due lotti
sopraindicati, per un biennio, con facoltà per
l’Autorità di richiedere il rinnovo dei servizi per
un’ulteriore annualità, è stata esperita mediante
procedura aperta ai sensi dell’art. 55 del D.Lgs
163/2006. Si rende noto che per entrambi
i lotti è pervenuta una sola offerta. Con
determina n. 54 del 3/3/2014 si è proceduto
all’aggiudicazione definitiva dei lotti 1 e 2
mediante il criterio del prezzo più basso (art.
82 D.Lgs 163/2006), con il seguente dettaglio:
premio lordo
offerto periodo
contrattuale
anni 2+1
lotto 1 Generali Italia S.p.A.
647.253,00
lotto 2 Allianz S.p.A.
654.802,20
Organismo responsabile delle procedure di
ricorso: T.A.R. Regione Lazio, Via Flaminia 189
ROMA 00196, entro il termine di 30 giorni dalla
piena conoscenza
Il Responsabile Unico del Procedimento
Antonietta Messina
Aggiudicatario
(Cod. Fiscale 80008750731
P.IVA 00850530734)
SERVIZIO APPALTI E CONTRATTI
Via Plinio, n. 75 - 74121 TARANTO
Tel. 099.4581926-948; fax 099.4581999;
e-mail: [email protected]
BANDO DI GARA PER ESTRATTO
Il Comune di Taranto deve procedere all’esperimento di
una procedura aperta per l’affidamento, in regime di concessione, del SERVIZIO DI ILLUMINAZIONE VOTIVA
PRESSO LE STRUTTURE CIMITERIALI COMUNALI UBICATI NEL COMUNE DI TARANTO (Appalto n. 12/2014 CIG: 5715825002). La concessione avrà durata quinquennale, fatte salve le facoltà di rinnovo o proroga di cui
all’art. 3 del relativo Capitolato Speciale d’Appalto. Ai soli
fini fiscali, si rende noto che alla data di riapprovazione
del relativo Capitolato Speciale d’Appalto (08.11.2013),
la consistenza degli impianti di illuminazione votiva è stata
individuata in circa 52.000 lampade attive, corrispondente
ad un valore contrattuale annuo stimato in € 897.000,00#,
IVA come per legge inclusa. La Concessione sarà aggiudicata in favore dell’offerta riportante il maggior rialzo percentuale, comunque non inferiore al 40%, da applicare
sul fatturato annuo incassato al netto dell’IVA, secondo
le prescrizioni del relativo Capitolato Speciale d’Appalto.
Gli interessati devono presentare offerta secondo modalità e termini riportati nel relativo Bando di Gara integrale
pubblicato sulla G.U.C.E. n. 2014/S 078 - 136493 del
19.04.2014, all’Albo Pretorio - On Line di questo Comune
a decorrere dal 16.04.2014, sul sito internet del Ministero
delle Infrastrutture e sul sito www.regione.puglia.it,
nonché, unitamente alla relativa modulistica ed al Capitolato Speciale d’Appalto, sul sito internet istituzionale
www.comune.taranto.it - BANDI CONCORSI AVVISI. Termine ultimo per la ricezione delle offerte: ore 12,00 del
04.06.2014; operazioni di gara fissate per le ore 09,30 del
05.06.2014. Responsabile Unico del Procedimento: Dott.
Alessandro DE ROMA - Dirigente Direzione AMBIENTE
SALUTE E QUALITA’ DELLA VITA (tel.099.4581126 099.4581143 - 099.4581605; fax 099.4581120; e-mail:
[email protected]).
Il Dirigente del Servizio Appalti e Contratti,
dott. Michele MATICHECCHIA
AVVISO DI ANNULLAMENTO
DELLA PROCEDURA
GARA SERVIZI N. 03/14
MILANO SERRAVALLE
MILANO TANGENZIALI S.p.A.
Via del Bosco Rinnovato n. 4/A
20090 Assago (MI)
tel. 02 - 575941
Codice Fiscale 00772070157
E’ ad ogni effetto annullato il bando
pubblicato sulla GURI n. 36 serie
speciale del 28/03/2014 con cui la
presente stazione appaltante ha indetto la procedura aperta per i “Servizi ambientali sull’intera rete in
concessione” - CIG 54844127F3 CPV 90710000-7 - nonché ogni atto
ad esso presupposto, correlato e/o
conseguente. L’annullamento della
procedura di gara è stato promosso
in via di autotutela.
Assago, 23/04/2014
Il Direttore Generale
Avv. Mario Martino
del lavoro incerto, madri e padri
hanno bisogno di rassicurazioni.
Vogliono sapere quali sono i corsi
di laurea più spendibili, capire se
l’università serve ancora — spiega
la psicologa Elisabetta Camussi,
docente in Bicocca e coordinatrice
della giornata per i genitori —. Far
studiare un figlio è un investimento, perciò la famiglia tende a
partecipare sempre di più alla
scelta dell’università».
Fin qui va bene, ma poi ci sono i
casi limite. Genitori che chiedono
all’amministrazione dell’ateneo se
è vero che il figlio è in regola con
gli esami. O che chiamano i docenti in studio per sapere come
mai il ragazzo è stato bocciato a un
orale, «visto che era tanto preparato». È successo alla professoressa Adele Sassella, docente di Fisica
sempre alla Bicocca: «E ricordo
anche un padre che due mesi prima del test d’ingresso della figlia
andò a vedere dove fossero le aule,
per non sbagliare. Atteggiamenti
stupefacenti che mostrano da un
lato dei genitori iperprotettivi,
dall’altro dei figli bamboccioni»,
ragiona la professoressa.
Anche Lucrezia Songini, docente di Programmazione e controllo
all’Università del Piemonte (Novara), ha vissuto due volte il caso
di genitori entrati con i figli al ricevimento: «Mi sembra un segnale di immaturità da entrambe le
parti».
Bisogna mettere dei paletti. In
gergo si chiama «regolazione delle
distanze»: «Il genitore non deve
sostituirsi al figlio nella decisione
del percorso universitario. Va benissimo che si informi, poi però
deve mantenere un ruolo di confronto e di ascolto senza prevaricazioni — continua la psicologa
Camussi —. Anche prendere il posto dei figli nei colloqui con i docenti o con gli uffici è un atteggiamento disfunzionale che danneggia i ragazzi: invece di aiutarli, li
deresponsabilizza».
Eppure in quelle università nordamericane a cui l’Italia guarda
come modello, da Berkeley a Stanford, l’attenzione per i genitori è
ormai istituzionalizzata: ci sono
eventi organizzati apposta per loro, newsletter, addirittura addetti
dell’ufficio Comunicazione spe-
La psicologa
«Informarsi va bene, ma
prendere il loro posto è un
atteggiamento sbagliato:
deresponsabilizza»
cializzati nel rapporto con i «parents». «Le università americane
hanno risposto con servizi mirati
a quella domanda di coinvolgimento che arriva dai genitori. Un
po’ perché una famiglia presente è
un fattore importante per una carriera universitaria di successo —
conclude Camussi —, un po’ per
motivi di fundraising (raccolta
fondi, in questo caso attraverso le
tasse d’iscrizione ndr). Però poi è
lo studente che deve gestire la sua
carriera universitaria, in modo autonomo e senza interferenze».
Questo in America è ben chiaro.
Alessandra Dal Monte
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Azienda Ospedaliera
Universitaria di Messina
Policlinico “Gaetano Martino”
BANDO DI GARA PER ESTRATTO
CIG: 5730591949
E’ indetta per giorno 23 Luglio 2014 ore
10,00 Procedura Aperta, ai sensi del
D.Lgs. 163/06 n. 163 e s.m.i., per appalto
del servizio di gestione, fornitura in regime di somministrazione e distribuzione
dei gas terapeutici e tecnici, compresa la
sostituzione delle bombole presso le centrali e le varie UU.OO. nonché l’assistenza
e manutenzione dei relativi impianti di
stoccaggio, centrali e reti di distribuzione
presso gli edifici dell’Azienda. Importo
complessivo €. 4.040.000,00 oltre Iva,
di cui €. 60.000,00 per oneri di sicurezza
non soggetti a ribasso. Durata contrattuale anni 5. Gli atti di gara possono
essere visionati gratuitamente presso
il Settore Tecnico - Pad. “L” 2° piano dell’A.O.U. di Messina, nei giorni dal lunedì al venerdì dalle ore 9,00 alle ore
12,00; è possibile acquistarne una copia
con le modalità previste nel bando di
gara. Il Bando di Gara in forma integrale
è consultabile sul sito informatico:
www.polime.it; www.serviziocontrattipubblici.it. Fanno fede, comunque, i
testi ufficiali depositati presso il Settore
Tecnico dell’A.O.U.. Inviato alla C.E. il:
24.04.2014.
IL COMMISSARIO STRORDINARIO
Dott. Giuseppe Pecoraro
Azienda Ospedaliera Universitaria di
Messina
Policlinico “Gaetano Martino”
BANDO DI GARA PER ESTRATTO
CIG: 5672469D7D
E’ indetta per giorno 16 giugno, 2014 ore
9.00. Procedura Aperta, ai sensi del
D.Lgs. 163/06 e s.m.i., per l’appalto del
servizio di conduzione, gestione e manutenzione completa ed integrale degli impianti elevatori installati presso gli edifici
dell’Azienda.
Importo complessivo €. 900.000,00
oltre Iva, di cui €. 18.000,00 per oneri di
sicurezza non soggetti a ribasso.
Durata contrattuale anni 5.
Gli atti di gara possono essere visionati
gratuitamente presso il Settore Tecnico Pad. “L” 2° piano - dell’A.O.U. di Messina, nei giorni dal lunedì al venerdì dalle
ore 9,00 alle ore 12,00; è possibile acquistarne una copia
con le modalità previste nel bando di
gara.
Il Bando e il Disciplinare di Gara in forma
integrale sono consultabili sul sito informatico: www.polime.it; www.serviziocontrattipubblici.it.
Fanno fede, comunque, i testi ufficiali depositati presso il Settore Tecnico
dell’A.O.U.
Inviato alla C.E. il: 21 marzo 2014.
IL COMMISSARIO STRAORDINARIO
Dott. Giuseppe Pecoraro
P.O. FESR 2007/2013 - FONDO EUROPEO DI SVILUPPO REGIONALE
FORNITURA MEZZI ED ATTREZZATURE PER IL POTENZIAMENTO
DEL SERVIZIO DI RACCOLTA DIFFERENZIATA DEL COMUNE DI TARANTO
COMUNE DI TARANTO
Servizio Appalti e Contratti
Via Plinio, 75 - 74121 TARANTO - Tel. 099.4581926-948; fax 099.4581999;
e-mail: [email protected]
AVVISO DI APPALTO AGGIUDICATO
(per estratto)
Si rende noto che, a seguito di esperimento di procedura aperta, l’esecuzione della
FORNITURA MEZZI ED ATTREZZATURE PER IL POTENZIAMENTO DEL SERVIZIO DI
RACCOLTA DIFFERENZIATA DEL COMUNE DI TARANTO (Appalto n. 04/2013 - CIG:
5049006B8C - CUP: E59E11000350002) è stata definitivamente aggiudicata in favore
della Ass. Temp. tra le imprese COSTRUZIONI ECOLOGICHE srl - Grumo Appula BA
(designata Capogruppo), ECO SERVICE spa e EUROSINTEX srl, per importo contrattuale complessivo, oltre IVA come per legge, € 2.499.500,00#.
Il relativo Avviso Integrale è pubblicato sulla G.U.C.E. n. 2014/S 078 - 135777
del 19.04.2014, è pubblicato all’Albo Pretorio On-Line di questo Comune a decorrere
dal 30.04.2014 ed è reso disponibile sul sito internet: www.comune.taranto.it.,
www.regione.puglia.it e sul sito del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti, nonché
in corso di trasmissione per la conseguente inserzione, per Estratto, sulla G.U.R.I. 5^ Serie Speciale.
Il Dirigente del Servizio Appalti e Contratti - Dott. Michele MATICHECCHIA
24
Lunedì 5 Maggio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Crediamo che anche
il migliore dei materiali possa
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Corriere della Sera Lunedì 5 Maggio 2014
Cronache 25
italia: 51575551575557
In Calabria
Le immagini
Il Comune
mette all’asta
1.418 alberi
per fare cassa
L’arrivo
La rievocazione dello
sbarco di Napoleone a
Portoferraio,
sull’Isola d’Elba, dove rimase in esilio
per dieci mesi, fino alla fuga per riconquistare Parigi (Ap/Muzzi)
L’evento Lo sbarco il 4 maggio di 200 anni fa. Rievocazioni storiche fino a febbraio
La celebrazione di un esilio:
l’Elba festeggia il suo Napoleone
Parate e figuranti in costume. Le tracce dell’imperatore sull’isola
di MASSIMO NAVA
C
Il programma
on dosaggio di folklore, promozione turistica e cultura, l’isola d’Elba
ricorda il bicentenario dell’esilio di
Napoleone: un calendario di appuntamenti e rievocazioni che dalla ricostruzione dello sbarco (4 maggio) si snoda
per tutto il periodo della permanenza dell’imperatore (dieci mesi) fino al momento epico: la fuga dall’isola e la riconquista
di Parigi, il capitolo dei Cento giorni, che
ancora oggi appassiona gli storici per la
sua temerarietà e inspiegabile riuscita.
Si è cominciato ieri, con la sfilata delle
divise dell’epoca, la consegna delle chiavi
del regno, i discorsi del sindaco del tempo, il Maire Traditi, il Te Deum nel Duomo
di Portoferraio e Sua Maestà l’imperatore
che promise di «essere un buon padre». Si
prosegue l’estate e nei mesi successivi,
spaziando dal teatro alla musica, dal cinema alla gastronomia, dalle esposizioni ai
convegni e coinvolgendo i comuni dell’Elba e i luoghi dove l’imperatore ha lasciato tracce significative: la reggia e le residenze, il teatro, la bonifica di Pianosa, il
rilancio delle miniere, la realizzazione di
strade e infrastrutture. L’isola, nonostante campanilismi secolari e non poche difficoltà in tempi di austerità, ha scommesso sul rilancio del turismo e offerto la
possibilità di ricadute sulla Toscana, in
particolare nei centri più collegabili al
mito dell’imperatore, da Lucca a Livorno a
San Miniato, il luogo originario dei Bonaparte.
Spazio anche alla suggestione dei sentimenti, come le interviste immaginarie
dei personaggi che contornarono l’imperatore, dai suoi generali alla madre Letizia, dalla sorella Paolina (alla quale è dedicata una delle più belle spiagge dell’isola) a Maria Walewska, la bellissima contessa polacca che lo raggiunse con il
piccolo Alessandro, frutto del loro amore.
L’imperatore e la «sposa polacca» trascorsero un’ultima notte al santuario della
Madonna del Monte, sulle alture di Marciana Marina, da dove Napoleone allungava lo sguardo sulla terra natia, la Corsi-
Ieri
Sono cominciati ieri
all’Isola d’Elba i
festeggiamenti per il
bicentenario dello
sbarco di Napoleone
(nel tondo,
l’imperatore
interpretato da un
attore e a destra
«Ritratto in piedi
dell’Imperatore
Napoleone» di Sir
Charles Lock Eastlake)
Le iniziative
Sono previste
iniziative durante
l’estate e nei mesi
successivi: dal teatro
alla musica, dal
cinema alla
gastronomia e alle
esposizioni . Coinvolti
tutti i comuni
dell’Elba e i luoghi
dove l’imperatore
ha lasciato tracce
significative
ca, architettando piani di fuga e di riscossa.
Dentro il calendario ci sono anche
«nicchie» di interesse culturale e suggestione storica, quali la riorganizzazione
del Museo di Portoferraio e delle residenze e il restauro della casina Drouot, il governatore dell’epoca, per volontà dell’architetto Paolo Ferruzzi, memoria storica
dell’isola e custode di una preziosa biblioteca, messa generosamente a disposizione di storici e scrittori che si sono misurati con l’epopea napoleonica. Qui i visitatori potranno fare un balzo nel passato e
dialogare con sua Maestà e la bella Maria.
Il piccolo mondo elbano si è mosso in
controtendenza con il comune sentire dei
francesi, che duecento anni dopo ancora
sanno poco dell’isola e delle sue straordinarie bellezze e che forse da quest’anno
cominceranno ad avere voglia di scoprirle. La spiegazione, nella mentalità francese, ha una sua logica. Il mito di Bonaparte,
celebrato da Stendhal e Dumas e da un
esercito di storici e biografi, si rinnova
nell’esaltazione quotidiana delle sue imprese e sfuma nel ricordo della sconfitta,
dell’esilio, della disfatta dell’impero. E, al
tempo stesso, almeno da una parte della
storiografia politica, vengono indagati gli
aspetti più controversi del personaggio:
le disastrose spedizioni militari, il bonapartismo che fa rima con cesarismo, la visione accentratrice dello Stato, con cui
continua a fare i conti la Francia di oggi.
Al contrario, l’Elba mette fra parentesi
quello che in effetti fu l’esilio di Napoleone: una sorta di accettazione del nuovo
venuto, con qualche ostilità, verso tasse e
misure di ordine pubblico, mentre la propaganda dei nemici della Francia accreditava la versione più umiliante della vicenda; un regno da operetta, in cui l’imperatore sconfitto s’illudeva di riprodurre in
miniatura gli splendori dell’impero.
Fra questi due opposti, l’indifferenza
dei francesi e il provincialismo locale,
l’esilio dell’imperatore è rimasto nei decenni una parentesi, una paginetta nella
grande storia, un capitolo persino meno
significativo dell’esilio definitivo a Sant’Elena. L’obiettivo delle rievocazioni è
anche di ridurre questa distanza, non tanto per rilanciare una figura esaltata e raccontata come pochissime nella storia dell’uomo, ma per ridare a un capitolo breve
e declinante la sua giusta dimensione:
importante per la cultura e la storia amministrativa dell’isola, non trascurabile
come antefatto del Risorgimento italiano,
straordinariamente epico nel suo avventuroso ed esaltante finale.
[email protected]
Che molti Comuni per
riempire le casse, spesso
vuote, escogitino trucchi di
ogni tipo si sa. Che però si
pensi di poter vendere pezzi
di natura incontaminata è
un’idea che fa arrabbiare
molto i cittadini. In senso
trasversale. Come sta
succedendo in Calabria, dove
nel giro di due mesi sono
ancora una volta alberi
secolari a provocare
polemiche e mobilitazioni.
Motivo? Qualche
amministratore ha pensato di
metterli all’asta per incassare.
E così dopo il bosco
dell’Archiforo a Serra San
Bruno (foto sotto), del marzo
scorso, adesso è la volta di
1.418 piante ricadenti nel
territorio montano di Dasà
(Vibo Valentia) che il 13
maggio verranno messe
all’asta pubblica, con il
sistema delle offerte segrete,
per la vendita del materiale
legnoso ricavabile dal taglio
del lotto boschivo
appartenente al demanio
comunale di «Monte Famà».
Si tratta di uno dei boschi più
suggestivi e incontaminati
dell’intero comprensorio
delle Serre vibonesi. Fra gli
alberi da taglio ci sono 1.357
piante di faggio, alcune
secolari, e 61 esemplari di
raro abete bianco. Nel marzo
scorso, l’analoga decisione di
«fare cassa» a Serra San
Bruno era stata bloccata dalla
rivolta sul web, dalla reazione
di alcuni parlamentari e dalla
presa di posizione di cittadini
e associazioni ambientaliste.
Rivolta che era riuscita a
salvare l’abete bianco più
grande d’Europa (55 metri di
altezza e 5,5 di circonferenza)
che oggi continua a fare parte
del patrimonio naturalistico
di Serra San Bruno. A distanza
di due mesi, un’identica
situazione si ripresenta con il
Comune di Dasà e gli alberi di
Monte Famà. Sul web la
mobilitazione è già pronta.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Dibattito L’incontro tra il filosofo, il leader del movimento studentesco del ‘68 e il gesuita Sorge alla «Scuola della Cattedrale» del Duomo di Milano
Se la Chiesa chiama Severino e Capanna per parlare di scienza
La Scuola della Cattedrale
del Duomo di Milano, ideata e
organizzata dall’arciprete Gianantonio Borgonovo, ebraista
ed esegeta, sta compiendo un
anno di vita. E si fa sentire.
Oggi, per esempio, alle 18 si
incontreranno nella Sala delle
Colonne (è il luogo preposto
alle iniziative, con ingresso da
piazza Duomo, accanto al Museo) il gesuita Bartolomeo
Sorge, il filosofo Emanuele
Severino e il leader del Movimento studentesco del ‘68
(ora presidente della Fondazione Diritti Genetici) Mario
Capanna. Il motivo? Semplice:
Borgonovo li ha riuniti per
parlare di scienza come «bene
comune». Che è poi anche il
titolo del libro curato dallo
stesso Capanna, pubblicato da
Jaca Book.
Quest’opera, nata da commenti a considerazioni di un
testo di Capanna ispirato dall’urgenza di «democratizzare
la scienza», raccoglie, oltre i
suoi interventi, contributi che
vanno da Valerio Onida a Salvatore Natoli, da Giuseppe
Sarcina a Marcello Veneziani,
da Franco Cardini a Gustavo
Zagrebelsky agli stessi Severino e Sorge. Le pagine ruotano
intorno alla domanda «Chi
decide della scienza quando la
scienza riguarda tutti?». Capanna ricorda che «il rapporto
scienza- società si traduce nel
rapporto scienza-democrazia» e che ora «le forze economico-finanziarie, che stanno
dietro — e, sempre più spesso, dentro — la ricerca, sono
in grado di condizionarne
processi ed esiti». Severino
sottolinea la contraddizione
di chi determina la ricerca: «O
il capitalismo non rinuncia a
se stesso, e quindi alla propria
distruttività, e distruggendo
la Terra distrugge se stesso,
oppure si convince del proprio carattere distruttivo e assume come scopo la salvaguardia della Terra (mediante
l’adozione di tecniche alternative) e, anche in questo caso,
rinunciando al proprio scopo
primario, distrugge se stesProtagonisti
Mario
Capanna,
leader del
Movimento
studentesco
del ‘68
(a sinistra)
e il filosofo
Emanuele
Severino
so». Sorge osserva: «Scienza,
società e democrazia sono finalizzate all’uomo non meno
di quanto lo è la tutela dell’ecosistema. Perciò, occorre
dar vita a un umanesimo nuovo, nel quale l’orizzonte della
scienza non solo non sia in
conflitto con quello della vita
umana, ma al suo servizio».
Senonché, l’incontro della
Scuola della Cattedrale cade
nell’ambito dell’annunciata
enciclica di papa Francesco,
dedicata alla custodia del Creato. Gli argomenti e le considerazioni non sono distanti
dalle preoccupazioni del Pontefice; del resto, la salvaguardia della Terra non si può
sempre e comunque declinare
con il profitto e lo sfruttamento. Di più: Borgonovo riporta
in Duomo due personaggi che
per motivi diversi furono costretti a lasciare l’Università
Cattolica di Milano: Capanna
nel ‘68, Severino nel ‘70. È un
fatto casuale? Gli abbiamo rivolto il quesito. Ci ha risposto:
«Dialogare non significa con-
fondere le posizioni degli interlocutori che si parlano, significa ascoltare l’altro per
meglio comprendere le proprie posizioni. Perché tutti
siamo servi di quella Verità
che ci possiede».
Morale della vicenda: la
Scuola della Cattedrale, oltre
un notevole evento di respiro
internazionale (ricordiamo la
presenza il 24 marzo del professore della Sorbona Pierre
Laurens), è diventata un punto d’incontro culturale per le
tematiche di interesse non solo accademico ma anche di attualità. Non ha sovvenzioni
pubbliche. E questo è motivo
di vanto per il Duomo. E per la
lungimiranza della Chiesa.
Armando Torno
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Lunedì 5 Maggio 2014 Corriere della Sera
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Cultura
Anteprima Esce domani per Einaudi
il nuovo romanzo dell’autore torinese
Francisco Icaza, pittore di denuncia
Il pittore messicano Francisco Icaza (nella foto), tra i più
conosciuti esponenti della cosiddetta Generación de la
Ruptura, è morto a Città del Messico. Aveva 84 anni (era
nato il 5 ottobre 1930). I suoi dipinti e i suoi murales (che si
rifanno all’espressionismo tedesco e al surrealismo di James
Ensor) trattano prevalentemente temi sociali e di denuncia.
«Il nero e l’argento» Storia di un
amore giovane e di una domestica
Il mondo salvato da Babette
L’umiltà secondo Giordano
di RANIERI POLESE
Il profilo
I
l nome intero, non abbreviato,
della signora A. appare alla fine
del breve romanzo di Paolo
Giordano. È l’ultima parola del
testo, la pronuncia il bambino Emanuele che i genitori hanno portato a
vedere la tomba della donna che lo
ha accudito nei primi otto anni di
vita. Per tutto il libro, il narratore,
sua moglie Nora, il figlio Emanuele
la chiamano Babette, in ricordo del
racconto di Karen Blixen, Il pranzo
di Babette. Anche lei, come la cuoca
della Blixen, aveva preparato un
gran pranzo, invitando a casa sua,
fuori Torino, i suoi datori di lavoro.
Quando le avevano spiegato chi era
Babette e le avevano raccontato la
storia di quel pranzo, la signora A.
si era commossa, nascondendosi il
viso con il grembiule per non farsi
vedere.
Il nero e l’argento (che esce domani per Einaudi) si apre con la notizia della morte della signora A.,
uccisa da un tumore che dai polmoni si è propagato troppo in fretta a
tutto l’organismo. Da oltre un anno
non andava più a servizio, era stanca, la terapia l’aveva debilitata, non
se la sentiva più di guidare la macchina. Piano piano aveva dovuto rinunciare anche alle telefonate, e alla fine, poco prima della morte, una
cugina l’ha portata in casa sua, dove
ha passato gli ultimi giorni, magra e
senza più forze, in un letto troppo
grande. Ultima discendente di una
illustre dinastia di cameriere immortalate dalla grande letteratura
— Mariette, la servante au grand
coeur di Baudelaire, Félicité di Un
cuore semplice di Flaubert, Françoise ovvero Céleste Albaret di Proust e
naturalmente la cuoca Babette — la
signora A. s’impadronisce del romanzo di Paolo Giordano, diventandone la vera, indimenticabile
protagonista.
È lei il centro della famiglia, ha
assistito Nora costretta a letto negli
ultimi mesi di gravidanza, ha tirato
su il piccolo Emanuele (che comincia a camminare con lei, non con i
genitori), vizia e coccola con speciali piatti cucinati apposta l’uomo di
Paolo Giordano
è nato a Torino
nel 1982 e di
formazione è
fisico.
Il suo romanzo
d’esordio, «La
solitudine dei
numeri
primi»
(Mondadori,
2008) è stato
pubblicato in
oltre
quaranta
Paesi; tra i
numerosi
riconoscimenti,
il premio
Strega e il
premio
Campiello
Opera Prima.
Nel 2012 è
uscito, ancora
per Mondadori,
«Il corpo
umano».
Collabora con
il «Corriere».
Foto:
Mybosswas.com
casa quando d’estate rimane solo a
lavorare in città. È precisa, tiene gli
scontrini della spesa e se li fa rimborsare subito. Sa bene cosa e come
si deve fare, non sembra incline a
confidenze eccessive. Si sa che è vedova da tanto tempo,
che il marito, un rigattiere con qualche pretesa di antiquario, è morto
giovane per una grave
insufficienza renale. In
quel pranzo con cui si
merita il nome di Babette, i suoi datori di lavoro
scoprono una casa piccoloborghese, molto pulita, un po’ kitsch, con il
servizio di piatti buono e
i calici dal bordo dorato su una tavola perfettamente apparecchiata.
Il romanzo, con il suo titolo programmatico, tra la medicina galenica e l’alchimia (il nero è l’umore
malinconico, biliare di lui; l’argento
è l’elemento lunare, femminile),
Eredità
La figura principale è l’ultima
discendente di una illustre
dinastia di cameriere, da
Flaubert a Proust e alla Blixen
sembra volerci raccontare il rodaggio di una giovane coppia in
un’epoca che si è sbarazzata dei vecchi ruoli moglie e marito, madre e
padre, donna e uomo. Tutto si gioca
sull’autenticità, ogni volta si richiedono sincerità, spontaneità, niente
dev’essere dato per scontato. Ma
così è un continuo mettersi alla
prova, per lui, ricercatore di fisica
che a un certo punto rifiuta una
borsa di studio a Zurigo per restare
con la famiglia, e per lei, arredatrice, che non sempre riesce a star dietro al suo lavoro. In questa relazione
è la signora A. che detta il ritmo del
quotidiano.
All’inizio, scrive Giordano, lei
serve alla giovane coppia come testimone del loro amore («ogni
amore ha bisogno di qualcuno che
lo veda e riconosca, che lo avvalori,
altrimenti rischia di essere scambiato per un malinteso»). In realtà è
molto di più. Per lei i tre «estranei»
finiscono per nutrire un affetto assolutamente più forte che non
quello per i rispettivi parenti, peraltro poco affettuosi (almeno la madre di lei, separata e poi risposata;
di lui non si citano mai né genitori
né altri congiunti). Si crea insomma
un rapporto di difficile definizione,
in cui non si capisce chi adotta chi.
O meglio, lo si vede bene molto presto: i tre, padre madre e figlio, si sono lasciati adottare e inconsapevolmente vivono l’attaccamento per
una madre, acquisita ma pur sempre madre: un tipo di legame di cui
la vita precedente non li aveva provvisti.
Succede così che «la storia di un
amore giovane» (come si legge nel
risvolto di copertina) lascia il posto
alla storia di A., al suo concreto
buon senso venato da ataviche superstizioni (ogni mattina alla radio
ascolta l’oroscopo), alla sua fedeltà,
al suo affetto non dovuto e non dettato da legami di sangue né di latte
(curiosamente, Giordano usa due
volte la parola balia, una per la signora A., un’altra per Teresina, la
donna di servizio di quando era piccolo). La giovane coppia avrà i suoi
alti e bassi, ma la fedeltà della signora A. non è mai in discussione.
Quando se ne andrà, sarà per colpa
della malattia. Un male annunciato
da un presagio: la signora A. aveva
visto uno strano uccello variopinto.
L’uccello del paradiso, le aveva detto il vicino, un pittore. Ma subito
Leslie Graff,
«Relazioni
domestiche»
(2012,
acrilico su tela,
Saatchi Art)
l’aveva messa in guardia: quell’uccello porta disgrazie e morte. Lei,
intanto, l’aveva anche sognato quell’uccello, «quella specie di pappagallo» (curiosa coincidenza: Félicité, la serva dal «cuore semplice»,
L’incontro al Salone del libro sabato 10
Appuntamento
multimediale
a Torino: legge
Isabella Ragonese
Paolo Giordano presenterà al pubblico Il nero e
l’argento al Salone del libro di Torino sabato 10
maggio e lo farà in una conversazione ospitata alla
sala 500 del Lingotto (ore 18). Interviene Paola Gallo,
mentre l’attrice Isabella Ragonese leggerà pagine del
romanzo in un evento che si avvale anche di
suoni e immagini curati da Mybosswas, studio
specializzato in progetti e produzioni multimediali
fondato da Federico Biasin e Giorgio Ferrero
tre anni fa.
nel racconto di Flaubert teneva un
pappagallo, che una volta morto era
stato impagliato). Intanto comincia
la trafila di esami, Tac, visite dall’oncologo a cui la signora A. viene
accompagnata dai suoi parenti
adottati. Nora poi la aiuta a comprarsi una parrucca, nell’attesa che
la chemioterapia faccia cadere i capelli. Ora il rapporto si è ribaltato: è
lei a essere accudita, incoraggiata,
servita. Non si sa fino a che punto la
signora A. sia grata e contenta di
tutte queste attenzioni. Di certo la
giovane coppia prova, forse per la
prima volta, un attaccamento profondo, il senso di un’appartenenza,
un dolore vero.
Come per un salto di corsia,
un’improvvisa sterzata, il romanzo
di Paolo Giordano passa dalla «storia di un amore giovane» all’elegia
Metafore Aurelio Picca con «Un giorno di gioia» (Bompiani) trasferisce in un ambiente stralunato ed estremo le sue angosce familiari. Tra noir, poliziesco e favola
La madre è una tigre, il figlio sta chiuso in gabbia
di RAFFAELE LA CAPRIA
M
a che libro è questo Un giorno di gioia
di Aurelio Picca, appena pubblicato da
Bompiani? Me lo sono domandato più
volte leggendolo, senza sapere bene come
classificarlo. Cos’era, un noir, un poliziesco,
un romanzo d’avventura o uno familiare? Era
un libro autobiografico nato da una vera esperienza o un libro tutto inventato sulla sofferenza di un bambino che si sentiva «un nano
ostaggio di giganti», come con breve e illuminante formula lo definisce Niccolò Ammaniti?
Certo è che tutto il libro sembra riferire, in
modo attonito e direi stralunato, quel che ha
visto e sentito un bambino nato e cresciuto in
un mondo di adulti perversi e dove al centro
c’è una madre amatissima che lo tratta come
un bambolotto, lo trucca e lo imbelletta con
creme e rossetti, lo fa assistere con indifferenza ai suoi turbolenti incontri sessuali con
l’amante.
Dietro c’è una famiglia, anzi un clan, arcaico
Aurelio Picca è nato a Velletri.
Ha vinto il premio Moravia e il
superpremio Grinzane Cavour
ma anche spregiudicatamente moderno, di zii
e zie numerosissimi, tutti tra di loro in conflitto per un’eredità, e tutti talmente spregiudicati da rasentare e praticare il furto e la rapina a
mano armata; anche la madre, anzi soprattutto lei, donna bellissima e terribile.
È tutto talmente esagerato, in questo romanzo, che uno si domanda se non è una favola nera, una metafora, un modo per raccontare un mondo stravolto, dagli occhi di un
bambino offeso, e lo scandalo che avviene naturalmente ogni giorno tra l’innocenza dei
piccoli e la malvagità dei grandi. E sarà vero
che questo bambino viene chiuso in una gabbia per assistere impotente a chissà quali riti
osceni tra la sua governante e un servo della
casa? Sarà vero il suo rapporto affettuoso con
una tigre che ricorda in qualche modo il rapporto con la madre?
A volte sembra di trovarsi, più che nella tradizione della narrativa italiana, in quella zona
della narrativa francese dove imperversano
Bataille e Klossowski, ma qui depurati di ogni
sottinteso metafisico, ma anche qui però «oltre il limite» realistico. Invece è più giusto
pensare a Moravia, il Moravia di Agostino, e al
suo rapporto con la madre, liberato dalla psicologia e dall’ombra di Freud e qui nutrito da
un risentimento e da un’ira covati a lungo, e
che alla fine esplodono in un gesto liberatorio.
Certo è che questo è un libro ben scritto, dove gli avvenimenti scorrono uno dopo l’altro
come le caselle di un fumetto avvincente, come le sequenze di un film poliziesco: vedi ad
esempio com’è descritta la rapina a mano armata, fatta dalla madre e vista dal bambino,
alla gioielleria Bulgari, in via Condotti. Si sente
La confessione
Scrivere questa vicenda è stato un modo
per liberarsi delle ossessioni
e delle crudeltà subite nell’esistenza
l’atmosfera di un film americano, di quelli con
pistole puntate e facce spietate.
Chi legge questo riassunto può pensare a
un libro strampalato ed eterogeneo, ma invece tutto torna perché, specie nella seconda
parte, i luoghi e i fatti sono raccontati con una
precisione che arriva fino alla descrizione di
minimi dettagli, uno stemma, una sedia, la disposizione dei mobili in una villa, l’ubicazione
delle stanze e così via. Tutto torna, tutto rientra in una struttura controllata, ma tutto insomma è sempre esageratamente fuori della
norma. Nell’ultima parte, infine, l’autore parla
di se stesso e del libro che ha scritto, di questo
libro, e dice che ha scritto «una storia necessaria per liberarsi delle ossessioni e delle crudeltà subite».
E noi lettori restiamo con la sensazione di
aver letto un libro tutto vero e tutto falso, come quello un po’ esaltato che s’inventano i
bambini; anzi, di aver assistito ad un esorcismo con qualche eccesso liberatorio.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Il romanzo di Aurelio Picca, «Un giorno di gioia»,
è pubblicato da Bompiani, pp. 240, 17,50
Corriere della Sera Lunedì 5 Maggio 2014
IN PAGINA
✒
Cultura 29
italia: 51575551575557
Ritrovare Epicuro per amico
di ARMANDO TORNO
Nelle Vite dei filosofi di Diogene Laerzio si leggono notizie sulle opere
di Epicuro: «Scrisse moltissimo e tutti superò per numero di libri:
sono infatti circa trecento rotoli di papiro. Non vi sono in essi citazioni
tratte da altri...». Tanto di lui è andato perduto, anche se ci sono
pervenuti documenti che consentono di conoscere la sua concezione
della fisica (Lettera a Erodoto) o dell’etica (Lettera a Meneceo). Nella
collana «Pensatori» di Carocci è uscita di Francesco Verde una
monografia su Epicuro (pp. 280, 22): lavoro degno della massima
considerazione, aggiornato, ben condotto e, in ultima analisi, utile (si
vedano capitoli quali Forma di scrittura delle opere filosofiche di
Epicuro o la parte finale riguardante la sua scuola). L’influenza di
questo pensatore sull’Occidente è stata enorme: riscoperto dal
Rinascimento umanistico e ben presente negli illuministi, eccolo nelle
pagine di filosofi o poeti quali Leopardi, Marx, Nietzsche; o di letterati
come Cioran. Una sua sentenza preziosa: «Ogni amicizia è
desiderabile di per sé anche se ha avuto il suo inizio dall’utilità».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
L’incipit Una presenza preziosa nella vita del protagonista, della moglie Nora e del piccolo Emanuele
Quel sabato d’aprile
nella casa kitsch e pulita
dell’ostinata signora A.
di PAOLO GIORDANO
I
l giorno del mio trentacinquesimo
compleanno la signora A. ha rinunciato
d’un tratto all’ostinazione che la caratterizzava ai miei occhi più di ogni altra
qualità e, già composta in un letto che ormai
pareva smisurato per il suo corpo, ha infine
abbandonato il mondo che conosciamo.
Quella mattina ero andato all’aeroporto
a prendere Nora, di ritorno da un breve
viaggio di lavoro. Sebbene fossimo a dicembre inoltrato, l’inverno indugiava e le
distese monotone ai lati dell’autostrada
erano impallidite da uno strato sottile di
nebbia, come a simulare la neve che non si
decideva a cadere. Nora ha risposto al telefono, dopodiché non ha parlato molto, è rimasta soprattutto in ascolto. Ha detto ho
capito, va bene, martedì allora, quindi ha
aggiunto una delle frasi che l’esperienza ci
fornisce per ovviare, in caso di necessità,
alla scarsezza di parole adeguate: – Forse è
stato meglio così.
Ho deviato alla prima area di servizio
Intimità
Aveva consuetudini quasi
leggendarie, come la puntualità
con cui ogni mattina ci aggiornava
sull’oroscopo ascoltato alla radio
in morte di una signora amica. Un
cambio di rotta non sappiamo
quanto volontario e consapevole:
sembra quasi che la signora A. sia
uno di quei personaggi che impongono la loro presenza all’autore, lo
condizionano, gli cambiano trama
e ordito del lavoro. E il risultato è
qualcosa di inatteso, ma certo è
un’opera toccata da un’infinita grazia, dove agisce una segreta, dolente sensibilità. Ci sono notazioni
acutissime sulle strane asimmetrie
di questo rapporto: la signora A.,
nella casa dove è a servizio, non si
siede mai a tavola pur essendo diventata una di famiglia; al funerale,
i giovani non seguono il feretro al
cimitero, sentendo che l’essere solo
«i datori di lavoro» li esclude da
una intimità che riguarda soltanto i
parenti.
Nei mesi della malattia, quando
la signora è ancora a casa sua, i giovani vanno a trovarla, e lei apre per
loro la stanza segreta, dove ha conservato alcuni pezzi rimasti del
commercio del marito. Dopo morta, due mobili anni Venti vanno in
eredità alla giovane coppia. E dal
buffet, come un messaggio misterioso ed enigmatico, vengono fuori
dei ritagli di giornale che il marito
della signora A. aveva raccolto a riprova della sua credenza nei complotti. Dettagli, i mobili e quei giornali, poveri resti di una vita fin troppo comune, che comunque pretende di parlarci ancora dopo la fine.
La visita dei tre «orfani» al cimitero
chiude il libro: ed è l’omaggio per
uno dei personaggi più belli dei libri letti in questi anni.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
per consentirle di scendere dall’auto e
camminare da sola verso un punto indefinito del parcheggio. Piangeva piano, la mano destra chiusa a conca per coprire la bocca e il naso. Fra le innumerevoli cose che
ho imparato su mia moglie in dieci anni di
matrimonio c’è il vizio di isolarsi nei momenti di dolore. All’improvviso diviene
inaccessibile, non permette a nessuno di
consolarla, mi costringe a restare lì, spettatore inutile della sua sofferenza — una ritrosia che ho scambiato talvolta con una
mancanza di generosità.
Per il resto del tragitto ho tenuto un’andatura più lenta, mi sembrava una forma
ragionevole di rispetto. Abbiamo parlato
della signora A., evocando qualche aneddoto del passato, anche se per lo più non si
trattava di veri aneddoti — non ne avevamo su di lei —, semmai di consuetudini,
consuetudini a tal punto radicate nella nostra vita famigliare da apparirci quasi leg-
gendarie: la puntualità con cui ogni mattina ci aggiornava sull’oroscopo che aveva
ascoltato alla radio mentre noi eravamo
ancora addormentati; il modo che aveva di
appropriarsi di certe zone della casa, specie della cucina, tanto che ci veniva da domandarle il permesso di aprire il nostro
stesso frigorifero; le massime con cui poneva freno a quelle che secondo lei erano
delle complicazioni inutili create da noi ragazzi; il suo passo marziale, mascolino, e
poi la tirchieria incorreggibile, ricordi
quella volta che ci dimenticammo di lasciarle i soldi per la spesa?, lei svuotò il barattolo delle monetine, racimolando i centesimi fino all’ultimo.
Dopo qualche minuto di silenzio, Nora
ha aggiunto: – Che donna, però! La nostra
Babette. Sempre presente. Anche stavolta
ha aspettato che io tornassi.
Non le ho fatto notare che mi aveva appena sommariamente escluso dal quadro
complessivo, né ho trovato il coraggio di
confessarle ciò che stavo pensando proprio nello stesso istante: che la signora A.
aveva atteso il giorno del mio compleanno
per andarsene. Entrambi ci stavamo dunque fabbricando una piccola, personale
consolazione. Non ci resta altro da fare davanti alla morte di qualcuno, se non inventare delle attenuanti, attribuire al defunto
un ultimo gesto di premura che ha voluto
riservare proprio a noi, disporre le coincidenze secondo un piano di senso. Eppure
oggi, con la freddezza inevitabile della distanza, fatico a credere che sia stato davvero così. La sofferenza aveva portato la signora A. lontano da noi, da chiunque, molto prima di quella mattina di dicembre,
l’aveva spinta a camminare fino a un angolo di mondo appartato — proprio come
Nora si era allontanata da me nell’area di
sosta dell’autostrada — e da laggiù lei ci
voltava le spalle.
La chiamavamo così, Babette, il soprannome ci piaceva perché suggeriva un’appartenenza, e piaceva a lei perché era tutto
suo e suonava come un vezzo, con quella
cadenza francese. Credo che Emanuele
non ne abbia mai compreso il significato,
magari un giorno gli capiterà di imbattersi
nel racconto di Karen Blixen, o più probabilmente nel film, e allora effettuerà il collegamento. Tuttavia aveva accettato di
buon grado che la signora A. diventasse
Babette da un certo punto in poi, la sua Babette, e ho il sospetto che associasse quel
Opera terza
Il terzo
romanzo di
Paolo Giordano,
il primo dopo il
suo passaggio
da Mondadori a
Einaudi, si
intitola «Il nero
e l’argento» (pp.
121, 15).
Sarà in libreria
domani, martedì
6 maggio
Dopo
l’intreccio
polifonico de «Il
corpo umano»,
che ha sullo
sfondo la
partecipazione
dei militari
italiani al
conflitto in
Afghanistan,
Giordano torna
alle atmosfere
borghesi e
cittadine che
avevano
caratterizzato
anche l’opera
d’esordio
nomignolo alle ciabatte di lei, per assonanza, le ciabatte che la sua balia indossava come primissimo gesto entrando in casa nostra e riponeva appaiate accanto alla cassapanca a fine giornata. Quando, rilevata la
condizione miserevole delle suole, Nora
gliene aveva procurate un paio nuove lei le
aveva confinate nello sgabuzzino e mai
usate. Faceva così, non modificava mai nulla, anzi si opponeva ai cambiamenti con il
corpo e con lo spirito e, sebbene la sua caparbietà fosse buffa, perfino stolida alle
volte, non posso negare che ci facesse piacere. Nella nostra vita, la vita mia e di Nora
e di Emanuele che a quell’epoca sembrava
rivoluzionarsi ogni giorno e oscillava pericolosamente al vento come una pianta giovane, lei era un elemento fisso, un riparo,
un albero antico dal tronco così largo
da non riuscire a circondarlo con tre
paia di braccia.
Era diventata Babette un sabato di
aprile. Emanuele parlava già, ma sedeva ancora sul seggiolone, quindi dev’essere successo cinque o forse sei anni fa. La signora A. aveva insistito mesi
affinché andassimo a trovarla a casa
sua, almeno una volta, per pranzo. Nora e io, esperti nel declinare gli inviti
che avessero un sentore anche vago di
riunione di famiglia, ci eravamo sottratti a lungo, ma la signora A. non si
lasciava scoraggiare e ogni lunedì era pronta a rinnovare l’invito per il fine settimana
seguente. Ci eravamo arresi. Avevamo guidato fino a Rubiana in uno stato di strana
concentrazione, come accingendoci a fare
qualcosa di poco spontaneo che avrebbe richiesto un alto grado di impegno. Non eravamo abituati a sederci a tavola con la signora A., non ancora: nonostante la frequentazione assidua, vigeva fra noi un rapporto implicitamente gerarchico secondo il
quale, semmai, lei era in piedi affaccendata
mentre noi mangiavamo e discutevamo degli affari nostri. Può darsi addirittura che in
quel periodo non ci dessimo ancora del tu.
— Rubiana, — aveva detto Nora, osservando perplessa la collina fitta di boschi,
— immagina passare tutta la vita qui.
Avevamo visitato l’appartamento di tre
stanze dove la signora A. trascorreva la sua
solitaria vedovanza e ci eravamo spesi in
complimenti eccessivi. Le informazioni
che avevamo sul suo passato erano poche
— Nora sapeva giusto qualcosa in più di
me — e, non potendo attribuire un senso
affettivo a ciò che vedevamo, l’ambiente ci
era sembrato né più né meno che quello di
una casa inutilmente pomposa, un po’ kitsch e molto pulita. La signora A. aveva apparecchiato il tavolo rotondo del soggiorno
in maniera impeccabile, con l’argenteria
allineata su una tovaglia floreale e dei calici
pesanti dal bordo dorato. Il pranzo in sé,
pensai, sembrava un pretesto per giustificare l’esistenza di quel servizio di piatti,
che evidentemente non trovava un impiego da anni.
© 2014 PAOLO GIORDANO. TUTTI I DIRITTI RISERVATI
© 2014 GIULIO EINAUDI EDITORE S.P.A., TORINO
Il dibattito Da Anna Karenina a Molly Bloom: i personaggi femminili inventati dagli uomini sono il grande oggetto di desiderio. A volte false, eppure immortali
«Io sono lei», sogno impossibile degli scrittori maschi
di GIORGIO PRESSBURGER
V
orrei parlare di un aspetto finora poco
indagato: si tratta della domanda se è
capace un uomo, uno scrittore, anche
se della grandezza di Tolstoj, di rappresentare la vita interiore di una donna con piena autenticità. Le protagoniste del teatro, della
narrativa, delle opere liriche, delle poesie,
dei quadri, dei film, sono innumerevoli. I lavori in cui appaiono sono, per la maggior
parte, anche se non esclusivamente, creazioni di scrittori, pittori, musicisti, registi di sesso maschile. Ci sono scrittori notevolmente
profondi, come lo svedese August Strindberg
per esempio, che non sono mai venuti a capo
di questa questione. Altri, della stessa epoca,
come Ibsen, con molto coraggio hanno affrontato i pregiudizi del pubblico, difendendo la donna: la sua Nora di Casa di bambole
abbandona marito e figli perché ha subito un
gravissimo torto, frutto di una sordida incomprensione. Ma direi che dall’antica Gre-
cia fino ai giorni nostri le figure femminili
spesso sono tragiche, vittime a volte eroiche
di costumi sociali arretrati e ingiusti.
Pensate a Elettra, ad Antigone, alle martiri
cristiane delle sacre rappresentazioni medievali, alla Giulietta di Shakespeare e a tante altre figure femminili che con un po’ di retorica chiamiamo immortali. I più grandi psicologi si sono scervellati per risolvere il problema: se esista la possibilità di una vera
empatia, cioè di una identificazione tra sentimenti femminili e maschili. Anche i neuroscienziati lavorano con dedizione alla soluzione di questo enigma. Perché, tornando a
Tolstoj e alla sua Anna Karenina, ci sono tante cose da dire a proposito del rapporto uomo-donna in letteratura.
Intanto questo: che la moglie del grande
scrittore, pur essendosi spesso sacrificata
per aiutare il marito (ha ricopiato a mano le
nove versioni di Guerra e pace, circa settecento pagine) non era in buoni rapporti con
lui, il quale alla fine della sua vita l’ha infatti
abbandonata, fuggendo in treno e prendendosi la polmonite che l’ha ucciso. C’è anche
da dire che parte del pubblico femminile si è
profondamente identificata con Anna Karenina. (Karenin è il nome del marito, non di
lei!). È molto probabile che questa eroina letteraria sia una fortissima proiezione di un
modo maschile di pensare la donna. Un modo peraltro assolutamente onesto e pieno di
sforzi di comprensione.
Ma non bisogna nemmeno dimenticare
che il grande quasi contemporaneo di
Tolstoj, (ha vissuto un po’ prima di lui) Gustave Flaubert, essendo accusato di immoralità per il romanzo Madame Bovary (altro caso di tradimento coniugale), davanti al tribunale ha dichiarato «Madame Bovary c’est
moi» , cioè «sono io Madame Bovary». E questa dichiarazione, a parer mio, non è da prendere come battuta di spirito, ma come rivelazione di una verità che getta nuova luce su
tutta la letteratura mondiale.
Cinquant’anni più tardi James Joyce ha cer-
cato una nuova strada. Notoriamente il suo libro più noto e idolatrato, Ulisse, termina con
il monologo interiore di Molly, moglie del
protagonista Leopold Bloom. Molly sarebbe
la versione moderna di Penelope, e Bloom il
borghese centroeuropeo (ebreo ungherese)
sarebbe l’equivalente di Ulisse. Come poteva
Joyce rappresentare l’interiorità femminile? È
noto che il suo modello era la sua compagna
di vita, Nora Barnacle, conosciuta a Dublino e
poi portata a Trieste, dove hanno vissuto
quattordici anni, e dopo in giro per l’Europa.
È stata lei che «l’ha fatto diventare uomo»,
secondo la dichiarazione di lui stesso. Attraverso le lettere di Joyce da Dublino, molto po-
Secondo la Woolf
Qualche volta si è donne, altre
volte uomini: quel che conta è
in fondo essere creature umane
co da salotto di benpensanti, si capisce che
rapporto di complicato erotismo li ha legati
per tutta la vita. Ebbene, Joyce pare che abbia
ricopiato, in parte, il monologo di Molly-Penelope dalle lunghe conversazioni fatte con
Nora. È da notare che le lettere di risposta di
lei a quelle di James, eroticamente infuocate,
sono state distrutte. Negli anni Settanta del
Novecento quel monologo è stato recitato innumerevoli volte in teatro, anche nell’ambito
del movimento femminista di quell’epoca. A
dire il vero qualcuno ha avanzato perfino
l’ipotesi che molti brani di quella cinquantina di pagine finali siano stati scritti proprio
da Nora Barnacle. Ma ipotesi simili nascono e
si moltiplicano spesso nell’ambito del pettegolezzo letterario.
Virginia Woolf dà un’altra soluzione: nel
suo romanzo Orlando, il protagonista spesso
si trasforma da uomo in donna e viceversa:
alla fine di questa bellissima opera il lettore o
la lettrice non saprà com’è veramente Orlando. Perché è tutti e due: qualche volta uomo e
qualche volta donna. Mai fino in fondo. Però,
a parte tutto e soprattutto, è un essere umano.
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Lunedì 5 Maggio 2014 Corriere della Sera
Corriere della Sera Lunedì 5 Maggio 2014
Cultura 31
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Le iniziative del Corriere
Romanzi d’Europa
Maestri In uno dei più grandi successi editoriali di sempre, il mito dell’artista destinato a influenzare la letteratura del Novecento
Il piano dell’opera
1
14 aprile
Milan Kundera
L’INSOSTENIBILE
LEGGEREZZA DELL’ESSERE
Intervista di Paolo Di Stefano
a Roberto Calasso
2
22 aprile
José Saramago
MEMORIALE DEL CONVENTO
Prefazione di
Massimo Raffaeli
3
28 aprile
Claudio Magris
DANUBIO
Prefazione di
Corrado Stajano
4
Oggi
Thomas Mann
I BUDDENBROOK
Prefazione di
Paola Capriolo
5
12 maggio
Marguerite Yourcenar
MEMORIE DI ADRIANO
Prefazione di
Mario Andrea Rigoni
6
19 maggio
Primo Levi
LA TREGUA
Prefazione di
Frediano Sessi
7
26 maggio
Ivo Andric
IL PONTE SULLA DRINA
Prefazione di
Giorgio Montefoschi
8
2 giugno
Robert Louis Stevenson
IL SIGNORE DI BALLANTRAE
Prefazione di
Franco Cordelli
9
9 giugno
Nikos Kazantzakis
ZORBA IL GRECO
Prefazione di
Paolo Mereghetti
di DARIO FERTILIO
I
Buddenbrook come I miserabili, Il nome della
rosa e Il signore degli anelli in confezione unica: un libro da top ten delle vendite, uno dei
dieci massimi successi editoriali d’ogni tem-
po.
E dire che il signor Fischer, di professione editore, il 15 agosto 1900 in cui confermò a Thomas
Mann di aver ricevuto il suo manoscritto per posta,
restò a lungo a macerarsi nel dubbio. Troppo fluviale quel romanzo sulla borghesia anseatica di
Lubecca: a suo tempo lui aveva gentilmente messo
l’autore sull’avviso! Certo, dopo avergli pubblicato
la prima raccolta di novelle, Il piccolo signor Friedemann, gli avrebbe anche fatto l’onore di stampargli un intero romanzo… «purché non fosse tanto lungo». E invece, eccolo sul suo tavolo: un blocco di carta da distribuire in due volumi, un intreccio così abbondante di personaggi da richiedere
uno specchio illustrativo per orientare il lettore; e,
quel che è peggio, visibilmente ispirato a dame e
cavalieri realmente vissuti a Lubecca (il che prometteva una bufera di rimostranze, minacce e for-
Un Buddenbrook per sempre
se anche azioni legali). Esitò per un anno, l’editore,
sinché nell’agosto del 1901 decise di rischiare: ma
sì, diamo alla luce quest’opera irriverente, firmata
da un letterato appena ventiseienne! Il libro esce,
ottiene buone recensioni, ma successo scarso. Allora Fischer decide di farne un’edizione economica in volume unico: va esaurita rapidamente, la
miccia provoca l’incendio, ed eccoci, tanti anni dopo, a celebrarne la vastità dei numeri e della durata.
Le ragioni del fenomeno devono esserci, naturalmente: prima fra tutte la qualità letteraria del
romanzo, la perfezione e l’equilibrio delle sue parti, la singolare capacità dell’autore di trasfondervi
lo spirito del tempo (Paola Capriolo lo mette in rilievo con la consueta, cristallina capacità d’analisi
nella prefazione al libro in edicola da oggi con il
«Corriere»).
Si tratta, in primo luogo, di un intreccio irripetibile fra il pessimismo filosofico di Schopenhauer,
il travolgente «erotismo della morte», espresso in
musica da Wagner, e la «psicologia della decadenza» ispirata da Nietzsche. Esposta così, la faccenda
può anche intimidire il lettore digiuno di Thomas
Mann, per cui è giusto rassicurarlo: qui la magia
della narrazione consiste nel rendere i grandi temi
intellettuali del tempo, a cavallo fra Ottocento e
Novecento, perfettamente spontanei e naturali, oltre che motivazioni credibili e comprensibili nelle
menti dei personaggi che animano la famiglia
Buddenbrook. Della quale occorre aggiungere il
ruolo per così dire dinastico all’interno dell’aristocrazia commerciale di Lubecca; officiante dei sacri
riti nella città orgogliosamente libera prima dell’unificazione tedesca sotto il segno della Prussia;
ma anche già turbata economicamente dall’affacciarsi sulla scena di una nuova classe industriale,
parvenue e vitale, aggressiva e incurante dell’antico stile mercantile che aveva reso prospera la città.
Parallelamente al declino della vecchia Lubecca,
si sgretolano nel corso della narrazione le certezze
dei Buddenbrook: seguiti scena dopo scena da
Thomas Mann verso il loro progressivo dissolvimento. Quattro sono le generazioni raccontate, da
quella vitale e assertiva del capostipite all’ultima,
ormai estenuata e artistoide, impersonata dal piccolo Hanno, destinato a tracciare una linea definitiva sotto il suo nome nell’album genealogico di famiglia. Intorno a loro — i maschi del clan — si aggirano figure significative femminili, ma anche
ospiti che già lasciano profilarsi, alla soglia di casa
Buddenbrook, l’ombra di un’epoca in cui superficiali, mascalzoni e avventurieri avrebbero corroso,
e infine avuto la meglio, sugli antichi valori.
Da dove arrivano i personaggi centrali del romanzo? Naturalmente dalla realtà: anzi, si può dire
che il ritmo quaternario sul quale è impostata
l’opera stia a indicare, insieme con le generazioni
presenti nella finzione, anche quelle reali della famiglia Mann che le hanno ispirate. E così possiamo immaginare il giovane Thomas al lavoro per
raccogliere l’imponente mole del materiale di costruzione preliminare alla sua opera: quel che non
poteva aver visto né ricordare, a causa della giova-
La saga della famiglia che ha rivelato Thomas Mann
Lo stile di una borghesia senza tempo e autobiografica
ne età, glielo offrivano il fratello Heinrich, la madre e la sorella Julia. E anche possiamo immaginare il turbinio di pettegolezzi che in seguito accompagnò, negli ambienti di Lubecca, la diffusione del
volume: tanto che i librai distribuivano sottobanco, insieme alle copie ufficiali, una specie di vademecum in cui si indicavano i personaggi reali
che a ciascuno dei personaggi aveva fatto da modello.
Giunti fin qui, potremmo anche pensare, come
tanti critici, che I Buddenbrook siano da leggere alla stregua di un romanzo sociale, naturalistico, destinato ad evolversi capitolo dopo capitolo in
dramma intimo, in cui contano cioè soprattutto i
sentimenti e la psicologia dei protagonisti. Dentro
a questo giudizio c’è naturalmente del vero; come
anche centrale è il tema della decadenza borghese
di fronte all’irrompere delle nuove classi e in prospettiva delle democrazie di massa. Thomas
Mann, ne I Buddenbrook, risolve orgogliosamente
il suo personale dilemma ricorrendo a Freud: in
ognuno esiste una pulsione all’autodistruzione, alla resa, alla morte, però anche la possibilità del suo
contrario, un’orgogliosa affermazione vitale di
Prossimamente
La scrittrice francese Marguerite Yourcenar (19031987) è stata la prima donna eletta alla «Académie», e
«Memorie di Adriano», uno dei suoi libri più famosi,
uscirà il 12 maggio nella serie Romanzi d’Europa.
In alto: illustrazione di Camilla Guerra
Il valore profondo
Oltre che un affresco storico, è una
nitida evocazione di suoni, forme,
colori e odori legati all’epoca
quel che si è, della propria discendenza e della
propria storia. Da qui gli sarà possibile puntellare
le sue rovine, riscoprendo orgogliosamente una
identità di «artista borghese».
E tuttavia un sospetto ci coglie col procedere
delle pagine: questo non è, se non nelle intenzioni,
un giovanile romanzo a tesi, in cui si vuol dimostrare come Schopenhauer, Nietzsche, Wagner, e
magari anche Marx, a modo loro avessero ragione.
La forza di queste descrizioni, oltre che nella pietas verso un mondo dignitoso, amato e colto nel
suo tramonto, risiede piuttosto nell’ipotiposi, nella capacità di evocare con straordinario nitore le
forme, i suoni, colori, i gusti, gli odori. Quel timbro risuona nella meticolosa descrizione della ricetta per la carpa da cuocere nel vino rosso, nel bagliore del bacile internamente in argento con cui si
celebrano i battesimi in casa Buddenbrook, nell’affettuosa ironia con cui vengono ricordate le mediocri poesie d’occasione pronunciate durante i
banchetti, nel suono della carambola in sala biliardo ornata da animali impagliati, nel grosso nodo
alle cravatte, nelle ingenue formule latine pronunciate dai medici di famiglia in visita ai malati, nel
tenue profumo di violette e biancheria pulita che
riempie la stanza delle ragazze. In quello che ancor
oggi si chiama «stile Buddenbrook».
Perciò l’ordito sotto l’arazzo è ben più complesso di quel che sembra; da là, la calamita dei Buddenbrook continua ad esercitare su di noi la sua irresistibile attrazione.
Il declino amaro degli imprenditori di Lubecca
D
16 giugno
Stendhal
LA CERTOSA DI PARMA
Prefazione di
Alessandro Piperno
11
23 giugno
Charles Dickens
TEMPI DIFFICILI
Prefazione di
Sergio Romano
12
30 giugno
Albert Camus
LO STRANIERO
Prefazione di
Dacia Maraini
13
7 luglio
Miguel de Unamuno
NEBBIA
Prefazione di
Emanuele Trevi
14
14 luglio
James Joyce
GENTE DI DUBLINO
Prefazione di
Sandro Veronesi
15
21 luglio
Italo Svevo
LA COSCIENZA DI ZENO
Prefazione di
Giorgio Pressburger
16
28 luglio
Knut Hamsun
FAME
Prefazione di
Franco Brevini
17
4 agosto
Javier Cercas
SOLDATI DI SALAMINA
Prefazione di
Pierluigi Battista
18
11 agosto
Hermann Hesse
NARCISO E BOCCADORO
Prefazione di
Isabella Bossi Fedrigotti C.D.S.
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In edicola Il quarto volume dedicato al capolavoro tedesco, il quinto alla Yourcenar
opo le uscite dedicate a Milan Kundera, José
Saramago e Claudio Magris, oggi in edicola il
quarto volume dell’iniziativa editoriale del
«Corriere della Sera» dedicata ai «Romanzi d’Europa»:
si tratta de I Buddenbrook, tra le opere più note di
Thomas Mann, qui presentato con la prefazione inedita
di Paola Capriolo (in vendita a € 9,90 più il costo del
quotidiano), vicenda di declino economico e sociale
ambientata nella Lubecca dell’Ottocento (il romanzo
uscì nel 1901), che illustra con un grande affresco
storico e psicologico la vita della borghesia industriale e
commerciale tedesca. Storia di un’ascesa, vista però con
l’occhio di una vecchiaia quanto mai riflessiva e
profonda, è invece il romanzo Memorie di Adriano
della scrittrice francese Marguerite Yourcenar, che sarà
10
in edicola dal 12 maggio, quinto volume della collana
con prefazione inedita di Mario Andrea Rigoni: nel
capolavoro — tra l’altro, è uno dei libri divenuti di culto
dell’autrice — si legge il racconto in prima persona
dell’imperatore Adriano, ormai anziano e malato, che
ragiona sul senso della vita e del tempo, sull’amaro e
sul dolce dell’esistere. Questo e gli altri libri della
collana — si continuerà con Levi, Andric, Camus e
molti altri fino all'11 agosto — costituiscono parte di
quella radice comune europea cui l’iniziativa è dedicata:
il «luogo» culturale e umano da cui proveniamo,
raccontato da autori di ogni parte del continente, tra i
migliori testimoni di uno scorcio di storia.
I.Bo.
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Lunedì 5 Maggio 2014 Corriere della Sera
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Eventi
UNA MOSTRA
ALLA TRIENNALE
Il personaggio Il maestro di San Paolo Il percorso Con il neobrutalismo creò
(85 anni), premio Pritzker nel 2006
uno stile da una necessità economica
Il razionalista
tropicale
«S
i può immaginare solo ciò che
si sa costruire»:
in questa frase è
racchiusa tutta la filosofia
progettuale di Paulo Mendes
da Rocha, architetto brasiliano cui è dedicata la mostra
che apre domani alla Triennale di Milano. «Una figura di
certo non secondaria nel panorama dell’architettura
mondiale — racconta l’architetto Daniele Pisani, docente
di storia dell’architettura all’Università di Venezia e curatore della rassegna —: insignito del premio Pritzker nel
2006, docente alla facoltà di
architettura di San Paolo e
maestro per almeno un paio
di generazioni di progettisti,
brasiliani e no. E tutt’ora in
attività, nonostante l’età, 85
anni».
La sua figura di «razionalista puro», tecnico per formazione ed eredità paterna, ha
esordito verso la metà degli
anni Cinquanta impiegando,
come molti altri suoi colleghi,
il cemento armato: per questo, la sua architettura è stata
definita, forse a torto, neobrutalista: «In realtà — commenta il professor Pisani — il cemento armato, per un Paese
come il Brasile, in quel periodo, non era una scelta ma una
necessità. Era l’unico materiale economico che potesse essere “lavorato” facilmente, secondo le esigenze del progettista. Non bisogna dimenticare che l’industria siderurgica
brasiliana stava sorgendo
proprio in quel periodo. Il ferro era un materiale troppo
pregiato per impiegarlo negli
edifici, se non nella misura
strettamente necessaria».
Omaggio a Mendes da Rocha
In Brasile ha reso poetici
il cemento armato e l’acciaio
Però Mendes da Rocha è
stato anche uno dei pochi architetti che non è rimasto legato ad un unico materiale, ad
un unico linguaggio progettuale: «Dalla fine del secolo
scorso, cioè in piena maturità, ha cominciato ad impiegare anche l’acciaio — riprende
Pisani — adeguando il linguaggio compositivo al nuovo materiale». Tra i progetti
più significativi, la sistema-
zione della Praça do Patriarca
a San Paolo, con l’incredibile
«ala» sospesa ad un portale in
ferro e il recupero della Pinacoteca do Estado.
Un progettista defilato,
quasi schivo. Conosciuto soprattutto dagli addetti ai lavori. Scopo di questa mostra è
allargare la sfera di interesse
verso questo personaggio, la
cui fama, al di fuori dei confini brasiliani, è stata messa in
ombra da autentiche archistar
quali Oscar Niemeyer (morto
nel 2012 alle soglie dei 105
anni). «Il fatto che Mendes da
Rocha abbia costruito pochissimo al di fuori del suo Paese
— spiega Pisani — non ha
certo favorito la sua notorietà
a livello globale. Però è stato
molto attivo nella sua città e
nello stato di San Paolo, dove
ha realizzato numerosi edifici
pubblici, case, chiese e mu-
sei». Tra le opere al di fuori
dei confini nazionali, la più
importante è sicuramente il
padiglione del Brasile all’Expo
di Osaka nel 1970 (di cui esistono pochissimi documenti
e immagini), cui viene dato
ampio spazio nella prima sala.
La mostra propone una selezione di oltre 200 disegni, 9
plastici, numerose foto, riviste d’epoca, filmati e videointerviste ed è articolata, crono-
logicamente, in due sale in cui
vengono esposti i grandi progetti pubblici; altre due sale
accolgono la documentazione
relativa ai progetti di abitazioni e negli ultimi ambienti, infine, le opere più recenti.
«L’attività di Mendes da Rocha prosegue incessantemente — precisa il curatore — anche se adesso non ha più uno
studio vero e proprio come in
passato: ha conservato l’uffi-
cio e la segretaria ma per ogni
nuovo progetto di volta in
volta collabora con team di
giovani architetti locali. In
questo modo, ottiene un duplice risultato: può dedicarsi
al lavoro progettuale vero e
proprio, lasciando ai giovani
le incombenze più noiose; allo stesso tempo, per costoro, è
una incredibile opportunità
per accumulare esperienza,
conoscenze e metodologia.
Un catalogo della modernità
L’impianto sportivo Il Ginásio do Clube Atlético Paulistano
è una delle opere di Mendes da Rocha con João De Gennaro
Il museo La Pinacoteca do Estado de São Paulo,
profondamente rinnovata negli anni 90 dall’architetto
La casa Il soggiorno dell’abitazione che Paulo
Mendes da Rocha costruì per sé a Butantà nel 1964
Anche nelle nuove leve il dialogo tra tecnica rigorosa e habitat esuberante
Una generazione sedotta dal «richiamo della foresta»
di LUCA MOLINARI
I
n questi ultimi dieci anni, prima
con un ritmo quasi impercettibile,
e poi con una frequenza inattesa, sono arrivati sui nostri tavoli, attraverso le pagine di siti specializzati come
archdaily.com o al vaglio di premi
dedicati alla giovane architettura internazionale, immagini dei primi lavori di una nuova generazione di
progettisti brasiliani.
Ricordo la curiosità con cui guardavamo queste opere, un po’ per la
costante presenza di una Natura lussureggiante che sembrava trasudare
dalle immagini e che sempre contrastava con opere rigorosamente moderne, un po’ per la costante attenzione per un mondo solo apparentemente così lontano da noi e benedetto da almeno due generazioni di
straordinari architetti. Del Brasile,
per molti anni, giungevano le forme
sensuali e facili da digerire del maestro Oscar Niemeyer, autore che ha
avuto una fortuna straordinaria in
Europa a partire dagli anni Sessanta
grazie alla sua esuberanza stilistica e
politica, e che ha generato una sorta
di involontario cono d’ombra in cui
sembrava essere caduta la cosiddetta
Scuola Paolista e i suoi grandi autori
come Joaquim Guedes, Vilanova Artigas, Lina Bo Bardi e Paulo Mendes
La lezione ancora attuale
Tutti «fanno cantare» il punto
di appoggio, lasciando scorrere
la terra lussureggiante sotto il
corpo abitativo degli edifici
da Rocha. Poi il premio Mies van der
Rohe nel 2000 e, soprattutto, il Pritker Prize del 2006 hanno riportato
Mendes da Rocha alla notorietà internazionale che meritavano le sue
opere e la sua azione educativa.
Uno dei suoi lavori più noti, il Museo Brasiliano di Scultura di San Paolo (MuBe) del 1988 sembra sintetizzare con chiarezza alcuni elementi
che ritroviamo continuamente nell’opera di tanti giovani autori brasiliani: l’idea di un edificio pubblico
che sia insieme spazio abitato e
frammento aperto del paesaggio circostante; l’affermazione orgogliosa
di una modernità severa ed elementare; una relazione attenta e sofisticata tra tecnica e natura.
Ed è soprattutto quest’ultimo elemento che affascina della maggior
parte dei lavori brasiliani degli ultimi decenni. La percezione di opere
così fortemente moderne, così attente al suolo su cui poggiano e alla
Natura con cui si confrontano continuamente. La maggior parte delle
ville e degli edifici pubblici di studi
ormai riconosciuti come spbr,
MMBB, Forte-Gimenez-Marcondes
Ferraz, Gruposp e Libeskindllovet
sono facilmente riconoscibili da come trattano uno dei temi meno considerati e più difficili dell’architettura: l’attacco a terra.
In tutti i casi le loro opere, come
quelle precedenti dei loro maestri,
non occupano tutta la superfice del
terreno gravando con il proprio peso
in maniera indifferente, bensì cercano ogni volta pochi punti d’appoggio in cui scaricare il peso dell’architettura circostante lasciando così
scorrere la terra fertile e lussureggiante al di sotto del proprio corpo.
Gli storici dell’architettura si ri-
Collettivo Fernando Forte, Lourenço Gimenes e Rodrigo Marcondes Ferraz
Corriere della Sera Lunedì 5 Maggio 2014
Eventi 33
italia: 51575551575557
Triennale, le altre mostre A breve a Milano In Atelier Aurelio Amendola: fotografie 1970-2014 (7/5 – 8/6; a
sinistra, Alberto Burri al lavoro), mostra curata e organizzata
dagli studenti del corso di Laurea Magistrale dell’Università
IULM in Arti, Patrimoni e Mercati, coordinati da Vincenzo
Trione; Luca Meda - La felicità del progetto (8/5 – 8/6);
Markus Schinwald - Il dissoluto punito (14/5 – 15/6)
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L’intervista Il progettista ribadisce il ruolo dell’architettura nel ripensare la società
«Noi, figli di utopie mai realizzate
Ma la vivibilità è ancora possibile»
«La coscienza della fragilità della natura non è più solo delle élite»
«I
Poi quando vede che hanno
acquisito capacità e sicurezza,
cerca nuovi partner».
La rassegna espone numerosi disegni tecnici (piante e
sezioni) in modo che le prime, sui tavoli in prossimità
delle pareti, abbiano sempre
la sezione corrispettiva appesa al muro per agevolare la
lettura anche ai «non tecnici».
In molti casi i progetti sono
corredati di foto d’epoca o recenti che aiutano ad inquadrare meglio la costruzione.
Poiché la storia dell’architettura brasiliana è stata, in
una certa misura, influenzata
dalle vicende politiche del Paese, all’ingresso dell’esposizione viene fornito un libriccino di una trentina di pagine,
che contiene note storiche,
tecniche, descrittive, relative
ai progetti più complessi o
meno noti in modo da agevolarne la lettura. Tra i numerosi
schizzi, compare anche un disegno di aquiloni, realizzato
probabilmente in un momento di relax. Sicuramente non
legato ad alcun progetto. «Ho
voluto esporre anche questo
documento privatissimo —
conclude Pisani —: un riferimento all’attività dell’uomo,
alla creatività. Ma anche metafora dell’intelligenza».
Marco Vinelli
Oggi l’incontro
La mostra «Paulo Mendes
da Rocha - Tecnica e
immaginazione» ospitata
dalla Triennale di Milano da
domani al 31 Agosto 2014
(info: 02.724341,
www.triennale.it), è curata da
Daniele Pisani, autore anche
del libro con tutte le opere
dell’architetto
(Electaarchitettura). Oggi
pomeriggio alle 17 Mendes
da Rocha (qui sopra,
il suo progetto per lo stadio
del Paranà) dialogherà con
Francesco dal Co. Ostracizzato
dal regime militare, solo con il
ritorno del Paese alla
democrazia, a metà degli anni
80 Mendes da Rocha riesce a
imporsi come la figura
principale dell’architettura
paulista e brasiliana.
Nella foto grande, in alto,
Casa King a San Paolo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
fanno all’idea del «far cantare il punto d’appoggio» promossa da Vilanova Artigas a citazione del maestro
francese del cemento armato Auguste Perret, e come principio fondante
della Scuola di San Paolo orgogliosamente legata a un sapere politecnico
tra architettura e ingegneria in con-
l mondo che immagino vede la coscienza della gente
crescere, passare
dalla propria casa alla città, e
poi oltre verso la natura e il
mondo. Questo faremo noi architetti, aiutare a disegnare il
nostro habitat, senza più rigide divisioni di ruoli».
Paulo Mendes da Rocha, 85
anni, arriva a Milano con lo
spirito di un ragazzo. Rappresenta decenni di una grande
scuola, quella brasiliana, che
nell’architettura moderna ha
osato come poche al mondo.
Sempre partendo dalle proprie origini: uomini che arrivano in una natura vuota ed
esuberante, secoli fa, e cercano di scoprire il modo migliore per vivere gli spazi. «Siamo
figli di una utopia, in gran parte non realizzata, certo. Abbiamo dovuto misurarci con la
natura, perché non c’era nulla
di costruito dagli uomini. E
ancora oggi il Brasile, situato
tra due grandi sistemi di acque, da nord a sud, sogna con
grandi realizzazioni per muoversi e comunicare attraverso
spazi immensi. Abbiamo progetti per unire Atlantico e Pacifico, colmare le distanze con
strade e ferrovie. Questo ci obbliga a trattati con i Paesi vicini, alla costruzione di una pace duratura sul continente. Si
dirà: cosa c’entra l’architettura? Tutto, siamo noi che dovremo cercare di avere un ruolo nella ricomposizione del
territorio, non lasciare che sia
solo politica e business».
Ma il Brasile ha fallito molto
su questo punto, pensiamo alle città cresciute a dismisura,
caotiche, spaccate dalle diseguaglianze. «Non c’è dubbio.
Della visione utopica di molti
pensatori non si è realizzato
quasi nulla. Ma l’orizzonte resta: dobbiamo correggere gli
errori del passato, quelli che
hanno portato a far crescere in
un territorio vuoto una città di
20 milioni di abitanti come
trapposizione alla visione Beaux Artes della Scuola di Rio de Janeiro. Ma
credo che oltre a questo principio,
che ha permesso l’ideazione e realizzazione di opere in cemento armato
coraggiose e visionarie sospese nel
vuoto da improbabili punti di appoggio, si sia verificato un fortunato
Matematica magica L’architetto brasiliano Paulo Mendes da Rocha, 85 anni, davanti ad alcuni calcoli utilizzati nei progetti
San Paolo. Perché lì c’era il lavoro, la speranza di un futuro
per tanta gente obbligata dalla
miseria ad emigrare. Ora se ripensiamo ai grandi progetti di
cui dicevo, ecco le nuove possibilità. Se i fiumi diventano
sempre più navigabili, la costruzione di nuove città per
evitare la crescita disordinata
di quelle attuali diventa possibile».
Secondo Mendes da Rocha
tutto coinvolge l’architetto come portatore di una nuova vi-
❜❜
Il futuro
Non mi interessa lo
stile dei palazzi ma
come saranno
pianificate le città
incontro tra l’ambizione della tecnica moderna con la potenza inarrestabile della natura brasiliana e del suo
clima. È come se il mondo gracile dei
pilotis di Le Corbusier avesse trovato
un sedimento fecondo nella foresta
sudamericana dando un senso ancora più potente e radicale all’idea di
sione della natura. «Così come
non vedo più alcuna divisione
tra architettura e urbanismo,
da molto tempo, allo stesso
modo immagino che si possa
andare oltre, uscendo dalle
città. Non credo sia importante sapere come sarà costruito
un edificio nel futuro, quale
stile prevarrà. Un palazzo sorge come complemento di una
pianificazione più ampia, più
coerente con l’insieme». Sogno di pochi? «Non credo. Una
delle cose più straordinarie alla quale stiamo assistendo è
che la coscienza della fragilità
della natura sta entrando nella
cultura popolare, non è più limitata alle élite. Il cambiamento è in corso, non si potrà
mai più aggredire il pianeta
come si faceva in passato».
Ma gli esempi dei grandi
appetiti che ruotano attorno al
cemento sono di questi giorni,
le polemiche sui costi folli in
sollevare l’architettura moderna da
terra.
Quando osserviamo le tante ville
costruite tra le nuove metropoli e il
cuore della foresta incontaminata riconosciamo in quei pilastri e supporti che fanno lievitare queste opere una forma di rispetto per l’am-
Brasile per Mondiali e Olimpiadi. «Sì, è un disastro, non trovo altre parole per definire
quanto sta avvenendo. Vedo
un contrasto fortissimo con la
semplicità di una grande passione nazionale come il calcio.
Siamo il Paese del futbol, che
bisogno c’era di queste opere
monumentali? In molti stadi
bastava cambiare i seggiolini... Non resterà nulla di duraturo dopo queste spese, niente
per la popolazione. E sono in
fortissimo contrasto con le
❜❜
I Mondiali
Opere colossali
e inutili, alla fine
non resterà nulla
per la popolazione
I progetti
Da sinistra, Residência
na Serra das Cabras dello
studio di architettura MMBB;
Edificio Residencial Bela
Vista, un’opera firmata dal
collettivo carioca Gruposp
necessità vere, come un sistema di trasporti pubblici che ci
liberi dalla schiavitù dell’automobile».
Cosa può insegnare invece
il Brasile al resto del mondo?
«Io credo che da noi la revisione critica dell’installazione
umana sul pianeta sia stata
sempre molto forte. Come dicevo sia a causa delle nostre
origini, sia per i nostri errori
successivi, soprattutto nell’urbanismo. Penso addirittura che la formazione di una
certa coscienza sia addirittura
più forte nei Paesi in via di sviluppo. Ma la storia sta avendo
ripercussioni anche nel Vecchio Mondo. Cosa sono oggi
nelle vostre città i problemi di
convivenza con gli emigrati se
non un’eredità del colonialismo europeo dei secoli passati?»
Rocco Cotroneo
© RIPRODUZIONE RISERVATA
biente che le circonda e di fragile alterità verso una Natura che sarà
sempre e comunque più forte.
E così la percezione di una continuità forte tra le opere dei maestri e
quelle di questa nuova generazione,
espressione di una nuova stagione
sociale ed economica del Brasile
contemporaneo, diventa anche testimonianza della forza educativa e didattica di una Scuola come quella di
San Paolo in cui scopri che Mendes
da Rocha rinunciò ad avere un proprio studio privato per trasformare il
laboratorio universitario in un atelier aperto ai migliori studenti per la
progettazione delle proprie opere.
E molti di questi nuovi studi d’architettura non sono altro che la prosecuzione di questa filosofia di lavoro e di ricerca a dimostrarci ancora
una volta che l’architettura è anche
una pratica collettiva in cui talento
creativo e vocazione sociale s’incontrano per dare forma a opere che
sappiano ancora «fare cantare» il
mondo che le circonda.
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SCENARI
✒
I drammi nella storia passata di
una nazione pesano sempre ed è
difficile dimenticarli o peggio ancora archiviarli. Occorre sempre fare i conti con le lacerazioni che hanno diviso e portato a conflitti sanguinosi. Inevitabile, poi, arriva il
momento del giudizio finale e delle scelte
ragionate, pragmatiche e pacificatrici, nell’interesse della collettività. Gerry Adams,
presidente del Sinn Fein ed ex leader dell’Ira, uno dei protagonisti chiave degli accordi del 1998 (il Good Friday Agreement)
che chiusero decenni di atroci violenze nell’Irlanda del Nord, torna libero dopo 5 giorni di interrogatorio. Alcuni suoi ex compagni dell’organizzazione lo avevano accusato
di avere ordinato nel 1972 il sequestro e
l’omicidio di una mamma di 37 anni sospettata di essere una confidente degli inglesi.
Il suo fermo ha messo a dura prova i fragili equilibri nordirlandesi fra repubblicani
cattolici e unionisti protestanti che governano insieme con poteri devoluti da Londra e
che cercano la via della lunga e faticosa riconciliazione. Il suo rilascio (senza imputazioni) viene visto altresì come il cedimento a
un ricatto del Sinn Fein (se non lo liberate ri-
schia di saltare tutto). I fantasmi del passato
sono duri a morire. È comprensibile. Ma occorre guardare al futuro. Aldilà delle responsabilità vere o presunte di Gerry Adams
(lui si è detto innocente), il caso di Jean McCoville (la donna uccisa dall’Ira) ha messo
l’Irlanda del Nord dinanzi a un terribile dilemma: riconoscere il diritto sacrosanto dei
familiari delle vittime del conflitto e delle
faide interne all’organizzazione alla giustizia oppure tutelare la pace e impedire nuove
fratture dalle conseguenze imprevedibili?
Sono trascorsi molti anni dalla guerra
nordirlandese eppure la tensione e i rancori
permangono, sia pure sempre più in misura
circoscritta. Dimenticare è sbagliato. Solidarizzare con le famiglie colpite è necessario.
Ma il desiderio sacrosanto di giustizia, realisticamente e con grande sofferenza, a volte
deve essere sacrificato all’interesse più alto
della pace. Il rilascio di Gerry Adams è ragionevole e comprensibile proprio per il presente e per il domani senza armi nell’Irlanda
del Nord.
Fabio Cavalera
@fcavalera
© RIPRODUZIONE RISERVATA
LE CONSEGUENZE DELLA CRISI ECONOMICA
ANCHE IN ITALIA NASCONO MENO FIGLI
✒
Il drammatico calo delle nascite in
Grecia è stato descritto come un effetto della crisi economica. Il fenomeno è
stato rilevato in altri Paesi europei. E ai primi posti c’è l’Italia dove il peggioramento
delle condizioni sociali e la disoccupazione
hanno inibito il desiderio di fare figli. La
conseguenza è che le coppie ritardano i progetti di allargamento della
famiglia e aumenta l’età della donna alla prima gravidanza.
Nel 2012 secondo l’Istat
sono nati 12 mila bambini in
meno rispetto all’anno precedente e 42 mila in meno
rispetto al 2008. Quindi una
diminuzione del 7,4% in
quattro anni. I dati provvisori del 2013 evidenziano un
ulteriore flessione del 4,3%. L’allarme viene
lanciato sull’autorevole rivista Lancet da Mario De Curtis, neonatologo dell’università La
Sapienza, che ritiene urgentissimo prendere le contromisure se non vorremo ritrovarci
in un Paese senza giovani. E la prospettiva è
molto vicina a giudicare dal rapido declino
della curva della natalità.
L’analisi di questa sorta di catastrofe non
finisce qui. Le mamme italiane sono le più
anziane d’Europa. Quasi 4 su 10 oggi provano la gioia del primo bebè dopo i 35 anni,
probabilmente solo dopo aver raggiunto
una maggiore serenità economica. Basterebbero questi dati per convincere il governo che le iniziative per contrastare il fenomeno delle
culle vuote devono essere
incisive, finalizzate a imprimere finalmente una svolta.
De Curtis nota che «anche
durante la crisi economica
non bisognerebbe tagliare
la sanità e sostegni sociali. Il
rischio è un ulteriore deterioramento della condizioni
materno infantili». I bambini nati da donne povere o che hanno difficoltà a utilizzare i servizi di medicina prenatale durante la gravidanza si ammalano infatti più facilmente.
Margherita De Bac
[email protected]
© RIPRODUZIONE RISERVATA
TUTTI AD ASPETTARE GENNY ‘A CAROGNA
COSÌ LA DEMOCRAZIA SI MOSTRA IMPOTENTE
✒
Gennaro Di Tommaso, detto Genny
‘a carogna, è ormai più di un capo
tifoso. Quel tizio che all’Olimpico indossava
una maglietta che a malapena gli conteneva
il torso cetaceo e che inneggiava a chi uccise
il commissario Raciti, è diventato addirittura
una sorta di Leviatano. Nel senso, bene inteso, in cui ne parlano due celebri scrittori di
cui Einaudi ha di recente tradotto la corrispondenza. «Oggi lo sport è una grande attività economica, una mega-industria, un mostro marino: e gran parte del mondo sembra
più che soddisfatta di farsi inghiottire dalla
balena». Così Paul Auster scrive all’amico
John Coetzee, premio Nobel per la letteratura, il quale aveva posto ad entrambi un curioso quesito. Ma come ti spieghi, gli aveva
scritto, che anche noi spendiamo tanta parte
del nostro tempo a guardare partite e a parlare di tennis, football e calcio? Rapiti dal bisogno di nuovi eroi. Ma non solo.
La cosa più grave a cui pure Auster e Coetzee fanno cenno è che in quella balena, come l’altra sera all’Olimpico, ci può finire anche la nostra democrazia. La quale è vulnerabile su più fronti, ma in particolare su quello
dei poteri forti (quanto pesano, dove si annidano, come influenzano l’opinione pubblica) e su quello delle decisioni scomode, cioè
impopolari (chi le prende, chi se ne assume
la responsabilità). Chi ha visto la diretta tv di
Napoli-Fiorentina ha già capito: un potere
forte e decidente in Italia sono le tifoserie
sportive, quella napoletana come quella ro-
mana, che le partite le ha bloccate davvero, e
in cella per aver sparato a un giovane partenopeo è finito proprio l’ultrà che nel marzo
2004 convinse Totti a riportare i giallorossi
negli spogliatoi.
Presidente del Consiglio, presidente del
Senato, presidente della commissione antimafia, autorità di polizia: tutti l’altra sera
hanno atteso che fosse Genny ‘a carogna a
dire l’ultima parola. Un trasferimento di potere che finirà per legittimare ancora di più il
potere delle tifoserie. Certo, non si era al Colosseo, e nessuno avrebbe potuto pretendere
da Renzi, da Grasso o dalla Bindi un pollice
verso o all’insù. Ma la sovrapposizione televisiva delle loro facce indecise a quella di
Hamsik, costretto a contrattare con la curva
in tumulto, ha prodotto, inutile nasconderlo, l’effetto devastante di una democrazia impotente.
Manco a farlo apposta, poi, Genny ‘a carogna sembra essere proprio quel boss cui allude il Guardian quando, parlando di calcio
mercato, definisce Napoli una «roccaforte
della mafia». Non è così? E non è forse Napoli quella che si vedrà nei serial televisivi ispirati a Gomorra? Se di pregiudizi si tratta, non
si può che fare come suggeriva Croce a proposito di quelli antimeridionali. Respingerli,
ma nell’intimo comportarsi come se fossero
veri per meglio smentirli.
Marco Demarco
mdemarco55
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Addio miopi speranze sulla Libia
Ora l’Italia ha paura (per gas e petrolio)
di FRANCO VENTURINI
SEGUE DALLA PRIMA
Due anni e mezzo dopo, quell’incauto e
miope ottimismo si è trasformato in un
sentimento di frustrazione e di paura. Per
tutti gli occidentali, ma soprattutto per chi,
come l’Italia, ha una dipendenza importante
dalle forniture energetiche libiche ed è
l’approdo naturale delle correnti migratorie
che partono dalle coste libiche. Eppure, per
motivi che è difficile comprendere salvo che
si voglia evitare di riaccendere polemiche e
dubbi sulla guerra del 2011, in Italia si parla
poco di Libia. Non si ha la consapevolezza
della posta in gioco, si fatica a individuare
nelle vicende libiche un interesse nazionale
primario dell’Italia. Invece la Libia merita di
più, perché la Libia è oggi una minaccia che
pesa in primo luogo su di noi.
Non era certo incoraggiante l’evoluzione
dell’era post-Gheddafi prima dell’uccisione
dell’ambasciatore americano Chris Stevens.
Ma dopo quel tragico 11 settembre 2012 è
stato come se una potente scarica elettrica
avesse attraversato tutto il Paese
distruggendo sul suo cammino ogni
speranza di riconciliazione interna. Da
allora attentati, uccisioni, intimidazioni
armate l’ultima delle quali nei giorni scorsi
in pieno Parlamento per impedirne il voto,
si susseguono a ritmo crescente. Il Paese è
controllato da una miriade di milizie armate
fino ai denti che non sempre coincidono
con la mappa tribale e che possono contare
su cinquantamila uomini (per avere un
riferimento, contro Gheddafi combatterono
in diecimila). Le milizie, quando non si
scontrano tra di loro, esercitano una
pesante influenza su governi che nulla
possono e su forze regolari ridotte
all’impotenza. All’interno di una cornice
tanto poco rassicurante si scontrano
«liberali» (il termine si applica soprattutto
all’economia) e islamisti di molteplici
tendenze, una volta alleati tra loro, quella
successiva pronti a spararsi addosso. E poi
ci sono i «federalisti» della Cirenaica, che
spaziano dai veri autonomisti agli ultrà
scissionisti con vari livelli di estremismo
fino alla presenza di un nucleo di al Qaeda,
del tutto inesistente nell’ Ancien Régime
gheddafiano.
Questa premessa sul caos libico è
schematica e parziale, ma è anche
indispensabile per capire quali macigni
pesino sul capo di noi italiani. Perché — e
questo è soltanto il primo aspetto — nel
gran calderone della nostra ex colonia si è
ormai affermato, da parte delle milizie che
controllano il territorio, un riflesso
automatico: il mezzo migliore per farsi
valere è bloccare la produzione o
l’esportazione di gas e di petrolio. Tattica
senza dubbio efficace. Ma il risultato è che
il milione e mezzo di barili di greggio al
giorno prodotti malgrado tutto nel 2012 è
passato negli ultimi mesi a una quantità
variabile (dipende dalle scorribande delle
milizie) tra i 170.000 e i 250.000 barili al
giorno. E qualcosa di simile è successo
con la produzione di gas. Non ne risultano
danneggiati soltanto i Paesi importatori
come il nostro (l’Italia riceveva dalla Libia
il ventitré per cento del suo fabbisogno di
petrolio sceso ora al dodici, e sulle
importazioni di gas c’è stato un taglio del
quaranta per cento), ma inevitabilmente
vanno in crisi anche le finanze dello Stato
abituate a ricavare dalle esportazioni di
greggio e di gas la quasi totalità dei suoi
introiti. In altre parole si creano le premesse
per nuove proteste armate e nuove
destabilizzazioni, che davanti all’emergenza
finanziaria potrebbero sfociare in un crollo
totale e definitivo delle istituzioni ancora
esistenti (teniamolo presente, questo
spauracchio, per quando parleremo di
immigrazione).
L’Eni, tra tulle le compagnie internazionali
che erano e che in minor numero sono
ancora presenti in Libia, pur avendo subìto
aggressioni e blocchi operativi, nel
complesso è stata l’unica a proseguire nella
sua attività. Ma le incognite valgono che per
lei, quando non si riesce a varare un
meccanismo di salvaguardia per il futuro
della Libia. E quando la crisi ucraina, ancora
aperta a tutti gli sviluppi, potrebbe
comportare già da fine maggio (la data
indicata da Mosca per ricevere i pagamenti
BEPPE GIACOBBE
NEL NORD IRLANDA IL DRAMMA DEL PASSATO
CONTRO UN PRESENTE E UN FUTURO DI PACE
dovuti dal governo di Kiev) un
rallentamento se non un blocco delle
forniture energetiche russe. E ancora,
possiamo davvero considerare stabile
l’Algeria, la nostra più grande fornitrice di
gas dopo la Russia, ora che l’infermo
Bouteflika è stato rieletto alla presidenza tra
molte polemiche? La risposta alle sfide
energetico-geopolitiche, beninteso, è nella
diversificazione delle fonti. Stiamo già
compiendo questa operazione in attesa di
vedere se importeremo lo shale gas
statunitense, ma i costi aumentano e le
difficoltà tecniche pure.
E poi, se la Libia sprofondasse fino in fondo
nel suo caos, cosa dovremmo aspettarci di
veder arrivare sulle nostre coste o a bordo
delle navi dell’operazione Mare Nostrum?
Nel 2014 sono arrivati in Italia 25 mila
disperati, con un ritmo simile soltanto a
quello, giudicato abnorme, del 2011. Il
sistema di accoglienza è al collasso
malgrado i piani di emergenza. Il 93 per
cento di questi immigrati viene dalla Libia.
Dovremmo stupircene? No di certo. La Libia
è diventata una sorta di corridoio aperto
verso il Mediterraneo, e molte migliaia di
migranti che fuggono dalle miserie e dalle
guerre dell’Africa nera, di eritrei, di etiopici,
di somali, persino di siriani che credono
questa via preferibile a quella terrestre,
tentano di arrivare vivi sulla costa libica
sognando l’Italia porta dell’Europa. Quanti
sono quelli già in attesa? È verosimile che
siano alcune decine di migliaia. Ma se la
Libia portasse a compimento il suo
suicidio, se lo Stato sparisse del tutto e le
condizioni di vita si facessero
insopportabili, dovremmo aspettarci cifre
molto superiori. E questo mentre l’Europa
non modifica le sue regole (a cominciare da
quella decisa a Dublino, secondo cui il
primo Paese di accoglienza è responsabile
in toto verso l’immigrato) e contribuisce
poco e male a un fenomeno che dovrebbe
riguardare tutta la UE.
In verità ai tempi di Gheddafi l’Italia
qualcosa aveva escogitato, sapendo che
l’unico modo civile di frenare le ondate
migratorie è quello di bloccarle vicino alle
❜❜
Dal 2012 le nostre
forniture dall’ex regno di
Gheddafi sono scese da un
milione e mezzo a 200.000
barili di greggio al giorno
❜❜
Il piano europeo contro
l’instabilità: bisogna
ricreare un esercito
nazionale capace
di contenere le milizie
coste di partenza. Con Tripoli avevamo
concordato, malgrado le bizze del
colonnello, un sistema di pattugliamento
congiunto delle acque libiche con
motovedette fornite dall’Italia che avrebbero
avuto a bordo anche personale italiano.
L’esperimento ebbe appena il tempo di
partire. Prima i pescatori di Mazara del Vallo
denunciarono di essere stati mitragliati
“dagli italiani” per aver violato le acque
libiche. Poi arrivò una sentenza europea
che vietava quel metodo di respingimento
perché non distingueva tra emigranti
economici e richiedenti di asilo. Oggi non
sarebbe nemmeno pensabile tornare a
formule simili: il nazionalismo di qualche
milizia costiera affonderebbe all’istante le
motovedette «vendute allo straniero»,
anche se proprio questo straniero le avesse
regalate. Ma le conseguenze di quel
fallimento restano, e sono tremende: a
fronte dei pochi campi di accoglienza
organizzati dallo Stato libico e malamente
controllati dall’Onu, ve ne sono tantissimi
gestiti dalle milizie, dove si stupra
sistematicamente, dove si tortura
sistematicamente, dove vengono stabilite le
tariffe per essere imbarcati verso l’ignoto,
dove nessun controllo può essere effettuato
da alcuno. Sarebbero purtroppo questi
campi a gestire il crollo generale se si
verificasse, non certo quelli «ufficiali». E se
volessimo dire la nostra, se immaginassimo
qualche proposta, se anche volessimo
offrire aiuto, a chi potrebbe rivolgersi
l’Italia? A un governo inesistente o privo di
poteri effettivi? Oppure dovremmo andare a
caccia dei capi di ogni milizia, rischiando di
essere attaccati da quella vicina?
Siamo giunti al nocciolo della questione, la
mancanza di interlocutori. E anche alla più
fondamentale delle domande: la Libia può
ancora essere salvata, gli interessi dell’Italia
(e di altri, si pensi alle basi nel sud dei
qaedisti del Sahel) possono ancora essere
tutelati?
Nessuno dispone di risposte certe. Ma
faticosamente, e senza poterne prevedere
l’esito, un piano si è fatto strada nelle
capitali occidentali a cominciare da Roma.
Bisogna ricreare un esercito nazionale libico
capace di contenere le milizie. L’Italia sta
addestrando a Cassino (ma qualcuno lo sa?)
i primi quattrocento militari libici che
saranno poi sostituiti da altri. L’Onu è in
una posizione favorevole perché non
possono esserle rivolte accuse di
partigianeria nazionale: dovrà nominare un
rappresentante di alto livello incaricato di
andare a lavorare sul campo in Libia e di
coordinare l’azione della comunità
internazionale. Si dovrà convincere il
governo centrale che alla Cirenaica una vera
autonomia va concessa. Si dovrà trovare un
metodo per dividere tra le varie regioni,
tribù e milizie i proventi dalla vendita di
idrocarburi in cambio della riconsegna
delle armi. Si dovrà, a quel punto perché
prima non si potrebbe, affrontare la
questione migratoria.
Ottimismo? Purtroppo mi torna in mente
quello del 20 ottobre 2011.
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Lunedì 5 Maggio 2014 Corriere della Sera
Corriere della Sera Lunedì 5 Maggio 2014
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Lettere al Corriere
Caro Sostegni,
el 1925 il governo Mussolini fece approvare
dal Parlamento una
legge che limitava fortemente
la libertà d’associazione ed
esponeva qualsiasi sodalizio
al rischio d’essere bruscamente disciolto con un intervento
prefettizio. La legge era illiberale e apparteneva all’arsenale
delle disposizioni con cui il
capo del governo, dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti, stava creando il regime. Ma
N
GUERRA IN SIRIA
Danni ai beni culturali
Caro Romano, il protrarsi
della guerra civile in Siria ha
richiamato nuovamente
l’attenzione sulle nefaste
conseguenze alle quali è
sottoposto il patrimonio
artistico a causa di eventi
bellici (Corriere, 27 marzo).
Nel suo vivido saggio «L’arte
in guerra» lei cita in una
lunga serie di disastri il
saccheggio del museo di
Bagdad. È una vicenda
singolare. All’approssimarsi
del conflitto del 1992, la
direttrice riuscì a nascondere
preziosi reperti nei
sotterranei della Banca
Centrale. Dopo le operazioni
militari, fu affidato all’Italia
il compito di collaborare con
gli irakeni al ripristino del
patrimonio archeologico. Una
squadra di esperti guidata da
due diplomatici (Mario
Bondioli Osio e Pietro
Cordone) con un capillare
lavoro di ricerca riuscì a
recuperare la massima parte
della refurtiva. In generale, il
sistematico danneggiamento
dei beni culturali dovrebbe
spingere ad intensificare il
coinvolgimento della società
civile nel denunciare questi
intollerabili vandalismi. I
servì anzitutto a sopprimere la
massoneria di cui Mussolini
era nemico sin dai suoi anni
socialisti. Vi fu persino una
caccia al massone, organizzata
da squadre fasciste, che il capo
del governo interruppe «benevolmente» soltanto quando
aveva già prodotto il suo effetto.
Quando la legge venne in
discussione alla Camera, il 19
maggio 1925, il solo discorso
contrario al provvedimento fu
quello di Antonio Gramsci. Il
leader comunista era convinto
c h e l a m a ss o n e r i a fo ss e
«l’ideologia e l’organizzazione
reale della classe borghese capitalistica». Ma riconobbe i
suoi meriti storici e accusò il
governo di colpirla per meglio
colpire con la stessa legge l’asmezzi di informazione
possono essere un veicolo
importante in questa azione
di mobilizzazione come
propulsione di più efficaci
iniziative internazionali. La
Siria non è certo un caso
isolato, ma uno dei più
clamorosi attualmente in
corso. Migliaia di turisti che
hanno ammirato le
meraviglie artistiche siriane
tra cui le rovine della mitica
Ebla, forse ignorano che il
notissimo Krack dei Cavalieri
è stato danneggiato e non
possono non sentirsi
coinvolti e restare insensibili
di fronte a queste
inammissibili violazioni.
condo la tradizione, la tomba
del profeta Zaccaria, venerato
sia dai cristiani che dai musulmani.
CALCIO
Compromessi difficili
Francesco Mezzalama
Roma
Alla lista dei luoghi duramente colpiti occorre aggiungere il quartiere cristiano di
Aleppo e la grande Moschea
degli Omayyadi, nella stessa
città, che custodirebbe, se-
La tua opinione su
sonar.corriere.it
ll New York Times attacca
Steve Jobs: rappresentava
una violazione antitrust
ambulante. Serve
criticarlo ora?
sociazionismo operaio e contadino. Fu un discorso intelligente e coraggioso, ma conviene ricordare che i sentimenti di Mussolini erano
allora condivisi da una parte
importante del Paese. Molti
accusavano le logge di essere
società di mutuo soccorso per
soddisfare le ambizioni di coloro che ne facevano parte; altri rappresentavano l’intera
organizzazione come uno Stato nello Stato, con i propri fini
e le proprie strategie, anche
nella politica internazionale.
Nel corso del loro primo con-
In Italia, ormai, per poter
riuscire a svolgere la
quotidianità delle cose (si
tratti di sport, di politica o
altro) bisogna «negoziare» e
scendere a compromessi con
la parte violenta o passata in
giudicato dei cittadini. Ne
abbiamo avuto conferma
(non ultima e neanche la
prima) sabato sera quando
abbiamo visto calciatori e
rappresentanti delle squadre
«trattare» chissà quali
condizioni con i portavoce
gresso, i nazionalisti proclamarono l’incompatibilità dell’affiliazione massonica per
chi faceva parte del loro movimento. Il Partito socialista italiano era dichiaratamente anti-massonico. I migliori intellettuali italiani, cattolici e laici,
erano ormai sulle stesse posizioni. Per Gaetano Salvemini i
massoni erano «una collezione di cretini che si è buttata a
volere la Dalmazia senza sapere quel che facesse». Per Palmiro Togliatti la massoneria
era il «partito unico della borghesia italiana». Benedetto
Croce e Giovanni Gentile attribuivano alla massoneria le
consorterie che regnavano nel
mondo accademico e nel sistema educativo nazionale.
Soppresse ufficialmente nel
1925, le logge condussero sino
alla fine del fascismo una esistenza clandestina. Nella sua
Storia della Massoneria Italiana dall’Unità alla Repubblica (Bompiani 1976), Aldo
Alessandro Mola ha pubblicato alcuni rapporti di polizia
dai quali risulta che i massoni
italiani all’estero, soprattutto
in Francia, avevano frequenti
contatti con i loro «fratelli»
italiani. Nel libro di Mola, caro
Sostegni, troverà anche notizie su quella parte del fascismo che aveva invece simpatie
e legami massonici. Più tardi,
dopo l’avvento della Repubblica, vi saranno anche massoni democristiani. In Italia,
fra il bianco e nero, vi è sempre una larga zona di grigio.
degli ultrà calcistici. Stesse
scene siamo costretti a
vederle anche in altri settori
della vita pubblica. E’ vero
che in democrazia tutti
devono poter dire la loro, ma
ora mi sembra che si stia
esagerando. Nulla da
meravigliarsi se poi la gente
«normale» evita di andare
negli stadi (ma anche a
votare).
Carlo Cecchini, Roma
fortunato ma all’Inps non vi
sono solo disservizi.
Mauro Mai, Rieti
ENTI PUBBLICI/ 1
Numero verde Inps
Un lettore (Corriere, 3
maggio) si lamenta
dell’inefficienza del numero
verde dell’Inps. Ebbene, circa
venti giorni fa, chiamando
allo stesso e lasciando (nel
giro di pochi minuti) i miei
dati, ho ricevuto in breve
tempo ciò che richiedevo: il
Cud per la denuncia dei
redditi. Forse sarò stato più
SUL WEB Risposte alle 19 di ieri
La domanda
di oggi
Sì
Dopo gli scontri
a Roma, è stato giusto
far giocare la finale
di Coppa Italia
Fiorentina-Napoli?
33
No
67
© RIPRODUZIONE RISERVATA
ENTI PUBBLICI/2
Agenzia delle Entrate
Ho avuto problemi con
l’Agenzia delle Entrate. Nel
mio caso la situazione è stata
ancora peggiore, perché una
voce ha premesso subito che
la telefonata sarebbe stata a
pagamento. Quindi oltre
l’inutile attesa di vari quarti
d’ora, c’è stata anche la beffa
del pagamento. Ma è logico
pagare per chiedere
informazioni agli enti
pubblici? Forse il motivo
consiste nella volontà di
scoraggiare l’afflusso di
inopportuni bisognosi di
chiarimenti?
Pio Matuonto, Milano
ARCHITETTURA
Data degli edifici
Degli edifici importanti si può
sapere l’età consultando una
comune guida turistica, ma
per tutti gli altri ignoriamo la
data di nascita. Perché non
contrassegnare ogni casa con
l’anno di fondazione per
conoscere meglio la storia
della propria città?
Bruno Pellegrino, Bresso
Interventi & Repliche
Liberalizzare le farmacie
Vivo in Sardegna. Domenica scorsa ho
avuto la necessità di recarmi in farmacia
e l’ho trovata chiusa. Quella di turno
indicata dista circa 42 chilometri. Vorrei
che qualcuno mi spiegasse perché non
si consente l’apertura di nuove farmacie
e quale interesse pubblico tutela
l’attuale normativa che ne impedisce la
liberalizzazione.
Franco Sorrentino
[email protected]
Tasse sui Paperoni
pari a 75 miliardi di euro. Se il governo
Renzi avesse imposto a questi
privilegiati imprenditori una tassa
patrimoniale ordinaria del 15 per
cento,avrebbe potuto racimolare una
decina di miliardi di euro circa ed
elargire, quindi, gli 80 euro sia ai
lavoratori dipendenti, sia agli incapienti.
Invece di aumentare, tra l’altro, al 26 per
cento le tasse sui conti correnti bancari
e postali, anche a scapito di quei
pensionati che sono stati obbligati dal
governo Monti ad aprire un conto
presso una banca o un ufficio postale
per poter ricevere la pensione.
Giovanni Papandrea
giovannipapandrea@
iol.it
Promesse elettorali
Trovo curioso che si utilizzi molto
spesso l’affermazione «queste sono
promesse elettorali, quindi non
possiamo tenerne conto». Dobbiamo
dedurne che prima del voto è lecito, o
magari obbligatorio, utilizzare qualsiasi
argomento, anche se palesemente fuori
da ogni possibile attuazione? Se questa
è la prassi tacitamente accettata, come
può l’elettore essere garantito che il suo
voto abbia il valore di una scelta?
Aldo Fabbrini, [email protected]
Servizio di leva
Al fine di aumentare la coesione
nazionale, proporrei di ripristinare il
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DEL LUNEDÌ
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Alessandro Bompieri
E-mail: [email protected]
oppure: www.corriere.it
oppure: [email protected]
Quelle contestazioni
oltre ogni limite
P
robabilmente non riescono nemmeno a immaginare
quanto sia doloroso, per chi ha perduto persone care, questo uso strumentale del cancro, questa abitudine a manipolare i dati sui tumori solo per farsi
pubblicità, per ragioni spregevoli di lotta politica,
per sciatteria anche.
Questo rimpallarsi cifre e numeri sui casi di tumore a Taranto per l’Ilva. Questo schierarsi senza titubanze per una tabella anziché un’altra solo per pregiudizio. E poi se muore
Emilio Riva, il patron dell’Ilva che non ha fatto in tempo a conoscere una sentenza sul suo caso dopo l’arresto e i sequestri,
si dice che si è ammalato per colpa di chi ha aperto contro di
lui un provvedimento giudiziario, e che il tumore che ha messo fine ai suoi giorni terreni è stato il frutto dell’accanimento
dei magistrati. E anche le perizie su Vado Ligure, dove un magistrato sostiene che la centrale Tirreno Power della Sorgenia
ha provocato molti casi di tumore. Oppure i dati smerciati come dogmi incontestabili che attesterebbero un tasso di mortalità per tumori nella «Terra dei fuochi» in Campania avvalorando così l’esistenza di rifiuti altamente tossici peraltro negati dalle stesse autorità sanitarie della zona. Questo balletto di
numeri usati come arma contundente per esercitare un ricatto
psicologico destinato ad ammutolire qualunque contestazione fattuale. Questo appello all’emotività amplificato da numeri tutti da verificare, da conteggiare con ponderazione maggiore, senza isterismi, senza che
sia la piazza a decidere se è vero
o no che in quelle specifiche circostanze i tumori siano aumentati veramente oppure no.
Sbagliato usare
C’è qualcosa di indecente che
le statistiche
squarcia nuovamente le ferite di
chi sa che non c’è ragione al
sul cancro per
mondo per provare ogni mezzo
schierarsi solo
capace di salvare almeno una vita aggredita dal cancro. Ma coper pregiudizio
me fidarsi? Ma davvero ai magistrati può essere dato potere di
vita e di morte su un’azienda sulla base di perizie che dovrebbero occuparsi della vita e della morte delle persone e invece
forniscono dati poco credibili, valutazioni discutibili, proiezioni matematiche del tutto opinabili? A Taranto, una commissione coordinata da Enrico Bondi contestò le cifre sulla
base delle quali la magistratura aveva disposto la chiusura di
impianti che danno lavoro a migliaia e migliaia di persone e
alle loro famiglie: ma fu costretta a fare marcia indietro, accusata più o meno di essere al soldo del «padrone» e di divulgare falsità pur di non chiudere una fabbrica di morte. Ma è possibile che anche i numeri non abbiano una loro oggettività,
una credibilità provata, inconfutabile, senza ridurre così volgarmente matematica e opinione? E non si può essere più rispettosi sui malati di cancro, non farne ostaggi della battaglia
politica e giudiziaria, senza offendere chi con il cancro ha avuto e ha a che fare quotidianamente? Basterebbe poco. Basterebbe sapersi arrestare sulla soglia dell’indecenza e non oltrepassarla. Senza strumentalizzare persino i numeri.
❜❜
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Bozzetto
Il Rapporto del Censis ha evidenziato
che i dieci contribuenti più ricchi del
nostro Paese detengono una somma
CONDIRETTORE
@
STORIA DELLA MASSONERIA ITALIANA Particelle elementari
DOPO L’AVVENTO DEL FASCISMO
di Pierluigi Battista
Risponde
Sergio Romano
Può aiutarmi a comprendere
meglio il rapporto fra
Massoneria e Fascismo in
Italia durante il Ventennio?
Marco Sostegni
marco.sostegni@
libero.it
Le lettere, firmate con nome, cognome e città, vanno inviate a:
«Lettere al Corriere» Corriere della Sera
via Solferino, 28 20121 Milano - Fax al numero: 02-62.82.75.79
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2,00; Irlanda € 2,00; Lux € 2,00; Malta € 2,00; Monaco P. € 2,00; Olanda € 2,00; Marocco € 2,20; Portogallo/Isole € 2,50; SK Slov. € 2,20; Slovenia € 2,00; Spagna/Isole
servizio di leva, nelle due versioni civile
e militare. Si eviterebbe di impegnare i
nostri soldati in servizi non di loro
pertinenza e al tempo stesso si darebbe
a tanti giovani l’opportunità di inserirsi
nell’organigramma della Nazione.
Francesco Italo Russo, Montecatini
Non ignorare il gioco d’azzardo
Il gioco d’azzardo vale circa 100 miliardi
di euro. Una imposta straordinaria del
10% è sempre preferibile che mettere le
mani in tasca ai soliti noti. Vedi
l’aumento delle tasse sulle rendite
finanziarie e sugli interessi bancari.
Elena Bonsanti,
[email protected]
EDIZIONI TELETRASMESSE: RCS Produzioni Milano S.p.A. 20060 Pessano con Bornago
- Via R. Luxemburg - Tel. 02-95.74.35.85 • RCS Produzioni S.p.A. 00169 Roma - Via Ciamarra 351/353 - Tel. 06-68.82.8917 • Seregni Padova s.r.l. 35100 Padova - Corso Stati Uniti
23 - Tel. 049-87.00.073 • Tipografia SEDIT Servizi Editoriali S.r.l. 70026 Modugno (Ba) Via delle Orchidee, 1 Z.I. - Tel. 080-58.57.439 • Società Tipografica Siciliana S.p.A. 95030
Catania - Strada 5ª n. 35 - Tel. 095-59.13.03 • L’Unione Sarda S.p.A. Centro stampa 09034
Elmas (Ca) - Via Omodeo, 5 - Tel. 070-60.131 • BEA printing sprl 16 rue du Bosquet - 1400
Nivelles - Belgium • Speedimpex USA, Inc. 38-38 9th Street Long Island City - NY 11101 USA • CTC Coslada Avenida de Alemania, 12 - 28820 Coslada (Madrid) - Spagna • La Nación Bouchard 557 - 1106 Buenos Aires - Argentina • Miller Distributor Limited Miller
House, Airport Way, Tarxien Road – Luqa LQA 1814 - Malta • Hellenic Distribution Agency (CY) Ltd 208 Ioanni Kranidioti Avenue, Latsia - 1300 Nicosia - Cyprus • FPS Fernost
Presse Service Co. Ltd 44/10 Soi Sukhumvit, 62 Sukhumvit Road, Bang Chark, Phrakhanong - Bangkok 10260 - Thailandia • Milkro Digital Hellas LTD - 51 Hephaestou Street 19400 Koropi - Grecia
PREZZI: *Non acquistabili separati, il venerdì Corriere della Sera + Sette € 1,90 (Corriere €
1,40 + Sette € 0,50); il sabato Corriere della Sera + IoDonna € 1,90 (Corriere € 1,40 + IoDonna € 0,50). A Como e prov., non acquistabili separati: m/m/g/d Corsera + Cor. Como €
1,20 + € 0,20; ven. Corsera + Sette + Cor. Como € 1,20 + € 0,50 + € 0,20; sab. Corsera + IoDon-
na + Cor. Como € 1,20 + € 0,50 + € 0,20. In Campania, Puglia, Matera e prov., non acquistabili separati: lun. Corsera + CorrierEconomia del CorMez. € 0,93 + € 0,47; m/m/g/d
Corsera + CorMez. € 0,93 + € 0,47; ven. Corsera + Sette + CorMez. € 0,93 + € 0,50 + € 0,47;
sab. Corsera + IoDonna + CorMez. € 0,93 + € 0,50 + € 0,47. In Veneto, non acquistabili
separati: m/m/g/d Corsera + CorVen. € 0,93 + € 0,47; ven. Corsera + Sette + CorVen. € 0,93
+ € 0,50 + € 0,47; sab. Corsera + IoDonna + CorVen. € 0,93 + € 0,50 + € 0,47. In Trentino
Alto Adige, non acquistabili separati: m/m/g/d Corsera + CorTrent. o CorAltoAd. € 0,93 +
€ 0,47; ven. Corsera + Sette + CorTrent. o CorAltoAd. € 0,93 + € 0,50 + € 0,47; sab. Corsera +
IoDonna + CorTrent. o CorAltoAd. € 0,93 + € 0,50 + € 0,47. A Bologna e prov. non acquistabili separati: m/m/g/d Corsera + CorBo € 0,62 + € 0,78; ven. Corsera + Sette + CorBo €
0,62 + € 0,50 + € 0,78; sab. Corsera + Io Donna + CorBo € 0,62 + € 0,50 + € 0,78. A Firenze e
prov. non acquistabili separati: l/m/m/g/d Corsera + CorFi € 0,62 + € 0,78; ven. Corsera +
Sette + CorFi € 0,62 + € 0,50 + € 0,78; sab. Corsera + Io Donna + CorFi € 0,62 + € 0,50 + €
0,78.
ISSN 1120-4982 - Certificato ADS n. 7682 del 18-12-2013
La tiratura di domenica 4 maggio è stata di 418.059 copie
€ 2,50; Hong Kong HK$ 45; Thailandia THB 190; Turchia TL 6,5; UK Lg. 1,80; Ungheria Huf. 600; U.S.A. USD 4,00. ABBONAMENTI: Per informazioni sugli abbonamenti nazionali e per l’estero tel. 0039-02-63.79.85.20 fax 02-62.82.81.41 (per gli Stati Uniti tel. 001-718-3610815 fax 001-718-3610815). ARRETRATI: Tel. 02-99.04.99.70.
SERVIZIO CLIENTI: 02-63797510 (prodotti collaterali e promozioni).
* Con “Sette” € 2,90; con “Io Donna” € 2,90; con “Style Magazine” € 3,40; con “Living” € 4,90; con “Claudio Abbado e i Berliner Philharmoniker” € 11,30; con “Romanzi d’Europa” € 11,30; con “Supereroi. Il Mito” € 11,39; con “Tutto Pratt” € 12,39; con “Giallo italiano” € 8,30; con “Le grandi storie Disney” € 9,39; con “Grandangolo” € 7,30; con “Sampei” € 11,39; con “Mina, gli anni RAI” € 12,39;con “I dolci di Benedetta” € 9,39;
con “Nikola P. Savic, Vita migliore” € 14,30; con “Vi racconto la mia vita” € 11,30; con “Giovanni XXIII. La vita del “Papa buono” nelle sue parole” € 11,30; con “La grande cucina italiana” € 11,30; con “Lucia Annibali, Io ci sono” € 14,30; con “Holly e Benji ” € 11,39; con “English da Zero” € 12,39; con “Biblioteca della Montagna” € 10,30
38
Lunedì 5 Maggio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Spettacoli
Box office Usa
Vola «Spider-Man 2»: debutto da 92 milioni di dollari
Debutto col botto al box office Usa di The
Amazing Spider-Man 2, festeggiato con 92
milioni di dollari. Lo inseguono Tutte contro
di lui, commedia con Cameron Diaz, con 14,2
milioni (47,3 in totale), e Heaven
Heav Is For Real
con 8,7 milioni (65,6 in totale: ne è costati 12).
In arrivo
Nelle sale la pellicola
che in Francia
ha vinto un César
e che a Hollywood
ha conteso
a Sorrentino l’Oscar
per il miglior film
straniero
La band
Al centro, Veerle Baetens
e, alle sue
spalle, Johan
Heldenbergh
in una scena
del film
diretto
da Felix van
Groeningen
Alabama Monroe
Una storia d’amore
di PAOLO MEREGHETTI
S
Il dramma di una bambina
tra passioni, musica e tatuaggi
trano film questo Alabama
Monroe - Una storia d’amore: parte in un modo e poi si
trasforma quasi nel suo opposto, ma soprattutto permette, grazie alle sue «esitazioni» e
ai suoi «limiti», di dirci qualche cosa
di interessante su un tema a rischio
come il rapporto con la morte.
Girato in Belgio da un regista non
ancora quarantenne, Felix van Groeningen, le cui opere precedenti sono
Sembrerebbe l’inizio dell’ennesistate applaudite anche alla Quinzai- ma variazione in chiave musicale di
ne di Cannes ma non sono mai arri- Un uomo, una donna e invece subito
vate in Italia, questo film, che in nelle primissime scene scopriamo
Francia ha vinto un César e a Hol- che la loro figlia di sette anni, Maylywood ha conteso a Sorbelle (Nell Cattrysse) sta
rentino l’Oscar per il milottando in un ospedale
glior film straniero, nasce
con un tumore del midolda un testo teatrale scritto
lo. Van Groeningen non
da chi interpreta il prota- Il film
sceglie la suspense. Mette
gonista maschile sullo del
subito le carte in tavola: da
schermo, Johan Helden- Mereghetti
una parte il colpo di fulmibergh: è Didier, specie di
ne tra due persone che
simpatico spirito alternativo che vive niente dovrebbe unire e dall’altra il
in campagna tra polli e cavalli e si dramma di una bambina che lotta
mantiene suonando il bluegrass con contro una malattia tanto grave. È la
un gruppo di amici «alternativi» co- vita, verrebbe da dire, dove amore e
me lui. Lei, la protagonista femmini- morte vanno sempre a braccetto e un
le, Elise (cioè l’attrice Veerle Baetens) po’ come nelle canzoni bluegrass la
è invece una tatuatrice quasi com- tragedia e i sogni più belli offrono
pulsiva che sembra usare il proprio spunti per le «storie» che raccontacorpo come catalogo delle proprie no.
abilità pittoriche. Lui entra incurioIl problema, casomai, è come
sito nel negozio di lei, che va a sentir- quelle storie sono raccontate, in che
lo suonare una sera e l’amore scop- modo vita e morte si intrecciano nelpia.
la vita dei due protagonisti e soprat-
Ma il regista addolcisce il dolore, tema che resta ancora tabù
tutto come «arrivano» allo spettatore. E per farlo mi sembra che siano
soprattutto due i «dispositivi narrativi» di cui si serve van Groeningen:
la chiave del realismo per quel che riguarda le immagini e quella invece
di un irrealistico andirivieni temporale per il filo narrativo.
La prima serve soprattutto per
Insieme Veerle Baetens nel film con
la figlia interpretata da Nell Cattrysse
conquistare lo spettatore che in questo modo viene (o dovrebbe venire)
conquistato dalla storia dei due adulti. Lo si capisce bene nelle scene in
cui fanno l’amore, tutte molto controllate per quel che riguarda i limiti
del pudore ma anche esplicite sulle
posizioni e le dinamiche (la prima
volta nel furgone di lui) oppure nell’equilibrio visivo e sonoro con cui
sono riprese le performance canore
del gruppo o ancora — all’opposto
— nella puntigliosità con cui sottolinea l’avanzare della malattia sulla
piccola Maybelle, come soffocata
dall’invasività di tubi e cannule mentre i suoi capelli si diradano sempre
di più.
La «cronologia» dei fatti invece
distrugge qualsiasi linearità realistica e salta avanti e indietro nella vita
di Didier, Elisa e Maybelle con l’evidente scopo di disseminare una serie
di «indizi» la cui spiegazione è continuamente rimandata. È il meccanismo più scontato per catturare l’at-
tenzione dello spettatore e tenerlo
inchiodato allo schermo. In questo
modo, scopriamo dopo solo cinquanta minuti (il film ne dura 111) il
destino di Maybelle mentre tutto il
tempo che resta sembra servire al regista da una parte per «cancellare»
quel dramma e raccontare i momenti travolgenti dell’amore tra Didier ed
Elise e dall’altra per «ingigantire» la
forza del dramma e scavare nelle reazioni e nei sensi di colpa dei due genitori.
Le stelle
Le diverse reazioni di un padre e
una madre di fronte alla malattia
della figlia, prima di unire le forze
da evitare interessante
da non perdere
capolavoro
Mattatore L’attore Branciaroli debutta domani al teatro di Brescia con il nuovo spettacolo «Enrico IV»
«In scena fingo di essere pazzo e scopro Pirandello»
C
on la stessa furiosa energia
con cui domina il palco, quasi
senza prendere fiato si lancia in un
fiume di parole sul nuovo spettacolo che porterà in scena, da domani, al Teatro di Brescia. Affabulatore innamorato della parola,
dopo aver vestito i panni di Sir, capocomico shakespeariano in declino in Servo di scena di Ronald
Harwood, e di Bruscon, attore-autore megalomane e frustrato in Il
teatrante di Thomas Bernhard,
Franco Branciaroli conclude con
Enrico IV di Pirandello, autore per
la prima volta da lui rappresentato, il suo percorso dentro il teatro
con testi che di teatro parlano.
«In questo Amleto alla rovescia,
un sano che fa il pazzo — spiega
—, torna un tema, più teatrale che
filosofico, che mi affascina: quello
della finzione. L’unica cosa che un
attore può fare in maniera autentica è l’attore». Vale anche per Branciaroli? «Certo! Il mio desiderio è
portare in scena qualcosa che veramente conosco, per questo dei
miei spettacoli sono regista». Ha
imparato il mestiere alla scuola di
teatro del Piccolo. «Mi iscrissi nel
1968. A quell’epoca c’erano personalità come Paolo Grassi e Strehler. Tra i miei maestri, oltre a
Strehler, ho avuto Patrice Chéreau
In costume
L’attore Franco
Branciaroli (66
anni). A sinistra,
in una scena di
«Enrico IV»
(con cui debuttò, nel 1970, con il
Toller di Tankred Dorst) e Luca
Ronconi. Grande nobiltà del teatro. Chi, come me, è riuscito a “rubare” loro l’arte, si è intestato un
patrimonio immenso». Il più bel
regalo in quarant’anni di carriera?
«Aver imparato a memoria almeno 50 capolavori dell’umanità tra i
cui autori cito Eschilo, Sofocle,
Shakespeare, Molière, Beckett». Si
riconosce nella definizione di «ultimo dei grandi mattatori»? Ride.
«Mattatore? Sì, ma scritto così:
matt-attore. Un attore pazzo che
con l’eccessiva caratterizzazione
della performance finisce con
l’avere un atteggiamento sciamanico».
Prima il teatro, poi il cinema. È
stato sul set con Antonioni e Tinto
Brass, con cui ha girato cinque
film: «Con lui mi sono divertito.
Ma il cinema non è mai stato il
mio mondo e recitare bene su un
palco non significa saper fare altrettanto su un set. In teatro il padrone è la voce. Lo spettatore crede di guardare l’attore negli occhi,
in realtà è la bocca a catturarlo».
Personaggi a cui è particolarmente
affezionato? «L’Hamm di Finale di
partita di Beckett. Finite le repliche mi mancava». Di cosa dovrebbe occuparsi il nuovo teatro? «Oggi si tende a descrivere solo quello
che si vede, mentre il vero artista
dovrebbe ricercare in ciò che osserva la verità sull’uomo. Non basta mostrare il nulla: il difficile è
far vivere nel teatro che cosa l’uomo è». Cosa rappresenta per lei il
fruscio del sipario che si apre? «Un
antidoto contro la morte».
Laura Zangarini
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Alla fine però l’effetto mi sembra
soprattutto contraddittorio. È evidente che il nodo del film è quello di
mettere a confronto le due reazioni
opposte dei genitori di fronte alla
malattia della figlia: Elise più spirituale e sognatrice, Didier più materialista e rabbioso (il testo teatrale
originale insisteva molto sullo scontro tra scienza e religione, dilemma
che nel film esplode solo verso la fine). Ma un andamento così ondivago
finisce per dare l’impressione della
«paura» più che del dubbio, la paura
che il tema della morte sia ancora tabù e che vada quindi «addolcito»
con scene musicali o con i ricordi di
un passato di passioni e trasporto.
Non è semplice parlare della morte al cinema, anche dopo che si sono
dissolti alcuni degli «imperativi cinefili» tanto cari a Bazin e a Daney. Il
dolore senza spiegazioni o ragioni
(come è appunto quello di una bambina che lotta con un tumore) mette
a dura prova l’empatia dello spettatore, ma la strada scelta da van Groeningen sembra quella più scontata e
in qualche modo furbesca: buttare il
sasso e poi ritrarre la mano, far vedere il dolore e poi saltare a una scena
di sesso o di allegria musicale, commuovere lo spettatore e subito dopo
cercare la sua complicità con un sorriso o un bacio. Raccontare l’eutanasia di una persona e passare subito
dopo all’immagine di un tatuaggio di
due cuori attraversati da una freccia.
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Corriere della Sera Lunedì 5 Maggio 2014
Il personaggio
Spettacoli 39
italia: 51575551575557
«Ho lavorato 25 anni con Berlusconi, ma oggi non lo rifarei. Bravo editore, la politica l’ha rovinato»
Il giudizio del direttore
Sul podio
Zubin Mehta è
nato a Bombay
il 29 aprile del
1936: dal 1986
è il direttore
principale dell’Orchestra del
Maggio Musicale Fiorentino
e nel 2006 ne è
divenuto direttore onorario
a vita
Il Costanzo show torna a casa
«Lì c’è tutta la storia d’Italia»
lanciato?
«Sì, assolutamente: Ricky Memphis,
David Riondino, Enzo Iacchetti, Giobbe
Covatta e tanti altri. Sono contento di aver
rappresentato una umanità».
Si è mai pentito di aver reso famoso
Vittorio Sgarbi?
«No, tranne quando esagera. Mi dispiace perché l’esagerazione copre l’intelligenza».
Le ha mai procurato dolore rivedere
qualche puntata?
«Rivedendo qualcuno che mi stava accanto, come Franco
Bracardi o Alberto
Silvestri che non ci
sono più».
Tante le bellissime salite sul palco
del Parioli. La più
sensuale?
«Afef. Era appena
arrivata dalla Tunisia,
meravigliosa. Marco
Tronchetti Provera
mi confidò di essere
rimasto folgorato vedendola al “Costanzo
show”».
Sente gratitudine
attorno a lei?
«Sì, ma più dagli
anonimi che dai noti.
A parte Iacchetti e
Covatta».
I politici?
«Venivano volenSalotto Aldo Biscardi (83 anni), Renzo Arbore (76) e Maurizio Costanzo (75) durante il «Maurizio Costanzo Show». Sotto, Franco Bracardi morto nel 2005 tieri: erano il trionfo
dell’insincerità».
d agosto compirà 76 anni MauriLo dico con un certo imbarazzo: rivedendo
Chi avrebbe desiderato al suo talk e
zio Costanzo. È diventato più simil “Costanzo show” mi sono reso conto che che non ha avuto?
patico con l’età. Non che prima
lì c’è la storia d’Italia».
«Papa Woityla. Ci ho provato attraverso
fosse antipatico, ma talune volte la sua
Puntate legate alla sua vita?
giri e ci sono andato abbastanza vicino. Alironia e le sue battute fulminanti veniva«Quando la mafia voleva togliermi di la fine monsignor Paglia mi disse: peccato
no oscurate dal suo «strapotere» televisimezzo con l’attentato».
perché tu gli saresti piaciuto».
vo. Ventisette anni di «Costanzo show»
Ha sempre detto di essere orgoglioso
Qual è oggi il suo rapporto con Silvio
hanno significato avere lì seduti tutti i podelle puntate dedicate alla lotta alla ma- Berlusconi?
tenti d’Italia, le più belle donne del Paese,
fia che realizzò con Santoro...
«Non mi capita più di sentirlo. A nopolitici in cerca di consenso, intellettuali
«Vero, sento che abbiamo inciso. Nel 91 vembre, però, ero ricoverato all’ospedale
che disdegnavano la tv ma che al Teatro
ricevemmo davvero tanti attestati».
San Raffaele e me lo sono visto entrare in
Parioli la passerella la facevano volentieri.
Si è occupato molto anche di diritti ci- camera, dopo tre anni che non lo vedevo.
E gli scrittori si mettevano rispettosamenvili. Una battaglia che ricorda?
Mi ha fatto piacere perché abbiamo lavorate in coda per un’apparizione da lui: signi- Ricordi e malinconia
«La confessione di Luxuria: raccontò di to insieme per tanto tempo, ma oggi non
ficava vendere parecchi libri in più.
sé, del suo nuovo stato per avere il coraggio lavorerei con lui per 25 anni. Come editore
Ora tutto questo non c’è più, manca a Provo dolore nel
di confessare tutto a sua madre. Da lì in poi è stato meraviglioso, la politica l’ha rovinatanti italiani l’idea di andare a letto col rivedere le puntate con
cambiarono molte cose. Ho dedicato gran- to».
«Costanzo show», e lui se la gode in radio
de spazio all’omosessualità e al matrimoMa gli ultimi anni del «Costanzo
(Rtl, tutti i giorni, alle 19), fa un program- Bracardi, che non c’è più nio tra gay».
show» sentiva noia, stanchezza?
ma in tarda serata su Rai1 con Enrico VaiVa orgoglioso di tutti coloro che ha
«Stanchezza, perché c’era una forte conme e ora è pure ospite fisso di Mara Venier
tro programmazione anche dentro Mediaa «Domenica In». Lo strapotere ha lasciaset che alla fine mi aveva esasperato, ma
to spazio alla sola ironia. Ma non è finita
noia mai».
L’album
qui. A Mediaset hanno pensato che deLe manca?
cenni di «Costanzo show» meritavano
«Un po’, ma non ho da lamentarmi. Alla
una rispolverata. Le puntate più significaradio arrivano centinaia di sms di gratitutive verranno riproposte il venerdì e la dodine verso il “Costanzo show”. Ho scoperto
menica alle 23.45 a partire dal 9 maggio,
un legame fortissimo con il pubblico».
su Mediaset Extra. Non sarà un semplice
Se domani dovesse organizzare una
blob, beninteso, perché Costanzo intropuntata, quali sono i primi tre nomi che
durrà ciascuna puntata.
le vengono in mente da invitare?
Cosa fa, commenta se stesso?
«Matteo Renzi, Massimo D’Alema e l’at«L’idea è stata di Giancarlo Scheri, direttore Giorgio Pasotti»
tore di Canale 5 e di Mediaset Extra. Hanno
E a chi vorrebbe tornare ad addorscelto le puntate piu significative. E io agmentarsi con il «Costanzo show», che
giungerò i miei commenti estemporanei».
dice?
Che effetto le ha fatto?
«Mai dire mai».
Falcone Tra i tanti ospiti, anche
Sgarbi Vittorio Sgarbi (61 anni)
Maria Volpe
«Un grande lavoro di memoria: mi sono
Giovanni Falcone (morto nel 1992) venne lanciato in video da Costanzo
© RIPRODUZIONE RISERVATA
ripiombati addosso 25 anni della mia vita.
Su Mediaset le serate migliori. Il conduttore: mi manca
A
❜❜
Mehta: nel trovare fondi
Pereira ha un vero talento
Uomo giusto per la Scala
A
chi piace e a chi non piace Alexander Pereira,
sovrintendente in pectore alla Scala? Piace ai liberisti
internazionalisti per la sua autonomia e immediatezza
nell’azione; non piace ai burocrati legati a procedure e
concertazioni e a chi vede nel teatro uno strumento di
rappresentazione del territorio. Il polverone sul caso dei sette
spettacoli di Salisburgo sui quali Pereira ha impegnato
all’acquisto la Scala rivela più una siffatta divisione di
atteggiamento che un conflitto di interessi. Lo ha evidenziato
ieri l’ex sovrintendente Antonio Cognata sul Sole 24 ore
(«Chiunque capisca della gestione di un teatro d’opera sa bene
il vantaggio della scelta di Pereira») e lo ribadisce oggi il
maestro Zubin Mehta, dopo il successo del Tristano e Isolde al
Maggio Musicale: «Pereira è ideale per la Scala. Non conosco
nel mondo operistico uno che combini conoscenza musicale e
business quanto lui. Ha un’esperienza musicale enorme e
capacità di fund raising (raccolta fondi, ndr)», dice il direttore
che lo ha conosciuto 25 anni fa al Konzerthaus di Vienna. «Ho
lavorato con lui anche a Zurigo. Ebbene: ci sono sovrintendenti
che stanno in ufficio e non vengono nemmeno a vedere
l’antegenerale. Ricordo che al Don Carlo lui era presente anche
alle prove dei cantanti al
pianoforte». L’anno scorso, a
Salisburgo, Mehta ha diretto il
Falstaff, una delle opere opzionate
da Pereira per Milano. «A Salisburgo
è andato benissimo e, poiché è stato
ambientato dal regista Damiano
Michieletto a Casa Verdi, l’idea di
portare a Milano questo spettacolo è
giustissima, i milanesi saranno
affascinati». Peccato che alla Scala
Volto Alexander Pereira un Falstaff ci sia già: è quello,
ambientato in un cucina inox gialla,
di Robert Carsen. «È uno spettacolo già andato in scena alla
Scala che quest’anno viene riproposto. Se nel 2017 ne viene
messo in scena un altro non è un problema». Degli altri
spettacoli «incriminati», Mehta conosce il Rosenkavalier, che
si vedrà a Salisburgo tra un paio di mesi. «Sarà diretto da Franz
Welser-Möst ma ho collaborato in una prima fase con lo
scenografo Hans Schavernoch: vi assicuro che è curatissimo
nei dettagli». Dunque non sono allestimenti in via di
rottamazione? «Non scherziamo». Ma perché Pereira non ha
ottimi rapporti con l’establishment di Salisburgo? «Non so.
Pereira ha portato 66mila persone al festival, ha inventato
l’Overture spirituale, ovvero una settimana di concerti di
musica religiosa e vi ha portato il balletto. Ma i politici
salisburghesi non hanno trattato bene nemmeno von Karajan,
che rimase pochi anni direttore del festival». Si dice che abbia
comportamenti autoritari. «È vero, ma è un uomo flessibile,
quando inizia un lavoro è capace di cambiare. Le persone che
lavorano con lui sono esperte e lui sa che in Italia non si può
fare a meno dei sindacati». Forse si serve troppo delle agenzie e
questo disturba. «Oggi tutti devono lavorare con le agenzie. Ma
lui conosce i cantanti personalmente». Come mai è così abile
nel fund raising? Poteri forti? «È il suo talento. Il proprietario
della Red Bull, Dietrich Mateschitz , non aveva mai dato niente
al festival di Salisburgo. Pereira ha avuto fondi anche da lui».
Pierluigi Panza
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40
Lunedì 5 Maggio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Sportlunedì
Serie A
CATANIA-ROMA
CHIEVO-TORINO
GENOA-BOLOGNA
MILAN-INTER
PARMA-SAMPDORIA
36a giornata
4-1
0-1
0-0
1-0
2-0
UDINESE-LIVORNO
5-3
LAZIO-VERONA
oggi, 19
JUVENTUS-ATALANTA
oggi, 21
FIORENTINA-SASSUOLO domani, 19
NAPOLI-CAGLIARI
domani, 21
Classifica
JUVENTUS*
ROMA
NAPOLI*
FIORENTINA*
INTER
*una partita in meno
93
85
69
61
57
TORINO
PARMA
MILAN
LAZIO*
VERONA*
55
54
54
52
52
ATALANTA*
SAMPDORIA
UDINESE
GENOA
CAGLIARI*
47
44
42
41
39
CHIEVO
BOLOGNA
SASSUOLO*
CATANIA
LIVORNO
30
29
28
26
25
✒
L'analisi
VINCERE E POI CAMBIARE
DIFFICILE MA NECESSARIO
di MARIO SCONCERTI
A
desso che ha vinto e stabilito una serie di record
formidabili, la Juve sente chiara la sensazione di
aver chiuso il primo grande tratto di strada. È difficile
pensare a cambiare quando si è fatto un centinaio di
punti e nessun avversario è mai riuscito a rimanerti
vicino. È difficile, ma necessario. Lo scorso anno la
Juve pagò in Europa la mancanza di fisicità di Vucinic
e Giovinco. Eppure aveva vinto il campionato e fatto
una Champions migliore. Ma il limite era chiaro ed è
stato cancellato dall’arrivo di Tevez e Llorente. Ora
serve di nuovo qualcosa di più. Che cosa? Partiamo da
una domanda: chi può crescere ancora nella Juve di
oggi? Non Tevez, ha già dato molto. Al massimo può
confermarsi. Non Pirlo, non la difesa, piena di
giocatori d’esperienza, molto affidabili ma non previsti
ad un miglioramento tecnico. Non Isla, che ha dei
limiti. Non Padoin. Non Buffon. Forse Vidal dentro una
stagione con meno fastidi fisici. Forse Llorente che ha
però già fatto molto. L’unico con un serio margine di
miglioramento è Pogba. È certamente un giocatore
diverso, con doti assolute e in forte crescita. Può
bastare? Proviamo adesso una seconda domanda: la
Juve è già completa così come dicono i suoi successi?
Anche qui la risposta è no. La Juve ha utilizzato in
tutto 25 giocatori ma si è basata su 15-16. I veri
ricambi di Conte sono stati Caceres e Ogbonna per la
difesa, con Ogbonna non sempre convincente; poi
Marchisio per il centrocampo e uno tra Giovinco e
Vucinic in attacco. Siamo lontani da una squadra
completa. Questo è un limite non replicabile. È qui che
sono avvenuti i danni collaterali della stagione quando
le partite si sono raddoppiate e la stanchezza ha tolto
velocità. Terza domanda, più lontana ma importante:
c’era quest’anno un’altra Juve a disposizione? Un altro
schema, un altro modo di fare la partita anche dentro
la stessa partita? Per la terza volta la risposta è no. La
Juve poteva giocare solo con il suo schema base. Questo
per conservare la solidità trovata e per i timori di Conte
a portare cambiamenti non avendo giocatori adatti
nella rosa. Ma per una grande squadra, per un livello
europeo che è urgente ed è tutto sommato a pochi
passi, questo è ancora un grosso limite. Sono mancate
due ali vere che saltassero l’uomo senza dover arrivare
sul fondo sempre solo attraverso passaggi. È mancato
in genere un giocatore di centrocampo capace di
fantasia e agilità. Queste tre risposte dicono che la Juve
ha bisogno di nuovi innesti soprattutto nella rosa,
giocatori che portino il vantaggio di una sorpresa. Era
nello stile di Trapattoni e Lippi, di cui Conte è figlio,
non giocare in tanti e completare la squadra con riserve
che sapessero rimanere senza polemiche in panchina.
Ora i tempi sono cambiati, sono aumentate le partite,
la qualità degli avversari, il peso complessivo di una
gara. Ma accanto ai due-tre innesti che devono pesare
come i titolari (un’ala, un centrocampista agile e una
riserva vera degli attaccanti), serve un giocatore di
livello internazionale che sia quasi un segno di
riconoscimento. Tevez, per questo, non basta. Serve un
fuoriclasse da vecchia Juve, uno Zidane, un Boniek, un
Tardelli. Serve la consacrazione di Pogba. E un’ultima
cosa, la più importante: che Conte non perda la rabbia
e Pirlo se stesso. Questi tre scudetti consecutivi sono
soprattutto loro.
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Il trentesimo L’atteso terzo tricolore consecutivo arriva mentre i bianconeri sono in ritiro nelle loro camere
Hotel scudetto
DAL NOSTRO INVIATO
TORINO — Alle 16.37, ora di corso Alcide De Gasperi, già corso Orbassano, una
staffetta solitaria, un ciclista con maglia
bianconera, pedala diretto verso il centro.
È il primo segno del terzo scudetto consecutivo. Non c’è ancora l’aritmetica invocata da Antonio Conte («finché non ci dà ragione, non festeggio»), ma la fiducia si
chiama così perché non ha bisogno di
aspettare la fine di Catania-Roma. La Juventus conquista lo scudetto numero 30 in
hotel. Le era già successo nel 2005, allora
era stato di venerdì, addirittura, e a consegnarlo fu il Milan. «È il secondo che vinco
a letto, ma l’emozione che si prova in campo è completamente diversa», certifica Gigi Buffon, capitano e gentiluomo con l’av-
La lunga cavalcata della Juventus
e un titolo conquistato in poltrona
versario sconfitto: «Tutto il calcio italiano
deve ringraziare la Roma. La forza e la sicurezza che mostravano facevano paura.
Se il campionato è stato così bello, il merito è anche loro».
Certo, si sono distratti proprio sul più
bello sorprendendo una Torino calda e deserta. La gente più che per la festa, esce per
il gelato. Piazza San Carlo viene occupata a
sprazzi e per poco tempo. Anche al ritiro
bianconero di Leinì c’è poca gente, ma
non mancano le magliette celebrative:
«Non c’è 2 senza 3». Il 3 e il 2 si fondono a
formare il 32. Questo è il conteggio juventino degli scudetti, ma almeno sulle tre
stelle, fine delle discussioni.
La festa è lenta, viene da lontano. Da un
sabato di mezzo agosto, in una Roma distratta proprio come Torino ora. Che paradosso: tutto comincia a Trigoria dove Ma-
dama si installa alla vigilia della Supercoppa con la Lazio, provocando le reazioni furenti dei tifosi giallorossi. Buffon deve
garantire: «Non farò la pipì nell’armadietto del mio amico Totti». Conte e Garcia si
sfiorano, si annusano, poi ognuno per la
sua strada, senza immaginare che sarà la
stessa. La Juventus arriva da una breve e
fallimentare (come risultati) tournée negli
Stati Uniti. Non ha scoperto l’America, ma,
Corriere della Sera Lunedì 5 Maggio 2014
❜❜
Gianluigi Buffon
Noi e la Roma ci siamo fatti
del bene reciprocamente,
anche per il calcio italiano
❜❜
Momenti di gloria
Nelle tre foto
a sinistra
il pomeriggio
perfetto
della Juventus:
sopra, i giocatori
della Roma a testa
bassa dopo la
pesante sconfitta
di Catania;
al centro,
i bianconeri
festeggiano
in ritiro il terzo
scudetto
consecutivo
indossando
una maglietta
celebrativa;
sotto, tifosi in festa
dopo la conquista
del titolo.
Nella foto grande,
i giocatori juventini
salutano i tifosi
dopo una
delle 30 (finora)
vittorie
conquistate
nella stagione
(Ansa, LaPresse)
apparentemente, l’incapacità di ripetersi:
dopo due scudetti si scende dalla carrozza.
Questo pensiamo/pensano in molti. Madama, però, in quella Roma ferragostana
porta una nuova, grande bellezza. Il 4-0 alla Lazio tramortisce il pronostico. La Juventus ritorna in un baleno favorita. Però
il terzo di seguito non arriva dagli anni 30
del Novecento, da Carlo Carcano.
Carlitos Tevez segna il suo primo gol
italiano. Si ripete sei giorni dopo con la
Sampdoria e poi di nuovo con la Lazio. Tre
gol in tre partite. È la prima firma sul contratto-scudetto. La seconda la mette Fernando Llorente il 22 settembre (Verona):
prima partita da titolare, testata-gol. La
Roma in questo periodo vola. Il percorso
della Juventus diventa cavalcata a Firenze,
il 20 ottobre, proprio quando dovrebbe in-
Catania
Roma
4
1
Marcatori: Izco 26’ e 34’, Totti 37’
p.t.; Bergessio 10’, Barrientos 33’ s.t.
CATANIA (4-3-3): Frison 6; Peruzzi
6, Gyomber 6,5, Rolin 6,5, Monzon
6; Izco 7,5, F. Rinaudo 6,5 (Lodi s.v.
42’ s.t.), Barrientos 7; Leto 7 (Plasil
6 20’ s.t.), Bergessio 7,5, Castro 7
(Biraghi s.v. 37’ s.t.). All: Pellegrino
7,5
ROMA (4-3-3): De Sanctis 5;
Maicon 5, Romagnoli 5,5, Castan
5,5 (Benatia 6 12’ s.t.), Dodò 5;
Pjanic 5, De Rossi 5, Taddei 5
(Gervinho 5,5 38’ p.t.); Florenzi 6,
Totti 6,5, Ljajic 5 (Bastos 6 12’ s.t.).
All: Garcia 5
Arbitro: Banti 6
Ammoniti: Dodò, Romagnoli, F.
Rinaudo, Gervinho, Pjanic e Totti
Recuperi: 1’ più 3’
Sport 41
italia: 51575551575557
terrompersi. Al 21’ del secondo tempo
Madama è in vantaggio per 2-0 e controlla
agilmente. In 15’ prende quattro gol.
«Questo dolore ci sarà utile» dice un letterario e spaesato Antonio Conte. La Juventus conquista lo scudetto laggiù. Seguono
12 vittorie consecutive (record per i bianconeri), compresa quella che il 6 gennaio
annichilisce la Roma. Madama si ferma
sabato 25 gennaio, all’Olimpico, con la Lazio, ma quello che può sembrare un mezzo
passo falso in realtà è un altro blocco di cemento armato. In 10 e con Buffon espulso,
il gruppo si compatta e recupera con Llorente (di testa).
Il vantaggio sulla Roma arriva fino a 14
punti, con i giallorossi che devono recuperare con il Parma, ma la Juve accusa un
certo logorio. Mai come quest’anno Antonio Conte spreme i soliti noti. Gli ultimi
due passaggi difficili a marzo. Milano, 2
marzo: Milan-Juventus 0-2 e Genova, 16
marzo, Genoa-Juventus 0-1. Due sconfitte
che Madama trasforma in successi con la
Buffon felice ma contenuto
«È la seconda volta che vinco
uno scudetto a letto mentre
riposo, l’emozione che si prova
in campo è diversa»
Giorgio Chiellini
Non mi era mai capitato
di godere senza giocare,
è strano ma va bene lo stesso
Il presidente
Subito al lavoro
Agnelli guarda avanti
Bisogna cambiare
la cooperativa del pallone
Presidente Andrea Agnelli, 38 anni, presidente dal 2010 (LaPresse)
vecchia guardia, la premiata ditta Buffon&Pirlo, amici e protagonisti anche del
gossip. Racconta Gigi: «Le mani su questa
vittoria le abbiamo messe a Genova con
una grandissima punizione di Pirlo. Tante
insidie in quella partita. Il Genoa avrebbe
meritato di più. Quel colpo ci ha dato la sicurezza di poter arrivare primi». Buffon,
modesto, non rimarca il rigore parato a
Calaiò e i miracoli a Milano. Quei sei punti
presi in trasferta a spallate — quest’anno
meno geometrie, più carattere — addolciscono la seconda sconfitta stagionale, a
Napoli, il 30 marzo (0-2). La Roma si assesta a meno 8 ma da qui non si sposterà più.
Due riservisti di lusso, Giovinco a Udine e
Marchisio con il Sassuolo, escludono lo
sciame sismico. Scende la notte sulla cena
scudetto sociale, ai caselli c’è la coda per il
rientro. Conte spiega il senso del «terzo»:
«Allo scudetto non ci si fa mai l’abitudine.
Questo però è storico. Se ne comprenderà
la reale portata tra qualche anno». Alla Juventus resta solo il rammarico per l’Europa e un suggerimento di Buffon: «Senza la
forza economica degli altri, contano l’inventiva e il coraggio di osare». Il percorso
del ciclista solitario e quello della Juventus
si concludono con la festa, la felicità, la
spossatezza. La notte è giovane, Il futuro è
troppo faticoso per pensarci ora.
I fatti, ma anche le parole. Non è stata una stagione noiosa per la
Juventus, come il dominio a volte potrebbe far pensare.
Nemmeno fuori dal campo e non solo perché lo scudetto per la
squadra è arrivato in hotel e per Andrea Agnelli è arrivato a casa
davanti alla televisione. Dalle frasi su Pogba «difficile da
trattenere» al discorso tenuto all’Unesco. Dai bilanci in costante
miglioramento al «Giakartone» di benvenuto a Thohir. Le diverse
pennellate del presidente (che oggi con Florentino Perez presenta
allo Stadium l’Unesco Cup) sono sempre arrivate su uno sfondo
più che mai delineato: la Juventus del «triennio» è l’avanguardia
del nostro calcio, per i risultati sportivi, ma anche per i conti e le
strutture, considerato che questo è anche l’anno della prima
pietra per il nuovo centro di allenamento vicino allo Stadium. A
Torino si vince, ma si guarda anche avanti, senza che il passato
sia mai percepito in qualche modo come una zavorra. Si sente
piuttosto il contrappeso di un sistema-calcio che non dà segnali
incoraggianti: «Lo Stadium da solo non basta, ne occorrono altri
dieci» è la sintesi efficace del problema e del ritardo che, Agnelli
lo sa e lo dice da anni, rischia di frenare anche la crescita
juventina. Loro malgrado, anche i bianconeri nel loro impianto
gioiello hanno dovuto fare i conti con il fuoco amico degli ultrà e
con quelli che il presidente, che spesso ha preso di petto la
situazione, ha definito gli «striscioni canaglia». La curva dello
Stadium a dicembre è rimasta senza tifosi ufficiali per due partite
per «i cori a sfondo razziale» contro Napoli. Al loro posto sono
stati invitati dodicimila bambini, ma la società è stata multata
ancora, per i cori di scherno contro il portiere dell’Udinese. Un
episodio che ha amareggiato fortemente i vertici della Juve. Il
disagio c’è stato anche dopo la presentazione a Parigi, nella sede
dell’Unesco, di due progetti per dire no al razzismo. È bastata una
frase su Pogba «patrimonio dell’umanità» per far passare
l’iniziativa sociale in secondo piano. Del resto a inizio stagione
proprio le parole sulla probabile «difficoltà» che avrebbe avuto la
Juve nel trattenere il suo uomo mercato più richiesto aveva
aperto scenari che di fatto oggi sono ancora d’attualità. Come i
temi della politica del calcio (e anche della politica reale, a cui
Agnelli non ha fatto sconti), con la Lega calcio «che non è la
Confindustria del pallone, ma una cooperativa dove ogni testa
vale un voto» con tutte le conseguenze del caso, dalla
negoziazione dei diritti tv allo sfruttamento del marchio, fino
appunto al ritardo devastante sugli stadi, passando per la riforma
dei campionati e le seconde squadre. Esigenze sempre più sentite
e importanti, che oggi probabilmente passeranno in secondo
piano quando invece dei 30 scudetti verranno celebrati i 32 della
contabilità bianconera. Poi da domani si riparte, tutti aggrappati
al treno della Juve, che corre in campo a colpi di record. E va
veloce anche fuori. Soffrendo però di troppa solitudine.
Roberto Perrone
Paolo Tomaselli
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Senza motivazioni Travolta dal Catania, la squadra di Garcia consegna il tricolore alla Juve e fa infuriare il Bologna
La Roma esagera e anticipa la festa
DAL NOSTRO INVIATO
CATANIA — Abituata a prendere le parole del suo allenatore
per oro colato, la Roma ha esagerato a Catania. Rudi Garcia, alla
vigilia, ha detto che lo scudetto
era ormai perduto e che non si
aspettava più nessuna sorpresa.
Aveva in parte ragione, perché la
Juventus adesso è anche aritmeticamente campione d’Italia. E in
parte torto, perché la sorpresa
sono stati i 4 gol che la sua squadra ha preso a Catania. Al massimo ne aveva subiti 3, proprio
contro la Juve in campionato e
contro il Napoli in Coppa Italia.
Nel secondo caso, però, erano arrivati anche perché, essendo una
sfida a eliminazione diretta, nel
finale di gara serviva solo un assalto all’arma bianca per cercare
il recupero.
Come può capitare che la miglior difesa del campionato crolli
contro un’avversaria che, fino a
ieri sera, era l’ultima in classifica?
Di sicuro hanno il loro peso le
motivazioni: la Roma era seconda e più in alto o più in basso non
poteva andare. Il Catania, invece,
si giocava le ultimissime carte
per cercare la salvezza e lo ha fatto alla grande. Tanto più se il risultato del Cibali viene sommato
alla sconfitta del Chievo in casa
contro il Torino e al crollo del Livorno a Udine. I siciliani non sono più fanalino di coda e domenica, contro il Bologna (furente),
si giocheranno in pratica la salvezza. Serve una vittoria in trasferta, dove finora c’è un terribile
segno 0, unica squadra di A. Ma
una sola in tutto il campionato
Deluso Rudi Garcia (Pegaso)
potrebbe bastare.
Il Catania è arrivato primo in
ogni contrasto a centrocampo e
ha approfittato degli spazi che la
Roma di solito non concede. I
primi due gol, entrambi di Izco,
sono venuti con un inserimento
da centrocampo. Poi, dopo il gol
di Totti che aveva riaperto la gara,
nella ripresa c‘è stato un altro calo di tensione dei giallorossi.
Sarebbe un grave errore istituire un processo alla Roma per
non essere riuscita a onorare il
suo campionato per 36 giornate
consecutive. Quello di ieri è il
primo passaggio a vuoto della
squadra. Non va dimenticato che
giocare senza Strootman, Nainggolan e Destro, con Castan in
campo in condizioni menomate
e Benatia solo in panchina, non è
facile nemmeno per chi ha conquistato fin qui 85 punti, cioè il
record tutti i tempi per la società
giallorossa. Paradossalmente
questa inattesa battuta d’arresto
può aiutare Garcia a far capire al
gruppo che i grandi risultati si
ottengono solo quando alla tecnica si uniscono lo spirito di sacrificio e l’impegno massimo. In
questo senso, c’è da scommetterci, il tecnico francese non mollerà nelle ultime due gare della stagione, perché finire con altri 6
punti sarebbe il miglior modo
per affrontare il prossimo campionato.
Richiesto di un commento
sulla Juve, Garcia non si è dilungato: «Ne avevo già parlato alla
vigilia. Avevo detto che lo scudetto era già perso. Tra tanti errori che ho fatto, in questo avevo
ragione». I complimenti a società
e giocatori avversari li aveva già
fatti. Replicare sarebbe stato esagerato. C’è lo scontro diretto da
onorare e una sfida da rilanciare.
Luca Valdiserri
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Albo d’oro
1898
1899
1900
1901
1902
1903
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1905
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Genoa
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Milan
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JUVENTUS
Milan
Milan
Pro Vercelli
Pro Vercelli
Inter
Pro Vercelli
Pro Vercelli
Pro vercelli
Casale
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Pro Vercelli
Pro Vercelli
Novese
Genoa
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Bologna
JUVENTUS
non assegnato
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JUVENTUS
JUVENTUS
JUVENTUS
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Bologna
Roma
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Sospeso
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Torino
Torino
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Milan
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Inter
Inter
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Fiorentina
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Milan
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Milan
Inter
Bologna
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Inter
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Milan
Fiorentina
Cagliari
Inter
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Lazio
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Milan
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Verona
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Inter
Napoli
Sampdoria
Milan
Milan
Milan
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Milan
JUVENTUS
JUVENTUS
Milan
Lazio
Roma
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JUVENTUS
Milan
non assegnato
Inter
Inter
Inter
Inter
Inter
Milan
JUVENTUS
JUVENTUS
JUVENTUS
CORRIERE DELLA SERA
42 Sport
1905
TUTTI
GLI SCUDETTI
Nessun tecnico
co
DELLA
PRESIDENTE:
SIGNORA
Alfredo Dick
Lunedì 5 Maggio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
1
19251926
2
19301931
All. Jen Károlyy
PRESIDENTE:
Edoardo Agnelli
3
All. Carcano
PRESIDENTE:
Edoardo Agnelli
19311932
All. Carcano
PRESIDENTE:
Edoardo Agnelli
4
19321933
5
All. Carcano
PRESIDENTE:
Edoardo Agnelli
19331934
6
All. Carcano
PRESIDENTE:
Edoardo Agnelli
19341935
7
All. BigattoI-Gola
Golaa
PRESIDENTE:
Edoardo Agnelli
19491950
8
All. Carver
PRESIDENTE:
Giovanni Agnelli
19511952
All. Bertolini
PRESIDENTE:
Giovanni Agnelli
Le stelle della stagione bianconera
» I protagonisti
Nato nel 1984
Carlos Tevez è nato a
Ciudadela (Argentina)
il 5 febbraio 1984
6 squadre
Ha giocato in 6
squadre (e in 4
campionati: argentino,
brasiliano, inglese e
italiano): Boca Juniors
(2001-04),
Corinthians (200506), West Ham (200607), Manchester
United (2007-09),
Manchester City
(2009-13)
e Juventus (dal 2013)
Il palmares
Con i club
ha conquistato 1
campionato argentino,
1 campionato
brasiliano,
3 campionati inglesi
e 1 scudetto in Italia;
2 Community Shield, 1
Coppa di Lega inglese,
1 Coppa d’Inghilterra e
1 Supercoppa italiana;
1 Coppa Libertadores,
1 Coppa
Intercontinentale, 1
Coppa sudamericana, 1
Champions League e 1
Mondiale per club. Con
la nazionale argentina
1 oro olimpico
ad Atene 2004
cord. L’argentino e il navarro, il
«10» e il «9» così classici ma così
moderni, per tante partite sono
state una cosa sola, a cominciare da
quella di fine settembre contro il
Verona (2-1, rimonta con gol di Tevez e Llorente...) che secondo capitan Buffon è stata il segnale che una
nuova Juve era rinata, dopo un avvio un po’ sonnolento.
L’uomo simbolo del risveglio tricolore è Tevez, ci sono pochi dubbi.
«Ma la storia la sta facendo questo
gruppo, il simbolo è la squadra —
sottolinea Carlos —. Vincere tre titoli di fila è una grande impresa ed
è la squadra che si consacra oggi. Io
10
All. Brocic
PRESIDENTE:
Umberto Agnelli
reti
realizzate in questa
stagione in campionato
da Carlitos Tevez,
secondo in classifica
cannonieri alle spalle
dell’attaccante granata
Ciro Immobile
L’Apache leader a suon di gol
«Nemmeno io mi aspettavo
di avere questo impatto
Però la storia la fa il gruppo»
Ha 30 anni
19571958
19
Tevez
Ci sono risvegli peggiori di quello di Carlitos Tevez, dalla pennichella di ieri pomeriggio: «Ero andato a riposare, stavo dormendo,
ma la tensione in hotel era incredibile e dopo mezzoretta mi sono alzato...». Un risveglio da campione
d’Italia, da leader che ha caratterizzato profondamente la terza Juventus di Conte, da grande attaccante
internazionale tornato sui suoi migliori livelli, assieme a una squadra
che fin dal primo giorno ha capito
che Tevez, con la sua fame, la sua
forza fisica, la sua tecnica, era l’uomo giusto per ridare slancio al progetto bianconero. «È tutto fantastico, sono molto felice — sorride
l’argentino — mi sono dovuto svegliare per la vittoria del Catania.
Pensavo di vincerlo in campo il mio
primo scudetto, ma va benissimo
così. Adesso festeggiamo e ci rilassiamo. Lunedì scorso con la rimonta sul Sassuolo avevamo capito che
ormai era fatta».
Una partita, quella di Reggio
Emilia, che non a caso era stata raddrizzata da un gran gol dell’Apache, il diciannovesimo di un campionato in cui Tevez ha assorbito in
fretta il particolare tipo di gioco e di
movimenti richiesti da Conte. L’argentino ha raccontato l’accoglienza
di Conte, con il quaderno degli
schemi e tante spiegazioni. Carlos
ci ha messo la sua esperienza e la
sua applicazione feroce, conquistando il tecnico fin dal ritiro. Conte era abituato nelle prime due stagioni a ruotare in continuazione la
sua coppia d’attacco ma quest’anno
si è aggrappato all’argentino, arrivato a Torino per 9 milioni più i bonus. Anche l’intesa con Fernando
Llorente, 15 gol fino a oggi, è stata
fondamentale per la Juve dei re-
9
profuso da tutti. In tre anni abbiamo subito soltanto 7
sconfitte in campionato, il primo anno abbiamo vinto da
imbattuti, l’anno scorso abbiamo perso 5 volte, ora 2.
Record che rimarranno nella storia, un’impresa che
bisogna ascrivere al nostro allenatore, un grandissimo
gestore del gruppo». Ora viene il bello, alzare l’asticella
della sfida in ottica Europa, l’unico neo della stagione. Lo
vuole la società, pur mantenendo sempre un occhio vigile
al bilancio, lo spera Conte, lo chiedono i tifosi. «È molto
difficile migliorare questa squadra — sostiene Marotta —,
ma ci sono margini assoluti di crescita e questo è un
nostro grande obiettivo. In Italia siamo competitivi, in
Europa abbiamo peccato di inesperienza, ma questo ci ha
insegnato a leggere le cose. In campionato vince sempre il
migliore; le coppe invece sono tornei e vivono di
circostanze favorevoli che condizionano l’esito finale, al di
là del valore che la squadra rappresenta».
cerco di lavorare sempre per fare
tutto al massimo. È vero, un impatto così da parte mia non me l’aspettavo. È stato sorprendente e unico.
Speciale».
Come dargli torto? Solo i grandi,
da Baggio a Platini, hanno avuto un
avvio così in maglia bianconera.
Tevez, che è stato sicuramente all’altezza della maglia ereditata da
Alessandro Del Piero, ha segnato al
debutto assoluto, nella Supercoppa
italiana contro la Lazio e poi alla
prima di campionato contro la
Sampdoria, subito un gol da tre
punti. Nel complesso Tevez ha
sbloccato lo 0-0 iniziale ben otto
volte. E da solo ha deciso anche le
partite contro Torino, Catania, Parma (doppietta), ha segnato tre gol
su quattro all’andata contro il Sassuolo. Era dal 2010-2011, alla seconda stagione con il Manchester
City (20 gol) che Carlitos non andava in rete con questa regolarità,
ogni 125 minuti in serie A: «I gol
sono stati tutti belli e pesanti, ma
credo che quello nel “Clasico” di ritorno contro il Torino (era il 23 febbraio ndr) sia stato fondamentale.
La dedica per tutto questo è a mia
moglie e ai miei figli. Il c.t. Sabella?
No so se cambierà idea e mi chiamerà in nazionale, ma mi diverto
moltissimo qui e sono contento per
questa impresa».
Solo tre volte in dodici stagioni
Tevez ha scollinato quota 20 gol,
due col City, una con il Corinthians.
Il prossimo obiettivo minimo è
ampiamente alla portata, già questa sera nella festa scudetto contro
l’Atalanta. Il bersaglio grosso, come
per la Juve intera, è il salto di qualità europeo dopo un campionato da
record. A Lisbona nella semifinale
di andata di Europa League, Carlos
si è sbloccato a modo suo (con un
gol costruito in area, di volontà,
rabbia e grande tecnica) dopo cinque anni di astinenza nelle Coppe.
Uno sproposito per un attaccante
del suo livello, che è uscito dal giro
di prime scelte dei mitici «top
players» ma resta un fior di giocatore, acquistato a un prezzo conveniente. Un affare, insomma. Che a
30 anni promette di regalare e regalarsi altri risvegli come quello di ieri.
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Paolo Tomaselli
Apache Carlitos Tevez alla sua prima stagione in bianconero (LaPresse)
I giocatori
Chiellini: «Questo è diverso dagli altri
perché ogni anno è sempre più difficile»
TORINO — ( f.bon.) «Se non hai passato un momento in
cui non vinci, non puoi capire. Chi come me è stato alla
Juve senza vincere per alcuni anni, sa bene godersi le
vittorie». Per comprendere che cosa significhi conquistare
uno scudetto bastano le parole di Giorgio Chiellini. «È un
titolo diverso, perché ogni anno è sempre più difficile —
spiega il difensore bianconero —: avevamo un grande
avversario che non ha mai mollato, speravo onestamente
che la Roma non ci facesse tirare così tanto. Ma i punti
fatti sono venuti in parte grazie a loro, vicendevolmente ci
siamo spinti ad andare oltre i limiti. Paura di perderlo?
Personalmente sentivo di avere sempre in mano le redini
dello scudetto». Scudetto a 93 punti, con tre partite da
giocare, quota 100 ancora all’orizzonte. «È lo scudetto dei
record, ma ora pensiamo a festeggiare» sorride Chiellini.
«È un momento straordinario per la storia della Juventus
di Agnelli e di Conte — celebra l’ad Beppe Marotta —, è
un momento di grandissima gioia che ripaga del lavoro
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La sorpresa La vittoria anticipata spiazza un po’ i tifosi, la grande festa cittadina è prevista per il 18 maggio contro il Cagliari
Il boato nell’albergo sveglia tutti, ma non Torino
La maglietta celebrativa gioca
sul «non c’è 2 senza 3»
e richiama i 32 titoli rivendicati
TORINO — Non c’è 2 senza 3: lo
dice il proverbio, lo dice la maglietta
celebrativa preparata per l’occasione.
E per l’effetto ottico della grafica si
legge 32, come gli scudetti rivendicati da tutto il popolo bianconero. Succede che, durante un tranquillo pomeriggio di ritiro, Bergessio segna il
3-1 del Catania sulla Roma e nella sala video dell’Air Palace Hotel di Leinì,
alle porte di Torino, dove la Juventus
vive la vigilia della partita di stasera
con l’Atalanta, esplode la gioia. «Stavo dormendo, mi ha svegliato il boato dei compagni» sorride Chiellini.
Manca ancora gran parte del secondo
Torino, ore 21
Juventus
Atalanta
(3-5-2)
1 Buffon
15 Barzagli
19 Bonucci
3 Chiellini
33 Isla
6 Pogba
21 Pirlo
8 Marchisio
22 Asamoah
10 Tevez
12 Giovinco
(4-4-1-1)
47 Consigli
29 Benalouane
33 Yepes
3 Lucchini
28 Brivio
77 Raimondi
18 Baselli
17 Carmona
10 Bonaventura
11 Maxi Moralez
19 Denis
Arbitro: DE MARCO di Chiavari
Tv: ore 21 Sky Sport 1, Sky Calcio 1, Premium Calcio
Internet: www.corriere.it
Celebrazioni Padre e figlio juventini festeggiano il 30° scudetto (Afp)
tempo, ma il Catania amplia il vantaggio e la Roma si arrende, 4-1. È
scudetto, si può liberare la gioia. Saltano i tappi delle bottiglie di champagne, i giocatori escono sulla terrazza, ballano e si abbracciano. Arriva anche l’amministratore delegato
Beppe Marotta. Fuori dall’hotel, in
men che non si dica, si radunano duecento tifosi: cori e applausi per tutto.
È uno scudetto molto social, tra
selfie, tweet, Facebook e Instagram.
Tevez mostra il tatuaggio sul braccio
con il 32, il suo numero di maglia
quando giocava in Inghilterra, che
oggi ha un significato diverso e scrive: «No potevo sbagliare!». I giocatori postano gli scatti dall’hotel, dal
pullman che li riporta a Vinovo, da
casa con le famiglie. Denominatore
comune: il segno del 3 con le dita. La
festa in anticipo prende forse in contropiede tanti fans. Complice il lungo
ponte tra Pasqua e Primo Maggio,
molti torinesi sono in vacanza; la città è abbastanza vuota. Partono i caroselli di auto, ma piazza San Carlo
non ha il cartello del «tutto esaurito».
Il clou delle celebrazioni dello storico
tris tricolore si avrà domenica 18
maggio, ultima giornata di campionato. La società chiederà l’anticipo
della gara con il Cagliari alle 15, per
dare spazio alla cerimonia di consegna della coppa dello scudetto. Poi ci
sarà la tradizionale sfilata per le vie
di Torino sul pullman scoperto per
raccogliere l’affetto dei tifosi.
L’atmosfera di festa ha convinto
comunque Conte a concedere qualche ora libera alla squadra che in serata ha festeggiato con una cena privata fuori Torino prima di tornare in
ritiro. Nonostante tutto, stasera si
gioca. E verosimilmente il tecnico si
affiderà a un po’ di turnover in formazione. Vidal, ad esempio, starà a
riposo: domani effettuerà un controllo decisivo per capire se dovrà
davvero operarsi al ginocchio destro.
Filippo Bonsignore
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Corriere della Sera Lunedì 5 Maggio 2014
19591960
All. Cesarini
PRESIDENTE:
Umberto Agnelli
11
1
196011961
12
A Cesarini
All.
P
PRESIDENTE:
Umberto Agnelli
19661967
13
All. Herrera
PRESIDENTE:
Catella
19711972
All. Vycpálek
PRESIDENTE:
Boniperti
14
19721973
15
All. Vycpálek
PRESIDENTE:
Boniperti
Conte
Festeggia in mezzo ai suoi ragazzi,
dentro l’albergo alle porte della città.
Maglietta nera con la scritta «non c’è
due senza tre», Antonio Conte salta
come un bambino e abbraccia tutti. Se
la Juve ha vinto ancora, eguagliando
una striscia record che ai bianconeri
mancava dagli anni Trenta, il merito è
del suo allenatore-martello. È stato
Conte, che nel pomeriggio più incredibile della stagione, dopo una vittoria che è diventata sconfitta sul campo
dell’odiata Fiorentina, a riannodare i
fili di una squadra considerata appagata dai precedenti trionfi. La Juve annientata dalla tripletta di Pepito Rossi
dopo essere stata in vantaggio 2-0 e
aver sfiorato il terzo gol, poteva avviarsi verso la stagione dell’appagamento. Conte ha usato quella batosta
come pungolo per rilanciare la sfida.
Firenze è stato il manifesto della nuova Juve, il punto di partenza verso 12
vittorie consecutive con appena quattro gol al passivo, che hanno stroncato
la Roma. I numeri della nuova, vecchia, regina sono pazzeschi: trenta
vittorie trenta, come gli scudetti in
bacheca, tre pareggi e due sole sconfitte: in casa della Fiorentina, appunto
e a Napoli.
La terza Juve è anche la più forte. La
prima è stata sorprendente per la fame e l’intensità che ha dimostrato
lungo il percorso. La seconda ha fatto
della compattezza difensiva la sua arma vincente. Questa è fondata sulla
qualità dei suoi attaccanti, l’irresistibile Tevez e il flemmatico Llorente,
che Antonio ha aspettato e addestrato,
lanciandolo nella mischia quando la
gente cominciava a crederlo un oggetto misterioso. Il filo conduttore sono i
soliti noti, quelli a cui si appoggerà
Cesare Prandelli in Brasile: Buffon e
Pirlo. Ma anche la forza di Giorgione
Chiellini in difesa, l’esplosione di Pogba in mezzo al campo, la qualità di Vidal, centrocampista killer. Una squadra implacabile, che fa del ritmo, del
pressing, della furia agonistica le sue
armi vincenti. «Solo tra qualche anno
ci renderemo conto di cosa siamo stati
capaci di fare», ha sussurrato ieri il
tecnico. Poi solo silenzi e sorrisi. «È la
festa dei ragazzi», si è giustificato.
Parlerà stasera dopo la partita con
l’Atalanta che, conoscendolo, preparerà con la solita cura maniacale perché lo scudetto è vinto, ma il record
dei 100 punti stuzzica il suo palato.
Questa sarà anche la settimana de-
Sport 43
italia: 51575551575557
19741975
All. Parola
PRESIDENTE:
Boniperti
16
19761977
17
All. Trapattoni
ni
PRESIDENTE:
Boniperti
19771978
18
All. Trapattoni
ni
PRESIDENTE:
Boniperti
19801981
19
All. Trapattonii
PRESIDENTE:
Boniperti
«Solo tra qualche anno
capiremo che cosa
siamo riusciti a fare»
Ma il suo futuro è incerto
Tre su tre La gioia di Antonio Conte, al suo terzo scudetto consecutivo in tre anni di panchina bianconera (LaPresse)
Ha 44 anni
Nato nel 1969
Antonio Conte è nato a
Lecce il 31 luglio 1969
Da calciatore
Ha vestito le maglie
di Lecce (1985-91) e
Juventus (1991-2004)
Da allenatore
Ha guidato 5 club:
Arezzo (2006-07),
Bari (2007-09),
Atalanta (2009-10),
Siena (2010-11)
e Juventus (dal 2011)
Il palmares
Da allenatore ha
conquistato 3 scudetti
(consecutivi, tutti
con la Juventus)
e 2 Supercoppe italiane
(sempre con la Juve)
cisiva per il futuro di Conte. La gente è
tutta con lui e non accetterebbe un divorzio. La società vorrebbe blindarlo.
Le parole di Giuseppe Marotta, a scudetto acquisito, sono emblematiche.
«Abbiamo fatto un’impresa i cui meriti sono soprattutto dell’allenatore.
Antonio, al di là delle capacità tecniche e professionali, è un grandissimo
motivatore e gestore di un gruppo a
cui ha inculcato una mentalità vincente sin dal primo giorno del suo arrivo a Vinovo. È uno dei migliori al
mondo e ce lo vogliamo tenere ben
stretto». L’eroe bianconero, invece, è
lacerato dal dubbio. Conosce se stesso
e l’ambiente Juve alla perfezione. Sa, al
di sopra di ogni ragionevole dubbio,
che il prossimo anno ripetersi con
questo gruppo spremuto sarà quasi
impossibile e che la gente da lui pretende soprattutto un rilancio in
Champions. L’Europa è l’anello debole della Juve. Per vincere la coppa con
le grandi orecchie servirebbe un salto
di qualità tecnico, un investimento
economico fuori dai programmi e dalle possibilità bianconere. I tifosi sono
in ansia. Ma non dovranno aspettare
17
80
vittorie casalinghe
consecutive iniziali della Juventus (serie aperta: mancano
le partite con l’Atalanta e il Cagliari), record di vittorie di fila
iniziali in un solo torneo di serie A (il precedente primato era
del Torino, 14 nel 1975-76)
vittorie
per Antonio Conte su 111
partite sulla panchina della Juventus in serie A; 24 i pareggi,
11 le sconfitte. In totale, sulla
panchina bianconera, 148 presenze con 99 vittorie (66,89%),
34 pareggi e 15 sconfitte
molto. «Avevamo detto che ci saremmo incontrati a bocce ferme. Le bocce
si sono fermate prima del previsto»,
scherza Marotta. L’appuntamento sarà fissato a breve. E l’incontro potrebbe svolgersi entro metà settimana, tra
martedì e mercoledì. Il problema non
sono i soldi. Casomai i programmi.
Conte chiede un rinnovamento profondo della rosa e ripartire con un
progetto tattico diverso: il 4-3-3. Alternative concrete, al momento, l’allenatore non ne ha: qualche sondaggio
e una telefonata dai francesi del Monaco. Ma potrebbe anche decidere di
prendersi un anno sabbatico.
Staremo a vedere. Tutto è ancora in
gioco, aperto, nebuloso. La Juve, per
adesso, non ha preso contatto con
nessun altro, convinta di riuscire a
blindare Conte come l’anno scorso. La
sensazione è che, rispetto a dodici
mesi fa, sarà più difficile. E che la coppia Marotta-Paratici dovrà valutare le
alternative: Spalletti, Mancini e Allegri sono qualcosa più che semplici
ipotesi.
Alessandro Bocci
© RIPRODUZIONE RISERVATA
19811982
All. Trapattonii
PRESIDENTE:
Boniperti
20
19831984
21
All. Trapattonii
PRESIDENTE:
Boniperti
La tradizione
di Bonucci
di LUCA BOTTURA
IL CODICE ROCCO A proposito di
scudetti: pare che la Figc, pur di convincere la Juve che tra 30 e 32 non c’è
‘sta gran differenza, stia pensando di
assoldare Rocco Siffredi come mediatore.
OTTANTA VOGLIA DI GIOCARE Pare
che Genny ‘a carogna sia dovuto intervenire perché la proposta iniziale di
Matteo Renzi, che sabato era in tribuna e voleva distribuire 80 euro a tutto
l’Olimpico per placare gli animi, non
aveva le coperture.
GENNY D’INTESA Una ricerca istantanea del Cern condotta tra sabato e
domenica ha calcolato che se l’Italia
avesse incassato un euro per ogni battuta fatta sui social a proposito di Genny ‘a carogna, avremmo il Pil della Cina.
SLIDING INDOORS Pare che la Juve
abbia festeggiato lo scudetto in ritiro
con baci e abbracci. Secondo i camerieri, non si vedeva un coacervo del genere in un hotel da quando Putin fece
provare il lettone a Berlusconi nella
sua dacia di Sochi.
ALCOLISTI ANONIMI «Vediamo le
immagini dei festeggiamenti della Juventus: Bonucci è attaccato alla bottiglia come tradizione» (Ilaria D’Amico,
Skycalcioshow)
LIVE CONDICIO «Drigo… mmm, rifaccio: Rodrigo, in cosa si distingue il
derby di Milano da quelli di Genova e
Buenos Aires?» (Massimiliano Nebuloni, Milan-Inter, Sky, durante la «diretta»)
LISTEN WHO TALK «Le posizioni
della società e di Seedorf non sono così complesse e difficile da matchare»
(Ilaria D’Amico e la morte del verbo
«sovrapporre», Milan-Inter, Sky)
SINGOLARISMI
Gli incidenti prima
della partita è sempre un segnale che
non si riesce a fare arrivare alla gente,
questa dovrebbe essere una vetrina»
(Fabrizio Failla, Napoli-Fiorentina, Raiuno)
L’ERA GLACIALE «Mi auguro che
l’applauso dei tifosi napoletani a quelli
viola era ironico» (Gianni Cerqueti,
Napoli-Fiorentina, Raiuno)
GIORNALISMO D’ASSALTO «Francesco, tu sei una delle immagini belle
del calcio in assoluto». «Grazie» (Enrico Varriale e Francesco Totti, Stadio
Sprint, Raidue)
GIORNALISMO D’ASSALTO/2 «Non
è che le parole del mister ha staccato
un po’ la spina?» (Marco Cherubini per
intervistare Totti si sforza di parlare come lui, SerieALive, Premium)
AVENDOCI «L’anno prossimo potrebbe essere l’ultima possibilità in
Champions: avendoci questa possibilità, proverò a sfruttarla» (Francesco
Totti, SerieALive, Premium)
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Il futuro Il francese condizionerà le mosse bianconere: al di là del contratto è conteso dai più grandi club d’Europa
Il mercato ruota intorno a Pogba, assalto a Nani
Il portoghese è il primo della lista
Sanchez e Cuadrado le alternative
Ranocchia, Lulic e Baselli nel mirino
E ora sotto con il mercato, che inevitabilmente passa da Antonio Conte e
Paul Pogba. La Juve vorrebbe tenerli
entrambi, ma non è né scontato, né facile. In ogni caso è probabile una profonda rivisitazione della squadra, a cominciare dal modulo. Nella prossima
stagione, spazio al 4-3-3, specialmente se in panchina resterà l’uomo dei tre
scudetti consecutivi. Ecco perché Marotta e Paratici, i registi del mercato
bianconero, sono già a caccia di un
esterno alto di grande qualità. Nani, 27
anni del Manchester United, obiettivo
di gennaio, sposa due esigenze: è bravo e non costa un’enormità. Sull’argo-
mento però bisognerà vedere cosa ne
pensa il nuovo allenatore dei Diavoli
Rossi (Van Gaal?). Moyes aveva messo il portoghese nell’elenco dei cedibili, ora può cambiare tutto. Il nome più intrigante è quello del cileno Alexis Sanchez, che nella rivoluzione del Barcellona può decidere
di tornare in Italia. Il più complicato
è Juan Guillermo Cuadrado, un po’
per le difficoltà a trattare con la Fiorentina che ha in animo di riscattare il
colombiano dall’Udinese, molto perché il giocatore è nei piani dei grandi
club stranieri, più ricchi e potenti dei
bianconeri: a Barcellona sono convinti
Chi parte
e chi arriva
A sinistra
Paul Pogba,
inseguito da
mezza Europa;
di fianco Nani,
esterno
del Manchester
United
che piace
alla Juventus
(LaPresse, Ap)
che Cuadrado abbia già un accordo
con i blaugrana, il Bayern potrebbe essere la soluzione a sorpresa.
Molto, come detto, ruoterà intorno
a Pogba. La Juve sta cercando di adeguare e rinnovare il contratto dell’asso
francese, ma il suo manager Raiola, il
più scaltro e spietato tra i procuratori,
sta già lavorando per portarlo via dall’Italia. Il Paris Saint Germain offre
Verratti e una cinquantina di milioni,
il Real Madrid potrebbe essere disposto a lasciar partire il centravanti Morata e forse a inserire nella trattativa
anche il laterale Coentrao (oltre a tanti
soldi), il City è disposto a sacrificare
Edin Dzeko che però, ad un anno dalla
scadenza del contratto, vuole avere
voce in capitolo sulla sua cessione.
Occhio al Bayern Monaco che, avendo
preso Levandowski, può entrare nell’ordine di idee di arrivare a Pogba attraverso Mandzukic.
La Juve lavora forte anche sul mer-
cato interno. Con la Lazio tratta lo
scambio Lulic-Quagliarella, all’Atalanta ha chiesto il prezzo del giovane
centrocampista Baselli, che ha estimatori in Italia e all’estero (Fiorentina e
Paris Saint Germain su tutti). Con il
Torino c’è da risolvere la grana della
comproprietà libera di Immobile, finito nei piani del Borussia Dortmund
pronto a offrire 19 milioni di euro, ma
è difficile che nell’operazione possa
entrare Cerci. La difesa sarà ringiovanita: da decidere il destino di Ogbonna, a Conte piace Ranocchia, ma in
ballo c’è anche Alex del Psg. In attacco
rientrerà alla base Gabbiadini, mentre
Berardi resterà a Sassuolo o andrà in
prestito in serie A. Osvaldo è un caso a
parte: la Juve vorrebbe valutarlo nel
lungo periodo, ma non intende riscattarlo alle condizioni pattuite al mercato di gennaio. In altre parole i bianconeri non sono disponibili a versare 19
milioni al Southampton. O gli inglesi
calano il prezzo, o si rinnova il prestito. Altrimenti l’italo-argentino torna
da dove è venuto.
a.b.
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Corriere della Sera Lunedì 5 Maggio 2014
All. Trapattoni
ni
PRESIDENTE:
Boniperti
A Lippi
All.
PRESIDENTE:
P
Chiusano
24
All. Lippi
PRESIDENTE:
Chiusano
19971998
20012002
25
All. Lippi
PRESIDENTE:
Chiusano
26
All. Lippi
PRESIDENTE:
Chiusano
20022003
27
All. Lippi
PRESIDENTE:
Chiusano
20042005
All. Capello
PRESIDENTE:
Grande Stevens
20052006
TO
19961997
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23
EV
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199411995
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19851986
Sport 45
italia: 51575551575557
All. Capello
PRESIDENTE:
Grande Stevens
20112012
20122013
28
All. Conte
PRESIDENTE:
Andrea Agnelli
29
All. Conte
PRESIDENTE:
Andrea Agnelli
20132014
30
All. Conte
PRESIDENTE:
Andrea Agnelli
Le pagelle: lo scudetto passa per le mani di Buffon
7,5
Lichtsteiner
Ci sono pochi esterni
come lo svizzero, in giro.
Quando non c’è si vede la
differenza. Se è vero che
in Europa ha fatto un po’
di fatica, in campionato ha
arato il terreno portando
via zolle e avversari.
Molesto, non ha mai fatto
un sorriso, se non di
scherno. Quindi perfetto.
10
9
Barzagli
Fondamentale nei primi due
scudetti, questa volta
to
l’abbassamento del voto è dovuto
all’infortunio che lo ha
condizionato nella seconda partee
del campionato. Però, ogni volta
che è andato in campo, si è
sempre conf
ro
confermato il giannizzero
che dice sem
sempre di no.
Buffon
Ancora lui, SuperGigi. Parate-immagine: il rigore di Calaiò
a Genova, il sinistro di Zaza con il Sassuolo. Regge il suo
vaticinio 2010-2011, quando era infortunato e quasi
dismesso dalla Juve: “Mi guardo intorno e penso che,
se guarisco, come me ce ne sono pochi”. Non ce ne sono.
7,5
Allenatore:
Conte
L’indiano di Buenos
enos Aires
te
è uscito vincente
dalla campagnaa acquisti
grazie a questoo sciamano
ourinho
salentino, il Mourinho
natore
de noantri, allenatore
verno
di lotta e di governo
one
che, con il santone
di Setubal,
ha in comune,
sicuramente,
la pietra
filosofale:
cava l’oro
da ogni
giocatore.
8,5
8,5
9
moduloo
3-5-2
-2
10
Llorente
Lloren
lorente
6
8
Caceres
Un rincalzo di grande
valore, duttile,
capace di ricoprire
il ruolo di vice
Barzagli
(di più) o quello
di vice Lichtsteiner.
6
Ogbonna
Uno scudetto storico
non prevede
insufficienze. Angelino
non ha avuto spazio e
neanche fortuna. Rare
e problematiche le
sue apparizioni.
s.v.
Peluso
Non pervenuto.
E un senza voto,
con Conte, equivale
a un’insufficienza.
Un po’ è colpa
di Asamoah,
sempre in resta.
9
7
Marchisio
Una stagione difficile.
Pogba che gli ha tolto
il titolo nobiliare. Però
ha risposto bene alle
chiamate. Decisivo
il gol al Sassuolo.
6
Padoin
Onesto gregario, pure
lui poco utilizzato.
Solo scampoli di gara,
senza infamia e senza
lode. Vita da mediano
(senza Mondiali).
Tevez
6
Isla
Un po’ di più, un po’
meglio del primo
campionato
juventino, ma non
abbastanza da
motivare la cifra per
cui è stato preso.
Pogba
8,5
Un anno fa cresta d’oro
stava nella fascia
sottostante. Adesso
è il giocatore più utilizzato
a parte Buffon. E questo
è programmatico.
La squadra non può farne
a meno. Anche nei
momenti di stanca,
il polpo Paul allunga
i tentacoli. Ora la
domanda è solo una:
rimane o va?
È lo scudetto dell’Apache
e non solo per le 19 reti
in campionato. Carlito’s
way è la colonna sonora
della cavalcata
bianconera. Massiccio
ma non incazzato.
Un esempio di abnegazione e di sostegno
al gruppo. Mai domo,
ha trascinato la squadra
anche nei momenti
difficili.
GLI ALTRI
NEER
NERI
N
ERI
RI
BIANCONERI
Storari
Il portiere di Coppa
(Italia) ha avuto poco
spazio, diciamo
sempre meno rispetto
ai due campionati
precedenti, ma si è
fatto trovare pronto.
Pirlo
Quando sente il logorio del calcio moderno e di una
lunga carriera, ferma il pallone e inventa traiettorie
imprendibili per i portieri. Le sue parabole hanno
scandito il percorso della Juventus, la sua regia,
anche affannata, ha sempre sorretto il gioco.
Scegliamo il gol al Genoa.
Da possibile
le Anelka
Ane
del 2013-2014
(cioè oggetto misterioso
di cui non si comprende
l’ingaggio, destinato
a sparire nell’oblio)
a plusvalenza, in tutti
i sensi, economica
e tecnica. Ha segnato gol
(15) importanti, ha fatto
da torre di guardia
e di conquista.
Chiellini
Super-Chiello specialista
in cinguettii e in spallate
(agli avversari). Anche lui,
come Barzagli, ha patito
qualche acciacco, ma è
riemerso più gagliardo
che pria. Dei tre difensori
è stato quello dalle
prestazioni più continue.
Un vero pilastro anche
comunicativo.
Vidal
Un impatto devastante
su trequarti di stagione.
Poi si è un po’ come ritirato
a causa dell’infortunio
al ginocchio (per cui si opera
domani), ma rimane il goleador
della Juventus di Antonio Conte
(28 gol in tre campionati)
e soprattutto l’incarnazione
del tecnico in campo.
Guerriero.
8,5
Bonucci
Tra bonucciate e colpi
di genio (il gol alla Roma)
dimostra di saper
valorizzare se stesso
inserendosi nel sistema
di una squadra vincente.
Il vero capolavoro di Conte
è lui. Dopo il primo anno
alla Juve era sul precoce
viale del tramonto.
Ora è insostituibile.
Asamoah
Senza pagare dazio
all’incontro/scontro con
il metodo Conte, senza
la zavorra della Coppa
d’Africa, ha finalmente
percosso la fascia sinistra
con la potenza che ci si
aspettava da lui. In certe
partite (come contro
la Fiorentina) ha fatto
la differenza da solo.
pagelle a cura
di ROBERTO PERRONE
7
s.v.
Giovinco
A differenza delle altre
punte finite nel cono
d'ombra, il piccoletto
reagisce bene ed esce nel
finale con prove rabbiose
e l'importantissimo
gol di Udine.
Vucinic
Il cocco (offensivo) di
Conte nei due primi
scudetti, paga l’arrivo
di Tevez-Llorente e il
caso Inter. Svuotato
l’armadietto, svuotato
pure lui.
s.v.
Osvaldo
Ha sicuramente
giocato di più del
precedente attaccante
di gennaio (Anelka),
ha segnato due gol in
Europa League. Però
non ha convinto.
CORRIERE DELLA SERA
8
s.v.
Quagliarella
Il suo accantonamento improvviso è uno
dei (pochi) grandi
misteri bianconeri del
terzo scudetto.
Condizione fisica,
certo, ma che altro?
Maglie & bandiere Dopo le revoche e le accuse si spengono le polemiche sui simboli che celebrano i trenta titoli conquistati
Ora sono tre stelle per tutti e l’Avvocato vince la sfida
Gianni Agnelli dopo il trionfo dell’84:
«Vediamo se arriviamo prima noi a 30
o l’Inter e il Milan ai 20 scudetti»
Adesso sono trenta. Trenta per tutti.
Amici e avversari. Trenta scudetti e
terza stella, nel giorno del terzo titolo
consecutivo, come non accadeva ai
bianconeri dal 1933. La questione resta aperta (come la causa della Juve alla Figc, che è solo congelata, prossima
udienza del 17 giugno) ed è destinata
ad alimentare polemiche perpetue
(non a caso sulle magliette celebrative
«non c’è 2 senza 3» si leggeva 32), perché i tifosi della Juve non hanno mai
accettato (e mai accetteranno) quanto
accaduto in seguito a Calciopoli. Accusato di illecito sportivo, al club bianconero era stato revocato il titolo di cam-
pione d’Italia 2004-2005 e non gli era
stato assegnato quello 2005-2006 in
quanto fu retrocessa all’ultimo posto
in classifica, in base alla sentenza della
Caf, confermata dalla Corte federale e
infine dalla Camera di Conciliazione e
Arbitrato del Coni.
Così la terza stella che campeggia
dal settembre 2012 dentro allo Stadium, adesso potrà essere esibita senza più problemi anche sulle maglie
bianconere. E si chiude, a favore della
Juve, la sfida lanciata dall’avvocato
Agnelli il 6 maggio 1984, una domenica di trent’anni fa, dopo la vittoria dello scudetto n. 21 (il primo di Platini),
Previdenti La scritta comparsa sullo Juventus Stadium due anni fa (Ansa)
arrivato con una giornata di anticipo,
dopo l’1-1 con l’Avellino: «Vediamo se
arriva prima la Juve a conquistare la
terza stella oppure l’Inter o il Milan alla
seconda». In quel momento, l’Inter
aveva 12 scudetti in bacheca e il Milan
10. Trent’anni dopo, le milanesi sono
ferme a quota 18, la Juve è a 30 (più
due per gli integralisti).
La stella n. 1 della Juve, club fondato
il 1° novembre 1897, campione d’Italia
nel 1905 per la prima volta, è storia del
1958; era la squadra di Charles, Sivori e
Boniperti, che aveva preceduto sul traguardo la Fiorentina di 8 punti. L’allora presidente della società, Umberto
Agnelli, il padre di Andrea, aveva proposto alla Lega di mettere sulle maglie
della Juve un simbolo celebrativo del
traguardo raggiunto. E la Federcalcio
(commissario Bruno Zauli), con una
delibera del maggio 1958, aveva stabilito «l’istituzione di un particolare distintivo di cui possono e potranno fre-
giarsi le società che abbiano vinto 10
campionati di serie A». Il 10 luglio, la
Lega aveva deciso che il distintivo fosse rappresentato da «una stella d’oro a
cinque punte». L’Inter avrebbe conquistato la stella il 15 maggio 1966, ai
tempi di Angelo Moratti/Herrera, terzo
scudetto in quattro anni, con i bianconeri fermi a quota 12; il Milan sarebbe
arrivato a quota 10 il 6 maggio 1979.
La seconda stella bianconera era arrivata il 16 maggio 1982, con la conquista del ventesimo scudetto, ancora
davanti alla Fiorentina, come nel 1958,
ma questa volta in volata: un punto solo e all’ultima giornata, con la vittoria
di Catanzaro (Brady su rigore) e il pareggio viola a Cagliari (0-0), fra le polemiche. Era la Juve di Boniperti presidente e Trapattoni in panchina (quarto scudetto per lui); la Juve di Zoff,
Gentile e Cabrini, Furino, Brio, Scirea;
Marocchino, Tardelli, Virdis (Rossi),
Brady (che aveva saputo dell’arrivo di
Platini il 30 aprile), Bettega (Fanna/
Galderisi). Trentadue anni dopo, il
tris.
Fabio Monti
© RIPRODUZIONE RISERVATA
46 Sport
Lunedì 5 Maggio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Scherma: Italia dominatrice
Ciclismo: il Romandia a Froome Tennis: Fognini perde la finale
Nella Coppa del Mondo di scherma, fine settimana nel segno dell’Italia.
La parte del leone stavolta la fa la sciabola a Chicago, con il tris degli uomini
(Samele, Montano e Berré) e il bronzo della Vecchi. Sul fronte delle squadre, a Shanghai le fiorettiste allungano l’imbattibilità mentre gli spadisti
sono secondi a Parigi. Delude solo il fioretto maschile: a Tokio, tutti out.
Dopo aver disertato la Liegi-Bastogne-Liegi, Christopher Froome fa
suo il Romandia sorpassando nella crono Spilak (Slo); Nibali (17° a 43’’
da Froome) chiude quinto. In Turchia, vittoria finale di Yates (Gbr).
KARATE — Gli Europei di Tampere si sono conclusi con l’argento
delle squadre di kata: l’Italia (4-2-2) è tornata a vincere il medagliere.
Fabio Fognini scivola in finale a Monaco di Baviera, rimontato e battuto
(2-6, 6-2, 6-1) dallo slovacco Klizan, n.111, qualificato. A Madrid, passano al
secondo turno la Vinci (6-4, 6-4 alla Hantuchova) e la Schiavone (6-4, 6-7,
6-4 alla Vesnina: la milanese incontrerà la Errani); out invece la Pennetta
(6-1, 0-6, 3-6). Djokovic dà forfait nel torneo maschile: ma a Roma ci sarà.
Poche emozioni Sfida modesta, la vincono gli uomini di Seedorf con il gol di De Jong
Milan padrone del derby
Inter versione fantasma
I rossoneri si rilanciano in orbita europea
I nerazzurri non riescono a fare un tiro in porta
Le pagelle Milan
Kakà avanzato
6 ABBIATI Blocca un cross basso di
Nagatomo, poi assiste allo (scarso)
spettacolo. Ammonito alla fine per
perdita di tempo (salterà l’Atalanta).
5,5 DE SCIGLIO Arrugginito per la
lunga assenza, è un po’ troppo insicuro
e impreciso e Nagatomo lo salta.
Rimedia fermando in scivolata, un po’
casualmente, un contropiede di Palacio.
In avanti manda sull’esterno della rete
una buona palla da posizione defilata.
6 RAMI In difesa non barcolla mai,
pericoloso in avanti sui calci piazzati.
6,5 MEXÈS In area si fa sentire con
personalità e davanti quasi trova la
porta di testa. Commette un inutile
fallo su Icardi e becca il giallo.
6,5 CONSTANT Avvio convincente,
con una buona spinta e tanta
attenzione nel limitare Jonathan. Avvia
qualche contropiede, sui cross si può
migliorare.
6 POLI Arretrato nella linea di
centrocampo (come piace alla società),
tiene la posizione e prova a inserirsi.
7 DE JONG Lui sa sempre cosa deve
fare: fermarli tutti. Nel derby però
aggiunge anche piatti esotici alle
consuete specialità della casa: per
esempio diversi lanci lunghi
indovinati (uno coglie Kakà e, poi, la
traversa), soprattutto un gol da tre
punti, per di più di testa. L’azione
successiva, era già nella sua area a
fermare Palacio.
6 MONTOLIVO Inizialmente fatica
un po’ a trovare la posizione, ma poi
prende le misure, cresce e ci mette
tonnellate di corsa e impegno.
6,5 TAARABT Un po’ egoista (come
quando ci prova da solo con un tiraccio
di destro fuori misura), spesso gigione,
è lui che accende la luce, e pazienza se
si tratta di luci intermittenti tipo
discoteca. Una verticalizzazione per De
Sciglio è la giocata più illuminata. Cala
nella ripresa.
6,5 BALOTELLI Partita numero 100
in serie A, ancora 0 gol nei derby di
Milano, ma la punizione per la testa di
De Jong è magistrale. Prova ad
allungare la squadra come gli
chiede Seedorf, non trova il guizzo
ma ci mette impegno e sacrificio.
6,5 KAKÀ Gioca più
avanzato e con meno compiti
di copertura rispetto a Roma.
Così si ritrova tra i piedi diverse
buone palle: nella prima
occasione tira da fermo, ma
Handanovic blocca, nella seconda
controlla e di controbalzo centra la
traversa, nella terza in corsa la manda
alta. Nella ripresa cala.
7 SEEDORF I tre mediani danno
solidità e il ritmo basso aiuta il Milan:
aveva già vinto il primo tempo ai punti,
torna a vincere un derby dal 2 aprile
2011, l’Inter è a -3. Quando, a fine
stagione, con la società discuterà
del suo futuro non gli
mancheranno gli argomenti.
Arianna Ravelli
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MILANO — Il Milan è tornato padrone del derby, dopo un’attesa durata 1.002
giorni. Ultima volta a Pechino, Supercoppa italiana, 2-1
per i rossoneri, 6 agosto
2011. In campionato, i rossoneri non portavano a casa
i tre punti contro l’Inter dal 2
aprile 2011, il 3-0 che aveva
spianato la strada alla conquista dello scudetto n. 18. A
decidere la sfida, che riporta
il Milan in orbita Europa League, è stato Nigel De Jong,
che ha giocato una partita
esemplare per intensità e ha
trasformato in oro una punizione laterale, calciata con
forza e precisione da Balotelli.
Era il 20’ della ripresa e la
gara è finita lì, a parte una
conclusione di Palacio tre
minuti dopo (De Jong in angolo!) per il semplice fatto
che l’Inter non è mai esistita,
né prima, né dopo lo svantaggio. Quella nerazzurra è
stata la peggior esibizione
dell’anno, perché è mancato
tutto: velocità, precisione,
idee, una scintilla, che accendesse la squadra. Niente
di niente. Un disastro, confermato dal fatto che la
squadra non ha costruito
nemmeno una palla-gol: Palacio si è dannato per avere il
pallone; Icardi è rimasto in
assoluto isolamento e non
ha fatto niente per aiutare la
squadra.
Il derby è stato modesto
come quadro generale, ma
Ok
Clarence
Seedorf,
38 anni, in
corsa per
l’Europa
(Action)
resta il fatto che Seedorf ha
conquistato sei vittorie nelle
ultime sette partite, che non
è un brutto raccolto e adesso
può giocarsi la qualificazione all’Europa League con
Atalanta e Sassuolo. L’Inter,
che è ancora in vantaggio sul
settimo posto, quello che
esclude la partecipazione
europea, ha un calendario
complicato (Lazio e Chievo)
ed è arrivata al momento decisivo in riserva di energie
fisiche e mentali, per motivi
abbastanza misteriosi.
Le difficoltà strutturali
delle due squadre sono apparse subito evidenti: ritmo
lento, molta confusione,
qualità del gioco bassa, molta paura di sbagliare. Seedorf ha cercato di sorprendere Mazzarri puntando su
un insolito centrocampo a
rombo, con De Jong centrale
basso e Taarabt alle spalle di
Balotelli e Kakà, che ha giocato da attaccante e che essendo il più bravo della
compagnia, è stato quello
che più ha messo in difficoltà l’avversario. Il 3-5-2 interista, in opposizione allo
schieramento rossonero in
mezzo al campo, ha dato libertà ai due esterni, ma Jonathan, al rientro, ha sba-
Milan
Inter
1
0
Marcatore: De Jong 20’ s.t.
MILAN (4-3-1-2): Abbiati 6; De
Sciglio 5,5, Rami 6, Mexès 6,5,
Constant 6,5 (Abate s.v. 40’ s.t.);
Poli 6 (Muntari s.v. 27’ s.t.), De
Jong 7, Montolivo 6; Taarabt 6,5;
Balotelli 6,5, Kakà 6,5 (Pazzini
s.v. 31’ s.t.). All.: Seedorf 7
INTER (3-5-2): Handanovic 6;
Ranocchia 6, Samuel 5, Rolando
5,5; Jonathan 5 (R. Alvarez s.v.
33’ s.t.), Hernanes 5, Cambiasso
5 (Guarin s.v. 25’ s.t.), Kovacic 5,
Nagatomo 6; Icardi 5 (Milito s.v.
36’ s.t.), Palacio 6. All.: Mazzarri 5
Arbitro: Bergonzi 6
Ammoniti: Mexès, Cambiasso,
Samuel, Ranocchia, De Jong,
Abbiati
Recuperi: 0’ più 4’
gliato tutto quanto era possibile sbagliare, liberando
spesso il controgioco avversario e Nagatomo, distratto
in fase difensiva, ha costruito un’ipotesi di palla-gol, ma
al momento del cross dal
fondo ha messo la palla nella
zona di Abbiati. Altro i nerazzurri non hanno fatto.
Così alla mezz’ora è stato il
Milan a prendere in mano la
partita e la scossa è venuta
da un conclusione da 23 metri di Kakà, bravo ad attaccare la profondità e a calciare
di destro, con il pallone che è
andato a sbattere sulla tra-
Decisivo
Nigel De Jong , 29 anni,
raccoglie il cross
di Balotelli e segna
di testa il gol vincente
contro l’Inter (Ap)
Calcio estero
Perde l’Atletico
il Real pareggia
con un supertacco
di Ronaldo
Giornata alla meno nella Liga. L’Atletico
perde sorprendentemente in trasferta
contro il Levante: un secco 2-0 che non
dà scampo a Simeone. Ma il Madrid non
ne approfitta. La squadra di Ancelotti,
per due volte sotto al Bernabeu contro
l’ottimo Valencia, pareggia una prima
volta con Sergio Ramos e nel concitato
recupero agguanta il 2-2 con una magia
di tacco del solito Cristiano Ronaldo,
una rete bellissima e preziosa. Così alla
fine di un week end incredibile le tre di
testa hanno collezionato solo un punto
(il Barcellona ha perso sabato).
Mercoledì il Real recupera con il
Valladolid. L’Atletico è ancora il vero
favorito. In Inghilterra il Chelsea frena
con il Norwich (0-0) e si allontana dallo
scudetto che è sempre più un testa a
testa tra il favorito City e il Liverpool.
Rossoneri Dal suo arrivo, il tecnico olandese ha conquistato 32 punti. Galliani: «Ha due anni di contratto»
Orgoglio Seedorf: «Sono un vincente»
MILANO — Dopo cinque
derby senza vittorie, il Milan
inverte il trend. Proprio nel
momento più burrascoso
della stagione, i rossoneri
battono l’Inter e recuperano punti importanti per
la corsa all’Europa League.
«Il successo è per Seedorf»
dice Nigel De Jong, autore del
gol decisivo: «Si è parlato eccessivamente di lui questa settimana, gli dedichiamo la vittoria
perché per noi è troppo importante. Era una gara delicata dopo giorni
difficili. Ora dobbiamo credere alla
qualificazione europea, ma se continuiamo così la conquistiamo di
sicuro. La rete di testa? Pazzesco, e
dire che non sono tanto alto...».
Di certo il tecnico olandese, che
ha conquistato 32 punti dal suo arrivo, vincendo un derby (evento che
non si verificava dal 2 aprile 2011)
con una formazione decisa in auto-
nomia, sospinto dal sostegno dei tifosi e dal popolo dei social network,
sta mettendo in grave difficoltà la società, che in teoria ha già deciso l’allontanamento.
L’olandese, dopo aver ricevuto la
visita di Barbara Berlusconi negli
spogliatoi, è soddisfatto. «La mia prima gara con l’Inter da allenatore è
stata emozionante per come i ragazzi
hanno giocato e poi ricevuto gli applausi. Vogliamo lottare fino alla fine
per l’Europa League, con l’Inter è un
passo importante per continuare a
crederci. Il Milan ha avuto qualcosa
di più a livello di compattezza e di
Verso il futuro
«Ho usato il modulo
con il rombo che piace al
presidente e l’anno prossimo
continuerò a utilizzarlo... »
squadra». Sul futuro glissa: «Sono
abituato ad autoricaricarmi. Sono
sempre stato un vincente ma nessuno fa niente da solo. La squadra è stata concentrata in settimana. Questi
ragazzi hanno avuto la forza di reagire e di fare un finale di stagione dignitoso. Nel derby ho usato il modulo col rombo che piace al presidente:
l’anno prossimo, eventualmente, lo
utilizzerò ancora...».
Dopo i commenti sulla serata
(«Raramente un successo è stato più
meritato di questo, speriamo di centrare l’obiettivo dell’Europa vincendo le prossime due gare»), resta evasivo Adriano Galliani sulla posizione
di Clarence Seedorf: «Concentriamoci su questo finale di stagione, poi si
vedrà. Ha detto giusto Clarence: ha
ancora due anni di contratto con il
Milan». E pazienza se l’allenatore ha
disatteso i desiderata societari, lasciando Pazzini in panchina. «Come
ha detto ieri Seedorf, lui è l’allenatore
e io l’amministratore delegato. Il Milan ha costruito 28 anni di successi
tenendo ben separati i ruoli. Pippo
Inzaghi futuro tecnico? Ora è l’allenatore della Primavera».
Non mancano le congratulazioni
dell’ad per la Juventus campione
d’Italia. Ma con una puntualizzazione: «Complimenti per i tre scudetti di
fila meritati, ma continuo a sentire
che sono stati tre campionati stradominati mentre due anni fa il Milan è
stato in testa fino ad aprile. Non c’è
memoria storica, perché in quella
stagione il Milan ha lottato fino alla
fine. La Juventus arrivava da un settimo posto: ha saputo invertire la tendenza». Ieri sera è ritornato a San Siro
Ariedo Braida dopo l’addio al Milan
del 31 dicembre scorso. Il futuro ds
della Samp era in compagnia di
Adriano Galliani: avranno discusso a
cena della comproprietà di Poli?
Monica Colombo
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Corriere della Sera Lunedì 5 Maggio 2014
Sport 47
italia: 51575551575557
Varese, semifinalista l’anno scorso, manca i
playoff 2014 del basket. E se Siena dodici mesi fa
metteva fine in gara 7 al sogno tricolore della Cimberio (nella foto: Polonara), stavolta si è presa la
briga, vincendo al supplementare nella penultima
di ritorno, di escluderla aritmeticamente dalla lotta per entrare tra le otto elette. Da ieri, invece, sono
sicure del posto Roma (rimonta clamorosa a Vene-
Basket: Varese
manca i playoff
Siena è seconda
Classifica: Milano 46; Siena 40; Cantù 38; Brindisi 36; Sassari 34; Roma 32; Reggiana e Caserta 30;
Pistoia 28; Varese 26; Venezia 24; Bologna e Avellino 22; Cremona 20; Montegranaro 18; Pesaro 16.
Milano e Cremona hanno una partita in meno.
Lo scudetto femminile va alla Famila Wuber
Schio: 68-54 in gara 5 sulla Passalacqua Ragusa.
Per le venete è il sesto titolo.
zia) e Reggio Emila, che ha battuto Cantù (la sconfitta della Vitasnella fa sì che il Montepaschi sia
aritmeticamente secondo).
Risultati (14ª ritorno): Bologna-Pistoia 70-77;
Brindisi-Pesaro 70-74; Caserta-Cremona 71-65;
Milano-Sassari 88-78; Montegranaro-Avellino 9996; Reggiana-Cantù 83-68; Varese-Siena 71-80;
Venezia-Roma 75-83.
Diversivo
Invasione
pacifica di
un supporter
rossonero
sul terreno
di San Siro.
L’uomo si è
fatto accompagnare tranquillamente a
bordocampo
(Ansa)
La volata per l’Europa League
Punti
36ª
In MAIUSCOLO
le sfide
in trasferta
versa. Qui l’Inter si è fatta
prendere dalla paura, ha arretrato il baricentro, ha sofferto sulle seconde palle e ha
rischiato un’altra volta su
Kakà.
Nella ripresa, l’Inter ha
continuato a non giocare,
convinta di poter amministrare la partita sul pareggio,
utile alla classifica, sbagliando anche le esecuzioni più
semplici, un mare di palle
K.o.
Walter
Mazzarri,
52 anni,
battuta
d’arresto
(Image)
buttate via e tenendo un ritmo da amichevole. È così
che è andata sotto e che non
ha trovato la forza per riaccendere il motore, nonostante i cambi di Mazzarri. Il
Milan aveva trovato anche il
secondo gol, con Pazzini, ma
in fuorigioco, però si è vista
la differenza fra una squadra
che, pur consapevole dei
propri limiti, ha dato tutto
per vincere il derby e chi ha
accettato passivamente che a
fare la partita fossero gli avversari. Sperando che la storia finisse in fretta. Con conseguenze imprevedibili per
il futuro nerazzurro.
Fabio Monti
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37ª
38ª
9-11
maggio
18
maggio
FIORENTINA
61
INTER
57
Lazio
CHIEVO
TORIN0
55
Parma
FIORENTINA
PARMA
54
TORINO
Livorno
MILAN
54
ATALANTA
Sassuolo
LAZIO
52
Verona
INTER
Bologna
VERONA
52
LAZIO
Udinese
NAPOLI
Torino
Sassuolo LIVORNO
Fischio finale
Bergonzi promosso, controlla la gara con calma
di PAOLO CASARIN
B
ergonzi chiude, probabilmente, la carriera con il derby di
Milano. Negli ultimi tempi il suo rendimento è stato regolare e di buon livello. Bergonzi segue il gioco con calma; al
16’ deve ammonire Mexès per fallo su Kovacic. La partita si
sviluppa senza difficoltà per l’arbitro: solo un intervento di
Cambiasso su Balotelli lo costringe a mostrare il giallo all’interista. Derby sottotono, con Bergonzi che sbaglia alcune valutazioni nei contrasti. Il raddoppio di Balotelli è cancellato
per fuorigioco di Pazzini. Seguono gialli a Samuel, Ranocchia e DeJong. Sufficiente la prestazione di Bergonzi.
All’Olimpico, dove si è giocata la finale di Coppa Italia tra
Fiorentina e Napoli, si sono potuti ammirare uomini in grado di mostrare capacità , intelligenza e correttezza anche in
una situazione precaria . Al raggiungimento di questo risultato, oltre agli allenatori e i calciatori di entrambe le squadre, ha dato un decisivo contributo di responsabilità ed equilibrio anche Daniele Orsato. L’arbitro di Schio, ben aiutato
dai suoi collaboratori, ha dato tutto quello che poteva, anche
dal punto di vista dell’impegno fisico. Sembrava voler sconfiggere, a tutti i costi, ogni possibilità di errore; infatti ha applicato le regole con cura, misura ed equità.
Chievo-Torino, sfida molto importante per il campionato,
ha subito una direzione arbitrale molto discutibile da parte
di Celi. In particolare ha tollerato falli ripetuti di Dainelli, in
area e fuori, limitandosi all’ammonizione del difensore del
Chievo e, invece, ha espulso Pelissier, appena entrato, per un
fallo di gioco seguito dalla protesta per il giallo inaspettato.
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Nerazzurri Cori contro i napoletani e ululati per Balotelli, l’Inter rischia la chiusura di tutto lo stadio
Ritornello Mazzarri: «Un anno un po’ così»
MILANO — In fondo alla grande bruttezza del derby, l’Inter si
ritrova col fiato del Milan sul
collo. E, ora, è grande ammucchiata per l’Europa B. Il riassunto della serata in casa Inter
è tutta nella malinconica espressione e nel senso di impotenza sul
volto di Javier Zanetti, al momento
della sostituzione di Icardi con Milito, la terza di Mazzarri, che toglieva
l’ultima speranza del capitano di
giocare almeno una manciata di minuti del suo ultimo derby da calciatore.
Walter Mazzarri ha fatto male i
suoi conti: pensava di poter gestire il derby e ha finito per perderlo, senza che la sua squadra,
lenta e compassata, sia riuscita a
fare un tiro in porta. Facile immaginare l’umore di Thohir, che ha visto
la partita in tv, nel cuore della notte a
Giacarta. Braccino corto Mazzarri ha
provato a giustificarsi: «È un anno
un po’ così: forse abbiamo speso
tante energie nervose prima della
partita. No, non si è vista la squadra
che piace a me, poco pimpanti tutti e
troppo lenti. E, forse, incapaci di
soffrire nel momento decisivo del
derby. Ora voltiamo pagina in fretta:
tutto dipende ancora da noi, però
non dobbiamo più sbagliare sia contro la Lazio che il Chievo». Mazzarri
ha ripetuto spesso, piuttosto sconsolato che, perso il derby, ora l’Inter
deve fare due partite importanti.
«Alla fine eravamo tutti molto tristi
e non ho detto niente ai ragazzi.
Provvederò a farlo domattina (oggi,
Senza parole
«Nello spogliatoio eravamo
molto tristi, ai ragazzi non ho
detto niente, gli parlerò alla
ripresa degli allenamenti»
ndr) alla ripresa degli allenamenti».
L’allenatore interista alla vigilia
aveva confessato di avere molta
adrenalina in corpo e ha provato a
cominciare a trasmetterla ai suoi
giocatori già durante la riunione tecnica. Giusto per ricordare a tutti
l’importanza non solo del derby, ma
delle ultime tre partite di campionato spiegando a Palacio e soci di
quanto fosse necessario dimostrare
quella continuità di gioco e risultati
che non hanno mai avuto in tutta la
stagione. Come non detto.
Nonostante una prestazione non
proprio indimenticabile, come del
resto quella di tutti i suoi compagni,
Mauro Icardi resta al centro del progetto Inter. Come ha confermato
Piero Ausilio: «L’argentino è il presente e il futuro dell’Inter: la società
vuole costruire su di lui che ha voglia di imparare e crescere, e in campo ascolta e segue quello che gli suggerisce l’allenatore. Noi stiamo cer-
cando un attaccante compatibile con
le sue caratteristiche per farlo crescere ancora. Icardi è all’Inter e resterà qui da noi. Milito? Vedremo cosa accadrà a fine stagione».
Rodrigo Palacio, che continuerà a
vestire la maglia dell’Inter, ha sottolineato: «Non è ancora tempo di bilanci e di stilare la lista dei partenti.
Era molto importante per noi fare
una buona prestazione anche per i
nostri tifosi, e purtroppo non ci siamo riusciti. E, se non bastasse, hanno vinto tutte le squadre che ci seguono più da vicino in classifica».
Intanto dalla curva Nord sono
partiti ancora cori offensivi contro i
napoletani, oltre a ululati all’indirizzo di Balotelli. E ora l’Inter rischia la
chiusura di tutto San Siro, dopo
quella già decretata del secondo
anello verde per le prossime due
partite in casa.
Franco Fiocchini
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Le pagelle Inter
Palacio generoso
6 HANDANOVIC Forse ci mette
un’unghia per deviare il tiro di Kakà
sulla traversa, attento in tutte le altre
occasioni.
6 RANOCCHIA Nel complesso tiene,
aggiunge un’altra prestazione positiva
alla serie.
5 SAMUEL Nella sfida tra vecchie
glorie Kakà lo beffa su un affondo, ma
lui si rifà murandolo nella ripresa.
Troppo falloso però: già ammonito,
rischia il secondo cartellino. E se
spettano a lui i compiti di impostazione
c’è qualcosa che non va.
5,5 ROLANDO Rischia lasciando
colpire Mexès di testa, ma anche prima
aveva sofferto un po’ troppo.
5 JONATHAN Limitato da Constant
(ebbene sì), non fa mai male,
sbagliando decisamente troppo anche
se almeno prova ad alzare un po’ il
ritmo. Perde progressivamente smalto
nella ripresa e viene sostituito.
5 HERNANES Costretto più a coprire,
la sua tecnica non riesce mai a mettersi
in mostra. Anche sui calci piazzati non
è preciso. Spostato davanti alla difesa
quando esce Cambiasso.
5 CAMBIASSO Completamente
sorpreso da De Jong, lo lascia saltare e
segnare. È l’errore più grave, ma non
l’unico. Anche in una partita dai ritmi
bassi soffre troppo.
5 KOVACIC Pochissime buone idee
(avvia un paio di contropiedi, mette
una palla dentro) e molte pessime
realizzazioni, con tanti errori di misura.
A forza di dirgli di pensare a difendere,
fa solo quello, sfiancandosi a rincorrere
De Sciglio e Taarabt. Un passo indietro.
6 NAGATOMO Niente sfida
giapponese con Honda (in panchina
dopo la prova opaca di Roma), Yuto si
prende tutta la scena: prova ad
accelerare un po’ il ritmo, gli riesce di
saltare De Sciglio, con conseguente
cross pericoloso, ma troppo sotto il
portiere. È l’occasione più ghiotta
dell’Inter e la dice lunga sulla
prestazione. Molto più discutibile in
fase difensiva.
5 ICARDI Un calcione (preso, da
Mexès), una ciabattata dopo un
angolo: protagonista solo negli
striscioni di sfottò. Che nel finale venga
sostituito da Milito dice molto del
giudizio di Mazzarri.
6 PALACIO Torna spesso a coprire e
impostare, generoso fino allo
sfinimento. Così le occasioni che gli
capitano sono poche: una volta ha il
piede storto (cross completamente
sballato), un’altra viene fermato da un
fuorigioco che non c’è. Ha la palla per
il pareggio immediato, ma De Jong lo
chiude.
5 MAZZARRI Non riesce a svegliare i
suoi, particolarmente sotto tono
(nessun tiro in porta). Sembra che
l’Inter si accontenti di giocare per il
pareggio, e così è facile finire per
perdere.
a.rav.
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48 Sport
Lunedì 5 Maggio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Le altre I granata superano il Chievo nel 65° di Superga
Contro il Verona
Toro verso l’Europa
Il Bologna furioso
per il crac della Roma
La Lazio non ha
alternative
alla vittoria
a
Tifosi granata
Anniversario il 65° della traSuperga, ieri era Torino (LaPresse)
e
gedia del Grand
Di Natale scavalca Del Piero: 189 gol in A
DAL NOSTRO INVIATO
VERONA — Nel nome dei
padri. Difficilmente questo Toro negli anni a venire vincerà 5
scudetti filati, forse neanche
uno, ma di sicuro ha scelto il
modo migliore, quello più aderente alla sua storia, per celebrare il 65° di Superga, prima
di raggiungere in serata la basilica per la messa: vincere, come erano abituati a fare gli avi.
Non era facile perché di fronte
c’era un Chievo nei guai fino al
collo e che dopo che questa
sconfitta lo è ancora di più: i 30
punti e il terzo fiasco consecutivo dovrebbero suggerire di
stare in guardia, e magari di
giocarsela un po’ di più, lasciando perdere i conti della
serva (leggi pareggi). Stavolta
c’erano anche tre squalificati,
fra cui Hetemaj, lavoratore
oscuro ma preziosissimo per il
centrocampo: la sua assenza si
è notata ma non basta a giustificare l’ennesima caduta. Tutt’altra storia il Toro: 55 punti,
16 nelle ultime 6 uscite, andatura che consente di presidiare
il sesto posto, ultimo utile per
l’Europa League. Per stanare il
Chievo c’è però voluta una fatica del diavolo, visto che il 5-3-2
disegnato da Corini, un ex, ha
di fatto cristallizzato la contesa
per tutto il primo tempo per via
della marcatura doppia o tripla
su Cerci e Immobile. Che la
strategia non funzionasse fino
in fondo si è capito però ben
presto, visto che solo un paio
di clamorosi granchi dell’arbitro Celi hanno permesso di ar-
Serie A / 36ª giornata
rivare sullo 0-0 all’intervallo.
Prima ha annullato un gol buono a Immobile — sarebbe stato
il 22° stagionale, meglio di
Graziani e Pulici, altri padri
della patria — per un fallo fantasma su Agazzi, poi non ha visto un fallo di mano in area di
Dainelli su cross di Cerci. Il
guardalinee Paganessi era proprio lì davanti, a 10 metri: svista inaccettabile.
Alla fine dei conti il Torino
ha dato la sensazione di avere
sempre in mano la partita, ma
è stato troppo impreciso negli
ultimi 25 metri. Per vincerla
infatti gli è servito un autogol,
arrivato al 9’ della ripresa: angolo di Cerci, deviazione di
Kurtic, sciagurata irruzione
Sardo che segna di pancia nella
sua porta. Solo a quel punto,
tardi, Corini ha provato a cambiare qualcosa passando al 43-3, levando un difensore e in-
0
1
Chievo
Torino
0
0
Genoa
Bologna
Marcatore: Sardo (autogol) 9’ s.t.
GENOA (4-3-3): Perin 6,5;
Antonini 6, Burdisso 6,
Marchese 6 Vrsaliko 5,5 (Konate
5 20’ s.t.); Sturaro s.v. (Cofie 5
17’ p.t.), Bertolacci 5,5, Antonelli
5,5; Fetfazidis 6, Gilardino 5,5,
Sculli 5,5 (Centurion s.v. 32’
s.t.). All.: Gasperini 6
CHIEVO (5-3-2): Agazzi 5,5;
Sardo 5, Canini 5 (Claiton 5,5 45’
p.t.), Dainelli 5,5, Bernardini 5
(Pellissier 4,5 15’ s.t.), Dramè
5,5; Radovanovic 6, Rigoni 5,
Guana 5,5; Paloschi 5, Thereau 5
(Paredes s.v. 30’ s.t.). All.: Corini
5
BOLOGNA (3-5-1-1): Curci 6;
Antonsson 6, Natali 6, Cherubin
6; Garics 5,5, Friberg 5,5
(Paponi 5,5 17’ s.t.), Krhin 6
(Ibson s.v. 43’ s.t.),
Christodoulopoulos 5 (Pazienza
s.v. 27’ s.t.) , Morleo 6,5; Kone 5;
Bianchi 5,5. All.: Ballardini 6
TORINO (3-5-2): Padelli 6; Bovo
6, Glik 6,5, Moretti 6; Maksimovic
6, Kurtic 6,5, Vives 6,5 (Tachtsidis
s.v. 45’ s.t.), El Kaddouri 6 (Gazzi
s.v. 47’ s.t.), Darmian 6; Cerci 6
(Meggiorini s.v. 40’ s.t.),
Immobile 6. All.: Ventura 6,5
Arbitro: Guida 6
Ammoniti: Cofie, Sculli, Kone ,
Burdisso, Bianchi, Natali,
Cherubin
Recuperi: 3’ più 3’
Arbitro: Celi 4,5
Espulso: Pellissier 20’ s.t.
Ammoniti: Dainelli, Rigoni,
Pellissier, Guana, Darmian
Recuperi: 2’ più 4’
Festa I granata festeggiano l’autogol di Sardo (LaPresse)
2
0
Parma
Sampdoria
Marcatori: Cassano 8’ p.t.;
Schelotto 45’ s.t.
0-1
GENOA
BOLOGNA
0-0
Arbitro: Guida di Torre Annunziata (Na)
PARMA
SAMPDORIA
2-0
Cassano (Pa) 8’, Schelotto (Pa) 45’ s.t.
Arbitro: Giacomelli di Trieste
UDINESE
LIVORNO
5-3
Paulinho (Li) 14’, Di Natale (Ud) 19’,
Badu (Ud) 21’, Paulinho (Li) 29’,
Pereyra (Ud) 33’, Gabriel Silva (Ud) 44’,
Di Natale (Ud) 45’, Mesbah (Li) 43’ s.t.
Arbitro: Rocchi di Firenze
MILAN
INTER
De Jong (Mi) 20’ s.t.
Arbitro: Bergonzi di Genova
1-0
LAZIO
VERONA
oggi 19,00
Arbitro: Mazzoleni di Bergamo
JUVENTUS
ATALANTA
oggi 21,00
Arbitro: De Marco di Chiavari
FIORENTINA
SASSUOLO
6/5 - 19,00
Arbitro: Tagliavento di Terni
NAPOLI
CAGLIARI
Arbitro: Ghersini di Genova
6/5 - 21,00
Spagna
RAYO VALLECANO
ATHLETIC BILBAO
0-3
BARCELLONA
GETAFE
2-2
MALAGA
ELCHE
0-1
OSASUNA
CELTA VIGO
0-2
REAL VALLADOLID
ESPANYOL
1-0
ALMERIA
REAL BETIS
3-2
LEVANTE
ATLETICO MADRID
2-0
SIVIGLIA
VILLARREAL
0-0
REAL MADRID
VALENCIA
2-2
REAL SOCIEDAD
GRANADA
oggi 22,00
Classifica: 88 Atletico Madrid 85 Barcellona 83
Real Madrid 68 Athletic Bilbao 60 Siviglia 57 Real Sociedad 53 Villarreal 46 Celta Vigo, Valencia
45 Levante 43 Rayo Vallecano 41 Espanyol, Malaga 39 Elche 37 Granada 36 Getafe, Almeria 35
Real Valladolid, Osasuna 22 Real Betis
Marcatori: Paulinho 14’, Di Natale
19’, Badu 21’, Paulinho 29’, Pereyra
33’, Gabriel Silva 44’, Di Natale 45’
p.t.; Mesbah 43’ s.t.
PARMA (4-3-3): Bajza 6; Cassani
6, Paletta 6,5, Lucarelli 6,
Molinaro 6; Acquah 6,5,
Marchionni 6,5 (Gargano s.v. 29’
s.t.), Parolo 5; Biabiany 6, Amauri
6 (Schelotto 6 1’ s.t.), Cassano 6
(Palladino s.v. 36’ s.t.). All.:
Donadoni 6
UDINESE (4-3-2-1): Scuffet 5,5;
Widmer 6, Danilo 5, Domizzi 6,
Gabriel Silva 6,5; Badu 7, Allan 6,5,
Pinzi 6 (Yebda s.v. 30’ s.t.); Pereyra
6,5 (Jadson s.v. 40’ s.t.), Bruno
Fernandes 6; Di Natale 7 (Nico Lopez
5,5 20’ s.t.). All.: Guidolin 6,5
SAMPDORIA (4-2-3-1): Fiorillo
6; De Silvestri 6, Fornasier 5,5,
Gastaldello 6, Regini 5,5; Palombo
6, Krsticic 5,5 (Maxi Lopez s.v. 34’
s.t.); Gabbiadini 6, Eder 5 (Sestu 6
21’ s.t.), Soriano 5 (Sansone 6 28’
p.t.); Okaka 5. All.: Mihajlovic 5,5
LIVORNO (4-1-4-1): Anania 5;
Piccini 5, Coda 5, Emerson 5, Mesbah
6; Duncan 5,5 (Castellini s.v. 33’ s.t.);
Belfodil 5, Biagianti 5,5, Greco 5
(Mosquera 6 14’ s.t.), Benassi 5
(Siligardi 5,5 1’ s.t.); Paulinho 6,5. All.:
Nicola 5
Arbitro: Giacomelli 5,5
Ammoniti: Molinaro, Paletta,
Okaka
Recuperi: 3’ più 3’
■ Punti totali ■ In casa ■ Fuori casa
Arbitro: Rocchi 6
Ammoniti: Danilo, Greco, Mesbah,
Paulinho
Recuperi: 1’ più 3’
Carlos Passerini
■ Punti totali ■ In casa ■ Fuori casa
Serie B Classifica
G giocate V vinte N nulle P perse F reti fatte S reti subite
CHIEVO
TORINO
Sardo (Ch) aut. 9’ s.t.
Arbitro: Celi di Campobasso
Livorno
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Roma, ore 19
Lazio
Verona
4-3-2-1
1 Berisha
29 Konko
20 Biava
27 Cana
26 Radu
5 Biglia
24 Ledesma
19 Lulic
87 Candreva
6 Mauri
11 Klose
4-3-3
1 Rafael
4 Pillud
18 Moras
25 Marques
3 Albertazzi
2 Romulo
30 Donadel
10 Hallfredsson
21 Gomez
9 Toni
7 Marquinho
Arbitro: Mazzoleni di Bergamo
TV: ore 19 Sky Supercalcio, Sky Calcio 2, Premium Calcio
Internet: www.corriere.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Serie A Classifica
CATANIA
ROMA
4-1
Izco (Ca) 26’, Izco (Ca) 34’, Totti (Ro)
37’, Bergessio (Ca) 10’ s.t., Barrientos
(Ca) 33’ s.t.
Arbitro: Banti di Livorno
5
3
Udinese
serendo Pellissier la cui prestazione è durata più o meno 5
minuti, il tempo di farsi cacciare per doppio giallo, il primo
per una lieve gomitata e il secondo per proteste. Ventura: «È
un bel passo in avanti verso
l’Europa, ora siamo artefici del
nostro destino».
Domenica però arriva il Parma, che ha gli stessi desideri,
un punto in meno in classifica
e non si dà per vinto: ieri ha
impacchettato al Tardini la
Sampdoria con gol di Cassano
e Schelotto, dopo che prima
della partita era stato osservato
un minuto di silenzio — incredibilmente rispettato, come a
Verona per il Grande Toro —
per la scomparsa di Boskov, datata 27 aprile.
Sarà un finale rovente anche
per non retrocedere: il Bologna, 29 punti, ne ha preso uno
al Genoa e oggi è salvo, in attesa della gara del Sassuolo (28) a
Firenze di domani sera. Durissimo il tecnico dei felsinei, Ballardini, che ha così commentato l’inatteso 4-1 del Catania,
ora penultimo a 26, sulla Roma: «Non mi stupisce, in fondo
siamo in Italia». Ora a chiudere
la graduatoria è il Livorno: il
suo aguzzino stavolta si chiama Totò Di Natale, che con la
doppietta rifilata ai toscani
nello scoppiettante 5-3 del
Friuli arriva a 189 in A scavalcando Del Piero e Signori. Dopo le miserie di sabato, non ci
resta che affidarci alla memoria
dei padri. Magra consolazione.
ROMA — (a.ar.) L’Europa
League è lo spartiacque:
senza la coppa la Lazio farà
partire la rivoluzione estiva
nel segno dei giovani, mentre
la qualificazione potrebbe
allungare la vita al ciclo
corrente. Non è un caso,
infatti, che il dubbio di Reja
per lo scontro diretto con il
Verona di stasera all’Olimpico
sia tra il 36 enne Miro Klose,
al rientro dopo un mese di
stop e con il prolungamento
di un anno appena siglato, e
il 19 enne Balde Keita,
insieme a Candreva il traino
della Lazio nel girone di
ritorno. Per la prima volta
Reja può scegliere,
l’emergenza è rientrata e le
scelte del tecnico saranno
decisive per il futuro, suo e
della Lazio: «Abbiamo la
necessità di battere il Verona,
spero che la squadra entri in
campo con questa
consapevolezza — le parole
del tecnico —. Alla mia
tabella di marcia mancano 2
punti, ma siamo nelle
condizioni di poter andare in
Europa. E questa squadra,
quando si mette in testa di
fare la partita, può mettere in
difficoltà chiunque, lo ha già
dimostrato».
JUVENTUS
ROMA
NAPOLI
FIORENTINA
INTER
TORINO
PARMA
MILAN
LAZIO
VERONA
ATALANTA
SAMPDORIA
UDINESE
GENOA
CAGLIARI
CHIEVO
BOLOGNA
SASSUOLO
CATANIA
LIVORNO
Punti
93
85
69
61
57
55
54
54
52
52
47
44
42
41
39
30
29
28
26
25
G
35
36
35
35
36
36
36
36
35
35
35
36
36
36
35
36
36
35
36
36
V
30
26
20
18
14
15
14
15
14
16
14
12
12
10
9
8
5
7
6
6
N
3
7
9
7
15
10
12
9
10
4
5
8
6
11
12
6
14
7
8
7
P
2
3
6
10
7
11
10
12
11
15
16
16
18
15
14
22
17
21
22
23
V
17
15
11
9
7
9
8
10
9
10
10
7
9
7
8
5
3
4
6
4
N P V
0 0 13
3 0 11
4 2 9
3 5 9
9 2 7
5 4 6
7 3 6
4 4 5
5 3 5
2 6 6
3 5 4
5 6 5
3 6 3
5 6 3
4 6 1
2 11 3
8 7 2
2 12 3
6 6 0
5 9 2
N
3
4
5
4
6
5
5
5
5
2
2
3
3
6
8
4
6
5
2
2
P
2
3
4
5
5
7
7
8
8
9
11
10
12
9
8
11
10
9
16
14
F
75
72
64
59
57
55
55
54
49
56
40
43
41
38
34
31
27
34
30
39
S
23
23
36
38
36
45
45
46
47
58
47
54
52
46
46
53
55
65
64
74
G giocate V vinte N nulle P perse F reti fatte S reti subite
Punti
78
PALERMO
62
EMPOLI
58
CROTONE
58
LATINA
56
CESENA
VIRTUS LANCIANO 55
54
SPEZIA
53
MODENA
53
TRAPANI
52
SIENA (-8)
52
AVELLINO
51
BARI (-4)
49
BRESCIA
49
CARPI
47
PESCARA
45
TERNANA
43
VARESE
42
CITTADELLA
40
NOVARA
35
PADOVA
27
REGGINA (-1)
18
JUVE STABIA
G
37
37
37
37
37
37
37
37
37
37
37
37
37
37
37
37
37
37
37
37
37
37
V
23
17
16
15
14
15
14
13
13
15
13
15
12
13
12
10
11
10
9
8
6
2
N
9
11
10
13
14
10
12
14
14
15
13
10
13
10
11
15
10
12
13
11
10
12
P
5
9
11
9
9
12
11
10
10
7
11
12
12
14
14
12
16
15
15
18
21
23
V
12
9
9
9
8
8
7
10
7
11
10
9
5
6
5
8
7
6
8
5
4
1
N P
4 2
7 2
7 3
4 5
7 4
7 4
7 5
5 3
6 5
5 3
4 4
5 4
7 7
6 7
7 6
5 6
6 5
6 7
6 5
7 6
5 9
8 10
V
11
8
7
6
6
7
7
3
6
4
3
6
7
7
7
2
4
4
1
3
2
1
N
5
4
3
9
7
3
5
9
8
10
9
5
6
4
4
10
4
6
7
4
5
4
P
3
7
8
4
5
8
6
7
5
4
7
8
5
7
8
6
11
8
10
12
12
13
F
56
49
51
38
40
37
40
58
51
50
39
42
48
41
44
48
47
38
35
40
34
34
S
24
30
45
32
31
38
43
40
45
37
39
39
49
44
45
48
57
43
48
56
60
67
MARCATORI: 21 RETI: Immobile (TOR) 19 RETI: Tevez (JUV), Toni (VER) 17 RETI:
Higuain (NAP) 15 RETI: Llorente (JUV), Palacio (INT), Paulinho (LIV) 14 RETI:
Balotelli (MIL), Gilardino (GEN), Rossi (FIO) 13 RETI: Callejon (NAP), Destro (ROM),
Paloschi (CHI), Berardi (SAS), Cerci (TOR) 12 RETI: Cassano (PAR), Denis (ATA), Di
Natale (UDI), Candreva (LAZ) 11 RETI: Vidal (JUV) 10 RETI: Eder (SAM)
37ª giornata
SPEZIA-REGGINA
CESENA-AVELLINO
JUVE STABIA-LATINA
TERNANA-BARI
PROSSIMO TURNO: Sabato 10/5, ore 18.00: Verona-Udinese. ore 20.45: InterLazio. Domenica 11/5, ore 12.30: Atalanta-Milan. ore 15.00: Bologna-Catania,
Cagliari-Chievo, Livorno-Fiorentina, Sampdoria-Napoli, Sassuolo-Genoa, TorinoParma. ore 20.45: Roma-Juventus.
PROSSIMO TURNO: Venerdì 9/5, ore 19.00: Padova-Cesena. ore 21.00: EmpoliCrotone. Sabato 10/5, ore 15.00: Avellino-Spezia, Bari-Juve Stabia, LatinaTernana, Modena-Novara, Palermo-Virtus Lanciano, Pescara-Siena, RegginaBrescia, Trapani-Cittadella, Varese-Carpi.
Inghilterra
Lega Pro 1ª div./A
WEST HAM UNITED
TOTTENHAM HOTSPUR
2-0
ASTON VILLA
HULL CITY
3-1
MANCHESTER UNITED SUNDERLAND
0-1
NEWCASTLE UNITED
CARDIFF CITY
3-0
STOKE CITY
FULHAM
4-1
SWANSEA
SOUTHAMPTON
0-1
EVERTON
MANCHESTER CITY
2-3
ARSENAL
WEST BROMWICH ALBION 1-0
CHELSEA
NORWICH CITY
0-0
CRYSTAL PALACE
LIVERPOOL
oggi ore 21
Classifica: 80 Manchester City, Liverpool 79
Chelsea 76 Arsenal 69 Everton 66 Tottenham
Hotspur 60 Manchester United 55 Southampton
49 Newcastle United 47 Stoke City 43 Crystal Palace 40 West Ham United 39 Swansea 38 Aston
Villa 37 Hull City 36 West Bromwich Albion 35
Sunderland 33 Norwich City 31 Fulham 30 Cardiff City
Francia
BASTIA
LILLE
1-1
SAINT ETIENNE
MONTPELLIER
2-0
LORIENT
AJACCIO
1-0
SOCHAUX
NIZZA
2-0
EVIAN TG
STADE REIMS
1-0
TOLOSA
NANTES
1-1
VALENCIENNES
BORDEAUX
0-1
OLYMPIQUE MARSIGLIA LIONE
4-2
MONACO
GUINGAMP
7/5 - 19,00
PARIS SAINT GERMAIN RENNES
7/5 - 21,00
Classifica: 83 Paris Saint Germain 75 Monaco
68 Lille 63 Saint Etienne 58 Lione 56 Olympique Marsiglia 51 Bordeaux 48 Stade Reims
46 Lorient, Tolosa 45 Nantes, Bastia 42
Montpellier, Nizza 40 Rennes 38 Guingamp,
Evian Tg 37 Sochaux 29 Valenciennes 20
Ajaccio
2-1
2-0
1-1
1-3
BRESCIA-EMPOLI
CITTADELLA-VARESE
NOVARA-PALERMO
VIRTUS LANCIANO-TRAPANI
ALBINOLEFFE
VENEZIA
2-1
COMO
PAVIA
0-1
CREMONESE
VIRTUS ENTELLA
1-2
PRO PATRIA
SUDTIROL
1-2
PRO VERCELLI
CARRARESE
2-0
REGGIANA
FERALPI SALO'
0-1
SAN MARINO
VICENZA
2-2
SAVONA
LUMEZZANE
4-1
Classifica: 58 Virtus Entella 57 Pro Vercelli
49 Sudtirol 47 Cremonese, Vicenza (-4) 44
Savona 43 Albinoleffe 41 Feralpi Salo’,
Como (-1), Venezia 36 Carrarese 32
Reggiana, Pro Patria (-1) 29 Lumezzane 24
San Marino 23 Pavia
1-3 CARPI-PESCARA
5-1 CROTONE-PADOVA
0-1 SIENA-MODENA
2-2
2-0
2-1
1-3
Lega Pro 1ª div./B
ASCOLI
NOCERINA
3-0
BARLETTA
GROSSETO
1-1
L'AQUILA
CATANZARO
0-0
PAGANESE
SALERNITANA
1-0
PERUGIA
FROSINONE
1-0
PONTEDERA
GUBBIO
3-1
PRATO
BENEVENTO
3-3
VIAREGGIO
PISA
1-2
Classifica: 66 Perugia 62 Frosinone 61 Lecce 55 Catanzaro 53 L’Aquila 52 Pisa 51 Benevento 49 Pontedera 46 Salernitana 43
Prato 42 Grosseto 40 Gubbio 28 Viareggio
25 Barletta 24 Ascoli (-7) 20 Paganese 12
Nocerina (-2)
Nuova realtà Vittoria in rimonta a Cremona
Colpo di reni dell’Entella
Ora la serie B è tutta sua
Obiettivo raggiunto L’Entella celebra la promozione (Liverani)
(r.per.) Lo scatto, il colpo di
reni quando l’avversario sembra, di slancio, già certo di superarti. La Virtus Entella sceglie la via impervia per diventare la prima squadra del Tigullio a salire in serie B, va a
battere la Cremonese, terza in
classifica, sul suo terreno (2-1).
Caroselli sul lungomare della
più grande e sonnacchiosa città della provincia di Genova e
grande festa in piazza Mazzini,
dove il bus con i giocatori arriva in serata. Dopo la sconfitta
casalinga con la Pro Vercelli, a
meno 1, solo il presidente Tonino Gozzi era ottimista: «Vuol
dire che andremo a conquistare la B a Cremona». Anche questa partita si chiude con il primo tempo sotto 0-1 ma i 700 tifosi chiavaresi presenti vedono
un’altra squadra che sbaglia ma
c’è. Nella ripresa l’Entella rimonta con Troiano e Staiti. Lorenzo Staiti, classe 1987, cen-
trocampista prolifico (15 gol in
due campionati biancocelesti)
era ancora a secco quest’anno.
Segna al momento giusto.
«È il bello del calcio — dice
Gozzi — nell’intervallo c’era
già chi mi aveva fatto le condoglianze, l’ho mandato a quel
paese. La beffa sarebbe stata
atroce e soprattutto insopportabile». Il tecnico Luca Prina ha
portato la squadra sette giorni
in ritiro, ricompattandola:
«Abbiamo un gruppo coeso e la
sconfitta con la Pro ci ha fatto
più bene che male: abbiamo ricordato chi siamo, una squadra
in testa 29 partite su 30. Ha vinto chi ha meritato, non eravamo i più bravi ma i più forti». Il
futuro è già qui. La Supercoppa
con il Perugia, l’allargamento
del Comunale. E poi? «Tutti al
mare» sospira Gozzi, da buon
rivierasco. Aspettando la nuova grande avventura.
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Corriere della Sera Lunedì 5 Maggio 2014
Sport 49
italia: 51575551575557
MotoGp
Poker a Jerez dello
spagnolo nella sua
100a gara. Pedrosa
terzo, Lorenzo
crolla, messo
in ombra
dal compagno
Risultati e classifiche
MotoGp
1. Marquez (Spa) Honda 45’24’’134; 2. Rossi (Ita) Yamaha
a 1’’431; 3. Pedrosa (Spa) Honda a 1’’529; 4. Lorenzo (Spa)
Yamaha a 8’’541; 5. Dovizioso (Ita) a 27’’494.
Mondiale piloti: 1. Marquez (Spa) 100; 2. Pedrosa (Spa) 72;
3. Rossi (Ita) 61; 4. Dovizioso (Ita) 45; 5. Lorenzo (Spa) 35
Moto2
1. Kallio (Fin) Kalex 44’56’’004; 2. Aegerter (Svi) Suter a
2’’434. Mondiale piloti: 1. Rabat (Spa) 83; 2. Kallio (Fin) 67
Moto3
1. Fenati (Ita) Ktm 41’28’’584; 2. Vazquez (Spa) Honda a
0’’144. Mondiale piloti: 1. Miller (Aus) 79; 2. Fenati (Ita) 74
Dominatori
DAL NOSTRO INVIATO
JEREZ DE LA FRONTERA —
Bisogna essere Valentino per
guardare i mostri negli occhi
senza paura. Nel giorno in cui
Marquez, alla centesima gara in
carriera, apparecchia un altro
show da supereroe passeggiando sul tabù Jerez, vincendo
la quarta corsa su quattro ed
eguagliando la leggenda di Mick Doohan, l’unico a resistere
in trincea, mai tremebondo, è
proprio Rossi. È una resistenza
breve, perché dopo due giri e
due sorpassi e controsorpassi
Marc fa ciao ciao e saluta il suo
poster preferito. Però è pur
sempre qualcosa rispetto al
consueto esercizio di inchini
del valletto Pedrosa, terzo, e al
nuovo crollo di Lorenzo, quarto e vero sconfitto della domenica, perché in un colpo solo
precipita a meno 65 dal leader e
viene sconfitto senza pietà dal
compagno di squadra, il primo
nemico di ogni rider.
Se Marquez non perde un
colpo e il Gp della Spagna si
srotola banale e senza emozioni (a parte, per noi, la nuova
bella prova del ducatista Dovizioso, quinto con volatona finale di grinta), Rossi con questo bellissimo secondo posto
conferma di essere molto vivo e
pieno di risorse. Lontano dal
consolarsi — benché «molto
contento per essere tornato sul
podio nella Catedral dopo 4 anni: mi mancava» — il suo messaggio è infatti un rilancio orgoglioso: «Prima o poi Marquez ce la faccio a prenderlo. E
poi vi ricordo che se lui ha vinto 36 delle sue prime 100 gare,
al.p
vo come mai l’anno scorso non
fosse così...». E lo si è visto nelle scelte preventive: «La gomma extrahard è stata la mossa
giusta, infatti Lorenzo con la
media ha avuto problemi».
Non è un dato marginale perché — considerando che il setup della M1 ha permesso a
Rossi di sfruttarla al meglio
nella seconda parte della corsa
— sottintende la grande verità
del 2014: «Il box adesso è decisivo». Sostituire Burgess con
Galbusera «è stata una scommessa rischiosa, ma paga. Lui
ha la mia stessa voglia». Sottintende «lui sì che ce l’ha», e fa
un esempio chiaro: «Nonostante le qualifiche fossero andate bene e la moto funzionasse alla grande, nel warm up abbiamo comunque fatto un’altra
modifica. E siamo migliorati
ancora». Ecco perché, chiudendo il cerchio, adesso Pedrosa è tornato a stargli dietro.
Impegno, studio dei dettagli, insoddisfazione cronica
che genera la crescita: a 35 anni
e 9 titoli, le chiavi sono sempre
quelle. «Io continuerò così: ora
tocca alla Yamaha. Intendiamoci: la M1 è eccellente, è la Honda che vola. Però si può fare di
più». Contro questo Marquez
non è chiaro quanto «di più»
occorra. Più velocità? Più elettronica? L’alabarda spaziale?
Intanto una gerarchia che pareva definitiva è stata ribaltata, e
non è poco: «Sono fiero di essere davanti a Lorenzo, che ha
la mia stessa moto». Un anno fa
questa era una favola. Il campione l’ha trasformata in realtà.
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Alessandro Pasini
Valentino Rossi,
35 anni, a sinistra
sulla Yamaha, e lo
spagnolo Marc
Marquez, 21 anni,
alla seconda
stagione con la
Honda (Afp)
Monologo del fenomeno Marquez
ma SuperValentino fa il protagonista
Solo Rossi, secondo, regge il confronto: «Prima o poi lo prendo»
39
punti di vantaggio
nella classifica piloti tra il
leader Marquez e Rossi, 3° e
in rimonta, mentre Lorenzo
a Jerez sprofonda a -65
36
gare vinte
da Marquez nei primi 100
Gp, festeggiati ieri in Spagna.
Rossi ha vinto di più:
46 delle prime 100 corse
io nelle prime 100 ne avevo
vinte 46. Almeno qui non mi
batterà mai». Tiè.
Anche se la classifica non lo
dice — Pedrosa è pur sempre
secondo e Valentino sta a meno
39 da MM —, la sfida del momento è quella fra Marquez e
Rossi, un bambino prodigio
per ora intoccabile su una moto
perfetta e un mito ruggente in
grande ripresa tecnica e psicologica. Valentino guida meglio
del 2013 e, per questo, ha l’ispirazione dei giorni antichi. Si è
visto nella conduzione della
corsa, lucida, precisa e controllata anche quando Dani il tardivo gli si è avvicinato a due giri
dalla fine: «Non mi sarei fatto
superare manco morto. Io sono
sempre andato più veloce di
Pedrosa, perciò non mi spiega-
Moto3
Fenati vince e incanta anche patron «Vale»
DAL NOSTRO INVIATO
JEREZ DE LA FRONTERA — Oggi sarà a scuola,
ieri ha insegnato come si corre. Romano Fenati,
18enne liceale ascolano, pilota del Team SkyVR46 di Valentino Rossi, vince la seconda gara
consecutiva di Moto3 in sette giorni, balza a
meno quattro punti dal leader Miller e conferma
quello che, fin dal suo primo successo in
carriera proprio qui nel 2012, si diceva: questo è
un pilota vero, con un grande futuro. Ieri lo ha
dimostrato con una gara perfetta, quasi sempre
in testa, e una reazione da campione all’attacco
dello spagnolo Rins all’ultima curva. Gli
applausi di tutti, patron Valentino per primo
(«Bravo, bravissimo, il pilota più bravo!»), sono
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Ippica
Volley
California Chrome
allenato da nonno Art
vince il Kentucky Derby
per la gioia di 2 «idioti»
Somaro verde disegnato su giubba
viola, con stampigliata la sigla DAP
(«dumb ass partners») che sta per
«scuderia degli idioti»: in un mondo
nel quale sceicchi e petrolieri si
disputano a colpi di milioni di dollari
i migliori purosangue da corsa,
soltanto gli scalcinati «idioti» ma
autoironici proprietari californiani
del galoppatore di 3 anni California
Chrome potevano avere il fegato —
alla vigilia della 140ª edizione del
Kentucky Derby, la corsa che per due
minuti ferma il respiro degli Stati
Uniti — di rifiutare 6 milioni di
dollari offerti da un emissario della
superpotenza ippica del Qatar per
metà del loro cavallo: un puledro
fatto nascere tre anni fa prendendo la
loro sconosciuta fattrice Love the
Chase, del valore di appena 8.000
dollari dopo una carriera da «brocca»
in pista, e facendola maritare con
Lucky Pulpit, fallimentare stallone da
soli 2.000 dollari a monta. Un mare di
soldi tuttavia disdegnati per lealtà.
Gli sceicchi, infatti, in cambio dei 6
milioni volevano avere anche mano
libera sulla futura carriera del
cavallo, e quindi far fuori il suo
anziano allenatore Art Sherman: un
vegliardo senza allori, che sinora,
come unica gloria da raccontare al
caminetto ai nipotini, aveva quella di
aver nel 1955 umilmente
scontati, ma Fenati detto Fenny resta con i piedi
per terra, aiutato dall’esperienza del team
manager Vittoriano Guareschi e del capotecnico
Rossano Brazzi, vecchi amici e collaboratori di
Rossi: «Una vittoria bellissima, mi sono preso la
briga di tirare il gruppo e temevo che le gomme
potessero abbandonarmi all’ultimo, invece la
moto è stata fantastica e le gomme anche.
Felice? Sì, ma senza esagerare: la strada del
campionato resta lunga». E poi gli ostacoli della
vita sono altri: «Non solo oggi devo andare a
scuola, ma quest’anno in classe non ci sono più
ragazze...». Per uno che frequenta il paddock, e
vince, è un problema che si risolverà presto.
l re del galoppo
California Chrome, montato
da Victor Espinoza, ha appena
vinto il Derby del Kentucky. Prima
della gara i suoi proprietari avevano
rifiutato 6 milioni di dollari
per metà del loro 3 anni
che ha incantato gli Stati Uniti
facendo felice il suo allenatore,
Art Sherman, 77 anni (Afp)
accompagnato all’ippodromo il
famoso campione americano Swaps
il pomeriggio in cui vinse il 79°
Kentucky Derby. Tutta una vita
illuminata da quel solo fugace
riverbero di luce altrui. Fino a sabato,
quando (era notte in Italia) proprio
California Chrome, battendo 18
avversari nella 140ª edizione davanti
a 165.000 spettatori, ha fatto
diventare Art Sherman a 77 anni il
più vecchio allenatore di sempre ad
aver trionfato nel Derby americano, e
ha offerto al fantino messicano Victor
Espinoza il bis dopo il successo nel
2002 in sella a War Emblem. «Non
potevamo fare questo ad Art», cioè
togliergli l’allenamento di California
Chrome, hanno motivato il gran
rifiuto Steve Coburn e Perry Martin, i
peculiari padroni del cavallo che nel
frattempo, se non ancora 6 milioni,
oltre 2,5 li ha raggranellati già di
premi. Nessuno ci avrebbe
scommesso una lira alla nascita:
tranne forse gli italiani un po’ svitati
che, risalendo la linea femminile sino
alla quinta generazione, avrebbero
sorriso trovandovi, come mamma
della trisnonna, una figlia di Ribot.
Alle favole americane ha risposto ieri
la Napoli del 65° Gran Premio
Lotteria di Agnano di trotto, che l’8
anni indigeno Mack Grace Sm,
specialista delle prove ripetute, ha
rivinto come nel 2012 e 2013: pur in
un triennio senza mai incursioni di
veri assi stranieri a causa della crisi di
tanti ippodromi italiani, la tripletta
statistica lo affianca alla divina
francese Une de Mai (69-70-71) e
all’immenso Varenne (ieri festeggiato
ospite a Napoli) nel 2000-2001-2002.
Luigi Ferrarella
[email protected]
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Schiacciate e opere d’arte
Zaytsev, lo Zar della rete,
porta Macerata al titolo
Perugia alla fine si inchina
PERUGIA — Non sono schiacciate. È
Lucio Fontana. È la tela che si rompe
per la prima volta sotto le mani
dell’artista. È Ivan Zaytsev, lo «Zar»
azzurro, il giocatore tecnico e
potente e alto 2 metri che non aveva
mai vinto uno scudetto e adesso
invece sì. «Non so da quanto tempo
lo desideravo. È stata una battaglia e
l’abbiamo vinta con le unghie e con i
denti». Macerata conquista il suo
terzo tricolore del volley battendo
Perugia 3-1 (25-22, 22-25, 21-25,
33-35) in una sfida che ad un certo
punto gli umbri e il loro coraggio
sembravano poter portare alla bella.
Invece, in un quarto parziale infinito,
la Lube rovina la festa ai 6 mila
perugini e lo fa con il muro di
Podrascanin (serbo) su Atanasijevic
(serbo pure lui) che nonostante la
sconfitta è ancora lì a firmare
autografi. Un vincente, a
prescindere. Ma il destino aveva altri
progetti, doveva chiudere un
viaggio, partito 13 anni fa. Perché
Zaytsev, il ragazzo biondo e con la
cresta, deve dire grazie alle volte di
questo Palasport nel cuore d’Italia.
Proprio qui ha iniziato a palleggiare,
nel 2001. Suo padre Vjaceslav è stato
il palleggiatore dell’Urss che
dominava sottorete (oro olimpico
nel 1980) e in Umbria, dove Ivan è
nato, ha chiuso la sua carriera da
È il terzo scudetto
Lo scudetto del volley finisce a
Macerata per la terza volta dopo quelli
del 2006 e del 2012. La Lube ha
concluso sul 3-1 la serie con la Sir
Safety Perugia. E 3-1 è stato anche il
punteggio di gara 4, disputata in
Umbria e decisa da un interminabile
4°set (25-22, 22-25, 21-25, 33-35).
(Legavolley)
giocatore e ha fatto partire, anni
dopo, quella del figlio. Era il 2005 e
Zaytsev a 17 anni era appena
approdato in A1. Perugia era una
società diversa da quella di oggi, ma
aveva conquistato una finale
scudetto che l’aveva portata in
Champions League. Allora come
adesso. Proprio durante una
trasferta in Russia, il palleggiatore
dei «fenomeni», Paolo Tofoli, si fece
male e Ivan entrò in campo tra i
fischi di un palasport intero. Lui, il
figlio di Russia che tre anni dopo
ottenne il passaporto italiano e da
quattro indossa la maglia azzurra.
«Davanti agli occhi di mio padre e
del pubblico che mi fischiava perché
giocavo contro la patria, che patria
non era ma sangue del mio sangue,
sì, ho provato un’emozione forte. Lì,
per la prima volta, ho visto quello
che potevo diventare». Ora gli resta
solo di sapere cosa ha provato suo
padre a vincere Giochi e Mondiali.
Perché la vita fa dei giri che neanche
immagini e dopo la sua esplosione,
ecco il trasferimento a Roma tra alti
e bassi, un titolo italiano di beach
volley, diversi tatuaggi e tagli di
capelli, ma soprattutto il perspicace
cambio di ruolo: da palleggiatore a
schiacciatore, torna di nuovo a
Perugia, con la maglia di Macerata e
il pubblico che fischia. Come quella
volta in Russia. Dove però Zaytsev —
vedi il destino — andrà a giocare il
prossimo anno, dopo i Mondiali.
Con uno scudetto e diverse medaglie
azzurre in più. «È un sogno, una
gioia mai provata prima. Dedico
questo scudetto a mia moglie e al
bambino in arrivo». E poi va a
baciarle la pancia, prima di
continuare a festeggiare.
Eleonora Cozzari
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Lunedì 5 Maggio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
CorriereMotori
Domani riparte
la corsa
agli ecoincentivi
MILANO — Domani ripartono gli
incentivi per l’acquisto di veicoli
(auto, ciclomotori e motocicli a 2 o
3 ruote, quadricicli e veicoli
commerciali leggeri) elettrici, ibridi,
a gpl, metano e idrogeno. A
disposizione di chi acquisterà un
veicolo con CO2 inferiore a 50
Prova Sulle strade della California con la nuova plug-in tedesca
La Bmw i8 è
una sportiva
ibrida plug-in
«2 posti + 2»:
nella modalità
100% elettrica
(una delle 5 a
disposizione)
può raggiungere i 120 orari,
con un’autonomia di 37 km
Bolide elettrico
La svolta Bmw
SANTA MONICA (California) —
Ai semafori californiani di Ocean
Avenue, Santa Monica, c’è chi si ferma per scattare al volo una foto. Poco lontano l’immagine non cambia:
per qualche istante, il tempo di scivolare lungo Rodeo Drive, cuore del
Golden Triangle, l’equivalente losangelino del quadrilatero della moda milanese, le boutique di lusso di
Beverly Hills non sono più l’unica
attrazione. Tolto lo sguardo dalle vetrine, qualcuno si volta, avvisa
l’amico, indica con la mano. Ma la
star della giornata — avveniristica,
dalle forme ardite, super aerodinamica e, soprattutto, con un abitacolo
in plastica rinforzata da fibra di carbonio — non arriva dalla vicina
Hollywood, ma dall’altra parte dell’oceano. È una due posti più due
con le portiere che si aprono verso
l’alto, ad ala di gabbiano, in uscita
dagli stabilimenti tedeschi di Lipsia.
È con questa passerella americana, da Santa Monica verso Malibù
passando per Beverly Hills all’andata e per le curve scenografiche della
Canyon road al ritorno, per provare
la modalità Sport, che ha fatto il suo
debutto in strada la i8, la prima ibrida plug-in (che si ricarica anche con
la presa di corrente) della Bmw. In
arrivo nelle concessionarie a giugno, è stata presentata in questi
giorni in California. Per raccontare
la nuova sportiva di Monaco, nessuna mezza misura: «È la vettura del
futuro, l’avventura tecnologica del
XXI secolo, l’operazione più innovativa nella storia della Bmw», dice
Carsten Breitfeld, manager a capo
del progetto i8. E se la forma della
diva conta, la sostanza di più. Per-
Sull’ibrida i8 da 362 cavalli
Un peso piuma in carbonio
ché, al di là del design studiato apposta per far girare la testa, a rendere speciale quest’auto è il cuore.
Ibrido: elettrico e a benzina. In grado di dar vita a un bolide sportivo,
ma ecologico, destinato a una nicchia di clienti disposti a spendere
tanto (132 mila e 500 euro il prezzo
in Italia) con un occhio all’ambiente.
Ecco perché Los Angeles: «La California è il primo mercato per le auto
elettriche e ibride», conferma il manager Ralf Renner. Nel nostro Paese
le vendite saranno altre, ma per ora
le prenotazioni, anche se non si conoscono i numeri precisi, sono già
andate oltre le aspettative della casa.
Dopo la i3, la piccola Bmw elettrica uscita a novembre scorso, è questo il secondo modello di Monaco
della gamma a basse emissioni.
«Annunciata l’idea nel 2009 — racconta Breitfeld — abbiamo esposto
il concept a Francoforte nel 2011.
Dopo 38 mesi, ecco la vettura di serie che è riuscita a mantenere intatto
il fascino del primo modello». Nella
i8 il motore elettrico è abbinato a un
tre cilindri a benzina 1.500 cc, lo
stesso della nuova generazione Mini. In tutto, una potenza di 362 cavalli che consentono all’auto di accelerare, da vera sportiva, da 0 a 100
chilometri all’ora in 4,4 secondi.
Con consumi ed emissioni paragonabili a quelli di un’utilitaria: 2,1 litri di benzina in modalità combina-
ta per percorrere 100 chilometri e 49
grammi di CO2 emessi per chilometro.
Cinque le modalità di guida. In
quella esclusivamente elettrica, la i8
si spinge fino a 120 chilometri all’ora per un’autonomia massima di
37 chilometri. E a favorire la guida è
la scocca in fibra di carbonio, in arrivo dagli Stati Uniti: «La struttura interna — per Daniel Mayerle, interior
designer — risponde al principio
della leggerezza: la fibra di carbonio,
prodotta e assemblata con energia
da fonti rinnovabili, pesa la metà
dell’acciaio». Compensando così il
peso del propulsore ibrido e della
batteria agli ioni di litio ad alta tensione, l’auto non arriva a pesare
1.500 chili.
Tre, inoltre, le novità in arrivo.
Entro la fine dell’anno i fari con tecnologia laser, più potenti e in grado
di consumare il 30 per cento in meno dei led, che potranno essere scelti come optional. Una Wallbox avanzata, disponibile da agosto: una sorta di stazione privata per la carica
della batteria dell’auto da montare
in garage e comandabile da casa attraverso smartphone o tablet. Infine, una tettoia in legno e fibra di carbonio, in vendita anche questa da
metà 2014, per la ricarica attraverso
i pannelli fotovoltaici.
Scooter
La scossa viaggia anche su 2 ruote
Il nuovo Bmw C evolution
Isabella Fantigrossi
BARCELLONA – Ma senza il limitatore,
dove arriverebbe? Il traffico si è
diradato, il tachimetro digitale supera
in due battiti di ciglia i 120 orari
dichiarati e nella testa si fa spazio la
domanda di cui sopra. Che non è per
niente scontata, quando si guida uno
scooter elettrico. Perché nonostante la
tecnologia vada avanti, il retropensiero
è che questi veicoli alimentati in modo
alternativo non siano abbastanza
prestazionali. Ma il nuovo Bmw C
evolution è qualcosa di più. Agile e
maneggevole nonostante i quasi 270
chili, è facile da gestire anche a bassa
velocità (e pure da fermi, visto che ha la
retromarcia), grazie a un’erogazione
«burrosa» e a un’azzeccata distribuzione
dei pesi. Le batterie sono racchiuse in
un involucro di alluminio che fa le veci
del telaio e abbassa il centro di gravità,
con effetti benefici sulla guida. Lo si
nota anche sulle strade di montagna,
dove si «aggrediscono» le curve con
rapidità e precisione, pur con una certa
rigidità della sospensione posteriore. I
freni sono potenti e modulabili, anche
se quello dietro chiama sovente in causa
l’Abs, di serie come le manopole
riscaldate e il Torque Control Assist. Le
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Prova 3 La versione station wagon della casa francese con due nuovi motori 3 cilindri 1200 turbobenzina da 110 e 130 cv, e un 2 litri turbodiesel da 150 cv
Peugeot 308, l’Auto dell’anno ora ha anche una sorella maggiore
LE TOUQUET (Francia) —
Di questi tempi o giri in crossover o, per dirla alla Briatore,
«sei fuori». Almeno così sembrerebbe dando un’occhiata di
superficie a quel che succede
sulle strade. In realtà le station
wagon compatte — meno visibili di suv&derivate — hanno mantenuto un consistente
manipolo di fedeli. Quanto
basta per invogliare qualsiasi
grande costruttore a provarci.
La Peugeot 308 in poco più
di sei mesi di vita è stata eletta
Auto dell’Anno 2014 ed è diventata il terzo modello più
venduto della categoria in Europa dopo Golf e A3. Il tutto
senza brillare per personalità
estetica e abitabilità posteriore.
La nuova variante station
La scheda
DIMENSIONI
Lunghezza: 458 cm;
larghezza: 180 cm; altezza:
147 cm; passo: 273 cm
MOTORI
Benzina: 1,2 litri turbo da
110 o 130 cv. Diesel 1,6 litri
turbo da 92, 115 o 120 cv; 2
litri turbo da 150 cv
CAMBIO
Manuale a 5 o 6 marce,
automatico a 6 rapporti
TRAZIONE
Anteriore
BAGAGLIAIO
Da 610 a 1.660 litri
PREZZI
Da 19.300 euro
wagon, però, attenua in buona parte queste due manchevolezze, perché è più lunga di
33 cm, ovviamente più capiente, e ha una presenza scenica di altra portata.
Rispetto alla berlina, a parità di motore e allestimento,
costa 800 euro in più: non una
differenza così discriminante,
e questo, infatti, fa prevedere
in Peugeot Italia «una piccola
cannibalizzazione interna».
Il divano, arretrato di 3 cm,
mette gli occupanti in condizione di avere più spazio per le
gambe, mentre il bagagliaio
ha una capacità che oscilla tra
610 e 1.660 litri, oltre a essere
molto sfruttabile per la forma
regolare, il fondo piatto, il sistema di sblocco rapido dei
sedili e un complesso efficace
di binari e ganci per sistemare
il carico.
Ovviamente la versione
wagon ribadisce le finiture
consistenti, gli arredi di qualità, il posto guida inusuale, col
volante piccolo e la strumentazione alta, e la grande agilità
conseguente alla cura dimagrante che ha fatto perdere
140 kg rispetto alla versione
precedente.
La versione familiare della Peugeot 308, Auto dell’anno 2014
Ma ci sono anche novità
meccaniche, estese alla berlina. Vengono introdotti due
motori a tre cilindri 1.2 turbobenzina (da 110 e 130 cavalli)
e un 2.0 turbodiesel (da 150
cavalli) Euro 6, disponibile
anche con un inedito cambio
automatico a sei rapporti. A
luglio arriverà un turbodiesel
1.6 BlueHDi da 120 cavalli,
sempre Euro 6.
Il piccolo 1.2 è sorprendente per le prestazioni, ma anche
per la «maturità» dell’erogazione, dal momento che ha la
potenza di un buon 1.4/1.5 e
una coppia massima da diesel,
sia per quanto riguarda l’entità che la disponibilità ai bassi
regimi. Oltretutto è silenzioso
e parsimonioso, quindi non ci
sarebbe da stupirsi se sottra-
esse un po’ di clientela al diesel che, nel segmento, la fa
sempre da padrone, con una
penetrazione dell’84 per cento.
Per chi invece proprio non
vuole tradire il gasolio, il nuovo 1.6 Blue HDi rappresenta
un’ottima scelta per le caratteristiche di erogazione, potenza, consumi ed emissioni, visto che il filtro antiparticolato
con additivo gli premette di
dichiarare 85 g/km di CO2.
Il lancio italiano della 308
sw avverrà il 9 giugno e i prezzi vanno da 19.300 a 28.550
euro, con le versioni più interessanti per il nostro mercato
collocate intorno ai 24 mila
euro.
Saverio Villa
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Corriere della Sera Lunedì 5 Maggio 2014
grammi/km ci sarà un contributo
pari al 20% del prezzo di listino,
fino a 5.000 euro. Si tratta di
veicoli elettrici e di alcune auto
ibride plug-in. Per i veicoli con
emissioni di CO2 tra 51 e 95
grammi/km (ibride, city car e
alcune compatte a gas), lo
«sconto» massimo è di 4.000 euro
e non c’è obbligo di rottamazione.
Le aziende pubbliche e private,
partite Iva comprese, potranno
invece contare su un incentivo fino
a 2.000 euro per veicoli tra 96 e
120 grammi/km di CO2, ma a
condizione che rottamino veicoli di
più di 10 anni e della stessa
categoria di quello acquistato. Il
fondo è di 63,4 milioni di euro, dei
quali 31,7 milioni (sufficienti, si
stima, per circa 15mila veicoli)
destinati anche ai privati.
a.m.t.
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Mercato Lo sviluppo delle emissioni zero
Altro che solo city-car
Adesso anche i suv
vanno grazie alle batterie
Stefano Bargiggia
MILANO — Tutto nasce nel 1997 in Giappone. Cina e Corea sono
periferie d’Asia e gli oggetti più innovativi hanno l’etichetta Made in
Japan. Auto comprese. A Nagoya e Tochigi, città di un Giappone meno
famoso, ci sono i centri di ricerca Toyota e Honda: da qui escono le
prime ibride, strane auto che al vecchio motore a scoppio abbinano
batterie e motore elettrico. Si chiamano rispettivamente Prius e Insight. L’inizio è stentato, poi arriva il successo: oltre 6 milioni di ibride
Toyota vendute nel mondo (Honda ci ha creduto forse meno). Una
soglia di visibilità superata anche in Italia: le ibride valgono l’1,3% del
mercato, quota destinata a
salire con gli incentivi.
Ora quasi tutte le Case
hanno un’ibrida in listino.
Tedesche comprese, che
puntano allo step successivo, l’ibrido plug-in: il motore a benzina resta, il pacco
batterie è più grande e ricaricabile anche a una presa,
l’autonomia con il solo
motore elettrico può arrivare fino a 50 km. «L’auto può
viaggiare in elettrico a zero
emissioni in città e può
muoversi senza limiti di
autonomia fuori», spiega
Ulrich Hackenberg, responsabile sviluppo Audi, a proposito della sua A3 e-tron.
In autunno arriverà anche
Mercedes con l’ammiraglia
Classe S, mentre hanno
giocato d’anticipo Porsche e
Volvo, con Panamera e V60,
entrambe già in vendita
come ibride plug-in. Poi, a
Dall’alto: la Audi A3 e-tron, la
dimostrazione che la tecnoMercedes S 500 Plug-in Hybrid
logia invaderà altri segmene la Volvo V60 Plug-in Hybrid
ti, toccherà ai suv: la Mitsubishi Outlander P-HEV, per
esempio, arriva a fine mese. Ma la sfida vera è quella dei numeri: le
plug-in sono fondamentali per abbassare la media delle emissioni di
CO2 della gamma e rientrare nei limiti delle normative senza pagare
penali, ma bisogna venderle. Anche perché dietro ci sono investimenti
milionari. Nel 2013 negli Usa, primo mercato al mondo per le verdi, si
sono vendute 49 mila ibride plug-in. In Europa solo l’Olanda ha volumi sufficienti (gli incentivi si sono però conclusi a fine anno) con poco
meno di 20 mila esemplari nel 2013. In Italia solo 135. Impossibile fare
a meno della Cina, primo mercato automobilistico mondiale, alle prese
con un inquinamento record da polveri sottili nelle grandi città (il
livello è 5 volte quello delle più inquinate città italiane). Non a caso
Martin Winterkorn, presidente Volkswagen, ha annunciato «la più
grande campagna di mobilità elettrica nella storia cinese». In pratica: 8
ibride plug-in e 2 elettriche entro il 2018 con i diversi marchi del gruppo e un investimento di oltre 18 miliardi di euro. Il supporto del governo cinese non manca: 5 milioni di plug-in (ed elettriche) entro il 2020.
Conti fatti a tavolino senza gli automobilisti cinesi: nonostante i generosi incentivi e la possibilità di avere la targa gratis (a Pechino e Shanghai le targhe sono limitate e vendute all’asta), in Cina nei primi tre
mesi si sono vendute solo 2.758 ibride plug-in.
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Alessandro Marchetti Tricamo
modalità di guida sono quattro: Eco
Pro, Sail, Road e Dynamic. La vera
goduria è l’accelerazione: la coppia del
motore elettrico ti spara in avanti con
una vemenza ignota ai maxiscooter a
benzina. Una ricarica completa (4 ore da
una normale presa 220V) dura per 100
chilometri, anche 110/120 se non si
esagera. Prezzo: 15.750 euro. Salato,
certo, ma almeno la motivazione
d’acquisto non è più soltanto il fattore
ambientale e il risparmio al
distributore. Questo C evolution è il
primo scooter elettrico che si vorrebbe
poter comprare anche per il puro
piacere della guida.
Motori 51
italia: 51575551575557
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Prova 2 C’è anche un’applicazione per «guidare» l’erede della Gallardo
In pista sulla Huracàn
La Lamborghini digitale
Tanta tecnologia lanciata a più di 300 all’ora
MARBELLA (Spagna) — Il profumo Lamborghini è la prima cosa che
si scopre sull’Huracàn. Un misto di
spezie e incenso, con una nota di
agrumi, un’essenza perfetta per sedare l’emozione di mettersi al volante di
una sportcar da 610 cv per una prova
in pista. L’Ascari, vicino a Ronda, in
Spagna, è il terreno ideale: 5,2 km di
lunghezza per 12 metri di larghezza,
senza vie di fuga, senza cordoli, da
percorrere in senso anti-orario. Un
mix di curve di raggio diverso, salite e
discese, un tratto velocissimo, una
parabolica tipo Monza, una specie di
cavatappi come a Laguna Seca.
L’ultima Lambo, che porta il nome
di uno dei tori più combattivi e aggressivi, non si scompone. Si parte
con il launch control, mani strette sul
volante, si toglie il piede sinistro dal
freno e giù fino in fondo tutto il pedale del gas. Ci si sente schiacciati sullo
schienale mentre la Huracàn balza
letteralmente in avanti, le quattro
ruote scaricano al suolo i 560
Newtonmetri di coppia e nell’abitacolo si sente l’odore della gomma
bruciata. Forse non si stacca il biglietto dei 3,2 secondi da 0 a 100 km/h, dato ufficiale della casa di Sant’Agata
Bolognese, ma ci si va molto vicino
mentre si soddisfa un altro senso,
l’udito, perché il sound cupo del V10
scandito dagli scarichi sembra la «Cavalcata delle Valchirie» in Apocalypse
Now.
Huracàn, che nel
Dna ricorda la Countach, rappresenta uno
degli ultimi esemplari
di una specie in via di
estinzione: le sportcar
spinte da un motorone
aspirato, che saranno
via via rimpiazzate dai
biturbo di cilindrata
molto più contenuta,
come è avvenuto in
Formula 1. Eppure il
suo V10 5.2 cc è frutto
di una riprogettazione
maniacale, finalizzata anche al raggiungimento dei limiti richiesti dalle
norme Euro 6. La nuova «iniezione
diretta stratificata» ha portato a un
incremento dei valori di potenza e
coppia rispetto alla Gallardo, uniti
però a un taglio dei consumi (12,5 litri/100 km) e delle emissioni di CO2
(290 grammi/km).
Ma quello che piace è la facilità con
cui si lascia condurre ai limiti più elevati per la combinazione di un’aerodinamica sopraffina, una rigidità torsionale doppia rispetto alla Gallardo,
una docilità di guida tipiche del comportamento del V10 aspirato abbinato al cambio doppia frizione a 7 rapporti e alla trazione integrale. Sono
numerose le innovazioni che fanno
La Huracàn in pista. È la prima Lamborghini
di serie a montare un volante che permette
di usare tutti i comandi, tergi e fari compresi, senza allontanare le mani dalla corona
La scheda
DIMENSIONI
Lunghezza: 445 cm; larghezza: 192 cm;
altezza 116 cm; passo 262 cm
PESO
1.422 kg a secco
MOTORE
A benzina, 10 cilindri a V di 90 gradi,
5.204 cc di cilindrata, 610 cavalli di
potenza massima a 8.250 giri/minuto.
Coppia massima: 560 Nm a 6.500
giri/minuto
PRESTAZIONI
Velocità massima: 325 km/h
PREZZO
Da 205.000 euro
capire come sia frutto di un progetto a
dir poco certosino. Per esempio, in
pista le frecce non sarebbero necessarie, ma azionarle è facilissimo poiché
Huracàn è la prima auto di serie a
montare un volante che permette di
usare tutti i comandi, tergi e fari compresi, senza allontanare le mani dalla
corona.
Con la chicca di poter accedere anche alla sua «Anima», cioè l’Adaptive
Network Intelligent Management. Il
pilota può selezionare la modalità
strada, sport o corsa (scritti rigorosamente in italiano), agendo su un tasto
al vertice basso del volante, passando
così da reazioni si fa per dire tranquille (strada) a prestazioni da granturismo da corsa (sport) a una taratura
cattivissima (pista). Il sistema interviene su motore, cambio, trazione integrale, i controlli elettronici dell’Esc,
lo sterzo attivo e le sospensioni con
gli ammortizzatori magneto-reologici. Con il suo rapporto peso/potenza
di 2,33 kg per cv, Huracàn può raggiungere i 325 km/h.
La strumentazione è insieme l’elemento dominante e semplificante
della plancia. Gli strumenti sono digitali e appaiono su uno schermo Tft
da 12,3 pollici.
Nessun difetto? Nulla è perfetto e
gli incontentabili potranno dire che il
clima ha una ventola rumorosa, che la
ricerca del leit motiv esagonale (dalle
bocchette dell’aerazione alla forma
dei pulsanti) può essere stucchevole.
Ma saranno pochissimi a poter giudicare veramente, a mettersi al volante
della Huracàn staccando un assegno
da 205 mila euro. Agli altri appassionati la tecnologia regala la possibilità
di provare l’emozione della guida dell’Huracàn al simulatore Sports Car
Challenge 2. L’app è disponibile per i
sistemi iOS e Android. Certo che in
pista, con le mani sul volante…
Paolo Artemi
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Prova 4 Nella gamma del piccolo suv tedesco è entrata la nuova versione ecologica: niente incentivi statali, ma in compenso c’è lo sconto di lancio
Opel Mokka a tutto gas: 1.300 km di autonomia con la versione gpl
DAL NOSTRO INVIATO
ROMA — No: la nuova Opel
Mokka 1.4 Turbo Gpl non è tra
i modelli che da domani potranno usufruire degli incentivi statali. Il suo motore a quattro cilindri bi-fuel (gas-benzina) da 140 cavalli è a già Euro 6
e a bassa emissione di CO2
(124 grammi al chilometro),
ma supera, sia pure di poco, la
soglia dei 120 grammi posta
dal ministero per lo Sviluppo
economico. Pazienza: anche
dal punto di vista del portafoglio, l’ultima versione arrivata
nella gamma del «suvvino»
molto apprezzato dagli italiani
(«Con 24 mila vendite dal
2012, l’Italia è il primo mercato
in Europa», conferma Roberto
Matteucci, ad di General Mo-
La scheda
DIMENSIONI
Lunghezza: 428 cm;
larghezza 178 cm; altezza:
166 cm; passo: 256 cm
MOTORE
Gpl-benzina, 4 cilindri,
1.364 cc, 140 cavalli, 200
Nm di coppia massima fra
2.000 e 4.900 giri. Euro 6.
Cambio manuale a 6 marce.
PRESTAZIONI
Velocità massima: 193
km/h; 0-100 km/h: 20,2
secondi; consumo nel ciclo
combinato: 7,7 litri/100 km;
emissione CO2: 124 g/km
PREZZI
Da 23.420 euro
tors Italia) conserva la sua attrattiva. Matteucci: «Basti dire
che i costi per il carburante sono quasi dimezzati rispetto alla Mokka 1.4 a benzina».
In Italia il gpl va forte (la
quota di mercato oscilla tra l’8
e il 9%), anche più del metano
(che è al 5%). Causa e insieme
effetto di questa differente
espansione è la mappa delle
infrastrutture: «Sono 3.400 le
stazioni di rifornimento del
gpl, dislocate omogeneamente
e capillarmente, anche in autostrada. Così oggi circolano
circa due milioni di veicoli,
contro i circa 850 mila a metano, che possono contare su un
migliaio di stazioni, concentrate nel centro-nord», spiega
Corrado Storchi, di Landi Renzo, la società emiliana leader
mondiale nei sistemi di alimentazione a gas che fornisce
l’impianto della Mokka.
Da notare: impianto montato in fabbrica e integrato nell’auto. Il che significa: un’unica
centralina elettronica per le
due modalità di funzionamento (tarata, oltretutto, in modo
da dare gli stessi valori di potenza e di coppia con le diverse
alimentazioni); gli stessi indi-
La Opel Mokka Turbo Gpl-Teck. Due gli allestimenti: Ego e Cosmo
catori del consumo e del livello
del serbatoio, nel cruscotto; un
pulsante, sulla consolle centrale, per il passaggio dal gas
alla benzina e viceversa. Insomma, tutti quei dettagli (lucine, pulsantini) che su altre
auto fanno sempre un certo effetto «trasformazione», sulla
Mokka a gpl non ci sono. Tutto
è tale e quale alle altre Mokka.
La somma dei due serbatoi
— 34 litri effettivi quello del
gas, sistemato al posto della
ruota di scorta (sostituita dal
kit di gonfiaggio), più i 54 litri
di quello della benzina — danno un’autonomia di circa 1.300
chilometri, prendendo per
buono il consumo medio dichiarato di 12,9 km/litro. La
velocità massima è di 193 orari. Lo scatto da 0 a 100 km/h
avviene in 10,2 secondi: non è
un’accelerazione fulminea, ma
non può essere neppure la prima preoccupazione di chi
guarda con interesse al gas. Il
motore, in compenso, funziona sempre con regolarità e dopo i 2.000 giri risponde con
una certa forza. Preciso lo sterzo. Efficienti le sospensioni.
Particolarmente apprezzabile
la silenziosità di marcia.
Torniamo al portafoglio. Rispetto alla corrispondente versione a benzina, la bi-fuel costerebbe 1.500 euro in più.
Non sono pochi. Ma, appunto,
costerebbe: fino alla fine di
giugno il prezzo viene scontato di 2.520 euro. Un «incentivo» fatto in casa, e per tutti.
Roberto Iasoni
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52
italia: 51575551575557
È mancata la
Un pensiero affettuoso per Morris e Furio in
ricordo del papà
dottoressa
Prof. Biagio Allaria
Silva Maria Clotilde (Bi)
Nascimbeni Folli
Romeo Arienta ed Enzo Caputo ti ricordano con
affetto. - Milano, 5 maggio 2014.
Ne dà il triste annuncio con amore il marito Pino.- La camera ardente è allestita presso la Casa
Funeraria San Siro di via Amantea dalle ore 8
alle ore 19.- Per il giorno e l’ora dei funerali si
prega chiamare l’Impresa San Siro al numero
02.32867. - Milano, 4 maggio 2014.
Franco con Renata e Alessandro è vicino con
affetto allo zio Pino per la dolorosa scomparsa
della cara
Silva
Partecipiamo al dolore della moglie e delle figlie per la perdita improvvisa del grande
Partecipa al lutto:
– Gustavo Ghidini.
L’Associazione Onlus Presenza Amica insieme
al Presidente e a tutti i suoi volontari ricorda con
affetto e riconoscenza il socio fondatore
Ferruccio ed Elisabetta de Bortoli sono vicini a
don Vincenzo e partecipano al lutto della sua famiglia per la scomparsa della mamma
Angela Cinelli Paglia
e partecipa con commozione al lutto della famiglia.
- Garbagnate Milanese, 4 maggio 2014.
Cara
Silva
ti ricordiamo con affetto e rimpianto, ci mancherai profondamente, ma sarà solo una parte di
quanto mancherai al tuo Pino.- Adriana, Leonardo, Gerardo e nonna Francesca.
- Milano, 4 maggio 2014.
Valentina con Gigi, Pinuccio con Isabella ed
Eleonora si stringono con affetto a Pino per l’improvvisa scomparsa della moglie
Dott.ssa Silva Nascimbeni
- Milano, 4 maggio 2014.
Con infinito rimpianto Virginia Cisotti ricorda
Alberta De Benedetti Deiure
l’amica di tutta una vita.
- Lodi, 4 maggio 2014.
Mariapia e i figli Annamaria, Edvige, Marzia,
Daniela, Biagio e Tiziana Daddabbo partecipano
al dolore della famiglia Deiure e porteranno sempre nel loro cuore con affetto il ricordo di
Alberta
- Sammichele di Bari, 3 maggio 2014.
Alberta De Benedetti Deiure
Silvio Ghezzi
Prof. Biagio Allaria
uomo e professionista di esempio per tutti noi.- I
colleghi di Marketing & Telematica.
- Arese, 4 maggio 2014.
Prof. Biagio Allaria
- Milano, 4 maggio 2014.
Silvio Ghezzi
Nicoletta. - Ginevra, 4 maggio 2014.
Il 3 maggio è tornata alla casa del Padre
- Milano, 4 maggio 2014.
Il Presidente e le maestranze della trafileria Polacca Stalma partecipano al grande dolore della
famiglia Riva per la scomparsa del loro congiunto
Santina Goffi Palombo
Emilio Riva
Lo annuncia la famiglia che ringrazia quanti le
sono stati vicino.- I funerali si svolgeranno a Milano nella parrocchia di Santa Maria di Caravaggio, via Borromini 5.- Per il giorno e l’ora contattare l’Impresa San Siro al n. 02.32867.
- Milano, 5 maggio 2014.
Gli allievi del Professor Ferdinando Serri partecipano al lutto della famiglia per la morte della
collega
Dott.ssa Riccarda Serri
Alberto Giannetti, Decio Cerimele, Giacomo
Rabbiosi, Giovanni Borroni, Giuseppe Fabrizi,
Adriano Di Silverio, Giovanni Orecchia, Corrado
del Forno. - Pavia, 2 maggio 2014.
Se ne è andata
Carmen Spelta Vitale
Cara mammina ti siamo grati per la lunga e felice
vita trascorsa insieme e ringraziamo quanti ci sono stati vicini in questo difficile momento.- Nica
con Gioacchino e Pier Francesco, Donatella con
Gigi e Jacopo e Fabio con Francesco.
- Milano, 4 maggio 2014.
il re dell’acciaio. - Milano, 3 maggio 2014.
Il 9 aprile 2014 è morto
Franco Gerardi
socialista da sempre, per oltre quindici anni direttore del quotidiano Avanti!, collaboratore apprezzato della Segreteria del PSI per lungo tempo, prezioso consigliere di Bettino Craxi
Presidente del Consiglio, intellettuale raffinato e
grande organizzatore culturale.- Il Presidente
della Fondazione Socialismo Gennaro Acquaviva
nell’unirsi al rimpianto di quanti ne hanno potuto
apprezzare le grandi doti di intelligenza, umanità
e generosità, informa che, per volontà della famiglia e di molti suoi compagni, in particolare
quelli delle redazioni dell’Avanti! e di Mondoperaio, un incontro pubblico dedicato al suo ricordo
si svolgerà il prossimo venerdì 9 maggio 2014,
alle ore 10.30, presso la sala della Mercede della
Camera dei Deputati, sita in via della Mercede,
55, Roma. - Roma, 5 maggio 2014.
"Non restare a piangere sulla mia tomba.- Non sono lì, non dormo...".
In memoria di
Michelangelo Patron
Nel ricordo del caro amico e collega
Partecipano al lutto:
– Riccardo e Fausta Pellegatta.
Carlo Magri
Dopo una vita lunga e ricca di affetti si è spenta
Maria Verratti Brambilla
Lo annunciano con grande tristezza i figli Mario
con Susanna, Marcello con Luisa, Silvia con Marco, i nipoti Paola, Valentina, Ciro, Cristina, Nicola, Luca e tutti i pronipoti.
- Milano, 4 maggio 2014.
Partecipano al lutto:
– Cesare e Vittoria Chiodi.
– Jim, Paola Bowman e famiglia.
– Giovanni Chiodi.
– La famiglia Pino Creperio.
– Giorgio e Maria Luisa Giulini.
siamo affettuosamente vicini ad Eliana e Lucio.Roberto Dallalonga, Paolo Brunetti, Franco Bo,
Marco Cozzi, Leonardo Arravanti.
- Milano, 3 maggio 2014.
Bruno e Floriana, Kerry e Robinia con le loro
famiglie, ricordano con immutato rimpianto, affetto e ammirazione la figura indimenticabile del
La famiglia del
Dott. Gaetano Pregheffi
ricorda con tutto il suo affetto nonno G.- Grazie
per averci insegnato il vero significato della parola amore.- Mimma, Monica, Claudia, Daniele
e Claudio. - Milano, 4 maggio 2014.
Gaetano Rossi
Rag. Domenico Colla
di 89 anni.- Lo annunciano con dolore la moglie
Lucia, i figli Paola, Alessandro con la moglie Giacomina, gli adorati nipoti Andrea e Federico, la
sorella Delia col marito Natale e i nipoti Angelo
e Anna, parenti tutti.- I funerali avranno luogo
martedì 6 maggio alle ore 15 nella parrocchia
del Sacro Cuore in Canelli.
- Canelli, 4 maggio 2014.
grande professionista, uomo buono e generoso,
stringendosi commosso alla famiglia.- Gaetano
resterà sempre presente nel mio cuore.
- Milano, 4 maggio 2014.
RCS MediaGroup S.p.A. - Via Rizzoli,8 - 20132 Milano
Cavaliere del Lavoro
- Milano, 5 maggio 2014.
Giulio Andreotti
sarà celebrata una messa nella Basilica di San
Giovanni dei Fiorentini, via Giulia, alle ore
18.30.- La famiglia. - Roma, 5 maggio 2014.
Nella ricorrenza del trigesimo di
Grazia Caniglia
Cara Graziella, rimarrai nei nostri cuori.- Nunziatina, Nicoletta, Bobo, Germana, Angelo, Matteo, Lucrezia, Martina.
- Milano, 3 maggio 2014.
SERVIZIO ACQUISIZIONE NECROLOGIE
Dott. Giuseppe Kerry Mentasti
Il 6 maggio, ricorrendo il primo anniversario
della morte di
Giorgio Sandi ricorda con affetto
È mancato il
Un anno fa un tragico destino ci ha separati.- Tu
però sei sempre con noi nelle stagioni che si succedono, negli attimi e nelle giornate.- Ci manchi.- Rossella Filippo Alessandro.
- Milano, 5 maggio 2014.
Giovanna Cameli De Lucchi
mercoledì 7 maggio verrà celebrata una Messa
nella chiesa di San Babila alle ore 18.30.- L’amica sorella Nicoletta. - Milano, 5 maggio 2014.
TARIFFE BASE IVA ESCLUSA:
Corriere della Sera
PER PAROLA:
ATTIVO DA LUNEDI A DOMENICA 13.30-19.30
CON SUPPLEMENTO 20% SULLA TARIFFA BASE
Tel. 02 50984519 - Fax 02 25846003
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SI ACCETTANO RICHIESTE VIA WEB, E-MAIL E CHIAMATE DA CELLULARI SOLO DIETRO PAGAMENTO CON CARTA DI CREDITO
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Diritto di trasmissione: pagamento anticipato € 1,67 - pagamento differito € 5,00
L’accettazione delle adesioni è subordinata al pagamento con carta di credito
A MODULO:
Necrologie: € 5,00
Adesioni al lutto: € 10,00
Solo anniversari,
trigesimi e ringraziamenti: € 540,00
Gazzetta dello Sport
PER PAROLA:
Necrologie: € 1,90
Adesioni al lutto: € 3,70
A MODULO:
Solo anniversari,
trigesimi e ringraziamenti: € 258,00
Servizio fatturazione necrologie:
tel. 02 25846632 mercoledì 9/12.30 - giovedì/venerdì 14/17.30 - fax 02 25886632 - e-mail: [email protected]
Servizio sportello da lunedì a venerdì: Milano: Via Solferino 36 orario continuato dalle 9 alle 17.45
Lunedì 5 Maggio 2014 Corriere della Sera
Corriere della Sera Lunedì 5 Maggio 2014
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italia: 51575551575557
Il Tempo
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Primo Star Wars Day in
Italia. Parata di fan al
Colosseo: le immagini.
Il premier convoca la direzione
del Pd allargata ai “territori”.
Expo, il ministro convoca il
comitato per l’ordine pubblico
Dirette sul
sito da
Roma e da
Milano a
partire
dalle 11
54
Lunedì 5 Maggio 2014 Corriere della Sera
italia: 51575551575557
Tv in chiaro
Teleraccomando
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di Maria Volpe
PER CAPIRE
PER DISTRARSI
D’Amico, cronaca Cure e premure
ma non di sport per amori pelosi
Diego Della Valle, Vittorio
Feltri e Tommaso Cerno sono
gli ospiti della prima puntata
del nuovo approfondimento
al via stasera, ogni lunedì e
giovedì. A condurlo, una
coppia inedita Ilaria
D’Amico (foto), volto
sportivo femminile di Sky e
Giuseppe Cruciani, ideatore
de «La Zanzara». Un
programma che scommette
sull’alchimia tra i due
giornalisti, pronti a far
valere il proprio diverso stile
di conduzione e l’approccio
differente all’intervista. Tra
le innovazioni anche una
scenografia inusuale: una
sorta di piazza sospesa tra i
palazzi del potere.
«Il veterinario è un po’ come
un pediatra: i bambini come i
cani non riescono a dirti dove
sentono male. Con gli animali
bisogna saper guardare oltre».
Parola di Edoardo Auriemma,
radiologo della clinica
veterinaria. Gli animali sono
infatti i pazienti a quattro
zampe dell’Istituto Veterinario
di Novara, protagonisti,
insieme ai loro padroni e ai
medici di questo nuovo
programma, il primo docureality ideato e realizzato da
Ftm Entertainment di Fatma
Ruffini. Tra gli animali in cura
c’è Vladimiro (foto), gatto
diabetico e il bastardino
Charly nel cui stomaco è stata
trovata una manciata di sassi.
Tango
Sky Tg24 e Cielo, ore 23
Clinica veterinaria
La5, ore 15.30
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regina malvagia
Il bandito Depp
semina il terrore
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La favola dei fratelli Grimm
rinarrata dal punto di vista
della regina cattiva (Julia
Roberts, foto). Biancaneve è
Lily Collins: costumi magnifici
e nani politicamente scorretti.
Biancaneve
Rai1, ore 21.15
Usa, 1933. Il rapinatore John
Dillinger (Johnny Depp, foto) è il
ricercato numero uno per l’Fbi.
A dargli la caccia c’è lo scaltro e
spietato agente federale Melvin
Purvis (Christian Bale).
Nemico pubblico
Iris, ore 21.05
Sul mondo dello sport Salvini e Santanchè
indaga Gabanelli
ospiti di Formigli
Milena Gabanelli mette sotto
la lente il mondo dello sport.
Un mondo dove girano tanti
soldi, le Federazioni dettano
legge, e i presidenti che non si
schiodano mai dalle poltrone.
Report
Rai3, ore 21.05
Politica e attualità come sempre
al centro del talk di Corrado
Formigli. Ospiti Matteo Salvini
(Lega), Daniela Santanchè (FI),
Stefano Feltri del «Fatto», e
un’intervista a Davide Serra
Piazza pulita
La7, ore 21.10
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Corriere della Sera Lunedì 5 Maggio 2014
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Pay Tv
Film
e programmi
Jackman fa i conti
con i propri demoni
Quando Wolverine (Hugh
Jackman, foto) è convocato in
Giappone da una vecchia
conoscenza, viene coinvolto in un
conflitto che lo costringe a
confrontarsi con i propri demoni.
Wolverine - L’immortale
Sky Cinema 1, ore 21.10
Heigl e Rogen nei guai
dopo una notte d’amore
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A fil di rete
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iÀÀ>Àˆ …>i˜}i -ŽÞ -«œÀÌ Ó Le sfide di Conti
per un successo pop
F
resco di nomina alla guida di Sanremo 2015 e passato temporaneamente il timone del suo storico
quiz «L’eredità» a Fabrizio Frizzi, Carlo Conti, l’impiegato più stakanovista della sempre più anonima
Rai1, è stato chiamato a presentare il nuovo varietà
del venerdì sera, lo show «Si può fare» (Rai1, 21.13). Ormai è
chiaro che quando, tra qualche anno, si cercherà di ricostruire la storia recente dell’intrattenimento dell’ammiraglia del servizio pubblico, un
solo volto (abbronzato) farà caVincitori e vinti
polino dagli archivi. Nel frattempo, il tentativo di «Si può
Dries
fare» è quello di trovare una
Mertens
formula simile a quella dell’alIl Napoli
tro grande successo pop di
vince
Conti, «Tale e quale».
in campo
Il meccanismo dello show
e sugli ascolti.
prevede che alcune «celebriFinale di Tim Cup
tà», da Maddalena Corvaglia a
2014 con la sfida
Marco Columbro, da Massimifra la Fiorentina
liano Ossini a Vincenzo Lo Cie il Napoli: per la
cero, Maria Amelia Monti e alsquadra di Dries
tri ancora si sfidino su prove di
Mertens 8.800.000
abilità nei più svariati campi
spettatori, 36,6%
dell’intrattenimento per elegdi share
gere il migliore della serata.
Per dire, c’è il ballo sui pattini,
Demi
c’è la coreografia in stile BolMoore
lywood, c’è la prova di canto acL’evergreen
compagnato dall’ukulele, e via
di Canale 5
cazzeggiando. A valutare, la sosuperato
lita giuria di qualità, con Yuri
dalla sfida calcistica
Chechi, Amanda Lear (la tradi Rai1. L’ammiraglia
sgressione adatta al pubblico
Mediaset risponde
di Rai1 può esistere solo in forcon il romantico
ma vintage) e Pippo Baudo,
«Ghost», con Demi
sempre il migliore. Si vede che
Moore e Patrick
a tratti vorrebbe salire sul palco
Swayze: per 2.257.000
e prendere lui le redini della
spettatori, 9,3%
trasmissione, in attesa di qualdi share
che occasione migliore. Ma si
può metter su un programma
dalle prove strampalate, dove ognuno è un ex di qualcosa o
qualcuno, dove si dovrebbe parteggiare per dei vip alle prese con situazioni goffe e grottesche? Sì, si può.
Come al solito, al lavoro c’è una pletora di autori, e meno
male che il programma viene già da un format creato in Israele, Paese che è diventato uno dei mercati più interessanti
per i contenuti televisivi, di fiction e d’intrattenimento.
Dopo un incontro d’amore di una
sera, Allison e Ben (Katherine
Heigl e Seth Rogen, foto insieme)
scoprono di aspettare un bambino.
Gag e situazioni esilaranti li
condurranno alla scelta finale.
Molto incinta
Cinema Comedy, ore 21.15
Una mostruosa creatura
creata da due amici
Introdottisi nel laboratorio di uno
scienziato, due amici innescano
accidentalmente una reazione,
dando vita a una mostruosa
creatura. La chiameranno
Francoeur (nell’immagine).
Un mostro a Parigi
Premium Cinema, ore 21.15
Invasione in Iraq:
le menzogne degli 007
i`ˆ>ÃiÌ *Ài“ˆÕ“
Il documentario svela i segreti
degli 007 di Gran Bretagna e Usa
per giustificare l’invasione in Iraq:
spesso si basavano su prove
inventate, ma vicine ai desideri dei
governi che volevano il conflitto.
Iraq: la grande menzogna
History Channel, ore 21
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Lunedì 5 Maggio 2014 Corriere della Sera